Una puntigliosità amorevole

… E’ possibile secondo voi avere un carattere tendente alla puntigliosità, e nello stesso tempo poter essere amorevoli e comprensivi?

Si, secondo me si, allenandosi a usare la propria puntigliosità per amore e non per rivendicare, pretendere, rimproverare o punire.

Penso che un pochino tutti, compresa me, abbiamo in noi una tendenza alla puntigliosità, anche se in modi diversi, per esempio  quando ci teniamo che qualcosa sia fatta bene, o che qualcuno si comporti in un preciso modo, o se ci sentiamo ingiustamente trattati o trascurati, ecco che la puntigliosità fa capolino dalla parte del nostro cuore dove, birichina, si era nascosta per un po’.

Succede anche a voi di impuntarvi su dettagli o errori degli altri che proprio non sopportate, e di insistere perché quei difetti, sbagli, o dettagli non precisi come vorremmo e come ci sembra giusto siano cambiati e il prima possibile? E di sottolineare tutto ciò che non va bene, con acredine (che a noi sembra solo preoccupazione di evidenziare  un imperfezione, ma in realtà diventa acredine e durezza, rimprovero, disistima di qualcuno)?a me a volte succede, ahimè.

Nel caso di un lavoro da fare bene, o di qualcosa da curare bene, secondo me è giustissimo chiedere di fare bene qualcosa, e aiutare, correggere, ma con amore ed empatia,senza screditare la persona che non fa bene qualcosa.

A volte o spesso senza accorgerci, quando evidenziamo uno sbaglio o difetto o problema o lentezza di qualcuno, a noi sembra di dire no a quell’errore e imperfezione, ma in realtà ci esprimiamo e pensiamo in un modo che diciamo NO alla persona intera, al suo modo di essere, a ciò in cui è diversa da noi anche come modalità di fare qualcosa.

C’è in fatti un modo di usare la puntigliosità, il voler puntualizzare,  che fa male a  noi stessi e agli altri: quella tendenza e voglia di impuntarsi su dispiaceri ricevuti, su distrazioni degli altri nei nostri confronti, quella voglia di evidenziare, di un problema, solo ciò che non va e ostinarsi a non cercare possibili soluzioni o modi di guardare il problema che aiutino gli altri ad affrontarlo in un modo diverso, più costruttivo. Quell’insistere sui dettagli sbagliati per avere l’ultima parola e sentirsi “vincenti” sull’altro, quel far pesare all’altro o agli altri  con parole e atteggiamenti che in quel giorno a quell’ora ha sbagliato, quel rendere ogni difetto, limite, lentezza ed egocentrismo dell’altro una “occasione” per rimproverarlo duramente, per sottolineare quanto l’altro sia “sbagliato” e come fa male le cose;

ognuno di noi può ripensare se vuole a tanti esempi e situazioni in cui fa così, o quando gli altri fanno così nei suoi confronti.

E a quel punto, quella  puntigliosità che è anche secondo me l’altra faccia della medaglia di una capacità, e cioè la capacità di cogliere i dettagli, di sapersi soffermare su sfumature, particolari, e saperne parlare e saperli evidenziare, diventa un mezzo per ferire gli altri e  se stessi, una occasione di autoinganno in cui arriviamo a credere che più puntualizzeremo agli altri il male che fanno, più soppeseremo ogni loro parola, gesto e intenzione, più usiamo qualche dettaglio dell’altro  o delle sue scelte e azioni per incolparlo e rendere evidente che “cattivo” che è con dimostrazioni secondo noi solide e assolute, più crederemo, autoingannandoci, di essere vincenti, più forti e bravi, più attenti a cogliere ogni dettaglio per difenderci e non farci ferire e umiliare, e più coltiveremo senza accorgercene in noi tanto astio, amarezza, e un modo di guardare gli altri e noi stessi sempre più buio, amaro, duro.

A volte forse si è pure tentati di credere che l’ “unico” modo per far capire qualcosa a qualcuno, (in particolare quanto ha sbagliato o sta sbagliando o quanto ci fa dispiacere e ci fa soffrire, per “scrollarlo” e farlo smuovere, convincerlo che deve cambiare, sia proprio questo insistere su dettagli soprattutto dei suoi errori, convinti che l’altro solo così capirà soffrendo quanto male ci sta facendo  e quanto è cattivo.

Ma se qualcuno, per stimolarci a cambiare o a capire qualcosa, usasse questo metodo con noi, come ci sentiremmo? Se qualcuno volesse farci notare nostri errori non con amore ed empatia, ma con atteggiamento  di colui che sa dove sbagliamo, con atteggiamento di rifiuto di noi come persona, con atteggiamento di colui che sa con esattezza cosa significano i  dettagli dei nostri comportamenti e intenzioni, e se per aiutarci sottolineasse solo ciò che ancora non vogliamo o riusciamo a fare, ciò che non va, e non ci parlasse mai anche dei nostri punti di forza, delle nostre possibilità e capacità noi ci sentiremmo capiti, aiutati, incoraggiati a cambiare? Penso di no.

 E se qualcuno ci rinfacciasse con giudizio un nostro errore (dicendoci che lo fa per il nostro bene, per farci capire quanto male abbiamo fatto ecc.) facendoci pesare ogni dettaglio ogni parola, ogni cosa che non abbiamo fatto, addirittura ogni nostro piangere o soffrire, e ci rimproverasse perché non si deve piangere, ma solo essere forti, come ci sentiremmo? Capiti? Amati? Considerati? aiutati?

I dettagli sono sicuramente importanti, a volte possono essere un piccolo strumento per far intuire situazioni e difficoltà più grandi, ma quello che secondo me fa la differenza tra una puntigliosità usata per fare del male all’altro (convinti spesso che invece lo stiamo solo stimolando, aiutando, mentre in realtà lo stiamo punendo o ci stiamo vendicando)e una puntigliosità che si prende cura dei dettagli per aiutare davvero, è l’amore.

E’ la nostra volontà o non volontà di amare che fa arrivare un messaggio diverso all’altro, è solo amando come ci chiede Dio, con il suo tipo di amore e criterio che possiamo davvero aiutare l’altro ad accorgersi dei suoi errori, a soffermarsi su dettagli che non vedeva e non coglieva, (perché spesso gli altri non notano i dettagli loro o i dettagli di come soffriamo o come ci feriscono anche perché a volte per loro paure o sofferenze decidono senza rendersene conto di diventare ciechi ad alcuni dettagli importanti).

Immaginate quanto sia più bello, rasserenante ed efficace cogliere tanti dettagli particolari (di una frase, di una atteggiamento, di un tono, di un comportamento, di uno sbaglio o di una buona azione, ecc.) e … prendersene cura, guardarli per aiutare l’altro a liberarsi , ad amare, a correggersi, ma sempre entrando prima in empatia con lui, guardando le difficoltà anche dal suo punto di vista, evidenziare si gli sbagli(ma per aiutarlo davvero) ma anche le sue possibilità, risorse, capacità …. e allora la propria puntigliosità può diventare un dono per se stessi e per gli altri, per cogliere dettagli e usarli per amare di più . NO a ciò che non va, ma SI alla persona che fa ciò che non va bene …..

Francesca Bisogno

Potete leggere questo e altri articoli sul suo blog Alba stellata

 

 

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Sposi sacerdoti. Un giardino da curare. (45 articolo)

[12]Giardino chiuso tu sei,
sorella mia, sposa,
giardino chiuso, fontana sigillata.
[13]I tuoi germogli sono un giardino di melagrane,
con i frutti più squisiti,
alberi di cipro con nardo,
[14]nardo e zafferano, cannella e cinnamòmo
con ogni specie d’alberi da incenso;
mirra e aloe
con tutti i migliori aromi.
[15]Fontana che irrora i giardini,
pozzo d’acque vive
e ruscelli sgorganti dal Libano.

LA SPOSA

[16]Lèvati, aquilone, e tu, austro, vieni,
soffia nel mio giardino
si effondano i suoi aromi.
Venga il mio diletto nel suo giardino
e ne mangi i frutti squisiti.

LO SPOSO

[1]Son venuto nel mio giardino, sorella mia, sposa,
e raccolgo la mia mirra e il mio balsamo;
mangio il mio favo e il mio miele,
bevo il mio vino e il mio latte.
Mangiate, amici, bevete;
inebriatevi, o cari.

 

Il Cantico si fa sempre più audace e non ci si limita più agli sguardi, ma è imminente la gioia dell’incontro sessuale con l’amata. Ormai i due sposi si sono preparati al meglio per questo momento e tutto il desiderio, che è cresciuto sempre più alimentato dallo sguardo dei due, sta per avere il suo soddisfacimento e il suo culmine nell’abbraccio intimo dell’amplesso. Lo dico ora per non generare incomprensioni. Questo testo è tutto approfondito da un punto di vista maschile, dalla parte del re. Naturalmente quello che scrivo vale per entrambi. Se siete donne potete leggere il testo come regine. Non cambia nulla.

E’ bellissimo il simbolismo che il Cantico propone. Giardino chiuso e fontana sigillata. Il giardino è l’amata stessa, amata che si identifica con la relazione. La loro relazione è pura e bellissima perchè loro hanno un cuore pure e aperto al dono. Giardino chiuso perché non è per tutti. E’ solo per il re. Un re che non conquista, ma che è conquistato dall’amore e per questo è capace di entrare in quel giardino con tutto il rispetto e la sacralità che quel dono ricevuto merita. Sarà aperto solo da un re che ne ha la chiave. La chiave non si può ottenere se non con un amore autentico che presuppone, per essere tale,  la promessa del per sempre. Un amore che costa, impegnativo, ma un giardino dove il re potrà sperimentare la gioia piena, la contemplazione del corpo, l’abbandono totale nelle sensazioni totalizzanti dell’amplesso fisico. Vivere l’amore in questo modo rende il re pazzo di gioia.  Non perchè vuole possedere la sposa ma, al contrario, vuole darsi totalmente a lei. Provate a chiudere gli occhi e a immergervi in questo momento di meravigliosa pienezza. Non esistono che loro e, se guardate bene, non vedrete qualcosa di volgare e banale ma, al contrario, vedrete il trionfo della bellezza, la bellezza che oltrepassa il corpo e si compie nel cuore dei due sposi. Ciò che avviene nel corpo è segno di ciò che l’anima vive e trasmette in quell’unione casta d’amore.

Pensate che bello vivere la propria sessualità in questo modo. Questo è l’elogio della castità: la donna e l’uomo si preparano a quell’incontro e difendono la purezza di quel giardino, preparato per un solo uomo e per nessun altro (saper aspettare la sposa vale naturalmente anche per l’uomo). Che bello arrivare all’amplesso fisico solo dopo che ci si è promessi per la vita e si è entrati in possesso di quella chiave che dà accesso al giardino! Che bello non entrare come ladro che ruba ciò che è destinato ad altri, ma come re. Che bello poter entrare al culmine del desiderio dopo che ci si è preparati con sguardi e gesti d’amore e di dolcezza! Solo così la donna non sentirà violentato il suo giardino, ma curato e desiderato. Questa è la via casta che permetterà all’uomo di non perdere mai la chiave di quel giardino che tanto ama e che quindi gli permetterà di non violare ma amare la propria sposa. Nei prossimi capitoli di questo percorso andrò ad approfondire come prendersi cura di quel giardino. Andremo ad approfondire i diversi gesti di tenerezza e di amore che gli sposi possono e devono scambiarsi per non far seccare il giardino della loro relazione.

Antonio e Luisa

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro. 21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore  30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità 34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito 38 Le piccole volpi che infestano il nostro amore. 39 Il mio diletto è per me. 40 Voglio cercare l’amato del mio cuore 41 Cos’è che sale dal deserto 42 Ecco, la lettiga di Salomone 43 I tuoi seni sono come due cerbiatti 44 Vieni con me dal Libano

 

Ci si sposa come si va al McDonald’s.

Oggi ripropongo un mio vecchio articolo. Un articolo secondo me importante.

Voglio condividere un testo dello scrittore francese contemporaneo  Frédéric Beigbeder, tratto dal suo libro “L’amore dura tre anni”. Racconta in modo chiaro e drammatico quella che è la dinamica che tante coppie assumono e subiscono nella loro relazione, che le porta inesorabilmente al fallimento. L’ho voluta condividere perchè trasmette tutta la tristezza e la solitudine che tanti sposi devono affrontare semplicemente perchè non centrano il vero scopo del matrimonio che non è dare valore legalistico e assoluto ai sentimenti, per ottenerne un riconoscimento anche pubblico, ma al contrario dare ai sentimenti un limite, oltre il quale non si possono assecondare, per non cadere nel baratro del fallimento, della precarietà e della irresponsabilità.

Frédéric Beigbeder scrive:

La nostra generazione è troppo superficiale per il matrimonio. Ci si sposa come si va al McDonald’s. Poi, si fa zapping. Come vorreste che si restasse tutta la vita con la stessa persona nella società dello zapping generalizzato? In tempi in cui le star, gli uomini politici, le arti, i sessi, le religioni sono più intercambiabili che mai, perché il sentimento amoroso dovrebbe fare eccezione alla schizofrenia generale?

E poi prima di tutto da dove ci viene questa strana ossessione di ingegnarci ad ogni costo per essere felici con una sola persona?

Su 558 tipi di società umane solo il 24% è monogama, la maggior parte della specie animale è poligama.

Il matrimonio è caviale a ogni pasto: un’indigestione di ciò che adorate, fino alla nausea. “Su, prendetene ancora un po’… Come? Non ne potete più? Ma se lo trovavate delizioso poco fa, che vi succede, si può sapere?”. La potenza dell’amore, il suo incredibile potere, doveva terrorizzare la società occidentale a tal punto da farle creare questo sistema mirato a disgustarvi di ciò che amate.

Un ricercatore americano ha recentemente dimostrato che l’infedeltà è biologica. L’infedeltà secondo questo celebre scienziato è una strategia genetica atta a favorire la sopravvivenza della specie.

Immaginatevi la scena. “Amore, non ti ho tradito per un mio piacere personale, l’ho fatto per la sopravvivenza della specie. Tu puoi anche fregartene ma qualcuno deve pur farsi carico di questa sopravvivenza della specie, se credi che io mi diverta..”

Non sono mai soddisfatto, quando una ragazza mi piace voglio innamorarmene, quando ne sono innamorato voglio baciarla, quando l’ho baciata voglio andarci a letto e quando ci sono andato a letto voglio vivere con lei in un appartamento ammobiliato, quando vivo con lei in un appartamento ammobiliato voglio sposarla, quando l’ho sposata incontro un’altra ragazza che mi piace.

L’uomo è un animale insoddisfatto, esitante tra diverse frustrazioni, se le donne volessero giocare d’astuzia li negherebbero per farsi correre dietro tutta la vita. L’unica domanda in amore è: A partire da quando si comincia a mentire? Siete sempre così felici di rientrare a casa e trovare la stessa persona che vi aspetta? Quando dite ti amo lo pensate sempre? Ci sarà per forza è fatale un momento in cui per voi sarà uno sforzo, in cui i vostri ti amo non avranno più lo stesso sapore. Per me lo scatto è stata la rasatura, mi rasavo tutte le sere per non pungere Annie baciandola di notte e poi una sera lei dormiva già, ero uscito senza di lei fino all’alba, tipico genere di comportamento ignobile che ci si permette con la scusa del matrimonio, non mi sono rasato, pensavo che non fosse grave perché lei non se ne sarebbe accorta, invece significava semplicemente che non l’amavo più.

Leggendo questa breve ma molto interessante riflessione, mi è tornata in mente una ricerca di qualche tempo fa dove Gleeden.com, il sito leader degli incontri extraconiugali, ha condotto uno studio insieme all’istituto IPSOS su un campione di 803 italiani di età compresa tra i 18 e i 65 anni per meglio capire il loro comportamento  e fedeltà nella loro relazione affettiva (non esclusivamente matrimoniale). I risultati sono sorprendenti (almeno per me). Il 15% degli italiani tradisce entro i primi mesi della relazione. Al primo anno sono già il 20% fino ad arrivare a uno su tre entro il quinto anno. Altro dato interessante è la differenza di comportamento tra uomo e donna. L’uomo parte più fedele della donna, almeno per i primi tempi, per poi raggiungere e superare la donna nei primi anni di matrimonio. La donna è meno fedele all’inizio per poi, una volta consolidato il rapporto raggiungere una maggior fedeltà dell’uomo, fino a quando dopo circa cinque anni, torna a tradire.

Perchè tutti questi tradimenti? Perchè non si riesce a trovare gioia e anche piacere sessuale all’interno della coppia? Non voglio parlare di sacramento ma semplicemente di relazione affettiva umana. Semplicemente non si è capaci di amare. I ragazzi di oggi conoscono tutto e molto precocemente sul sesso, e ne fanno esperienza. Ma sono esperienze felici e soddisfacenti? Spesso no. Dove imparano i ragazzi quello che sanno sul sesso e sulla relazione affettiva? Imparano dagli amici e soprattutto dalla pornografia, sempre più fruibile in modo anonimo e semplice, dove si beve un modo completamente sbagliato di vivere queste esperienze. L’uomo non impara a vivere quel gesto con la giusta profondità e senza conoscere le giuste dinamiche che guidano il cuore femminile e che caratterizzano il corpo femminile. L’uomo, istruito dalla pornografia non è capace di trasmettere amore ma fa spesso sentire la donna usata e alla fine anche insoddisfatta.  La coppia, così facendo, pian piano corrompe la propria intesa affettiva e sessuale. Trasponendo questa modalità e stile di relazione sessuale nella famiglia, dove ci si ritrova a vivere le fatiche di un’ordinarietà fatta di lavoro, impegno e presto anche figli, è in agguato il deserto sessuale. La donna non sentendosi corteggiata ma usata si nega sempre più spesso e l’uomo vive con frustrazione e disagio questa situazione non comprendendone il motivo. Deserto affettivo e sessuale, d’improvviso i sentimenti spariscono e rimane la gabbia di una situazione che non piace più, che anzi spesso diventa un inferno, pieno di ferite date e ricevute e di sofferenze latenti che avvelenano il rapporto. Da questa situazione al ricercare fuori dalla coppia quello che si è perso, il passo è breve. Noi genitori, se abbiamo capito tutto questo e  cerchiamo tra di noi di vivere la sessualità all’interno di un corteggiamento continuo, fatto di attenzioni e tenerezze, se abbiamo compreso come mantenere sempre viva la nostra relazione sessuale, e se riteniamo fondamentale la felicità dei nostri figli, insegniamo loro cosa significa amare, cosa significa nutrire un rapporto, cosa significa l’amplesso fisico (naturalmente tutto in proporzione all’età del bambino). Non lasciamo questo importante fattore della formazione della persona umana, alla scuola pornografica. Non lasciamo che ci venga scippata l’occasione di insegnare qualcosa di bello ai nostri figli. Solo se recuperiamo la bellezza della sessualità umana, fatta di rispetto, di tenerezza, di dialogo, di conoscenza del proprio corpo e di quello del coniuge, possiamo salvare i matrimoni. E’ inutile parlare di sacramento se lo stesso non si fonda sull’amore umano degli sposi. La Grazia del  matrimonio non è una magia, ma è una realtà soprannaturale che trascende l’amore degli sposi che va vissuto in modo autentico e pieno.

Antonio e Luisa.

