Quando nasce un figlio, anche il matrimonio ha bisogno di cura

Quando nasce un figlio, tutto cambia. Cambiano i ritmi, il sonno, le priorità. Cambia il corpo della donna e cambia il modo di abitare la casa. Quel bambino tanto atteso occupa giustamente uno spazio enorme. Eppure, dentro questa meraviglia, può accadere qualcosa di silenzioso: marito e moglie diventano bravissimi a occuparsi di lui e smettono, poco alla volta, di incontrarsi.

Ci si parla per organizzarsi. Chi compra i pannolini? Chi si alza stanotte? Hai chiamato il pediatra? Domande necessarie. Ma dove sono finite quelle altre domande: come stai? Che cosa ti pesa? Ti senti ancora amata da me?

Uno studio svedese, pubblicato il 9 ottobre 2026 su Reproductive Health, offre uno spunto prezioso. Ha seguito 381 genitori dalla gravidanza fino a quattro anni dopo il parto. A quel punto, il 94% delle coppie risultava ancora in una relazione stabile. La stabilità era associata soprattutto alla qualità della relazione, al sostegno sociale percepito e al cosiddetto senso di coerenza. Sono associazioni, non una ricetta che garantisce il risultato. Ma meritano attenzione.

Diventare genitori senza dimenticare di essere sposi

Credo che questo sia il primo passaggio da custodire. La genitorialità nasce dentro una relazione e quella relazione continua ad avere bisogno di nutrimento. Il sacramento del matrimonio ci affida anche la cura del nostro coniuge, proprio mentre insieme impariamo a prenderci cura di un figlio.

Naturalmente ci sono stagioni nelle quali il bambino richiede quasi tutte le energie. Pretendere che tutto rimanga come prima sarebbe ingiusto. Possiamo però cercare forme nuove per dirci: ci sono ancora, ti vedo, sei importante. Una carezza mentre si passa in cucina. Un abbraccio senza richieste. Dieci minuti per ascoltarsi quando finalmente la casa tace. Anche l’intimità può attraversare tempi diversi: custodirla significa rispettare il corpo, la stanchezza e i tempi dell’altro, mantenendo viva una tenerezza che non debba necessariamente arrivare al rapporto.

Dare un nome alla fatica

Nel counseling c’è un’attenzione che trovo particolarmente feconda: aiutare la persona a riconoscere ciò che vive e a esprimerlo senza trasformarlo immediatamente in un’accusa. «Non fai mai niente» chiude facilmente il dialogo. «Oggi sono arrivata al limite e ho bisogno che tu ti occupi del bambino mentre riposo» rende più comprensibile un bisogno.

Lo stesso vale per un marito che si sente ai margini e reagisce ritirandosi. Può imparare a dire: «Mi manchi. Vorrei capire come esserti vicino». Questo non esaurisce il problema, ma apre una possibilità di incontro. La stanchezza può farci leggere ogni gesto attraverso la paura: non gli importa, non mi desidera, pensa soltanto al bambino. Fermarsi e verificare insieme queste interpretazioni può evitare che diventino muri.

Comprendere, affrontare, trovare un significato

Il senso di coerenza richiamato dalla ricerca riguarda tre dimensioni: percepire ciò che accade come comprensibile, gestibile e significativo. Lo studio segnala inoltre quanto l’imprevedibilità quotidiana possa pesare sul benessere dei genitori.

Proviamo a tradurlo nella vita degli sposi. Comprensibile: quello che stiamo attraversando ha delle ragioni, possiamo parlarne. Gestibile: possiamo dividere i compiti, modificare le aspettative, cercare risorse. Significativo: dentro questa fatica riconosciamo una storia che desideriamo costruire insieme.

Qui la spiritualità sponsale può offrire una luce. Alzarsi di notte, preparare una cena, permettere all’altro di dormire possono diventare modi concretissimi di vivere il dono di sé. Il quotidiano diventa luogo della nostra vocazione. Attribuire un significato alla fatica richiede però anche di affrontarla concretamente. Se uno dei due è sempre esausto, qualcosa va rivisto. Il servizio reciproco domanda corresponsabilità. Anche riposare e lasciarsi aiutare fanno parte della cura della famiglia.

Una famiglia ha bisogno di altre persone

Il sostegno conta. E quanto facciamo fatica, a volte, a chiederlo! Ci sembra di dover dimostrare che siamo capaci, che bastiamo a noi stessi. Invece una persona fidata che prepara un pasto, custodisce il bambino o ascolta senza giudicare può offrire sollievo. Anche la comunità cristiana può diventare famiglia attraverso disponibilità concrete. In alcuni casi anche un accompagnamento di counseling può aiutare a chiarire bisogni e comunicazione; quando emergono sofferenze psicologiche importanti, occorre un professionista competente. La fede può sostenerci anche nel trovare il coraggio di chiedere aiuto.

Portare il matrimonio nella preghiera

Infine, ma non per importanza, possiamo tornare insieme davanti al Signore. Bastano parole povere: «Grazie per quello che hai fatto oggi». «Perdonami, ti ho risposto male». «Aiutaci a riconoscerci anche dentro questa stanchezza». La preghiera può diventare il luogo nel quale deporre le difese e ritrovarsi alleati. Un figlio ci chiama ad allargare il cuore, a far crescere il nostro amore.

Custodire il matrimonio è parte di questa chiamata. Quel bambino ha bisogno di essere accolto, e anche i suoi genitori hanno bisogno di continuare a sentirsi accolti l’uno dall’altra. Tra pannolini, risvegli e giornate imprevedibili, la promessa nuziale continua a prendere carne: oggi scelgo ancora di prendermi cura di te.

Antonio e Luisa

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La verità prima o poi viene alla luce

«Ester rispose: “L’avversario, il nemico, è quel malvagio di Aman”. Allora Aman fu preso da terrore alla presenza del re e della regina» (Est 7,6).

Come Ester, anche gli sposi possono spezzare i giochi psicologici e custodire l’amore portando alla luce ciò che ferisce, con coraggio e carità. Clicca qui per leggere i moduli precedenti.

Il settimo capitolo del libro di Ester rappresenta il momento nel quale tutto ciò che era rimasto nascosto viene finalmente portato alla luce. Ester ha digiunato, pregato, affrontato il rischio di entrare dal re senza essere chiamata e atteso il momento opportuno. Non ha agito impulsivamente, ma non ha neppure rinunciato a parlare. Durante il secondo banchetto, Assuero le domanda ancora una volta quale sia la sua richiesta, promettendo di esaudirla. Questa volta Ester risponde.

La regina non comincia accusando Aman. Parte da sé, dalla propria vita e dal pericolo che minaccia il suo popolo: «Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, o re, e se così piace al re, mi sia concessa la vita secondo la mia domanda e il mio popolo secondo la mia richiesta». Per la prima volta Assuero comprende che il decreto firmato con il proprio sigillo non riguarda un popolo astratto e lontano. Riguarda Ester, la donna che ha davanti.

Aman aveva ottenuto il consenso del re attraverso una descrizione vaga e manipolatoria. Aveva parlato di «un popolo disperso» con leggi diverse, presentandolo come una minaccia per il regno. Non aveva raccontato la vera origine del proprio odio: il rifiuto di Mardocheo di inchinarsi davanti a lui. Aveva trasformato una ferita personale in una questione politica, nascondendo le proprie intenzioni dietro l’interesse del sovrano. Ester compie il movimento opposto. Toglie il velo, restituisce un volto alle vittime e chiama il male con il suo nome.

Quando il re domanda chi abbia osato progettare tutto questo, Ester non ricorre a mezze parole: «L’avversario, il nemico, è quel malvagio di Aman». È una frase forte, ma non impulsiva. Ester non sta esplodendo dopo avere represso troppo a lungo la rabbia. Ha preparato quel momento, ha verificato la realtà e ora espone i fatti con chiarezza. La verità arriva quando Ester smette di nascondere la propria identità e Aman non può più nascondere le proprie intenzioni.

Anche nelle nostre relazioni il male agisce spesso attraverso ciò che rimane nell’ombra. Non sempre assume la forma di grandi tradimenti o azioni evidenti. Può insinuarsi attraverso risentimenti mai espressi, bisogni comunicati indirettamente, mezze verità, silenzi punitivi e interpretazioni che non abbiamo mai verificato.

All’inizio può sembrare più semplice non parlare. Temiamo la reazione dell’altro, abbiamo paura di provocare un conflitto o ci convinciamo che la situazione si risolverà da sola. Così continuiamo a sorridere mentre accumuliamo amarezza. Diciamo «non è niente» quando invece qualcosa ci ha feriti. Affermiamo che va tutto bene, ma iniziamo a prendere le distanze.

Ciò che viene nascosto, però, non scompare. Spesso continua ad agire sotto la superficie della relazione. L’Analisi Transazionale definisce giochi psicologici alcune sequenze relazionali ripetitive nelle quali la comunicazione avviene contemporaneamente su due livelli. A livello esplicito sembra che stiamo parlando di un fatto concreto; a livello nascosto cerchiamo invece di ottenere una conferma, evitare una responsabilità o spingere l’altro a interpretare un determinato ruolo.

Una moglie può dire: «Fai pure quello che vuoi», ma sperare che il marito comprenda che desidera essere cercata. Il marito prende quelle parole alla lettera e si allontana. Lei allora conclude: «Lo sapevo che non ti importava di me». Oppure un marito può chiedere continuamente consiglio, rifiutare ogni proposta della moglie e terminare dicendo: «Vedi? Non esiste nessuna soluzione». Il tema della discussione cambia, ma il risultato resta prevedibile: entrambi si sentono frustrati e ciascuno trova conferma della propria convinzione.

Il gioco si alimenta attraverso messaggi ambigui. Diciamo qualcosa, ma ne intendiamo un’altra. Chiediamo vicinanza attraverso un’accusa. Cerchiamo rassicurazione provocando gelosia. Vogliamo essere ascoltati, ma iniziamo la conversazione mettendo l’altro sulla difensiva. Dietro questi comportamenti non c’è sempre malizia consapevole. Spesso sono strategie apprese molto presto, quando non sapevamo o non potevamo esprimere direttamente ciò di cui avevamo bisogno. Forse abbiamo imparato che per ricevere attenzione dovevamo ammalarci, chiuderci, compiacere o creare un problema. Quelle strategie potevano essere state utili nell’infanzia, ma nella vita adulta rischiano di impedirci un’intimità autentica.

Nei giochi psicologici possiamo assumere i ruoli di Vittima, Persecutore o Salvatore. La Vittima si sente impotente e attende che qualcuno risolva la situazione. Il Persecutore accusa, giudica e punisce. Il Salvatore interviene senza che gli sia stato chiesto, si rende indispensabile e finisce spesso per accumulare risentimento. Questi ruoli non sono fissi. Durante la stessa discussione possiamo passare rapidamente dall’uno all’altro. Chi comincia accusando può sentirsi improvvisamente vittima della risposta ricevuta. Chi cerca di salvare l’altro può diventare persecutore quando non vede riconosciuti i propri sforzi. Alla fine nessuno si sente davvero incontrato.

Il racconto di Ester mostra una dinamica simile su una scala drammatica. Aman si era presentato al re come difensore del regno, quasi come un Salvatore preoccupato dell’ordine pubblico. Aveva descritto il popolo giudeo come Persecutore delle leggi del re e aveva nascosto la propria aggressione dietro una presunta buona intenzione. Ora Ester rompe il gioco mostrando la realtà: colui che si era presentato come difensore è in realtà l’aggressore. Uscire da un gioco psicologico significa proprio questo: rendere visibile ciò che prima agiva in modo nascosto.

Ester non accetta più il ruolo della vittima silenziosa. Non cerca però neppure di manipolare il re. Parla in modo diretto, identifica il pericolo e si assume il rischio delle proprie parole. Torna, potremmo dire, allo stato dell’Io Adulto: presenta la realtà senza nascondersi, senza confondere i fatti con le supposizioni e senza affidarsi a messaggi indiretti.

Nella coppia possiamo compiere lo stesso passaggio. Invece di dire: «Non ti interessa mai nulla di me», possiamo dire: «Quando ieri sera hai continuato a guardare il telefono mentre ti parlavo, mi sono sentita trascurata. Avrei bisogno di dieci minuti nei quali tu mi ascoltassi senza distrazioni». Invece di chiuderci aspettando che l’altro indovini, possiamo confessare: «Sono ferito e avrei bisogno che ti avvicinassi». Invece di presentarci come gli unici a fare tutto, possiamo chiedere concretamente una collaborazione. La verità diventa liberante quando distingue quattro elementi: ciò che è accaduto, ciò che abbiamo provato, il bisogno che riconosciamo e la richiesta che desideriamo formulare.

Questo non significa parlare senza alcun filtro. La sincerità non giustifica la crudeltà. Dire «io sono fatto così» non ci autorizza a scaricare sull’altro ogni pensiero, giudizio o emozione. La verità cristiana non è una pietra da lanciare, ma una luce da accendere. Ha bisogno della carità, del momento opportuno e del rispetto per la dignità dell’altro.

Ester ci ha già mostrato questo equilibrio. Prima di parlare ha pregato. Prima di accusare ha verificato. Prima di indicare Aman ha trovato il coraggio di rivelare la propria appartenenza al popolo minacciato. Non denuncia il male per umiliare un avversario, ma per salvare delle vite. Anche nella coppia dobbiamo chiederci quale sia lo scopo della verità che stiamo per pronunciare. Vogliamo costruire comunione oppure vincere? Desideriamo aiutare l’altro a comprenderci oppure vogliamo farlo sentire colpevole? Stiamo nominando un comportamento concreto oppure stiamo condannando l’intera persona?

Smascherare il male non significa identificare il coniuge con il male. Possiamo dire: «Questo comportamento mi ferisce», senza affermare: «Tu sei una persona cattiva». Possiamo porre un limite a una dinamica distruttiva senza negare la dignità dell’altro. Possiamo rifiutare una manipolazione senza smettere di amare.

Ci sono però situazioni nelle quali il male non può essere affrontato soltanto attraverso una conversazione di coppia. In presenza di violenza, abuso, dipendenza grave o controllo coercitivo, uscire dal gioco significa anche cercare protezione e aiuto competente. La carità non obbliga a rimanere esposti al pericolo e il perdono non elimina la necessità di confini, conseguenze e giustizia.

Quando Ester pronuncia il nome di Aman, tutto il sistema costruito sulla menzogna comincia a crollare. Il re comprende di essere stato manipolato. Aman, che fino a quel momento si era sentito potente, viene preso dal terrore. Il palo preparato per Mardocheo diventa il luogo della sua condanna. Il racconto biblico utilizza un capovolgimento netto: il male finisce per essere travolto dallo stesso meccanismo che aveva predisposto contro un innocente. Non dobbiamo leggere questo passaggio come un invito alla vendetta personale, ma come l’affermazione che il male non è onnipotente. Può dominare per un tempo, può nascondersi dietro parole persuasive e perfino ottenere l’appoggio del potere, ma non possiede l’ultima parola sulla storia.

Nella vita reale, la verità non emerge sempre rapidamente come nel racconto di Ester. Alcune menzogne resistono a lungo e alcune ingiustizie non ricevono piena riparazione durante la nostra vita. Tuttavia, ciò che resta nascosto continua ad avere bisogno della luce. La guarigione inizia quando smettiamo di proteggere la menzogna con il silenzio. Questo vale anche per le verità che riguardano noi stessi. È facile riconoscere Aman nell’altro; è più difficile vedere le dinamiche manipolatorie che usiamo personalmente. Qualche volta siamo noi a provocare, colpevolizzare o assumere il ruolo di vittima per evitare una responsabilità. Smascherare il male richiede l’umiltà di domandarci non soltanto «Che cosa mi sta facendo l’altro?», ma anche «Che cosa sto facendo io dentro questa dinamica?».

L’Adulto integrato non cerca un colpevole assoluto. Osserva la relazione, riconosce il proprio contributo e sceglie una risposta nuova. Può dire: «Quando tu fai questo, io reagisco in questo modo e finiamo sempre nello stesso punto. Non voglio continuare così. Proviamo a parlarci diversamente». Gesù afferma che la verità ci farà liberi. Non dice che sarà sempre comoda. La verità può destabilizzare equilibri costruiti sulla paura, costringerci ad assumerci responsabilità e mostrare ferite che avremmo preferito nascondere. Eppure soltanto una relazione capace di verità può diventare realmente intima.

Ester entra nella sala del banchetto ancora nascosta dietro la propria identità segreta. Ne esce come una donna che ha pronunciato il proprio nome, difeso il proprio popolo e smascherato colui che voleva distruggerlo. Anche nel matrimonio arriva il momento nel quale dobbiamo smettere di parlare per allusioni, uscire dai ruoli che ripetiamo e portare alla luce ciò che sta avvelenando la comunione. Non per distruggere l’altro, ma per impedire che ciò che rimane nascosto distrugga lentamente il nostro amore.

La verità detta con coraggio e carità non è la fine della relazione. Molte volte è il primo passo perché la relazione possa finalmente ricominciare.

Per dialogare insieme

  1. Quali discussioni tra noi tendono a ripetersi sempre con lo stesso copione e lo stesso esito?
  2. Quando desidero qualcosa da te, riesco a chiederlo direttamente oppure uso silenzi, accuse, ironia o senso di colpa?
  3. In quale ruolo entro più facilmente: Vittima, Persecutore o Salvatore?
  4. C’è una verità che non ti sto dicendo per paura del conflitto, ma che continua ad agire dentro di me?
  5. Quando parlo con sincerità, cerco la comunione oppure voglio dimostrare di avere ragione?
  6. Quale comportamento concreto dovremmo portare alla luce senza identificare la persona con il suo errore?

Scegliete una dinamica che tende a ripetersi tra voi. Ognuno provi a descriverla completando queste frasi: «Il fatto concreto è…», «Quando accade, io provo…», «La mia reazione abituale è…», «Ciò di cui avrei bisogno è…», «La richiesta concreta che ti faccio è…». Ascoltatevi senza interrompere e cercate insieme una risposta nuova da sperimentare durante la settimana.

Per pregare

Signore Gesù, Tu sei la via, la verità e la vita. Entra nelle zone della nostra relazione che abbiamo lasciato nell’ombra e donaci il coraggio di guardarle senza paura. Liberaci dai giochi che ripetiamo, dalle parole che nascondono altri messaggi, dai silenzi usati per punire e dalle accuse con le quali cerchiamo di proteggerci. Aiutaci a riconoscere quando ci comportiamo da vittime, quando perseguitiamo l’altro con il giudizio e quando cerchiamo di salvarlo per sentirci indispensabili. Come Ester, donaci la sapienza di attendere il momento opportuno e il coraggio di parlare quando quel momento arriva. Insegnaci a dire la verità senza umiliare, a nominare il male senza distruggere la persona e a porre confini senza rinunciare all’amore. Quando siamo tentati di accusare, aiutaci a riconoscere anche la nostra responsabilità. Quando abbiamo paura di esprimerci, ricordaci che ciò che viene nascosto continua ad agire. Quando la verità fa male, sostienici perché non fuggiamo e non la trasformiamo in un’arma. Donaci uno sguardo limpido per distinguere i fatti dalle interpretazioni, le ferite del presente da quelle del passato e la correzione dall’aggressione. Metti sulle nostre labbra parole chiare, rispettose e capaci di aprire una strada nuova. Proteggi chi vive situazioni di violenza, abuso o manipolazione grave. Dona il coraggio di chiedere aiuto, la presenza di persone competenti e la possibilità di ritrovare sicurezza e dignità. Signore, fa’ che nella nostra casa non abbiamo bisogno di maschere. Rendici una coppia nella quale sia possibile raccontare una fragilità, confessare un errore, chiedere perdono e ricominciare. Porta alla luce ciò che minaccia la nostra comunione e non permettere che il risentimento cresca nel silenzio. La Tua verità non venga tra noi per condannarci, ma per liberarci da tutto ciò che ci impedisce di amarci pienamente. Donaci il coraggio di Ester, l’umiltà di riconoscere i nostri giochi e la libertà di scegliere relazioni fondate sulla trasparenza. Fa’ che ogni verità pronunciata nella carità diventi un passo verso una comunione più autentica. Amen.

Antonio e Luisa

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Il Cantico dei Cantici ci insegna anche a fare bene l’amore

E se vi dicessi che nella Bibbia troviamo indicazioni preziose persino su come vivere i preliminari di un rapporto sessuale? Qualcuno potrebbe scandalizzarsi. Eppure basta aprire il Cantico dei Cantici per scoprire una realtà sorprendente: Dio non ha paura del desiderio degli innamorati. Non ha paura dei loro corpi, dei baci, delle carezze, dei profumi e del piacere di stare vicini.

Siamo abituati a leggere il Cantico come un’immagine dell’amore di Dio per Israele e, nella tradizione cristiana, di Cristo per la Chiesa. È una lettura bellissima. Ma prima di tutto questo libro racconta l’amore tra un uomo e una donna: un amore concreto, appassionato, sensuale. Se proprio quel linguaggio è entrato nella Scrittura ed è diventato capace di parlarci anche di Dio, significa che l’eros umano non è qualcosa di sporco. È una realtà buona, chiamata a diventare dono.

Tutto comincia con un bacio

Il poema si apre con una richiesta della donna: «Mi baci con i baci della sua bocca!» (Ct 1,2). Non comincia con l’unione sessuale, ma con il desiderio di un bacio. E il bacio non è un dettaglio trascurabile: dice attrazione, vicinanza, ricerca dell’altro. È già un linguaggio d’amore.

A volte noi sposi rischiamo di considerare tutto quello che precede la penetrazione come un semplice passaggio tecnico, qualcosa da sbrigare per arrivare finalmente al rapporto. Ma un incontro intimo non dovrebbe essere una corsa verso il traguardo. I preliminari sono già parte dell’amore che ci stiamo donando: baci, abbracci, parole, sguardi e carezze preparano il corpo, certo, ma soprattutto aiutano le persone a incontrarsi davvero.

Uno sguardo che raggiunge il cuore

Lo sposo racconta che l’amata gli ha rapito il cuore «con un solo tuo sguardo» (Ct 4,9). Che meraviglia! Prima ancora del contatto fisico, c’è uno sguardo capace di far sentire l’altro scelto, desiderato, prezioso. Pensiamo a quanto cambia l’intimità quando il marito non cerca semplicemente il corpo della moglie, ma si ferma a guardarla, a farle un complimento, a farle capire che è proprio lei che desidera. E naturalmente vale anche il contrario: anche un uomo ha bisogno di sentirsi cercato e amato, non soltanto disponibile.

La risposta sessuale non è identica per tutti. Spesso la donna ha bisogno di più tempo per raggiungere un’eccitazione fisica confortevole; stress, stanchezza, età e situazione emotiva possono cambiare molto le cose, per entrambi. Per questo la tenerezza non può essere una formalità. Serve ascolto. Serve il desiderio di capire come sta l’altro, non solo che cosa vogliamo noi.

La bellezza di tutto il corpo

Nel quarto capitolo lo sposo contempla gli occhi, i capelli, la bocca, il collo e il seno dell’amata. Poi esclama: «Tutta bella sei tu» (Ct 4,7). Nel settimo capitolo la descrizione si allarga dai piedi ai fianchi, al ventre, ai seni e al volto. Non c’è una bellezza ridotta a due o tre zone del corpo: c’è una persona intera, guardata con meraviglia.

Questa è una lezione concreta soprattutto per chi vive la sessualità in modo sbrigativo. Se cerchiamo soltanto una stimolazione rapida, rischiamo di saltare tutto il resto e di far sentire il coniuge usato, anziché amato. Il Cantico, invece, sembra invitarci a sostare: contemplare, accarezzare, scoprire. Non per eseguire una sequenza obbligatoria, ma per lasciar parlare l’affetto attraverso il corpo.

Profumi, sapori e parti intime: l’amore coinvolge i sensi

Qui arriviamo a un aspetto che spesso preferiamo sorvolare. Il Cantico non parla soltanto di occhi e sorrisi. Parla di labbra, lingua, miele, latte, aromi, frutti, giardini e sorgenti. «C’è miele e latte sotto la tua lingua» (Ct 4,11), dice lo sposo. Il gusto e il profumo diventano immagini dell’attrazione amorosa. Il corpo dell’altro è desiderato, non soltanto ammirato da lontano.

La donna, a sua volta, invita l’amato a entrare nel suo giardino e a mangiarne i frutti (Ct 4,16); l’uomo risponde di essere entrato nel giardino (Ct 5,1). Il giardino è una figura poetica della sua intimità: immagini che possono evocare anche la dimensione genitale dell’incontro. Sarebbe ingenuo fingere che in queste pagine non esista alcun riferimento erotico. Sarebbe però altrettanto scorretto trasformare ogni metafora in una descrizione precisa di una pratica sessuale.

Ciò che possiamo dire con sicurezza è che il Cantico celebra un amore vissuto con i sensi: la vista, il tatto, l’olfatto, il gusto e l’udito. I profumi della pelle, i baci, le carezze, le parole sussurrate, persino le parti più intime del corpo non sono, in sé, qualcosa di indegno. Sono parte della persona amata. Non tutto ciò che è possibile è automaticamente buono: il criterio resta sempre la reciprocità, il rispetto e il significato del gesto.

Il tempo dell’amore non si impone

La donna descrive così la vicinanza dell’amato: «La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi abbraccia» (Ct 2,6). Subito dopo ritorna l’invito a non risvegliare l’amore prima che lo desideri (Ct 2,7). Non è un manuale sui tempi dell’eccitazione, ma per noi sposi può diventare un richiamo prezioso: il desiderio non si comanda, l’intimità non si pretende.

Ecco perché i preliminari non dovrebbero essere considerati un optional, né una concessione fatta da chi ha fretta. Sono uno spazio di incontro, da vivere nella forma e nei tempi graditi a entrambi. E se un giorno uno dei due non desidera il rapporto, non c’è una prestazione dovuta. Amare significa anche sapersi fermare senza far pesare all’altro il proprio disappunto.

Anche la donna cerca e desidera

Nel Cantico la donna non aspetta semplicemente di essere raggiunta: chiama, cerca, desidera, invita. È soggetto del proprio amore. Questo dettaglio è importante per una cultura nella quale, ancora oggi, alcune mogli faticano a dire cosa piace loro e cosa invece le mette a disagio.

Parlatene, allora. Mariti, chiedete alle vostre mogli come vivono i vostri momenti intimi. Mogli, sentitevi libere di esprimere desideri e limiti, senza paura di deludere. E fate spazio anche ai bisogni e alle fragilità dei mariti. Non esiste una ricetta valida per tutti; esiste la possibilità di imparare il linguaggio unico della persona che abbiamo sposato. San Giovanni Paolo II, commentando il Cantico, ha parlato di un amore «di natura spirituale e sensuale insieme». È proprio questa unità che dobbiamo custodire: non un corpo senza cuore e neppure un sentimento disincarnato.

La camera nuziale può parlare di Dio

Mi emoziona pensare che Dio abbia voluto affidare a un poema così corporeo anche la possibilità di raccontare il suo amore. Non dobbiamo contrapporre la fede al piacere degli sposi. Il problema non è desiderare intensamente il proprio coniuge; il problema nasce quando il desiderio perde di vista la persona e vuole soltanto servirsi di lei.

Allora la domanda non è: quanto velocemente siamo arrivati all’orgasmo? Ma: ci siamo sentiti entrambi amati? Abbiamo saputo ascoltarci? Abbiamo goduto della vicinanza senza usarci?

Cari sposi, non abbiate fretta. Riscoprite la bellezza di un bacio lungo, di un abbraccio, di un corpo accolto con gratitudine. Il Cantico dei Cantici non ci consegna tecniche, ma qualcosa di più grande: ci ricorda che il corpo può parlare la lingua dell’amore. E quando a guidarlo è il dono reciproco, anche la tenerezza più concreta diventa una cosa buona, degna di essere vissuta senza vergogna e con gioia.

Antonio e Luisa.

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Ritrovare la Fiducia: La Storia di Brunella e Stefano

Siamo Brunella e Stefano e ci siamo conosciuti ad una festa di Capodanno. Dopo qualche giorno, abbiamo cominciato una relazione impegnativa perché abitavamo a 400 km di distanza. Nonostante avessimo ideali e sogni in comune le nostre differenze sono state evidenti fin da subito. Quando abbiamo deciso di sposarci ci sentivamo fiduciosi e pieni di speranza, cominciava una nuova avventura: la nostra vita insieme.

STEFANO

Nei primi tempi non ci furono problemi, tutto filava liscio. Poi Iniziarono le prime crepe che non furono aggiustate, convinto che il tempo avrebbe sistemato ogni cosa. Ma non fu così: mi sentivo nervoso e confuso. La cosa creò difficoltà e ciò incideva anche sul dialogo che si dimostrò assente. La nascita delle figlie non risolse nulla, anzi accentuò i problemi. Decisi allora di concentrarmi sul lavoro, visto che ero l’unica fonte di reddito mentre il mio matrimonio stava fallendo. La mia sposa mi propose Retrouvaille. Partecipammo al week end di Retrouvaille e fu insperabilmente un successo. Vedevo molto forte il mio desiderio di rinascita e mi sentivo amato. Ora vedo piccoli ma significativi miglioramenti nel nostro rapporto. Credo che la fiducia sia per me una delle cose più difficili da realizzare, ma capisco che fidarsi della persona amata è essenziale per vedere arricchita la propria vita.

Nei tempi passati, precedenti a Retrouvaille, rompevo il dialogo e mi chiudevo in me. Ora, invece, cerco di riprendere subito il dialogo, di dare fiducia anche se significa rendermi più vulnerabile; facendo così io vedo che il mio comunicare con Brunella è diventato più profondo. Ho capito che un dialogo basato sulla mancanza di fiducia e sulle mie paure personali, produce insoddisfazione e non fa crescere l’intimità e l’accettazione. Ora riesco a dialogare anche di argomenti difficili e spinosi come quelli riguardanti le figlie, pur avendo punti di vista diversi. In quei momenti la distanza fisica che ci separa sparisce quasi fossimo un’unica entità; questo perché io, per primo e senza attendere nulla, riesco ad accettare, ad accogliere le necessità e le esigenze di Brunella.

 BRUNELLA

Difficoltà di rapporto si sono evidenziate già durante il periodo del fidanzamento e si sono accentuate durante il matrimonio. Dopo la nascita della prima figlia le incomprensioni e i disaccordi erano all’ordine del giorno: la preghiera e la fede mi hanno protetta. Credevo nel matrimonio e invocavo Dio affinché intervenisse a salvare la nostra unione. Al Weekend sono arrivata con tante speranze e anche tante paure. Ho faticato a fidarmi nuovamente e ad impegnarmi per la nostra relazione, ho deciso di amare nonostante i miei sentimenti e mille paure.

Durante la nostra crisi avevo perso fiducia nel mio sposo, ero concentrata nel vedere solo gli aspetti negativi del suo carattere, del suo modo di fare e tutto quello che non funzionava tra noi. Al weekend ho capito che la fiducia è una decisione e non devo aspettare di vedere dei cambiamenti nel mio coniuge per dare fiducia. Ho ricominciato a vedere il buono che c’è in Stefano, a fidarmi nuovamente rendendomi vulnerabile, a comunicare in modo aperto e a condividere sentimenti impegnandomi ad essere esplicita e chiara nell’esprimere i miei bisogni.

Sono desiderosa di capire Stefano e condividere con lui le mie idee. Quando scopro le qualità di Stefano, mi sento soddisfatta e confortata. Mi trovo più libera di essere me stessa e capace di amarlo. Mi sforzo di lavorare su di me e su una più profonda accettazione di Stefano per come è senza la pretesa di cambiarlo. Mi sento sollevata nel sapere che posso contare sulla comunità di Retrouvaille che dona aiuto, ascolto e supporto.

Brunella e Stefano (Retrouvaille Italia)

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Buona Domenica

È raro che vada al supermercato di domenica, in genere mi organizzo per comprare quello che mi serve durante la settimana: tuttavia poco tempo fa sono andato di domenica mattina per comprare due cose che mi ero dimenticato e che mi servivano per l’uscita del pomeriggio.

