Mio marito dice di amarmi, ma io non mi sento amata

Ho deciso di rispondere pubblicamente a una domanda ricevuta da una nostra lettrice, mantenendone naturalmente l’anonimato. Lo faccio perché credo che la situazione descritta sia molto più comune di quanto si possa pensare e che molte donne, leggendo queste righe, possano riconoscersi almeno in parte nella sua esperienza.

«Mio marito dice di amarmi tanto. Cucina, fa la spesa, sistema la cucina, pulisce il pavimento e si occupa di tante cose pratiche. Però nella tenerezza è assente. E anche la sessualità è veloce, sembra pensare soprattutto a sé stesso e raramente a me. Lui dice di amarmi. Ma come è possibile?»

Questa domanda racchiude una sofferenza che molte donne vivono nel matrimonio. Da una parte vedono un marito presente, responsabile e disponibile nelle cose concrete. Dall’altra, però, sentono di non essere raggiunte nel cuore. Non si sentono ascoltate, desiderate, comprese. Fanno fatica a percepire quella tenerezza che per loro rappresenta una parte fondamentale dell’amore. Così nasce un dubbio doloroso: se mi ama davvero, perché non riesco a sentirmi amata?

Spesso la risposta è che possono essere vere entrambe le cose. Può essere vero che lui ami sinceramente sua moglie e può essere altrettanto vero che lei non si senta amata nel modo di cui avrebbe bisogno. Molti conflitti di coppia nascono proprio da questa apparente contraddizione. Il problema non sempre è l’assenza dell’amore, ma il modo in cui quell’amore viene espresso e ricevuto.

Ognuno di noi arriva al matrimonio portando con sé una storia e un modo di vivere gli affetti che ha imparato fin dall’infanzia. Ci sono persone cresciute in famiglie dove ci si abbracciava spesso e si parlava apertamente delle emozioni. Altre, invece, sono cresciute in ambienti dove l’amore era presente ma veniva manifestato soprattutto attraverso il sacrificio, il lavoro e il senso del dovere. In questi contesti si impara che amare significa fare qualcosa per l’altro.

Per questo alcuni uomini – ma anche donne – sono sinceramente convinti di dimostrare amore quando si occupano della casa, fanno la spesa, risolvono problemi pratici o si prendono cura economicamente della famiglia. E in un certo senso hanno ragione. Questi gesti sono realmente espressioni di amore. Il problema nasce quando il coniuge ha bisogno anche di altro: ascolto, vicinanza emotiva, parole affettuose, attenzioni gratuite e tenerezza. Ha bisogno di sentirsi incontrato nella propria interiorità.

Questo aspetto emerge ancora più chiaramente nella sessualità. Molti uomini non hanno mai imparato a collegare profondamente la dimensione fisica a quella emotiva e affettiva. Non perché siano cattivi o non amino la moglie, ma perché nessuno ha insegnato loro a entrare in contatto con il proprio mondo emotivo. A volte vivono il rapporto sessuale soprattutto come espressione del desiderio fisico e fanno fatica a comprendere quanto per la moglie siano importanti la tenerezza, il dialogo e la sensazione di essere accolta e desiderata come persona.

Questo non significa che il loro comportamento non provochi sofferenza. La sofferenza della moglie è reale e non va minimizzata. Comprendere le origini di un comportamento non significa giustificarlo. Significa soltanto capire da dove nasce per poterlo trasformare. Se una donna vive l’intimità come un momento in cui si sente poco vista o poco ascoltata, è giusto che possa esprimere questo dolore.

Per questo è fondamentale imparare a parlare dei propri bisogni senza trasformarli in accuse. C’è una grande differenza tra dire: «Tu sei egoista» e dire: «Quando viviamo l’intimità in questo modo io mi sento sola». Nel primo caso l’altro si difende. Nel secondo caso gli si permette di entrare in contatto con la nostra sofferenza. Le accuse costruiscono muri. La condivisione sincera delle emozioni costruisce ponti.

Esiste però anche una strada che può aiutare quando parlare diventa difficile. Negli anni abbiamo visto molte coppie riscoprire il dialogo attraverso la preghiera condivisa. Quando le ferite sono profonde e ogni tentativo di confronto rischia di trasformarsi in discussione, può essere utile mettersi davanti al Signore insieme e iniziare a parlare a Lui in presenza del coniuge. Non per fare discorsi spirituali, ma per raccontare il proprio cuore.

Una moglie può dire: «Gesù, oggi mi sono sentita sola». Un marito può dire: «Signore, mi sento inadeguato e non so come amare meglio mia moglie». Oppure: «Padre, aiutami a capire ciò che vive mia moglie». Quando si parla a Dio davanti all’altro, spesso cadono molte difese. Si smette di cercare il colpevole e si inizia a condividere la propria vulnerabilità. L’altro non sente più un’accusa, ma entra in contatto con il nostro mondo interiore.

In questo modo la preghiera diventa un ponte tra due cuori che hanno smesso di comprendersi. Gesù non sostituisce il dialogo, ma può renderlo possibile. Aiuta gli sposi a guardarsi non come avversari, ma come due persone che desiderano imparare ad amarsi meglio.

Naturalmente ci sono situazioni in cui può essere utile anche un percorso psicologico o una consulenza di coppia. Non perché il matrimonio sia fallito, ma perché nessuno nasce capace di amare bene. Molti di noi stanno ancora imparando a gestire emozioni, paure e modelli relazionali ricevuti dalla famiglia di origine. Chiedere aiuto non è un segno di debolezza. È spesso un gesto di amore verso il proprio matrimonio.

Forse allora la domanda iniziale non è: «Mio marito mi ama davvero?». Forse la domanda più utile è un’altra: «Come possiamo aiutarci a esprimere e ricevere meglio l’amore?». Perché a volte l’amore c’è già. È sincero e presente. Ma ha bisogno di crescere, maturare e imparare una lingua nuova. Una lingua fatta di ascolto, tenerezza, verità e reciprocità. Una lingua che due sposi possono imparare insieme, giorno dopo giorno, con pazienza e con l’aiuto del Signore.

Antonio e Luisa

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Dal dolore alla tenerezza dell’amore di Dio

Siamo Germana e Gianluca, siamo sposati da ventitre anni e abbiamo due figlie. La nostra storia è nata nella gioia e nella semplicità di un’esperienza di fede condivisa, accompagnata da un comune padre spirituale. All’inizio della nostra relazione, nonostante i timori e la fatica di una storia a distanza ( uno a Torino e l’altra in Calabria), le lettere e le telefonate che ci scambiavamo ci hanno profondamente unito, facendo crescere nel tempo il desiderio di celebrare il sacramento del matrimonio.

Così appena terminati gli studi, stanchi di sei anni vissuti a distanza, abbiamo scelto di sposarci per iniziare la nostra vita insieme, affidando la nostra unione alla presenza e alla luce di Cristo. Avevamo pochi mezzi ma tante speranze e una fede incrollabile nella Provvidenza.

Le prime difficoltà sono arrivate subito, già nel momento in cui abbiamo comunicato ai nostri familiari la decisione di sposarci. Le nostre famiglie avevano vissuti e visioni molto diverse che interferivano con le nostre scelte mettendole costantemente in discussione. Di fronte alle pressioni familiari non siamo riusciti a rimanere lucidi e uniti, né a proteggerci reciprocamente. È emersa così una fragilità profonda: la difficoltà a liberarci dalle dinamiche familiari per diventare davvero una coppia solidale.

Io, Gianluca, sono rimasto a lungo prigioniero della mia famiglia di origine, mentre  io, Germana, vivevo con crescente sofferenza quella  che ritenevo una  mancanza di coerenza ,quasi un non voler vedere ciò che ci stava accadendo. Mi aspettavo da Gianluca una presa di posizione chiara verso la sua famiglia. Così i  conflitti, le urla e i silenzi sono divenuti drammatici e hanno aperto ferite profonde, trasformando il nostro  matrimonio da luogo di sostegno e comunione in un campo di battaglia. Negli anni il dolore ha generato distanza, solitudine, disinteresse. Anche la nascita delle nostre figlie, dono immenso di Dio, non è riuscita a colmare il risentimento e la rabbia: vivevamo insieme, ma senza sostenerci, rispettarci e lavorare l’uno per il bene dell’altro.

A tenerci insieme è stato il desiderio di restare fedeli alla promessa pronunciata nel sacramento. Pur sentendo forte la delusione per ciò che non riuscivamo a onorare, abbiamo continuato a credere che quell’atto compiuto davanti a Dio fosse più grande delle nostre fragilità.

Siamo arrivati a Retrouvaille stanchi, feriti, confusi e lì abbiamo vissuto un tempo di risveglio doloroso e necessario. Abbiamo trovato il coraggio di guardare il nostro dolore reciproco, le ferite personali e quelle generate dal non saper accogliere i limiti dell’altro con pazienza, tenerezza, compassione. Abbiamo riconosciuto che il Signore ci attendeva proprio nel punto più sconfortante, distorto, povero della nostra relazione e che le Sue braccia, aperte sulla croce, potevano accogliere anche ciò che in noi era diventato duro, meschino, isterico, isolante.

La svolta è stata scegliere ogni giorno, la strada del perdono, della tenerezza, della pazienza: verso i genitori, verso noi stessi e verso l’altro. Dopo Retrouvaille la nostra vita non è diventata improvvisamente facile, è diventata più consapevole. Abbiamo imparato strumenti nuovi per comunicare, per ascoltare senza giudizio, per parlarci con delicatezza e scegliere ogni giorno la riconciliazione. Oggi camminiamo insieme, zoppicando, ma con la consapevolezza che il matrimonio è una strada da percorrere tra le braccia di Gesù, donandoci  vicendevolmente sguardi di misericordia, pazienza e tenerezza.

Germana e Gianluca (Retrouvaille Italia)

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Non basta indignarsi. La vera risposta nasce in famiglia

La vicenda della chat ATM emersa in questi giorni ha suscitato indignazione e preoccupazione. Secondo quanto riportato dai giornali, alcuni dipendenti avrebbero condiviso in una chat privata immagini di donne riprese dalle telecamere di sorveglianza dei mezzi pubblici, accompagnandole con commenti volgari e sessisti. Se le responsabilità saranno confermate, ci troveremmo di fronte a un comportamento grave, che rappresenta una violazione della dignità delle persone coinvolte e della fiducia che ogni cittadino dovrebbe poter riporre nelle istituzioni e nei servizi pubblici.

È giusto indignarsi. È giusto chiedere chiarezza. È giusto pretendere che simili episodi vengano affrontati con serietà. Tuttavia, una volta superata la reazione immediata, dovremmo porci una domanda più profonda: come si costruisce una cultura nella quale una donna non venga percepita come un oggetto da osservare, commentare o consumare con lo sguardo?

Molto spesso il dibattito pubblico offre una risposta che appare semplice e immediata. Si parla di cultura patriarcale, di maschilismo, di uomini educati a considerare le donne inferiori o funzionali ai propri desideri. Esistono certamente dinamiche culturali che hanno contribuito e contribuiscono ancora oggi a deformare il rapporto tra uomo e donna. Negarlo sarebbe ingenuo. Il rischio, però, è che l’analisi si trasformi rapidamente in una contrapposizione. Da una parte gli uomini, considerati il problema. Dall’altra le donne, considerate le vittime. Una lettura che può generare consenso mediatico ma che spesso non aiuta a costruire soluzioni vere.

Se la risposta diventa la criminalizzazione dell’uomo in quanto tale, il risultato sarà soltanto una crescente diffidenza reciproca. Gli uomini si sentiranno accusati per il solo fatto di essere uomini. Le donne si sentiranno sempre più costrette a guardare l’altro sesso con sospetto. E così si alimenterà una guerra dei sessi che non produce rispetto, ma soltanto distanza. La storia ci insegna che nessuna relazione si ricostruisce attraverso la contrapposizione permanente. Le relazioni umane crescono quando si riscopre un’alleanza, non quando si identificano dei nemici.

La domanda decisiva, allora, è un’altra: dove impara un ragazzo a guardare una donna? La risposta più importante è sorprendentemente semplice: in famiglia. Prima ancora della scuola, dei social network, delle serie televisive e delle campagne educative, un bambino osserva suo padre. Lo osserva ogni giorno. Osserva come parla alla madre. Osserva il tono della voce. Osserva i gesti. Osserva il modo in cui affronta i conflitti. Osserva se la tratta come una collaboratrice, una serva, un’avversaria oppure come una compagna amata.

Molti genitori sottovalutano enormemente la forza educativa dell’esempio. Pensano che i figli imparino soprattutto dalle parole. In realtà i figli imparano soprattutto da ciò che vedono. Un ragazzo che cresce vedendo un padre capace di rispetto, di gratitudine e di tenerezza verso la propria moglie sta ricevendo una lezione che nessun corso scolastico potrà mai sostituire. Sta imparando che una donna non è un oggetto da utilizzare ma una persona da amare. Sta imparando che la forza maschile non consiste nel dominare ma nel proteggere. Sta imparando che l’amore autentico è incompatibile con ogni forma di disprezzo o umiliazione.

Quando invece un figlio cresce assistendo a continue svalutazioni, battute offensive, tradimenti, aggressività o indifferenza, rischia di interiorizzare una visione deformata delle relazioni. Anche senza volerlo, imparerà che quel modo di comportarsi è normale. Per questo la battaglia culturale più importante non si combatte nei talk show, nelle polemiche social o nelle dichiarazioni indignate. Si combatte nelle case, nella quotidianità apparentemente banale delle relazioni familiari.

Ogni sera, a tavola. Ogni volta che un marito ascolta sua moglie con attenzione. Ogni volta che le manifesta affetto davanti ai figli. Ogni volta che la tratta con rispetto anche quando è stanco, nervoso o ferito. Sono questi i gesti che costruiscono una cultura diversa. Sono questi i gesti che insegnano ai figli che l’altro non è un oggetto ma una persona.

Per chi vive la fede cristiana, poi, esiste una motivazione ancora più profonda. La donna non è soltanto una persona da rispettare perché lo richiede l’etica civile. È una figlia di Dio. È una creatura amata dal Signore. È qualcuno che porta impressa in sé un’immagine unica della bellezza divina. San Giovanni Paolo II ha dedicato gran parte del suo insegnamento a mostrare come il corpo umano non sia mai un oggetto ma il segno visibile di una persona. Ogni volta che riduciamo qualcuno a oggetto di piacere, di consumo o di possesso, tradiamo la verità più profonda dell’essere umano.

Per questo il cristianesimo non propone una semplice educazione al rispetto. Propone una conversione dello sguardo. Invita l’uomo a guardare la donna non come qualcosa da prendere ma come qualcuno da accogliere. Non come un mezzo per soddisfare i propri bisogni, ma come un mistero da contemplare. Non come una conquista, ma come un dono. Questa rivoluzione dello sguardo nasce soprattutto nel matrimonio.

Quando un marito guarda la propria moglie con gratitudine, quando continua a vedere in lei una meraviglia anche dopo anni di vita insieme, quando la serve e la custodisce, sta trasmettendo ai figli una visione dell’amore infinitamente più efficace di qualsiasi discorso. I figli imparano allora che l’amore non è possesso. Che la forza non è dominio. Che la mascolinità non consiste nell’usare gli altri ma nel donarsi. Imparano che una donna merita rispetto non per paura delle conseguenze o delle sanzioni, ma perché la sua dignità è un valore assoluto.

Di fronte a episodi come quello raccontato dalla cronaca, la tentazione è cercare risposte immediate, slogan semplici e colpevoli da additare. Ma le vere trasformazioni culturali richiedono pazienza e profondità. Abbiamo bisogno di uomini migliori. Abbiamo bisogno di donne rispettate. Ma soprattutto abbiamo bisogno di famiglie capaci di mostrare ai figli la bellezza dell’alleanza tra uomo e donna.

Perché il contrario della cultura dell’oggetto non è la guerra dei sessi. È la comunione. È un padre che guarda sua moglie con amore. È una madre che si sente valorizzata e custodita. Sono figli che crescono respirando rispetto. È una casa nella quale ogni persona viene riconosciuta per ciò che è: un dono prezioso. Ed è proprio lì, molto prima delle leggi, dei social e delle campagne mediatiche, che nasce la cultura capace di cambiare davvero il mondo.

Antonio e Luisa

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Ester: il coraggio dell’amore

Ci sono libri della Bibbia che parlano esplicitamente di matrimonio. Il Cantico dei Cantici celebra l’amore sponsale nella sua bellezza. Tobia racconta il cammino di due giovani che imparano a costruire una relazione fondata sulla fiducia in Dio. Ester, invece, sembra appartenere a un’altra categoria. A prima vista non parla di coppia, non contiene insegnamenti sul matrimonio e non racconta una storia d’amore nel senso in cui siamo abituati a immaginarla. Eppure, proprio per questo, è un libro straordinariamente attuale.

La storia di Ester è la storia di una donna che cresce. Una donna che attraversa la paura, l’incertezza, il senso di inadeguatezza e il peso delle aspettative degli altri fino a scoprire chi è veramente e quale missione le è affidata. E questa è una storia che riguarda tutti noi. Perché non esiste un matrimonio sano senza persone che crescono. Non esiste una coppia matura senza uomini e donne che imparano a conoscere se stessi, a riconoscere le proprie ferite e a rispondere con libertà alla chiamata di Dio.

Il libro di Ester è ambientato nell’impero persiano. Il popolo ebraico vive disperso lontano dalla propria terra. In questo contesto troviamo una giovane ebrea orfana, cresciuta dal cugino Mardocheo. Gli eventi la porteranno, in modo del tutto imprevedibile, a diventare regina. Ma il vero cuore del racconto non è la sua ascesa sociale. Il vero cuore della storia è la trasformazione interiore che avviene dentro di lei. All’inizio Ester sembra lasciarsi trasportare dagli eventi. Altri decidono per lei. Altri le dicono cosa fare. Altri la guidano. Progressivamente, però, qualcosa cambia. La ragazza timida e prudente diventa una donna capace di assumersi responsabilità enormi. La persona che cercava soprattutto sicurezza diventa una persona disposta a rischiare per il bene degli altri. È un percorso di crescita che ricorda molto ciò che osserviamo nella vita di coppia.

Molti sposi iniziano la loro relazione portandosi dentro paure, ferite e schemi appresi durante l’infanzia. Spesso reagiamo senza rendercene conto secondo copioni che abbiamo costruito molti anni prima. Cerchiamo approvazione. Evitiamo i conflitti. Abbiamo paura del rifiuto. Sentiamo il bisogno di controllare ciò che ci circonda. Oppure ci nascondiamo dietro maschere che ci impediscono di mostrare chi siamo davvero.

Per questo motivo ho scelto il libro di Ester come nuova tappa del nostro cammino. Dopo aver contemplato l’amore sponsale nel Cantico dei Cantici e dopo aver seguito il percorso di guarigione e maturazione di Tobia e Sara, sento il desiderio di approfondire un aspetto fondamentale della vita relazionale: la crescita della persona.

Molte crisi di coppia non nascono dalla mancanza di amore. Nascono dalla paura. Dall’incapacità di assumersi responsabilità. Dalla dipendenza dal giudizio degli altri. Dalle ferite non guarite. Dalla difficoltà di riconoscere la propria dignità e la propria vocazione. Ester ci aiuta a entrare proprio in questo territorio.

Nel corso delle prossime settimane incontreremo temi estremamente concreti e attuali. Parleremo dell’influenza della famiglia d’origine e di quanto le figure significative della nostra vita continuino a orientare le nostre scelte. Rifletteremo sulle maschere che indossiamo per essere accettati e amati. Ci confronteremo con la paura di fallire e con la tentazione di restare nascosti per non correre rischi. Affronteremo il tema del discernimento, imparando da Ester che non tutte le battaglie vanno affrontate d’impulso e che spesso la vera forza consiste nell’attendere il momento giusto.

Parleremo di manipolazione e di giochi psicologici attraverso la figura di Aman, uno dei personaggi più inquietanti del racconto. Vedremo come il male raramente si presenta in modo evidente, ma preferisce insinuarsi attraverso il risentimento, l’orgoglio e il desiderio di controllo. Rifletteremo sul coraggio, non come assenza di paura, ma come capacità di agire nonostante la paura. Parleremo di vocazione. Di quella personale e di quella sponsale.

Il versetto che accompagnerà tutto il percorso è probabilmente uno dei più belli dell’intera Scrittura: «Chi sa se non sei diventata regina proprio per un tempo come questo?» (Est 4,14). Sono parole che Mardocheo rivolge a Ester in un momento decisivo della sua vita. Ma sono parole che Dio continua a rivolgere a ciascuno di noi. Chi sa se non sei diventato marito proprio per questo tempo? Chi sa se non sei diventata moglie proprio per questo tempo? Chi sa se le prove che stai attraversando non contengono una chiamata più grande di quanto tu riesca a vedere oggi? Questa domanda attraverserà ogni riflessione.

Un’altra caratteristica affascinante del libro di Ester è che il nome di Dio non compare mai. È l’unico libro biblico in cui questo accade. Eppure Dio è presente in ogni pagina. Non appare attraverso miracoli spettacolari. Non parla dal cielo. Non invia profeti. Agisce attraverso coincidenze, incontri, scelte e circostanze apparentemente ordinarie. È il modo in cui Dio opera molto spesso anche nelle nostre vite.

Quando guardiamo una situazione difficile, una crisi matrimoniale, una ferita familiare o una sofferenza personale, abbiamo l’impressione che Dio sia assente. Ester ci insegna invece a riconoscere la sua presenza discreta, nascosta, paziente. Per questo il suo messaggio è ancora così attuale. Viviamo in una cultura che promette sicurezza immediata, gratificazione istantanea e soluzioni rapide. Ester ci mostra invece la via della maturazione, della responsabilità e del coraggio. Ci ricorda che la vera felicità non nasce dall’evitare le difficoltà, ma dal diventare la persona che siamo chiamati a essere. E forse è proprio questo il dono più grande che una persona può offrire al proprio matrimonio: non la perfezione, ma il coraggio di crescere.

Iniziamo dunque questo viaggio insieme a Ester. Scopriremo che la sua storia non è soltanto la storia di una regina vissuta molti secoli fa. È la storia di ogni uomo e di ogni donna che, nonostante le proprie paure, decide di fidarsi di Dio e di diventare protagonista della propria vita. E, proprio per questo, è anche una storia che parla profondamente di Antonio e Luisa, di ogni coppia e di ogni famiglia che desidera trasformare la propria vita in una risposta d’amore alla chiamata di Dio.

Antonio e Luisa

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Satana non inventa le ferite. Le usa.