Dai anche gli ultimi spiccioli

E sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte.
Ma venuta una povera vedova vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino.
Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: «In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri.
Poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

A volte ci sentiamo poveri. Esattamente come quella vedova. Abbiamo relazioni difficili in famiglia. Litighiamo con i figli, ci sono incomprensioni. A volte c’è il peccato e la divisione nella nostra famiglia. Non sembra una casa abitata dal Signore. Ci sentiamo in affanno, sempre inadeguati. Le cadute ci sono e spesso non riusciamo ad essere accoglienti e disponibili verso la nostra sposa (sposo). In quei momenti magari invidiamo un po’ altre coppie che sembrano essere molto meglio di noi. Che sembrano aver costruito qualcosa di molto più solido e bello di noi. Sembrano poter offrire molto più di quello che possiamo fare noi. Eppure qui il Signore ci dona una parola di speranza e di amore. Ci sta dicendo di non temere. Ci sta dicendo di offrire quel poco che abbiamo. Lui lo sa quanto ci costa farlo alcune volte. Lui sa quanto ci costa andare da Lui. Per questo non giudicherà misera la nostra offerta, ma  non potrà che avere uno sguardo di misericordia e compiacimento per noi. Ciò che spaventa Dio non è la nostra miseria. Ciò che lo spaventa è il nostro rifiuto. E’ la nostra incapacità di affidarci e di affidarli quel poco che abbiamo. Perchè solo facendo sua la nostra imperfezione può farne una meravigliosa storia di amore e di resurrezione. Non ci chiede di dare più di quello che possiamo. Ricordiamocelo.

Questo Vangelo ci insegna anche qualcos’altro. Quando nella mia giornata ho dato tutto e mi restano in mano due spiccioli cosa faccio? Me li tengo oppure li offro. Quando torno a casa stanco e mio figlio mi chiede di fare le divisioni con lui cosa faccio? Lo aiuto o lo mando dalla mamma lavandomene le mani? Quando, dopo cena, non ho voglia che di sedermi al computer e la mia sposa mi comincia a spiegare per l’ennesima volta i problemi con i suoi alunni cosa faccio? La ascolto o taglio corto? Tanto sono sempre le stesse cose. Potrei proseguire con tanti altri esempi. La famiglia è così. Per questo è difficile. Ti rende reali e concreti gli insegnamenti evangelici. Lì, devi dare quegli ultimi due spiccioli oppure non va bene, non stai vivendo pienamente la verità della vocazione che hai scelto. Sono cose importanti. Chi non sa donarsi totalmente non riuscirà mai a vivere la bellezza del matrimonio fino in fondo. Il matrimonio è certamente Grazia, ma c’è dentro anche tanta fatica e volontà da parte nostra. Ricordiamocelo. Se fosse solo Grazia non si spiegherebbero i tanti fallimenti e separazioni. Ogni volta che siamo poveri, senza più forze, lucidità e  tempo e non ci restano in mano che due miseri spiccioli. Ogni volta che riusciamo a dare anche quelli, beh Gesù è soddisfatto di noi. Questo è certo. Perché così stiamo imparando ad amare veramente.

Antonio e Luisa

Ho scoperto Dio nell’amore della mia sposa.

Quanti di noi hanno paura? Paura di tante cose. Paura di non trovare la felicità. Paura di perderla quando credi di averla trovata. La paura è la più grande malattia del nostro tempo. Cerchiamo di esorcizzarla, di nasconderla, di cancellarla, di mascherarla. Abbiamo così tanta paura perchè non crediamo più in Dio. Non ci crediamo fino in fondo. Non crediamo che sia così innamorato di ognuno di noi. Non crediamo che ci abbia voluto, desiderato, plasmato. Non crediamo a quello che dice il Salmo:

Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre. 14 Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio; sono stupende le tue opere, tu mi conosci fino in fondo.

Non crediamo che abbia preparato per noi qualcosa di meraviglioso e di eterno. Per tanti è così. Per quasi tutti è così. Almeno per noi cristiani d’occidente. Come ebbe a dire il cardinal Biffi con una battuta illuminante: siamo sazi e disperati. E allora? Allora viviamo alla giornata. Viviamo per nutrirci di ogni sensazione forte. Ci nutriamo di ciò che prendiamo. Sappiamo solo prendere. Prendiamo il corpo di una donna come  l’ultimo modello di smartphone. Usiamo la vita delle persone con la stessa disinvoltura di un oggetto che ci appartiene.  Tutto è centrato su di noi e su quel vuoto che non si riempie mai. Il vuoto della paura di vivere e della pesantezza di una vita così, senza senso e senza speranza di infinito. Non ci doniamo mai completamente perchè possediamo così poco che non vogliamo perderlo. Così anche quando diamo qualcosa di noi non è mai gratuito. Vogliamo qualcosa in cambio. Qualcosa, possibilmente, di più grande. Qualcosa che ci porti un guadagno. Qualcosa che ci illude di poterci arricchire. Così anche quando ci doniamo in realtà stiamo prendendo. Così è nelle relazioni affettive. Anche in tanti matrimoni sacramento. Quella relazione vale finchè c’è qualcosa da prendere. Vale finchè, come in una partita doppia, l’avere è maggiore del dare. Finché c’è un utile. Così tante relazioni affettive d’amore diventano un mero contratto commerciale. Perchè di commercio si tratta. Commercio di sentimenti e di bisogni. Questa è la povertà delle nostre relazioni, dei nostri matrimoni. Finchè c’è un equilibrio tra quanto diamo e riceviamo la relazione regge. Quando l’equilibrio salta e una delle due parti non trova più utile proseguire tutto salta.

C’è un film che esprime splendidamente questo modo di vivere le relazioni. Si tratta di God’s not dead. Lei è una blogger di successo. Ha una vita piacevole e gratificante. Ha anche un fidanzato con cui vive un rapporto che sembra invidiabile. Scopre di essere malata di cancro. Questo dialogo è tratto dalla scena in cui lei informa lui della malattia appena scoperta e lui l’ha appena lasciata per questo.

Lei: Come puoi dirmi una cosa simile? Credevo che mi amassi.

Lui: Si, infatti. Ma tu stai rompendo il nostro patto. Cambiando gli accordi.

Lei: Così lo fai sembrare un contratto commerciale.

Lui: Cosa credevi che fosse?

Lei: Io credevo che fosse amore.

Lui: Beh cresci. Amore è la parola più usata e abusata dagli esseri umani, questa è la verità. E’ quello che diciamo quando vogliamo qualcosa, ci serve qualcosa e tu ne sei colpevole come chiunque altro. Ci siamo divertiti. Tu eri la mia giovane e sexi ragazza con un lavoro elegante, io ero il tuo ragazzo in carriera affascinante e di successo. Stavamo insieme perchè ognuno di noi aveva quello che voleva da questa relazione, e questo andava bene. In effetti è stato fantastico, ma adesso è finita.

Lei: Come ho fatto a non vedere questo in te?

Lui: Perchè hai visto quello che volevi vedere

Lei: Lo capisci che potrei anche morire?

Lui (mentre si alza e se ne va): Ah, mi dispiace per questo.

Per tanti, ma non per tutti, è così. Poi, come in un miracolo, incontri una persona diversa. Una persona che è capace di amarti senza fare paragoni, senza badare se dà più di quello che prende. Che ti ama così per quello che sei. Quando fai esperienza di questo amore autentico si accende la luce. Finalmente trovi la forza di credere perchè scopri che Dio esiste attraverso quell’amore gratuito che sa di infinito concretizzato e realizzato attraverso una creatura finita. Allora quella creatura ti sembra la più bella di tutte. Perchè l’amore parte dal cuore, ma si irradia nel corpo . Il suo corpo è trasfigurato dall’amore. L’amore che è Dio. Dio che è bellezza assoluta. E’ come avere uno sguardo photoshoppato. Così ebbe a definirlo, in modo molto chiaro e decisamente azzeccato, Papa Francesco. Riesci a fare esperienza di Dio attraverso quella creatura pur sapendo che non è lei il tuo dio.  Questo è il matrimonio. Questo è il frutto di una mia riflessione, solitaria, davanti al Santissimo. Una riflessione che mi ha fatto sentire inadeguato, fragile, insicuro, pieno di difetti. Tutto questo e tanto altro. Proprio per tutto questo mi ha fatto sentire profondamente amato dalla mia sposa e, cosa ancor più bella, da Dio attraverso di lei.

Antonio e Luisa

Entriamo nel Tempio. Fuori non c’è vera ricchezza.

Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme.
Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco.
Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori del tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi,
e ai venditori di colombe disse: «Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato».
I discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la tua casa mi divora.
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?».
Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere».
Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?».
Ma egli parlava del tempio del suo corpo.
Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

Oggi voglio soffermarmi sul Vangelo proposto dalla liturgia. Nella nostra relazione con Dio siamo capaci di entrare nel Tempio? Siamo capaci di andare in profondità e incontrare realmente Dio? Oppure ci fermiamo fuori? Restiamo in superficie? Come i cambiavalute. C’è una grande differenza. Tutta la prospettiva cambia. Non si scappa! Essere cambiavalute significa dare un prezzo alla nostra fede. Perchè in realtà non è Cristo che ci interessa, la verità è che non vogliamo perdere quelle poche certezze e ricchezze che abbiamo. Perchè non vogliamo perdere quel poco che abbiamo. Allora Gesù diventa quasi un amuleto a cui aggrapparsi per non disperare.Vado a Messa però tu Dio mi devi dare quel lavoro. Prego però tu Dio mi devi alleggerire da questo peso. Dio ti voglio bene finchè mi servi. Finchè fai quello che io voglio. Finchè, come un amuleto, mi preservi da dolore, dalla malattia e dalla sofferenza. Questa è la mentalità che abita la vita di tanti credenti. Un dio sottomesso alla nostra volontà. Un dio di cui ci serviamo per disinnescare le paure della nostra fragile esistenza. Un Dio che non salva. Che non ci fa re, ma schiavi di quel poco che possediamo. Schiavi della paura di perdere quel poco che abbiamo che è, per la nostra natura umana, inevitabilmente  provvisorio e incerto.

Non funziona così. Chi davvero ha incontrato Cristo ha un altro tipo di atteggiamento. Ha una fede autentica. Chi ha incontrato Cristo si abbandona alla Sua volontà, perchè è sicuro di essere amato. Affronta la prova, non nel risentimento verso Dio, ma nell’abbandono e nell’offerta. La sofferenza resta, Gesù non è sceso dalla croce. ma ha tutto un altro significato e valore. Queste parole che sto scrivendo mi pesano come macigni. Io stesso ho paura di perdere ciò che ho. Che sia la salute, la mia famiglia, il mio lavoro ecc.  Per questo esistono persone che possono dare speranza. Anche ai poveri di fede come me. Possono dirti che anche tu ce la puoi fare, che anche io posso. Ho già scritto, in un precedente articolo, di Chiara Corbella, santa dei nostri giorni. Oggi, mi è venuta in aiuto un’altra giovane donna. Anzi due. La prima è Asia Bibi. La giovane sposa e mamma pakistana che, accusata ingiustamente di blasfemia, ha trascorso in carcere quasi 10 anni. In primo grado è’ stata condannata a morte. Nonostante questo non ha mai abbandonato la sua fede e Gesù. Le è stata promessa la liberazione immediata nel caso avesse rinnegato la sua fede. Non ha mai ceduto. Ora il processo si è concluso con la sua assoluzione. Non è però finita. Frange di fanatici musulmani chiedono la sua testa e per questo stanno manifestando in modo violento. Qui subentra la seconda giovane. Si tratta di un’altra cristiana pakistana. Il suo nome è Zarish Neno. Una giovane donna che ci sta raccontando, attraverso i social, le difficoltà dei cristiani della sua comunità in questi giorni. Ha paura, ma anche lei ha una forza per molti di noi incomprensibile. Ecco le parole molto forti che questa ragazza coraggiosa ha condiviso sui social:

Dio non ha mai promesso che sarebbe stato facile. Non ha mai detto che non avremmo mai avuto i fallimenti, la morte o il dolore. Non ha mai detto che le cose sarebbero andate sempre secondo il nostro modo, che avremmo sempre saputo dove andare, che la nostra strada sarebbe stata lastricata senza intoppi.

Ma quello che ha promesso è stato che sarebbe rimasto per sempre al nostro fianco, trasportandoci per sempre attraverso le strade difficili, sempre con le braccia tese verso di dentro. Quello che ha detto è che in ogni stagione della vita, specialmente quella più difficile, ci avrebbe portato speranza, forza e verità.

Non ci ha dato un percorso semplice. Ma ha promesso un piano perfetto, che si sta continuamente rivelando con ogni nostro passo, ogni respiro.

Dio non ha promesso una vita facile, ma ha promesso che non avremmo mai dovuto combattere da soli. Ha promesso che non sarebbe mai stato più lontano di una preghiera e che quando abbiamo accettato la morte e la risurrezione di suo figlio come redenzione e liberazione, saremmo per sempre vicini a Lui – fisicamente, spiritualmente, mentalmente, emotivamente e completamente.

Non siamo destinati ad avere vite perfette e senza dolore. Ne dovremmo avere tutte le risposte su ogni piccola cosa.

Ha detto di non perdere la nostra fiducia per un momento perché questa vita non doveva essere facile, perché allora non ci sarebbe stato lo scopo.

Ci ha creati a sua immagine: vivere, amare, trovare il nostro significato individuale, onorarlo. Per sapere che saremo sfidati, scossi ed esausti dal peso del mondo. Ma non saremo mai soli.

Quindi, non importa cosa combattiamo o affrontiamo, il Nostro Padre Celeste sarà sempre con noi.
E il suo amore incondizionato ci farà attraversare tutte le tempeste 

Ecco questo significa entrare nel Tempio. Significa andare oltre i cambiavalute e trovare quella ricchezza che nulla e nessuno potrà mai toglierti: l’amore misericordioso di Dio.

Antonio e Luisa

Tobia e Sara: due sposi casti.

Se mi seguite da un po’ di tempo avrete sicuramente letto la mia serie di articoli sul Cantico dei Cantici. Oggi voglio parlarvi di un altro libro della Bibbia: Il libro di Tobia. Diverso, molto diverso, ma altrettanto interessante.  Il Cantico tutto Eros e desiderio, la storia di Tobia e Sara è diversa. Attraverso questo  racconto vengono affrontati vari temi tra cui la famiglia di origine, le ferite del peccato, la guarigione, la prova e la sofferenza. Tutti temi che nulla hanno a che fare con la sessualità. Poi, però, c’è un passaggio del Libro. Una volta celebrato il matrimonio, Tobia e Sara salgono nella loro stanza dove trovano il talamo nuziale. Se abbiamo letto la vicenda narrata in questo libro sappiamo come Sara abbia avuto già sette mariti, tutti morti la prima notte di nozze. Ho già scritto un precedente articolo dove racconto qualcosa di questi 7 mariti. Uccisi da Asmodeo, un demone che tormentava Sara. Asmodeo è considerato, oltre che il principe della distruzione, anche il demone della cupidigia, dell’ira e della lussuria.  Ognuno di quei sette mariti, per un motivo o per l’altro, prese Sara come qualcosa di suo, la fece sua. Non la prese per amarla, ma per usarla e godere di lei. Forse non tutti essendone consapevoli. Non cambia la sostanza. Ognuno di quei sette mariti lasciò ad Asmodeo un facile compito. La relazione era quanto di più facile da rompere. Non c’era amore vero.

Tobia non è così. Tobia è diverso da tutti gli altri. Tobia porta Sara nella stanza della loro intimità perchè desidera unirsi a lei non per usarla, ma per concludere in modo autentico quell’unione siglata poco prima su un pezzo di carta. Tobia desiderava essere uno con Sara. Quello che gli dava piacere non era possedere Sara, ma unirsi a lei per essere completamente suo, fusi l’uno nell’altra. Tobia sa che il rischio di fare come gli altri c’è, nonostante le buone intenzioni. La concupiscenza e l’istinto di possedere è sempre presente in ognuno di noi. Per questo fa qualcosa di insolito. Non te l’aspetti in quel momento. Neanche in un racconto biblico. Prende la sua sposa e le chiede di recitare insieme una preghiera, una lode a Dio e una supplica per poter vivere degnamente e nella verità quel gesto tanto importante. Ne esce una preghiera meravigliosa:

Benedetto sei tu, Dio dei nostri padri, e benedetto per tutte le generazioni è il tuo nome! Ti benedicano i cieli e tutte le creature per tutti i secoli! [6]Tu hai creato Adamo e hai creato Eva sua moglie, perché gli fosse di aiuto e di sostegno. Da loro due nacque tutto il genere umano. Tu hai detto: non è cosa buona che l’uomo resti solo; facciamogli un aiuto simile a lui. [7]Ora non per lussuria io prendo questa mia parente, ma con rettitudine d’intenzione. Degnati di aver misericordia di me e di lei e di farci giungere insieme alla vecchiaia». [8]E dissero insieme: «Amen, amen!».

In questa preghiera di Tobia c’è tutto il desiderio della castità. Castità coniugale in questo caso. Che non significa non vivere l’eros. Al contrario: significa viverlo pienamente all’interno di un amore autentico. Ed è così che l’eros diviene mezzo per donarsi. L’eros si intreccia con l’agape consentendo all’incontro intimo dei due sposi di elevarsi all’incontro intimo con Dio. L’amplesso fisico ha questo significato profondo. Significato e fine. Attraverso l’unione dei cuori concretizzata nell’unione della carne, si può fare esperienza di Dio, presente in modo misterioso nel noi dei due.

Capite ora come l’amplesso fisico possa distruggere l’unione se vissuto male, ma anche saldarla in modo strettissimo. Non ci sono mezze misure. Il rapporto fisico uccide o rende florida una relazione sponsale. A voi la scelta su quale strada percorrere.

Antonio e Luisa

 

L’amore vince la guerra.

Domenica era il 4 novembre. Una data importante. Esattamente cento anni fa finiva l’inutile strage, come ebbe a definirla il pontefice del tempo Benedetto XV. Terminava la Grande Guerra. Una guerra combattuta da tanti giovani provenienti da tutta l’Italia. Parlo di ragazzi di circa vent’anni. Gente semplice. Molti contadini. Ragazzi che non sapevano nulla di geopolitica e dei giochi di potere dei governanti dei vari stati. Voglio ricordarla a modo mio. Questo è un blog che si occupa di amore e di matrimonio. Ecco, parlerò esattamente di questo. Lascerò la parola ad uno di quei giovani. Un ragazzo con la maturità dell’uomo. Uno che già sapeva cosa significa amare. Non ha avuto bisogno di corsi prematrimoniali. Un amore vero, autentico. Un amore che per lui è motivo per andare avanti. Un amore che diventa forza e speranza. Un amore che diventa più forte della morte, delle trincee. delle cannonate e della paura prima di una carica all’esercito nemico. Un amore che, come scrive il nostro giovane soldato, per poter essere più forte di quell’orrore in cui si trova, deve essere vero e grande. Deve essere fedele, costante, indissolubile. Quanti oggi saprebbero scrivere oggi le stesse parole? Quanti oggi le saprebbero solo pensare e credere?

