Il vostro coniuge ha bisogno del vostro sorriso. Lettera di Papa Francesco agli sposi

Siamo giunti al termine di questa serie di articoli riguardanti la Lettera di Papa Francesco agli sposi. Vi lascio come al solito il link a tutte le riflessioni già pubblicate.

Arriviamo ora all’ultimo paragrafo della lettera del Papa. Ho trovato anche in questo passaggio un punto molto importante che vorrei approfondire con voi.

San Giuseppe ispiri in tutte le famiglie il coraggio creativo, tanto necessario in questo cambiamento di epoca che stiamo vivendo, e la Madonna accompagni nella vostra vita coniugale la gestazione della cultura dell’incontro, così urgente per superare le avversità e i contrasti che oscurano il nostro tempo. Le tante sfide non possono rubare la gioia di quanti sanno che stanno camminando con il Signore. Vivete intensamente la vostra vocazione. Non lasciate che la tristezza trasformi i vostri volti. Il vostro coniuge ha bisogno del vostro sorriso. I vostri figli hanno bisogno dei vostri sguardi che li incoraggino. I pastori e le altre famiglie hanno bisogno della vostra presenza e della vostra gioia: la gioia che viene dal Signore!

Non lasciate che la tristezza trasformi i vostri volti. Il vostro coniuge ha bisogno del vostro sorriso. Questa frase racconta una dinamica vera e fondamentale. Per spiegarla e spiegarmi prendo spunto da una catechesi su san Francesco che ho ascoltato alcuni giorni fa. Catechesi di padre Serafino Tognetti. Il padre stava parlando a un pubblico di consacrate, ma va bene anche per noi sposi. Padre Serafino parlava dell’importanza di non essere da soli nel percorso della vita, ma di essere affiancati da fratelli e sorelle che condividono con noi il percorso della vita. Padre Serafino ha detto tante cose, ma quello che più mi ha colpito è un racconto relativo a san Francesco.

Una volta il Santo rimproverò uno dei compagni che aveva un’aria triste e una faccia mesta: «Perché mostri così la tristezza e l’angoscia dei tuoi peccati? E’ una questione privata tra te e Dio. Pregalo che nella sua misericordia ti doni la gioia della salvezza. Ma alla presenza mia e degli altri procura di mantenerti lieto. Non conviene che il servo di Dio si mostri depresso e con la faccia dolente al suo fratello o ad altra persona». Diceva altresì: «So che i demoni mi sono invidiosi per i benefici concessimi dal Signore per sua bontà. E siccome non possono danneggiare me, si sforzano di insidiarmi e nuocermi attraverso i miei compagni. Se poi non riescono a colpire né me né i compagni, allora si ritirano scornati. Quando mi trovo in un momento di tentazione e di avvilimento, mi basta guardare la gioia del mio compagno per riavermi dalla crisi di abbattimento e riconquistare la gioia interiore».

Ora non voglio certo criticare le persone che non riescono a mostrare gioia perchè vivono momenti di sofferenza, di solitudine o di fatica. Anche io sono soggetto a momenti in cui lo spirito vola, di grande spinta e forza, alternati però ad altri dove vedo nero e faccio fatica a mostrarmi gioioso. Credo che sia una questione di carattere e delle mie ferite che sto ancora cercando di curare. Però queste parole hanno colpito nel segno. Quello che dice San Francesco è vero. L’ho sperimentato. Ho sperimentato l’importanza di avere accanto, nei momenti spiritualmente più difficili, una compagna di vita, la mia sposa, che mi mostrasse la gioia della fede, la gioia di essere vicina a Gesù. Questa prossimità è stata davvero una medicina molto efficace. In quei momenti non riuscivo a sentire la presenza di Gesù, lo sentivo lontano da me. Avere accanto lei, che invece sentiva Gesù nel suo cuore, mi ha permesso di riavvicinarmi a Lui. Per questo ho imparato a fare altrettanto. Quando vedo lei in difficoltà cerco di farle sentire Gesù attraverso il mio amore e la mia pace del cuore. Credo che questo sia uno dei segreti di una coppia di sposi che vive da alcuni anni insieme. All’inizio la sua difficoltà era anche la mia. Mi poggiavo sulla sua forza e sentirla più debole mi faceva paura. Ora non è più così. Ora, quando la sento debole, ho capito che posso aiutarla, mostrando gioia e pace. E’ stato un percorso graduale, non è stato per nulla facile, ma Gesù ci ha aiutato anche in questo. Gesù ci ha donato l’un l’altra perchè potessimo aiutarci ad arrivare a Lui, a non mollare mai. C’è versetto del Cantico dei Cantici che esprime benissimo questa dinamica di coppia. Si trova all’inizio dell’Epilogo. Un versetto che ho avuto modo di approfondire nel libro che ho scritto con Luisa Sposi, sacerdoti dell’amore.

Chi è colei che sale dal deserto,
appoggiata al suo diletto

Lei è appoggiata a lui, è sostenuta dal suo sposo. Salire dal deserto significa camminare verso Gerusalemme. Gerusalemme è posta in alto e tutto intorno è circondata da un ambiente desertico. Non è chiaramente detto, ma gli esegeti sono concordi su questo. L’immagine è molto bella: i due sposi si incamminano insieme verso Gerusalemme, la città di Dio. Lui la sostiene nel percorso. Non è più sola. Il deserto è luogo di solitudine, di aridità, di sofferenza e anche di morte. I due stanno uscendo dal deserto, stanno andando verso la Città Santa, verso un luogo pieno di vita. Stanno andando verso il luogo che è dimora di Dio stesso. Ci vanno insieme. Lei è appoggiata a lui, ma anche lui è appoggiato a lei. Stanno uscendo dalla solitudine in cui si trovavano, lo fanno insieme, abbracciati, per dirigersi verso la pienezza.

Antonio e Luisa

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Il matrimonio non chiede ricchezza ma la dona. Lettera di Papa Francesco agli sposi

Proseguiamo con l’analisi della Lettera di Papa Francesco. Di seguito trovate i link ai precedenti articoli già pubblicati.

Eccoci arrivati al settimo e penultimo articolo. Volevo fosse l’ultimo ma non riesco a sintetizzare in un’unica riflessione due concetti molto importanti e molto belli che Papa Francesco ci offre negli ultimi due paragrafi della sua Lettera agli sposi. Cosa dice il Papa?

A tale proposito, permettetemi di rivolgere una parola ai giovani che si preparano al matrimonio. Se prima della pandemia per i fidanzati era difficile progettare un futuro essendo arduo trovare un lavoro stabile, adesso l’incertezza lavorativa è ancora più grande. Perciò invito i fidanzati a non scoraggiarsi, ad avere il “coraggio creativo” che ebbe san Giuseppe, la cui memoria ho voluto onorare in questo Anno a lui dedicato. Così anche voi, quando si tratta di affrontare il cammino del matrimonio, pur avendo pochi mezzi, confidate sempre nella Provvidenza, perché «sono a volte proprio le difficoltà che tirano fuori da ciascuno di noi risorse che nemmeno pensavamo di avere» (Lett. ap. Patris corde, 5). Non esitate ad appoggiarvi alle vostre famiglie e alle vostre amicizie, alla comunità ecclesiale, alla parrocchia, per vivere la futura vita coniugale e familiare imparando da coloro che sono già passati per la strada che voi state iniziando a percorrere.

Il Santo Padre è consapevole che viviamo in tempi difficili resi ancora più incerti dalla pandemia. Ci sono mille ragioni, anche molto sensate, che suggeriscono di non sposarsi o comunque di attendere tempi migliori. Eppure il Papa invita i fidanzati a non scoraggiarsi. Perchè ne vale la pena. Per farlo ricorre ad un esempio concreto. Chi più di san Giuseppe avrebbe potuto tirarsi indietro? Eppure lui non lo fa. Va contro il “buon senso”. Si prende una sposa incinta non di lui. Certo gli è apparso l’angelo in sogno, ma resta una scelta molto difficile. Noi cosa avremmo fatto al suo posto? Perchè Giuseppe non ha abbandonato Maria? Ne aveva tutto il diritto. Sarebbe già stato misericordioso congedandola in segreto senza denunciarla, come aveva in proposito di fare. Eppure lui sceglie di tenerla con sè. Giuseppe lo ha fatto perchè in coscienza sapeva di fare la cosa giusta. Sapeva che il progetto di Dio su di lui passava da Maria e dalla famiglia che avrebbe formato con lei. Sapeva che lì si giocava tutto.

Quello che il Papa cerca di dire, attraverso l’esempio di san Giuseppe, è che il matrimonio è un tesoro prezioso. Spesso i fidanzati credono di dover portare la loro ricchezza personale per rendere il matrimonio bello e duraturo. Credono sia necessario che entrambi abbiano un lavoro sicuro, che ci sia la casa, che ci siano un po’ di soldi in banca per avere sicurezza. In realtà queste sono tutte ricchezze che se ci sono vanno bene ma il matrimonio non ha bisogno di queste cose per funzionare. Non si spiegherebbero i tanti divorzi tra le persone facoltose e famose. Il matrimonio non chiede ricchezza, ma dona ricchezza. L’amore è dare tutto per quella persona senza chiedere nulla in cambio. Quando Luisa mi ha promesso questo, ed ero sicuro che sinceramente ci stava mettendo tutto il suo desiderio e volontà di mantenere quella promessa, mi sono sentito davvero amato. Amato senza dover dimostrare nulla. Amato senza dovermi meritare quell’amore. Amato nella libertà. Amato e basta. Questa sensazione è meravigliosa e commovente. Ed è commovente ogni volta che me lo dimostra. E’ commovente ogni volta che mantiene quella promessa con il suo esserci sempre e comunque. Quando sono bravo e quando sono un disastro. Quando siamo trasportati da passione e sentimento e quando magari fa fatica a starmi accanto. E questo dà forza e motivazione per tirare fuori il meglio di me in ogni situazione della vita. Anche sul lavoro!

Il matrimonio è bello se vissuto nel dono reciproco. La domanda che vi dovete fare non è quindi se avete tutto quello che serve ma se siete quello che serve. La domanda che ogni persona che si avvicina al matrimonio dovrebbe farsi è: sono pronto a dare tutto? Sono pronto ad amare senza condizioni con l’aiuto di Dio? Quello che ne avrete in cambio sarà il centuplo già su questa terra. E se uno dei due si tirasse indietro, per l’altro resterebbe comunque la consapevolezza di aver rischiato per qualcosa di grande. Qualcosa che comunque ha lasciato in eredità una relazione profonda con il Signore.

Antonio e Luisa

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La rottura di un matrimonio. Lettera di Papa Francesco agli sposi

Con questo sesto articolo ci avviamo verso la conclusione di questa serie dedicata alla Lettera alle famiglie di Papa Francesco. Il Papa ha già affrontato diversi temi:

Ora il Papa entra in quello che credo sia l’argomento più difficile, entra nella separazione e nel fallimento della relazione. Lo fa senza nessun giudizio. Sappiamo bene che il fallimento può toccare tutti, quindi non c’è ombra di rimprovero o di biasimo. Il Papa offre uno sguardo di padre qual è e invita gli sposi feriti più che a fare qualcosa ad essere misericordia e perdono l’uno per l’altra.

La rottura di una relazione coniugale genera molta sofferenza per il venir meno di tante aspettative; la mancanza di comprensione provoca discussioni e ferite non facili da superare. Nemmeno ai figli è risparmiato il dolore di vedere che i loro genitori non stanno più insieme. Anche in questi casi, non smettete di cercare aiuto affinché i conflitti possano essere in qualche modo superati e non provochino ulteriori sofferenze tra voi e ai vostri figli. Il Signore Gesù, nella sua misericordia infinita, vi ispirerà il modo di andare avanti in mezzo a tante difficoltà e dispiaceri. Non tralasciate di invocarlo e di cercare in Lui un rifugio, una luce per il cammino, e nella comunità una «casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 47).

Non dimenticate che il perdono risana ogni ferita. Perdonarsi a vicenda è il risultato di una decisione interiore che matura nella preghiera, nella relazione con Dio, è un dono che sgorga dalla grazia con cui Cristo riempie la coppia quando lo si lascia agire, quando ci si rivolge a Lui. Cristo “abita” nel vostro matrimonio e aspetta che gli apriate i vostri cuori per potervi sostenere con la potenza del suo amore, come i discepoli nella barca. Il nostro amore umano è debole, ha bisogno della forza dell’amore fedele di Gesù. Con Lui potete davvero costruire la «casa sulla roccia» (Mt 7,24).

Da queste parole del Papa credo possiamo trarre alcuni insegnamenti chiave.

L’altro non è un nemico! Spesso quando c’è un fallimento, e di conseguenza tanto dolore e sofferenza, si rischia di trasformare tutto questo in rancore e desiderio di vendetta. C’è una ferita aperta che sanguina. Una ferita che ci è stata inferta da una persona che avrebbe dovuto renderci felici ed onorarci attraverso il suo amore. E’ un po’ questo il sentimento che provano tanti separati. Eppure, se lo vogliamo, può non essere così. Come? Se l’altro ci ha fatto così tanto male è perchè noi glielo abbiamo permesso. Non sto dicendo che gli abbiamo permesso compartamenti, gesti o parole. Non sto parlando dell’altro. Non abbiamo potere sulle scelte del coniuge. Siamo noi che dobbiamo custodire la parte più profonda di noi. Concretamente è importante essere consapevoli che siamo figli amati. Solo così l’altro, pur con tutto il male che può averci fatto, non riuscirà mai a penetrare, con le ferite che ci infliggerà, quella parte del nostro cuore che appartiene a Gesù e che continuamente ci dice: tu sei bello/a, tu sei il figlio amato, tu sei la figlia amata. Un consiglio: imparate, anche quando le cose tra voi vanno bene, a non far dipendere la vostra gioia e il vostro senso solo dall’altro e dall’amore che saprà darvi. Nutrite e perfezionate sempre più la vostra relazione con Gesù attraverso la preghiera e i sacramenti. Solo così, anche se le cose dovessero andare male, saprete affrontare la situazione senza rancore, ma con la capacità di cercare, per quanto possibile, di evitare di aggiungere altro male e altro dolore. Il mio pensiero va a quelle persone che ho conosciuto che non si sono mai arrese al male ma, seppur nel dolore della separazione, continuano a voler bene alla persona che se ne è andata, pregando per lei e affidandola a Gesù. Queste persone non solo non sono delle fallite, ma mostrano una luce abbagliante, la luce di chi è capace di amare e di perdonare.

Il perdono è una decisione interiore. Alcuni di voi diranno: Io voglio perdonare ma non riesco! Quello che mi ha fatto è troppo grave. Questa è l’esperienza di tanti soprattutto quando accadono, appunto, fatti gravi come le separazioni. Come fare? Naturalmente non esistono ricette preconfezionate. Qui si tratta di mettere mano alla nostra umanità ferita. E’ molto faticoso. Spesso si tratta di affrontare tanto dolore e di dover elaborare un vero e proprio lutto. Tutto parte dalla nostra libertà. Dobbiamo essere liberi di andare oltre il male che l’azione di nostro marito o nostra moglie ci sta causando. Andare oltre i sentimenti e le emozioni. Per fare questo serve tempo. Il perdono non si può pretendere proprio perchè spesso l’altro non è pronto. Riuscire a perdonare (davvero) significa attraversare un processo interiore che ci permette di dissociare il peccato che ci ha fatto del male dal peccatore che lo ha commesso. L’altro non è il suo gesto o la sua mancanza, L’altro è una meraviglia nonostante il suo errore che magari è molto brutto. Perdonare non è quindi dire Ti perdono con le parole, ma è la capacità di riacquistare lo sguardo di Dio verso l’altro. Uno sguardo benedicente.

Antonio e Luisa

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La crisi è un’occasione. Lettera di Papa Francesco agli sposi

Proseguiamo oggi con la lettura meditata della Lettera che papa Francesco ha donato alle famiglie cristiane. Vi lascio di seguito i link agli articoli precedenti.

Siamo giunti al quinto articolo. Davvero questa lettera offre innumerevoli spunti ed è di una ricchezza straordinaria. Riprende alcuni concetti che il Papa ha affermato già altre volte, come fosse un piccolo compedio di Amoris Laetitia. Si è proprio una sintesi di Amoris Laetitia. Veniamo ora alle parole del Santo Padre.

Alla luce di questi riferimenti biblici, vorrei cogliere l’occasione per riflettere su alcune difficoltà e opportunità che le famiglie hanno vissuto in questo tempo di pandemia. Per esempio, è aumentato il tempo per stare insieme, e questa è stata un’opportunità unica per coltivare il dialogo in famiglia. Certamente ciò richiede uno speciale esercizio di pazienza; non è facile stare insieme tutta la giornata quando nella stessa casa bisogna lavorare, studiare, svagarsi e riposare. Non lasciatevi vincere dalla stanchezza; la forza dell’amore vi renda capaci di guardare più agli altri – al coniuge, ai figli – che alla propria fatica. Vi ricordo quello che ho scritto in Amoris laetitia (cfr nn. 90-119) riprendendo l’inno paolino alla carità (cfr 1 Cor 13,1-13). Chiedete questo dono con insistenza alla Santa Famiglia; rileggete l’elogio della carità perché sia essa a ispirare le vostre decisioni e le vostre azioni (cfr Rm 8,15; Gal 4,6).

