In relazione con Te: quando il Vangelo incontra la psicologia e ci aiuta a diventare pienamente umani

C’è un equivoco che, come cristiani, rischiamo talvolta di portare con noi: pensare che la fede riguardi soprattutto la nostra dimensione spirituale. Preghiera, sacramenti, morale, vita ecclesiale. Tutto vero, naturalmente. Ma Gesù Cristo non è venuto semplicemente per renderci persone più religiose. È venuto per restituirci pienamente alla nostra umanità.

Cristo è vero Dio, ma è anche vero uomo. E il Vangelo, se impariamo a leggerlo anche da questo punto di vista, è sorprendentemente intriso di psicologia: troviamo emozioni, paure, desideri, relazioni, conflitti, ascolto, manipolazioni, libertà, responsabilità, scelte. Gesù incontra persone concrete e le accompagna a diventare più libere e autentiche. Da questa convinzione nasce “In relazione con Te – Fede, psiche e libertà affettiva alla scuola di Cristo”, un percorso di formazione che vuole mettere in dialogo fede cristiana e scienze umane, in particolare alcuni strumenti dell’Analisi Transazionale.

Un percorso che, in realtà, serve a tutti

Il corso nasce dalla collaborazione tra Amati per Amare e MatrimonioCristiano.org, due realtà impegnate nella formazione cristiana e nell’integrazione tra crescita spirituale e crescita umana. A guidare il percorso sono Claudia Viola, psicoterapeuta e Analista Transazionale, Roberto Reis, psicologo e terapeuta in formazione, e Antonio De Rosa, blogger cristiano, formato come direttore spirituale per coppie e counselor analista transazionale di base.

Formalmente il percorso è rivolto a educatori, operatori pastorali, sacerdoti, sposi, genitori e a quanti accompagnano altre persone. Ma sarebbe riduttivo considerarlo una formazione riservata a chi svolge un servizio educativo o pastorale. È un percorso che può servire davvero a tutti. Perché tutti siamo in relazione. Tutti comunichiamo. Tutti proviamo emozioni che a volte comprendiamo e altre volte ci travolgono. Tutti abbiamo imparato, fin dall’infanzia, alcuni modi di comportarci che continuiamo a ripetere da adulti. Tutti rischiamo di entrare in dinamiche relazionali poco sane. E tutti abbiamo bisogno di diventare più consapevoli di ciò che accade dentro di noi.

Conoscersi meglio non significa ripiegarsi su se stessi. Al contrario: più conosco ciò che mi abita, più posso diventare libero di amare.

Il corso si sviluppa attraverso cinque incontri online, in diretta, della durata di tre ore, con possibilità di recuperare successivamente l’incontro per chi non può partecipare. Ogni modulo mette in relazione un episodio evangelico con uno specifico strumento psicologico, alternando contenuti teorici e applicazioni concrete. Ed è proprio questa la caratteristica più interessante: non si prende una teoria psicologica per poi aggiungervi qualche citazione evangelica. Si parte da Cristo e dalla sua umanità.

I sei incontri: imparare l’umano guardando Gesù

Sabato 19 settembre – Marta e Maria: conoscere i propri Stati dell’Io

Il percorso si apre con l’incontro di Gesù con Marta e Maria (Lc 10,38-42), una pagina conosciutissima che può essere letta anche attraverso gli strumenti dell’Analisi Transazionale. Marta appare immersa nel fare, nella responsabilità, nel bisogno che le cose siano fatte nel modo giusto. In questa lettura agisce prevalentemente nello stato dell’Io del Genitore Critico. Maria, invece, si lascia coinvolgere dall’incontro e dall’ascolto, mostrando maggiormente i tratti del Bambino Libero. Gesù non condanna semplicemente una modalità per esaltarne un’altra: richiama piuttosto a una maggiore integrazione e consapevolezza. Durante l’incontro impareremo a conoscere gli Stati dell’Io – Genitore, Adulto e Bambino –, riconoscendo quale parte di noi prende più facilmente il sopravvento nelle diverse situazioni. Comprendere questi meccanismi aiuta a trasformare il proprio stile relazionale e a costruire rapporti più liberi, adulti e armoniosi.

Sabato 17 ottobre – Gesù e la Samaritana: imparare davvero ad ascoltare

L’incontro tra Gesù e la Samaritana (Gv 4,1-42) è uno dei dialoghi più belli del Vangelo. Gesù incontra una donna con una storia complessa e non parte dal giudizio. Le parla, la ascolta, le permette di raccontarsi. Allo stesso tempo non rinuncia alla verità. Accoglienza e autenticità non si contrappongono mai. È proprio questa capacità che spesso manca nelle nostre relazioni. A volte ascoltiamo soltanto per trovare il momento giusto per rispondere. Altre volte interpretiamo ciò che l’altro dice attraverso le nostre paure e i nostri pregiudizi. Questo incontro sarà dedicato all’ascolto attivo e alla comunicazione efficace. Impareremo alcuni strumenti per accogliere realmente ciò che l’altro sta dicendo, verificare di averlo compreso e, nello stesso tempo, riuscire a esprimere pensieri, emozioni e bisogni con maggiore autenticità. Perché tante crisi relazionali non nascono dalla mancanza di amore, ma dall’incapacità di comunicare quell’amore in modo comprensibile all’altro.

Sabato 21 novembre – Il Getsemani: diventare adulti nelle emozioni

Nel Getsemani (Mt 26,36-46) incontriamo un Gesù profondamente umano. Ha paura, prova angoscia e tristezza. Non nasconde ciò che sente e non finge una forza che non prova. È una pagina fondamentale per comprendere che maturità non significa non provare emozioni difficili. Gesù riconosce quello che accade dentro di sé, gli dà un nome, lo condivide con i discepoli e lo porta nella relazione con il Padre. L’incontro sarà quindi dedicato a emozioni e sentimenti: come riconoscerli, comprenderli, esprimerli e imparare gradualmente a gestirli. Rabbia, paura, tristezza e vergogna non sono nemici da eliminare. Sono segnali che raccontano qualcosa di noi. Il problema nasce quando non sappiamo riconoscerli oppure quando permettiamo loro di determinare automaticamente le nostre azioni. La libertà affettiva passa anche dalla capacità di dire: “Questo è ciò che provo, ma non sono obbligato ad agire secondo ciò che provo”.

Sabato 12 dicembre – La donna adultera: uscire dai giochi psicologici

Nel racconto della donna adultera (Gv 8,1-11) i farisei sembrano interrogare Gesù, ma in realtà stanno costruendo una trappola. È una dinamica molto simile a ciò che, in psicologia, viene definito gioco psicologico: una relazione apparentemente normale dietro la quale si nasconde un secondo livello, spesso inconsapevole, che porta verso un esito già conosciuto. Gesù non entra nel gioco. Non assume il ruolo che gli altri vorrebbero imporgli. Non diventa né persecutore né complice. Introduce invece qualcosa di nuovo, costringendo ciascuno ad assumersi la propria responsabilità. Durante questo incontro impareremo a riconoscere i giochi psicologici che spesso si ripetono nelle relazioni: provocazioni, ricatti emotivi, vittimismo, accuse, salvataggi non richiesti. L’obiettivo non sarà imparare a etichettare gli altri, ma riconoscere i nostri copioni relazionali e scoprire che possiamo smettere di recitare sempre la stessa parte.

Sabato 16 gennaio – Le nozze di Cana: imparare a costruire il “noi”

L’ultimo incontro prende spunto dalle nozze di Cana (Gv 2,1-11). Una festa di matrimonio rischia di trasformarsi in una situazione di vergogna e fallimento: manca il vino. Gesù entra proprio dentro questa mancanza e la trasforma. È un’immagine estremamente concreta anche per la vita di coppia. Prima o poi, infatti, in ogni matrimonio “manca il vino”: possono arrivare incomprensioni, stanchezza, differenze, conflitti, periodi nei quali l’altro sembra non riuscire più a rispondere ai nostri bisogni. La domanda diventa allora: come si costruisce e si custodisce il “noi”? Durante l’incontro saranno offerti alcuni primi strumenti relativi all’ascolto, alla comunicazione, alla gestione del conflitto e alla reciprocità. Verranno inoltre introdotte alcune dinamiche tipiche della relazione di coppia, aiutando a comprendere le ragioni che possono stare dietro determinati comportamenti del partner. Si tratterà volutamente di un primo assaggio. Il tema della coppia è troppo ampio per essere esaurito in poche ore e verrà successivamente approfondito attraverso un percorso specificamente dedicato.

Cinque incontri, quindi, per partire dal Vangelo e tornare alla nostra vita concreta. Perché seguire Cristo significa certamente imparare a pregare e credere, ma significa anche imparare ad ascoltare, comunicare, conoscere le proprie emozioni, uscire dai copioni che ci imprigionano e diventare più capaci di relazione. Più diventiamo pienamente umani, più diventiamo capaci di amare.

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Antonio e Luisa

Quanto è importante la comunità che Sostiene, Incoraggia, Ascolta e Non giudica?

Se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori (Salmo 127). 

Quando ci siamo sposati, pensavamo che in virtù del Sacramento tutto sarebbe andato per il meglio. Purtroppo non siamo riusciti a costruire confini chiari con le nostre famiglie d’origine. È stato più facile venir meno all’impegno di custodirci e sostenerci reciprocamente, con quella cura e quella pazienza che ogni nuovo inizio richiede. A volte diventava difficile perfino riconoscere e occupare il proprio posto nella nuova casa e nella nuova famiglia che stavamo costruendo insieme. Ad ogni ingerenza delle nostre famiglie, anziché accogliere e riconoscere i nostri sentimenti, abbiamo imparato a chiuderci.

Ci siamo ritrovati ben presto a vivere insieme, ma non a condividere ciò che ognuno viveva, né gioie, né paure, né tanto meno la genitorialità. Uno si occupava soprattutto degli aspetti materiali, mentre l’altra cercava di impedire che il nucleo familiare si sgretolasse. A tenere insieme tutto restavano una fede ancora fragile e una pazienza tenace, sufficienti però per non smettere di provarci. La pandemia è stata per noi una “grazia” che ci ha permesso di allontanarci da tutti, così siamo stati da soli con i nostri figli, è stato come un mettere ordine e pian piano abbiamo potuto vedere i vuoti lasciati, anche se entrambi no ne avevamo piena consapevolezza.

Esausta di percepirmi scontata nel ruolo di accudimento e non accettando più di farmi carico da sola della responsabilità della nostra famiglia, con determinazione ho proposto al mio sposo di partecipare al weekend di Retrouvaille di cui  avevo sentito parlare molti anni prima. Per noi quell’inizio è stato un reset, abbiamo imparato a dirci anche le cose più spiacevoli, a prenderci  del tempo come coppia, a dirci grazie per ogni piccolo momento.

La scorsa primavera abbiamo  accolto l’invito di partecipare ad un fine settimana a Loreto, un incontro annuale offerto a quanti hanno concluso il programma, incontro a cui partecipano coppie provenienti da tutta Italia. Quale gioia, quando mi dissero: “Andremo alla casa del Signore” (Salmo 122).

Arrivare a Loreto, accompagnati da tutta la famiglia Retrouvaille è stato prendere consapevolezza che dobbiamo darci da fare per costruire la fiducia tra di noi e che dobbiamo imparare a sostenerci vicendevolmente. Entrare nella Santa Casa, poggiare pian piano la mano su quelle pareti è stato un invito a lasciarsi andare, chinare il capo sfiorando le mura è stato un trovare riparo dove il cuore sussurra: “riposa: sei a casa“.

Pian piano è tornato alla mente il vangelo proclamato anche nel giorno del nostro matrimonio: Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia (Matteo 7,25), Questo versetto ci ha ricordato che all’origine di ogni chiamata c’è Dio e che a Lui possiamo affidarci, consegnando le nostre gioie, le nostre fatiche e anche le nostre fragilità. Non siamo soli, né come persone né come coppia e famiglia: Egli è la roccia alla quale vogliamo rimanere saldamente ancorati.

Abbiamo compreso che si può anche andare avanti arrancando, limitandosi a sopravvivere giorno dopo giorno. Ma è grazie all’accompagnamento di una comunità che sostiene e prega che possiamo ritrovare il coraggio di confermare le nostre scelte e di spendere davvero la vita per esse. È ciò che è accaduto a noi quando abbiamo incontrato gli amici di Retrouvaille.  Dio si fa prossimo ad ognuno di noi attraverso il fratello che ci mette accanto, attraverso la comunità che cammina, inciampa, soffre, ma soprattutto si offre. Abbiamo potuto costatare anche noi che nessuno si salva da solo, e che un matrimonio ferito, può gioire ed essere grato anche guardando le proprie ferite, così come possiamo guardare alle ferite che  Gesù ha mostrato ai Suoi discepoli dopo la Resurrezione. 

La crisi non è stata la fine; per noi è diventata, in qualche modo, una grazia, che ancora oggi ci invita a non restare piegati sotto il peso delle difficoltà. Ci ha insegnato ad abbandonarci nelle mani di Dio e a lasciarci sostenere dalla comunità, soprattutto quando il cammino si fa più faticoso. Oggi, con sentimenti di affetto, compassione e gratitudine, ci incoraggiamo reciprocamente ad attraversare le nostre paure e ad accogliere anche i nostri dolori, senza fuggirli. Consapevoli di non essere soli, continuiamo a camminare insieme, con lo sguardo rivolto a quel fiorire che, nonostante tutto, ci attende.

E a chi si troverà a leggere queste parole vogliamo lasciare un incoraggiamento: non abbiate paura di chiedere preghiere, ogni giorno e soprattutto per quelle situazioni che facciamo fatica persino a guardare. Abbiate il coraggio di lasciarvi raggiungere e accompagnare con pazienza, anche là dove le ferite fanno ancora male. Retrouvaille significa proprio “ritrovarsi”. Ed è ciò che sta accadendo anche a noi: continuiamo a ritrovarci come coppia, riscoprendo ogni giorno la chiamata che ci unisce e, nello stesso tempo, riconoscendoci figli amati da Dio Padre, custoditi da un amore più grande delle nostre fragilità.

con gioia Nunzio e Maria Grazia (Retrouvaille Italia)

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Mi faccio forza perché, se crollo io, crolla la famiglia

Ci sono frasi che ogni tanto ritornano, spesso nei momenti in cui la vita diventa più difficile e una di queste l’ho sentita tante volte da madri e padri che stavano attraversando situazioni dolorose e che, raccontandomi la loro storia, mi hanno detto: Mi faccio forza perché, se crollo io, crolla la famiglia.

Dentro quelle parole c’è qualcosa di molto più profondo di una semplice espressione di responsabilità, quella persona, in realtà, non si sta dicendo: “Sono forte”, ma esattamente il contrario. Sta dicendo: “Da sola forse non ce la farei”, eppure continua ad andare avanti, a svegliarsi la mattina, a lavorare, a occuparsi dei figli, a preparare da mangiare, ad ascoltare, a sorridere quando magari avrebbe soltanto voglia di piangere. Continua a fare tutto quello che deve fare, anche se la persona dentro si sente completamente svuotata. Perché lo fa? Perché c’è qualcuno che ha bisogno di lei.

Noi siamo portati a pensare che la forza sia una caratteristica personale, qualcosa che uno possiede, oppure non possiede. Ci sono persone che consideriamo forti e altre che consideriamo fragili, ci sono quelli che sembrano capaci di affrontare qualsiasi cosa e quelli che invece davanti alle difficoltà sembrano crollare, ma la vita, qualche volta, ci dimostra che non è così semplice.

Ci sono persone che non si sono mai considerate forti e che, quando arriva una situazione drammatica, scoprono dentro di sé una capacità di resistere che non avevano mai conosciuto, non perché siano diventate improvvisamente “Superman”, ma perché nella loro vita c’è qualcuno che amano e di cui si devono prendere cura. Allora l’amore per quella persona diventa più forte della disperazione.

Questo, per me, è uno dei miracoli più belli che Dio compie nella nostra vita. Non necessariamente un miracolo spettacolare, di quelli che aspettiamo quando preghiamo perché qualcosa cambi, è un miracolo molto più umano: Dio mette accanto a noi qualcuno e, attraverso quella persona, fa emergere da noi una forza che non avremmo mai scoperto se fossimo rimasti soli.

Pensiamo a una madre che attraversa un periodo terribile e che magari dentro di sé pensa di non avere più la forza di andare avanti: poi guarda i suoi figli e comprende che non può semplicemente lasciarsi andare, non perché improvvisamente il dolore sia scomparso, ma perché il suo amore è diventato più forte del dolore. Pensiamo a un padre che magari sta vivendo una difficoltà enorme e che, nonostante tutto, continua a lavorare, a preoccuparsi della famiglia, a esserci: forse nessuno si accorge di quanto gli costi farlo e nemmeno lui si rende conto della forza che sta mettendo in campo, eppure quella forza c’è. È una forza che nasce dalla relazione, nasce dal fatto che non viviamo soltanto per noi stessi.

Dio ci mette accanto qualcuno: il Signore non ci ha creati come individui autosufficienti, ci ha creati per la relazione, per il dono, per la responsabilità reciproca e ci ha messi gli uni accanto agli altri e, attraverso le persone che ci affida, ci permette di scoprire anche chi siamo. A volte pensiamo che avere responsabilità sia soltanto un peso e certamente lo è, perché prendersi cura di qualcuno costa, richiede tempo, pazienza, sacrificio e spesso ci chiede di mettere da parte noi stessi, ma c’è anche un altro aspetto che rischiamo di dimenticare: la responsabilità verso qualcuno può diventare una sorgente di forza e un’opportunità. È proprio perché qualcuno ci è stato affidato che scopriamo di avere ancora qualcosa da donare e la capacità di rialzarci.

Allora mi viene da pensare che forse Dio, in molti momenti della nostra vita, non ci dà semplicemente la forza di cui abbiamo bisogno, ci dà qualcuno per cui quella forza diventa necessaria. Spesso immaginiamo la Grazia come qualcosa che arriva dall’alto e che, in qualche modo, interrompe la normalità della nostra vita, ci aspettiamo quasi che Dio intervenga con qualcosa di straordinario, che faccia accadere qualcosa che ci permetta finalmente di capire che Lui c’è; in realtà spesso la Grazia si nasconde proprio nelle cose più umane che abbiamo, come ad esempio nella fedeltà di una persona che, nonostante una situazione familiare dolorosa, continua a fare ciò che ritiene giusto, perché sa che qualcuno conta su di lei, soprattutto i figli.

Ho visto con la mia separazione (che non sarebbe mai dovuta succedere), quante capacità positive sono venute fuori in me, perché ho sentito forte la responsabilità verso le figlie e anche verso mia moglie. Dio non ha bisogno di trasformarci in qualcun altro per salvarci, non deve cancellare la nostra personalità, i nostri sentimenti, la nostra sensibilità, le nostre capacità, molto spesso prende proprio ciò che siamo e lo porta a una dimensione che da soli non avremmo raggiunto.

Forse dovremmo guardare con occhi diversi le persone che Dio ha messo nella nostra vita: spesso vediamo soltanto la fatica che comportano, vediamo le responsabilità, le preoccupazioni, le rinunce, le notti insonni, le difficoltà educative, i problemi economici, le incomprensioni; ma quelle stesse persone possono essere anche il canale attraverso cui Dio fa emergere da noi qualcosa di nuovo. Ad esempio un figlio può insegnarti una pazienza che non sapevi di avere o una persona fragile può insegnarti una tenerezza che non avevi mai sperimentato.

Allora forse possiamo guardare anche alle nostre responsabilità con un po’ più di gratitudine, senza per questo negare la fatica che comportano, perché magari quella persona che oggi senti come un peso è anche, misteriosamente, una delle ragioni per cui Dio ti sta facendo scoprire la persona che puoi diventare. Così il coniuge può diventare una presenza attraverso la quale scopriamo la nostra capacità di amare.

Quando arrivano le difficoltà, quando la vita mette alla prova la coppia, può accadere qualcosa di sorprendente: proprio la responsabilità verso l’altro può diventare una delle ragioni per cui continuiamo a combattere. Forse, se sei ancora in piedi è perché Dio ha messo qualcuno nella tua vita che ti ha fatto scoprire una forza che non sapevi di avere. Allora, quando ti sembra di non farcela più, non guardare soltanto quanto è grande il dolore che hai davanti, guarda chi hai accanto; potrebbe essere proprio quella persona, affidata al tuo amore, il modo più umano e più concreto con cui Dio ti sta dicendo: “Coraggio, tu non sai quanto sei forte quando ami”.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Ester: perché proprio io?

«Tutti i ministri del re e il popolo delle sue province sanno che, se qualcuno, uomo o donna, entra dal re nell’atrio interno senza essere stato chiamato, una sola è la legge: deve essere messo a morte» (Est 4,11).

In questo modulo torna protagonista Ester. Tratteremo di paura e passività. Una persona adulta è capace di non fuggire le proprie responsabilità. Clicca qui per leggere i moduli precedenti.

Arriva un momento nella vita di Ester nel quale non è più possibile restare spettatrice. Fino a questo punto molte cose le sono semplicemente accadute. È rimasta orfana, è stata cresciuta da Mardocheo, è stata condotta nel palazzo del re, è stata scelta come regina. Ha saputo adattarsi, attendere, osservare. Ma adesso qualcosa cambia. Aman ha ottenuto il decreto contro il popolo ebraico e Mardocheo chiede a Ester di intervenire. Per la prima volta la domanda non è più: Che cosa mi sta succedendo?, ma: Che cosa decido di fare? Ed Ester ha paura. La sua risposta a Mardocheo è comprensibile: non può semplicemente entrare dal re. Ester è sposa del re ma presentarsi senza essere convocata significa rischiare la morte. Inoltre sono trenta giorni che il re non la chiama. In altre parole Ester dice: “Capisco il problema, ma che cosa posso farci io?”.

È una domanda che conosciamo bene. Perché proprio io? Perché devo essere io a fare il primo passo? Perché devo essere sempre io a cercare il dialogo? Perché devo essere io a cambiare? Perché devo perdonare ancora? Perché devo affrontare questo problema, quando sarebbe molto più semplice aspettare che sia l’altro a muoversi? Nella vita di coppia questa tentazione è frequentissima. Vediamo perfettamente ciò che non funziona, ma aspettiamo che sia l’altro a sistemarlo. “Se lui fosse più affettuoso, io sarei diversa.” “Se lei smettesse di criticarmi, riuscirei ad aprirmi.” “Quando lui cambierà, allora cambierò anch’io.” “Finché lei continua a comportarsi così, non posso fare nulla.”

Può essere tutto vero. L’altro può realmente avere responsabilità importanti. Il problema nasce quando utilizziamo la responsabilità dell’altro per evitare di guardare la nostra. L’Analisi Transazionale ci offre una chiave interessante attraverso il concetto di passività. Essere passivi non significa necessariamente stare immobili sul divano senza fare nulla. Possiamo essere molto attivi e tuttavia evitare il vero problema. Possiamo lamentarci continuamente. Possiamo arrabbiarci. Possiamo parlare per ore con amici e parenti. Possiamo analizzare perfettamente tutti gli errori del coniuge. Possiamo persino pregare perché Dio lo cambi. E nello stesso tempo non fare l’unica cosa che dipende davvero da noi. È una forma di evitamento della responsabilità. Non significa attribuirsi colpe che non abbiamo. Responsabilità e colpa non sono la stessa cosa. Essere responsabili significa riconoscere quale parte della situazione dipende dalla nostra libertà.

Ester non ha creato il decreto di Aman. Non è responsabile dell’odio di Aman. Non ha scelto il pericolo nel quale si trova il suo popolo. Eppure c’è qualcosa che soltanto lei può fare. Questo è il punto. Nella coppia spesso sprechiamo moltissima energia cercando di cambiare ciò che non dipende da noi e pochissima energia nel cambiare ciò che dipende da noi. Non posso obbligare mia moglie ad ascoltarmi, ma posso imparare a parlarle senza aggredirla. Non posso costringere mio marito a essere più tenero, ma posso dirgli chiaramente quanto quella tenerezza sia importante per me. Non posso cambiare la storia familiare del mio coniuge, ma posso decidere di non usare le sue ferite contro di lui. Non posso obbligare l’altro a perdonarmi, ma posso assumermi sinceramente la responsabilità del male che ho fatto. Non posso garantire il risultato. Posso però scegliere la mia parte.

Mardocheo scuote Ester proprio su questo punto. Le fa comprendere che essere diventata regina non significa essere stata messa in un luogo protetto dal quale osservare la sofferenza degli altri. Quel posto comporta una responsabilità. È molto interessante anche per il matrimonio cristiano. A volte pensiamo alla vocazione soprattutto come a qualcosa che Dio ci dona per renderci felici. Ed è vero: il matrimonio è un grande dono. Ma ogni dono porta con sé anche una responsabilità. Se Dio mi ha affidato questa donna, questo uomo, questi figli, questa storia, allora dentro questa realtà esiste anche una domanda rivolta a me. Non soltanto: “Che cosa sto ricevendo?”. Ma anche: “Che cosa mi è affidato?

La tentazione di tirarsi indietro diventa particolarmente forte quando agire comporta un rischio. Ester rischia moltissimo. Anche noi, nelle relazioni, rischiamo. Dire “ho sbagliato” significa rischiare di sentirci vulnerabili. Chiedere perdono significa rinunciare alle nostre difese. Dire “ho bisogno di te” significa esporsi alla possibilità di un rifiuto. Affrontare una crisi significa rinunciare all’illusione che tutto si aggiusterà da solo. Chiedere aiuto significa riconoscere che forse non ce la facciamo con le sole nostre forze. È molto più rassicurante aspettare. Ma alcuni problemi non scompaiono aspettando. Anzi, spesso crescono. Ci sono coppie che rimandano per anni una conversazione necessaria. Non parlano dell’intimità che non funziona, della distanza che sta crescendo, del rapporto con le famiglie d’origine, delle difficoltà economiche, di una ferita mai davvero perdonata. “Non è il momento.” “Ne parleremo più avanti.” “Adesso abbiamo troppi problemi.” Poi passano i mesi e gli anni. L’evitamento offre una pace immediata, ma spesso prepara un conflitto futuro molto più grande.