Dervio, 4 marzo 1917

Mio unico amore,
sento il bisogno di scriverti perché aspettando la tua risposta attenderei a lungo. […] Ora dunque mi sono messo qui al tavolo per scriverti perché sento che avrei bisogno di dirti tante cose.
Ma non so spiegarmi; quando ti ho detto che ti voglio sempre tanto bene ho detto tutto. Che mai non posso distaccare il mio pensiero da te, dalla mia famiglia, che solo per essa tutto sopporto, tutto soffro, tutto spero e ho fiducia che un giorno bello, pieno di sole e di vita mi sarà dato di abbracciarti e per non distaccarmi mai più. Ieri […] andai a fare […] una bellissima passeggiata a Bellano e a Varenna […] Che bei paesi, che ville, che vigne, giardini, ulivi, fiori e sempre camminate sulle rive del lago. In quelle ore pensavo a te e mi ricordavo di quella nostra passeggiata che facemmo a Salò e Riva il giorno delle nostre nozze! Mi sembrava proprio che le onde del lago, la severità e la dolcezza insieme dei monti mi sussurrassero all’orecchio e mi ripetessero quelle parole d’amore e quei baci che tu mi prodigavi in quella passeggiata e in quel giorno sì tanto solenne per noi. Invece ero solo, ma sentivo però il mio spirito volare, attraverso lo spazio, venirti a cercare e invitarti di unirti meco a contemplare queste meraviglie della natura, poiché tutte parlavano d’amore. Ma un amore fedele, costante, indissolubile. E questo io lo sento, lo nutro per te e capisco che non viene mai meno, anzi aumenta sempre più e volge all’infinito. […]
Sento che sono ancora degno di te, del tuo amore che mi immagino sarà sempre puro, immacolato come il mio. Per cui sento che ho bisogno di una tua parola che mi rinfranchi, che mi dica che mi ami ancora, sempre, che mi aspetti, che mi farai felice.

E’ incredibile davvero come in mezzo alle tenebre il cuore dell’uomo retto non smetta di cercare il bello e il buono della vita. Non smetta di cercare l’amore perchè l’amore, alla fine, è l’unica cosa che conta.

Antonio e Luisa

Ascolta Dio per amare la tua sposa

In quel tempo, si accostò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».
Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore;
amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza.
E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c’è altro comandamento più importante di questi».
Allora lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità che Egli è unico e non v’è altri all’infuori di lui;
amarlo con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici».
Gesù, vedendo che aveva risposto saggiamente, gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Il Vangelo di questa domenica è illuminante. Per tutti! Anche e soprattutto per noi sposi. Prima evidenza che salta subito all’occhio è l’ordine dei due comandamenti. Ne esiste un primo e un secondo. Il secondo diventa possibile solo quando si vive il primo. Solo amando Dio saremo capaci di amare il nostro coniuge. Di amare il nostro prossimo più prossimo, con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza.

Ho trovato un commento molto centrato che mi è piaciuto molto. E’ quello di Enzo Bianchi. Vi prego nessuna polemica. Enzo Bianchi ha spesso posizioni poco condivisibili, ma vi assicuro che altre volte lo trovo molto preciso e interessante. L’ex priore di Bose scrive:

Gesù risponde citando come primo comandamento l’inizio dello Shema‘Jisra’el (cf. Dt 6,4-9) ossia la grande professione di fede nel Signore Dio ripetuta tre volte al giorno dal credente ebreo, centrale in tutta la tradizione rabbinica: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è uno. Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze” (Dt 6,4-5). Questa preghiera rivela che l’ascolto ha un primato assoluto, è la modalità di relazione decisiva dell’uomo nei confronti di Dio: l’ascolto obbediente è il fondamento dell’amore. Anzi, le parole del Deuteronomio riprese da Gesù sembrano addirittura tracciare un movimento che dall’ascolto (“Ascolta, Israele”) conduce alla fede (“Il Signore è il nostro Dio”), dalla fede alla conoscenza (“Il Signore è uno”) e dalla conoscenza all’amore (“Amerai il Signore”)… Al Dio che ci ama di un amore eterno (cf. Ger 31,3), che ci ama per primo gratuitamente (cf. 1Gv 4,19), si risponde con un amore libero e pieno di gratitudine, che si radica nell’ascolto obbediente della sua Parola, fonte della fede. Fidarsi di Dio significa fidarsi del suo amore della sua capacità di amare, del suo essere amore (cf. 1Gv 4,8.16). Questo significa credere in Dio e dunque anche, inseparabilmente, amarlo.

Cosa significa in parole concrete e semplici? Significa che la mia capacità di amare la nostra sposa (sposo) dipende dalla mia apertura ad accogliere Dio e il suo amore.

Tutto parte dall’ascolto. L’ascolto come incontro. Sentire la voce e con essa la presenza di un Dio che ti ama. Un Dio presente in  ogni momento della vita, un Dio pronto a farti sentire quanto sei prezioso e desiderato in ogni momento, anche quando tu stesso non pensi di meritare nulla, non credi di valere granché. Solo chi riesce a farsi ascolto, a sentire la presenza di Dio nella sua vita può riscoprire la sua fede. La fede non è altro che la nostra risposta all’amore di Dio. Dio si rivela, e all’uomo è data la grazia di accogliere e di conoscere Dio attraverso Cristo. Questa è la fede cristiana. Giovanni Paolo II definisce la fede non come un semplice fidarsi, ma come un aprire il cuore al dono che Dio ci fa di se stesso, del suo amore. La virtù della fede perfeziona la nostra capacità di accogliere la manifestazione di Dio e di percepire il suo amore misericordioso per noi.

Se la fede, ci aiuta a perfezionare l’accoglienza di Dio, la carità ci aiuta a perfezionare la nostra capacità di rispondere a quella autodonazione di Dio a noi. La fede è accoglienza, la carità invece è la donazione di noi stessi. Cosa accade quindi alla virtù della carità nel matrimonio? La carità fa degli sposi una cosa sola, si trasformano in dono l’uno per l’altra. La carità genera e perfeziona l’unità tra gli sposi. Come Dio in sè è uno e trino in virtù dell’amore, così si realizza in noi la capacità di generare e mostrare quell’unità d’amore divina. Attraverso la carità nel matrimonio, io sposo, se lo voglio e agisco quindi di conseguenza, posso donarmi e amare la mia sposa come l’ama Dio, nonostante tutte le mie miserie, debolezze, finitezze e fragilità, perchè è lo Spirito Santo che con la Grazia del matrimonio opera in me. Ma cosa significa amare la mia sposa e donarmi a lei come Dio? Come si dona Dio? Dio si dona per primo, è puro dono. Noi abbiamo la capacità, donataci dallo Spirito Santo, di perdonare per primi e sempre, di fare sempre il primo passo per la riconciliazione, senza curarci di avere o meno ragione. Dobbiamo uscire da noi stessi, dalle nostre rivendicazioni e ripicche e mettere l’altro al centro delle nostre preoccupazioni. Ci ho impiegato alcuni anni per capirlo, per tanto tempo ho fatto pagare alla mia sposa i torti subiti veri o presunti, con musi lunghi e indifferenza mantenuta ostinatamente per ore se non per giorni, aspettando le sue scuse. Questa non è carità ma soltanto orgoglio.  Come dice San Paolo la nostra deve invece essere una gara a chi si ama di più, a chi si perdona di più e per primo. Questa è la carità reciproca.

Altra caratteristica dell’amare di Dio è la gratuità. Dio ci ama senza voler nulla in cambio. Io facciamo lo stesso con la mia sposa? Oppure sono bravissimo a ricattarla sottilmente, a farle pesare ciò che faccio e continuamente paragono ciò che le do con quanto ricevo? Questa non è carità ma un baratto di affetto, di servizio, di “amore”. Dio non ci insegna ad amarci così e questa modalità di amare presto o tardi porterà a rancori e distanza tra gli sposi. La virtù della carità non solo ci abilita ad amarci per sempre ma sempre, anche quando l’altro è antipatico e non si rende amabile con il suo atteggiamento o le sue azioni. E’ difficile, non lo nego, anche io manco di carità innumerevoli volte verso la mia sposa, ma ora sono consapevole di questo e chiedo a Dio di donarmi la carità per superare le mie miserie e poter essere davvero dono gratuito per lei. Chiara Corbella chiedeva a Dio:

Dammi la Grazia di vivere la Grazia

Ultima caratteristica dell’amore di Dio è la gioia. Dio si dona con gioia. Dio è felice di averci creato, si rallegra quasi stupendosi della meraviglia da lui creata: l’uomo. E’cosa molto buona. Anche noi dobbiamo essere capaci di amarci così. Guardarci sempre con quello sguardo meravigliato e riconoscente che è capace di cogliere la bellezza che genera in noi e nella nostra vita la presenza della persona amata. Riuscire a cogliere questa bellezza è il segreto per trovare la pace e la gioia di amare.

Il Vangelo prosegue e lo scriba conclude dicendo Amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici.

Ecco il senso è tutto qui. Se non saremo capaci di partire dall’ascolto di Dio per arrivare all’amore autentico per il nostro coniuge non servirà a nulla ogni altra offerta ed olocausto. Saranno solo gesti vuoti, saranno inutili le nostre preghiere, le nostre devozioni, i nostri pellegrinaggi. L’amore è la sola cosa che conta.

Antonio e Luisa

La ricetta dell’amore. Terza parte.

Oggi termino la trilogia di riflessioni (cliccate qui per le precedenti 1 2). Come tenere viva la passione, come non permettere che la pianta del desiderio che ci porta l’uno nelle braccia dell’altro possa seccare e morire? Mancano gli ultimi due ingredienti: la tenerezza e il tempo che deve essere adeguato e ricercato.

Tenerezza

La tenerezza è descritta benissimo in Amoris Laetitia come vocazione all’amore sentito, espresso nel linguaggio delle carezze, fino a fare della relazione intima una celebrazione in atto del sacramento delle nozze. Solo la tenerezza è in grado di canalizzare le pulsioni fisiche e la stessa sensibilità affettiva in un quadro di scambio relazionale, connotato da altruismo, premura e attenzione al partner e alla sua bellezza, fino a condurre a desiderare il desiderio dell’altro

(padre Raniero Cantalamessa) .

Detto in parole più semplici la tenerezza è autentica, ed è operante, quando i due sposi sono riusciti a superare l’egoismo e sono riusciti ad aprirsi all’altro. Tenerezza è un linguaggio globale che gli sposi imparano a parlare quando desiderano sinceramente il bene dell’altro. La tenerezza è un atteggiamento che esprime il desiderio di accogliere l’altro. In un certo senso è complementare e inverso rispetto all’amabilità, che abbiamo già visto nei precedenti articoli. L’amabilità è ciò che ci consente di renderci desiderabili, esprime la nostra volontà di essere accolti dall’amata/o. La tenerezza è ciò che ci rende accoglienti verso l’altro, che le/gli fa capire che è preziosa/o ed importante e che desideriamo accoglierla/o. Molti sposi smettono di parlare questo linguaggio, credendo che sia roba da ragazzini. Non è così. La tenerezza è il linguaggio principale dell’amore. Chi non sa essere tenero non sa amare, o meglio, non è capace di manifestare e trasmettere il suo amore. Gesù era profondamente tenero. Il Vangelo è molto chiaro su questo. Altri uomini confondono la tenerezza con il tenerume. Un comportamento falso che non nasce dal cuore, ma dall’egoismo. Nasce dalla pulsione sessuale, dall’istinto che li porta a ricercare l’appagamento fisico e sessuale e non l’incontro amoroso con la sposa. La sessualità coniugale attinge il suo più alto contenuto quando è segno di tenerezza e aiuta a crescere nella tenerezza; in caso contrario, finisce per essere svuotata del suo contenuto e smarrisce il suo significato unitivo specifico con la conseguenza che diventa facile vittima della noia, dell’abitudine e dell’insoddisfazione reciproca.

Tempo

E’ importante considerare l’incontro intimo come qualcosa di importante. Che posto ha questa dimensione? Ci impegniamo per trovare il tempo necessario e di qualità per questa espressione del nostro amore e della nostra unità? Oppure lo releghiamo ai momenti liberi, che visto la nostra vita folle e pieni di impegni, si riducono alla sera tardi, quando, diciamolo senza giri di parole, la voglia di abbracciare il cuscino è più forte del desiderio di abbracciare l’amato/a. Come può una sessualità vissuta così non andare incontro a sofferenza se non addirittura morire nel nostro rapporto a lungo andare? Se muore l’unione fisica spesso e segno e preludio alla morte dell’unione affettiva e relazionale. Non è cosa da poco. Per questo è importante fare di nostra moglie e nostro marito i nostri amanti. E’ importante trovare il momento giusto per gustare la nostra intimità e crescere in amore e unità.E’ importante prendere dei permessi al lavoro, portare i figli dai nonni qualche volta, lasciarli ad una baby sitter, ritrovarsi alla pausa pranzo. Ogni coppia può trovare il suo modo, ma è importante trovarlo. Non dite che non avete nessun modo di farlo! Trovate tempo per andare a parlare con gli insegnanti, per andare in palestra, per attardarvi sul posto di lavoro. Questo non è meno importante. Forse lo ritenete voi meno importante. Siate sinceri. Almeno con voi stessi. Non è possibile che investiamo su tante cose per la nostra famiglia, ma trascuriamo questa che è una delle più importanti. La soluzione non è difficile, Fatevi amanti l’uno dell’altra e tutto sarà meraviglioso. Non serve cercare fuori del matrimonio quello che è una delle realtà più belle del vostro matrimonio.

Credo di avervi scritto una ricetta che in fondo al vostro cuore conoscete bene. Non servivo io per insegnarvela. Forse questo articolo può darvi lo spunto e il desiderio di metterla in pratica. Non aspettate. Ne va della vostra felicità.

Antonio e Luisa

La ricetta dell’amore. Seconda parte.

Proseguiamo con gli ingredienti necessari a mantenere la relazione bella, il desiderio vivo e il matrimonio meraviglioso (clicca qui per leggere il primo articolo).

Corte continua, cura, attenzione.

La corte continua è fatica. Ci tocca far fatica, soprattutto a noi maschietti. Significa mettere l’altro/a al centro di una vita d’amore. Significa saper mettere l’amplesso come naturale conseguenza di una vita vissuta in preparazione di quel gesto culminante. C’è un vizio tipico dell’uomo: quello di essere per certi versi bipolare. Distaccato e incurante per ore se non giorni. Preso dalle sue cose, dal suo lavoro e dai suoi interessi. Salvo diventare d’un tratto la persona più amorevole e tenera del mondo. Solitamente questo cambiamento avviene quando l’uomo ha in testa di avere un rapporto intimo con la propria sposa. Capite bene come questa modalità non sia la più corretta per approcciarsi all’amata. Lei non è cretina. Avverte tutta quella tenerezza come finta e finalizzata ad ottenere qualcosa. Un atteggiamento, quello dell’uomo, che non solo non è apprezzato dalla sposa, ma spesso è avvertito come irritante. La cura verso la propria sposa deve essere continua. Deve diventare uno stile di vita. Solo così può risultare autentica ed essere apprezzata. Solo così può provocare nella donna il desiderio di unirsi al proprio sposo. Dobbiamo corteggiare la nostra sposa! Sempre! Don Carlo Rocchetta spiega questa dinamica molto bene. Don Carlo Rocchetta dice, con molta saggezza e conoscenza della nostra umanità, che uomo e donna sono sfasati. L’uomo ha bisogno dell’incontro sessuale per trovare il desiderio di essere attento e amorevole verso la propria sposa, mentre la sposa, al contrario, ha bisogno di tenerezza e attenzione prima per avere il desiderio dell’incontro sessuale con il marito. Secondo don Carlo, difficile è iniziare, poi, si trasforma tutto in un circolo dell’amore, dove l’incontro sessuale diventa punto di partenza per l’uomo, che i giorni seguenti colmerà di attenzioni la propria sposa, e punto di arrivo per la donna che, essendo stata amata dal marito, si sentirà predisposta all’amplesso.

TENEREZZA

Dialogo intimo

Uno dei pregi migliori di Luisa è la trasparenza. Non ha mai avuto timore di dirmi tutto. Ha sempre condiviso tutto con me. Mi ha fatto notare anche i miei errori con lei. Spesso comportamenti o atteggiamenti per me innocui. A lei, però, davano fastidio e per questo ho cercato di evitarli. Perché, alla fine, non conta ciò che penso io, ma ciò che prova lei. Perchè, se poi la donna si apre nel dialogo, noi non abbiamo più scuse. Dobbiamo darci da fare per accontentarla. Questo è l’amore. Questa è la bellezza di una relazione profonda come quella sponsale. Il dialogo è importantissimo. Spesso tanti problemi e motivi di divisione e rigidità tra gli sposi potrebbero essere disinnescati senza troppa fatica.

Con il prossimo articolo finirò la riflessione con gli ultimi due ingredienti

Antonio e Luisa

La ricetta dell’amore (anche fisico). Prima parte

C’è un pensiero dominante che pervade la mentalità comune. Un pensiero che si manifesta nei discorsi con gli amici, in televisione, dai commenti di alcuni “esperti”. Insomma in ogni ambito. Il sesso è qualcosa di cui ci si stufa. Qualcosa che va rinnovato per non scadere nella noia. Soprattutto quando è vissuto con la stessa persona. Sempre con la stessa moglie (o marito), anno dopo anno, diventa qualcosa di abitudinario, qualcosa di sempre meno piacevole e desiderato. Allora si sprecano i consigli. Spesso consigli folli e senza nessun fondamento specifico. C’è chi consiglia di rendere l’amore piccante con determinate mise che dovrebbero riaccendere il desiderio. Altri che consigliano di sperimentare nuove posizioni, nuove modalità, nuovi oggetti di piacere. Questo consiglio può tamponare per qualche tempo, ma poi il problema si ripropone più forte di prima. Altri consigliano il tradimento (idioti loro e chi gli dà retta) per riaccendere la passione anche con il proprio partner. Tradire per ritrovarsi: che scemenza, eppure è un’idea molto considerata. Ognuno ha la sua ricetta. Anche la Chiesa ha la sua ricetta. Una ricetta vecchia, ma ormai sconosciuta ai più. Una ricetta che, se applicata da entrambi, non delude. Posso assicurarlo.

La ricetta è molto semplice:

Gli ingredienti sono: fedeltà, purezza, amabilità, corte continua, tenerezza. Il tutto mischiato e amalgamato con una dose abbondante di dialogo intimo e di cura e attenzione reciproca. Il tutto va preparato a fuoco lento e al momento giusto.

Fedeltà

Un solo uomo e una sola donna. Io ho vissuto l’intimità solo con la mia sposa e lei solo con me. Questa è una grande grazia. Questo ci ha permesso di non avere paragone se non l’altro. Nessun paragone se non quanto già vissuto l’uno con l’altra. Con nessun altro. Quando penso al rapporto fisico non ho in mente che un volto: quello della mia sposa. Mi rendo conto che per tanti non è così. Non preoccupatevi. Questo non è un ingrediente indispensabile. Almeno per quanto riguarda il passato. Si può recuperare con una relazione presente vissuta nella fedeltà autentica. Mantenere lo sguardo solo sulla persona che abbiamo sposato.

Purezza

Non basta tenere fisso lo sguardo su di lei. E’ importante mantenere uno sguardo puro. Questo riguarda soprattutto gli uomini. Dobbiamo purificarci da tutta la pornografia che abbiamo in testa. In gioventù, e ahimè anche nell’età matura, tanti uomini si trastullano e perdono tempo dietro ai contenuti per adulti. La pornografia ha un giro d’affari superiore ad Amazon. L’Italia è uno dei paesi più coinvolti. Capite bene come questa piaga inquini in modo decisivo le relazioni affettive della coppia. Non parlo solo della pornografia propriamente detta. C’è pornografia ovunque. Aprite la pagina web della Gazzetta dello sport. Troverete sicuramente un link ad una galleria con il servizio fotografico su una ragazza bellissima, prorompente e mezza nuda. La pornografia conduce l’uomo ad “educarsi” ad un tipo di bellezza inarrivabile. Inarrivabile soprattutto per la sua sposa. La sposa comincerà a non piacergli più. Nutrirci quotidianamente di immagini così, conduce inesorabilmente a non essere più capaci di vedere nostra moglie come quella persona incantevole di cui ci siamo innamorati, ma come un corpo che non può competere con quelli di cui ci riempiamo gli occhi e la testa. Nostra moglie diventa qualcuno di cui ci accontentiamo, che non ci piace più e tutto diventa finto, brutto e senza desiderio. Imparare a stare lontano da certe cose, significa riscoprire la bellezza della propria sposa. Tornerà ad essere incantevole, perché è molto più di un corpo, e il suo corpo irradia tutta la sua dolcezza, accoglienza, femminilità, qualità che ci hanno fatto innamorare e che continuano a farlo ogni nuovo giorno che Dio ci dona.