Il Papa evidenzia come la pandemia sia davvero un tempo di crisi certamente, ma una crisi che può aprire ad un’occasione. Le crisi possono DISTRUGGERE qualcosa che era già logoro ed indebolito, possono dare il colpo di grazia oppure possono essere occasione per mettere mano al problema. La crisi toglie gli alibi, non si può più fare finta che tutto vada bene. La pandemia per tante coppie è stata proprio questo. Ci si è ritrovati di più in casa, si è condiviso molto più tempo insieme e lì le magagne sono uscite. E’ un bene che siano uscite. La pandemia è stata per tanti come una folata di vento che sollevato il tappeto dove avevano accumulato e nascosto tutto lo sporco della relazione. Ed ecco che i difetti dell’altro sono diventati insostenibili, la mancanza di dialogo pesante, i litigi più frequenti. Oppure ci si è ignorati che forse è anche peggio. Purtroppo le statistiche ci dicono che tante coppie sono saltate. Era invece il momento di rilanciare. Come? Non aspettate che sia l’altro ad amarvi. Amate per primi! A suscitare una carezza é quasi sempre un’altra carezza; e più le carezze si moltiplicano più la tenerezza si accende come un fuoco che scalda e orienta la persona al di sopra di sé, verso l’Alto (Don Carlo Rocchetta)  Una riflessione che mi ha colpito subito e che ho fatto mia, pensando alla mia relazione. Quanto è vera! Spesso noi, io almeno si, tendiamo a focalizzarci su quello che l’altro fa o dovrebbe fare, sul suo comportamento. Invece forse non dovremmo sprecare energie a giudicare l’altro/a. Non serve e spesso ci porta a vedere solo i difetti. Dovremmo invece scegliere di amare sempre e comunque. Allora, forse, qualcosa nell’altro/a davvero cambia. Io penso a tutte le carezze che la mia sposa mi ha riservato anche quando non me le meritavo. Mi ha sempre amato con lo stile di Gesù, cioè sempre e per prima. Ecco, se ho cambiato qualcosa nel mio atteggiamento nei suoi confronti non è stato per i rimbrotti o per le litigate, ma per quelle carezze incondizionate e a volte immeritate. Da lì è nato in me un sentimento di gratitudine verso di lei, un desiderio di restituire quanto lei mi stava dando. Un amore così bello proprio perchè riesce ad andare oltre le mie miserie e mancanze. Un amore che mi fa alzare gli occhi al Cielo perchè ha il sapore dell’amore del Padre, un amore senza condizioni capace di accogliere tutto di me anche le parti meno belle.

Non vergognatevi di inginocchiarvi insieme davanti a Gesù nell’Eucaristia per trovare momenti di pace e uno sguardo reciproco fatto di tenerezza e di bontà. O di prendere la mano dell’altro, quando è un po’ arrabbiato, per strappargli un sorriso complice. Magari recitare insieme una breve preghiera, ad alta voce, la sera prima di addormentarsi, con Gesù presente tra voi.

Il Papa tocca un altro punto decisivo. Quanto è importante pregare insieme! L preghiera è qualcosa di molto personale ed intimo. Ci chiede di metterci a nudo e farlo insieme unisce moltissimo la coppia. Direi con una intensità paragonabile al rapporto fisico. L’amplesso ci unisce attraverso il corpo, la preghiera ci unisce nello spirito. Ad unirsi non è mai però solo il corpo o solo lo spirito ma tutta la persona. Per questo fare l’amore è una forma molto potente di preghiera. Dovremmo abituarci a pregare insieme. La preghiera di coppia non è purtroppo molto frequente tra gli sposi. Quando c’è spesso si limita al rosario. Che è già tantissima roba, sia chiaro. Sarebbe bello però andare oltre. Adesso sto parlando anche a me stesso. Anche io lo faccio raramente. Sarebbe bello mettersi davanti a Gesù. Nella camera matrimoniale. Lì dove c’è il talamo consacrato. Luogo sacro, immagine visibile del tabernacolo. Ricordate che Dio è presente nella relazione sponsale in modo simile all’Eucarestia. Mettersi lì, come foste davanti al Santissimo, perchè lo siete davvero, e aprire il cuore l’uno all’altra. Non state più parlando alla vostra sposa, al vostro sposo, ma a Gesù attraverso la vostra sposa e il vostro sposo. Chiedete perdono per i vostri peccati, raccontate le vostre difficoltà, i vostri limiti. Raccontate anche le cose belle, ringraziate Dio per il dono dell’altro/a e di tutte i doni che ogni giorno vi offre. Raccontate tutto e ascoltate tutto dall’altro. Quando vi racconterà di avervi ferito con il suo comportamento, il suo parlare, le sue azioni e le sue omissioni, chiedete a Dio di avere la forza di perdonare. Aprite il cuore e abbracciatevi. Come il padre misericordioso ha perdonato il figlio, così voi abbracciatevi e accoglietevi con tutte le fragilità che avete. 

Antonio e Luisa

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Perchè gli sposi sono due ma anche uno?

Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo.

Oggi mi fermo su questo versetto tratto dalla Lettera di San Paolo agli Efesini. Perchè è così importante? Dice tantissimo a noi sposi. Certo vale per tutti. E’ certamente una frase rivolta alla Chiesa tutta. Noi sposi siamo però piccola chiesa domestica e possiamo leggere queste parole in modo particolare, come rivolte al nostro personale stato di vita. Siamo sposi cristiani. Siamo persone unite da un vincolo sacramentale. Non è qualcosa di legalistico ma qualcosa di sostanziale. Non siamo più quelli di prima. Le nostre vite, i nostri cuori e anche i nostri corpi sono legati indissolubilmente non da un contratto ma dal fuoco dello Spirito Santo. Come scriveva sapientemente san Giovanni Paolo II nella sua opera teatrale La bottega dell’orefice:

L’orefice guardò la vera, la soppesò a lungo sul palmo e mi fissò negli occhi. E poi decifrò la data scritta dentro la fede. Mi guardò nuovamente negli occhi e la pose sulla bilancia…. poi disse: “Questa fede non ha peso, la lancetta sta sempre sullo zero e non posso ricavarne nemmeno un milligrammo d’oro. Suo marito deve essere vivo – in tal caso nessuna delle due fedi ha peso da sola – pesano solo tutte e due insieme. La mia bilancia d’orefice ha questa particolarità che non pesa il metallo in sè ma tutto l’essere umano e il suo destino”.

Un solo corpo, un solo spirito. E’ davvero così! In Cristo siamo uno. Che non significa che Antonio non esiste più e diventa un qualcosa di diverso. Io resto Antonio con tutte la mia unicità. Luisa però diventa parte di me nel senso che la mia vita assume una nuova direzione. Riprendendo le parole di San Paolo, Non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me , noi sposi dovremmo arrivare a dire Non sono più io che vivo ma è il mio sposo, la mia sposa, che vive in me. Perchè la nostra vocazione è questa. Tanto più saremo capaci di far posto in noi alla presenza e al bene dell’altro/a e tanto più faremo posto a Gesù. Gesù desidera essere amato da noi attraverso la persona che abbiamo sposato.

Un solo corpo, un solo spirito. Non significa che Luisa sia mia. Che il suo corpo sia mio. Quante volte sentiamo di amori tossici dove uno dei due crede di aver diritto esclusivo ad avere tutto da parte dell’altro/a. Tanto da arrivare a volte a commettere violenza in nome di un presunto diritto acquisito. Il matrimonio non è questo. Non esiste nessun diritto. Esiste una promessa. La promessa di farci dell’altro/a. Tutto cambia! Io non ho nessun diritto su Luisa e non posso pretendere nulla. Non sarebbe più amore. Posso soltanto accogliere un dono. Posso accogliere Luisa che nella libertà si consegna a me, ed io a lei. Quando accade questa reciproca donazione è qualcosa di meraviglioso. Un amore vissuto nella libertà dei figli di Dio.

Un solo corpo, un solo spirito. Qui entra in gioco la sessualità matrimoniale. Noi siamo spiriti incarnati. San Paolo è molto chiaro. Non basta un solo corpo e non basta un solo spirito, una sola anima. Per avere una relazione d’amore autentica servono entrambi. Il matrimonio è proprio la relazione dove si può sperimentare un solo corpo e un solo cuore. Siamo uno. Luisa dal giorno delle nozze abita il mio cuore. C’era anche prima, ma non è la stessa cosa. Dopo le nozze ho promesso di essere suo per tutta la vita. La mia promessa diventa carne e si manifesta nell’incontro intimo. Nell’amplesso il nostro corpo sta dicendo sono uno con te. Il corpo diventa luogo di una comunione profonda dove l’invisibile diventa visibile e l’amore prende forma e concretezza. Qualcosa di meraviglioso che travalica il piacere fisico per diventare, quando vissuto autenticamente, un momento di eternità.

Dovremmo essere capaci di riflettere su queste verità, sulla grandezza della nostra unione e contemplare la nostra bellezza di sposi, Una relazione che, se vissuta nella dinamica pasquale del dono radicale e vicendevole, profuma di paradiso.

Antonio e Luisa

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Una madre non tiene per sè ma spinge verso la missione

Oggi ho deciso di tornare sul Vangelo di ieri. Ciò che è accaduto alle nozze di Cana è qualcosa che è stato esaminato, raccontato e spiegato in tutti i modi. C’è però un particolare che rischia un po’ di passare in secondo piano. Perchè non è un dettaglio all’apparenza importante. I protagonisti sono Gesù, naturalmente, i due sposi, e il maestro della tavola. Poi c’è anche Maria. Maria sembra la madre rompiscatole. Gesù è lì con i suoi amici, i primi discepoli, sta bevendo e mangiando in allegria, almeno io lo immagino così, e sembra non accorgersi del “dramma” che sta avvenendo. E’ finito il vino, la festa di nozze sta per essere rovinata irrimediabilmente. Il matrimonio rischia di iniziare molto male. Eppure, lui che è Dio, sembra non accorgersi di nulla.

Io non voglio entrare in riflessioni teologiche od esegetiche, perchè non ne ho la competenza. Da figlio prima e da genitore oggi mi è balzato all’occhio una dinamica che Dio ci vuole insegnare attraverso questo avvenimento. L’importanza della madre e dei genitori in genere. Maria è la madre che ama il proprio figlio. Lo ama nel modo giusto. Lo ama nella verità. Maria era consapevole che Gesù, iniziando la Sua missione, sarebbe andato incontro a dolore e sofferenza. Non sappiamo in quale misura ne fosse consapevole, ma ci sono due versetti del Vangelo di Luca che sono inequivocabili.

Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua madre: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima».

Maria sapeva che lasciare andare quel figlio per la sua strada sarebbe stato un pericolo, un viaggio verso l’ignoto. Eppure lo ha spinto a a partire. Ha capito che quello era il kairos, il momento giusto. Lo ha spinto a compiere il primo “segno”, sapendo che da quel momento non si sarebbe più potuto tornare indietro. I romani avrebbero detto Alea iacta est (il dado è tratto). Perchè lo ha fatto allora? Maria sa benissimo che ogni uomo e ogni donna hanno bisogno di lasciare il padre e la madre per realizzare la propria vita. Per realizzare la propria personale missione in questo mondo che è diversa da quella dei genitori. Maria, sicuramente con un po’ di pesantezza nel cuore e un po’ di paura, ha insistito affinchè Gesù si decidesse a prendere in mano la propria vita e realizzare il progetto del Padre su di Lui. Sembra che il Vangelo ci voglia dire che anche Dio ha scelto di aver bisogno di una madre per diventare Dio.

Veniamo a noi! Quante madri e quanti padri non sono capaci di comprendere che il figlio non è una loro costola, non è qualcosa che appartiene loro. Quanti non capiscono che amare i propri figli significa lasciarli andare. Lasciarli andare EMOTIVAMENTE e PSICOLOGICAMENTE. Molti genitori pensano di amare i proprio figli tenendoli legati a sè. Molti genitori non sono capaci di mollare la presa e di tagliare il cordone ombelicale. Quante famiglie si rompono per l’incapacità dei genitori di non intromettersi. Maria oggi ci ricorda proprio questo: se amate i vostri figli lasciateli liberi di realizzare la loro missione, Liberi di essere quelli che sono. Liberi di essere persone diverse da voi e che non vi appartengono. Una madre (vale anche per il padre) accompagna con la presenza e con la preghiera, è pronta a consolare e ad abbracciare, ma senza mai impedire al figlio di percorrere la propria strada nel mondo. Purtroppo spesso si confonde l’amore con il cercare di evitare ai figli ogni sofferenza e ogni dolore. Questo non è amore. E’ come quel servo che sotterra il talento per non correre il rischio di perderlo. Il figlio ha bisogno di crescere come uomo o come donna, ha bisogno di confrontarsi con la vita e la vita comprende anche il dolore e il fallimento. Amare significa non trattenere, ma lasciare andare. Lasciare andare affinchè il figlio trovi il senso della vita. Della sua vita e della sua personale storia. Affinchè il figlio, lasciando padre e madre comprenda chi è: un figlio amato. Amato da Dio.

Antonio e Luisa

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Una barca nella tempesta. Lettera di Papa Francesco agli sposi.

Eccoci al quarto appuntamento con la lettura e l’analisi della lettere che Papa Francesco ha rivolto alle famiglie poco tempo fa. Per chi volesse leggere o rileggere le precedenti riflessioni lascio di seguito i link.

Proseguiamo ora con la lettura della lettera. C’è un altro passaggio molto importante nel quale il papa evidenzia la forza del sacramento, sacramento in cui è presente Cristo stesso. Per farlo usa un’immagine evangelica molto significativa.

La vocazione al matrimonio è una chiamata a condurre una barca instabile – ma sicura per la realtà del sacramento – in un mare talvolta agitato. Quante volte, come gli apostoli, avreste voglia di dire, o meglio, di gridare: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (Mc 4,38). Non dimentichiamo che, mediante il Sacramento del matrimonio, Gesù è presente su questa barca. Egli si preoccupa per voi, rimane con voi in ogni momento, nel dondolio della barca agitata dalle acque. In un altro passo del Vangelo, in mezzo alle difficoltà, i discepoli vedono che Gesù si avvicina nel mezzo della tempesta e lo accolgono sulla barca; così anche voi, quando la tempesta infuria, lasciate salire Gesù sulla barca, perché quando «salì sulla barca con loro […] il vento cessò» (Mc 6,51). È importante che insieme teniate lo sguardo fisso su Gesù. Solo così avrete la pace, supererete i conflitti e troverete soluzioni a molti dei vostri problemi. Non perché questi scompariranno, ma perché potrete vederli in un’altra prospettiva.

Solo abbandonandovi nelle mani del Signore potrete affrontare ciò che sembra impossibile. La via è quella di riconoscere la fragilità e l’impotenza che sperimentate davanti a tante situazioni che vi circondano, ma nello stesso tempo di avere la certezza che in questo modo la forza di Cristo si manifesta nella vostra debolezza (cfr 2 Cor 12,9). È stato proprio in mezzo a una tempesta che gli apostoli sono giunti a riconoscere la regalità e la divinità di Gesù e hanno imparato a confidare in Lui.

In questo passaggio il papa evidenzia due aspetti costitutivi di ogni matrimonio in Gesù: la forza e la fragilità. Il connubbio tra forza e fragilità. La forza di Cristo che può salvarci da ogni situazione e la fragilità di noi sposi che spesso non ci sentiamo in grado di portare in salvo la nostra famiglia. Il Papa paragona ogni matrimonio ad una barca che deve affrontare le tempeste della vita. Tempeste che a volte ci fanno davvero temere di non farcela. Tempeste che sembrano essere più forti di ciò che possiamo dare o che possiamo fare. Ci siamo sentiti un po’ tutti, credo, come gli apostoli citati dal Santo Padre. Almeno una volta nella vita penso sia capitato a tutti di sentirsi deboli e inadeguati di fronte a un problema o una situazione difficile. Come fare? Il Papa ci offre alcuni suggerimenti che mi sento di condividere. Luisa ed io possiamo offrire la nostra personale testimonianza per confermare quanto suggerisce Papa Francesco.

Sono convinto che tanti matrimoni falliscono, e ne falliscono davvero tanti, non perché quegli sposi siano stati peggiori di noi. Tanti matrimonio si rompono anche se i due sposi all’inizio ci credevano. Sono convinto che tanti sposi che poi falliscono siano partiti meglio di noi, più attrezzati e pronti di noi.  Ma poi? Non hanno lasciato spazio a Dio. Troppo pieni e sicuri di sé. Troppo illusi che nulla avrebbe potuto scalfire la loro felicità. Spesso quando le cose vanno bene, si monta in superbia. Si crede di essere i soli artefici della propria felicità e del proprio matrimonio. Si lascia sempre meno spazio a Dio, perché non serve. Le scelte di ogni giorno, quelle facili e quelle più importanti, saranno sempre più orfane di Dio, anche se quella coppia magari va a Messa la domenica. Tanti non si sposano per paura del per sempre e molti che si sposano credono di poter ottenere quel per sempre senza l’aiuto di Gesù. Entrambi questi atteggiamenti non sono buoni. Perchè poi arriva la crisi e  tanti crollano, perché non sono capaci di aprirsi alla Grazia, il cuore è troppo pieno di sè, del loro modo di pensare e di agire e Dio non può aiutarli. Noi non abbiamo corso questo rischio. Non perchè non abbiamo avuto crisi. Anzi la prima davvero profonda è avvenuta dopo solo due anni di matrimonio. Ciò che ci ha salvato è che siamo stati sempre consapevoli della nostra povertà. Ci siamo affidati con fede e riconoscenza al nostro Dio. E’ sempre stato un sostegno, una presenza viva, una persona a cui chiedere, con cui arrabbiarsi e da ringraziare. Il nostro cuore non è mai stato pieno di noi, perché conoscevamo la nostra pochezza. Io non ero stato capace di portare in salvo la mia vita quando ero da solo, sempre inadeguato in tante situazioni, figuriamoci se mi sentivo capace di custodire una famiglia. Così da due persone cresciute piene di complessi, di ferite e di paure è nata una famiglia che non si tira indietro, che si è aperta alla vita concependo 5 figli, una famiglia che ha avuto i suoi momenti difficili, di aridità, di incomprensione. Noi però non abbiamo mai fatto affidamento solo sulle nostre forze, eravamo consapevoli che avremmo fallito prima e peggio degli altri. Ci siamo affidati a Dio, abbiamo creduto in Lui, alle sue promesse e la tempesta si è sedata. Ci siamo ritrovati più forti di prima.