C’è poi un’altra forma sottile di passività: convincersi di non poter fare nulla. “Ormai siamo fatti così.” “Lui non cambierà mai.” “Lei è sempre stata così.” “Il nostro matrimonio è questo.” Sono frasi pericolose perché trasformano una difficoltà in una sentenza. Nello stato dell’Io Adulto possiamo invece domandarci: qual è la realtà? Quali possibilità esistono? Quale piccolo passo è concretamente nelle mie mani? Non dobbiamo sempre risolvere tutto. A volte la responsabilità comincia da un gesto piccolissimo. Fare una telefonata. Chiedere un confronto. Spegnere il telefono e sedersi accanto all’altro. Dire finalmente una verità che stiamo evitando. Chiedere aiuto a qualcuno competente. Pregare insieme dopo mesi che non lo facciamo. Pronunciare per primi: “Possiamo ricominciare?”.

Ester non è ancora la donna coraggiosa che vedremo poco dopo. In questo momento ha paura e cerca una via d’uscita. Ed è proprio questo a renderla così vicina a noi. Il coraggio biblico non consiste nel non avere paura. Consiste nel non lasciare alla paura l’ultima parola. Anche nella coppia arriva prima o poi un momento in cui dobbiamo smettere di domandarci chi dovrebbe cominciare e iniziare a chiederci: “Che cosa posso fare io?” Non “che cosa dovrebbe fare lui”. Non “che cosa dovrebbe capire lei”. Io. La nostra parte può essere piccola, ma è l’unica sulla quale abbiamo veramente potere.

Forse è proprio qui che una coppia ricomincia a vivere: quando almeno uno dei due smette di aspettare che l’altro cambi per primo. Amare significa anche assumersi il rischio del primo passo. E forse, davanti a tante situazioni della nostra vita, Dio continua a rivolgerci silenziosamente la stessa domanda che attraversa la storia di Ester: Chi sa se non sei qui proprio per questo?

Per dialogare insieme

  1. C’è qualche problema della nostra coppia che stiamo rimandando da troppo tempo?
  2. In quali situazioni tendo a pensare: “Deve cambiare prima lui” oppure “Deve cominciare prima lei”?
  3. Quale responsabilità attribuisco continuamente a te senza guardare sufficientemente la mia?
  4. C’è qualcosa che so di dover fare, ma che continuo a evitare per paura delle conseguenze?
  5. Quando abbiamo un problema, tendo ad affrontarlo, a lamentarmi, ad arrabbiarmi oppure a far finta che non esista?
  6. Qual è un piccolo passo concreto che dipende da me e che potrebbe fare bene alla nostra relazione?

Prendete un problema reale della vostra coppia. Evitate per qualche minuto di parlare di ciò che dovrebbe fare l’altro. Ognuno provi invece a completare questa frase: “Rispetto a questa situazione, ciò che dipende da me è…”. Non promettete grandi cambiamenti. Scegliete un gesto concreto e possibile da vivere nei prossimi giorni.

Per pregare

Signore Gesù, quante volte davanti alle difficoltà della nostra vita ci domandiamo: “Perché proprio io?”. Vorremmo che fosse l’altro a cominciare. Vorremmo che cambiasse prima lui, che comprendesse prima lei, che qualcuno risolvesse al nostro posto ciò che ci fa paura affrontare. Donaci la libertà di guardare la nostra parte. Liberaci dalla tentazione di usare gli errori dell’altro come giustificazione per le nostre chiusure. Aiutaci a distinguere ciò che non dipende da noi da ciò che invece Tu affidi alla nostra responsabilità. Quando abbiamo paura di parlare, donaci parole sincere. Quando abbiamo paura di chiedere perdono, rendici umili. Quando siamo stanchi di essere i primi a fare un passo, ricordaci che anche Tu ci hai amati per primo. Quando pensiamo che nulla possa cambiare, restituiscici uno sguardo capace di vedere possibilità nuove. Non permettere che la paura diventi immobilità e che l’attesa diventi una scusa per non amare. Come Ester, aiutaci a comprendere che forse siamo arrivati proprio qui, dentro questa storia, dentro questo matrimonio, dentro questa difficoltà, per rispondere a una chiamata che nessun altro può vivere al posto nostro. Mostraci oggi non tutta la strada, ma il prossimo passo. E donaci il coraggio di compierlo. Amen.

Antonio e Luisa

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Non possiamo vedere il nostro volto da soli

C’è una parte del nostro corpo che accompagna ogni istante della nostra vita e che, paradossalmente, non possiamo vedere direttamente: il nostro volto. Possiamo guardare le nostre mani, le nostre gambe, il nostro petto. Possiamo abbassare gli occhi e osservare quasi tutto il nostro corpo. Ma non possiamo guardare il nostro viso senza qualcosa che ce lo restituisca: uno specchio, una fotografia oppure, in modo molto più profondo, lo sguardo di un’altra persona. Forse non è soltanto una curiosità anatomica. Forse racconta qualcosa di profondamente umano: non possiamo conoscere completamente noi stessi da soli.

San Paolo usa proprio l’immagine dello specchio quando scrive: «Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia» (1Cor 13,12). Il contesto parla della conoscenza di Dio, ma l’immagine è straordinariamente evocativa anche per comprendere le nostre relazioni. Oggi conosco soltanto «in parte». Anche me stesso. Abbiamo tutti una rappresentazione di chi siamo. Pensiamo di essere generosi, pazienti, disponibili, oppure magari incapaci, egoisti, fragili. Ma questa immagine non coincide necessariamente con tutta la verità. Ci sono aspetti di noi che possiamo scoprire soltanto quando entriamo in relazione.

La psicologia sociale conosce da tempo qualcosa di simile. Si parla di reflected appraisal: l’immagine che abbiamo di noi viene influenzata anche dal modo in cui immaginiamo di essere percepiti dagli altri. La ricerca suggerisce inoltre che questo processo assume un peso particolare proprio nelle relazioni più intime: quanto più una persona ci è vicina, tanto più profondamente elaboriamo ciò che pensiamo essa veda in noi. Il matrimonio, da questo punto di vista, è uno degli specchi più potenti che esistano.

Da fidanzato potevo convincermi di essere una persona molto paziente. Poi arriva la vita insieme. Arrivano la stanchezza, i figli, le incomprensioni, le aspettative deluse. Ed ecco che mia moglie riesce a mostrarmi una parte del mio volto che io non avevo mai visto. Non perché me la provochi. Perché la relazione la rende visibile. È una distinzione fondamentale.

Quando il coniuge tocca una nostra fragilità, spesso pensiamo: Se tu non fossi così, io non reagirei in questo modo. In realtà quella reazione racconta qualcosa che era già dentro di noi. L’altro non sempre crea la ferita: qualche volta semplicemente la illumina. È qui che la relazione può diventare luogo di crescita oppure campo di battaglia. Posso arrabbiarmi con lo specchio perché mi mostra una macchia sul volto. Oppure posso usare quello specchio per pulirla.

Nella coppia accade continuamente. Il modo in cui reagisco al silenzio dell’altro, alla sua critica, alla sua distanza, alla sua richiesta di attenzione può rivelare paure antiche: non sono importante, non sono abbastanza, prima o poi mi abbandonerai, devo meritarmi il tuo amore. Sono copioni che spesso portiamo con noi molto prima di incontrare nostro marito o nostra moglie. La relazione li porta alla luce.

Ma esiste anche il movimento opposto. L’altro non ci mostra soltanto ciò che deve essere guarito. Può mostrarci una bellezza che noi non riusciamo più a vedere. Ci sono persone cresciute sentendosi incapaci che scoprono, attraverso l’amore del coniuge, di essere affidabili. Persone convinte di non essere desiderabili che imparano lentamente ad accogliere il proprio corpo attraverso uno sguardo che le contempla con amore. Persone abituate a sentirsi inutili che scoprono di essere preziose perché qualcuno continua a scegliere la loro presenza.

Non dobbiamo però trasformare il coniuge nel giudice della nostra identità. Sarebbe pericoloso. L’altro può aiutarci a conoscerci, ma non decide quanto valiamo. La nostra identità più profonda precede qualsiasi giudizio umano. La Scrittura lo dice attraverso un’immagine ancora più forte: il volto dell’altro può diventare luogo nel quale intravedere il volto di Dio. Quando Giacobbe incontra nuovamente Esaù teme la vendetta del fratello che aveva ingannato. Invece Esaù gli corre incontro, lo abbraccia e lo accoglie. Giacobbe allora pronuncia parole sorprendenti: «Vedere il tuo volto è stato per me come vedere il volto di Dio, poiché tu mi hai accolto con benevolenza» (Gen 33,10). Il volto dell’altro diventa volto di Dio quando invece della condanna troviamo misericordia.

Credo che questo possa accadere anche nel matrimonio. Quando conosco le fragilità di mia moglie e continuo a guardarla con amore, le sto restituendo un’immagine di sé che forse da sola non riesce più a vedere. Quando lei conosce le mie incoerenze ma non mi riduce ai miei errori, mi permette di intravedere qualcosa dello sguardo di Dio. Paolo scrive ancora che, contemplando il Signore «a viso scoperto», veniamo trasformati progressivamente nella sua stessa immagine (2Cor 3,18). È bellissimo: lo sguardo non serve soltanto a conoscere. Lo sguardo può trasformare. Anche quello degli sposi.

Posso guardare mia moglie ricordandole continuamente ciò che non è. Oppure posso guardarla aiutandola a diventare ciò che è chiamata ad essere. Posso usare ciò che conosco delle sue fragilità per ferirla oppure per custodirla. E lei può fare lo stesso con me. Forse Dio ha permesso che non potessimo vedere direttamente il nostro volto anche per ricordarci qualcosa: nessuno basta completamente a se stesso per conoscersi. Abbiamo bisogno di uno specchio. Abbiamo bisogno degli altri.

E, nella vita matrimoniale, abbiamo soprattutto bisogno di imparare a guardarci con uno sguardo sufficientemente vero da non nascondere le ferite e sufficientemente misericordioso da non identificarci con esse. Perché qualche volta, guardando il volto della persona che abbiamo sposato, possiamo scoprire qualcosa di lei. Ma qualche volta, attraverso i suoi occhi, possiamo finalmente vedere anche il nostro volto.

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Quando non sono più io che vivo, ma tu vivi in me

Ho letto una storia insieme ordinaria e straordinaria. Ordinaria, perché dovrebbe raccontare semplicemente la normalità di un amore che resta fedele e continua a prendersi cura dell’altro. Straordinaria, perché purtroppo questa normalità non è più così scontata, tanto da diventare una notizia degna di essere raccontata da un giornale. Leggi qui l’articolo.

Edward ha 87 anni e ogni giorno percorre dieci chilometri per raggiungere la moglie Annamaria, ricoverata in una RSA a causa di un grave decadimento cognitivo. Lei non riesce più a parlare, ma lui continua a starle accanto, a tenerle la mano, a raccontarle la loro vita e a prendersi cura di lei. La loro storia ci mostra cosa accade quando il matrimonio diventa una vera comunione: amare l’altro non è più soltanto una scelta o un dovere, ma una parte irrinunciabile di ciò che siamo.

Ogni giorno Edward si veste con cura ed esce di casa per raggiungere Annamaria, sua moglie da sessantacinque anni. Lei vive in una RSA e, a causa di un decadimento cognitivo, non riesce più a parlare. Lui, invece, continua a parlarle. Le racconta ciò che ha fatto, le ricorda che giorno è, le canta le canzoni della tradizione toscana, la imbocca, le accarezza il volto e le tiene la mano.

Potremmo guardare a tutto questo come a un gesto straordinario. Potremmo pensare a Edward come a un uomo dotato di una forza e di una generosità fuori dal comune. E certamente la sua tenacia commuove. Eppure lui stesso sembra voler ridimensionare ciò che fa: «Non faccio nulla di speciale. Semplicemente le tengo compagnia». Forse è proprio questa frase a rivelare il significato più autentico della sua scelta. Edward non vive quelle visite come un sacrificio imposto dall’esterno, come un dovere pesante da compiere per dimostrare di essere un bravo marito. Va da Annamaria perché sente che il suo posto è accanto a lei. Non perché qualcuno glielo ordini, ma perché stare con lei corrisponde ormai a ciò che lui è.

Il matrimonio, quando viene vissuto in profondità, opera lentamente una trasformazione. L’io non scompare, non viene annullato e non perde la propria dignità. Al contrario, diventa più pienamente sé stesso aprendosi al tu. L’altro non è più soltanto qualcuno che cammina accanto a me, ma entra nella mia stessa identità. La sua gioia diventa la mia gioia, la sua sofferenza mi riguarda, la sua fragilità mi interpella. È come poter dire: non sono più soltanto io che vivo, ma tu vivi in me. Questa espressione non indica una dipendenza patologica, né la perdita dei propri confini. Descrive piuttosto il mistero della comunione sponsale. Dopo tanti anni, il volto dell’altro abita dentro di noi. I suoi gesti, le sue parole, la sua storia e persino i suoi silenzi diventano parte della nostra vita.

Per questo Edward non considera inutile andare da una donna che non può più conversare con lui. Non misura il valore dell’incontro in base a ciò che riceve. Annamaria non può intrattenerlo, ringraziarlo con lunghi discorsi o ricambiare le sue attenzioni come un tempo. Eppure per lui è sempre sua moglie. È sempre la ragazza che gli propose di sposarsi davanti ai quadri della National Gallery. È la donna con la quale ha costruito una famiglia, cresciuto due figli, attraversato stagioni felici e momenti difficili. La malattia ha cambiato le possibilità di Annamaria, ma non ha cancellato la loro relazione.

Questo è un punto decisivo. Spesso siamo portati a vivere l’amore secondo una logica di scambio: io resto finché tu riesci a darmi qualcosa, finché mi comprendi, mi rassicuri, mi gratifichi e soddisfi i miei bisogni. Quando l’altro non riesce più a farlo, la relazione sembra perdere significato. L’amore sponsale autentico segue invece una logica diversa. Non dice: «Ti amo perché mi fai stare bene», ma: «Il tuo bene è entrato così profondamente nella mia vita che prendermi cura di te fa stare bene anche me». Non si tratta di cancellare la fatica. Edward stesso racconta il dolore provato quando Annamaria è entrata nella struttura. La separazione dalla vita quotidiana condivisa gli ha provocato un grande magone. L’amore vero non elimina la sofferenza, ma le dona un senso.

Camminare dieci chilometri, affrontare il caldo o la pioggia, entrare ogni giorno in una RSA e confrontarsi con il decadimento della persona amata non è semplice. Sarebbe ingenuo presentare tutto questo come una favola romantica. Ci sono certamente stanchezza, nostalgia, solitudine e paura. Eppure, dentro quella fatica, Edward trova anche la felicità. Dice di essere felice quando entra nella struttura perché può stare accanto a sua moglie. Non è felice della malattia, ma è felice di poter continuare ad amarla dentro la malattia.

Qui si manifesta la grandezza del matrimonio. L’amore non resta un sentimento provato nel cuore, ma diventa una postura, un modo di abitare il mondo. L’altro diventa una presenza interiore che orienta le nostre scelte. Prendersene cura non viene percepito come qualcosa di estraneo alla propria vita, perché quella persona è ormai parte della propria vita. Quando amiamo davvero nostro marito o nostra moglie, non ci chiediamo continuamente quanto ci costi esserci. Sentiamo piuttosto che non esserci ci costerebbe ancora di più. Non perché siamo obbligati, ma perché la comunione creata negli anni ci spinge verso l’altro.

Edward tiene la mano di Annamaria senza staccarla. Lei non ha più parole, ma forse non ne servono. Le mani raccontano ciò che la memoria non riesce più a formulare. Dicono: «Sono ancora qui. Tu sei ancora tu. Noi siamo ancora noi». Il matrimonio è anche questo: custodire il “noi” quando uno dei due non riesce più a farlo. Quando uno dimentica, l’altro ricorda per entrambi. Quando uno non parla, l’altro dà voce alla loro storia. Quando uno non può più camminare, l’altro lo spinge in carrozzina. Quando uno sembra allontanarsi dentro la malattia, l’altro continua a chiamarlo attraverso una carezza, una canzone o un bacio sulla guancia. Non è eroismo spettacolare. È l’amore quotidiano portato fino alle sue conseguenze più vere.

«Semplicemente le tengo compagnia», dice Edward. Eppure in quella compagnia c’è tutto: la fedeltà, la memoria, il dono, la tenerezza e la promessa pronunciata sessantacinque anni prima. Un matrimonio autentico conduce proprio qui: a scoprire che l’altro non è un peso da portare, ma una vita da custodire. E che, custodendola, in modo misterioso custodiamo anche la nostra. Perché, dopo aver camminato così a lungo insieme, non siamo più due esistenze semplicemente affiancate. Tu vivi in me. Io vivo in te. E anche quando le parole finiscono, l’amore continua a parlare.

Antonio e Luisa

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Aman: una ferita trasformata in vendetta può diventare guerra

«Aman vide che Mardocheo non s’inginocchiava né si prostrava davanti a lui e fu pieno d’ira» (Est 3,5).

In questo modulo il protagonista è ancora Aman. Partiremo dalla sua reazione per riflettere sulla tentazione di rispondere al male, reale o anche solo percepito, facendo a nostra volta del male.Clicca qui per leggere i moduli precedenti.

Ci sono guerre che cominciano da cose piccolissime. Una parola pronunciata male. Un gesto che interpretiamo come mancanza di rispetto. Un’attenzione che aspettavamo e che non è arrivata. Una risposta fredda. Uno sguardo che ci sembra indifferente. Apparentemente nulla di grave. Eppure, se quella piccola ferita trova dentro di noi un terreno già fragile, può cominciare a crescere fino a diventare qualcosa di molto più grande.

È quello che accade ad Aman. Mardocheo non si inchina davanti a lui. Tutti gli altri lo fanno. Aman gode di prestigio, potere e riconoscimento. Potrebbe ignorare quell’unico uomo che non gli rende omaggio. Potrebbe relativizzare. Potrebbe domandarsi perché Mardocheo agisca in quel modo. Potrebbe persino affrontarlo direttamente. Non fa nulla di tutto questo. Si lascia invece invadere dall’ira. La sproporzione è impressionante. Un uomo non si inchina e Aman decide di distruggere un intero popolo. La ferita iniziale viene ingigantita fino a diventare una guerra.

Anche nella coppia succede qualcosa di simile, naturalmente su scala diversa. Quante nostre discussioni nascono davvero dal motivo per cui stiamo litigando? A volte discutiamo per i piatti lasciati sul tavolo, per un messaggio non mandato, per cinque minuti di ritardo, per una spesa fatta senza avvisare. Eppure sappiamo bene che non stiamo litigando davvero per quei piatti, per quel messaggio o per quei cinque minuti. Dietro può esserci qualcosa di molto più antico. “Non ti importa di me.” “Non mi consideri.” “Devo sempre fare tutto io.” “Non sono importante per te.” “Non mi rispetti.” La situazione presente tocca una ferita precedente e improvvisamente la reazione diventa molto più intensa dell’evento che l’ha provocata.

L’Analisi Transazionale ci aiuta a comprendere questo meccanismo attraverso il concetto di copione. Durante la nostra crescita elaboriamo convinzioni profonde su noi stessi, sugli altri e sulla vita. Non sono necessariamente pensieri consapevoli. Sono piuttosto conclusioni emotive: “Non posso fidarmi”, “Prima o poi mi abbandoneranno”, “Devo difendermi”, “Se non mi faccio rispettare sarò schiacciato”. Quando un evento presente tocca una di queste convinzioni, possiamo reagire non soltanto a ciò che sta accadendo oggi, ma anche a tutto ciò che quella situazione rappresenta per noi. Per questo una frase innocua può diventare devastante. Il marito dice: “Stasera sono molto stanco”. La moglie sente: “Non desidero stare con te”. La moglie dice: “Preferisco pensarci domani”. Il marito sente: “Quello che dici non mi interessa”. Le parole reali sono una cosa. Il significato che attribuiamo loro può essere completamente diverso.

Aman non riesce più a vedere Mardocheo semplicemente come un uomo che compie una scelta. Lo vede come qualcuno che minaccia il suo valore e la sua autorità. E quando l’altro diventa una minaccia, nasce facilmente la tentazione della vendetta. Il copione di vendetta può assumere forme molto sottili nella vita matrimoniale. Non significa necessariamente desiderare consapevolmente il male dell’altro. Spesso è molto più semplice: “Mi hai ferito? Allora adesso sentirai anche tu quello che ho provato io”. Cominciano così piccole restituzioni. Tu non mi hai cercato? Io non ti cerco. Tu sei stato freddo? Io sarò ancora più fredda. Tu mi hai criticato davanti agli altri? Alla prossima occasione ti farò fare una brutta figura. Tu hai rifiutato il mio gesto di tenerezza? Quando sarai tu a cercarmi, troverai una porta chiusa. Non lo diciamo apertamente. A volte non lo confessiamo neppure a noi stessi. Ma dentro compare una sorta di contabilità affettiva: hai fatto questo, quindi adesso io posso fare quest’altro. Ed è proprio qui che una piccola ferita comincia a diventare una guerra.

La vendetta promette una forma di giustizia, ma quasi mai produce giustizia. Produce invece un’altra ferita. L’altro reagisce. Noi reagiamo alla sua reazione. In poco tempo nessuno ricorda più dove tutto sia cominciato. Quante coppie conoscono questa esperienza? Si parte da un episodio banale e dopo venti minuti si stanno tirando fuori errori commessi dieci anni prima. Non si parla più dell’oggi. Entra in scena l’archivio matrimoniale. “Tu fai sempre così.” “Anche quella volta da tua madre…” “E quando eravamo in vacanza?” “Tu invece cosa hai fatto tre anni fa?” A quel punto non stiamo più cercando di comprenderci. Stiamo cercando munizioni. La memoria, che dovrebbe custodire il bene ricevuto, diventa un deposito di armi.

Qui Ester ci mette davanti una domanda scomoda: cosa facciamo delle nostre ferite? Non possiamo impedire completamente all’altro di ferirci. Anche nella coppia più bella ci saranno incomprensioni, mancanze, egoismi e parole sbagliate. Siamo due persone imperfette che cercano di amarsi. La questione decisiva non è quindi evitare ogni ferita, ma scegliere che cosa farne. Posso custodirla e alimentarla, oppure portarla alla luce. Posso usarla per accusare, oppure raccontarla. Posso trasformarla in una prova contro di te, oppure mostrartela come una parte fragile di me.

Dire: “Sei sempre egoista” è molto diverso dal dire: “Quando hai fatto quella cosa mi sono sentito poco importante per te”. Nel primo caso attacco la tua identità. Nel secondo ti permetto di entrare nel mio mondo interiore. Questo passaggio richiede molta maturità. Significa uscire dallo stato dell’Io Bambino ferito che pretende riparazione immediata e permettere all’Adulto di leggere ciò che sta succedendo. Significa domandarsi: ciò che sto pensando corrisponde davvero alla realtà? Il mio coniuge voleva realmente ferirmi? Sto reagendo alla situazione presente oppure a qualcosa di più antico? A volte scopriamo che la persona che stiamo combattendo non è davvero nostro marito o nostra moglie. Stiamo combattendo qualcuno del nostro passato attraverso di lui o attraverso di lei.

Il matrimonio diventa allora un luogo straordinario di conoscenza di sé. L’altro, proprio perché ci è vicino, riesce a toccare zone che nessun altro raggiunge. Può risvegliare ferite profonde, ma proprio per questo può diventare anche compagno di guarigione. A una condizione: che rinunciamo alla vendetta. Il Vangelo propone una logica completamente diversa. Gesù non ci insegna a restituire il male ricevuto, ma a interrompere la catena. Qualcuno deve decidere che quella ferita non produrrà un’altra ferita. Nel matrimonio quel qualcuno, qualche volta, dovrò essere io. Non perché l’altro abbia necessariamente ragione. Non perché debba accettare qualsiasi comportamento. Non perché il dolore non conti. Ma perché la comunione vale più della soddisfazione momentanea di aver restituito il colpo. Amare per primi significa anche questo. Dire dentro di sé: “Questa guerra finisce qui”.

Aman non riesce a farlo. Lascia che il proprio orgoglio trasformi Mardocheo in un nemico e il nemico in un intero popolo da distruggere. È un’immagine estrema, ma ci mostra ciò che può accadere quando non custodiamo il cuore. Le grandi crisi matrimoniali non sempre nascono da grandi eventi. Talvolta sono il risultato di centinaia di piccole ferite mai raccontate, mai perdonate e mai guarite. Per questo non dobbiamo avere paura delle ferite. Dobbiamo avere paura del rancore che lasciamo crescere intorno ad esse. Una ferita condivisa può diventare intimità. Una ferita nascosta può diventare distanza. Una ferita trasformata in vendetta può diventare guerra. Forse oggi la domanda più importante non è: “Che cosa mi hai fatto?”, ma: “Che cosa sto facendo io con ciò che mi hai fatto?”. È lì che comincia la nostra libertà.

Per dialogare insieme

  1. Quali sono le piccole situazioni che tra noi provocano reazioni molto più forti di quanto sembrerebbe necessario?
  2. Quando mi sento ferito, riesco a dirtelo oppure tendo a chiudermi, accusarti o restituirti il colpo?
  3. C’è qualche vecchia ferita che continuo a riportare nelle nostre discussioni?
  4. Quale frase interiore si attiva maggiormente quando mi sento trascurato o non rispettato? “Non sono importante”, “Non posso fidarmi”, “Sono solo”, “Devo difendermi”?
  5. In quali modi rischio di mettere in atto una piccola vendetta nei tuoi confronti?
  6. Che cosa potrei fare diversamente la prossima volta che mi sentirò ferito?

