Mi presento: sono un padre, un marito e un figlio!

(Articolo pubblicato sulla rivista mensile di Notizie ProVita N°51 – Aprile 2017)

«Se mi chiedessero che cosa fai nella vita io direi il padre, poi il marito, poi il figlio e infine l’uomo.» Tendenzialmente la figura paterna è ideologizzata come disinteressata e inetta, ma il secolare eroe per eccellenza serba dentro sé molte voci senza le quali non si vedrebbe la bellezza complessiva della donna e della famiglia. Moreno, un giovane neo-papà e devoto marito, espone la sua esperienza personale per dirci quanto può essere valorizzante vedere con occhi diversi, precisamente quelli maschili.

 

Moreno, prima di conoscere la tua sposa, quante visioni puoi dire di aver avuto della donna nella tua vita?

 

Posso dire di averne avuta solo una di esatta: quella alla quale mi ha condotto mia moglie. Tutti attraversiamo periodi nei quali cerchiamo di ammortizzare la solitudine con presenze immediate e questo, la maggior parte delle volte, corrisponde a deboli storielle occasionali imbevute dell’aroma di una relazione stabile e duratura, che per assurdo rimane sempre sullo sfondo e poco nitida. Questa sensazione sbiadita di volere qualcuno senza termine mi portava molto spesso a dire di no a ipotesi affettive. So che è inusuale da sentire, ma oggi le cose sono diverse: l’immagine stereotipata che al maschio piaccia l’avventura banale senza responsabilità, insieme a una sessualità femminile sdoganata da ogni stigma, hanno tolto freni inibitori alla donna e li hanno passati all’uomo. È dura da decifrare ma il pensiero bugiardo, tendenzioso, che a noi piacciano le svendite ci porta a declinare gli inviti proprio perché commercializzati. I rapporti che hanno preceduto mia moglie mi facevano sentire vuoto, più che arricchito privato di qualcosa: ci usavamo a vicenda, tutto era insipido e il fatto che per entrambi vi fosse un contatto privatizzato a noi come due persone separate dava a me maschio, un concetto di donna estraneo alla dignità che invece, pudore e tenerezza, appresi con mia moglie, hanno conferito a lei e a tutte le donne. E ciò partendo dall’indisponibilità di sfruttarci-usarci a vicenda per il piacere e cosciente del fatto che la corporeità è espressione dell’interiorità della persona. La donna non è il suo corpo e l’uomo non è il suo corpo, entrambi sono anche i loro corpi!

 

Da cosa era data l’attrattiva?

 

Un generico “star bene” senza complicazioni e una sessualità egoistica, fatta per me stesso. Quella che con mia moglie è divenuta pura intimità sponsale reciproca, prima era un aggregato di attimi assemblati da sensazioni a pelle, che scottano le passioni, ma diffidano da periodi di convivenza troppo lunghi. Cercavo di compiacere e compiacermi per rendere quelle esperienze corrispondenti al mio ideale di donna e di coppia.. o almeno a quello che credevo lo fosse! Il passaggio radicale è stato sentire nei confronti di mia moglie un sentimento di timore, non nel senso di rischio per la mia incolumità, piuttosto il timore di danneggiarla o farla soffrire. Con lei la grandezza della donna si dispiegò nella visione della mia fragilità: non ci volle molto tempo per capirlo e questo diede frutto come profonda comunione che mise al bando la solitudine mai abbandonata. Vedere l’altro o l’altra come un passatempo (anche al di là della tua intenzionalità, ma in seguito alle modalità con le quali viene impostata la relazione) a lungo andare nausea per la sterilità di quel rapporto infecondo.

 

Hai detto di essere prima di tutto un padre… croce o delizia per un uomo?