Dio vuole rivelarsi ad ognuno di noi. Rivelarsi cioè riversarsi, farsi conoscere. Nella Bibbia la conoscenza implica un entrare nell’altro, divenirne parte. Dio vuole fare questo con noi, sta a noi riconoscerci poveri, per far posto a Lui e alla sua Grazia.

Antonio e Luisa

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C’è bisogno di una nuova creatività. Lettera di Papa Francesco agli sposi.

Eccoci al terzo appuntamento con la bellissima lettera che papa Francesco ha dedicato agli sposi in questo anno di approfondimento di Amoris Laetitia. In questa riflessione andrò ad esaminare le parti della lettera in cui il Papa si rivolge agli sposi come evangelizzatori. Il Papa sembra affidare una vera e propria missione agli sposi, ai due insieme, che non sono più laici singoli ma sono una realtà diversa da tutte le altre. Sono sposi cristiani. Ecco le parole di papa Francesco:

Pertanto, vi esorto, cari sposi, a partecipare nella Chiesa, in particolare nella pastorale familiare. Perché «la corresponsabilità nei confronti della missione chiama […] gli sposi e i ministri ordinati, specialmente i vescovi, a cooperare in maniera feconda nella cura e nella custodia delle Chiese domestiche». Ricordatevi che la famiglia è la «cellula fondamentale della società» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 66). Il matrimonio è realmente un progetto di costruzione della «cultura dell’incontro» (Enc. Fratelli tutti, 216). È per questo che alle famiglie spetta la sfida di gettare ponti tra le generazioni per trasmettere i valori che costruiscono l’umanità. C’è bisogno di una nuova creatività per esprimere nelle sfide attuali i valori che ci costituiscono come popolo nelle nostre società e nella Chiesa, Popolo di Dio.

Leggendo queste parole mi sovviene un concetto espresso molto bene da don Renzo Bonetti. Renzo Bonetti è un sacerdote che si sta spendendo tantissimo per la famiglia e la missione della famiglia cristiana nel mondo e per il mondo. Don Renzo insiste in particolare su una sua convinzione, essendo in questo, a mio avviso, profeta: insiste sulla missione degli sposi cristiani, in quanto sposi, in quanto consacrati con il sacramento del matrimonio. Lo stesso concetto che ha espresso il Papa nella lettera. Gli sposi sono una figura del tutto particolare nella composizione della Chiesa di Cristo. Gli sposi sono consacrati con il sacramento del matrimonio e sono un’espressione unica dello Spirito creatore di Dio. Sono consacrati nella loro relazione d’amore come lo sono i sacerdoti nelle loro mani.

Sono inseriti nella Chiesa per portare insieme, come coppia, un segno efficace dell’amore di Dio, profezia e epifania della sua presenza amorevole verso ognuno di noi. Non è così importante che facciano qualcosa quanto che mostrino qualcosa di Dio in ciò che fanno. La loro peculiarità è nella relazione che li unisce e di come traspare questa alleanza amorosa che c’è tra di loro, segno efficace dell’Alleanza d’amore sancita con il sacrificio dell’Agnello.

Gli sposi sono segno efficace dell’amore misericordioso, fecondo e fedele di Dio per ognuno di noi.  Nella Chiesa della misericordia di papa Francesco il compito di noi sposi cristiani diviene di un’importanza decisiva per un rinnovamento vero e concreto della Chiesa. Non a caso l’anno della misericordia è stato preceduto da due sinodi sulla famiglia. La famiglia si deve riappropriare del suo ruolo, mai come ora fondamentale. La famiglia è piccola chiesa. Già san Paolo nella lettera ai romani faceva riferimento allo kat’oikon ekklesía, la “Chiesa domestica” ove si radunavano i cristiani a celebrare l’Eucaristia. Lo spazio vitale di una famiglia si trasformava in un piccolo tempio ove Cristo è assiso alla stessa mensa.

Lo Spirito Santo sta suscitando questo nel cuore della Chiesa, c’è bisogno che gli sposi cristiani siano testimoni e portatori di un messaggio, anzi di più, di una presenza, accanto ai sacerdoti, ma con modalità del tutto particolari e proprie.

Gli sposi con la loro apertura, il loro donarsi, il loro dialogare, il loro incontrarsi nelle differenze, il loro arricchirsi dalla diversità dell’altro, il loro essere fecondi nella diversità, il loro sapersi fare prossimi, il loro essere compassionevoli l’uno verso l’altra, gli sposi, con tutto questo loro modo di volersi bene e sapersi accogliere, diventano non solo esempio, ma seme fecondo per una Chiesa e una comunità più cristiane, cioè aderenti alla persona di Gesù. Solo se si imparerà a  costruire ponti in famiglia si potrà fare lo stesso nella società in cui viviamo. La famiglia diventa palestra per potersi educare al modo di amare di Gesù. Non sono solo parole, io l’ho sperimentato nella mia vita. In famiglia ho imparato a prendermi cura, a preoccuparmi degli altro, a cercare di capire l’altro e tutto questo poi ha oltrepassato le mura di casa ed è diventato mio stile con tutti.

Antonio e Luisa

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Gli sposi come magi in cammino

Come consuetudine verso l’Epifania condivido questo articolo. Per chi lo ha già letto è comunque un modo per fare memoria.

Il cammino dei magi può essere letto anche come una trasposizione della nostra vita matrimoniale, della nostra vocazione all’amore. Ripercorrendo il loro viaggio possiamo trovare la mappa del nostro.

 1) I magi come prima cosa decisero lo scopo del loro viaggio. Conoscevano bene la Parola di Dio  e fecero di quel viaggio lo scopo della loro vita. Volevano adorare il Re. “Siamo venuti per adorarlo” (Mt 2:2). I fidanzati fanno lo stesso. Sentono attrazione e simpatia vicendevole, ma non devono ridurre tutto solo alla sola emozione. Un cristiano non vive alla giornata senza progettare e programmare alla luce della fede in Dio e del progetto di Dio sulla sua vita. La relazione per essere autentica va letta con uno sguardo alla vita eterna e alla salvezza, nella sua dimensione escatologica, i fidanzati devono cercare in quella relazione il realizzarsi della loro vocazione. Vocazione che è la nostra personalissima modalità di risposta all’amore di Dio.

Non basta decidere di partire, 2) si deve preparare il viaggio.  I magi non erano persone stravaganti che così, ad un tratto, decidono di mettersi in viaggio senza sapere dove andare. Tutt’altro è il loro atteggiamento. Essi saggiamente, prima di partire, hanno fissato la meta che avrebbero dovuto raggiungere, preparando ogni cosa con cura e prendendo ogni informazione necessaria per poterla raggiungere. Il fidanzamento è la preparazione del viaggio. Serve a conoscersi e conoscere Dio insieme. Serve a parlare dei desideri, della propria idea di matrimonio, dei figli, delle aspirazioni personali. Questo è preparare il viaggio che sarà il nostro matrimonio. La nostra meta sarà trovare finalmente Gesù nella nostra unione e, alla fine, nell’abbraccio eterno con Lui.

I magi sono partiti quando hanno avuto 3) una guida sicura per raggiungere la meta. Per raggiungere il Salvatore. Seguirono la stella con fiducia e costanza, fissando lo sguardo e facendone bussola del loro viaggio. Il matrimonio è un  sacramento della Chiesa cattolica. La nostra stella è lo Spirito Santo che scende nella nostra unione e ci plasma. La nostra stella è anche la Chiesa. Solo all’interno di essa saremo sicuri di non sbagliare strada. La Chiesa con il suo insegnamento, i suoi documenti, la sua tradizione e i suoi pastori ci aiuta a rimanere nei giusti binari del bene e della verità e a non deragliare.

4) I magi partirono senza aspettare, senza paura ed esitazione.  All’apparire della stella, i magi partirono senza esitare. Lasciarono prontamente tutte le cose del loro mondo: la propria dimora, la propria terra, i propri parenti, i propri amici, per andare ad adorare il Signore. Lo scopo che si erano prefissati riempiva totalmente il loro cuore, la loro anima e la loro mente ed è per questo che non esitarono. Quanti uomini e donne aspettano. Quanti uomini e donne esitano e non cominciano il viaggio per paura. Solo accettando la sfida e abbandonando le nostre sicurezze per iniziare il viaggio, che è tutto il nostro matrimonio, potremo essere felici e realizzare la nostra vocazione

5) I magi non si lasciarono turbare dagli eventi.  Arrivati a Gerusalemme probabilmente non videro più la stella ed allora, come strumenti nelle mani di Dio, si fermarono e, tramite il colloquio con Erode, annunciarono a coloro che avrebbero dovuto attenderlo, che era nato il loro Messia. Quale sarà stato il loro turbamento nel vedere che, pur conoscendo dove doveva nascere, nessuno lo aspettava e meno che mai nessuno pensava di rendergli l’omaggio dovuto?!?
Impariamo dai magi, i quali rimasero fermi nel loro proponimento e non si lasciarono coinvolgere dai turbamenti esterni, ma proseguirono il loro viaggio con un cuore pieno di ardore verso Dio. Anche noi sposi nella nostra vita sperimenteremo l’aridità, la sofferenza, la divisione e il lutto, ma se avremo fiducia in Dio ritroveremo la strada e la stella e allora 6) sperimenteremo la vera gioia. Quando i magi ripartirono da Gerusalemme, videro che la guida sicura mandata da Dio era di nuovo apparsa nel cielo, ed essa li guidò fino a Betlemme, dove era Gesù e lì si fermò; allora si rallegrarono di grandissima gioia.

Sì,  perchè vivere alla presenza di Gesù è meraviglioso, amare la propria sposa in Gesù è un’esperienza che riempie e dona forza e sostegno. Il cammino è già una meta. Il matrimonio è un bellissimo viaggio, un’avventura meravigliosa che ci porterà a desidera sempre di più l’incontro con Gesù e alla fine del viaggio al suo incontro ed eterno abbraccio.

Antonio e Luisa

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La mirra: quel dono che pochi sposi accolgono

Oggi è un altro giorno di festa per la Chiesa. Si festeggia l’Epifania di nostro Signore. Dio si manifesta al mondo. Si manifesta attraverso la visita di tre magi che arrivano da lontano. Come sappiamo bene i tre portano altrettanti diversi doni al Dio bambino. Portano oro, incenso e mirra. Come ho già scritto in un altro articolo pubblicato tempo fa. i tre doni dei magi non sono casuali, hanno un significato simbolico molto preciso. Rappresentano in sintesi le tre dimensioni di Cristo. L’oro ci dice che Gesù è re. L’incenso simboleggia il sacerdozio di Cristo e la mirra rimanda alla Sua morte quindi al Suo profetismo. Gesù che è re, profeta e sacerdote. Si, i magi trovano solo un bambino ma che è già tutto questo. Lo è nella promessa di una vita ancora solo all’inizio e lo è già nella Sua divinità che si intreccia con l’umanità di un uomo come noi.

Oggi vorrei fare un discorso un po’ diverso. Vorrei dare un significato nuovo ai tre doni dei magi per poterli inserire nella nostra relazione sponsale. Cosa possono dire l’oro, l’incenso e la mirra a noi sposi di oggi? Certo ci rimandano al nostro essere sacerdoti, re e profeti. Ci dicono anche qualcosa di più immediato e comprensibile. Nel nostro matrimonio è importante che ci siano tutti e tre questi doni con il loro significato.

L’oro lo vogliono tutti. Non serve essere cristiani per desiderare l’oro. Tutti coloro che iniziano una relazione affettiva, non per forza matrimoniale, lo fanno per l’oro. L’oro sono le emozioni, i sentimenti e ciò che prendiamo dalla relazione. Il sentirci al centro dell’amore e delle attenzioni dell’altro. L’oro è quello che luccica e che ci attira in una relazione. Sono i momenti speciali. È il sostegno che riceviamo. Insomma è tutto ciò che ci viene facile accogliere dell’altro. Prendere l’oro non costa nessuna fatica anzi è ciò che desideriamo di più.

Poi c’è la mirra. Questo dono non è invece così desiderato e benvoluto. La mirra rimanda alla morte. La mirra è una resina che veniva utilizzata per imbalsamare le salme o per curare le ferite. La mirra non mi chiede soltanto di accogliere e di prendere tutto il bene che l’altro mi può e mi vuole dare, accogliere il suo oro. La mirra mi chiede di accogliere tutta persona che ho sposato. Mi chiede di accoglierla nei suoi pregi e nei suoi limiti, quando è amabile e quando lo è meno. Quando è facile accoglierla e quando non lo è. Insomma la mirra mi chiede di morire a me stesso per mettere l’altro al centro. Tante piccole morti giornaliere. Tante piccole scelte che uccidono il mio egoismo e il mio orgoglio. Scelte libere e non dovute a qualche paura o dipendenza affettiva. Scelte operate per amore e non per paura. La mirra infatti aveva anche un altro utilizzo. Veniva usata per curare le ferite. Ha in sè il significato simbolico anche della cura, del medicamento, della carità. Questo perchè quando amiamo in questo modo l’altro lo stiamo un po’ curando nelle sue ferite più profonde, quelle dell’anima e dello spirito. Stiamo curando lui o lei e stiamo curando anche noi stessi. Perchè chi ama così è vicino a Gesù.

Infine c’è l’incenso. L’incenso l’ho messo per ultimo non a caso. L’incenso è il profumo di Dio. È il profumo sacro che fin dall’oriente antico veniva bruciato per effondere il suo profumo durante le celebrazioni più importanti. Questo dono nel nostro matrimonio significa esattamente questo. Quando siamo capaci di accettare nella nostra relazione non solo l’oro ma anche la mirra, allora il nostro matrimonio profuma di incenso. Il nostro matrimonio effonde nel mondo il profumo di Dio. Diventa una realtà terrena che profuma di eterno. Non sono solo belle parole ma è ciò a cui noi sposi siamo chiamati ogni giorno.

Non è sicuramente facile. La nostra umanità ferita ci porta spesso a commettere errori, a scontrarci, a sentirci lontani l’uno dall’altra. È importante però perseverare perchè il senso della nostra vita non viene da quanto l’altro può darci e quanto l’altro ci può rendere felici. Il senso viene dalla consapevolezza di aver dato tutto per amore. Quando si comprende questo la nostra vita svolta e acquista un sapore diverso, acquista tutta la ricchezza dei doni dei magi e il nostro matrimonio diventa un’epifania di Dio.

Antonio e Luisa

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Perchè non glielo dici tu?

La prima lettura di sabato scorso, il primo giorno del 2022, ci offre una interpretazione particolarmente interessante. Ammetto che anche a me era sfuggita. E’ stato il sacerdote che l’ha evidenziata durante l’omelia.

Il Signore si rivolse a Mosè dicendo:
“Parla ad Aronne e ai suoi figli e riferisci loro: Voi benedirete così gli Israeliti; direte loro: Ti benedica il Signore e ti protegga. Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio. Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace. Così porranno il mio nome sugli Israeliti e io li benedirò”.

Mosè avrebbe potuto obiettare a quella richiesta. A cosa serviva quel compito a lui assegnato? Non poteva Dio rivolgersi direttamente ad Aronne e agli altri israeliti?

Fallo  direttamente tu che sei Dio! A cosa ti servo io? Sei immensamente più grande e potente di me. Ti daranno più ascolto. –  avremmo fatto questo pensiero nei panni di Mosè.

Invece Dio è sorprendente. Vuole arrivare alle persone attraverso altre persone. Ha bisogno che qualcuno dia la sua voce, le sue mani, i suoi piedi, il suo impegno, la sua testimonianza per arrivare ad ognuno di noi.

C’è bisogno di qualcuno che ascolti la sua Parola attraverso il Vangelo e tutta la scrittura, che la faccia propria e che la metta in pratica. La metta in pratica in gesti e atteggiamenti concreti.