Quando pensiamo alle tentazioni, spesso immaginiamo qualcosa che arriva dall’esterno. Un pensiero improvviso, un desiderio sbagliato, una spinta verso il peccato. E certamente esiste una dimensione spirituale della tentazione. Il Vangelo ci mostra chiaramente che il demonio cerca di allontanare l’uomo da Dio. Tuttavia c’è un aspetto che spesso trascuriamo e che può aiutarci a comprendere meglio molte delle nostre lotte interiori.

Satana è molto meno creativo di quanto pensiamo. Nella maggior parte dei casi non inventa nulla di nuovo. Trova semplicemente una ferita già presente dentro di noi e ci gira il coltello dentro. Per questo motivo la tentazione è quasi sempre collegata alla nostra storia personale, alle nostre ferite relazionali e a quello che l’Analisi Transazionale chiama copione di vita. In altre parole, il demonio non costruisce da zero le sue strategie, ma sfrutta ciò che è già fragile, irrisolto o dolorante nella nostra interiorità.

Pensiamo a una persona che, fin da bambina, si è sentita poco considerata. Magari nessuno le ha mai detto apertamente che non valeva nulla. Eppure, attraverso sguardi, confronti, giudizi o mancanza di attenzione, ha interiorizzato un messaggio profondo: “Io non valgo”. Quel messaggio diventa una ferita che continua ad accompagnarla nell’età adulta. Ed è proprio lì che si inserisce la tentazione. Ogni critica diventa una conferma del suo scarso valore. Ogni fallimento diventa la prova che è incapace. Ogni errore diventa la dimostrazione che non sarà mai abbastanza. Il demonio non ha bisogno di inventare nuove bugie. Gli basta sussurrare: “Hai visto? È vero. Non vali niente“. La ferita parla e la tentazione amplifica la voce della ferita.

Oppure pensiamo a chi è cresciuto con la convinzione: “Io non merito amore“. Anche questa è una ferita molto diffusa. Queste persone spesso faticano a credere all’amore degli altri. Quando qualcuno le ama davvero sospettano, dubitano, si difendono o aspettano inconsciamente il momento in cui verranno abbandonate. E la tentazione arriva puntuale: “Vedrai che prima o poi ti lascerà”, “Vedrai che ti tradirà“, “Se ti conoscesse davvero smetterebbe di amarti“. Anche in questo caso il demonio non crea la ferita. La utilizza, la alimenta e la trasforma in sfiducia, paura e chiusura relazionale.

Pensiamo poi a chi porta dentro il copione: “Sbaglio sempre“. Sono persone che vivono sotto il peso del perfezionismo e che hanno paura di commettere errori perché ogni errore viene vissuto come una sentenza sul proprio valore personale. Quando sbagliano qualcosa, anche di piccolo, la tentazione non consiste soltanto nel peccato. La tentazione consiste nel credere che quell’errore definisca tutta la loro identità. “Hai fallito“, “Non cambierai mai“, “Non sei all’altezza“, “Lascia perdere“. Quante volte queste frasi sembrano provenire dall’interno della persona e invece rappresentano l’incontro tra una ferita antica e una tentazione presente che cerca di trasformare un errore in una condanna.

Oppure c’è il copione di chi si sente continuamente rifiutato. Basta una mancata risposta a un messaggio, uno sguardo distratto, una critica o un momento di distanza emotiva perché si riattivi immediatamente la ferita. A quel punto la tentazione rincara la dose: “Non gli importa di te“, “Sei sempre l’ultima scelta“, “Nessuno ti vuole davvero“. In realtà magari non è successo nulla di tutto questo. Ma la ferita filtra la realtà e la tentazione la deforma ulteriormente fino a far apparire vero ciò che vero non è.

Potremmo fare molti altri esempi. C’è chi porta dentro la convinzione di dover sempre essere forte e allora vive come una sconfitta ogni momento di fragilità. C’è chi si sente responsabile della felicità di tutti e finisce per caricarsi pesi che non gli appartengono. C’è chi ha imparato che per essere amato deve sempre compiacere gli altri e allora non riesce più a dire di no. C’è chi si sente irrimediabilmente sbagliato e interpreta ogni caduta come la prova definitiva della propria inadeguatezza. In tutti questi casi il demonio non crea la ferita. La trova già presente e la utilizza come punto di ingresso privilegiato.

Lo stesso accade nella vita di coppia. Un marito che porta dentro la convinzione di non essere importante interpreterà facilmente una giornata storta della moglie come una mancanza d’amore. Una moglie che porta dentro una ferita di abbandono vivrà con particolare sofferenza ogni distanza emotiva del marito. Un coniuge che si sente costantemente inadeguato vedrà in ogni osservazione dell’altro una critica alla propria persona. La tentazione non nasce nel vuoto. Trova una porta aperta. E quella porta molto spesso è una ferita che non è stata ancora riconosciuta e guarita.

Per questo motivo non basta dire alle persone di pregare di più. La preghiera è fondamentale. I sacramenti sono indispensabili. La grazia è il cuore della guarigione. Ma è importante anche conoscere il proprio cuore, capire la propria storia, riconoscere i propri copioni e individuare le ferite che continuano a influenzare il presente. Senza questa consapevolezza rischiamo di combattere per anni i sintomi senza comprendere davvero le radici del problema.

Per questo fede e psicologia non sono in contrasto. La fede ci aiuta a riconoscere l’esistenza della battaglia spirituale. Ci insegna che esiste un nemico che cerca di allontanarci da Dio e dalla verità su noi stessi. La psicologia, invece, può aiutarci a comprendere meglio il terreno sul quale questa battaglia si combatte. Può aiutarci a riconoscere le ferite, i bisogni affettivi insoddisfatti, i meccanismi di difesa e i copioni che ci rendono particolarmente vulnerabili a determinate tentazioni. La grazia non sostituisce il lavoro umano e il lavoro psicologico non sostituisce la grazia. Le due dimensioni collaborano. La psicologia può aiutarci a capire dove sono le ferite. La fede può aiutarci a guarirle in profondità attraverso l’incontro con Cristo.

Molte volte ciò che chiamiamo tentazione è proprio una miscela tra una ferita psicologica e una battaglia spirituale. Le due cose non si escludono ma si intrecciano continuamente. Anzi, spesso il demonio utilizza proprio ciò che nella nostra vita non è ancora guarito. È interessante osservare come Gesù si comporta nei Vangeli. Quando incontra una persona ferita non si limita a dirle di combattere il male. Prima la guarda, la ascolta, la accoglie e la guarisce. Perché sa che molte schiavitù nascono da ferite profonde e che la vera liberazione passa attraverso una guarigione del cuore.

Anche noi siamo chiamati a fare lo stesso con noi stessi. Non per giustificare il peccato e nemmeno per negare la responsabilità personale, ma per comprendere dove il male trova spazio dentro di noi. La santità non consiste nel fingere di non avere ferite. Consiste nel permettere a Cristo di entrare proprio lì, nel punto esatto in cui continuiamo a sentirci inadeguati, non amati, sbagliati o rifiutati. Perché il demonio entra nelle ferite per convincerci che non cambieremo mai. Cristo entra nelle stesse ferite per dirci che siamo amati e che possiamo finalmente guarire.

Forse la vera vittoria sulle tentazioni non consiste soltanto nel resistere. Consiste nel permettere a Dio di guarire quelle ferite che rendono la tentazione così convincente. Perché quando una ferita viene illuminata dalla verità, accolta con misericordia e gradualmente guarita, il demonio perde gran parte del potere che aveva su di noi. E ciò che prima era una porta aperta al male può diventare il luogo in cui sperimentiamo più profondamente l’amore e la guarigione di Dio.

Antonio e Luisa

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Una carne sola: Amore e imperfezioni nel matrimonio

Quando si parla di matrimonio cristiano si sente spesso ripetere quella frase della Scrittura che dice che l’uomo e la donna diventeranno una carne sola. È una parola molto bella, ma anche molto impegnativa. Di solito la pensiamo nei momenti più luminosi della vita di coppia: quando c’è sintonia, quando ci capiamo senza bisogno di troppe parole, quando tutto sembra scorrere con naturalezza, quando viene facile sperimentarla nel fare l’amore.

In quei casi è facile sentire che davvero siamo una cosa sola, ma la verità è che siamo una carne sola anche quando litighiamo. Lo siamo anche quando non ci capiamo, quando emergono differenze di carattere, quando il difetto dell’altro diventa motivo di fatica o d’irritazione e addirittura quando, per vari motivi, i coniugi devono separarsi: proprio in quei momenti il matrimonio ci chiede di fare un passo più profondo nell’amore. Nella vita di coppia capita a tutti di scontrarsi con alcuni limiti dell’altro, a volte sono piccoli difetti, altre volte aspetti del carattere che ci fanno davvero soffrire.

Magari uno dei due è impulsivo, mentre l’altro avrebbe bisogno di più calma, oppure uno è molto preciso e l’altro vive tutto con maggiore leggerezza. Ogni tanto uno sente il bisogno di parlare e chiarire subito, mentre l’altro si chiude nel silenzio. Quando queste differenze emergono, la tentazione più comune è quella di iniziare una lotta per cambiare l’altro. Quante volte ci capita di ripetere frasi come: “Perché sei sempre così?” oppure “Possibile che non riesci a cambiare?”. Senza accorgercene entriamo in una logica di accusa, come se il problema fosse tutto dall’altra parte. In quei momenti smettiamo di ragionare come marito e moglie e iniziamo a ragionare come due persone separate che difendono il proprio punto di vista.

Eppure, se davvero siamo diventati una carne sola, allora anche il limite dell’altro non è qualcosa che posso guardare semplicemente dall’esterno. Non significa che sia colpa mia, ma significa che la vita dell’altro ormai è intrecciata alla mia. Non posso più dire semplicemente “questo è un problema tuo”, in qualche modo diventa anche qualcosa che riguarda la nostra vita insieme. Quando questo sguardo cambia, cambia anche il modo in cui cerchiamo di aiutare l’altro a crescere. C’è, infatti, un modo molto diverso di correggere chi amiamo: non è quello di puntare il dito o di ripetere continuamente la stessa critica, è piuttosto quello di assumere il difetto dell’altro come se fosse anche un po’ mio. Significa dire nel cuore: se mia moglie fa fatica in questo, io posso portare con lei questa fatica; se mio marito ha questo limite, io posso aiutarlo con pazienza senza farlo sentire continuamente sotto accusa.

Questo atteggiamento non vuol dire giustificare tutto o rinunciare al dialogo e nemmeno fingere che i problemi non esistano: significa però non mettere l’altro sotto processo, non trasformare ogni difetto in una condanna. Con il tempo ho capito che quando mi concentro solo sul difetto dell’altro, quel difetto sembra crescere sempre di più ai miei occhi, diventa l’unica cosa che vedo. Quando invece provo a guardarlo con uno sguardo di amore, succede qualcosa di diverso: quel limite diventa un’occasione per esercitare la pazienza, per imparare l’umiltà, per crescere nella comprensione reciproca. Spesso accade anche qualcosa di sorprendente: l’altro cambia più facilmente quando si sente accolto, non quando si sente continuamente giudicato.

Il matrimonio però non riguarda soltanto noi due, non è solo una realtà privata fra le quattro mura di casa. Con il sacramento del matrimonio gli sposi diventano qualcosa di più, cioè una piccola cellula viva della Chiesa. La nostra relazione non costruisce solo la nostra felicità o la nostra famiglia, ma contribuisce anche a edificare il corpo della Chiesa. Per questo il modo in cui viviamo le difficoltà, i conflitti e perfino i difetti reciproci ha un valore che va oltre la nostra casa. Quando due sposi imparano a perdonarsi, a portare insieme le fragilità e a non trasformare i limiti dell’altro in una condanna, stanno annunciando qualcosa del Vangelo; stanno mostrando che l’amore può essere più forte dell’egoismo, che la misericordia può vincere sul giudizio.

In questo senso il matrimonio diventa davvero una pietra che costruisce la Chiesa: in poche parole, se io scelgo il bene, questo va a beneficio di tutti; purtroppo è vero anche il contrario. Infatti, se davvero il corpo della Chiesa è uno solo, allora anche il male che faccio si ripercuote sugli altri, come succede ad esempio quando con la punta di un dito prendiamo una “scossa” che attraversa e fa male a tutto il nostro corpo. Basta guardare quando accade qualcosa di brutto, come una separazione, il male si propaga ai figli, ai nonni, ai parenti e agli amici; quando invece accade qualcosa di bello, come ad esempio la nascita di un figlio, ecco che la gioia si diffonde ai fratelli e sorelle, ai nonni, ai parenti e agli amici.

Il matrimonio non è fatto di teorie, ma di giornate storte, stanchezza, incomprensioni e caratteri diversi che devono imparare a convivere. Accogliere l’altro con i suoi limiti non significa rassegnarsi al male, ma credere che l’amore può lavorare nel cuore dell’altro e, nello stesso tempo, nel nostro, perché spesso, mentre siamo concentrati nel voler cambiare il coniuge, scopriamo che Dio sta lavorando soprattutto dentro di noi.

Essere una carne sola non significa essere perfetti o andare sempre d’accordo, ma camminare insieme anche nelle fragilità. Quando uno cade, l’altro lo sostiene, quando uno è più debole, l’altro porta per un po’ più peso (e a volte anche tutto). Ed è proprio così che il matrimonio diventa davvero un sacramento, un luogo dove l’amore di Dio prende forma nella vita di ogni giorno. Non si resta insieme perché si è trovata la persona perfetta, ma perché si è deciso ogni giorno di amare una persona imperfetta. È questa scelta quotidiana, fatta di pazienza, perdono e tenerezza, che trasforma due vite in una sola storia d’amore destinata a crescere nel tempo.

Da alcune settimane è uscito il libro con i miei articoli su questo blog. Potete acquistarlo a questo link.

Ettore Leandri

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Tobia e Sara diventano storia: la coppia che lascia un’eredità

«Ricòrdati, figlio, dei comandamenti che ti diede tua madre…» (Tb 14,10)

Eccoci all’ultimo modulo sul libro di Tobia. L’amore diventa eredità. Clicca  qui per leggere i moduli già pubblicati.

C’è una domanda che quasi nessuna coppia si pone nei primi anni di matrimonio. È normale. All’inizio ci si concentra su altro: costruire la vita insieme, trovare un equilibrio, affrontare le difficoltà, crescere i figli, pagare le bollette, organizzare il tempo. Le energie sono tutte rivolte al presente. Poi, a un certo punto, accade qualcosa. Gli anni passano. I figli crescono. Le stagioni della vita si susseguono. E lentamente emerge una domanda diversa: che cosa resterà di noi? Non quanti beni abbiamo accumulato. Non quanti successi abbiamo ottenuto. Non quante soddisfazioni abbiamo avuto. Che cosa resterà del nostro amore?

Il capitolo finale del libro di Tobia è attraversato proprio da questa domanda. Dopo i viaggi, le paure, le ferite, le guarigioni e le riconciliazioni, la storia rallenta. Non ci sono più colpi di scena. Non ci sono più demoni da affrontare. Non ci sono più prove da superare. C’è una coppia che guarda avanti. Per gran parte della vita ci preoccupiamo di sopravvivere. Cerchiamo di risolvere problemi, affrontare crisi, evitare sofferenze. Ma la maturità porta con sé una nuova consapevolezza: la vita non ci è stata donata soltanto per essere vissuta. Ci è stata donata anche per essere trasmessa.

Tobia ormai è diventato un uomo adulto. Ha attraversato la prova. Ha visto suo padre guarire. Ha costruito una famiglia. Ha conosciuto il dolore e la gioia. Non è più il giovane che era partito da casa accompagnato da Raffaele. Adesso il suo sguardo si posa sulle generazioni future. Questo è uno dei segni più evidenti della maturità umana e spirituale. Quando siamo giovani la domanda principale è: “Cosa riceverò dalla vita?” Quando diventiamo maturi la domanda cambia: “Cosa lascerò?

Questa trasformazione è fondamentale anche per gli sposi. Molte coppie restano intrappolate per anni in una logica di consumo relazionale. Anche inconsapevolmente continuano a chiedersi: “Cosa mi dà questo matrimonio? Quanto mi rende felice? Quanto soddisfa i miei bisogni?” Sono domande legittime, ma non possono essere le uniche. L’amore maturo, prima o poi, compie un passaggio decisivo. Smette di guardare soltanto a ciò che riceve e comincia a guardare a ciò che genera.

Dal punto di vista dell’Analisi Transazionale e della psicologia dello sviluppo, questo passaggio può essere descritto come il movimento verso la generatività. Erik Erikson la considerava uno dei compiti fondamentali della maturità: uscire dal ripiegamento su se stessi per diventare sorgente di vita per altri. Tuttavia, per gli sposi cristiani, questa capacità non nasce soltanto da un processo psicologico. Nasce anche dalla grazia del sacramento del matrimonio. È il frutto di un amore sponsale che, vivendo negli anni il dono reciproco, impara ad assomigliare sempre di più all’amore di Cristo. Il sacramento dilata il cuore degli sposi e li rende capaci di amare oltre se stessi, oltre i propri bisogni immediati, oltre il semplice stare bene insieme.

Una coppia generativa non vive soltanto per la propria felicità. Diventa una benedizione. Questo non riguarda soltanto i figli biologici. Certamente i figli sono una forma privilegiata di generatività. Ma il concetto è molto più ampio. Esistono coppie che non hanno figli e che generano vita ovunque passino. Persone che accolgono, ascoltano, accompagnano, educano, sostengono. Persone che lasciano il mondo un po’ migliore di come lo hanno trovato. La vera fecondità non si misura soltanto dal numero di figli che si hanno. Si misura dalla vita che si è capaci di trasmettere.

Nel capitolo finale di Tobia emerge proprio questa dimensione. I protagonisti non pensano più soltanto alla propria storia. Diventano custodi di una memoria e trasmettitori di un’eredità. Ed è interessante osservare quale eredità venga trasmessa. Non una tecnica. Non una strategia. Non un successo. Viene trasmessa una storia. Le persone non vengono cambiate principalmente dalle idee. Vengono cambiate dalle storie. I figli, i nipoti, le persone che incontriamo, non ricorderanno tutte le nostre parole. Ma ricorderanno il modo in cui abbiamo vissuto. Ricorderanno se siamo stati capaci di amarci. Ricorderanno come abbiamo attraversato le crisi. Ricorderanno se abbiamo saputo chiedere perdono. Ricorderanno se siamo rimasti fedeli.

In altre parole, la testimonianza precede sempre l’insegnamento. Questo è un aspetto che spesso sottovalutiamo. Pensiamo che educare significhi soprattutto spiegare. In realtà si educa soprattutto vivendo. Ogni coppia racconta una storia, anche quando non se ne rende conto. La domanda è: quale storia stiamo raccontando? Una storia di paura o di fiducia? Una storia di controllo o di libertà? Una storia di egoismo o di dono? Una storia di chiusura o di accoglienza?

La risposta non dipende dalla perfezione. Nessuna coppia è perfetta. Nemmeno Tobia e Sara lo erano. Hanno conosciuto il dolore, la paura, il dubbio. Hanno attraversato momenti in cui tutto sembrava perduto. Eppure proprio quelle ferite sono diventate parte della loro testimonianza. Questa è una delle intuizioni più profonde del libro di Tobia: non è la perfezione che rende feconda una coppia. È la capacità di lasciare che Dio trasformi le ferite in sorgenti di vita.

Molti sposi pensano di poter essere un esempio soltanto quando tutto funziona. In realtà spesso è il contrario. Le persone vengono toccate quando vedono una coppia che ha sofferto e continua ad amarsi. Una coppia che ha attraversato una crisi e non ha smesso di credere nella relazione. Una coppia che ha conosciuto il limite e ha imparato a vivere dentro quel limite senza smettere di sperare.

La vera autorevolezza nasce da qui. Non dalla perfezione. Dalla verità. Per questo il capitolo finale di Tobia è così importante. Non conclude semplicemente una storia. Mostra il suo frutto. La storia di Tobia e Sara non finisce nella coppia. Si diffonde. Diventa memoria. Diventa insegnamento. Diventa benedizione. Ed è questo, in fondo, il traguardo più alto del matrimonio cristiano. Non semplicemente stare bene insieme. Non semplicemente durare nel tempo. Ma diventare una presenza che genera vita attorno a sé.

Una coppia che vive così non trattiene l’amore. Lo lascia circolare. I figli ne beneficiano. Gli amici ne beneficiano. La comunità ne beneficia. Perfino persone che non incontreranno mai direttamente potranno essere raggiunte dall’eco di quell’amore. Forse è proprio questo il significato più profondo della fecondità spirituale. Accettare che la nostra vita non ci appartiene completamente. Che ciò che viviamo oggi può diventare nutrimento per qualcuno domani. Che ogni gesto di amore autentico lascia una traccia. Che ogni fedeltà custodita costruisce futuro.

Alla fine del libro, Tobia e Sara non sono più semplicemente due persone che si sono amate. Sono diventati una storia. E le storie che portano dentro la verità dell’amore non muoiono con chi le ha vissute. Continuano a generare vita. Perché l’amore vero non finisce nella coppia. L’amore vero si diffonde. E quando nasce dall’incontro tra la libertà degli sposi e la grazia del sacramento, diventa una forza capace di attraversare le generazioni e di lasciare nel mondo una traccia di Dio.

Il 20 giugno uscirà il nostro nuovo libro TOBIA E SARA. La guarigione dell’amore, dove troverete tutti i moduli pubblicati in queste settimane. Come sempre solo su Amazon.

Antonio e Luisa

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I metodi naturali: una scuola d’amore anche per il marito

Quando si parla di metodi naturali, spesso si commette un errore di prospettiva. Si pensa che siano una questione femminile. Si pensa che riguardino il ciclo, l’ovulazione, la temperatura basale, i giorni fertili e infertili. In altre parole, si pensa che siano qualcosa che la donna deve conoscere e gestire. In realtà i metodi naturali sono molto di più. Sono una scuola di amore sponsale. E, forse, il primo a doverli riscoprire è proprio l’uomo.

La mentalità contraccettiva ha prodotto un effetto culturale profondo: ha separato l’uomo dal mistero della fertilità femminile. Ha trasformato la fecondità in un problema tecnico da controllare e la sessualità in un’esperienza da rendere disponibile sempre e comunque. I metodi naturali, invece, fanno esattamente il contrario. Invitano l’uomo a rallentare, a osservare, a conoscere. Lo aiutano a comprendere che il corpo della donna non è una macchina programmata per rispondere ai suoi desideri, ma un mistero vivente che custodisce una sapienza profonda.

Molti uomini che iniziano questo percorso insieme alla moglie scoprono qualcosa di sorprendente. Scoprono che il corpo femminile non è mai uguale a sé stesso. Attraversa fasi diverse, ritmi diversi, sensibilità diverse. Cambiano le energie, cambiano le emozioni, cambia il desiderio, cambia perfino il modo di percepire la realtà. Dietro questi cambiamenti non c’è fragilità o incoerenza. C’è vita. C’è una straordinaria armonia inscritta nella natura umana.

