Marta e Maria: entrambe importanti nella nostra famiglia

Stavo ripensando alle carissime amiche di Gesù Marta e Maria. Spesso tendiamo ad identificarci o con l’una o con l’altra. In realtà, se ci pensiamo bene, Marta e Maria sono entrambe presenti in noi. Noi viviamo in un mondo dove siamo chiamati ad operare ma anche a contemplare. Non abbiamo solo mani per fare ma anche un cuore e degli occhi per contemplare e per godere del bene e del bello. Per godere di Dio. Più in generale per godere dell’amore. Senza Maria o Marta nella nostra vita mancherebbe qualcosa di fondamentale.

E’ importante che nella nostra vita matrimoniale ci siano sia Marta che Maria. Se manca una delle due le cose non possono funzionare e presto o tardi entreremo in crisi. Perchè vi dico questo? Cercherò di spiegarmi meglio. Analizziamo le varie opzioni una per una.

Maria senza Marta.

Maria senza Marta significa vivere un amore disincarnato. Una vita dedita ad un Dio che sta lontano nel Cielo. Significa compiere riti e preghiere e poi…. e poi non essere capace di trasformare la preghiera in azione. In gesti concreti. In carezze, in servizio, in ascolto. Mi vengono in mente molte persone, che apparentemente dedicano moltissimo tempo a Gesù e alla Chiesa, ma poi trascurano la moglie o il marito e i figli. Persone che passano le ore in chiesa tra rosari, novene, Messe e magari non preparano la cena a casa o non vanno a fare la spesa. Mi ci metto anche io. Mi è capitato di rendermi conto di star deviando dalla mia vocazione, quando per scrivere un articolo non aiutavo uno dei miei figli a svolgere i compiti a casa. Aveva bisogno di me ed io mi dedicavo all’evangelizzazione. Evangelizzazione farlocca se disincarnata. Ricordiamoci che Dio desidera essere amato qui, adesso, con il nostro prossimo, quello che abbiamo vicino. Marta ci ricorda proprio questo. Se uno dicesse: «Io amo Dio», e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. (1 Gv 4, 20).

Marta senza Maria

Darsi da fare per gli altri è senza dubbio un ottima cosa. E’ importante però chiedersi: perchè lo faciamo?Solo per dovere o c’è di più? Fare e basta presto diventa un peso! Il mondo di oggi è strano. Non c’è più tempo per curare le relazioni ma si deve fare, fare sempre e correre, correre tanto per arrivare alla sera stremati e comunque senza aver fatto tutto perchè servirebbero giorni di 36 ore. Noi alla sera prima di coricarci facciamo il breafing per il giorno dopo, cerchiamo di incastrare gli impegni e fare in modo di fare tutto, ma non è sempre facile e possibile. Abitiamo in una piccola città e fortunatamente ogni luogo è facilmente raggiungibile, immagino che per chi abita nelle grandi città sia ancora più una mission impossible. Si può chiedere aiuto agli amici o ai familiari, ma è sempre e comunque un delirio. Servirebbe un master in pianificazione dell’attività familiare.

Veramente questo mondo porta gli sposi ad essere soci d’impresa. Non c’è più tempo di parlare di argomenti che non siano direttamente funzionali all’organizzazione familiare, non c’è più tempo di guardarsi negli occhi e di ritrovarsi nell’altro, di aprire il cuore, di condividere le gioie, le paure, le difficoltà della giornata e di trovare pace nell’altro. Dopo anni di matrimonio tante coppie non si trovano più. Una volta che i figli sono grandi e che si resta soli in casa, molti sposi scoprono tristemente di non conoscersi più, di non aver più quell’intimità e affiatamento così indispensabile perchè l’amore non diventi un peso ma sia vita. Stiamo attenti che per il troppo fare rischiamo di perdere la gioia vera che dovrebbe scaturire dalle nostre opere. Rischiamo di trasformare tutta la nostra vita in un peso da sostenere.

Marta con Maria

Cosa accade quando nella nostra vita sono presenti entrambe queste benedette donne? Accade un miracolo! Come scrive Jovanotti nella sua canzone A te: A te che hai reso la mia vita bella da morire. Che riesci a render la fatica un immenso piacere. Esattamente così. Quando siamo capaci di far coesistere Marta e Maria nella nostra vita, riusciamo a fare e anche a contemplare, cioè a godere del bene che le nostre opere innescano nella giornata delle persone che ci sono care. Non ci concentreremo più sulla fatica che ci costa ad esempio lavare i piatti la sera, ma godremo nel vedere nostra moglie che intanto si riposa seguendo la sua trasmissione preferita in TV. Non ci concentreremo più sulla fatica che ci costa accompagnare i figli a calcio, ma godremo della loro gioia nel correre su un campo con i loro amici. E così via. Ognuno metta le proprie fatiche e pensi ai benefici che generano intorno a loro. Questo è il segreto per non farci schiacciare da una vita sempre più frenetica, e per essere capaci di vedere, e soprattutto di godere, del bene che riusciamo a fare. Alla fine è la sola cosa che ci può rendere felici: sentirci amati da Dio ed essere capaci di rispondere a quell’amore. Il senso della vita è solo questo.

Antonio e Luisa

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Otto motivi per pregare insieme. La preghiera degli sposi

Oggi vi proponiamo un articolo che trae spunto da alcune riflessione di padre Enrico Mauri. Il sacerdote è vissuto tra le fine del milleottocento e la fine degli anni sessanta ed è stato uno degli studiosi che ha dato grande slancio alla teologia matrimoniale. E’ stato tra i precursori di una visione del matrimonio che poi ha trovato spazio anche nel Concilio Vaticano II e nella Teologia del Corpo di San Giovanni Paolo II. Insomma una figura fondamentale.

In particolare vorremmo riflettere sulla preghiera vissuta alla luce del nostro sacramento sponsale. Padre Mauri racconta come la preghiera degli sposi possa essere alla base di una crescita di tutta la relazione. Lui scrive che i due dovrebbero cercare di pregare insieme e pregare da sposi. E’ importante cioè non solo essere insieme come potremmo essere con altri, ma riconoscerci un insieme speciale, riconoscerci un cuore solo, un cuore saldato dal fuoco dello Spirito Santo.

Padre Mauri fornisce anche alcune caratteristiche che secondo lui sarebbe bene tenere in conto nella nostra preghiera di coppia:

  • La preghiera degli sposi adora il mistero delle nozze tra Gesù e la Chiesa perchè sono esempio e guida per la nostra unione. Come Gesù ama la sua Chiesa? Come cioè ama ognuno di noi?
  • La preghiera degli sposi ringrazia Dio di averci fatto comprendere la nostra vocazione e di averci donato questa strada di santificazione percorsa nel dono reciproco.
  • La preghiera degli sposi si esalta perchè Gesù ha voluto che nella nostra unione si potesse scorgere il Suo amore. Come non meravigliarsi e commuoversi per questo grande mistero.
  • La preghiera degli sposi si scusa. Noi sposi ci rammarichiamo di tutte le nostre mancanze di fede, di carità e di speranza che non ci permettono di accogliere completamente un dono tanto grande.
  • La preghiera degli sposi si accende per cercare di impegnarci sempre più nel superare i nostri limiti, le nostre debolezze e i nostri peccati per essere sempre più capaci di farci dono e di accoglierci.
  • La preghiera degli sposi si effonde. Si effonde nel chiedere a Dio di poter avere tutte le grazie e i doni dello Spirito Santo che ci possono sostenere e permettere di crescere sempre più come sposi e come uomini e donne.
  • La preghiera degli sposi è eco della preghiera della Chiesa tutta. Una preghiera elevata da due anime fuse sacramentalmente diventa una vera liturgia santa.
  • La preghiera degli sposi si espande dal tempio della preghiera che è la chiesa dove c’è la presenza di Cristo nell’Eucarestia, al tempio della casa nuziale, della piccola chiesa domestica perchè vi è il talamo consacrato che è segno della reale presenza di Cristo nei due sposi uniti dal sacramento del matrimonio. Eucarestia e matrimonio sono simili proprio in questa misteriosa ma reale presenza di Gesù.

Quando due sposi pregano? La preghiera degli sposi è solo quella operata con le invocazioni verso Dio? Certamente no. E’ preghiera degli sposi ogni volta che noi viviamo gesti o parole che ci uniscono e ci permetto di donare o accogliere amore. E’ preghiera degli sposi ogni momento speso per l’altro. E’ preghiera degli sposi ogni gesto di servizio o di tenerezza. E’ preghiera degli sposi soprattutto il momento dell’intimità fisica. Allora rileggendo le caratteristiche della nostra preghiera alla luce dell’intimità che viviamo tra noi sposi ecco che possiamo scorgere tutta la bellezza di un gesto che è sacro. Che bello vivere la nostra intimità in modo da adorare, ringraziare, esaltare, chiedere perdono, accendere, effondere, fare eco ed espandere per la presenza di Dio in noi.

Antonio e Luisa

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La prima notte di nozze raccontata da Tobia e Sara

Il libro di Tobia è un testo dell’Antico Testamento. Un testo breve dove vengono narrate le vicessitudini di Tobia e Sara due giovani che dopo una serie di problemi e di ostacoli riescono a sposarsi. Oggi in particolare vorrei soffermarmi sulla loro prima notte. La narrazione di quanto avviene è ricca di significato e di simboli che vanno letti, compresi e rielaborati perchè dicono tanto del matrimonio e di quanto sia importante il rapporto fisico.

Sappiamo che Sara era già stata data ad altri sette mariti. Tutti morti la prima notte. Farà la stessa fine anche l’intrepido e impavido Tobia? Tobia ha però un asso nella manica. Tobia durante il cammino che lo ha condotto da Sara è stato accompagnato dall’Arcangelo Raffaele, il quale ha consigliato al ragazzo alcuni gesti da compiere prima di giacere con la sposa.

Tobia allora si ricordò delle parole di Raffaele: prese dal suo sacco il fegato e il cuore del pesce e li pose sulla brace dell’incenso.  L’odore del pesce respinse il demonio, che fuggì nelle regioni dell’alto Egitto. Raffaele vi si recò all’istante e in quel luogo lo incatenò e lo mise in ceppi. (Tb 8, 2-3)

Una simbologia meravigliosa. Il testo ci mette di fronte ad un vero e proprio esorcismo. Un esorcismo che nasce dall’amore coniugale. Dio guarisce attraverso l’amore. Per noi cristiani c’è un significato ancora più chiaro. Il sacramento del matrimonio ci libera dal male e ci permette di amarci da Dio, di amarci come Dio. Non a caso Tobia brucia cuore e fegato. Il cuore e il fegato rappresentano due componenti costitutive di ogni persona, in ebraico néfèsh. Il cuore è il luogo della volontà, del voler il bene o il male, mentre il fegato è l’organo delle sensazioni più istintive e basiche come possono essere la passione, le emozioni e l’impulso sessuale. Offrendo queste nostre due realtà, volontà e passioni, a Gesù, attraverso la nostra promessa matrimoniale, accade il miracolo. Il male viene cacciato dalla nostra casa e viene allontanato da noi. Solo con la nostra volontà non potremmo però impedire al male di tornare. Per questo serve un sacramento. E’ Dio, in questo caso attravero l’Arcangelo Raffaele (che significa appunto Dio guarisce), incatena in ceppi il diavolo impedendo così che possa tornare a distruggere la nostra unione. Non significa che non commeteremo più errori. Impossibile. Significa che se ci metteremo tutto il nostro impegno e cercheremo di governare le nostre emozioni e i nostri istinti senza farci trascinare da essi, Dio ci darà la forza per superare ogni prova e per restare insieme tutta la vita. E tutto questo passa dalla prima notte di nozze. Passa cioè dal dono totale che ci facciamo vicendevolmente. In anima e corpo. Passa attraverso il rapporto sessuale che sigilla la promessa matrimoniale.

Tobia si alzò dal letto e disse a Sara: «Sorella, alzati! (Tb 8, 4)

Due sole parole ma che aprono un mondo. Sorella! Perchè Tobia chiama la propria sposa sorella? Perchè noi tutti possiamo chiamare la nostra sposa sorella o il nostro sposo fratello? Noi spesso crediamo che i rapporti più importanti siano quelli di sangue. Il rapporto con i genitori e appunto con i fratelli. La Bibbia ci dice che non è così. Il rapporto più importante è quello che nasce da una promessa che diventa alleanza. Da una promessa che diventa sacramento e vita. Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola (Matteo 19). Vale per gli sposi in modo evidente, ma vale anche per tutti i fratelli e sorelle nella fede. Quante volte ci sentiamo più vicini con il cuore a persone che non hanno nessuna parentela con noi rispetto ai nostri familiari che non ci capiscono e con i quali non riusciamo ad aprire il nostro cuore e la nostra fede? Cari sposi ogni tanto chiamatevi amato fratello o amata sorella per ricordarvi che quella persona viene prima di vostro padre e di vostra madre. Ricordarvelo non perchè i vostri genitori non meritino altrettanto amore e considerazione, ma perchè esistono delle priorità. E’ importante mettere ordine per amare non più o meno uno o l’altro ma nel modo giusto.

Infiine la parola alzati. Nella versione greca è utilizzato il termine anastethi che è lo stesso verbo usato nel Vangelo per indicare la resurrezione di Gesù. Capite la grandezza del momento? Tobia sta conducendo la propria sposa ad una resurrezione, ad una nuova vita. Non è Tobia naturalmente ad avere il potere di innescare questo cambiamento incredibile nella vita dell’amata. E’ l’amore che Tobia e Sara si sono promessi e che stanno per sperimentare nel corpo attraverso l’amplesso fisico. Prima di abbandonarsi all’amore corporeo i due infatti elevano una bellissima preghiera a Dio che ora non ho tempo di riprendere, ma che ho già affrontato in un precedente articolo.

Bellissimo questo passo biblico. Attraverso la storia d Tobia e Sara, due giovani normali, Dio ci introduce nella grandezza del matrimonio e nella sacralità dell’incontro intimo degli sposi. Sacralità che letta poi alla luce del Vangelo diventa sacramento e fonte di Grazia e di salvezza per i due sposi e per il mondo intero.

Antonio e Luisa

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L’anello di fidanzamento e la vera nuziale. Segni di una meraviglia.

Oggi risponderò in modo un po’ articolato ad una domanda che ci è arrivata per mail.

Il fidanzamento è sancito con un segno (nella nostra cultura l’anello)? E nel momento in cui ci si fidanza, secondo la visione cristiana, inizia un cammino in preparazione al matrimonio? Ho cercato su internet e ho trovato poche risposte, soprattutto in merito alla prima domanda. Grazie mille, buona giornata!!

Cominciamo con il dire che in realtà non è necessario alcun segno esteriore per fidanzarsi. Può essere però utile e spiegherò perchè. Comunque anche la stessa parola fidanzamento sembra ormai anacronistica. Sembra non avere più senso. Ha ancora senso parlare di corteggiamento, di fidanzamento, di anelli? Ha ancora senso che l’uomo innamorato decida di regalare un anello alla sua amata? Oggi, nella nostra società indifferenziata, fluida e incapace di scelte definitive, tutto questo ha ancora un senso?

Noi non abbiamo la risposta. Abbiamo però una nostra personale opinione che nasce dall’esperienza diretta e da quella indiretta derivante da tante coppie con cui siamo entrati in contatto in questi anni.

Sì ha ancora senso! Perchè un uomo che regala un anello alla sua donna non è qualcosa di solo culturale e stereotipato. C’è anche una componente naturale. L’esigenza dell’uomo di donarsi e della donna di accogliere quel dono. C’è l’esigenza della donna di sentirsi preziosa agli occhi del proprio uomo. Non so voi, ma la mia sposa è felicissima quando le regalo un anello, un paio di orecchini o un ciondolo. Non credo che a colpirla sia la preziosità del regalo in sè. Non è quello. Non è una reazione da persona venale e superficiale. Tutt’altro. Spesso, magari inconsciamente, ha colto il significato profondo di quel dono. Ciò che la rende felice e la fa sentire amata non è il valore materiale, ma il messaggio intimo che c’è dietro. Le sto dicendo tu sei bella, sei preziosa. Anzi di più. Le sto dicendo tu sei la più bella e la più preziosa. Te lo voglio dire attraverso questo dono. Credo che uno dei gesti che più può ferire una donna, oltre al tradimento fisico, sia proprio questo. Scoprire che il suo sposo ha regalato un gioiello ad un’altra donna. Non è così? Pensateci.

Il significato più importante è però un altro: c’è l’esigenza di entrambi i fidanzati di avere un segno che possa ricordare e rendere visibile a tutti l’impegno di fedeltà e di cura reciproca che si sono presi l’uno verso l’altro. No! Non è come nel matrimonio. Nel matrimonio la scelta è irrevocabile mentre nel fidanzamento è ancora tutto in gioco. Il fidanzamento è proprio quel periodo in cui si deve mettersi in discussione profondamente in modo da comprendere se si è fatti per stare insieme tutta la vita. Non è quindi un periodo di superficilità e di svago. Non è il stare insieme per vedere come va. Non è il vivere la sessualità completamente senza prendersi la responsabilità di quel gesto. Deve esserci un progetto di vita e discernere se si possa realizzare insieme. C’è comunque l’impegno di rispettare e amare l’altra persona. Per questo l’anello può essere un oggetto che lo ricorda in ogni momento. Pensate che nel medioevo anche l’uomo indossava l’anello come segno della promessa.

L’anello di fidanzamento è un anticipo di quella che poi sarà la fede nuziale. La fede ha un significato meraviglioso. Le fede è d’oro, di forma circolare, viene indossata all’anulare e porta incisi allì’interno la data del matrimonio e il nome del coniuge.

Iniziamo con il dire che la forma tonda indica la perfezione. Il cerchio è l’origine. L’origine di ogni cosa è Dio. Nell’iconografia cristiana Tre cerchi saldati tra loro sono simbolo della Trinità. Non solo: il cerchio rappresenta la relazione tra Dio (il centro del cerchio) e la creazione che è il cerchio stesso. L’anello nuziale rappresenta tutto questo, se ci pensiamo bene. Rappresenta la creazione che si manifesta nelle creature uomo e donna che si sposano ma anche nella coppia stessa che secondo alcuni studiosi è una vera e propria nuova creazone che trova sorgente nel Battesimo e nel sacramento del matrimonio. La vera nuziale rappresenta anche Dio stesso, di cui gli sposi sono l’immagine più aderente, seppur molto limitata e pallida rispetto all’originale.

L’anello nuziale è d’oro (almeno nella tradizione). L’oro è il metallo dei re. Il metallo di Dio che è Re, oltre che Padre. Signore delle nostre vite. Un Re atipico venuto per servire e non per essere servito. Ecco quell’anello al dito ci ricorda che dobbiamo amarci così. Che siamo re e regina l’uno per l’altra. Che lo siamo per la Grazia scaturita dal sacramento, ma che dobbiamo esserlo nella vita di ogni giorno facendoci servi l’uno per l’altra, servi dell’amore. Come? Mettendo l’altro/a e il suo bene sopra il nostro. Solo così potremo guardare quell’anello che abbiamo al dito senza dovercene vergognare.