Nel matrimonio questo è particolarmente evidente. Siamo noi Mosè l’uno per l’altra. Siamo noi che dobbiamo dare voce e corpo a Dio per l’altro/a. Siamo noi che attraverso il nutrimento che viene dalla Parola quotidiana (dovremmo leggere sempre la Parola del giorno), la preghiera e i sacramenti dovremmo essere capaci di manifestare attraverso la nostra mediazione l’amore di Dio per l’altro/a, la benedizione di Dio per l’altro/a. Le nostre carezze sono le carezze di Dio, il nostro perdono è il perdono di Dio, i nostri abbracci sono gli abbracci di Dio, il nostro sostenere e benedire (dire bene) è fatto da Dio attraverso di noi.

Questo è bellissimo. E’ bellissimo per noi che viviamo entrambi una vita di fede, almeno ci proviamo. E’ bellissimo anche per quella sposa o quello sposo che non ha la grazia di condividere il cammino di fede con il coniuge. Questa persona può, attraverso questo modo di amare il coniuge, far giungere anche all’altro/a che è lontano il calore dell’amore di Cristo e chissà, con il tempo e la perseveranza, ricondurlo a Lui.

Antonio e Luisa

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Testimoni dell’amore. Lettera di Papa Francesco agli sposi.

Riprendiamo la meravigliosa Lettera agli Sposi di Papa Francesco. Se volete leggere il primo articolo dedicato cliccate qui.

In un altro passaggio molto interessante Papa Francesco affronta il tema educativo. I genitori come primi educatori dei figli.

Cari sposi, sappiate che i vostri figli – e specialmente i più giovani – vi osservano con attenzione e cercano in voi la testimonianza di un amore forte e affidabile. «Quanto è importante, per i giovani, vedere con i propri occhi l’amore di Cristo vivo e presente nell’amore degli sposi, che testimoniano con la loro vita concreta che l’amore per sempre è possibile!»

Papa Francesco ci mette con le spalle al muro. I nostri figli hanno bisogno di testimoni. Non hanno bisogno di predicatori che dicono loro ciò che è giusto o sbagliato. Certo noi genitori siamo chiamati a dare delle regole e ad aiutare i nostri figli a comprendere ciò che è bene e ciò che è male. Questo però non basta. Dobbiamo essere, almeno cercare di essere, testimoni credibili di ciò che proponiamo loro. Il Papa ci indica anche la strada. E’ importante dare testimonianza di un amore forte ed affidabile. Non riguarda solo l’amore che rivolgiamo ai nostri figli. Riguarda, prima di ogni altra cosa, l’amore che i nostri figli hanno bisogno di vedere tra di noi. I nostri figli sono frutto del nostro amore di sposi e per loro non c’è nulla di più bello e forte che essere consapevoli che sono frutto di qualcosa di bellissimo che è proprio l’unione di papà e mamma. Non significa che non ci vedranno mai in crisi o in momenti di difficoltà e di sconforto. Significa che vedranno papà e mamma capaci di perdonarsi sempre, capaci di un bacio e di un abbraccio, capaci di aiutarsi ed ascoltarsi. Capaci di volersi bene, nonostante i limiti che hanno e in ogni situazione della vita. Capaci non perchè sono perfetti e non sbagliano mai, ma capaci perchè sanno chiedere scusa e ricominciare. L’amore che vedranno tra il papà e la mamma sarà il primo esempio che custodiranno nel cuore e che influenzerà poi il loro modo di approcciarsi all’amore e alle relazioni affettive.

La paternità e la maternità vi chiamano a essere generativi per dare ai vostri figli la gioia di scoprirsi figli di Dio, figli di un Padre che fin dal primo istante li ha amati teneramente e li prende per mano ogni giorno. Questa scoperta può dare ai vostri figli la fede e la capacità di confidare in Dio.

Per noi genitori cristiani la Messa dovrebbe essere un momento fondamentale. E’ quel momento in cui riconsegniamo i figli al Padre. Riconosciamo che l’origine della loro vita non siamo noi, che la loro felicità non dipende soltanto da quanto sapremo dargli, dalla formazione scolastica, dalle attività sportive, culturali o musicali. Tutte belle cose che possono servire a fruttificare i loro talenti umani e spirituali, ma che non possono bastare. E’ necessario che comprendano che tutto ciò che fanno può acquistare il giusto valore e il giusto senso se letto alla luce della vita eterna e dell’amore di Dio. Solo se riusciremo a trasmettere loro il desiderio di incontrare l’amore di Dio potremo dire di essere riusciti a dare ai nostri figli gli strumenti per vivere una vita piena e realizzata. Certo non dipende solo da noi, entra in gioco la loro libertà e possono anche rifiutare il nostro Dio, anzi è bene che lo rifiutino perchè possano trovare il loro Dio, fare il loro incontro personale con la misericordia del Padre e l’abbraccio tenero di Gesù e della sua dolce mamma Maria. Solo riconsegnandoli a lui, sono convinto che, qualsiasi cosa accada, la loro non sarà una vita buttata, ma vissuta alla luce di qualcosa per cui vale davvero la pena vivere, sarà una vita che guarda ad un orizzonte eterno e a un amore infinito. Credo che con le sue parole il Papa volesse esprimere proprio questo desiderio che ogni genitore cristiano dovrebbe custodire nel cuore.

Con il prossimo articolo proseguiremo insieme nella lettura di quanto il Papa ha voluto consegnarci attraverso la sua lettera. Nel frattempo spero che anche questa breve riflessione possa esservi utile.

Antonio e Luisa

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Insieme verso la terra promessa. Lettera di Papa Francesco agli sposi

Papa Francesco ci ha fatto un bel regalo in occasione della domenica dedicata alla Santa Famiglia. Siamo ancora nell’anno Amoris Laetitia, anno dedicato proprio alla famiglia e all’approfondimento di questa “storica” esortazione apostolica. Esortazione pubblicata cinque anni fa e, è bene ricordarlo, giunta come sintesi di ben due sinodi.

Vi lascio il link per poter leggere l’intero documento. Cercherò di mettere in evidenza alcuni passaggi che ritengo, a mio parere personale, più interessanti e significativi.

Come Abramo, ciascuno degli sposi esce dalla propria terra fin dal momento in cui, sentendo la chiamata all’amore coniugale, decide di donarsi all’altro senza riserve.

Il Papa cita il patriarca Abramo. Perchè è così significativa la storia di Abramo e può essere una bella chiave di lettura per chi sceglie il matrimonio come scelta definitiva di vita? Siamo all’inizio del capitolo 12 della Genesi: Il Signore disse ad Abram: «Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò. Cosa dobbiamo abbandonare per intraprendere la nostra nuova missione di sposi? Abbandonare il paese. Il paese sono tutte le nostre sicurezze. Tutto ciò che è per noi familiare, atteggiamenti, abitudini e modalità di vivere e affrontare la vita. Non siamo più da soli. C’è un’alterità a cui abbiamo promesso amore e rispetto. Amore e rispetto che si concretizzano anche nel rimodulare tutte le nostre sicurezze, rimodularle con le sue in modo da trovare un nuovo modo di essere uomo o di essere donna. Modalità che si genera nel dialogo e nell’ascolto reciproco. Abbandonare la casa del padre. Continueremo ad essere figli dei nostri genitori, ma il nostro mondo affettivo dovrà cambiare. Avremo nuove priorità. Saremo prima di ogni altra cosa sposi. E’ importante avere chiaro questa nuova situazione. E’ importante capire che la persona che abbiamo sposato viene prima dei nostri genitori. Bisogna essere chiari. Non significa amare di più o di meno. Non c’entra con l’intensità dell’amore. Non significa mancare di rispetto a chi ci ha generato, ma significa prendere in mano la nostra vita e far sì che dia frutto. Significa dare il giusto posto ad ogni relazione affettiva. Per farlo dobbiamo abbandonare la famiglia di origine. Non significa disinteressarci dei nostri genitori. Significa abbandonare tutti quei legacci affettivi e relazionali che ci impediscono di donarci completamente al nostro coniuge. Abbandonare quelle dipendenze che impediscono di rendere il nostro matrimonio un’altra cosa da ciò che eravamo. Solo così saremo liberi di amare nel modo corretto sia il nostro coniuge che la nostra famiglia di origine.

Prosegue il Santo Padre: Le diverse situazioni della vita – il passare dei giorni, l’arrivo dei figli, il lavoro, le malattie – sono circostanze nelle quali l’impegno assunto vicendevolmente suppone che ciascuno abbandoni le proprie inerzie, le proprie certezze, gli spazi di tranquillità e vada verso la terra che Dio promette: essere due in Cristo, due in uno. Un’unica vita, un “noi” nella comunione d’amore con Gesù, vivo e presente in ogni momento della vostra esistenza. Dio vi accompagna, vi ama incondizionatamente. Non siete soli!

Non siamo da soli! Spesso non riusciamo a sentire la vicinanza di Dio. Spesso ci sentiamo da soli soprattutto nelle difficoltà e nei momenti più complicati. Proprio in quei momenti rischiamo di allontanarci spiritualmente ed emotivamente dal nostro coniuge e da Dio. Una tentazione che abbiamo provato tutti nella vita credo. Quando si sta male c’è l’impulso a rinchiudersi in se stessi. Il Papa ci ricorda che la nostra forza viene dall’amore. Dalla comunione d’amore con Gesù e dalla comunione d’amore tra noi sposi e nella famiglia. Il sacramento del matrimonio, ricordate, ha una sua forza salvifica e redentrice, come ogni altro sacramento. E’ importante quando ci sono difficoltà attingere alla preghiera, all’Eucarestia, alla riconciliazione e se serve anche all’unzione degli infermi. Non dimentichiamo però che la Grazia c’è, ed è copiosa, anche nella nostra unione sponsale. Quando le cose vanno male è proprio il momento di mettere il nostro matrimonio al primo posto. Mettere la nostra relazione. Cercare di nutrire il nostro amore nel dono misericordioso e tenero dell’uno verso l’altra. E se possibile, cari sposi, fate l’amore, fatelo meglio e più frequentemente, perchè quel gesto è il gesto liturgico degli sposi. Un gesto sacro che dono forza ed effonde lo Spirito Santo, quando vissuto nella sua verità.

Nel prossimo articolo andrò avanti ad analizzare le parole, davvero belle, di Papa Francesco.

Antonio e Luisa

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L’amore sponsale e la Trinità. Una comunione d’amore meravigliosa

La liturgia di questo lunedì 27 dicembre ci propone come Prima Lettura un brano tratto dalla Prima Lettera di san Giovanni Apostolo. Uno che dell’amore per Gesù poteva testimoniare e dire tanto.

Carissimi, ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta.

Queste parole sono meravigliose sempre, ancor di più se lette da sposi, magari insieme in questi giorni dopo Natale. Sono commoventi e ci permettono di contemplare il nostro matrimonio con un orizzonte più ampio. Un orizzonte che arriva fino all’eternità di Dio e alla Trinità stessa. Cerchiamo di mettere a fuoco i due punti chiave di questa riflessione dell’evangelista: la vita si è fatta visibile e la vostra comunione è col Padre e col Figlio Suo Gesù Cristo.

La vita si è fatta visibile. Gesù è Dio che si fa carne. Gli uomini, Giovanni in modo particolare, hanno potuto vederlo, ascoltarlo, toccarlo, abbracciarlo. Lo hanno sentito piangere, pregare, ridere, gioire. Hanno fatto esperienza del Suo amore e della Sua vicinanza in modo concreto e visibile. Pietro ha sperimentato la bellezza del Suo perdono. Lo sguardo di Gesù non lasciava mai indifferenti, cambiava le vite. L’adultera, la Maddalena, Zaccheo, Matteo e tantissimi altri, hanno sperimentato il calore di Gesù che li ha guardati e li ha amati. Li ha amati nella loro miseria, nel loro peccato. Li ha amati e ha visto la bellezza di quegli uomini e di quelle donne. Bellezza offuscata forse dal peccato che avevano commesso ma che Gesù vedeva comunque, perchè Lui era capace di guardare al cuore e vedeva le potenzialità di quelle persone. Vedeva la loro dignità e la loro preziosità e, attraverso il Suo sguardo, permetteva loro di vedersi allo stesso modo. Anche noi, cari sposi, possiamo fare altrettanto. Guardiamoci così. Quando l’altro sbaglia aiutiamolo a comprendere che è molto di più dello sbaglio che ha commesso e che noi siamo lì, accanto a lui/lei, per sostenerlo con il nostro amore e con il nostro perdono. Siamo lì per guardarlo come Gesù e non per giudicarlo come fa il mondo. Quante resurrezioni nate da sguardi di questo tipo. Anche la mia vita è cambiata perchè Luisa ha saputo guardarmi così e gliene sarò grato in eterno anche se a volte la considero un po’ matta, ma è bellissima così.

La vostra comunione è col Padre e col Figlio Suo Gesù Cristo. Mi viene in mente un passaggio molto interessante del libro di padre Luca Frontali La consacrazione nuziale.

La nostra unione non è solo con e in Gesù Cristo, ma con la Trinità stessa. La vita eterna è l’entrata nella comunione trinitaria, di cui gli sposi sono immagine e prefigurazione in questa vita in quanto una sola carne.

Padre Luca qualche riga prima scrive un’altra cosa fondamentale: il matrimonio non dura nell’eternità di Dio ma la relazione si. Il vincolo finisce ma l’amore resta. Cosa significa questo? Non rimarrà nulla del matrimonio terreno? Resterà tantissimo. Il vincolo non esisterà più, ma il nostro amore sarà finalmente pieno e perfetto perchè dentro la comunione con l’Amore trinitario. L’amore è l’unico bagaglio che portiamo con noi nella vita eterna. Davvero possiamo pensare che i coniugi Quattrocchi, i coniugi Martin, Pietro e Gianna Beretta Molla, e tante altre coppie che hanno incarnato un amore matrimoniale stupendo, poi non ne portino i segni anche nella vita eterna? Sono sicuro, per quanto mi riguarda, che Luisa avrà un posto speciale nel mio cuore anche in Paradiso. Tutto quello che ho costruito con lei in questa vita non si cancella, non si resetta. Tutti i gesti di tenerezza, di cura, di intimità, di perdono, di ascolto, di presenza, di condivisione di gioie e dolori, tutte queste esperienze restano impresse in modo indelebile nel mio cuore. Il giorno della mia morte lascerò tutto qui in questa vita. Nella mia valigia porterò solo il mio cuore, l’amore dato e ricevuto e lei ne è parte integrante. Sono sicuro che il giorno del nostro matrimonio, il 29 giugno 2002, è iniziato un amore che durerà per sempre. Nella vita eterna sarà sicuramente diverso e trasfigurato, ma ancora più bello e meraviglioso perchè vissuto nella luce e nella comunione con Dio. Un amore non più esclusivo ma condiviso con tutti i fratelli e le sorelle.

Antonio e Luisa

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Il sogno del pastore Benino. Contemplare il presepe in famiglia.

Siamo ormai giunti anche quest’anno al Natale. Un bimbo che nasce per salvare ognuno di noi. Natale tempo di stupore dove, ammettiamolo, ci ritroviamo a tornare tutti un po’ bambini. Perchè è bello così. Nonostante le difficoltà di questi mesi, nonostante le tante incertezze per il futuro, ci troviamo a contemplare la bellezza nell’intimità di una famiglia. Un’intimità precaria e custodita nel freddo e nella scomodità di una grotta o di una stalla e dove una mangiatoia diventa giaciglio di un Re. Eppure una intimità piena di luce e di calore umano. E’ la MAGIA del presepe. Il presepe è qualcosa che non dovrebbe mai mancare nelle nostre case durante l’Avvento perchè permette di fare esperienza, attraverso i nostri sensi, della bellezza di quell’evento di salvezza.

E’ bello contemplarlo ma è quasi più bello costruirlo. Che magia quando si assembla il presepe. Gioia per i nostri bimbi, ma anche per noi grandi che siamo ancora capaci di stupirci (per fortuna!). E’ un rito che si ripete ogni anno. Si va in cantina, si portano su gli scatoloni, tra i salti e le urla dei bambini, e poi, piano piano, si liberano quelle statuine dalla polvere e dai fogli di giornale che le avvolgono. Che bello svelare il corpicino di Gesù Bambino, il volto di Maria, quello di Giuseppe e di tutti gli altri personaggi. Sembrano riprendere vita dopo un anno di letergo. Sembrano come persone care che tornano a casa dopo tanto tempo.

Con questo articolo vorrei soffermarmi su uno di questi personaggi. Uno di quelli minori, ma che non può assolutamente mancare. Si tratta del pastore Benino. Voglio raccontarvi di lui e lo faccio attraverso le parole di un sacerdote di Napoli che ho avuto la grazia di ascoltare. Si, perchè questo personaggio nasce nell’affascinante e centenaria tradizione del presepe napoletano. Benino è il pastore addormentato. Quello sdraiato a terra che sembra disinteressarsi di tutto quello che sta accadendo. Non come gli altri pastori che, avvisati dall’angelo, si incamminano verso la grotta per adorare il Re. Benino è perso nei suoi sogni. Eppure ricopre un ruolo fondamentale. Benino è una delle DUE porte attraverso cui si può entrare nel mondo del presepe. Una è la Parola di Dio e l’altra è proprio il sogno di Benino. Secondo la tradizione napoletana infatti se Benino si svegliasse tutto il preseppe scomparirebbe come accade anche ai nostri sogni quando ci si svegliamo dal sonno.

In tutto questo c’è un simbolismo molto profondo. Voglio riprendere solo due aspetti per non appesantire ed allungare troppo questa mia riflessione.