San Giovanni Paolo II ha insegnato che il corpo possiede un linguaggio. I metodi naturali insegnano proprio ad ascoltare quel linguaggio. Un marito che accompagna la moglie nella conoscenza della fertilità impara gradualmente a guardarla con occhi nuovi. Non vede più soltanto una donna che ama e desidera. Vede una donna capace di generare la vita. Vede che dentro quel corpo, ogni mese, si prepara la possibilità di accogliere una nuova persona. Vede che ciò che il mondo considera soltanto un fatto biologico è in realtà un prodigio che si rinnova continuamente.

Quando un uomo contempla davvero questo mistero, difficilmente continua a guardare il corpo della moglie come qualcosa da utilizzare per il proprio piacere. Nasce spontaneamente il rispetto. Nasce la meraviglia. Nasce la gratitudine. Perché si accorge che quel corpo custodisce una vocazione immensa: collaborare con Dio all’opera della creazione.

Anche la relazione cambia profondamente. L’uomo impara che non tutto ruota attorno ai propri bisogni e ai propri tempi. Scopre la bellezza dell’attesa. Impara ad ascoltare. Impara a dialogare. Impara a tenere conto di ciò che l’altra persona vive e sente. Inizia a comprendere che l’amore maturo non consiste nell’ottenere ciò che si desidera quando lo si desidera, ma nel cercare insieme il bene dell’altro. È un passaggio fondamentale, perché trasforma la sessualità da esperienza individuale a esperienza autenticamente sponsale.

Per questo i metodi naturali non sono semplicemente una tecnica per regolare la fertilità. Sono un percorso educativo. Educano il cuore prima ancora del comportamento. Educano a uscire dalla logica della pretesa per entrare in quella del dono. Educano a riconoscere che l’altro non esiste per soddisfare i nostri bisogni, ma è una persona da accogliere, rispettare e amare nella sua unicità.

C’è poi un aspetto profondamente spirituale che spesso viene trascurato. Ogni volta che un marito si interessa sinceramente alla fertilità della moglie, ogni volta che cerca di comprendere i suoi ritmi e il suo corpo, entra simbolicamente in punta di piedi in un luogo sacro. Si avvicina a quel mistero della vita che Dio ha affidato in modo speciale al corpo femminile. E questa vicinanza genera stupore.

Molti uomini raccontano che, proprio grazie ai metodi naturali, hanno imparato ad amare di più la propria moglie. Non perché abbiano meno desiderio, ma perché il desiderio è diventato più profondo. Più rispettoso. Più vero. La donna non viene più ridotta a ciò che offre. Diventa qualcuno da contemplare. Qualcuno da custodire. Qualcuno da comprendere.

Forse è proprio questo uno dei doni più belli dei metodi naturali. Ricordare all’uomo che la fertilità della donna non è un ostacolo da aggirare, ma una meraviglia da conoscere. Ricordargli che il corpo femminile non è un oggetto disponibile, ma una storia sacra scritta da Dio. Ricordargli che amare davvero significa conoscere l’altro sempre più profondamente, fino ad accogliere con rispetto i suoi ritmi, i suoi tempi e perfino i suoi silenzi.

Quando un uomo scopre il mistero della fertilità della donna, non si innamora soltanto di una funzione biologica. Si innamora ancora di più della donna stessa. E comprende che la meraviglia è una delle forme più alte dell’amore.

Antonio e Luisa

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Oltre il “Noi”

Prima o poi, in ogni coppia di sposi, arriva il desiderio di prendersi cura di qualcuno e di farlo insieme. Non è una pretesa ma quasi un’esigenza: dopo aver coronato il sogno delle nozze, dopo che quel “Sì” è diventato quotidiano, ecco che il cuore si vuole allargare ancora. Vuole di più! Dopo aver visto nascere un Noi vuole andare Oltre, ha sete di infinito, di gustare ancora Bellezza.

Molti sposi, davanti a questa esigenza, hanno pochi dubbi: cane o gatto che sia, arriva un animale domestico. Una creatura a cui dare affetto, carezze, cura. Un animale che fa compagnia, che riconosce nella coppia una presenza sicura, stabile e affettuosa, e con cui crea un legame. Chi ha avuto un animale domestico sa quanto amore possa dare: è uno stupore quotidiano, un’avventura bellissima e un lutto vero e proprio al momento della morte. Dio ha fatto perfette le Sue creature, ognuna a suo modo, e gli animali arricchiscono la casa, chiedendo al contempo rispetto e cure.

Tuttavia, gli animali domestici possono diventare il surrogato del figlio, desiderato ma temuto, e farne le veci: gli sposi non riescono a dire Sì al figlio, dunque lo dicono ad un cane o un gatto. Che sono sì, impegnativi, ma rispetto ad un figlio certamente più facili da gestire, meno costosi. Un animale non ti rivoluziona la vita: te la cambia, certamente, ma fino ad un certo punto. Un animale non ti porta una nuova identità, non fa Verità sulla tua coppia, non ti invoglia a cambiare prospettive e, certamente, non ti dà la misura della pienezza della vita. Un figlio sì.

Tanto temuto, il figlio rivoluziona la vita. Ti chiede di diventare padre o madre, fino in fondo, ti incoraggia a cambiare prospettive e ti dona una pienezza incalcolabile. Perché? Gli sposi, generando vita, si fanno collaboratori di Dio nella Creazione – come afferma il Catechismo. L’atto generativo è quanto più ci avvicina a Dio. Con un figlio tocchiamo con mano la nostra umanità, tutto il nostro corpo, e scopriamo che siamo fatti per un Oltre. Generando vita ne scopriamo la sua sacralità dal momento del concepimento, a dispetto di tutte le false ideologie che ci suggeriscono che inizi dopo – non si sa bene quando o a quante settimane.

Affidandoci al Signore, scopriamo che i figli sono Suoi e non nostri, vengono da Lui che li ha creati. Noi siamo strumenti, Lui il primo e vero Creatore, il primo Maestro ed educatore. Molti sposi non arrivano a gustare tutto questo, per paura. Altrettanti non possono, a causa di infertilità o simili difficoltà mediche. E dunque? Non possono forse generare?

Il desiderio di generatività è insito in ogni uomo e donna. Ogni coppia è chiamata alla fecondità dove si trova e con i mezzi che ha. Questa fecondità può esplicarsi in tanti modi, andando Oltre noi, anche oltre il nostro corpo: prendersi cura di una realtà, servire la propria comunità, prendersi cura dei giovani, di altre coppie… di ciò che il Signore vuole. La generatività ti porta fuori dal tuo orticello, dalla bella casa che vi siete creati ma che non può sfamare fino in fondo il vostro cuore.

Rispondere ad un desiderio di fecondità è bello, è giusto. Se questo include il prendersi cura di un animale domestico, ben venga. Credo, però, occorra andare oltre questo e rivolgersi al Popolo di Dio, a quel “prossimo” che Gesù ci ha chiesto di amare. Il Creato è prezioso, è per noi, ma noi siamo la Creatura più bella di Dio: siamo fatti a Sua immagine e somiglianza.

Cari sposi, non cadiamo nel tranello del “Prima il cane, poi il figlio”! È facile che un animale ci dia quella soddisfazione che cerchiamo, è altrettanto facile adagiarsi su questo. Come sposi, siamo chiamati a molto di più. Invece spesso (come suggerisce Don Renzo Bonetti) utilizziamo la “centrale elettrica” del nostro Amore sacramentale per illuminare… solo casa nostra. Lasciamoci stupire da Dio!

Giada Moneti

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Il ritorno di Tobia: quando si torna diversi

«Tobia andò incontro al padre e gli applicò il medicamento agli occhi.» (Tb 11,11)

In questo diciottesimo modulo sul libro di Tobia affrontiamo il cambiamento. Le prove non ci restituiscono alla vita di prima: ci trasformano, e l’amore maturo sa riconoscere, accogliere e amare la persona che l’altro è diventato. Clicca  qui per leggere i moduli già pubblicati.

Ci sono ritorni che sembrano semplicemente la conclusione di un viaggio. E poi ci sono ritorni che segnano l’inizio di una vita nuova. Quello di Tobia appartiene alla seconda categoria. Quando parte da casa è un giovane che deve ancora scoprire chi è. Quando ritorna è un uomo. Ha attraversato paure, responsabilità, prove, ha incontrato l’amore di Sara, ha sperimentato la guida di Dio attraverso Raffaele e soprattutto ha imparato a fidarsi. Per questo il versetto guida è così potente. Colui che era partito per cercare una soluzione ai problemi della famiglia torna capace di guarire il padre. Chi era stato accompagnato ora è diventato qualcuno che può accompagnare. Chi aveva bisogno di essere guidato è diventato adulto.

Questo è uno dei grandi insegnamenti del libro di Tobia: le prove non servono soltanto a risolvere problemi. Servono a trasformare le persone. Noi invece spesso affrontiamo le difficoltà con una sola domanda: “Come faccio a tornare come prima?”. Ma la vita raramente funziona così. Dopo una prova importante non si torna mai davvero come si era prima. Si torna diversi. E questo vale anche per il matrimonio.

Molte coppie vivono crisi proprio perché non comprendono questa realtà. Dopo anni insieme, dopo la nascita dei figli, dopo una malattia, una difficoltà economica, una delusione, un trasferimento o una crisi relazionale, continuano inconsciamente ad aspettarsi che tutto torni come prima. Ma il prima non esiste più. Le persone coinvolte sono cambiate. E quando si pretende di ritrovare ciò che c’era prima, spesso si finisce per non accorgersi di ciò che sta nascendo adesso.

In Analisi Transazionale si parla di identità dinamica. Significa che la persona non è una fotografia immobile ma una realtà in continua evoluzione. Ogni esperienza significativa lascia una traccia. Ogni sofferenza affrontata modifica qualcosa dentro di noi. Ogni scelta importante cambia il nostro modo di vedere il mondo. Ogni ferita guarita ci rende diversi. Non siamo mai esattamente la stessa persona che eravamo dieci anni fa. E questo vale anche per il nostro coniuge.

Il problema è che spesso il nostro sguardo rimane fermo mentre la persona cambia. Continuiamo a guardare il marito o la moglie attraverso vecchie categorie. Continuiamo a vedere il ragazzo o la ragazza che abbiamo conosciuto anni prima. Continuiamo a interpretare i suoi comportamenti alla luce di ferite che magari ha già superato. Oppure continuiamo a giudicarlo per errori che non lo rappresentano più. In questo modo rischiamo di amare il ricordo di una persona invece della persona reale.

Quante volte accade nelle coppie. Una moglie continua a vedere il marito come il ragazzo immaturo dei primi anni di matrimonio, senza accorgersi di quanto sia cresciuto. Un marito continua a vedere la moglie come una persona fragile e insicura, senza riconoscere la donna forte che è diventata. A volte addirittura continuiamo a vedere il coniuge attraverso il filtro di una crisi passata, incapaci di riconoscere il lavoro che ha fatto per cambiare.

Tobia invece torna trasformato. E il testo lo mostra in modo meraviglioso proprio attraverso la guarigione del padre. Tobi era partito come colui che proteggeva. Ora è lui ad aver bisogno di essere aiutato. Tobia era partito come figlio. Ora ritorna come uomo capace di donare. È un capovolgimento che racconta una verità profonda: le prove autentiche fanno crescere.

Anche nel matrimonio succede così. Ci sono sofferenze che ci spezzano e ci rendono più chiusi. Ma ce ne sono altre che, se attraversate con Dio, ci rendono più maturi. Pensiamo a una coppia che supera una crisi importante. Quando ne esce, se ne esce bene, non torna alla situazione precedente. Ha imparato qualcosa. Ha sviluppato maggiore empatia. Ha scoperto fragilità che prima ignorava. Ha acquisito strumenti nuovi. È diventata diversa.

Ed è qui che emerge una delle sfide più importanti dell’amore sponsale: aggiornare continuamente lo sguardo sull’altro. Molti sposi smettono di conoscersi perché credono di conoscersi già. Pensano di sapere tutto del partner. Pensano di sapere come reagirà, cosa penserà, cosa proverà. Ma una persona viva non finisce mai di rivelarsi. Una relazione sana mantiene viva la curiosità.

Forse una delle domande più belle che uno sposo possa rivolgere al coniuge è questa: “Chi stai diventando?”. Non chi eri. Non chi penso che tu sia. Ma chi stai diventando oggi. È una domanda che apre spazi enormi di intimità. Perché permette all’altro di raccontare la propria trasformazione.

Anche Dio fa così con noi. Dio non ci ama come statue immobili. Ci accompagna nella crescita. Guarda ciò che stiamo diventando. Ha pazienza con i nostri tempi. Non ci definisce attraverso i nostri errori passati. Non ci inchioda alle nostre cadute. Vede sempre una possibilità di crescita.

Quando uno sposo impara a guardare il coniuge con questo stesso sguardo, il matrimonio diventa un luogo di rinascita continua. Si smette di dire: “Tu sei fatto così”. Si inizia a dire: “Vedo come stai cambiando”. Si smette di giudicare. Si inizia ad accompagnare.

Questo processo coincide con la ridefinizione del legame. Quando una persona cambia, anche la relazione deve cambiare. Non si può continuare a stare insieme nello stesso modo di dieci anni prima. Occorre trovare nuove forme di dialogo, nuove modalità di vicinanza, nuovi equilibri. Le coppie più solide non sono quelle che rimangono identiche nel tempo. Sono quelle che sanno trasformarsi insieme.

Per questo il ritorno di Tobia non è semplicemente il lieto fine della storia. È l’inizio di una nuova stagione. Una stagione in cui lui, Sara e la sua famiglia dovranno imparare a vivere alla luce delle trasformazioni avvenute. Lo stesso accade per ogni coppia. Ogni prova superata apre una fase nuova. Ogni crisi attraversata cambia il modo di amarsi. Ogni ferita guarita genera una relazione diversa.

Forse il messaggio più importante di questi capitoli è proprio questo: non bisogna avere nostalgia di ciò che eravamo. Dio non lavora per riportarci indietro. Lavora per farci crescere. E quando torniamo da un viaggio, da una crisi o da una prova, il vero miracolo non è ritrovare la persona che eravamo prima. Il vero miracolo è accogliere con gratitudine la persona che siamo diventati. Perché nessuno torna mai davvero come era partito. Si torna sempre come si è diventati.

Antonio e Luisa

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Io ti amo, ma non riesco a fidarmi

Ci sono persone che vivono il matrimonio con una paura costante nel cuore. Magari non lo dicono apertamente. Magari sembrano forti, autonome, persino controllanti. Ma dentro portano un pensiero silenzioso che torna sempre: “Prima o poi mi lascerà.” E allora amano… ma restano in allerta. Una moglie vede il marito più distante per qualche giorno e immediatamente pensa: “Non mi desidera più.” Un marito trova la compagna più fredda o distratta e dentro sente salire il panico. Bastano dettagli piccolissimi: un messaggio letto e non risposto, una serata più silenziosa, meno tenerezza del solito, uno sguardo assente. Per altri sono cose normali. Per chi porta dentro il copione dell’abbandono diventano terremoti.

L’Analisi Transazionale ci aiuta a capire che spesso queste reazioni non nascono davvero dal presente. Nascono da ferite molto più antiche. Da un Bambino interiore che, tanto tempo fa, ha imparato che l’amore può sparire. Che le persone importanti possono diventare fredde, imprevedibili o assenti. A volte succede in famiglie dove ci si sentiva amati solo quando si era perfetti. Altre volte in storie segnate da tradimenti, rifiuti, separazioni emotive, instabilità. E allora il bambino prende una decisione inconscia: “Non posso rilassarmi davvero nell’amore.” Oppure: “Se amo troppo, soffrirò.” Il problema è che quel bambino cresce… ma la paura resta.

Così magari quella persona trova finalmente qualcuno che la ama davvero, ma non riesce a crederci fino in fondo. E inizia inconsciamente a chiedere continue prove d’amore. “Mi ami?” “Sei sicuro?” “C’è qualcosa che non va?” “Perché oggi sei diverso?” “Ti sei stancato di me?” A volte non sono nemmeno le parole a parlare. È l’atteggiamento. Il bisogno continuo di controllare. Di verificare. Di interpretare ogni minimo cambiamento. E dietro tutto questo spesso non c’è cattiveria. C’è paura. La paura tremenda di essere lasciati.

Ci sono mogli che controllano continuamente il tono del marito per capire se qualcosa sta cambiando. Mariti che vanno in crisi se la moglie ha bisogno di uno spazio personale. Persone che si sentono amate solo quando ricevono attenzioni costanti. E se queste attenzioni diminuiscono anche solo un po’, dentro si riapre una ferita enorme. Il paradosso è dolorosissimo: più si ha paura di perdere l’amore, più si rischia di soffocarlo. Perché chi vive accanto a queste dinamiche, lentamente, può sentirsi impotente. Come se niente bastasse mai. Può rassicurare cento volte… ma arriverà sempre la centounesima richiesta.

E allora nascono litigi strani. Litigi che in realtà non parlano del presente. Parlano di ferite antiche. Una moglie magari dice: “Non mi hai scritto oggi.” Ma dentro sta dicendo: “Ho paura di non essere importante per te.” Un marito magari si arrabbia perché la moglie esce con le amiche. Ma dentro sta gridando: “Ho paura che tu possa stare bene anche senza di me.E spesso queste persone si vergognano persino delle loro paure. Perché si sentono “troppo”. Troppo sensibili. Troppo bisognose. Troppo fragili.

Ed è qui che il Vangelo diventa qualcosa di profondamente terapeutico. Tommaso, dopo la morte di Gesù, non riesce più a fidarsi. Gli altri apostoli parlano di resurrezione, di speranza, di vita… ma lui no. Lui vuole vedere. Vuole toccare. Vuole prove. “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi… io non crederò.” Dietro quella frase non c’è solo incredulità. C’è un uomo ferito. Tommaso aveva amato davvero Cristo. Aveva creduto in Lui. E ora ha paura di illudersi ancora. Ha paura di soffrire di nuovo.

Ed è bellissimo vedere come reagisce Gesù. Cristo non lo umilia. Non gli dice: “Vergognati.” “Possibile che dubiti ancora?” “Sei sbagliato.” No. Gli mostra le ferite. È una scena di una tenerezza immensa. Perché Gesù capisce che dietro quel bisogno di prove c’è un cuore ferito. E questo cambia tantissimo anche dentro il matrimonio. Perché alcune persone non hanno bisogno di qualcuno che le rimproveri per la loro paura. Hanno bisogno di qualcuno che non fugga davanti alla loro fragilità. Qualcuno che dica: “Capisco che hai paura. Ma io resto.

Naturalmente questo non significa giustificare il controllo ossessivo, la gelosia distruttiva o la dipendenza affettiva. L’amore vero non annulla la libertà. Però significa imparare a guardare certe reazioni con compassione e verità insieme. Perché dietro certi comportamenti pesanti c’è spesso un cuore terrorizzato dall’idea di non essere abbastanza amabile. E il matrimonio può diventare proprio il luogo dove questo copione lentamente guarisce. Non in modo magico. Non in un giorno. Ma attraverso migliaia di piccoli gesti fedeli. Un marito che torna. Una moglie che accoglie. Una carezza dopo un litigio. Una presenza stabile. Una promessa mantenuta. Qualcuno che non scappa davanti alle fragilità dell’altro.

Così, lentamente, il cuore impara qualcosa di nuovo: “Forse non devo vivere sempre in difesa.” “Forse posso smettere di controllare tutto.” “Forse posso essere fragile… senza essere abbandonato.” Cristo risorto non cancella le ferite di Tommaso. Le attraversa con lui. Ed è forse questo uno dei miracoli più grandi del matrimonio cristiano: quando due persone smettono di combattersi le ferite… e iniziano finalmente a custodirsele.

Antonio e Luisa

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Le brave persone che diventano fredde nel matrimonio

Ci sono matrimoni che non finiscono con un tradimento. Non finiscono con una fuga. Non finiscono con grandi litigi o con piatti che volano. Da fuori sembrano persino matrimoni belli. Coppie serie. Persone corrette. Persone di fede. Persone che fanno il proprio dovere. Eppure, lentamente, qualcosa muore lo stesso. Muore il calore. Muore la leggerezza. Muore la gioia di sentirsi accolti. Rimane la struttura della coppia, ma non il respiro dell’amore. Ed è terribile perché spesso nessuno se ne accorge. Nemmeno loro.

Ci sono mogli che da anni non fanno altro che correggere il marito. “Te lo dico per il tuo bene.” “Dovresti essere più presente.” “Dovresti pregare di più.” “Dovresti impegnarti di più con i figli.” E magari quelle cose sono anche vere. Ma il problema è il modo. Il problema è che l’altro non si sente più amato. Si sente costantemente valutato. Come uno studente sotto esame. Come qualcuno che non raggiunge mai davvero il livello richiesto.

Oppure ci sono mariti che diventano emotivamente duri. Non urlano. Non insultano. Ma hanno sempre quell’atteggiamento distante, controllato, moralmente superiore. Uomini che magari lavorano tanto, non tradiscono, fanno il loro dovere, ma non accarezzano più il cuore della moglie. Non la guardano più con tenerezza. La osservano solo attraverso ciò che manca. Attraverso gli errori. Attraverso ciò che “dovrebbe essere”. Ed è qui che bisogna avere il coraggio di dirlo: alcuni matrimoni non muoiono per il peccato. Muoiono per la durezza.

L’Analisi Transazionale descrive molto bene questa dinamica attraverso lo stato dell’Io chiamato Genitore Critico. È quella parte di noi che giudica, corregge, pretende, controlla, stabilisce cosa è giusto e cosa è sbagliato. In sé non è negativa. Anzi, serve. Perché senza limiti e senza responsabilità una relazione si distruggerebbe. Ma il problema nasce quando questo stato dell’Io invade tutto. Quando una persona non riesce più ad entrare nella relazione con tenerezza, ma solo con controllo. A quel punto il coniuge non viene più incontrato. Viene misurato.

E nelle coppie credenti questa dinamica può diventare persino più pericolosa, perché il Genitore Critico può spiritualizzarsi. Si usa la fede per controllare. Si usa Dio per giudicare. Si usa il Vangelo per correggere continuamente l’altro. Persone che parlano sempre di sacrificio ma che non sanno più sorridere. Persone che difendono la verità ma dimenticano la misericordia. Persone convinte di essere spiritualmente mature, mentre magari stanno solo diventando emotivamente rigide.