Troviamo incisi all’interno la data del matrimonio e il nome dell’altro. Non il nostro nome, non il nome di entrambi, ma quello dell’altro. C’è un significato molto profondo e bello in questo segno. Da quella data, se voglio davvero vivere la mia fede per Gesù non posso prescindere da quel nome inciso. La virtù della fede può essere definita in tanti modi. Quello che preferisco è: la fede è la nostra risposta all’amore di Dio. Quindi la fede che abbiamo al dito mi ricorda che non posso amare Dio se non attraverso quella donna il cui nome è inciso all’interno dell’anello. Il nome nella tradizione biblica indica tutta la persona; anima, corpo e cuore. La fede al mio dito mi ricorda che dal 29 giugno 2002 posso amare Dio solo se amo Luisa.

L’anello nuziale si indossa all’anulare. C’è una leggenda, non so quanto fondata, che narra che una piccola arteria collega direttamente il cuore a quel dito della mano. Capite che non ha importanza sapere se tutto questo sia vero oppure no. Ciò che conta è il significato che vuole evidenziare. La fede nuziale ci ricorda che il matrimonio è un sacramento che intreccia anima e corpo. L’amore nasce nel cuore ma ha bisogno di un corpo per diventare reale, per potersi manifestare. Senza il corpo il nostro amore non potrebbe arrivare all’altro/a. Resterebbe lettera morta. La fede nuziale ci ricorda di non risparmiarci in gesti di tenerezza.

Permettetemi un’ultima riflessione. L’anello ha forma circolare. Ha la forma dello 0. Se però affianco il mio anello a quello della mia sposa ecco che da due zeri prende forma il simbolo dell’infinito (un otto rovesciato). Dal giorno del matrimonio quelle due fedi mostrano l’infinito di Dio solo insieme, quando sono saldate l’una all’altra dall’amore fedele dei due sposi. Pensare di cancellare quella realtà dalla nostra vita significa scacciare Dio e con questo tornare ad essere e mostrare ciò che siamo senza di Lui: nulla.

Anche oggi mia moglie Luisa è gelosissima e attaccatissima alla fede nuziale ma è altrettanto affezionata all’anello che le regalai il giorno che le chiesi di stare con me in modo serio e consapevole. E’ vero che tutto è iniziato il giorno del matrimonio ma il fidanzamento è stato un periodo altrettanto importante e fecondo che ci ha preparato alla vita matrimoniale. Per questo lì indossa spesso insieme.

Antonio e Luisa

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L’ecologia vera è solo integrale

In questi giorni è tornata di moda l’ecologia. I media hanno messo un po’ da parte la pandemia e hanno raccontato gli eventi e le manifestazioni avvenuti in Italia in favore di una nuova politica ecologica. Abbiamo visto le manifestazioni chiassose e colorate con la partecipazione tanti ragazzi che attraversavano le vie di Milano. Abbiamo visto l’icontro tra le paladine della nuova consapevolezza verde, Vanessa e Greta, e le autorità italiane. Le ha ricevute addirittura il premier Draghi. Abbiamo ancora nelle orecchie il discorso del bla bla bla di Greta. Fino qui è cronaca. La mia riflessione vuole andare oltre. Come cristiano cosa penso di tutto questo?

Sicuramente l’ecologia è un argomento che ci interpella molto e anche urgentemente. Il creato è opera di Dio. Il creato ci è stato donato da Dio affinchè noi ce ne prendessimo cura. Come ogni altro dono di Dio non va deturpato, ma va custodito, curato e perfezionato. L’opera dell’uomo non deve essere quindi distruttiva ma dobbiamo cercare tutti di cooperare, per quanto ci compete, alla bellezza della creazione di Dio.

Un tema ripreso da Papa Francesco nella sua recente enciclica Laudato sii. Perchè allora non possiamo fare fronte comune con Greta e con tutto quello che rappresenta? Perchè il movimento Fridays for future non può rappresentare anche le istanze di un credente cattolico e cristiano?

Sicuramente abbiamo delle idee e degli obiettivi che ci uniscono, ma c’è qualcosa di fondamentale che ci separa. Una domanda fondamentale. Chi è l’uomo? Per l’ecologismo progressista di Greta l’uomo ha due caratteristiche principali: verso di sè è completamente autodeterminato, non è cioè soggetto a nessuna legge se non quella di non fare danno agli altri. Può fare ed essere ciò che vuole e come vuole. Ed è così che si forma un’idea di piena autodeterminazione che porta a determinate conseguenze, porta all’accetazione e alla promozione dell’aborto, dell’omosessualismo e del gender. Solo poco tempo fa Greta stessa si è scagliata contro quei governi che hanno scelto di limitare l’accesso all’aborto. Questa idea si crede sia libertà. Verso il pianeta, invece, l’uomo è considerato come una malattia: va limitato e se possibile ridimensionato. Questa è l’idea di fondo di Greta e di tutto il movimento politico e sociale che c’è dietro. Un’idea che nasce quasi un secolo fa e che pian piano si è fatta sempre più strada nel pensiero comune. Siamo troppi!

Un’idea che se letta da cristiano risulta essere perdente e sbagliata. Capite bene che in tutto questo c’è una incoerenza di fondo. Secondo questa idea, esistono delle leggi naturali e morali che vanno assolutamente rispettate quando sono rivolte al pianeta, mentre non esistono quando si parla di uomo e di relazioni interpersonali, affettive e sessuali. Mi tornano in mente le parole di Benedetto XVI rivolte al parlamento tedesco del 2011.

Vorrei però affrontare con forza un punto che– mi pare – venga trascurato oggi  come ieri: esiste anche un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli rispetta la natura, la ascolta e quando accetta se stesso per quello che è, e che non si è creato da sé. Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana. 

La Chiesa ci insegna non un’ecologia ideologica contro l’uomo, ma un’ecologia integrale che parte dall’uomo e che si irradia a tutto il creato. Papa Francesco nella Laudato sii lo dice chiaramente:

La violenza che c’è nel cuore umano ferito dal peccato si manifesta anche nei sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi. Per questo, fra i poveri più abbandonati e maltrattati, c’è la nostra oppressa e devastata terra, che «geme e soffre le doglie del parto» (Rm 8,22). Dimentichiamo che noi stessi siamo terra (cfr Gen 2,7). Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora.

Avete letto bene? Ciò che ci porta a distruggere il creato non sono dei mali generici ed astratti di alcune persone importanti che governano il mondo. Ciò che distrugge il creato è lo stesso male che distrugge le relazioni umane. Sono le ferite del peccato con cui ognuno di noi deve fare i conti. Egoismo, lussuria, superbia, potere, ricchezza ecc. Tutto dipende da questo. Lo sfruttamento del pianeta come anche lo sfruttamento di una persona per usarla e trarre piacere da lei. La dinamica è la stessa. Usare per fare nostro. La disarmonia ecologica si manifesta in moltissimi modi: non solo nell’inquinamento dei mari, nell’uso eccesivo di plastica e petrolio, nello spreco di acqua ma in tanti altri ambiti. Nella decisione di abortire un figlio non voluto, nel non accettare il proprio corpo e illudersi che in un altro si possa essere più felici. Ogni volta che non sappiamo rivolgere lo sguardo all’altro, che sia una persona o il creato stiamo inquinando il nostro cuore. Alla fine si torna sempre al peccato originale. Essere come Dio per fare a meno di Lui. Madre Teresa esprimeva benissimo come i mali del mondo fossero originati dalle nostre piccole e grandi scelte personali. Quando la santa di Calcutta ritirò il Nobel per la pace, da quel prestigioso palco disse: Se una madre può uccidere suo figlio, chi impedisce agli uomini di uccidersi tra di loro? Capite il significato? Tutto parte da noi, da come viviamo la nostra vita e dalle nostre scelte personali. Questa è l’ecologia integrale cristiana. In un’altra occasione sempre Madre Teresa disse: L’amore comincia a casa: prima viene la famiglia, poi il tuo paese o la tua città. In altre parole è inutile che pensi a salvare il mondo se non impari ad amare e a farti dono nella tua famiglia. Questa è ecologia integrale.

Questa è l’ecologia integrale. Mettere ordine in noi stessi e nelle nostre relazioni per essere capaci poi di mettere ordine al pianeta che Dio ci ha affidato.

Io e Luisa ci sentiamo particolarmente sensibili a questo argomento. I nostri articoli e i nostri libri trattano in modo specifico e peculiare questa ecologia umana. Siamo certi che ce ne sia tanto bisogno in un mondo inquinato sempre più nei mari e nell’aria, ma soprattutto nel cuore dell’uomo.

Personalmente ho fatto con Luisa una scelta ecologica. L’ho fatta non solo utilizzando sacchi gialli o neri per la raccolta differenziata, usando la borraccia per non comprare bottiglie di plastica ecc ecc. L’ho fatta prima di ogni altra cosa nella mia relazione con lei. In modo molto concreto.

Ho realizzato  che ho cominciato ad essere felice, non quando ho approfittato dei piaceri che il mondo mi offriva, ma al contrario quando ho saputo dire di no per fare una scelta ecologica.

Quando ho saputo dire di no ai rapporti intimi nel fidanzamento per rispettare la mia amata e l’amore che ci univa. Quando ho rinunciato a tanto di mio per fare spazio a Luisa e ai figli, per aprirmi alla vita fin dai primi mesi di matrimonio e dare così vita concreta al nostro amore. Quando ho rinunciato agli anticoncezionali per rispettare integralmente il corpo della mia sposa e farle capire che non voglio usarla ma voglio amarla.

Queste rinunce, che il mondo non capisce e deride, non mi hanno tuttavia impoverito, ma al contrario mi hanno arricchito. Non siamo solo spiriti, non siamo angeli, noi siamo anche  il nostro corpo e solo nel pieno rispetto della sua natura, nel rispetto delle leggi che Dio ha scritto dentro di noi riusciremo a lasciarci amare  e ad essere capaci di amare in modo pieno ed autentico. Padre Bardelli diceva spesso che la natura ti rende felice solo se la rispetti.

Quindi cara Greta, pur vedendo delle giuste istanze nelle tue battaglie, io mi sento chiamato ad una ecologia diversa che parte dall’essere umano e dove l’uomo è custode del creato e non un male da estirpare.

Antonio e Luisa

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La legge non mortifca ma apre alla verità dell’amore.

Per iniziare la riflessione di oggi mi faccio aiutare dalle parole del Papa, pronunciate solo pochi giorni fa durante l’ultima udienza del mercoledì. Il Papa ha affrontato, attraverso la Lettera ai Galati, il tema della giustificazione. Giustificazione che non avviene per nostro merito ma sempre per grazia. E’ dono di Dio. Ad un certo punto Papa Francesco afferma:

Perciò non dobbiamo concludere, comunque, che per Paolo la Legge mosaica non abbia più valore; essa, anzi, resta un dono irrevocabile di Dio, è – scrive l’Apostolo – «santa» (Rm 7,12). Pure per la nostra vita spirituale è essenziale osservare i comandamenti, ma anche in questo non possiamo contare sulle nostre forze: è fondamentale la grazia di Dio che riceviamo in Cristo, quella grazia che ci viene dalla giustificazione che ci ha dato Cristo, che ha già pagato per noi. Da Lui riceviamo quell’amore gratuito che ci permette, a nostra volta, di amare in modo concreto.

Udienza generale del 29 settembre 2021

In questa riflessione di poche righe ci sono ben due affermazioni fondamentali. Verità che è bene che ogni sposo (o sposa naturalmente) interiorizzi.

Perciò non dobbiamo concludere, comunque, che per Paolo la Legge mosaica non abbia più valore; essa, anzi, resta un dono irrevocabile di Dio, è – scrive l’Apostolo – «santa». Da Lui riceviamo quell’amore gratuito che ci permette, a nostra volta, di amare in modo concreto.

Ho preso la frase iniziale e quella finale. Perchè è importante evidenziare che la legge mosaica (i 10 comandamenti per intenderci) non è qualcosa di sorpassato, non è stata cancellata da Gesù. Dirò di più: la legge morale ci permette di amare l’altro in modo concreto. E’ importante che il Papa lo abbia ribadito perchè questo aspetto è spesso sottovalutato. Tante coppie, anche cristiane, pensano che l’unico aspetto importante, nella relazione, sia il sentimento. La passione. Mi riferisco in particolar modo ai rapporti sessuali nel matrimonio. Ormai gli stessi cristiani non si fanno tanti scrupoli ad usare anticoncezionali, ad avere rapporti incompleti e a vivere la sessualità non come un incontro intimo. Un incontro dove, attraverso la comunione completa e totale dei corpi, avviene la comunione di tutta la persona in tutte le sue componenti corporee, emotive, intellettuali e anche spiriituali. Spesso anche nel matrimonio ci si accontenta del piacere derivante dalla genitalità e non si perfeziona il resto. Badate bene: il Papa definisce la legge come dono di Dio. Ci tiene ad evidenzare, come peraltro ha sempre fatto, che la legge è una grande opportunità che ci viene data. Non è qualcosa di frustrante ma è liberante. Per questo è importante riconoscerci in un cammino di crescita. Se usiamo metodi anticoncezionali perchè crediamo di non poter fare altrimenti Gesù non ci condanna. Aiuto adesso mi tiro addosso le ire dei tradizionalisti. E’ davvero ciò che penso. Penso che siamo noi a condannarci ad una relazione che non è piena e che non permette una vera comunione. Non è vero nutrimento per la relazione e per la nostra anima. Quindi pensateci. Pensateci però non con l’idea di un Dio che guarda cosa facciamo sotto le coperte e ci condanna. No! Questo non è il nostro Dio. Pensateci come quei discepoli che si mettono alla sequela di Cristo e vogliono essere sempre più uno nella coppia e uno con Cristo. Pensateci non per paura dell’inferno, ma per assaporare sempre più quella bellezza a cui tutti gli sposi sono chiamati. Per assaporare un momento di paradiso già qui. Sperimentare la bellezza e il piacere autentico anche nel fare l’amore. Non accontentatevi e cercate, anche a piccoli passi, di avvicinarvi sempre più ad una sessualità davvero cristiana, cioè davvero umana.

Non possiamo contare sulle nostre forze: è fondamentale la grazia di Dio che riceviamo in Cristo, quella grazia che ci viene dalla giustificazione che ci ha dato Cristo, che ha già pagato per noi.

Come raggiungere questa pienezza e bellezza? Ce lo indica sempre il Papa nella parte centrale del pensiero che ho riportato: la vita di fede e i sacramenti. La nostra relazione è essa stessa sacramento. Come ho più volte scritto, l’unione intima degli sposi è gesto sacramentale. Eppure non basta. E’ importante vivere la nostra relazione con Gesù anche personalmente. E’ importante entrare in relazione con Lui attraverso la preghiera ed è importante attingere alla Grazia attraverso l’Eucarestia e la Riconciliazione. Solo così fare l’amore con nostra moglie o con nostro marito ci avvicinerà sempre più a Dio e fare l’amore con Dio (essere uno con Lui nell’Eucarestia che è corpo) ci aiuterà ad essere sempre più in comunione con la persona che abbiamo accanto. La nostra fede è qualcosa di meraviglioso! Non è soltanto spirituale, ma si manifesta nel corpo e nella concretezza della nostra vita di coppia vissuta pienamente grazie alla legge morale che Dio ci ha donato.

Antonio e Luisa

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Avere riguardo significa guardare due volte

Non ci avevo mai pensato. Cosa significa concretamente aver riguardo per mia sposa? Significa guardarla e poi riguardarla. E’ un concetto che non è mio. L’ha detto, durante una catechesi, don Fabio Rosini. L’ha buttato lì senza neanche fermarsi sopra. Mi ha però colpito profondamente. Tanto che di quella catechesi mi ricordo solo questo. Torniamo alla riflessione. Guardarla e poi riguardarla. Avere riguardo. Perchè? Perchè solo così posso comprendere davvero se le mie azioni, i miei atteggiamenti, le mie parole, i miei gesti e tutto il modo che ho di stare con lei fanno il suo bene oppure no. La fanno stare bene oppure no. Se sono più finalizzati al mio piacere o al suo. E’ importate comprendere questo. E’ importante imparare ad osservare e imparare ad entrare sempre più nel suo mondo. Amare non significa fagocitarla nel mio mondo. Farla mia. No, nulla di tutto questo. Questo è prendere possesso, farne cosa mia che risponde alle mie esigenze e al mio modo di pensare.  Questo non è amare. Amare è conoscere sempre di più l’altra persona, i suoi atteggiamenti, i suoi pensieri, la sua alterità che è certamente un mistero, ma che poco alla volta si disvela in una meravigliosa scoperta. Amare non significa rinunciare al mio mondo, ma arricchirlo del suo. Per questo devo essere capace di avere riguardo. Di riguardare. Guardare una prima volta per capire come amarla, in cosa aiutarla, di cosa ha bisogno. Guardarla per comprenderne le sofferenze, le difficoltà e per condividerne le gioie. Non basta. Chi ha davvero riguardo non si ferma a questo, che è già tanto sia chiaro. Chi ha riguardo guarda una seconda volta per comprendere se quello che ha detto o fatto ha trasmesso amore, se è stato donato nel modo e nella sensibilità gradita all’altro. Perchè non basta amare, ma l’amore dato deve essere percepito dall’altro e lo può essere solo se offerto con un linguaggio parlato dall’altro.

Un esempio molto semplice ma chiaro. Io quando ho un problema non voglio parlarne. Se non sono io a tirarlo fuori mi sento compreso se la mia sposa non mi chiede nulla. So benissimo però che la mia sposa non è così. Lo so perchè l’ho guardata e l’ho riguardata. L’ho osservata e conosciuta. Adesso so benissimo che ignorare i suoi problemi non la farebbe sentire amata. ma al contrario la farebbe sentire incompresa, poco considerata e avvertirebbe freddezza e distacco. So bene che se invece desidero trasmetterle amore e vicinanza non posso che ascoltarla e lasciare che si apra ed esprima tutte le sue difficoltà e sofferenze. Questo significa avere riguardo. Guardare e riguardare per conoscere e trovare il modo più aderente alla sua sensibilità per darle il mio amore.

C’è una canzone del Gen Rosso che esprime molto bene questo modo di amare che è di Dio e che può diventare anche nostro. Il testo di Perchè ti amo dice:

Tra milioni di modi per dirmi: “Ti amo”

Dio, hai scelto per me

quello a te più lontano.

Più lontano per te, ma a me più vicino,

uno in tutto con me e col mio destino.

Non guardi il tuo cielo, il calore del sole,

mi cerchi nel buio e mi chiami per nome.

Abbiamo davvero riguardo l’uno per l’altra? Rispondere è importante per la relazione e per la nostra vita.

Antonio e Luisa

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Come spiegare ai ragazzi che la vita ha un senso?

Avevo letto la notizia dei suicidi di tre ragazzi avvenuti tutti nella zona di Milano il primo giorno di scuola.