Dio parla attraverso i sogni. Benino dorme attorniato, sempre secondo la tradizione napoletana, da 12 pecore, che rappresentano le 12 tribù di Israele. Dorme e Dio parla ad Israele e ad ognuno di noi. Parla nel sogno di Benino e mostra la Sua volontà. La volontà di farsi come noi per essere accanto a noi, nella nostra storia fatta di carne e di umanità. Fatta di difficoltà, di problemi, di famiglia, di relazione, di gioia e di morte. Attraverso questo sogno diventato realtà Dio ha portato la Sua salvezza nel nostro mondo.

Benino dorme come dormiva Adamo. Il sonno nella Bibbia non simboleggia la sterilità e l’inoperatività. Un po’ come nel nostro proverbio chi dorme non piglia pesci. In realtà nella Bibbia il sonno è spesso un tempo molto fecondo. Dio per creare la donna ha addormentato l’uomo. Questo perchè nella tradizione ebraica assistere a come Dio opera, significa carpire i segreti di ciò che ha fatto. Significa farne cosa nostra. In realtà nella Genesi l’uomo viene addormentato proprio per sottolineare che la donna è diversa da lui, seppur simile. Diversa e misteriosa. Non potrà mai farne cosa sua. Sarà sempre un mistero davanti al quale mostrare rispetto e stupore. Quando l’uomo cerca di impossessarsi della donna e di farne cosa sua, tutto diventa più brutto e più povero. Non c’è più la ricchezza dell’amore. Questo vale anche per il presepe. Quando pensiamo di aver compreso la nascità di Gesù e la Sua incarnazione, riduciamo il tutto alle nostre convinzioni e alle nostre interpretazioni. Ne facciamo cosa nostra. Non è più Dio che parla al nostro cuore, ma ci facciamo un bel soliloquio. Tutto perde bellezza. Dio ci chiede, in questi giorni che precedono il Natale, di sostare davanti al presepe e di contemplare con meraviglia un avvenimento che ha cambiato la storia, che ha cambiato soprattutto la nostra storia personale. Ci chiede di fermarci e di leggere tutta la nostra vita e il nostro matrimonio alla luce di quel bambino che viene custodito da un papà e da una mamma, da una coppia di sposi che si vogliono bene. Pensate che quel bimbo non nasce soltanto a Natale, ma è nato il giorno delle nostre nozze. E’ nato nella nostra relazione sponsale e il nostro noi è diventato Sua dimora. Non fa nulla se non siamo una reggia dove tutto è bello e comodo. Non fa nulla se sentiamo il nostro matrimonio povero e puzzolente come in una stalla. Dio ci abita e ci chiede di custodirlo così, inerme come un bambino, con il nostro amore fatto di impegno e di dono reciproco. Con tutte le nostre povertà. Ci chiede di dare ciò che siamo. Il resto lo farà Lui.

Antonio e Luisa

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Billie Eilish: i corpi delle donne non sono così! Le falsità del porno

Oggi voglio tornare su alcune dichiarazioni che la cantante Billie Eilish ha rilasciato durante il programma radiofonico statunitense The Howard Stern Show. Ammetto di non conoscere questa stellina ventenne del panorama pop internazionale. Una cantautrice salita alla ribalta nel 2016, soltanto quindicenne, con il brano Ocean Eyes diventato presto virale nel web e tra i più scaricati da Spotify. Insomma sicuramente una ragazzina che è sconosciuta a molti genitori e nonni ma certamente non ai millennials.

Per questo credo che le parole di questa giovane donna possano essere molto importanti e, in un certo senso, deflagranti. Perchè non sono state dette da un bigotto come posso esserre io, o da un prete chiuso nella sua sacrestia, insomma dal solito vecchio che non capisce nulla dei ragazzi di oggi. Sono state dette da una di loro. Una di loro e per di più una molto popolare. Pensate che ha ben 98 milioni di followers su Instagram, ripeto 98 milioni su Instagram e 36 milioni su tiktok. Una vera influencer planetaria. Non possiamo ignorare che una sua riflessione influisca molto di più sui nostri ragazzi, molto più di quanto possa contare quella della scuola o di altre realtà educative.

Credo che sia doveroso sottolineare le parole di questa cantante che aprono finalmente uno squarcio di verità nell’ipocrisia che si cela dietro il business del porno. Il porno è purtroppo sempre più pervasivo nella nostra società e moltissimi adoloscenti iniziano fin dalle scuole medie a guardare video hot ed immagini pornografiche. Spesso si sottovaluta il problema. Alla fine che sarà mai? C’è di peggio. Poi arriva lei che in una frase smonta tutto. Ecco un estratto di ciò che ha detto:

Il modo in cui appaiono le vagine è da pazzi. Nessuna vagina è fatta così. I corpi delle donne non sono così, non usciamo in quel modo. La prima volta che ho fatto sesso non ho detto no a cose che non facevano per me, perché pensavo di esserne attratta

L’influencer, con queste affermazioni, ha messo in evidenza due concetti fondamentali: i corpi delle donne non sono così e ho accettato di fare cose che in realtà non volevo.

La pornografia è DANNOSISSIMA , anche per coloro che non ne diventano dipendenti, proprio per il tipo di “educazione” che attua nella crescita affettiva e sessuale dei nostri ragazzi che poi, quando si troveranno a vivere un incontro sessuale, cercheranno di farlo nello stesso modo visto attraverso i video. Una modalità del tutto costruita ad arte e che non ha nulla di vero. Maschi e femmine che credono di sapere tutto del sesso e che in realtà non sanno nulla, o meglio conoscono una “verità” mistificata e falsa. Io e Luisa lo abbiamo già scritto diverse volte, ma vale la pena ripeterlo. Vi propongo due esempi molto esemplificativi di ciò che voglio dire.

Dolore o piacere? Quante volte abbiamo sentito dire che la lunghezza del pene conta? In realtà non è vero. I video pornografici mostrano che più il pene è lungo e grosso e più la donna può provare piacere. Più la penetrazione sarà profonda e maggiore sarà il piacere per la donna. Uomini cresciuti con questa idea. Donne cresciute con questa idea. Con la conseguenza che il sesso difficilmente sarà per lei un’esperienza piacevole. Secondo una recente ricerca pubblicata da Cosmopolitan, solo poco più della metà delle donne ammette di raggiungere l’orgasmo durante la maggior parte dei rapporti e molte di queste dichiarano di fingere per terminare il rapporto e per non mortificare il partner. Quanta sofferenza ha generato questa falsità, quanta insoddisfazione nei rapporti sessuali. La verità è un’altra. Un uomo difficilmente non ha misure adeguate a dare piacere alla propria donna. La vagina femminile arriva nel momento di eccitazione a una profondità di 9-10 cm. Ciò significa che se un uomo entra maggiormente non permette alla donna di ricevere alcun piacere dal rapporto, anzi spesso le provoca dolore. Ricordate cari sposi che un rapporto intimo soddisfacente è fatto di penetrazione controllata e di movimenti dolci. Tutto il contrario di ciò che mostra la pornografia.

I preliminari sono per lei o per lui? La pornografia è prevalentemente maschilista. La donna non è un essere senziente. Nei video pornografici la donna non è una persona che ha pensieri o sentimenti. E’ una “macchina” che ha solo desiderio di fare sesso. Quindi l’uomo la usa per questo. Tra l’altro, è importante metterlo in evidenza, non c’è bisogno di una relazione. Guardando la pornografia questa dinamica è molto evidente. Quindi il sesso è un qualcosa che si può avere in qualsiasi momento e in qualsiasi modo, senza bisogno di relazione. E’ come far ginnastica. Questa è esattamente un modo prettamente maschile di pensare e vivere la sessualità, dove il desiderio è generato maggiormente rispetto alla donna da pulsioni ed ormoni. Invece la donna necessita non solo di una relazione, ma oltretutto di essere preparata al rapporto. I preliminari sono quindi principlamente per lei che, sentendosi desiderata e al centro delle attenzioni dell’uomo, si prepara ad accogliere dentro di sè l’uomo. Solo così il rapporto sarà una vera comunione dei cuori e non un modo che l’uomo usa per realizzare ogni sorta di pratica vista nei video pornografici, e dove la donna arriva a sentirsi usata e spesso umiliata. Che cosa può venir fuori di buono da un rapporto vissuto così?

Questi sono solo due spunti. Ci sarebbero moltissime altre menzogne della pornografia da mettere in evidenza. Per questo è importante che noi genitori ci mettiamo in gioco. Non dobbiamo permettere che i nostri figli vengano educati a questo modo falso di vivere il sesso. Magari anche noi stessi abbiamo bisogno di regolare certe nostre abitudini sessuali. L’unico modo per farlo è prenderci carico del problema e raccontare ai nostri figli cosa significa far l’amore, e raccontare loro come siamo fatti perchè ormai non lo sanno. Io stesso ho dovuto aspettare che certe cose me le dicesse un frate. Vi rendete conto?

Antonio e Luisa

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L’Avvento per contemplare la nostra famiglia

L’Avvento è un periodo straordinario. Sono giorni di preparazione al Natale. In realtà in giro, per strada, c’è un traffico ancora più congestionato del solito. Si corre anche più del solito. Soprattutto in questi anni di pandemia. Ci sono i soliti impegni, il solito lavoro, le stesse preoccupazioni. Ci sono i regali da fare (perchè non li aboliamo?). C’è però più stanchezza, perchè stiamo tirando il rush finale, con le ultime forze rimaste, prima delle agognate vacanze. Vacanze forse solo per i nostri figli, ma che significano già ritmi più tranquilli per noi.

Insomma ci sarebbe tutto per essere più nervosi e arrabbiati e invece ho la gioia nel cuore. Sarà forse per le luci, per gli addobbi e la musica.  No, non è questo. Ciò che mi dà gioia è quel bambino che nasce in una famiglia e che rende tutto più bello. Dà senso a tutto. Un fatto straordinario. Un Dio che si fa uomo e viene ad abitare in mezzo a noi. Un fatto straordinario che rende meraviglioso l’ordinario.

Spesso siamo stanchi, oppressi, stressati. Questa vita rischia di schiacciarti. Tanti pensieri, tante preoccupazioni, tante cose da fare. Ci si sente inadeguati e impreparati. La sfida che giornalmente la vita ci pone dinnanzi ci può scoraggiare. Questa pandemia ci doveva rendere migliori. Ci ha reso solo più astiosi, sospettosi e incapaci di prossimità verso chi fa scelte diverse. I media fanno di tutto per metterci gli uni contro gli altri.

Poi arriva Lui. Un bambino che nasce in una famiglia. Un Dio che decide di consegnarsi inerme e incapace di badare a sè stesso nelle mani di un uomo e di una donna. Il Natale è una medicina per la coppia. Il Natale è ricostituente e vitamina. Ci ridona le forze, la speranza e la convinzione che vale la pena ogni fatica e ogni sofferenza data per la nostra famiglia, data per amore. Sì perchè la casa abitata da una famiglia è il luogo più bello che si può trovare sulla terra. Il luogo più vero e più caldo. La famiglia è luogo del perdono, della libertà, dell’abbandono, della cura, della condivisione, della diversità che diventa ricchezza, del conflitto che diventa occasione di ritrovarsi, dell’amore che diventa carne. Un amore che diventa carne come quella di un bambino.

Per questo Dio decide di incarnarsi in una famiglia, perchè non c’è luogo più prezioso e degno di un re di quello. La nostra famiglia può essere in difficoltà, può avere limiti e ferite da curare, la nostra famiglia può apparirci  povera e piena di difetti. Sarà anche così, ma è la nostra famiglia. Un luogo tanto prezioso da essere stato scelto da un Dio per farsi uomo. Un luogo tanto prezioso che Cristo Gesù lo abita perennemente grazie al sacramento del matrimonio.

L’uomo e la donna che si amano sono l’immagine che più ricorda l’amore trinitario e probabilmente per questo tanto amato da Dio. L’Avvento è un’occasione che ogni anno abbiamo per fermarci a contemplare quel bambino. Non solo. E’ un’occasione per fermarci a contemplare l’imperfetta perfezione della nostra famiglia che è una meraviglia se solo riusciamo a fermarci un attimo per guardarla. Poi forse usciremo migliori anche dalla pandemia.

Antonio e Luisa

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Da sposo dico ai preti di non sposarsi.

Quando mi ritiro nella mia caverna (luogo riservato dove amano ritirarsi gli homo sapiens di sesso maschile per riposarsi dal continuo desiderio di dialogo e di supporto delle homo sapiens di sesso femminile) solitamente lo faccio per leggere. Leggere libri e articoli credo sia fondamentale per il mio impegno di social influencer (oggi si dice così un tempo si diceva testimone). Mi è stata suggerita la lettura di un articolo di un sacerdote gesuita. Il tema della riflessione verte sul celibato sacerdotale. Inutile negare che all’interno della Chiesa ci sia da tempo un dibattito, a tratti anche acceso, su questo tema. Ci sono conferenze episcopali, come quella tedesca, che spingono per modifiche, aperture se non addirittura rivoluzioni. Ecco un passaggio dell’articolo (vi lascio il link):

Personalmente, sarei felice se un giorno dovesse capitare di avere un confratello sposato, insieme con me impegnato nel ministero parrocchiale. Mi  farebbe bene. Ci farebbe bene. Penso ad alcune rigidità di noi preti… Quanto mi farebbe bene lavorare fianco a fianco con un prete con un figlio adolescente? Eh sì, perchè è facile fare gli esperti pedagogisti quando i figli sono quelli altrui, quando non si vive la fatica dell’attesa di un figlio che ritarda dalla discoteca o la preoccupazione per una compagnia di amici problematica…

Su questa riflessione tornerò più avanti. Cominciamo con il premettere che il celibato non è un dogma e quindi non è una “regola” immodificabile. Il celibato non era presente nella Chiesa delle origini e non lo è tuttora tra protestanti e ortodossi, e addirittura non lo è in alcune Chiese cattoliche di rito orientale.

Qual è la motivazione di questa scelta? La regola è stata sancita con il Concilio Lateranense IV del 1215, ma era già una consuetudine molto presente e vissuta tra i presbiteri del tempo. Certo non da tutti, nelle cronache medievali non è raro trovare preti che intrattenevano relazioni sentimentali e avevano addirittura figli, ma questo è un altro discorso. La motivazione che portò alla scelta del celibato sacerdotale risiedeva nell’Eucarestia. Scrive lo storico Agostino Paravicini Bagliani: Una delle ragioni per cui il celibato ecclesiastico si diffonde e si “impone” nella Chiesa latina è proprio grazie alla dottrina della “transustanziazione” dove viene ribadita l’identificazione del sacerdote con Cristo in modo molto più profonda rispetto al passato.

Con il tempo si sono aggiunte nuove motivazioni che hanno confermato la scelta iniziale del tredicesimo secolo. Fino ad arrivare al Concilio Vaticano II. E’ utile per questo citare il Decreto Conciliare di Paolo VI PRESBYTERORUM ORDINIS che al punto 16 afferma:

Il celibato, comunque, ha per molte ragioni un rapporto di convenienza con il sacerdozio. Infatti la missione sacerdotale è tutta dedicata al servizio della nuova umanità che Cristo, vincitore della morte suscita nel mondo con il suo Spirito, e che deriva la propria origine « non dal sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma da Dio» (Gv 1,13). Ora, con la verginità o il celibato osservato per il regno dei cieli (128), i presbiteri si consacrano a Dio con un nuovo ed eccelso titolo, aderiscono più facilmente a lui con un cuore non diviso (129) si dedicano più liberamente in lui e per lui al servizio di Dio e degli uomini, servono con maggiore efficacia il suo regno e la sua opera di rigenerazione soprannaturale, e in tal modo si dispongono meglio a ricevere una più ampia paternità in Cristo.

Insomma il celibato, da quando è stato istituito, non è mai stato messo in discussione, almeno dai pontefici, neanche dagli ultimi, compreso Papa Francesco, che lo hanno sempre ritenuto fondamentale per la vita della Chiesa.

Era importante fare una breve introduzione al tema. Ora però vorrei dare il mio punto di vista di semplice fedele sposato. Entriamo nel cuore della mia riflessione. Perchè è importante mantenere il celibato?

Certo per tutti i punti esposti in precedenza. Ce n’è un altro che forse è più comprensibile da chi è sposato come lo sono io. Permettere a un sacerdote di sposarsi equivale a svalutare il matrimonio. Se il matrimonio è qualcosa da mettere o togliere dalla consacrazione sacerdotale significa che non riveste una valenza ministeriale e profetica come invece è la consacrazione sacerdotale. E’ un’aggiunta. Nulla di più.

E’ importante separare i due sacramenti perchè hanno entrambi una stessa dignità e una missione specifica per il mondo. Lo spiega bene don Manuel Belli, teologo del seminario di Bergamo e docente di teologia sacramentale, che, durante una diretta sui mie canali, disse delle parole molto chiare e condivisibili al riguardo:

Matrimonio ed ordine sono inseriti tra i cosiddetti sacramenti della maturità cristiana. Invece per tanto tempo c’è sempre stata l’idea che fosse il prete a portare avanti la Chiesa. C’è il prete che cura le anime e poi i curati cioè i destinatari della cura che sono i fedeli laici. In una mentalità di questo tipo dove è la maturità riconosciuta a due sposi che hanno vissuto un sacramento della maturità cristiana? Fortunatamente le cose stanno un po’ cambiando. Non esiste più il prete e i suoi collaboratori ma prete e sposi sono collaboratori della grazia. Giovanni Paolo II ci ricorda in Familiaris Consortio che il matrimonio non è solo uno stato di vita e un dato di fatto, ma conferisce una missione. Per questo il matrimonio viene celebrato all’interno di una Messa. Non è una questione privata tra due persone ma c’è una comunità che riconosce che quelle due persone hanno ricevuto un mandato. Mandato di essere immagine dell’amore di Cristo nella Chiesa. Credo che su questo come Chiesa dobbiamo ancora fare un po’ di strada.