 

Prima che ti accada, così come la cultura moderna vuole, sei portato verso la croce associandola rapidamente a tutte le privazioni che comporta. Per me non è stato così, ho sempre sentito un forte richiamo alla paternità: sottovalutavo l’idea, probabilmente perché come uomo giovane e dinamico vedevo altro nella mia realizzazione personale, ma il desiderio latente di essere padre è quello che mi ha fatto cercare mia moglie. L’immagine che mi vedeva disteso sul divano a stringere mio figlio che dorme su di me è stato il faro per abbandonare una visione distorta degli affetti, quindi senza esitazione sostengo che un uomo non capisce la sua natura e quella della donna finché non abbraccia l’identità del padre senza riserve, come un ruolo non opzionale e imprescindibile.

 

La gravidanza come ha inciso in questo?

 

A mio avviso tutto ciò che capita con la gestazione lo si può riassumere in una parola sola: istinto! Quando vivi la sessualità senza il terrore di un accidente (figlio) cambia completamente il fine e capisci perché tu uomo sei fatto così come sei e la donna è fatta così com’è; il piacere è secondario, non determina l’istinto che invece è dato da un richiamo naturale. La donna incinta, la madre, doppiamente vive: ha un potere straordinario che non è un qualcosa né tuo né suo, ma un’altra persona palesemente lì. Le donne hanno questo potere unico di avere una doppia anima negli occhi! Non c’è rotondità amplificata o menomazione alcuna del loro corpo in grado di renderle meno femminili agli occhi di un uomo, io trovo quei nove mesi la spiegazione migliore della bellezza. Sbagliamo a credere che il bello sia un artefatto per il quale la donna deve lottare costantemente o soffrire, ed è il messaggio che una donna in gravidanza manda a noi uomini: il fascino nasce di riflesso dalla conformità al programma naturale, a ciò che il loro corpo è in grado di compiere. Il momento in cui appare la pancetta dei primi mesi in te uomo vive solo l’idea, non vedi nulla, non senti nulla ma percepisci che hai qualcuno da proteggere. Qui è l’istinto di difesa, protezione, salvaguardia. È il primo momento in cui l’idea di padre diviene chiara e precisa: nessuno infatti te l’ha mai detto, il primo che si chiama così sei tu e senti di dover agire. L’attesa della nascita fa maturare l’istinto di responsabilizzarti poiché da quel momento ogni azione è rigettata all’esterno, tutto è decentrato da me al piccolo. Per un uomo la crescita del pancione è un secondo step dall’idea astratta-intangibile del padre alla rotondità che si interpone fra te e lei, e non siete più coppia: un semplice abbraccio diventa a tre. Durante la gravidanza la donna è 2/3 di te..è l’unico caso in cui uno più uno fa tre!

 

Oggi, ahimè, sovente si parla dell’utero e del parto nei termini di giogo biologico o schiavitù, sei d’accordo?

 

La prima cosa che ho detto ai familiari dopo il parto è stata “ho rivalutato totalmente la donna!” Un uomo davanti alla grandezza della nascita trova frammentata e spiazzata la sua virilità all’interno di un paradosso: egli è lì, inerme, sta bene, eppure non può essere di alcun aiuto, al di fuori di qualche massaggio alla schiena, costretto a lasciare che la donna sia padrona del momento in modo particolare nella fase finale dove non esiste niente di più forte e intenso di una madre che lotta perché suo figlio venga al mondo. La cosa sbalorditiva è che nessuno le ha insegnato davvero cosa fare, non lo ha mai sperimentato e non si è allenata all’imprevedibile, lei segue l’istinto e fa quello che sente di dover fare perché è predisposta a farlo. La forza di una partoriente lascerà qualsiasi maschio attonito perché noi non saremmo mai capaci di tutto questo, siamo diversi e biologicamente inferiori (se così si può dire!). Come esperienza il parto è la fonte di un rispetto collaterale che si dirama dall’uomo alla sua dimensione di figlio oltre che di padre: ritorni inevitabilmente al pensiero di tua madre, donna che per te ha accettato la sfida della nascita e provi gratitudine, ammirazione. Chi decide di non vedere questa bellezza rinnega la natura della donna, per la quale la gravidanza è un concetto primitivo, senza escluderne le difficoltà: mia moglie per poter allattare ha rinunciato a terapie farmacologiche, ha messo da parte la sua salute accettando di farsi carico della sofferenza fisica e psicologica per il bene di suo figlio e io padre ero con lei, è stato oggetto di prova che mi ha permesso di dimostrare a me stesso e a loro due, alla mia famiglia, il mio essere uomo nei fatti. Ecco perché il figlio non è un affare privato della donna perché noi maschi siamo messi a nudo dinanzi alla portata di questo evento.