Una tragica coincidenza secondo i giornali. Episodi non legati tra loro. L’avevo letta ma, ammetto, di non aver voluto andare a fondo della cosa. Perché ho paura di entrare dentro questo baratro di sofferenza. Ho paura perché si tratta di ragazzi che avevano ancora tutta la vita davanti, ho paura perché avevano l’età dei miei figli, ho paura perché come genitore mi sento tanto inadeguato e impreparato ad accompagnare dei ragazzi verso l’età adulta. Quindi, un po’ codardamente, non ho voluto approfondire. Ho voltato la testa dall’altra parte. Michela (redattrice Tau) mi ha chiesto invece di farlo. Allora mi sono immerso. Non tanto nella cronaca di quei gesti disperati. Ho cercato di capire perché questi ragazzi come tanti loro coetanei sembrano essere così fragili.

Ho fatto una breve ricerca on line e ho scoperto come Il suicidio costituisce la seconda causa di morte nei giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni e l’autolesionismo colpisce in Europa circa 1 adolescente su 5. Le misure restrittive durante la pandemia da Sars-Cov2 hanno impattato significativamente sulla salute mentale dei bambini e degli adolescenti portando ad un aumento delle richieste di aiuto per le forme più gravi di psicopatologia: l’autolesionismo e il comportamento suicidario (fonte: quotidianosanita.it).

Sicuramente la pandemia ha influito. Non c’è dubbio. Non è però la causa principale. Ha influito nel mettere in evidenza un malessere che dipende da altro. Qualcosa che è latente e lavora nel cuore dei ragazzi. Alla fine la domanda è per tutti sempre la stessa: perché sono al mondo? Che senso ha la mia vita?

La mia riflessione non vuole essere psicologica, non ne ho le competenze. Voglio riflettere da uomo cristiano che è anche padre. Cosa posso dare ai miei figli? Come posso aiutarli a rispondere a quella domanda che è decisiva nella vita di ogni uomo?

La nostra società è costruita per dare ai nostri ragazzi competenze sempre più specifiche e complesse. La scuola di oggi è molto diversa da quella che solo pochi decenni fa ho frequentato io. Oggi ci sono molte più opportunità. Oggi ci sono molto più indirizzi di studio, oggi esistono i PDP per i ragazzi con problemi, oggi ci sono attività extracurriculari e si cura l’educazione dei nostri ragazzi da ogni punto di vista da quello civico a quello ecologico e ancora a quello affettivo-sessuale. Oggi si va a studiare all’estero. I nostri ragazzi fanno sport, musica, teatro. Sono nutriti in ogni loro talento e aspirazione.

Eppure i nostri ragazzi sembrano sentirsi spesso poveri e inadeguati. Sono sempre più frequenti episodi di bullismo (dovuti anche alle nuove tecnologie e all’uso dei social). Sono sempre più quei ragazzi che decidono di tirarsi fuori. Ormai non è così difficile imbattersi in qualche alunno che improvvisamente si chiude in camera e non esce più. Cosa sta succedendo? Da padre ho paura perché davanti a tutto questo mi sento davvero piccolo e impreparato. Ho paura che un giorno uno dei miei figli mi dica semplicemente che non vuole più alzarsi e andare a scuola. Cosa potrei fare?

Poi mi rassereno perché è vero che io ho mille difetti e come padre ho sbagliato innumerevoli volte con i miei figli. È vero che continuo a sbagliare ogni giorno e spesso non so come comportarmi con loro. C’è qualcosa che però mi dà speranza: credo che alla fine qualcosa di buono io l’abbia fatto. Ho cercato di dare ai miei figli l’insegnamento più grande: siamo nati perché qualcuno ci ha voluto e ci ha amato. 

Photo by Free-Photos da Pixabay

I nostri figli, come anche noi, vengono al mondo con un desiderio di infinito dentro il loro cuore, desiderio di essere amati in modo pieno e personale. I nostri figli hanno bisogno prima di ogni altra cosa di sentirsi amati per come sono e non per quello che fanno. Hanno bisogno di sentirsi amati anche quando sbagliano. Non significa che qualsiasi cosa facciano vada bene ma significa non identificarli mai con il loro errore. Franco Nembrini, nel suo libro Di Padre in Figlio, raccontava di un confronto avuto in classe, lui è stato insegnante, con degli alunni. Ragazzi di 15 anni. Chiese agli studenti quale fosse il senso della vita. Uno di questi gli rispose: non c’è un senso. Sono al mondo per una scopata. Lui rimase completamente spiazzato e non rispose nulla. Rimase amareggiato profondamente pensando alla sofferenza che quel giovane doveva aver dentro di sé. 

Riconoscersi dentro una storia d’amore è il primo passo per amare se stessi e quindi anche per essere capaci di amare.

Io come padre ho un altro compito fondamentale, uno di quelli che può davvero fare la differenza. È importante che io faccia comprendere ai miei figli che c’è un altro Padre che li ama molto più di quello che riuscirò mai a fare io. Come si può spiegare questo a dei bambini? Da ragazzi poi è già molto più difficile. Non si può. Si può solo mostrare cosa significhi e come si concretizza l’amore paterno di Dio.

Per il figlio (in questo caso maschio o femmina non fa differenza) l’idea di Dio è molto influenzata dal rapporto che instaura con il papà. Un padre violento o che non è capace di incoraggiare il figlio porterà il figlio a pensare a Dio con paura e non con fiducia. Un padre incapace di amare il figlio sempre, ma che condiziona l’amore al comportamento o ai risultati del bambino, facilmente porterà il piccolo a farsi un’idea di Dio come qualcuno sempre pronto a giudicare e a condannare. Queste sono convinzioni che si radicano nella profondità delle persone. Convinzioni che anche da adulti è molto difficile modificare.

Mi rendo conto di questa grande responsabilità che mi è stata affidata da Dio stesso. Nel matrimonio sono consacrato ad essere educatore dei figli, consacrato a riconsegnarli a Lui. È un vero e proprio ministero. Per questo, è importante chiedere scusa quando si sbaglia. Chiedere scusa a loro e a Gesù. Perché capiscano che il Padre che tutto può e che non sbaglierà mai è solo Dio.

Le mie sono solo delle riflessioni che ho buttato giù, pensieri che mi colgono spesso quando osservo i miei figli. Alla fine ciò che conta davvero nella vita di ogni persona è riuscire ad alzare lo sguardo è incontrare quello di Cristo. Attraverso quello sguardo ci si sente amati e preziosi. Si capisce di essere al mondo per un motivo: perché si è amati immensamente. Amati dai genitori e da una storia che ci precede. E anche quando i genitori non sono stati in grado di dare questo amore c’è l’amore di Dio che è morto in croce per la nostra salvezza. Un Dio che ci ha voluto fin dal seno materno Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre (Salmo 138).
Tutto il resto viene dopo.

Ecco: io mi auguro di essere riuscito, con mia moglie Luisa, a trasmettere quello sguardo. Magari ora i nostri figli non ci danno soddisfazione, si lamentano della Messa e delle preghiere e ci fanno il piacere di frequentare la chiesa (almeno per ora), ma siamo convinti che al momento giusto, quando ne avranno bisogno sapranno dove attingere e potranno alzare lo sguardo e fare il loro incontro personale con Gesù, quello che non ti lascia più come prima. Quello che ha permesso anche a me e a Luisa di cambiare la nostra vita e di trovare un senso per tutto.

Antonio De Rosa

Articolo scritto per Tau Editrice (qui l’originale)

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Il matrimonio è amare oggi

Il matrimonio è il sacramento dell’oggi, dell’adesso. Non possiamo fare affidamento solo sul passato. Non possiamo dare la relazione per acquisita, per scontata. Sì, esiste il nostro passato. Esistono i nostri ricordi, esistono i nostri momenti d’amore e di comunione già vissuti, esistono i nostri perdoni donati. Esistono nella mente e nel cuore. Hanno però bisogno di un gesto, di una parola, di qualcosa di reale nell’oggi per tornare ad essere amore concreto. Io ho grande gratitudine per tutte le volte che Luisa mi ha donato il suo amore. Come mostrarlo? Accogliendola adesso se ne ha bisogno, ascoltandola adesso se cerca conforto, abbracciandola adesso se cerca tenerezza. E in tanti altri gesti concreti fatti però adesso.

Esattamente come quella promessa che io e Luisa ci siamo scambiati davanti a Dio più di diciannove anni fa. Ha bisogno di essere rinnovata anche oggi con un bacio, con una carezza, con un sorriso. L’amore è promessa e la promessa è solo una parola vuota se oggi, se adesso, non trova di nuovo la sua casa nella nostra relazione. Noi ci sposiamo ogni giorno. Ci sposiamo ogni volta che apriamo gli occhi la mattina e abbiamo lì, accanto a noi, il dono più grande che Dio ci abbia mai fatto dopo la vita e il suo amore. Accanto a noi c’è il suo figlio amato, c’è la sua figlia amata, che è lì per noi. Affidato/a a noi. Dio ci chiede di essere le Sue mani, la Sua bocca, i Suoi occhi per amare l’altro/a. Meraviglioso!

Certo, a volte ci verrà facile altre invece meno, avremo magari la tentazione di rompergli/le un piatto in testa piuttosto che servirlo/la, ma quella è la nostra strada di santità. La nostra via verso la nostra salvezza e la salvezza della persona che Dio ci ha affidato. Nella cura tenera ed amorevole reciproca ci faremo santi.

C’è una breve storia di Bruno Ferrero che spiega molto bene l’importanza di amarsi adesso.

Celebravano i 50 anni di matrimonio. Erano felici, circondati da figli e nipoti. Al marito fu chiesto quale fosse il segreto di un matrimonio così duraturo. Il vecchio signore chiuse un attimo gli occhi e poi, come ripescando nella memoria un ricordo lontano, raccontò.

Lucia, mia moglie, era l’unica ragazza con cui fossi mai uscito. Ero cresciuto in un orfanotrofio e avevo sempre lavorato duro per ottenere quel poco che avevo. Non avevo mai avuto tempo di uscire con le ragazze, finché Lucia non mi conquistò. Prima ancora di rendermi conto di quello che stava accadendo, l’avevo chiesta in moglie. Eravamo così giovani, tutti e due. Il giorno delle nozze, dopo la cerimonia in chiesa, il padre di Lucia mi prese in disparte e mi diede in mano un pacchettino. Disse: “Con questo regalo, non ti servirà altro per un matrimonio felice.” Ero agitato e litigai un po’ con la carta e con il nastro prima di riuscire a scartare il pacchetto. Nella scatola c’era un grosso orologio d’oro. Lo sollevai con cautela. Mentre lo osservavo da vicino, notai un’incisione sul quadrante: era un’esortazione molto saggia e l’avrei vista tutte le volte che avessi controllato l’ora. L’anziano signore sorrise e mostrò il suo vecchio orologio. C’erano delle parole un po’ svanite, ma ancora leggibili incise sul quadrante.Quelle parole recavano in sé il segreto di un matrimonio felice. Erano le seguenti: “Di’ qualcosa di carino a Lucia!” Di’ qualcosa di carino alla persona che ami. Adesso.

Brano tratto dal libro “La vita è tutto quello che abbiamo.” di Bruno Ferrero

Voi avete rinnovato oggi il vostro amore? Cosa state facendo adesso per rendere concreta quella promessa che vi siete scambiati il giorno delle nozze?

Antonio e Luisa

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Nel matrimonio non c’è ansia da prestazione

Oggi trattiamo un tema credo molto urgente e interessante: l’ansia da prestazione. No non parliamo di sesso, almeno non solo di quello. Parliamo di matrimonio. Solitamente questa condizione viene assocciata alla sessualità ma è un qualcosa che va molto oltre e che influenza ogni ambito della nostra vita. Tutta la nostra vita è misurata sulle prestazioni. Sempre di più. Valiamo per quello che possiamo dare. Dalla scuola dove un voto ci qualifica al lavoro dove siamo soggetti sempre a più standard qualitativi. Siamo perennemente in competizione. Alcune volte in modo palese e consapevole altre senza neanche rendercene conto. Siamo abituati a fare confronti. Siamo perennemente in gara. Siamo nell’era dei social dove apparenza e like danno il successo e il valore di una persona. Purtroppo questo modo di ragionare ce lo portiamo anche a casa. Lo portiamo nelle nostre relazioni affettive.

Questo non è un bene, questo non è amore. Cercherò di spiegarmi meglio. Noi abbiamo un desiderio di perfezione e di infinito nel nostro cuore. Desideriamo essere amati in modo perfetto. Ciò, sappiamo bene, non è possibile. Quando ci sposiamo promettiamo di amare sempre nella gioia e nel dolore ma, sotto sotto, desideriamo che ci sia solo gioia e che l’altro ci renda felici. Non sempre siamo pronti poi ad accogliere le debolezze, le fragilità e i difetti dell’altro. La vita matrimoniale con la sua quotidianità e normalità quei difetti li tira fuori tutti. Così tutto diventa difficile. Il problema è che ragioniamo sempre dal nostro punto di vista. Non pensiamo che anche l’altro magari si aspetta da noi la perfezione e neanche noi siamo così perfetti. Capite il rischio? Neanche in famiglia siamo liberi di mostrarci per quelli che siamo. In una continua ansia da prestazione che ci rende tutto meno bello e più pesante. Dobbiamo continuamente dimostrare di meritarci l’amore dell’altro. Solo che così non è amore ma diventa uno scambio di prestazioni appunto. Io ti amo se tu mi dai. Terribile! Poi è un attimo passare al non ti amo più oppure al ho sbagliato a sposarti. Ciò che è davvero sbagliato in questi casi sono i presupposti.

Non è possibile essere perfetti H24 e sette giorni su sette. Non è possibile perchè non saremmo noi. Che bello invece quando la persona che abbiamo accanto è capace di comprendere le nostre fatiche e di accogliere le nostre fragilità. L’amore non si dimostra nella perfezione ma nella fragilità. Quando si fa qualcosa di grande e di bello per l’altro non ci si sente amati ma riconosciuti nella nostra prestazione. E’ quando non diamo il meglio di noi e sentiamo di non meritare quel sorriso, quell’abbraccio, quelle parole d’incoraggiamento, è in quel momento che ci sentiamo amati perchè non stiamo dando nulla se non la nostra povertà. L’altro sta amando ciò che siamo e non ciò che abbiamo fatto. Fare esperienza di questo amore gratuito è liberante e permette di dare il meglio con la consapevolezza di poter sbagliare e ricominciare.

Tenete a mente che l’ansia da prestazione è presente soprattutto dove non c’è amore. Almeno dove non c’è la sicurezza di essere amati. Arriviamo quindi al rapporto fisico che è una sintesi rappresentativa di quello che è il rapporto affettivo a tutto tondo. Spesso le disfunzioni sessuali sono dovute non a cause organiche ma psicologiche. Le persone che soffrono meno di disfunzioni sessuali (eiaculazione precoce vaginismo ecc ecc) sono proprio quelle che vivono una relazione stabile e ricca di amore autentico. Queste persone sanno di essere amate senza dover dimostrare nulla. Queste persone sanno di non dover dimostrare nulla e durante il rapporto pensano solo a donarsi l’uno all’altra e non alla performance. Sanno che non saranno giudicate per come fanno l’amore ma saranno accolte sempre e comunque perchè amate. Che bello imparare ad abbandonarsi nella fiducia e nell’amore l’uno all’altra. Ciò vale per l’incontro intimo ma vale anche per tutta la relazione in ogni momento della nostra vita. Non è quello che promettiamo il giorno del matrimonio?

Antonio e Luisa

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Un’adorazione per guarire dalla pornografia

Oggi ci facciamo portavoce di una lodevole e importante iniziativa. L’associazione PURIdiCUORE, che da anni offre sostegno ed aiuto a quelle persone dipendenti dalla pornografia, propone una iniziativa molto forte e significativa. Speriamo che questa opportunità venga colta dai sacerdoti che verranno a conoscenza della cosa. La pornografia, seppur sotto silenzio, sta permeando sempre più la vita delle persone rendendo sempre più difficili relazioni affettive sane e autentiche. Di seguito il testo dell’appello.

12 ottobre. Celebrando il Beato Carlo Acutis e in diversi luoghi d’Italia ci incontriamo in adorazione eucaristica domandando la grazia della guarigione e liberazione per chi soffre a causa della pornografia e pregando per la conversione di chi sfrutta gli altri attraverso la pornografia. La data è stata individuata proprio poiché è la giornata che la Chiesa ha scelto come ricorrenza del beato Carlo Acutis.

Perché questa iniziativa? Siamo convinti che oltre ad avvisare, formare, denunciare, prevenire, indicare cammini di guarigione e meccanismi di protezione, tessere alleanze e collaborazioni, … anche la preghiera abbia il suo ruolo.

Perché proprio un’adorazione eucaristica? La risposta si trova nel Catechismo della Chiesa Cattolica, i cui paragrafi 1378-1380 riportano una citazione di San Giovanni Paolo II che spiega come la «Chiesa e il mondo hanno grande bisogno del culto eucaristico. Gesù ci aspetta in questo sacramento dell’amore. Non risparmiamo il nostro tempo per andare ad incontrarlo nell’adorazione, nella contemplazione piena di fede e pronta a riparare le grandi colpe e i delitti del mondo».

Perché Carlo Acutis? Questo laico morto nel XXI secolo, come disse il Cardinale Vallini lo scorso anno durante l’omelia per la sua beatificazione, «sentiva forte il bisogno di aiutare le persone a scoprire che  Dio ci è vicino e che è bello stare con Lui per godere della sua amicizia e della sua grazia. Per comunicare questo bisogno spirituale si serviva di ogni mezzo, anche dei mezzi moderni della comunicazione sociale, che sapeva usare benissimo, in particolare Internet, che considerava un dono di Dio ed  uno strumento   importante  per incontrare  le persone  e  diffondere  i valori cristiani».

Carlo Acutis è stato testimone dello sguardo di Gesù rivolto a questa generazione. Emergono disturbi nuovi e latenti di ogni genere scatenati dall’esperienza pandemica. I bambini sono sempre più indotti ad anticipare molto prima dell’adolescenza il consenso sessuale, tanto tra loro che con adulti. Carlo Acutis cercava il volto del Signore, non lo smarriva dietro uno schermo. Anzi, sapeva servirsi degli schermi per chiamare i suoi coetanei a volgere lo sguardo da un’altra parte, verso qualcun altro.

Nel momento di adorazione potremo volgere il nostro sguardo a Gesù Crocifisso, per saperci perdonati, liberati dal peccato, redenti nell’amore. Potremo volgere il nostro sguardo a Cristo Risorto, per saperci rinnovati e inseriti in una vita nuova che è la corrente divina dello Spirito di Dio. Potremo tornare sempre a volgere il nostro sguardo a Nostro Signore sempre presente nel Santissimo Sacramento dell’altare, per adorare lui trasfigurato e lasciare che trasfiguri lui il nostro sguardo. Lo purifichi, lo riorienti verso il bene, il bello, e il vero. Potremo chiedere il dono di sanare con l’amore le ferite di questo mondo smarrito, di illuminare con la potenza soprannaturale della nostra fede i labirinti, i deserti, i paradisi artificiali che stiamo costruendo, perché il nostro sguardo attratto dalla luce della tua vita in noi ci risollevi e torni a insegnarci come camminare insieme.

Potremo pregare invocando l’intercessione di Carlo Acutis, perché il suo sguardo puro ci conquisti e ci chiami alla conversione, chiedendo liberazione e guarigione per i fratelli e le sorelle che sono smarriti, perché il balsamo dell’amore effuso dallo Spirito di Dio nella nostra preghiera rinnovi le menti e muova i cuori al desiderio della purezza interiore che, ci è stato promesso, ci assicurerà la visione di Dio [Mt5, 8].