E la cosa più triste è che spesso dietro questa rigidità c’è anche tanta sofferenza. Perché molte persone così non sono cattive. Sono ferite. Sono uomini e donne cresciuti sentendosi amati solo quando erano bravi. Bambini che hanno imparato che sbagliare significa perdere valore. Che bisogna meritarsi l’amore. Che bisogna essere perfetti per essere accolti. E allora diventano adulti incapaci di rilassarsi dentro una relazione. Devono controllare tutto. Devono correggere tutto. Devono sentirsi “quelli giusti”, perché sotto sotto hanno un terrore enorme: sentirsi sbagliati.

Così anche il matrimonio diventa un luogo di prestazione. E qui succede una dinamica relazionale molto profonda che l’Analisi Transazionale spiega benissimo: quando un coniuge entra continuamente nel Genitore Critico, spesso l’altro finisce nel Bambino Adattato. Cioè smette di essere spontaneo. Comincia a camminare sulle uova. Cerca continuamente di non sbagliare. Dice meno cose. Nasconde parti di sé. Evita conflitti. Si adegua. Fa il bravo. Ma dentro, lentamente, accumula frustrazione. Perché nessun essere umano riesce a vivere a lungo sentendosi costantemente giudicato.

E allora accade qualcosa di molto umano e molto doloroso: la parte ribelle, prima o poi, cerca una via d’uscita. Magari non apertamente. Magari nel nascondimento. Ci sono persone che iniziano a rifugiarsi in piccoli vizi segreti. Ore passate chiusi nel telefono. Pornografia. Chat nascoste. Dipendenze emotive. Shopping compulsivo. Gioco. Bugie apparentemente piccole. Oppure semplicemente iniziano a vivere una doppia vita interiore: fuori impeccabili, dentro pieni di rabbia, evasione e tristezza. Perché il Bambino Adattato, quando non riesce più a respirare, lascia emergere il Bambino Ribelle.

E spesso chi sta nel Genitore Critico non capisce nemmeno perché l’altro stia cambiando così tanto. “Con tutto quello che faccio per lui.” “Con tutto quello che faccio per lei.” Ma il punto è che nessuno può vivere soltanto sotto pressione morale senza cercare, in qualche modo, un luogo dove sentirsi libero. Questo non giustifica il peccato. Ma aiuta a capire tante dinamiche che altrimenti sembrano inspiegabili. A volte dietro certi comportamenti sbagliati non c’è soltanto cattiveria. C’è un cuore che da anni non si sente accolto. Non si sente guardato con dolcezza. Non si sente libero di essere fragile senza paura di essere umiliato.

E qui il Vangelo ci colpisce in modo potentissimo con la figura del fratello maggiore nella parabola del figlio prodigo. Lui è il bravo figlio. Quello rimasto sempre a casa. Quello obbediente. Quello corretto. Eppure è proprio lui quello più lontano dal cuore del padre. Quando vede il fratello accolto non riesce a gioire. Non riesce ad amare. Riesce solo a fare conti. “Io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito.” È impressionante: parla da servo, non da figlio. Parla come qualcuno che ha trasformato la relazione in una prestazione.

E quanti matrimoni vivono così. “Con tutto quello che faccio per te.” “Dopo tutti i sacrifici che faccio.” “Possibile che devo sempre capire io?” “Possibile che tu non cambi mai?” Frasi che magari nascono da una fatica reale, ma che poco alla volta costruiscono una relazione senza respiro. Perché nessuno riesce a fiorire davvero sotto uno sguardo che giudica continuamente.

Gesù questo lo aveva capito perfettamente. Infatti era durissimo con i farisei. Non perché amassero troppo la legge, ma perché avevano dimenticato l’uomo. Avevano dimenticato il cuore. Erano diventati incapaci di guardare la fragilità con compassione. E il rischio è che anche noi, nel matrimonio, iniziamo ad amare più l’idea della coppia perfetta che la persona reale che abbiamo davanti. Ma il sacramento non è il premio per i perfetti. È il luogo dove due fragili imparano ad amarsi come Dio li ama.

E Dio non ama umiliando. Non ama facendo sentire costantemente in difetto. Dio corregge, sì, ma sempre custodendo la dignità della persona. Sempre lasciando aperta la porta dell’abbraccio. Forse molti matrimoni avrebbero bisogno proprio di questo: meno controllo e più carezze. Meno sentenze e più ascolto. Meno “te l’avevo detto” e più “sono qui”. Perché ci sono persone che non tradiscono mai il coniuge nel corpo, ma tradiscono ogni giorno il suo cuore attraverso la freddezza, il giudizio e la superiorità morale.

E allora forse la vera domanda spirituale da farsi non è soltanto: “Sto facendo la cosa giusta?”. Ma anche: “La persona che amo, accanto a me, si sente amata davvero? Oppure si sente continuamente sbagliata?” Perché una coppia non resta viva quando tutto è perfetto. Resta viva quando, dentro l’imperfezione, continua a circolare misericordia.

Antonio e Luisa

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Un itinerario per la fedeltà all’Amore sulle orme di testimoni di fede, speranza e carità

Anche questo anno vivremo l’esperienza di fraternità per noi più importante, il XIII Convegno Nazionale della nostra Fraternità, che si svolgerà dal 20 al 24 agosto 2026 presso l’Oasi Cusmaniana di Bagheria, in provincia di Palermo, dal titolo: “Un itinerario per la fedeltà all’Amore sulle orme di testimoni di fede, speranza e carità”.

Non sarà casuale ritrovarci proprio in una terra che ha generato figure luminose come il Beato Pino Puglisi e Biagio Conte, uomini che hanno testimoniato con radicalità il Vangelo della fede e della carità dentro le ferite più profonde della società. Quest’anno infatti sarà un convegno itinerante, perché andremo a visitare i luoghi dove hanno lasciato tracce e ad ascoltare persone che ci parleranno della loro vita.

Per la prima volta da quando è nata la Fraternità Sposi per Sempre (2012) si terrà un convegno in Sicilia: infatti, di solito, poiché vengono persone provenienti da tutta Italia, abbiamo sempre scelto zone più centrali per cercare di agevolare i viaggi. Verranno coinvolte diverse diocesi dell’isola, anche perché ci sono tanti separati fedeli che vivono in varie zone, in particolare Palermo, Catania e Gela. Purtroppo il fenomeno delle separazioni, che in passato aveva in qualche modo preservato il sud e le isole, ora è diffuso allo stesso modo in tutta Italia e all’incirca metà delle coppie che si sposano, si separano. Personalmente questo dato drammatico non mi demoralizza, ma al contrario mi spinge a impegnarmi ancora di più, affinché la situazione possa cambiare e affinché i nostri figli possano vivere in un mondo migliore.

Negli anni il convegno è cambiato e maturato: non è più soltanto una serie di relazioni da ascoltare passivamente, è diventato un vero ritiro spirituale, dove la Parola può incarnarsi nella vita concreta delle persone, perché la Fraternità non nasce da una teoria, ma da vite vere, da uomini e donne che hanno sperimentato il fallimento umano senza rinunciare alla fedeltà al Sacramento delle nozze. La nostra storia non è la storia di persone perfette, ma quella di persone amate da Dio che cercano, in qualche modo, di rispondere a questo grande dono.

Le catechesi, i momenti di adorazione, la Santa Messa quotidiana, i laboratori, le testimonianze, le condivisioni nei piccoli gruppi e persino i momenti più semplici di fraternità diventano occasioni in cui il Signore parla concretamente alla vita di ciascuno: il programma è stato costruito per aiutare ogni partecipante a non vivere il convegno come semplice ascoltatore, ma come protagonista di un cammino spirituale condiviso.

Per molti di noi non è soltanto un convegno, è famiglia, il luogo dove si può respirare un’aria diversa, dove nessuno deve spiegare il proprio dolore perché tutti lo conoscono, ma dove soprattutto si impara a guardare la propria storia con gli occhi di Cristo. Alcuni arrivano stanchi e sofferenti, eppure basta partecipare a una celebrazione o a una semplice condivisione in gruppo per accorgersi che il Signore sta già operando nel cuore.

Inoltre ci si accorge di non essere soli, si incontrano persone che hanno attraversato tradimenti, abbandoni, incomprensioni, lunghi deserti interiori, eppure custodiscono ancora nel cuore una speranza viva. Questo è forse il dono più grande della Fraternità: vedere incarnata davanti ai propri occhi la possibilità concreta di una vita piena anche dentro la ferita. In fondo è ciò che hanno vissuto anche il Beato Pino Puglisi e Biagio Conte: uomini che non hanno negato il dolore e le contraddizioni del loro tempo, ma hanno scelto di attraversarle lasciandosi guidare da Cristo.

Spero che questo convegno possa essere una ricchezza non solo per tutti i partecipanti, ma anche per tutte le persone che incontreremo andando in giro. D’altra parte, la terra siciliana ci ricorda, attraverso la vita dei suoi testimoni più autentici, che la santità non nasce in situazioni perfette, ma nella fedeltà quotidiana vissuta dentro la realtà concreta. Non siamo migliori degli altri, semplicemente, il Signore ci ha chiamati a testimoniare che il Sacramento delle nozze parla ancora, anche quando umanamente tutto sembra finito.

Ecco perché il convegno non riguarda soltanto gli “addetti ai lavori” o chi vive direttamente questa esperienza; riguarda tutta la Chiesa, sacerdoti, consacrati, famiglie, operatori pastorali: tutti possono ricevere qualcosa da questa testimonianza. Infatti, davanti alla fedeltà di Cristo ciascuno ritrova la verità della propria vocazione e forse proprio contemplando le vite del Beato Puglisi e di Biagio Conte capiremo ancora meglio che il Vangelo non si annuncia anzitutto con grandi discorsi, ma donando la vita.

Se stai leggendo questo articolo e vivi una situazione di separazione o divorzio, forse pensi di non avere la forza, di essere troppo ferito per partecipare o che sia una scelta troppo difficile da portare avanti. Ti capisco, molti di noi sono arrivati al primo convegno con mille resistenze, qualcuno arrabbiato con Dio, qualcuno sfiduciato, qualcuno convinto che non sarebbe cambiato nulla. Eppure il Signore ha saputo sorprenderci e ha fatto miracoli, prima di tutto in noi, nel nostro modo di vivere e di guardare la realtà e quello che ci accade ogni giorno.

Per questo il mio invito è semplice, vieni: non perché troverai soluzioni magiche o un ambiente perfetto, ma perché potresti finalmente incontrare persone che parlano la tua stessa lingua interiore e che, insieme a te, stanno cercando di affidare la propria vita a Cristo. Per informazioni, iscrizioni e programma completo del convegno è possibile consultare il sito ufficiale della Fraternità Sposi per Sempre. Vi lascio il link alla pagina dedicata. Da alcune settimane è uscito il libro con i miei articoli su questo blog. Potete acquistarlo a questo link.

Ettore Leandri

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Tre notti di attesa: il tempo necessario all’amore

“Passiamo questa notte in preghiera e domandiamo al Signore che ci conceda grazia e salvezza.” (Tb 8,4)

In questo diciassettesimo modulo sul libro di Tobia affrontiamo il tempo dell’amore. L’amore vero non pretende di possedere subito l’altro, ma impara ad attenderlo, custodirlo e rispettarne i tempi perché ciò che è profondo cresce nella libertà e non sotto pressione. Clicca  qui per leggere i moduli già pubblicati.

Ci sono amori che vogliono tutto e subito. Subito comprensione, subito intimità, subito rassicurazioni, subito sintonia. E quando qualcosa rallenta, nasce l’ansia. Quando l’altro prende tempo, arriva la paura. Quando bisogna attendere, si pensa che l’amore si sia spento. Eppure il libro di Tobia racconta una logica completamente diversa. Tobia entra nella stanza nuziale con Sara, una donna profondamente ferita dalla vita. Sara porta dentro di sé paura, dolore, memoria di morte, sfiducia. E Tobia, invece di pretendere immediatamente qualcosa da lei, si ferma. Prega. Attende. Rispetta.

Nella rilettura spirituale di questo episodio, le tre notti diventano il simbolo di una verità enorme: l’amore autentico sa aspettare. Non perché non desideri, ma perché il desiderio vero non divora l’altro. Lo custodisce. Molte crisi matrimoniali nascono proprio qui: dall’incapacità di rispettare i tempi dell’altro. Uno dei due vorrebbe subito apertura, subito guarigione, subito cambiamento. Ma il cuore umano non funziona come un interruttore. Ci sono ferite che hanno bisogno di tempo. Paure che hanno bisogno di sicurezza. Difese interiori che non crollano in un giorno.

L’Analisi Transazionale aiuta a comprendere bene questa dinamica. Quando nella coppia emerge l’impulsività, spesso è il nostro Io Bambino che prende il controllo della relazione. È quella parte fragile di noi che non tollera l’attesa e vive il rinvio come rifiuto. È il marito che pensa: “Se mi amasse davvero, non direbbe mai di no.” È la moglie che sente: “Se tenesse davvero a me, non avrebbe bisogno dei suoi spazi.” È quella parte infantile che confonde il desiderio con il possesso e la vicinanza con il controllo. Ma l’amore non cresce sotto pressione. Cresce nella libertà.

Tobia è bellissimo proprio perché non invade Sara. Non pretende di cancellare il suo dolore semplicemente perché adesso lui è “l’uomo giusto”. Rimane accanto a lei. Costruisce fiducia. Le permette di respirare. Questo atteggiamento è profondamente terapeutico anche sul piano psicologico. Molte persone arrivano al matrimonio con ferite antiche: paure di abbandono, esperienze di rifiuto, umiliazioni, tradimenti, senso di non essere abbastanza. E così accade qualcosa di paradossale: proprio quando vengono amate davvero, si spaventano. Perché l’amore autentico rende vulnerabili. Fa emergere il bisogno. E chi ha sofferto spesso teme il bisogno più del dolore.

Per questo alcune persone sembrano lente ad aprirsi, controllanti, fredde o trattenute. Non sempre è mancanza d’amore. A volte è paura di dipendere. Paura di essere feriti ancora. Paura di consegnarsi davvero. Ed è qui che si misura la maturità dell’altro coniuge. Perché amare davvero significa anche saper reggere il tempo dell’altro senza viverlo come un’offesa personale. Non è passività. Non è debolezza. È forza. La forza di chi non deve divorare per sentirsi amato.

Io, Antonio, questa cosa l’ho capita soprattutto attraverso la castità matrimoniale (che non è astinenza sia chiaro). E lo dico sinceramente: all’inizio non la comprendevo fino in fondo. Pensavo che la castità fosse soprattutto un insieme di regole o rinunce. Poi, dentro il matrimonio, ho scoperto che la castità è prima di tutto educazione all’attesa. Anche l’esperienza dei metodi naturali, vissuta seriamente nella coppia, mi ha aiutato molto in questo. Perché ci sono momenti in cui sei chiamato ad attendere, a contenere il desiderio, a non vivere l’intimità come qualcosa che devi ottenere subito. E lì emergono tante cose di te stesso: l’impulsività, il bisogno di controllo, la fatica della frustrazione, perfino una certa rabbia infantile quando la realtà non coincide con ciò che vorresti.

Mi sono accorto che spesso il problema non era il desiderio in sé, ma la pretesa. Il pensare inconsciamente: “Ho bisogno di questo adesso.” E invece la castità matrimoniale mi ha insegnato che Luisa non era lì per calmare ogni mio bisogno immediatamente, ma per costruire con me una comunione più grande del semplice impulso. Mi ha insegnato che amare Luisa non significava pretendere disponibilità immediata, emotiva o fisica, solo perché eravamo sposati. Mi ha insegnato che il corpo dell’altro non è qualcosa da reclamare, ma una persona da ascoltare. Mi ha costretto a fare i conti con la mia impulsività, con il mio bisogno di conferme, con quella parte infantile che a volte vive il rifiuto o l’attesa come una ferita personale.

E invece pian piano ho scoperto una libertà nuova. Ho capito che l’amore più profondo nasce quando l’altro si sente rispettato, non invaso. Quando può aprirsi senza paura di deludere. Quando sa che verrà accolto anche nei suoi tempi fragili. Per me la castità matrimoniale è stata questo: imparare a non prendere subito ciò che desideravo, ma a custodire così tanto la relazione da lasciare spazio alla libertà dell’altro. E paradossalmente proprio lì l’intimità è diventata più vera, più profonda, più piena.

Viviamo invece in una cultura che ci rende incapaci di attendere. Tutto è immediato: messaggi, video, desideri, gratificazioni. Se qualcosa richiede tempo, pensiamo che non funzioni. Questa mentalità entra inevitabilmente anche nella coppia. Si pretende una comunicazione perfetta subito, una sessualità perfetta subito, una guarigione immediata, una serenità costante. Ma le relazioni profonde hanno ritmi lenti. Come i semi del Vangelo. Come la crescita interiore. Come la fiducia. La fiducia non nasce perché qualcuno dice: “fidati”. Nasce perché l’altro, nel tempo, dimostra di essere una casa sicura.

Ed è significativo che Tobia e Sara inizino il loro matrimonio pregando. Non partono dal possesso. Partono dalla comunione. Perché il contrario dell’impulsività non è la freddezza, ma la presenza consapevole. Nell’Analisi Transazionale potremmo dire che qui entra in gioco l’Io Adulto: quella parte capace di regolare gli impulsi, di tollerare la frustrazione, di non reagire immediatamente alla paura o al desiderio. L’Adulto sa attendere senza vivere ogni distanza come una catastrofe. Sa che l’amore non si costruisce invadendo, ma creando sicurezza.

Questo cambia completamente il matrimonio. Perché uno dei doni più grandi che possiamo fare all’altro non è risolvergli tutto, ma diventare uno spazio sicuro dove lui o lei possa maturare senza sentirsi forzato. A volte amare significa fermarsi sulla soglia. Aspettare. Rispettare un silenzio. Non invadere. Non pretendere. Persino nella sessualità questo è decisivo. Ci sono coppie che si feriscono non per cattiveria, ma per fretta. Per incapacità di ascoltare il corpo, le emozioni, i tempi interiori dell’altro. Ma il corpo umano non si apre davvero quando si sente sotto pressione. Si apre quando si sente custodito.

Forse le tre notti di Tobia parlano proprio di questo: del fatto che l’amore vero crea sicurezza prima ancora di cercare soddisfazione. È un messaggio profondamente controcorrente, perché ci ricorda che non tutto ciò che desideriamo subito è pronto per essere vissuto subito. Alcune cose devono maturare. Devono respirare. Devono attraversare il tempo. E il tempo, quando c’è amore, non è un nemico. È il luogo dove l’amore diventa vero.

Molte coppie, col passare degli anni, scoprono che i momenti più belli non sono stati quelli più travolgenti emotivamente, ma quelli in cui si sono sentiti accolti senza fretta, guardati senza pressione, amati senza dover dimostrare nulla. Ciò che è superficiale corre. Ciò che è profondo resta. E forse il matrimonio cristiano è anche questo: custodire così bene il cuore dell’altro da permettergli di aprirsi liberamente. Perché ciò che è vero non ha fretta.

Antonio e Luisa

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Lo Spirito Santo ha bisogno del nostro corpo

Quando pensiamo allo Spirito Santo, spesso immaginiamo qualcosa di invisibile, lontano, quasi astratto. Una presenza spirituale difficile da afferrare. Eppure la Pentecoste racconta esattamente il contrario. Lo Spirito Santo non resta chiuso nel cielo. Scende. Tocca. Muove. Trasforma persone concrete. Lingue, mani, piedi, sguardi, voce. Lo Spirito entra nei corpi per rendere visibile l’amore di Dio. E forse il matrimonio è uno dei luoghi più concreti in cui questo accade.

Perché l’amore degli sposi non è fatto solo di idee, emozioni o intenzioni. Ha bisogno di carne. Di gesti. Di presenza. Lo Spirito Santo, nella coppia, passa continuamente attraverso il corpo. Passa in quel marito che torna stanco dal lavoro ma sceglie comunque di ascoltare la moglie invece di rifugiarsi nel telefono. Passa in quella moglie che si accorge dal volto del marito che qualcosa non va e gli domanda: “Come stai davvero?” non per curiosità, ma per custodirlo. Passa attraverso una mano appoggiata sulla spalla nel momento giusto. Attraverso un abbraccio dopo una litigata. Attraverso due sposi che si chiedono scusa anche quando l’orgoglio vorrebbe restare zitto. Perché il corpo può diventare luogo di aggressione, chiusura, freddezza. Oppure sacramento di presenza.

Pensiamoci: quante volte diciamo “ti amo” senza parole? Quando prepariamo il caffè all’altro al mattino. Quando lasciamo l’ultimo pezzo di dolce. Quando aspettiamo il coniuge svegli anche se avremmo sonno. Quando ci sediamo accanto invece di allontanarci durante un momento difficile. Lo Spirito Santo si vede lì. Non nei gesti perfetti. Nei gesti abitati dall’amore.

A Pentecoste gli apostoli ricevono il dono delle lingue. E forse anche gli sposi, col tempo, imparano una lingua nuova. Non fatta solo di parole, ma di corpi che imparano a parlarsi senza ferirsi. C’è una carezza che calma l’ansia dell’altro. C’è un modo di guardare che ridà dignità. C’è un tono della voce che può ferire oppure guarire. Anche il silenzio del corpo parla. Ci sono silenzi punitivi, muri emotivi, distanze usate per controllare. Ma esistono anche silenzi pieni di presenza. Silenzi di chi resta accanto quando non sa cosa dire. Silenzi che non abbandonano. Lo Spirito Santo passa anche da lì.

Passa nella pazienza di una madre che ascolta il figlio mentre avrebbe mille cose da fare. Nel padre che spegne il computer per giocare dieci minuti con suo figlio. Negli sposi che si cercano ancora con gli occhi dopo anni di matrimonio. Nella tenerezza concreta di chi copre l’altro addormentato sul divano. Nel messaggio inviato durante la giornata solo per dire: “Ti sto pensando”. Sono cose piccole. Eppure il cristianesimo ha sempre creduto che Dio ami nascondersi nel piccolo.

Ma c’è un luogo in cui tutto questo raggiunge una profondità ancora più alta: l’amplesso degli sposi. Perché l’unione fisica tra marito e moglie non è semplicemente un gesto biologico o uno sfogo del desiderio. È il momento in cui due persone si consegnano reciprocamente attraverso il corpo. E proprio per questo può diventare uno dei luoghi più potenti della presenza dello Spirito Santo.

Spesso si pensa che Dio sia presente nella preghiera, nella chiesa, nei sacramenti… ma non nel letto degli sposi. E invece il matrimonio cristiano dice qualcosa di scandaloso e bellissimo: anche lì Dio abita. Anche lì lo Spirito Santo opera. Opera quando il corpo smette di usare e comincia ad amare. Quando il desiderio non cerca soltanto il proprio piacere, ma la gioia dell’altro. Quando ci si ascolta. Quando si rispettano i tempi reciproci. Quando ci si accorge della fragilità dell’altro senza approfittarsene. Quando il corpo non pretende ma accoglie. Lì il sesso smette di essere consumo e diventa linguaggio. Un linguaggio profondamente spirituale.