 

Potresti dire che tuo figlio a seguito della nascita è diventato ontologicamente qualcuno che prima non era?

 

Quando guardo mio figlio vedo che non è né me né mia moglie, ma una persona diversa, unica, che non abbiamo mai posseduto, ma accolto. Il nostro primo incontro fuori dalla pancia materna è avvenuto quando l’ho chiamato per nome cercando di tranquillizzarlo e lui, sommerso dalle lacrime, si è calmato, mi ha riconosciuto come suo padre girandosi laddove aveva sentito il suono della mia voce che per nove mesi aveva comunicato con lui. Mi ha insegnato che l’aborto è illogico per chiunque sappia cosa s’intende con gravidanza. Non esiste un diritto a discapito di questa meraviglia e tutto quello che posso dire è che per me la data di nascita è sicuramente il parto, ma il compleanno dovrebbe essere al concepimento non alla nascita, perché tu sei nato lì!

Giulia Bovassi

https://kairosbg.wordpress.com/2017/04/07/mi-presento-sono-un-padre-un-marito-e-un-figlio/

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Regolazione naturale della fertilità: conoscersi per amarsi di più!

Ci sono io. Ci sei tu. Ci siamo insieme!

A parlare di gravidanza sì/ gravidanza no si pensa quasi esclusivamente alla donna. Banale come affermazione -direte voi- dal momento che è lei a dover portare sulle spalle il peso di un simile fardello; lei soffre ogni mese fin dalla pubertà a causa del giogo biologico che madre natura le ha gentilmente offerto; lei è angustiata dalla preoccupazione di preservare l’atto sessuale dal rischio di conseguenze nefaste perché sarebbe lei ad accusare tutti i colpi fisici, sociali, psichici, inflitti dalla gestazione, dal parto e da ciò che ne deriva. Come spesso accade però, a interrogarsi su presunte ovvietà si finisce sempre per redimersi da pensieri limitati e limitanti, come ad esempio quelli che impediscono di costruire una visione integrale della gravidanza, che non può prescindere da una medesima integrale visione della sessualità.

Ci sono io: un possesso privato e individualista. Il corpo è mio, gli istinti trovano scopo nel piacere grezzo e di entrambi, fisicità e godibilità, ho piena padronanza; ciò che devo o posso compiere è uno sguardo unilaterale che esce da me per rientrare in me. Un punto di partenza egocentrico, una barricata sicura.

Ci sei tu: anatomia e fisiologia della mia femminilità, della tua mascolinità. Che cosa sei e dove sei? Se mi fermo alla biologia delle parti, non ti trovo, ma se mi avvicino ai due progetti che incarniamo, ti vedo nitido e sei fatto per me. Da indipendenti, diveniamo di-pendenti perché rappresentiamo un fine che ci scavalca: la vita.

Ci siamo insieme: abitiamo casa nostra!

Sono tre tappe possibili se ci si incammina insieme sulla via della valorizzazione reciproca, preclusiva dell’alternativa di considerarsi legati ma distanti nella gestione della vita sessuale. Assuefatti da una cultura scissionista fatichiamo a considerare l’unità come piacere della comunione del tutto, così sacrifichiamo la mela intera per saziarci di una metà che favorisce raccomandabili distanze di sicurezza dall’altra metà, con la quale può accettare di condividere un rischio soppesato e proporzionato al vantaggio. Entriamo a gamba tesa nella “gravidanzite”, ovvero valutazione patologica della gestazione e nel timore della fertilità, figlia di un amore svincolato, desiderabile e programmabile. Partendo dal “ci sono io” il corso INER sulla Regolazione Naturale della Fertilità ci ha dato il materiale scientifico per poterci liberare da questa estraneità di coppia: io donna non mi comprendo pienamente se non mediante ciò che posso essere con lui uomo; io, potenziale madre, fin dai primi giorni di vita intrauterina non ho mezzi per impedire che il mio sviluppo non si disponga all’accoglienza di una nuova vita. Tu, potenziale padre, puoi definirti tale necessariamente tramite lei, con la quale ti è dato ultimare la tua identità paterna. Questo gradino anatomo-fisiologico si è espresso nel nostro viaggio di ritorno in macchina tramite le parole del mio fidanzato, il quale guardandomi ha detto “ora che ti conosco nella tua corporeità, vedo ancor più la bellezza” ed ecco che ci siamo visti, insieme.