Troviamoci tutti davanti all’altare di Nostro Signore, sapendo che dall’altra parte del tabernacolo ci saranno fratelli e sorelle riuniti e per intercessione di Carlo Acutis staremo chiedendo al Signore la stessa grazia: “Signore Gesù, figlio del Dio vivo: abbi pietà di noi; libera, sana, trasfigura i nostri volti perché brilli la luce del mondo che è la vita della Chiesa. Amen

Offriamo un sussidio per il momento di adorazione

Qui puoi iscriverti come parrocchia, rettoria o comunità religiosa per aderire alla iniziativa, per aiutare a promuoverla o per sapere dove si terrà

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Io sono la via, la verità e la vita anche nella sessualità

La Chiesa ci chiede di vivere il nostro incontro intimo in modo che sia “aperto alla vita”. Abbiamo già trattato in altri articoli questa tematica. Oggi vorremmo riprenderla per presentare una prospettiva diversa. Apertura alla vita intesa non solo come una semplice apertura alla procreazione, ma come apertura all’amore stesso. La nostra riflessione trae spunto da un versetto del Vangelo nel quale Gesù, che è l’Amore, dice di sè stesso: io sono la via, la verità e la vita (Giovanni 14, 6).

IO SONO LA VIA

Tutto inizia con un cammino. Quando inizia una relazione affettiva ognuno arriva con le proprie convinzioni, idee, con la propria storia costellata di momenti gioiosi ma anche di sofferenza e di ferite più o meno aperte. Gesù ci chiede di essere radicali, ci chiede di deciderci e di metterci alla Sua sequela, di non tenere il piede in due scarpe ma di abbracciare il Suo insegnamento perchè è la strada per vivere in pienezza la nostra vocazione all’amore. Amore che si concretizza nel corpo. Alcuni di voi potrebbero pensare che Gesù non ha mai parlato di metodi naturali e anticoncezionali. E’ vero ma sappiamo bene come la Chiesa sia sposa di Cristo e come lo Spirito Santo parli attraverso di essa. Ricordiamo sempre che la legge morale non è una serie di regoline, limitazioni o divieti posti per chissà quale perverso desiderio di frustrare la gioia e la libertà delle persone. La legge morale non è altro che la descrizione di come siamo fatti, di cosa significa essere davvero uomo e davvero donna e di come possiamo essere realizzati e felici nelle nostre relazioni. L’apertura alla vita indica proprio questa pienezza. Perchè permette di vivere la sessualità per quello che è: la concretizzazione attraverso il corpo del dono totale del cuore dei due sposi. Il corpo diventa specchio del cuore, nella verità.

IO SONO LA VERITA’

Abbiamo terminato il paragrafo sulla via con la parola verità. Gesù è verità. Gesù è verità su tutto anche e soprattutto su come si ama fino in fondo, su come si è uomini fino in fondo. Anche l’intimità ha bisogno di verità. In una relazione matrimoniale è fondamentale. Da come si vive la sessualità nella coppia si può capire molto anche di tutto il resto. Perchè gli anticoncezionali non permettono di amare nella verità? L’abbiamo scritto diverse volte: non permettono il dono totale. I metodi naturali permettono di accogliere la propria sposa o il proprio sposo interamente nella sua fertilità femminile o maschile. Gli anticoncezionali escludono una parte della donna o dell’uomo lasciando spesso una sensazione negativa di incompiutezza e frustrazione.  C’è magari il piacere fisico ma viene a mancare una gran parte dell’unione profonda dei cuori. Manca l’ingrediente più importante. Quello che fa differenza. La differenza tra chi fa del sesso e chi concretizza, attraverso il corpo, l’unione intima che lega due sposi che vivono il loro matrimonio nel dono e nell’accoglienza autentica, piena e vicendevole. Manca il piacere che viene dalla comunione profonda dei due. Non c’è più verità tra cuore e corpo. Due sposi che si sono uniti per donarsi vicendevolmente tutto di sè come Gesù nell’Eucarestia poi, per essere realizzati e vivere in pienezza il matrimonio, hanno bisogno di concretizzare questo dono totale, senza riserve, attraverso il corpo. Solo così quel gesto porterà sempre vita.

IO SONO LA VITA

Vita in questo caso è sinonimo di amore perchè l’amore è sempre generativo. E’ un grande errore ridurre l’apertura alla vita alla sola procreazione. Certamente c’è anche quella, ma la fecondità dell’amore è molto di più della procreazione. E’ così che, quando il gesto è vissuto nella giusta via e nella piena verità, accade il miracolo. I due non sono più due ma sono uno. Sono una carne sola. Un sol corpo e sol cuore. Fanno esperienza nell’amplesso fisico di una comunione profonda che permette loro di rendere visibile e tangibile ciò che il matrimonio ha operato nel loro cuore. Vivere l’incontro intimo così genera sempre nuova vita-amore. Gli sposi si nutrono direttamente al loro sacramento per portare frutto nel mondo. L’amplesso fisico vissuto castamente (nel dono totale e nella verità) è non solo gesto sacramentale e liturgico ma redentivo. I due sposi si fanno santi anche attraverso l’amplesso fisico. Portano l’amore di Dio nella loro famiglia e nel mondo che li circonda. Perchè quell’amore di cui fanno esperienza poi viene donato. Donato al coniuge nei giorni a venire, ai figli e a tutte le persone che i due sposi incontreranno.

Vi rendete conto cosa significa essere aperti alla vita? Non è un obbligo ma è una scelta che riguarda tutta la nostra relazione e non solo il modo con cui abbiamo rapporti.

Antonio e Luisa

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Un amore a eterna vista

Forse stiamo esagerando. Si tratta di un ringraziamento fatto da un grande attore sotto dei riflettori importantissimi. Benigni ha saputo toccare le corde giuste così come ha fatto in tante altre occasioni, Sanremo per esempio. Chi di noi ha la timeline del social invaso dalle parole commoventi di una canzone del Festival? Immagino nessuno. Ringraziare è bello e importantissimo e ciascuno deve poterlo fare col proprio linguaggio soprattutto quando si trova con la persona che ama. Mi chiedo per esempio perché non ci sia stato lo stesso clamore per la serenata di Fedez alla moglie Chiara in mezzo al Lago di Como per il loro anniversario di matrimonio. 

Questo che avete appena letto è il commento di un noto sacerdote social in riferimento al ringraziamento-dedica di Roberto Benigni alla moglie. Un commento che, seppur rispettabile come ogni opinione, non condivido. Denota a mio avviso una certa miopia. C’è una differenza enorme tra quanto ha detto l’artista toscano e quanto può aver detto e fatto l’influencer dei Ferragnez. Una differenza molto evidente agli occhi di chi vive una relazione d’amore e affettiva con un’altra persona. Non mi limito al matrimonio ma ad ogni relazione affettiva stabile perchè ciò che mi preme dire non riguarda solo i cristiani ma tutti indistamente.

Ciò che colpisce di Benigni non sono le parole. Almeno non sono solo quelle. E’ più importante il meraviglioso messaggio che è passato. Quelle parole arrivano dopo più di trent’anni che i due stanno insieme. Nicoletta Braschi non ha la bellezza (oggettiva) di Chiara Ferragni. Non è mai stata come lei, neppure in gioventù. Eppure Roberto arriva a dire:

La prima volta che ti ho conosciuto emanavi talmente tanta luce che ho pensato che Nostro Signore avesse voluto adornare il cielo di un altro sole. È stato proprio un amore a prima vista, anzi a ultima vista, anzi a eterna vista

Ecco ciò che parla a quella nostalgia del nostro cuore. Ciò che rende affascinante il discorso di Benigni. Tutti desiderano nel profondo vivere un amore così, un amore amore vero, incondizionato e per sempre, dove dare tutto ed essere accolti per quello che si è. Roberto dice: allora è possibile! Amare una persona tutta la vita, amarla anche quando si invecchia e non si è più così belli ed attraenti, sempre che lo siamo mai stati.

Vi svelo un segreto: Roberto non sta mentendo. Roberto vede davvero Nicoletta come la donna più bella del mondo. Non è cieco e non è stupido. E’ un uomo che ha amato la propria moglie e in tutti gli anni passati insieme, nella gioia e nella sofferenza, nei perdoni, negli amplessi, nella tenerezza e nelle litigate, ha pian piano acquisito uno sguardo verso di lei che è solo suo. Vede la bellezza della persona Nicoletta trasfigurata dall’amore dato e ricevuto.

Trasfigurare, andare oltre la forma per mostrare attraverso il corpo una ricchezza che lo supera e rende visibile ciò che non è visibile: l’amore. Perchè la mia sposa mi sembra ogni giorno più bella? E’ fuori da ogni logica. Passa il tempo, il corpo si lascia andare poco alla volta. Non è più nel pieno della sua giovinezza come quando l’ho conosciuta, eppure mi appare più bella ora. Come è possibile? Non può comprendere questa logica se non chi ama e fa esperienza dell’amore. L’amore cambia le persone. Ha cambiato il suo corpo. Lo cambia perchè lo arricchisce di tutta la dolcezza e l’accoglienza che l’amore vissuto può regalare.

Queste cose Fedez ancora non le sa e le sue parole non possono essere altrettanto affascinanti e belle come quelle di un uomo che è innamorato della propria moglie dopo trent’anni insieme. Gli auguro di arrivarci ma la strada è lunga.

Antonio

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Il talamo vestito a festa

Oggi voremmo fare con voi una piccola riflessione sull’importanza della relazione d’amore nel matrimonio cristiano partendo da un’antica tradizione che è quella del corredo della sposa.

Il corredo è una tradizione purtroppo ormai desueta. Era costituito da biancheria per la casa, asciugamani di lino e di spugna, tovaglie ricamate, tovagliette da te, strofinacci, tappeti, senza dimenticare la biancheria personale della sposa e soprattutto lenzuola ricamate a mano per il letto degli sposi. Il tutto veniva contenuto in un baule di legno che la sposa portava con sè nella sua nuova casa. All’epoca tanto più era alta l’estrazione sociale della sposa tanto più era ricco il corredo (dote). Data la grande varietà dei pezzi che lo costituivano veniva preparato e custodito fin dai primi anni di vita della futura sposa. Era una faccenda delle donne di casa. Spesso erano la mamma, le nonne, le zie e naturalmente la ragazza stessa. Il corredo si confezionava in casa, le donne la sera si dedicavano con impegno a ricamare con ago e filo, rendendo più bello e più prezioso ogni pezzo della biancheria. Le lenzuola dei coniugi, sovente venivano ricamate con le iniziali della sposa o con i nomi di entrambi (se si conosceva già il nome dello sposo).

Ma veniamo a noi, poco prima di sposarci, nel preparare la casa che ci avrebbe accolti, quella in cui aveva vissuto la nonna di Alessandra prima di noi, abbiamo trovato delle bellissime lenzuola ricamate a mano con le iniziali della nonna. Mia moglie mi ha così raccontato l’importanza che aveva per sua nonna tenere sempre curata in ogni dettaglio la casa, soprattutto la camera da letto padronale.

Facendo parte dell’Intercomunione delle Famiglie (dove con altre famiglie cerchiamo di vivere un matrimonio autentico e vero) e leggendo i libri di padre Raimondo Bardelli (in particolare il libro “L’ecologia dell’amore e del sesso. Iniziazione sessuale per giovani, fidanzati e sposi”) abbiamo compreso come il rapporto intimo tra gli sposi è considerato dalla spiritualità cattolica come una vera riattualizzazione del matrimonio sacramento (si rinnova nel presente il sacramento). Citando padre Raimondo: “l’amplesso diventa un’azione che Cristo prende per trasmettere agli sposi la ricchezza del suo amore redentivo”.

In quel momento infatti vi è la presenza dello Spirito Santo, che è lo Spirito della vita e genera, di conseguenza, sempre nuova vita, sia essa vita nel senso del concepimento o vita come crescita nell’amore. Amore che aiuta poi gli sposi a vivere meglio la relazione tra di loro e con i figli nella quotidianità di tutti i giorni.

Vi facciamo una confidenza: nostro figlio Pietro è stato concepito lo stesso giorno in cui avevamo partecipato ad un incontro con il nostro gruppo di Intercomunione delle Famiglie, dove era stata fatta da tutti i presenti una preghiera di invocazione dello Spirito Santo su di noi, per il nostro desiderio di una nuova gravidanza.

I nostri nonni ci tenevano così tanto a rendere sontuoso il talamo nuziale perchè sapevano che quel letto è paragonabile all’altare, un altare dove gli sposi si donano senza riserve l’uno all’altra vivendo un gesto sacro. Di tanto in tanto, nelle occasioni speciali come possono essere gli anniversari di nozze, anche noi vestiamo a festa il nostro letto matrimoniale con lenzuola del corredo di mia moglie ricamate a mano punto dopo punto, affinché quelle lenzuola siano il simbolo che ci spinge ad impegnarci a vivere bene quei momenti di intimità. Infatti, citando ancor padre Raimondo: “per questo il rapporto sessuale è la più alta espressione dell’amore coniugale solo in esso infatti gli amanti raggiungono realmente la fusione dei cuori”.

Prima di metterci a letto non manca mai il momento di preghiera di coppia dove inginocchiandoci ai piedi del letto  ringraziamo Gesù per i doni che continua a concederci e chiediamo il suo aiuto per le nostre necessità, chiedendogli anche di benedire ancora una volta la nostra unione. Quanti di noi soprattutto nei momenti di aridità e di deserto danno per scontato l’amplesso fisico facendolo diventare quasi qualcosa di routine?

Deve invece essere un momento di profonda gioia, unione e comunione degli sposi e noi abbiamo trovato il modo di usare questa antica tradizione per tenerlo bene a mente, infatti purtroppo noi tutti esseri umani limitati a volte abbiamo bisogno di qualcosa di concreto e materiale per poterci poi innalzare verso ciò che è spirituale.

Le nostre nonne sapevano bene quante ore di lavoro quelle lenzuola portavano con sè, quanti soldi, messi da parte anche con sacrifici, erano costati i tessuti, e quanta concentrazione e fatica, per non sbagliare e per renderle un’opera d’arte, erano state profuse. Per questo sapevano dare la giusta importanza a quel luogo dove marito e moglie si uniscono in una sola carne e, di conseguenza, anche al rapporto d’amore in sè. Il talamo come la veste nuziale, come quando gli sposi vanno al altare con quello che sarà  per sempre il loro vestito più sfarzoso ed elegante.

Riccardo e Alessandra

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Una religiosità fatta di precetti

L’intento di Paolo è di mettere alle strette i cristiani perché si rendano conto della posta in gioco e non si lascino incantare dalla voce delle sirene che vogliono portarli a una religiosità basata unicamente sull’osservanza scrupolosa di precetti. Perché loro, questi predicatori nuovi che sono arrivati lì in Galazia, li hanno convinti che dovevano andare indietro e prendere anche i precetti che si osservavano e che portavano alla perfezione prima della venuta di Cristo, che è la gratuità della salvezza.

Oggi ci soffermiamo sulla catechesi di Papa Francesco proposta ieri, durante la consueta udienza generale del mercoledì. In particolare ci soffermeremo su alcune righe di ciò che ha detto. Secondo noi le più interessanti, almeno sono quelle che ci hanno maggiormente colpito. Una religiosità basata sui precetti. Perchè Paolo è così preoccupato dal rischio di scivolare in questo tipo di religiosità? Attenzione alla parole: non di fede (la fede è altro) ma di religiosità. La fede è il contenuto mentre la religiosità è l’involucro che si vede, la confezione dovrebbe poi contenere la sostanza, cioè l’amore. A nostro avviso i rischi maggiori, a cui fa riferimento Paolo, si concretizzano in due atteggiamenti specifici, che diventano modus operandi poi anche nel nostro matrimonio.

NON ABBIAMO BISOGNO DI GESU’. Questo è il primo grande rischio che si cela dietro una fede che si fonda principalmente sull’osservanza dei precetti. Io vado a Messa, faccio le elemosina, mi comporto bene, rispetto i comandamenti e per questo mi merito la ricompensa eterna, il paradiso. Non per amore, ma per sentirmi bravo. Moltissimi ragionano in questo modo. Gesù non è il sostegno della vita, ma diventa quasi un notaio. Colui che deve (è suo compito) registrare quanto siamo bravi. Questo è l’atteggiamento dei farisei. Molto religiosi, ma proprio per questo incapaci di amare. Anche noi rischiamo di essere farisei non solo con Gesù, ma anche con il nostro coniuge. Ci trasformiamo in giudici impietosi, incapaci di perdonare perchè noi non commettiamo certi errori e per questo non ammettiamo che gli altri possano invece sbagliare. Siamo intimamente convinti di essere meglio del nostro coniuge e che lui/lei sia fortunato/a ad averci accanto. Questo è terribile. Questo non è amore. Solo chi si sente bisognoso di perdono e comprende tutta la propria miseria è capace poi di accogliere quella dell’altro e di perdonare. Perdona perchè sa di essere perdonato. Ama perchè sa di essere amato.

UNA LEGGE D’AMORE. Gli ebrei hanno umanizzato in un certo senso la legge di Dio. Hanno provveduto a scrivere centinaia di precetti e di regole. Nella stessa Bibbia ne troviamo moltissimi. Perchè? Perchè c’è bisogno di sentirsi in una sorta di confort zone. Sapere quello che si deve fare. Gesù non cancella le regole ma chiede di andare alla base di queste regole. Ci dice che alla fine tutto è finalizzato ad amare. Ama Dio e ama il tuo prossimo. Le regole non sono quindi il fine. Dio non vuole dei sudditi obbedienti. Le regole sono il mezzo per arrivare all’amore. Dio ci vuole realizzati nella vita e santi. Dio ci dice: se vuoi davvero amare cerca di vivere la tua relazione sponsale (e ogni altra relazione) nel modo che ti ho insegnato. Gesù ci chiede un cambio di mentalità. Ci chiede di accogliere le regole come parole d’amore, perchè ci permettono di amare davvero, di andare in profondità del nostro rapporto matrimoniale. Cambia davvero tutto. Per me è stato difficile accogliere la morale sessuale della Chiesa. L’ ho accolta quando ho compreso che non era una sciagura ma una benedizione e una grande opportunità. La castità, i metodi naturali, l’attenzione all’altro non sono più motivo di frustrazione, ma diventano un libretto d’istruzioni per vivere fino in fondo il nostro matrimonio e per donarci nella verità combattendo l’egoismo e la concupiscenza che ci abitano. Gesù attraverso quelle regole ci chiede di perfezionare la virtù del dominio di noi stessi per poterci donare. Come puoi donarti se non ti appartieni?

Il Papa ci offre spunti importanti su cui riflettere. Non perdiamo questa occasione per crescere in amore e santità nel nostro matrimonio.

Antonio e Luisa

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Gli errori da non commettere

In questi anni abbiamo ricevuto tantissime mail, messaggi e commenti sotto i nostri articoli o post. Abbiamo deciso quindi di fare una sintesi dei principali motivi di sofferenza che abbiamo riscontrato. Speriamo possa essere utile.