Il primo reparto all’ingresso era quello dell’ortofrutta, c’era una signora di mezza età che stava sistemando la roba nelle cassette: entro e, passandole accanto, le auguro un “Buongiorno e buona domenica”. Lei subito si blocca, interrompe il lavoro e mi fissa: aveva un’espressione perplessa, come se fossi stato un alieno. Nel frattempo, stavo velocemente riflettendo su quello che avevo detto, mi frullano in testa sempre tanti pensieri e mi è venuto il dubbio che dalla mia bocca non fosse uscito quello che avevo pensato o se fossi vestito in maniera strana. Non trovando motivazioni, le chiedo, quasi timoroso: “Scusi, ho detto qualcosa di sbagliato?”. E lei, con naturalezza, risponde: “No, è la prima volta che mi dicono una cosa del genere”. Io resto sorpreso e replico: “Come, non le dicono mai buongiorno?”. Lei precisa: “Buongiorno sì, ma mai buona domenica”.

Ci fermiamo un attimo a parlare, in particolare del fatto che la domenica sarebbe meglio dedicarla alla famiglia e che organizzandosi, i supermercati potrebbero anche rimanere chiusi in quel giorno. Ho preso quello che mi serviva e sono uscito, ma poi ho riflettuto molto su quella scena: mi sono chiesto come sia possibile che tante persone entrino continuamente in contatto senza mai arrivare a un incontro vero.

Ci passiamo accanto, condividiamo gli stessi spazi, ci sfioriamo, ma spesso rimaniamo estranei; possibile che un semplice e banale augurio sia diventato qualcosa di tanto insolito? Non avevo fatto niente di straordinario: mi ero semplicemente accorto della sua presenza e le avevo augurato qualcosa di buono. Per noi cristiani augurare buona domenica, visto che è il giorno del Signore (Dies Domini), è molto diverso dal semplice e inflazionato buongiorno, perché richiama quello in cui crediamo.

Spesso quando entro nei negozi e negli ipermercati ci sono persone che lavorano, puliscono, riempiono gli scaffali e sistemano la merce, ma sembra quasi che siano invisibili. Noi passiamo, prendiamo quello che ci serve e usciamo, spesso senza un sorriso o un ringraziamento. Eppure, dietro ogni persona che incontriamo, c’è una storia che non conosciamo, una famiglia, delle preoccupazioni, magari una giornata difficile.

Questa piccola esperienza mi ha fatto pensare anche a noi sposi cristiani e a come viviamo la nostra testimonianza: a volte siamo talmente presi dal fare che rischiamo di perdere di vista ciò che conta davvero. Organizziamo eventi in parrocchia, prepariamo il catechismo, partecipiamo agli incontri, cerchiamo di invitare un personaggio conosciuto per rendere più interessante una serata, ci impegniamo in mille iniziative e magari ci stanchiamo anche parecchio. Tutte cose belle, naturalmente, e spesso necessarie, ma siamo sicuri che, mentre facciamo tutto questo, non ci capiti di dimenticare proprio le persone che abbiamo accanto?

Possiamo organizzare un incontro sul matrimonio cristiano e poi non accorgerci della coppia che ci siede vicino, oppure possiamo spiegare ai nostri figli quanto sia importante amare il prossimo e poi trattare con freddezza la persona che ci serve al supermercato, il vicino che incontriamo sulle scale o il coniuge che ci rivolge una domanda mentre siamo impegnati in qualcosa che riteniamo più urgente. Lo dico anche pensando a me stesso, perché so quanto sia facile lasciarsi assorbire dalle cose da fare e convincersi che siano proprio quelle a rendere preziosa la nostra giornata. A volte cerchiamo le occasioni importanti per testimoniare la fede, senza accorgerci che il Signore ci sta chiedendo qualcosa di molto più semplice: fermarci, guardare chi abbiamo davanti e non passare oltre.

Noi sposi abbiamo una vocazione bellissima e impegnativa: siamo chiamati a rendere visibile l’amore di Dio attraverso la nostra vita, a cominciare dalla relazione con nostro marito o nostra moglie: l’amore imparato, accolto e vissuto nel matrimonio è destinato a traboccare, a raggiungere gli altri, a diventare uno stile con cui abitiamo il mondo. Allora dobbiamo domandarci se siamo capaci di riconoscere il nostro coniuge anche nelle giornate più ordinarie, quando non ci sono occasioni speciali e non abbiamo niente di particolare da dirci: siamo capaci di salutarlo con affetto quando rientra a casa, di ringraziarlo per quello che fa, di interrompere per un momento ciò che stiamo facendo per ascoltarlo davvero?

Ecco, un’altra riflessione che vorrei aggiungere a questa esperienza è quella sull’ascolto: viviamo in un mondo nel quale siamo tutti molto impegnati a mostrarci, a dire la nostra, a far vedere chi siamo e che cosa pensiamo, ma abbiamo perso la capacità di ascoltare davvero. Ce ne accorgiamo anche nelle conversazioni quotidiane: mentre l’altro parla, noi stiamo già preparando la risposta, cerchiamo l’occasione per intervenire, pensiamo a come ribattere o a quale esperienza personale raccontare per riportare l’attenzione su di noi; in realtà, spesso non stiamo ascoltando, stiamo soltanto aspettando il nostro turno per parlare.

Eppure, ascoltare significa fare spazio all’altro, accettare per qualche momento di mettere da parte i nostri pensieri e le nostre ragioni per cercare di comprendere ciò che la persona davanti a noi desidera comunicarci, anche quando fatica a trovare le parole. È un gesto di amore concreto, che richiede tempo e umiltà, perché ci obbliga a rinunciare a essere protagonisti per diventare capaci di accogliere.

Quante volte un marito o una moglie comincia a raccontarci qualcosa e noi, convinti di sapere già dove voglia arrivare, lo interrompiamo, gli diamo subito un consiglio o gli spieghiamo perché dovrebbe comportarsi diversamente? Magari abbiamo anche ragione, ma non è detto che in quel momento l’altro abbia bisogno delle nostre soluzioni: forse desidera soltanto essere ascoltato, sentirsi accolto, sapere che ciò che vive ci interessa davvero e lo stesso vale con i figli, con gli amici e con le persone che incontriamo ogni giorno.

Quella signora del supermercato non aveva bisogno che io le insegnassi qualcosa o che le raccontassi la mia vita: è bastato un saluto, seguito da qualche minuto di conversazione, per creare uno spazio nel quale entrambi abbiamo potuto incontrarci. Non si tratta di trasformare ogni saluto in una strategia per evangelizzare: la gentilezza non è una tecnica e le persone non sono occasioni da sfruttare per parlare di Dio. Si tratta, molto più semplicemente, di imparare a guardare gli altri come fratelli e sorelle, persone amate da Dio, prima ancora che noi decidiamo di rivolgere loro la parola.

Quante volte entro ed esco da un luogo pensando soltanto a ciò che devo comprare, al tempo che sto perdendo, agli impegni che mi aspettano, senza rendermi conto che davanti a me c’è qualcuno che merita almeno un saluto. Noi sposi cristiani non dobbiamo cercare occasioni straordinarie, ma la fedeltà nelle cose ordinarie, perché l’amore diventa credibile quando impariamo a riconoscere il valore di chi ci sta accanto, anche quando non abbiamo nulla da guadagnare da quell’incontro.

In fondo, non serve sempre parlare dell’amore di Dio per renderlo presente: qualche volta basta non lasciare una persona sola nella sua invisibilità, anche un semplice “buona domenica” può diventare una piccola finestra attraverso la quale passa un po’ della Sua luce.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Mardocheo: quando dire “no” protegge ciò che ami

«Tutti i ministri del re, che stavano alla porta del re, piegavano il ginocchio e si prostravano davanti ad Aman, perché così aveva ordinato il re a suo riguardo. Ma Mardocheo non piegava il ginocchio né si prostrava» (Est 3,2).

Come Mardocheo, anche gli sposi sono chiamati a dire «no» a ciò che minaccia la dignità e la comunione, per potersi donare un «sì» libero e autentico. Clicca qui per leggere i moduli precedenti.

Alla porta del re tutti si inchinano davanti ad Aman. Il comando è chiaro e il comportamento richiesto sembra scontato: quando passa l’uomo potente, bisogna piegare il ginocchio. Tutti lo fanno. Tutti tranne Mardocheo. Il suo rifiuto non nasce dal desiderio di attirare l’attenzione. Non è la ribellione impulsiva di chi vuole contraddire per sentirsi diverso. Mardocheo sa che quel gesto potrebbe costargli caro. Eppure rimane in piedi, perché obbedire significherebbe tradire qualcosa di essenziale della propria identità e della propria coscienza. Quando gli domandano perché non rispetti l’ordine del re, egli rivela di essere giudeo. Il suo “no”, dunque, nasce da un’appartenenza: Mardocheo sa chi è e, proprio per questo, riconosce ciò che non può fare.

Questa scena pone una domanda molto concreta anche alla vita matrimoniale: siamo capaci di dire “no” quando un comportamento, una richiesta o un’abitudine minacciano ciò che siamo chiamati a custodire? Molti di noi sono cresciuti imparando che essere buoni significa accontentare gli altri, non creare problemi, adattarsi e conservare la pace a qualunque costo. Abbiamo ricevuto approvazione quando eravamo disponibili, obbedienti e poco esigenti. Così possiamo essere diventati adulti convinti che opporci a una richiesta significhi essere egoisti e che porre un limite equivalga a ferire o rifiutare l’altro.

Questa convinzione entra anche nel matrimonio. Per evitare una discussione diciamo di sì quando dentro di noi vorremmo dire di no. Accettiamo comportamenti che ci fanno soffrire, fingiamo che tutto vada bene, rinunciamo continuamente ai nostri bisogni e accumuliamo stanchezza e risentimento. Pensiamo di custodire la relazione, mentre stiamo costruendo soltanto una pace apparente. All’esterno non ci sono conflitti, ma dentro cresce una distanza che prima o poi chiederà di essere riconosciuta.

Amare, infatti, non significa acconsentire sempre. Il matrimonio non richiede l’annullamento di uno dei due, ma l’incontro libero tra due persone. Se uno decide e l’altro si adatta costantemente, può esserci organizzazione, ma non vera comunione. La comunione nasce quando entrambi possono esistere pienamente, esprimere ciò che sentono, manifestare i propri bisogni e confrontarsi con rispetto anche nelle differenze.

Un “no” sano non dice: «Tu non vali» oppure: «Non mi interessa ciò che desideri». Dice piuttosto: «Questa richiesta per me non è sostenibile», «Questo modo di parlarmi mi ferisce», «Non posso accettare che una decisione così importante venga presa senza di me», «Ti amo, ma non voglio collaborare con ciò che danneggia te, me o la nostra famiglia». A volte, quindi, il “no” non interrompe l’amore: lo rende più vero.

Nell’Analisi Transazionale possiamo collegare la difficoltà di porre dei limiti alla spinta “Compiaci”. Chi ne è fortemente condizionato sente di avere valore soprattutto quando rende felici gli altri. Cerca di intuire le loro aspettative, evita di deluderli e fatica a distinguere tra disponibilità e sottomissione. Il problema non è la capacità di prendersi cura, che rappresenta una risorsa preziosa, ma la convinzione implicita: «Posso essere amato soltanto se ti accontento». Quando questa spinta governa la relazione, il sì non è più completamente libero. Può nascondere il timore di essere giudicati, abbandonati o considerati cattivi. Si dice sì con le parole, ma il corpo si irrigidisce; si accetta una richiesta, ma poi la si fa pesare; si evita il conflitto immediato, ma in seguito si diventa freddi, sarcastici o aggressivi. Il bisogno ignorato non scompare: cerca altre strade per manifestarsi.

L’Adulto aiuta invece a osservare la situazione presente e a formulare una risposta consapevole. Si domanda: «Che cosa mi viene chiesto realmente? Posso farlo senza tradire me stesso e senza danneggiare la relazione? Il mio rifiuto nasce da una valutazione concreta o da una reazione impulsiva? Esiste una soluzione diversa che tenga conto di entrambi?». L’assertività dell’Adulto permette di esprimere con chiarezza pensieri, emozioni e bisogni senza aggredire l’altro e senza cancellare sé stessi. Essere assertivi non significa pretendere di avere sempre ragione. Significa riconoscere che entrambi gli sposi possiedono la stessa dignità e che ciascuno ha il diritto e la responsabilità di portare nella relazione la propria verità.

Mardocheo rimane in piedi, ma non insulta Aman. Non lo provoca con parole offensive e non cerca lo scontro. Il suo corpo esprime un limite: «Fin qui posso arrivare; oltre, non posso seguirti». Anche nella coppia abbiamo bisogno di imparare questo linguaggio. Possiamo essere fermi senza essere violenti, decisi senza essere sprezzanti, sinceri senza umiliare. Naturalmente non tutti i “no” sono sani. Esiste anche il “no” del Bambino ribelle, pronunciato soltanto per opporsi, punire o sottrarsi alle responsabilità. Esiste il “no” del Genitore critico, che condanna e fa sentire l’altro incapace. Esiste il “no” usato come arma: il silenzio, il rifiuto dell’affetto o dell’intimità per ottenere obbedienza. Questi non sono confini che proteggono la comunione, ma muri che separano.

Per comprendere se il nostro limite è autentico, possiamo chiederci quale bene stiamo cercando. Sto dicendo di no per proteggere una persona, un valore e la relazione oppure per vendicarmi? Desidero aprire un dialogo o chiuderlo? Sono disponibile ad ascoltare le ragioni dell’altro? Posso proporre un’alternativa? Il mio tono comunica rispetto oppure disprezzo?

Un confine sano, infatti, non serve a controllare il coniuge. Non dice: «Tu devi cambiare perché io lo pretendo», ma: «Io non posso partecipare a questa dinamica e scelgo come comportarmi per custodire la mia dignità e il bene della nostra relazione». Non possiamo costringere l’altro a diventare diverso, ma possiamo decidere a che cosa offrire la nostra collaborazione. Questo vale anche rispetto alle pressioni esterne. Talvolta gli sposi devono dire “no” alle interferenze delle famiglie d’origine, alle richieste lavorative che divorano ogni spazio, a uno stile di vita fondato sul confronto sociale o a persone che non rispettano l’alleanza coniugale. In questi casi il limite non difende soltanto il singolo, ma il “noi”.

Può essere necessario dire: «Questa decisione dobbiamo prenderla insieme», «Non permetterò che si parli così del mio coniuge», «Abbiamo bisogno di tempo per noi», «Questa confidenza appartiene alla nostra intimità e non deve essere raccontata agli altri». Ogni “no” rivolto a ciò che invade o indebolisce la relazione può contenere un “sì” più profondo alla comunione.

Ne abbiamo fatto esperienza anche noi all’inizio della nostra storia. Quando chiesi a Luisa di avere rapporti sessuali prima del matrimonio, lei mi disse di no. In quel momento avrei potuto interpretare il suo rifiuto come una mancanza d’amore o di desiderio nei miei confronti. In realtà, quel “no” non era rivolto a me, ma a un modo di vivere la nostra relazione che non corrispondeva al significato che Luisa attribuiva all’amore e al dono del corpo. Con il tempo ho compreso che proprio quel limite ci ha permesso di salire di livello. Il “no” di Luisa ci ha costretti, in senso buono, a non fermarci all’attrazione e al desiderio immediato, ma a domandarci che cosa significasse amarci davvero. Ci ha aiutati a concentrarci sull’amore come dono e non come uso, sulla capacità di attendere e di custodirci, anziché cercare nell’altro soprattutto la soddisfazione di un bisogno.

Tutto è partito dal suo “no”. Un “no” che non ha impoverito la nostra relazione, ma l’ha resa più profonda e più libera. Luisa, ponendo quel confine, ha protetto sé stessa, me e ciò che stavamo costruendo insieme. Mi ha aiutato a comprendere che amare una persona significa rispettarne i tempi, i valori e la coscienza, senza trasformare il desiderio in una pretesa. Quel limite è diventato così un dono per entrambi. Ci ha permesso di conoscerci meglio, di imparare a dialogare e di prepararci a vivere l’intimità coniugale non come possesso, ma come linguaggio di una donazione reciproca e definitiva. A volte è proprio un “no”, accolto e attraversato insieme, ad aprire la strada verso un amore più grande.

Questa libertà resta indispensabile anche nel matrimonio. Il dono del corpo non può mai essere dato per scontato o preteso. Il matrimonio non cancella la necessità di ascoltare la stanchezza, il dolore, la paura e lo stato emotivo del coniuge. Saper accogliere un “no” senza interpretarlo immediatamente come il rifiuto della propria persona permette alla coppia di custodire la fiducia e di cercare insieme modalità di vicinanza rispettose di entrambi.

Esistono poi situazioni più gravi nelle quali porre un limite è indispensabile: violenza, umiliazioni, dipendenze, controllo economico, tradimenti ripetuti o altre condotte distruttive. Perdonare non significa consentire al male di continuare indisturbato. In questi casi amare può voler dire chiedere aiuto, proteggersi, coinvolgere persone competenti e stabilire condizioni precise. Un limite fermo non è necessariamente il contrario della misericordia: può rappresentare il primo atto di verità capace di interrompere una dinamica malata.

Il rifiuto di Mardocheo provoca l’ira di Aman, che non tollera di incontrare qualcuno non disposto a sottomettersi. Anche noi potremmo scoprire che alcune persone apprezzavano la nostra disponibilità più della nostra libertà. Quando cominciamo a porre confini, chi era abituato ai nostri continui sì può accusarci di essere cambiati o diventati egoisti. Questo non dimostra automaticamente che stiamo sbagliando. È però importante verificare le nostre motivazioni, confrontarci con persone sagge e imparare a comunicare il limite senza trasformarlo in un attacco.

Il vero obiettivo non è diventare persone che dicono sempre “no”, ma persone capaci di pronunciare sia il sì sia il no con libertà. Soltanto chi può dire “no” può offrire un “sì” autentico. Altrimenti ciò che appare come dono potrebbe essere soltanto paura, dipendenza o bisogno di approvazione.

Mardocheo ci ricorda che arriva un momento in cui restare in piedi diventa un atto di fedeltà. Anche nel matrimonio ci sono momenti nei quali il modo più vero di amare consiste nel non piegarsi davanti a ciò che minaccia la dignità, la coscienza o la comunione. Non per orgoglio, non per vincere, ma per proteggere quel bene prezioso che Dio ha affidato agli sposi. Dire “no” può fare paura. Possiamo temere il conflitto, la delusione o la distanza. Eppure un limite espresso con rispetto può aprire uno spazio nuovo: quello nel quale nessuno deve scomparire perché il matrimonio possa esistere. È proprio lì che l’amore smette di essere compiacenza e diventa incontro tra due persone libere, capaci di scegliersi davvero.

Per dialogare insieme

  1. In quali situazioni faccio più fatica a dirti “no” per paura di deluderti o di creare un conflitto?
  2. Quando tu poni un limite, tendo a rispettarlo oppure lo interpreto subito come un rifiuto della mia persona?
  3. Ci sono dei “sì” che ho pronunciato controvoglia e che nel tempo si sono trasformati in risentimento?
  4. Quali confini dobbiamo stabilire insieme per proteggere la nostra coppia dalle pressioni esterne?
  5. Riesco a esprimere un bisogno con chiarezza, senza accusarti e senza aspettarmi che tu lo intuisca?
  6. Esiste una dinamica alla quale dovremmo dire insieme un “no”, per poter pronunciare un “sì” più forte alla nostra comunione?

Ognuno completi queste due frasi: «Quando dico sì anche se vorrei dire no, temo che…» e «Il limite che avrei bisogno di esprimere con maggiore chiarezza è…». Ascoltatevi senza correggervi e senza difendervi. Provate poi a formulare insieme un confine concreto, espresso in modo positivo e rispettoso, che possa custodire la vostra relazione durante la prossima settimana.

Per pregare

Signore Gesù, Tu ci hai insegnato che la verità rende liberi. Donaci la libertà di amarci senza nasconderci, senza dominarci e senza rinunciare alla dignità che Tu hai posto in ciascuno di noi. Liberaci dalla paura di deludere, dal bisogno di essere approvati e dalla convinzione che, per meritare amore, dobbiamo sempre acconsentire. Aiutaci a riconoscere quando la nostra disponibilità nasce dal dono e quando, invece, è guidata dal timore di essere rifiutati. Donaci la sapienza dell’Adulto, capace di osservare la realtà, ascoltare le emozioni e scegliere responsabilmente. Insegnaci a pronunciare dei “no” chiari, ma mai offensivi; fermi, ma non aggressivi; fedeli alla verità e rispettosi della persona che abbiamo davanti. Quando il coniuge pone un limite, aiutaci a non sentirci immediatamente respinti. Rendici capaci di ascoltare ciò che sta cercando di proteggere e di cercare insieme una strada che custodisca entrambi. Come Mardocheo, donaci il coraggio di restare in piedi davanti a ciò che minaccia la nostra identità, la nostra coscienza e il bene della nostra famiglia. Fa’ che sappiamo dire “no” alle pressioni, alle abitudini e alle interferenze che indeboliscono il nostro legame. Proteggici dal silenzio pieno di risentimento, dalla compiacenza che nasconde la paura e dalla durezza che trasforma i confini in muri. Insegnaci a parlare con sincerità e tenerezza, ricordandoci che non siamo avversari, ma alleati. Fa’ che ogni nostro “no” al male diventi un “sì” più grande all’amore, alla libertà e alla comunione. Rendici due persone capaci di sceglierci ogni giorno, non per obbligo o paura, ma nella libertà dei figli amati da Te. Amen.

Antonio e Luisa

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Le coppie che vivono la fede sono più felici (anche a letto)

Una recente ricerca americana mostra che gli sposi praticanti vivono mediamente una maggiore soddisfazione matrimoniale e un’intimità sessuale più frequente. Ma forse il dato più interessante non riguarda soltanto il sesso: riguarda la disponibilità a continuare a cercarsi, desiderarsi e donarsi, anche quando costa fatica.

Fede e sessualità: una sorpresa?

Siamo abituati a pensare che la fede cristiana, con le sue regole morali, possa rappresentare un limite alla libertà sessuale. Come se il cristianesimo fosse soprattutto una religione di divieti, poco compatibile con il piacere e il desiderio. Eppure una ricerca pubblicata nel settembre 2026 dall’Institute for Family Studies, intitolata The Devout Difference: Religion, Marital Quality, and Sex Among Americans, racconta una realtà diversa.

Tra gli americani sposati di età compresa tra 20 e 54 anni, il 79% dei cattolici praticanti dichiara un matrimonio molto felice, contro il 66% delle persone senza appartenenza religiosa. Ma il dato che ci interessa maggiormente riguarda la sessualità: il 62% degli sposi che frequentano regolarmente la chiesa dichiara rapporti sessuali almeno settimanali, contro il 48% degli sposi non religiosi.

Naturalmente si tratta di una ricerca osservazionale che non dimostra un rapporto di causa ed effetto tra fede e soddisfazione coniugale. Ma questi numeri ci suggeriscono una riflessione che, come sposi cristiani, troviamo particolarmente interessante.

Il matrimonio è una vocazione, non soltanto un sentimento

Crediamo che la differenza possa nascere dal significato che attribuiamo al matrimonio. Chi si sposa in Chiesa e cerca di vivere seriamente la propria fede non considera il matrimonio soltanto come il luogo nel quale ricevere amore, gratificazione e felicità. Lo riconosce anche come una chiamata. Una vocazione ricevuta da Dio, alla quale rispondere quotidianamente. Mia moglie non è soltanto la donna che mi rende felice. È la donna che Dio mi ha affidato e attraverso la quale sono chiamato a imparare ad amare. Questo cambia la prospettiva.

Quando arrivano la fatica, la stanchezza, le incomprensioni e i momenti nei quali il sentimento sembra meno intenso, ho una motivazione profonda per continuare a impegnarmi. Non perché debba fingere che tutto vada bene, ma perché credo che il nostro amore meriti di essere custodito. Il matrimonio diventa così il luogo nel quale giocarsi la vita, imparando ogni giorno a donarsi.

Anche la sessualità ha bisogno di impegno

E qui arriviamo al punto che ci sta maggiormente a cuore. Spesso sentiamo ripetere, giustamente, che nella sessualità conta la qualità, non la quantità. È vero. Fare l’amore frequentemente non significa automaticamente vivere una sessualità bella, profonda e soddisfacente. Ma vorremmo aggiungere qualcosa: anche la quantità può raccontare qualcosa della qualità di una relazione.

Non come misura del valore di una coppia, ma come possibile segno della volontà di continuare a investire nell’intimità. Perché dopo tanti anni di matrimonio, con figli, lavoro, preoccupazioni e stanchezza, fare l’amore non è sempre spontaneo come durante il fidanzamento. Occorre cercarsi. Occorre trovare il tempo, custodire il desiderio, non lasciare che l’intimità venga continuamente rimandata. E soprattutto occorre accettare che non tutto sarà sempre perfetto.

Ci saranno incontri meravigliosi e altri meno riusciti. Momenti di grande passione e altri nei quali prevarranno la tenerezza, la delicatezza, magari anche qualche goffaggine. Ma continuare a cercarsi, senza pretendere ogni volta un’esperienza straordinaria, può essere già una bellissima espressione d’amore. Naturalmente parliamo di un desiderio reciproco, mai di un dovere imposto. Custodire l’intimità significa anche rispettare i tempi, la libertà e le difficoltà dell’altro.

Non lasciare morire il desiderio

Crediamo che qui la fede possa offrire una motivazione ulteriore. Se riconosco che il nostro matrimonio è un dono di Dio, comprendo che anche la sessualità fa parte di quel dono. Non è un’aggiunta secondaria alla vita coniugale, qualcosa di cui possiamo tranquillamente dimenticarci quando arrivano le difficoltà. È uno dei linguaggi attraverso i quali marito e moglie continuano a dirsi: ti scelgo, ti desidero, voglio essere una cosa sola con te.

San Giovanni Paolo II, nella Teologia del Corpo, ci ha insegnato che l’unione sessuale può esprimere il dono totale delle persone. E allora custodire la sessualità significa custodire una dimensione preziosa della nostra comunione. Non significa inseguire prestazioni o risultati. Significa non smettere di desiderare anche fisicamente quella persona alla quale abbiamo promesso tutta la nostra vita.

La grazia sostiene anche l’intimità

La vita sacramentale può sostenere questo cammino. I sacramenti non solo ci immergono nella Grazia, ma sono in un certo senso educativi. L’Eucaristia ci educa al dono. La riconciliazione ci insegna a ricominciare. La preghiera ci ricorda che il nostro amore non si regge soltanto sulle nostre forze.

Tutto questo può trasformare anche il modo di vivere la sessualità, rendendoci più disponibili, attenti, pazienti e capaci di accogliere l’altro. Non significa che gli sposi credenti non incontrino difficoltà sessuali. Sarebbe ingenuo affermarlo. Significa però che la fede può offrire una ragione profonda per non arrendersi alla distanza, alla routine e alla rassegnazione.

Continuare a scegliersi, anche nel corpo

Forse è proprio questo il messaggio più bello che possiamo raccogliere dalla ricerca. Non che i cristiani siano necessariamente amanti migliori. E nemmeno che una maggiore frequenza sessuale dimostri una maggiore santità o felicità. Ma che vivere il matrimonio come una vocazione può spingerci a investire di più anche nella nostra intimità fisica.

Perché amare significa anche impegnarsi a custodire il desiderio, non soltanto aspettare che arrivi. E allora continuiamo a cercarci, a corteggiarci, ad abbracciarci, a fare l’amore. Senza l’ansia della perfezione, ma con il desiderio di non perdere quella complicità che ci rende sposi. Perché il matrimonio cristiano non ci chiede di amare meno con il corpo, ma di imparare ad amare sempre meglio, anche attraverso il corpo.

Antonio e Luisa

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YOUCAT Love Forever: la Chiesa riparte dall’amore. Leone XIV indica ai giovani la bellezza del «per sempre»

Presentato a Roma il nuovo volume dedicato all’amore, alla sessualità e al matrimonio, con una premessa di papa Leone XIV. Un evento che rilancia una convinzione fondamentale: evangelizzare significa anche aiutare le persone a scoprire la bellezza della propria vocazione all’amore.

A Roma una presentazione che parla al cuore della Chiesa

Martedì 6 ottobre 2026, presso il Centro Internazionale Giovanile San Lorenzo di Roma, a pochi passi da Piazza San Pietro, è stato presentato YOUCAT Love Forever, il nuovo volume della YOUCAT Foundation dedicato all’amore, alle relazioni affettive e al matrimonio. L’incontro ha riunito rappresentanti della Chiesa, giovani e collaboratori del progetto internazionale YOUCAT. La serata si è aperta con la celebrazione eucaristica presieduta dall’arcivescovo John Joseph Kennedy, segretario del Dicastero per la Dottrina della Fede.

Sono intervenuti Regina Lynch, presidente esecutiva di Aiuto alla Chiesa che Soffre, Veronica Katz, coinvolta nella consultazione dei giovani spagnoli, e Bernhard Meuser, ideatore di YOUCAT e coordinatore editoriale del nuovo libro. Tra i protagonisti anche padre Joseph Fessio, fondatore di Ignatius Press. Particolare attenzione è stata riservata alla premessa scritta da papa Leone XIV, presentata anche attraverso un contributo audiovisivo.

Il volume nasce da un percorso internazionale che ha coinvolto giovani di oltre trenta Paesi, raccogliendo domande, esperienze e interrogativi sulla vita affettiva. Un lavoro che cerca di offrire risposte concrete alla luce della fede cattolica. Ma perché questa pubblicazione rappresenta una notizia così importante?

L’amore torna al centro dell’evangelizzazione

Viviamo in un tempo nel quale parlare di matrimonio cristiano, fedeltà e amore definitivo sembra talvolta andare controcorrente. Molti giovani desiderano una relazione stabile, ma contemporaneamente temono che il «per sempre» sia impossibile.

La Chiesa, attraverso questa iniziativa, sceglie di non rinunciare alla grandezza della propria proposta. Non abbassa l’ideale dell’amore per renderlo più facilmente accettabile. Piuttosto, cerca un linguaggio nuovo per mostrarne la bellezza. Ed è proprio questo l’aspetto che considero più significativo: l’amore non viene presentato come un argomento secondario della catechesi, ma come una strada privilegiata per incontrare Cristo.

Le domande dei giovani sull’innamoramento, sulla sessualità, sulla fedeltà e sul matrimonio non sono questioni marginali. Riguardano il loro desiderio più profondo: essere amati e imparare ad amare. E proprio da questo desiderio può partire l’annuncio cristiano.

Leone XIV: siamo fatti per amare

La premessa di papa Leone XIV è particolarmente bella perché non comincia con un divieto o con una norma morale. Comincia dal cuore umano. Il Pontefice riconosce che i giovani desiderano un amore profondo, appassionato e duraturo. Non considera questa aspirazione un’illusione romantica, ma il segno di qualcosa di più grande: siamo stati creati per amare. Richiamando sant’Agostino, il Papa collega il desiderio dell’amore umano alla ricerca di Dio.

Qui troviamo un passaggio fondamentale della sua riflessione: Dio non è estraneo all’amore tra un uomo e una donna. Può abitarlo, trasformarlo e renderlo capace di dono, servizio e perdono. È una prospettiva straordinaria. La fede non arriva a limitare la bellezza dell’amore umano, ma a rivelarne la profondità. E il matrimonio diventa uno dei luoghi privilegiati nei quali questa trasformazione può manifestarsi.

Il matrimonio racconta qualcosa di Dio

Leone XIV dedica parole particolarmente significative all’amore sponsale. Spiega che quando marito e moglie si donano reciprocamente, nel loro amore si manifesta qualcosa del mistero di Dio. Non soltanto nei momenti felici, ma anche nella fedeltà quotidiana, nel perdono e nella fatica di cercare il bene dell’altro. Trovo questo passaggio profondamente vicino a ciò che cerchiamo di raccontare da anni su MatrimonioCristiano.org.