I Metodi Naturali sono pesantemente misconosciuti o soppiantati da paure e pregiudizi: studiare a livello teorico il funzionamento del metodo sintotermico, senza entrambi i diretti interessati, lascerà un margine vuoto fra la donna e la sua fertilità, che nella comprensione pratica, in un accompagnamento di coppia per mano di insegnanti esperti e dediti alle esigenze dei due, non persiste. Per questo infatti la prima giornata ha risvegliato lo stupore e quella successiva il pudore, il rispetto, la cura. Compartecipare a ciò che accade durante il cambiamento mensile della donna ha innescato e vivificato nell’uomo la premura: sapere di non essere inerme e sciolto da responsabilità gli ha restituito il riguardo non solo per l’evento in sé, ma per il gesto sessuale. Ha fatto capolinea la tenerezza. Possiamo dire sia un fattore scontato oggi? I dati dicono di no! Ecco perché lavorare insieme sulla fecondità di coppia, vegliando sui ritmi e sulle modificazioni femminili, è una fonte di libertà e ricchezza inestimabile per chi si ama: incentiva l’ascolto, modera l’irascibilità, conforta la pazienza e responsabilizza per ottemperare paternità e maternità responsabili permanentemente aperti alla vita, a prescindere che si cerchi una gravidanza o la si voglia posticipare per motivazioni gravose e circostanziali.

Il mezzo tecnico toglie il coraggio del sacrificio insieme a quello dell’autocontrollo, oggi tradotto come limite piuttosto che peculiarità umana, impedendo ai due di inginocchiarsi uno ai piedi dell’altra. Lasciare che la carne determini la nostra libertà è alienante e mortificante, non vivifica; contrariamente, attesa e rinuncia, spingono a domandarsi il senso di quella vocazione. Al di là dei vantaggi apportati alla salute, dell’efficacia e dell’azione vivificante per il matrimonio, agire in sintonia e coordinazione con la natura femminile è un collante fra rarità e preziosità della fertilità (non scontata, anzi limitata), l’eccezionalità della donna e una presenza sempre rinnovata della coppia, messa alla prova nelle sue radici. Dover parlare con chi si ama, mettendo a sedere l’orgoglio, magari scaturito da un momento di crisi o di lite, per averne cura, non è una dimensione fattibile se sotto lo stesso tetto popolano egoismo e utilità. In tal senso, allora, salva i coniugi non avere presupposti autoreferenziali in un vissuto che si prefigge obbligatoriamente di comunione reciproca: entrambi infatti scelgono pienamente di dare priorità a qualcuno diverso da se stessi. Ecco la padronanza, ecco il sofisticato gusto dell’astinenza, ecco perché l’atto sessuale non è funzione biologica, ma dimensione interpersonale esistenziale fisica, psichica e spirituale, un gesto dove poter gettare tutto, in primis fragilità e fiducia. Educarvi senza costrizioni alla castità e alla rinuncia per un bene maggiore vi renderà più forti e capaci qualora la vita vi chiederà di esserlo perché sarete in grado di evangelizzare la carità!

Io-tu è un invito che tutti noi aspettiamo di ricevere; non sappiamo in che forma arriverà, ma abbiamo chiaro quali nomi dovrà chiamare, il punto è: che risposta siamo disposti a dare? Quello che posso consigliarvi io è di compromettervi! Conoscetevi per amarvi di più!

Giulia Bovassi

(Articolo pubblicato su kairosbg.wordpress.com e su www.corxiii.org)