Perché lo Spirito Santo è comunione. È dono reciproco. È uscire da sé per andare verso l’altro. E nell’amplesso gli sposi sono chiamati proprio a questo: non a prendere, ma a donarsi. Per questo l’intimità più bella non nasce dalla performance o dalla trasgressione. Nasce dalla fiducia. Dalla sicurezza. Dalla tenerezza. Dal sentirsi accolti interamente, anche nelle proprie vulnerabilità. Ci sono amplessi silenziosi che diventano preghiera. Ci sono abbracci dopo una crisi che sembrano resurrezione. Ci sono lacrime condivise nell’intimità che diventano guarigione. E lì lo Spirito Santo agisce davvero in modo potente. Perché prende due corpi limitati, fragili, feriti, e insegna loro lentamente il linguaggio del Cielo.

Forse Pentecoste, dentro il matrimonio, è proprio questo: il momento in cui il nostro corpo smette lentamente di parlare la lingua dell’egoismo e impara quella del dono. Perché da soli spesso il nostro corpo parla altre lingue: quella della rabbia, della fuga, della chiusura, della pretesa, della paura. Lo Spirito Santo invece rende il corpo capace di comunione. Capace di restare. Capace di perdonare. Capace di accarezzare anche quando dentro avrebbe voglia di colpire. Capace di ricominciare.

Forse è questa la cosa più bella della Pentecoste: Dio non salva gli sposi togliendo loro il corpo. Li salva passando attraverso di esso. Attraverso mani stanche che continuano ad amare. Attraverso occhi che imparano a vedere oltre i difetti. Attraverso labbra che smettono di accusare e iniziano a benedire. Attraverso due persone normali che, giorno dopo giorno, permettono allo Spirito Santo di rendere visibile l’amore di Cristo dentro la loro casa.

Antonio e Luisa

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I vostri figli attendendo lo Spirito … imparano l’arte di amare

Continuiamo il percorso mistagogico della confermazione (articolo precedente) con la seconda scena liturgica: l’imposizione delle mani e l’invocazione dello Spirito. Dopo il rinnovo e la professione di fede, il vescovo impone le mani sui cresimandi, prima chiede all’assemblea di intercedere presso Dio a favore degli eletti e successivamente chiede lui stesso a Dio l’effusione dello Spirito Paraclito nella pienezza dei setti santi doni.

Dalla celebrazione del battesimo fino al momento della confermazione, ogni cresimando vive a suo modo l’attesa del dono dello Spirito. Non è da solo. La comunità cristiana, e più di tutto la comunità familiare, ha l’opportunità di custodire il cresimando accompagnandolo nella fede, nella speranza e nella carità (cfr gli articoli precedenti sulla mistagogia battesimale).

La testimonianza biblica ci offre una situazione di attesa simile a quella dei cresimandi. Dopo la persecuzione al tempo di Stefano, il diacono Filippo predica il Vangelo nella Samaria e molta gente si fa battezzare. «A Gerusalemme, gli apostoli, seppero che la Samaria aveva accolto la parola di Dio e vi inviarono Pietro e Giovanni. Essi discesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo; non era infatti ancora sceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo» (At 8,14-17).

Immaginiamo la gioia che è esplosa in coloro che, pur avendo accolto la Parola di Dio, ed erano stati soltanto battezzati, hanno visto i discepoli della Chiesa Madre di Gerusalemme. Non facevano parte di una comunità minoritaria e secondaria. Da quel momento rientravano pienamente nel nucleo dei familiari di Gesù di Nazaret, il Cristo, il Vivente. Ma ancora non potevano neppure immaginare cosa potesse significare essere mossi dallo Spirito, cosa che era accaduta ai discepoli il giorno di Pentecoste.

La tradizione cristiana attraverso questo racconto insegna che nella situazione di superamento del confine della comunità originaria di Gerusalemme – quei battezzati si trovavano in Samaria – l’intervento degli apostoli è necessario per includere la comunità appena fondata nella famiglia apostolica. Per essere certi di partecipare pienamente alla famiglia di Cristo è essenziale essere pienamente accolti nella tradizione apostolica. E così, sappiamo anche cosa dovrebbe avvertire ogni cresimando dal giorno del battesimo a quello della cresima, vivendo l’attesa dello Spirito: il desiderio di amare ed essere amato nella compagnia della fraternità ecclesiale per raggiungere la maturità di Cristo.

Cosa vuol dire la “maturità di Cristo”? Fino al Concilio Vaticano II, e quindi anche nei primi decenni della sua recezione, veniva attribuito alla cresima il significato di irrobustimento spirituale. In effetti, questa consapevolezza maturava molto tempo prima. La prima testimonianza ci è offerta da Fausto di Riez(405490) in un’omelia di Pentecoste, documentabile tra il 449 e 461. Egli ad un certo punto dice: «Lo Spirito nel Battesimo dà la pienezza quanto a innocenza, nella Confermazione dà un accrescimento quanto a grazia, poiché in questo mondo, quelli che per tutta la loro vita debbono vincere, avanzano in mezzo ai pericoli suscitati da invisibili nemici. Nel Battesimo siamo rigenerati per la vita, dopo il Battesimo siamo confermati per la lotta. Se dovessimo morire subito, il beneficio della nuova nascita ci basterebbe, ma per vincere, abbiamo bisogno del soccorso della Confermazione. La nuova nascita, da sola, salva quelli che subito entrano nella pace del mondo beato: la Confermazione arma ed equipaggia quelli cui toccano i combattimenti e le lotte di questo mondo».

Al sacramento della Confermazione è stato attribuito la grazia specifica di aumentare la forza per la lotta spirituale (i sette doni dello Spirito). Segno liturgico tradizionale emblematico è stato quello “schiaffetto” da parte del vescovo sul volto per verificare la fermezza del cresimando all’assalto delle forze contrastanti. Il tempo di attesa sarà un tempo di neo-catecumenato per crescere nell’amore verso Cristo e per Cristo, in cui una triplice ‘corporeità’ svolgerà la funzione generativa dell’amore: il ministero del padrinato, la triplice corporeità (della Scrittura, del Corpo di Cristo, e dell’altro cristiano), il proprio corpo adolescenziale.

Il padrino/La madrina sono ‘rappresentanti’ della comunità cristiana, e ancor prima della comunità familiare. Pur se nella storia il suo ruolo è mutato (accompagnatore della fede, garante della richiesta, possibile nuovo padre, legame affettivo e sociale), non può cambiare il focus del suo impegno ad essere la presenza principale di accompagnamento amante verso Cristo e per Cristo.

Il secondo ‘corpo generativo’ è una triplice realtà di ‘corpi’: il corpo della Scrittura Sacra, il corpo eucaristico (avendo invertito l’ordine dell’Iniziazione che ha collocato l’Eucarestia prima della Cresima), e il corpo dei fratelli e delle sorelle. Questi ‘luoghi’ saranno indicatori della presenza amante di Cristo per i suoi discepoli. Ma ancor più interessante è il ‘corpo’ di domande che ogni cresimando porta in sé, cioè l’insieme dei sogni, delle inquietudini, dell’intero mondo affettivo e di tutto ciò che lo caratterizza nella fase esistenziale del momento celebrativo corrispondente di solito al periodo adolescenziale. Tra tutti i suoi desideri c’è però quello predominante dell’amare, della donazione di sé, che ancora non trova stabilità emotiva, risposta vocazionale, progetto definitivo da costruire. Allora, questo tempo di attesa dell’effusione dello Spirito si caratterizza nell’essere tempo favorevole per il discernimento all’autentico amore nuziale (cfr Amoris Laetitia, 280-286).

Il Mistero che liturgicamente si offre in pochi secondi di silenzio e in poche parole pronunciate dal vescovo durante l’imposizione delle mani, in attesa della crismazione, ha il sapore della reciprocità dell’amore realizzatosi durante tutto il tempo di attesa dal giorno del battesimo a quello della cresima. E’ un sapore che istituisce il reale percorso di formazione crismale e sostituisce quello tentato dall’ingegno pastorale. L’arte di amare si trasmette, l’arte di amare si impara, l’arte di amare non è mai del tutto raggiunta.

Don Antonio Marotta

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Non per passione ma per verità: amare con intenzione

«Ora, Signore, tu lo sai: non prendo questa mia sorella per passione, ma con rettitudine di intenzione.» (Tb 8,7)

In questo sedicesimo modulo sul libro di Tobia affrontiamo l’amore scelto. L’amore maturo non vive solo di emozioni, ma sceglie ogni giorno di restare nella verità, anche dentro la fatica e le fragilità. Clicca  qui per leggere i moduli già pubblicati.

Questa frase di Tobia è una delle più profonde di tutto il libro. E forse anche una delle più fraintese. Perché letta superficialmente sembra quasi un rifiuto del desiderio, delle emozioni, della passione amorosa. Come se la Bibbia dicesse che per amare davvero bisogna spegnere il cuore. Ma non è questo il senso. Tobia non sta dicendo che non prova attrazione per Sara. Non sta dicendo che il corpo non conta. Non sta dicendo che il desiderio sia sbagliato. Sta dicendo qualcosa di molto più maturo: “Io non voglio usare questa relazione solo per riempire un bisogno”. È completamente diverso.

Il problema è che oggi siamo immersi in una cultura che ci racconta continuamente un amore quasi esclusivamente emotivo. Il romanticismo delle fiction, delle serie TV e dei film ci ripete sempre la stessa idea: se ami davvero tutto dovrebbe essere spontaneo, naturale, facile. Se c’è amore “vero”, allora la relazione scorre senza sforzo. Se invece fai fatica, se devi scegliere, se attraversi conflitti o stanchezze, allora forse non era amore autentico. È un’idea seducente, ma profondamente tossica. Perché crea persone incapaci di restare dentro la realtà concreta dell’amore.

Nelle storie romantiche moderne quasi tutto ruota attorno all’intensità emotiva. Conta il colpo di fulmine. Conta “sentire”. Conta la chimica. Conta la sensazione di essere travolti. Ma nessuno racconta quasi mai cosa succede dopo. Nessuno mostra davvero la quotidianità, la stanchezza, le incomprensioni, i limiti caratteriali, le ferite psicologiche che emergono quando due persone iniziano davvero a condividere la vita. E così molti sposi si spaventano appena finiscono le emozioni forti dell’inizio. Pensano: “Non sento più come prima”. “Forse non siamo compatibili”. “Forse ho sbagliato persona”. In realtà spesso non è finito l’amore. È semplicemente finita l’illusione romantica.

Perché i sentimenti sono reali, bellissimi e importanti… però sono anche instabili. Ci sono giorni in cui senti tutto. E giorni in cui non senti quasi nulla. Giorni in cui il coniuge ti sembra meraviglioso. E giorni in cui vedi solo i limiti. Giorni di entusiasmo. E giorni di stanchezza. Se l’amore dipende soltanto dall’intensità emotiva, la coppia vivrà continuamente sulle montagne russe. E alla lunga questo distrugge la relazione, perché nessun sentimento umano può mantenersi sempre allo stesso livello di intensità.

Ed è qui che il libro di Tobia introduce una parola decisiva: intenzione. Cioè direzione. Scelta. Verità profonda. In termini di Analisi Transazionale potremmo dire che qui emerge il passaggio dal Bambino emotivo all’Adulto integrato. Il Bambino emotivo cerca soprattutto gratificazione immediata. Vuole sentirsi bene, rassicurato, desiderato, confermato. Quando si sente amato si apre. Quando si sente frustrato rischia di chiudersi, attaccare o scappare. E attenzione: questo non riguarda solo persone immature. Tutti abbiamo dentro un Bambino affettivo che cerca amore, sicurezza e riconoscimento. Il problema nasce quando la relazione viene guidata solo da questa parte di noi.

Perché allora il coniuge smette lentamente di essere una persona da amare e diventa qualcuno da cui ottenere qualcosa: attenzione, conferme, emozioni, sicurezza, riempimento del vuoto. Ed è qui che anche l’amore rischia di diventare dipendenza emotiva. La dipendenza emotiva non è amare troppo. È avere bisogno dell’altro per sentirsi completi. È vivere la relazione come fonte continua di regolazione emotiva. Se l’altro si allontana, crollo. Se mi critica, mi sento senza valore. Se non mi desidera, mi sento rifiutato. In queste dinamiche il rapporto diventa pesante. Carico di aspettative impossibili. Perché nessun essere umano può riempire tutte le ferite profonde dell’altro.

Tobia invece, davanti a Sara, fa qualcosa di molto adulto spiritualmente. Dice: “Io scelgo di amarti nella verità”. Non nella semplice intensità del momento. Non solo nell’emozione. Non solo nel bisogno. Nella verità. Ed è bellissimo che questa frase venga pronunciata proprio nella notte delle nozze. Nel momento della massima unione corporea. Perché la Bibbia qui non separa eros e responsabilità. Passione e decisione. Desiderio e verità. Li unisce.

Oggi invece spesso oscilliamo fra due estremi sbagliati. Da una parte il romanticismo tossico che idolatra il sentimento e trasforma l’amore in pura emozione. Dall’altra una visione moralistica che quasi diffida del corpo e delle emozioni. La logica biblica è molto più profonda: il sentimento è importante, ma ha bisogno di essere guidato da un amore più grande. Come un fiume ha bisogno di argini per non disperdersi. L’amore maturo non nasce quando smetti di sentire. Nasce quando impari a dare una direzione a ciò che senti.

Questo cambia completamente anche la vita concreta degli sposi. Perché ci saranno momenti in cui amare sarà spontaneo. E altri in cui sarà una scelta molto concreta. Restare. Dialogare. Perdonare. Cercarsi. Tornare vicini. Custodire il corpo dell’altro. Ricominciare dopo una ferita. Ed è proprio qui che molti scoprono la differenza fra innamoramento e amore. L’innamoramento accade. L’amore costruisce. L’innamoramento spesso nasce spontaneamente. L’amore maturo invece ha bisogno di intenzionalità.

Per questo tante coppie dopo anni si ritrovano svuotate. Non perché sia sparito ogni sentimento. Ma perché hanno smesso di scegliere la relazione. Hanno lasciato che fosse guidata soltanto dalle emozioni del momento, dalla fatica quotidiana o dalle delusioni. L’intimità autentica invece nasce quando due persone smettono di usarsi reciprocamente per colmare vuoti e iniziano davvero a donarsi. E questo fa paura. Perché significa uscire dalla logica del controllo. Dalla pretesa. Dal bisogno continuo di conferme. Significa amare anche quando l’altro non riesce a riempire tutto ciò che speravi.

Ed è qui che il matrimonio cristiano diventa profondamente liberante. Perché ti insegna che l’altro non è il tuo salvatore. Non è Dio. Non deve guarire ogni tua mancanza. È un compagno fragile di cammino che, insieme a te, sta imparando ad amare. Quando questa verità entra nella coppia succede qualcosa di bellissimo: il rapporto diventa più leggero, più libero, più vero. Si smette di pretendere perfezione reciproca. Si inizia ad amare il reale.

Anche il desiderio cambia. Perché non nasce più soltanto dall’ansia di ricevere qualcosa, ma dalla gioia di custodire una comunione. Ed è questo il senso profondo delle parole di Tobia. “Non per passione ma per verità” non significa amare senza emozione. Significa non lasciare che l’emozione diventi l’unica guida della relazione. Perché il sentimento da solo può accendere l’amore. Ma solo una scelta profonda può custodirlo nel tempo. E forse l’amore più bello non è quello che sente sempre tutto intensamente. Ma quello che, anche attraversando stanchezze, limiti e fragilità, continua ogni giorno a dire: “Ti scelgo ancora.”

Antonio e Luisa

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Menopausa e sessualità: perché il rapporto completo conta ancora

In questo articolo voglio rispondere a un lettore che mi ha scritto pochi giorni fa. Ecco il quesito: Come mai non si parla mai, non ho avuto spiegazioni nemmeno dai sacerdoti interpellati, della sessualità quando la donna non è più fertile? Voglio dire, cosa ci impedisce di terminare il rapporto oralmente e non in vagina, e avere rapporti più frequenti evitando di ricorrere a tentazioni ben più gravi(pornografia, masturbazione). Il dubbio di essere nel peccato mi viene spesso, ma ad oggi non ho trovato una spiegazione onesta e schietta.

Prima di tutto grazie perché hai fatto una domanda vera. E le domande vere meritano risposte vere, non frasi evasive o moralismi. Molte volte, purtroppo, la morale cattolica viene presentata solo come un elenco di regole. Ma la riflessione della Chiesa sulla sessualità, soprattutto attraverso la Teologia del Corpo di Giovanni Paolo II, nasce prima di tutto da una domanda antropologica: chi è l’uomo? Per cosa è fatto? Come ama davvero? Cosa cerca nel corpo dell’altro? Per questo la questione non riguarda semplicemente la fertilità. La Chiesa sa benissimo che una donna in menopausa non può più concepire. Eppure continua a considerare prezioso e pienamente umano il rapporto sessuale tra gli sposi anche in età avanzata. Perché? Perché il significato dell’unione sessuale non si riduce alla procreazione.

Il rapporto tra marito e moglie è un linguaggio. Attraverso il corpo, gli sposi si dicono qualcosa. Si dicono: “mi dono”, “ti accolgo”, “entro nella tua vita”, “faccio comunione con te”. Ed è qui che entra la dimensione corporea, che oggi spesso dimentichiamo. Il corpo maschile e il corpo femminile non sono fatti a caso. Sono strutturalmente complementari. L’uomo è fatto per entrare nella donna e la donna per accogliere l’uomo. Questa reciprocità fisica concretizza qualcosa di invisibile: la comunione dei cuori. Per questo il rapporto completo ha un valore simbolico enorme. Non è solo un modo per raggiungere un orgasmo, ma è il gesto corporeo che più profondamente esprime l’alleanza degli sposi.

Ed è proprio qui che si comprende perché la morale cattolica continui a dare importanza al fatto che il rapporto si compia nell’unione vaginale anche quando non c’è più fertilità. Non perché “serve fare figli” a settant’anni. Ma perché quel gesto mantiene il suo significato sponsale. È il linguaggio del dono totale. Tu scrivi: “Perché non terminare oralmente, evitando magari tentazioni peggiori come pornografia o masturbazione?”. La tua domanda è onesta, concreta e comprensibile. E penso che molti sposi abbiano pensieri simili senza avere il coraggio di dirli. Però qui bisogna fare attenzione a una cosa importante: non tutto ciò che evita un male automaticamente costruisce il bene pieno dell’amore. La pornografia, per esempio, non è problematica solo perché “vietata”, ma perché separa il piacere dalla relazione reale. Trasforma lentamente il corpo in oggetto, l’altro in esperienza, la sessualità in consumo.

E il problema è che, senza accorgercene, questa mentalità entra anche nella coppia. Oggi moltissime pratiche sessuali che consideriamo “normali” nascono in realtà dall’immaginario pornografico. Non nascono da una riflessione sull’amore sponsale, ma dalla ricerca di eccitazione, intensità, performance, varietà. E tra queste pratiche rientra il rapporto orale. La pornografia educa a una sessualità centrata soprattutto sulla stimolazione. La Teologia del Corpo, invece, prova a riportare al centro la comunione.

Questo non significa che gli sposi debbano vivere una sessualità fredda, rigida o meccanica. Anzi. La Chiesa non è contro il piacere. Su questo bisogna essere chiarissimi. Il piacere sessuale dentro il matrimonio non è tollerato come un male necessario: è parte del dono reciproco. Carezze, tenerezza, sensualità, desiderio, gioco erotico… tutto questo può avere uno spazio bello e sano nella vita degli sposi. Il punto è un altro: ciò che accompagna il dono reciproco è diverso da ciò che sostituisce il linguaggio sponsale del corpo.

Per essere chiari ancora di più: non c’è nulla di male se gli sposi si stimolano oralmente. Non c’è problema se questa stimolazione serve a preparare la penetrazione. Diventa problematico quando sostituisce la penetrazione. Dove è la comunione? Per questo la riflessione cristiana continua a considerare importante che l’atto sessuale mantenga quella forma che esprime corporalmente l’unione totale tra uomo e donna. Anche quando non ci sono più possibilità procreative.

La Teologia del Corpo non nasce per complicare l’amore degli sposi, ma per ricordare che il corpo umano è capace di dire qualcosa di sacro. Anche quando i corpi invecchiano. Anche quando la fertilità finisce. Anche quando restano fragilità, lotte e limiti. Perché fino all’ultimo, nel matrimonio, il corpo può continuare a dire: “io mi dono a te”.

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Antonio e Luisa

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Il tradimento non era fisico. Ma ci stava uccidendo

Quando meno te lo aspetti ecco che arriva l’incontro che ti cambia la vita! Non eravamo più dei giovani ragazzi  e ormai avevamo accantonato l’aspettativa di avere una famiglia, quando una comune amica ci ha fatti conoscere e da allora non ci siamo più lasciati. Dopo poco più di un anno, eravamo sposati ed in attesa del nostro primogenito. Eravamo felici e stupiti per il fatto che la vita ci stesse offrendo una nuova opportunità così bella e generosa.

L’arrivo del secondo figlio a distanza di soli 13 mesi ha bruscamente cambiato la nostra relazione e si sono delineati i binari paralleli su cui sarebbero corse le nostre esistenze: Monica dedita a casa e famiglia, Stefano al lavoro e agli interessi che coltivava in svariati ambiti. In questo periodo non abbiamo avuto litigi, in quanto entrambi evitavamo di affrontare il conflitto.

Io Stefano ho gradualmente intrapreso una vita da individualista, concentrando le mie energie nelle attività professionali e nel volontariato. Poi mi sono appassionato al mondo dei social e ho cominciato ad intrattenere relazioni con donne conosciute su internet o riaffiorate dal passato.

Io Monica mi sentivo sola nella responsabilità dell’educazione dei figli e non mi lamentavo perché la solitudine, filo conduttore del mio passato, era una dimensione a me familiare più di quanto non lo fosse la condivisione. Cominciai comunque a far presente a mio marito il mio disagio visto che, quando era a casa, trascorreva molto tempo con il telefono in mano.

Quando casualmente un giorno scoprii che aveva una relazione via chat con una donna, rimasi incredula. Mi domandavo chi fosse l’uomo che aveva vissuto al mio fianco per tanti anni e mi rimproveravo di non avere aperto gli occhi prima. Lo affrontai e decidemmo di reinvestire nel nostro matrimonio. Le cose sembravano un po’ migliorate fra noi, tuttavia dopo pochi mesi, scoprii l’esistenza di una nuova relazione con una persona del suo ambito lavorativo.