Amabilità

L’amabilità non è meno importante degli altri ingredienti. E’ il modo in cui ci disponiamo ad accogliere la persona amata. Una persona è amabile quando è bello stare vicino a lei. Una persona è amabile quando è facile amarla. La bellezza che sprigiona come persona è tale che rende bello stare con lei. Questa bellezza, che siamo chiamati a manifestare ed esprimere l’uno nei confronti dell’altra, sicuramente passa anche dai gesti teneri come abbracci, carezze e quant’altro, ma non basta. Dobbiamo chiederci anche quanto siamo accoglienti verso l’altro/a. Quanto accogliamo positivamente le manifestazioni d’amore dell’altro/a? Quanto percepiamo che l’altro/a ha stima di noi?

Devo impegnarmi a coltivare la mia bellezza interiore ed esteriore per il mio sposo (sposa). Devo impegnarmi a coltivare la mia persona, il modo di agire, di rapportarmi, di parlare, di affrontare la vita, in modo che io divento sempre più bella/o per lui o per lei.

I prossimi ingredienti con l’articolo di domani.

Antonio e Luisa

Sposi sacerdoti. Vieni con me dal Libano. (44 articolo)

[8]Vieni con me dal Libano, o sposa,
con me dal Libano, vieni!
Osserva dalla cima dell’Amana,
dalla cima del Senìr e dell’Ermon,
dalle tane dei leoni,
dai monti dei leopardi.
[9]Tu mi hai rapito il cuore,
sorella mia, sposa,
tu mi hai rapito il cuore
con un solo tuo sguardo,
con una perla sola della tua collana!
[10]Quanto sono soavi le tue carezze,
sorella mia, sposa,
quanto più deliziose del vino le tue carezze.
L’odore dei tuoi profumi sorpassa tutti gli aromi.
[11]Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa,
c’è miele e latte sotto la tua lingua
e il profumo delle tue vesti è come il profumo del Libano.

Questi versetti del Cantico seguono immediatamente la descrizione dell’amata da parte dell’amato che, attraverso uno sguardo casto, riesce a far sentire la propria  regina desiderata profondamente. La donna prova una gioia che riempie, seppur per pochi istanti, il suo desiderio costitutivo d’amore. L’uomo riesce a penetrare con il proprio sguardo  oltre la semplice fisicità della donna che, per quanto bella possa essere, non può riempire gli occhi di un uomo alla ricerca della bellezza assoluta. L’innamoramento cosa è se non il credere di aver fatto esperienza della bellezza assoluta? Non può bastare la concretezza del corpo. Sarebbe qualcosa di troppo limitato. L’uomo, infatti, cerca un’esperienza di infinito. Cerca un’esperienza dove il corpo sia la porta di accesso allo spirito immortale della persona amata. Questa premessa rende possibile questi versetti, forse tra i più famosi del Cantico. Questi versetti trasmettono tutta la meraviglia e lo sconvolgimento interiore, la passione d’amore verso la propria amata  che Salomone non riesce a trattenere. Lo sposo è conquistato dalla propria sposa in un intreccio di cuore e corpo, di desiderio e passione, di spirituale e carnale, un intreccio che pervade tutta la persona e per questo è inebriante e totalizzante. Diventa uno sguardo così profondo da divenire contemplazione, contemplazione di ciò che è più bello e meraviglioso: la propria amata. Uno sguardo contemplativo così bello da dare forza e motivazione allo sposo per donarsi totalmente a quella donna e in quel rapporto d’amore così pieno e coinvolgente.

Molti, leggendo questo passo del Cantico e questa interpretazione che abbiamo voluto dare, potrebbero intravedere, in questo sentimento così passionale e carnale, l’amore degli sposi novelli, dove l’innamoramento è ancora forte e coinvolgente. Non è così. Se nel matrimonio l’unione sponsale è curata tutti i giorni in un contesto di dolcezza e dedizione dell’uno verso l’altra, quello sguardo contemplativo non passerà, anzi, si perfezionerà e sarà rinforzato giorno dopo giorno. Ogni sposo continuerà a vedere nella sua sposa la regina della propria vita e continuerà a restare rapito dalla sua bellezza anche se gli anni passano e arrivano rughe e capelli bianchi. Questo è possibile perchè quella relazione così totalizzante diventa sempre più profonda, intima e, per certi versi, spirituale. Ogni rapporto fisico, con alti e bassi sia inteso, diventa un’esperienza mistica. Un incontro d’amore che permette si fare esperienza di Dio Amore. Un’esperienza nella finitezza umana della Trinità divina. L’amore trasfigura tutto e anche un corpo che, anno dopo anno, inevitabilmente invecchia, continuerà ad apparire bello e attraente per chi ha saputo vivere il matrimonio in questo modo.

Antonio e Luisa

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro. 21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore  30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità 34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito 38 Le piccole volpi che infestano il nostro amore. 39 Il mio diletto è per me. 40 Voglio cercare l’amato del mio cuore 41 Cos’è che sale dal deserto 42 Ecco, la lettiga di Salomone 43 I tuoi seni sono come due cerbiatti

La fedeltà ci fa re e regine.

La fedeltà è ancora una virtù? Sembra che non lo sia più. Un concetto che sa di vecchio, una scelta quasi bigotta. Qualcosa che impedisce una piena realizzazione personale. Perchè stare con lei se non la amo più? Perchè stare con lui che non mi dà più quelle farfalle nello stomaco? Perchè non guardarsi intorno e trovare di meglio? Ogni lasciata e persa. Anche la politica vuole cancellare questa caratteristica dal codice civile e dal matrimonio civile. Le cose stanno davvero così? Non risponderò subito, ma inizierò raccontandovi una storia. Una breve storia che ho scoperto in un libro di Christiane Singer. La riporto con le mie parole, con quello che mi ricordo. Mi piacciono le favole. Avendo quattro ragazzi ne ho lette tante.

Un tempo lontano e in un regno lontano il re fece chiamare i suoi tre figli. Disse loro che sarebbero dovuto partire per cercare e trovare una sposa, poichè un re senza regina è ben poca cosa. I tre principi partirono.  Dopo brevissimo tempo il principe più grande tornò a casa. Si presentò con la sua principessa, figlia del re del regno vicino, seguito da un corteo di servitori e animali carichi di ogni ricchezza terrena. Il secondogenito, ancora in viaggio, venne a conoscenza del successo del primo, e si impegnò ancor di più a cercare la sposa più adatta per il regno che ambiva a governare. Trovò una poetessa, molto giovane, bella e colta. La portò a casa convinto che le ricchezze dello spirito della sua futura sposa avrebbero colpito il padre più della ricchezza della principessa del fratello. Rimase l’ultimo principe che ancora era alla ricerca, quando, dopo aver attraversato boschi, fiumi e montagne, si trovò in un regno sconosciuto, Un regno molto strano abitato da creature simili a scimmie ma con abilità da uomini. Venne preso prigioniero da queste creature brutte e sgraziate. Nel buio della prigione sentì una voce dolcissima di donna, che lo affascinò e lo fece innamorare, che gli chiedeva di sposarlo. Lui innamorato promise solennemente di farlo e in quel momento sentì come se un sigillo di fuoco gli si imprimesse sul cuore. Il giorno dopo arrivarono le guardie che lo presero, lo lavarono, lo rivestirono e lo portarono in chiesa dove il prete e la sua sposa lo stavano aspettando. Frastornato alzò il velo della donna e con sua terribile sorpresa si trovò di fronte il volto peloso e massiccio di una scimmia. Aveva tanta voglia di scappare, era terrorizzato e si sentiva in trappola. Non si tirò però indietro e pronunciò le parole che lo legarono alla donna. Immediatamente le fattezze della donna cambiarono. Il giovane si trovò di fronte una creatura così bella che nulla in natura era paragonabile a lei. Lei abbracciandolo disse che lei e tutti i sudditi erano prigionieri di una maledizione dovuta all’incoerenza e all’incostanza delle loro azioni. Solo la fedeltà di un uomo avrebbe potuto liberarli. Il principe tornò a casa e raccontò la storia al sovrano suo padre il quale lo proclamò suo successore, perchè nulla su questa terra, non le ricchezze, non le conoscenze, può brillare come la fedeltà e la lealtà. Il trono spetta di diritto a chi  nella prova ha tenuto fede al suo giuramento.

Questa storia ha un significato metaforico molto importante. Il Re non può essere che Dio, nostro Padre e nostro Re. Noi che siamo figli di Re, siamo principi ma non ci bastiamo. Nostro padre non può lasciarci il suo regno se non impariamo ad amare, e possiamo farlo solo nell’incontro con una alterità complementare a noi. Certo questo vale per chi ha nel cuore la vocazione al matrimonio e non alla vita consacrata. Ci mettiamo in cammino, c’è chi si ferma subito pensando che le ricchezze siano la soluzione, pensando che ogni problema possa essere risolto comprando qualcosa o qualcuno. Naturalmente si illude e il Padre non può dargli il suo regno perchè ha imparato a soddisfare istinti e piaceri, ma non ad amare e una volta finite le ricchezze tutto si distruggerà. Il secondo figlio rappresenta chi cerca sinceramente di amare, ma pensa di bastarsi, di riuscire a costruire tutto da solo. Pensa che la coppia sia vincente grazia alle qualità che possiede. Si crede forte e non pensa di avere bisogno del Padre. Anche a lui il Re non può lasciare il suo regno perchè sarebbe destinato a fallire alla prima vera prova. Il terzo figlio è quello meno sicuro di sè, l’ultimo dei tre fratelli, l’ultimo anche a trovare la sposa. Consapevole però della sua miseria e fragilità e per questo con valori forti che diventano fondamenta e forza per lui. Si innamora. Per innamorarsi basta poco, basta un modo di camminare, di parlare o una caratteristica fisica e si è così presi e coinvolti che si può arrivare a  promettere amore eterno a quella donna. Senza l’innamoramento probabilmente nessuno avrebbe la forza e il coraggio di promettere tanto. Ma poi bisogna essere capaci di non venire meno alla promessa. Quella promessa così vera tanto da imprimersi a fuoco nel cuore. Quel principe siamo noi. Quando nella vita quotidiana l’innamoramento è messo alla prova da tante situazioni e atteggiamenti e quella donna che abbiamo sposato ci sembra non più così bella, vediamo le sue fragilità, imperfezioni, la sua parte brutta che ci urta  ma ci facciamo forza con quella promessa. Quando chiedendo aiuto a Dio, continuiamo ad amarla, se non con i sentimenti, almeno con la volontà e l’agire, accade un miracolo. Quelle fragilità ed imperfezioni che ci potevano allontanare da lei sono diventate occasione per vederla in tutta la sua magnificenza, nella sua fragilità, vederla con gli occhi di Dio. Solo allora il Padre ti fa re di quel regno, di quella piccola chiesa domestica che è la tua famiglia. Solo allora, quando avrai imparato ad amare facendoti servo e libero. Libero di dare e di darti senza chiedere nulla in cambio.

Antonio e Luisa

Getta il mantello e sarai rivestito di Gesù.

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gerico insieme ai discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, cieco, sedeva lungo la strada a mendicare.
Costui, al sentire che c’era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».
Molti lo sgridavano per farlo tacere, ma egli gridava più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Allora Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». E chiamarono il cieco dicendogli: «Coraggio! Alzati, ti chiama!».
Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.
Allora Gesù gli disse: «Che vuoi che io ti faccia?». E il cieco a lui: «Rabbunì, che io riabbia la vista!».
E Gesù gli disse: «Và, la tua fede ti ha salvato». E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada.

Alcuni passaggi del Vangelo di questa domenica meritano un’attenzione particolare. Gesù incontra un cieco lungo la strada. Il cieco non vede. Non vede il senso della sua vita. Non vede la bellezza del mondo.  E’ un mendicante. Un mendicante di amore, di desiderio di riempire quel vuoto del cuore. Un mendicante fermo. Seduto. Non è più capace di fare un passo. Dispera di riuscire a rialzarsi. Una condizione in cui tante persone possono trovarsi. Tante coppie di sposi. Come fare? Il mendicante riconosce la propria miseria. Questo è il primo passo. Non si vergogna e non la nasconde. Cerca aiuto. Questo dà fastidio. Non importa il mendicante non si lascia frenare da questo.

Secondo punto importante: Gesù non chiama direttamente il mendicante. Lo fa chiamare da qualcun’altro. Presumibilmente dai suoi discepoli. Non è un dettaglio secondario. Il Vangelo vuole evidenziare come Gesù solitamente abbia bisogno della mediazione di qualcuno per aiutare chi grida aiuto. Possiamo essere noi quel qualcuno. Con la nostra vicinanza, con le nostre parole, con il nostro aiuto materiale. Ultimamente ricevo tantissimi messaggi di aiuto da parte di tante persone. A volte mi sembra che sia troppo, che non posso farmi carico di tanta sofferenza e difficoltà. Poi, ripenso, a tutte le persone che Gesù ha messo sulla mia strada, persone che mi hanno sostenuto e aiutato ad uscire da situazioni di dolore e povertà in cui mi trovavo. Questo mi dà la forza di provare a dare il mio sostegno ora. Con tutti i miei limiti, ma mi fido di Dio.

Terzo punto. Il cieco getta il mantello. Butta tutto quello che ha. Tutta la sua ricchezza. Butta l’unica protezione che aveva per il freddo della notte. Sembra nulla, ma è tutto. Un significato simbolico grandissimo. Sì. Perché Il mantello per i mendicanti era ciò che sono i cartoni per i barboni di oggi: casa, materasso, coperta. Era l’unica sicurezza. Bartimeo se ne priva, e riacquista la vista. Per riacquistare la vista, per ricominciare, o per alcuni riuscire per la prima volta, a vedere la meraviglia della propria unione matrimoniale, bisogna essere capaci di gettare il mantello. Che mantello abbiamo? Cosa ci impedisce di abbandonarci alla fede e alla verità dell’insegnamento della Chiesa? Il mantello possono essere i nostri pregiudizi, la nostra storia, la nostra famiglia di origine, le nostre ferite, i nostri peccati. Non si può pretendere di risollevare una famiglia in sofferenza senza abbandonare il mantello degli anticoncezionali, senza abbandonare il mantello della pornografia, senza abbandonare il mantello della dipendenza da mamma o papà troppo invadenti e impiccioni, senza abbandonare il mantello dell’egoismo. Ognuno trovi il suo. Dobbiamo avere la forza di gettare tutto alla spalle per essere così in grado di rialzarci, di risollevare il nostro matrimonio, e rimetterci in cammino con Gesù per farne un capolavoro. Solo allora spogliati del nostro misero mantello da mendicanti potremo essere rivestiti di un mantello ben più prezioso. Saremo rivestiti del mantello regale. Saremo rivestiti della regalità di Cristo.

Antonio e Luisa

 

Essere fedeli come Cristo grazie a Cristo.

La chiamata alla vita coniugale richiede, pertanto, un accurato discernimento sulla qualità del rapporto e un tempo di fidanzamento per verificarla. Per accedere al Sacramento del matrimonio, i fidanzati devono maturare la certezza che nel loro legame c’è la mano di Dio, che li precede e li accompagna, e permetterà loro di dire: «Con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre». Non possono promettersi fedeltà «nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia», e di amarsi e onorarsi tutti i giorni della loro vita, solo sulla base della buona volontà o della speranza che “la cosa funzioni”. Hanno bisogno di basarsi sul terreno solido dell’Amore fedele di Dio. E per questo, prima di ricevere il Sacramento del Matrimonio, ci vuole un’accurata preparazione, direi un catecumenato, perché si gioca tutta la vita nell’amore, e con l’amore non si scherza. Non si può definire “preparazione al matrimonio” tre o quattro conferenze date in parrocchia; no, questa non è preparazione: questa è finta preparazione. E la responsabilità di chi fa questo cade su di lui: sul parroco, sul vescovo che permette queste cose. La preparazione deve essere matura e ci vuole tempo. Non è un atto formale: è un Sacramento. Ma si deve preparare con un vero catecumenato.

La fedeltà infatti è un modo di essere, uno stile di vita. Si lavora con lealtà, si parla con sincerità, si resta fedeli alla verità nei propri pensieri, nelle proprie azioni. Una vita intessuta di fedeltà si esprime in tutte le dimensioni e porta ad essere uomini e donne fedeli e affidabili in ogni circostanza.

Proseguiamo con l’udienza del Papa (qui il primo articolo). Quanti, sposandosi, conoscono il significato di quello che stanno celebrando? Purtroppo i corsi prematrimoniali parrocchiali affrontano tante questioni pratiche, psicologiche, se va bene relazionali. Si spende troppo poco tempo a soffermarsi sul significato del sacramento che si fonda e trova la sua sorgente nel sacrificio redentivo e salvifico di Cristo. Trova la sorgente nel battesimo dei due sposi.  Oggi voglio riproporre un mio vecchio articolo che calza a pennello con questa parte del discorso del Papa. Parleremo di fedeltà.

Quale significato ha questa parola per un cristiano? Semplicemente non tradire? O c’è di più?Per approfondire partiamo dall’inizio di tutto, partiamo dalla promessa che ognuno di noi ha donato, davanti a Dio e alla comunità, alla propria sposa o al proprio  sposo.

Io Antonio accolgo te, Luisa, come mia sposa.
Con la grazia di Cristo
prometto di esserti fedele sempre,
nella gioia e nel dolore,
nella salute e nella malattia,
e di amarti e onorarti
tutti i giorni della mia vita.

Io Antonio accolgo te, Luisa, come mia sposa.

Cosa significa questa promessa? Io Antonio accolgo te Luisa. Chiamo per nome la mia sposa. Chiamare per nome nella Bibbia significa conoscere bene quella persona. Nel linguaggio semitico (che è quello della Bibbia) il nome indica la realtà della persona, l’essere costitutivo, la sua essenza: “Come è il suo nome, così è lui”. – 1Sam 25:25.

Questo ha un significato molto profondo. Significa accogliere la persona nella sua interezza. Non c’è nulla che rifiuto di lei. Sto affermando che l’ho conosciuta e sono pronto ad accoglierla con tutte le sue virtù, ma anche tutte le sue fragilità. Sto dicendo che non voglio escludere o cambiare nulla di lei. Semmai voglio intraprendere con lei un cammino di perfezionamento e di crescita. Essere fedele  significa non rimangiarsi questa promessa. Quante coppie si distruggono perchè non hanno riflettuto abbastanza su questo? Quante donne si illudono di cambiare il marito nel matrimonio o viceversa? No, non funziona così. Voi vi state prendendo il pacchetto intero. Se non avete valutato bene la persona con cui vi legate per la vita non potete poi accusare lui di non essere quello che voi pensavate fosse o volevate che lui diventasse.

Purtroppo oggi non esiste più una netta separazione tra fidanzamento e matrimonio. Il fidanzamento non è più tempo per discernere e capire, ma viene spesso vissuto come un matrimonio senza l’impegno del matrimonio e questo rende tutto molto più difficile.

Quindi, per concludere questa parte, la prima caratteristica della fedeltà cristiana è saper accogliere la persona nella sua interezza, anche nelle parti che non ci piacciono e che non sono amabili per noi. Essere fedeli significa saperle accogliere e amarle perché sono costitutive di quella persona.

Prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore,nella salute e nella malattia.