Provate a scegliere una ferita recente, possibilmente non troppo grave. Raccontatela senza discutere sui fatti. Chi parla provi a completare questa frase: “Quando è successo…, io mi sono sentito… e dentro di me ho pensato…”. L’altro ascolti senza difendersi e alla fine provi semplicemente a restituire ciò che ha compreso.

Per pregare

Gesù, conosci le nostre ferite, anche quelle che non sappiamo raccontare. Conosci le parole che ci hanno fatto male, le delusioni che abbiamo accumulato e le volte in cui abbiamo trasformato il dolore in rancore. Liberaci dal bisogno di restituire ciò che abbiamo ricevuto. Quando siamo tentati di far pagare all’altro la nostra sofferenza, ricordaci che siamo marito e moglie, non avversari. Donaci un cuore capace di distinguere ciò che sta accadendo oggi dalle ferite che portiamo dal passato. Aiutaci a non attribuire all’altro intenzioni che non ha e a non trasformare una mancanza in una condanna. Insegnaci a parlare prima che il silenzio diventi distanza, a chiedere prima che il bisogno diventi pretesa, a perdonare prima che la ferita diventi rancore. Quando il nostro orgoglio ci sussurra che dobbiamo vincere, ricordaci che nel matrimonio o vinciamo insieme oppure perdiamo entrambi. Donaci la forza di essere, qualche volta, colui o colei che interrompe la catena. Colui che non restituisce il colpo. Colei che pronuncia per prima una parola buona. Colui che sceglie di avvicinarsi. Fa’ che le nostre piccole ferite non diventino grandi guerre, ma occasioni per conoscerci più profondamente, accoglierci nelle nostre fragilità e imparare ogni giorno ad amarci come Tu ci ami. Amen.

Antonio e Luisa

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Come la Bibbia Parla alla Vita Quotidiana

Ci sono libri che si leggono con interesse e altri che, mentre li leggi, ti fanno sentire chiamato in causa. Il cristiano è un lavoro duro ma qualcuno lo deve pur fare di Anna Porchetti appartiene decisamente alla seconda categoria.

Già il titolo mi aveva incuriosito. Mi aveva strappato un sorriso, perché contiene una verità che spesso preferiamo non ammettere. Essere cristiani è bello, certamente. È una Grazia. È incontrare uno sguardo capace di dare senso alla vita. Ma è anche un lavoro duro. Non perché Dio ci chieda di guadagnarci il suo amore, ma perché il Vangelo ci obbliga continuamente a uscire dalle nostre comodità, dalle nostre giustificazioni e dall’immagine rassicurante che abbiamo costruito di noi stessi.

Leggendo questo libro mi sono ritrovato diverse volte a sorridere. Un sorriso che, però, subito dopo diventava una domanda. Perché Anna Porchetti ha la capacità di avvicinare i personaggi biblici alla nostra quotidianità senza renderli banali. Non li lascia immobili dentro una pagina antica. Li fa scendere dai piedistalli sui quali, spesso, siamo noi a collocarli. E così, improvvisamente, ci accorgiamo che non sono poi tanto diversi da noi.ù

Hanno paura. Si arrabbiano. Cercano scuse. Fuggono. Si sentono inadeguati. Vogliono controllare tutto. Si fidano delle persone sbagliate. Promettono e poi non riescono a mantenere. Vorrebbero credere, ma fanno fatica. A volte ascoltano Dio, altre volte ascoltano soltanto se stessi. Ed è proprio questo che mi ha colpito maggiormente: leggendo le loro storie ho finito per riconoscere la mia.

È facile leggere la vicenda di Giona e pensare che sia assurdo voler scappare da Dio. Poi, però, mi sono chiesto quante volte anche io abbia cercato una nave per andare nella direzione opposta. Non una nave vera, naturalmente. Le nostre fughe sono spesso più raffinate. Ci nascondiamo dietro gli impegni, dietro il lavoro, dietro il “non è il momento”, dietro la convinzione che tocchi sempre a qualcun altro.

È facile sorridere davanti alle cadute di Pietro. Lui parla, promette, si espone, si sente forte. Poi basta poco e crolla. Ma quante volte siamo così anche noi? Quante volte diciamo al coniuge che saremo più presenti, più pazienti, più capaci di ascoltare? E quante volte, poche ore dopo, torniamo esattamente dentro i nostri automatismi?

Questo libro mi ha ricordato che la Bibbia non racconta storie edificanti di uomini e donne impeccabili. Racconta la storia di persone fragili incontrate da un Dio ostinatamente fedele. E credo che qui si trovi una delle intuizioni più belle del testo.

Dio non aspetta che diventiamo perfetti per entrare nella nostra vita. Entra mentre siamo ancora confusi, contraddittori e feriti. Entra anche quando la nostra fede è impastata di paura e di interesse. Entra nelle nostre cucine, nelle nostre camere da letto, nei luoghi di lavoro, nelle discussioni familiari e persino dentro quelle parti di noi che preferiremmo non mostrare a nessuno.

Durante la lettura mi sono accorto ancora una volta di quanto sia pericoloso trasformare il cristianesimo in un sistema di regole. Le regole servono, naturalmente. Indicano un confine e custodiscono un bene. Ma non sono il cuore della fede. Il cuore è una relazione. È lasciarsi guardare da Cristo e permettere a quello sguardo di trasformare lentamente il nostro modo di vivere.

È qui che il titolo acquista, secondo me, il suo significato più vero. Il cristiano è un lavoro duro perché la conversione non finisce mai. Non possiamo dire: ormai ho capito, ormai sono arrivato, ormai so amare. Chi è sposato lo comprende molto bene. Non basta aver pronunciato un sì una volta per tutte. Quel sì deve diventare carne ogni giorno. Deve diventare pazienza quando l’altro ci irrita. Tenerezza quando sarebbe più facile chiudersi. Perdono quando ci sentiamo feriti. Presenza quando vorremmo soltanto essere lasciati in pace. Deve diventare capacità di non usare l’altro per soddisfare i nostri bisogni, ma di accoglierlo nella sua verità.

Anche il matrimonio cristiano è un lavoro duro. E meno male che lo è. Perché ciò che non ci costa nulla, spesso, non ci trasforma. L’amore vero ci spoglia. Ci toglie le maschere, fa emergere le nostre ferite e ci costringe a riconoscere che non siamo autosufficienti. Le pagine di Anna Porchetti mi hanno fatto pensare proprio a questo. I personaggi biblici non sono eroi da imitare in modo ingenuo. Sono uomini e donne nei quali possiamo specchiarci. Le loro debolezze ci aiutano a riconoscere le nostre. Le loro cadute ci ricordano che si può ricominciare. La pazienza che Dio dimostra nei loro confronti ci permette di credere che possa averne anche con noi.

Ho apprezzato molto anche l’ironia che attraversa il libro. Non è un’ironia che deride la fede o la Scrittura. Al contrario, è un modo per mostrarne la concretezza. A volte abbiamo reso la Bibbia così solenne da farla sembrare lontana. Qui, invece, torna a profumare di vita vera. Di famiglie complicate, relazioni difficili, gelosie, desideri, fallimenti e nuovi inizi. È una Bibbia che non ci consente di restare semplici spettatori.

Questo libro non mi ha lasciato la sensazione di aver imparato molte informazioni nuove. Mi ha lasciato qualcosa di più importante: il desiderio di rileggere alcune storie bibliche chiedendomi non soltanto che cosa significhino, ma dove io sia dentro quelle storie. Dove sto scappando come Giona? Dove sto promettendo troppo come Pietro? Dove sto cercando di controllare tutto? Dove mi sento dimenticato da Dio? Dove sto facendo fatica a credere che la mia storia, proprio questa storia concreta, possa ancora diventare luogo di salvezza?

Alla fine mi è rimasta una certezza consolante. Essere cristiani è davvero un lavoro duro. Ma non è il lavoro solitario di chi deve rendersi degno di Dio. È il lavoro paziente di chi permette a Dio di trasformarlo. Un po’ alla volta. Una caduta e una ripartenza alla volta. Ed è forse questa la buona notizia più bella: Dio continua a lavorare con noi anche quando noi vorremmo licenziarci.

Antonio e Luisa

Pensavo fosse amore… invece era assemblaggio

“Pensavo fosse amore… invece era assemblaggio” per dirla alla Troisi. Quante volte abbiamo pensato che l’amore consistesse nell’incastrarsi bene a vicenda, nel trovare un sostanziale equilibrio di benessere, nell’assemblare bene i pezzi a nostra disposizione? Che se la relazione funziona è perché, calcolatrice alla mano, abbiamo calcolato il tempo assieme, le vacanze, chi va a prendere i figli a scuola, chi li porta dal pediatra e chi fa la spesa, chi pulisce e chi cucina? E quando la barca non va… “Pensavo fosse amore!”.

Se il noi funziona – ci ripetiamo – è perché, fondamentalmente, pensiamo di esser stati bravi: ci siamo divisi equamente i compiti domestici, andiamo a Messa la domenica, facciamo qualche servizio in parrocchia persino. Soprattutto, scendiamo a silenziosi compromessi l’uno con l’altro, per evitare che il castello crolli. O perlomeno, perché crediamo che altrimenti crollerà.

È proprio così che il noi arranca: si vive insieme ma non si sta insieme. Si diventa colleghi domestici, davvero molto bravi con i conti di casa e l’agenda giornaliera, ma poco inclini a fermarsi nella Verità. Quante volte ci fermiamo a parlare, magari riflettendo sulle cose che non vanno? Quante volte ci chiediamo come stiamo e siamo disposti ad ascoltare la risposta? Quante volte ci concediamo il lusso di ammettere che non va tutto bene?

Un’amica sposa, alla domanda “come stai?” mi è stato risposto: “Tutto bene, va come deve andare”. Lei intendeva parlare di una situazione rasserenante, una condizione positiva e auspicabile. La domanda da porsi, però, arriva come una stilettata: e se tutto non andasse come deve andare? Se ci fossero dei problemi – personali, di coppia, dei figli – e non fosse tutto così liscio, prevedibile, perfetto? Allora andrebbe tutto male, sarebbe tutto da rifare? Dovremmo vergognarci, isolandoci, evitando di condividere le magagne? Vorrebbe dire aver sbagliato a sposarmi con lei/lui, che abbiamo sbagliato a fare figli?

Non intendiamo augurarci problemi o difficoltà – che, peraltro, è irrealistico non ci siano. Ma quando ci adagiamo negli standard di “bene” o “male”, ci precludiamo alla grazia di Dio – che è fuori da ogni standard, passa per vie inaspettate, laddove a volte non vorremmo andare. Se tutto “va male” nel mio Matrimonio, ho sbagliato Matrimonio? No. Forse abbiamo bisogno di aiuto. Di coppie che ci sostengano, dei Sacramenti, di strumenti pratici e operativi per risolvere la matassa di nodi che si è creata. Se il nostro “va tutto bene” corrisponde ad un sostanziale buon assemblaggio, equilibrio benefico, allora è calma piatta, non feconda né durevole. O meglio, per farla durare occorreranno sempre più compromessi, sempre più incastri… come alla fine di ogni partita di Tetris.

Ci dev’essere di più di qualcosa che va come deve andare – cioè secondo le nostre aspettative, i nostri desideri, le nostre ambizioni. Il Matrimonio non può essere un’automobile che va ostinatamente in un’unica direzione – la nostra. Non possiamo vedere ogni deviazione come una sconfitta. La fede ci mette in moto ma quasi mai sappiamo, per filo e per segno, dove ci porterà.

Uomo e donna non sono assemblabili. Sono quanto di più diverso esista al mondo – due universi che occorre rimangano distinti, perché solo così mostrano l’immagine del Dio-Trinità. Due sposi non sono frutto di un buon assemblaggio, di un’equazione o di cammini simili – non sono neanche frutto della loro buona volontà o bravura. Il Matrimonio è vocazione, non equilibrio! È pace di fuoco, una fiamma che cresce eppure non brucia.

Dio non entra in storie perfette ma vuole abitare nel noi imperfetto di due sposi. Se la famiglia è Chiesa domestica, sarà sempre pulita e in ordine – come una Chiesa reale? Sarà sempre piena di zelo o arriveranno stagioni di fatica? Ogni famiglia sa che la realtà è ben diversa dall’aspettativa. Magari non tutto va come deve andare, magari non va davvero tutto bene: forse ci sono problemi, piccoli ostacoli, cose irrisolte che chiedono di lavorare seriamente per essere sistemate. Questo non significa che tutto vada capovolto e che non sia davvero Amore: magari dobbiamo assemblare meno, ascoltarci di più. Fare meno, esserci di più. Togliere qualcosa e regalarci tempo, spazio, cura. Ma non dubitiamo, ogni volta, dell’Amore che ci ha unito! Non dubitiamo di Dio!

Cari sposi, i conti non torneranno mai, nel nostro Matrimonio. E lì, dove non tornano, possiamo imparare l’amore gratuito, quello vero. Il miglior Maestro non sono le nostre aspettative, ma è il Signore con la Sua verità su di noi. Lasciamoci ‘assemblare’ da chi ci ha creati, dunque sa come siamo fatti: non per incastrarci meglio fra noi ma per essere, entrambi, a somiglianza Sua.

Giada Moneti @nesentilavoce

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Noi custodiamo i figli mentre loro custodiscono il matrimonio

Anche quest’anno, nella terza e quarta settimana di luglio, si è svolta la vacanza formativa di Mistero Grande a Soraga, in Val di Fassa, dedicata alle coppie nei primi dieci anni di matrimonio. Per il sesto anno consecutivo ho avuto la gioia di partecipare nella seconda settimana come animatore dei bambini, insieme agli altri papà della Fraternità Sposi per Sempre e ai nostri figli. Ogni mattina, mentre i genitori si immergevano nella formazione guidata da don Renzo Bonetti, da Annalisa e dall’équipe di Mistero Grande, noi avevamo il privilegio di prenderci cura dei loro figli, 48 in totale, di cui una ventina sotto i 5 anni.

Come ogni anno, ci sono stati pannolini da cambiare, passeggini da spingere, lacrime da asciugare, castelli costruiti con le costruzioni, partite a pallone, bolle di sapone, risate, corse e tantissimi abbracci. Ogni anno torno a casa con la stessa convinzione: il servizio più importante che facciamo non è quello rivolto ai bambini, è quello che, indirettamente, offriamo ai loro genitori. Noi custodiamo i figli perché qualcun altro possa custodire il proprio matrimonio.

Ogni volta che una coppia lascia serenamente il proprio bambino per andare ad ascoltare, pregare, confrontarsi e riscoprire il Sacramento del Matrimonio, sta facendo una scelta controcorrente. In un mondo che insegna a investire su tutto, carriera, casa, palestra, automobile, vacanze, vedere tanti giovani sposi dedicare una settimana sul proprio matrimonio è una testimonianza che dà speranza. Eppure, generalmente sono poche le occasioni di formazione specifica per le coppie dopo il matrimonio, molti credono che basti il corso prematrimoniale per affrontare cinquanta o sessant’anni di vita insieme.

La verità è che il Matrimonio è un Sacramento talmente grande che nessuno può dire di averlo capito fino in fondo e anche noi della Fraternità Sposi per Sempre ce lo diciamo spesso: se avessimo ricevuto una formazione come questa nei primi anni del nostro matrimonio, forse tante delle nostre storie sarebbero andate diversamente. Abbiamo dato per scontato che bastasse volerci bene e invece l’amore, se non viene alimentato, cresce poco, se non viene custodito, si indebolisce, se non viene illuminato dalla Grazia del Sacramento, rischia di ridursi a un semplice sentimento. Per questo considero questi incontri di Mistero Grande importantissimi: dedicare una vacanza esclusivamente alle coppie significa intervenire quando la casa si sta ancora costruendo.

È lì che arrivano i figli piccoli, la stanchezza, le notti in bianco, il lavoro che assorbe energie, le prime incomprensioni, le ferite che emergono, la fatica di trovare tempo per parlarsi. È lì che una coppia ha più bisogno di qualcuno che le ricordi chi è davvero: non marito e moglie soltanto, ma segno visibile dell’amore di Cristo per la Chiesa. Durante quella settimana ho visto sposi che, nonostante le difficoltà, si sono messi in cammino e anche nella messa conclusiva con tutti, ho avuto la conferma che anche i bambini ne hanno capito l’importanza, perché se la mamma e il papà si vogliono più bene, è un beneficio per tutta la famiglia.

Ho visto amicizie nascere tra famiglie che probabilmente continueranno anche dopo il ritorno a casa e sacerdoti camminare insieme agli sposi, mettendo al centro soltanto il Sacramento del matrimonio. Tutto questo dovrebbe essere normale nelle nostre comunità cristiane. La prevenzione non vale solo per la salute del corpo, vale anche per il matrimonio. Accompagnare gli sposi nei primi anni significa costruire famiglie più solide, figli più sereni, comunità più vive e una Chiesa davvero feconda.

Tuttavia, lo dico per me stesso, noi sposi dobbiamo smettere di aspettare che altri organizzino, preparino e poi ci invitino agli incontri, quando magari chi dovrebbe farlo non ha nemmeno compreso l’importanza di una formazione permanente alle coppie. Effettivamente, spesso siamo un po’ “comodi” e perdiamo tempo nel sottolineare che nelle parrocchie non fanno mai niente.

A questo proposito vi condivido un’iniziativa nata nella mia diocesi che ho scoperto solo perché, tramite amicizie comuni, mi hanno invitato a fare una testimonianza. Una decina di giovani coppie, alcune provenienti dal mondo scout, hanno sentito l’esigenza di crescere e confrontarsi: l’aver constatato che quello che cercavano non c’era nella diocesi, non le ha scoraggiate; hanno buttato giù un programma, alternando incontri con persone esterne a incontri di confronto, due domeniche al mese.

Le coppie si davano il cambio nello scegliere i luoghi (come ad esempio una sala parrocchiale), i baby sitter per i figli, i materiali necessari e l’occorrente per un momento di convivialità. Certamente è necessario dedicare tempo ed energie, superare le difficoltà che ci sono sempre quando devi mettere d’accordo più persone con figli piccoli, ma quando sono andato e ho visto l’entusiasmo e l’organizzazione, sono rimasto molto colpito e ho avuto la conferma che queste famiglie in cammino stavano crescendo grazie a questi incontri.

Per replicare una cosa del genere non è necessario avere competenze particolari o esperienza, basta creare un piccolo gruppo, rimboccarsi le maniche e cominciare a camminare. Il matrimonio non si salva quando la crisi è già esplosa, si salva molto prima, ogni volta che due sposi decidono, con umiltà, che il loro amore vale abbastanza da dedicargli tempo, ascolto, preghiera e formazione. Il giorno del matrimonio non finisce il cammino, quel giorno, semplicemente, suona la campanella del primo giorno di scuola.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Aman: quando il male si insinua silenziosamente

«Aman vide che Mardocheo non s’inginocchiava né si prostrava davanti a lui e fu pieno d’ira» (Est 3,5).

L’irrompere di Aman nelle vicende di Ester ci permette di affrontare il male e la manipolazione. Clicca qui per leggere i moduli precedenti. Il terzo capitolo del libro di Ester introduce un nuovo personaggio: Aman. Il re Assuero lo innalza sopra tutti i funzionari del regno e ordina che quanti si trovano alla porta del palazzo si inchinino davanti a lui. Tutti obbediscono, tranne Mardocheo. Quel rifiuto apparentemente piccolo diventa l’inizio di una tragedia. Aman non si limita a provare irritazione verso l’uomo che non gli rende onore: decide di colpire l’intero popolo al quale Mardocheo appartiene.

Il male raramente entra nella nostra vita annunciando chiaramente le proprie intenzioni. Spesso comincia da una ferita, da una delusione, da una parola che ci ha toccati nel punto più vulnerabile. All’inizio sembra soltanto una reazione comprensibile: «Mi ha mancato di rispetto», «Non mi considera», «Non riconosce ciò che faccio». Poi quella ferita viene custodita, alimentata e interpretata. Giorno dopo giorno diventa risentimento. Il risentimento cerca conferme, costruisce accuse e finisce per trasformare l’altro in un nemico.

Aman possiede prestigio e potere, ma non è interiormente libero. Ha bisogno che tutti si inchinino davanti a lui. Il gesto di Mardocheo mette in discussione l’immagine grandiosa che Aman ha costruito di sé. Non gli basta essere stato innalzato dal re, non gli basta avere una posizione superiore agli altri: la presenza di un solo uomo che non si piega gli impedisce di godere di tutto ciò che possiede. Anche nella coppia può accadere qualcosa di simile. Possiamo ricevere amore, cura e dedizione dal nostro coniuge, ma rimanere concentrati sull’unica cosa che non ci dà. Magari il marito compie molti gesti concreti, ma la moglie soffre perché non pronuncia alcune parole. Oppure la moglie è presente e fedele, ma il marito si fissa sul fatto che non mostra il desiderio nel modo da lui atteso. Tutto il bene scompare dietro ciò che manca. L’altro non viene più incontrato nella sua realtà, ma giudicato attraverso la nostra ferita.

L’Analisi Transazionale chiama “giochi psicologici” alcune dinamiche relazionali ripetitive nelle quali le persone comunicano su due livelli. A un livello esplicito sembra che stiano discutendo di un fatto concreto; a un livello nascosto cercano invece conferma di una convinzione più profonda. Una persona può iniziare una discussione apparentemente per risolvere un problema, ma inconsapevolmente cercare la conferma che l’altro sia egoista, inaffidabile o incapace di amarla. Pensiamo a una moglie che dice al marito: «Non ti accorgi mai di ciò che faccio per questa famiglia». Forse desidera realmente essere riconosciuta, ma potrebbe formulare la richiesta in un modo che spinga il marito a difendersi: «Non è vero, faccio anch’io tantissime cose». Lei allora si sente ancora più ignorata e conclude: «Vedi? Non mi capisci mai». Entrambi escono dalla conversazione con la conferma del proprio copione: lei si sente invisibile, lui si sente continuamente accusato.

Il contenuto della discussione può cambiare, ma il finale resta sempre lo stesso. Non si cerca più una soluzione; si ripete una scena già conosciuta. Ognuno assegna all’altro una parte e, senza rendersene conto, lo provoca affinché la interpreti. Il male si insinua proprio qui: non necessariamente attraverso gesti eclatanti, ma mediante parole ambigue, accuse indirette, silenzi punitivi e interpretazioni rigide.

Aman costruisce la propria vendetta in modo manipolatorio. Non presenta al re la vera ragione della sua rabbia. Non dice: «Un uomo non si inchina davanti a me e questo ferisce il mio orgoglio». Descrive invece il popolo giudeo come diverso, pericoloso e disobbediente. Trasforma il proprio problema personale in una minaccia per il regno. In questo modo induce Assuero a prendere una decisione gravissima senza conoscere realmente la situazione. La manipolazione avviene quando non esprimiamo apertamente il nostro bisogno, ma cerchiamo di portare l’altro a fare ciò che vogliamo attraverso il senso di colpa, la paura, la seduzione o il vittimismo. Non diciamo: «Ho bisogno di sentirmi importante per te», ma: «Per te vengono tutti prima di me». Non diciamo: «Questa sera avrei bisogno della tua vicinanza», ma diventiamo freddi sperando che l’altro si accorga del nostro dolore. Non diciamo: «Quella tua parola mi ha ferito», ma la conserviamo per restituirla durante la discussione successiva.

Non sempre facciamo tutto questo con piena consapevolezza. Molte modalità manipolatorie sono state imparate nell’infanzia, quando non potevamo esprimere direttamente i nostri bisogni. Forse per ottenere attenzione dovevamo ammalarci, chiuderci, compiacere oppure provocare. Quelle strategie ci hanno aiutato allora, ma nel matrimonio rischiano di rendere opaca la relazione. Uscire dal gioco significa tornare allo stato dell’Io Adulto. Significa riconoscere ciò che sta accadendo dentro di noi e trovare parole chiare: «Sono arrabbiato perché mi sono sentito escluso», «Ho paura di non essere più importante per te», «Quando non mi rispondi, la mia ferita mi porta a pensare che tu non mi ami». Parlare in questo modo richiede coraggio perché ci rende vulnerabili. È più facile accusare che mostrare il dolore nascosto dietro l’accusa.

Occorre anche imparare a non accettare automaticamente il ruolo che l’altro ci assegna. Quando il coniuge ci provoca, possiamo scegliere di non reagire secondo il copione consueto. Possiamo fermarci, respirare e domandare: «Che cosa stai cercando di dirmi davvero?». Interrompere un gioco non significa ignorare il problema, ma affrontarlo senza alimentare la dinamica distruttiva. Il matrimonio cristiano non è una relazione nella quale i giochi psicologici scompaiono magicamente. È il luogo nel quale, sostenuti dalla grazia, possiamo progressivamente riconoscerli e disinnescarli. Gesù non ci chiede di nascondere la rabbia o di fingere che tutto vada bene. Ci invita a portare la verità nella relazione, prima che la ferita diventi risentimento e il risentimento si trasformi in desiderio di colpire.

Aman permette a una piccola ferita narcisistica di diventare una minaccia mortale. Anche noi dobbiamo domandarci quali pensieri stiamo lasciando crescere nel cuore. Non tutto ciò che sentiamo deve diventare una decisione. Non ogni interpretazione corrisponde alla verità. Non ogni impulso deve essere seguito. Il male perde forza quando viene portato alla luce. Una parola sincera, pronunciata senza accusare, può interrompere una catena di incomprensioni. Una richiesta esplicita può sostituire una manipolazione. Un gesto di tenerezza può spezzare il bisogno di avere ragione. Una coppia non è forte perché non conosce il conflitto, ma perché impara a non consegnare le proprie ferite al risentimento.