Io Stefano mi sentivo avvilito ed ero privo di idee su come uscire dalla situazione in cui eravamo finiti per colpa mia. In realtà dentro di me continuavo a giustificarmi, perché non avendo tradito fisicamente la mia sposa, consideravo il gioco della seduzione un peccato veniale. Dopo un confronto acceso, mia moglie mi ha manifestato la sua difficoltà a concedermi ulteriore fiducia, dicendomi che il problema aveva dimensioni tali da non poter essere risolto da soli.

Fu così che ci rivolgemmo a Retrouvaille. L’esperienza è stata molto più forte ed efficace di quanto avessimo immaginato. Ci sono stati forniti strumenti che ci hanno aiutato ad aprirci ed accoglierci reciprocamente. In pochi mesi ci siamo detti molto di più di quanto non fossimo riusciti a dirci in tanti anni di vita insieme. Abbiamo rimesso la relazione coniugale al centro della nostra vita e siamo riusciti a trasformare i momenti di conflitto, in occasioni di crescita come coppia.

La preghiera e il dialogo con Gesù ci sono stati di grande aiuto per guardare dentro di noi con sincerità e decidere di cambiare i nostri comportamenti per la guarigione del nostro matrimonio. Il cellulare e i social, un tempo elementi di divisione, sono ora un mezzo per dedicarci reciprocamente attenzioni durante la giornata. Oggi siamo più uniti e viviamo una maggiore intimità rispetto al passato. Anche se i problemi non mancano, attraverso il dialogo e l’affidamento al Signore del nostro matrimonio, ci confrontiamo e decidiamo insieme per il bene della nostra coppia e della nostra famiglia.

Monica e Stefano – Retrouvaille Italia

Il vuoto che cerchi di evitare potrebbe salvarti

Ci sono due esperienze che l’uomo moderno rifugge quasi istintivamente: la solitudine e la noia. Appena si affacciano alla nostra giornata, facciamo di tutto per scacciarle. Prendiamo in mano il telefono, accendiamo la televisione, cerchiamo qualcuno a cui scrivere, riempiamo l’agenda di impegni, mettiamo musica, apriamo i social, cerchiamo continuamente qualcosa che tenga occupata la mente e pieno il cuore. Siamo diventati bravissimi a non restare mai davvero soli e, soprattutto, a non annoiarci mai.

Quando ero adolescente, capitava spesso di rimanere solo, perché i genitori lavoravano, gli amici avevano da fare o da studiare e magari nella noia ti mettevi a riflettere, fantasticare, sognare e anche creare: magari con un pezzo di legno o un sasso inventavi un nuovo gioco o li usavi per dare noia alle formiche. I ragazzi di oggi non sono più abituati a questo, lo vedo anche con quelli del catechismo; se una volta provi a portarli in chiesa e chiedi di stare fermi, in silenzio, non arrivano nemmeno a un minuto di orologio: chi ride, chi fa i versi, chi fa cadere qualcosa, chi chiacchiera, chi si alza in piedi.

Eppure, se ci pensiamo bene, questa fuga continua dice qualcosa di profondo: abbiamo paura del vuoto. Quando tutto ciò che ci distrae perde forza, restiamo davanti a domande silenziose: adesso, chi sei? Cosa porti dentro? Cosa cerchi davvero? La noia ci mette davanti alla nostra interiorità e spesso quello che troviamo non ci piace: inquietudine, ferite, desideri frustrati, rabbia, domande senza risposta, nostalgia di qualcosa che non sappiamo nemmeno nominare. Per questo la noia ci infastidisce, per questo la combattiamo.

Pensiamo anche alla vita di coppia: quante volte, dopo l’innamoramento iniziale, arriva la quotidianità, arriva la routine, arrivano giornate che sembrano tutte uguali. Arriva perfino la noia e subito pensiamo che ci sia qualcosa che non va: forse non la amo più, forse ho sbagliato persona. Ma spesso non è così, spesso abbiamo semplicemente confuso l’amore con l’emozione continua. Perché la noia, come la solitudine, può diventare una porta, una porta stretta, certo, scomoda da attraversare, ma capace di aprire su qualcosa di grande. Quando non abbiamo più stimoli esterni, quando il rumore si abbassa, quando restiamo in silenzio e apparentemente non accade nulla, lì può emergere la verità più profonda del nostro cuore: siamo fatti per l’infinito.

Nessuna distrazione riesce davvero a saziarci, nessun passatempo riempie completamente quel vuoto, nessun consenso umano, nessuna gratificazione immediata, nessuna relazione, nessun successo può placare fino in fondo quella fame di pienezza che portiamo dentro; certo, possiamo anestetizzarla per un po’, ma poi torna. E così chiediamo troppo al coniuge, troppo agli amici, troppo ai figli, troppo alle persone che ci circondano. Mettiamo sulle loro spalle un peso che non possono portare: renderci completi.

Ma nessun uomo e nessuna donna possono farlo. Sant’Agostino lo aveva capito bene quando scriveva che il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Dio. È esattamente così, quella inquietudine che sentiamo nella solitudine, quella noia che ci pesa, quel senso di vuoto che a volte ci assale non sono necessariamente un male da eliminare. Possono essere un richiamo, una bussola interiore che ci dice: stai cercando nel posto sbagliato ciò che solo Dio può darti. L’amore maturo conosce anche il silenzio, la normalità, i giorni ordinari. Se invece cerchiamo continuamente stimoli, emozioni forti, novità, rischiamo di inseguire un’eterna adolescenza affettiva che non costruisce nulla.

Anche nel matrimonio la noia può diventare una maestra. Può insegnarci a scavare più in profondità, a ritrovare il gusto delle cose semplici, a riscoprire la bellezza di una presenza fedele, di una carezza, di un dialogo vero, di una preghiera condivisa. Può insegnarci che la felicità non è vivere sempre emozionati, ma imparare ad amare anche nella ferialità.

Lo stesso vale per la solitudine. Quando restiamo soli, magari perché una relazione è finita, perché i figli sono cresciuti, perché gli amici hanno altro da fare, perché attraversiamo un tempo di deserto interiore, subito pensiamo che manchi qualcosa. E spesso è vero: manca qualcosa di umano, ma forse proprio quel vuoto può diventare spazio per Qualcuno di più grande.

Dio spesso ci aspetta proprio lì dove noi non vorremmo stare: nel silenzio, nella solitudine, perfino nella noia, perché solo lì smettiamo di correre e iniziamo finalmente ad ascoltare. Forse dovremmo smettere di riempire ogni istante e imparare ogni tanto a rimanere nel vuoto senza scappare; spegnere il telefono, stare in silenzio, annoiarsi persino, restare soli senza sentirci abbandonati. All’inizio sembrerà faticoso, ma poi, piano piano, scopriremo che quel vuoto non era un nemico, era uno spazio sacro che aspettava di essere abitato.

Perché la solitudine non sempre è abbandono e la noia non sempre è perdita di tempo, a volte sono il linguaggio discreto con cui Dio ci sta dicendo: “Adesso che hai smesso di riempirti di tutto, forse finalmente posso riempirti Io.” La solitudine che fa paura è anche quella che può salvarti. Questo non significa chiudersi agli altri o idealizzare l’isolamento, Dio ci ha creati per la comunione, abbiamo bisogno di relazioni vere, di fraternità, di amici, di una comunità che ci sostenga, ma è molto diverso vivere le relazioni come dono oppure come stampella senza la quale crolliamo.

Chi ha imparato a stare solo con Dio, poi riesce ad amare gli altri in modo più libero, non li possiede, non li usa per riempire vuoti, non mendica continuamente conferme e paradossalmente diventa anche un marito migliore, una moglie migliore, un amico migliore, un genitore migliore, perché smette di chiedere all’altro di salvarlo e inizia a condividere con l’altro una pienezza ricevuta.

Se oggi ti senti solo, non pensare subito che sia soltanto una disgrazia, chiediti piuttosto: che cosa vuole insegnarmi Dio in questo tempo? Dove mi sta aspettando? Quale verità su di me vuole rivelarmi? Perché a volte proprio nella stanza che ci sembra più vuota, scopriamo la Presenza più vera.

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Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Il cuore e il fegato: guarire usando ciò che ti ha ferito

«Prendi il cuore, il fegato e il fiele del pesce e conservali.» (Tb 6,5)

In questo quindicesimo modulo sul libro di Tobia affrontiamo le ferite affettive. Le ferite che nel copione ci hanno fatto difendere dall’amore, dentro un matrimonio vissuto nella gratuità possono diventare il luogo in cui finalmente impariamo a lasciarci amare davvero. Clicca  qui per leggere i moduli già pubblicati.

Nel libro di Tobia c’è una scena stranissima. Una di quelle che, lette velocemente, sembrano quasi favole antiche senza nulla da dire alla nostra vita concreta. Tobia e l’angelo Raffaele stanno viaggiando insieme quando un grosso pesce cerca di aggredire il ragazzo. Raffaele gli dice di prenderlo e di conservarne alcune parti: il cuore, il fegato e il fiele. E aggiunge una cosa sorprendente: proprio il cuore e il fegato serviranno per allontanare il demonio che tormenta Sara.

È un’immagine potentissima. Perché Dio non chiede a Tobia di cercare altrove la guarigione. Gli fa usare proprio ciò che prima aveva fatto paura. Proprio ciò che sembrava minaccioso. Ed è profondamente vero anche nella vita di coppia. Molti sposi pensano che amare significhi arrivare al matrimonio “perfetti”, sani, maturi, senza ferite. Ma non esistono coppie senza ferite. Esistono coppie che nascondono il dolore e coppie che imparano a trasformarlo. La differenza è tutta qui.

Potremmo dire che il copione di vita tende a convincerci che ciò che ci ha fatto soffrire ci condannerà per sempre. Chi è stato rifiutato rischia di vivere aspettandosi continuamente l’abbandono. Chi è cresciuto senza sentirsi visto può diventare ipersensibile alle mancanze del coniuge. Chi ha sperimentato tradimenti, freddezza o umiliazioni rischia di costruire un amore difensivo. E allora succede una cosa dolorosa: la ferita invece di essere curata viene trasmessa. Il marito che non si è sentito accolto diventa chiuso. La moglie che ha paura di non essere amata diventa controllante. Uno fugge. L’altra rincorre. Uno si spegne. L’altra alza i toni. E lentamente il matrimonio smette di essere luogo di guarigione per diventare il posto dove il copione si ripete.

Ma Tobia racconta altro. Racconta che persino ciò che ci ha spaventato può diventare medicina. Il cuore e il fegato non sono dettagli casuali. Nella simbologia biblica il cuore non indica soltanto le emozioni. È il centro profondo della persona. È il luogo delle decisioni, della verità, del desiderio autentico. Il fegato invece, nel mondo antico, era collegato alle passioni, agli impulsi vitali, alle emozioni più intense e perfino alle paure profonde. È come se il testo dicesse questo: la guarigione passa attraverso ciò che hai dentro. Attraverso il tuo mondo affettivo più vero. Attraverso le passioni che ti abitano. Attraverso le parti vulnerabili della tua storia.

Molti sposi cercano di salvarsi eliminando il dolore. Ma spesso la maturità nasce quando smetti di scappare dalla tua fragilità e inizi a darle un significato. Una coppia non guarisce perché improvvisamente spariscono i problemi. Guarisce quando le ferite smettono di essere armi e diventano punti di incontro. Pensiamo a quante persone, dopo anni di sofferenza, diventano più capaci di comprendere il dolore dell’altro. Quanti sposi, dopo una crisi attraversata davvero, imparano finalmente a parlarsi in modo autentico. Quanti, dopo aver toccato il rischio di perdersi, smettono di dare per scontata la presenza dell’altro. La ferita resta. Ma cambia funzione.

Ed è qui che il matrimonio può diventare uno dei luoghi più potenti di guarigione del copione. Perché questo cambiamento non nasce semplicemente dalla forza di volontà o da tecniche psicologiche. Nasce quando una persona fa esperienza concreta di un amore gratuito. Di un amore che resta. Di un amore che, lentamente, smentisce le antiche convinzioni scritte dentro di noi. Molti portano nel cuore copioni profondissimi: “Se mostro la mia fragilità verrò rifiutato”. “Se sbaglio non sarò amato”. “Devo essere perfetto per meritare amore”. “Se l’altro vede davvero chi sono, se ne andrà”. E così nel matrimonio spesso si recita una parte. Si mostrano le versioni migliori di sé. Si nascondono paure, vergogne, ferite, bisogni profondi. Ci si difende continuamente. Perché il Bambino ferito teme ancora di non essere degno di amore.

Ma quando il matrimonio viene vissuto fino in fondo accade qualcosa di sconvolgente: l’altro continua ad amarti anche mentre vede le tue ferite. Non solo i tuoi punti forti. Non solo la parte bella. Non solo quella sicura. Anche quella fragile. Anche quella impaurita. Anche quella incompleta. Ed è lì che il copione inizia lentamente a rompersi. Perché l’amore gratuito del coniuge diventa esperienza concreta di qualcosa che molti non avevano mai vissuto davvero: “Posso mostrarmi nudo e non essere rifiutato”. È esattamente ciò che accade nel Vangelo dopo la resurrezione. Gesù risorto avrebbe potuto cancellare le ferite della croce. E invece le mostra. Le conserva. Tommaso può toccarle. Perché l’amore vero non ama nascondendo le ferite, ma attraversandole.

Anche gli sposi, col tempo, imparano questo tipo di nudità. Non solo quella del corpo. Ma quella dell’anima. La nudità di chi smette di recitare. La nudità di chi trova il coraggio di dire: “Questa è la mia paura”. “Questa è la mia fragilità”. “Questo è il dolore che mi porto dentro”. E scopre, forse per la prima volta, di poter essere amato comunque. È questa esperienza che trasforma davvero la persona. Perché quando qualcuno continua ad amarti mentre conosce le tue ferite, allora inizi lentamente a credere che forse non sei sbagliato. Che forse non devi più salvarti da solo. Che forse l’amore non è una prestazione ma una grazia ricevuta.

Ed è questa la vera trasformazione spirituale. Noi spesso immaginiamo la santità come assenza di debolezza. In realtà il Vangelo mostra continuamente il contrario: Cristo risorto mantiene le ferite. Non spariscono. Diventano però ferite trasfigurate. Non sono più segno di sconfitta, ma di amore attraversato fino in fondo. Anche nel matrimonio succede così. Ci sono coppie che passano la vita a difendersi. E coppie che, lentamente, imparano a dirsi: “Ora capisco perché reagisci così”. “Ora vedo la tua paura”. “Ora riconosco il bambino ferito che c’è dietro la tua rabbia”.

Questo non significa giustificare tutto. Né restare in relazioni distruttive. Significa però smettere di guardare il coniuge solo come il problema e iniziare a vedere anche la sua storia. Questo è uno dei passaggi più importanti della ristrutturazione del copione: non identificarsi totalmente con la propria ferita. Non dire più “io sono così e basta”. Ma iniziare a scegliere in modo nuovo. Perché il rischio è usare il passato come condanna permanente. Tobia invece insegna che ciò che ti ha ferito può persino diventare luogo di guarigione per qualcun altro.

Ci sono sposi che, dopo aver combattuto contro dipendenze, freddezze affettive, crisi profonde o tradimenti, diventano capaci di accompagnare altre coppie. Persone che proprio grazie alle loro ferite sviluppano empatia, tenerezza, ascolto. Non perché il male fosse buono. Ma perché Dio è capace di trasformare anche il male in uno spazio di redenzione. Questo è il cuore del cristianesimo: non esiste nulla che Dio non possa attraversare. Nemmeno la tua storia più fragile. Nemmeno quella parte di te che ancora ti vergogni di mostrare.

Il cuore e il fegato del pesce diventano così il simbolo di una verità enorme: Dio non spreca nulla. Nemmeno le ferite. E forse molte coppie ricominciano proprio lì. Quando smettono di chiedersi: “Perché ci è successo?” e iniziano a domandarsi: “Come possiamo trasformare questo dolore in amore più vero?”. Perché le ferite non spariscono sempre. Ma possono diventare medicina.

Antonio e Luisa

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Una donna è sempre madre

Dire “mamma” o “donna” oggi sembra quasi un azzardo. Viviamo in un tempo in cui tutto viene separato, frammentato, ridefinito. E invece bisogna avere il coraggio di dire una cosa semplice e profonda: ogni donna porta dentro di sé una vocazione materna. Non è uno slogan, ma una verità antropologica e spirituale. Non significa ridurre la donna alla maternità biologica, ma riconoscere che esiste una modalità tipicamente femminile di stare al mondo, fatta di accoglienza, cura e generazione.

San Giovanni Paolo II, nella Mulieris Dignitatem, scriveva che la donna possiede una “speciale capacità di accoglienza dell’altro”. È una frase enorme, perché spiega che la maternità non coincide semplicemente con il partorire. La maternità biologica è certamente un dono immenso, concreto, visibile, ma fermarsi lì sarebbe riduttivo. La maternità è prima di tutto un atteggiamento del cuore. È la capacità di fare spazio all’altro, custodirlo, aiutarlo a crescere. In questo senso, una donna è madre ogni volta che genera vita attorno a sé, anche senza generare fisicamente un figlio.

Pensiamo a Madre Teresa di Calcutta. Non ha avuto figli biologici, eppure nessuno metterebbe in dubbio la sua maternità. È stata madre per migliaia di persone, perché ha vissuto fino in fondo quella capacità di amare che non trattiene, ma si dona. La sua frase più famosa – “Non tutti possiamo fare grandi cose, ma possiamo fare piccole cose con grande amore” – non è sentimentalismo: è una definizione concreta di maternità spirituale. È lì che si misura la maternità: nella qualità dell’amore, non nella quantità dei figli.

Il problema è che oggi facciamo fatica a riconoscere le differenze. Viviamo dentro quella che Bauman ha definito “società liquida”: tutto è fluido, tutto è intercambiabile, persino l’identità. Così si diffonde l’idea che uomini e donne siano sostanzialmente uguali in tutto: stessi desideri, stessa sensibilità, stesso modo di vivere il corpo e le relazioni. Ma questa visione, che sembra liberante, finisce spesso per appiattire. Non siamo uguali in tutto. Siamo uguali in dignità, ma diversi nel modo di esprimerci. E questa differenza non è un limite: è una ricchezza. Edith Stein lo diceva con chiarezza: “La donna è chiamata ad essere compagna dell’uomo, madre degli esseri umani e collaboratrice di Dio”. Per Edith Stein, la donna possiede una particolare sensibilità verso la persona concreta, una capacità unica di entrare in relazione con l’altro. Non è superiore all’uomo, ma diversa. Ed è proprio questa differenza che rende possibile la complementarità.

Se togliamo la differenza, togliamo anche l’attrazione. Se annulliamo la specificità femminile, perdiamo qualcosa di essenziale nella relazione uomo-donna. L’amore non nasce dalla copia, nasce dall’incontro tra due differenze che si completano. Benedetto XVI ricordava che “l’uomo da solo è incompleto; solo nell’insieme uomo-donna si realizza l’umanità”. È nell’incontro tra due modi diversi di amare che nasce qualcosa di nuovo. Qui entra in gioco il tema della maternità in modo ancora più profondo. La donna, anche a livello corporeo, è strutturata per accogliere. Non è un semplice dato biologico: è un linguaggio. Il corpo parla. E il corpo femminile dice chiaramente che la donna è fatta per custodire la vita. Nell’intimità accoglie, nel grembo custodisce, nella relazione nutre. Questo non significa che l’uomo non ami o non si doni, ma che lo fa in modo differente.

E allora arriva inevitabile la domanda: e le donne che non possono avere figli? E le consacrate? E chi non si sposa? Sono meno donne? Qui bisogna essere netti: no. Sarebbe una visione povera e ingiusta. Perché la maternità vera non si esaurisce nella biologia. Ancora una volta la vita concreta ci aiuta a capire. Pensiamo alle insegnanti che cambiano la vita dei ragazzi, alle catechiste che accompagnano nella fede, alle educatrici, alle amiche che sanno ascoltare davvero. Sono maternità silenziose, spesso invisibili agli occhi del mondo, ma potentissime. Papa Francesco ha detto più volte che “la Chiesa è donna” proprio perché è chiamata a generare, custodire e accompagnare la vita.

E poi c’è Maria di Nazaret. Spesso si dice che è diventata madre con l’Annunciazione. In realtà, in un certo senso, lo era già prima. Era madre nel cuore, nella sua disponibilità totale, nella sua capacità di dire “Eccomi”. Prima ancora del grembo, c’è un atteggiamento interiore: accogliere, fidarsi, donarsi. San Giovanni Paolo II scriveva che Maria è “il modello della femminilità compiuta”, perché in lei la maternità è prima spirituale e poi fisica. Questo cambia completamente la prospettiva. La maternità non è qualcosa che semplicemente “accade”. È una vocazione da vivere. E come ogni vocazione, richiede libertà, consapevolezza e responsabilità.

Anche la fede cristiana lo suggerisce in modo sorprendente. Giovanni Paolo I disse in una celebre udienza: “Dio è papà; più ancora, è madre”. Non per confondere i ruoli, ma per esprimere che in Dio esiste anche quella tenerezza, quella cura, quell’accoglienza che riconosciamo come materne. Nella Bibbia, la parola “misericordia” deriva dal termine ebraico rahamim, che richiama il grembo materno. È come dire che Dio ama con viscere di madre. Questo significa che la donna, nella sua vocazione materna, riflette qualcosa di profondamente divino. Non soltanto quando genera figli, ma ogni volta che genera vita: quando consola, sostiene, rimane accanto, ama anche quando costa.

E qui serve essere onesti fino in fondo. Questa vocazione non è romantica o facile. Accogliere significa esporsi. Significa soffrire. Significa a volte sentirsi svuotate. La maternità – biologica o spirituale – non è un’immagine perfetta da pubblicità. È un dono che passa attraverso il sacrificio. Ma è anche ciò che rende la vita feconda. Allora forse la frase iniziale smette di sembrare provocatoria e diventa semplicemente vera: dire “donna” è, in un certo senso, dire “madre”. Non perché tutte debbano avere figli biologici, ma perché tutte sono chiamate a generare vita.

E una società che dimentica questo, che riduce la donna a funzione o la spinge a imitare modelli maschili, non la libera: la impoverisce. Perché le toglie proprio ciò che ha di più prezioso. La sfida di oggi non è cancellare la differenza, ma riscoprirla. Non è negare la maternità, ma allargarla. Non è uniformare l’amore, ma riconoscere che esistono modi diversi – e complementari – di amare. Ed è proprio lì, in quella differenza accolta e vissuta, che nasce davvero la vita.