Gli sposi non sono semplicemente due persone che cercano di vivere bene insieme. Attraverso il sacramento, il loro amore diventa segno dell’amore di Cristo per la Chiesa. Questo cambia radicalmente il modo di guardare il matrimonio.

La vita ordinaria di due sposi può diventare annuncio del Vangelo. Una riconciliazione dopo un litigio, una carezza donata nella stanchezza, una fedeltà custodita nella difficoltà possono parlare di Dio più di tante parole. Non perché gli sposi siano perfetti, ma perché permettono alla grazia di operare nella loro fragilità.

Dall’innamoramento alla scelta di amare

Un altro tema centrale della premessa riguarda la distinzione tra emozione e amore autentico. Il Papa non svaluta l’innamoramento. Riconosce la sua forza, la sua bellezza, la capacità di sorprendere e coinvolgere profondamente. Ma ricorda che l’amore non può esaurirsi in ciò che sentiamo. L’amore maturo è una decisione, un cammino, un’alleanza. Questa è una verità che abbiamo bisogno di recuperare, soprattutto nell’educazione affettiva dei giovani.

Se insegniamo che amare significa soltanto provare emozioni intense, ogni inevitabile difficoltà rischia di essere interpretata come la fine dell’amore. Se invece mostriamo che amare significa imparare a donarsi, allora anche le difficoltà possono diventare occasioni di crescita. La misura dell’amore cristiano, ricorda Leone XIV, rimane la croce di Cristo. È lì che comprendiamo fino a dove può arrivare il dono di sé.

Una missione per tutta la Chiesa

YOUCAT Love Forever raccoglie anche l’eredità di papa Francesco, che aveva chiesto una preparazione al matrimonio più seria e approfondita, attraverso un autentico catecumenato matrimoniale. Il libro, che contiene anche un suo epilogo, testimonia così una significativa continuità tra i due pontificati. Ma questa missione non riguarda soltanto sacerdoti, catechisti e formatori.

Riguarda soprattutto noi sposi. Perché i giovani hanno bisogno di conoscere la bellezza dell’amore cristiano, ma hanno anche bisogno di incontrare coppie che provano concretamente a viverlo. Coppie reali, con le loro fatiche e imperfezioni, che continuano a scegliersi e a credere nella promessa pronunciata davanti a Dio. Forse una delle forme più efficaci di evangelizzazione oggi è proprio mostrare che l’amore fedele, fecondo e definitivo è ancora possibile.

La presentazione di YOUCAT Love Forever ci ricorda che la Chiesa ha tra le mani un tesoro meraviglioso: la buona notizia dell’amore. Non possiamo tenerla nascosta. Perché annunciare Cristo significa anche annunciare che siamo fatti per amare e che, con Lui, possiamo imparare ad amarci davvero. E per sempre.

Antonio e Luisa

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Assuero: Dio agisce anche quando sembra assente

«Quella notte il re non riuscì a prendere sonno. Allora ordinò che gli si portasse il libro delle memorie, le cronache, e ne fu fatta la lettura alla presenza del re» (Est 6,1).

Dio può sembrare silenzioso, ma anche nei piccoli eventi, nei gesti dimenticati e nelle attese continua ad agire e a tessere una strada di salvezza. Clicca qui per leggere i moduli precedenti.

Il sesto capitolo del libro di Ester comincia con un dettaglio apparentemente insignificante: il re non riesce a dormire. Non c’è una visione, non interviene un angelo e non accade alcun miracolo spettacolare. Un uomo semplicemente trascorre una notte insonne e, per ingannare il tempo, chiede che gli vengano lette le cronache del regno.

Proprio durante quella lettura emerge un episodio dimenticato: tempo prima Mardocheo aveva scoperto un complotto contro il re e gli aveva salvato la vita, ma non aveva ricevuto alcuna ricompensa. Il re domanda allora che cosa sia stato fatto per onorarlo. La risposta è semplice: nulla.

Nel frattempo Aman sta arrivando a palazzo per chiedere al re il permesso di uccidere Mardocheo. Entra proprio nel momento in cui il sovrano sta decidendo di premiarlo. Il re gli domanda: «Che cosa si deve fare all’uomo che il re vuole onorare?». Aman, accecato dal proprio orgoglio, pensa che quell’uomo non possa essere altri che lui e suggerisce gli onori più grandi che riesce a immaginare. Scopre poi di doverli tributare personalmente al suo nemico. Tutto cambia nel corso di una notte. Eppure nessuno, all’interno del racconto, pronuncia il nome di Dio.

Qui è necessaria una precisazione. Nel testo ebraico di Ester Dio non viene mai nominato esplicitamente; le aggiunte greche, accolte nella Bibbia cattolica, rendono invece esplicite la preghiera di Ester e Mardocheo e l’azione del Signore. Questa differenza non indebolisce il messaggio: lo rende ancora più ricco. Il testo ebraico ci insegna a riconoscere Dio anche quando resta nascosto; quello greco rivela apertamente Colui al quale Ester e il suo popolo si affidano.

Nel sesto capitolo, dunque, Dio sembra assente, ma la realtà si muove. Una notte insonne, un libro aperto nel punto giusto, un gesto buono rimasto senza ricompensa, Aman che entra proprio in quell’istante: eventi ordinari che, intrecciandosi, cambiano il corso della storia. La Provvidenza non si manifesta sempre facendo accadere qualcosa di straordinario. Molto spesso opera attraverso ciò che appare casuale, piccolo o persino inutile.

Mardocheo aveva compiuto il bene senza ricevere nulla. Aveva salvato il re, ma il suo gesto era stato dimenticato. Avrebbe potuto pensare che la fedeltà non servisse, che comportarsi rettamente fosse inutile e che soltanto gli uomini senza scrupoli riuscissero a ottenere potere. Aman, infatti, cresceva nel prestigio, mentre su Mardocheo incombeva una condanna a morte. Eppure quel bene dimenticato non era perduto. Era scritto nelle cronache e aspettava il momento nel quale sarebbe tornato alla luce.

Anche nella coppia esistono molti gesti che sembrano non produrre alcun risultato. Un marito continua a prendersi cura della moglie senza ricevere la tenerezza che desidera. Una moglie sceglie di non rispondere con durezza, ma il marito sembra non accorgersene. Si prega per anni senza vedere cambiamenti. Si perdona, si ricomincia, si cerca il dialogo e qualche volta sembra che nulla si muova. Possiamo allora domandarci: «A che cosa serve?». Se il nostro gesto non viene riconosciuto e non provoca immediatamente la risposta sperata, rischiamo di considerarlo inutile.

Ester 6 ci ricorda che il bene può rimanere nascosto senza essere sterile. Non tutto ciò che non vediamo è fermo. Non tutto ciò che non riceve subito una ricompensa è stato dimenticato da Dio. Questo non significa che ogni situazione finirà esattamente come desideriamo. La fede nella Provvidenza non è la convinzione ingenua che tutto si aggiusterà rapidamente o che, se ci comportiamo bene, saremo sempre ricompensati. Nella vita esistono ingiustizie che restano senza una riparazione visibile, ferite che lasciano conseguenze e preghiere la cui risposta non assume la forma sperata. Fidarsi di Dio significa credere che la realtà non si esaurisca in ciò che riusciamo a comprendere oggi.

L’Analisi Transazionale ci aiuta a parlare di “fiducia nella realtà”. Lo stato dell’Io Adulto osserva ciò che accade nel presente, raccoglie informazioni e distingue i fatti dalle interpretazioni. Non nega il dolore e non inventa spiegazioni rassicuranti, ma evita di trasformare una percezione parziale in una sentenza definitiva.

Il fatto può essere: «Mio marito oggi è rimasto in silenzio». L’interpretazione potrebbe diventare: «Non gli importa più nulla di me». Il fatto può essere: «Mia moglie non ha riconosciuto questo mio gesto». L’interpretazione può diventare: «Qualunque cosa faccia per lei non servirà mai». Il fatto può essere: «Stiamo attraversando un periodo difficile». Il copione può concludere: «Il nostro matrimonio è stato un errore».

Quando siamo feriti, il nostro Bambino può leggere la realtà attraverso paure antiche: «Sarò abbandonato», «Non sono importante», «Non posso fidarmi di nessuno». Il Genitore Critico può aggiungere le proprie sentenze: «Le persone non cambiano», «Se cedi, perdi», «Devi occuparti di tutto tu». Queste convinzioni restringono lo sguardo. Ci fanno credere che ciò che vediamo in questo momento sia tutta la verità. L’Adulto integrato, invece, può dire: «Quello che sta accadendo mi fa soffrire, ma non conosco ancora tutto. Posso verificare, fare domande, osservare e attendere prima di emettere una condanna».

Fidarsi della realtà non significa subire passivamente. Ester ha pregato, digiunato, rischiato e preparato con sapienza il momento della propria richiesta. Mardocheo ha denunciato il complotto. Nessuno dei due è rimasto immobile aspettando che Dio facesse ogni cosa. La Provvidenza non sostituisce la responsabilità umana: la attraversa. Noi facciamo la nostra parte, ma rinunciamo alla pretesa di controllare tutto.

Nel matrimonio questa rinuncia è fondamentale. Possiamo comunicare con chiarezza, chiedere perdono, compiere gesti di cura, cercare aiuto e pregare. Non possiamo però costringere l’altro a cambiare secondo i nostri tempi. Non possiamo garantire che una conversazione produca subito il risultato desiderato. Non possiamo conoscere oggi tutti i frutti di una fedeltà vissuta per anni.

Ci sono stagioni nelle quali Dio sembra tacere. Continuiamo a pregare, ma non percepiamo la sua presenza. Guardiamo la nostra relazione e vediamo soltanto stanchezza, incomprensioni e distanza. Proprio allora possiamo cadere in due tentazioni opposte: voler controllare ogni cosa oppure arrenderci alla disperazione. Ester 6 apre una terza strada: continuare ad abitare fedelmente la realtà, lasciando a Dio uno spazio che non siamo in grado di misurare.

Mentre Ester riposa dopo il primo banchetto, mentre Mardocheo resta alla porta del palazzo e mentre Aman prepara il palo sul quale vorrebbe farlo morire, qualcosa sta già cambiando. Nessuno dei protagonisti lo sa. La salvezza comincia attraverso l’insonnia di un re.

Forse anche nelle nostre coppie esistono movimenti che ancora non vediamo. Una parola pronunciata con amore può restare a lungo nel cuore dell’altro prima di germogliare. Un perdono può iniziare a sciogliere una difesa senza che il cambiamento sia immediatamente visibile. Una preghiera può trasformare innanzitutto il nostro sguardo, preparandoci a riconoscere una strada che prima non vedevamo.

A volte comprendiamo l’azione di Dio soltanto rileggendo la nostra storia. Avvenimenti che sembravano scollegati acquistano un significato: un incontro, una parola, una crisi che ci ha costretti a chiedere aiuto, una persona arrivata nel momento opportuno. Non tutto ciò che ci è accaduto era buono e non dobbiamo attribuire a Dio il male ricevuto. La Provvidenza non rende buono il male, ma può impedirgli di avere l’ultima parola. Quante volte, guardando indietro, possiamo riconoscere: «Allora non capivo, ma oggi vedo che il Signore non ci aveva abbandonati».

Anche il sacramento del matrimonio porta in sé questa promessa. Cristo non garantisce agli sposi una vita senza fatiche, ma rimane presente dentro la loro alleanza. Può sembrare silenzioso quando la preghiera diventa arida, quando la tenerezza si indebolisce o quando gli eventi mettono alla prova la comunione. Eppure continua ad agire attraverso una scelta di fedeltà, una richiesta di perdono, una mano cercata nel letto, una parola trattenuta per non ferire, un caffè preparato al mattino. La presenza di Dio non coincide sempre con ciò che sentiamo. Anche quando non la percepiamo, possiamo scegliere di affidargli ciò che ancora non comprendiamo.

Il libro di Ester ci educa così a uno sguardo contemplativo sulla realtà. Non si tratta di chiamare miracolo ogni coincidenza né di cercare continuamente segni nascosti. Si tratta di vivere sapendo che la storia non è soltanto nelle nostre mani e neppure soltanto nelle mani di chi sembra più potente. Aman crede di controllare gli eventi. Ha preparato il patibolo, ottenuto autorità e costruito il proprio piano. Ma gli basta entrare nella sala del re pochi minuti prima o pochi minuti dopo perché tutto cambi. Mardocheo, invece, non controlla nulla, ma il bene che ha compiuto torna a parlare per lui.

La fiducia nella realtà nasce quando smettiamo di domandare a ogni istante: «Dove sei, Dio?», pretendendo una prova immediata, e impariamo anche a dire: «Non Ti vedo, ma scelgo di credere che Tu sia ancora qui». La notte del re ci ricorda che Dio può cominciare a rispondere mentre noi non sappiamo ancora che qualcosa si è mosso. Può preparare una strada dentro eventi ordinari, custodire un bene apparentemente dimenticato e trasformare in principio di salvezza persino una notte senza sonno.

Dio non è assente solo perché è silenzioso. Qualche volta il suo modo più profondo di essere presente consiste proprio nell’agire senza imporsi, lasciando che la sua Provvidenza emerga lentamente dalla trama della nostra storia.

Per dialogare insieme

  1. C’è stato un momento della nostra storia nel quale Dio ci sembrava assente, ma in seguito abbiamo riconosciuto la sua presenza?
  2. Quali gesti di bene compiuti nella nostra coppia mi sembrano dimenticati o inutili?
  3. Quando soffro, riesco a distinguere i fatti dalle interpretazioni generate dalle mie paure?
  4. Quale convinzione di copione rischia di farmi leggere negativamente la nostra relazione: «Nulla cambierà», «Non posso fidarmi», «Devo controllare tutto»?
  5. In quale situazione sono chiamato a fare responsabilmente la mia parte, affidando a Dio ciò che non posso controllare?
  6. Quali piccoli segni della presenza di Dio possiamo riconoscere oggi nella nostra quotidianità?

Ripercorrete insieme un periodo difficile che avete già attraversato. Provate a individuare le persone, le parole, le coincidenze e le scelte che vi hanno aiutato. Poi nominate un bene compiuto dall’altro che forse, in quel momento, non avevate saputo riconoscere. Concludete affidando a Dio una situazione presente della quale non riuscite ancora a vedere il significato.

Per pregare

Signore Gesù, ci sono momenti nei quali facciamo fatica a riconoscerti. Ti cerchiamo negli eventi straordinari e non ci accorgiamo che stai operando nel silenzio della nostra quotidianità. Quando la nostra preghiera sembra non ricevere risposta, custodisci in noi la fiducia. Quando il bene che compiamo appare inutile, donaci la perseveranza. Quando una prova restringe il nostro sguardo, ricordaci che la realtà è più grande di ciò che oggi riusciamo a vedere. Liberaci dalle interpretazioni dettate dalla paura. Aiutaci a distinguere i fatti dalle nostre ferite, il presente dai copioni del passato e ciò che sappiamo da ciò che soltanto temiamo. Donaci la sapienza di Ester, che agisce senza pretendere di controllare ogni esito, e la fedeltà di Mardocheo, che compie il bene anche quando nessuno sembra riconoscerlo. Entra nelle notti del nostro matrimonio: nelle distanze, nei silenzi, nella stanchezza e nelle domande rimaste aperte. Fa’ che non confondiamo il Tuo silenzio con l’abbandono. Anche quando non Ti sentiamo, insegnaci a credere che continui ad abitare la nostra alleanza. Apri i nostri occhi sui piccoli segni della Tua presenza: un gesto di cura, una parola mite, un perdono offerto, una preghiera condivisa, la scelta quotidiana di restare. Noi faremo la nostra parte, Signore, ma consegniamo a Te ciò che non possiamo governare. Prendi anche le ferite e gli eventi che non comprendiamo. Non permettere al male di pronunciare l’ultima parola sulla nostra storia. E quando arriverà il momento di rileggere la strada percorsa, concedici di riconoscere con gratitudine: Tu eri lì. Non Ti vedevamo, non comprendevamo ciò che stavi preparando, ma non ci avevi mai lasciati soli. Amen.

Antonio e Luisa

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Tuo marito è ancora il tuo amante? La domanda che molte coppie cristiane evitano

L’amore che noi sposi ci doniamo vicendevolmente è quanto di più completo possa esistere nell’ambito delle relazioni umane. Non c’è, almeno io non ne conosco, una relazione capace di coinvolgere la persona in modo così totale come il matrimonio. Nel matrimonio ci sono il corpo, il cuore, la libertà, la quotidianità, il sacrificio, il desiderio, l’amicizia, il perdono, la tenerezza. C’è tutto.

Per questo l’amore sponsale non può essere ridotto a una sola forma di amore. Il matrimonio è certamente Agape. È amore di sacrificio, di servizio, di dono. È quell’amore che resta anche quando costa. Che si prende cura dell’altro quando è stanco, malato, nervoso o semplicemente poco amabile. È l’amore che dice: io ci sono, anche quando non ne ricavo nulla.

Ma il matrimonio è anche Filia. È amicizia profonda. Guai se vostro marito o vostra moglie non sono anche i vostri migliori amici. Significa che qualcosa va recuperato. Il matrimonio dovrebbe essere il luogo dove possiamo sentirci liberi di aprire il cuore. Dove possiamo raccontare le nostre paure, le nostre fragilità, i desideri che quasi ci vergogniamo di ammettere. Dove possiamo farci vedere per quello che siamo davvero. Se i pensieri più intimi, le ferite più profonde e le confidenze più importanti preferiamo consegnarle sistematicamente a qualcun altro anziché al nostro coniuge, qualcosa della nostra intimità sta già uscendo dal matrimonio. E questo non è un dettaglio.

Poi, però, c’è un terzo amore: Eros. E anche qui noi cristiani dobbiamo stare attenti. Perché a volte abbiamo trattato l’eros quasi fosse un amore di serie B. Un amore un po’ sospetto. Quasi una concessione alla debolezza del corpo. Non è così. L’eros è profondamente umano. E nel matrimonio è necessario. L’Agape senza eros rischia di diventare dovere. Servizio. Fatica. Si resta insieme perché bisogna farlo, ci si aiuta, si manda avanti la casa, ma si spegne la gioia di desiderarsi. La Filia senza eros rischia invece di trasformare marito e moglie in due ottimi amici. Quasi fratello e sorella. Ma noi non abbiamo promesso davanti a Dio di diventare fratelli e sorelle. Siamo diventati sposi.

Per questo, riprendendo una riflessione proposta anche da Claudia e Roberto di Amati per Amare, credo che dobbiamo recuperare una verità semplice: nostro marito e nostra moglie non devono essere soltanto il nostro sposo e la nostra sposa. Devono essere anche i nostri amanti.

Luisa tempo fa mi disse una cosa a cui non avevo mai pensato. Le coppie di adulteri, normalmente, quando si incontrano lo fanno in condizioni favorevoli. Si vedono magari la mattina o il pomeriggio, quando riescono a ritagliarsi un po’ di tranquillità. Lui arriva preparato. Lei magari è vestita bene, truccata, curata. Ci si cerca in un luogo dove non ci sono pianti di bambini, lavatrici da stendere, compiti da controllare o sveglie puntate per il giorno dopo. Certo che così è tutto più facile.

Pensate invece a una coppia sposata con figli piccoli. Entrambi stanchi morti. Magari spettinati, un po’ trasandati, con la testa piena di pensieri. Finalmente i bambini dormono, ma non bisogna fare troppo rumore perché potrebbero svegliarsi. La sveglia del mattino incombe. Uno dei due magari non vede l’ora di chiudere gli occhi. In certe serate è quasi un miracolo riuscire a vivere bene l’intimità.

A me è capitato anche di addormentarmi. Lo dico senza problemi. È la vita vera. Può capitare così che l’intimità diventi qualcosa di frettoloso, quasi un cartellino da timbrare. Oppure che venga continuamente rimandata.

Noi, in alcuni periodi, abbiamo perfino puntato la sveglia alle quattro del mattino per riuscire a trovare un momento tutto nostro. Una fatica enorme. E non parlo soltanto del risveglio. Bisognava anche trovare le energie, il desiderio, la capacità di uscire dal torpore. Per me uomo era difficile. Posso immaginare quanto potesse esserlo ancora di più per mia moglie.

Ma qual è l’alternativa? Lasciare morire quella dimensione? Trasformare lentamente il matrimonio in una convivenza affettuosa e organizzata? Credo sarebbe una cura peggiore della malattia.

Per questo bisogna imparare a fare del proprio coniuge il proprio amante. Significa trovare il tempo giusto. Creare le condizioni. Proteggere l’intimità. A volte può significare prendere qualche ora di permesso dal lavoro. Lasciare i figli ai nonni. Chiedere aiuto a una babysitter. Approfittare di una pausa pranzo. Organizzare una serata diversa. O semplicemente decidere che per una volta le faccende domestiche possono aspettare.

Ogni coppia troverà il proprio modo. Ma un modo va trovato. Perché investiamo tempo, denaro ed energie in mille aspetti della vita familiare e poi rischiamo di trascurare proprio una delle realtà che tengono vivo il matrimonio. Non serve andare a cercare fuori quello che appartiene già alla bellezza del matrimonio. Certo, bisogna coltivarlo. Non basta essersi sposati per desiderarsi automaticamente per tutta la vita. Bisogna conoscersi, corteggiarsi ancora, ascoltarsi, stupirsi, creare occasioni.

E per noi sposi cristiani tutto questo ha un significato ancora più profondo. L’amplesso non è semplicemente un gesto finalizzato all’orgasmo. Quello è un aspetto importante e bello, ma non esaurisce ciò che accade. Nell’intimità coniugale il corpo dice qualcosa che le parole non riescono a dire completamente: io sono tuo, io sono tua. Attraverso il corpo, attraverso l’eros, attraverso il piacere condiviso, gli sposi sperimentano concretamente quell’unità che hanno promesso. Si consegnano.

Per questo il piacere non coinvolge soltanto il corpo. Quando l’intimità è davvero sponsale, investe tutta la persona. Lascia pace. Tenerezza. Complicità. Unità. E spesso i benefici di quel momento si vedono anche nei giorni successivi, nel modo in cui ci guardiamo e ci trattiamo. Ecco perché l’intimità non va sottovalutata. Va custodita. Migliorata. Anche imparata.

Io sinceramente non credo esista una donna con cui potrei vivere la stessa bellezza che vivo con mia moglie. Anche nell’intimità. Perché non è semplicemente il suo corpo che desidero. È lei. La donna con cui ho condiviso gli anni, i figli, la fede, le ferite, le riconciliazioni, le risate, le stanchezze. Tutto questo entra nel nostro abbraccio.

Ricordiamoci allora una cosa semplice: prima di essere genitori siamo sposi. Curare la nostra intimità non significa togliere qualcosa ai figli. Significa offrire loro genitori più uniti, più complici, più capaci di amarsi. Siamo sposi. Siamo amici. Siamo servitori l’uno dell’altra. Ma siamo anche amanti. E non c’è nulla di poco cristiano in questo. Al contrario, è uno dei modi più belli e concreti in cui il nostro matrimonio può continuare a dire, attraverso il corpo e la vita: ti scelgo ancora.

Antonio e Luisa

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Da cosa ci riconosceranno?

Quanto è importante, in famiglia, trovare tempo per pregare insieme? Non sempre ci rendiamo conto che il vero motore del nostro quotidiano non è la nostra volontà, il nostro impegno, ma la relazione con il Signore – di cui la preghiera è un fattore essenziale. E se questo è vero per il Tempo Ordinario, quanto più lo sarà per i tempi forti come Avvento o Quaresima! Molto spesso, invece, anche i tempi forti sono vissuti da noi sposi come ordinari: presi da mille cose, non ci accorgiamo che la Chiesa vive in modo speciale quei momenti – preparandosi alla festa.

E in questa preparazione ci invita a prestare attenzione, a intensificare la preghiera, a rinnovare la nostra fede, a trovare con creatività nuovi modi e ritmi per stare con Dio. Da cosa riconosceranno la famiglia cristiana? Dalla croce al collo? Quella la indossano già tanti, anche i non credenti. Dal crocifisso in casa? Molti lo hanno per tradizione, come per tradizione fanno il presepe. Gesù lo ha detto chiaramente: “Se vi amate gli uni gli altri”. Dall’amore ci riconosceranno!

Ma non finisce qui: da dove attingiamo questo Amore sempreverde, che è in grado di arrivare fino ai nemici? Da chi imparare ad Amare fino alla morte? Da chi è morto per Amore, da Gesù. Spezzato per Amore. Quanto è importante, dunque, spezzare insieme la Parola! Una famiglia che ama è una famiglia che prega. Senza preghiera, il tralcio non ha vita in sé stesso perché si tiene lontano dalla vite. Inaridisce e secca presto. Chi spezza la Parola se ne nutre davvero.

Non siamo chiamati a diventare tutti teologi ma a sederci a mensa col Signore. Dunque, sedendoci e pregando insieme, ritroviamo la sorgente della Vita e dell’Amore, che naturalmente poi si riverserà su chi abbiamo attorno.

A fine novembre inizierà il Tempo di Avvento, l’attesa del Natale, della venuta di Gesù sulla terra. La Chiesa ci dona quattro settimane di preparazione e cammino: l’ultimo mese di gravidanza di Maria, partecipato dal popolo di Dio. Ma se pensiamo alla vita di una famiglia, magari con figli, cosa potrà mai aggiungere alle sue giornate già piene di impegni? Come poter “santificare la festa” – ossia anche prepararsi e attenderla in modo degno?

Sottrazione dopo sottrazione, noi pensiamo che l’essenziale sia spezzare la Parola in famiglia: leggerla in preghiera, meditarla, far risuonare ciò che ci suscita e ci dice: lasciar parlare lo Spirito… Da questa esigenza, dal desiderio di condividerla, ecco che è nato il Sussidio di Avvento per sposi, scritto da sposi (edito da Effatà).

L’anno scorso, con tredici coppie, abbiamo camminato lungo questi giorni di attesa con meditazioni in chiave nuziale e domande per la riflessione. Quest’anno, il Signore ci ha concesso il bis e abbiamo potuto perfezionare questo strumento – per renderlo utile e funzionale, il più possibile. Meditazioni in chiave sponsale – con voci di sposi, di chi vive la fedeltà nella separazione, di chi vive lo stato di vedovanza; domande per la riflessione personale e di coppia, volte a incoraggiare il dialogo; introduzione e conclusione a cura di Padre Stefano Panizzolo (Progetto Misterogrande) e Suor Boguslawa Kopka (Csfn), amici che ci hanno donato parole preziose e sapienti.

Il titolo scelto per questo anno è “Verso Betlemme”, a indicare che percorreremo assieme un’unica strada, quella che ci porterà verso la nascita di Cristo. Ci piacerebbe che diventasse realmente “strumento” a servizio degli sposi e per questo fosse diffuso e conosciuto: in poche parole, che possa aiutare ogni coppia a vivere il tempo di Avvento, senza trascorrerlo come un tempo ordinario, preparando il cuore alla novità: meditando su Gesù che sceglie una famiglia umana per venire nel mondo, uomo e donna, struttura da Lui stesso creata in Genesi.

“Verso Betlemme” uscirà prossimamente (tenete d’occhio la pagina @nesentilavoce o il sito di Effatà Editore per gli aggiornamenti!). Se conoscete coppie a cui potrebbe servire, fatevi strumenti a vostra volta: non per mera pubblicità (che a noi non interessa, perché non è un progetto nostro ma Suo!) ma per collaborare nella costruzione di una “rete” di carne, viva e reale, fra chi condivide la medesima vocazione.

Non esistono coppie di serie A o di serie B, in base all’età, ai servizi prestati, alle attività svolte. Il Sacramento è sempre lo stesso, per tutti! Ecco perché è importante mettersi a servizio gli uni degli altri – per scoprirsi accompagnati, visti, accarezzati dal Signore.

Giada Moneti @nesentilavoce

Il pudore comincia dallo sguardo

Ci sono parole che oggi sembrano quasi appartenere a un’altra epoca e una di queste è certamente “pudore”. Basta andare in giro, guardare una pubblicità o aprire i social per rendersi conto di quanto questa parola sia diventata scomoda, quasi imbarazzante. Mi capita spesso di discutere proprio su questo argomento, perché è diventata quasi una convinzione comune quella secondo cui ciascuno sarebbe completamente libero di andare in giro come vuole, anche nudo, se lo ritiene opportuno, mentre gli altri non dovrebbero avere nulla da dire e, soprattutto, non dovrebbero essere minimamente condizionati da ciò che vedono.

Io credo però che il problema sia molto più profondo e che, prima ancora di domandarci quanto una persona debba coprirsi, dovremmo domandarci che cosa succede dentro di noi quando incontriamo quella persona. Il pudore, infatti, non comincia dai vestiti, ma dallo sguardo. La domanda fondamentale è se siamo ancora capaci di vedere davanti a noi un uomo o una donna nella sua interezza, con una storia, una dignità, una libertà, una sofferenza, una vocazione e una bellezza che non possono essere ridotte al corpo, oppure se ci fermiamo proprio lì, al corpo, alla bellezza, alla capacità che quella persona ha di attirare il nostro desiderio.

Viviamo in una società nella quale il corpo viene continuamente mostrato, fotografato, modificato, pubblicizzato e trasformato in uno strumento attraverso cui cercare attenzione, approvazione e, sempre più spesso, anche denaro. Sui social sembra quasi che ciò che non viene mostrato non esista e che ogni momento della nostra vita debba necessariamente diventare un’immagine da condividere, commentare e sottoporre allo sguardo degli altri. Fotografiamo le vacanze, le cene, gli anniversari, i figli, i fidanzati e persino momenti che un tempo avremmo considerato semplicemente nostri. Dentro questo meccanismo anche il corpo è diventato qualcosa da esporre, quasi come se il nostro valore dipendesse dalla quantità di attenzione che siamo capaci di ottenere.

Ed è proprio qui che, secondo me, dobbiamo recuperare il significato vero del pudore. Il pudore ci ricorda che il corpo è così importante da non poter essere ridotto a un oggetto da mettere a disposizione dello sguardo di chiunque e, salvo situazioni particolari e ferite profonde, il pudore è qualcosa che appartiene in qualche modo alla nostra stessa esperienza istintiva.

Immaginiamo una scena molto semplice: una donna esce nuda dalla doccia e improvvisamente dalla porta del bagno entra un uomo che non dovrebbe trovarsi lì. Qual è la prima reazione spontanea? Cercare un asciugamano, coprirsi, proteggere il proprio corpo (naturalmente lo stesso vale per un uomo). Perché lo facciamo? Perché dentro di noi esiste la consapevolezza che alcune parti del nostro corpo sono intime, preziose, personali e non devono essere consegnate allo sguardo di chiunque, ma possono essere conosciute e contemplate solo in determinati momenti, dentro un determinato contesto e soprattutto dentro una relazione nella quale quella nudità assume un significato.

La Bibbia, su questo, è molto più profonda di quanto a volte immaginiamo: nel libro della Genesi leggiamo che Adamo ed Eva erano nudi e non provavano vergogna. Non perché il corpo fosse insignificante, ma esattamente per il motivo contrario: perché nell’originario progetto di Dio il corpo non era separato dalla persona e non era diventato uno strumento di possesso. La nudità non era ancora esposizione, perché l’uomo e la donna erano capaci di guardarsi senza trasformarsi reciprocamente in oggetti.

Poi arriva la frattura del peccato e cambia anche lo sguardo: una delle prime conseguenze che la Genesi racconta è proprio la vergogna della nudità. Non significa che il corpo sia diventato cattivo, perché il corpo continua a essere creatura di Dio e parte integrante della persona, è cambiato invece il modo con cui l’uomo guarda l’altro e si lascia guardare, è entrato il desiderio di possedere, di utilizzare, di prendere ciò che prima veniva ricevuto come dono. Per questo il problema non è semplicemente quello che mostriamo, ma il significato che attribuiamo al corpo e il modo con cui entriamo in relazione con il corpo dell’altro.