Per dialogare insieme

  1. Quali situazioni tra noi tendono a ripetersi sempre nello stesso modo?
  2. Durante le nostre discussioni cerco davvero una soluzione oppure voglio dimostrare che ho ragione?
  3. Quale bisogno faccio fatica a esprimerti direttamente?
  4. Uso qualche volta il silenzio, il senso di colpa, il vittimismo o la freddezza per ottenere qualcosa da te?
  5. Quale ferita personale rischia di farmi interpretare negativamente i tuoi gesti?
  6. Come possiamo aiutarci a interrompere i nostri giochi psicologici prima che diventino distruttivi?

Scegliete una dinamica ricorrente e provate a descriverla insieme senza cercare un colpevole. Ognuno dica quale emozione prova, quale paura si attiva e quale bisogno vorrebbe imparare a comunicare con maggiore chiarezza. Concludete scegliendo una piccola azione concreta da mettere in pratica durante la prossima settimana.

Per pregare

Gesù, Tu conosci le zone più fragili del nostro cuore. Sai quanto facilmente una piccola ferita possa diventare rabbia, chiusura e desiderio di colpire. Donaci la luce per riconoscere i giochi che ripetiamo e il coraggio di non nasconderci dietro accuse, silenzi o manipolazioni. Aiutaci a parlare con verità, senza usare le nostre fragilità come armi. Insegnaci a esprimere ciò di cui abbiamo bisogno e ad ascoltare il dolore nascosto nelle parole dell’altro. Liberaci dal bisogno di vincere e donaci il desiderio di custodire la nostra comunione. Quando l’orgoglio ci rende ciechi, riportaci alla realtà. Quando la paura ci fa interpretare male i gesti dell’altro, ricordaci tutto il bene ricevuto. Quando il male tenta di insinuarsi silenziosamente tra noi, rendici capaci di fermarci, guardarci e scegliere nuovamente l’amore. Come Ester, preparaci a riconoscere ciò che minaccia la vita e la pace della nostra famiglia. Fa’ che la nostra casa sia un luogo nel quale le ferite vengono accolte, la verità può essere pronunciata e la grazia trasforma ogni conflitto in un’occasione per amarci meglio. Amen.

Antonio e Luisa

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Conoscere la fertilità per custodire l’amore: il corso INER sul Metodo Sintotermico Roetzer

Quando si parla di metodi naturali, spesso il rischio è quello di ridurli a una semplice tecnica per individuare i giorni fertili e quelli non fertili della donna. In realtà, almeno per quella che è stata la nostra esperienza, c’è molto di più. C’è un modo nuovo di guardare il corpo, la sessualità, la fertilità e, soprattutto, la relazione di coppia.

Per questo ci sembra importante segnalare il nuovo Corso di formazione per insegnanti del Metodo Sintotermico Roetzer, organizzato online da INER Italia. Non si tratta soltanto di imparare un metodo, ma di intraprendere un percorso multidisciplinare che coinvolge la dimensione medica, biologica, psicologica, sessuologica, etica, antropologica ed educativa della persona.

Il corso è rivolto in particolare alle coppie che hanno già sperimentato positivamente il metodo e desiderano approfondirlo per poterlo poi trasmettere ad altre coppie o a donne interessate. Non è richiesta una specifica professionalità sanitaria, ma certamente servono motivazione, disponibilità allo studio e desiderio di mettersi al servizio.

La nostra esperienza con i metodi naturali

Anche noi abbiamo conosciuto e utilizzato i metodi naturali all’interno del nostro matrimonio. Possiamo dire con sincerità che ci hanno fatto bene. Non perché abbiano eliminato ogni fatica o reso automaticamente semplice la gestione della fertilità. Ci hanno fatto bene perché ci hanno costretto, in senso positivo, a non vivere la sessualità con superficialità. Quando la fertilità viene affidata soltanto a uno strumento esterno, si rischia di non interrogarsi più sul significato dei gesti che si compiono. Il corpo sembra diventare qualcosa da controllare, da modificare o da mettere temporaneamente fuori gioco. Attraverso i metodi naturali, invece, abbiamo imparato ad ascoltare il corpo femminile, a conoscerne i tempi e a riconoscere la fertilità non come una malattia o un problema, ma come una realtà preziosa.

Questo ha richiesto dialogo. Ha richiesto che la responsabilità non fosse scaricata soltanto sulla donna. Il metodo, quando è vissuto veramente come coppia, non appartiene alla moglie: appartiene agli sposi. Riguarda entrambi. Anche l’uomo è chiamato a conoscere, comprendere, rispettare e condividere. Per noi è stato un esercizio di comunione. Abbiamo dovuto parlare dei nostri desideri, delle nostre paure, della possibilità o meno di accogliere una gravidanza, delle fatiche legate ai periodi di continenza. Non sempre è stato immediato. Tuttavia, proprio quelle fatiche hanno favorito una crescita.

La continenza periodica, infatti, non è assenza di amore. Può diventare uno spazio nel quale imparare a cercarsi in altri modi, ad attendersi, a coltivare la tenerezza e a non ridurre l’altro alla soddisfazione di un bisogno. Certo, può essere vissuta male, con nervosismo, distanza o accuse reciproche. Ma può anche diventare una scuola di libertà. La castità coniugale non significa spegnere il desiderio. Significa educarlo affinché rimanga dentro l’amore, il rispetto e la verità della relazione.

Un corso integrale, non soltanto tecnico

Il valore del percorso promosso da INER Italia sta proprio nella sua impostazione integrale. L’obiettivo è conoscere in modo approfondito il Metodo Sintotermico Roetzer per poterlo insegnare correttamente, ma anche riflettere sulle implicazioni etiche, antropologiche, psicosessuologiche ed educative legate ai ritmi naturali della fertilità. Il programma si sviluppa in undici fine settimana, da ottobre 2026 a novembre 2027. Le lezioni affrontano il funzionamento degli apparati riproduttivi maschile e femminile, le basi scientifiche della fertilità, la lettura delle tabelle, la sessualità nelle sue diverse fasi evolutive, la fecondazione naturale, la procreazione medicalmente assistita, l’infertilità e le malattie sessualmente trasmesse.

Non manca un approfondimento sull’antropologia cristiana, sull’enciclica Humanae Vitae, sul significato della castità e sul fondamento dei metodi naturali. Altri moduli sono dedicati alla relazione di coppia, alle differenze tra uomo e donna, alla comunicazione, al colloquio di consulenza e alla conduzione delle dinamiche di gruppo. Questi elementi sono essenziali. Non basta saper leggere una tabella per accompagnare una coppia. Bisogna imparare ad ascoltare senza giudicare, comprendere le paure, rispettare i tempi e trasmettere il metodo senza trasformarlo in un insieme rigido di regole.

Gli incontri si svolgeranno prevalentemente online, il sabato pomeriggio e la domenica, con la supervisione costante di una tutor. Due fine settimana, a febbraio e novembre 2027, saranno obbligatoriamente in presenza presso la sede INER di Verona. È inoltre previsto un tirocinio pratico con l’affiancamento di un’insegnante esperta, seguito da un esame finale.

Diventare testimoni di una bellezza possibile

Ci sembra che oggi ci sia un grande bisogno di persone preparate capaci di parlare di fertilità e sessualità senza paura, senza ideologie e senza banalizzazioni. I metodi naturali non possono essere presentati come una soluzione magica, né imposti moralisticamente. Devono essere spiegati, testimoniati e accompagnati. Quando sono vissuti bene, possono aiutare gli sposi a maturare una responsabilità condivisa, una maggiore conoscenza reciproca e una sessualità più consapevole. Possono insegnare che l’altro non è un corpo da utilizzare, ma una persona da accogliere nella sua interezza.

Le iscrizioni al corso termineranno il 30 settembre 2026 ed è previsto un colloquio di ammissione. Il percorso sarà attivato al raggiungimento di un numero minimo di partecipanti. Per informazioni è possibile scrivere a iner.italia1986@gmail.com oppure contattare il numero 334 8174373, inviando prima un messaggio.

Noi possiamo soltanto dire che conoscere e vivere i metodi naturali ha arricchito il nostro matrimonio. Ci ha aiutato a guardare la fertilità non come qualcosa da temere, ma come un linguaggio del corpo da conoscere e rispettare. E ci ha ricordato che anche la sessualità, per diventare davvero umana, ha bisogno di ascolto, responsabilità, libertà e amore.

Scarica la locandina. Fronte Retro

Antonio e Luisa

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Quando il rifiuto non significa necessariamente mancanza di attrazione

Ci sono relazioni che sembrano procedere verso qualcosa di importante. Due persone si conoscono, iniziano a sentirsi con frequenza, condividono pensieri, emozioni, esperienze personali. Nasce una confidenza profonda, ci si cerca, si sta bene insieme e si avverte una sintonia che sembra andare oltre una semplice conoscenza. Poi, però, quando uno dei due prova a dare un nome a ciò che sta accadendo o manifesta il desiderio di costruire qualcosa di più, l’altro si tira indietro.

Chi riceve questo rifiuto arriva quasi inevitabilmente a una conclusione: evidentemente non gli piaccio abbastanza. Forse non c’è attrazione, non c’è desiderio, oppure tutta quella vicinanza aveva per lui un significato diverso. È una spiegazione comprensibile e, in molti casi, può essere anche quella corretta. Non ogni amicizia profonda è destinata a diventare una relazione sentimentale e non sempre i sentimenti crescono allo stesso modo in entrambe le persone.

Esistono però situazioni più complesse, nelle quali il passo indietro non nasce necessariamente da una mancanza di attrazione. Può accadere che una persona si allontani proprio quando comincia a sentirsi davvero coinvolta. Il problema, quindi, non è sempre l’assenza del desiderio, ma la difficoltà a sostenere ciò che quel desiderio comporta: esporsi, affidarsi, perdere alcune difese e accettare il rischio che la relazione un giorno possa finire.

Questo accade soprattutto a chi ha alle spalle diverse esperienze di rifiuto. Dopo essere stato respinto molte volte, può formarsi una convinzione profonda: ogni volta che mi avvicino davvero a qualcuno, prima o poi rimango deluso. Non è necessariamente un pensiero lucido e consapevole. La persona può desiderare sinceramente una relazione, cercare vicinanza e costruire un legame molto intenso, senza rendersi conto che, quando quel legame diventa possibile, dentro di lei si attiva una paura. Potremmo parlare di un copione di rifiuto. La persona si aspetta che una relazione finisca nello stesso modo delle precedenti e comincia a leggere anche la nuova esperienza attraverso quella previsione. In apparenza ha finalmente incontrato qualcuno che la sceglie, ma interiormente può non riuscire a fidarsi di quella scelta. Può temere che l’altro sia soltanto entusiasta del momento, che prima o poi cambi idea oppure che, conoscendola ancora meglio, non provi più lo stesso interesse.

Finché il rapporto rimane nell’ambito dell’amicizia, tutto può sembrare più semplice. C’è vicinanza, c’è complicità, ci si raccontano aspetti molto personali, ma resta una certa protezione. Non occorre prendere una posizione definitiva, non bisogna affidarsi completamente e si può continuare a vivere la relazione in uno spazio non ancora definito. Questa ambiguità può risultare rassicurante per chi ha paura del rifiuto. Quando invece l’altro manifesta chiaramente un sentimento, la relazione cambia. Non è più soltanto una possibilità immaginata: diventa qualcosa di concreto. A quel punto la persona dovrebbe accettare di essere scelta, ma anche di scegliere. Dovrebbe permettere all’altro di avvicinarsi maggiormente e affrontare l’incertezza che accompagna ogni relazione autentica.

È proprio in questo momento che può avvenire il passo indietro. Non necessariamente perché l’attrazione è scomparsa, ma perché la paura diventa più forte del desiderio. Si può cominciare a mettere in dubbio il rapporto, a trovare improvvisamente ostacoli che prima non sembravano così importanti o a ripetere che è meglio restare amici. Talvolta la persona arriva persino a convincersi di non provare abbastanza, perché questa spiegazione è più facile da gestire rispetto al riconoscere la propria paura. Rifiutando per prima, evita almeno il rischio di essere nuovamente rifiutata. Può mantenere una sensazione di controllo: non ha aspettato che fosse l’altro ad allontanarsi, ma ha interrotto lei il percorso. In questo modo, però, il copione continua a ripetersi. La persona desidera una relazione, ma quando quella relazione diventa possibile mette in atto comportamenti che la rendono impossibile.

Naturalmente bisogna essere prudenti. Non possiamo interpretare ogni rifiuto come una prova nascosta d’amore o di attrazione. Sarebbe pericoloso convincersi che l’altro ci desideri anche quando ha chiaramente detto di non voler costruire una relazione. Un rifiuto va comunque rispettato. Non possiamo conoscere fino in fondo ciò che accade nell’interiorità di un’altra persona e non dobbiamo usare questa lettura per inseguirla o forzarla a cambiare idea.

Questa dinamica può però aiutarci a comprendere alcune situazioni apparentemente contraddittorie: persone che cercano una grande vicinanza e poi fuggono proprio quando viene loro offerto ciò che sembravano desiderare; persone che costruiscono una profonda intimità emotiva e improvvisamente prendono le distanze; persone che dicono di desiderare una relazione, ma si sentono soffocare quando qualcuno le sceglie realmente.

Chi si trova dall’altra parte può facilmente pensare che tutta la relazione fosse stata fraintesa. Può chiedersi come sia possibile che ci siano stati tanta sintonia, ricerca reciproca e coinvolgimento, se poi l’altro sostiene di non volere nulla di più. La risposta non è sempre che mancasse attrazione. Talvolta attrazione e paura possono convivere. Si può desiderare qualcuno e, nello stesso tempo, avere paura delle conseguenze di quel desiderio.

Comprendere questo non significa dover aspettare l’altro, convincerlo o diventare responsabili della sua guarigione. Possiamo riconoscere che dietro il suo comportamento potrebbe esserci una ferita, ma resta lui a doverla vedere e affrontare. La nostra disponibilità e il nostro affetto non possono sostituire la sua decisione di mettersi in gioco. Non tutti i rifiuti, quindi, raccontano la stessa storia. A volte indicano semplicemente che l’attrazione non è reciproca. Altre volte esprimono una difficoltà a sostenere una relazione che sta diventando troppo importante. In questi casi la persona non si tira indietro perché non sente nulla, ma perché non riesce ancora ad affidarsi a ciò che sente.

Il risultato, almeno nel presente, non cambia: la relazione non può procedere senza la libertà e la disponibilità di entrambi. Cambia però il modo di interpretare ciò che è accaduto. Dietro alcune porte che si chiudono non c’è necessariamente assenza di desiderio. Può esserci anche il timore che, aprendole davvero, torni a ripetersi un dolore già conosciuto.

Antonio e Luisa

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Il pericolo di vivere per piacere agli altri

«Ester conquistava il favore di quanti la vedevano» (Est 2,15)

In questo modulo affrontiamo il compiacere. Va sempre bene? Esprime sempre un verace e libero amore? Non sempre. Clicca qui per leggere i moduli precedenti.

Ester entra nel palazzo reale in una condizione molto particolare. È giovane, orfana, straniera e appartiene a un popolo che, in quel momento, deve nascondere la propria identità. Non possiede potere, non può decidere liberamente del proprio futuro e si trova dentro un ambiente nel quale viene continuamente osservata e valutata. Altre persone stabiliscono come debba prepararsi, come debba presentarsi e quale posto possa occupare. Eppure il testo biblico sottolinea più volte che Ester incontra il favore di coloro che la conoscono. Piace a Egài, il custode delle donne, piace a quanti la vedono e, infine, piace al re più di tutte le altre giovani.

Questa sua capacità di entrare in relazione non deve essere interpretata subito come debolezza. Ester non appare arrogante, non pretende trattamenti particolari e sa ascoltare i consigli di chi conosce l’ambiente nel quale è stata condotta. Possiede una delicatezza che le permette di non imporsi. Il problema, però, nasce quando il desiderio di essere accolti si trasforma nella necessità di piacere a tutti. Molte persone vivono così. Hanno imparato molto presto che, per ricevere attenzione, affetto o riconoscimento, devono adattarsi alle aspettative altrui. Da bambini hanno forse percepito che potevano essere amati soprattutto quando erano buoni, disponibili, sorridenti e poco problematici. Hanno imparato a non disturbare, a intuire i bisogni degli adulti e a mettere da parte i propri.

Nell’Analisi Transazionale questa dinamica può essere collegata alla spinta “Compiaci”. La persona sente dentro di sé un messaggio implicito: “Puoi andare bene, purché tu renda felici gli altri”. Non si limita a essere gentile. Cerca continuamente di capire che cosa gli altri desiderino da lei e modifica il proprio comportamento per non deluderli. Chi vive sotto questa spinta possiede spesso qualità autentiche. È sensibile, attento, disponibile e capace di accorgersi di ciò che gli altri non dicono. Sa creare armonia e mediare nei conflitti. Il problema non è la bontà. Il problema è il prezzo che, talvolta, questa persona paga per essere considerata buona.

Nella coppia la spinta “Compiaci” può manifestarsi in molti modi. Un coniuge dice sempre di sì, anche quando vorrebbe dire di no. Evita di esprimere un’opinione diversa per paura di provocare una discussione. Accetta programmi, ritmi, scelte familiari o modalità di vivere l’intimità che non sente davvero proprie. Si mostra sereno, ma dentro accumula stanchezza e risentimento. All’inizio questa disponibilità può sembrare una grande prova d’amore. L’altro può pensare di avere accanto una persona comprensiva, che non crea problemi e che è sempre pronta ad adattarsi. Con il tempo, però, emerge una domanda dolorosa: dove sei tu dentro tutto ciò che fai per me?

Una relazione autentica non può essere costruita tra una persona reale e una persona che cerca continuamente di indovinare come dovrebbe essere. Quando nascondiamo i nostri bisogni per piacere al coniuge, non gli permettiamo davvero di conoscerci. Gli offriamo una versione addomesticata di noi stessi: sempre disponibile, sempre sorridente, sempre d’accordo. Ma quella versione, prima o poi, diventa troppo pesante da sostenere. Può accadere allora che la persona compiacente esploda improvvisamente. Dopo aver detto cento volte “non importa”, un giorno grida: “Possibile che tu non capisca mai quello di cui ho bisogno?”. Il coniuge resta disorientato, perché fino a quel momento aveva ricevuto messaggi diversi. Il problema non è soltanto che l’altro non ha capito. È anche che noi non abbiamo parlato chiaramente.

Compiacere non significa amare. Amare significa cercare il bene dell’altro senza cancellare la verità di sé. Gesù si dona completamente, ma non vive per ottenere l’approvazione di tutti. Sa accogliere, ascoltare e servire, ma sa anche dire parole scomode, sottrarsi alle attese della folla e deludere chi vorrebbe trasformarlo in ciò che non è. Anche Ester dovrà compiere questo passaggio. Nel secondo capitolo sembra soprattutto capace di adattarsi e di ottenere favore. Più avanti, però, scoprirà che non è diventata regina soltanto per essere apprezzata. È stata posta in quella posizione per assumersi una responsabilità. Dovrà parlare, esporsi e rischiare di perdere proprio quel favore che fino a quel momento l’aveva protetta.

È questa la maturazione necessaria anche nella vita coniugale: passare dal bisogno di piacere alla libertà di amare. Chi ama davvero non cerca lo scontro, ma non fugge sempre dal conflitto. Non impone i propri desideri, ma non li nasconde. Non usa il sacrificio per acquistare meriti e non trasforma la disponibilità in un credito da riscuotere successivamente. Una domanda può aiutarci: quando faccio qualcosa per il mio coniuge, lo faccio liberamente oppure temo che, rifiutandomi, potrei perdere il suo amore? Non sempre la risposta sarà semplice. In molti nostri gesti convivono amore, paura, generosità e bisogno di riconoscimento. Non dobbiamo giudicarci, ma diventare più consapevoli. La spinta “Compiaci” perde forza quando impariamo a darci un nuovo permesso: posso essere amato anche quando non soddisfo tutte le aspettative.

Per la persona abituata a compiacere, dire “io desidero”, “io non sono d’accordo”, “questa cosa mi ferisce” può sembrare egoismo. In realtà è un atto di fiducia. Sto credendo che il nostro legame possa sopportare la mia verità. Sto permettendo all’altro di scegliere se amarmi non soltanto quando sono accomodante, ma anche quando sono diverso da lui. Anche chi vive accanto a una persona compiacente ha una responsabilità. Non deve approfittare della sua disponibilità. Può fermarsi e domandare: “Tu cosa desideri veramente?”, “Sei davvero d’accordo oppure hai paura di deludermi?”, “Come stai dentro questa scelta?”. E deve lasciare all’altro il tempo di trovare una risposta, perché chi si è adattato per anni può non sapere più immediatamente che cosa prova o che cosa vuole.

Ester conquista il favore di quanti la vedono, ma la sua grandezza non consisterà nell’essere gradita a tutti. Consisterà nel diventare capace di usare il favore ricevuto per servire la verità e salvare il proprio popolo. Anche nel matrimonio non siamo chiamati a essere sempre gradevoli, ma a diventare veri. L’amore non ci chiede di perderci nell’altro. Ci chiede di donarci. E può donarsi davvero soltanto chi, con umiltà e coraggio, ha imparato ad abitare la propria identità.

Per dialogare insieme

Prendetevi un tempo tranquillo, senza interrompervi e senza cercare subito di difendervi. Ognuno può rispondere alle domande parlando di sé, senza accusare l’altro.

  1. In quali situazioni faccio fatica a dire ciò che desidero veramente?
  2. Mi capita di dire di sì per paura di deluderti, essere giudicato o creare un conflitto?
  3. Quali bisogni o sentimenti tendo a nascondere per mantenere la pace tra noi?
  4. Quando tu esprimi un’opinione diversa dalla mia, riesco ad accoglierla oppure la vivo come un rifiuto?
  5. Ci sono gesti che compio per amore, ma che dentro di me stanno producendo stanchezza o risentimento?
  6. In che modo posso aiutarti a sentirti libero di dirmi la verità, anche quando non coincide con ciò che vorrei sentire?

Concludete scegliendo una piccola azione concreta. Durante la prossima settimana, provate entrambi a esprimere con semplicità un desiderio, un bisogno o un limite che solitamente tenete nascosto. L’altro si impegni ad ascoltare senza giudicare e senza interpretare quella sincerità come una mancanza d’amore.

Per pregare

Signore Gesù, Tu ci ami nella verità e non ci chiedi di indossare maschere per meritare il tuo sguardo. Liberaci dalla paura di deludere, dal bisogno di essere sempre approvati e dalla tentazione di nascondere ciò che sentiamo davvero. Donaci il coraggio di essere sinceri senza diventare duri, di dire ciò che desideriamo senza imporlo, di porre dei limiti senza chiudere il cuore. Aiutaci a non approfittare della disponibilità dell’altro. Insegnaci a domandare con rispetto: “Tu che cosa desideri? Come stai veramente?”. Fa’ che il nostro matrimonio non sia costruito sulla paura, sulle attese taciute o sul bisogno di compiacerci, ma sulla libertà di due persone che possono mostrarsi per ciò che sono e continuare a scegliersi. Come Ester, rendici capaci di passare dal desiderio di piacere al coraggio di servire la verità. Fa’ che possiamo donarci senza perderci, accoglierci senza dominarci e amarci senza doverci nascondere. Amen.

Antonio e Luisa

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Le tentazioni quotidiane nel matrimonio: quando il copione prende il posto dell’amore

Il diavolo, nella vita di una coppia, non si presenta quasi mai in modo spettacolare. Non entra in casa annunciando la propria presenza. Preferisce nascondersi nelle piccole incomprensioni, nelle parole dette male, nei silenzi usati per punire, nella stanchezza che diventa durezza. Le sue tentazioni si appoggiano spesso a qualcosa che è già dentro di noi: le nostre ferite, i copioni imparati nell’infanzia, le spinte interiori che ci fanno reagire sempre nello stesso modo.

Immaginiamo allora una giornata normale di una coppia. La sveglia suona. Lui si alza in ritardo, mentre lei ha già preparato la colazione, sistemato alcune cose e svegliato i figli. Quando lo vede entrare in cucina ancora assonnato, sente crescere dentro di sé un pensiero: «Devo sempre fare tutto io». Quella frase non nasce soltanto da ciò che sta accadendo quella mattina. Forse viene da lontano. È la voce di una Bambina che, fin da piccola, ha imparato a rendersi utile per essere amata. È la spinta “Sii forte”, che le impedisce di chiedere aiuto. Oppure è il comando “Sii perfetta”, che la convince che nessuno farà le cose bene quanto lei.

Il marito, sentendosi accolto con freddezza, reagisce: «Sei sempre nervosa. Non ti va mai bene niente». Anche lui non sta rispondendo soltanto alla moglie. Sta reagendo a tutte le volte in cui si è sentito giudicato, inadeguato o incapace. La sua parte Bambina si difende, mentre il suo Genitore critico contrattacca. La tentazione ha già trovato spazio. Non ha creato le loro ferite, ma le ha messe l’una contro l’altra. La parte Adulta potrebbe invece fermare il meccanismo. Lei potrebbe dire: «Questa mattina mi sento sovraccarica. Avrei bisogno che mi aiutassi». Lui potrebbe rispondere: «Non mi ero accorto di quanto stessi facendo. Dimmi cosa posso prendere in carico». La parte Adulta non nega le emozioni, ma le riconosce e le traduce in parole. Non accusa, non interpreta le intenzioni dell’altro e non pretende che il coniuge legga nel pensiero.

La giornata continua. A metà mattina lei manda un messaggio, ma lui non risponde. Dopo un’ora, nella sua mente cominciano le interpretazioni: «Non gli importa di me. Per il lavoro trova sempre tempo, per me mai». La Bambina abbandonata prende il controllo. Il fatto concreto è soltanto un messaggio senza risposta; il copione, invece, lo trasforma nella prova che lei non è importante. Quando lui finalmente risponde, trova una frase pungente: «Tranquillo, non disturbarti». Lui percepisce l’ironia e si irrigidisce. La sua spinta “Sbrigati” lo porta a rispondere velocemente e male: «Sto lavorando, non posso stare sempre al telefono». Ancora una volta, nessuno dei due sta parlando davvero del presente. Stanno dialogando due ferite.