Quindi capite l’importanza di mantenere separate queste due consacrazioni? Unirle significherebbe perdere di vista la specificità di entrambe, soprattutto di quella matrimoniale che diventerebbe poco più di una scelta di vita personale e non una vera chiamata ad una missione.

Le due missioni si possono sintetizzare in uno slogan: il sacerdote porta Gesù al mondo mentre gli sposi portano il modo con cui Gesù ama. Noi sposi possiamo comprendere che le nostre nozze definitive saranno celebrate nell’eternità di Dio grazie proprio alla presenza e alla testimonianza dei consacrati e i consacrati potranno comprendere come Dio li ama guardando come noi sposi ci amiamo nella fedeltà e nella gratuità.

Quindi, tornando alla riflessione iniziale del gesuita, non serve che i preti possano comprendere direttamente le difficoltà e le dinamiche di una coppia di sposi, ma serve riconoscere i due sposi non come dei semplici laici, ma come dei consacrati e dare loro il giusto spazio nella Chiesa, nei movimenti e nelle parrocchie. La strada è ormai tracciata, lasciamoci guidare dallo Spirito Santo.

Antonio e Luisa

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I ferragnez? I veri influencer li avete accanto a voi.

L’altro giorno scorrendo i vari video su tiktok ne ho intravisto uno postato dai Ferragnez. Per chi non li conoscesse si tratta della coppia Fedez-Chiara Ferragni. Una vera e propria multinazionale della nuova industria degli Influencer. Sono seguiti, sui diversi social, da milioni di persone, e per ogni post che pubblicano possono guadagnare migliaia di euro.

Non è questo che ora mi interessa. Non mi interessa neanche parlare di Fedez e delle sue battaglie sociali e per i “nuovi diritti”. Vedi eutanasia e DDL Zan. Tutto alquanto discutibile ma non oggetto di questo articolo.

Accennavo ad un tiktok in particolare che mi ha colpito. In questo breve video (tiktok è costruito da video di pochi secondi) i Ferragnez hanno voluto rappresentare tutta la favola della loro storia e della loro famiglia. I social funzionano proprio perchè permettono di sognare. Una casa bella, lussuosa, arredata con stile e dove tutto è in ordine, e poi un albero di Natale meraviglioso. Un albero luccicante, alto e perfetto. E poi, loro: Federico, Chiara e i due figli Leone e Vittoria. Una scena da favola. Volti sorridenti e felici di persone che si vogliono bene e baciate dalla fortuna, dalla salute e dalla ricchezza.

Cosa c’è di male in tutto questo? Di male non c’è nulla. Credo oltretutto che l’intesa e l’armonia familiare che raccontano i due re Mida dei social sia la parte più sana della loro esposizione mediatica. Sembra che non ci sia solo apparenza ma che si vogliano davvero bene. Eppure c’è un rischio grande in tutto questo.

C’è il rischio che diventino degli esempi, delle persone invidiate da emulare. Chi vede quella scena comincia a fare confronti. La sua casa non proprio perfetta, l’albero di Natale magari un po’ striminzito e soprattutto la sua famiglia che non è così da favola. Il problema è che gli esempi non sono Chiara e Federico con tutta la loro quotidianità fatta, credo anche per loro, di momenti più o meno facili, di confronti e scontri, di nervosismo, di contrattempi. L’esempio da replicare sono i Ferragnez e il mondo fiabesco e luccicante che raccontano nei loro post pubblici.

Una vita ritoccata al computer, come vengono ritoccate le gambe e le forme delle modelle per renderle inarrivabili. La dinamica è la stessa. Passa solo il bello cancellando ogni difficoltà e dolore. Una vita che non esiste neanche per loro che pure possono permettersi una vita molto più agiata della nostra.

La realtà è diversa. L’amore non è quello raccontato dai due influencer. L’amore vero è quello che magari potete ammirare nei vostri nonni o nei vostri genitori. Persone normali, che nessuno conosce se non i familiari e gli amici, ma che possono testimoniare la vera bellezza dell’amore. Bellezza fatta di sacrificio, di scontri, di rinascite, di perdoni, di sofferenza, di lacrime, di malattia e di lutto. Un amore che ha sì la forma del cuore, ma che è ancora più luminoso quando prende quella della croce. Persone che hanno attraversato insieme ogni avvenimento bello e brutto nella loro relazione e ne sono usciti insieme.

Guardate quindi pure i post di Chiara e Federico ma con l’occhio di chi sa che raccontano una fiaba. Sono una fiction creata ad arte per attirare like, visualizzazioni e soldi. Auguro loro di avere una relazione piena ed autentica che possa magari condurli a Gesù e al sacramento del matrimonio. Non dimenticate però che quella è la finzione di un momento, di pochi minuti di filmato. Vi auguro invece di essere capaci di fermarvi e di contemplare quei veri influencer dell’amore che avete accanto a voi, in famiglia o forse come amici. Gente che mostra l’amore non di pochi secondi, ma di una vita insieme. Avere queste testimonianze di amore perseverante e fedele può dare tanta speranza e forza a tutto il mondo.

Antonio e Luisa

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Santa Lucia: martire per custodire la verità dell’amore

Oggi la Chiesa fa memoria di una santa molto amata, soprattutto dai bambini. Si tratta naturalmente di santa Lucia, giovane martire di Siracusa vissuta nell’impero romano del III secolo d.c.

Non voglio raccontare tutta la sua vicenda, ma voglio soffermarmi su un particolare della sua scelta: l’importanza del corpo.

Una delle novità più sconvolgenti di Cristo è l’incarnazione. Il corpo viene finalmente riconosciuto come  parte della persona. Non è poca cosa. La persona non possiede più solo un corpo, ma è anche il suo corpo. La cultura e la filosofia  greco-latina tendevano a separare nettamente la parte spirituale, invisibile  da quella corporale e tangibile. Cristo no! Cristo porta questa grande novità. Novità già peraltro presente nella tradizione ebraica. Per l’ebreo del tempo di Gesù la persona era l’insieme di anima e corpo. Ricordiamo Genesi dove Ish, l’uomo,  è stato modellato da Dio con della polvere e del fango e poi riempito dello spirito con il  soffio divino. Anima e corpo due dimensioni strettamente legate e parte di una stessa entità: l’essere umano. Gesù è amore e il corpo è la porta attraverso la quale lui ama. Gesù ama con lo sguardo, con le parole, con il pianto, con la gioia, con le carezze e con gli abbracci. Gesù è tradito con un bacio. Sempre attraverso il corpo. Il trono d’amore di Gesù è la croce. Croce dove offre se stesso attraverso il corpo, offrendo la sua carne e il suo sangue.

Lucia da Siracusa conosceva bene questa verità. Lucia da Siracusa voleva donarsi totalmente a Cristo. Lucia sapeva che avrebbe potuto farlo solo attraverso anche il suo corpo. Per questo Lucia si è opposta ad un matrimonio combinato. Per questo Lucia ha preferito l’arresto e poi il martirio piuttosto che dare il suo corpo ad una persona che non fosse Cristo. Chissà quanti l’hanno considerata folle, non comprendendo le motivazioni profonde della sua scelta. Perchè non sposarsi e dedicarsi comunque al suo Dio? – avranno pensato.

Qui entra in gioco la vocazione di ogni persona. La vocazione ci chiede di mettere tutto ciò che siamo per essere autentica.  Qualcuno, come Lucia, comprende come la sua risposta all’amore di Dio possa essere autentica e completa solo nel dono totale a Dio stesso. Solo così infatti potrà sentirsi libero di amare il suo sposo Gesù in ogni persona incontri. Noi sposi sentiamo invece un’altra esigenza. Sentiamo il desiderio di rispondere a quell’amore amando Dio in una creatura diversa e complementare a noi. Da questo amore esclusivo dovrebbe scaturire la forza per amare tutti i fratelli. Questo vale nel cuore e nello spirito, ma vale anche nel corpo. Questo Lucia lo avvertiva benissimo. Sapeva di poter amare completamente Gesù solo nella verginità consacrata.

Questo io lo avverto benissimo. So benissimo, nel profondo di me, che posso amare davvero la mia sposa, che posso crescere nella gioia e nell’unità dei cuori con lei, solo se anche il mio corpo è solo per lei. Solo se il dono totale del mio corpo nell’amplesso è solo con lei e per lei. Questa è l’unica strada. In un mondo che disprezza il corpo e lo svaluta fino a farne merce e mero strumento di piacere, santa Lucia ci ricorda che il nostro corpo è parte di noi, è prezioso, è tempio dello Spirito Santo. Lucia ci ricorda che il nostro corpo è così prezioso da cercare di preservarlo e custodirlo ad ogni costo, fino a dare la vita. Per poi poterne fare dono alla persona a cui abbiamo promesso amore PER SEMPRE. Questa è la castità cristiana. Questo è l’amore vero e possibile.

Antonio e Luisa

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Il Papa crede che i peccati sessuali non siano importanti?

Oggi vorrei tornare sulle parole di Papa Francesco rilasciate durante l’intervista ai giornalisti sul volo di ritorno dal suo viaggio in Grecia e Cipro. Parlando delle dimissioni dell’arcivescovo di Parigi ha affermato:

E voi non saprete perché, perché è stata una mancanza di lui, una mancanza contro il sesto comandamento, ma non totale ma di piccole carezze e massaggi che lui faceva: così sta l’accusa. Questo è peccato, ma non è dei peccati più gravi, perché i peccati della carne non sono i più gravi. I peccati più gravi sono quelli che hanno più “angelicità”: la superbia, l’odio… questi sono più gravi. Così, Aupetit è peccatore come lo sono io. 

Non sono qui per contraddire il Papa. Come cattolico voglio bene a Papa Francesco e sono anche d’accordo con quello che ha detto. Credo però serva contestualizzare il discorso. Potrebbero essere travisate. Senza dubbio i peccati dello spirito sono quelli più gravi. Non a caso Lucifero, l’angelo ribelle, è puro spirito e i suoi sono senza dubbio i peccati più gravi. Quindi il Papa dice un’ovvietà per un cristiano che conosce anche solo un po’ la fede che professa e la dottrina cattolica. C’è un però. Non vanno sottovalutati neanche gli altri. I peccati della carne sono tra i meno gravi perchè spesso sono frutto della nostra fragilità e debolezza. Non siamo capaci di controllare i nostri istinti e le nostre pulsioni e ci facciamo dominare da essi. Lo diceva già san Gregorio Magno, poi ripreso e confermato da San Tommaso:

Pur costituendo un crimine minore rispetto ai peccati in cui prevale la perversione dell’intelligenza, tuttavia i peccati della carne rivestono un aspetto di particolare ignominia; e la ragione è semplice: essi avviliscono l’uomo al livello della bestia. L’uomo cioè, non avendo compreso a quale onore Dio l’abbia innalzato, si è abbrutito, simile nel modo di vivere agli animali inferiori (cf. Sal 48, 21).

Ed è partendo da questa riflessione che possiamo comprendere appieno le parole del Santo Padre. Certo un riferimento un po’ lontano nel tempo, che usa parole dure, scritte con un linguaggio che oggi sembra fuori luogo ed esageratamente rigido. Parole però che anche oggi sono vere ed attuali. Cercherò di riscriverle in uno stile più consono e comprensibile al nostro tempo.

Il discorso si deve, secondo me, ampliare. Bisogna dare un orizzonte diverso che va oltre la semplice morale e dottrina astratta. E’ inutile parlare di peccato più o meno grave. Non ha senso, soprattutto oggi. Non è capito. Le persone tutte, e in particolare i giovani, sono stanche di maestri che dicono ciò che è giusto e ciò che non lo è. Sono stanche di divieti. Non puoi avere rapporti prima del matrimonio, non puoi masturbarti, i rapporti orali non vanno bene, niente anticoncezionali e così via. Senza motivare questi divieti se non con il peccato. Non si può minacciare di incorrere in un peccato più o meno grave e minacciare di inferno. Forse un tempo, ma ora no. Attenzione non dico che tutte quelle belle abitudini che ho elencato siano cosa buona e giusta. Tutt’altro! La Chiesa non può più permettersi di usare le parole devi o non devi. Non funziona. Allontana solo un popolo sordo a questi ammonimenti dalla Chiesa. I sacerdoti lo sanno e spesso decidono di evitare questo genere di argomenti per non avere problemi. Anche questo è un atteggiamento sbagliato! La Chiesa non deve rinunciare ad insegnare ai fedeli come diventare pienamente uomo e pienamente donna, e la sessualità è un argomento imprescindibile per questa finalità. Come fare allora? Serve una rivoluzione copernicana. Dobbiamo passare dal devi e non devi al vuoi essere felice oppure vuoi accontentarti della miseria relazionale che hai ora? La carta vincente non è vietare determinati gesti o determinate modalità di vivere la sessualità, ma raccontare, testimoniare e rendere conto con la nostra vita che la proposta della Chiesa è la più bella, è l’unica che permette una gioia che è piena. Per questo non servono tanto i maestri quanto i testimoni. Servono sposi felici e realizzati che sappiano toccare il cuore dei ragazzi, che provochino in loro quella nostalgia di un amore autentico e pieno che è radicata nel cuore dei giovani. Allora sì, che si potrà spiegare perchè i rapporti prima del matrimonio sono una menzogna, perchè la masturbazione è una illusione di impossessarsi di un piacere che è destinato a far parte di una comunione e non di una solitudine. Non a caso questo gesto, passato il piacere di pochi secondi, lascia sempre sensazioni negative e non positive. Allora sì che si può raccontare come l’incontro intimo, per essere un vero incontro d’amore, non può prescindere dall’essere unitivo e aperto alla vita (attenzione non significa che vada ricercato un figlio ad ogni rapporto). Per questo il sesso orale non può essere amore ma uso dell’altra persona. Per questo si può raccontare come gli anticoncezionali pongano una barriera invisibile, ma altamente divisiva tra gli sposi e non permettano un dono totale e un’accoglienza totale dell’altro/a. Solo chi ha provato nella propria vita tutto questo può testimoniarlo e raccontarlo in modo credibile.

Alla fine quello che il Papa ha voluto trasmettere è chiaro: i peccati della carne sono dovuti spesso alla nostra debolezza e ignoranza. Ad una incapacità di rivolgere lo sguardo a Gesù che ci imprigiona in una semplice ricerca di piacere fine a se stessa e che ci allontana dall’amore vero, quello che da senso e pace. Non c’è una deliberata scelta di fare a meno di Gesù come per quelli “angelici” di superbia e di odio (come li chiama lui). Ciò non toglie che anche i peccati della carne ci possano allontanare da Cristo e solo una riscoperta della bellezza che Dio ha pensato per noi, creandoci maschio e femmina, diversi e sessuati, può aiutarci a tornare ad una sessualità autentica ricca e piena, e ad una comunione con il Creatore.

Antonio e Luisa

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Maria Immacolata e sposa di Giuseppe.

Oggi festeggiamo l’Immacolata Concezione di Maria. Non è solo una celebrazione di una solennità liturgica, non è solo ricordare un dogma della nostra fede, è molto di più! E’ una vera e propria festa per noi! Perchè è una festa? Perchè dovrebbe riguardarci così personalmente e da vicino? Cosa cambia nella nostra vita?

Questa ricorrenza è posta in pieno tempo di Avvento. Abbiamo da poco vissuto la seconda domenica di Avvento. Un tempo di purificazione e di meditazione. Un tempo dove è importante non solo preparare i regali e il pranzo di Natale, ma dove è importantissimo per noi credenti togliere un po’ di polvere dal nostro cuore malandato e corroso da una vita sempre di corsa, in mezzo a tante luci del mondo che distolgono dall’unica luce che conta, che è quella della cometa che conduce a Gesù Bambino. Ne abbiamo bisogno. Ne abbiamo bisogno per riscoprirci amati e belli. Ne abbiamo bisogno per ricordarci che Dio ha deciso di prendere carne e corpo, per essere come noi e per offrire poi nella Passione e nella morte la Sua vita per noi, solo per me, solo per te.

Maria è lì, ad accompagnarci in questa riscoperta, come una mamma che porta per mano il suo bambino. Spiritualmente dobbiamo cercare di tornare come bambini che hanno bisogno di una guida sicura che li conduca per non prendere strade sbagliate che portano alla morte del cuore. Maria preparata da Dio e per questo preservata dal peccato. Preservata fin dal concepimento e mai toccata dal peccato in tutta la sua vita. Gesù, sulla la croce, ha voluto donarla, attraverso Giovanni, ad ognuno di noi.