Antonio e Luisa

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Humanae Vitae e la responsabilità degli sposi: discernere davanti a Dio

Quando si parla di apertura alla vita nel matrimonio cristiano, si rischia spesso di cadere in due errori opposti: da una parte una rigidità che riduce tutto a regole fredde, dall’altra una libertà senza criteri che giustifica qualsiasi scelta. In mezzo, però, c’è la proposta profonda di Humanae Vitae: gli sposi sono chiamati ad essere aperti alla vita, ma possono, per gravi motivi, decidere di rimandare o evitare temporaneamente una gravidanza attraverso i metodi naturali.

Per evitare fraintendimenti, però, bisogna dire una cosa con chiarezza: nel rito del matrimonio gli sposi promettono di essere aperti alla vita, di accogliere i figli come dono. Questo significa che la maternità e paternità responsabile non può essere interpretata come una scelta chiusa in partenza alla vita. In altre parole, non può significare: “non vogliamo figli”. L’apertura alla vita è parte essenziale del sì che gli sposi si sono detti davanti a Dio. Almeno un figlio, come espressione concreta di questa apertura, non è un dettaglio opzionale, ma un segno reale di quella promessa. Allo stesso tempo, è fondamentale dire con altrettanta chiarezza che se i figli non arrivano, questo non dipende semplicemente dalla volontà della coppia e non può essere considerato una chiusura alla vita: ci sono situazioni, limiti e sofferenze che non sono scelti e che non tolgono nulla alla verità dell’apertura del cuore degli sposi.

Il punto decisivo, allora, non è tanto se esistano motivi gravi. Il punto è: chi li riconosce? Molti cercano una lista precisa: “questo è grave, questo no”. Ma la vita reale non funziona così. Ogni coppia ha una storia unica, fatta di ferite, limiti, responsabilità e possibilità concrete. Ridurre tutto a criteri esterni significa non aver compreso fino in fondo la grandezza del sacramento del matrimonio.

Nel matrimonio, infatti, gli sposi non sono semplicemente due persone che cercano di applicare delle norme. Sono consacrati. Attraverso il sacramento ricevono una partecipazione reale alla vita di Cristo e portano dentro di sé i doni battesimali: regalità, sacerdozio e profezia. Ed è proprio la regalità che illumina questo tema. Essere re, nella prospettiva cristiana, non significa dominare, ma discernere. Significa governare la propria vita secondo Dio, non vivere in modo automatico, non lasciarsi guidare solo dall’istinto o dalla paura, ma fermarsi, ascoltare, pregare e scegliere.

Applicato alla questione della vita, questo vuol dire che gli sposi sono chiamati a chiedersi: è questo il momento giusto per accogliere un figlio? Non in modo egoistico, ma nella verità della loro situazione concreta. Ci possono essere motivi psicologici, come una fragilità emotiva, una depressione postpartum, una stanchezza profonda che renderebbe difficile accogliere una nuova vita con equilibrio. Ci possono essere motivi relazionali, quando la coppia attraversa una crisi e ha bisogno di ritrovarsi. Ci possono essere motivi medici, quando una gravidanza comporta rischi seri. E ci possono essere anche motivi economici, quando la precarietà è tale da mettere in discussione il bene stesso della famiglia.

Sono questi “gravi motivi”? A volte sì. Ma non esiste una risposta valida per tutti. Ed è qui che bisogna essere chiari: nessuno dall’esterno può stabilirlo al posto degli sposi, neanche il Papa, neanche il padre spirituale. Questo non significa che siano inutili, al contrario. Il Magistero illumina, offre criteri, custodisce la verità. Il padre spirituale accompagna, aiuta a fare chiarezza, sostiene nel cammino. Ma non possono sostituirsi alla coscienza degli sposi, perché sono gli sposi, dentro il sacramento, ad essere responsabili davanti a Dio della loro scelta.

Attenzione però: questo non è soggettivismo, non è un “ognuno fa quello che vuole”. È molto più esigente. Significa che la decisione non nasce dalla comodità, ma dalla verità. Non dal “ci va” o “non ci va”, ma da un discernimento serio e onesto. Significa mettersi davanti a Dio e chiedere: “Signore, cosa è bene per noi, adesso?”. Ed è qui che emerge un punto decisivo: il rischio dell’autoinganno. È facilissimo chiamare “grave motivo” ciò che in realtà è paura, chiusura o egoismo. È facile convincersi che non è il momento, quando in realtà si sta evitando una fatica o una fiducia più grande.

Per questo la vera domanda non è solo: il motivo è grave? La vera domanda è: è vero? È una scelta che nasce dall’amore oppure dalla paura? È una decisione condivisa oppure uno dei due la subisce? È stata portata davanti a Dio oppure è rimasta solo nei nostri ragionamenti? Questo è il livello adulto della fede nel matrimonio.

Dentro questo discernimento c’è un altro punto fondamentale che Paolo VI mette con forza: ogni atto coniugale è chiamato a custodire due dimensioni inseparabili, quella unitiva e quella procreativa. L’amore degli sposi non è mai solo unione affettiva o solo apertura alla vita, ma entrambe le cose insieme. Quando queste due dimensioni vengono separate, si rompe qualcosa di profondo. Non è più l’amore pieno, ma una sua riduzione. Per questo i metodi naturali rispettano questa unità: non manipolano l’atto, ma si inseriscono nel ritmo della vita, lasciando che l’amore resti vero sia nella sua dimensione di comunione sia nella sua apertura alla fecondità.

I metodi naturali, allora, non sono semplicemente una tecnica per evitare gravidanze. Sono uno stile di vita. Chiedono dialogo, rispetto, capacità di attendere. Aiutano la coppia a non separare mai l’amore dalla verità del corpo. Non eliminano la responsabilità, la aumentano. Perché costringono gli sposi a parlarsi davvero, a confrontarsi, a scegliere insieme, senza scorciatoie.

E proprio qui si capisce la grandezza della vocazione matrimoniale: Dio si fida degli sposi. Non li tratta come bambini da guidare passo passo, ma li chiama a diventare adulti nell’amore, partecipi della sua stessa responsabilità. Certo, questo implica anche il rischio di sbagliare, ma è un rischio che Dio accetta, perché è l’unico modo per far crescere un amore vero.

In fondo, la domanda non è: qual è il minimo che devo fare per essere a posto? La vera domanda è: come posso amare davvero, qui e ora, nella mia situazione concreta? È lì che si gioca tutto. È lì che gli sposi vivono la loro regalità, il loro sacerdozio, la loro profezia. È lì che diventano davvero ciò che sono: responsabili dell’amore che hanno ricevuto.

Antonio e Luisa

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Tobia e il grande pesce: ciò che eviti ti domina

«Afferralo e non lasciarlo scappare!» (Tb 6,3)

In questo quattordicesimo modulo sul libro di Tobia affrontiamo l’evitamento. Ciò che nella coppia eviti per paura non scompare: ti domina; ma se lo affronti, può diventare strada di guarigione. Clicca  qui per leggere i moduli già pubblicati.

Il viaggio di Tobia prosegue, ma a un certo punto accade qualcosa di improvviso. Scende al fiume per lavarsi i piedi, un gesto semplice, quotidiano, e proprio lì, nell’ordinario, emerge l’imprevisto: un grande pesce salta fuori dall’acqua e lo aggredisce. La reazione di Tobia è immediata: paura, istinto, desiderio di scappare. È profondamente umano. Quando qualcosa ci sorprende, quando tocca una zona fragile, la prima risposta è difensiva: evitare, allontanarsi, chiudersi. Ma Raffaele interviene con una parola decisiva: “Afferralo”. Non evitarlo. Non scappare. Non lasciare che sia lui a dominare la scena. Prendilo.

È una scena potentissima, perché descrive con una semplicità disarmante quello che accade anche nella vita di coppia. Il “grande pesce” non è solo un animale. È tutto ciò che emerge all’improvviso nella relazione e che spaventa: un conflitto, una ferita, una distanza, una verità scomoda, una fragilità che non volevamo vedere. Il problema non è che il pesce esista. Il problema è cosa facciamo quando emerge.

Dal punto di vista dell’Analisi Transazionale, qui si gioca una dinamica molto chiara: evitamento contro confronto. Il Bambino interiore, quando ha paura, tende a evitare. Si ritira, minimizza, cambia discorso, si distrae, fa finta che non sia importante. È una strategia di protezione che serve a non sentire troppo, ma ha un costo: ciò che eviti non sparisce. Resta. E spesso cresce. L’Adulto, invece, ha un’altra postura: vede, riconosce, affronta. Non perché non ha paura, ma perché sa che evitare non è una soluzione.

Quante coppie vivono così. Il conflitto arriva, un tema delicato emerge, una distanza si fa sentire, e invece di affrontarlo si rimanda. “Non è il momento.” “Meglio non litigare.” “Passerà.” Ma non passa. Si accumula, si sedimenta, diventa tensione di fondo. Il pesce resta lì, sotto la superficie, e più lo eviti più prende spazio. Nella nostra esperienza di accompagnamento di tante coppie, ci è successo spesso di vedere come siano le donne a fare il primo passo, a scriverci, a raccontare che qualcosa non va. Avvertono la distanza, sentono il problema, cercano aiuto. Il marito, invece, più frequentemente tende a minimizzare, a far finta che il problema non ci sia, a spostare l’attenzione altrove. Non per cattiveria, ma per difesa. E questo però genera nelle mogli una grande frustrazione, a volte anche un rancore silenzioso, perché si sentono sole dentro una fatica che vorrebbero condividere.

Il testo biblico è sorprendente perché non propone una soluzione evasiva. Non dice: prega e il problema sparirà. Dice: prendilo. Affrontalo. Entraci dentro. Questo è un realismo profondamente umano e profondamente spirituale insieme. Tobia obbedisce. Affronta ciò che lo spaventa. E proprio lì accade qualcosa di inatteso: ciò che sembrava solo minaccia diventa risorsa. Raffaele gli dice di conservare il cuore, il fegato e il fiele del pesce, perché serviranno più avanti, serviranno per guarire, per liberare, per salvare.

Questo è un passaggio decisivo anche per gli sposi. Le difficoltà della coppia, se affrontate, possono diventare risorse, ma solo se attraversate, non se evitate. Un conflitto può far crescere la relazione, una crisi può rendere più vera la comunicazione, una ferita può aprire a una conoscenza più profonda dell’altro. Ma tutto questo accade solo se si entra nel problema, non se lo si aggira. Qui emerge una verità forte: ciò che eviti ti domina. Se eviti una conversazione, quella conversazione continuerà a vivere dentro di te sotto forma di tensione, irritazione, distanza. Se eviti un tema, quel tema tornerà, magari in modo più duro, più disordinato, più doloroso. Il pesce, se non lo affronti, resta nell’acqua e aspetta.

Nel matrimonio questo si traduce in tante piccole dinamiche quotidiane: silenzi che diventano muri, battute che coprono disagi, routine che nascondono distanze. Non si litiga, ma non ci si incontra più davvero, e questo lentamente consuma la relazione. Affrontare, invece, non significa aggredire. Non significa esplodere o dire tutto senza filtro. Significa portare dentro il dialogo ciò che è vero, anche se scomodo. Significa dire: “Questo mi fa male”, “Qui mi sento solo”, “Questa cosa mi pesa”. È un atto di coraggio, ma è anche un atto di amore, perché evita che il non detto diventi distanza.

Raffaele non elimina la paura di Tobia. Gli dà una direzione. Questa è la funzione dell’Adulto: non togliere l’emozione, ma orientare l’azione. Nel matrimonio, Dio non toglie i “pesci” dalla vita degli sposi, ma li accompagna nell’affrontarli. Suggerisce, attraverso la coscienza, la relazione, la parola, il momento giusto per entrare in ciò che fa paura. E quando una coppia inizia ad affrontare, qualcosa cambia profondamente. Non perché tutto si risolve subito, ma perché si rompe il circolo dell’evitamento. Si torna a essere protagonisti della relazione, non spettatori passivi delle dinamiche. E spesso accade una cosa sorprendente: proprio ciò che faceva più paura diventa occasione di crescita. Il pesce che aggredisce diventa medicina.

Questo non significa romanticizzare la fatica, ma darle un senso. Significa riconoscere che la relazione cresce non evitando le difficoltà, ma attraversandole. Per gli sposi questo è un invito molto concreto: non rimandare sempre, non aspettare che sia l’altro a iniziare, non lasciare che il non detto costruisca distanza. Affrontare non è rompere la relazione. È salvarla.

Perché l’amore vero non è quello che evita il conflitto. È quello che lo attraversa senza distruggersi. Tobia afferra il pesce, e proprio lì, dove c’era paura, inizia la possibilità della guarigione. E forse anche nel matrimonio è così: non è ciò che ti spaventa a distruggerti, è ciò che continui a evitare.

Antonio e Luisa

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Due modi di amare, un unico desiderio di comunione

Il corpo è il primo linguaggio dell’amore. Prima ancora delle parole, prima ancora delle promesse, c’è qualcosa che parla già: uno sguardo che si apre, un gesto che si dona, una presenza che si avvicina. È come se fossimo “scritti” per l’incontro. Il corpo, nella sua concretezza, dice già ciò che il cuore desidera: essere visto, accolto, amato.

Se ci fermiamo a osservare, scopriamo che il corpo dell’uomo e quello della donna raccontano due movimenti diversi ma profondamente complementari. Il corpo maschile porta dentro di sé una tensione verso l’esterno: è fatto per uscire, per muoversi, per andare incontro alla realtà. Il corpo femminile, invece, custodisce una capacità unica di accoglienza: è spazio, è dimora, è luogo in cui la vita può essere accolta e fatta crescere.

Non è solo una differenza fisica. È un linguaggio più profondo. L’uomo tende a donare, la donna a ricevere e trasformare. L’uomo si protende, la donna custodisce. Questa differenza si esprime in modo ancora più evidente nell’intimità sessuale. Lì il corpo parla senza filtri. L’uomo entra, la donna accoglie. L’uomo si dona andando verso l’altro, la donna si dona ricevendo dentro di sé. E dentro questi due movimenti non c’è opposizione, ma una promessa: quella della comunione.

Il problema nasce quando questa differenza smette di essere vissuta come dono e diventa difesa. Quando l’uomo, invece di donarsi, controlla o si ritira. Quando la donna, invece di accogliere, si chiude o si perde. Allora l’amore si confonde, diventa fatica, a volte lotta. Non perché la differenza sia sbagliata, ma perché è stata ferita.

Dentro ognuno di noi, infatti, ci sono dinamiche profonde che spesso non vediamo. Reagiamo, più che scegliere. Ci difendiamo, più che donarci. L’uomo può irrigidirsi in una forza che non protegge più ma domina. La donna può cercare sicurezza perdendo la libertà interiore. E così, invece di incontrarsi, ci si scontra o ci si evita.

E qui entra in gioco il matrimonio, che non è semplicemente un punto di arrivo, ma un cammino. Un cammino esigente, concreto, quotidiano. Un cammino verso la libertà. Non la libertà di fare ciò che si vuole, ma quella più profonda: la libertà di essere se stessi senza paura. Nel matrimonio, giorno dopo giorno, siamo chiamati a lasciar cadere le difese. Quelle maschere sottili che indossiamo per proteggerci. Quelle rigidità che ci fanno sembrare forti ma ci tengono lontani. Quelle chiusure che evitano il dolore ma impediscono anche l’amore.

Amare davvero significa esporsi. Significa mostrarsi per quello che si è, senza costruire un personaggio. E questo fa paura. Perché implica il rischio di non essere accolti. Ma è anche l’unica strada per vivere una comunione vera. Quando un uomo, nella relazione, smette di dimostrare e inizia a donarsi, la sua mascolinità diventa piena. Non è più affermazione, ma presenza. Non è più controllo, ma protezione che libera. E quando una donna smette di trattenere o di adattarsi per paura di perdere, e inizia ad accogliere restando se stessa, la sua femminilità fiorisce. Non è più dipendenza, ma apertura viva, capace di generare relazione. Questo è il punto: il matrimonio diventa il luogo dove impariamo a essere uomini e donne fino in fondo. Non secondo modelli rigidi o stereotipi, ma secondo la verità più profonda del nostro cuore.

E quando qualcosa si rimette in ordine dentro, cambia tutto. L’amore non è più una gara a chi ha ragione. Non è più una richiesta continua di conferme. Diventa una danza. Una danza in cui ciascuno resta se stesso, ma per l’altro. E in questa danza, corpo e cuore si parlano: il corpo esprime ciò che il cuore desidera, e il cuore si lascia educare da ciò che il corpo sceglie di vivere. Questo si vede in modo molto concreto nel dialogo quotidiano. Uomini e donne, spesso, parlano lingue diverse. Lui tende a cercare soluzioni, lei cerca connessione. Lui vuole sistemare, lei vuole essere ascoltata. E qui nascono tanti fraintendimenti.

Ma il punto non è stabilire chi ha ragione. Il punto è imparare a entrare nel mondo dell’altro. Per un uomo, significa fermarsi e ascoltare senza dover risolvere subito. Per una donna, significa non leggere ogni silenzio come distanza, ma anche come un modo diverso di elaborare. Il dialogo vero non è convincere, ma incontrare. È uscire dalla propria prospettiva per fare spazio all’altro. E questo richiede umiltà. Richiede un cuore che non sia chiuso nella difesa, ma aperto alla relazione.

Perché la comunione non è fusione. Non è annullarsi. È qualcosa di più maturo e più bello: restare distinti, ma uniti. Non confondersi, ma scegliersi. Non assorbirsi, ma donarsi. Ed è qui che si intravede qualcosa di ancora più grande. La relazione tra uomo e donna non è solo una realtà umana: è un riflesso di Dio. Un Dio che non è solitudine, ma comunione. Padre, Figlio e Spirito Santo: distinti, eppure uno nell’amore. Per questo l’amore tra uomo e donna non trova la sua pienezza nel possesso, ma nel dono. Come ricordava San Giovanni Paolo II, l’uomo non può realizzarsi se non attraverso un sincero dono di sé. È lì che accade tutto. È lì che il cuore si apre davvero.

Ma per vivere questo, serve un cuore nuovo. Un cuore che non abbia paura delle proprie fragilità. Che non si difenda continuamente. Che non viva l’altro come una minaccia, ma come una possibilità. Allora la forza dell’uomo può diventare tenerezza senza perdere solidità. E la sensibilità della donna può diventare profondità senza trasformarsi in fragilità. Entrambi riflettono qualcosa dell’amore di Cristo: un amore forte e mite, deciso e accogliente. Questo cammino non è immediato. È fatto di passi, di cadute, di ripartenze. Ma è reale. E il matrimonio è proprio questo spazio concreto dove accade: il luogo in cui, giorno dopo giorno, impariamo a togliere le armature e a restare veri.

E quando questo accade, si scopre una verità che cambia tutto: le differenze non dividono, rivelano. Non allontanano, ma chiamano alla comunione. In fondo, il desiderio è uno solo. Non essere perfetti. Ma essere amati davvero. Essere visti. Essere accolti. E quando questo accade, uomo e donna scoprono di essere due strade diverse che portano allo stesso mistero: l’amore che viene da Dio e che, attraverso loro, prende carne.

Antonio e Luisa

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Quell’ora che mi pesa… è quella che sta sostenendo il nostro matrimonio

Ci sono scelte che, se dovessi basarmi solo su quello che sento, non farei mai. Una di queste è l’adorazione del mercoledì mattina. Da qualche mese io e Luisa abbiamo deciso di ritagliarci quell’ora, dalle sei alle sette, davanti a Gesù.

E ogni volta è una piccola lotta. La sveglia suona e il corpo protesta. La mente cerca scorciatoie: “Se saltassimo solo questa volta?”. Non c’è niente di eroico in quel momento, anzi. È tutto molto concreto, molto umano. A volte ti accorgi che stai già contrattando: “Oggi sono più stanco”, “questa settimana è pesante”, “posso recuperare un altro giorno”. Eppure, proprio lì, nel momento più fragile, si gioca qualcosa di decisivo: non seguire semplicemente l’onda di ciò che senti, ma scegliere ciò che, in profondità, sai che ti fa bene.

Perché poi ci andiamo. E quando entriamo in chiesa, nel silenzio di quell’ora, succede qualcosa che non si riesce a spiegare fino in fondo. Non è un fare. È un sostare. Non risolvo problemi, non produco niente, non porto a casa risultati visibili. Non esco con una lista di cose fatte. Eppure esco diverso. Più raccolto. Più centrato. Più libero dentro. Come se, senza accorgermene, qualcosa si fosse riallineato. Come quando rimetti una bussola a nord: non vedi il movimento, ma poi tutto torna a orientarsi.

A volte quell’ora passa veloce, altre volte sembra non finire mai. Ci sono momenti di pace e altri di distrazione, momenti in cui preghi e altri in cui stai semplicemente lì. Ma anche questo fa parte del cammino: restare, senza scappare. Ed è proprio in questa fedeltà semplice, quasi nascosta, che qualcosa dentro di te cambia lentamente, senza rumore.

E la cosa più sorprendente è quello che accade tra me e Luisa. Stare lì insieme, senza parlare, senza dover dimostrare nulla, senza ruoli da interpretare… crea un’unità che non nasce dallo sforzo ma dalla presenza. È un “noi” che si costruisce in silenzio. Non perché ci guardiamo, ma perché guardiamo nella stessa direzione. Questo cambia il modo di stare insieme anche fuori da lì, nelle piccole cose di ogni giorno.

Perché nella vita quotidiana siamo spesso presi da mille cose: impegni, figli, lavoro, stanchezza. È facile ridurre la relazione a una gestione: organizzare, risolvere, incastrare. Invece quell’ora rompe il ritmo. Ci ricorda che prima di essere due persone che fanno funzionare qualcosa, siamo due persone che ricevono qualcosa. E lì capisci che la relazione non si regge solo sulle vostre forze, sulle vostre capacità, sui vostri equilibri sempre un po’ instabili. C’è Qualcuno che la sostiene. E quando lo riconosci, smetti di chiedere all’altro ciò che non può darti e inizi a vivere il rapporto con più verità.

C’è meno pretesa, meno bisogno di controllare, più libertà di amare. Però c’è anche un’altra faccia di questa esperienza, meno “consolante”. Stare davanti a Gesù non è sempre rassicurante, anzi, a volte è scomodo. Perché lì non hai più alibi. Non puoi riempire il tempo, non puoi distrarti davvero, non puoi raccontarti che va tutto bene quando non è così. Sei davanti a Uno che ti ama davvero, e proprio per questo ti vede fino in fondo.