Prometto di esserti fedele sempre, in qualsiasi situazione, con qualsiasi tuo atteggiamento, nella tua debolezza, nella tua forza, nelle cose belle e brutte, nei momenti di festa e di lutto.

Cosa significa questo? L’amore non è un sentimento, ma un fare qualcosa. L’amore è mettere sempre l’altro davanti a noi. L’amore è cercare di comprendere l’altro anche quando si comporta male. L’amore è farsi pane spezzato, è dare la vita per l’altro. Dare la vita significa offrirsi senza pretendere nulla in cambio, nella sola volontà di fare il suo bene. A volte questo significa dover abbracciare la croce. Questo significa a volte vedersi offendere e disprezzare. Gesù lo ha fatto prima di noi. Gesù ha sofferto, ma nella sua sofferenza ha salvato la Chiesa sua sposa. Quando ci sposiamo in Cristo, chiediamo questo. Chiediamo di essere capaci di questo. Chiediamo di amare come Cristo ed essere testimoni del Suo amore. Per amare quando le cose vanno bene non serve lo Spirito Santo basta il nostro misero amore e il nostro ego soddisfatto. I momenti in cui sono più fiero e sicuro del mio amore per la mia sposa non è quando siamo in perfetta sintonia e pieni di passione e desiderio. Sono fiero di me quando la amo anche in quei periodi (che succedono) in cui la passione e il desiderio calano e non sento ricambiato il mio amore.

La seconda caratteristica della fedeltà è amare sempre, a prescindere da tutto e da tutti, anche da lei.

e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita.

Cosa ci dice questa ultima parte? Ci ricorda che la fedeltà non è una promessa che facciamo all’inizio del matrimonio e poi basta. La fedeltà è una progressione giorno per giorno. Più cresciamo nel matrimonio e più quella promessa significa andare in profondità nel dono di noi. Ogni mattina dovremmo iniziare la giornata con questa promessa. Questa è la nostra missione più importante. Lavoro, figli, impegni, parrocchia, comunità e qualsiasi altra cosa vengono dopo. Ogni mattina dobbiamo rinnovare quella promessa e fare di tutto per non disattenderla.

La terza caratteristica della fedeltà sponsale è saper amare ogni giorno.

Questo è possibile solo grazie allo Spirito Santo perché è davvero troppo esigente per noi miseri uomini. E infatti nella promessa non manchiamo di dire Con la grazia di Cristo.

Antonio e Luisa

Stacci

“Amare è dare ciò che non si ha”. Abbiamo ascoltato insieme Benigni e ho provato ad ascoltare con semplicità, come spesso sai fare meglio di me. Proprio come da bambini, quando ancora non tutto ci appare confuso. Ti do ciò che non ho, ciò che non riesco. Dunque amare significa snaturarsi? Si dice di essere se stessi in amore, perlomeno in amore, aggiungerei. Essere se stessi. Una mente molto schematica quale è la mia, ragiona così, ho in testa una lunga scaletta da rispettare, un ordine, una sequenza: prima si sta bene con sé, prima ci si ritrova, poi ci si dona, ci si concede, si ama. Ma il passare dei giorni, degli eventi, del tempo, mi induce a pensare che forse è bene mischiare un po’ tutto. Siamo composti da minuscoli pezzetti che spesso lasciamo andare con lo scorrere delle giornate, con le persone incontrate, con i compromessi a cui scendiamo, con i sentimenti che non proviamo, con i sogni che tralasciamo, con le emozioni che non dichiariamo. Lasciamo andare dei pezzetti di noi. E se da un lato a volte questo ci fa scoprire l’essenza, ciò che rimane dopo aver potato i fronzoli, dall’altro spesso conferisce alla nostra esistenza un senso di spaesamento per il quale non riusciamo più a ritrovarci. E che cosa ci rimane? Il lavoro che facciamo, la strada che percorriamo tutti i giorni, le faccende da sbrigare, i nostri grandi progetti giornalieri da portare avanti. “Che lavoro fai?”, “quanti anni hai?”, “sei impegnato?”, “che genere di film preferisci?”, “che cosa leggi?”. Domande. Sappiamo a volte solo queste di risposte e, sicuri di noi, tentiamo di aderire alla forma, al contenuto che più ci piace. Allora rispondiamo senza approfondire, chiediamo senza voler sapere. Ci stiamo senza starci. Perchè abbiamo paura di perdere altri dei nostri pezzetti per strada e di non riuscire mai a riunire tutti quei punti disparati per formare finalmente “noi stessi”. Per essere. Ma essere non è vivere. E vivere non è stare. E stare non è “starci”. Stare alla vita, alle scommesse che essa porta con sé, alla bellezza da scoprire e alle cadute da affrontare. Solo standoci si è se stessi. E come si fa a trovare prima la nostra identità se in realtà non ci stiamo? Non ci doniamo? Non ci concediamo… e non amiamo? Tutto insieme. Tutto un insieme di vorticosi giri che la vita ci fa fare per insegnarci. “Historia magistra vitae”, (Ah, le reminescenze liceali! Curioso come funzioni la memoria, come ci ponga di fronte conoscenze forse una volta interiorizzate solo per superare la sufficienza e ora tramutate in ammonimenti), sì, diventa maestra la nostra storia quando si insinua tutti i giorni nelle nostre azioni e nei nostri pensieri. Quando ti sussurra di buttarti, quando ti dice di provare ad amare perchè anche se ci rimani fregato ti sei guadagnato un pezzetto da aggiungere a “te stesso”. Probabilmente ci siamo ritrovati tutti ad un bivio ad un certo punto della nostra relazione con l’altro: te sei così, io invece sono così. 
E concentrati sul cambiare l’altro non pensiamo mai che forse il lavoro più grande e più importante da fare è su noi stessi. Vedi Federica? Devi imparare a pensare anche a te, mi risuona così la tua voce. Ritorna sempre quel “noi stessi”. D’altronde con noi passiamo molto tempo e il rischio è di non accorgersene nemmeno. Il rischio è passare una vita a cercare l’altro, a cambiare l’altro, a riempirci con l’altro, senza accorgerci che il nostro compagno principale di vita siamo proprio noi. Quali domande faresti a te stesso? Forse sono molto diverse dalle domande elecante prima. Forse avresti il coraggio di chiederti come stai, come ti senti, che cosa provi, se vuoi starci, che cosa pensi, che cosa sogni. E facendoci queste domande costruiamo ogni istante un pezzetto nuovo, oppure ritroviamo quel pezzetto perso per strada chissà dove e chissà perchè. Importante è scoprire dove e perchè e da lì ricominciare, da lì ritrovarsi. Per questo amare è dare ciò che non si ha, perchè il più delle volte non sappiamo di avere dentro di noi cose sconosciute, misteriose, splendide, spaventose e brillanti. Ti do quello che scopro dentro di me con te. Scopro dentro di me che cosa si cela dandomi a te. Diventi il mio alleato preferito, colui al quale svelo il mistero che Dio ha nascosto in me, la bellezza che custodisco. Allora quando vorrei leccarmi tutto il giorno solo le mie ferite, scopro anche le tue e ti do la mia comprensione. Se non capisco la vita, guardando la tua forse capisco meglio che cosa desidero nel profondo. Se non ho la fede, camminando con te la cerco.
L’amore non è mai scartato. L’amore che diamo rimane. L’amore è donativo e mai riempitivo. 

“Sono un uomo ferito.

E me ne vorrei andare
E finalmente giungere,
Pietà, dove si ascolta
L’uomo che è solo con sé. 

Non ho che superbia e bontà. 

E mi sento esiliato in mezzo agli uomini. 

Ma per essi sto in pena.
Non sarei degno di tornare in me?

Ho popolato di nomi il silenzio.
[…]
Dio guarda la nostra debolezza.

Vorremmo una certezza. 
[…]
Non ne posso più di stare murato
Nel desiderio senza amore.”
 
Giuseppe Ungaretti, La Pietà

https://www.youtube.com/watch?v=MqoANESQ4cQ
(se volete leggete l’articolo con questa musica di sottofondo, la poesia tassativamente)

Federica Di Vito

Articolo originale

Guardatevi intorno: non vedete che siamo pieni di santi?

Ieri sera sulle frequenze di Radio Maria ho iniziato la seconda puntata di Padri Nostri dedicata alla Didaché1 ringraziando gli amici Stefano, Celestino e Cinzia, questi ultimi con la loro piccola Gemma, di essere venuti a pranzo a casa nostra:

Ἐκζητήσεις δὲ καθ’ἡμέραν τὰ πρόσωπα τῶν ἁγίων, ἵνα ἐπαναπαῇς τοῖς λόγοις αὐτῶν.
Ricercherai ogni giorno la presenza dei santi, per trovare sostegno nelle loro parole.

Così recita l’antichissimo2 documento (4,2). Notare che laddove in italiano leggiamo “la presenza dei santi” in greco abbiamo “τὰ πρόσωπα τῶν ἁγίων”, i volti, le presenze fisiche: insomma va bene avere la propria bella bibliotechina di agiografie (anzi è cosa molto buona), ma di certo non può bastare.

E mi dicevo, mentre parlavo in radio, che dopotutto se pensassimo di non conoscere dei santi – gente la cui vita è risorta con Cristo – dovremmo porci qualche domanda seria: nella migliore delle ipotesi, quello potrebbe essere il sintomo di una vita di fede flaccida; nella peggiore, dovremmo aggiungere l’aggravante di pensare, magari inconsciamente, che Dio “stia perdendo” la sua sfida contro la cattiva inclinazione delle nostre libertà ferite.

Giovanni Paolo II: magistero della vita, dell’amore e del dolore

In verità mi guardo intorno e mi ritrovo pieno di santi, di persone diversissime e tutte stimolanti, ciascuna a modo suo, nell’aiutarmi ogni giorno a rimettere i puntini sulle i, a raddrizzare la rotta e richiamare le priorità – quelle vere.

Oggi è San Giovanni Paolo II3, e prima che finisca la giornata devo dire grazie a due amicizie dalle cui parole mi ritrovo molto sostenuto.

La prima di queste due amicizie è quella di Antonio e Luisa De Rosa, che proprio oggi hanno voluto mandare nelle librerie il loro L’ecologia dell’amore. Intimità e spiritualità di coppia. Di questo libro, frutto maturo e al contempo rielaborazione originale della Teologia del Corpo di San Giovanni Paolo II, Costanza Miriano (altra persona della cui amicizia mi onoro) ha potuto scrivere:

Di libri sul matrimonio ne ho divorati davvero tanti, troppi forse, e sinceramente non avevo una gran voglia di rileggere ancora una volta le stesse cose. Ho accettato di farlo solo perché me lo ha chiesto la mia amica Elisabetta, e mi sono fidata di lei.

Beh, ho fatto proprio bene. Questo è un libro diverso da tutti gli altri. Innanzitutto non lascia intendere le cose, le dice proprio chiaramente. Nero su bianco. Parla di sesso secondo gli insegnamenti della Chiesa, secondo il disegno di Dio, ma lo fa senza moralismo, senza veli, con il coraggio e la sfrontatezza che viene dalla certezza di parlare conoscendo le cose di Dio. Dove lo trovate un altro libro che a distanza di poche righe parla di misure del pene e sacramento, di frequenza dei rapporti sessuali (un giorno sì, due no, mi raccomando) e Spirito Santo, di sesso orale (anche sì ma con delle regole), anale (sempre no), pornografia (semprissimo no), di desiderio maschile e femminile, di preliminari e santità della coppia? Di amplesso come vertice del corteggiamento e dell’unione anche spirituale? Ma senza lasciar intendere nulla, dicendolo proprio apertamente, raccontando di sveglie puntate per fare l’amore, di appuntamenti tra marito e moglie, di giorni di ferie e permessi dal lavoro per dedicarsi tempo e attenzioni e custodire l’intimità; parlando di contraccezione e metodi naturali, del desiderio femminile che ha bisogno di essere alimentato con l’attenzione, e dello sguardo accogliente e pieno di stima che l’uomo desidera su di sé. Dando giudizi chiari e precisi su ciò che fa bene al desiderio della coppia, e ciò che invece lo danneggia.

Ovviamente non è un manuale di regole, perché siamo così diversi, tutti come singoli, e due diversità insieme, poi, ancora di più: però dà dei consigli pratici, ragionevoli, ecologici, nel senso dell’ecologia dell’uomo cui faceva riferimento Benedetto XVI.

D’altra parte i rapporti sessuali sono ciò che più di tutto il resto distingue il matrimonio dalle altre forme di relazione, dagli altri affetti, anche profondissimi. Non è possibile che Dio non c’entri con il sesso. E se è Dio a volere per gli sposi questa espressione dell’amore reciproco, è bellissimo imparare a viverlo in unione a lui. È difficile ma non impossibile, con un po’ di impegno. Antonio e Luisa con grande generosità ci aprono le porte della camera da letto, senza atteggiarsi a quelli che sanno come si fa, ma proponendo un cammino possibile, per coppie vere, in carne ed ossa. Cose che non si raccontano mai, per pudore, perché si teme di essere imperfetti, perché certe cose non si dicono, perché pensiamo che le nostre difficoltà siano troppe mentre agli altri va tutto liscio, oppure perché, come credo succeda a una grande parte delle coppie, non si fa un lavoro (è la parola che usa Papa Francesco quando parla di amore) sulla propria intimità, e si lascia che le cose vadano da sé, dimenticando che, affinché una coppia regga negli anni, c’è un investimento da fare. L’uomo e la donna non sono solo padre e madre – il rischio di dimenticarlo lo corriamo tutti – sono prima di tutto coppia, e amano Dio sempre uno attraverso il volto dell’altro. Fare l’amore, dunque, è anche un gesto profondamente religioso, se fatto con il cuore diretto a Dio, e questo libro lo ricorda con toni audaci e spiazzanti.

E tutti potete immaginare che Costanza non scriva cose del genere a casaccio. Il problema – lo accennavo già all’inizio dell’estate sfiorando l’argomento “teologia del corpo” al ritiro annuale delle Cooperatrici Oblate Apostoliche del Movimento Pro Sanctitate – è che quando si parla di “codesta teologia”4 la si presenta come qualcosa di idealizzato e di praticamente non-vivibile. È quanto a modo suo aveva riscontrato pure Thérèse Hargot, nel suo laicissimo consultorio:

per la maggior parte i cattolici ricevono anzitutto una base di morale sessuale; poi si aggiunge una teologia della sessualità; il tutto senza sapere che cosa sia la sessualità. Voglio dire che non c’è una conoscenza adeguata del fenomeno sessuale: come si manifestano le dimensioni emozionale, affettiva e psicologica. Si passa direttamente alla dimensione morale e a quella teologica. Sono cose estremamente interessanti, la morale e la teologia, ma l’insegnamento va in cortocircuito sulla conoscenza fisica ed emozionale. Intendo dire che c’è una generazione di giovani – quella di cui parlo nel mio libro – che coinvolge naturalmente anche numerosi cattolici: venuti su al latte della pornografia come gli altri, crescono e ricevono un insegnamento che è molto molto bello e non hanno modo di viverlo. Entrano rapidamente in un’idea di ciò che la sessualità dovrebbe essere: la comunione degli sposi, la Trinità, la liturgia dei corpi… tutte idee che trovo molto affascinanti e belle… solo che poi ad esse non corrisponde la loro esperienza. E diventano frustrati: «Cavolo, la mia vita sessuale decisamente non è così… il sesso con mio marito non assomiglia proprio a questa roba…». E giù a deprimersi in un circolo vizioso, che si nutre del fatto che si ha scarsa o nulla conoscenza delle dinamiche personali della sessualità: perché abbiamo dei fantasmi, come funzionano le pulsioni sessuali; e quindi la masturbazione, il piacere…

Il problema, in buona sostanza, è che si tende a parlare dell’intimità coniugale più descrivendo l’obiettivo ideale della proposta cristiana che considerando la strada per cui quell’obiettivo si fa piuttosto una meta– quindi una cosa sì lontana ma assolutamente raggiungibile. L’effetto collaterale si amplifica notevolmente quando a descrivere quell’obiettivo sono persone che, in virtù del loro stato di vita, non vivono alcuna intimità coniugale. Il risultato di quest’impostazione è che le difficoltà (talvolta lancinanti) di cui molti uomini e donne fanno esperienza vengono avvertite più come minacce alla consistenza del sistema che come ovvî punti di partenza per imprevedibili e gustosi cammini di santificazione. Devastante corollario del risultato è poi che la concordanza tra i due poli, ormai sciaguratamente caratterizzati come “ideale” e “reale”5, porta gli agenti di cui sopra – ossia i Pastori (alcuni soltanto, grazie a Dio) – a inquadrare i “casi reali” difficoltosi come altrettante “eccezioni” alla “norma ideale”… e a normalizzare gli stessi con altrettante deroghe.

Due sposi che scrivono di intimità in modo sexy e mistico

E sarebbe ben strano il contrario, cioè che chi non conosca i termini di un problema (se non in teoria – ma il sesso e la santità sono cose eminentemente pratiche) sappia poi offrire le soluzioni giuste. Ecco, Antonio e Luisa si propongono come una coppia esperta che si trova nel bel mezzo della propria avventura: quattro figli (più uno già in cielo), un fidanzamento normalmente bacato da svariati assortimenti di idee sbagliate e poi la proposta della Chiesa, giunta per loro dall’opera missionaria di Padre Raimondo Bardelli e dal sostegno della rete di famiglie fiorita attorno a quell’opera. Quindi un cammino pieno di problemi chiaramente individuati, risolutamente affrontati, gioiosamente superati e – oggi – fraternamente condivisi.

Questo è forse ciò che manca in tutti (o quasi) i corsi prematrimoniali parrocchiali: non si parla affatto di intimità coniugale, di “intimità ecologica”, e quando il buon vecchio parroco si cimenta nell’argomento tante volte fa (incolpevolmente) rimpiangere il silenzio. Non basta vivere l’intimità coniugale, per saperne indicare le vie (e le insidie), però forse è più che opportuno – è quasi necessario – che chi ne parla ad altri sia introdotto in prima persona a quei meandri. E poi ci vuole schiettezza, ma anche prudenza, verità ma anche pudore, una parola senza complessi quando si parla di godimento sessuale e che non si riduca ad appicciare sulla trita foia qualche bollino spiritualizzante: occorre che il supporto sia una solida e comprensiva antropologia integrale, quella che può sostenere l’ambizioso progetto di un’ecologia integrale. Dunque anche dell’intimità coniugale. Antonio e Luisa hanno forse colmato un vuoto:

È importante che il nostro amore cresca e che sia vissuto in un contesto di corte continua. L’ho già accennata e la riprenderemo. Corte significa collocare l’intimità sessuale in uno stile di vita fondato sull’amore reciproco visibilmente manifestato. Continui gesti di tenerezza, di servizio, e di cura l’uno per l’altra durante tutto l’arco della giornata. Basta poco, una carezza, una parola dolce, uno sguardo, una telefonata e cose così. In passato non lo praticavo con costanza e la mia sposa ne soffriva. Si capiva però benissimo quando c’era in programma, da parte mia, il desiderio di riattualizzare il sacramento; bastava osservare il mio comportamento. Diventavo servizievole e tenero. Questo la faceva sentire usata. I miei, infatti, non erano gesti sinceri, ma finalizzati ad ottenere la mia soddisfazione. Ho dovuto impegnarmi ed educarmi per migliorare questa mia insensibilità. Togliamoci allora quell’idea del mondo che ci fa credere che l’intimità sessuale sia bella all’inizio del rapporto e poi diventa qualcosa di sterile e di abitudinario. Non è così. La bellezza dell’intimità è data dalla qualità della nostra unione e più | saremo uniti più sarà fonte di gioia. La novità non è data dal gesto, ma dall’amore che lo caratterizza e che gli dona significato e potenza. È tutta un’altra cosa avere la consapevolezza di non star semplicemente a fare l’amore, ma che stiamo riattualizzando un sacramento, stiamo celebrando il nostro amore! È qualcosa di grande.