Allora fermiamoci lì, sotto il manto di Maria, per trovare protezione e calore. Maria senza peccato non giudica noi peccatori, ma ci vuole bene come solo una mamma sa fare. Soffre per il nostro male perchè ci allontana da Gesù e non ci permette di essere felici. Intercede per noi presso suo Figlio e ci sostiene sempre. Conosce bene come il matrimonio sia qualcosa di grande e meraviglioso e soffre quando ci roviniamo con le nostre mani distruggendo questo dono immenso di una relazione che ci può permettere di amare come Dio. Allora per noi sposi c’è un passaggio ulteriore da compiere.

In questo Avvento cerchiamo di lasciarci abbracciare da Maria e avvolgere dal suo manto. Avvolgere anche spiritualmente cercando di rivestirci della sua purezza e della sua santità. Maria è guida per tutte le spose e per tutte le madri come Giuseppe lo è per noi sposi e papà. Maria e Giuseppe, una coppia straordinaria certamente, ma una coppia che è caratterizzata, come ogni altra coppia di sposi, da una relazione sponsale da vivere giorno per giorno, in un continuo e amorevole dono reciproco di sè all’altro. Esattamente come cerco di fare io con Luisa e come voi che leggete sicuramente vi impegnate a concretizzare nella vostra storia.

Spesso noi siamo educati a considerare Maria e Giuseppe come dei santi da porre su un piedistallo. Santi quasi disincarnati. Persone che amiamo e a cui ci affidiamo ma che in realtà sono molto distanti da noi. Non è così! E’ importante riscoprire Maria come sposa di Giuseppe, perché può aiutare le spose a non rifuggire dal compito, a volte impegnativo, di aiutare il marito e di farsi aiutare da lui, al di là della difficoltà dei linguaggi diversi e della diversa psicologia del modo di essere femminile e maschile. Scoprire che Maria è quello che è, non solo per tutti i doni ricevuti da Dio, che sono stati lungo duemila anni di storia della Chiesa messi in evidenza, come l’Immacolata Concezione, la pienezza di grazia, la Maternità divina, l’assenza di peccato personale, l’Assunzione al cielo, ecc., ma anche per il dono di Giuseppe suo sposo, scelto da Dio e messo accanto a lei, per proteggerla e custodirla, ma anche per confortarla, integrarla e arricchirla umanamente. Vi rendete conto? Maria, la tutta santa e la piena di Grazia, pò essere resa ancora più bella e ricca attraverso la relazione con Giuseppe. Care spose e cari sposi, vi auguriamo davvero che questa festa vi aiuti a ricordare la bellezza e la ricchezza che avete ricevuto da Dio proprio attraverso quella persona che vi ha posto accanto, come Maria ha saputo fare con Giuseppe. Buona festa dell’Immacolata.

Antonio e Luisa

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Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date!

Vorrei tornare al Vangelo di sabato scorso perchè è decisivo. E’ un po’ il motto della mia vita! Della nostra vita, mia e di Luisa. Perchè senza quella consapevolezza non credo avremmo combinato nulla di buono. Non parlo dei libri, del blog, delle testimonianze. No, quelle sono tutte cose che vengono dopo, sono un di più. Non avremmo combinato nulla di buono tra noi. Eravamo entrambi troppo feriti, troppo inquinati dal peccato per pensare di essere capaci di diventare sostegno e amore gratuito l’uno per l’altra.

Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». (Matteo 10, 8)

Questo semplice versetto del Vangelo di Matteo dice tutto. Dice la nostra missione e ci dice anche come poter essere capaci di farla. C’è un modo di dire nella Chiesa, una frase attribuita a Paul Valery:  Dio non sceglie i più capaci ma rende capaci quelli che sceglie. Come fa però a rendermi capace? Lo fa con il Suo Amore. E’ questo che mi cambia la vita, è questo che mi rende capace di portare a termine la mia missione di sposo o di sposa. Cioè di essere per l’altro e poi per il mondo intero quel volto di Dio capace di amare senza condizioni, capace di amare l’altro per quello che è e non per quello che fa o che dice.

Il segreto è tutto lì. Alzare lo sguardo e incontrare gli occhi di Gesù che mi amano senza riserve e in modo così immeritato. A me è successo. Proprio nel momento in cui mi facevo più schifo. Quando non avevo un motivo per stare al mondo e passavo le giornate, fatte di lavoro e di divertimenti, tutte uguali. Quando vivevo per quella serata da passare con gli amici o per quella vacanza dove fantasticavo di portarmi a letto una donna diversa ogni sera (cosa che fortunatamente non accadeva mai). Lì quando non trovavo nulla di buono in me ho incontrato Gesù e il Suo sguardo e tutto è cambiato. Certo gradualmente, ma ho iniziato un percorso presto arricchito dalla presenza di Luisa, poi dal fidanzamento, dal matrimonio e anche dai figli.

Senza quella consapevolezza di un Dio che mi ama, di un amore così grande che mi precede, non sarei stato capace di amare Luisa con tutto me stesso, come cerco di fare ogni giorno. Quando è facile e quando non lo è. Quando è l’amante migliore del mondo e quando invece è scostante e irritante. Quando la vita è facile e quando gli imprevisti e le sofferenze ci fanno male. Sempre! Sempre perchè quello sguardo di Dio ce l’ho dentro e mi riempie il cuore. Nonostante tutti i miei errori, le mie cadute, la mia poca fede, la mia fragilità.

Quando riesci a non perdere di vista quello sguardo puoi davvero essere capace di, come è scritto nel Vangelo, Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni. Puoi farlo nell’altro, nel tuo amato, nella tua amata. Perchè il nostro impegno è prima di tutto verso il nostro prossimo più prossimo, la persona che abbiamo sposato.

Don Giussani lo diceva: il compito degli sposi è aiutare l’altro a farsi santo. Proprio così. Grazie all’amore che ci precede possiamo essere capaci di essere lo strumento di Dio per guarire il nostro sposo o la nostra sposa dalle sue malattie spirituali, dalla morte che ha nel cuore, dalla lebbra del peccato e dai demoni che ci allontanano da Dio. Luisa per me lo è stato ed io credo e spero di esserlo stato per lei. Per questo nessun altra donna per me può essere bella come lei. Perchè nessuna ha una bellezza che nasce da un amore concreto che ci siamo donati reciprocamente in tutti questi anni insieme.

Antonio e Luisa

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Le tappe della consacrazione nuziale

Ho da poco iniziato la lettura del libro “La consacrazione nuziale” (padre Luca Frontali – Porziuncola). E’ un libro non semplicissimo, ma che vale davvero la pena leggere. L’autore, che scrive anche su questo blog, offre una riflessione molto ampia e documentata sulla consacrazione degli sposi che avviene attraverso le nozze. In questo articolo vorrei soffermarmi su un capitolo di questo testo davvero interessante. Padre Luca ci offre una panoramica su quelle che, secondo la teologia cattolica, sono le tappe della nostra consacrazione di sposi. Cercherò di offrirvi una sintesi, spero abbastanza chiara, con l’aggiunta di alcune mie riflessioni.

La chiamata di Dio. Tutto nasce con una chiamata. La vocazione cosa è se non la risposta ad una chiamata? In questo caso c’è una peculiarità. La chiamata non è singola ma è doppia. Un uomo e una donna sono chiamati insieme per divenire una sola carne. Tutto nasce da una chiamata che attraverso il sacramento e il dono oggettivo dello Spirito Santo, diventa percorso di salvezza e di santità per entrambi gli sposi. Lo Spirito Santo, possiamo leggere nel testo, già opera nel cuore dei due prima del matrimonio. Nel fidanzamento, tempo di conoscenza e di decisioni, lavora nel cuore dei due innamorati, in modo da far luce e instillare il desiderio di una scelta definitiva. E’ lo Spirito Santo che ci conduce al matrimonio. Ciò è naturalmente più agevole quando i due futuri sposi cercano di amarsi nella verità e nella castità.

La separazione. La consacrazione matrimoniale presuppone una separazione. Questo passaggio è molto facile da intuire, ma non sempre facile da operare. C’è bisogno di lasciare la famiglia di origine, il nostro vecchio io per divenire uno nuovo capace di formare un noi. Ciò sarà possibile solo, come leggiamo dalla Genesi, se saremo capaci di lasciare nostro padre e nostra madre, cioè il nostro essere figlio per diventare marito o moglie. Nel matrimonio ci portiamo la nostra storia. Se siamo fatti così, se pensiamo in un determinato modo, ciò è frutto del contesto e della famiglia nei quali siamo cresciuti. Non rinnegare il passato quindi, ma neanche dobbiamo farne un assoluto. L’incontro con l’altro significa mettere in gioco il nostro modo di pensare con il suo per farne una nuova stirpe, come dice Dio ad Abramo. Per farne uno nuovo che non è il mio e non è il suo ma è il nostro, una nuova via frutto di una nuova unione. Un modo di pensare arricchito della storia di entrambi.

Il conferimento del dono. Padre Luca ci chiede di uscire da una visione contrattualistica del matrimonio. Non stiamo stipulando un contratto ma stiamo celebrando un sacramento. Ogni sacramento implica un dono oggettivo che è l’effusione dello Spirito Santo su chi lo riceve. In questo caso i due sposi ricoprono il doppio ruolo di celebranti/offerenti e di offerta. Donano sè stessi. Tutto di sè. Dio, attraverso lo Spirito d’Amore trasforma e trasfigura l’amore dei due sposi e li rende capaci di mostrare il Suo Amore. Si può dire che il matrimonio non appartiene più ai due celebranti ma diventa sacro cioè diventa di Dio. Chi vede il modo di amarsi dei due sposi dovrebbe scorgere Dio. Non è sempre così, ma potrebbe essere per tutti così. Dipende da noi da quanto lasciamo spazio a Dio nella nostra vita e nel nostro cuore.

La missione. Ogni chiamata di Gesù diventa consacrazione e ogni consacrazione ha come conseguenza una missione. Dio ci ha chiamato, ci ha rivestito dei suoi doni, per inviarci nel mondo con una missione ben precisa: mostrare il Suo Amore. Come è il Suo Amore? E’ una comunione feconda. Come nella Trinità. Più saremo capaci di vivere in comunione tra noi, nel dono reciproco, e più saremo fecondi. Fecondi in senso ampio. Più saremo capaci di generare sempre vita-amore, generare cioè nuovo amore, anche quando non è possibile, per tanti motivi, generare vita biologica. Più saremo fecondi e più saremo dentro la nostra missione. Più saremo nella nostra missione e più saremo nella pace e nella pienezza.

Comprendete quanto la nostra consacrazione matrimoniale diventi la realtà più importante della nostra vita? Tutto il resto viene dopo. Dio ci chiede di vivere un matrimonio santo perchè è lì che ci giochamo tutto. Il resto verrà di conseguenza. Bon cammino.

Antonio e Luisa

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Avvento. Una preghiera concreta

Oggi vorrei tornare sulla Parola della liturgia di ieri, prima domenica di Avvento. Lo voglio fare prendendo spunto dalla riflessione del Santo Padre Francesco nell’Angelus domenicale. Una riflessione molto interessante e che ci provoca tantissimo:

“Vegliate”, la vigilanza. Fermiamoci su questo aspetto importante della vita cristiana. Dalle parole di Cristo vediamo che la vigilanza è legata all’attenzione: state attenti, vigilate, non distraetevi, cioè restate svegli! Vigilare significa questo: non permettere che il cuore si impigrisca e che la vita spirituale si ammorbidisca nella mediocrità. Fare attenzione perché si può essere “cristiani addormentati” – e noi sappiamo: ce ne sono tanti di cristiani addormentati, cristiani anestetizzati dalle mondanità spirituali – cristiani senza slancio spirituale, senza ardore nel pregare – pregano come dei pappagalli – senza entusiasmo per la missione, senza passione per il Vangelo. Cristiani che guardano sempre dentro, incapaci di guardare all’orizzonte. E questo porta a “sonnecchiare”: tirare avanti le cose per inerzia, a cadere nell’apatia, indifferenti a tutto tranne che a quello che ci fa comodo. E questa è una vita triste, andare avanti così… non c’è felicità lì.

Queste parole del Papa non sono solo delle belle parole, vanno concretizzate nella nostra carne, nella nostra vita, nella nostra storia personale e matrimoniale. L’Avvento non ci chiede solo maggior tempo da dedicare alla preghiera. La preghiera può essere anche qualcosa di sterile se poi non diventa vita. L’Avvento ci chiede di trasformare tutto ciò che facciamo in preghiera. Il Papa ci chiede passione per il Vangelo. Ci chiede di metterci il cuore. Il cuore che custodisce ciò che siamo. Il Papa ci chiede radicalità. Quindi questo Avvento può essere l’occasione che ci serviva per riscoprire la radicalità della nostra scelta matrimoniale.

Concretamente come dare nuovo slancio alla nostra relazione sponsale? Vi suggerisco due piccoli esercizi quotidiani, da aggiungere alla preghiera personale e di coppia, che possono aiutarvi a trasformare la vostra vita in preghiera e a prepararvi al meglio in vista del Natale.

  • Ringraziare. Ogni mattina ringraziate l’altro perchè per un altro giorno è ancora lì con voi, ha scelto per un altro giorno di condividere la sua vita con voi e di donarvi ancora il suo amore, il suo tempo, il suo corpo. Non è scontato. Non è dovuto. Lo fa solo per amore. Ogni sera cercate di ricordare almeno tre motivi per cui ringraziare l’altro. Ce ne sono molti di più, ma per chi non è abituato sarà un buon esercizio trovarne anche solo tre. Ringraziare è uno dei segreti di un matrimonio felice.
  • Fare di più. Spesso viviamo il nostro impegno familiare come un peso, come un dovere da assolvere. Non come un privilegio. Non come un modo per donarci e per vivere la nostra vocazione fino in fondo, dando tutto. Questo atteggiamento non fa bene. Questo atteggiamento alla lunga può schiacciare e può davvero rendere la vita matrimoniale difficile. Lo dico per esperienza personale. Per questo l’esercizio che vi propongo può aiutarvi tanto. Ogni giorno, oltre tutto quello che già fate, trovate qualche gesto di servizio che donate solo per sollevare la persona amata. Ad esempio se l’altro si occupa di solito di lavare i piatti lo fate voi. Lo fate solo per amore. Solo per godere del piccolo sollievo che avete regalato all’altro. Questo può aiutarvi a comprendere la bellezza di farvi dono l’uno per l’altra.

Spero che questi piccoli consigli possano esservi di aiuto e vi auguro un santo e proficuo tempo di Avvento.

Antonio e Luisa

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L’arte del matrimonio

Due sposi che celebrano un matrimonio, che celebrano il sacramento del matrimonio, sono convinti che tutto andrà bene. Non si sposerebbero se non fosse così. Quasi tutti i matrimoni ormai sono liberi. E’ una scelta non più obbligata, non più dettata da motivazioni culturali o conseguente al rispetto di una tradizione. Non più. Chi si sposa lo fa perchè vuole farlo. Magari non è pienamente consapevole di cosa significhi, ma vuole farlo. Se poi i due sposi celebrano un sacramento con fede e nella convinzione che Gesù stia davvero partecipando in prima persona, credono di poter davvero sperimentare una relazione meravigliosa e unica attraverso quella scelta definitiva e radicale che stanno compiendo davanti al sacerdote e all’assembrea.

Ed è davvero così, ad una condizione però. Che i due sposi non credano di poter accollare tutto il lavoro a Gesù. Lo Spirito Santo eleva l’amore naturale dei due sposi. Lo Spirito Santo perfeziona e potenzia l’amore dei due sposi. Un amore che però ci deve essere e che deve essere custodito ed aumentato nel lavoro quotidiano. La matematica ci insegna che zero moltiplicato per qualsiasi numero dà sempre zero. Quindi se i due sposi non curano quella relazione giorno per giorno lo Spirito Santo non potrà evitare sofferenze e allontanamenti che possono portare fino a separazioni e divorzi. Tanti matrimoni, anche celebrati sacramentalmente, partiti con tante buone intenzioni e tante speranze nel cuore, poi falliscono miseramente.

Non è questione di fortuna, non è questione di chimica o tantomeno di destino. No, nulla di tutto questo. Noi sposi siamo artefici in prima persona della qualità della nostra relazione. Gesù opera, ma solo insieme a noi. Lui mette tutto il Suo amore che diventa nostro, ma noi dobbiamo mettere il nostro povero, limitato e incoerente amore. Dobbiamo mettere tutto quello che abbiamo e solo dopo Lui può fare il miracolo. Come alle nozze di Cana, dove i servi riempirono le giare di acqua, per permettere a Lui dii trasformare quell’acqua in vino. Il matrimonio è costruito sullo Spirito Santo ma anche sulla nostra fede, sul nostro impegno, sulla nostra volontà, sulla nostra perseveranza. Sulla cura giornaliera e tenera dell’uno verso l’altro Lo spiega benissimo Wilferd A. Peterson nel suo bellissimo componimento.