Qui credo che dobbiamo essere molto onesti, soprattutto noi uomini. Sentiamo spesso dire: “Se una donna si veste in un certo modo, è inevitabile che un uomo guardi”. Una donna può certamente scegliere con maggiore o minore pudore come presentarsi, ma io rimango responsabile di ciò che faccio con i miei occhi e con i miei pensieri. Non posso trasferire completamente sull’altra persona la responsabilità del mio sguardo. Se una donna si veste in modo provocante, questo non mi autorizza a guardarla come un oggetto, non posso pretendere che siano gli altri a risolvere la mia incapacità di guardare una persona come una sorella.

Tuttavia sarebbe altrettanto sbagliato andare all’estremo opposto e sostenere che il modo in cui ci vestiamo non comunichi assolutamente nulla. Il corpo parla e il modo in cui scegliamo di mostrarlo comunica qualcosa di noi, della nostra idea di noi stessi e anche del modo in cui desideriamo entrare in relazione con gli altri. Esiste una differenza tra essere belli ed essere continuamente messi in vetrina, tra valorizzare il proprio corpo e trasformarlo in uno strumento attraverso il quale ottenere attenzione, approvazione o desiderio.

Questo dovremmo insegnarlo molto bene ai nostri ragazzi: non basta dire loro “copriti” oppure “non guardare”, dobbiamo spiegare che il corpo fa parte della persona e proprio per questo merita rispetto, sia quando è il proprio corpo, sia quando è il corpo di qualcun altro.

Quanto della nostra intimità sentiamo il bisogno di rendere pubblico? Quanto abbiamo bisogno di essere guardati, approvati, desiderati e confermati dagli altri? Quante volte trasformiamo in contenuto qualcosa che fino a pochi anni fa avremmo considerato semplicemente nostro? Forse il problema della nostra epoca non è soltanto che mostriamo troppo il corpo, è che abbiamo progressivamente perso il senso del mistero, della riservatezza e della custodia. Abbiamo cominciato a pensare che tutto ciò che è bello debba essere mostrato e che tutto ciò che non viene condiviso con gli altri abbia quasi meno valore.

Un uomo e una donna sposati non hanno bisogno di rendere pubblico tutto ciò che appartiene alla loro intimità: ci sono gesti, parole, carezze, sofferenze, fragilità e momenti di tenerezza che appartengono soltanto a loro e che proprio per questo sono profondamente preziosi. L’intimità degli sposi non è un contenuto da pubblicare, ma un linguaggio del dono, perché è inserita dentro una relazione di amore, fedeltà e appartenenza reciproca. Quando tutto viene mostrato, alla fine rischiamo di non custodire più niente.

Abbiamo trasformato persino l’intimità in spettacolo e poi ci sorprendiamo se gli altri imparano a guardare il corpo soltanto come un oggetto. Abbiamo consegnato allo sguardo di tutti ciò che un tempo custodivamo e contemporaneamente ci lamentiamo perché quello sguardo non sa più riconoscere la persona.

Il pudore, allora, non è un semplice elenco di regole su quanto deve essere lunga una gonna o quanto deve essere scollata una maglietta, è molto più grande: il corpo è il linguaggio della persona, è parte della sua identità, è chiamato al dono e alla relazione.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Aman: quando l’orgoglio ti rende cieco

«Aman parlò loro della magnificenza delle sue ricchezze, del gran numero dei suoi figli, di tutto ciò che il re aveva fatto per renderlo grande e di come lo aveva innalzato sopra i prìncipi e i ministri del re. Aggiunse Aman: “Anche la regina Ester non ha fatto venire con il re al banchetto che aveva preparato altri che me; e anche per domani sono invitato da lei con il re. Ma tutto questo non mi basta, finché vedrò Mardocheo, il Giudeo, seduto alla porta del re”» (Est 5,11-13).

L’orgoglio ci rende ciechi quando il nostro valore dipende dal riconoscimento degli altri; l’amore maturo, invece, sa chiedere conferma senza pretenderla e gioire del bene dell’altro senza sentirsi minacciato. Clicca qui per leggere i moduli precedenti.

Aman torna a casa pieno di gioia. È stato invitato dalla regina Ester a un banchetto riservato al quale ha partecipato soltanto il re. Inoltre, ha ricevuto un secondo invito per il giorno seguente. Agli occhi di tutti sembrerebbe trovarsi al culmine della propria fortuna: possiede ricchezze, numerosi figli, prestigio e una posizione superiore a quella di tutti gli altri funzionari del regno.

Eppure, mentre esce dal palazzo, vede Mardocheo alla porta del re. Mardocheo non si alza, non si inchina e non manifesta alcun timore davanti a lui. Basta quel gesto per cancellare in Aman la gioia appena sperimentata. Tutto ciò che possiede improvvisamente non conta più. Tornato a casa, convoca gli amici e la moglie Zeres, elenca i propri successi e racconta l’onore ricevuto da Ester. Poi confessa: «Ma tutto questo non mi basta, finché vedrò Mardocheo seduto alla porta del re». Queste parole svelano la vera povertà di Aman. Ha quasi tutto, ma non riesce a godere di nulla. La presenza di un solo uomo che non gli offre il riconoscimento desiderato oscura ogni altro bene. Non vede più ciò che ha ricevuto; vede soltanto ciò che gli manca.

L’orgoglio ci rende ciechi proprio in questo modo. Non ci impedisce necessariamente di conoscere i nostri successi, ma ci rende incapaci di gustarli. Ci convince che saremo finalmente soddisfatti quando tutti riconosceranno il nostro valore, approveranno le nostre scelte e ci tratteranno come pensiamo di meritare. Finché una persona non si inchina, una critica non viene ritirata o un merito non viene riconosciuto, tutto il resto sembra perdere significato.

Il bisogno di riconoscimento, in sé, non è sbagliato. Ogni essere umano ha bisogno di sentirsi visto, accolto e apprezzato. In Analisi Transazionale si parla di “carezze” per indicare le unità di riconoscimento che riceviamo dagli altri. Una parola di apprezzamento, uno sguardo, un abbraccio, un ringraziamento o anche una risposta alla nostra presenza sono carezze che ci comunicano: «Ti vedo, esisti, sei importante».

Un bambino non può crescere senza riconoscimento. Anche da adulti continuiamo ad averne bisogno. Nel matrimonio è naturale desiderare che il coniuge si accorga della nostra fatica, riconosca un gesto di cura e ci dica che siamo preziosi. Non c’è nulla di immaturo nel bisogno di essere ringraziati, ascoltati o incoraggiati. Il problema nasce quando il riconoscimento non è più un dono che accogliamo, ma diventa la condizione senza la quale non riusciamo a percepire il nostro valore.

Aman non desidera soltanto essere riconosciuto: ha bisogno che tutti confermino continuamente la sua superiorità. Il suo equilibrio dipende dall’inchino degli altri. Per questo Mardocheo possiede su di lui un potere enorme. Senza compiere alcuna azione, con il solo rifiuto di prostrarsi, riesce a privarlo della pace. Ogni volta che affidiamo completamente il nostro valore allo sguardo altrui, consegniamo agli altri il potere di decidere come staremo.

Questo può accadere anche nella coppia. Un marito può compiere molti gesti per la famiglia, ma sentirsi inutile se la moglie non li riconosce nel modo che lui desidera. Una moglie può ricevere affetto e fedeltà, ma rimanere concentrata sull’assenza di una determinata parola o attenzione. Iniziamo così a contare ciò che facciamo e a misurare ciò che riceviamo: «Io mi impegno più di te», «Non ti accorgi mai dei miei sacrifici», «Se non ci fossi io, qui crollerebbe tutto».

Dietro queste frasi può esserci un bisogno autentico che merita di essere ascoltato. Forse quella persona si sente trascurata e ha realmente bisogno di maggiore riconoscimento. Ma il bisogno può mescolarsi alla pretesa: non desideriamo più essere visti, vogliamo che l’altro ci confermi continuamente di essere migliori, indispensabili o sempre nel giusto.

L’orgoglio non si manifesta soltanto attraverso chi si vanta apertamente. Può nascondersi anche nel vittimismo. Possiamo elencare tutto ciò che facciamo non per condividere una fatica, ma per dimostrare che nessuno ama quanto noi, nessuno soffre quanto noi e nessuno comprende quanto noi. Anche il sentirsi sempre la parte sacrificata può diventare una forma di superiorità.

Aman racconta agli amici ogni dettaglio della propria grandezza, ma non cerca relazione: cerca un pubblico. Ha bisogno di persone che confermino l’immagine che ha costruito di sé. Quando gli amici e la moglie gli consigliano di preparare un palo per Mardocheo, trova immediatamente piacevole quella proposta. Il bisogno di riconoscimento, diventato orgoglio, non cerca più di colmare una mancanza interiore: pretende di eliminare chi la rende visibile.

Naturalmente, nella coppia questo non avviene quasi mai in una forma così estrema. Possiamo però tentare simbolicamente di eliminare la voce dell’altro. Lo interrompiamo, svalutiamo ciò che dice, ricordiamo i suoi errori oppure lo puniamo con il silenzio. Non sopportiamo che possa avere un’opinione diversa perché percepiamo il suo dissenso come una diminuzione del nostro valore.

Il capitolo sesto mostra fino a che punto Aman sia accecato. Durante la notte il re, non riuscendo a dormire, si fa leggere il libro delle cronache e scopre che Mardocheo non è mai stato ricompensato per avergli salvato la vita. Quando Aman entra a corte, il re gli domanda: «Che cosa si deve fare a un uomo che il re vuole onorare?». Aman pensa immediatamente: «Chi più di me il re desidererebbe onorare?». Non prende neppure in considerazione la possibilità che possa trattarsi di un’altra persona. Suggerisce quindi tutti gli onori che sogna per sé: la veste regale, il cavallo del re e una proclamazione pubblica. Il re gli ordina di fare esattamente tutto questo per Mardocheo.

Aman è costretto a condurre per la città proprio l’uomo che voleva umiliare, proclamando davanti a tutti il suo onore. Il rovesciamento è completo. Il suo bisogno di essere innalzato lo ha reso incapace di leggere la realtà. Ha interpretato ogni cosa attraverso la convinzione di essere il centro: «Se il re vuole onorare qualcuno, quel qualcuno devo essere io». Anche noi possiamo cadere in questa cecità. Interpretiamo i gesti del coniuge come se tutto riguardasse noi. Se è silenzioso, pensiamo che sia arrabbiato con noi. Se è stanco, ci sentiamo rifiutati. Se riceve un riconoscimento, temiamo che il nostro valore venga diminuito. Invece di rallegrarci per il bene dell’altro, entriamo in competizione.

Nel matrimonio, però, l’onore ricevuto da uno non sottrae qualcosa all’altro. Se mia moglie cresce, fiorisce e viene apprezzata, non diventa una minaccia per me. Se mio marito realizza qualcosa di bello, non devo riportare immediatamente l’attenzione su ciò che ho fatto io. Siamo una sola carne: il bene dell’altro può diventare anche la mia gioia.

Per arrivare a questa libertà abbiamo bisogno di riconoscere il nostro valore come qualcosa che non deve essere continuamente conquistato. L’Analisi Transazionale esprime questa consapevolezza attraverso la posizione esistenziale: «Io sono OK, tu sei OK». Il mio valore non dipende dal fatto che io sia superiore a te e il tuo valore non diminuisce il mio. Possiamo riconoscerci reciprocamente senza competere. Per noi cristiani questa certezza trova la sua radice nell’amore di Dio. Prima di ogni successo e prima di ogni riconoscimento umano, siamo figli amati. Dio non ci ama perché siamo più capaci, utili o meritevoli degli altri. Il suo amore gratuito ci libera dalla necessità di mendicare continuamente conferme o di costruire la nostra grandezza abbassando chi ci sta accanto.

Questa libertà non elimina il bisogno di ricevere carezze. Ci rende però capaci anche di chiederle apertamente: «Avrei bisogno che tu riconoscessi ciò che sto facendo», «Mi farebbe bene sentirmi dire che apprezzi il mio impegno». Una richiesta sincera crea vicinanza; la pretesa nascosta alimenta risentimento. Allo stesso tempo, non dobbiamo usare il discorso sull’orgoglio per giustificare l’indifferenza. Dire al coniuge «Non dovresti avere bisogno di essere ringraziato» può diventare un modo comodo per non riconoscere il bene che riceviamo. L’amore sa vedere e nominare. Ringraziare non è alimentare la vanità dell’altro, ma confermargli che la sua presenza e i suoi gesti non sono invisibili.

Aman riceve molti onori, ma non conosce la gratitudine. Tutto gli è dovuto e nulla è sufficiente. L’antidoto al suo orgoglio non è disprezzare se stessi, ma imparare a riconoscere il bene senza possederlo. L’umiltà non consiste nel negare i propri talenti: significa accoglierli come doni e usarli senza trasformarli in strumenti di superiorità.

Quando impariamo a ringraziare, lo sguardo si libera. Non siamo più prigionieri dell’unico inchino che manca. Vediamo le persone che ci amano, i gesti ricevuti, la strada percorsa e la grazia che ha sostenuto la nostra coppia. Ci accorgiamo che molte delle cose che consideravamo dovute erano, in realtà, doni.

Aman possiede tutto, ma il suo orgoglio gli impedisce di sentirsi ricco. Una coppia può avere molto e vivere nell’insoddisfazione se ciascuno resta concentrato su ciò che non riceve. Può invece attraversare anche stagioni difficili conservando la gioia, se marito e moglie imparano a riconoscersi, ringraziarsi e ricordare che il valore di entrambi precede qualsiasi prestazione. L’amore maturo non domanda all’altro di inchinarsi. Gli offre uno sguardo nel quale possa riconoscersi senza dover dimostrare continuamente di meritare di esistere.

Per dialogare insieme

  1. In quali situazioni sento maggiormente il bisogno di essere riconosciuto da te?
  2. Quando non ricevo l’apprezzamento che desidero, riesco a esprimere il mio bisogno oppure divento freddo, polemico o risentito?
  3. Tendo a confrontare ciò che faccio per te con ciò che tu fai per me?
  4. Riesco a gioire sinceramente dei tuoi successi oppure qualche volta li vivo come una minaccia?
  5. Quale tuo gesto di amore o di servizio rischio di considerare ormai scontato?
  6. Quali parole o attenzioni ti fanno sentire visto, apprezzato e importante per me?

Ognuno scelga tre gesti concreti del coniuge per i quali desidera ringraziarlo. Non limitatevi a dire «grazie di tutto», ma nominate ciò che avete visto: «Ti ringrazio perché…». Poi ciascuno esprima, senza accusare, una forma di riconoscimento di cui sente maggiormente il bisogno: una parola, un abbraccio, un momento di ascolto o un gesto di gratitudine.

Per pregare

Signore Gesù, liberaci dall’orgoglio che ci impedisce di vedere il bene. Quando restiamo concentrati su ciò che ci manca, apri i nostri occhi sui doni che ogni giorno riceviamo attraverso la persona che ci hai posto accanto. Tu conosci il nostro bisogno di essere visti, apprezzati e riconosciuti. Guarisci le ferite che ci fanno dipendere continuamente dall’approvazione degli altri. Ricordaci che il nostro valore non nasce dai successi, dagli elogi o dalla capacità di essere indispensabili, ma dal Tuo amore gratuito. Insegnaci a chiedere ciò di cui abbiamo bisogno senza trasformare il desiderio in pretesa. Donaci l’umiltà di mostrare la nostra fragilità e di dire con semplicità: «Ho bisogno di sentirmi importante per te». Rendici generosi nel riconoscere il bene dell’altro. Non permettere che la quotidianità renda invisibili i suoi gesti, la sua fatica e la sua fedeltà. Metti sulle nostre labbra parole di gratitudine, incoraggiamento e tenerezza. Liberaci dalla competizione. Fa’ che i successi del nostro coniuge diventino motivo di gioia e non una minaccia. Insegnaci a vivere nella certezza che io sono prezioso e che anche l’altro è prezioso; che la sua luce non spegne la mia e che insieme possiamo riflettere il Tuo amore. Quando una mancanza rischia di cancellare tutto il bene ricevuto, donaci uno sguardo riconoscente. Quando il bisogno di avere ragione ci rende ciechi, restituiscici la verità. Quando vorremmo essere innalzati, ricordaci che Tu hai scelto di inginocchiarti per lavare i piedi ai tuoi discepoli. Fa’ che nella nostra casa nessuno debba mendicare continuamente attenzione e nessuno pretenda che l’altro si inchini. Rendici capaci di onorarci reciprocamente, custodendo la dignità e la bellezza che Tu hai posto in ciascuno di noi. Donaci un cuore umile, libero e riconoscente, perché possiamo vedere quanto siamo già amati e trasformare ogni riconoscimento ricevuto in gratitudine e ogni dono posseduto in servizio. Amen.

Antonio e Luisa

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Giuseppe e Maria: l’arte di educare con la vita (e senza panico)

In un mondo in cui spesso rischiamo di sommergere i figli di parole, Giuseppe e Maria si presentano a noi come i genitori del “silenzio”. La loro non è un’assenza di comunicazione, ma un’educazione condotta attraverso la vita vissuta: una parola fatta carne, autentica, priva di retorica. Accanto a Gesù — la Parola incarnata — Giuseppe e Maria sono la testimonianza vivente di cosa significhi accompagnare un figlio con presenza, cura e rispetto della sua autonomia. Per loro è impossibile disinteressarsi dell’educazione del Figlio, ma come vivono questa responsabilità quando le cose non vanno come previsto?

 Quando un figlio “sparisce”: il racconto di Luca (2, 41-52)

Facciamo un salto nel Vangelo di Luca. Gesù ha dodici anni. I genitori si recano a Gerusalemme per la Pasqua, ma sulla via del ritorno accade l’inaspettato: «Il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendolo nella carovana, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava […]. Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: “Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo”». (Lc 2, 43-48)

In questo episodio c’è un’incredibile lezione di pedagogia redenta.

 Non farsi sovrastare dall’ansia: il primo insegnamento

Quante volte capita anche a noi? Convinti che i nostri figli siano “nel gruppo” o al sicuro con altri, muoviamo i primi passi lasciando loro spazio. Poi, da buoni genitori, buttiamo l’occhio per controllare e, di fronte a una criticità, ci mettiamo in movimento.

Ciò che colpisce di Giuseppe e Maria è la loro reazione: non si fanno prendere dal panico, dal nervosismo o dal rancore. Non trovano il Figlio e semplicemente agiscono: “Tornarono in cerca di lui a Gerusalemme” (v. 45). Non aggiungono alla difficoltà oggettiva atteggiamenti negativi o drammatizzazioni distruttive.

L’angoscia che non perde la fede

Quando finalmente lo trovano, sono passati ben tre giorni. Luca non nasconde l’umanità della coppia: erano “angosciati” (v. 48). Trovano Gesù tranquillo, beato, seduto tra i dottori della Legge a interrogarli e ad ascoltarli. Non è un adolescente spaventato che piange la mancanza dei genitori: è un ragazzo pienamente consapevole di sé e della sua missione. Sul piano squisitamente umano, quanti di noi avrebbero mantenuto la calma? Quanti avrebbero dato in escandescenza, accusando il figlio di essere un incosciente o uno sprovveduto?

“Ma come! Noi siamo stati in pena tre giorni e tu te ne stai qui tranquillo?!” Giuseppe e Maria ci mostrano un’umanità diversa. Un’umanità intrisa di Dio, in cui il piano orizzontale (la fatica umana) resta sempre legato a quello verticale (il senso divino).

 Il “come” che cambia tutto

Maria esprime quello che ha nel cuore con immensa trasparenza, ma senza aggressività: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo» (v. 48). Maria esprime in questa situazione ciò che sperimentiamo tutti noi genitori davanti a un figlio che compie qualche “corbelleria”. Vive nella propria carne la stessa cosa che ci capita anche a noi quando vediamo il nostro figlio che fa qualcosa di insensato, avventato, pericoloso, qualcosa che riteniamo si sarebbe potuto evitare in quanto non opportuna. Quando ci succede di trovarci in una di queste situazioni anche noi soffriamo così come Maria e Giuseppe.

La nostra preoccupazione, la nostra frustrazione sono legittime, sane ma tutti questi sentimenti non devono portarci a offuscare il giusto giudizio, a smettere di vivere una relazione educativa sana. Maria e Giuseppe ci sono da modello proprio in questo, la loro non è una reazione comandata dalla frustrazione, dalla rabbia, dalla preoccupazione ma sempre e comunque amorevole: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo» (v. 48). Emerge il respiro di una madre e di un padre a cui batte ancora forte il cuore, ma che hanno saputo impedire che l’angoscia lasciasse il posto alla distruzione del figlio. Maria non colpevolizza, non sminuisce, non denigra. Dice la verità del proprio vissuto senza scaricare il dolore sotto forma di rabbia, di manipolazione o di odio. Maria e Giuseppe dicono ciò che non va, ma lo dicono amando fino in fondo.

Educare è sempre un gesto d’amore

Tutta la nostra testimonianza di genitori e di sposi cristiani si gioca in questo “come” educo, specialmente davanti alle azioni e parole inopportune dei figli. Maria e Giuseppe con questa modalità educativa cercano di creare un dialogo con il figlio caratterizzato da questi elementi:

  • la ricerca dell’incontro;
  • la capacità di dire le cose senza sminuire o svilire;
  • la forza di correggere.

Qualcuno ha detto che il contrario dell’amore non è l’odio, ma la paura. La paura è il più grande ostacolo all’amore, al dialogo e all’incontro. Guardare a Giuseppe e Maria significa imparare a superare quella paura, consegnando ai nostri figli non parole vuote, ma la testimonianza di un amore capace di accogliere, cercare e comprendere.

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Luca e Cecilia Fabbri (@eccoivostrifigli)

Chi di voi è senza peccato?

«Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei» (Gv 8,7).

Questo è il quarto modulo del percorso “In Relazione Con Te – Fede, psiche e libertà affettiva alla scuola di Cristo”. Dopo aver incontrato, nei moduli precedenti, alcuni strumenti utili per comprendere meglio noi stessi e il nostro modo di stare nelle relazioni, entriamo ora in una dinamica tanto comune quanto difficile da riconoscere: quella dei giochi psicologici. Lo facciamo lasciandoci accompagnare da una delle pagine più intense del Vangelo, l’incontro tra Gesù, gli scribi e i farisei e la donna sorpresa in adulterio. Una scena nella quale emergono accusa, vergogna, giudizio, manipolazione e paura, ma nella quale Gesù mostra anche una via diversa: non entrare nel gioco, restituire a ciascuno la propria responsabilità e creare uno spazio nel quale verità e misericordia possano finalmente incontrarsi.

Ci sono relazioni nelle quali sembra che si parli di un problema, ma in realtà sta accadendo qualcos’altro. Si discute per una frase, per un ritardo, per una dimenticanza, per qualcosa che non è stato fatto come avremmo voluto. Eppure, sotto quella discussione, si muove spesso una dinamica molto più profonda. Qualcuno accusa, qualcuno si difende, qualcuno cerca di salvare la situazione. Poi, improvvisamente, i ruoli cambiano: chi accusava diventa vittima, chi si difende attacca, chi voleva aiutare finisce esasperato. L’Analisi Transazionale definisce molte di queste dinamiche giochi psicologici.

Non si tratta naturalmente di giochi divertenti. Sono sequenze relazionali ripetitive, spesso inconsapevoli, nelle quali entriamo cercando qualcosa – attenzione, riconoscimento, conferma, sicurezza – ma alla fine otteniamo quasi sempre emozioni spiacevoli e confermiamo convinzioni profonde su noi stessi e sugli altri. Il racconto evangelico della donna sorpresa in adulterio offre una scena straordinariamente potente per comprenderli.

Gli scribi e i farisei conducono davanti a Gesù una donna sorpresa in adulterio. Apparentemente stanno ponendo una domanda religiosa: «Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Ma Giovanni ci svela immediatamente ciò che sta accadendo: «Dicevano questo per metterlo alla prova». La donna, quindi, non è soltanto una peccatrice da giudicare. È diventata uno strumento. Il vero obiettivo è Gesù.

È una dinamica molto simile a quella che incontriamo nei giochi psicologici: ciò che viene dichiarato apertamente non coincide sempre con ciò che sta realmente accadendo nella relazione. La domanda sembra essere: «Cosa dobbiamo fare con questa donna?». La domanda nascosta è: «Come possiamo mettere Gesù in una posizione dalla quale non possa uscire?». Se Gesù approva la lapidazione, entra in contraddizione con la misericordia che annuncia. Se la rifiuta, può essere accusato di contraddire la Legge. È una trappola relazionale.

Uno degli strumenti più conosciuti nell’ambito dell’Analisi Transazionale è il triangolo drammatico di Karpman. Nei giochi psicologici le persone tendono ad assumere tre ruoli: Persecutore, Vittima e Salvatore. Il Persecutore accusa, giudica, controlla: «È colpa tua». La Vittima si sente impotente: «Non posso farci niente». Il Salvatore interviene assumendosi la responsabilità dell’altro: «Ci penso io». Il problema è che questi ruoli non sono stabili. Possiamo entrare in una discussione come Vittima e terminarla come Persecutore. Possiamo iniziare aiutando qualcuno come Salvatori e, quando quella persona non segue i nostri consigli, trasformarci in Persecutori: «Dopo tutto quello che ho fatto per te!». È proprio questo passaggio continuo da un ruolo all’altro che mantiene vivo il gioco.

Nella scena evangelica sembra inizialmente molto chiaro chi occupi le varie posizioni. Gli accusatori sono Persecutori. La donna è la Vittima. E Gesù potrebbe essere facilmente trascinato nel ruolo del Salvatore. Ma Gesù fa qualcosa di sorprendente: rifiuta di entrare nel triangolo. Davanti all’accusa, Gesù inizialmente tace. Si china e scrive con il dito per terra. Quel silenzio interrompe la dinamica. I farisei cercano una reazione. Vogliono trascinarlo dentro il loro schema. Gesù invece non risponde immediatamente allo stimolo. È una lezione enorme anche per le nostre relazioni: non siamo obbligati a reagire subito a ogni provocazione. Tra ciò che l’altro dice e la nostra risposta può esistere uno spazio. Ed è proprio in quello spazio che può entrare la libertà.

Gesù poi alza lo sguardo e pronuncia una frase che cambia completamente il livello della relazione: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». Non attacca gli accusatori, non nega il peccato della donna, non giustifica ciò che è accaduto. Semplicemente porta ciascuno davanti alla propria responsabilità. È esattamente ciò che accade quando una persona esce da un gioco psicologico: non accetta più il ruolo che gli altri stanno cercando di assegnarle.

Anche nella coppia possiamo entrare facilmente in queste dinamiche. Immaginiamo una moglie che dica: «Tu non mi ascolti mai». Il marito potrebbe rispondere: «Per forza, ogni volta che torno a casa mi assali con i tuoi problemi». Lei allora: «Certo, perché per te il lavoro viene prima di tutto». Lui: «Ecco, alla fine sono sempre io quello sbagliato». La discussione magari era iniziata dal bisogno reale della donna di sentirsi ascoltata. Ma quel bisogno scompare. Ora entrambi stanno cercando di dimostrare qualcosa: «Tu sei quello che sbaglia», «Io sono quello che subisce», «Io faccio tutto per questa famiglia». È iniziato il gioco.

Alla fine nessuno si sente ascoltato e ciascuno torna nella propria posizione iniziale pensando: «Lo sapevo che con lui non si può parlare» oppure «Lo sapevo che qualsiasi cosa faccia non va mai bene». Il gioco ha prodotto il suo risultato: ha confermato il copione. Ed è proprio questo uno degli aspetti più insidiosi dei giochi psicologici: ci fanno soffrire, ma allo stesso tempo confermano ciò che già crediamo di noi stessi, degli altri e delle relazioni.

La scena dell’adultera pone però una domanda ancora più scomoda: perché abbiamo così bisogno di trovare qualcuno da accusare? Talvolta il giudizio sull’altro ci permette di non guardare noi stessi. Finché posso dire «Il problema sei tu», non devo chiedermi quale parte abbia io nella relazione. Finché posso raccontarmi come vittima assoluta, non devo interrogarmi sulle mie reazioni. Finché posso salvare continuamente l’altro, posso evitare di riconoscere i miei bisogni.

Gesù invece riporta ogni persona alla propria verità. In un certo senso dice: guarda prima ciò che accade dentro di te. Non per colpevolizzarti, ma perché solo lì comincia la libertà. Non possiamo cambiare davvero una relazione se restiamo concentrati esclusivamente su ciò che l’altro dovrebbe fare. Possiamo invece cominciare a riconoscere il ruolo che noi assumiamo, le parole che utilizziamo, le aspettative che portiamo e le ferite che vengono riattivate.

Nell’Analisi Transazionale questa possibilità può essere letta come il recupero dello Stato dell’Io Adulto. L’Adulto non nega le emozioni e non cancella la storia personale. Prova però a chiedersi: «Che cosa sta succedendo realmente adesso? Cosa sto provando? Di cosa ho bisogno? Sto rispondendo alla persona che ho davanti oppure a una vecchia ferita?». Una frase come «Tu non ci sei mai» può allora diventare: «In questi giorni mi sono sentita sola e avrei bisogno di passare un po’ di tempo con te». Una frase come «Non ti va mai bene niente» può diventare: «Quando mi correggi in quel modo mi sento giudicato e mi viene voglia di difendermi». Il problema può rimanere, ma il gioco finisce.

Quando tutti se ne sono andati, Gesù rimane solo con la donna. «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». «Nessuno, Signore». «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». Sono due frasi che devono rimanere insieme: non ti condanno e non continuare così. Questa è forse una delle immagini più belle di una relazione adulta e autenticamente cristiana. Accogliere una persona non significa approvare tutto ciò che fa. Dire la verità non significa condannarla. La misericordia non cancella la responsabilità e la responsabilità non cancella la misericordia.

È proprio questa integrazione che permette di uscire dai giochi psicologici. Nelle nostre relazioni possiamo imparare lentamente a deporre le pietre: la pietra dell’accusa, la pietra del vittimismo, la pietra del controllo, la pietra di quel «te l’avevo detto» che utilizziamo per sentirci superiori. E possiamo imparare a fare ciò che Gesù fa con quella donna: vedere la persona prima del suo errore e, proprio perché la vediamo davvero, invitarla alla responsabilità.

Forse la domanda di questo quarto modulo è allora molto semplice: quando entro in conflitto con qualcuno, sto cercando davvero una relazione oppure sto cercando un ruolo da interpretare? Perché il cambiamento comincia quando smettiamo di chiedere all’altro di recitare la parte che il nostro copione gli ha assegnato e cominciamo finalmente a incontrarlo per quello che è. È lì che il gioco può finire. Ed è lì che può cominciare una relazione nuova.

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Antonio e Luisa

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L’arte di aspettare il momento giusto

«Il re disse a Ester, mentre si beveva il vino: “Qual è la tua richiesta? Ti sarà concessa. Che desideri? Fosse anche metà del regno, sarà fatto!”. Ester rispose: “Ecco la mia richiesta e il mio desiderio: se ho trovato grazia agli occhi del re e se piace al re concedermi ciò che chiedo e soddisfare il mio desiderio, venga il re con Aman al banchetto che preparerò per loro; domani farò secondo la parola del re”» (Est 5,6-8).

La maturità nell’amore non consiste nel non provare emozioni, ma nel saperle ascoltare senza lasciarsi dominare, scegliendo il momento e il modo giusto per dire la verità. Clicca qui per leggere i moduli precedenti.

Ester ha compiuto il passo più rischioso: è entrata dal re senza essere stata chiamata. Assuero le ha teso lo scettro d’oro e le ha assicurato che avrebbe accolto la sua richiesta. Tutto sembra pronto. Questo sarebbe il momento più naturale per denunciare Aman e domandare la salvezza del proprio popolo. Eppure Ester non lo fa. Invita il re e Aman a un banchetto. Durante quel banchetto, il re le domanda nuovamente che cosa desideri e le promette ancora una volta che la sua richiesta sarà esaudita. Anche allora Ester attende. Organizza un secondo banchetto e rimanda al giorno seguente la rivelazione decisiva.