Antonio & Luisa De Rosa, L’ecologia dell’amore, 87-88

L’altro amico il suo libro me l’ha dato solo ieri (però me l’ha portato di persona venendo a pranzo…), ma la bella giornata odierna esige che gli dedichi almeno qualche parola: si tratta di un libro che Stefano Giordani ha scritto soprattutto per sé stesso, per coltivare il memoriale della grazia di una moglie come Simonetta, partita per il cielo non molti mesi fa con una serenità e una letizia che a tutti noi hanno impedito di chiamare “funerale” l’estremo arrivederci che demmo alle sue spoglie.

Due sposi a cui sono date un’intimità e una fecondità misteriose

Anche se non si propone di vendere e di farsi conoscere (non ha neppure un editore) questo libro condivide diverse cose importanti con quello: è il libro di una coppia anche questo, descrive anche questo le meraviglie operate da Dio all’interno di un matrimonio, scolpendo due cuori col martello dell’amore sull’incudine della castità. È un matrimonio senza figli, questo, ma non meno fecondo dell’altro, che di figli ne annovera cinque.

Io Simonetta la conobbi anni fa: me la presentò Claudio dicendomi che una sua amica disegnatrice avrebbe volentieri regalato a La Croce quotidiano la sua arte ideando una striscia di fumetti apposta, con dei personaggi straordinari sbalzati finemente dai fogli di stagno di una famiglia normalissima. Avevano dei superpoteri, sì, ma erano dei semplici nonni; e pure il Papa lo dice sempre, che i nonni hanno dei poteri davvero super.

Era perfezionista, sul lavoro e non solo: discutemmo minuziosamente dei personaggi, dei volti, dei caratteri… ma quelle strisce restarono sempre embrionali, Simonetta riteneva di doverli elaborare ancora. Non per questo smettemmo di scriverci: mi si rivolgeva di tanto in tanto con degli articoli di cui poi parlavamo. Aveva seguito con attaccamento viscerale le vicende di Charlie Gard e di Alfie Evans, giungendo quasi a imparare l’inglese apposta per leggere notizie su questi bambini: nella cultura dello scarto che giudicava queste creature Simonetta si proiettava – non solo per il cancro che la divorava, ma per le tante esperienze che le sapevano di fallimento – ed era la comune umanità profanata in quegli innocenti ciò per cui lei offriva le sofferenze del suo calvario.

Mano a mano che moriva pensava sempre più esclusivamente a prepararsi, a “mettere a posto” le cose, parlando con quelli a cui riteneva di dover dire qualcosa… e a pregare che la sua morte non scandalizzasse i piccoli nella fede, a cominciare da alcuni famigliari. Lì al “funerale” apprendemmo che tra le ultime parole al marito ci fu il severo e dolce monito: «Mi raccomando, tu: resta sempre aperto alla volontà di Dio». Quanti l’abbiamo sentita passare nelle nostre vite, o anche solo di fianco, giureremmo di aver inteso qualcosa di simile a quel fruscio straordinario che Chiara Corbella ha diffuso attorno a sé.

E così anche con i santi che frequentiamo siamo tentati di giudicarli dal loro ultimo stadio, dal momento in cui si preparavano a entrare al banchetto del Re – se abbiamo avuto il duro privilegio di accompagnarli alla soglia – mentre ciò che ce li rende dolci e cari è proprio l’averli avuti per compagni di strada, aver visto la loro fatica così simile alla nostra. Apro una pagina a caso, verso la metà del libro, e trovo Stefano che riporta una pagina del diario di Simonetta, vergata nel periodo in cui giravano per medici cercando di capire se i figli non arrivassero loro per una sterilità fisica.

Giornata inconcludente come mi sembra la mia vita. Non c’è nulla che riesca a portare a termine. Mi chiedo perché… se sia una mia incapacità o un volere di Dio per dirmi qualcosa. L’operazione è saltata, ora non so che fare. Avere un bambino è sempre di più una chimera, sento il mio corpo e la mia vita sempre meno capaci e adatti. Sono piena di problemi di salute. Non riesco a guadagnare niente di che, tra il poco lavoro e il poco tempo. Non riesco ad aiutare i miei come vorrei. Abbiamo problemi di salute che minano | anche il nostro insieme. In comunità è molto faticoso perché siamo i responsabili e abbiamo fratelli difficili. Mi sembra che tutto giri al contrario.

So che la croce ha un senso, ma non capisco quale. Il Signore ci sostiene, perché in tutte queste cose sarebbe impossibile passare un’ora in piedi. Ma mi rimane questa sensazione di “troppo” dolore e fatica e inconcludente. Sembra che ogni mossa sia vana.

Dio non sta costruendo la mia casa, o la sta costruendo proprio attraverso queste continue delusioni? Per questa operazione abbiamo pregato, abbiamo digiunato, abbiamo mangiato la Parola. Parlaci, Signore, aiutaci. Ci sentiamo stanchissimi, e io spesso di desideri continuamente frustrati e di energie sprecate.

Apristi la Bibbia e il Signore ti rispose così:

Popolo mio, che cosa ti ho fatto? In che cosa ti ho stancato? Rispondimi. Forse perché ti ho fatto uscire dall’Egitto, ti ho riscattato dalla casa di schiavitù e ho mandato avanti a te Mosè, Aronne e Maria? Popolo mio, ricorda le trame di Balàk, re di Moab, e quello che gli rispose Bàlaam, figlio di Beor. Ricordati di quello che è avvenuto a Sittìm a Gàlgala, per riconoscere i benefici del Signore2.

Il Signore ti stava ricordando ciò che aveva compiuto, e che le circostanze che inizialmente sembravano contrarie, poi si erano rivelate un intervento di salvezza.

Stefano & Simonetta Giordani, Una Persona intorno, 126-127

Ai “funerali” non ero riuscito ad avanzare oltre la penultima panca, nella pur vasta chiesa, tanto l’edificio traboccava della fecondità di Simonetta: ovunque mi girassi c’erano fratelli, sorelle, figli e figlie di quella ragazza che riteneva di avere poco lavoro e mi aveva offerto disegni gratis per contribuire a sensibilizzare le persone sul ruolo e sulla dignità dei membri più fragili delle nostre famiglie e della nostra società.

Per accompagnarla al “lancio verso il Cielo” Stefano aveva tirato fuori il vestito da sposo: nel salutarlo mi sciolsi in singhiozzi e quasi fu lui a consolarmi, sostenuto da una pace della quale egli stesso aveva riso con disprezzo nella sua vita precedente.

Allora si diceva tra i popoli: «Il Signore
ha fatto grandi cose per loro!».
Grandi cose ha fatto il Signore per noi,
ci ha colmati di gioia.

Sal 125,2-3

E appena rientrato in macchina chiamai mia moglie, che non era potuta venire, per dirle che s’era persa qualcosa di veramente straordinario.

Ecco le parole in cui troviamo sostegno, parole che sono fatti ed esistenza, Spirito e Vita. Ecco i segni della perpetua giovinezza e santità della Chiesa, l’assicurazione più tangibile dell’opera di Cristo nel mondo.

Giovanni Marcotullio

Articolo originale qui

L’Amore che rischia rimane per sempre

Eravamo insieme e stavamo pranzando; ed era davvero un giorno come un altro, non ricordo quale. Era Agosto. Venne fuori un argomento che, oggi, è visto quasi come un tabù: il matrimonio. Ma non era la prima volta. In realtà, noi avevamo cominciato a parlarne circa tre anni prima, cioè quando ci siamo conosciuti. Anzi, è bene che faccia un appunto: io mi presentai a Michele (questo è il suo nome) e poi usai, più o meno, queste parole: “Se stiamo insieme dovremo avere un fine per cui stare insieme”. E non intendevo certo un “obiettivo per arrivare a”, ma piuttosto un “obiettivo da cui partire per”.

Che poi certamente non mi riferivo, nel senso pratico, al matrimonio (ci eravamo conosciuti da circa dieci minuti, pensate quel poveretto -voglio sottolineare, di 23 anni- che cosa ha potuto pensare).  Mi riferivo al vivere una relazione di coppia non in base ad una sensazione, al “stiamo insieme finché dura”, ma di viverla con un fine inteso come PROGETTO.

E siamo partiti. E abbiamo continuato; ma non è stato per niente facile. Perché, diciamocelo chiaramente, non è mai facile scegliere tutti i giorni -e dico tutti i giorni- la stessa persona. Non è facile quando in quella persona, ai tuoi occhi i difetti prevalgono sui pregi, quando ti lasci sopraffare da ciò che senti o non senti, da ciò che ti piace o non ti piace.

L’errore sta nel credere che essere innamorati ed amare coincidano. Da una parte c’è l’emozione della conoscenza di quella persona, di tutte le sensazioni che si provano in sua presenza, e anche in sua assenza; dall’altra c’è la capacità di guardarlo e volerlo aldilà di ciò che mi dà, di ciò che ha…

E viene da sé capire che l’uno si basa su una sensazione, l’altro si basa su una scelta.

E quando ci siamo trovati di fronte all’incapacità di amarci per quelli che eravamo, che siamo, siamo rimasti insieme -nella Fedeltà- per imparare a farlo.  Ed eccoci, alla fine è andata, e siamo arrivati al giorno in cui abbiamo deciso la data del nostro matrimonio. E non tanto come “giorno in cui sposarci”, ma come data entro cui domandarci in quale direzione portare il nostro fidanzamento.  Ed è qui che, quando mi chiedono la data del nostro matrimonio, la risposta -quasi sempre- è: “Da qui ad un anno fate in tempo a lasciarvi, siete innamorati!”.
Io faccio le cosiddette “spallucce”; le motivazioni che ci hanno spinti a decidere di sposarci, sono state proprio i dubbi che nutrivamo l’uno per l’altra, e verso noi stessi. È stato il non sapere di voler continuare la nostra vita insieme, che ci ha fatto decidere di continuarla.  È un paradosso, ma tutto in questo lo è stato: la scelta di una data più di due anni prima e senza una proposta vera e propria, l’uno a qualche mese dalla laurea, l’altra all’inizio del percorso universitario, entrambi senza lavoro; la scelta di un abito 400 giorni prima…

Quando si è di fronte a dei dubbi esistenziali, c’è da chiedersi se si è disposti a fare -INSIEME- un salto nel vuoto. C’è da chiedersi se si è disposti a volere di più, a volere “ […] la parte destra della barca” (Gv 21,6), ma anche a dare di più; se si è disposti ad andare oltre a tutto ciò che ci sembra di sentire o non sentire.

Perché le sensazioni vanno e vengono ma l’Amore, quello fatto di scelte, anche rischiose, quello resta.

Per sempre.

Vittoria Epicoco

Se sei forte fatti servo.

Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore,
e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti.
Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Il Vangelo di questa domenica è da leggere e meditare tutto, come sempre. Quello su cui noi sposi dobbiamo maggiormente soffermarci sono le ultime quattro righe. Quelle senza dubbio più indigeste. Essere il servo di tutti. Essere il servo della persona che amiamo. Sembra una richiesta ingiusta. Qualcosa che nulla ha a che vedere con l’amore. Ricorda maggiormente l’essere usati. l’essere soggiogati, l’essere sfruttati. E’ vero spesso succede questo. Spesso l’egoismo umano porta la parte più forte della coppia a sottomettere l’altra. Questo non è amore. Questo non è quello che ci sta chiedendo Cristo. Gesù ci chiede di farci servi. E’ vero. C’è però una grande differenza. Lui ci chiede di farlo liberamente, di servire in libertà e piena volontà. Non per l’egoismo dell’altro. Non per la prepotenza dell’altro. Solo per amore. Solo per dare concretezza a quella promessa che abbiamo donato al nostro coniuge il giorno del matrimonio. Nessuno ci ha obbligato. Nessuno ci deve obbligare a servire. Così il più forte si farà servo. Non il più debole! Il più forte! Il primo! Quello più avanti dei due. Questo è il paradosso del Vangelo e del messaggio di Gesù. Dio, la potenza assoluta, che si fa servo fino a lavare i piedi di persone indegne. Il più forte che si fa servo non diventa vittima di una prepotenza. Lo sarebbe il più debole. Il più forte che si fa servo diventa sostegno per il debole e per il povero. Il forte che si fa servo diventa forza per l’altro/a. Tutte le volte che il nostro sposo (sposa) è debole. è fragile, è incapace di amare, ricordiamoci di questo passo del Vangelo. L’essere più forti, più giusti, più bravi, non ci dà il diritto di far pesare l’errore e l’atteggiamento sbagliato dell’altro/a. Questa non è correzione fraterna, ma solo ergersi a giudice e a persona migliore. L’essere più forti è innanzitutto responsabilità. E’ il dovere di abbassarci e farci servi di chi è più debole e più fragile. Solo così, dopo esserci fatti misericordia e accoglienza, avremo l’empatia necessaria, la strada aperta verso il cuore dell’altro/a,  per condurlo a comprendere i suoi errori. Questa è la vera correzione fraterna. L’unica che può aiutare il nostro coniuge a progredire verso la strada della salvezza.

Antonio e Luisa

 

Sposi sacerdoti. I tuoi seni sono come due cerbiatti. (43 articolo)

[1]Come sei bella, amica mia, come sei bella!
Gli occhi tuoi sono colombe,
dietro il tuo velo.
Le tue chiome sono un gregge di capre,
che scendono dalle pendici del Gàlaad.
[2]I tuoi denti come un gregge di pecore tosate,
che risalgono dal bagno;
tutte procedono appaiate,
e nessuna è senza compagna.
[3]Come un nastro di porpora le tue labbra
e la tua bocca è soffusa di grazia;
come spicchio di melagrana la tua gota
attraverso il tuo velo.
[4]Come la torre di Davide il tuo collo,
costruita a guisa di fortezza.
Mille scudi vi sono appesi,
tutte armature di prodi.
[5]I tuoi seni sono come due cerbiatti,
gemelli di una gazzella,
che pascolano fra i gigli.
[6]Prima che spiri la brezza del giorno
e si allunghino le ombre,
me ne andrò al monte della mirra
e alla collina dell’incenso.
[7]Tutta bella tu sei, amica mia,
in te nessuna macchia.

 

Proseguiamo con il terzo poema del Cantico. Dopo aver visto nel precedente articolo il corteo nuziale, arriviamo finalmente all’incontro. Entrano nella casa nuziale e lo sposo sempre più impaziente, il re, può disvelare, togliere il velo alla sua amata. L’articolo precedente ci ha riportato alla memoria l’ingresso della sposa in chiesa. Il primo momento del rito del matrimonio. Oggi il Cantico ci riporta alla prima notte di nozze, il secondo momento del rito del matrimonio, quello che pone il sigillo all’unione. Ci riporta alla prima unione fisica. Quello che racconta il canto del poema è proprio lo sguardo di meraviglia dello sposo che pone lo sguardo sulla sposa. Una meraviglia che ogni sposo, credo, abbia potuto sperimentare. Una meraviglia che ancora oggi, dopo anni,  può commuoverci.  Una meraviglia che non passa, che si trasforma e, se possibile, diventa ancora più forte, perchè la bellezza si nutre di amore. Il suo non è uno sguardo di concupiscenza, non è uno sguardo  che si sofferma sulla donna per dare soddisfazione alla propria cupidigia, trasformando la sposa in oggetto. Lo sguardo del Re è uno sguardo di meraviglia, è uno sguardo carico di Eros, ma non solo, è uno sguardo che permette alla sua sposa di sentirsi bella, la più bella, e che permette all’amata di sentirsi a proprio agio davanti al proprio sposo anche se denudata, perchè lo sguardo del suo re non viola la sensibilità della stessa facendola sentire aggredita, ma, al contrario, ne esalta la femminilità e accresce in lei il desiderio di incontrare il proprio sposo sempre più profondamente con tutto il suo corpo e tutta la sua anima. Lo sguardo prepara la donna all’unione totale con il suo sposo. Il Cantico non nasconde con moralismo l’eros e la corporeità degli sposi, ma li esalta in un contesto di purezza e verità che nulla hanno di volgare e pornografico.

L’uomo, attraverso uno sguardo casto ed erotico nello stesso tempo, non si limita a guardare un corpo, ma il suo sguardo vorrebbe penetrare nell’anima della donna in profondità, per realizzare un’esperienza di bellezza piena e di stupore autentico.

Uno sguardo casto permette tutto questo e, solo purificando il nostro sguardo da pornografia diretta o indiretta, riusciremo a guardare con gli occhi del re la nostra donna e farla sentire bella e femminile e non solo un oggetto di piacere.

Uno sguardo inquinato viola la donna e, presto o tardi, rovinerà uno dei momenti più intensi e belli del matrimonio, l’amplesso fisico, limitando tutto a un superficiale piacere fisico. Non riuscendo a vedere oltre il corpo, gli sposi non riusciranno a vivere quella esperienza di bellezza e di pienezza che il Cantico indica non solo possibile ma da ricercare.

Cosa vogliamo essere per nostra moglie, il Re che la fa sentire bella e desiderata o il ladro che viola la sua intimità per soddisfare le proprie voglie?

Antonio e Luisa

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro. 21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore  30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità 34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito 38 Le piccole volpi che infestano il nostro amore. 39 Il mio diletto è per me. 40 Voglio cercare l’amato del mio cuore 41 Cos’è che sale dal deserto 42 Ecco, la lettiga di Salomone

Nuziale cioè felice!

Di seguito la lettera che Giulia, che abbiamo avuto la gioia di ospitare su questo blog con alcune sue riflessioni, ha scritto per il marito Nicolò il giorno delle loro nozze. E’ una dichiarazione d’amore. Di quelle vere però. Di chi è consapevole di ciò che sta promettendo e che vuole davvero amare con tutta la sua volontà, perchè sa che quella è la sua strada per la gioia, per la pienezza e, di conseguenza, per la santità e l’incontro con lo Sposo di ognuno di noi: Gesù.