L’ARTE DEL MATRIMONIO di Wilferd A. Peterson
La felicità nel matrimonio non è qualcosa che semplicemente accade.
Un buon matrimonio deve essere creato.
Nel matrimonio le piccole cose sono le grandi cose.
É non essere mai troppo vecchi per tenersi per mano.
É ricordarsi di dire “Ti amo” almeno una volta al giorno.
É non andare mai a dormire arrabbiati.
É non dare mai l’altro per scontato;
il corteggiamento non dovrebbe finire con la luna di miele,
dovrebbe continuare nel corso degli anni.
É avere un senso reciproco di valori e obiettivi comuni.
È stare insieme di fronte al mondo.
É formare un cerchio d’amore che riunisce tutta la famiglia.
É fare le cose l’uno per l’altro, non nell’atteggiamento del dovere o del sacrificio, ma nello spirito di gioia.
É dire parole di apprezzamento
e dimostrare gratitudine in modi gentili.
Non è cercare la perfezione l’uno nell’altro.
É coltivare la flessibilità, la pazienza, la comprensione e il senso dell’umorismo.
É avere la capacità di perdonare e dimenticare.
É dare l’un l’altro un’atmosfera in cui ognuno può crescere.
É trovare spazio per le cose dello spirito.
È una ricerca comune per il bene e il bello.
É stabilire una relazione in cui l’indipendenza è uguale,
la dipendenza è reciproca e l’obbligo è vicendevole.
Non è solo sposare il partner giusto; è essere il partner giusto
É scoprire cosa il matrimonio può essere, al suo meglio.

Capito cari sposi? Se le cose non funzionano bene tra di voi non smettete di pregare e di affidarvi a Gesù, ma non smettete neanche di rimboccarvi le maniche e fare di tutto per sanare le vostre ferite e per ridurre la distanza tra voi. Ricominciate a volervi bene nei piccoli gesti dii ogni giorno. Solo così Gesù potrà guarire voi e il vostro matrimonio.

Antonio e Luisa

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Gesù spogliato di tutto ma non dell’amore

Con oggi inizieremo una nuova serie di articoli dove cercheremo di approfondire la nostra regalità di figli di Dio che acquistiamo con il Battesimo e che nel matrimonio assume caratteristiche e finalità specifiche. La Chiesa ci insegna che con il sacramento del Battesimo assumiamo tre caratteristiche di Gesù. Diventiamo sacerdoti, profeti e re con Lui. Luisa ed io abbiamo già analizzato le prime due caratteristiche in altrettanti testi entrambi editi da Tau Editrice: Sposi sacerdoti dell’amore e Sposi profeti dell’amore. Gli articoli che da oggi inizieremo a pubblicare saranno la base per il libro conclusivo della trilogia iniziata nel 2019.

Essere sacerdoti nel matrimonio, abbiamo visto, significa in sintesi che possiamo farci dono l’uno all’altro come Gesù si è donato alla sua Chiesa sulla croce. Dono fino a dare la vita. Non solo; anche dono totale della nostra persona attraverso il corpo nell’amplesso fisico. Essere profeti significa mostrare l’amore di Dio al mondo. Amare come ama Dio. Ed essere Re? Cosa significa? Cercheremo di svelarlo articolo dopo articolo. Chi è il re? Nel nostro comune intendere il re è detto molto semplicemente colui che governa e che detiene il potere di un regno, colui al quale è riconosciuto onore e sottomissione. Prestate ora attenzione! La parola re è la radice di tante altre parole derivate da essa, come reggere, reggente, regista, gerente. Sono tutte parole che indicano qualcuno che ha la responsabilità e la gestione di qualcosa. Al tempo in cui la Bibbia fu scritta c’erano già i re. I re babilonesi e i faraoni erano conosciuti dagli stessi ebrei. Il re di quei regni era il tramite tra gli uomini e Dio. Spesso era considerato lui stesso come dio. Non esisteva, nei grandi regni antichi sorti nella zona limtrofa ad Israele, un solo dio, ma il re era dio insieme agli altri dei adorati. Gli ebrei erano un’eccezione.

Dall’uscita dall’Egitto e per i successivi 400 anni, gli Ebrei non ebbero mai nessun re. Perchè, nel loro credo, solo Dio poteva essere re. Anche quando gli Ebrei decisero di avvalersi finalmente di un re, fu sempre evidente e chiaro a tutto il popolo che quello era semplicemente un uomo, non era certamente come Dio nè paragonabile a Dio. Tutto questo è chiaramente dimostrato dal fatto che spesso in Israele i profeti sono presentati nelle scritture come i messaggeri di Dio, delle persone che spesso mettono in guardia il sovrano, a volte addirittura lo minacciano di castighi. Un atteggiamento inconcepibile in altre culture.

Veniamo ora al Vangelo, veniamo a Gesù. Gesù è il Re. Il re che regnerà per sempre. C’è un particolare non trascurabile che si comprende dal Vangelo: Gesù rifiuta di essere re alla maniera degli uomini. Basti pensare a quando Gesù esterna la sua regalità. Lo fa tre volte nel giro di pochissmi giorni. La prima con un gesto eclatante all’inizio della Sua Passione. Il primo episodio raccontato dai Vangeli in cui Gesù apertamente e pubblicamente mostra di accogliere la Sua regalità è l’ingresso a Gerusalemme il giorno delle palme. Viene acclamato come Re. Un re mite. Non si presenta su uno stallone, bardato a guerra, ma cavalca un asino. E’ un re umile. E’ il re dei piccoli. Dichiara una seconda volta di essere Re davanti a Pilato: Pilato lo interrogò: «Sei tu il re dei Giudei?». Ed egli rispose: «Tu lo dici».  La terza dichiarazione, quella più solenne della sua regalità, avviene sulla croce. Viene scritta nelle tre lingue conosciute. Era rivolta quindi a tutto il mondo. C’era il latino, la lingua dei potenti e di chi governava, c’era il greco, la lingua dei dotti e dei sapienti e c’era l’ebraico, la lingua del popolo.

Lì sulla croce Gesù è assiso sul Suo trono. Un trono difficilmente comprensibile per il nostro modo di pensare, ma che invece viene sorprendentemente riconosciuto come re da due diverse persone. Viene riconosciuto dal ladrone e viene riconosciuto dal centurione. Da cosa viene riconosciuto? Dal Suo atteggiamento. Gesù si comporta da re. Perdona coloro che lo mettono in croce. E’ più forte del loro odio. Non solo perdona, ma chiede perdono al Padre per coloro che lo stanno uccidendo, e lo fa con la forza di chi ha l’autorità per farlo. Di più: paga per loro. Gesù è stato spogliato di tutto. Le sue vesti sono state giocate ai dadi dai soldati romani. Sembra non possedere più nulla. In realtà ha mantenuto tutto ciò che davvero conta. Gesù non si lascia spogliare della sua dignità e non si lascia spogliare del Suo abbandono al Padre. Gesù non si lascia vincere dalla rabbia, dalla disperazione e dallo scoraggiamento, come invece capita spesso a noi. Per questo sulla croce Gesù ha la regalità del re. Non cede a quelle che sono le debolezze e le fragilità umane. Gesù continua ad amare anche sulla croce tanto da pensare ancora agli altri prima che a sè stesso.

Si comincia a delineare l’atteggiamento che noi sposi dovremmo possedere per mostrare la nostra regalità.

Antonio e Luisa

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L’indissolubilità l’abbiamo scritta dentro

Una delle caratteristiche del matrimonio cristiano che più mi affascina ed è, ai miei occhi, la più grande è l’indissolubilità, cioè il-per-sempre. Non che la fedeltà, l’unicità, la fecondità e la socialità siano meno importanti, ma l’indissolubilità è qualcosa che davvero mostra l’amore di Dio.

L’indissolubilità spaventa, sembra una richiesta troppo difficile, sembra una catena che può imprigionare. E’ davvero così? Ci sono solo ombre? Oppure la luce che si sprigiona dalla decisione di amare per sempre è così brillante da dissipare anche le ombre? In altre parole, varrebbe la pena di rinunciare al per-sempre solo perchè potrebbe essere faticoso da confermare giorno dopo giorno? Sono domande importanti. Domande da porsi.

La Chiesa non vuole imprigionarci in dogmi o richieste assurde. La Chiesa ha a cuore il nostro cuore. La Chiesa desidera mostrarci la verità di Cristo. La Chiesa ci offre la possibilità di amarci in pienezza. In pienezza, non tirando al ribasso. Non dobbiamo accontentarci di un amore che non chiede tutto, perchè alla fine dei conti chi ama con il braccino corto, tirandosi indietro, non ama davvero.

Una delle basi dell’amore è la gratuità. Tutti i pedagogisti sono concordi nel dire che i nostri figli hanno bisogno di sentirsi amati sempre. Perchè sono loro e non perchè si comportano bene, sono bravi a scuola e non fanno guai. Siete d’accordo? Ecco lo stesso vale nel matrimonio. L’indissolubilità l’abbiamo scritta dentro. Desideriamo con tutto il cuore una persona che ci voglia bene perchè siamo noi. Non perchè facciamo qualcosa o ci comportiamo in un determinato modo. Sentire di doversi meritare l’amore dell’altro è terribile. Non lo percepiamo come amore. Dentro abbiamo questo desiderio grande di essere amati perchè siamo noi e per sempre.

Ecco perchè quando incontriamo Dio la nostra vita svolta. Gesù ci sa guardare così. Ci ama nonostante conosca le nostre parti peggiori e non se ne vergogna ma ci guarda come le persone più belle del mondo.

L’indissolubilità è proprio questo. Replicare in una relazione umana questo sguardo divino. Sapere che Luisa per me ci sarà sempre qualsiasi cosa io possa fare è davvero qualcosa che riempie il cuore. Paradossalmente sapere che lei ci sarà comunque non mi porta ad approfittarmene, ma il suo amore donato per sempre mi aiuta a tirar fuori il mio meglio e mi dà la forza di combattere e smussare i miei lati meno belli. Giorno dopo giorno, sorriso dopo sorriso, sguardo dopo sguardo.

Un matrimonio che lascia vie di fuga quando l’altro/a non è più come lo vorremmo magari è più facile e meno impegnativo, ma non permette di amare davvero e soprattutto di sentirsi davvero amati.

Antonio e Luisa

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Fate elemosina tra voi?

Pochi giorni fa si è celebrata la giornata mondiale dei poveri ad Assisi. Per l’occasione anche papa Francesco, sempre attento a questa tematica, si è recato ad Assisi. Mi vorrei soffermare su un passaggio del suo discorso pronunciato nella Basilica di Santa Maria degli Angeli. Un discorso non rivolto certamente agli sposi, ma che si può leggere anche in chiave sponsale. Il papa ha affermato:

Dicevo che siamo venuti per incontrarci: questa è la prima cosa, cioè andare uno verso l’altro con il cuore aperto e la mano tesa. Sappiamo che ognuno di noi ha bisogno dell’altro, e che anche la debolezza, se vissuta insieme, può diventare una forza che migliora il mondo.

Questa riflessione del Papa mi piace moltissimo. Non esiste solo la povertà materiale. Esistono tantissime povertà anche spirituali, umane e caratteriali. Quante volte il nostro coniuge è povero nel suo modo di relazionarsi con noi. Quante volte sbaglia. Quante volte cerca di succhiare la nostra ricchezza per riempire i suoi vuoti. Esattamente come siamo poveri noi. Allora cosa fare? Nelle parole del Papa c’è un insegnamento grandissimo.

Spesso noi, quando incrociamo un povero, facciamo dell’elemosina. L’elemosina sia chiaro è una cosa buona e giusta. Nasconde però un’insidia. Chi fa l’elemosina mantiene una certa distanza da chi la riceve. Chi fa l’elemosina si pone in una posizione di superiorità rispetto a chi la riceve. Chi riceve l’elemosina può sentirsi umiliato da come la riceve. A volte si fa l’elemosina per sentirsi a posto con la coscienza e per avere una gratificazione personale più che per aiutare l’altro che viene percepito come qualcuno inopportuno, perchè ci mette di fronte ad una situazione che ci provoca qualche imbarazzo. Pensate ai vari poveri che incontrate lungo la strada. Almeno io, lo ammetto, non sempre sono felice di incontrarli e non sempre sono ben disposto. A volte faccio fatica a sopportare la loro insistenza.

Questo atteggiamento non è cristiano. Fare l’elemosina in questo modo può essere di aiuto a chi è nel bisogno ma non fa bene spiritualmente a chi la fa. Il Papa chiede un cambio di prospettiva. Ci chiede d passare dal fare un’elemosina al condividere la nostra ricchezza con l’altro. E qui arriviamo a noi cari sposi. In una coppia solitamente c’è uno dei due più avanti nel cammino di fede, più perseverante, più forte spiritualmente. Questo può creare pericolosi squilibri nella relazione. La fragilità dell’altro può essere sopportata come un’elemosina piuttosto che essere accolta come un’occasione per condividere ciò che noi siamo e che possiamo dare per sostenere.

Se verrà accolta come un’elemosina il nostro perdono e la nostra accoglienza sapranno di falso. Ci sentiremo superiori di fronte alla debolezza dell’altro e ci sentiremo bravi a differenza dell’altro. Ci porremo di fronte alla sua debolezza come una persona che la tollera. Che quindi tollera l’altro. Le parole saranno fredde, scostanti e di rimbrotto. L’altro si sentirà umiliato e non accolto. Nonostante a parole staremo perdonando, il nostro sguardo dirà altro.

Se verrà invece accolta come una condivisione cambierà tutto. La sua debolezza diventerà nostro impegno. La sua difficoltà troverà posto nel nostro cuore. L’altro si sentirà forte della nostra forza. Rinvigorito dal nostro perdono e curato dal nostro sguardo. Non ci sarà umiliazione, ma desiderio di restituire quell’amore gratuito appena ricevuto. Desiderio di essere riconoscente verso il perdono immeritato ricevuto.

Sappiate accogliere quindi le vostre povertà reciproche come ha affermato il Papa e come ci ha insegnato madre Teresa:

Signore, quando ho fame,
dammi qualcuno
che ha bisogno di cibo;
quando ho sete,
mandami qualcuno
che ha bisogno di una bevanda;
quando ho freddo,
mandami qualcuno da scaldare;
quando ho un dispiacere,
offrimi qualcuno da consolare;
quando la mia croce diventa pesante,
fammi condividere la croce di un altro;
quando sono povero,
guidami da qualcuno nel bisogno;
quando non ho tempo,
dammi qualcuno
che io possa aiutare per qualche momento;
quando sono umiliato,
fa che io abbia qualcuno da lodare;
quando sono scoraggiato,
mandami qualcuno da incoraggiare;
quando ho bisogno
della compressione degli altri,
dammi qualcuno che ha bisogno della mia;
quando ho bisogno che ci si occupi di me,
mandami qualcuno di cui occuparmi;
quando penso solo a me stesso,
attira la mia attenzione su un’altra persona.

Antonio e Luisa

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Guarda quel cuore ferito e va lì

Ieri la liturgia proponeva il Vangelo di Luca relativo all’episodio di Zaccheo. E’ bello riprenderlo perchè può insegnarci tanto.

In quel tempo, Gesù entrato in Gerico, attraversava la città.
Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco,
cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura.
Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là.
Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua».
In fretta scese e lo accolse pieno di gioia.
Vedendo ciò, tutti mormoravano: «E’ andato ad alloggiare da un peccatore!».
Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto».
Gesù gli rispose: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo;
il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

Luca 19, 1-10

Siamo tutti Zaccheo. Abbiamo tutti dentro qualcosa di marcio, qualcosa di cui ci vergognamo. Noi siamo bravi a trovare mille giustificazioni ma dentro di noi conosciamo bene le nostre miserie, debolezze, fragilità e i nostri peccati.

Capita, però, qualcosa di inaspettato, insperato. Gesù attraverso gli occhi di una persona ti guarda e ti dice: sbrigati! Devo venire a casa tua. La casa, segno dell’intimità e della quotidianità. La casa, immagine della famiglia e di una relazione intima e profonda. Quella persona che ti guarda così è il tuo sposo, la tua sposa. Tu, profondamente indegno, accogli nella tua casa, nella tua vita, nel tuo cuore, questa persona; e accogliendo lei accogli Cristo, che attraverso il sacramento del matrimonio viene ad abitare la tua unione d’amore. Lo sguardo d’amore di quella persona ti cambia dentro e accade qualcosa di incredibile. Tu, così debole e fragile, ti alzi in piedi (risorgi) e converti la tua vita. La salvezza entra nella tua vita grazie a Gesù e a quella persona che ne è stata tramite, perchè nel matrimonio Gesù preferisce non manifestarsi direttamente a te, ma lo fa attraverso lo sposo o la sposa che ti ha messo accanto. Il matrimonio è così quando vissuto fino in fondo. Noi sposi siamo come Zaccheo, ma possiamo anche portare Gesù all’altro. Possiamo guarire le nostre ferite lasciando spazio a Gesù nel nostro amore in modo che il nostro sguardo sull’altro sia sempre più aderente allo sguardo che Gesù ha su di lui/lei.

Papa Francesco commentando questo brano evangelico durante una delle sue omelie a Santa Marta disse:

Zaccheo viene guardato con gli occhi di Dio, cioè da chi non si ferma al male passato, ma intravede il bene futuro. Gesù non si rassegna alle chiusure, ma apre sempre nuovi spazi di vita. Non si ferma alle apparenze ma guarda il cuore. Qui ha guardato il cuore ferito di quest’uomo. Ferito dal peccato, dalla cupidigia, da tante cose brutte. Guarda quel cuore ferito e va lì.

Io sono Zaccheo, sono salito sul sicomoro perchè ero attratto da Gesù anche se non lo conoscevo e Lui mi ha guardato, attraverso lo sguardo di una donna. Da lì è iniziato il mio cammino che spero mi conduca alla salvezza insieme a Luisa che Gesù mi ha posto accanto ormai 18 anni fa.

Antonio e Luisa

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