L’IDEALE NON ESISTE

L’altro non è perfetto. Io non sono perfetto. Il matrimonio non è perfetto. C’è un momento in cui ogni coniuge deve lasciar cadere, deve liberarsi del sogno che aveva dentro di sè dell’altra persona. Questo è un momento che appartiene alla storia reale di ogni coppia. Lasciar cadere il sogno e accogliere in noi la verità dell’altro. Chiamarlo finalmente per nome. Chiamarlo in senso biblico. Accogliere e riconoscere con il nome tutta la persona che abbiamo di fronte. Questo processo può essere anche un duro colpo. Tante aspettative e tanti progetti. Tanti desideri che l’altra persona avrebbe dovuto incarnare e realizzare. Non è così. Spesso la persona che abbiamo sposato non è quella che pensavamo di aver sposato. Spesso l’idea che ci costruiamo è idealizzata e non è reale. Vogliamo che l’altro sia chi non è. E’ importante superare questo momento cruciale. Momento che può giungere per alcuni prima e per altri dopo, per alcuni in modo repentino e per altri in modo graduale, ma arriva per tutti. Tranquilli che arriva. E’ importante saperlo e riuscire a superarlo. E’ importante disinnescare il pericolo che si cela dietro. Il pericolo di pensare che lui non sia quello giusto, che lei non sia quella giusta, e quindi provare con qualcun’altro/a. L’amore chiede invece questo salto di qualità. Saper riconoscere e accogliere l’altro per quello che è. Solo così l’amore diventa maturo. Quando ci si rende conto della caduta del sogno si sperimenta davvero di perdere la vita. Solo facendo questa esperienza che è un’esperienza di crisi, di smarrimento, di solitudine, magari di sofferenza e dolore. Solo passando attraverso questa morte possiamo essere finalmente pronti a farci dono all’altro senza pretendere nulla. Solo morendo possiamo risorgere in una nuova relazione questa volta fondata sulla verità e non su un desiderio idealizzato che non esiste. La famiglia del mulino bianco lasciamola alla pubblicità. La nostra non è così, ma se riusciamo a fare questo salto di qualità, se riusciamo ad uccidere il sogno che abbiamo in testa,  beh la nostra famiglia può essere anche più bella di quella del mulino bianco, con tutto il casino e l’imperfezione da cui è abitata.

FARE L’AMORE NON E’ SEMPRE MERAVIGLIOSO

Abbiamo affrontato innumerovoli questo argomento e non torneremo sulle possibili cause e modalità per un recupero di questa dimensione. Quello che ci preme ribadire in questa analisi è che il rapporto fisico tra gli sposi ha una rilevanza che va oltre il solo piacere fisico. Sappiamo bene come stress, stanchezza, preoccupazioni e tanto altro possano influire sul nostro desiderio e anche sul modo con cui viviamo l’intimità. Fate comunque l’amore, non fate trascorrere troppo tempo, anche quando attraversate un periodo nel quale non ne avete molto desiderio e magari non riesce benissimo. E’ il gesto che più unisce e che permette ai due sposi di mantenere una vicinanza anche dei cuori. Anche quando non è esperienza totalmente appagante sul piano fisico è comunque importante e positiva se vissuta nel dono reciproco. Non sottovalutate la bellezza di sentirsi uno con l’altro. Diceva padre Raimondo (la nostra guida per tanti anni): Non tutte le ciambelle riescono con il buco ma la cosa bella del matrimonio è che non c’è ansia da prestazione. C’è tutta la vita per riprovare e migliorare.

FERITE E PERDONO

Non possiamo lasciarci condizionare dagli errori del passato. Se l’altro ha commesso degli errori, anche gravi, verso di noi, solo perdonando saremo in grado di ripartire. Alcuni di voi diranno: Io voglio perdonare ma non riesco! Quello che mi ha fatto è troppo grave. Questa è l’esperienza di tanti soprattutto quando accadono, appunto, fatti gravi. Come può essere ad esempio un tradimento. Come fare? Naturalmente non esistono ricette preconfezionate. Qui si tratta di mettere mano alla nostra umanità ferita. E’ molto faticoso. Spesso si tratta di affrontare tanto dolore e di dover elaborare un vero e proprio lutto. Tutto parte dalla nostra libertà. Dobbiamo essere liberi di andare oltre il male che l’azione di nostro marito o nostra moglie ci sta causando. Andare oltre i sentimenti e le emozioni. Per fare questo serve tempo. Il perdono non si può pretendere proprio perchè spesso l’altro non è pronto. Riuscire a perdonare (davvero) significa attraversare un processo interiore che ci permette di dissociare il peccato che ci ha fatto del male dal peccatore che lo ha commesso. L’altro non è il suo gesto o la sua mancanza, L’altro è una meraviglia nonostante il suo errore che magari è molto brutto. Perdonare non è quindi dire Ti perdono con le parole, ma è la capacità di riacquistare lo sguardo di Dio verso l’altro. Uno sguardo benedicente. Riuscire di nuovo a guardarlo con la meraviglia di Dio. Riuscire quindi a fidarci ancora dell’altro. Quanto accaduto resta vivo nella nostra memoria ma non fa più male. Si trasforma in amore. In capacità di rilanciare. Non tutti riescono certo ma tutti ne abbiamo le capacità. Soprattutto noi sposi.

Queste sono solo tre dinamiche abbastanza comuni. Ce ne sono altre. In un prossimo articolo magari le affronteremo e se ne avete da suggerire scriveteci un commento o un messaggio.

Antonio e Luisa

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Parlate tra voi di come fate l’amore? E’ importante.

Abbiamo scritto molte volte in questo blog quanto sia importante il dialogo in una coppia. Aspettare che l’altro capisca non sempre è la strada giusta, non lo è quasi mai. Perchè è così difficile capire che se desideriamo qualcosa dall’altra persona forse dovremmo comunicare il nostro desiderio? Oppure se c’è qualcosa che ci infastidice perchè non lo diciamo chiaramente? L’altro non ha il sesto senso. L’altro non è Mel Gibson in What Women Want che riesce a leggere nella testa delle donne e per questo riesce ad essere fantastico con tutte le sue tante conquiste.

Vi svelo un segreto. Anche vostro marito o vostra moglie desidera essere meraviglioso con voi ma forse non sa come farlo. Per questo è importante parlare e parlare. Poi ancora parlare e parlare. Ed è altrettanto importante ascoltare. Quando l’amato/a si apre è importante non perdere l’occasione di imparare qualcosa per migliorare la nostra relazione. In fondo il nostro desiderio, ciò che abbiamo promesso il giorno del matrimonio, non è forse impegnarci a fondo per rendere felice l’altro?

Uno degli ambiti dove c’è forse più difficoltà ad aprirsi è l’intimità. E’ facile esprimere la gioia quando tutto funziona e il rapporto è stato appagante lo è meno raccontare le difficoltà. Si fatica ad esternare quegli atteggiamenti e quei gesti del partner che non ci piacciono. Vale per l’uomo quanto per la donna, anche se solitamente è la donna che subisce maggiormente.

Invece è fondamentale parlarne. Ne va spesso della relazione stessa. Fare l’amore senza che se ne tragga piacere e anzi farlo avvertendo disagio e in alcuni casi dolore non fa che rendere un momento che dovrebbe essere il più bello tra gli sposi in qualcosa da sopportare, da rimandare e alla lunga da non fare più. Capite il rischio?

Quindi parlatene sempre. Parlatene però nel modo giusto.

Liberatevi dal puritanesimo. Non nascondiamolo: spesso ci si vergogna di parlare di sesso. E’ giusto mantenere un sano pudore ed essere gelosi di questa dimensione. E’ giusto con tutti, ma non tra marito e moglie. Liberiamoci da questa idea che vivere la propria sessualità sia qualcosa che abbassa la relazione a qualcosa di solo istintivo. Non è così! Ne abbiamo scritto diverse volte. Fare l’amore è un gesto sacro, quando è compiuto tra due sposi uniti sacramentalmente. Un gesto pieno di dignità e di amore vero, concreto ed efficace. Eppure c’è ancora vergogna nel parlare in coppia di ciò che piace e non piace, di come si possa migliorare, di quali siano i gesti più apprezzati e quelli che danno fastidio. Non limitate questa possibilità di crescere in un gesto importantissimo nella coppia. Un’esperienza che può davvero diventare meravigliosa e avvicinare a Dio. E’ bene ricordare che tanti sposi hanno imparato a fare l’amore nutrendosi di pornografia. Credono di sapere tutto e in realtà non sanno nulla di buono. Fare l’amore non è una tecnica da mettere in pratica, ma un dialogo tenero e ad amoroso tra due persone che desiderano darsi piacere e in quel piacere trovare comunione e unità di cuore oltre che di corpo.

Parole per costruire e non per distruggere. L’argomento va affrontato per migliorare la sessualità e non per trasformare il dialogo in una serie di accuse reciproche. Quanti sono capaci solo di puntare il dito: Tu non mi fai sentire niente, tu pensi solo al tuo piacere, non sei capace. Per poi magari arrivare alle frasi più brutte e dannose: certo che il mio ex (o la mia ex) era molto più bravo/a di te. Attenzione: dovete costruire e non distruggere ancora di più. Quindi i consigli sono due. Evidenziate ciò che vi è maggiormente piaciuto: è stato molto bello quando mi hai accarezzato dovresti farlo di più, quel gesto mi ha dato un po’ fastidio e quella sensazione mi ha un po’ bloccato/a per favore non farla più, mi piacerebbe che tu ti dedicassi a me in questo modo. Insomma, un dialogo teso a un confronto per migliorare e non per gettare addosso all’altro il nostro risentimento e la nostra insoddisfazione.

Parlatene con calma non durante il rapporto. Trovate un momento in cui siete da soli ma non durante il rapporto. Andreste a rovinare tutto. Durante il rapporto è bello e consigliato dare delle indicazioni molto semplici: si così è bello oppure smettila. Cose semplici e senza replica. E’ importante trovare invece dei momenti in cui approfondire ciò che è andato e ciò che non è andato in uno scambio aperto e sincero. C’è un momento meraviglioso per condividere il bello (solo il bello) che si è vissuto. Subito dopo aver terminato il rapporto. Lì in quell’abbraccio carico di comunione e di emozione, esprimere la nostra gioia e gratitudine reciproca, può unirci ancora di più e rendere quel momento ancora più ricco e carico di amore.

Sono solo dei piccoli e semplici consigli ma crediamo molto importanti. Tanti problemi di relazione nascondo proprio dal rapporto intimo vissuto male e un rapporto intimo è vissuto male perchè molte volte non se ne parla abbastanza.

Coraggio quindi se ci tenete al vostro matrimonio parlatene e impegnatevi a fondo per rendere la vostra intimità sempre più bella per entrambi.

Antonio e Luisa

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Non fare nostro ma fare posto

Qual è la grandezza di Dio?  Dio è grande in tutto, ma lo è soprattutto quando si fa piccolo. La Sua grandezza verso noi uomini si concretizza soprattutto nel Suo farsi piccolo. Quando Dio crea, dice un detto ebraico poco conosciuto, si ritrae, si contrae per poter dare la vita, per non essere tutto solo Lui. Dalla sua contrazione nasce l’Universo, nasce il Mondo e nasciamo anche noi, nasce l’uomo, che del Creato è il vertice. La grandezza di Dio, quindi, non consiste nel travolgerci con la sua grandezza, ma nella Sua capacità di non farlo, di farsi piccolo per essere accolto da noi. Dio si è autolimitato per permettere una relazione possibile tra noi e Lui. Perchè la desidera. Perchè Lui è amore e vive di questa relazione tra le tre Persone Divine.

Ci ama così tanto da essersi fatto uomo, come noi, per poterci abbracciare, sorridere, guardare attraverso il Suo corpo e alla fine donare tutto di sè, sempre attraverso il Suo corpo. Il nostro Dio è vero perchè nessun uomo avrebbe potuto inventarsi un Dio così, nessuno avrebbe potuto avere l’ardire di immaginarsi un Dio così. Per questo non può che essere vero. Arriviamo a noi. Al nostro matrimonio. Cosa ci insegna questa introduzione? La nostra relazione è sacra perchè è immagine della relazione divina. E’ immagine di Dio. Semplicemente quindi dobbiamo cercare di acquisire lo stile di Gesù nell’amare il nostro sposo o la nostra sposa. Dobbiamo essere  capaci di farci piccoli per far emergere l’altro, per aiutare l’altro a sviluppare tutta la sua umanità, il suo essere uomo o il suo essere donna. Come disse sapientemente Papa Francesco nel 2017:

Il marito ha il compito di fare più donna la moglie e la moglie ha il compito di fare più uomo il marito. Crescere anche in umanità. Questo si chiama crescere insieme. Ma questo non viene dall’aria, viene dalle vostre mani, dai vostri atteggiamenti, fate in modo che l’altro cresca, lavorate per questo. 

Spesso siamo portati a fagocitare l’altro, a farlo a nostra immagine, plasmarlo come piace a noi. Vogliamo decidere non solo per la famiglia ma anche per lui/lei. Così facendo ci sembra di prenderci cura e di amare. Non è così. Non è questo il modo di fare di Dio. Dio non ci vuole forzare a nulla. E’ importante comprendere questo per capire finalmente che la nostra sposa è bellissima e merita di avere accanto uno sposo che riconosce in lei una bellezza diversa dalla sua. E’ importante che uno sposo abbia accanto una sposa che desideri amarlo per quello che è senza castrare la sua diversità e la sua virilità. Ciò non significa che tutto vada bene, ognuno di noi ha difetti e atteggiamenti da cambiare. Significa non forzare l’altro ad essere come noi vogliamo, ma provocare in lui/lei il desiderio di cambiare per restituirci l’amore gratuito che noi offriamo senza pretendere nulla da lui/lei. Non per forza ma per amore. L’amore non è fare nostro ma fare posto in noi.

Questo è il modo di Dio e questo è ciò che dobbiamo cercare di replicare nella nostra vita. Da soli è quasi impossibile, con la Grazia di Dio possiamo e dobbiamo farcela. Ne va della nostra gioia e della nostra vocazione.

Antonio e Luisa

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Un’immagine non sempre visibile

Come spiegare che gli sposi sono immagine di Dio. Come disse Papa Francesco in un’udienza del 2014: L’immagine di Dio è la coppia matrimoniale: l’uomo e la donna; non soltanto l’uomo, non soltanto la donna, ma tutti e due.

Io e Luisa, come ogni altra coppia sposata in Gesù, siamo ciò che più si avvicina a mostrare chi è Dio. Perchè proprio nella nostra differenza uomo-donna, nel nostro essere sessuati e diversi, c’è la possibilità di generare una relazione feconda e l’occasione di farsi dono l’uno per l’altra in una comunione d’amore. Come accade nella Trinità.

Certo rappresentiamo un’immagine molto limitata ed imperfetta, ma riusciamo a raccontare qualcosa di Dio come nessuna altra realtà umana può fare. Allora perché tutta questa miseria anche tra gli sposi uniti sacramentalmente? Perchè tanti sposi si separano, si tradiscono, si feriscono nello spirito e talvolta anche nel corpo? Queste coppie non sono immagine di Dio? Non è facile rispondere. Ci proverò con un esempio che può essere esplicativo.

Diamo per vero che il matrimonio sia valido (purtroppo non è detto lo sia). Lo Spirito Santo è sceso sugli sposi e Gesù ha preso casa nella relazione dei due. I due sono immagine di Dio? Lo sono già? La risposta è ni. Si e no. Sicuramente in potenza lo sono. Hanno questa immagine impressa dentro di loro. Impronta impressa dal fuoco consacratorio dello Spirito Santo che li ha resi uno e che li ha resi di Dio. C’è l’immagine di Dio. In tutti i matrimoni validi anche i più disgraziati. C’è ma non si vede. Come se Gesù avesse scritto il Suo nome sul foglio del loro matrimonio con il succo di limone. Lo ha scritto, ma è invisibile.

Come renderlo visibile? Bisogna avvicinarlo ad una fonte di calore. Ad esempio ad una candela. Candela che genera luce e calore. Una piccola luce e una piccola fiamma. Candela che rappresenta la nostra misera capacità di donarci l’uno all’altra con tutta la volontà, con tutto il corpo e con tutta la mente. Se il nostro matrimonio è vissuto nel calore del nostro amore umano reciproco ecco che accade il miracolo. I fogli bianchi della nostra relazione mostrano ciò che Dio aveva scritto fin dal giorno delle nostre nozze in modo non visibile. Il nome di Dio prende forma e colore nella nostra vita. Diventiamo davvero immagine di Dio e del suo amore. Ecco perchè tanti matrimoni falliscono. Perchè manca il calore e la luce dell’amore naturale degli sposi. L’immagine di Dio resta nascosta e il matrimonio rischia di restare una relazione molto povera, come tante altre. Come tante altre finisce. Non diamo la colpa a Dio per questo. Solo dando tutto avremo in cambio il centuplo in gioia, pace e grazia fin da questa vita.

Diceva don Dino, un sacerdote che ci ha insegnato tanto: solo con la Grazia o solo con la volontà non si fa molto, con Grazia e volontà si può fare tutto.

Antonio e Luisa

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Intimità e gravidanza. Un’esperienza bella e delicata.

Ciao! Vi seguo da diverso tempo e vi sono molto grata per la testimonianza che date e gli spunti continui che offrite. Per me e mio marito è stato molto importante leggervi, soprattutto sulle tematiche inerenti la sessualità, perché è raro il vostro modo chiaro e diretto di trattare argomenti delicati. Ho una domanda da farvi in merito. Sono al 5° mese di gravidanza e stiamo incontrando alcune difficoltà nell’unione fisica, un po’ per il pancione, ma soprattutto perché i rapporti molto spesso durano appena il tempo della penetrazione, cosa che prima era successa solo raramente. Dalle sensazioni che riferisce mio marito, mi viene da chiedervi se ci sono, oltre agli aspetti più psicologici dell’uomo, dei cambiamenti fisici nel corpo della donna che potrebbero causare questo (tipo modificazioni nelle dimensioni o nella posizione della vagina). Inoltre vi chiedo un consiglio, anche pratico, su come affrontare la situazione in questa fase delicata. Grazie per il tempo che potrete dedicarmi.
Un caro saluto e un ricordo nella preghiera,

Abbiamo pensato fosse utile condividere i nostri pensieri su un argomento interessante e che molti di noi si sono trovati ad affrontare o affronteranno nel corso della vita di coppia. Sappiamo bene come l’arrivo di un figlio sia un momento molto delicato per gli equilibri della coppia. Lo è in modo molto evidente dopo la nascita, quando la presenza di quell’esserino rischia di monopolizzare tutte le attenzioni dei due genitori, in particolare della mamma. Ci sono quindi degli equilibri da ritrovare nel dialogo d’amore tra i due sposi. Guai a sentirsi solo genitori e non più coppia. Non è questo però l’argomento della richiesta e di questo articolo.

Anche durante i mesi dell’attesa, dove il corpo della donna continua a subire cambiamenti evidenti e dove l’assetto ormonale non favorisce il desiderio, si possono presentare delle insidie. Il rapporto di coppia può subire delle crisi più o meno gravi. Anche fare l’amore può diventare un problema quando magari prima non lo era.