«Marito, tanta la gioia che mi dà esserci scambiati la nostra quotidianità in una dimensione temporale diversa, quella dell’eternità. Negli ultimi anni ho scritto continuamente e tu lo sai: un tempo mi divertivo a far brillare le nostre ricorrenze imprimendole su carta, guardare cosa capitava al tuo cuore mentre leggevi e spezzare la banalità di un comune momento di condivisione per sospenderlo in qualcosa da ricordare. Poi ho smesso, da quando mi hai chiesto di sposarti, due anni fa, promettendoti che avrei scritto una sola lettera in occasione del nostro matrimonio. Quindi, eccomi, tua moglie, a fissare su carta oltre che nel cuore, la mia devozione per te. Sono grata a Dio per aver gestito la libertà delle nostre due anime affinché potessero guardarsi nel riflesso del suo amore unico e preziosissimo e, da quel riflesso, cogliere la luce di una chiamata.
Eravamo molto diversi quattro anni fa e il tempo che ci ha condotto a questo giorno è stato predisposto perché potessimo amarci nonostante tutto, all’interno delle scelte radicali che all’unisono abbiamo voluto compiere. Ci siamo cercati veramente dopo aver scoperto di quel solo punto in comune, fra tanti, quello decisivo: la fede e la devozione a Maria. Dio ci ha dato un avvio tremendamente voluto e da quell’inizio, oggi, siamo rinati insieme nella grazia che veste un semplice amore umano dell’amore divino. Vorrei solo farti sapere che l’attesa è stata gradualità, il dosaggio è stato crescita, la crescita è stata conoscenza e la conoscenza l’estensione del rispetto. Attendere chi si ama per affidargli la propria vita è una benedizione perché in quel tempo si ha l’occasione di tornare piccoli. Ti sono grata per aver visto ogni mia debolezza, fragilità, contraddizione ed essere rimasto, senza condizioni, lontano dall’esitazione. Ti sono grata per aver abbandonato le tue priorità a favore dei nostri progetti. Ti sono grata perché sei stato instancabilmente presente. Ti sono grata perché mi hai insegnato una fede genuina. Ti sono grata perché sei rimasto dopo l’innamoramento. Ti sono grata per avermi insegnato la dedizione.
Oggi il mio sì è un sigillo di presenza: non sono tua moglie nell’idea che ho di te, della vita, del matrimonio. Non sono tua moglie nei miei vorrei. Non sono tua moglie nel mio “io”. Ho deciso di diventare tua moglie non per bisogno, neanche per possesso, ma prefissandomi lo scopo di donarmi a te e servirti, che ha il sapore della sottrazione dei due dalla solitudine, due libertà che promettono di incontrarsi ogni giorno. Due libertà che si dispongono all’accoglienza consapevoli che, senza le corrispettive braccia aperte, statura dell’umiltà, non vi è che la cima dell’egoismo. Invece noi abbiamo scelto, sposandoci, di essere felici insieme, rivestendoci di un amore personale, accogliendoci da diverse dimore ad una casa sola, decorata dall’allegria, ammobiliata con il rispetto, perfezionata dall’ascolto. Te lo prometto: userò questi ingredienti, ma ti chiedo anche, quando la memoria mi ostacolerà, impedendomi di trovarli, aiutami a cercarli sciogliendomi dai miei limiti.

Per questa sete di esserci, consolidata nell’affidamento a Maria, si sono notate le nostre esistenze non sempre nel comfort, nemmeno valutandosi entro parentesi di prova sui difetti individuali, sulle abitudini decennali che ci rendono un po’ più insopportabili all’altro: si sono strette solo per l’insostituibile. L’unicità amata in te e tu in me è la chiamata alla vocazione del matrimonio. Io mi offro a te come tua migliore amica, sorella nella fede, come tua sposa. Ho scelto te persona: insostituibile, indisponibile; non un possesso, non mi sei dovuto, ma un dono, per essere collaboratori di Dio, custodi e non proprietari dei suoi beni. Ciò a cui aspiro è “gareggiare nello stimarci a vicenda”.
Sapere di essere nel cuore di qualcuno è una carezza dal tocco deciso, ma leggero. Sapere che hai concesso parte del tuo spazio per farmi spazio, mi ha dato il “permesso di esistere benedicendo la mia vita”, mantenendo la bellezza anche nell’umana imperfezione, perseverando amorevolmente oltre la mediocrità. Tolto ogni superfluo, ogni assolutismo dell’io, ciò che resta è tutto. Non un tutto qualunque, ma quello garantito da Dio!

Grazie perché mi hai spinto ad essere una persona migliore -e non è retorica- non cercando di farmi diventare il tuo modello ideale di me, ma ciò che sono in armonia con ciò che tu sei, così noi due ci siamo scoperti. Diverse volte che mi è stato chiesto: ma come fai ad essere sicura di lui? E la mia risposta è stata sempre la stessa: perché so che se non avessi incontrato lui avrei pregato Dio di mettere al mio fianco un uomo esattamente come lui. Non mi serviva sapere prima dove mette i calzini, se nel ripiano che approvo o in quello che disapprovo, ma se sapremo insegnare gli stessi valori e trasmettere come carne sola e anima sola la fede ai figli che il Signore vorrà donarci. Con queste premesse abbiamo potuto fare un percorso d’intensa comunicazione spirituale, i cui germogli sono bacche di tenerezza. Questo tipo di bellezza è il ritratto di un prodigio: quando ci si tocca nel punto in cui posso disfarmi dell’armatura protettiva, beh l’istante riecheggia l’eternità. Questo è il mio sì.
Quando la tempesta arriverà, turbando i cuori di timori, insicurezze, paure fa, caro marito, che il tuo risollevarti sia anche il mio e io mi occuperò che il mio sia anche il tuo. Quando le turbolenze ci chiederanno prova del nostro amore coniugale, della nostra fede che oggi ha sigillato una misera promessa umana, che essa sola nulla potrebbe, ti prego, caro sposo, ti prego fratello e amico, di invitarmi a guardare la croce: ce lo siamo detti più volte che le nostre mani in questo giorno sono fuse sulla croce che abbiamo deciso di abbracciare, sull’amore più grande che in lei si fa memoria, quello di dare la vita per amore. Così, la mia preghiera è la promessa di un impegno a levare lo sguardo, sapendo che la tentazione di abbandonare l’uno o l’altro magari quando malati, burberi o banalmente un po’ meno carini, sarà in realtà la tentazione di abbandonare la Croce. Inginocchiamoci insieme davanti a questo Amore, mai stanco dei nostri errori, pronto a perdonare la nostra tiepidezza. So che un simile impegno abita il tuo cuore e per questo non temo nulla, grande è la fiducia e con essa la speranza che ho riposto nella nostra unione, nuova alleanza, nuova Casa.

Volevo solamente dirti che è bello che tu esisti e che siamo insieme, insieme per davvero, in questo trampolino di lancio coraggioso che è l’unione celebrata oggi, il cui mistero sarà scoprirsi con stupore ogni giorno: sposi in Cristo, nuova famiglia. Oggi “il cielo si è aperto su di noi (…) suonano le campane, cantano gli angeli nel cielo”, oggi cielo e terra si sono toccati sul nostro sì. E come dicono sempre due cari nostri amici: nuziale cioè felice!».

La scuola dell’amore

Oggi voglio fare un gioco. Noi sposi stiamo frequentando l’università dell’amore. Tanti amici magari sono fermi ancora all’asilo, altri alle medie. Cerco di spiegarmi meglio. Il primo gradino della scuola dell’amore è il sentimento. Si riduce l’amore all’innamoramento. Chi si ferma a questo livello di amore non mette volontà. Crede che l’amore, per essere davvero tale, debba essere sempre spontaneo e sostenuto da una forza propria. L’amore si può solo assecondare. Nulla più. Quando finisce questa forza tutto finisce. Non c’è più nulla da fare. Non vale la pena continuare. Chi si ferma a questo livello non va oltre la scuola dell’infanzia. Vivere in questo modo l’amore significa restare degli infanti nella nostra capacità di vivere una relazione affettiva.

Molti riescono a superare questo step e raggiungono quindi il secondo livello. La scuola primaria. Chi giunge a questo punto riesce a trasformare il sentimento in alleanza. Strano a dirlo, ma non tutti raggiungono questo obiettivo. Nell’alleanza si riconosce qualcosa di positivo in quella relazione e si comprende che non può lasciare che si sostenga da sola. Non basta la sola passione e il solo innamoramento. Ci mettiamo qualcosa in più, il nostro impegno. Riconosciamo di non bastarci e di trovare in quella relazione qualcosa di prezioso che va custodito.

Il terzo livello è la scuola media dell’amore. Chi raggiunge questo step inizia a comprendere qualcosa di più sull’amore. Il terzo passaggio consiste nel riconoscere in quell’alleanza non solo qualcosa di importante, ma di fondamentale. Qualcosa di fondante la nostra vita. E’ così che l’alleanza diventa fedeltà. Qui non ci arrivano in tantissimi. Richiede la consapevolezza che quella relazione è così importante da mettere in gioco tutta la nostra vita. Ci richiede una scelta definitiva. Molti non riescono a superare questo livello. Molti si fermano alla terza media senza prendere il diploma, senza il coraggio di fare il salto e passare alla scuola superiore.

Pochissimi raggiungono le superiori. Questo step porterà la coppia a sostenere l’esame di maturità. Trasformiamo la nostra volontà di fedeltà, la nostra scelta definitiva, in sacramento. Significa offrire le nostre vite e la nostra relazione a Dio.  Il sacramento cristiano porta a compimento la fedeltà. La grazia di Dio, il suo amore che ci precede, la promessa di Dio che plasma dal di dentro l’amore umano, riconosce che il luogo concreto in cui essa si attua è la pasqua di Gesù, che si dona nell’Eucaristia della Chiesa. Perciò il sacramento del matrimonio cristiano è esattamente la “grazia di agape” che lavora dal di dentro la “forza di eros”. La maturità consiste nell’accogliere questo significato e viverlo.

Ora c’è l’ultimo step. Solo un ristretto numero di persone riesce a raggiungere questo livello. Questo è il massimo. Non le persone più dotate arrivano fin qui, ma quelle che si sono fidate e affidate di più.  Qui si studia l’amore ad un livello accademico. Non c’è numero chiuso. Non ce n’è bisogno. Sono sempre troppo pochi quelli che arrivano fino a questo punto. Il sacramento diventa cammino. Ogni giorno della nostra vita insieme siamo chiamati a donarci e ad accoglierci.  L’accoglienza del dono plasma e indirizza l’eros umano: rendendo l’altro/a unica per noi e diventando noi unici per lui/lei. L’amore ci fa diventare unici per l’uno per l’altra e di due una sola carne per le altre persone. Il matrimonio cristiano diventa così un punto di partenza, un cammino disteso nel tempo, dove si sperimenta che l’altro riempie giorno per giorno la nostra vita. La vita quotidiana insieme, abitata dal sacramento, è fonte di pienezza e di gioia, è forza per sostenere la pazienza del quotidiano, è consolazione per guarire le ferite della vita, è speranza per costruire insieme una storia. È una storia di attese e desideri, di scelte e di realizzazioni, una storia che diventa feconda per i due sposi stessi, attorno a loro e nella loro carne, fino a generare la vita in pienezza, realizzando quell’unico bene che è la comunione di vita nei coniugi e il frutto dell’amore nei figli.

Antonio e Luisa

Ogni matrimonio è un miracolo di Dio

Stamattina (sabato scorso ndr) sono entrato nella chiesa della mia parrocchia. Era appena terminata la Santa Messa. Si erano fermate le solite quattro nonne a recitare il rosario. Benedette quelle nonne che , sono certo, con la loro preghiera reggono la Chiesa.  Il resto era deserto. Tutto era avvolto nella penombra. Una situazione privilegiata per pregare e riflettere con calma. Il parroco, nel frattempo,  andava e tornava dalla sacrestia. Stava, evidentemente, predisponendo per qualche cerimonia. Ho pensato al solito funerale. Poi ho capito! Quando ha posizionato sotto l’altare un inginocchiatoio doppio non poteva che essere un matrimonio. Ho cominciato a fantasticare. Guardavo quella scena. In quel momento non c’era ancora nulla. Pensavo come da lì a qualche ora quello spazio sarebbe stato riempito. Si sarebbe animato. Si sarebbe riempito della vita di due giovani e del sacrificio di Cristo sul Golgota. Si sarebbe riempito di tanti amici e parenti di quei due giovani. Chissà quanti di questi avrebbero vissuto con noia ed impazienza che quella cerimonia finisse. Senza rendersi conto del miracolo che stava avvenendo sotto i loro occhi.  Quello spazio sarebbe diventato Sacer (cliccate qui se non sapete il significato di questa parola). Recinto sacro. In quello spazio delimitato da un inginocchiatoio e due sgabelli si sarebbe da lì a poco compiuto un miracolo. Due persone, un uomo e una donna, che si offrono completamente all’altro/a. Sono ministri del sacramento. Il sacerdote non è ministro in questo caso. Lo sono i due sposi. Sono ministri e sono nel contempo offerta. Offrono se stessi. Tutto quello che sono e che hanno. Due persone che liberamente decidono di darsi ed accogliersi l’un l’altra. Il matrimonio, letto in questo suo significato profondo, è un vero e proprio sacrificio. Matrimonio ed Eucarestia si somigliano per tante cose, questa è una di queste. L’Eucarestia non è forse la rinnovazione del sacrificio di Cristo che ha dato se stesso, ha dato il suo corpo e il suo sangue, ha donato la sua vita? Il matrimonio non è simile in questo? Gesù me lo immagino sempre profondamente commosso. Due persone che ancora hanno il desiderio di amare così, in modo incondizionato, senza mettere limiti. Che bello. Gesù vuole fare parte di questa unione. Per questo il matrimonio sacramento non è tra due persone ma tra tre. Gesù è parte fondante. Il matrimonio è un sacrificio perchè permette che il  nostro dono diventi offerta non solo al nostro coniuge, ma anche offerta a Dio. La nostra unione diventa cosa di Dio. Sposandoci in Chiesa il nostro matrimonio non è più solo nostro, ma è di Dio. E Dio diventa parte attiva. Dà tutto se stesso perchè quell’unione funzioni e non muoia. Ai due sposi è chiesto solo di riempire le giare di acqua, con quel poco che hanno. Trasformare l’acqua in vino è compito di Gesù.  (cit. Chiara Corbella)

Il matrimonio è un sacramento particolare anche per un altro motivo. Il matrimonio è un sacramento perenne, come l’Eucarestia. Come nel pane e nel vino c’è la reale presenza di Cristo. Presenza che non cessa fino a quando pane e vino non vengono consumati, così è il matrimonio. La presenza di Gesù non cessa. Gesù resta presente nell’unione sponsale dei due, nel noi, fino alla morte di uno dei due. Così quello spazio sacro non cessa. Il noi degli sposi continuerà ad essere Sacer, luogo sacro e inaccessibile a chiunque altra persona. Quel Sacer non è solo un luogo mistico è anche luogo concreto e tangibile. Da quel giorno il Sacer degli sposi sarà il talamo nuziale, il luogo dove più di ogni altro l’unione dei due diventa concreta e tangibile.

La prossima volta che parteciperete ad un matrimonio, ripensate a queste poche righe, e non potrete che guardare con altri occhi quello che starà avvenendo,non certo con occhi annoiati, ma con la meraviglia di chi assiste alla creazione, a Dio che opera e fa meraviglie. E allora la gioia vi riempirà il cuore.

Antonio e Luisa

Il matrimonio è rinuncia o ricchezza?

In quel tempo, mentre Gesù usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?».
Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo.
Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre».
Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza».
Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: và, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi».
Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni.
Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!».

Cosa ci può dire il Vangelo di questa domenica a noi sposi? Tantissimo. Cercherò ora di condividere con voi alcuni passi passi che mi hanno aiutato a riflettere sul mio matrimonio.

Si avvicina un tale, una persona anonima, senza nome. Quel tale sono io, quel tale è la mia sposa. Gesù sta lasciando un villaggio. Quel tale gli si pone in ginocchio. Prostrato. Non lo ha cercato subito. Ha atteso l’ultimo momento. Come in un impeto del cuore. Questo giovane è una persona che ha tanto, è molto ricco, sapremo poi proseguendo nella lettura. Ha tutto ma non è felice. La sua vita non ha senso. Quante volte mi sono sentito così. Cercavo qualcosa, qualcuno che potesse dare un senso a tutto, che potesse riempirmi il cuore. Questo ricco avrà sentito parlare tanto di Gesù, di come era speciale, di come parlava, dei miracoli che faceva, e si è gettato ai suoi piedi come tentativo estremo di trovare quel senso. Gesù sembra un po’ freddo e infatti risponde alla sua richiesta: Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Gesù vuole capire se quell’impeto che ha portato quel giovane da lui è consapevole, è una scelta definitiva oppure se è solo la disperazione del momento. Gesù vuole far comprendere a quel giovane che solo riconoscendo in lui il Dio della sua vita tutto potrà cambiare. Il giovane ricco potrà finalmente trovare la vera ricchezza.  Questo vale per il giovane ricco. Non solo. Vale per ognuno di noi. Vale per il nostro matrimonio. Gesù ci insegna anche altro.  Non basta osservare la legge. Diventerebbe qualcosa di frustrante e di deflagrante alla lunga. Non si può accogliere la verità e la legge di Dio per dovere, ma solo per amore.  Il salto di qualità della nostra vita e del nostro matrimonio avviene quando decidiamo di osservare la legge perchè comprendiamo che quello è il modo per riamare Dio. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. (Gv 14, 21) Perchè capiamo che attraverso quella legge possiamo crescere nell’amore verso Dio e verso la persona che ci ha donato nel nostro matrimonio. Soltanto se riusciamo in questo cambio di prospettiva e di orizzonte possiamo davvero trovare quello che cerchiamo. Possiamo trovare il tesoro della nostra vita. Possiamo trovare il senso di ogni cosa e la verità che ci costituisce: L’AMORE. 

Il mio matrimonio è partito così. Come il giovane ricco cercavo qualcosa di grande. Avevo un desiderio molto forte di sposarmi, e con tutta la mia volontà di viverlo secondo Dio, secondo la sua legge. Sempre cercando di mettere l’insegnamento della Chiesa come bussola per le nostre scelte. Eppure non decollava. Restava sempre difficile. Vivevo forti momenti di dubbio, di aridità, di sofferenza. Per un periodo ho messo in discussione tutta la mia scelta, la mia relazione e la decisione di aver subito cercato due bambini. Stavo male. Mi sentivo in gabbia. Mi sentivo incastrato. Mi sono sposato a 27 anni. Un’età “normale”, ma non tanto per il nostro tempo. Vedevo amici serviti e riveriti in casa dei genitori. Senza responsabilità. Non riuscivo a vedere la bellezza di quel matrimonio in cui credevo fortemente quando ho detto il mio sì. Poi ho capito! Ho capito, non perchè io sia particolarmente perspicace. Ho capito perchè ho visto la differenza tra me e la mia sposa. Ho visto in lei la pace. Pace che non veniva dalla gioia che io potevo darle. In quel periodo probabilmente ero per lei più causa di preoccupazione  che non di gioia. Era una pace che veniva da una scelta più radicale della mia. Lei riconosceva Gesù come suo Dio davvero. Era il Signore della sua vita. Io non ancora.  Non ero così. Lei aveva messo il suo matrimonio prima di ogni altra cosa. Si donava totalmente a me e ai nostri figli. Anche quando io ero tutt’altro che amabile. Anzi, in quei momenti dava ancora di più per supplire alle mie mancanze. Allora ho capito! Ero un po’ come quel giovane del Vangelo. Non stavo dando tutto. C’era una parte di me che non voleva rinunciare ai “privilegi” della vita da single. Non volevo rinunciare a quelle che credevo essere le mie ricchezze. Non volevo rinunciare agli amici, al calcetto, alla tranquillità quando tornavo a casa. Leggevo tutta la mia vita come rinuncia a qualcosa che prima avevo. Ero così proiettato su quello a cui dovevo dire no che non riuscivo ad assaporare tutta il gusto di quella relazione così unica. Non riuscivo a scorgere la meraviglia di una donna che si offriva totalmente a me e per me. Che faceva di Cristo il centro di tutto.  Cosa ci può essere di più bello di questo? Lei era il dono più prezioso che Dio mi aveva fatto ed io, non solo non rendevo grazie, ma mi lamentavo per quel poco che mi aveva tolto. Solo quando sono riuscito anche io a fare questo salto, tutto è cambiato. Non ho dovuto, in verità, rinunciare a tutto. Mi è rimasto il tempo per il mio sport e per gli amici. Sono tutte cose, che però, hanno una nuova collocazione. Non sono più una priorità. Hanno preso il loro giusto posto. La priorità è la mia famiglia. Questo racconto del Vangelo io lo leggo in questo modo e in questo modo l’ho concretizzato nella mia vita. 

