«Aman vide che Mardocheo non s’inginocchiava né si prostrava davanti a lui e fu pieno d’ira» (Est 3,5).
L’irrompere di Aman nelle vicende di Ester ci permette di affrontare il male e la manipolazione. Clicca qui per leggere i moduli precedenti. Il terzo capitolo del libro di Ester introduce un nuovo personaggio: Aman. Il re Assuero lo innalza sopra tutti i funzionari del regno e ordina che quanti si trovano alla porta del palazzo si inchinino davanti a lui. Tutti obbediscono, tranne Mardocheo. Quel rifiuto apparentemente piccolo diventa l’inizio di una tragedia. Aman non si limita a provare irritazione verso l’uomo che non gli rende onore: decide di colpire l’intero popolo al quale Mardocheo appartiene.
Il male raramente entra nella nostra vita annunciando chiaramente le proprie intenzioni. Spesso comincia da una ferita, da una delusione, da una parola che ci ha toccati nel punto più vulnerabile. All’inizio sembra soltanto una reazione comprensibile: «Mi ha mancato di rispetto», «Non mi considera», «Non riconosce ciò che faccio». Poi quella ferita viene custodita, alimentata e interpretata. Giorno dopo giorno diventa risentimento. Il risentimento cerca conferme, costruisce accuse e finisce per trasformare l’altro in un nemico.
Aman possiede prestigio e potere, ma non è interiormente libero. Ha bisogno che tutti si inchinino davanti a lui. Il gesto di Mardocheo mette in discussione l’immagine grandiosa che Aman ha costruito di sé. Non gli basta essere stato innalzato dal re, non gli basta avere una posizione superiore agli altri: la presenza di un solo uomo che non si piega gli impedisce di godere di tutto ciò che possiede. Anche nella coppia può accadere qualcosa di simile. Possiamo ricevere amore, cura e dedizione dal nostro coniuge, ma rimanere concentrati sull’unica cosa che non ci dà. Magari il marito compie molti gesti concreti, ma la moglie soffre perché non pronuncia alcune parole. Oppure la moglie è presente e fedele, ma il marito si fissa sul fatto che non mostra il desiderio nel modo da lui atteso. Tutto il bene scompare dietro ciò che manca. L’altro non viene più incontrato nella sua realtà, ma giudicato attraverso la nostra ferita.
L’Analisi Transazionale chiama “giochi psicologici” alcune dinamiche relazionali ripetitive nelle quali le persone comunicano su due livelli. A un livello esplicito sembra che stiano discutendo di un fatto concreto; a un livello nascosto cercano invece conferma di una convinzione più profonda. Una persona può iniziare una discussione apparentemente per risolvere un problema, ma inconsapevolmente cercare la conferma che l’altro sia egoista, inaffidabile o incapace di amarla. Pensiamo a una moglie che dice al marito: «Non ti accorgi mai di ciò che faccio per questa famiglia». Forse desidera realmente essere riconosciuta, ma potrebbe formulare la richiesta in un modo che spinga il marito a difendersi: «Non è vero, faccio anch’io tantissime cose». Lei allora si sente ancora più ignorata e conclude: «Vedi? Non mi capisci mai». Entrambi escono dalla conversazione con la conferma del proprio copione: lei si sente invisibile, lui si sente continuamente accusato.
Il contenuto della discussione può cambiare, ma il finale resta sempre lo stesso. Non si cerca più una soluzione; si ripete una scena già conosciuta. Ognuno assegna all’altro una parte e, senza rendersene conto, lo provoca affinché la interpreti. Il male si insinua proprio qui: non necessariamente attraverso gesti eclatanti, ma mediante parole ambigue, accuse indirette, silenzi punitivi e interpretazioni rigide.
Aman costruisce la propria vendetta in modo manipolatorio. Non presenta al re la vera ragione della sua rabbia. Non dice: «Un uomo non si inchina davanti a me e questo ferisce il mio orgoglio». Descrive invece il popolo giudeo come diverso, pericoloso e disobbediente. Trasforma il proprio problema personale in una minaccia per il regno. In questo modo induce Assuero a prendere una decisione gravissima senza conoscere realmente la situazione. La manipolazione avviene quando non esprimiamo apertamente il nostro bisogno, ma cerchiamo di portare l’altro a fare ciò che vogliamo attraverso il senso di colpa, la paura, la seduzione o il vittimismo. Non diciamo: «Ho bisogno di sentirmi importante per te», ma: «Per te vengono tutti prima di me». Non diciamo: «Questa sera avrei bisogno della tua vicinanza», ma diventiamo freddi sperando che l’altro si accorga del nostro dolore. Non diciamo: «Quella tua parola mi ha ferito», ma la conserviamo per restituirla durante la discussione successiva.
