Siamo arrivati al sesto e ultimo stile di adattamento. Clicca qui per leggere gli altri. Tra tutti gli adattamenti di personalità descritti dall’Analisi Transazionale, quello della Vittima Ostile – chiamato anche passive-aggressive – è probabilmente quello che crea più solitudine.
Non è l’adattamento di chi fa rumore, di chi alza la voce o impone la propria volontà. È, al contrario, l’adattamento di chi ha imparato a soffrire in silenzio, a stringere i denti, a trattenere parole e lacrime perché, in passato, esprimerle non è servito o è stato persino pericoloso.
La Vittima Ostile non attacca apertamente. Si chiude. Non chiede. Si ritira. E dentro, lentamente, cresce un risentimento che diventa la sua unica forma di protezione. Il suo messaggio di copione è semplice e durissimo: “Non chiedere aiuto. Gli altri ti feriscono. Proteggiti da solo.”
Nel matrimonio questa dinamica è particolarmente delicata, perché crea una distanza che l’altro spesso non sa come attraversare.
Chi vive questo adattamento è una persona estremamente sensibile. Sente molto, forse troppo. Coglie sfumature che altri non vedono, percepisce mancanze, silenzi, incoerenze. Ma proprio perché sente così tanto, ha imparato a non esporsi. Ha imparato che dire ciò che prova non cambia le cose. E allora tace.
Nel quotidiano matrimoniale questo si manifesta in modi sottili: un silenzio che dura più del necessario, un “va bene” che non convince, un’ironia che punge, una distanza emotiva che sembra punizione ma in realtà è difesa. Non è cattiveria. È dolore non detto.
Spiritualmente, la Vittima Ostile assomiglia a quei salmi che iniziano con una domanda trattenuta: “Fino a quando, Signore?” Ma invece di diventare preghiera, quella domanda resta chiusa nel cuore, trasformandosi in amarezza.
Questo adattamento nasce quasi sempre da una storia in cui la vulnerabilità non è stata accolta. Un bambino che ha provato a dire ciò che sentiva e non è stato ascoltato. Che ha chiesto e non ha ricevuto. Che ha mostrato rabbia ed è stato rimproverato. Che ha pianto e si è sentito di troppo.
Così ha imparato che chiudersi era più sicuro. Che non dipendere dagli altri era una forma di sopravvivenza. Che fidarsi esponeva al dolore.
Nel matrimonio, però, questa strategia — che un tempo ha salvato — rischia di diventare un muro. Perché l’altro non riesce ad avvicinarsi, non capisce cosa succede, si sente respinto senza sapere perché. E spesso reagisce male, confermando involontariamente la paura originaria della Vittima Ostile: “Vedi? Non puoi fidarti.”
Dal punto di vista cristiano, questa dinamica è profondamente umana, ma non è la strada della vita piena. Dio non chiede di proteggersi dal mondo chiudendo il cuore, ma di affidarlo. E l’affidamento è sempre un rischio. Anche per Cristo.
Gesù conosce il dolore del non essere ascoltato, dell’essere tradito, del restare solo. Eppure non ha scelto il silenzio rancoroso. Ha parlato, ha pianto, ha affidato il suo spirito. La Vittima Ostile, nel suo cammino, è chiamata proprio a questo passaggio: dalla difesa alla fiducia, dal silenzio alla parola.
Amare una persona con questo adattamento richiede pazienza, costanza e una presenza che non si stanca. Non serve incalzarla con domande, né forzarla a parlare. Serve piuttosto creare uno spazio sicuro, dove la parola non viene giudicata, minimizzata o usata contro.
Chi vive accanto a una Vittima Ostile deve imparare a leggere i segnali silenziosi, a non prendere la chiusura come disamore, a non rispondere alla distanza con altra distanza. È fondamentale dare tempo, rassicurare, mostrare con i fatti che la relazione regge anche le emozioni difficili. Perché per chi ha questo adattamento, dire la verità è sempre stato un rischio.
Il cammino di crescita della Vittima Ostile non è diventare più espansiva o più “forte”. È imparare che può parlare senza essere ferita. Che può dire: “Sto male”, senza che questo distrugga l’altro. Che può esprimere rabbia senza perdere l’amore.
È un cammino lento, spesso accompagnato da paura. Ma è anche un cammino profondamente spirituale: passare dalla solitudine difensiva alla relazione fiduciosa. Dal “me la devo cavare da solo” al “posso appoggiarmi”. Nel Vangelo, questo passaggio ha sempre la forma di una mano tesa. Non di una pressione. Non di una pretesa. Solo una presenza che resta.
Quando la Vittima Ostile inizia a fidarsi, accade qualcosa di sorprendente: il risentimento si scioglie, il silenzio diventa parola, la distanza si trasforma in intimità. Non perché il dolore sparisca, ma perché non è più portato da soli. E allora anche questa ferita — come tutte le ferite accolte nella verità — diventa un luogo in cui la grazia può finalmente entrare.
Antonio e Luisa
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