Perché non parla immediatamente? Il testo non ci permette di conoscere con certezza tutto ciò che accade nel suo cuore. Possiamo però riconoscere che Ester non si lascia governare dall’urgenza. Non scambia la forza con la precipitazione e non confonde la sincerità con il bisogno di dire tutto subito. Dopo avere trovato il coraggio di entrare, deve ora trovare la sapienza di aspettare. Esiste un tempo per parlare e un tempo per tacere. Non ogni silenzio è paura e non ogni parola immediata è coraggio.

Ester porta dentro di sé emozioni fortissime. Il suo popolo è stato condannato allo sterminio. Davanti a lei siede l’uomo responsabile di quella minaccia. Potrebbe essere travolta dalla rabbia, dal disgusto e dall’ansia. Potrebbe accusare Aman davanti al re, pretendendo una decisione immediata. Invece mantiene la propria lucidità. Non nega ciò che prova, ma non permette alle emozioni di scegliere al posto suo il momento e il modo di agire.

Questa è una capacità fondamentale anche nella vita di coppia. Le emozioni sono preziose perché ci comunicano qualcosa di noi e di ciò che stiamo vivendo. La rabbia può segnalarci che un nostro confine è stato violato. La paura può avvertirci della presenza di un pericolo. La tristezza ci racconta una perdita. La gioia ci indica ciò che ci nutre e ci fa sentire vivi. Le emozioni, però, sono messaggeri: non sempre devono diventare immediatamente azioni. Sentire rabbia non ci obbliga a gridare. Provare paura non significa dover fuggire. Essere tristi non ci condanna a chiuderci. Avere un’emozione è diverso dal lasciarle il governo delle nostre parole e dei nostri gesti.

L’Analisi Transazionale ci aiuta a comprendere che la maturità non consiste nel reprimere il nostro mondo emotivo, ma nel riconoscerlo, nominarlo e integrarlo. Quando siamo travolti da un’emozione, può prendere il comando il nostro stato dell’Io Bambino. Non si tratta necessariamente di qualcosa di negativo: il Bambino custodisce sensibilità, spontaneità, desiderio e creatività. Ma quando una ferita antica viene riattivata, possiamo reagire come se fossimo nuovamente piccoli, indifesi e senza alternative.

Una parola del coniuge può allora sembrare una condanna. Un suo silenzio può essere vissuto come un abbandono. Un disaccordo può trasformarsi nella prova che non siamo amati. La situazione presente si mescola alle esperienze del passato e la nostra reazione diventa molto più intensa di quanto il fatto, da solo, giustificherebbe. Può intervenire anche il Genitore Critico, con il suo bisogno di giudicare e sentenziare: «Sei sempre il solito», «Non cambierai mai», «Una moglie dovrebbe…», «Un vero marito non farebbe…». In quel momento non stiamo più cercando di comprendere ciò che è accaduto. Stiamo processando l’altro.

Lo stato dell’Io Adulto ci permette invece di accogliere l’emozione senza esserne sequestrati. Si domanda: «Che cosa sto provando?», «Che cosa ha suscitato questa emozione?», «Quanto appartiene a ciò che è accaduto oggi e quanto alla mia storia?», «Qual è il bisogno nascosto sotto questa reazione?», «È questo il momento giusto per parlarne?».

L’Adulto non mette a tacere il Bambino e non elimina il Genitore. Li ascolta, verifica la realtà e sceglie una risposta adeguata al presente.

Anche nella coppia possiamo imparare l’arte di aspettare. Ci sono confronti che non dovrebbero iniziare quando siamo stanchi, quando uno dei due sta uscendo per andare al lavoro, quando i figli sono presenti oppure quando la rabbia è così intensa da non permetterci più di ascoltare. Dire: «Questa cosa è importante, ma vorrei affrontarla quando saremo entrambi più tranquilli» non significa fuggire dal problema. Significa custodire il dialogo.

Naturalmente, l’attesa può diventare anche una forma di evitamento. Possiamo rimandare continuamente una conversazione per paura del conflitto, lasciando che la distanza cresca. Per questo una pausa autentica deve contenere anche un impegno: «Ne parliamo questa sera», «Domani, dopo cena, ci prendiamo mezz’ora per noi». Ester non rinuncia alla propria richiesta. La rimanda a un momento preciso e prepara il luogo nel quale poterla esprimere. Aspettare il momento giusto non significa attendere il momento perfetto, perché potrebbe non arrivare mai. Significa scegliere una condizione sufficientemente buona per dire la verità senza trasformarla in un’arma.

Molte discussioni matrimoniali diventano distruttive non tanto per l’argomento affrontato, quanto per il momento e il modo scelti. Una moglie conserva per tutta la giornata una delusione e la comunica al marito quando lui è ormai esausto. Il marito si sente aggredito e risponde male. Lei interpreta quella risposta come la conferma che a lui non interessa ciò che prova. Il contenuto iniziale viene dimenticato e inizia una nuova battaglia.

Oppure uno dei due pretende una risposta immediata: «Dimmi adesso che cosa pensi», «Dobbiamo chiarire subito». Ma l’altro potrebbe avere bisogno di tempo per comprendere ciò che sente. Concedere quel tempo non significa accettare il silenzio indefinito; significa riconoscere che le persone elaborano le emozioni in modi e tempi diversi.

Ester ci insegna anche che il modo in cui prepariamo una conversazione può favorire o ostacolare l’ascolto. Il banchetto crea uno spazio relazionale diverso dalla sala del trono. Non elimina la gravità della questione, ma prepara un contesto nel quale la richiesta potrà essere ascoltata. Nella coppia possiamo fare qualcosa di simile. Una verità delicata può essere detta dopo avere creato vicinanza, non nel mezzo di una lite. Possiamo sederci l’uno davanti all’altra, spegnere il telefono, usare un tono calmo e iniziare dicendo: «Vorrei parlarti di qualcosa che per me è importante. Non voglio accusarti, ma aiutarti a capire ciò che sto vivendo».

Anche le emozioni hanno bisogno di un nome. Dire «sto male» spesso non è sufficiente. Sono triste, impaurito, arrabbiato, deluso, geloso, solo, confuso? Più sappiamo riconoscere con precisione ciò che proviamo, meno avremo bisogno di scaricarlo sull’altro. Un’emozione nominata diventa più comprensibile e più facile da condividere. Gestire le emozioni non vuol dire diventare distaccati. Ester non è fredda. La sua attesa nasce dall’amore per il suo popolo e dalla consapevolezza della posta in gioco. Proprio perché ciò che deve dire è importante, rifiuta di sprecarlo in un gesto impulsivo. La padronanza di sé non spegne la passione: la orienta verso il bene.

Anche Gesù conosce questa libertà interiore. Nei Vangeli lo vediamo commuoversi, piangere, indignarsi e provare angoscia. Non è un uomo senza emozioni, ma un uomo che le vive pienamente senza esserne dominato. Nel Getsemani non nasconde la paura e il dolore, ma li porta davanti al Padre prima di affrontare ciò che lo attende. Per gli sposi cristiani, imparare a gestire le emozioni significa fare altrettanto: non negarle, non vergognarsene e non trasformarle in verità assolute. Possiamo portarle nella preghiera, lasciando che Dio ci aiuti a comprenderle. Possiamo domandarci non soltanto: «Che cosa sento?», ma anche: «Che cosa mi sta chiedendo l’amore in questa situazione?».

Tra l’emozione e l’azione esiste uno spazio di libertà. È lì che possiamo scegliere se ripetere il nostro copione oppure scrivere una risposta nuova. È lì che una reazione può diventare dialogo, una rabbia può diventare richiesta, una paura può diventare affidamento e una ferita può diventare occasione d’intimità. Ester sa che dovrà parlare. Non usa il banchetto per nascondersi, ma per prepararsi. La sua attesa non nasce dall’indecisione: è una forma di sapienza. Ci ricorda che non basta dire la verità; occorre anche imparare a dirla nel modo e nel momento che possano servire davvero l’amore.

Per dialogare insieme

  1. Quali emozioni mi portano più facilmente ad agire o parlare in modo impulsivo?
  2. Quando sono arrabbiato o spaventato, tendo ad attaccare, chiudermi, fuggire oppure pretendere una risposta immediata?
  3. Riesco a distinguere ciò che sta accadendo nel presente dalle ferite della mia storia?
  4. Quali sono i momenti peggiori nei quali affrontiamo abitualmente le questioni delicate?
  5. So concederti il tempo necessario per comprendere ed esprimere ciò che provi?
  6. C’è una conversazione importante che stiamo rimandando? Quale momento concreto possiamo scegliere per affrontarla?

Provate a concordare una regola per i momenti di forte tensione. Quando uno dei due si sente troppo agitato per continuare, potrà chiedere una pausa dichiarando anche quando riprenderà il dialogo. Durante la pausa, ciascuno provi a completare queste frasi: «Io provo…», «Questa emozione mi porta a pensare che…», «La mia paura è…», «Ciò di cui avrei bisogno è…». Quando tornerete a parlarvi, condividete queste risposte senza accusarvi.

Per pregare

Signore Gesù, Tu conosci ogni emozione che attraversa il nostro cuore. Tu non ci chiedi di nasconderla o di vergognarcene, ma di portarla alla luce perché possa essere compresa, purificata e orientata verso l’amore. Quando la rabbia ci spinge a ferirci, insegnaci a fermarci. Quando la paura ci suggerisce di fuggire, donaci il coraggio di restare. Quando la tristezza ci chiude, aiutaci a domandare vicinanza. Quando l’impazienza pretende una risposta immediata, rendici capaci di rispettare i tempi dell’altro. Come Ester, donaci la sapienza di riconoscere il momento giusto. Fa’ che la nostra attesa non sia una fuga e che le nostre parole non siano uno sfogo. Insegnaci a preparare il dialogo, a scegliere il tono adatto e a dire la verità senza trasformarla in un’arma. Guarisci le ferite antiche che rendono sproporzionate le nostre reazioni. Aiutaci a distinguere il coniuge che abbiamo davanti dalle persone che ci hanno ferito nel passato. Rendici adulti nella fede e nell’amore, capaci di ascoltare ciò che sentiamo senza esserne dominati. Signore, entra nelle nostre discussioni e crea tra noi uno spazio di libertà. Dove siamo abituati ad accusare, insegnaci a formulare una richiesta. Dove ci chiudiamo nel silenzio, donaci parole sincere. Dove reagiamo secondo vecchi copioni, mostraci una strada nuova. Fa’ che sappiamo attenderci senza abbandonarci, darci tempo senza allontanarci e affrontare ogni verità ricordando che l’altro non è il nostro nemico, ma la persona che ci hai affidato perché imparassimo ad amare. Donaci un cuore appassionato ma non impulsivo, sensibile ma non prigioniero delle emozioni, prudente ma non impaurito. Fa’ che ogni nostra parola sia pronunciata nel momento giusto e diventi strumento di comunione. Amen.

Antonio e Luisa

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Dimmi come fai l’amore e ti dirò come ami

Forse questa frase può sembrare provocatoria, persino eccessiva: la santità di due sposi passa anche da come fanno l’amore. Siamo abituati ad associare la santità alla preghiera, all’Eucaristia, al servizio, alla carità, alla capacità di perdonare. Tutto vero. Ma per due sposi cristiani c’è un luogo molto concreto nel quale tutto questo viene messo alla prova: il loro corpo. Perché puoi recitare il Rosario ogni giorno, andare a Messa, fare volontariato, partecipare alla vita della parrocchia. Ma poi c’è una domanda dalla quale, nel matrimonio, non puoi scappare: come tocchi tua moglie? Come desideri tuo marito? Come vivi la vostra intimità? Perché da come fai l’amore si capisce molto di come ami.

Il rapporto sessuale non comincia a letto

Uno degli errori più frequenti è pensare che l’intimità coniugale cominci quando due sposi entrano in camera da letto. Non è così. Comincia molto prima. Comincia quando la mattina ti accorgi che lei è stanca e prepari tu il caffè. Quando gli mandi un messaggio senza dover chiedere niente. Quando la guardi mentre parla invece di continuare a scorrere il telefono. Quando torni a corteggiarlo. Quando gli fai capire che, dopo vent’anni, non è diventato semplicemente il padre dei tuoi figli o il coinquilino con cui dividi mutuo, spesa e bollette.

Noi la chiamiamo corte continua. Il matrimonio non dovrebbe mettere fine al corteggiamento. Dovrebbe renderlo più profondo. Prima delle nozze corteggiavi quella persona per conquistarla. Dopo le nozze sei chiamato a corteggiarla perché hai compreso che non puoi mai possederla. L’altro resta sempre un mistero da incontrare.

Anche psicologicamente funziona così. Il desiderio difficilmente cresce dove ci si sente ignorati, svalutati o utilizzati. Ha bisogno di attenzione, sicurezza, complicità, riconoscimento. Una carezza data in cucina può preparare un incontro molto più di qualsiasi tecnica imparata altrove. E qui cominciamo a capire qualcosa di importante: fare bene l’amore significa anzitutto vivere bene la relazione.

Posso desiderarti senza usarti?

Questa, forse, è la domanda decisiva. Perché desiderare il proprio coniuge è bellissimo. Il problema non è il desiderio. Il problema nasce quando il desiderio diventa pretesa. Quando non dico più, anche attraverso il corpo, «Mi dono a te», ma «Tu devi soddisfare me». La differenza può sembrare sottile, ma cambia tutto.

Posso vivere anche un rapporto sessuale all’interno del matrimonio in maniera profondamente egoistica. Posso cercare soltanto la mia soddisfazione. Posso non accorgermi dell’altro. Posso insistere quando l’altro non sta bene. Posso pretendere. Posso usare il suo corpo come strumento per calmare una mia tensione. Essere sposati non rende automaticamente puro tutto ciò che facciamo. La castità coniugale significa proprio questo: imparare a desiderare l’altro senza trasformarlo in un oggetto del nostro desiderio. Non significa desiderare meno. Significa desiderare meglio.

Anche la pornografia cambia il modo in cui facciamo l’amore

Per questo la pornografia non è un problema soltanto perché «la Chiesa dice che è peccato». C’è qualcosa di ancora più profondo. La pornografia educa lo sguardo. E lo educa nella direzione opposta rispetto all’amore coniugale.

La pornografia ti insegna a guardare un corpo separandolo dalla persona. Ti abitua alla ricerca continua della novità. Ti mette al centro. Tutto esiste per eccitarti. Il matrimonio cristiano dice esattamente il contrario: questa persona non esiste per soddisfarmi. È qualcuno che mi è stato affidato perché io possa imparare ad amarlo.

Ecco perché rinunciare alla pornografia non è soltanto togliere qualcosa dalla propria vita. È una forma di ascesi. È dire ai propri occhi: «Voglio imparare nuovamente a guardare mia moglie». È dire al proprio desiderio: «Non voglio consumare corpi. Voglio incontrare una persona». È dire al proprio cuore: «Voglio che il mio desiderio torni ad avere il tuo volto». Anche questa è santità.

Persino la fertilità può diventare scuola d’amore

C’è poi un altro aspetto molto concreto: il modo in cui gli sposi vivono la fertilità. I metodi naturali, quando sono vissuti dentro un autentico discernimento sulla paternità e maternità responsabile, non sono semplicemente un modo «cattolico» per evitare una gravidanza. Possono diventare una vera scuola relazionale.

Richiedono conoscenza del corpo, dialogo, responsabilità condivisa, capacità di attendere. E l’attesa non è necessariamente nemica del desiderio. A volte lo educa. Ci obbliga a ricordare che esistono mille modi per dirsi: ti amo. Ci ricorda che il corpo dell’altro non è sempre disponibile secondo i nostri programmi. E soprattutto ci permette di custodire qualcosa di decisivo: il gesto sessuale continua a raccontare con il corpo ciò che il matrimonio ha promesso con le parole. Mi dono a te interamente.

Naturalmente anche i metodi naturali possono essere vissuti egoisticamente. Nessuna tecnica rende santo il cuore automaticamente. Ciò che conta è la logica che accompagna le nostre scelte: dialogo, responsabilità, rispetto reciproco e apertura alla vita.

Il letto matrimoniale può diventare un luogo spirituale

Forse qui qualcuno storcerà il naso. Eppure dovremmo avere il coraggio di dirlo: la camera da letto degli sposi può essere un luogo profondamente spirituale. Non perché durante l’intimità dobbiamo pensare continuamente a Dio o trasformare tutto in una pratica devozionale. Ma perché la spiritualità cristiana non consiste nel fuggire dal corpo.

Dio stesso ha scelto di prendere un corpo. E nel matrimonio quel corpo diventa linguaggio. Quando due sposi si donano realmente l’uno all’altra, il loro corpo dice qualcosa che le parole da sole non riuscirebbero a esprimere: sono tuo. Non: «sei mio». Sono tuo. È una differenza enorme. Quella stessa logica attraversa tutto il Vangelo. Cristo non prende. Si dona. Non usa. Serve. Non trattiene. Si consegna. Ed è per questo che gli sposi possono imparare qualcosa di Cristo persino attraverso la loro intimità.

La santità può avere il profumo della pelle di tuo marito

Forse abbiamo spiritualizzato troppo la santità. Come se per diventare santi dovessimo diventare un po’ meno uomini e donne. Invece no.

Per te che sei sposato, la santità può avere il profumo dei capelli di tua moglie. Può avere il sapore di un bacio dato dopo una giornata difficile. Può essere una carezza quando non arriverà nessun rapporto sessuale. Può significare aspettare. Può significare ricominciare a corteggiarsi. Può significare spegnere lo smartphone e guardarsi. Può significare chiedere perdono. Può significare imparare il corpo dell’altro senza pretendere di conoscerlo già. Può significare rinunciare a immagini pornografiche perché vuoi conservare i tuoi occhi per una persona reale. Può significare vivere la fertilità insieme invece di scaricarne il peso su uno solo dei due. Può significare cercare il piacere dell’altro e non soltanto il proprio. Può significare perfino fermarsi e chiedere: «Come stai vivendo tu la nostra intimità?»

Domanda pericolosissima. Perché potremmo scoprire che ciò che per noi funziona, per l’altro non funziona affatto. Ma proprio lì comincia l’amore adulto.

Dimmi come fai l’amore…

Alla fine torniamo alla provocazione iniziale. Dimmi come fai l’amore e ti dirò come ami. Non perché la qualità di un matrimonio si possa misurare dal numero dei rapporti sessuali o dall’intensità del piacere. Sarebbe un’altra forma di riduzione. Ma perché nella sessualità emergono molte delle dinamiche più profonde della nostra relazione.

So attendere? So ascoltare? So accogliere un no? So chiedere? So prendermi cura? So lasciarmi conoscere? So mostrarmi vulnerabile? So cercare il bene dell’altro? So donarmi senza possedere? Sono le stesse domande del Vangelo.

Ecco perché anche fare l’amore può diventare una strada di santità. Non perché il sesso diventi improvvisamente una preghiera in senso stretto, ma perché anche lì gli sposi possono imparare quella logica che Gesù ha mostrato per tutta la sua vita: «Questo è il mio corpo, dato per te».

Forse è proprio questo uno dei segreti più belli del matrimonio cristiano. Dio non aspetta gli sposi soltanto davanti al tabernacolo. Li aspetta anche nella loro casa. Nelle loro carezze. Nel loro desiderio. Nelle loro attese. Nelle loro fragilità. E perfino nel modo in cui fanno l’amore.

Perché per due sposi la santità non consiste nel diventare meno innamorati, meno appassionati, meno corporei. Consiste nell’imparare, giorno dopo giorno, ad amare con tutto se stessi. Anima e corpo. Fino a quando anche il loro modo di desiderarsi possa raccontare al mondo qualcosa dell’amore di Dio.

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Antonio e Luisa

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Beata la caduta che ti ha fatto guardare al Cielo

Beata la caduta che ti ha fatto guardare al Cielo e la crisi che ti ha fatto cercare Dio! (Padre Pio)

Ci siamo ritrovati improvvisamente dopo alcuni anni di matrimonio e due figli ad affrontare una profonda crisi che ci ha visti vicini ad una separazione, proprio allora siamo stati aiutati dal parroco che ci aveva uniti in matrimonio che ci ha suggerito il percorso di Retrouvaille. Questo è stato il primo momento nel quale abbiamo avvertito la presenza di qualcuno, nella figura del nostro parroco, che lavorava con noi per la ricostruzione della nostra relazione.

Durante il weekend con cui inizia il programma di Retrouvaille la presenza di Dio tra noi è stata continua, abbiamo vissuto momenti di grande coinvolgimento ed emozione, abbiamo iniziato a guardarci con occhi diversi perché al centro della nostra relazione si faceva spazio la presenza di Cristo. Le coppie che conducevano il weekend i sacerdoti presenti ci hanno coinvolti con discrezione e tanto amore Ci siamo sentiti accolti segno che il Buon Dio ci aveva condotti fino a lì per farci ritrovare.

Al nostro arrivo al weekend, ci sentivamo demoralizzati, scoraggiati e pensavamo di non avere più speranze per il nostro matrimonio, e invece, ascoltando il vissuto di coppie che come noi avevano affrontato la disperazione, ci siamo ritrovati nei loro racconti e abbiamo rivisto la nostra storia con occhi diversi, abbiamo iniziato a dialogare, ad avere fiducia, a darci da fare per la nostra relazione: in tutto questo Dio è diventato centrale.

A volte avvertiamo ancora la fatica della gestione del quotidiano, siamo una famiglia numerosa abbiamo tre figli e lavoriamo entrambi e ricadiamo nelle vecchie abitudini nelle incomprensioni e nella mancanza di dialogo e perdiamo di vista la nostra relazione.

Per superare queste difficoltà cerchiamo di non perdere gli appuntamenti del Core (incontri previsti dal programma Retrouvaille) una volta al mese per continuare il percorso iniziato nel weekend.

Quando ricadiamo nelle vecchie abitudini cerchiamo di spostare la nostra attenzione mettendo al centro Cristo, che ci aiuta mantenere l’impegno a partecipare alla messa domenicale ascoltare la Sua Parola e farne tesoro per la settimana.

Non avremmo mai pensato che la crisi ci avrebbe resi fecondi in Cristo, la vita oggi, dopo aver affrontato il periodo più basso, procede tra mille difficoltà e tante prove, ma le affrontiamo, le viviamo, le superiamo grazie al percorso di Retrouvaille che ci ha fatto ritrovare e alla nostra fede. Mettere al centro Cristo per noi significa imparare a mettere da parte l’io per far fiorire il noi, capire il punto di vista dell’altro, cercare di capirlo venendogli incontro essere in grado di perdonare proprio come Cristo ha fatto con noi.

Un altro strumento che ci ha unito molto durante i periodi di crisi è stata la preghiera insieme, Quando preghiamo insieme proviamo un senso di benessere che ci aiuta a superare le difficoltà quando le parole ed i buoni propositi non bastano. Cerchiamo di non farci mancare gli appuntamenti di preghiera comunitaria previsti ed organizzati dalla nostra comunità di Retrouvaille, rappresentano il sale per la nostra relazione, ci rinforzano e ci continuano a dare la carica per andare avanti con fiducia.

Possiamo dirlo forte benedetta crisi!

Fabio e Teresa (Retrouvaille Italia)

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Superman e la forza dell’amore: la storia di Dana e Christopher

Christopher Reeve era Superman, non soltanto perché aveva interpretato Superman al cinema, ma perché incarnava esattamente quell’immagine: bello, forte, atletico, capace di fare cose straordinarie. Poi, il 27 maggio 1995, durante una gara a cavallo, cade: una frazione di secondo e Superman rimane paralizzato; ha 42 anni, accanto a lui c’è Dana, sua moglie, hanno un figlio piccolo.

I medici gli comunicano la diagnosi in modo chiaro, senza addolcimenti: non camminerai mai più, non muoverai mai più le braccia, non respirerai mai più da solo e avrai bisogno di assistenza 24 ore su 24 per il resto della tua vita. Christopher, in ospedale, non vuole più vivere, la sua condizione è talmente devastante che pensa che sarebbe meglio morire e vuole far staccare le machine. Dana entra nella sua stanza, lo guarda negli occhi e gli dice: “Sei ancora tu. E io ti amo“. ‎Poi si spiega con assoluta chiarezza: “Affrontiamo tutto insieme, faremo in modo che funzioni”.

‎Christopher scoppia a piangere, è il primo momento in cui vuole vivere. Questa frase “Sei ancora tu”, secondo me, contiene dentro tutto il matrimonio. Quando ci sposiamo, diciamo: “Ti amo”, ma spesso, senza rendercene conto, intendiamo: “Ti amo finché sei la persona che ho conosciuto, finché sei bella, desiderabile, sana, finché mi fai stare bene, sei affettuosa, sessualmente disponibile, finché condividi i miei interessi e mi dai quello di cui ho bisogno”. Quando queste condizioni saltano, cominciamo a parlare d’incompatibilità, di benessere personale, di diritto alla felicità, di “rifarsi una vita”, di non poter sacrificare la propria esistenza (addirittura di condanna da parte di Dio).

Non sto dicendo che chi vive una situazione matrimoniale drammatica debba semplicemente stringere i denti e sorridere, ma mi chiedo se abbiamo davvero capito cosa significa sposarsi. Dana ha 33 anni, è lì ogni singolo giorno, lo aiuta a mangiare, a respirare quando i macchinari si guastano; lo gira ogni due ore durante la notte per evitargli le piaghe da decubito. ‎È una cantante e attrice con una sua carriera e i suoi sogni, ma mette tutto in pausa e diventa l’assistente a tempo pieno di Christopher, senza esitazione e senza lamentarsi, perché Dana, davanti a un marito completamente trasformato dalla malattia, guarda Christopher e lo riconosce, è ancora lui.

L’amore sponsale non è innanzitutto amare ciò che l’altro riesce a fare per me, è riconoscere l’altro, anche quando non può più darmi nulla, anzi, forse è proprio lì che si vede se lo amo davvero. Il contratto dice: “Io resto finché tu rispetti le condizioni”, la vocazione dice: “Io ti ho scelto e continuo a riconoscerti come il mio sposo, soprattutto quando è difficile”. Sono due mondi completamente diversi. Ed è per questo che mi dà fastidio quando sento parlare dell’indissolubilità del matrimonio come se fosse una specie di galera inventata dalla Chiesa per rendere infelici le persone.

L’’indissolubilità dice “tu non sei sostituibile”, non sei un prodotto che posso cambiare quando non funziona più, non sei un cellulare da aggiornare, non sei una relazione da sostituire quando ne trovo una più gratificante, sei mio marito, sei mia moglie. Davanti a Dio, ho pronunciato una parola che riguardava te, tutto te, anche quello che non conoscevo ancora, anche la tua vecchiaia, la tua malattia, le tue fragilità e le tue ferite, anche quelle parti di te che un giorno potrebbero diventare difficili da amare. Questo è lo scandalo del cristianesimo, perché Cristo non ci ha amati quando eravamo belli, perfetti e sistemati, ci ha amati sulla croce.

Il matrimonio cristiano non può essere semplicemente una bella storia romantica, è una piccola croce, non perché Dio voglia farci soffrire, ma perché l’amore vero prima o poi chiede di morire a qualcosa di noi stessi. Muore l’idea che l’altro debba essere come voglio io, che la mia felicità venga prima di tutto, che amare significhi ricevere continuamente, che se l’altro cambia allora automaticamente il mio amore debba cambiare.

Dana ha sposato Christopher e quando Christopher si è ammalato, lei non ha smesso di vedere Christopher, questo è il centro. Quante persone, dentro un matrimonio, hanno bisogno di sentirsi dire proprio questo? “Sei ancora tu”, anche se hai sbagliato, anche se sei invecchiato. Ti amo perché sei tu.

La storia di Christopher e Dana, però, non finisce nella stanza dell’ospedale, Christopher sceglie di vivere: torna a casa, inizia una vita completamente diversa. Diventa un instancabile sostenitore della ricerca sulle lesioni spinali e dei diritti delle persone con disabilità. Insieme a Dana costruisce anche una grande opera di sensibilizzazione e sostegno alle famiglie colpite dalla paralisi, La Fondazione Reeve che continua ancora oggi questa missione.

Questo mi fa pensare che a volte noi pensiamo che la fedeltà significhi semplicemente “non andarsene”, ma la fedeltà cristiana è molto di più, è aiutare l’altro a diventare ciò che può ancora diventare. Dana non ha semplicemente assistito Christopher, l’ha aiutato a vivere e Christopher non si è semplicemente lasciato assistere, ha trasformato la propria tragedia in una missione per altri. Questo è matrimonio: due persone che, anche nella sofferenza, continuano a dare la vita.

Nel 1996, Christopher fa la sua prima apparizione pubblica dopo l’incidente ai Premi Oscar, arriva sul palco in sedia a rotelle e parla dei diritti delle persone con disabilità. ‎Nel backstage, Dana lo aiuta con il tubo della respirazione, si avvicina e sussurra: “Sono così orgogliosa di te”. ‎Christopher dirà poi ai giornalisti: “Dana mi ha salvato la vita, non una volta, ogni singolo giorno”. Quante volte siamo orgogliosi del nostro coniuge? E invece ci lamentiamo per le piccole mancanze e perché non è come lo vorremmo?

‎Il 10 ottobre 2004 Christopher Reeve muore per arresto cardiaco, ha 52 anni: sono passati dall’incidente nove anni che Dana avrebbe potuto dedicare a costruirsi un’altra vita con qualcun altro, a vivere qualcosa di più facile e meno doloroso. ‎Invece ha passato ciascuno di quegli anni a prendersi cura dell’uomo che amava. Le chiedono se abbia mai preso in considerazione l’idea di lasciarlo. ‎Sembra davvero sorpresa dalla domanda: “Lasciarlo? Perché mai avrei dovuto lasciarlo? Era sempre Chris, l’uomo che avevo sposato”. Dana Reeve muore all’età di 44 anni per un cancro ai polmoni, meno di due anni dopo Christopher: mi piace pensare che un Amore così grande e immortale non poteva tenerli separati per troppo tempo.

‎A distanza di anni, guardiamo l’eredità di quella che a suo tempo è stata considerata una tragedia, quasi una beffa di Dio, visto che l’uomo d’acciaio si è ritrovato paralizzato su un letto: ‎La Christopher and Dana Reeve Foundation ha raccolto oltre 200 milioni di dollari per la ricerca sulle lesioni del midollo spinale, finanziando veri e propri progressi nel trattamento della paralisi e migliorando la qualità della vita di migliaia di persone che vivono con lesioni simili.

‎Nel 2020, i ricercatori hanno raggiunto qualcosa che Christopher aveva sognato per anni: usare la stimolazione elettrica per aiutare un uomo paralizzato a rimettersi a camminare. ‎Christopher e Dana non hanno vissuto abbastanza per vederlo, ma il loro lavoro lo ha reso possibile. Oggi il figlio, ‎Will Reeve, ha 34 anni e ogni anno, in occasione dei loro anniversari, pubblica foto di loro insieme, sorridenti e scrive sotto la stessa, silenziosa verità: ‎”Amore non significa arrendersi quando le cose si fanno difficili, Amore è ciò che avevano i miei genitori”.

Allora mi chiedo: quell’incidente è stata una condanna per una coppia o una benedizione ancora oggi per migliaia di persone?

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Entrare dal re senza essere chiamata

«Il terzo giorno, Ester indossò le vesti regali e si pose nel cortile interno della reggia, di fronte all’appartamento del re. Il re era seduto sul trono reale nella reggia, di fronte all’ingresso. Appena il re vide la regina Ester nel cortile, ella trovò grazia ai suoi occhi» (Est 5,1-2).

La vulnerabilità è il coraggio di lasciarsi vedere davvero dall’altro, senza poter controllare come saremo accolti. Clicca qui per leggere i moduli precedenti.