Solitamente chi trova maggiori difficoltà è la donna. Come abbiamo già accennato gli ormoni non aiutano in quel periodo il desiderio. Non solo. Si possono aggiungere sensazioni ed emozioni che complicano il quadro. La donna si trova con un corpo che muta velocemente e che in alcuni casi non la fa sentire più bella e attraente per il suo uomo. Altre volte si può aggiungere il timore di fare del male al bimbo che porta il grembo.

Nel caso raccontato nella mail invece il problema nasce dall’uomo. Lei sembra affrontare più serenamente il tutto. A volte può succedere. Non ci si pensa mai abbastanza ma anche il marito si trova ad affrontare un momento molto delicato. Certo in modo meno diretto e corporale, ma da un punto di vista psicologico comunque molto coinvolgente e, per alcuni, destabilizzante.

Crediamo di poter affermare che in questo caso tutto nasca dalla testa. Che non ci siano cause fisiologiche o dovute a modificazione degli organi sessuali femminili. Almeno non in modo diretto. Intendiamo dire che la donna cambia molto durante la gravidanza. A differenza di quanto la stessa donna crede ciò non la rende meno attraente agli occhi del marito. Nella stragrande maggioranza dei casi una donna in attesa appare al suo amato ancora più bella. Appare nel pieno della sua femminilità e questo può comportare un maggior coinvolgimento emotivo e sessuale da parte maschile. Le appare così bella che non riesce a resistere.

Altre volte anche il marito psicologicamente si trova a disagio. Crede di poter far del male al piccolo nel grembo materno. Spesso ci sono delle convinzioni errate radicate in noi che non ci permetto di vivere bene un periodo che invece può essere molto bello.

Cosa ci sentiamo di consigliare? Dovete trovare serenità e complicità.

Serenità perchè il bambino non corre alcun pericolo (se non ci sono problemi e complicazioni di altro tipo). L’utero materno è separato dalla vagina e non c’è quindi nessuna possibilità di procurare danni al feto durante il rapporto. Certo bisogna essere delicati e scegliere posizioni che non schiaccino troppo la pancia. Non solo: ci sono studi che dimostrano che il bambino nel grembo vive un momento di grande benessere quando i due genitori fanno l’amore e lui si sente al centro di quella comunione corporea e spirituale tanto profonda.

Cercate complicità. Parlate tanto tra di voi. Raccontatevi le vostre sensazioni, le vostre emozioni, le vostre paure. Con la certezza di trovare nell’altro comprensione e sostegno. Vivete il rapporto nella tenerezza. Vivete tanti gesti di tenerezza anche al di fuori dell’amplesso. Questo è importante per sopperire al calo del desiderio ormonale. Facciamo l’amore perchè ci vogliamo così bene che desideriamo essere uno anche quando gli ormoni ci terrebbero lontani.

Per quanto riguarda l’amplesso cercate di averne e viveteli nel dono reciproco. Non importa tecnicamente che escano perfettamente, conta l’amore e la comunione che riuscite a generare in voi e tra voi. Se il momento della penetrazione dura troppo poco perfezionate il prima, i preliminari, concentrando le attenzioni sul corpo della donna. Lui non ne ha bisogno. Soprattutto in questo caso. Prediligete una posizione che sia comoda e vi faccia sentire tranquilli. Quella di mettirsi di fianco uno di fronte all’altro è perfetta. E se nonostante questo lei non riesce ancora a sentire nulla ricordiamo che è lecito continuare con la stimolazione in altro modo. Non solo è moralmente lecito ma umanamente giusto.

Un padre domenicano vissuto a cavallo tra 1800 e 1900, tale Benedictus Merkelbach, professore di morale all’università cattolica di Lovanio (Belgio) in uno dei suoi tanti testi ebbe a scrivere: la moglie può con il proprio tatto o anche con quello del marito stimolare in se stessa la soddisfazione saziativa e perfetta e così dare compimento all’intimità se il marito ha compiuto o ha intenzione di compiere secondo natura la sua parte.

Questo è il nostro consiglio. Ricordate: serenità e complicità!

Luisa e Antonio

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Siamo uomini: oltre il testosterone c’è di più.

Cinquantenni disgustosi, maschi omofobi. Ho avuto a che fare per anni con ‘sta gente volgare per via dei miei giri. Sono cresciuto con ‘sto schifo. L’aria densa di finto testosterone, il linguaggio tribale costruito, anaffettivo nei confronti del femminile e in generale l’immagine di donna oggetto con cui sono cresciuto.Sono allergico ai modi maschili, ignoranti con cui sono cresciuto. Allora indossare capi di abbigliamento femminili, oltre che il trucco, la confusione di generi è il mio modo di dissentire e ribadire il mio anarchismo, di rifiutare le convenzioni da cui poi si genera discriminazione e violenza.Sono fatto così mi metto quel che voglio e mi piace: la pelliccia, la pochette, gli occhiali glitterati sono da femmina? Allora sono una femmina. Tutto qui? Io voglio essere mortalmente contagiato dalla femminilità, che per me significa delicatezza, eleganza, candore. Ogni tanto qualcuno mi dice: ma che ti è successo? Io rispondo: ‘Sono diventato una signorina’

Achille Lauro

Ho letto per caso, scorrendo sui social, questa affermazione di uno dei cantanti del momento. Achille Lauro ripete il mantra del pensiero che ultimamante va per la maggiore, almeno in occidente: maschio è brutto mentre femmina è bello. Maschio è un concetto patriarcale e sorpassato. Uno stereotipo tossico. L’uomo per essere davvero amico della donna e accettabile socialmente deve smettere di essere maschio e fare proprie tutte quelle prerogative più femminili. Ha davvero ragione il buon e furbo Achille Lauro? (si furbo perchè io maliziosamente ho la convinzione che stia sapientemente cavalcando l’onda)

Ha ragione su alcune premesse. Spesso il maschio ha uno sguardo verso la donna poco rispettoso della persona. Uno sguardo oggettivante. Ne fa cioè sovente un oggetto da usare. D’altronde è qualcosa che c’è da sempre. San Giovanni Paolo II lo classifica come frutto velenoso del peccato originale commentando il versetto Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà.

La soluzione è quindi quella di trasformarci in un surrogato femminile come propone l’artista? Certamente no. La risposta corretta va in direzione completamente opposta. La soluzione è trasformarci si, ma da maschio ad uomo. Essere pienamente uomo, per noi cristiani di sesso maschile, significa fare nostri gli atteggiamenti e il modo di relazionarsi di Cristo. Cristo che è vero Dio ma non per questo meno uomo. Uomo pienamente maschio.

Cosa significa concretamente? Significa che dobbiamo crescere ed educarci a diventare ciò per cui siamo stati creati. Lo abbiamo scritto dentro. Il nostro corpo parla. Prendiamo qualcosa che abbiamo solo noi. Qualcosa che nel micromondo del nostro corpo può raccontare tanto di come siamo fatti. Mi riferisco agli spermatozoi. Ho trovato una spiegazione meravigliosa nel libro di Tommaso e Giulia Il cielo nel tuo corpo. Gli spermatozoi sono immagine di grande forza e vitalità. Sono immagine di virilità. Appena lanciati alla carica non si fermano, sono in competizione l’uno con l’altro. E’ una vera guerra. Vincerà solo uno. Devono affrontare, oltretutto, un viaggio breve ma pieno di insidie (la vagina è un ambiente acido per non parlare del sistema immunitario della donna). Alcuni ce la fanno, arrivano alla meta, lì dove c’è l’ovulo femminile ad attenderli. Cosa fanno? Attaccano come gli indiani a Little Big Horne? No, succede qualcosa di inaspettato. Tutta la loro aggressività si spegne. Inizia qualcosa di diverso. Inizia un dialogo d’amore (rende bene l’idea) tra uomo e donna. Tra gamete femminile e gameti maschili. Gli spermatozoi non cercano di ottenere con la forza l’accesso nella cellula uovo, ma attendono con umile pazienza che sia la donna a scegliere chi far entrare in lei.

Quando l’uomo è capace di gestire la sua forza al servizio della donna e della vita ecco il miracolo, ecco che comincia ad essere ciò che è. Una creatura meravigliosa capace di dare la vita esattamente come può fare lo spermatozoo. Ecco che la sua aggressività tanto disprezzata dalla nostra società prende una nuova forma e una funzione profondamente buona e positiva. L’aggressività controllata e incanalata diventa generatività.

Quindi non vergogniamoci perchè siamo uomini. Essere uomo non solo piace alla nostre donne ma è ciò che Dio vuole da noi. Un uomo è capace di scelte definitive, un uomo non si risparmia per il bene delle persone che ama, un uomo è una persona di cui ci si può fidare, un uomo è capace di spostare lo sguardo da sè all’altro. Un uomo è capace di sacrificio e trae la sua gioia dalla gioia che riesce a donare a chi ha vicino. Se il paragone con Gesù ci pare troppo pensiamo a San Giuseppe e di quanto sia stato tutte queste cose quando ha portato in salvo e custodito la Santa Famiglia.

Ha ragione quindi Achille Lauro quando mette in evidenza le contraddizioni del maschio. Ciò che non funziona non è però il troppo testosterone, come dice lui, ma l’immaturità di tanti maschi che non crescono e non diventano uomini. Come crisalidi che non mutano in farfalle. Il matrimonio in questo percorso è uno dei passaggi fondamentali. Almeno per me lo è stato. Luisa mi ha sposato che ero molto maschio e poco uomo. Con il tempo, con gli errori, con l’amore, con il sostegno reciproco e con la Grazia del sacramento giorno dopo giorno sono cresciuto e se oggi sono una persona migliore, un po’ meno maschio e un po’ più uomo è proprio grazie alla palestra che è e che è stata il nostro matrimonio. Papa Francesco esprime questa dinamica di perfezionamento reciproco molto bene:

Il matrimonio è anche un lavoro di tutti i giorni, potrei dire un lavoro artigianale, un lavoro di oreficeria, perché il marito ha il compito di fare più donna la moglie e la moglie ha il compito di fare più uomo il marito. Crescere anche in umanità, come uomo e come donna. E questo si fa tra voi. Questo si chiama crescere insieme. Questo non viene dall’aria! Il Signore lo benedice, ma viene dalla vostre mani, dai vostri atteggiamenti, dal modo di vivere, dal modo di amarvi. 

Antonio

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La compagnia del cigno: intrattenimento o indottrinamento?

Terza e ultima puntata sulla Compagnia del Cigno (cliccate per leggere le altre già pubblicate prima seconda), che dà un notevole rilievo all’omosessualità o, meglio, alla sua normalizzazione. Tra l’altro, nel 2020 la serie televisiva è stata tra i vincitori del Diversity Media Awards. Nati come riconoscimento per la rappresentazione nei media di persone e temi LGBTQ+, i Diversity Media Awards hanno allargato l’attenzione alla rappresentazione della diversità nelle aree genere e identità di genere, orientamento sessuale ed affettivo, etnia, età e generazioni, disabilità.

Ma torniamo alla Compagnia del Cigno: Matteo, che è marchigiano, viene ospitato a Milano dallo zio Daniele, un omosessuale dichiarato. È una bella persona, forse il personaggio migliore, dopo il maestro Marioni. Daniele cerca l’amore vero, fedele, duraturo e con rassegnazione si adatta all’ambiente gay di Milano, dove, dice lui, il tradimento è molto diffuso. Un giorno in un appartamento del condominio in cui abita, arriva un bel ragazzo simpatico, che a Daniele piace subito, ma immediatamente dietro di lui sbuca una bella ragazza. Il povero Daniele ripiomba nello sconforto, ma ben presto scopre che il bel ragazzo, anche lui di nome Daniele, è omosessuale, mentre la bella ragazza è un transessuale (nella realtà, la bella ragazza è davvero una ragazza, l’attrice Pina Turco). I due Daniele si mettono insieme e l’amore trionfa, anche quello fisico. Infatti, i due appaiono diverse volte a letto a torso nudo. Mi sembra che sia la prima volta che una serie televisiva in prima serata su Rai 1 mostri immagini che alludono a un rapporto sessuale tra due uomini. Il tutto è molto naturale, per nulla trasgressivo, normale. La serie televisiva presenta i due Danieli per niente effemminati, mentre lo sono il precedente fidanzato dello zio Daniele e i suoi amici snob. Daniele 2 (l’attore Michele Rosiello), in particolare, è decisamente virile, affascinante anche per il pubblico femminile.

Attualmente, anche la normalizzazione delle unioni civili è ormai acclarata. Se vi ricordate, nel 2013, la riconosceva anche Barilla: Il matrimonio omosessuale lo rispetto perché riguarda due persone che vogliono contrarre il matrimonio, invece non rispetto l’adozione delle famiglie gay perché riguarda una persona che non è quella che decide. Per queste affermazioni Barilla subì il boicottaggio e fu costretto a fare marcia indietro. Attualmente, infatti, gli italiani hanno accettato omosessualità e unioni civili, ma faticano ancora ad approvare l’adozione di bambini e ragazzi da parte di omosessuali, perché ci tengono ancora tanto alla coppia mamma-papà. La Compagnia del Cigno, nella seconda stagione, spinge con decisione su questo aspetto. Daniele 2, infatti, vorrebbe diventare genitore affidatario semplicemente “per aiutare un ragazzo o una ragazza a crescere”. L’assistente sociale va a casa loro per spiegare (soprattutto al pubblico di Rai 1) che la legge non permette a due uomini di diventare genitori affidatari in quanto coppia, ma lo permette a un single (etero oppure omo).

Ad un certo punto, Daniele 2 va in tribunale per un eventuale affidamento e lo zio Daniele lo aspetta in strada. Qui c’è un altro uomo che, per lo stesso motivo, ha accompagnato la sorella. Vale la pena di leggere il dialogo tra i due:

Sconosciuto: Il giudice! È tutto in mano al giudice, è molto importante come la pensa sulle cose importanti. Li danno anche agli omosessuali. Personalmente, non ho niente contro di loro… Adesso ce li ritroviamo anche come genitori affidatari. Mi sembra troppo. Personalmente, lontano dai ragazzi, lontano dai nostri figli, no?

Daniele (dopo aver cercato di trattenersi): Senta, lì dentro non c’è la mia ragazza, c’è uno di quegli omosessuali, quelli che devono stare lontano dai ragazzi, dai suoi figli. Io sono il suo compagno e sono stanco di sentire certi discorsi, stanco perfino di doverglielo dire che abbiamo tutti gli stessi diritti, che non esistono cittadini di serie A e di serie B. Io non ne posso più di gente ignorante come lei!

Sconosciuto (arrabbiato): Stia attento a come parla e abbassi la voce!

Daniele (esasperato): No! Sono stanco di abbassare la voce! Siete passati voi, voi retrogradi, voi intolleranti, voi omofobi! Siete pieni di pregiudizi, vi dovete vergognare!

Sconosciuto (molto arrabbiato): Continua! Basta solo una parola…

Daniele (provocatorio): Cosa? Mi vuole picchiare? Avanti! Mi picchi! ‘Sto coglione…

La scena immediatamente dopo mostra lo zio Daniele a casa: è stato picchiato dallo sconosciuto e ora viene medicato da Daniele 2. Lo zio Daniele si giustifica così: Non ne posso più di essere offeso, la gente parla senza pensare a quelli che hanno davanti, pensano di poter dire tutto quello che gli passa per la testa! Un ottimo spot a favore del ddl Zan (contro la omo-transfobia), che infatti minaccia sanzioni per chi osa dire ciò che gli passa per la testa, per esempio, che un bambino ha bisogno di un papà e di una mamma per crescere. A mio parere, l’intento manifesto di questa serie TV è proprio quello di educare gli italiani, di portarli a pensare che la coppia mamma-papà non sia poi così necessaria. Alla fine, Daniele 2 diventa genitore affidatario di un ragazzo, di cui si vede solo un’immagine fuggevole. E la bisessualità? C’è anche quella. Robbo è deluso dalla figlia del compagno della madre, perché ha scoperto di non essere l’unico con cui lei va a letto. Lui decide di perdonarla e va verso la camera di lei, ma aprendo la porta, la vede che sta baciando una ragazza. Per niente turbate, le due fanciulle lo invitano a unirsi a loro, ammiccando. Lui batte in ritirata… Forse il poliamor è troppo anche per gli italiani! Concludendo, mai come in questo periodo storico, la televisione dimostra di essere, più che un mezzo di intrattenimento, un mezzo educativo per grandi e piccoli. Attenzione!

Luisa

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L’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio

Poi udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino.

Perchè i due si sono nascosti? Dio è cattivo? Dio è un Padre che fa paura? Dal comportamento che hanno Adamo ed Eva sembra proprio di sì. Chiunque non conosce il nostro Dio e legge questo passo non può che farsi questa idea. In realtà questo passo della Genesi cela una verità che ci caratterizza tutti. Adamo ed Eva come sapete ci rappresentano, possiamo identificarci con loro. L’uomo e la donna si nascondono non perchè Dio sia cattivo e vendicativo, ma perchè si specchiano nello sguardo di Dio. Trasferiscono il malessere che il peccato ha generato in loro nello sguardo di chi li guarda. Dio non li guarda con malignità, ma con quello sguardo di amore misericordioso che Gesù ha incarnato perfettamente. E allora?

Non è Dio che mi sta giudicando, ma sono io che di fronte all’amore di Dio provo vergogna e paura. Paura di perdere quell’amore e vergogna di esserne indegno. Questo è il sentimento di Adamo ed Eva che viene descritto nel versetto che ho riportato. Questo è quello che caratterizza tutte le persone. Quando amiamo e siamo amati da qualcuno e tradiamo questo amore proviamo paura e vergogna. Quando tradiamo la fiducia proviamo paura e vergogna. Questo vale in tutte le relazioni, a partire chiaramente da quella con Dio. Vale anche per il nostro matrimonio.

Cosa c’entra tutto questo discorso? C’entra tantissimo. Dio non smette di amare i suoi figli. Non smette di amare l’uomo e la donna. La condanna verso Adamo ed Eva non è una sentenza ma semplicemente una presa di coscienza che Dio offre all’uomo. Sta dicendo che proprio per la loro umanità imperfetta ma libera andranno incontro a sofferenze ed errori. Sta a loro trasformare i limiti in opportunità.   

Questo vale sempre. Vale anche e soprattutto per il matrimonio.  I limiti diventano occasione. E’ capitato che io abbia dovuto confessare alla mia sposa alcuni miei comportamenti sbagliati. Ho provato esattamente vergogna e paura. Lei è stata capace di non giudicarmi, di guardarmi con gli occhi di Dio. Questo ha trasformato tutto. La vergogna si trasforma in riconoscenza. La paura in voglia di ricominciare. La rottura in nuova sorgente di amore gratuito. Genesi racconta come siamo fatti. Non possiamo pensare di recuperare una perfezione che non abbiamo mai avuto. O meglio: possiamo essere perfetti nella nostra imperfezione quando lasciamo spazio a Dio nella nostra vita, nella nostra relazione e nella nostra famiglia.