Agire dalla parte Adulta significa distinguere i fatti dalle interpretazioni. «Non hai risposto per un’ora» è un fatto. «Non ti importa di me» è un’interpretazione. Lei potrebbe scrivere: «Quando riesci, fammi sapere come stai. Oggi avrei bisogno di sentirti». Lui potrebbe spiegare: «Sono stato in riunione. Non ti stavo ignorando».

Arriva la sera. Entrambi sono stanchi. Lei vorrebbe raccontare ciò che è accaduto durante la giornata. Lui desidera soltanto sedersi e stare in silenzio. Lei interpreta il silenzio come disinteresse; lui vive le domande come un’invasione. Lei insiste, lui si chiude. Più lui si chiude, più lei lo incalza. Più lei lo incalza, più lui si allontana. È una delle danze disfunzionali più comuni nel matrimonio. Dietro l’inseguimento di lei può esserci la paura di essere abbandonata. Dietro la fuga di lui può esserci il timore di essere controllato, giudicato o risucchiato dalle esigenze dell’altro. La tentazione suggerisce a entrambi: «Devi difenderti». L’amore, invece, invita a comprendere. La parte Adulta permette di dire: «Ho bisogno di venti minuti per decomprimere, poi ti ascolto». Oppure: «Ho bisogno di raccontarti una cosa importante. Quando possiamo trovare un momento?». Così il bisogno di uno non cancella quello dell’altro.

Anche l’intimità può diventare terreno di tentazione. Uno dei due cerca vicinanza, mentre l’altro è stanco o preoccupato. Il rifiuto viene interpretato come mancanza d’amore: «Non mi desideri più». Chi si sente pressato può rispondere: «Pensi sempre e soltanto a quello». Il desiderio legittimo di unione si trasforma così in pretesa, mentre il bisogno di rispetto diventa rifiuto aggressivo. La parte Bambina reclama conferme; il Genitore accusa e stabilisce chi ha ragione. La parte Adulta consente invece di rimanere nella relazione: «Il tuo rifiuto mi ha fatto sentire poco desiderato, anche se so che forse non era questa la tua intenzione». E l’altro può rispondere: «Non sto rifiutando te. Questa sera sono stanca, ma desidero comunque esserti vicina».

Combattere le tentazioni nel matrimonio non significa soltanto pregare affinché il male resti fuori dalla nostra casa. Significa anche imparare a riconoscere le porte attraverso le quali può entrare: l’orgoglio, il risentimento, le ferite non elaborate, i copioni familiari, la pretesa che l’altro guarisca ogni nostra mancanza. La parte Adulta, nell’Analisi Transazionale, è quella capace di osservare la realtà del presente. Per noi cristiani non è semplicemente una funzione psicologica. È anche lo spazio interiore nel quale possiamo esercitare la libertà, accogliere la grazia e scegliere di amare invece di reagire.

Il diavolo ci vuole prigionieri del copione: «Sei sempre stato così, non cambierai mai». Cristo ci restituisce la libertà: «Puoi scegliere una risposta nuova». La santità coniugale si costruisce proprio in questi passaggi quotidiani. Tra una risposta aggressiva e una parola sincera. Tra il silenzio punitivo e la richiesta rispettosa. Tra il bisogno di avere ragione e il desiderio di salvare la comunione.

Ogni volta che due sposi riconoscono la propria ferita senza usarla contro l’altro, la tentazione perde forza. Ogni volta che scelgono di parlarsi dalla parte Adulta, il copione viene interrotto. Ogni volta che chiedono perdono e ricominciano, Cristo torna a essere il centro della loro casa. Il male divide servendosi delle nostre ferite. Dio, invece, entra proprio in quelle ferite e le trasforma in luoghi di incontro, di consapevolezza e di amore più vero.

Antonio e Luisa

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Quando il corpo dell’altro diventa un oggetto (anche nel matrimonio)

Ci sono difficoltà nella vita intima di una coppia di cui si parla poco. Non perché siano rare, ma perché toccano una parte molto delicata della relazione. Spesso uno dei due coniugi desidera sperimentare gesti, pratiche o modalità viste nei video pornografici, mentre l’altro prova disagio, si sente forzato oppure percepisce che qualcosa, in quel modo di vivere la sessualità, non corrisponde alla verità del loro amore.

Il problema non riguarda soltanto ciò che si fa. Riguarda soprattutto il significato che quel gesto assume all’interno della relazione. Un medesimo comportamento può essere vissuto in un clima di tenerezza, rispetto e ascolto oppure trasformarsi in una forma di pressione, di dominio e di utilizzo dell’altro. La domanda fondamentale, quindi, non dovrebbe essere: «Questa cosa si può fare oppure no?». La domanda più profonda è: «Quello che stiamo vivendo ci unisce davvero? Ci fa sentire amati, accolti e rispettati?».

La pornografia educa esattamente nella direzione opposta. Non insegna l’incontro, ma la prestazione. Non mostra persone che si ascoltano, ma corpi che devono produrre eccitazione. La donna, in particolare, viene spesso rappresentata come sempre disponibile, entusiasta di qualsiasi proposta e pronta a soddisfare ogni desiderio dell’uomo. Non esistono stanchezza, timore, pudore, sensibilità personale o bisogno di sentirsi al sicuro. Esiste soltanto una finzione costruita per eccitare chi guarda.

Il problema è che, a forza di osservare quelle immagini, si può finire per considerarle normali. L’uomo può convincersi che tutte le donne desiderino vivere la sessualità in quel modo e che il rifiuto della moglie sia segno di freddezza, chiusura o mancanza d’amore. La donna, dal canto suo, può cominciare a pensare di essere inadeguata, incapace di soddisfare il marito o responsabile della sua frustrazione.

Questa dinamica è molto pericolosa, perché introduce nella camera da letto una presenza estranea. L’incontro non avviene più davvero tra marito e moglie, ma tra la moglie reale e le immagini che il marito porta nella propria mente. Il corpo della sposa viene confrontato con altri corpi. La sua sensibilità viene misurata sulle reazioni recitate dalle attrici. Il desiderio non nasce più dalla contemplazione della persona amata, ma da un copione imparato altrove.

La sessualità coniugale, invece, dovrebbe essere un linguaggio. Attraverso il corpo diciamo all’altro: «Ti accolgo. Ti scelgo. Mi dono a te. Voglio il tuo bene». Quando questo linguaggio viene deformato, il corpo può arrivare a dire qualcosa di molto diverso: «Tu mi servi. Ho bisogno che tu faccia questo per soddisfarmi. Il tuo disagio viene dopo il mio piacere».

In quel momento non siamo più nel dono, ma nell’uso. Per questo è fondamentale imparare a parlare di come ci si sente. Non basta dire: «Non voglio farlo». È importante, quando possibile, provare a raccontare ciò che accade dentro: «Quando mi chiedi questa cosa mi sento usata», «Ho la sensazione che tu non stia cercando me, ma una scena che hai visto», «Ho bisogno di sentirmi amata, non messa alla prova», «Ho paura che il mio corpo non sia più un luogo di incontro, ma uno strumento per il tuo piacere».

Allo stesso modo, chi riceve questo rifiuto deve imparare a non viverlo immediatamente come un rifiuto della propria persona. La moglie può rifiutare un comportamento senza rifiutare il marito. Può amare profondamente il proprio sposo e, proprio perché lo ama, desiderare una sessualità più vera, più rispettosa e più capace di comunione. Il dialogo, però, non può diventare una trattativa in cui uno insiste finché l’altro cede. Il consenso estorto dalla paura, dal senso di colpa o dal timore di essere abbandonati non è un vero consenso. Dire sì soltanto per evitare che il coniuge si arrabbi, si allontani o cerchi altrove non costruisce intimità. Al contrario, lascia ferite profonde. Il corpo compie un gesto, ma il cuore si ritrae.

Anche spiritualmente questo è decisivo. Nel matrimonio cristiano il corpo dell’altro non è una proprietà. È una persona affidata al nostro amore. Il sacramento non autorizza a pretendere, ma chiama a donarsi. San Paolo invita gli sposi a una reciproca appartenenza, ma questa reciprocità non può mai essere separata dall’amore di Cristo, che non possiede, non forza e non umilia. Cristo ama consegnando se stesso, non utilizzando l’altro.

L’unione degli sposi trova la sua pienezza quando il piacere non viene eliminato, ma inserito dentro un bene più grande. Il piacere è bello quando nasce dall’incontro. Diventa povero quando viene inseguito separatamente dalla persona. La vera intimità non si misura dalla quantità delle esperienze, dalla trasgressione o dalla capacità di imitare ciò che si vede sullo schermo. Si misura dalla possibilità di sentirsi nudi senza sentirsi esposti, desiderati senza sentirsi consumati, accolti senza paura di essere forzati.

Occorre allora tornare a guardarsi. Non soltanto durante l’atto sessuale, ma nella vita quotidiana. Tornare alle carezze che non pretendono nulla, ai baci che non sono l’inizio obbligato di una prestazione, alla tenerezza, alle parole, al tempo dedicato alla coppia. Il desiderio autentico cresce dove una persona si sente vista.

Per alcune coppie sarà necessario anche chiedere aiuto. Quando la pornografia è diventata abituale, quando il dialogo si trasforma sempre in litigio o quando uno dei due vive una pressione continua, può essere utile rivolgersi a un professionista competente e rispettoso della visione cristiana della persona. Non per stabilire chi ha ragione, ma per liberare la relazione da copioni che la stanno avvelenando. L’intimità più piena non è quella in cui si fa tutto. È quella in cui nessuno dei due ha paura di dire ciò che prova. È quella in cui il corpo dell’altro viene custodito come una terra sacra. È quella in cui il piacere non diventa mai più importante della persona amata. Perché fare l’amore non significa usare il corpo dell’altro per stare bene. Significa cercare insieme un bene che permetta a entrambi di sentirsi amati, rispettati e sempre più uniti.

Antonio e Luisa

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La virtù della fortezza si misura nella fedeltà

Ringrazio Antonio per avermi scelto nel parlare della Fortezza: in effetti, è forse la virtù cardinale che contraddistingue di più la mia vita in questi anni. Mi viene da sorridere pensando a come mi chiamo, sembra quasi che fosse tutto già scritto: il nome Ettore ha origine greca, da “Hektor”, e significa “sostenitore del popolo” o “colui che tiene forte”, richiama qualità di coraggio, forza e protezione. Non mi ritengo un superuomo, anch’io come tutti, ho paura, dubbi, insicurezze e d’altra parte sono proprio queste forse le cose che ti fanno sentire vivo e ti fanno capire che, nonostante il tuo impegno, la vita non sta nelle tue mani.

Io ho una formazione logico-matematica e per molto tempo della mia vita ho provato inutilmente a organizzare e a tenere tutto sotto controllo, fino a costatare che, per fortuna, non siamo noi a tenere le fila; non puoi prevedere il futuro, non puoi preservarti da ciò che accadrà, puoi solo affidarTi.

Quando mi sono sposato avevo 26 anni, due anni prima avevo perso il mio giovane papà, dopo una brutta malattia e per me è stato come gettare un’ancora nella mia vita: due sposi che si vogliono bene e gettano le fondamenta di una nuova famiglia; sentivo che niente avrebbe potuto fermarci e non c’era nulla che mi spaventava. Eppure tutto questo bel castello, dopo 12 anni è crollato miseramente e lì davvero ho sperimentato la sofferenza, la paura di non farcela e lo smarrimento totale.

Non avevo più forze, ma è stato proprio lì che il Signore ha cominciato a insegnarmi cosa sia la fortezza cristiana: non la forza di chi non sente paura, ma quella di chi, pur tremando, resta saldo. Inconsapevolmente avevo appoggiato tutta la mia vita a una donna e quando questa è venuta a mancare, mi sono reso conto del grave errore: solo Lui dovrebbe essere la roccia su cui poggia un matrimonio. Io mi sento come quella casa costruita sulla roccia: nonostante la pioggia, i fiumi che straripano e i venti forti, rimango in piedi, non per merito mio, ma perché mi aggrappo con tutte le mie forze a Chi mi può proteggere. In questo San Giuseppe ha una fortezza straordinaria, quella di restare nel matrimonio, restare nella paternità, restare nella missione che Dio ci affida, anche se non ci si capisce niente.

Restare anche quando l’altro non ci comprende, quando la comunicazione s’inceppa, quando il sentimento viene meno: questo è l’atto più profondo della libertà umana e cristiana. Sembra paradossale, ma la forza più grande non è quella che si dimostra agli altri, ma quella che si attua nell’umiltà e nel nascondimento: vivo le mie giornate nella quotidianità, lavorando, passando del tempo con le figlie, aiutando le persone, costruendo relazioni, anche se mia moglie se n’è andata, perché “tutto posso in Colui che mi dà forza”.

Non è sempre facile, a volte sento la fatica, la stanchezza, anche l’insofferenza verso Dio che sembra sia indifferente alla mia situazione e allora, grazie ai sacramenti, in particolare confessione e comunione, rimetto Gesù al centro. Può sembrare una battaglia combattuta in difesa, ma non sono qui a sopportare una croce e basta: io liberamente scelgo cosa fare e in questo caso di vivere nella fedeltà a Gesù vivo in mezzo a noi, anche se pensano che sia un pazzo, perché so che è la strada del bene per me, per le mie figlie e per chi mi sta intorno, nonostante sia in salita (chi va in montagna sa che i panorami più belli si vedono dalle cime più alte e quindi più faticose da raggiungere).

In una società egoistica come la nostra, poche persone fanno scelte di bene, andando oltre il proprio egoismo, ma qualcuno deve pur dare la vita per comunicare che l’amore va oltre il male ricevuto, oltre le ferite, oltre il ritorno, oltre la sofferenza, avendo come riferimento quello che è successo a Gesù sulla croce. Gesù ha sopportato tutto quello che Gli hanno fatto per amore, perché aveva un obbiettivo grandissimo, perché era la sua missione, non c’era un altro modo.

Io voglio fare la mia parte, non mi tiro indietro, anche se qualche volta sono tentato di farlo, perché Gesù mi è accanto, non potrà succedermi niente che non sia per il mio bene, anche se non capisco. La fortezza raramente richiede atti eroici: certo se mia figlia per caso stesse per essere investita da un’auto, non esisterei un attimo a proteggerla rischiando di morire, perché è giusto così, perché lei è più importante di me, perché antepongo la sua vita alla mia, perché in quel momento solo io posso salvarla, perché è stata affidata a me, perché le voglio bene, perché alla fine l’amore vero è dare, dare tutto, perdere perché si dà qualcosa e morire a noi stessi.

Più frequentemente la fortezza si misura nella fedeltà di ogni giorno: si tratta di alzarsi ogni mattina e scegliere da che parte stare, anche se costa fatica; è facile promettere amore eterno sull’altare, è più difficile mantenerlo la sera, quando sei stanco, non hai più voglia di parlare e vorresti far scomparire tutti, ma è lì che il “sì” diventa vero. L’amore non è un sentimento, non è sentire qualcosa per l’altro, è una scelta da rinnovare quotidianamente: va bene, vuoi andartene, vuoi tradirmi? Fai pure, io rimango qui ad amarti, nonostante tutto.

Come un navigatore che indica continuamente la meta, io so dove voglio arrivare: posso sbagliare strada, posso confondermi, possono accadere fatti brutti, ma il navigatore rielabora il percorso per portarmi in Paradiso (per citare un detto, “barcollo, ma non crollo”). Ecco, per me la fortezza è proprio questo: restare saldi, anche tremando, perché Dio è fedele e non abbandona chi si affida a Lui.

Questo articolo è tratto dalla testimonianza di Ettore pubblicata nel testo La grazia degli imperfetti

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

La bellezza che viene dal cuore

“Quando giunse per Ester, figlia di Abicàil, zio di Mardocheo, che l’aveva presa come figlia, il momento di andare dal re, ella non chiese altro se non quanto le aveva indicato Egài, l’eunuco del re, custode delle donne. Ester conquistava il favore di quanti la vedevano.” (Est 2,15)

Affrontiamo oggi il quinto modulo. Clicca qui per leggere i precedenti. Viviamo in un tempo che ci ripete continuamente che per essere amati bisogna essere straordinari. Più belli, più giovani, più brillanti, più simpatici, più interessanti degli altri. Ogni giorno scorriamo immagini di persone perfette, famiglie perfette, corpi perfetti, matrimoni apparentemente senza ombre. Senza quasi accorgercene, nasce dentro di noi una convinzione silenziosa: “Così come sono, non basto”. È una delle menzogne più diffuse e più dolorose.

Anche Ester avrebbe avuto tutte le ragioni per sentirsi così. Era una ragazza ebrea, orfana, cresciuta lontano dai riflettori del potere. Non apparteneva all’aristocrazia persiana, non aveva un nome importante, non possedeva alcun privilegio particolare. Eppure la Scrittura ci racconta qualcosa di sorprendente. Quando arriva il momento di presentarsi al re, Ester non cerca di stupire. Non pretende gioielli particolari, non domanda ornamenti più preziosi delle altre ragazze. Accetta semplicemente il consiglio di Egài, colui che conosceva davvero il cuore del palazzo. Ed è proprio allora che “conquistava il favore di quanti la vedevano”.

La sua bellezza non nasce dall’eccesso. Nasce dall’armonia. Questo particolare sembra secondario, ma in realtà racconta una verità profonda. Ester non sente il bisogno di costruire un personaggio. Non cerca di impressionare. Non prova a diventare qualcun altro. Si presenta per quella che è.

È qui che possiamo leggere questo brano alla luce dell’Analisi Transazionale. Eric Berne descrive come ciascuno di noi costruisca, fin dall’infanzia, una sorta di copione di vita. Se da piccoli abbiamo ricevuto amore solo quando eravamo bravi, perfetti o capaci di soddisfare le aspettative degli altri, rischiamo di convincerci che il nostro valore dipenda dalle prestazioni. Non ci sentiamo amabili semplicemente perché esistiamo. Pensiamo di dover continuamente dimostrare qualcosa. Questa è un’autostima fragile.

L’autostima autentica, invece, non nasce dal confronto. Nasce dalla consapevolezza di essere preziosi prima ancora di fare qualcosa per meritarlo. È esattamente ciò che vediamo in Ester. Lei non cerca disperatamente di essere scelta. Vive il momento con semplicità e fiducia. Non confonde il proprio valore con il risultato della prova che sta affrontando. Quante volte, invece, questo accade anche nel matrimonio?

Pensiamo di dover essere sempre all’altezza. Sempre pazienti. Sempre disponibili. Sempre attraenti. Sempre capaci di risolvere ogni problema. E quando non ci riusciamo, iniziamo a pensare di valere meno. A volte basta una critica del coniuge, una discussione, un periodo di minore desiderio o una fatica lavorativa perché riaffiori quella vecchia voce: “Non sono abbastanza.” Da quel momento iniziano i problemi.

Chi non si sente abbastanza tende a cercare continuamente conferme. Ha bisogno di complimenti, approvazioni, riconoscimenti. Soffre in modo sproporzionato davanti a un’osservazione negativa. Oppure reagisce costruendo un’immagine di sé forte e impeccabile, che però nasconde una grande fragilità. Sono strategie comprensibili, ma faticose. Costringono a vivere sempre sotto esame. Il matrimonio, invece, dovrebbe essere uno dei pochi luoghi in cui possiamo smettere di recitare.

Il coniuge non è chiamato a scegliere ogni giorno una versione perfetta di noi. È chiamato ad amare la persona reale che gli sta accanto, con le sue qualità e i suoi limiti. Se per sentirmi amato devo continuamente dimostrare qualcosa, allora rischio di trasformare la relazione in un palcoscenico. Ma l’amore non cresce sul palcoscenico. Cresce nella verità. Pensiamo a quanto sia liberante poter dire: “Oggi sono stanco.” “Oggi ho paura.” “Oggi non mi sento capace.” “Oggi ho bisogno di te.”

Solo chi possiede un’autostima autentica riesce a mostrarsi vulnerabile. Chi invece fonda il proprio valore sulle prestazioni vive ogni fragilità come una minaccia. Ester ci insegna una strada diversa. La sua forza non consiste nell’apparire perfetta, ma nell’essere profondamente centrata su se stessa. Non ha bisogno di aggiungere nulla per essere degna di essere scelta. In fondo questa è anche la logica di Dio.

Nella Bibbia Dio sceglie quasi sempre persone che, agli occhi del mondo, sembrano insufficienti. Mosè balbetta. Davide è il più piccolo dei fratelli. Gedeone si considera il meno importante della sua famiglia. Pietro è impulsivo. Paolo perseguitava i cristiani. La scelta di Dio non nasce dalla perfezione della persona. È il suo amore che rende grande chi viene scelto. Lo stesso vale nel matrimonio.

Il giorno delle nozze tuo marito o tua moglie non ha pronunciato un sì perché aveva trovato una persona perfetta. Ha pronunciato un sì perché ha scelto proprio te. E Dio, attraverso quel sacramento, continua ogni giorno a ripeterti: “Tu mi basti. Con la tua storia. Con le tue ferite. Con i tuoi limiti. Io posso costruire qualcosa di meraviglioso proprio attraverso ciò che sei.” Forse il lavoro più importante che uno sposo e una sposa possono fare non è diventare straordinari, ma imparare a credere di essere già degni di amore. Solo chi si sente amato gratuitamente riesce ad amare gratuitamente.

Forse è proprio questo il segreto della bellezza di Ester. Non era semplicemente una ragazza bella. Era una donna che non aveva bisogno di convincere gli altri del proprio valore. Lo portava dentro di sé come un dono ricevuto. E questa è una bellezza che il tempo non può consumare.

Per dialogare insieme

  • In quali situazioni mi sento “non abbastanza” agli occhi del mio coniuge?
  • Cerco spesso conferme del mio valore attraverso i complimenti, i risultati o l’approvazione degli altri?
  • Mio marito o mia moglie si sente libero di mostrarsi fragile con me, oppure percepisce di dover sempre dimostrare qualcosa?

Per pregare

Signore, liberaci dal bisogno di dover continuamente meritare il tuo amore e quello del nostro coniuge. Donaci uno sguardo capace di riconoscere il valore che hai posto in noi fin dal principio. Aiutaci a guardarci con gli occhi con cui Tu ci guardi: non perfetti, ma infinitamente amati. Fa’ che la nostra bellezza nasca dalla verità del cuore e non dal desiderio di apparire. Amen.

Antonio e Luisa

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Quando la bellezza evangelizza: riflessioni sul recital Dal cielo alla terra

Loreto, domenica 31 maggio 2026. Ultimo giorno del ritiro di Scuola Nuziale. Ho avuto il privilegio di assistere al recital acustico Dal cielo alla terra. Lo definiscono un recital, ma, una volta terminato, ci si rende conto che questa definizione gli sta stretta. È molto di più. È un intreccio di musica, poesia, immagini, testimonianza e riflessione che riesce a parlare contemporaneamente alla mente, al cuore e all’anima.

Sono entrato con la curiosità di assistere a una proposta originale. Sono uscito profondamente toccato. Non tanto per la qualità artistica, che pure è notevole, quanto per la forza con cui ciò che veniva annunciato trovava conferma nella vita di chi lo annunciava. Davide non stava raccontando una bella storia, stava raccontando la sua storia, quella di ogni coppia cristiana che ha compreso qualcosa di cosa sia il matrimonio. È questo, credo, l’aspetto che più mi ha colpito.

Davide Zanelli non racconta semplicemente una visione cristiana dell’amore, del matrimonio e della sessualità. Racconta una verità che ha attraversato la sua vita. E questa differenza si percepisce immediatamente. Ogni parola pronunciata, ogni canzone, ogni immagine proiettata acquista una forza particolare perché nasce da un’esperienza vissuta.

In molti momenti mi sono riconosciuto nelle sue riflessioni. Ho ritrovato domande, fatiche, intuizioni e speranze che appartengono anche al mio cammino di sposo e di credente. Non avevo la sensazione di ascoltare una lezione, ma di essere accompagnato da qualcuno che aveva percorso una strada e che, con grande umiltà, desiderava semplicemente indicarla anche ad altri. Attraverso la sua arte.

Ma c’è un altro elemento che rende questo recital ancora più eloquente. Accanto a Davide non c’è soltanto un’équipe tecnica. C’è la sua famiglia. Marina, sua moglie, cura con discrezione tutta la regia audio e video. La figlia Elisa accompagna il racconto con il pianoforte, regalando ai diversi momenti una profondità emotiva che difficilmente si potrebbe ottenere con le sole parole. Non è un dettaglio organizzativo. È parte integrante dell’annuncio.

In un recital che parla del matrimonio e della famiglia, vedere marito, moglie e figlia servire insieme la stessa missione rende tutto infinitamente più credibile. Non si ascolta soltanto un discorso sull’amore familiare: lo si vede vivere davanti ai propri occhi. Quella comunione silenziosa tra loro diventa essa stessa una forma di evangelizzazione. Anche il pubblico percepisce questa autenticità. Guardandomi intorno ho visto persone completamente immerse nell’ascolto. Volti attenti. Occhi lucidi. Sorrisi. Lunghi silenzi che valevano più di molti applausi. In diversi momenti si percepiva una commozione condivisa, quasi il timore di interrompere qualcosa di bello. Anch’io mi sono ritrovato più volte con gli occhi lucidi. Non per un’emozione superficiale, ma perché alcune parole riuscivano a toccare corde molto profonde.

Mi ha colpito soprattutto la capacità di emozionare senza mai cadere nel sentimentalismo. L’emozione nasceva dalla verità, non dall’effetto scenico. Ed è proprio qui che, a mio avviso, risiede la grande novità di questa proposta. Dal cielo alla terra rappresenta una forma concreta di nuova evangelizzazione. Non perché annunci un Vangelo diverso, ma perché trova un linguaggio nuovo per raccontare la bellezza del Vangelo di sempre.