Non sempre facciamo tutto questo con piena consapevolezza. Molte modalità manipolatorie sono state imparate nell’infanzia, quando non potevamo esprimere direttamente i nostri bisogni. Forse per ottenere attenzione dovevamo ammalarci, chiuderci, compiacere oppure provocare. Quelle strategie ci hanno aiutato allora, ma nel matrimonio rischiano di rendere opaca la relazione. Uscire dal gioco significa tornare allo stato dell’Io Adulto. Significa riconoscere ciò che sta accadendo dentro di noi e trovare parole chiare: «Sono arrabbiato perché mi sono sentito escluso», «Ho paura di non essere più importante per te», «Quando non mi rispondi, la mia ferita mi porta a pensare che tu non mi ami». Parlare in questo modo richiede coraggio perché ci rende vulnerabili. È più facile accusare che mostrare il dolore nascosto dietro l’accusa.
Occorre anche imparare a non accettare automaticamente il ruolo che l’altro ci assegna. Quando il coniuge ci provoca, possiamo scegliere di non reagire secondo il copione consueto. Possiamo fermarci, respirare e domandare: «Che cosa stai cercando di dirmi davvero?». Interrompere un gioco non significa ignorare il problema, ma affrontarlo senza alimentare la dinamica distruttiva. Il matrimonio cristiano non è una relazione nella quale i giochi psicologici scompaiono magicamente. È il luogo nel quale, sostenuti dalla grazia, possiamo progressivamente riconoscerli e disinnescarli. Gesù non ci chiede di nascondere la rabbia o di fingere che tutto vada bene. Ci invita a portare la verità nella relazione, prima che la ferita diventi risentimento e il risentimento si trasformi in desiderio di colpire.
Aman permette a una piccola ferita narcisistica di diventare una minaccia mortale. Anche noi dobbiamo domandarci quali pensieri stiamo lasciando crescere nel cuore. Non tutto ciò che sentiamo deve diventare una decisione. Non ogni interpretazione corrisponde alla verità. Non ogni impulso deve essere seguito. Il male perde forza quando viene portato alla luce. Una parola sincera, pronunciata senza accusare, può interrompere una catena di incomprensioni. Una richiesta esplicita può sostituire una manipolazione. Un gesto di tenerezza può spezzare il bisogno di avere ragione. Una coppia non è forte perché non conosce il conflitto, ma perché impara a non consegnare le proprie ferite al risentimento.
Per dialogare insieme
- Quali situazioni tra noi tendono a ripetersi sempre nello stesso modo?
- Durante le nostre discussioni cerco davvero una soluzione oppure voglio dimostrare che ho ragione?
- Quale bisogno faccio fatica a esprimerti direttamente?
- Uso qualche volta il silenzio, il senso di colpa, il vittimismo o la freddezza per ottenere qualcosa da te?
- Quale ferita personale rischia di farmi interpretare negativamente i tuoi gesti?
- Come possiamo aiutarci a interrompere i nostri giochi psicologici prima che diventino distruttivi?
Scegliete una dinamica ricorrente e provate a descriverla insieme senza cercare un colpevole. Ognuno dica quale emozione prova, quale paura si attiva e quale bisogno vorrebbe imparare a comunicare con maggiore chiarezza. Concludete scegliendo una piccola azione concreta da mettere in pratica durante la prossima settimana.
Per pregare
Gesù, Tu conosci le zone più fragili del nostro cuore. Sai quanto facilmente una piccola ferita possa diventare rabbia, chiusura e desiderio di colpire. Donaci la luce per riconoscere i giochi che ripetiamo e il coraggio di non nasconderci dietro accuse, silenzi o manipolazioni. Aiutaci a parlare con verità, senza usare le nostre fragilità come armi. Insegnaci a esprimere ciò di cui abbiamo bisogno e ad ascoltare il dolore nascosto nelle parole dell’altro. Liberaci dal bisogno di vincere e donaci il desiderio di custodire la nostra comunione. Quando l’orgoglio ci rende ciechi, riportaci alla realtà. Quando la paura ci fa interpretare male i gesti dell’altro, ricordaci tutto il bene ricevuto. Quando il male tenta di insinuarsi silenziosamente tra noi, rendici capaci di fermarci, guardarci e scegliere nuovamente l’amore. Come Ester, preparaci a riconoscere ciò che minaccia la vita e la pace della nostra famiglia. Fa’ che la nostra casa sia un luogo nel quale le ferite vengono accolte, la verità può essere pronunciata e la grazia trasforma ogni conflitto in un’occasione per amarci meglio. Amen.
Antonio e Luisa
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