Il matrimonio è immagine dell’amore di Dio che è perfetto. Non perchè siamo perfetti noi sposi, ma perchè la nostra imperfezione, i nostri errori, i nostri limiti e le nostre debolezze, quando vissuti nell’abbandono a Dio e nella Grazia di Dio, sono motivo per perdonare, per amare gratuitamente e senza merito alcuno il nostro coniuge. Questo è l’amore misericordioso di Dio. Questo è quell’amore di cui noi sposi siamo chiamati ad essere immagine.

Antonio e Luisa

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Quell’amore che non è amore

L’amore è più autentico quando è più espressione del sentimento o della volontà? Attenzione non dico assolutamente che il sentimento e la passione non siano importanti. Chiedo se l’amore è maggiormente visibile e sperimentabile quando è frutto della passione o quando è conseguente a un esercizio di volontà.

Viviamo in una società che ci insegna che l’amore è tale solo quando è spontaneo. Solo quando è spinto da una passione che non riusciamo a governare. Ma è davvero questo l’amore? L’amore cristiano almeno? Oppure c’è un fraintendimento molto pericoloso che è alla base di tanti disastri e di tanti fallimenti matrimoniali?

L’amore cosa è? E’, detto in parole molto semplici, volere il bene dell’altro/a, donarsi per il bene dell’altro e rendersi accoglienti per il bene dell’altro. Mettere il bene dell’altro/a al centro dei nostri pensieri e del nostro agire. La passione e il sentimento chi ci inducono a mettere al centro? L’altro/a? No! Al centro della passione e del sentimento ci sono io. C’è quello che sento, quello che desidero, quello di cui ho bisogno. L’altro diventa mezzo per soddisfare ciò che sento e che voglio. E’ amore questo? Forse si. Forse, però, anche no. Non serve amare per questo. Non è necessario darsi, basta prendere, usare e gettare. Questo è l’amore dei nostri tempi. Quello di trasmissioni cult come Uomini e donne o Temptation island, quello delle farfalle allo stomaco per eterni ragazzini che non crescono e che credono che prendersi delle responsabilità sia poco cool. Quello che conta, come si usa dire adesso, è vivere l’altra persona. Cioè usarla. Dicono voglio viverti, ma intendono voglio consumarti. Come un prodotto. Esattamente come un prodotto. Ciò che è più triste è che questo modo di approcciarsi alle relazioni affettive sta diventando normale nella vita di tutti i giorni.

Se questo atteggiamento diventa modalità abituale, sarà normale gettare chi non serve più quando il sentimento per lui/lei non sarà più così forte. Non ti amo più! Non sento più niente! Capite che così non funziona. Si deve allora fare finta? No, non si deve fare finta. Si deve amare. Dice Marco Scarmagnani nel suo ultimo libro Crisi di coppia. Come uscirne in 10 mosse: tra la spontaneità e la falsità c’è una terra di mezzo che si chiama impegno. L’amore non è un sentimento. Il sentimento è ciò che ci spinge ad amare, ma poi, l’amore vero non può finire, semplicemente perchè è una scelta. Una scelta che, come sposo, rinnovo ogni giorno. Ogni giorno decido con tutta la mia volontà, con tutto il mio corpo e con tutta la mia anima di amare la mia sposa. Sempre, quando sarò sostenuto dalla passione e dal sentimento e quando sarò più arido e distante. Quando sarà facile e quando non lo sarà. Non sempre riuscirò, spesso sbaglierò, non importa. Ce la metterò tutta perchè solo così darò senso alla mia vita e alla mia promessa matrimoniale, cioè alla mia vocazione. Solo così i momenti difficili ed aridi non saranno infecondi, ma al contrario prepareranno il terreno affinchè la passione e il sentimento possano tornare più forti di prima. Vi assicuro che tornano.

Essere spontanei non è una qualità che rende un matrimonio felice. Lo rende solo precario. Ciò che rende un matrimonio santo è la sua autenticità. La mia fedeltà alla promessa di mettere il bene dell’altro/a sopra ogni altra cosa, anche sopra i miei sentimenti. Gesù non ci ha dimostrato il suo amore con una serenata. Lo ha fatto in croce. Lo ha fatto morendo per far vivere noi.  Come disse Papa Francesco: rivolgiamo lo sguardo del nostro cuore a Gesù Crocifisso e sentiamo dentro di noi che Dio ci ama, ci ama davvero, e ci ama così tanto! Ecco l’espressione più semplice che riassume tutto il Vangelo, tutta la fede, tutta la teologia: Dio ci ama di amore gratuito e sconfinato.

Ora amate vostro marito o vostra moglie. Vi viene facile perché sorretti dalla passione? Ringraziate Dio e godetene. Vi costa fatica? Amatelo/a comunque e affidate questa fatica a Dio. Solo Lui può trasformarla in amore che salva.

Antonio e Luisa

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Il peccato è accontentarsi

Oggi vorremmo rispondere pubblicamente ad una mail. L’argomento è già stato affrontato da parte nostra in altri articoli. Lo abbiamo affrontato anche nei nostri libri eppure è sempre uno dei più attuali e richiesti. Vi condividiamo uno stralcio della mail ricevuta.

Volevo porvi una domanda ed avevo paura che scrivendo sulla pagina fosse pubblico. Io e mio marito siamo sposati da un anno e abbiamo una bellissima bambina di tre mesi appena compiuti, abbiamo vissuto il nostro cammino da fidanzati in maniera pura e ci siamo sforzati di vivere la castità; con la nascita della nostra bimba sono cambiate tantissime cose e ultimamente io sono entrata un po’ in crisi per alcuni aspetti che coinvolgono la sfera sessuale.. È lecito fare l’amore con il proprio marito prendendo precauzioni per non rimanere incinta? Ho paura di vivere in peccato perenne ma allo stesso tempo non sono pronta per una nuova gravidanza.. Spero di essere stata chiara e che possiate consigliarmi, grazie infinite per tutto vi auguro una santa giornata.

Vorremmo focalizzarci su alcuni punti. Non per dare una ricetta ma semplicemente un consiglio. Una prospettiva diversa in modo da permettere a voi di discernere meglio. La decisione resta vostra e solo vostra. Nessuno può dirvi cosa fare e come farlo.

È lecito fare l’amore con il proprio marito prendendo precauzioni per non rimanere incinta? Quando abbiamo letto questa domanda abbiamo percepito che forse c’è un’idea sbagliata di fondo. E’ lecito non è il termine esatto. Sembra davvero che si pensi a Dio come ad un giudice, ad un tiranno che impone la propria legge e le proprie regole che noi, se desideriamo essere dei buoni sudditi, dobbiamo rispettare senza capirne il motivo. Comprendete che così è frustrante. Infatti non appena il controllo sociale della Chiesa è venuto meno sono crollate anche le persone che decidono di restare caste prima e dopo il matrimonio. Non ne comprendono il motivo. Fare l’amore è così bello. Perchè non posso usare un preservativo per evitare una gravidanza che in coscienza sento non essere giusta per tanti motivi?

Capite che così non funziona! Gesù è re della nostra vita ma è un re diverso. Un re che non impone ma che ci ama profondamente tanto da farsi come noi. Quindi quel è lecito va trasformato in: Cosa vuoi dalla tua vita? Vuoi accontentarti o vuoi la pienezza che io ti ho promesso con il sacramento del matrimonio? Io ci sono. Fidati di me.

Cambia tutto così. Non è più una questione legalistica ma diventa qualcosa di più profondo che ci tocca e ci cambia dentro. Quindi non rispondiamo semplicemente che il preservativo è un anticoncezionale e come tale il suo utilizzo è peccato. Non siamo sacerdoti e non è nostro compito quello di giudicare queste scelte da un punto di vista dottrinale. Rispondiamo da coppia. Rispondiamo con la nostra esperienza di coppia. L’anticoncezionale non permette di accogliere in pienezza l’altro. E’ un mezzo che esclude in modo artificioso la fertilità maschile o femminile. Non c’è dono e accoglienza totale. Senza dono totale l’amplesso perde non solo la sua apertura alla vita ma, almeno in parte, anche la sua forza unitiva, con la conseguenza di inquinare quel gesto d’amore tanto bello con l’egoismo e la ricerca del piacere personale. Ci sentiamo però di mettere in guardia. Attenzione: l’uso degli anticoncezionali alla lunga impoverisce non solo l’intimità ma anche la relazione. Lo possiamo dire per esperienza diretta. Per un periodo ne abbiamo fatto uso.

Ho paura di vivere in peccato perenne ma allo stesso tempo non sono pronta per una nuova gravidanza. Leggendo quindi tra le righe hai paura. La paura più grande non è quella di vivere in peccato ma quella di restare nuovmente incinta. Qui il nostro consiglio è molto più concreto. Cerca di comprendere da dove nasce la tua paura. Hai consapevolezza del tuo corpo, di come funziona, del ciclo? Conosci i metodi naturali? Sei sposata da poco e magari non ne hai avuto il tempo. Uno dei consigli che ci è stato dato e che noi, a nostra volta diamo, è quello di conoscere i metodi naturali durante il fidanzamento. Non è mai troppo tardi comunque. Certo ora c’è una gravidanza finita da poco, l’allattamento poi lo svezzamento ed è tutto più difficile però non smettete di puntare al massimo. Magari adesso non ve la sentite di abbandonarvi completamente ai metodi naturali e decidete di proseguire con il preservativo ma non precludetevi questa scelta per il futuro. Vi assicuriamo che non è la stessa cosa. Vivere il rapporto sessuale castamente ha tutta un’altra ricchezza e anche tutto un altro piacere che nasce proprio dalla profonda unione.

Speriamo di avervi dato una prospettiva un po’ diversa. Vi salutiamo con affetto e vi auguriamo di vivere anche nella carne un matrimonio pieno, bello e autentico.

Antonio e Luisa

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Crisi di coppia. Come uscirne in 10 mosse

E’ da poco uscito il nuovo libro di Marco Scarmagnani Crisi di coppia. Come uscirne in 10 mosse. Ne approfittiamo per incontrare Marco per fargli alcune domande su questo nuovo suo lavoro.

Ciao Marco, per cominciare raccontaci qualcosa di te. Chi sei? Di cosa ti occupi?

Grazie Antonio. Sono Marco Scarmagnani. Sono veronese e mi occupo di coppia. Sono consulente di coppia da una ventina di anni. Oltre a fare il consulente in studio, scrivo. Sono sposato da venticinque anni e mia moglie mi aiuta a ricordare che devo occuparmi anche della mia coppia. C’è un collegamento tra quanto faccio professionalmente e quella che è la mia vita.

Hai scritto un nuovo libro per aiutare le coppie nel difficile compito di costruire un matrimonio e una famiglia duraturi e magari anche felici. Quanto di questo libro è frutto dei tuoi studi e quanto invece è frutto della tua esperienza? In altre parole: quanto è importante la tua esperienza, ormai ventennale, per comprendere alcune dinamiche comuni a tutte le coppie?

Questo libro, dei quattro che ho scritto finora, è quello meno riflettuto teoricamente. E’ tutto frutto di esperienza. Mi sono messo proprio a pensare quali fossero i motivi che portano le coppie a rivolgersi a me. Poi, certamente, gli studi servono per sistematizzare e mettere ordine, ma è tutto frutto di esperienza.

Questo libro è naturalmente rivolto a quelle coppie che credono di avere un problema e desiderano ricercare una soluzione, o almeno iniziare un percorso. Ma è rivolto solo a loro oppure possono trovarlo utile tutte le coppie?

Nella mia idea tutte le coppie sono in crisi. Tutte le coppie hanno piccoli o grandi problemi. E’ sbagliato considerare la coppia in crisi solo quando viene messa in discussione la tenuta stessa del matrimonio. La crisi è quel lavorio continuo che necessitano due persone che sono sostanzialmente differenti per riequilibrare la relazione. Le crisi ci sono sempre perchè c’è sempre da trovare un allineamento, un’alleanza. Questo lavoro può essere un percorso semplice che si svolge nella quotidianità della vita oppure più complesso e in questo caso si passa attraverso conflitti, musi lunghi e litigate. Oppure, nei casi più difficili, può servire anche un trattamento specifico. La crisi in senso lato c’è sempre perchè non è possibile che una coppia sia statica ma muta continuamente. Ed è giusto così. Se conosci una coppia che resta sempre uguale fammelo sapere perchè va studiata.

Se tu dovessi scegliere una causa di sofferenza e divisione tra tutte quelle che hai indicato come la più comune quale sceglieresti?

Prima di rispondere ho dovuto pensarci un attimo. Quella che ti direi, che è un po’ originale, è la sopravvalutazione del dialogo. Uno dei capitoli si intitola Dialogate di meno e comunicate di più. Spesso nella coppia il dialogo diventa un mero scambio cognitivo. Si cerca di mettersi d’accordo tecnicamente. La relazione matrimoniale è una relazione soprattutto affettiva ed esistenziale. Noi abbiamo bisogno davvero di essere colti in profondità dall’altro. Abbiamo bisogno di sentirci capiti. Abbiamo bisogno almeno di metterci davanti l’un l’altro a mente aperta. A cuore aperto. Abbiamo bisogno di essere ascoltati e non tanto di avere ragione. Dobbiamo cercare di arrivare ad un dialogo che vada un po’ più in profondità. Con lo sguardo, guardandoci negli occhi, toccandoci, una carezza. Ragazzi! Anche io vivo in coppia e so benissimo che non sempre è così, ma avere una direzione verso cui andare ci può aiutare. Ci saranno discussioni sterili o dialoghi dove crediamo di sapere già cosa l’altro vuole dirci. Però ricordiamoci che siamo di fronte al nostro coniuge che è sacro per noi. Quindi ascoltiamolo con apertura di cuore, di mente e di spirito.

Parliamo ora di sessualità. Come sai è il tema che più trattiamo nel nostro blog e nei nostri libri, quindi ci interessa in modo particolare. Perché secondo te è un problema? Perché si sottovaluta spesso questo ambito come se non fosse molto importante? Soprattutto in una società erotizzata come la nostra.

Diciamo che ci sono due linee di tendenza. La prima è che a volte c’è un tacito accordo tra i coniugi di non affrontare l’argomento sesso. E’ un argomento scottante ed è facile che si creino delle forti incomprensioni e disagi. Ciò significa a volte anche astenersi. Capisco che in prima battuta la coppia che si astiene dai rapporti lo fa per evitare problemi. Quante discussioni sulla frequenza, sulla modalità, su come dovrebbe essere ecc. ecc. Si cerca quindi di evitare. Capisci però che è un problema. E’ come quando hai una malattia e non la curi. Perchè allontanarsi sessualmente comporta un allontanarsi anche fisico ed emotivo. Smettere di fare l’amore comporta smettere anche altre attenzioni, come può essere il bacetto la mattina prima di uscire, oppure toccarsi quando si passa vicini. Questa tendenza va invertita e non è difficilissimo. E’ più difficile pensarci che farlo. Basta entrare nell’ottica di darsi uno spazio. Se non ci sono altri problemi il riavvicinamento avviene perchè i nostri corpi hanno bisogno di stare vicini. La seconda riflessione mi porta a prendere atto che c’è una ipervalutazione della sessualità nella nostra società. Ciò può indurre ad avere determinate aspettative. Che tutto sia perfetto. Che tutto sia scoppientante, fuochi d’artificio. Come ci viene presentato dai media e dalla pubblicità. Giustamente fanno il loro interesse: mostrano il mondo come se fosse tutto Disneyland. Ci sono aspettative che rischiano di crollare quando ti trovi ad avere a che fare con una persona reale, in una vita reale, con lavoro-famiglia-figli. C’è un eccessivo peso attribuito sul come dovrebbe essere. Da qui una serie di frustrazioni: non funziona, non è andata bene, non è come mi aspettavo. Questo modo di pensare appartiene più ad un’olimpiade. La sessualità non è solo prestazione. Sulla sessualità siamo modellati ad usare un linguaggio di performance che non fa bene perchè scoraggia.

Spesso c’è un grande fraintendimento. Si crede che l’amore e i gesti dell’amore debbano essere spontanei e non dobbiamo imporci di fare qualcosa che non sentiamo. Altrimenti sarebbe un gesto falso. Tu lo spieghi molto bene. Ora senza dire troppo di quanto hai scritto nel libro regalaci uno spunto su questo argomento.

Faccio quello che mi sento, come massima espressione di libertà, è uno dei grandi inganni del nostro tempo. Può avere all’inizio un significato buono, ma poi questo concetto stressato diventa paradossale. E’ un paradosso perchè noi non facciamo tutto quello che ci pare. Se una persona mi sta antipatica non vado a dirglielo o se mi viene voglia di dare un pugno non lo faccio. Grazie a Dio non faccio tutto quello che voglio. Metto in atto una serie di filtri e di controlli. Questo in negativo. Vale anche in positivo. Metto in atto delle azioni perchè so che sono giuste e sono coerenti con la vita che ho scelto. Mi capita, in studio, di dare delle piccole indicazioni di inversione di rotta ad una coppia. Spesso mi sento rispondere: eh ma se non me la sento? Ok non sentirsela, non ti verrà sempre spontaneo, ma certo che un complimento, una parola dolce, un gesto non fanno male a nessuno. Credo che su questo ci si debba comportare un po’ da adulti. La metafora che più mi viene è con il lavoro. Io sono appassionato del mio lavoro, non significa che lavoro sempre spontaneamente. Anche nel lavoro io mi sforzo e mi impegno. Anche nel lavoro capita la mattina che non ho voglia di alzarmi. Mi alzo comunque e faccio un sorriso ai miei clienti. Ciò non significa che io sia falso, ma proprio il fatto di riuscire a farlo sempre determina la mia qualità professionale. Se io voglio laurearmi non è che posso studiare solo quando ne ho voglia. Non so perchè per questi ambiti siamo tutti d’accordo che sia così mentre per quanto riguarda l’amore no. Per l’amore è la stessa cosa: tu hai fatto una scelta. Se vuoi mantenere questa scelta devi mettere in atto delle azioni sia quando sono spontanee (grazie a Dio quando lo sono), ma le fai anche quando ti costano fatica. Ricordiamolo sempre, su questa cosa mi arrabbio anche un po’, che fare il bene fa sempre bene, anche a chi lo fa. Essere gentili addolcisce l’animo, fa bene anche alla circolazione. Anche quando non me la sento, se io faccio una cosa buona, facendolo non perchè mi sento uno sfigato ma perchè ho scelto un cammino e cerco di essere coerente, questo mi farà sicuramente bene.

Concludo l’intervista chiedendoti cosa credi che questo libro abbia di diverso rispetto ai tanti che già esistono. Perché dovremmo comprarlo e leggerlo?

Intanto è corto! E’ fatto a step quindi un lettore può leggere anche saltando argomenti e pagine. E’ poi semplice e pratico. Credo che, anzi sono sicuro, che nella sua semplicità, nel suo dare indicazioni concrete, tutto è comunque riportato ad un disegno coerente e complessivo di ciò che è la relazione di coppia. Relazione fatta di passione, intimità, impegno, per sempre, dedizione.

Grazie Marco per il bel dialogo e non mi resta che consigliare la lettura di questo libro che credo possa aiutare a capirsi maggiormente tutte le coppie.