Viviamo in un tempo in cui l’antropologia cristiana, la teologia del corpo di san Giovanni Paolo II e la morale cattolica vengono spesso percepite come un insieme di divieti o di norme incomprensibili. Talvolta vengono persino rifiutate prima ancora di essere conosciute. Questo recital dimostra invece che il problema, molto spesso, non è il contenuto, ma il modo in cui viene comunicato.

Davide Zanelli non addolcisce il messaggio cristiano. Non elimina ciò che può risultare esigente. Non cerca compromessi con la mentalità dominante. Parla del matrimonio sacramentale, della sessualità, della fecondità, della croce, della fedeltà e della vocazione degli sposi con grande chiarezza. Eppure tutto questo non pesa. Anzi, affascina. Perché viene mostrato attraverso la bellezza. Attraverso l’arte. Attraverso la musica. Attraverso una testimonianza credibile. Attraverso il linguaggio universale dell’esperienza umana.

Ho pensato più volte che san Giovanni Paolo II avrebbe probabilmente sorriso vedendo un’opera del genere. Perché tutta la sua teologia del corpo nasce proprio dalla convinzione che il cristianesimo non mortifica il desiderio dell’uomo, ma lo conduce alla sua pienezza. Ed è esattamente ciò che questo recital riesce a comunicare.

Viviamo un’epoca che ha un enorme bisogno di questo tipo di evangelizzazione. Un annuncio che non rinunci alla verità, ma che sappia renderla desiderabile. Che non abbia paura della radicalità del Vangelo, ma la presenti nella sua autentica bellezza. Alla fine della mattinata sono uscito con una convinzione ancora più forte: la Chiesa non ha bisogno di cambiare il suo messaggio sull’amore. Ha bisogno di persone capaci di incarnarlo e di raccontarlo con linguaggi nuovi, intelligenti, artistici e profondamente umani. Dal cielo alla terra dimostra che questo è possibile.

Quando la verità si lascia accompagnare dalla bellezza e trova testimoni credibili, non rimane una teoria. Diventa un’esperienza. Diventa speranza. Diventa desiderio di vivere ciò che si è appena contemplato. E credo che questo sia il complimento più grande che si possa fare a un’opera nata per evangelizzare.

Vi saluto lasciandovi il riferimento di Davide e l’intervista rilasciata all’emittente diocesana aretina dove raccontiamo l’esperienza vissuta. Se volete invitare Davide e la sua famiglia o volete maggiori informazioni scrivete a famiglia.zanellibicchiega@gmail.com

Antonio e Luisa

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Scuola Nuziale: un laboratorio dell’amore sponsale

In passato abbiamo sofferto per una grossa crisi matrimoniale, e grazie al percorso di Retrouvaille abbiamo ricostruito la nostra relazione e il nostro matrimonio è rinato più maturo e consapevole Ora prestiamo servizio attivamente in Retrouvaille, ma nonostante questo abbiamo pensato che ci avrebbe fatto bene partecipare alla Scuola Nuziale per approfondire ancora di più i valori del Sacramento del Matrimonio. Abbiamo quindi colto con grande piacere l’opportunità di parteciparvi. All’inizio del percorso ci sentivamo curiosi e coinvolti, come chi percorre insieme una nuova strada che ancora non conosce. È stato un grande dono per noi poter ascoltareDon Renzo Bonetti che col suo modo appassionato di parlarci ci ha fatto comprendere una volta ancora l’importanza del Sacramento del Matrimonio e la sua sacralità.

Da più di un anno stiamo vivendo una situazione familiare particolare, entrambi siamo impegnati per tutta la giornata fino a tardi, e siamo molto stanchi e provati. A fronte della nostra condizione attuale, che ci lascia poco tempo per noi due, gli argomenti che ci hanno maggiormente interessato sono stati “l’intimità fisica: un vestito su misura che si costruisce nella corte continua” e “il dialogo per non perderci di vista”. Durante l’incontro sull’intimità ci ha incuriosito la novena degli sguardi, e vorremmo provare a metterla in pratica, non ne avevamo mai sentito parlare, ed io, Franca, sento molto la mancanza di sguardi intensi con gli occhi uno nell’altro.

Visto tutto il percorso fatto in Retrouvaille, abbiamo inizialmente pensato che l’incontro sul dialogo non sarebbe stato utile per noi, ma ci sbagliavamo! Abbiamo imparato che esiste una comunicazione “buona” che non è una comunicazione “spontanea”, perché quello che sento nel mio cuore può anche essere cattivo se non viene da Dio. Tutto il buono viene da Dio, non da noi, marito o moglie, noi possiamo solo aprirci al bene che viene da Dio. Ci ha colpito molto la similitudine utilizzata per descrivere la situazione che si verifica con un litigio che è stata paragonata al ghiaccio, che  non si rompe con il piccone, ma con il calore (un sorriso, un gesto di tenerezza), e chi per primo mette il suo ghiaccio al sole e lo scioglie aiuta l’altro a riavvicinarsi. Utilissimo il consiglio di accordarsi per scegliere un segnale da usare, come un time out, se un litigio diventa troppo forte. Se uno dei due lo mette in pratica, l’altro non si sente abbandonato o escluso, ma sa che il coniuge ha bisogno di meditare su quello che è successo.

Abbiamo provato sentimenti di rammarico per aver scoperto solo in tarda età argomenti che ci avrebbero dato una maggiore serenità durante il periodo fertile della nostra vita, come ad esempio i metodi naturali.

Anche noi, insieme ad altre coppie di Retrouvaille, abbiamo svolto il ruolo di relatori. L’argomento della serata era: CRISI, UN’OCCASIONE PER RISORGERE. Ci siamo sentiti emozionati e felici di poter presentare il programma Retrouvaille ad una platea così ampia. Sia noi che le altre coppie ci siamo presentati e abbiamo raccontato la nostra storia di forte crisi e poi di resurrezione, con la speranza di riuscire a testimoniare che con l’aiuto del Signore e con la forza di volontà degli sposi è possibile non solo far rinascere l’amore, ma anche riuscire a vivere meglio insieme in una relazione matrimoniale più profonda e lieta.

Ogni volta che testimoniamo, riceviamo una ricompensa inestimabile in termini di crescita personale, relazioni umane, con la speranza che quello che doniamo sia di aiuto per gli altri. La nostra esperienza della Scuola Nuziale si è conclusa con la partecipazione al ritiro finale al Santuario di Loreto. Leggendo il programma così ricco abbiamo pensato che ci sarebbe stato da impegnarsi parecchio, ma che sicuramente saremmo tornati a casa arricchiti, e abbiamo vissuto intensamente ogni momento.

Quando siamo arrivati a Loreto ci siamo sentiti rafforzati e fortunati per l’opportunità di vivere a fondo questa esperienza. Ci siamo sentiti fortunati di poter dare il nostro contributo attraverso la realizzazione di un workshop affidato alla nostra associazionee accoglienti e grati nei confronti delle coppie che avevano scelto la nostra proposta. Bellissimo poter realizzare il workshop insieme alle coppie che con noi avevano condiviso la serata della scuola nuziale come relatori.

Non siamo dei tecnici e solo in virtù della nostra esperienza di fatica e sofferenza siamo riusciti a parlare delle emozioni, dell’importanza del dialogo guidando un piccolo esercizio utile a favorire una comunicazione serena. Per noi è stato fondamentale sviluppare alcuni atteggiamenti che sono espressione di amore e rendono possibile il dialogo autentico ed abbiamo voluto raccontarlo ai partecipanti. Fra di loro c’era una coppia di fidanzati che si sono sposati poco dopo e ci hanno inviato le foto del loro matrimonio, e questo ci ha riempito di gioia.

Tra le varie attività proposte ci sono stati anche alcuni “spettacoli”, e noi siamo rimasti particolarmente colpiti e ci siamo sentiti molto emozionati dal recital “Dal cielo alla terra”, una testimonianza sull’amore coniugale, un esperimento di “nuova evangelizzazione”, che ci ha offerto spunti di riflessione e qualche provocazione culturale. L’incontro fra regioni ci è parso utile, siamo stati felici di verificare che c’erano altre coppie della Liguria con le quali abbiamo provato a diffondere il messaggio di Retrouvaille.

Io Franca ho vissuto con grande emozione l’incontro sull’aborto spontaneo, un lutto spesso taciuto. Non ho mai vissuto questo dolore, ma ho compreso le difficoltà e i sentimenti che ci sono stati condivisi. L’esperienza vissuta in questo anno ci ha arricchito, ci ha fatto nuovamente scoprire la grandezza e la bellezza del matrimonio cristiano.

Franca e Fabrizio (Retrouvaille Italia)

Mardocheo: l’influenza della famiglia d’origine

«Ester non aveva ancora fatto conoscere il suo popolo né la sua parentela, perché Mardocheo le aveva ordinato di non parlarne. Ester eseguiva l’ordine di Mardocheo come quando era allevata presso di lui.» (Est 2,20)

Uno dei particolari più interessanti del libro di Ester passa quasi inosservato. Anche dopo essere diventata regina, Ester continua a comportarsi come quando viveva nella casa di Mardocheo. L’autore lo sottolinea con poche parole, ma molto significative: «Ester eseguiva l’ordine di Mardocheo come quando era allevata presso di lui». È un versetto che dice molto più di quanto sembri. Ester è ormai una donna adulta. È la regina dell’impero persiano. Eppure continua a lasciarsi guidare da chi l’ha cresciuta. Il passato continua a vivere dentro il presente.

È una realtà che riguarda tutti noi. Nessuno arriva al matrimonio come una pagina bianca. Ognuno porta con sé una storia, una famiglia, un modo di amare, di discutere, di chiedere scusa, di affrontare i problemi. Pensiamo di aver lasciato la casa dei nostri genitori il giorno del matrimonio, ma in realtà una parte di quella casa continua ad abitare dentro di noi. Le parole ascoltate da bambini, i silenzi, le paure, le regole, gli esempi ricevuti, tutto questo continua a influenzare il nostro modo di vivere la relazione con il coniuge.

L’Analisi Transazionale descrive molto bene questa dinamica parlando del Genitore interiorizzato. Fin dai primi anni di vita registriamo, quasi come una telecamera, i messaggi verbali e non verbali delle figure educative. Non conserviamo soltanto ciò che ci hanno detto, ma anche il loro modo di reagire, di amare, di giudicare, di affrontare i conflitti e perfino di vivere la fede. Tutto questo viene interiorizzato e continua a parlare dentro di noi anche quando i nostri genitori non ci sono più o vivono lontano.

Questo non è necessariamente un male. Se siamo cresciuti in un ambiente sereno, il nostro Genitore interiore custodirà anche tante risorse preziose. Potremo aver imparato il rispetto, la fedeltà, la generosità, la capacità di chiedere perdono, il valore della preghiera e del servizio. Ma insieme ai doni possono essere stati registrati anche messaggi che oggi limitano la nostra libertà. «Non fidarti di nessuno.» «Non mostrare mai quello che provi.» «Devi essere perfetto.» «Se sbagli deludi tutti.» «Non disturbare.» «Gli uomini non piangono.» «Le donne devono sempre sacrificarsi.» Frasi che magari nessuno ha pronunciato in modo esplicito, ma che abbiamo respirato osservando il clima familiare.

Pensiamo a quante discussioni tra marito e moglie nascono proprio da qui. Una moglie si lamenta perché il marito non parla mai dei suoi sentimenti. Lui non capisce il problema: nella sua famiglia nessuno parlava di emozioni. Un marito si irrita perché la moglie vuole chiarire subito ogni litigio, mentre lui preferisce chiudersi nel silenzio. Ognuno pensa che il proprio modo di reagire sia quello normale. In realtà spesso sta semplicemente ripetendo ciò che ha imparato da bambino.

Anche Ester, senza rendersene conto, continua a fare riferimento a Mardocheo. Il testo non lo presenta come un uomo autoritario o manipolatore. Anzi, è colui che l’ha accolta quando era rimasta orfana, l’ha amata come una figlia e le ha permesso di crescere. Tuttavia il racconto lascia intuire una verità importante: arriva un momento in cui ogni persona è chiamata a passare dall’obbedienza ricevuta alla responsabilità personale. All’inizio è giusto lasciarsi guidare. Ma non si può restare bambini per sempre.

Questo è uno dei passaggi più delicati anche nella vita matrimoniale. La Bibbia lo aveva già detto fin dalle prime pagine della Genesi: «L’uomo lascerà suo padre e sua madre». Lasciare non significa smettere di amare i propri genitori. Significa smettere di dipendere da loro nelle decisioni fondamentali della propria vita. Significa costruire una nuova famiglia nella quale il punto di riferimento principale non è più la casa da cui si proviene, ma la comunione tra gli sposi.

Quante difficoltà nascono quando questo passaggio non avviene. Ci sono mariti che continuano a chiedere alla madre come organizzare la casa, come educare i figli o come gestire il denaro. Ci sono mogli che raccontano ogni discussione ai propri genitori cercando continuamente conferme. In questi casi il matrimonio fatica a diventare veramente adulto, perché tra gli sposi rimane sempre una presenza invisibile che continua a orientare le scelte. Ma esiste anche una forma più sottile di dipendenza. Non è necessario telefonare ogni giorno ai propri genitori per essere ancora condizionati dalla famiglia d’origine. Basta continuare a vivere secondo i messaggi interiorizzati senza mai metterli in discussione. È possibile avere cinquant’anni e continuare a comportarsi come il bambino che cercava disperatamente di essere approvato da papà o di non deludere la mamma.

La buona notizia è che Dio non ci chiede di cancellare la nostra storia. Ci chiede di diventarne consapevoli. La maturità non consiste nel rinnegare la famiglia da cui proveniamo, ma nel discernere ciò che ci ha aiutato a crescere da ciò che invece oggi ci impedisce di amare con libertà. Ogni famiglia consegna ai figli un’eredità. Alcune parti di questa eredità sono un tesoro da custodire. Altre hanno bisogno di essere guarite e trasformate.

Ester farà proprio questo. All’inizio continua a seguire Mardocheo come aveva sempre fatto. Ma arriverà un momento decisivo in cui dovrà scegliere personalmente. Quando il popolo ebraico sarà minacciato di sterminio, non basterà più limitarsi a eseguire degli ordini. Dovrà assumersi la responsabilità della propria vocazione. Dovrà rischiare in prima persona. Sarà ancora capace di ascoltare Mardocheo, ma non agirà più come una bambina dipendente. Diventerà finalmente una donna libera.

Questo è anche il cammino che ogni matrimonio è chiamato a compiere. Gli sposi non sono chiamati a ripetere la storia delle proprie famiglie, ma a scriverne una nuova. Possono scegliere di conservare ciò che è stato bello e di interrompere ciò che ha fatto soffrire. Possono decidere che certe ferite non verranno trasmesse ai figli. Possono diventare l’inizio di una storia diversa.

Forse il primo passo consiste proprio nel porsi una domanda semplice ma coraggiosa: quello che faccio oggi nasce da una scelta libera oppure sto semplicemente ripetendo ciò che ho imparato da bambino? È una domanda che può cambiare profondamente la vita di una persona e di una coppia. Perché l’amore maturo non è quello che reagisce automaticamente. È quello che sceglie consapevolmente.

E quando due sposi iniziano a riconoscere i propri condizionamenti, senza accusare i genitori ma neppure rimanerne prigionieri, accade qualcosa di meraviglioso. Il passato smette di governare il presente. La storia personale non viene cancellata, ma redenta. Ed è proprio in quel momento che il matrimonio diventa davvero una nuova creazione, il luogo in cui Dio continua a fare nuove tutte le cose.

Antonio e Luisa

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Quando il sesso diventa uno strumento di potere

Il sesso nel matrimonio può essere uno dei luoghi più belli del dono reciproco. Può diventare tenerezza incarnata, comunione, consolazione, gioia e appartenenza. Può essere quel linguaggio del corpo attraverso il quale marito e moglie si dicono: «Sono qui. Ti accolgo. Mi fido di te. Mi dono a te». Ma proprio perché l’intimità sessuale tocca una zona così profonda e vulnerabile della persona, può anche essere deformata e trasformarsi nel suo contrario. Non più dono, ma potere. Non più incontro, ma dominio.

Siamo abituati a pensare al dominio sessuale soltanto nelle sue forme più evidenti e violente. Certamente esistono situazioni gravi nelle quali uno dei due impone comportamenti, pretende pratiche non desiderate, non ascolta la paura o il disagio dell’altro. Il matrimonio non autorizza nessuno a trattare il corpo del coniuge come una proprietà. Il dono reciproco pronunciato il giorno delle nozze non trasforma l’altro in un oggetto sempre disponibile. Esistono però anche forme più sottili di dominio, spesso difficili da riconoscere. Si può usare il sesso per ottenere approvazione, per comprare la pace, per evitare un conflitto, per ricompensare, punire, trattenere l’altro o farlo sentire continuamente in debito.

La domanda da farsi non è quindi soltanto: «Abbiamo rapporti sessuali?». La domanda più profonda è: «Che cosa facciamo della nostra intimità? Quale dinamica relazionale mettiamo in scena attraverso il corpo?». Pensiamo, per esempio, a quando il sesso diventa una forma di ricatto implicito. Non necessariamente vengono pronunciate frasi esplicite. A volte basta un clima: se fai quello che voglio, ti concedo vicinanza; se mi contraddici, ti tengo a distanza. Il corpo smette così di essere il luogo della gratuità e diventa una moneta di scambio. Anche la tenerezza viene amministrata come un premio.

Naturalmente bisogna essere molto prudenti. Nessuno è obbligato ad avere un rapporto sessuale in qualsiasi momento e in qualsiasi condizione. Esistono stanchezza, malattia, ferite, crisi, periodi difficili e differenze nel desiderio. Rispettare un no è parte dell’amore. Il problema nasce quando il rifiuto non è più l’espressione sincera di una condizione personale, ma viene intenzionalmente utilizzato per colpire, educare, controllare o vendicarsi. «Così impari». «Dopo quello che hai fatto, non ti avvicinare». Sono dinamiche nelle quali il corpo viene arruolato dentro il conflitto. Non si parla della rabbia, della delusione o del dolore. Li si agisce attraverso la distanza sessuale. È una modalità molto potente perché va a colpire una zona sensibile dell’altro: il bisogno di sentirsi desiderato, accolto e scelto.

A volte accade anche il contrario. Il sesso viene usato per impedire il vero dialogo. Dopo un conflitto, invece di affrontare ciò che è successo, si cerca immediatamente l’intimità fisica. Può sembrare una riconciliazione, ma non sempre lo è. Il corpo può diventare un modo per mettere a tacere il problema. Si cerca una fusione momentanea senza attraversare la fatica della verità. Fare l’amore può certamente aiutare una coppia a riconciliarsi, ma non dovrebbe diventare un anestetico. Se ogni conflitto viene coperto dal sesso senza ascolto, comprensione e assunzione di responsabilità, la ferita resta lì. Il corpo dice pace, ma il cuore non è ancora arrivato alla pace.

C’è poi un altro modo di dominare: imporre all’altro il proprio modello di sessualità. Succede quando una persona considera legittimi soltanto i propri tempi, le proprie modalità, la propria frequenza e le proprie aspettative. L’altro viene progressivamente educato ad adattarsi. L’intimità autentica, invece, ha bisogno di ascolto. Non esiste vera comunione quando uno occupa tutto lo spazio e l’altro impara a scomparire.

Anche nell’intimità possono emergere copioni antichi e modalità relazionali disfunzionali. C’è chi ha imparato che, per non essere abbandonato, deve compiacere. Chi deve sempre controllare. Chi non riesce a chiedere tenerezza direttamente e la pretende attraverso il sesso. Chi usa il desiderio dell’altro per sentirsi potente. Chi dice sempre sì perché ha paura che un no provochi il rifiuto. Dietro molti comportamenti non c’è necessariamente cattiveria consapevole. Ci sono spesso paura, insicurezza, bisogno di conferma e ferite non elaborate. Questo, però, non significa che tali dinamiche vadano giustificate. Vanno riconosciute e affrontate.

Una persona può usare inconsapevolmente il corpo per dire: «Dimostrami che valgo». Oppure: «Voglio farti sentire quello che ho sentito io». Oppure ancora: «Ho paura che tu mi lasci e quindi devo tenerti legato a me». L’intimità sessuale porta spesso alla luce la verità della relazione. Per questo non basta parlare di tecniche, frequenza o compatibilità. Bisogna imparare a parlare di ciò che si prova. «Quando mi cerchi solo in quel momento, mi sento usata». «Quando mi rifiuti senza spiegarmi nulla, mi sento escluso». «Quando insisti, mi sento non ascoltata». «Quando non prendi mai iniziativa, mi sento indesiderato».

Queste conversazioni possono essere faticose, ma a volte sono molto più intime di tanti rapporti sessuali. Per noi cristiani esiste poi una domanda ancora più radicale: il mio corpo è davvero un dono oppure lo sto usando come uno strumento? Sto cercando il bene dell’altro oppure sto cercando di ottenere qualcosa dall’altro? Il sesso degli sposi ha una dignità altissima proprio perché può diventare espressione del dono di sé. Ma un gesto non diventa automaticamente santo soltanto perché avviene dentro un matrimonio. Anche nel matrimonio il corpo può mentire. Può dire «mi dono» mentre interiormente sta dicendo «ti uso», «ti compro», «ti punisco», «ti controllo».

La castità coniugale serve anche a questo: a liberare la sessualità dal possesso. Castità non significa avere meno desiderio, ma imparare ad amare anche attraverso il desiderio. Significa chiedersi: «Sono capace di desiderarti senza divorarti? Di rispettare i tuoi tempi? Di dire ciò di cui ho bisogno senza ricattarti? Di accogliere una tua difficoltà senza trasformarla immediatamente in un’accusa?». Anche chi rifiuta continuamente l’intimità dovrebbe interrogarsi con sincerità, non per colpevolizzarsi ma per comprendere: «Sto proteggendo un limite reale o sto punendo? Sto vivendo una difficoltà che non riesco a raccontare oppure sto usando la distanza per avere il controllo?». E anche chi desidera maggiormente dovrebbe chiedersi: «Sto cercando davvero mia moglie o mio marito, oppure sto soltanto cercando una risposta al mio bisogno? Riesco ancora a vedere la persona oppure vedo soltanto ciò che vorrei ricevere?».

La guarigione comincia quando il corpo smette di essere un campo di battaglia. Quando non deve più vincere nessuno. Quando il sesso non serve a ottenere, trattenere, controllare, punire o dimostrare. Quando due sposi possono tornare a dirsi con libertà: «Non voglio dominarti e non voglio essere dominato. Voglio incontrarti». Perché il contrario del dominio non è la passività. È il dono. E il dono autentico non prende possesso dell’altro. Gli fa spazio, lo ascolta, lo rispetta e lo desidera nella sua libertà.

Solo allora il corpo può tornare a dire la verità dell’amore: «Sono qui per te, non contro di te. Sono qui con te, non sopra di te».

Antonio e Luisa

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La Chiesa torna a parlare di famiglia. Ma questa volta chiama in causa anche noi sposi

Dal 7 al 14 ottobre 2026 Papa Leone XIV incontrerà i Capi delle Chiese Cattoliche Orientali e i Presidenti delle Conferenze Episcopali per riflettere sulla famiglia, a dieci anni da Amoris laetitia. Il titolo scelto per questo appuntamento dice già moltissimo: Annunciare il Vangelo con le famiglie oggi.

Non semplicemente alle famiglie. Con le famiglie.

Questa piccola preposizione cambia completamente la prospettiva. Perché significa che noi sposi non siamo chiamati soltanto a ricevere qualcosa dalla Chiesa. Non siamo utenti di un servizio religioso. Non siamo clienti della parrocchia che chiedono il battesimo dei figli, il catechismo, la benedizione della casa, un sacerdote quando il matrimonio entra in crisi. Siamo parte viva della Chiesa e siamo corresponsabili della sua missione.

Il documento preparatorio dell’incontro dice chiaramente che le famiglie non sono soltanto destinatarie dell’azione pastorale, ma soggetti della missione della Chiesa. Il Vangelo prende forma proprio dentro le relazioni quotidiane, le scelte, le fragilità e le speranze vissute nelle nostre case. Credo che questa sia una delle intuizioni più importanti di tutto il percorso che porterà all’incontro di ottobre.

Per anni, forse anche per ragioni comprensibili, abbiamo pensato la pastorale familiare quasi esclusivamente come qualcosa che alcuni esperti dovevano fare per noi. Il sacerdote, il teologo, lo psicologo, il consulente, l’operatore pastorale dovevano insegnare agli sposi come vivere. Tutte figure preziose e necessarie. Ma manca qualcosa quando gli sposi restano soltanto seduti ad ascoltare. Perché ci sono aspetti del matrimonio che possono essere raccontati fino in fondo soltanto da chi il matrimonio lo vive. Solo uno sposo può raccontare cosa significa continuare ad amare quando il sentimento cambia. Solo una moglie può raccontare cosa significa custodire la relazione quando la stanchezza, i figli, il lavoro e le preoccupazioni sembrano prendersi tutto. Solo una coppia che ha attraversato una crisi può guardare negli occhi due sposi in difficoltà e dire: «Sappiamo cosa significa. Non siete necessariamente arrivati alla fine».

Questa testimonianza ha un valore enorme. E non significa mettere le famiglie su un piedistallo. Al contrario. La testimonianza cristiana più credibile non è quella della coppia perfetta. È quella di una coppia vera. Una coppia che può dire: abbiamo litigato male e abbiamo imparato a litigare meglio. Ci siamo dati per scontati e abbiamo dovuto tornare a sceglierci. Abbiamo attraversato momenti nei quali il desiderio sembrava essersi spento e abbiamo imparato a prenderci cura della nostra intimità. Abbiamo sperimentato ferite, incomprensioni, silenzi e fatiche. Non siamo rimasti insieme perché tutto è stato facile, ma perché abbiamo scoperto che l’amore può maturare. Questo, oggi, è annuncio del Vangelo.