Antonio e Luisa

L’amore sponsale secondo Fra Cristoforo

E’ significativo il fatto che alcune delle parole più belle sul matrimonio siano state pronunciate da un religioso, Fra Cristoforo, che nel capitolo XXXVI de  I  promessi sposi pronuncia il discorso d’addio ai protagonisti:

 

“ – Tornate, con sicurezza e con pace, ai pensieri d’una volta, seguì a dirle il cappuccino: – chiedete di nuovo al Signore le grazie che Gli chiedevate, per essere una moglie santa; e confidate che ve le concederà più abbondanti, dopo tanti guai. E tu, – disse, voltandosi a Renzo, – ricordati, figliuolo, che se la Chiesa ti rende questa compagna, non lo fa per procurarti una consolazione temporale e mondana, la quale, se anche potesse essere intera, e senza mistura d’alcun dispiacere, dovrebbe finire in un gran dolore, al momento di lasciarvi; ma lo fa per avviarvi tutt’e due sulla strada della consolazione che non avrà fine. Amatevi come compagni di viaggio, con questo pensiero d’avere a lasciarvi, e con la speranza di ritrovarvi per sempre. Ringraziate il cielo che v’ha condotti a questo stato, non per mezzo dell’allegrezze turbolente e passeggiere, ma co’ travagli e tra le miserie, per disporvi a una allegrezza raccolta e tranquilla. Se Dio vi concede figliuoli, abbiate in mira d’allevarli per Lui, d’istillar loro l’amore di Lui e di tutti gli uomini; e allora li guiderete bene in tutto il resto.

Righe meravigliose. Queste parole di Fra Cristoforo sono una gemma incastonata in quel capolavoro che è l’opera più importante di Alessandro Manzoni. Siamo verso la fine del romanzo. La peste sta allentando la sua cupa morsa sulla città di Milano. Renzo e Lucia sono sopravvissuti all’epidemia che ha mietuto tantissime vittime. Tutto sembra procedere per il meglio. I due giovani si ritrovano al lazzaretto. C’è qualcosa che ancora impedisce la loro unione. Non è più don Rodrigo. E’ morto. C’è un impedimento forse ancor più difficile da superare. Lucia, nella drammatica notte passata al castello dell’Innominato, ha promesso alla Madonna di donarsi completamente a Lei nella verginità, in cambio della liberazione. Renzo è disperato. Non riesce a capacitarsi. Fra Cristoforo interviene e libera Lucia da quel voto. Dopo averla liberata la riconsegna a Renzo con questo bellissimo discorso che ho riportato all’inizio dell’articolo. Ricorda, almeno a me, per certi tratti, la vicenda biblica di Tobia e Sara.

Analizziamo pensiero per pensiero questo piccolo tesoro teologico.

  1. Chiedete di nuovo al Signore le grazie che Gli chiedevate, per essere una moglie santa; e confidate che ve le concederà più abbondanti, dopo tanti guai. La santità è un dono di Dio. Certamente. E’ anche un atto di volontà personale e un’inclinazione del cuore. Questo è altrettanto vero. Le difficoltà della vita non sono solo una disgrazia. Possono essere un momento di crisi che ci mette di fronte ad una scelta. Decidere per il bene e continuare a confidare in Dio con speranza, nonostante tutto, oppure arrendersi al male e alla disperazione. Quanto accaduto a Lucia l’ha condotta verso la santità perchè lei, con la Grazia di Dio, ha scelto sempre il bene.
  2. E tu, – disse, voltandosi a Renzo, – ricordati, figliuolo, che se la Chiesa ti rende questa compagna, non lo fa per procurarti una consolazione temporale e mondana, la quale, se anche potesse essere intera, e senza mistura d’alcun dispiacere, dovrebbe finire in un gran dolore, al momento di lasciarvi; ma lo fa per avviarvi tutt’e due sulla strada della consolazione che non avrà fine. Questa raccomandazione ci ricorda che il nostro coniuge non ci è posto accanto per farci felici, affinché debba riempire quel vuoto e quei bisogni affettivi e sessuali che avvertiamo. Solo in Dio possiamo trovare ciò che ci manca e solo sentendoci amati da Lui possiamo corrispondere a quell’amore. Nel matrimonio rispondiamo all’amore di Dio amando una sua creatura che diventa mediatrice tra noi e Lui. Ecco che la gioia non sarà più necessariamente dipendente e scaturente solo da ciò che riceviamo. Anche il dono che faremo di noi all’altro/a sarà sorgente di vita nuova, di amore e di senso. Tutto cambia. Il matrimonio cambia con questa prospettiva. Il matrimonio diventa così scuola per imparare ad amare. Ci prepara all’incontro d’amore con lo sposo, con Gesù.
  3. Amatevi come compagni di viaggio, con questo pensiero d’avere a lasciarvi, e con la speranza di ritrovarvi per sempre. Non dobbiamo guardarci negli occhi, come se il nostro orizzonte, il nostro tutto, sia limitato all’altro/a. Tenendoci per mano dobbiamo guardare all’orizzonte eterno che ci sta davanti. Camminando insieme, sostenendoci l’un l’altra dobbiamo percorrere quella strada tracciata verso la santità e la gioia eterna in Gesù.
  4. Ringraziate il cielo che v’ha condotti a questo stato, non per mezzo dell’allegrezze turbolente e passeggiere, ma co’ travagli e tra le miserie, per disporvi a una allegrezza raccolta e tranquilla. Questo passaggio si ricollega al primo punto. Il matrimonio si puntella sulla roccia nella fede, certamente, ma anche nella forza che si genera nell’affrontare le difficoltà insieme. Ciò che ci permette di sperimentare l’amore incondizionato e autentico dell’altro/a non si trova nella tranquillità dei periodi sereni, ma nelle acque burrascose dei momenti difficili. Quando amare diventa una scelta difficile ecco che la fedeltà alla promessa, il sostegno reciproco, la misericordia donata l’uno all’altra e lo sguardo che non smette mai di scorgere la bellezza della nostra unione, diventano cemento per la relazione.
  5. Se Dio vi concede figliuoli, abbiate in mira d’allevarli per Lui, d’istillar loro l’amore di Lui e di tutti gli uomini; e allora li guiderete bene in tutto il resto. Bellissimo anche questo passaggio. Se il vostro amore prende carne, si concretizza in una nuova creazione, in una una nuova vita, ricordatevi sempre chi vi ha creato e chi vi ha ri-creato in un noi, in un’anima e un cuore solo. Riconducete quella creatura alla sorgente di tutto, alla sorgente del vostro amore, alla sorgente dell’Amore. Questo è il matrimonio. Questa è la nostra strada verso la santità

Alessandro Manzoni ci ha regalato un momento di pura teologia. Lo ha fatto a suo modo. Con la bellezza che riesce a trasmettere con la sua scrittura. Lo ha fatto per mezzo delle parole di un frate cappuccino. Un consacrato a Dio che mostra agli sposi, consacrati anch’essi in modo diverso, il fine della loro vocazione: prepararsi alle nozze eterne con lo Sposo che non delude mai.

Antonio e Luisa

Sposi sacerdoti. Ecco, la lettiga di Salomone. (42 articolo)

Ecco, la lettiga di Salomone:
sessanta prodi le stanno intorno,
tra i più valorosi d’Israele.
Tutti sanno maneggiare la spada,
sono esperti nella guerra;
ognuno porta la spada al fianco
contro i pericoli della notte.
Un baldacchino s’è fatto il re Salomone,
con legno del Libano.
10 Le sue colonne le ha fatte d’argento,
d’oro la sua spalliera;
il suo seggio di porpora,
il centro è un ricamo d’amore
delle fanciulle di Gerusalemme.
11 Uscite figlie di Sion,
guardate il re Salomone
con la corona che gli pose sua madre,
nel giorno delle sue nozze,
nel giorno della gioia del suo cuore.

Lo sposo è impaziente. Dietro quell’iniziale “che cos’è”, si nasconde tutto il desiderio di vedere, di conoscere la sposa in tutta la sua bellezza. Non c’è nulla da fare. Forse non ne siamo consapevoli fino in fondo. E’ una verità che però il nostro cuore conosce bene. Ognuno di noi sposi è stato impaziente come lo è  Salomone. Lo siamo stati il giorno del nostro matrimonio. Sapevamo benissimo che il matrimonio sarebbe stata un’altra cosa, una relazione completamente diversa  da ogni altra vissuta fino a quel momento.  Ora con anni di matrimonio alle spalle c’è un vissuto che mi permette di comprendere come quel momento abbia davvero portato una novità meravigliosa, ma già quel giorno il mio cuore lo avvertiva. Lei era ed è la mia regina. Lo è per ogni sposo. Non è persona da possedere, ma un dono prezioso da custodire. Salomone lo sa bene. Le guardie armate che accompagnano la sposa ci ricordano questa sua preziosità. Non ci ricordano solo questo. Ci ricordano che quella donna, l’amore che ci vuole donare, il desiderio che provoca in noi va custodito come la perla più preziosa della nostra vita. Dio ci ha preparato per il matrimonio, per questo meraviglioso percorso a due, sta a noi difendere questa relazione sacra da tutte le insidie del mondo, dal peccato e dalla concupiscenza, e non è cosa facile. Un ultimo significato, non meno importante, che posso intuire è la guarigione e l’apertura all’altro/a. Il matrimonio se vissuto in Gesù può davvero liberarci dalle paure, dalla difese che ci arroccano, dalle nostre ferite che ci rendono incapaci di accogliere l’altro in pienezza, ci rendono incapaci di mostrarci nella nostra umanità e nella nostra fragilità. Con Salomone l’amata non avrà più bisogno di nessun guerriero armato perchè con lui non avrà paura di essere offesa, violata, usata e posseduta. Salomone saprà accoglierla, rispettarla ed amarla. Questo è ciò a cui siamo chiamati nella vocazione matrimoniale. Potremo commettere errori,  ma il nostro desiderio di volerci bene non dovrà mai venire meno.

Il baldacchino è fatto col legno del Libano, ossia di cedro, un legno profumato e duraturo: ciò dà il significato di una relazione che non finisce mai. C’è qualcosa di immortale alla base della nostra vita, e questa è la Parola che si è fatta carne, che non passerà. Questo è il nostro matrimonio e il nostro amore che è immagine dell’amore di Dio
Il baldacchino costruito da Salomone ha colonne d’argento e la spalliera, dove appoggia le reni, d’oro. Reni, per il Testo Sacro, è la dimensione del cuore, del sentimento, della vita. La relazione è fatta di fatica, di purificazione estrema perché i sentimenti siano più puri possibile, ed è un percorso, un cammino continuo.
“Il suo seggio di porpora, il suo interno è un ricamo d’amore…:è’ la descrizione del Santo dei Santi e di com’era custodita l’Arca dell’alleanza. Tutto è sistemato in termini ordinati e richiama ad un senso, che è Dio; e dice l’essere custoditi, proprio dalla relazione, come cosa preziosa, la più preziosa come, appunto, l’arca del Signore. Ci ricorda che la nostra relazione sponsale è abitata da Dio. Così come lo era il Santo dei Santi nel Tempio di Gerusalemme, così come lo è il tabernacolo delle chiese. Noi siamo tabernacolo di Gesù. Noi conteniamo nella nostra limitata capacità di amare l’infinito amore di Cristo. Si è fatto piccolo per farci grandi, per farci luce per il mondo.

Ora dopo questa descrizione tornate al giorno del vostro matrimonio. Io ricordo Luisa  quando  è entrata in chiesa e con l’abito bianco è venuta verso l’altare verso di me.  In quel momento non riuscivo a contenere l’emozione di sapere che da li a poco lei sarebbe diventata mia, ma non nel senso del possesso, ma nel senso che si sarebbe svelata a me in tutta la sua bellezza e dolcezza e io mi sentivo come lo sposo del cantico che assaporava quello che da lì a poco sarebbe accaduto. Non conoscevo tutta questa realtà che il matrimonio mi avrebbe aperto, ma il mio cuore già gioiva per qualcosa che avvertiva essere grande, troppo grande.

Antonio e Luisa

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro. 21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore  30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità 34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito 38 Le piccole volpi che infestano il nostro amore. 39 Il mio diletto è per me. 40 Voglio cercare l’amato del mio cuore 41 Cos’è che sale dal deserto

L’ecologia dell’amore in libreria

Oggi esce, in tutte le librerie cattoliche e in tutte le librerie di commercio on line, il nostro piccolo saggio sull’amore umano vissuto alla luce dell’insegnamento della Chiesa (L’ecologia dell’amore – Antonio e Luisa De Rosa – Tau Editrice – 2018).

Vi propongo la recensione che la bravissima e ironica scrittrice e giornalista Costanza Miriano ha preparato apposta per noi dopo aver letto il libro in anteprima.

Di libri sul matrimonio ne ho divorati davvero tanti, troppi forse, e sinceramente non avevo una gran voglia di rileggere ancora una volta le stesse cose. Ho accettato di farlo solo perché me lo ha chiesto la mia amica Elisabetta, e mi sono fidata di lei.

Beh, ho fatto proprio bene. Questo è un libro diverso da tutti gli altri. Innanzitutto non lascia intendere le cose, le dice proprio chiaramente. Nero su bianco. Parla di sesso secondo gli insegnamenti della Chiesa, secondo il disegno di Dio, ma lo fa senza moralismo, senza veli, con il coraggio e la sfrontatezza che viene dalla certezza di parlare conoscendo le cose di Dio. Dove lo trovate un altro libro che a distanza di poche righe parla di misure del pene e sacramento, di frequenza dei rapporti sessuali (un giorno sì, due no, mi raccomando) e Spirito Santo, di sesso orale (anche sì ma con delle regole), anale (sempre no), pornografia (semprissimo no), di desiderio maschile e femminile, di preliminari e santità della coppia? Di amplesso come vertice del corteggiamento e dell’unione anche spirituale? Ma senza lasciar intendere nulla, dicendolo proprio apertamente, raccontando di sveglie puntate per fare l’amore, di appuntamenti tra marito e moglie, di giorni di ferie e permessi dal lavoro per dedicarsi tempo e attenzioni e custodire l’intimità; parlando di contraccezione e metodi naturali, del desiderio femminile che ha bisogno di essere alimentato con l’attenzione, e dello sguardo accogliente e pieno di stima che l’uomo desidera su di sé. Dando giudizi chiari e precisi su ciò che fa bene al desiderio della coppia, e ciò che invece lo danneggia.

Ovviamente non è un manuale di regole, perché siamo così diversi, tutti come singoli, e due diversità insieme, poi, ancora di più: però dà dei consigli pratici, ragionevoli, ecologici, nel senso dell’ecologia dell’uomo cui faceva riferimento Benedetto XVI.

D’altra parte i rapporti sessuali sono ciò che più di tutto il resto distingue il matrimonio dalle altre forme di relazione, dagli altri affetti, anche profondissimi. Non è possibile che Dio non c’entri con il sesso. E se è Dio a volere per gli sposi questa espressione dell’amore reciproco, è bellissimo imparare a viverlo in unione a lui. E’ difficile ma non impossibile, con un po’ di  impegno. Antonio e Luisa con grande generosità ci aprono le porte della camera da letto, senza atteggiarsi a quelli che sanno come si fa, ma proponendo un cammino possibile, per coppie vere, in carne ed ossa. Cose che non si raccontano mai, per pudore, perché si teme di essere imperfetti, perché certe cose non si dicono, perché pensiamo che le nostre difficoltà siano troppe mentre agli altri va tutto liscio, oppure perché, come credo succeda a una grande parte delle coppie, non si fa un lavoro (è la parola che usa Papa Francesco quando parla di amore) sulla propria intimità, e si lascia che le cose vadano da sé, dimenticando che, affinché una coppia regga negli anni, c’è un investimento da fare. L’uomo e la donna non sono solo padre e madre – il rischio di dimenticarlo lo corriamo tutti – sono prima di tutto coppia, e amano Dio sempre uno attraverso il volto dell’altro. Fare l’amore, dunque, è anche un gesto profondamente religioso, se fatto con il cuore diretto a Dio, e questo libro lo ricorda con toni audaci e spiazzanti.

Costanza Miriano

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L’amore è anche pagare per l’altro

Ieri durante la Messa ho ascoltato il Vangelo. Non l’avevo letto prima come di solito faccio, anche per preparare i miei articoli. E’ stata quindi una sorpresa. Il sacerdote ha proclamato la parabola del buon samaritano. Ascoltata decine se non centinaia di volte. La Parola è però meravigliosa perchè ti parla sempre in modo diverso. Ti dice quello di cui hai bisogno in quel momento. Oggi ho colto qualcosa su cui non mi ero mai soffermato prima.

Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione.
Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui.
Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno.

Quello che mi ha colpito è tutto l’agire del samaritano, ma in modo particolare l’ultima parte. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno.

Sappiamo che il prossimo più prossimo per noi sposi è la persona che abbiamo accanto. Prima ancora dei figli stessi. Queste parole di Gesù sono una potenza. Mi hanno svelato d’improvviso qualcosa che già sapevo, ma non con questa chiarezza e senza possibilità di fraintendere. Quando l’altro/a non può pagare, non ne è capace, non è pronto, non è in grado di farsi dono dobbiamo pagare noi per lui. Questo è la forza e lo scandalo dell’amore. Scandalo perchè risulta indigesto e ingiusto, non è facile da accettare e digerire. Forza perchè chi riesce ad amare in questo modo diventa davvero luce per il mondo. Questo vale per le piccole divisioni come per le grandi. Nel mio matrimonio non ho mai dovuto pagare molto per la mia sposa. E viceversa naturalmente. Non ci sono mai stati grandi dolori o sofferenze che ci siamo procurati l’un l’altra. C’è chi, però, è stato chiamato a pagare davvero tanto. Chi abbandonato continua ad offrire la sua vita nella fedeltà ad una persona che, oggettivamente, non merita un dono tanto grande. Eppure, per la Grazia di Cristo, lo fa. Per carità! Io non voglio giudicare che fa scelte diverse e cerca nuove relazioni. Io stesso sinceramente non so come mi comporterei. In certe situazioni ti devi trovare. Se mi permetto di scrivere queste righe è perchè ho in mente diverse persone, reali, che stanno pagando giornalmente per l’altro, per le ferite e l’egoismo dell’altro che causano dolore a tutti. Giulia, Anna, Paola, Francesco e tanti altri. Tutti volti di uno stesso amore grande. Tutti volti che si somigliano. Somigliano a quel volto del crocefisso, al volto di chi ha dato la vita per gli altri. Per questo sono bellissimi.

Stanno pagando non solo per loro, ma affinché, fosse anche all’ultimo respiro, la persona che Dio gli affidato per prepararsi alla vita eterna, possa trovare la forza e la volontà di dire finalmente il suo sì a Gesù. Stanno pagando per la salvezza di entrambi. Questo genera scandalo, ma questa è la grandezza del matrimonio cristiano, questa è la grandezza di una fede che crede in un Dio che si fa uccidere per pagare ogni nostro misero errore. Senza nessun nostro merito, ma solo per sacrificio d’amore.

Voglio concludere con le parole del Papa a Santa Marta:

«Ma c’è un’altra cosa — ha proseguito il Pontefice — che forse si può spiegare più avanti, in altre occasioni: alcuni teologi antichi dicevano che in questo passo è racchiuso tutto il Vangelo. Ognuno di noi è l’uomo lì, ferito, e il samaritano è Gesù. E ci ha guarito le ferite. Si è fatto vicino. Si è preso cura di noi. Ha pagato per noi. E ha detto alla sua Chiesa: “Ma se c’è bisogno di più, paga tu, che io tornerò e pagherò”». È importante dunque pensarci bene, ha ripetuto il Papa, perché «in questo brano c’è tutto il Vangelo».

Io concludo affermando che ogni volta che paghiamo per il nostro sposo o la nostra sposa, in quel gesto c’è tutto il Vangelo.

Antonio e Luisa