Dopo tre giorni di digiuno, Ester si alza e agisce. Ha pregato, ha chiesto il sostegno del suo popolo, ha attraversato la paura e ha scelto di assumersi la propria responsabilità. Ora arriva il momento più difficile: entrare nel cortile interno del palazzo senza essere stata chiamata dal re. Sa che sta violando una legge e che, se il re non le tenderà lo scettro d’oro, potrà essere condannata a morte. Ester non sa come sarà accolta. Non possiede garanzie e non può controllare la risposta del re. Può soltanto presentarsi davanti a lui, esporsi al suo sguardo e attendere.

Questo è il rischio dell’amore: mostrarsi all’altro senza avere la certezza di essere accolti.

Nel modulo precedente abbiamo contemplato Ester che si ferma prima di agire. Il digiuno le ha permesso di uscire dalla reattività e di discernere. Ora, però, la preparazione deve diventare azione. Arriva sempre un momento nel quale non possiamo più restare nascosti dietro le nostre riflessioni, le nostre paure o persino le nostre preghiere. Dobbiamo fare un passo, pronunciare una parola, entrare nella stanza dell’altro. La vulnerabilità comincia proprio qui.

Essere vulnerabili non significa essere deboli. Ester entra nella sala del trono vestita da regina, consapevole della propria dignità e della propria missione. Non si presenta in modo sconsiderato né rinuncia a se stessa. Tuttavia, accetta di esporsi a una risposta che non dipende da lei. La sua forza consiste nel non nascondere la propria fragilità.

Anche nel matrimonio ci sono stanze nelle quali temiamo di entrare senza essere stati chiamati. Sono gli spazi più intimi del cuore dell’altro: le sue ferite, le sue paure, i suoi silenzi. A volte restiamo sulla soglia perché non sappiamo come saremo accolti. Vorremmo dire: «Ho bisogno di te», ma temiamo di apparire dipendenti. Vorremmo confessare: «Quella tua parola mi ha ferito», ma abbiamo paura che l’altro minimizzi. Vorremmo chiedere perdono, ma temiamo che il nostro errore venga usato contro di noi. Così impariamo a proteggerci.

Possiamo nasconderci dietro l’ironia, facendo una battuta proprio quando il discorso diventa profondo. Possiamo rifugiarci nell’efficienza, occupandoci di tutto tranne che della relazione. Possiamo parlare continuamente di figli, lavoro, spese e impegni, evitando accuratamente di raccontare ciò che sta accadendo dentro di noi. Oppure possiamo mostrarci forti, autosufficienti e sempre capaci di cavarcela da soli. Il matrimonio, però, non può vivere soltanto di organizzazione. Due persone possono condividere la stessa casa, lo stesso letto e moltissime responsabilità senza riuscire più a condividere il cuore.

L’Analisi Transazionale ci insegna che alcune paure relazionali possono avere radici molto antiche. Da bambini potremmo aver ricevuto, in modo esplicito o implicito, messaggi come: «Non fidarti», «Non sentire», «Non essere intimo», «Non mostrare le tue debolezze». Forse, quando manifestavamo un’emozione, ci veniva detto di smetterla. Forse le nostre confidenze venivano ridicolizzate. Forse abbiamo imparato che chiedere aiuto significava pesare sugli altri o che mostrare una ferita permetteva alle persone di colpirci proprio lì.

Questi messaggi possono diventare vere e proprie ingiunzioni interiori. Anche da adulti continuiamo a obbedire loro senza rendercene conto. Desideriamo l’intimità, ma quando qualcuno si avvicina davvero ci irrigidiamo. Vogliamo essere compresi, ma non diciamo chiaramente che cosa proviamo. Aspettiamo che il coniuge intuisca il nostro bisogno e, quando non lo fa, concludiamo di non essere amati. Nasce così un paradosso doloroso: chiediamo all’altro di entrare nel nostro mondo, ma lasciamo la porta chiusa.

Ester avrebbe molte ragioni per restare nascosta. Non è certa dell’amore del re e da trenta giorni non viene convocata. Potrebbe interpretare quella distanza come la prova di non essere più importante per lui. Tuttavia, decide di non lasciare che la paura dell’esito determini la sua scelta. Entra nel cortile e permette al re di vederla. La vulnerabilità è proprio questo: lasciarsi vedere.

Nella coppia significa rinunciare, almeno per un momento, alle armature che ci fanno sentire protetti. Invece di dire: «Tu non pensi mai a me», possiamo dire: «In questi giorni mi sono sentito poco importante per te». Invece di accusare: «Non mi ascolti mai», possiamo confessare: «Ho bisogno di sentire che ciò che vivo ti interessa». Invece di chiuderci nella freddezza, possiamo ammettere: «Sono arrabbiato, ma dietro la rabbia c’è la paura di perderti». Le accuse sollecitano facilmente la difesa. La vulnerabilità, invece, offre all’altro la possibilità di avvicinarsi.

Non garantisce che lo farà. Ed è questo il rischio. Possiamo esprimerci con sincerità e non ricevere subito la risposta desiderata. Il coniuge potrebbe non comprendere, potrebbe sentirsi impreparato o reagire a partire dalle proprie ferite. Essere vulnerabili non significa possedere una tecnica capace di ottenere automaticamente una risposta positiva. Significa scegliere la verità anche quando non possiamo controllarne l’esito.

Ester trova grazia agli occhi del re, che le tende lo scettro d’oro e le domanda: «Che hai, regina Ester? Qual è la tua richiesta? Fosse pure metà del mio regno, l’avrai». La sua esposizione viene accolta. Eppure Ester non rivela immediatamente tutto. Invita il re e Aman a un banchetto e prepara con sapienza il momento nel quale presenterà la propria richiesta. Questo particolare è importante. Vulnerabilità non significa raccontare tutto, a tutti e in qualsiasi momento. Non significa esporsi senza discernimento, tollerare abusi o restare senza protezione in una relazione violenta. Ester è coraggiosa, ma anche prudente. Apre una porta senza rinunciare alla propria lucidità. La vulnerabilità autentica rispetta sia la verità sia i tempi necessari per consegnarla.

Anche tra marito e moglie la fiducia non può essere pretesa: deve essere costruita e custodita. Se il coniuge ci consegna una fragilità, riceviamo qualcosa di prezioso. Non possiamo usarla nella discussione successiva, ridicolizzarla o raccontarla ad altri senza permesso. Ogni confidenza accolta con rispetto diventa uno scettro d’oro teso verso l’altro: «Puoi avvicinarti. Qui non devi difenderti».

A volte chiediamo all’altro di aprirsi, ma quando finalmente lo fa ci affrettiamo a correggerlo, giudicarlo o offrirgli una soluzione. Eppure chi si mostra vulnerabile non cerca sempre una risposta. Spesso desidera soltanto sentirsi accolto. Potremmo imparare a dire: «Grazie per avermelo raccontato», «Immagino quanto sia stato difficile dirmelo», «Sono qui con te».

La vulnerabilità richiede il coinvolgimento dello stato dell’Io Adulto, capace di distinguere il presente dal passato. Il Bambino ferito può temere di essere nuovamente respinto; il Genitore Critico può ordinare di non mostrare debolezza. L’Adulto ascolta entrambe queste voci, ma verifica la realtà e compie una scelta nuova: «Questa persona non è chi mi ha ferito allora. Posso provare a fidarmi, procedendo con prudenza». Quando marito e moglie imparano a fare questo, l’intimità cresce. Non perché scompaiano tutte le paure, ma perché nessuno dei due deve più nascondere le proprie fragilità per sentirsi degno d’amore. La casa diventa il luogo nel quale possiamo deporre le vesti della prestazione e presentarci così come siamo.

Anche davanti a Dio possiamo comportarci come se dovessimo essere chiamati soltanto quando siamo in ordine. Ci avviciniamo a Lui mostrando la parte migliore e nascondendo la rabbia, il dubbio, la vergogna o la fatica. Ma Cristo ha già teso verso di noi il suo scettro di misericordia. Possiamo entrare con le nostre ferite, certi di non trovare un sovrano capriccioso, ma un Padre che ci attende.

Il rischio dell’amore resta. Amare significa consegnare all’altro qualcosa che potrebbe ferirci: una speranza, un desiderio, una parte delicata della nostra storia. Ma senza questo rischio non può esistere una vera comunione. Possiamo evitare molte ferite costruendo muri, ma dietro quei muri finiremo per non essere più raggiunti neppure dall’amore.

Ester entra senza essere stata chiamata e scopre di essere attesa da una grazia che ancora non poteva vedere. Anche noi, qualche volta, dobbiamo attraversare la soglia. Forse dall’altra parte non troveremo subito la risposta perfetta, ma avremo interrotto la solitudine. Avremo dato all’altro la possibilità di incontrarci davvero. L’amore comincia quando smettiamo di limitarci a desiderare di essere compresi e troviamo il coraggio di lasciarci conoscere.

Per dialogare insieme

  1. Quali emozioni o fragilità faccio più fatica a mostrarti?
  2. Che cosa temo possa accadere se mi mostro debole davanti a te?
  3. Nella mia storia ho imparato che era meglio non fidarsi, non sentire o non chiedere aiuto?
  4. Quando mi confidi una tua fragilità, riesco ad ascoltarti senza giudicarti, correggerti o offrirti subito una soluzione?
  5. Ho mai usato contro di te, durante una discussione, qualcosa che mi avevi confidato in un momento di intimità?
  6. Quale “stanza” del mio cuore vorrei trovare il coraggio di aprirti?

Scegliete un momento tranquillo nel quale non rischiate di essere interrotti. Ognuno completi questa frase: «C’è una cosa che faccio fatica a dirti perché temo che…». L’altro ascolti senza interrompere e risponda soltanto: «Grazie per esserti fidato di me. Ciò che mi hai affidato è importante». Non cercate subito una soluzione. Lasciate che il primo frutto di questo dialogo sia semplicemente l’esperienza di esservi accolti.

Per pregare

Signore Gesù, Tu ci conosci fino in fondo e non ti allontani davanti alle nostre fragilità. Liberaci dalla paura di non essere degni d’amore e dalle armature dietro le quali abbiamo imparato a proteggerci. Donaci il coraggio di entrare nel cuore dell’altro con rispetto e di permettere all’altro di entrare nel nostro. Insegnaci a esprimere i nostri bisogni senza trasformarli in accuse, a raccontare le nostre ferite senza usarle come armi e a mostrare le nostre emozioni senza vergognarcene. Quando il nostro coniuge ci consegna una parte fragile di sé, rendici capaci di accoglierla con delicatezza. Custodisci le confidenze che ci siamo affidati e impediscici di usarle per ferirci. Donaci parole che siano come lo scettro d’oro teso dal re verso Ester: parole capaci di dire «Puoi avvicinarti, qui sei accolto». Guarisci in noi le antiche paure che ci ordinano di non fidarci, non sentire e non diventare intimi. Aiutaci a riconoscere che la persona che abbiamo accanto non è il nostro passato e che, con la Tua grazia, possiamo scrivere una storia nuova. Come Ester, insegnaci a unire coraggio e prudenza, sincerità e sapienza. Fa’ che sappiamo scegliere il momento e il modo giusto per dire la verità, senza nasconderci e senza ferire. Ricordaci che davanti a Te non dobbiamo indossare alcuna maschera. Tu conosci già ciò che proviamo e continui a tenderci il Tuo scettro di misericordia. Rendici una coppia nella quale nessuno debba essere perfetto per essere amato e nella quale ogni fragilità possa diventare occasione di comunione. Donaci il coraggio di attraversare la soglia, di lasciarci vedere e di accoglierci nuovamente, così come siamo. Amen.

Antonio e Luisa

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Gesù nel Getsemani: quando le emozioni non sono nemiche

Il terzo modulo del percorso “In Relazione Con Te – Fede, psiche e libertà affettiva alla scuola di Cristo” ci conduce in uno dei momenti più intensi e umanamente sconvolgenti della vita di Gesù: il Getsemani. Dopo aver lavorato, nel primo modulo, sugli Stati dell’Io e, nel secondo, sull’ascolto attivo e sulla comunicazione efficace, arriviamo ora a un livello ancora più profondo delle nostre relazioni: il mondo delle emozioni e delle paure. Perché possiamo imparare a comunicare meglio e conoscere maggiormente noi stessi, ma se non sappiamo riconoscere ciò che proviamo rischiamo continuamente di essere governati proprio dalle emozioni che cerchiamo di ignorare. Nel Getsemani Gesù non ci mostra un uomo incapace di provare paura, ma una persona che attraversa fino in fondo l’angoscia senza lasciare che essa decida al suo posto.

Un Gesù che ha paura

Siamo abituati a pensare alla fede come alla capacità di essere forti. Quasi come se avere paura significasse credere poco, essere tristi fosse indice di scarsa fiducia in Dio e provare rabbia, ansia o smarrimento fosse qualcosa da correggere il prima possibile. Poi apriamo il Vangelo e troviamo Gesù nel Getsemani. Gesù sa che la sua ora è vicina. Porta con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e non nasconde ciò che sta vivendo. Dice ai discepoli: «La mia anima è triste fino alla morte». Non minimizza. Non spiritualizza. Non dice che va tutto bene perché tanto il Padre provvederà. Gesù sente l’angoscia, la tristezza e la paura di ciò che sta per accadere.

Questo dovrebbe dirci qualcosa di molto importante: provare un’emozione difficile non significa essere deboli e non significa avere poca fede. Le emozioni fanno parte della nostra umanità. Non sono un errore del sistema da eliminare. Sono messaggi che raccontano qualcosa di ciò che stiamo vivendo.

La paura può dirci che percepiamo un pericolo. La tristezza può raccontarci una perdita. La rabbia può segnalare che un confine è stato violato o che qualcosa per noi importante è stato ferito. La gioia ci parla di ciò che sentiamo come buono e desiderabile. Il problema non è provare queste emozioni. Il problema nasce quando non sappiamo riconoscerle oppure quando permettiamo loro di guidare automaticamente le nostre decisioni.

Quando non sappiamo dare un nome a ciò che sentiamo

Nelle relazioni accade molto più spesso di quanto immaginiamo. Pensiamo di essere arrabbiati con nostro marito o nostra moglie, ma magari dietro quella rabbia c’è paura: paura di non essere più importanti, di essere abbandonati, di non essere compresi. Oppure ci convinciamo di essere semplicemente stanchi, mentre sotto quella stanchezza esiste una tristezza che non ci siamo mai concessi di ascoltare.

Quando non riconosciamo l’emozione che stiamo vivendo, essa tende a trovare altre strade per esprimersi. Può diventare irritazione, chiusura, aggressività, silenzi prolungati, controllo, bisogno di approvazione o fuga dalle situazioni difficili. Una persona potrebbe dire: “Non sono preoccupato”, e trascorrere la giornata cercando di controllare ogni dettaglio. Potrebbe dire: “Non sono arrabbiato”, mentre risponde in modo pungente a chiunque gli stia vicino. Potrebbe dire: “Non mi interessa”, mentre in realtà sta cercando di proteggersi dalla possibilità di essere ferito. Imparare a riconoscere le emozioni significa allora iniziare a domandarsi: che cosa sto sentendo davvero?

Gesù non scappa dalla sua emozione

Nel Getsemani Gesù compie qualcosa di estremamente importante. Non nega la paura, ma non coincide con la paura. La esprime al Padre: «Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice». Gesù porta dentro la preghiera il proprio desiderio. Non recita la parte di chi non prova nulla. Non finge di desiderare la sofferenza. Dice ciò che sente. Poi aggiunge: «Però non come voglio io, ma come vuoi tu». Qui troviamo una distinzione fondamentale anche per la nostra maturità emotiva: un’emozione può essere vera senza dover necessariamente diventare un comportamento.

Posso essere arrabbiato senza aggredire. Posso avere paura senza fuggire. Posso essere geloso senza controllare l’altro. Posso sentirmi ferito senza ferire a mia volta. Posso provare un’emozione molto intensa e, contemporaneamente, scegliere ciò che considero buono. La libertà non consiste nel non sentire. Consiste nel riuscire a sentire senza essere completamente trascinati da ciò che sentiamo.

Nelle relazioni le emozioni parlano prima delle parole

Pensiamo a una situazione molto semplice. Un marito torna a casa e trova la moglie fredda e distante. Le chiede cosa sia successo e lei risponde: “Niente”. In realtà qualcosa è successo. Forse si è sentita trascurata. Forse aspettava un messaggio che non è arrivato. Forse ha vissuto una giornata difficile e avrebbe desiderato sentirsi cercata. Ma invece di esprimere quella vulnerabilità, emerge la distanza. Oppure un uomo viene criticato dalla moglie e reagisce immediatamente con rabbia. Potrebbe sembrare semplicemente aggressivo, ma sotto quella rabbia può esserci un’emozione molto diversa: la paura di non essere abbastanza, la sensazione di aver fallito, una vecchia ferita che gli fa percepire ogni osservazione come una condanna. Se ci fermiamo soltanto al comportamento, rischiamo di combattere contro ciò che vediamo. Se impariamo a riconoscere anche l’emozione, possiamo iniziare davvero a comprendere.

Questo non significa giustificare ogni comportamento. Dire “ero arrabbiato” non rende accettabile ferire qualcuno. Le emozioni spiegano, ma non cancellano la responsabilità delle nostre azioni. Proprio per questo imparare a riconoscerle aumenta, e non diminuisce, la nostra responsabilità.

La paura ha bisogno di essere attraversata

Nel Getsemani Gesù non affronta tutto da solo. Chiede ai suoi amici: «Restate qui e vegliate con me». Anche questo è profondamente umano. Quando attraversiamo emozioni difficili abbiamo bisogno di qualcuno che sappia restare. Non sempre abbiamo bisogno di qualcuno che risolva il problema. A volte abbiamo semplicemente bisogno di poter dire: “Ho paura”, senza sentirci rispondere immediatamente: “Non devi avere paura”. Quella frase viene spesso pronunciata con buone intenzioni, ma rischia di chiudere la comunicazione. Se una persona ha paura, dirle che non dovrebbe averne non elimina la paura. Può invece farla sentire sbagliata anche per ciò che prova. Molto più utile potrebbe essere domandare: “Che cosa ti spaventa?”. Oppure: “Vuoi raccontarmi cosa stai vivendo?”. È ancora una volta l’incontro tra consapevolezza emotiva e ascolto.

Imparare ad abitare ciò che sentiamo

Il terzo modulo di In Relazione Con Te vuole aiutarci proprio a entrare in questo territorio: imparare a riconoscere, nominare e comprendere le nostre emozioni, con una particolare attenzione alle paure che influenzano il nostro modo di stare nelle relazioni.

Quali emozioni ci permettiamo di mostrare? Quali invece abbiamo imparato a nascondere? Quali ci mettono maggiormente in difficoltà? Cosa facciamo quando abbiamo paura? Ci chiudiamo? Attacchiamo? Cerchiamo di controllare tutto? Chiediamo continuamente rassicurazioni? Fingiamo di non aver bisogno di nessuno? Sono domande che possono aprire porte importanti dentro di noi.

Il percorso In Relazione Con Te mette ancora una volta in dialogo il Vangelo con gli strumenti della psicologia per aiutarci non semplicemente a “funzionare meglio”, ma a diventare persone più consapevoli e quindi più libere nelle nostre relazioni. Il Getsemani ci consegna un Gesù profondamente umano. Un Gesù che sente paura, tristezza e angoscia, che chiede vicinanza, che esprime ciò che desidera e che, proprio attraversando quello che sente, riesce a scegliere liberamente.

Forse la maturità emotiva comincia proprio qui: non nel tentativo di smettere di avere paura, ma nell’imparare ad ascoltare la paura senza permetterle di scegliere al posto nostro.

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Antonio e Luisa

Prima di agire, fermati

«Va’, raduna tutti i Giudei che si trovano a Susa: digiunate per me, non mangiate e non bevete per tre giorni, notte e giorno. Anch’io con le mie ancelle digiunerò nello stesso modo; dopo entrerò dal re, sebbene ciò sia contro la legge. Se dovrò perire, perirò» (Est 4,16).

Prima di agire, fermati: il discernimento non elimina la prova, ma ti rende libero di affrontarla senza lasciare che paura, rabbia e ferite decidano al posto tuo. Clicca qui per leggere i moduli precedenti.

Ester ha ormai compreso ciò che deve fare. Le parole di Mardocheo l’hanno raggiunta nel profondo: forse è diventata regina proprio per un tempo come questo. La vita del suo popolo è minacciata e lei non può più restare nascosta nel palazzo. Dovrà presentarsi al re senza essere stata convocata, sapendo che questo gesto potrebbe costarle la vita. La decisione è presa, ma Ester non agisce immediatamente. Non si lascia trascinare dall’agitazione, dalla paura o dall’urgenza. Prima di entrare dal re, chiede a Mardocheo di radunare tutti i Giudei presenti a Susa e di digiunare per lei per tre giorni e tre notti. Anche lei e le sue ancelle faranno lo stesso.

Questa sosta non è una fuga dalla responsabilità. Ester non sta cercando un pretesto per rimandare. Al contrario, proprio perché ha deciso di agire, sente il bisogno di preparare il proprio cuore. Non vuole affrontare il re soltanto con le proprie forze, reagendo sotto la pressione degli eventi. Desidera entrare in quella situazione con una libertà interiore che in quel momento ancora non possiede pienamente. Il digiuno crea uno spazio. Interrompe il ritmo abituale, ridimensiona i bisogni immediati e ci ricorda che non siamo onnipotenti. Ester è regina, ma sa di non poter salvare da sola il proprio popolo. Ha una posizione privilegiata, ma non può controllare la reazione del re. Può scegliere di presentarsi davanti a lui, ma non può stabilire in anticipo quale sarà l’esito.

Fermarsi significa accettare di non avere tutto sotto controllo. Nella vita di coppia, invece, spesso reagiamo proprio perché non sopportiamo questa sensazione d’impotenza. Quando ci sentiamo feriti, ignorati o minacciati, avvertiamo il bisogno di fare subito qualcosa. Vogliamo chiarire immediatamente, ottenere una risposta, costringere l’altro a riconoscere il proprio errore. Temiamo che, se non interveniamo subito, perderemo il controllo della situazione. Così pronunciamo parole che non avremmo voluto dire. Inviamo messaggi scritti nella rabbia. Trasformiamo una domanda in un interrogatorio. Pretendiamo di risolvere in pochi minuti questioni che si sono formate nel corso degli anni. Oppure reagiamo chiudendoci, allontanandoci e punendo l’altro con il silenzio.

Fermarsi non significa ignorare il problema. Significa evitare che sia la parte più ferita di noi a decidere come affrontarlo. L’Analisi Transazionale ci aiuta a riconoscere che non sempre rispondiamo alla situazione presente per ciò che essa realmente è. A volte una parola del coniuge riattiva esperienze molto più antiche. Un ritardo può essere vissuto come un abbandono; una critica come la conferma di non valere; una richiesta come un tentativo di controllo. Il nostro Bambino ferito prova paura, rabbia o vergogna e cerca immediatamente di difendersi. Oppure prende il comando il nostro Genitore Critico, che giudica, accusa e stabilisce chi ha ragione e chi ha torto.

In questi momenti la reazione è rapida, automatica e spesso sproporzionata. Non stiamo più incontrando soltanto nostro marito o nostra moglie: stiamo rispondendo anche alle voci, alle paure e alle ferite della nostra storia. Uscire dalla reattività significa permettere allo stato dell’Io Adulto di tornare presente. L’Adulto non cancella le emozioni e non ci chiede di diventare freddi. Le ascolta, ma non consegna loro il governo delle nostre azioni. Si domanda: «Che cosa sta accadendo davvero?», «Quali fatti conosco e quali sto immaginando?», «Che cosa provo?», «Quale ferita si è riaperta?», «Che cosa desidero ottenere da questa conversazione?». Tra lo stimolo e la risposta esiste uno spazio. Il discernimento abita proprio quello spazio.

Ester avrebbe potuto precipitarsi dal re dominata dal panico. Avrebbe potuto accusarlo, implorarlo in modo confuso o rivelare impulsivamente tutto ciò che sapeva. Invece digiuna. Non perché il tempo non sia importante, ma perché ciò che deve compiere è troppo importante per essere affidato all’impulso. Anche nella coppia ci sono momenti nei quali abbiamo bisogno di dire: «Questa cosa è importante e desidero affrontarla, ma ora sono troppo agitato. Fermiamoci e riprendiamola quando saremo capaci di ascoltarci». Questa frase non deve diventare un modo per evitare il confronto. La pausa deve avere un tempo e un ritorno: «Ne riparliamo questa sera», oppure: «Prendiamoci un’ora e poi torniamo qui».

Il silenzio del discernimento è diverso dal silenzio punitivo. Il silenzio punitivo allontana e lascia l’altro nell’incertezza; quello del discernimento prepara un incontro. Il primo vuole far soffrire, il secondo vuole impedire che la sofferenza produca altra sofferenza.

Per noi cristiani fermarsi significa anche fare spazio a Dio. Può voler dire pregare, sostare davanti al tabernacolo, aprire la Scrittura, chiedere consiglio a una persona saggia o rinunciare per un tempo a ciò che crea rumore dentro di noi. Non sempre riceveremo una risposta immediata, ma potremo ritrovare la giusta disposizione del cuore. Il discernimento non serve a trovare una soluzione che non costi nulla. Dopo tre giorni di digiuno, Ester non scopre una strada priva di pericoli. Dovrà comunque entrare dal re e rischiare la vita. La preghiera non elimina la prova, ma la rende capace di attraversarla senza essere dominata dalla paura.

Anche noi qualche volta preghiamo sperando che Dio cambi subito il coniuge, risolva il problema o ci eviti una conversazione difficile. Il Signore, invece, può usare quella sosta per cambiare prima di tutto il nostro sguardo. Forse ci farà comprendere che dobbiamo chiedere perdono. Forse ci mostrerà che dietro la rabbia dell’altro si nasconde una sofferenza. Forse ci darà il coraggio di stabilire un limite necessario o di dire una verità che abbiamo taciuto troppo a lungo.

Il digiuno di Ester non è soltanto individuale. La regina domanda che tutto il popolo digiuni con lei. Sa di avere bisogno del sostegno degli altri. Anche una coppia non dovrebbe affrontare sempre da sola le prove più grandi. Esistono momenti nei quali è necessario chiedere la preghiera di una comunità, il sostegno di una guida spirituale o l’aiuto competente di un professionista. Chiedere aiuto non significa ammettere il fallimento del matrimonio, ma riconoscere che la comunione ha bisogno di essere custodita.

Prima di agire, dunque, fermiamoci. Non per paura, non per rimandare all’infinito e neppure per sottrarci alle nostre responsabilità. Fermiamoci per distinguere la realtà dalle nostre interpretazioni, il bisogno autentico dalla pretesa, la verità dall’accusa, la voce di Dio dal frastuono delle nostre ferite. Ester entra nel digiuno impaurita e ne esce decisa: «Se dovrò perire, perirò». Non controlla più l’esito, ma ha scelto come vivere ciò che l’attende. Questa è la libertà che nasce dal discernimento: non la certezza che tutto andrà come desideriamo, ma la pace di compiere con amore ciò che abbiamo riconosciuto come vero.

Per dialogare insieme

  1. In quali situazioni tendo a reagire immediatamente senza ascoltare davvero ciò che sta accadendo?
  2. Quando mi sento ferito, reagisco attaccando, accusando, chiudendomi oppure fuggendo?
  3. Quali parole o comportamenti del coniuge riattivano più facilmente le ferite della mia storia?
  4. So chiedere una pausa senza usarla per evitare il confronto o punire l’altro?
  5. Nelle decisioni importanti sappiamo pregare e discernere insieme oppure ciascuno cerca di imporre la propria soluzione?
  6. C’è una situazione della nostra coppia per la quale dovremmo chiedere aiuto, consiglio o preghiera?

Scegliete una questione che tende a provocare reazioni impulsive. Ognuno descriva ciò che accade dentro di sé usando queste quattro espressioni: «Il fatto è…», «Io provo…», «La mia paura è…», «Avrei bisogno di…». Ascoltatevi senza interrompervi e concordate un piccolo gesto di pausa da utilizzare nelle prossime discussioni: una parola condivisa, dieci minuti di silenzio, una breve preghiera o un momento preciso nel quale riprendere il dialogo.

Per pregare

Signore Gesù, insegnaci a fermarci prima che la paura, la rabbia o l’orgoglio decidano al posto nostro. Donaci uno spazio interiore nel quale poter ascoltare la Tua voce e riconoscere ciò che sta realmente accadendo dentro di noi. Quando le ferite del passato si riaccendono, aiutaci a non confonderle con il presente. Quando ci sentiamo minacciati, liberaci dal bisogno di accusare, controllare o punire. Quando vorremmo risolvere tutto immediatamente, ricordaci che l’amore sa anche attendere il momento giusto. Donaci un cuore capace di digiuno: libero dalla pretesa di avere sempre ragione, dal bisogno di vincere e dal desiderio di cambiare l’altro. Fa’ che le nostre pause non diventino muri, ma spazi nei quali preparare un incontro più vero. Come Ester, rendici consapevoli della nostra fragilità e, nello stesso tempo, capaci di assumerci le nostre responsabilità. Insegnaci a chiedere aiuto e ad affidarci alla preghiera di chi cammina accanto a noi. Non Ti chiediamo una vita senza decisioni difficili, ma la sapienza per discernerle; non una relazione senza conflitti, ma un amore che non si lasci governare dalla reattività. Donaci la libertà di fare ciò che è vero e buono, affidando a Te ciò che non possiamo controllare. Fa’ che, dopo esserci fermati davanti a Te, possiamo tornare l’uno davanti all’altra con parole più limpide, uno sguardo più misericordioso e un cuore disposto a scegliere nuovamente l’amore. Amen.

Antonio e Luisa

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La vita è bella (con Dio)

Mia mamma cantava, mio padre fischiava. Se hai una mamma che canta e un padre che fischia, tre quarti dell’educazione è fatta. Perché per tutta la vita ti chiederai come facesse tua madre a cantare, quando a mezzanotte, stanca morta, cominciava a lavare i panni… ma canticchiava.

Così Franco Nembrini, durante Adolescence, una serie di incontri della Fondazione Oltre a tema adolescenza. E questa parabola educativa sembra, oggi, davvero lontana dalla percezione dell’educazione genitoriale comune! Che possano essere utili libri, manuali, spunti pedagogici, psicologici, eccetera… è vero. Le professioni che ruotano attorno all’universo bimbo sono tante, preziose, valevoli e spesso necessarie.

Qua c’è da fare un passo oltre: il primo latte che nutre un figlio qual è? Quello dato dall’allattamento, naturale o artificiale? Il primo latte è il noi di coppia. Il primo nutrimento di un figlio è la relazione fra madre e padre.

Come mamma e babbo si cercano, si parlano, a volte discutono ma si riappacificano, in che modo fanno la pace, quali parole usano con gli altri e fra loro. Sembra una grande responsabilità e in parte lo è – ma non verso i figli quanto verso il nostro sposo o sposa. Perché i figli beneficiano della qualità della relazione di coppia, del bene che abita la casa – al contempo, se il noi vacilla o stride, se il clima in casa è teso o difficile, anche questo viene assorbito dai piccoli. Non possiamo nasconderci da questo, anche se a volte preferiremmo non fosse vero – ci sentiremmo certamente sollevati da questa grande responsabilità e possiamo, effettivamente, anche vivere come se non fosse nostra.

Una cara amica, in presenza della figlia piccola, mi ha parlato del padre per oltre un’ora: le sue non erano parole gentili ma rancorose e taglienti. Litigi, screzi, distanze e una paventata separazione. La bimba certamente non ha compreso il contenuto di quei discorsi ma ha comunque respirato il disprezzo per il padre: l’età la preserva dai dettagli ma non dal clima che si respira in famiglia. I problemi di coppia, se ci sono, occorre siano certamente affrontati in modo serio e responsabile: nel mentre, è possibile tutelare e custodire eventuali figli presenti, che non hanno responsabilità dei nostri conflitti? Non è forse anche questa educazione? Mostrare che padre e madre si amano e si rispettano, che si è famiglia anche nei momenti difficili, a partire dalle parole dette e non. Senza generalizzare o nascondere eventuali crisi, mostrando ai figli una falsa realtà – ma affrontando i deserti con maturità, trattando i figli come persone senzienti, che meritano di respirare aria buona in casa.