L’esigenza dell’incontro di ottobre nasce anche dalla realtà concreta nella quale le famiglie si trovano a vivere. Il documento preparatorio parla di precarietà lavorativa e abitativa, malattia, difficoltà educative, solitudine affettiva e cura di anziani, persone disabili e familiari non autosufficienti. La Chiesa vuole partire dall’ascolto della vita reale e comprendere quali esperienze pastorali aiutino davvero le persone a riconoscere l’azione di Dio nella propria storia. Ma proprio qui emerge una domanda per noi: chi può essere più vicino a una famiglia di un’altra famiglia?

Un sacerdote può accompagnare spiritualmente. Uno psicologo può aiutare a comprendere dinamiche e ferite. Ma una famiglia può fare qualcosa di diverso: può aprire la porta. Può invitare a cena una coppia isolata. Può accorgersi di due sposi che si stanno allontanando. Può sostenere una madre stanca. Può alleggerire una famiglia che vive la malattia di un figlio. Può raccontare ai fidanzati non soltanto quanto sia bello sposarsi, ma anche quanto sia necessario imparare a costruire una relazione. La pastorale familiare del futuro, io credo, passerà sempre più attraverso questa prossimità.

Il Papa non sembra chiedere soltanto nuovi documenti. Chiede alla Chiesa un discernimento su come annunciare il Vangelo con le famiglie. E questo significa che noi sposi dobbiamo smettere di pensare che il nostro matrimonio sia una faccenda esclusivamente privata. Il sacramento che abbiamo ricevuto non è soltanto per noi. Il nostro amore è un dono per la Chiesa. Naturalmente non tutti siamo chiamati a tenere incontri, scrivere libri, organizzare corsi o parlare in pubblico. Non è questo il punto. La prima missione degli sposi resta essere sposi. Prendersi cura della propria relazione. Custodire la comunione. Imparare il perdono. Vivere la tenerezza. Non sacrificare il matrimonio sull’altare delle attività ecclesiali.

Ma proprio un matrimonio curato diventa fecondo. La testimonianza comincia da come un marito parla della propria moglie. Da come una moglie guarda il marito. Da come due sposi attraversano un conflitto. Da come chiedono perdono. Da come educano i figli. Da come accolgono le persone nella loro casa. La missione nasce dalla vita.

Il documento preparatorio dedica una parte importante ai giovani e alla loro crescente sfiducia nella possibilità di costruire un matrimonio stabile. I giovani hanno bisogno di testimoni credibili, di coppie fedeli, di persone capaci di ascoltarli e di mostrare la bellezza della vocazione matrimoniale. Ed è inutile lamentarsi continuamente perché i giovani non si sposano. La domanda più onesta è un’altra: quale matrimonio vedono guardando noi? Vedono due persone che si sopportano? Vedono ironia cattiva, disprezzo e continue accuse? Oppure vedono due persone imperfette che continuano a volersi bene, a cercarsi e a ricominciare?

Non servono famiglie da copertina. Quelle spesso fanno più danni che bene. Servono famiglie nelle quali sia visibile una speranza. Anche le famiglie ferite possono essere una risorsa enorme per la Chiesa. Chi ha attraversato una crisi può diventare compagno di viaggio per chi la sta vivendo. Chi conosce la sofferenza dell’abbandono può offrire ascolto. Chi vive una separazione restando fedele alla propria storia può testimoniare una forma dolorosa ma autentica di fedeltà. Chi ha conosciuto la fragilità può diventare meno giudicante e più capace di prossimità. La corresponsabilità non significa soltanto dare spazio alle coppie che sembrano riuscite. Significa riconoscere che lo Spirito può lavorare anche attraverso le ferite.

Il percorso di ottobre insiste molto anche sull’accompagnamento dei primi anni di matrimonio. È un tempo decisivo, durante il quale gli sposi imparano a gestire la vita comune, i figli, il lavoro, la sessualità, le famiglie d’origine e le responsabilità nuove. Il documento si domanda quali esperienze di mutuo sostegno e quali reti tra famiglie possano aiutare le coppie a crescere. Ecco un altro campo concreto per noi sposi.

Una coppia con vent’anni di matrimonio può adottare pastoralmente, permettetemi questa espressione, una giovane coppia. Non per insegnare dall’alto, ma per esserci. Un messaggio. Una cena insieme. Una domanda sincera. Uno spazio dove poter dire: «Stiamo facendo fatica». Quante crisi potrebbero essere affrontate diversamente se gli sposi non si accorgessero di essere soli solo quando sono già arrivati al punto di rottura?

Forse è questo uno dei grandi richiami che arriva dall’incontro convocato dal Papa. Non possiamo più delegare tutto. Non possiamo chiedere continuamente: «Cosa fa la Chiesa per le famiglie?», dimenticando che la Chiesa siamo anche noi. San Paolo VI diceva che sono gli sposi stessi a diventare apostoli e guide di altri sposi. Il percorso preparatorio riprende proprio questa prospettiva e parla delle famiglie come luogo di trasmissione della fede, accompagnamento, cura, solidarietà e testimonianza. Questa è una chiamata che ci riguarda.

Il nostro matrimonio non deve essere perfetto per diventare missionario. Deve essere vero. Deve essere abitato. Deve essere curato. E deve, almeno un po’, smettere di essere ripiegato soltanto su se stesso. La Chiesa ha bisogno degli sposi. Ha bisogno della loro esperienza, del loro linguaggio, della loro concretezza. Ha bisogno di uomini e donne capaci di mostrare che il Vangelo può abitare una cucina, una camera da letto, una discussione, una riconciliazione, una malattia e una giornata normalissima.

Forse ottobre 2026 potrà aiutarci a compiere proprio questo passaggio: da una pastorale che parla delle famiglie a una pastorale costruita insieme alle famiglie. Ma questo richiederà anche una risposta da parte nostra. Perché essere corresponsabili significa smettere di aspettare sempre che qualcuno faccia qualcosa. Significa guardarci intorno. Accorgerci di chi abbiamo accanto. E domandarci seriamente: quale famiglia possiamo accompagnare noi? Forse la missione comincia proprio così. Con una porta aperta. Una storia raccontata senza finzioni. E due sposi che dicono ad altri due: «Non abbiamo tutte le risposte. Ma possiamo camminare insieme».

Antonio e Luisa

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La regalità degli sposi: l’amore che dà la vita come Gesù

Dal 26 al 28 giugno presso la Fraterna Domus di Sacrofano si è svolto il 15° Convegno teologico pastorale di Mistero Grande, La regalità degli sposi: l’amore che dà la vita come Gesù (La famiglia cristiana viene così animata e guidata con la legge nuova dello Spirito ed in intima comunione con la Chiesa, popolo regale, è chiamata a vivere il suo servizio d’amore a Dio e ai fratelli (F.C. 63)).

Sono stati tre giorni pieni di riflessioni, condivisione e preghiera insieme a tanti amici, famiglie e sacerdoti. Provo solo a fare qualche sottolineatura, sintetizzando alcuni punti che mi sono rimasti impressi e che mi sono riportato a casa. Il tema era di quelli che, a prima vista, sembrano quasi lontani dalla vita concreta degli sposi.

Regalità: una parola che oggi suscita immagini di potere, successo, comando, privilegi; invece, dopo tre giorni di ascolto, di preghiera e di confronto, ho avuto la conferma che nel Vangelo questa parola significa esattamente il contrario. La regalità cristiana non consiste nello stare sopra qualcuno, ma nell’abbassarsi per amare. È questa la prima grande rivoluzione del cristianesimo. Noi siamo cresciuti in una cultura che misura tutto con il potere. Chi conta di più? Chi decide? Chi ha l’ultima parola?

Gesù, invece, sale sul trono della croce; è stato detto “La croce è il trono e il talamo”. Che meraviglia, il luogo della massima sofferenza diventa il luogo dell’amore più grande. Il trono del Re coincide con il letto nuziale dello Sposo che dona tutto se stesso per la sua Sposa. E’ proprio lì che anche noi sposi siamo chiamati a guardare, perché il nostro matrimonio non nasce davanti a un altare semplicemente per renderci felici, nasce perché impariamo ad amare come Cristo.

Molte crisi matrimoniali iniziano quando il centro divento io: i miei bisogni, il mio piacere, le mie aspettative, le mie ferite, le mie delusioni. Il matrimonio sacramentale, invece, ci porta continuamente fuori da noi stessi, ci insegna che amare significa fare spazio all’altro. Tutto ha avuto inizio con il Battesimo, dove partecipiamo alla missione sacerdotale, profetica e regale di Cristo e nel matrimonio questa regalità prende una forma tutta particolare.

Non si tratta di governare una famiglia, non si tratta di decidere chi ha ragione, non si tratta neppure di essere il capo. La regalità degli sposi consiste nel cercare ogni giorno di ordinare la propria vita secondo Dio e non secondo la mentalità del mondo, significa costruire il Regno di Dio dentro le mura di casa, prima ancora che fuori. Questa prospettiva cambia completamente il modo di vivere il matrimonio.

Gli sposi non sono semplicemente due persone che condividono una casa, sono due battezzati che collaborano con Dio, ricordando sempre che la comunione degli sposi non nasce semplicemente dalla loro buona volontà, ma viene dall’Alto. Inoltre gli sposi non sono utenti della Chiesa, ma costruttori della Chiesa. Troppo spesso aspettiamo che sia la Chiesa a fare qualcosa per noi: aspettiamo un corso migliore, un parroco più disponibile, una comunità più accogliente, ma dimentichiamo che la Chiesa passa anche attraverso il nostro matrimonio.

Ogni volta che due sposi decidono di ricominciare invece di arrendersi è lì che la Chiesa cresce, è lì che il Regno di Dio avanza, così come per i separati che rimangono fedeli al coniuge. Si, perché anche nella mia piccola testimonianza, sto collaborando alla costruzione del Regno che comincia qui, ma si compirà definitivamente nell’eternità.           

È stato anche sottolineato che la prima forma della regalità è il “noi”. Viviamo in un tempo in cui tutto ruota attorno all’io, io voglio, io sento, io ho bisogno, io mi realizzo. Il sacramento del matrimonio, invece, genera qualcosa che prima non esisteva, un “noi” che non annulla le persone, ma le porta alla loro pienezza. Quel “noi” diventa la prima testimonianza dell’amore di Dio. Forse è proprio per questo che il demonio attacca così tanto il matrimonio, perché distruggendo il “noi” lascia soltanto tanti “io”, spesso incapaci di amare davvero. La famiglia è stata definita la prima società umana e addirittura l’anticipo del Regno di Dio. Che responsabilità enorme, ma anche che speranza.

In un tempo in cui il matrimonio viene continuamente ridimensionato, banalizzato o considerato un semplice contratto tra due individui, Dio continua a guardare agli sposi come ai primi costruttori del suo Regno. Non perché siano migliori degli altri, ma perché il loro amore, quando rimane fedele al Sacramento, rende visibile qualcosa di Dio.

Forse è proprio questa la regalità degli sposi: non avere una corona sul capo, ma avere un grembiule ai fianchi; non cercare di essere serviti, ma consumare la propria vita nell’amore, perché il Re che seguiamo non è salito su un trono d’oro, è salito su una croce e da lì ha cambiato il mondo.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Ester: le maschere che indossiamo

«Ester non aveva rivelato né il suo popolo né la sua origine, perché Mardocheo le aveva ordinato di non rivelarli».
(Ester 2,10)

Ester è entrata nel palazzo del re. La sua vita sta cambiando rapidamente. La ragazza ebrea, orfana, cresciuta da Mardocheo, si trova improvvisamente immersa in un mondo completamente diverso dal suo. Un mondo fatto di potere, bellezza, competizione, regole e aspettative. Ester piace. Trova favore. Viene accolta. Ma c’è qualcosa di lei che nessuno conosce. Ester nasconde le proprie origini. Non dice da dove viene. Non dice a quale popolo appartiene. Non racconta la propria storia. Obbedisce a Mardocheo, che le ha ordinato di tacere.

Non possiamo leggere questa scelta con categorie troppo semplici. Ester non sta necessariamente mentendo. Sta attraversando una fase delicata della propria storia e custodisce una parte di sé che, in quel momento, non può ancora mostrare. Più avanti arriverà il momento in cui dovrà rivelare chi è veramente. E quella rivelazione cambierà tutto. Questo passaggio, però, ci permette di porci una domanda molto seria: quanto ci conosce davvero la persona che abbiamo sposato?

Non mi riferisco ai segreti esteriori. Mi riferisco alle stanze interiori che abbiamo imparato a chiudere. Tutti, in qualche modo, impariamo presto ad adattarci. Un bambino comprende molto velocemente quali comportamenti sono accettati e quali no. Impara che, quando si comporta in un certo modo, riceve carezze, approvazione e riconoscimento. Quando invece esprime alcune emozioni, alcuni bisogni o alcuni desideri, può ricevere disapprovazione, distanza o rifiuto. Così comincia ad adattarsi.

In Analisi Transazionale possiamo parlare del Bambino Adattato, quella parte di noi che ha imparato a modificare il proprio comportamento per rispondere alle richieste dell’ambiente e ottenere accettazione o evitare conseguenze negative. L’adattamento non è necessariamente qualcosa di negativo. Senza capacità di adattamento sarebbe impossibile vivere con gli altri. Il problema nasce quando l’adattamento diventa una prigione. Quando non modifichiamo più soltanto alcuni comportamenti, ma iniziamo a nascondere ciò che siamo. Allora costruiamo una maschera.

C’è chi ha imparato a essere sempre forte. Chi è diventato quello che non ha mai bisogno di niente. Chi deve essere sempre disponibile. Chi non può arrabbiarsi. Chi deve far ridere tutti. Chi deve risolvere i problemi degli altri. Chi deve essere perfetto. Chi ha imparato a non piangere. Chi ha deciso, molto tempo fa, che mostrare un bisogno significa diventare vulnerabile e quindi rischiare di essere ferito. La difficoltà è che spesso portiamo queste maschere anche nel matrimonio.

All’inizio della relazione può sembrare tutto più semplice. Cerchiamo naturalmente di mostrare il meglio di noi. Vogliamo essere amabili, interessanti, desiderabili. Cerchiamo di conquistare l’altro. Poi ci sposiamo. Passano gli anni. Arrivano il lavoro, i figli, le preoccupazioni, le difficoltà economiche, le incomprensioni, le delusioni e le ferite.

Ed ecco che la maschera diventa sempre più pesante da portare. Il marito che ha sempre voluto mostrarsi forte non riesce a dire alla moglie: «Ho paura». La moglie che ha imparato a prendersi cura di tutti non riesce a dire: «Sono stanca. Questa volta ho bisogno che qualcuno si prenda cura di me». L’uomo che ha paura del rifiuto non riesce a dire: «Quando non mi cerchi fisicamente mi sento poco desiderato». La donna che ha imparato a non disturbare non dice: «Quella cosa che hai fatto mi ha ferita».

Così due persone possono vivere insieme per anni e conoscersi sempre meno. Dormono nello stesso letto. Crescono gli stessi figli. Pagano lo stesso mutuo. Vanno alla stessa Messa. Magari pregano anche insieme. Eppure alcune parti profonde della loro umanità restano nascoste. Il problema della maschera è che inizialmente ci protegge, ma con il tempo ci separa. Ci protegge dal giudizio, ma ci impedisce di essere conosciuti. Ci protegge dal rifiuto, ma ci impedisce di sperimentare l’accoglienza. Ci protegge dalla vulnerabilità, ma ci condanna alla solitudine. Perché si può essere profondamente soli anche dentro un matrimonio.

Questo accade quando penso: Se lui sapesse davvero come sono, forse non mi amerebbe più. Oppure: Se lei conoscesse davvero le mie paure, mi considererebbe debole. E allora continuo a recitare. Eppure l’intimità nasce esattamente nel movimento contrario. L’intimità non è semplicemente sapere molte cose dell’altro. Non è conoscere la sua password, sapere dove si trova o condividere tutti gli impegni della giornata. L’intimità nasce quando posso lentamente consegnarti la verità di me.

Posso dirti ciò di cui mi vergogno. Posso raccontarti ciò che temo. Posso ammettere che sono geloso. Che ho bisogno di una carezza. Che alcune volte mi sento inadeguato. Che ho paura di invecchiare. Che mi manca sentirmi desiderata. Che a volte sono arrabbiato con te. Che una parte di me ha paura di essere abbandonata. Questa è nudità.

Il matrimonio ci chiama proprio a questo: tornare, lentamente, verso quella condizione originaria descritta dalla Genesi, nella quale l’uomo e la donna potevano essere nudi senza vergogna. Non significa raccontare immediatamente tutto e senza discernimento. Non significa scaricare sull’altro ogni pensiero, ogni impulso e ogni emozione. La sincerità non è brutalità e l’autenticità ha bisogno di maturità. Significa, però, smettere di costruire la relazione su un personaggio.

Ester, in questa fase della storia, nasconde la propria origine. Ma arriverà un momento nel quale non potrà più farlo. Dovrà presentarsi davanti al re e dire, in sostanza: questa sono io. Questo è il mio popolo. Questa è la mia storia. Solo quando Ester rivelerà chi è veramente potrà compiere la propria missione. È un’immagine potente anche per noi.

Forse alcune parti di noi attendono ancora di essere portate alla luce. Non per essere esibite a tutti, ma per essere consegnate a chi ci ama. A volte nel matrimonio continuiamo a comportarci secondo strategie che abbiamo imparato molti anni prima di conoscere nostro marito o nostra moglie. Strategie che forse ci hanno aiutato a sopravvivere emotivamente nella nostra famiglia d’origine, ma che oggi ci impediscono di amare pienamente.

Da bambino ho imparato che per essere amato dovevo essere bravo. Da adulta continuo a cercare la perfezione e vivo ogni critica di mio marito come una minaccia alla mia identità. Da bambina ho imparato che chiedere non serviva. Da adulta mi aspetto che mio marito comprenda i miei bisogni senza che io li esprima e, quando non lo fa, mi sento non amata. Da bambino ho imparato che mostrare emozioni era da deboli. Da adulto, quando mia moglie mi chiede cosa provo, rispondo: «Niente». Poi mi stupisco perché tra noi non c’è più intimità.

Il lavoro personale e il cammino di coppia servono anche a questo: riconoscere le nostre maschere con misericordia. Non dobbiamo odiarle. Probabilmente, in qualche momento della nostra storia, ci sono servite. Ma ciò che ci ha protetto ieri può impedirci di amare oggi. La maturità consiste nel poter dire: Grazie, questa strategia mi ha aiutato quando non conoscevo alternative. Ma oggi posso scegliere.

Posso parlare. Posso chiedere. Posso dire di no. Posso piangere. Posso ammettere di avere paura. Posso lasciarmi aiutare. Posso essere imperfetto e restare degno d’amore. Anche la fede può diventare una maschera. Possiamo mostrare un matrimonio cristiano perfetto, sorridere nelle fotografie, parlare di famiglia, frequentare la comunità e avere paura di riconoscere che qualcosa tra noi non funziona. Ma Dio non salva le nostre rappresentazioni. Dio incontra la nostra verità.

Non dobbiamo presentarci davanti a Lui come la coppia che vorremmo sembrare. Possiamo presentarci come siamo: stanchi, innamorati, arrabbiati, grati, delusi, pieni di desiderio oppure incapaci di sentirlo, vicini o lontani. La grazia può lavorare solo dentro la verità accolta. Forse allora questo modulo può concludersi con una domanda da vivere insieme. Sedetevi uno davanti all’altra e chiedetevi: Quale parte di me faccio più fatica a mostrarti?

Non rispondete subito per l’altro. Non difendetevi. Non correggete. Ascoltate. Forse vostro marito vi dirà qualcosa che non immaginavate. Forse vostra moglie vi consegnerà una paura che porta dentro da anni. Accoglietela con rispetto. Perché quando una persona toglie una maschera davanti a noi ci sta facendo un regalo enorme. Ci sta dicendo: Questo sono io. Non il personaggio. Non ciò che vorrei essere. Non ciò che pensi che io sia. Io. Puoi restare con me? Forse una delle forme più profonde dell’amore matrimoniale consiste proprio nel rispondere: Sì. Resto. E voglio conoscerti ancora.

Antonio e Luisa

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Che di noi non resti niente

“Del nostro Matrimonio non è rimasto niente”.

Altolà. Non in quel senso. È la frase che, sostanzialmente, mi auguro di poter dire a fine corsa: che ci siamo spesi talmente tanto da donare tutto quello che potevamo donare. Abbiamo amato imperfettamente al massimo. Siamo stati fedeli nel poco, senza trattenere nulla per noi. Decisamente impegnativo e alto, come desiderio! Eppure siamo chiamati, tutti, a questa spesa fuori misura.

I progetti di Dio ci superano. Sono più di noi stessi, vanno oltre i nostri nomi, le nostre vite e i nostri orizzonti. Se un progetto è da noi, risulta piccolo, dimenticabile, passeggero come i reel che vediamo scrollando il telefono – oggi virali, domani nell’oblìo. Se un progetto è da noi, torna sempre a noi e finisce con noi: creiamo e ci impegniamo, da una dubbìa iniziativa privata, per una ricompensa immediata (che sia in like, followers, ringraziamenti, lodi…). Di fatto, non ha lunga vita né frutti eterni.

Al contrario, un progetto di Dio supera ogni nostra aspettativa, sforzo e ricompensa. Non iniziando da noi, nemmeno finirà con noi ma, appunto, ci supererà. Non ci appartiene. Una grande scuola dei doni di Dio sono i figli: la scintilla della vita è divina, noi ne siamo il tramite, e la vita che accogliamo nel mondo va oltre noi. Ogni cosa che viene da Dio porta frutti invisibili ed eterni, guidata da Lui arriva dove l’uomo non potrebbe mai giungere. Lasciarsi superare è difficile ma oltremodo necessario.

Ogni genitore, ad esempio, dovrebbe augurarsi di vedere i propri figli spiccare il volo, andare molto più in alto di lui o di lei: padri e madri dovrebbero gioire per un figlio felice, realizzato, che ha capito cosa è chiamato a fare ed è felice di viverlo. “Dio ti ama così come sei, ma ti sogna migliore” ha detto Papa Leone XIV. Quanto è vero anche per noi sposi, per noi genitori! Dio sogna la versione migliore di noi sposi: vuole operare per la nostra gioia piena, chiedendoci solo di lasciarci superare dalla Sua grazia, di aprirGli le porte del nostro cuore.

Di noi sposi, lo ripetiamo con forza, non deve rimanere niente. Non per augurarci di venir dimenticati ma proprio perché di noi resti solo l’amore dato e ricevuto, attraverso tutta la nostra storia – niente di più. Il nostro posto lavorativo? Sarà occupato da qualcun altro. La nostra casa? pure. I nostri beni e conti in banca? Dati alla nostra discendenza o a chi vorremo lasciarli. Quello che abbiamo, la “roba” verghiana, non è certo eterna.

Il motore che ci muove è, spesso, la paura. Paura di perdere quanto abbiamo, di avere il serbatoio vuoto, di non potersi permettere quei piccoli lussi che crediamo meritati, di non poter provvedere a chi amiamo. Ma della paura non ci si può fidare – e ci impedirà di spiccare davvero il volo, di osare, di lanciarci con Dio dove ci vuole inviare, di metterci in cammino unendo fede e ragione, che il Signore tiene unite.

Chiediamoci, con onestà: cosa stiamo trattenendo di noi, per paura di perderlo? In quale ambito della nostra vita non lasciamo, veramente, entrare Dio? Proprio lì, in quello che ci verrà in mente, Gesù sicuramente ci sta parlando. Proprio dove non ti vuoi spendere, ecco l’occasione di incontro con il Signore! Proprio dove non vorresti andare, dove sei disgustato, inorridito, intimorito, proprio nel deserto attende Dio – per dimostrarti che Egli non ti abbandona ma fa nuove tutte le cose, anche le più impensabili. È il Dio dell’impossibile.

Francesco di Assisi arriva a baciare un lebbroso e questo gesto non è improvvisato, dettato da uno slancio mistico, da un proposito di impegno e buona volontà. Può andare oltre il suo disgusto e la paura grazie al Signore – Lui è, e sarà, nella vita del Santo, il motore delle sue sce

lte. Che di voi non resti nulla, cari sposi! Che possiate consumarvi, nel servizio e nell’amore per ciò che davvero conta! Che possiate andare a letto esausti e felici, perché anche oggi avete lavorato per il Regno, per la vostra vocazione! Che possiate, a fine corsa, aver dato tutto quanto potevate dare, senza trattenere nulla per voi! Che possiate essere ricompensati, già ora, con il centuplo promesso a chi cerca Dio!

Giada Moneti @nesentilavoce

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Quando la vita cambia senza chiederti il permesso

Anche Ester fu condotta da Gai, custode delle donne. (Ester 2,8)

Ci sono momenti in cui la vita non chiede il nostro consenso. Non aspetta che siamo pronti, non ci offre un calendario ordinato dove segnare il giorno in cui tutto cambierà. Semplicemente accade. Una telefonata, una diagnosi, un trasferimento, una gravidanza inattesa, una perdita, una crisi nel matrimonio, un progetto che salta. Avevamo pensato la vita in un certo modo e all’improvviso ci troviamo dentro una storia che non abbiamo scritto noi. Ester conosce bene questa esperienza. Il capitolo 2 racconta proprio questo: una giovane donna viene presa dentro una vicenda più grande di lei, introdotta in un ambiente che non aveva scelto. Clicca qui per leggere i moduli già pubblicati.