E allora emergono le incoerenze, le fatiche, i peccati. Emergono quei piccoli atteggiamenti quotidiani che magari fuori giustifichi: una parola detta male, una chiusura, un egoismo sottile. Lì diventano chiari. Non perché qualcuno ti accusa, ma perché la luce fa vedere. E questo mette a disagio, perché una parte di noi vorrebbe essere accolta senza dover cambiare, vorrebbe sentirsi amata restando comoda nelle proprie abitudini, vorrebbe una pace senza passare dalla verità. Ma quando sei lì capisci che l’amore vero non ti lascia fermo: ti accoglie, sì, ma nello stesso tempo ti chiama a crescere. E crescere costa. Costa riconoscere ciò che non va senza giustificarti. Costa lasciare certe rigidità, certi modi di reagire, certe difese automatiche. Costa perché significa uscire da ciò che conosci, anche quando ti fa stare male ma ti dà sicurezza.

Eppure, proprio in quella fatica, senti anche qualcosa di diverso: non sei solo a farcela. Non sei tu che devi sistemarti per essere degno. Sei amato così come sei, e proprio per questo puoi iniziare a cambiare davvero. Non per paura, non per senso di colpa, ma perché ti senti guardato in un modo nuovo. E allora quell’ora, che all’inizio pesa, diventa uno spazio che costruisce. Costruisce dentro di te una libertà più vera, costruisce nella coppia un’unità più profonda, costruisce uno sguardo nuovo sulla vita quotidiana. Non sempre esco pieno di emozioni, a volte esco ancora stanco, a volte mi sembra di non aver “concluso” nulla. Ma è una stanchezza diversa, più pulita, più onesta, come se avessi tolto un po’ di rumore da dentro.

E piano piano capisco una cosa semplice ma decisiva: non vado lì perché ne ho voglia, ci vado perché ne ho bisogno. E forse, anche nella vita di coppia, il passaggio più importante è proprio questo: smettere di vivere solo seguendo ciò che senti e iniziare a scegliere ciò che ti fa vivere davvero. Perché l’amore, quello vero, non nasce solo da ciò che provi, ma cresce da ciò che scegli, giorno dopo giorno, anche quando costa.

Antonio e Luisa

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Un compleanno da ricordare

Oggi voglio raccontarvi quello che mi è successo di bello nei giorni scorsi. Mercoledì 22 aprile ho compiuto 50 anni: un traguardo importante, mezzo secolo, uno di quelli che inevitabilmente ti portano a fermarti un attimo e a ripensare alla tua vita, ma anche alla grazia ricevuta.

Quel giorno, sulla carta, non erano previsti grandi festeggiamenti. Anche perché, dopo il lavoro, le figlie non sarebbero dovute stare con me; inoltre, la sera, io ed Ersilia (della fraternità Sposi per Sempre) avevamo una testimonianza online per la Scuola Nuziale alle 20:30, quindi il tempo a disposizione sarebbe stato comunque poco. Pensavo, insomma, che sarebbe stata una giornata come tante altre: vissuta con gioia, certo, ma senza nulla di speciale. Invece le figlie, 16 e 20 anni, hanno deciso di venire a cena da me. Mia mamma, con cui condivido la casa, aveva comprato un dolce: a fine cena ho acceso le candeline e abbiamo vissuto insieme un momento semplice ma bello di festa.

Il giorno dopo, però, mi sono accorto di non aver ricevuto neppure un bigliettino di auguri dalle figlie e, anche se cercavo di non darci troppo peso, dentro di me un po’ ci sono rimasto male. Pensavo che magari non avevano avuto tempo e che sarebbe arrivato più avanti. Da mia moglie, invece, non mi aspettavo nulla: dalla separazione non mi ha mai mandato neanche un messaggio di auguri, quindi lì non c’era delusione.

Mio fratello, nei giorni precedenti, mi aveva parlato di alcune pratiche bancarie relative a nostra madre e mi aveva chiesto se nel primo pomeriggio sarei stato a casa per aggiornarci: nulla di strano, era successo altre volte in passato. Verso le 15 arriva, entra in casa, poi quasi subito mi dice: “Vieni un attimo fuori in giardino, ti devo far vedere una cosa”.

Esco e su un tavolo vedo una grande torta, con due candeline accese sopra il numero 50 e la scritta “cinquanta anni e non sentirli”; attorno c’erano le figlie, mia cognata, i due nipoti e il fidanzato della figlia più grande, tutti lì, per me. Ovviamente oltre alla torta sono arrivati anche due bei regali, uno da parte delle figlie e l’altro da parte della famiglia di mio fratello. Ho saputo che tutto è stato organizzato dalle nostre due principesse e sinceramente non me lo aspettavo minimamente, perché non era mai accaduto in passato.

Tutto questo racconto per condividere con voi la mia gioia, ma anche per fare delle considerazioni su cui ho riflettuto in questi giorni. Innanzitutto i miei primi 50 anni sono veramente un dono immenso e non scontato, se penso magari ai bambini che vivono nelle zone di guerra e quindi voglio ringraziare Dio perché è un bel traguardo e un grande regalo.

Inoltre, quante volte fissiamo lo sguardo su ciò che non abbiamo: potrei fermarmi a pensare che mia moglie non è più accanto a me, che non posso vivere la pienezza dell’intimità coniugale, che posso vedere le figlie solo in alcuni giorni, che spesso fanno di testa loro, che a volte sembrano non ascoltare nulla, che quest’anno non hanno voluto nemmeno partecipare alla messa di Pasqua. Potrei fermarmi lì, potrei convincermi che tutto sia perduto. Potrei pensare che seminare amore, pazienza, testimonianza, fede, sia inutile. Così rischierei di non accorgermi più dei piccoli e grandi miracoli che il Signore continua a compiere nella mia storia.

Quello che è accaduto mi ha profondamente rincuorato, perché ho sentito chiaramente che Dio mi stava dicendo: “Quello che fai non è sprecato, anche se non vedi risultati immediati”. Le mie figlie, con quella sorpresa, mi hanno regalato molto più di una festa, mi hanno restituito speranza, mi hanno ricordato che l’amore seminato resta vivo, anche quando sembra cadere nel vuoto.

Ho capito ancora una volta che il dono più grande non sono gli anni vissuti, ma accorgersi che Dio continua a scrivere meraviglie dentro la nostra storia concreta, fragile, imperfetta e spesso lo fa attraverso le persone dalle quali non te lo aspetti. I regali più belli, in fondo, sono proprio quelli inattesi. Questa sorpresa mi ha insegnato anche un’altra cosa preziosa: noi vediamo solo un pezzo della storia, Dio la vede tutta.

Quando meno me lo attendo, ecco che spunta un segno, piccolo o grande, ma capace di rimettere luce dove stava tornando il buio. Per questo sento che vale la pena restare fedeli al bene, anche quando sembra inutile. Vale la pena continuare a scegliere ogni giorno chi vogliamo essere, invece di lamentarci, perché l’amore vissuto con verità lascia tracce: magari invisibili per mesi, per anni, ma lascia tracce; poi, un giorno, quelle tracce diventano una strada che qualcuno può percorrere.

Sabato, circondato dalle persone che amo, ho capito che Dio ha continuato a tessere fili, mentre io pensavo che alcuni si fossero interrotti e questo, credetemi, è stato il più bel regalo che avrei potuto ricevere!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Il padre che lascia andare: amare senza trattenere

«Non preoccuparti, fratello; partirà sano e salvo e tornerà da te.» (Tb 5,21)

In questo tredicesimo modulo sul libro di Tobia affrontiamo il controllo. Amare davvero non è trattenere per paura, ma restare liberi scegliendosi anche nell’incertezza. Clicca qui per leggere i moduli già pubblicati.

C’è una scena nel libro di Tobia che non ha nulla di spettacolare, ma è tra le più vere. Non ci sono miracoli. Non ci sono guarigioni. C’è un padre che lascia partire il figlio e non sa cosa accadrà. Tobi è cieco. Ha già perso tanto. La vita lo ha esposto, ferito, ridimensionato. E ora deve lasciare andare Tobia, l’unico figlio, l’unico appoggio, l’unica sicurezza concreta rimasta. Non è solo una partenza. È una prova interiore.

La reazione è profondamente umana: paura, ansia, bisogno di controllo. Tobi vorrebbe trattenere, verificare, assicurarsi che tutto vada bene. Fa domande, cerca garanzie, ha bisogno di sapere chi accompagnerà suo figlio, dove andrà, cosa farà. Non è mancanza di fede. È amore attraversato dalla paura.

E qui si gioca un passaggio decisivo anche per gli sposi: la differenza tra amare e trattenere. Nel matrimonio questa dinamica è più presente di quanto si pensi. Non solo nei figli, ma nella relazione stessa. Si trattiene l’altro quando si ha paura di perderlo. Si controlla quando ci si sente insicuri. Si cerca di prevedere, gestire, limitare, per non essere esposti. Ma l’amore non cresce nel controllo. Cresce nella libertà.

Dal punto di vista dell’Analisi Transazionale, qui si vede bene la tensione tra attaccamento e autonomia. Il Bambino interiore ha bisogno di sicurezza, di vicinanza, di stabilità. Ma quando questa esigenza diventa dominante, può trasformarsi in dipendenza o controllo. Il Genitore, invece, può irrigidirsi in regole e paure: “Deve andare così”, “Non puoi sbagliare”, “Non posso lasciarti andare”. L’Adulto sano è quello che tiene insieme le due cose: riconosce il legame, ma permette il movimento.

Tobi è chiamato proprio a questo passaggio: fidarsi senza controllare tutto. Non è facile. Perché fidarsi significa accettare di non sapere. Significa accettare che l’altro farà esperienze che non puoi gestire. Significa lasciare spazio alla crescita, anche al rischio. E questo, interiormente, fa paura. Quante coppie vivono questo nodo senza accorgersene. Uno dei due controlla. L’altro si sente soffocato. Uno dei due chiede rassicurazioni continue. L’altro si allontana. Uno dei due trattiene per paura. L’altro vive quel trattenere come mancanza di fiducia.

E così, paradossalmente, proprio ciò che dovrebbe tenere unita la relazione – il legame – diventa ciò che la irrigidisce. Amare non è trattenere. È permettere di andare. Ma attenzione: permettere di andare non significa distaccarsi emotivamente. Non significa indifferenza. Non significa “fai quello che vuoi, non mi riguarda”. È qualcosa di molto più maturo: restare legati senza controllare. Nel testo, Raffaele interviene proprio su questo punto. Non elimina la paura di Tobi. Non lo rimprovera. Gli offre una parola che apre: “Tornerà”. È una parola che non dà controllo, ma dà fiducia. Questo è il tipo di presenza che aiuta una coppia a crescere. Non quella che toglie la fatica, ma quella che rende possibile attraversarla.

Nel matrimonio, lasciare andare significa permettere all’altro di essere se stesso, di avere spazi, tempi, pensieri, relazioni, senza viverli come una minaccia. Significa accettare che l’altro non è sotto il tuo controllo. E questo non indebolisce il legame: lo rende più vero. Molte crisi di coppia nascono proprio da qui. Non da mancanza d’amore, ma da un amore troppo carico di paura. Un amore che vuole garantire, proteggere, evitare ogni rischio. Ma così facendo, blocca. Il rischio, invece, fa parte della crescita. Anche nel matrimonio.

Lasciare andare significa anche accettare che l’altro cambierà. Che non resterà come all’inizio. Che farà scelte, attraverserà fasi, vivrà passaggi che non puoi prevedere. E il compito non è impedirlo, ma restare in relazione mentre accade. Questo richiede una grande maturità interiore. Perché implica lavorare sulla propria ansia. Sulla propria paura di perdere. Sul bisogno di controllo. Serve il passaggio verso un Adulto integrato: una parte di sé che sa stare nell’incertezza senza crollare, che sa amare senza possedere.

Tobi, alla fine, lascia partire Tobia. Non perché è tranquillo. Ma perché sceglie di fidarsi più di quanto ha paura. Questa è fede adulta. Non l’assenza di paura, ma una scelta dentro la paura. E questo è un passaggio fondamentale anche per gli sposi: imparare a non bloccare l’altro per sentirsi sicuri. Perché la sicurezza vera non nasce dal controllo. Nasce dalla fiducia. E la fiducia non è certezza che tutto andrà bene. È decisione di restare aperti anche quando non si può controllare tutto.

Nel matrimonio, Dio non elimina il rischio. Ma sostiene questo passaggio. Aiuta a non trasformare la paura in controllo. Aiuta a trasformarla in fiducia. E forse la forma più matura dell’amore è proprio questa: restare legati senza trattenere, accompagnare senza invadere, fidarsi senza vedere tutto. Tobi lascia andare. E proprio lì, senza saperlo, comincia la guarigione. Perché a volte il primo miracolo non è ciò che accade fuori, ma ciò che smettiamo di trattenere dentro.

Antonio e Luisa

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Il mito della ‘metà della mela’ sta rovinando l’amore

C’è un’idea sull’amore che ci portiamo dentro senza accorgercene. È l’idea che per essere felici abbiamo bisogno di qualcuno che ci completi, che colmi ciò che ci manca. È un’idea affascinante, poetica, ma non nasce dal Vangelo. Nasce piuttosto dalla cultura greco-romana, e in particolare da un racconto celebre di Platone nel Simposio: quello degli esseri umani originariamente interi, poi divisi in due da Zeus, condannati a cercarsi per tutta la vita. Da qui nasce il mito delle “due metà della stessa mela”.

Questa visione ha un grande limite: parte da una mancanza. L’altro diventa ciò che mi serve per sentirmi completo. È facile capire dove porta, nelle relazioni concrete: aspettative altissime, bisogno di essere riempiti, paura di perdere l’altro perché senza di lui “non sono niente”. È una visione che, alla lunga, crea dipendenza affettiva più che amore.

La visione biblica e cristiana è radicalmente diversa. Nella Genesi, Dio crea l’uomo e la donna non come due metà spezzate, ma come due persone complete, ciascuna portatrice dell’immagine di Dio: “A immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò”. Non c’è un essere umano incompleto in attesa dell’altro. C’è una pienezza originaria che però non è chiusa in se stessa. È una pienezza chiamata alla relazione. Quando Dio dice: “Non è bene che l’uomo sia solo”, non sta dicendo che l’uomo è “mancante”, ma che la sua pienezza non può svilupparsi senza relazione. L’essere umano è fatto per uscire da sé, per incontrare un “tu” che è diverso, libero, non possedibile. E proprio questa differenza diventa lo spazio della crescita.

Qui sta il passaggio decisivo: non completamento, ma compimento. Nel paradigma greco-romano io amo perché mi manca qualcosa. Nel paradigma biblico io amo perché sono già qualcuno, e proprio per questo posso donarmi. L’altro non è la soluzione alla mia incompletezza, ma il luogo in cui la mia umanità può maturare, purificarsi, espandersi. Questo cambia tutto. Se cerco qualcuno che mi completi, finirò per chiedergli troppo: dovrà rendermi felice, darmi sicurezza, riempire i miei vuoti. Ma nessun essere umano può reggere questo peso. E quando inevitabilmente non ci riesce, nasce la delusione.

Se invece entro nella relazione da persona già “abitata”, già amata da Dio, allora posso incontrare l’altro non per usarlo, ma per accoglierlo. Posso lasciarmi mettere in discussione dalla sua differenza, senza viverla come una minaccia. La Bibbia insiste molto su questa differenza: l’uomo e la donna non sono identici, non sono intercambiabili. Sono complementari, ma non nel senso di “due pezzi che si incastrano”, bensì nel senso di due alterità che si richiamano. È proprio la differenza a generare relazione vera.

In termini più profondi, potremmo dire così: nella visione cristiana l’identità non si costruisce per fusione, ma per relazione. Non diventiamo noi stessi annullandoci nell’altro, ma incontrando l’altro restando noi stessi. Questo ha conseguenze molto concrete nella vita di coppia.

Significa, ad esempio, che il matrimonio non è il luogo dove smettere di crescere perché “ho trovato la mia metà”, ma il luogo dove crescere ancora di più. Perché l’altro, con la sua diversità, mette in luce le mie rigidità, le mie paure, i miei limiti. Non per distruggermi, ma per aiutarmi a maturare. Significa anche che l’amore non è possesso. Se l’altro mi completa, allora ho bisogno di trattenerlo. Se invece l’altro è un dono, allora posso lasciarlo libero. E solo nella libertà nasce un amore vero.

E qui emerge il cuore della visione cristiana: l’uomo non è fatto per essere riempito da una donna, ma da Dio (naturalmente vale anche per la donna verso l’uomo). Solo Dio può colmare il desiderio infinito che portiamo dentro. Quando questo ordine viene rispettato, la relazione umana si libera da un peso impossibile e diventa ciò che è chiamata a essere: un cammino di comunione. In questo senso, il matrimonio cristiano è profondamente realistico e allo stesso tempo altissimo. Realistico, perché non idealizza l’altro come soluzione a tutto. Altissimo, perché vede nella relazione un luogo di rivelazione di Dio.

Amare, allora, non è trovare qualcuno che mi salva dalla mia incompletezza. È incontrare qualcuno con cui camminare verso il compimento della mia umanità. E questo compimento non avviene perché l’altro mi riempie, ma perché, attraverso l’altro, imparo ad ama

Antonio e Luisa

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Sara e la vergogna: quando ti senti di troppo

“Benedetto sei tu, Dio misericordioso… a te alzo il mio volto.” (Tb 3,11)

In questo dodicesimo modulo sul libro di Tobia affrontiamo la vergogna. La vergogna ti fa sentire di troppo, ma guarisce quando cambi sguardo e ti lasci vedere con gli occhi di Dio. Clicca qui per leggere i moduli già pubblicati. C’è una scena nel libro di Tobia che è delicata e tremenda insieme. È la scena di Sara. Una donna giovane, desiderosa di amare e di essere amata, eppure segnata da una storia che la rende agli occhi degli altri “sbagliata”.

Ha avuto sette mariti e tutti sono morti. Non per colpa sua. Ma questo non basta a salvarla dal giudizio. Le parole che riceve sono taglienti, umilianti, insinuanti. Una serva arriva a dirle: “Sei tu il problema”. E quella frase, da attacco esterno, diventa qualcosa di molto più profondo. Entra dentro, scende nel cuore e si trasforma in identità. È qui che nasce la vergogna.

Non è semplice imbarazzo. È quella sensazione sottile e devastante di essere “di troppo”, di non essere giusti, di non meritare amore, di essere, in fondo, non amabili. Sara non reagisce con rabbia, non si difende, non attacca. Fa qualcosa di ancora più drammatico: interiorizza. Si ritira. E arriva a pensare che l’unica via d’uscita sia sparire, non esserci più, per non essere più un peso. Questa pagina è antica, ma parla con una precisione impressionante alla vita delle coppie di oggi, perché dentro tanti matrimoni, anche buoni, anche credenti, si nasconde questa stessa ferita: la vergogna relazionale.

È quella che nasce quando non ti senti desiderato, quando percepisci che l’altro non ti cerca più, quando fai fatica a sentirti scelto, quando ogni tuo tentativo sembra non bastare mai. E allora inizi a pensare: “Forse il problema sono io”. Non lo dici ad alta voce, non sempre ne sei consapevole, ma lo vivi nel modo in cui ti muovi, nel modo in cui parli, nel modo in cui ti avvicini o smetti di farlo. È la logica del Bambino adattato vergognoso, quella parte di noi che, pur di non perdere la relazione, si piega, si riduce, si nasconde, smette di esprimere bisogni profondi per non disturbare e si convince che, per essere amato, deve diventare “meno”.

Meno ingombrante, meno emotivo, meno bisognoso, meno vero. Ma c’è un prezzo. Perché quando smetti di essere vero per essere accettato, smetti anche di essere vivo nella relazione, e il matrimonio, piano piano, si svuota. Non esplode, non si rompe subito, ma si spegne. Sara arriva a un punto limite, in cui la vergogna diventa così forte da farle desiderare la morte. Eppure, proprio lì, accade qualcosa di decisivo. Non agisce contro di sé, non si toglie la vita. Sale nella sua stanza e prega.

Questa è la svolta. Perché nella preghiera Sara fa qualcosa di radicale: smette di guardarsi con gli occhi degli altri e prova a lasciarsi guardare da Dio. Qui si gioca tutto, perché la vergogna nasce sempre da uno sguardo, ma può essere guarita solo da uno sguardo più profondo. Lo sguardo degli altri può etichettarti, ridurti, ferirti, convincerti che sei sbagliato, che sei “troppo” o “non abbastanza”. E se quel giudizio lo interiorizzi, diventa copione: “Non sono amabile”. Quando questo copione entra nel matrimonio succede qualcosa di molto concreto: smetti di lasciarti amare.

Magari l’altro prova anche a volerti bene, ma tu non ci credi. Filtri tutto, interpreti ogni gesto alla luce della tua ferita e così, senza accorgertene, respingi proprio quell’amore che desideri. È un circolo doloroso. Per questo la guarigione non può partire dal fare di più, dal dimostrare, dal migliorarsi per meritare amore. Parte dallo sguardo. Sara, nella sua preghiera, non cambia subito la situazione, non risolve il problema, ma si espone a uno sguardo diverso, uno sguardo che non la giudica, che non la riduce alla sua storia, che non la definisce per quello che le è accaduto, ma la riconosce. E questo, lentamente, ricostruisce la sua identità.

Dentro la coppia questo è decisivo, perché il tuo coniuge non ha bisogno di un giudice accanto, ma di qualcuno che sappia guardarlo così, oltre la ferita, oltre il limite, oltre la storia. Non significa negare i problemi o non dire la verità, ma scegliere il modo in cui guardi l’altro. Puoi guardarlo come uno che non è all’altezza oppure come uno che sta lottando, come uno che delude oppure come uno che ha bisogno, con sospetto oppure con misericordia. Questo cambia tutto, perché lo sguardo crea spazio e dove c’è spazio la persona può tornare a respirare, può uscire dalla vergogna, può rimettersi in gioco.

Ma serve anche un passaggio personale, onesto. Se dentro di te senti questa voce che dice “non sono abbastanza”, non ignorarla, non coprirla con prestazioni, non combatterla da solo. Portala alla luce, davanti a Dio e, se possibile, dentro la relazione. La vergogna cresce nel silenzio, ma perde forza quando viene condivisa in un luogo sicuro. Dire al proprio coniuge “a volte mi sento di troppo” è un atto di verità enorme. Fa paura, ti espone, ma apre una possibilità nuova: non quella di essere perfetto, ma quella di essere finalmente visto.

Sara non resta definita dalla vergogna. La sua storia non finisce lì. Dio prepara per lei un incontro, una relazione, una possibilità nuova, ma tutto parte da quel momento in cui smette di credere solo allo sguardo che la ferisce e si apre a uno sguardo che la salva. Anche nel matrimonio è così. La vergogna non si cura con il giudizio, non si cura con le pretese, non si cura con il “devi cambiare”. Si cura con uno sguardo, uno sguardo che dice, anche senza parole: non sei di troppo, non sei sbagliato, sei amabile, anche qui. Ed è da lì che l’amore, lentamente, ricomincia.

Antonio e Luisa

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