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La compagnia del cigno: temi grandi risposte piccole

Eccomi di nuovo a commentare la serie televisiva “La Compagnia del Cigno”. Perchè perdere tanto tempo ad analizzare una fiction TV? Me l’avete chiesto in tanti. Semplicemente perchè i nostri ragazzi si nutrono di queste cose e le serie TV sono, in certo senso, lo specchio della nostra società. Possiamo davvero comprendere tanto. Nel primo articolo mi ero soffermata sulla morale sessuale, figlia della rivoluzione del ’68 e avevo accennato al fatto che i rapporti fuori del matrimonio sono all’origine dell’instabilità delle relazioni uomo-donna. Da questa instabilità: separazioni, divorzi, contraccezione, aborti. Tutto questo si vede nella Compagnia del Cigno, la cui mentalità è quella fluida che nasce proprio dal ’68. Fluidità che doveva garantire libertà e invece porta solo precarietà. Cominciamo dall’aborto.

Nella prima stagione, il maestro Luca Marioni e sua moglie Irene sono in crisi a causa della morte della figlia, a seguito di un incidente. Dopo un periodo di separazione, tornano insieme e lei resta incinta. In un primo momento Irene decide di abortire, perché ha troppa paura, non riesce a credere di nuovo alla felicità. Luca reagisce molto male (anzi molto bene, dimostrando di essere un vero uomo): prima l’accusa di ignorare il fatto che lui è il padre; poi le intima di andarsene da casa, se non cambierà idea. Irene non cambia idea e va a stare da un’amica.

Il colloquio tra lei e il ginecologo è un capolavoro di politicamente corretto. Lui vorrebbe parlarle, ma lei si irrigidisce subito, teme di avere davanti un obiettore con scrupoli di coscienza e afferma che abortire è un suo diritto, che esiste una legge dello stato italiano. Lui la rassicura: non è un obiettore, l’aborto è garantito per legge, lui ha praticato tante “interruzioni di gravidanza” proprio per garantire questo diritto (sic!) Ciononostante, vuole essere sicuro che lei faccia la scelta giusta per lei (non per il bambino!). Sapendo che lei ha perso una figlia e temendo che lei voglia abortire per paura, le dice che non si rinuncia a un figlio per paura (ma, io mi chiedo, chi abortisce, non lo fa sempre per paura?). Irene gli conferma che, se facesse nascere suo figlio, avrebbe paura di tutto e non sarebbe una buona madre. Lui le chiede scusa e lei, offesa, lo accusa di avere approfittato della sua solitudine e fragilità per farle la morale (una critica agli operatori dei centri di aiuto alla vita?). Quella sera Luca, sconvolto, tenta ancora di fermare la moglie: “Da fidanzati mi avevi promesso che non mi avresti mai fatto soffrire e ti avevo creduto: un coglione, un vero coglione!”. Finalmente, Irene decide di non abortire, ma da Luca vuole rassicurazioni che tutto andrà bene. Lui saggiamente le dice che non può, che bisogna rischiare, che lui vuole questo bambino, ma si rende conto che la decisione spetta anche a lei.

Nella seconda stagione, Matteo e Sofia per una volta non usano il profilattico e lei resta incinta. Segue una riunione di famiglie, quella di Matteo e quella di Sofia, durante la quale la madre di lei chiede ai due giovani di pensarci bene, prima di scegliere di tenere il bambino (sic!). Già, il problema della scelta, della decisione della donna, che continuamente ritorna in queste due vicende. Ho pensato subito alle parole della serva di Dio Chiara Corbella Petrillo a proposito dell’aborto (che le avevano prospettato dal momento che la sua bambina non sarebbe sopravvissuta fuori dall’utero materno): Alla base della decisione di abortire c’è una menzogna tanto forte ed efficace quanto più nascosta ed inespressa. La menzogna dell’alternativa. Se aspetto un figlio, sono sua madre, non posso più scegliere, sono sua madre anche se una legge dello stato mi permette di ucciderlo. Posso solo scegliere di essere madre di un figlio vivo o di un figlio morto, ma sarò sua madre per sempre.

Altro argomento trattato in modo politicamente corretto è la separazione dei genitori. Robbo e la sorellina ne sono le vittime. La loro madre piange tanto, perché i suoi figli soffrono e Robbo ingenuamente le chiede come mai non si possa tornare alla vita di prima. Lei risponde che non è più possibile, perché ormai è irreversibilmente innamorata di un altro uomo. Love is love! In seguito, si scopre che il primo a tradire era stato il padre. Come reagiscono i due ragazzini? Con filosofia: abbiamo scoperto che anche i nostri genitori commettono errori, che non sono perfetti. Questa saggia reazione non mi sembra realistica, piuttosto mi sembra quella che qualunque genitore separato si auspicherebbe da parte dei figli.

Per essere politicamente corretta, la serie televisiva non poteva tralasciare omosessualità, transessualità e bisessualità, nonché l’omofobia. Ne scriverò in un altro articolo.

Luisa

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La Compagnia del Cigno educa ad un amore falso

Qualche tempo fa commentai la serie televisiva di successo “Doc. Nelle tue mani”, evidenziandone gli aspetti critici. Oggi mi concentro su un’altra serie televisiva di successo arrivata alla seconda stagione: “La Compagnia del Cigno”. Questa serie presenta certamente aspetti positivi ma ne ha alcuni molto negativi. Quelli positivi che ho rilevato sono tre: l’amore per la musica, soprattutto la grande musica classica; l’amicizia tra un gruppo di adolescenti che frequentano il conservatorio Giuseppe Verdi di Milano; il maestro e direttore d’orchestra Luca Marioni. È lui a creare la Compagnia del Cigno, convinto che i ragazzi siano fragili e che abbiano bisogno del sostegno di amici fidati. Luca Marioni ha un caratteraccio (viene infatti soprannominato il bastardo), ma tiene molto ai suoi allievi, ai quali fa capire con le buone e soprattutto con le cattive che i risultati si ottengono con il sacrificio, che il talento non basta, che le difficoltà non devono diventare alibi per lasciar perdere.

Vi chiederete che cosa c’entra questa serie TV con la spiritualità di coppia di cui si parla nel nostro blog? C’entra, perché la “Compagnia del Cigno” racconta alcune storie d’amore in cui tutti i componenti della compagnia sono coinvolti. Nella prima stagione, dopo alcune traversie, Domenico e Barbara si mettono insieme e così fanno Matteo e Sofia. Sara fa sesso senza impegno con tutti i ragazzi che le piacciono. Grazie a lei Matteo dà il suo primo bacio vero e, sempre grazie a lei, Rosario fa sesso per la prima volta nei locali del conservatorio. In altri locali, sempre la stessa sera, fanno sesso anche Domenico insieme a Barbara e Matteo con Sofia. Insomma diciamo che non ci pensano troppo. L’unico che non riesce a fare sesso nella prima stagione è Robbo, ma nella seconda riesce a soddisfare il suo desiderio molto più comodamente dei suoi amici: ogni sera a casa sua con la sorellastra (la figlia del compagno della madre). Ovviamente, l’intesa sessuale è sempre perfetta e soprattutto le ragazze mostrano un sorriso estasiato. Questo appagamento del corpo e del cuore che gli attori e le attrici devono manifestare è veramente sconcertante. D’altronde, televisione e cinema insegnano da tempo che basta l’attrazione fisica e il consenso per rendere il rapporto sessuale un’estasi.

Nella mia esperienza e in quella di tante altre donne non è stato così: l’intesa sessuale è un obiettivo da raggiungere dopo anni di matrimonio che, grazie a Dio, è indissolubile. Proprio perché è indissolubile, il matrimonio consente di provare e riprovare, senza scoraggiarsi, senza pensare che ormai è tardi, che il tempo è scaduto. Quanto male fanno ai giovani queste narrazioni fasulle del sesso come qualcosa di meraviglioso subito e sempre! Quanta inadeguatezza devono invece provare molti ragazzi (soprattutto ragazze), quando, giovanissimi, fanno sesso inconsapevoli di quello che stanno facendo. Quanta delusione, quante bugie per nasconderla, quanto dolore, che a volte diventa cinismo…

Un accenno ai genitori è doveroso. Nella seconda stagione, i locali del conservatorio sono l’alcova di Rosario e di Anna, la cui relazione è osteggiata dalla madre di lei. Gli altri genitori, invece, sono molto molto comprensivi. Quelli di Sara le permettono di fare sesso con Pietro nella sua camera, mentre loro sono a casa. Sono talmente felici che Sara abbia finalmente un ragazzo fisso, che bussano delicatamente alla porta della figlia e invitano a cena Pietro, il quale decide tranquillamente di fermarsi, allettato dal menu. Nella prima stagione, la mamma di Barbara scopre che la figlia sta facendo sesso nella sua camera con Domenico e la mamma di Sofia scopre che il figlio Andrea lo sta facendo con Sara. Entrambe reagiscono in modo molto discreto: la prima allontanandosi in punta di piedi e la seconda abbassando la voce per chiedere chiarimenti a Sofia. In tutto questo, l’unica preoccupazione della prima è che la figlia non si confida più con lei, mentre l’unica preoccupazione della seconda è che il figlio potrebbe essersi portato a casa una escort per dimenticare di essere malato di tumore. La mamma di Robbo, il quale ogni notte scivola nel letto della sorellastra, si arrabbia un po’ di più, ma poi capisce che è lei che fa fatica ad ammettere che il suo bambino è diventato grande. L’unica che si arrabbia davvero è la mamma di Anna che impedisce alla figlia di frequentare Rosario, ma ci pensa la mamma del ragazzo ad aprirle gli occhi: i due innamorati fanno sesso a scuola, nei bagni, dove capita. Morale: è inutile che i genitori si oppongano, i figli fanno sesso molto presto ed è meglio che lo facciano comodi a casa, piuttosto che scomodi altrove. Comunque, la mamma di Anna si arrabbia solo perché questa storia d’amore potrebbe distogliere la figlia dallo studio del canto. Nessun genitore dice una timida parola di prudenza sulle malattie veneree, sulle possibili gravidanze, sull’opportunità di aspettare a fare sesso. Aspettare? E Perché? Anzi, appena la mamma di Rosario si accorge che il figlio sedicenne ha fatto sesso per la prima volta, esulta felice, mettendolo in imbarazzo.

Nel 1978 Raffaella Carrà cantava: Com’è bello far l’amore da Trieste in giù, l’importante è farlo sempre con chi hai voglia tu. Questa è la “gioiosa” morale sessuale, figlia della rivoluzione del ’68, mostrata dalla Compagnia del Cigno. Nessuno in questa serie televisiva propone ai ragazzi qualcos’altro, qualcosa di meglio, di più bello, di più vero. Nessuno propone loro la castità. Ho sentito suggerire la castità solo in un’altra serie tv anche questa di successo: Che Dio ci aiuti. Consiglio di suor Angela, come a dire che certe proposte possono provenire solo da religiosi. Il mondo fa altro. Ma quanti genitori propongono la castità ai loro figli al giorno d’oggi? La rivoluzione sessuale del ’68 ci ha contagiato tutti, per cui quasi nessuno s’interroga più sull’opportunità o meno dei rapporti sessuali fuori del matrimonio. Eppure, è soprattutto a causa della propagazione di questi che si è diffusa l’instabilità delle relazioni uomo-donna. Da questa instabilità: separazioni, divorzi, contraccezione, aborti. Dalla diffusione dei rapporti sessuali fuori del matrimonio è scaturita anche la normalizzazione dell’omosessualità (non dei rapporti omoerotici): se un ragazzo e una ragazza fanno l’amore al di fuori del matrimonio, se il rapporto sessuale non è finalizzato alla formazione e alla conservazione della famiglia, perché non possono farlo due ragazzi o due ragazze? È solo una questione di gusti. La serie televisiva “La Compagnia del Cigno” presenta tutto questo e anche di più. Lo scriverò in un altro articolo.

Luisa

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Non facciamo come le galline

Secondo la tradizione il Levitico è stato scritto da Mosè in persona. Sono norme e regole rivolte principalmente ai sacerdoti per rendere culto gradito a Dio. Il testo sacro narra l’Alleanza che Dio stabilì col suo popolo e come il suo popolo deve accogliere questa alleanza. Nel Levitico troviamo tantissime norme e precetti. Ad un certo punto Mosè parla al popolo per conto di Dio e dice: Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello. Per noi sposi, sappiamo bene, il fratello più vicino è il nostro coniuge. Mi soffermo sul verbo covare. Chi cova? La gallina cova il suo uovo. Il covare ha due finalità principalmente. Prima di tutto serve a proteggere l’uovo. Ecco! Noi facciamo lo stesso con il risentimento. Lo proteggiamo. Ci sono comportamenti dell’altro/a che non sono accettabili. Il risentimento che io sento verso di lui/lei non solo è giusto, è sacrosanto. Nessuno mi può dire che sbaglio ad essere risentito/a con lei/lui. Nessuno mi può dire che sbaglio a provare rancore. Se l’è meritato. Nessuno me lo può dire, neanche Dio. Per questo proteggo il mio rancore e non permetto allo Spirito Santo di penetrare e distruggerlo. Non permetto allo Spirito Santo di trasformare quel risentimento in misericordia, in occasione per amare chi non lo merita.

La seconda finalità è nutrire. La gallina che cova non solo protegge ma nutre con il suo calore l’uovo. Così facciamo noi. Quando siamo risentiti/e verso di lei/lui non cerchiamo di disinnescare la miccia. Al contrario cominciamo a rimuginare. Pensiamo a tutte quelle volte che già lo/la abbiamo perdonato/a. Già perchè difficilmente perdoniamo davvero. Al momento giusto sappiamo bene rinfacciare torti veri o presunti “perdonati” in passato. Perchè in realtà non perdoniamo davvero. I “reati” non vengono perdonati ma condizionati. Un po’ come le condanne penali. Ti perdono ma se me ne combini un’altra paghi questa e quella. Capite bene che questo non è perdono. Il rancore c’è ancora dentro che lavora. Se coviamo tutto questo risentimento arriverà il momento in cui tutto esplode e lì diremo e faremo cose di cui poi magari ci pentiremo, ma ormai il danno sarà fatto. Avremo ferito la persona che avremmo dovuto amare.

Ecco perchè è importante non covare l’odio, non proteggerlo e non nutrirlo. Aprire le porte del nostro cuore allo Spirito Santo. Aggrapparci alla forza del nostro sacramento che è Grazia. Solo così saremo capaci di perdonare davvero, di annientare quel risentimento, quel rancore che abbiamo dentro. Disinnescarlo prima che diventi odio, prima che ci divida, prima che rovini tutto. E poi facciamo memoria. Non del male però. Del bene. Di tutte le volte che l’altra persona ci ha voluto bene, ci ha protetto, si è donata e ci ha servito. Non meritiamo di essere trattati male, ma non diamo per scontato di dover essere trattati bene. Quando ciò accade ringraziamo l’altro/a e custodiamo nel cuore quella gratitudine.

Antonio e Luisa

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LA TORAH…UNA LEGGE CHE TI TOCCA IL CUORE!

Dio parlò tutte queste parole dicendo! Es20, 1

Questa traduzione letterale del versetto introduttivo alle 10 Parole, rilascia subito la forza di quanto si vuole esprimere. Dio non dice qualcosa, Dio grida che ha solo un modo di parlare, il suo modo è QUESTO! Parlarti di sé con le tue parole, cioè la TORAH!

La legge che la tradizione ebraica conosce come TORAH, dischiude in sé il dissolversi di ogni equivoco, poiché tale parola viene da una derivazione del verbo Y’ARAH che significa “centrare il bersaglio”. L’intima accezione sponsale della TORAH si scopre nella grande cura che Dio ha per il particolare. Una persona che custodisce la legge, non ha la saccente presunzione di azzeccarle tutte, ma è colui che prende su di sé la fatica di toccare il cuore dell’altro che ha accanto, magari ammettendo di aver paura o di non riuscire ad essere come vorrebbe.

Toccare il cuore dell’altro è un atto nobile che non si inventa o viene per caso, ma nasce da una preghiera coraggiosa che sa piangere, supplicare, stringere i denti e ringraziare quando tutto ti dice di mettere la parola fine. La Torah tocca il cuore di ogni uomo che prega entrando nel Tempio che è il cuore della persona che ama con le parole del Salmo 117:

Io ho amato poiché il Signore ha voluto ascoltare la mia supplica, ha piantato per me il suo orecchio nel giorno in cui io lo invocherò.

Il Signore contempla le nostre suppliche, e pianta il suo orecchio come si pianta una tenda, come venne piantata la tenda dell’Alleanza e del Convegno. Il Signore conficca il suo ascolto nel terreno duro del nostro non sentirsi capiti, per sostenere una dimora che possa fare da atrio ad un incontro tra due debolezze che non hanno altra forza se non ascoltarsi, e cioè toccarsi il cuore!

 È una benedizione per un uomo avere una donna da cui farsi toccare il cuore attraverso l’arte del sostegno e della fiducia.

È una benedizione per una donna aver un uomo che sia quel picchetto, quel tirante grazie al quale la sua bellezza possa dispiegarsi interamente, poiché semplicemente accolta e preceduta in ogni bisogno.

La TORAH non è solo centrare un bersaglio ma ancor prima il verbo Y’ARAH significa condurre\guidare.

La coppia è una TORAH poiché diventa pienamente sé stessa quando non si fonda su un aut aut selettivo, ma quando la gradualità del condurre assume l’errore, la debolezza e la fragilità come norma del vivere e dell’amare. Non si è veramente veloci finche le tue gambe non si sono rialzate dopo una caduta, non si è veramente fedeli finche non hai fatto della misericordia il tuo unico vanto, non si è veramente forti finche non si è incappati nella nostra debolezza.

L’incontro con ciò che non vorremmo mai incrociare nella nostra vita sembra un imprevisto difficilmente esorcizzabile dalla vita di ogni coppia. Anche il vangelo sembra documentare un tale sgradito compagno di viaggio qual è l’imprevisto. A Cana di Galilea quella giovane coppia non aveva di certo organizzato tutto affinchè alla fine il vino mancasse, e pure è mancato. Anche nell’imprevisto Gesù pianta il picchetto del suo ascolto seguendo l’invito della Madre. Alcuni dicono che nel contesto del vangelo, Gesù sia il vero sposo, e sicuramente lo è. Ma se Gesù assume il ruolo dello sposo, gli sposi del vangelo da chi sono significati? È bello pensare che quegli sposi siano simboleggiati dai servitori che avevano attinto l’acqua, i quali avevano ascoltato la Parola di Gesù, e che vengono così descritti da Giovanni:

                                ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua Gv 2, 9

Si! Quei servi possono diventare icona di ogni coppia che ascolta la Parola del Signore e che sanno, l’uno per l’altra, vedere il miracolo che l’altro\a non riesce a vedere. Quella sposa e quello sposo che davanti ad un pianto disperato per un figlio che sta male, per un fallimento lavorativo, per una rabbia e ferita del passato, sa vedere in chi soffre il miracolo di cui egli stesso si è innamorato e annunciargli ciò che non riesce a vedere: che lui vale molto di più!

Questo è attingere l’acqua, sapere di aver visto un miracolo, questo è toccare il cuore….questa è la Torah! La Parola con cui l’Amore ha deciso di parlare!

Fra Andrea Valori

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