Ester, chiamata anche Adassa, era una ragazza ebrea, orfana, cresciuta da Mardocheo. La sua vita portava già una ferita originaria: non aveva più il padre e la madre. Eppure, dentro quella mancanza, era nata anche una custodia. Mardocheo l’aveva accolta come figlia, l’aveva cresciuta, accompagnata, protetta. Ester non parte da una vita perfetta. È una donna che ha già conosciuto la vulnerabilità. Anche noi arriviamo al matrimonio non come persone risolte, ma come storie abitate da mancanze, ferite, risorse e paure.

Quando il re Assuero cerca una nuova regina, molte giovani vengono radunate nel palazzo. Anche Ester viene condotta lì. Il testo non la presenta come una donna che decide liberamente di candidarsi a un concorso di bellezza. Viene presa dentro un sistema di potere. Ester non controlla la situazione. Non decide lei il luogo, i tempi, le regole. Eppure, pur non avendo scelto quella situazione, non si lascia distruggere da essa. Non può cambiare subito il contesto, ma può scegliere come starci dentro. Questa è una prima forma della resilienza: riconoscere la realtà e cercare, dentro quella realtà, uno spazio possibile di libertà.

Nell’Analisi Transazionale potremmo dire che Ester è chiamata a non restare bloccata in un Bambino spaventato e impotente, ma nemmeno a rifugiarsi in un adattamento cieco, dove per sopravvivere smette di sentire, di pensare, di desiderare. L’adattamento è necessario alla vita. Un matrimonio senza adattamento diventa impossibile: due persone devono continuamente fare spazio all’altro, modificare ritmi, abitudini, linguaggi, priorità. Il problema nasce quando l’adattamento diventa perdita di sé. C’è un adattamento sano, guidato dall’Adulto; e c’è un adattamento di copione, guidato dalla paura, che dice: “Per essere amato devo sparire”.

Ester cammina su questo confine sottile. Impara le regole del palazzo, accetta un tempo di preparazione, ascolta i consigli, si muove con prudenza. Ma non diventa semplicemente un oggetto nelle mani degli altri. Il testo dice che trova favore agli occhi di chi la incontra. Ester non controlla tutto, ma custodisce qualcosa di sé. Non urla, non forza, non reagisce in modo impulsivo. Rimane dentro il processo senza consegnare completamente la propria identità. Qui c’è una lezione enorme per la coppia: non sempre possiamo scegliere ciò che ci accade, ma possiamo scegliere se viverlo da vittime passive o da persone che cercano un senso.

Pensiamo a quante volte nel matrimonio la vita cambia senza chiedere permesso. Una coppia si sposa immaginando un certo cammino, poi arriva la fatica economica. Oppure un figlio tarda ad arrivare. Oppure arriva quando non era previsto. Oppure uno dei due cambia interiormente, attraversa una crisi, si chiude, perde entusiasmo, si ammala, scopre domande che prima non aveva. L’altro può vivere tutto questo come un tradimento del progetto iniziale: “Non era questo che avevo scelto”. È vero. A volte non era questo. Ma amare non significa vivere solo dentro ciò che avevamo programmato. Amare significa imparare a restare umani anche quando il programma ideale salta.

La resilienza cristiana non è stringere i denti e sopportare tutto in silenzio. Non è dire: “Va bene così”, quando dentro stiamo morendo. Non è nemmeno spiritualizzare il dolore con frasi facili. La resilienza è attraversare la realtà senza perdere la propria dignità, senza rinunciare alla verità, senza lasciare che la paura decida al nostro posto. Ester non ha ancora il coraggio maturo che vedremo più avanti. In questo capitolo è una ragazza che sta imparando a stare in piedi dentro un cambiamento imposto. La sua grandezza non esplode subito. Matura lentamente.

Spesso pretendiamo da noi stessi reazioni eroiche immediate. Vorremmo essere già capaci di affrontare tutto con fede, lucidità e coraggio. Invece, molte volte, il primo passo è semplicemente non fuggire. Rimanere. Respirare. Guardare la realtà. Chiedere aiuto. Lasciarsi accompagnare. Non decidere tutto nel panico. Nell’AT diremmo: tornare all’Adulto. L’Adulto non è freddo, non è senza emozioni. È quella parte di noi che raccoglie i dati, ascolta ciò che sente, distingue il passato dal presente e prova a scegliere il passo possibile.

Per una coppia questo significa imparare a dirsi: “Questa cosa non l’avevamo prevista, ma possiamo attraversarla insieme”. È una frase semplice, ma potentissima. Il dolore diventa ancora più duro quando ciascuno lo vive da solo, chiuso nel proprio copione: uno attacca, l’altro fugge; uno controlla, l’altro si spegne; uno pretende soluzioni, l’altro si sente incapace. Accogliere ciò che non avevamo programmato non significa approvarlo, né subirlo passivamente. Significa smettere di sprecare energie nel rifiuto sterile della realtà e iniziare a domandarsi: “Che cosa possiamo fare adesso?”.

Ester non sa ancora che proprio quel cambiamento non scelto diventerà il luogo della sua missione. Questo è il paradosso di Dio: a volte la strada che ci sembra solo una deviazione diventa il luogo in cui maturiamo la nostra vocazione. Non tutto ciò che accade è voluto da Dio, e bisogna stare attenti a non attribuire a Dio ogni violenza, ogni ingiustizia, ogni dolore. Ma Dio può entrare anche dentro ciò che non abbiamo scelto e trasformarlo in un cammino di salvezza. La fede non cancella lo shock del cambiamento. Lo abita. Lo illumina lentamente.

Ogni coppia, prima o poi, deve fare pace con questa verità: il matrimonio reale è sempre diverso dal matrimonio immaginato. Non necessariamente peggiore. Spesso più faticoso, sì, ma anche più vero. La domanda decisiva non è: “Come facciamo a tornare esattamente a ciò che avevamo previsto?”. A volte non si può. La domanda più adulta è: “Come possiamo amare dentro questa storia concreta?”. Ester ci insegna che la vita può portarci in luoghi non scelti, ma non può impedirci di diventare persone nuove. Anche quando non hai scelto la strada, puoi ancora scegliere come camminare.

Antonio e Luisa

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Quando lui guarda le altre: il problema non sei tu

C’è un dolore di cui molte mogli parlano sottovoce. Non sempre arriva con un tradimento consumato. A volte arriva con uno sguardo insistente, con la pornografia scoperta per caso, con chat cercate di nascosto, con immagini di donne giovani, belle, esposte, consumate nel silenzio di un telefono. E allora nasce una domanda tremenda: “Che cosa hanno loro che io non ho?

È una domanda comprensibile. Quando una donna scopre che il marito cerca pornografia, guarda compulsivamente altre donne o si rifugia in fantasie erotiche mentre nella relazione è distante, freddo o aggressivo, la ferita è profonda. Non si sente solo tradita. Si sente sostituita. Umiliata. Invisibile. Come se il proprio corpo, la propria storia, la propria fedeltà, il proprio amore non bastassero più. Ma proprio qui occorre dire una parola chiara: il problema non è lei.

Non è il suo corpo che invecchia. Non sono i chili in più o in meno. Non è il fatto che non sia più giovane come un tempo. Non è perché un’altra è più bella, più provocante, più desiderabile. La pornografia e la ricerca compulsiva di immagini non nascono quasi mai da una mancanza della moglie. Nascono piuttosto da un disagio dell’uomo, da una fragilità, da una fuga, da una difficoltà a stare dentro la realtà. La pornografia, infatti, non è relazione. È pura evasione.

Non c’è incontro. Non c’è volto. Non c’è reciprocità. Non c’è tenerezza. Non c’è la fatica di amare una persona reale. Non c’è il rischio di essere conosciuti davvero. C’è solo un consumo rapido di immagini che permette, per qualche minuto, di non sentire il vuoto, la frustrazione, l’ansia, la fatica, la vecchiaia, la solitudine, la propria incapacità di stare in contatto profondo con sé e con l’altro. Lo psicoterapeuta Patrick Carnes, tra i principali studiosi delle dipendenze sessuali, ha descritto queste dinamiche come una ferita della capacità relazionale: non si cerca davvero una persona, ma un sostituto povero dell’intimità. È un punto decisivo. La pornografia sembra parlare di sesso, ma spesso parla di incapacità di relazione.

Anche la terapeuta Esther Perel, parlando del desiderio nella coppia, ricorda che l’erotismo autentico ha bisogno di vitalità, mistero, presenza, immaginazione, non di consumo meccanico. Dove tutto è immediatamente disponibile, esposto, accessibile, spesso non cresce il desiderio: cresce l’anestesia. Si cerca uno stimolo sempre nuovo, ma ci si allontana sempre di più dall’incontro reale.

Per questo una moglie non deve entrare in competizione con le donne viste dal marito. Sarebbe una gara impossibile e ingiusta. Quelle donne non sono rivali. Le attrici porno non sono rivali. Le ragazze viste in spiaggia non sono rivali. Perché non sono davvero “persone” dentro quella dinamica: sono immagini usate per fuggire. Questo non assolve l’uomo. Non rende tutto normale. Non cancella la responsabilità. Un marito che fissa altre donne davanti alla moglie, che minimizza il dolore di lei, che si chiude nel silenzio quando viene messo davanti alla verità, sta ferendo la relazione. E quella ferita va nominata.

Una cosa è notare una presenza. Altra cosa è fissare, indugiare, nutrire volontariamente lo sguardo, ignorando il dolore della propria sposa. Lo sguardo non è mai neutro. Lo sguardo può custodire o può consumare. Può dire: “Tu sei preziosa”, oppure può dire: “Io prendo ciò che voglio, anche se tu soffri”. San Giovanni Paolo II, nella sua Teologia del Corpo, ha insistito molto su questo punto: il corpo umano non è oggetto da usare, ma segno della persona e della sua dignità. Il corpo è chiamato al dono, non al consumo. Quando lo sguardo diventa possesso, l’altro viene ridotto. Quando invece lo sguardo è casto, l’altro viene riconosciuto.

C’è poi un aspetto delicato che molte coppie incontrano con il passare degli anni. Quando si invecchia, il coniuge diventa anche uno specchio. Guardare l’altro significa vedere il tempo che passa. Le rughe. La stanchezza. Il corpo che cambia. Le energie che diminuiscono. La giovinezza che non torna. Per alcuni questo diventa occasione di tenerezza: “Siamo cambiati, ma siamo ancora qui”. Per altri diventa motivo di fuga: “Non voglio vedere il tempo che passa, non voglio accettare la mia fragilità, non voglio fare i conti con il limite”. Allora si cerca la giovinezza altrove, non tanto perché l’altro non basti, ma perché non si riesce ad accettare se stessi. Qui la moglie deve fare un passaggio doloroso ma liberante: non può salvare il marito al posto suo.

Può parlargli. Può dirgli la verità. Può chiedere rispetto. Può invitarlo a farsi aiutare. Può pregare. Può restargli accanto. Ma non può costringerlo a cambiare. Non può aprire lei la sua coscienza. Non può obbligarlo a riconoscere il proprio disagio. Non può fare terapia al posto suo. La soluzione, allora, non può essere: “Quando lui cambierà, io starò bene”. Sarebbe consegnare la propria pace nelle mani di una persona che forse non è ancora pronta a guardarsi dentro. La soluzione comincia dai confini.

Mettere confini non significa non amare. Significa amare senza distruggersi. Significa dire: “Io ti amo, ma non permetterò che il tuo disordine diventi la misura del mio valore”. Significa riconoscere: “Il tuo comportamento mi ferisce, ma non definisce chi sono”. Significa smettere di mendicare conferme da uno sguardo che in quel momento è malato.

Papa Francesco, in Amoris Laetitia, ricorda che l’amore coniugale non è solo sentimento, ma anche cura concreta dell’altro. E la cura passa anche dalla responsabilità. Chi ama non può dire: “Sono fatto così”. Chi ama deve chiedersi: “Che cosa produco nel cuore dell’altro con il mio comportamento?” Per questo, davanti a certe ferite, può essere necessario un aiuto serio: un terapeuta, un sessuologo, un accompagnamento spirituale maturo. Non per colpevolizzare, ma per guarire. Perché la grazia non elimina il lavoro umano: lo sostiene.

E alla moglie ferita va detta una cosa con dolcezza e fermezza: tu non sei in gara con nessuno. Il tuo valore non dipende da quanto lui ti guarda. Non dipende dalla sua capacità, o incapacità, di riconoscere la tua bellezza. Non dipende dal confronto con corpi più giovani. Il tuo valore viene da Dio. Dalla tua dignità. Dalla tua storia. Dalla tua fedeltà. Dal tuo essere donna, sposa, figlia amata. Nessuna immagine potrà mai avere ciò che hai tu: una vita donata, un amore attraversato dalla prova, una presenza rimasta anche quando sarebbe stato più facile chiudersi. E forse la guarigione comincia proprio qui: quando una donna smette di chiedersi “che cosa hanno loro più di me?” e comincia a dire, davanti a Dio: “Io valgo. Anche se lui oggi non sa vedermi”.

Antonio e Luisa

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Un padre non è una comparsa

Per un calciatore può esistere qualcosa di più importante di una partita di un Mondiale? La risposta, per qualcuno, sembra scandalosa. Eppure è semplicissima: sì. Esiste la nascita di un figlio. Jérémy Doku, calciatore del Belgio e del Manchester City, lo ha ricordato a tutti con una naturalezza disarmante. Nei giorni del Mondiale ha detto di essere pronto a lasciare il ritiro della Nazionale per stare accanto alla sua compagna nel momento della nascita del loro primo figlio. Non una vacanza. Non un capriccio. Non una fuga dalle responsabilità professionali. Semplicemente il desiderio di essere presente in uno dei momenti più belli nella vita di una persona e nella storia di una famiglia.

Eppure questa scelta ha acceso una polemica. Una giornalista francese, France Pierron, ha commentato duramente la possibilità che un calciatore lasci una competizione così importante per assistere alla nascita di un figlio, arrivando a dire che in quel momento “il padre è inutile”, una sorta di comparsa. Ecco, forse proprio questa frase merita di essere presa sul serio. Non perché sia vera, ma perché rivela una povertà culturale enorme.

Dire che un padre è inutile nel momento della nascita di un figlio significa avere un’idea molto ridotta della paternità, della maternità, della coppia e perfino del bambino. È come se la nascita fosse soltanto un fatto biologico, medico, tecnico. Come se riguardasse solo il corpo della madre e non la storia di una famiglia che viene alla luce. Certo, è la donna che porta nel corpo la fatica del parto. È lei che attraversa il dolore fisico, la paura, la vulnerabilità, l’esposizione. Nessuno può sostituirla in questo. Ma proprio per questo il padre non è inutile. Proprio perché non può sostituirla, è chiamato a esserci.

Esserci non significa “fare qualcosa” nel senso produttivo del termine. Questa è la grande confusione del nostro tempo: pensiamo che una persona serva solo se compie una funzione misurabile. Se non taglia, non cuce, non prescrive, non interviene, allora non serve. Ma l’amore non funziona così. Ci sono momenti in cui la presenza vale più di qualsiasi competenza. Una mano stretta, uno sguardo, una parola, un silenzio condiviso possono diventare sostegno, sicurezza, memoria.

Una donna che partorisce non ha bisogno solo di medici e ostetriche, per quanto siano indispensabili. Ha bisogno anche di sapere che non è sola. Che quel figlio non è “suo” nel senso solitario del termine. Che quella creatura non viene al mondo dentro un vuoto affettivo, ma dentro un’alleanza. La madre genera con il corpo, ma il figlio nasce dentro una relazione. E quella relazione, quando c’è, chiede anche il volto del padre.

La frase “il padre è una comparsa” è figlia di una cultura che prima chiede agli uomini di essere presenti, responsabili, maturi, capaci di prendersi cura, e poi li ridicolizza quando lo fanno davvero. Quante volte diciamo che mancano i padri? Quante volte denunciamo padri assenti, padri distratti, padri eterni adolescenti, padri che delegano tutto alla madre? Poi arriva un uomo che dice: “Voglio esserci alla nascita di mio figlio”, e qualcuno gli risponde: “Ma che ci vai a fare? Non servi a nulla”.

È una contraddizione enorme. E fa male, perché colpisce proprio il cuore della famiglia. Un figlio non è una questione solo della mamma. Non lo è durante la gravidanza, non lo è durante il parto, non lo è nei primi mesi, non lo è nella crescita. Certo, ci sono tempi e modi diversi. Il legame materno ha una profondità corporea unica. Ma questo non rende il padre esterno. Non lo mette fuori dalla scena. Non lo trasforma in spettatore.

Il padre è colui che, fin dall’inizio, dice al figlio: “Tu non sei solo il bambino della mamma. Tu sei nostro. Sei dentro una storia. Sei accolto da due sguardi”. E dice alla madre: “Non devi portare tutto da sola”. Questa è una delle forme più concrete dell’amore. Non l’amore romantico delle parole facili, ma quello che sceglie di stare nel punto esatto in cui l’altro è fragile.

La nascita di un figlio non è solo il primo istante della vita del bambino. È anche la nascita di un padre e di una madre. In quel momento una coppia cambia identità. Non è più soltanto coppia. Anche quando il bambino era già amato prima, il parto segna un passaggio irreversibile. Quel pianto inaugura una nuova vocazione. Per questo un padre che vuole esserci non sta scegliendo contro il lavoro. Sta scegliendo l’ordine giusto delle cose. Il lavoro è importante. La carriera è importante. Una partita del Mondiale, per un calciatore, è un’occasione enorme. Ma un figlio non è un evento tra gli altri. Non è un appuntamento da recuperare guardando un video. Non è una notifica da ricevere a fine partita. È carne della tua carne. È vita affidata alla tua vita.

La cultura mediatica, invece, spesso ragiona al contrario. Tutto viene piegato alla prestazione. Devi esserci quando il mondo ti guarda, non quando ti guarda tua moglie. Devi correre dietro all’occasione professionale, anche se nel frattempo la tua famiglia sta vivendo un momento sacro. Devi dimostrare di essere forte, concentrato, competitivo. Ma forse la vera forza di un uomo si vede proprio quando sa dire: “Questa volta il mondo può aspettare”.

Non c’è nulla di debole in un padre che lascia un ritiro per andare da sua moglie e da suo figlio. C’è, al contrario, qualcosa di profondamente virile, nel senso più bello del termine. C’è un uomo che capisce che la paternità non comincia quando il bambino impara a parlare, a camminare o a giocare a pallone. Comincia prima. Comincia quando tu scegli di non lasciare sola la madre nel momento in cui vostro figlio viene alla luce. Un figlio non appartiene solo alla madre. Un figlio è affidato a una comunione. E quando un padre sceglie di esserci, non ruba spazio alla madre. La onora. Non invade un momento femminile. Lo custodisce. Non serve perché “fa” qualcosa. Serve perché ama. E l’amore, nei momenti decisivi, non può mandare un delegato.

La nascita di un figlio è una soglia. E su quella soglia un padre non è inutile. È necessario. Non perché sostituisce la madre, ma perché dice con il corpo, con la presenza, con la scelta: “Io ci sono. Per te. Per nostro figlio. Per questa famiglia che nasce oggi”.

Antonio e Luisa

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Educazione all’amore o alla contraccezione?

Sono rimasto letteralmente scioccato leggendo un post sui social, a volte (anzi spesso, ultimamente) mi domando se sono io ad essere fuori dal mondo oppure se, su certi temi, abbiamo completamente perso la bussola. Una mamma poneva questa domanda: “Voi comprate i preservativi solo per i figli maschi o anche per le femmine?“. Già la domanda, mi ha lasciato senza parole, nemmeno nei miei peggiori incubi avrei pensato di fare una richiesta del genere pubblicamente su un social, ma il vero problema non era la domanda, quanto le risposte.

La maggior parte delle persone rispondeva più o meno allo stesso modo: “Certo che li compriamo anche alle figlie femmine, così stiamo tranquille per le malattie (altrimenti si vergognano a comprarli e poi, sai, ci sono ancora tanti pregiudizi)”. Non solo, diverse mamme raccontavano di acquistare regolarmente anche la pillola anticoncezionale per le figlie, così da evitare in ogni caso gravidanze indesiderate. Una mamma addirittura raccontava di aver usato una zucchina per mostrare alla figlia come si indossa un preservativo.

Ma stiamo scherzando? Davvero crediamo che il compito di un genitore sia insegnare ai figli come fare sesso in sicurezza? Forse trentacinque fa, quando ero adolescente io, una certa educazione tecnica poteva anche avere un senso, internet non esisteva e le informazioni erano difficili da reperire. Le immagini più audaci che riuscivamo a vedere erano quelle dei completi intimi femminili su Postalmarket, a meno di corrompere qualche maggiorenne per comprare qualche giornalino in edicola. Possibile che abbiamo ridotto l’educazione affettiva e sessuale a una lezione tecnica? Possibile che il massimo che riusciamo a trasmettere ai nostri figli sia un insieme di istruzioni per l’uso?

Perché il punto non è sapere come non prendere malattie sessuali, un ragazzo con uno smartphone trova migliaia di video e spiegazioni e poi c’è anche l’intelligenza artificiale, basta chiedere. Quello che non trova facilmente è qualcuno che gli spieghi il significato dell’amore. Quello che non trova è qualcuno che gli dica che il suo corpo non è un giocattolo, che il suo cuore non è un oggetto usa e getta, che la sessualità è un linguaggio potentissimo che parla di dono, fedeltà, comunione e apertura alla vita. Questo non lo insegna internet, lo possono insegnare soltanto degli adulti credibili, soprattutto i genitori.

Poi, se la soluzione fosse davvero distribuire preservativi e pillole, perché i risultati vanno nella direzione opposta? Qualcuno dovrebbe spiegarmi come sia possibile che, nel 2026, nonostante distributori automatici di contraccettivi aperti ventiquattro ore su ventiquattro e campagne di sensibilizzazione continue, le infezioni sessualmente trasmissibili siano in costante aumento, in particolare fra i giovani e gli omosessuali. L’ultimo rapporto europeo mostra dati impressionanti: la gonorrea è cresciuta di oltre il 300% negli ultimi dieci anni e la sifilide è più che raddoppiata.

Anche sul fronte delle gravidanze indesiderate e degli aborti non possiamo certo dire che il problema sia stato risolto dalla diffusione massiccia della contraccezione, anzi, mi sembra proprio il contrario. Non sarà che stiamo sbagliando completamente approccio e che usiamo il sesso in un modo completamente diverso da come è stato pensato? Viviamo nell’epoca delle assicurazioni: assicuriamo la casa, l’auto, la salute. Paghiamo una quota per sentirci tranquilli di fronte ai rischi della vita, ma per assurdo l’assicurazione interviene quando il danno è già stato fatto. Ho l’impressione che molti genitori ragionino allo stesso modo quando si parla di sessualità.

Preservativo e pillola diventano una sorta di polizza assicurativa, “Così sto tranquilla”; ma la realtà sembra raccontare una storia diversa. Mi viene in mente una scena geniale del film Madagascar 2: il pinguino Kowalski vede una spia rossa lampeggiare nell’aereo, il carburante è finito, c’è un problema enorme da affrontare. La sua soluzione? Prende il manuale e distrugge la spia, problema risolto: peccato che pochi minuti dopo l’aereo precipiti. A volte facciamo la stessa cosa, ci concentriamo sul sintomo e ignoriamo la causa.

Vediamo il rischio, sentiamo la paura, la possibilità di una gravidanza o di una malattia e cerchiamo una soluzione immediata. Pensiamo di aver risolto il problema perché abbiamo spento la spia, ma rischiamo di ignorare la domanda più importante. Che idea di amore stiamo trasmettendo ai nostri figli? Perché se sbagliamo quella, possiamo rompere tutte le spie che vogliamo, ma prima o poi l’aereo precipita lo stesso. Il punto è che la fertilità oggi non viene più considerata un dono, viene percepita come un problema, come un inconveniente, come qualcosa da neutralizzare, eliminare e controllare. E così il contraccettivo diventa la scorciatoia perfetta: mi sento tranquillo, fine del problema.

Molto più difficile è sedersi accanto a un figlio o a una figlia e parlare di amore, di rispetto, di dignità, di attesa, di responsabilità, di matrimonio, del progetto di Dio sulla sessualità. Quella sì che è una sfida, quella sì che richiede coraggio. Anche per me è davvero molto difficile affrontare certi argomenti con le figlie, tanto più che non ho mia moglie accanto (ritengo che i genitori dovrebbero affrontare questi argomenti insieme). Mi sento inadeguato, ho paura di sbagliare parole, vorrei evitare certi discorsi, ma proprio perché le amo non posso rinunciare alla mia responsabilità educativa.

Non posso presentare il sesso come una semplice necessità biologica da gestire. Mangiare è un istinto, bere è un istinto, ma fare l’amore è qualcosa di infinitamente più grande, per questo non lo esercito da più di dieci anni (sono separato da più di 10 anni ma fedele). È probabilmente l’atto umano più profondo che un uomo e una donna possano compiere insieme.

È un linguaggio, è una promessa fatta con il corpo, è una comunione che coinvolge la persona intera e, cosa straordinaria, è un gesto sacro che può rendere due sposi collaboratori dell’opera creatrice di Dio. Come possiamo ridurre tutto questo a una questione di preservativi, pillole e istruzioni per l’uso? Voglio che le mie figlie sappiano quanto valgono, che il loro corpo è prezioso, che il loro cuore va custodito, che l’amore non si mendica, che non bisogna concedersi per paura di perdere qualcuno e che la sessualità è un dono meraviglioso quando viene vissuta nel contesto per cui è stata pensata. Per questo non voglio aiutarle a farsi del male insegnando come evitare le conseguenze del sesso, sarebbe come comprare una siringa a chi vuole drogarsi.

Vorrei soprattutto insegnare loro la bellezza del fare l’amore, perché un preservativo può forse proteggere il corpo in alcune circostanze, ma soltanto una vera educazione all’amore può custodire il cuore. Alla fine, è proprio il cuore dei nostri figli la cosa che dovrebbe starci più a cuore.

Da alcune settimane è uscito il libro con i miei articoli su questo blog. Potete acquistarlo a questo link.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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