E per noi due? Qual è il primo latte della nostra fede? Cosa ci nutre come singoli e come coppia? Il latte per un neonato non è solo nutrimento spicciolo. È contatto, benessere, vicinanza, calore e sicurezza. È tutto ciò che serve, prodotto in quel preciso momento e diverso ad ogni ora del giorno.

Come sposi o genitori, non c’è spazio per l’improvvisazione. Non possiamo canticchiare o fischiettare – riprendendo Nembrini – solo sforzandoci di farlo, perché così sembreremo felici agli occhi degli altri o dei figli. È irrealistico pensarci sempre sorridenti, è vero, ma dove abita il cuore (di una madre o di un padre) che canta nella fatica?

A parer mio, la risposta comprende la gratitudine. Un cuore grato è un cuore pieno, traboccante e perciò naturalmente portato a restituire quella Bellezza di cui gode. Come un vaso che viene riempito e, ormai colmo di acqua, non può fare altro che buttare fuori ciò che riceve: così è anche il cuore di noi sposi, se accogliamo la Vera acqua, quella che disseta davvero. Non si canta o si fischietta per educare ad una vuota spensieratezza: si è lieti nel Signore e dunque questa misteriosa letizia viene allo scoperto, per ognuno in modo diverso ma sempre autentico.

Gli sposi felici non sono felici perché sono sposi: prima di tutto, sono felici perché figli di Dio. Più del loro coniuge, amano Dio. Da qui, deriva tutto il resto, dalle piccole alle grandi scelte quotidiane… e anche la fatica della mezzanotte, quando si riordina una stanza caotica, si avvia una lavatrice, si stendono i panni, può diventare tempo di canto e ringraziamento. E i figli non capiranno subito ma avranno una grande e bella testimonianza di fede: babbo e mamma sono felici di vivere! La vita è bella, con Dio!

Giada Moneti @nesentilavoce

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La Samaritana e l’arte di sentirsi davvero ascoltati

Il secondo modulo del percorso “In Relazione Con Te – Fede, psiche e libertà affettiva alla scuola di Cristo” ci porta al pozzo di Sicar, nell’incontro tra Gesù e la Samaritana, raccontato nel Vangelo di Giovanni (Gv 4,1-42). Dopo aver lavorato, nel primo modulo, sugli Stati dell’Io e sulla capacità di riconoscere da quale parte di noi entriamo nelle relazioni, facciamo ora un passo ulteriore: imparare ad ascoltare davvero e a comunicare con autenticità. Perché possiamo conoscere molte cose di noi stessi, ma se non sappiamo incontrare l’altro attraverso una comunicazione capace di unire verità, rispetto ed empatia, le nostre relazioni continueranno facilmente a riempirsi di incomprensioni. Il tema centrale di questo secondo modulo sarà quindi l’ascolto attivo e la comunicazione efficace: accogliere l’altro ed esprimersi con autenticità.

Un incontro che non avrebbe dovuto esserci

La scena raccontata da Giovanni è molto più sorprendente di quanto possa sembrare a una lettura veloce. Gesù arriva stanco presso un pozzo della Samaria. È mezzogiorno. Una donna viene ad attingere acqua e Gesù le rivolge una richiesta molto semplice: «Dammi da bere». Potremmo passare oltre velocemente, ma già in queste poche parole succede qualcosa di straordinario. Un uomo giudeo sta parlando con una donna samaritana. Due mondi che, secondo le convenzioni dell’epoca, avrebbero dovuto restare distanti si incontrano.

La donna stessa resta stupita: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». In altre parole: “Perché stai parlando con me?”. Forse è una domanda che tante persone portano dentro, anche se non la esprimono apertamente. “Perché dovresti interessarti davvero a ciò che provo?”. “Perché dovresti ascoltarmi?”. “Perché dovresti accogliermi se conoscessi fino in fondo la mia storia?”.

Gesù fa qualcosa che nelle nostre relazioni spesso ci riesce difficile: rimane nel dialogo. Non si lascia bloccare dalle difese della donna, non la giudica, non la mette immediatamente davanti ai suoi errori, non cerca di dimostrarle di avere ragione. La accompagna lentamente verso qualcosa di più profondo.

Ascoltare non significa semplicemente stare zitti

Spesso pensiamo di saper ascoltare perché restiamo in silenzio mentre l’altro parla. Ma ascoltare davvero è molto di più. Possiamo tacere e, nel frattempo, preparare mentalmente la nostra risposta. Possiamo ascoltare solo per trovare il punto debole dell’argomentazione dell’altro. Possiamo aspettare che finisca per spiegargli perché ha torto. Possiamo perfino fingere attenzione mentre dentro di noi abbiamo già emesso una sentenza.

L’ascolto attivo richiede invece di provare a comprendere ciò che l’altra persona sta realmente comunicando, non soltanto attraverso le parole ma anche attraverso le emozioni, i bisogni, le paure e le attese che quelle parole portano con sé. Significa chiedersi: “Che cosa mi sta dicendo davvero questa persona?”. Non per interpretarla arbitrariamente, ma per offrirle uno spazio nel quale possa esprimersi senza sentirsi immediatamente giudicata.

Gesù fa proprio questo con la Samaritana. Le permette di parlare, risponde alle sue domande, entra nella sua esperienza e progressivamente la conduce più in profondità. Il dialogo non resta sulla superficie dell’acqua del pozzo. Arriva alla sua sete più vera.

Verità ed empatia possono stare insieme

C’è però un aspetto fondamentale. Gesù non confonde l’accoglienza con il dire che tutto va bene. A un certo punto le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». La donna risponde: «Io non ho marito». Gesù le fa sapere di conoscere la verità della sua situazione. Eppure quella verità non diventa un’arma.

Questa è forse una delle cose più difficili da imparare nelle relazioni: dire la verità senza usarla contro l’altro. Molte volte conosciamo benissimo i punti deboli delle persone che ci sono vicine. In una coppia, dopo anni di matrimonio, sappiamo perfettamente quali parole possono ferire il coniuge. In famiglia conosciamo le fragilità dei nostri figli o dei nostri genitori. Conosciamo le ferite degli amici. E proprio per questo possiamo usare la verità per costruire oppure per colpire.

Gesù non evita la storia della Samaritana, ma non la riduce ai suoi errori. Vede ciò che ha vissuto e, nello stesso tempo, vede molto di più. Vede la persona che ha davanti. Una comunicazione autentica deve imparare a tenere insieme questi due elementi: verità ed empatia. Senza verità, la relazione rischia di diventare falsa. Senza empatia, la verità rischia di diventare violenza.

Quando comunichiamo per difenderci

Molti dei nostri conflitti nascono perché non comunichiamo per incontrare l’altro ma per proteggerci. Ci sentiamo attaccati e contrattacchiamo. Ci sentiamo ignorati e alziamo la voce. Ci sentiamo giudicati e iniziamo a giustificarci. L’altro dice una frase, ma noi non ascoltiamo soltanto quella frase: ascoltiamo tutto ciò che essa risveglia dentro di noi.

Pensiamo a una discussione di coppia. Una moglie dice al marito: “Ultimamente ti sento distante”. Lui potrebbe sentire immediatamente un’accusa: “Mi stai dicendo che sono un cattivo marito”. E allora risponde: “Ma se lavoro tutto il giorno per questa famiglia!”. A quel punto lei si sente ancora meno ascoltata e replica: “Vedi? Non riesci mai a capire quello che ti sto dicendo”. In pochi secondi entrambi stanno difendendosi e nessuno sta più ascoltando.

L’ascolto attivo potrebbe cambiare completamente quella conversazione. Il marito potrebbe rispondere: “Quando dici che mi senti distante, cosa intendi? Cosa ti manca?”. Non significa assumersi automaticamente una colpa. Significa cercare di comprendere prima di reagire.

Allo stesso modo comunicare efficacemente significa imparare anche a esprimere ciò che proviamo senza trasformarlo immediatamente in un’accusa. C’è una grande differenza tra dire “Tu non ci sei mai” e dire “In questo periodo sento la mancanza di momenti in cui possiamo stare insieme”. Nel primo caso l’altro si sentirà probabilmente giudicato. Nel secondo gli stiamo offrendo la possibilità di conoscere ciò che accade dentro di noi.

Gesù porta alla sorgente

Nel dialogo con la Samaritana Gesù utilizza l’immagine dell’acqua viva. La donna è arrivata al pozzo per soddisfare una sete concreta, ma Gesù la aiuta progressivamente a riconoscere una sete più profonda. È quello che accade quando una persona si sente davvero ascoltata: spesso parte raccontando un problema e, mentre parla, comincia a scoprire qualcosa di sé che prima non aveva visto.

L’ascolto autentico non serve sempre a dare una soluzione. Questa è un’altra tentazione molto comune. Quando qualcuno ci racconta una difficoltà, sentiamo immediatamente il bisogno di spiegargli cosa dovrebbe fare. A volte, invece, la prima cosa di cui ha bisogno è semplicemente sentirsi accolto e compreso.

Quante volte una persona ci parla e noi, dopo trenta secondi, abbiamo già pronto il consiglio? E quante volte il nostro consiglio, magari anche giusto, non viene accolto perché è arrivato prima dell’ascolto? Gesù non tratta la Samaritana come un problema da risolvere. Entra in relazione con lei. Ed è proprio dentro quella relazione che la donna può iniziare a guardare con occhi nuovi la propria storia.

Ascoltare l’altro per incontrarlo davvero

Il secondo modulo di In Relazione Con Te vuole aiutarci proprio a lavorare su questo: come ascoltiamo e come comunichiamo? Ci limiteremo alle parole dell’altro oppure proveremo davvero a comprenderne il significato? Sappiamo fare domande che aprono il dialogo o utilizziamo domande che suonano già come accuse? Sappiamo esprimere ciò che proviamo oppure aspettiamo che l’altro lo intuisca? Sappiamo dire una verità difficile conservando rispetto e attenzione per la persona che abbiamo davanti?

L’obiettivo non è imparare qualche tecnica per diventare comunicatori perfetti. Le tecniche possono aiutare, ma ciò che conta davvero è la qualità della relazione. L’ascolto attivo nasce prima di tutto dalla decisione di riconoscere che l’altro è una persona da incontrare, non un avversario da convincere.

Il percorso In Relazione Con Te mette in dialogo Vangelo e strumenti psicologici per aiutarci a comprendere meglio ciò che accade nelle nostre relazioni. E nel secondo modulo sarà proprio la Samaritana ad accompagnarci. Una donna che arriva al pozzo forse pensando semplicemente di prendere dell’acqua e che torna al suo villaggio trasformata da un incontro. Gesù non ha soltanto parlato con lei. L’ha ascoltata, l’ha conosciuta nella verità e l’ha accolta senza ridurla alla sua storia.

Forse anche le nostre relazioni potrebbero cambiare iniziando da una domanda molto semplice: quando l’altro mi parla, sto davvero cercando di incontrarlo oppure sto soltanto aspettando il mio turno per rispondere?

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Antonio e Luisa

Un convegno che mi ha aperto il cuore

Ci sono convegni dai quali torni a casa con qualche appunto in più e altri dai quali torni con qualcosa dentro che ti ha ricaricato e aperto il cuore.

Il XIII Convegno della Fraternità Sposi per Sempre, vissuto quest’anno a Bagheria, dal 20 al 24 agosto, per me è stato proprio così e ne avevo proprio bisogno. Siamo partiti per parlare di fede, speranza e carità, seguendo le tracce di testimoni come il beato Pino Puglisi e Biagio Conte e sono tornato a casa chiedendomi quanto credo davvero che Dio sia fedele alla mia vita.

Perché parlare di fede quando tutto va bene è abbastanza semplice, il problema arriva quando la vita prende una direzione che non avevamo previsto, quando il matrimonio che pensavamo sarebbe durato per sempre si spezza, quando il coniuge se ne va e noi rimaniamo con una promessa pronunciata davanti a Dio che improvvisamente sembra diventata impossibile da vivere.

Durante il Convegno, parlando della testimonianza del beato Pino Puglisi, è emersa una cosa che mi ha colpito: lui non pensava di fare qualcosa di straordinario, semplicemente cercava di vivere ciò che il Vangelo gli chiedeva, anche quando questo significava andare controcorrente e accettare di fare il parroco a Brancaccio, dopo che cinque persone prima di lui avevano rifiutato. E’ proprio qui che dobbiamo collocare anche la nostra fedeltà: non nel sentirci degli eroi perché siamo rimasti fedeli, ma nel riconoscere che, senza la grazia di Dio, quella fedeltà non riusciremmo nemmeno a sostenerla.

Quando una persona che amiamo ci lascia, quando il progetto familiare si rompe e quando tutto quello che avevamo costruito sembra non avere più senso, quale motivo umano abbiamo per continuare a essere fedeli? Forse proprio nessuno ed è questo che rende la fedeltà cristiana così difficile e, nello stesso tempo, così bella. Il Sacramento del matrimonio non smette di interrogare la vita degli sposi semplicemente perché la convivenza è terminata o perché il rapporto umano è stato ferito. La promessa rimane e, proprio per questo, la fedeltà può continuare a essere una testimonianza concreta dell’amore di Dio.

Abbiamo parlato di speranza e qui ci è stata ricordata la frase alle nozze di Cana “Non hanno più vino”; quante volte questa potrebbe essere la frase della nostra vita: non ho più vino, non ho più entusiasmo, non ho più la forza di ricominciare, non ho più nemmeno voglia di pregare. Eppure Maria non dice che tutto andrà bene, dice semplicemente: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela”.

La speranza cristiana non è pensare: “Speriamo che”, ma sapere nelle mani di chi abbiamo messo la nostra vita, anche se non conosciamo come andrà a finire.

Riguardo alla carità, siamo entrati nella realtà di Biagio Conte e della missione Speranza e Carità. Non siamo andati semplicemente a visitare un luogo, abbiamo incontrato una vita che ha scelto di farsi dono. Se rimango fedele soltanto per me, a cosa serve? Se la mia fedeltà mi rende triste, arrabbiato, giudicante, chiuso, a cosa serve? La fedeltà cristiana non può essere sterile. Allora capisco anche una cosa che per me è fondamentale: essere fedeli non significa mettere la vita in pausa aspettando che torni il coniuge, significa continuare a vivere, ad amare, a servire, a pregare, permettendo a Dio di trasformare anche una ferita in qualcosa di fecondo.

Altrimenti rischiamo di trasformare la nostra fedeltà in una prigione: possiamo diventare quelli che “sono stati abbandonati”, quelli che “sono stati traditi”, quelli che “sono rimasti fedeli”, fino a fare della nostra ferita la nostra identità; ma la nostra identità non è essere separati, né essere stati lasciati, né essere fedeli: la nostra identità è essere figli amati da Dio.

Allora, se Gesù è davvero il Signore della mia vita, come vivo la mia separazione? Come parlo del mio coniuge? Come guardo i miei figli? Come affronto la solitudine? Come reagisco alle provocazioni? Come prego? Come perdono? Come amo?

Abbiamo incontrato persone e testimonianze diverse, da padre Pino Puglisi (testimone di fede) a Biagio Conte (testimone di carità), ai mosaici di Monreale (ogni tassello richiama alla speranza) e ciascuna di queste esperienze ci ha mostrato concretamente come le virtù teologali possano diventare vita.

Abbiamo parlato di fede, speranza e carità, ma abbiamo capito che sono tre modi diversi di vivere la stessa certezza: Dio mi ama, Dio non mi abbandona e l’amore che ricevo da Lui non può rimanere soltanto dentro di me.

Non so cosa succederà domani, non so se la mia storia matrimoniale cambierà, non so quali strade aprirà Dio, non so nemmeno perché alcune cose siano accadute, ma so che Dio non ha ancora finito di stupirmi. Forse Dio vuole far nascere qualcosa proprio dentro questa sofferenza, perché magari quello che io chiamo la fine della mia storia, agli occhi di Dio è soltanto il punto dal quale Lui ha deciso di cominciare a scrivere qualcosa di nuovo. Per chi ha scelto di essere sposo per sempre, non è una speranza qualsiasi, è la ragione per cui vale ancora la pena fidarsi.

Un ringraziamento particolare per l’ottima riuscita del Convegno va ai tre sacerdoti che ci hanno guidato e fornito spunti di riflessione, Padre Andrea Giustiniani, Don Salvatore Bucolo e Don Cristian Nuccio, oltre a Rosa Maria Foti, responsabile della fraternità locale siciliana.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Ester: la paura non è il contrario del coraggio

«Dopo entrerò dal re, sebbene ciò sia contro la legge e, se dovrò perire, perirò» (Est 4,16).

Il coraggio non è non avere paura, ma scegliere di amare e agire anche mentre si trema. Clicca qui per leggere i moduli precedenti.

Ester ha compreso che il momento della scelta è arrivato. Fino a poco prima aveva cercato di sottrarsi alla responsabilità. Aveva ricordato a Mardocheo che nessuno poteva presentarsi davanti al re senza essere stato chiamato: chi avesse infranto quella legge avrebbe rischiato la morte. La sua paura, quindi, non era immaginaria e neppure esagerata. Ester non temeva semplicemente di fare una brutta figura, di ricevere un rifiuto o di essere criticata. Temeva davvero per la propria vita. Eppure, dopo aver ascoltato le parole di Mardocheo, decide di agire.

Questo passaggio è fondamentale: Ester non smette improvvisamente di avere paura. Il testo biblico non ci racconta una trasformazione miracolosa grazie alla quale ogni timore scompare dal suo cuore. Ester sa perfettamente ciò che rischia. Conosce il carattere imprevedibile del re, conosce le regole della corte e sa che da trenta giorni non viene chiamata alla sua presenza. Nonostante tutto, pronuncia parole che rivelano una libertà nuova: «Se dovrò perire, perirò». Non è la rassegnazione di chi non attribuisce più valore alla propria vita. È la determinazione di chi ha scoperto qualcosa per cui vale la pena rischiare.

Spesso immaginiamo il coraggio come assenza di paura. Pensiamo che le persone coraggiose siano quelle che non tremano, non dubitano e non avvertono il desiderio di fuggire. In realtà il coraggio autentico nasce proprio quando riconosciamo la paura e scegliamo di non lasciarle l’ultima parola. Può agire con coraggio soltanto chi ha qualcosa da temere. Se non esiste alcun rischio, non serve coraggio. Ester è coraggiosa non perché sia diventata improvvisamente invulnerabile, ma perché decide di attraversare la propria vulnerabilità.

Anche nella vita di coppia esistono momenti nei quali siamo chiamati ad agire mentre stiamo ancora tremando. Può accadere quando dobbiamo iniziare un dialogo rimandato da troppo tempo, confessare una fragilità, chiedere perdono, riconoscere un errore o affrontare una ferita che abbiamo cercato di nascondere. Può accadere quando dobbiamo chiedere aiuto perché ci rendiamo conto che, da soli, non riusciamo più a uscire da una dinamica distruttiva. In quei momenti la paura ci suggerisce di aspettare ancora, di non disturbare un equilibrio già precario o di fingere che il problema non esista.

Possiamo avere paura della reazione del coniuge: «E se non mi capisse?», «E se si arrabbiasse?», «E se ciò che gli dirò cambiasse per sempre il modo in cui mi guarda?». Possiamo avere paura di scoprire qualcosa che preferiremmo non sapere. A volte temiamo persino la possibilità che il dialogo ci costringa a cambiare. Finché attribuiamo tutta la responsabilità all’altro, infatti, possiamo continuare a considerarci vittime innocenti. Guardare con verità ciò che sta accadendo significa accettare che anche noi abbiamo una parte di responsabilità e che qualcosa dipende dalle nostre scelte.

Ester ci insegna che non dobbiamo aspettare di non avere più paura prima di agire. Se aspettiamo di sentirci completamente sicuri, rischiamo di non muoverci mai. Alcune decisioni importanti non sono accompagnate da una certezza emotiva. Possiamo sapere che una scelta è giusta e, nello stesso tempo, sentire il cuore agitato. Possiamo fidarci di Dio e continuare ad avere domande. Possiamo amare il nostro coniuge e temere la sua risposta. La fede non anestetizza le emozioni, ma ci permette di attraversarle senza diventarne prigionieri.

Nell’Analisi Transazionale possiamo leggere la scelta di Ester come espressione di un Adulto integrato. Lo stato dell’Io Adulto osserva la realtà, raccoglie le informazioni e valuta le possibilità disponibili. Non nega il pericolo, ma neppure lo ingigantisce lasciandosi dominare da antichi timori. L’Adulto integrato, però, non è freddo e puramente razionale. Accoglie anche le risorse positive del Genitore e del Bambino: dal Genitore trae valori, responsabilità e capacità di proteggere; dal Bambino trae sensibilità, intuizione, creatività e desiderio di vivere.

Ester non agisce impulsivamente. Il suo Bambino sente la paura, il suo Genitore riconosce il dovere verso il popolo, il suo Adulto considera concretamente il rischio e prepara l’azione. Nessuna di queste parti viene eliminata. Vengono integrate in una scelta consapevole. Ester non si getta davanti al re per dimostrare di essere forte. Raduna il popolo, chiede il digiuno, coinvolge le ancelle e si prepara. Il suo coraggio non è incoscienza: è responsabilità sostenuta dalla comunione e affidata a Dio.

Nella coppia l’Adulto integrato ci permette di non vergognarci della paura e, nello stesso tempo, di non usarla come giustificazione per evitare ogni passo difficile. Possiamo dire: «Ho paura di affrontare questo argomento, ma credo che parlarne sia necessario per noi». Oppure: «Temo che tu possa giudicarmi, ma voglio permetterti di conoscermi davvero». Queste parole non nascondono la fragilità. La trasformano in un ponte verso l’altro.

Il contrario del coraggio, dunque, non è la paura. È la fuga sistematica da ciò che siamo chiamati ad affrontare. È permettere alla paura di decidere sempre al nostro posto. Quando evitiamo continuamente un problema, forse otteniamo una tranquillità momentanea, ma lasciamo che quel problema cresca nel silenzio. Ciò che oggi richiederebbe un dialogo sincero, domani potrebbe diventare distanza, rancore o indifferenza.

Talvolta, però, confondiamo il coraggio con l’aggressività. Entriamo nella relazione come in una battaglia, convinti che essere coraggiosi significhi dire tutto ciò che pensiamo senza preoccuparci di come lo diciamo. Ester, invece, non irrompe nella sala del re accusando tutti. Si prepara, sceglie il momento e si presenta con umiltà. Il coraggio dell’amore non umilia e non schiaccia. Cerca la verità, ma custodisce anche la relazione.

C’è poi un altro elemento importante: Ester non affronta tutto da sola. Chiede a Mardocheo di radunare i Giudei perché digiunino per lei. Anche lei e le sue ancelle faranno lo stesso. Il suo atto personale nasce dentro una comunità che la sostiene. Questo ricorda agli sposi che chiedere aiuto non è un segno di debolezza. Ci sono passaggi nei quali la coppia ha bisogno della preghiera degli amici, dell’accompagnamento di un sacerdote, di un percorso o dell’aiuto di un professionista. Il coraggio consiste anche nel riconoscere che non possiamo bastare sempre a noi stessi.

«Se dovrò perire, perirò» significa, per Ester, accettare che amare comporta un rischio. Ogni amore autentico ci espone. Non possiamo donarci senza diventare vulnerabili, né costruire una comunione vera continuando a proteggerci da ogni possibile ferita. Possiamo controllare le nostre parole e le nostre scelte, ma non la risposta dell’altro. Possiamo offrire sincerità, ascolto e perdono, ma non possiamo obbligare il coniuge a ricambiare nello stesso modo e nello stesso momento.

Il coraggio coniugale è scegliere il bene della relazione senza pretendere garanzie immediate. È fare il primo passo anche quando crediamo che dovrebbe farlo l’altro. È ricominciare a pregare insieme dopo mesi di distanza. È cercare la mano del coniuge anche se temiamo che resti immobile. Non significa tollerare violenza, umiliazione o abuso, situazioni nelle quali è necessario proteggersi e chiedere aiuto. Significa non lasciare che la paura delle ferite ordinarie dell’amore ci impedisca di costruire intimità e verità.

La stessa dinamica la ritroviamo, in modo ancora più luminoso, in Maria nel momento dell’Annunciazione. Quando l’angelo le comunica che diventerà madre del Figlio di Dio, Maria non riceve una richiesta priva di conseguenze. È promessa sposa di Giuseppe e sa bene che una gravidanza avvenuta prima della loro convivenza potrebbe essere interpretata dagli altri come il risultato di un adulterio. Agli occhi della gente potrebbe apparire come una donna infedele, colpevole di aver tradito l’uomo al quale è stata promessa. Secondo la Legge, un’accusa simile poteva esporla non soltanto alla vergogna pubblica e al ripudio, ma persino alla condanna e alla lapidazione. Maria non può neppure sapere come reagirà Giuseppe, se crederà alle sue parole o se deciderà di denunciarla. Il rischio che accoglie è quindi concreto: potrebbe perdere il promesso sposo, la reputazione, l’appoggio della comunità e persino la vita.

Eppure Maria risponde: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38). Come Ester, anche Maria accoglie una chiamata che la conduce oltre le proprie sicurezze. Ester dice: «Se dovrò perire, perirò»; Maria dice: «Avvenga per me secondo la tua parola». Sono due risposte diverse, ma abitate dalla stessa disponibilità a fidarsi. Nessuna delle due possiede la garanzia che tutto sarà compreso dagli altri. Nessuna può controllare ciò che accadrà dopo il proprio sì. Entrambe scelgono di consegnare a Dio la propria vita, la propria immagine e il proprio futuro.

Maria non è coraggiosa perché ignora il pericolo. La sua domanda all’angelo — «Come avverrà questo?» — mostra che non rinuncia alla propria intelligenza e non accoglie passivamente ciò che le viene annunciato. Cerca di comprendere, ascolta la risposta e poi decide liberamente. Anche in lei possiamo riconoscere l’azione di un Adulto integrato: Maria valuta la realtà, esprime la propria domanda, accoglie ciò che non può ancora comprendere pienamente e permette alla fiducia di orientare la sua scelta. Il suo “sì” non è incoscienza, ma libertà; non è sottomissione dettata dalla paura, ma affidamento consapevole.

Questo parallelismo parla profondamente anche agli sposi. Ogni autentico “sì” contiene una parte di futuro che non possiamo controllare. Lo abbiamo sperimentato il giorno del matrimonio, quando abbiamo promesso fedeltà senza sapere quali prove, cambiamenti e ferite avremmo incontrato. Continuiamo a sperimentarlo ogni volta che scegliamo di amare senza avere la certezza di essere compresi o ricambiati immediatamente. Come Ester e Maria, siamo chiamati ad accogliere la realtà, a considerare con responsabilità le conseguenze e poi a fidarci. Il coraggio cristiano non consiste nel sapere già come andrà a finire, ma nel credere che Dio resterà con noi anche dentro ciò che ancora non possiamo prevedere.

Ester trema, ma entra. Maria non sa come Giuseppe e la sua gente accoglieranno quella gravidanza, ma pronuncia il suo “sì”. Nessuna delle due conosce ancora l’esito della propria scelta, eppure entrambe decidono di non restare nascoste e di non sottrarsi alla chiamata. Anche noi non dobbiamo attendere di sentirci invincibili. Dio non ci chiede di presentarci davanti alla vita senza emozioni, ma di consegnargli ciò che proviamo e di compiere il passo possibile. Il coraggio dell’amore comincia spesso così: con una voce incerta, un cuore impaurito e una decisione pronunciata ugualmente.

Per dialogare insieme

  1. Quale paura mi impedisce maggiormente di mostrarmi per ciò che sono davanti a te?
  2. C’è un dialogo importante che stiamo rimandando perché temiamo le conseguenze?
  3. Quando provo paura tendo a fuggire, chiudermi, attaccare oppure cercare di controllarti?
  4. Riesco a comunicarti le mie paure senza trasformarle in accuse?
  5. In quale occasione ti ho visto agire con coraggio, pur sapendo che avevi paura?
  6. Quale passo concreto possiamo compiere insieme senza aspettare di sentirci completamente sicuri?

Scegliete una paura che riguarda la vostra relazione e provate a nominarla senza giudicarvi. Ognuno completi questa frase: «Ho paura che…, ma desidero…». Ascoltatevi senza interrompere e senza cercare subito una soluzione. Alla fine decidete un piccolo passo possibile da compiere durante la settimana e affidatelo insieme al Signore.

Per pregare

Signore Gesù, Tu conosci le nostre paure, anche quelle che non riusciamo a confessare. Sai quante volte ci nascondiamo, rimandiamo un dialogo o evitiamo una scelta perché temiamo di soffrire. Insegnaci a non vergognarci della nostra fragilità e a non permettere che sia la paura a decidere per noi. Donaci un cuore capace di ascoltare le emozioni senza esserne dominato, una mente lucida per riconoscere la realtà e una volontà orientata al bene. Integra in noi la tenerezza, la responsabilità e la libertà, perché possiamo scegliere non in modo impulsivo, ma con la maturità di un amore consapevole. Quando abbiamo paura di parlarci, aiutaci a trovare parole sincere. Quando temiamo il rifiuto, ricordaci che amare significa anche esporsi. Quando pensiamo di non farcela, donaci l’umiltà di chiedere aiuto e di lasciarci sostenere dalla preghiera della comunità. Come Ester, rendici capaci di entrare nei luoghi dai quali vorremmo fuggire. Come Maria, donaci la libertà di pronunciare il nostro “sì” anche quando non conosciamo tutte le conseguenze. Fa’ che possiamo agire anche tremando, confidando non nella nostra forza, ma nella tua presenza. Donaci il coraggio di fare il primo passo, di chiedere perdono, di dire la verità e di scegliere ancora una volta il bene della nostra comunione. Custodisci il nostro matrimonio e rendilo un luogo nel quale la paura può essere accolta, condivisa e trasformata. Insegnaci che non dobbiamo essere invulnerabili per amarci davvero: dobbiamo soltanto lasciarci prendere per mano da Te e continuare a camminare insieme. Amen.

Antonio e Luisa

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Marta, Maria e noi: quante persone abitano dentro le nostre relazioni?

Il percorso “In Relazione Con Te – Fede, psiche e libertà affettiva alla scuola di Cristo” comincia da qui: dall’incontro di Gesù con Marta e Maria, raccontato nel Vangelo di Luca (Lc 10,38-42). Non è una scelta casuale. Il primo modulo del percorso è dedicato agli Stati dell’Io, uno degli strumenti fondamentali dell’Analisi Transazionale, perché prima di capire come comunichiamo con gli altri abbiamo bisogno di comprendere meglio da dove partono le nostre reazioni, i nostri pensieri e i nostri comportamenti. Marta e Maria ci offriranno proprio questa possibilità. Attraverso il loro modo diverso di stare davanti a Gesù potremo iniziare a riconoscere alcune parti che abitano ciascuno di noi. Marta può richiamare, in alcuni suoi atteggiamenti, il Genitore Critico; Maria può aiutarci a comprendere qualcosa del Bambino Libero. Gesù, invece, non si schiera semplicemente con una contro l’altra: invita a una maggiore consapevolezza e a un’integrazione più armoniosa. È da questa consapevolezza che può iniziare un modo nuovo di vivere le nostre relazioni.

Quante volte siamo Marta?

Ci sono momenti in cui ci comportiamo proprio come lei. Corriamo, organizziamo, facciamo, controlliamo. Abbiamo la sensazione che, se non ci pensiamo noi, tutto finirà per andare storto. E magari, mentre ci diamo da fare, iniziamo anche a guardare con un certo fastidio chi sembra vivere le cose con maggiore leggerezza. Poi ci sono altri momenti in cui siamo più simili a Maria. Sentiamo il bisogno di fermarci, ascoltare, lasciarci raggiungere da ciò che sta accadendo senza preoccuparci continuamente di quello che dovremmo fare.

Il Vangelo ci racconta che Marta accoglie Gesù nella sua casa e si mette a servirlo. Maria, invece, si siede ai suoi piedi e lo ascolta. A un certo punto Marta non ce la fa più e sbotta: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Quante volte accade qualcosa di simile anche nelle nostre relazioni? Forse non pronunciamo esattamente quelle parole, ma il messaggio è spesso lo stesso: “Io faccio tutto e tu niente”. “Io mi preoccupo e tu te ne freghi”. “Io sono quello responsabile e tu quello che pensa soltanto a stare bene”. Basta poco perché ciò che facciamo con amore si trasformi in pretesa, giudizio e risentimento. Ed è proprio qui che questo brano evangelico diventa molto interessante anche attraverso la lente dell’Analisi Transazionale.

Dentro di noi parlano voci diverse

Uno dei primi strumenti che l’Analisi Transazionale ci offre è quello degli Stati dell’Io. Eric Berne, fondatore dell’Analisi Transazionale, descrive tre grandi modalità attraverso le quali pensiamo, sentiamo e ci comportiamo: Genitore, Adulto e Bambino. Non si tratta dell’età anagrafica e neppure dei ruoli familiari. Possiamo avere sessant’anni e reagire dal nostro Bambino oppure vent’anni e parlare attraverso un Genitore Critico molto rigido.

Nel racconto evangelico possiamo utilizzare Marta e Maria come immagini che ci aiutano a comprendere alcune di queste dinamiche. Marta, quando si lamenta con Gesù, può ricordarci il Genitore Critico: quella parte di noi che conosce molto bene ciò che “si deve” fare. Il Genitore Critico stabilisce regole, giudica, confronta, pretende. Non è necessariamente qualcosa di negativo. Abbiamo bisogno anche di regole, disciplina, responsabilità e senso del dovere. Il problema nasce quando questa parte prende completamente il comando.

Allora iniziano i “devi”, i “dovresti”, i “sempre” e i “mai”. “Dovresti capirlo da solo”. “Un marito dovrebbe comportarsi così”. “Una moglie non dovrebbe fare questo”. “Se mi volessi davvero bene, sapresti cosa fare”. A quel punto non stiamo più incontrando davvero la persona che abbiamo davanti. Stiamo cercando di farla entrare nello schema che abbiamo costruito dentro di noi.

Maria e la libertà di fermarsi

Maria, seduta ai piedi di Gesù, può invece richiamare qualcosa del Bambino Libero: quella parte capace di stupore, spontaneità, ascolto, desiderio, creatività e presenza. Anche questa dimensione è fondamentale. Una relazione senza Bambino Libero rischia di diventare una specie di azienda: magari molto efficiente, ma povera di vita. Abbiamo bisogno di ridere, giocare, desiderare, sorprenderci, perdere qualche volta tempo insieme. Abbiamo bisogno di permetterci di non essere sempre produttivi.

Naturalmente anche il Bambino, se non integrato, può avere i suoi limiti. La spontaneità può diventare impulsività, il desiderio può ignorare le responsabilità e la libertà può trasformarsi in incapacità di assumersi un impegno. Per questo non si tratta di stabilire quale Stato dell’Io sia “buono” e quale sia “cattivo”. Si tratta di conoscerli.

Gesù non umilia Marta

C’è un particolare del Vangelo che trovo bellissimo. Gesù non dice a Marta che servire è sbagliato. Non le dice che Maria è buona e lei è cattiva. La chiama due volte per nome: «Marta, Marta». Prima ancora di correggerla, la vede. Poi le mostra ciò che sta accadendo dentro di lei: «Tu ti affanni e ti agiti per molte cose». Gesù non parte soltanto dal comportamento esteriore. Porta Marta alla consapevolezza.

Marta sta facendo qualcosa di buono, ma lo sta facendo in un modo che progressivamente la sta allontanando dalla relazione. E questo succede continuamente anche a noi. Possiamo cucinare per amore e poi rinfacciare di aver cucinato. Possiamo occuparci dei figli con dedizione e trasformare quell’impegno in un credito nei confronti del coniuge. Possiamo lavorare tantissimo per la famiglia e arrivare a pensare che il nostro modo di amare sia l’unico possibile. Il problema, quindi, non è soltanto cosa facciamo, ma da quale parte di noi lo stiamo facendo.

Lo Stato dell’Adulto: fermarsi e comprendere

È qui che diventa importante un altro Stato dell’Io: l’Adulto. L’Adulto è quella parte capace di osservare ciò che sta accadendo nel presente senza lasciarsi governare automaticamente dai vecchi copioni. È la possibilità di fermarci e domandarci: “Cosa sto provando?”. “Perché questa cosa mi fa reagire così?”. “Sto davvero rispondendo alla persona che ho davanti oppure a qualcosa che appartiene alla mia storia?”. “Quello che penso è un dato reale oppure una convinzione che porto dentro da anni?”. Sono domande semplici solo in apparenza. Molte discussioni potrebbero cambiare completamente se riuscissimo a porcele prima di rispondere.

Pensiamo a una coppia. Uno dice: “Non ti importa mai niente di questa casa”. L’altro reagisce: “Non ti va mai bene niente di quello che faccio”. In pochi secondi il problema concreto è scomparso. Genitore Critico contro Bambino ribelle. E magari quella discussione è già avvenuta decine di volte. Cambiano le circostanze, ma il copione resta sempre lo stesso.

Conoscersi per amare meglio

Il primo modulo di In Relazione Con Te vuole partire proprio da questa domanda: da quale Stato dell’Io entro normalmente nelle mie relazioni? Non per applicare etichette. Non per dire: “Tu sei Genitore Critico” oppure “Tu sei un Bambino ribelle”. Sarebbe un uso poverissimo di questi strumenti. L’obiettivo è diventare più consapevoli e quindi più liberi.

Durante il modulo impareremo a riconoscere i diversi Stati dell’Io, a comprendere quali utilizziamo con maggiore facilità e a osservare come essi influenzano le nostre relazioni. Perché possiamo amare una persona e allo stesso tempo ferirla attraverso modalità relazionali che abbiamo imparato tanti anni prima. Possiamo avere le migliori intenzioni ed essere comunque incapaci di comunicarle. Possiamo perfino desiderare profondamente una relazione serena e continuare, senza rendercene conto, ad alimentare gli stessi conflitti.

Il percorso In Relazione Con Te nasce proprio dal desiderio di mettere in dialogo Vangelo e psicologia, in particolare alcuni strumenti dell’Analisi Transazionale. Non è un percorso specifico per coppie. È rivolto a tutti, perché tutti viviamo dentro relazioni: con il coniuge, con i figli, con i genitori, con gli amici, con i colleghi e perfino con noi stessi.

Marta e Maria diventano allora uno specchio. Gesù davanti a Marta non le dice semplicemente cosa deve fare. La aiuta innanzitutto a vedere ciò che sta vivendo. E forse il nostro percorso deve cominciare esattamente da qui: riconoscere chi sta parlando dentro di noi, per poter scegliere con maggiore libertà come entrare in relazione con gli altri.

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Antonio e Luisa

Si può essere pronti a morire quando si ama così la vita?

Viviamo in una società che cerca continuamente di allontanare da sé tutto ciò che ricorda il limite. La sofferenza viene nascosta, la vecchiaia rimossa, la malattia vissuta quasi come un incidente di percorso da correggere. E la morte, soprattutto, è diventata qualcosa di cui parlare il meno possibile. La conosciamo, naturalmente. Sappiamo che arriverà per tutti. Ma preferiamo comportarci come se riguardasse sempre qualcun altro e comunque un futuro molto lontano. Eppure c’è una domanda che prima o poi arriva: quando siamo pronti per morire?

Io e Luisa ce la siamo fatta più volte. E la prima risposta che viene spontanea è semplice: mai. Non siamo mai pronti, perché questa vita ci piace. Perché ci sono le persone che amiamo. Perché ci sono ancora cose che vorremmo fare, parole che vorremmo dire, figli che vorremmo vedere crescere, esperienze che vorremmo vivere. Perché abbandonare questa vita significa lasciare tutto ciò che conosciamo per entrare in qualcosa che possiamo soltanto affidare alla fede.

Qualche giorno fa, però, ho ricevuto una testimonianza che mi ha costretto a guardare questa domanda in modo diverso. È morto un nostro caro amico. Aveva soltanto 56 anni. Faceva parte, come noi, dell’esperienza dell’Intercomunione delle Famiglie. Una morte arrivata troppo presto, almeno secondo i nostri criteri. Lascia una moglie e tre figli. Lascia un dolore enorme, di quelli che non possono essere addolciti da nessuna frase spirituale. La fede non cancella il dolore.

Questo credo sia importante dirlo. Essere cristiani non significa non piangere. Non significa trasformare un funerale in una festa forzata. Non significa dire che va tutto bene quando una moglie perde il marito e dei figli perdono il padre. Gesù stesso ha pianto davanti alla tomba di Lazzaro. Il dolore resta. Ed è proporzionato all’amore.

Sua moglie, però, ha detto una frase che mi è entrata dentro: «Io so che tu mi stai aspettando da Gesù esattamente come mi stavi aspettando davanti all’altare quando ci siamo sposati». Quanto matrimonio c’è dentro queste parole. Il giorno delle nozze lui era lì, davanti all’altare, ad aspettarla per iniziare insieme la loro vita matrimoniale. Oggi lei immagina che sia ancora lui ad aspettarla, ma dall’altra parte, presso Gesù. Non è una frase che annulla l’assenza. Non rende meno doloroso svegliarsi e non trovarlo. Non elimina il vuoto. Ma racconta qualcosa di profondissimo sul sacramento del matrimonio: l’amore degli sposi nasce sulla terra, ma ha come destinazione l’eternità.

E allora ho pensato: forse il nostro amico era pronto. Non perché desiderasse morire. Non perché non avesse più nulla per cui vivere. Esattamente il contrario. Era pronto proprio perché stava vivendo pienamente. Poco tempo prima era stato con noi in montagna durante uno dei nostri corsi. Si era confessato. Aveva vissuto giorni belli con sua moglie. Settimane di vicinanza, di amore, di comunione. Aveva assaporato la bellezza della propria famiglia, degli amici, della comunità. E soprattutto era un uomo che si donava.

Al suo funerale c’erano centinaia di persone. Trecento, forse quattrocento. Una comunità intera si è stretta intorno alla moglie e ai figli. Tante persone erano lì perché quell’uomo, in qualche modo, aveva lasciato qualcosa dentro di loro. Una parola, un gesto, un servizio, un’amicizia, una presenza. Guardando tutta quella gente mi è venuto un pensiero molto semplice: questo è ciò che si è portato con sé. Non il lavoro. Non il conto corrente. Non le cose accumulate. Non i successi che spesso ci affanniamo tanto a conquistare. Si è portato l’amore che aveva dato. Perché l’amore è forse l’unica cosa che, donata, non perdiamo.

Ed è qui che la domanda iniziale cambia. Quando siamo pronti per morire? Forse non saremo mai pronti emotivamente. Forse avremo sempre qualcuno che vorremmo stringere ancora una volta. Forse chiederemmo sempre al Signore un giorno in più. Ma possiamo essere pronti in un altro senso.

Siamo pronti quando abbiamo cercato di vivere senza rimandare continuamente l’amore. Quando abbiamo chiesto perdono. Quando abbiamo perdonato. Quando abbiamo detto a nostro marito o a nostra moglie che li amiamo. Quando abbiamo trovato tempo per i figli. Quando abbiamo servito qualcuno senza aspettarci nulla in cambio. Quando abbiamo fatto pace con Dio nella confessione. Quando abbiamo ricevuto l’Eucaristia sapendo di avere bisogno di Lui.

Essere pronti non significa aver fatto tutto. Significa aver vissuto orientati nella direzione giusta. La morte del nostro amico mi ha ricordato qualcosa che conoscevo già ma che è facile dimenticare: la vita non ci appartiene. Possiamo programmare, organizzare, costruire. Ed è giusto farlo. Ma nessuno di noi conosce il numero dei propri giorni. Per questo il cristianesimo non ci invita a pensare alla morte per vivere impauriti. Ci invita a ricordare la morte per vivere meglio. Per amare oggi.

Perché potrebbe arrivare un momento in cui non potremo più dire quella parola, chiedere quel perdono, dare quell’abbraccio. La grande domanda, allora, forse non è soltanto: «Sono pronto a morire?» La domanda ancora più importante è: «Sto vivendo in modo tale che, quando quel giorno arriverà, ciò che resterà di me sarà l’amore che ho donato?» Guardando la vita del nostro amico, la sua famiglia e quella chiesa piena di persone che gli volevano bene, io credo di aver ricevuto una risposta.

Lui era pronto. Non perché fosse arrivato alla fine della vita. Ma perché aveva imparato a spenderla.

Antonio e Luisa

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Per un tempo come questo

«Chi sa che tu non sia diventata regina proprio per questa circostanza?» (Est 4,14).

La vocazione nasce quando smettiamo di considerarci prigionieri della nostra storia e scegliamo di trasformarla, insieme, in un dono per gli altri. Clicca qui per leggere i moduli precedenti.

Ci sono parole della Scrittura capaci di illuminare un’intera esistenza. Questa domanda di Mardocheo a Ester è una di esse. Non le offre una certezza rassicurante e neppure le spiega nei dettagli il progetto di Dio. Le suggerisce, però, una possibilità: forse tutto ciò che ha vissuto, anche ciò che non aveva scelto, l’ha condotta proprio lì, in quel preciso momento, perché possa diventare strumento di salvezza.

Ester è arrivata a corte quasi trascinata dagli avvenimenti. Rimasta orfana, cresciuta da Mardocheo, condotta nel palazzo e scelta dal re, fino a questo momento ha vissuto soprattutto adattandosi. Ha obbedito, ha nascosto le proprie origini, ha cercato di non esporsi. Ora, però, non può più limitarsi a seguire ciò che altri hanno deciso per lei. Deve scegliere chi vuole essere. Il decreto preparato da Aman minaccia di sterminare il popolo ebraico. Mardocheo chiede a Ester di intervenire presso il re, ma presentarsi senza essere chiamata potrebbe costarle la vita. Ester si trova davanti a una decisione drammatica: proteggere se stessa oppure rischiare per salvare gli altri.

Mardocheo non le dice semplicemente: «Sei diventata regina». Le chiede di comprendere perché sia diventata regina. Una posizione, un talento, un incontro o persino una ferita acquistano un significato nuovo quando scopriamo che possono essere messi al servizio di qualcuno. La vocazione comincia quando smettiamo di domandarci soltanto che cosa la vita possa darci e iniziamo a chiederci che cosa possiamo offrire attraverso la vita che abbiamo ricevuto.

Anche noi possiamo guardare alla nostra storia come a una successione casuale di avvenimenti. Perché sono nato in questa famiglia? Perché possiedo queste capacità? Perché ho incontrato proprio questa persona? Perché abbiamo attraversato questa prova? Non sempre troveremo una spiegazione. La fede non ci chiede di pensare che Dio abbia voluto ogni dolore o provocato ogni ferita. Ci invita, però, a credere che nessuna parte della nostra storia sia necessariamente inutile. Anche ciò che non viene da Dio può essere trasformato da Lui in un luogo di chiamata.

Questo vale anche per il matrimonio. Non ci siamo incontrati soltanto per stare bene insieme o per soddisfare reciprocamente i nostri bisogni affettivi. Il matrimonio cristiano contiene una chiamata. Quel «noi» che nasce dal sacramento non è destinato a chiudersi in se stesso: può diventare una parola di Dio rivolta al mondo. Ogni coppia è chiamata in modo diverso. Alcuni sposi testimoniano la gioia di accogliere molti figli. Altri scoprono una fecondità che passa attraverso l’adozione, l’affido, l’educazione o il servizio. Alcune coppie diventano segno di speranza perché, dopo una crisi, hanno trovato il coraggio di ricominciare. Altre mostrano che è possibile restare fedeli durante una malattia, attraversare un lutto, prendersi cura dei genitori anziani o custodire l’amore nella fatica della vita quotidiana.

La vocazione della coppia non coincide necessariamente con un’attività visibile nella Chiesa. Può realizzarsi nella casa aperta agli altri, nell’ascolto di una coppia in difficoltà, nell’educazione dei figli, nel lavoro svolto con onestà, nel perdono continuamente rinnovato. A volte la missione più grande di due sposi consiste nel mostrare che un uomo e una donna, pur essendo fragili, possono continuare a scegliersi. Il versetto di Ester ci invita a domandarci: e se fossimo diventati coppia anche per un tempo come questo? Forse il Signore ci ha posti accanto a persone che soltanto noi possiamo raggiungere. Forse la nostra storia contiene una parola di speranza di cui qualcun altro ha bisogno. Forse una ferita che avremmo preferito non conoscere ci ha resi capaci di comprendendere chi attraversa lo stesso dolore.

L’Analisi Transazionale parla del copione come di un progetto di vita elaborato inconsapevolmente fin dall’infanzia. Il bambino, sulla base delle esperienze vissute e dei messaggi ricevuti, prende decisioni su di sé, sugli altri e sul mondo: «Non sono importante», «Devo accontentare tutti», «Non posso fidarmi», «Per essere amato devo essere perfetto», «È meglio non esporsi», «Tanto finirà male». Quelle decisioni potevano avere una funzione protettiva nell’infanzia, ma nell’età adulta rischiano di diventare una prigione. Ester sembra aver imparato a sopravvivere adattandosi e rimanendo nascosta. Di fronte al pericolo potrebbe continuare a seguire lo stesso schema: non mostrarsi, non disturbare, aspettare che siano altri a intervenire. Mardocheo la provoca a uscire da questa modalità. Le ricorda che non è più soltanto la bambina orfana dipendente dalle decisioni altrui. Ora può assumersi la responsabilità della propria vita.

Uscire dal copione non significa rinnegare la propria storia, ma smettere di considerarla una condanna. Significa riconoscere che oggi possediamo possibilità che un tempo non avevamo. Possiamo compiere scelte nuove, accogliere permessi nuovi, scrivere un finale diverso. Questo passaggio è decisivo anche nella coppia. Possiamo entrare nel matrimonio portando copioni differenti: uno teme l’abbandono e cerca continuamente rassicurazioni; l’altro teme di essere soffocato e prende le distanze. Uno ha imparato a evitare ogni conflitto; l’altro ad alzare la voce per essere ascoltato. Se non diventiamo consapevoli di queste dinamiche, rischiamo di ripeterle e di attribuirne tutta la responsabilità al coniuge.

La coppia può però diventare il luogo nel quale il copione viene riconosciuto e trasformato. L’altro, quando ama senza sostituirsi a noi, può aiutarci a vedere capacità che non sapevamo di possedere. Può dirci, come Mardocheo a Ester: «Tu non sei soltanto ciò che ti è accaduto. Non sei obbligato a ripetere sempre la stessa storia. Oggi puoi scegliere». Occorre però evitare un equivoco. Il coniuge non è il nostro salvatore e non può costringerci a cambiare. Mardocheo interpella Ester, ma la decisione finale appartiene a lei. Allo stesso modo possiamo incoraggiarci, sostenerci e dirci la verità, ma non possiamo vivere al posto dell’altro. La vocazione autentica non cancella la libertà: la chiama a esprimersi pienamente.

C’è poi un copione che può riguardare non soltanto i singoli, ma anche il «noi». Una coppia può convincersi: «Noi non siamo capaci», «La nostra famiglia è sempre stata così», «Dopo quello che è successo non potremo più essere felici», «Non abbiamo nulla da offrire». Queste frasi sembrano descrivere la realtà, ma talvolta sono sentenze che impediscono di immaginare un futuro nuovo. Ester scopre che il luogo nel quale si trova non è soltanto il risultato degli eventi: può diventare il punto di partenza di una scelta. Anche noi non possiamo modificare il passato, ma possiamo decidere che cosa farne. Le nostre fragilità possono diventare compassione. Le crisi attraversate possono renderci capaci di accompagnare. Il perdono ricevuto può trasformarsi in misericordia offerta.

«Per un tempo come questo» significa che la vocazione non riguarda una vita ideale che avremmo potuto vivere. Riguarda questo tempo, questa storia, questa famiglia, questo matrimonio. Non quando saremo perfetti, quando avremo risolto ogni problema o quando non avremo più paura. Dio ci chiama ora, attraverso ciò che siamo e ciò che abbiamo. Ester è chiamata a passare dall’adattamento alla libertà, dal nascondimento alla testimonianza, dalla paura alla responsabilità. È il centro del suo cammino e forse anche del nostro: scoprire che non siamo soltanto personaggi di una storia scritta dagli altri. Con la grazia di Dio possiamo diventare adulti capaci di scegliere, amare e rispondere alla chiamata ricevuta.

Forse siamo diventati sposi proprio per un tempo come questo. Non per salvare il mondo con gesti straordinari, ma per lasciare che Dio salvi un frammento di mondo attraverso il nostro amore.

Per dialogare insieme

  1. Quali avvenimenti della nostra storia ci hanno preparati a essere la coppia che siamo oggi?
  2. Quali doni personali e di coppia possiamo mettere al servizio degli altri?
  3. Quale frase di copione limita maggiormente la mia libertà: «Non sono capace», «Non merito», «Non posso cambiare», «Devo cavarmela da solo» o un’altra?
  4. Esiste un copione che ripetiamo come coppia e che ci impedisce di immaginare un futuro diverso?
  5. In quale occasione tu mi hai aiutato a scoprire una capacità che non riconoscevo in me?
  6. A chi potrebbe essere utile la nostra esperienza, comprese le nostre fragilità e le prove attraversate?

Scegliete una frase negativa che ripetete spesso su voi stessi o sulla vostra coppia. Provate a trasformarla in un permesso nuovo e realistico. Per esempio: da «Noi non cambieremo mai» a «Possiamo imparare un modo nuovo di amarci»; da «Non abbiamo nulla da offrire» a «La nostra storia può diventare un dono». Scrivetela e rileggetela insieme durante la settimana.

Per pregare

Signore Gesù, Tu ci hai fatti incontrare e hai affidato al nostro amore una vocazione. Spesso guardiamo soltanto ai nostri limiti, alle occasioni perdute e alle ferite che ci portiamo dentro. Aiutaci a contemplare la nostra storia con i tuoi occhi. Liberaci dai copioni che ci tengono prigionieri. Quando pensiamo di non essere abbastanza, ricordaci che la tua chiamata non dipende dalla nostra perfezione. Quando abbiamo paura di esporci, donaci il coraggio di Ester. Quando ci rifugiamo nel passato, mostraci la libertà possibile oggi. Insegnaci a non usare le ferite come alibi, ma a consegnarle a Te perché possano diventare luoghi di compassione. Rendici capaci di incoraggiarci senza dominarci, di dirci la verità senza ferirci e di sostenerci senza sostituirci l’uno all’altra. Mostraci per chi e per che cosa siamo diventati sposi. Apri i nostri occhi sulle persone che ci hai affidato e sulle occasioni di bene nascoste nella vita quotidiana. Fa’ che la nostra casa non sia chiusa in se stessa, ma diventi uno spazio di accoglienza, consolazione e speranza. Signore, forse non comprendiamo ancora pienamente il senso della nostra storia. Eppure vogliamo fidarci di Te. Prendi il nostro amore, fragile ma sincero, e rendilo fecondo. Fa’ che possiamo riconoscere di essere stati chiamati, insieme, proprio per un tempo come questo. Amen.

Antonio e Luisa

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In relazione con Te: quando il Vangelo incontra la psicologia e ci aiuta a diventare pienamente umani

C’è un equivoco che, come cristiani, rischiamo talvolta di portare con noi: pensare che la fede riguardi soprattutto la nostra dimensione spirituale. Preghiera, sacramenti, morale, vita ecclesiale. Tutto vero, naturalmente. Ma Gesù Cristo non è venuto semplicemente per renderci persone più religiose. È venuto per restituirci pienamente alla nostra umanità.

Cristo è vero Dio, ma è anche vero uomo. E il Vangelo, se impariamo a leggerlo anche da questo punto di vista, è sorprendentemente intriso di psicologia: troviamo emozioni, paure, desideri, relazioni, conflitti, ascolto, manipolazioni, libertà, responsabilità, scelte. Gesù incontra persone concrete e le accompagna a diventare più libere e autentiche. Da questa convinzione nasce “In relazione con Te – Fede, psiche e libertà affettiva alla scuola di Cristo”, un percorso di formazione che vuole mettere in dialogo fede cristiana e scienze umane, in particolare alcuni strumenti dell’Analisi Transazionale.

Un percorso che, in realtà, serve a tutti

Il corso nasce dalla collaborazione tra Amati per Amare e MatrimonioCristiano.org, due realtà impegnate nella formazione cristiana e nell’integrazione tra crescita spirituale e crescita umana. A guidare il percorso sono Claudia Viola, psicoterapeuta e Analista Transazionale, Roberto Reis, psicologo e terapeuta in formazione, e Antonio De Rosa, blogger cristiano, formato come direttore spirituale per coppie e counselor analista transazionale di base.

Formalmente il percorso è rivolto a educatori, operatori pastorali, sacerdoti, sposi, genitori e a quanti accompagnano altre persone. Ma sarebbe riduttivo considerarlo una formazione riservata a chi svolge un servizio educativo o pastorale. È un percorso che può servire davvero a tutti. Perché tutti siamo in relazione. Tutti comunichiamo. Tutti proviamo emozioni che a volte comprendiamo e altre volte ci travolgono. Tutti abbiamo imparato, fin dall’infanzia, alcuni modi di comportarci che continuiamo a ripetere da adulti. Tutti rischiamo di entrare in dinamiche relazionali poco sane. E tutti abbiamo bisogno di diventare più consapevoli di ciò che accade dentro di noi.

Conoscersi meglio non significa ripiegarsi su se stessi. Al contrario: più conosco ciò che mi abita, più posso diventare libero di amare.

Il corso si sviluppa attraverso cinque incontri online, in diretta, della durata di tre ore, con possibilità di recuperare successivamente l’incontro per chi non può partecipare. Ogni modulo mette in relazione un episodio evangelico con uno specifico strumento psicologico, alternando contenuti teorici e applicazioni concrete. Ed è proprio questa la caratteristica più interessante: non si prende una teoria psicologica per poi aggiungervi qualche citazione evangelica. Si parte da Cristo e dalla sua umanità.

I sei incontri: imparare l’umano guardando Gesù

Sabato 19 settembre – Marta e Maria: conoscere i propri Stati dell’Io

Il percorso si apre con l’incontro di Gesù con Marta e Maria (Lc 10,38-42), una pagina conosciutissima che può essere letta anche attraverso gli strumenti dell’Analisi Transazionale. Marta appare immersa nel fare, nella responsabilità, nel bisogno che le cose siano fatte nel modo giusto. In questa lettura agisce prevalentemente nello stato dell’Io del Genitore Critico. Maria, invece, si lascia coinvolgere dall’incontro e dall’ascolto, mostrando maggiormente i tratti del Bambino Libero. Gesù non condanna semplicemente una modalità per esaltarne un’altra: richiama piuttosto a una maggiore integrazione e consapevolezza. Durante l’incontro impareremo a conoscere gli Stati dell’Io – Genitore, Adulto e Bambino –, riconoscendo quale parte di noi prende più facilmente il sopravvento nelle diverse situazioni. Comprendere questi meccanismi aiuta a trasformare il proprio stile relazionale e a costruire rapporti più liberi, adulti e armoniosi.

Sabato 17 ottobre – Gesù e la Samaritana: imparare davvero ad ascoltare

L’incontro tra Gesù e la Samaritana (Gv 4,1-42) è uno dei dialoghi più belli del Vangelo. Gesù incontra una donna con una storia complessa e non parte dal giudizio. Le parla, la ascolta, le permette di raccontarsi. Allo stesso tempo non rinuncia alla verità. Accoglienza e autenticità non si contrappongono mai. È proprio questa capacità che spesso manca nelle nostre relazioni. A volte ascoltiamo soltanto per trovare il momento giusto per rispondere. Altre volte interpretiamo ciò che l’altro dice attraverso le nostre paure e i nostri pregiudizi. Questo incontro sarà dedicato all’ascolto attivo e alla comunicazione efficace. Impareremo alcuni strumenti per accogliere realmente ciò che l’altro sta dicendo, verificare di averlo compreso e, nello stesso tempo, riuscire a esprimere pensieri, emozioni e bisogni con maggiore autenticità. Perché tante crisi relazionali non nascono dalla mancanza di amore, ma dall’incapacità di comunicare quell’amore in modo comprensibile all’altro.

Sabato 21 novembre – Il Getsemani: diventare adulti nelle emozioni

Nel Getsemani (Mt 26,36-46) incontriamo un Gesù profondamente umano. Ha paura, prova angoscia e tristezza. Non nasconde ciò che sente e non finge una forza che non prova. È una pagina fondamentale per comprendere che maturità non significa non provare emozioni difficili. Gesù riconosce quello che accade dentro di sé, gli dà un nome, lo condivide con i discepoli e lo porta nella relazione con il Padre. L’incontro sarà quindi dedicato a emozioni e sentimenti: come riconoscerli, comprenderli, esprimerli e imparare gradualmente a gestirli. Rabbia, paura, tristezza e vergogna non sono nemici da eliminare. Sono segnali che raccontano qualcosa di noi. Il problema nasce quando non sappiamo riconoscerli oppure quando permettiamo loro di determinare automaticamente le nostre azioni. La libertà affettiva passa anche dalla capacità di dire: “Questo è ciò che provo, ma non sono obbligato ad agire secondo ciò che provo”.

Sabato 12 dicembre – La donna adultera: uscire dai giochi psicologici

Nel racconto della donna adultera (Gv 8,1-11) i farisei sembrano interrogare Gesù, ma in realtà stanno costruendo una trappola. È una dinamica molto simile a ciò che, in psicologia, viene definito gioco psicologico: una relazione apparentemente normale dietro la quale si nasconde un secondo livello, spesso inconsapevole, che porta verso un esito già conosciuto. Gesù non entra nel gioco. Non assume il ruolo che gli altri vorrebbero imporgli. Non diventa né persecutore né complice. Introduce invece qualcosa di nuovo, costringendo ciascuno ad assumersi la propria responsabilità. Durante questo incontro impareremo a riconoscere i giochi psicologici che spesso si ripetono nelle relazioni: provocazioni, ricatti emotivi, vittimismo, accuse, salvataggi non richiesti. L’obiettivo non sarà imparare a etichettare gli altri, ma riconoscere i nostri copioni relazionali e scoprire che possiamo smettere di recitare sempre la stessa parte.

Sabato 16 gennaio – Le nozze di Cana: imparare a costruire il “noi”

L’ultimo incontro prende spunto dalle nozze di Cana (Gv 2,1-11). Una festa di matrimonio rischia di trasformarsi in una situazione di vergogna e fallimento: manca il vino. Gesù entra proprio dentro questa mancanza e la trasforma. È un’immagine estremamente concreta anche per la vita di coppia. Prima o poi, infatti, in ogni matrimonio “manca il vino”: possono arrivare incomprensioni, stanchezza, differenze, conflitti, periodi nei quali l’altro sembra non riuscire più a rispondere ai nostri bisogni. La domanda diventa allora: come si costruisce e si custodisce il “noi”? Durante l’incontro saranno offerti alcuni primi strumenti relativi all’ascolto, alla comunicazione, alla gestione del conflitto e alla reciprocità. Verranno inoltre introdotte alcune dinamiche tipiche della relazione di coppia, aiutando a comprendere le ragioni che possono stare dietro determinati comportamenti del partner. Si tratterà volutamente di un primo assaggio. Il tema della coppia è troppo ampio per essere esaurito in poche ore e verrà successivamente approfondito attraverso un percorso specificamente dedicato.

Cinque incontri, quindi, per partire dal Vangelo e tornare alla nostra vita concreta. Perché seguire Cristo significa certamente imparare a pregare e credere, ma significa anche imparare ad ascoltare, comunicare, conoscere le proprie emozioni, uscire dai copioni che ci imprigionano e diventare più capaci di relazione. Più diventiamo pienamente umani, più diventiamo capaci di amare.

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Antonio e Luisa