Mardocheo: l’influenza della famiglia d’origine

«Ester non aveva ancora fatto conoscere il suo popolo né la sua parentela, perché Mardocheo le aveva ordinato di non parlarne. Ester eseguiva l’ordine di Mardocheo come quando era allevata presso di lui.» (Est 2,20)

Uno dei particolari più interessanti del libro di Ester passa quasi inosservato. Anche dopo essere diventata regina, Ester continua a comportarsi come quando viveva nella casa di Mardocheo. L’autore lo sottolinea con poche parole, ma molto significative: «Ester eseguiva l’ordine di Mardocheo come quando era allevata presso di lui». È un versetto che dice molto più di quanto sembri. Ester è ormai una donna adulta. È la regina dell’impero persiano. Eppure continua a lasciarsi guidare da chi l’ha cresciuta. Il passato continua a vivere dentro il presente.

È una realtà che riguarda tutti noi. Nessuno arriva al matrimonio come una pagina bianca. Ognuno porta con sé una storia, una famiglia, un modo di amare, di discutere, di chiedere scusa, di affrontare i problemi. Pensiamo di aver lasciato la casa dei nostri genitori il giorno del matrimonio, ma in realtà una parte di quella casa continua ad abitare dentro di noi. Le parole ascoltate da bambini, i silenzi, le paure, le regole, gli esempi ricevuti, tutto questo continua a influenzare il nostro modo di vivere la relazione con il coniuge.

L’Analisi Transazionale descrive molto bene questa dinamica parlando del Genitore interiorizzato. Fin dai primi anni di vita registriamo, quasi come una telecamera, i messaggi verbali e non verbali delle figure educative. Non conserviamo soltanto ciò che ci hanno detto, ma anche il loro modo di reagire, di amare, di giudicare, di affrontare i conflitti e perfino di vivere la fede. Tutto questo viene interiorizzato e continua a parlare dentro di noi anche quando i nostri genitori non ci sono più o vivono lontano.

Questo non è necessariamente un male. Se siamo cresciuti in un ambiente sereno, il nostro Genitore interiore custodirà anche tante risorse preziose. Potremo aver imparato il rispetto, la fedeltà, la generosità, la capacità di chiedere perdono, il valore della preghiera e del servizio. Ma insieme ai doni possono essere stati registrati anche messaggi che oggi limitano la nostra libertà. «Non fidarti di nessuno.» «Non mostrare mai quello che provi.» «Devi essere perfetto.» «Se sbagli deludi tutti.» «Non disturbare.» «Gli uomini non piangono.» «Le donne devono sempre sacrificarsi.» Frasi che magari nessuno ha pronunciato in modo esplicito, ma che abbiamo respirato osservando il clima familiare.

Pensiamo a quante discussioni tra marito e moglie nascono proprio da qui. Una moglie si lamenta perché il marito non parla mai dei suoi sentimenti. Lui non capisce il problema: nella sua famiglia nessuno parlava di emozioni. Un marito si irrita perché la moglie vuole chiarire subito ogni litigio, mentre lui preferisce chiudersi nel silenzio. Ognuno pensa che il proprio modo di reagire sia quello normale. In realtà spesso sta semplicemente ripetendo ciò che ha imparato da bambino.

Anche Ester, senza rendersene conto, continua a fare riferimento a Mardocheo. Il testo non lo presenta come un uomo autoritario o manipolatore. Anzi, è colui che l’ha accolta quando era rimasta orfana, l’ha amata come una figlia e le ha permesso di crescere. Tuttavia il racconto lascia intuire una verità importante: arriva un momento in cui ogni persona è chiamata a passare dall’obbedienza ricevuta alla responsabilità personale. All’inizio è giusto lasciarsi guidare. Ma non si può restare bambini per sempre.

Questo è uno dei passaggi più delicati anche nella vita matrimoniale. La Bibbia lo aveva già detto fin dalle prime pagine della Genesi: «L’uomo lascerà suo padre e sua madre». Lasciare non significa smettere di amare i propri genitori. Significa smettere di dipendere da loro nelle decisioni fondamentali della propria vita. Significa costruire una nuova famiglia nella quale il punto di riferimento principale non è più la casa da cui si proviene, ma la comunione tra gli sposi.

Quante difficoltà nascono quando questo passaggio non avviene. Ci sono mariti che continuano a chiedere alla madre come organizzare la casa, come educare i figli o come gestire il denaro. Ci sono mogli che raccontano ogni discussione ai propri genitori cercando continuamente conferme. In questi casi il matrimonio fatica a diventare veramente adulto, perché tra gli sposi rimane sempre una presenza invisibile che continua a orientare le scelte. Ma esiste anche una forma più sottile di dipendenza. Non è necessario telefonare ogni giorno ai propri genitori per essere ancora condizionati dalla famiglia d’origine. Basta continuare a vivere secondo i messaggi interiorizzati senza mai metterli in discussione. È possibile avere cinquant’anni e continuare a comportarsi come il bambino che cercava disperatamente di essere approvato da papà o di non deludere la mamma.

La buona notizia è che Dio non ci chiede di cancellare la nostra storia. Ci chiede di diventarne consapevoli. La maturità non consiste nel rinnegare la famiglia da cui proveniamo, ma nel discernere ciò che ci ha aiutato a crescere da ciò che invece oggi ci impedisce di amare con libertà. Ogni famiglia consegna ai figli un’eredità. Alcune parti di questa eredità sono un tesoro da custodire. Altre hanno bisogno di essere guarite e trasformate.

Ester farà proprio questo. All’inizio continua a seguire Mardocheo come aveva sempre fatto. Ma arriverà un momento decisivo in cui dovrà scegliere personalmente. Quando il popolo ebraico sarà minacciato di sterminio, non basterà più limitarsi a eseguire degli ordini. Dovrà assumersi la responsabilità della propria vocazione. Dovrà rischiare in prima persona. Sarà ancora capace di ascoltare Mardocheo, ma non agirà più come una bambina dipendente. Diventerà finalmente una donna libera.

Questo è anche il cammino che ogni matrimonio è chiamato a compiere. Gli sposi non sono chiamati a ripetere la storia delle proprie famiglie, ma a scriverne una nuova. Possono scegliere di conservare ciò che è stato bello e di interrompere ciò che ha fatto soffrire. Possono decidere che certe ferite non verranno trasmesse ai figli. Possono diventare l’inizio di una storia diversa.

Forse il primo passo consiste proprio nel porsi una domanda semplice ma coraggiosa: quello che faccio oggi nasce da una scelta libera oppure sto semplicemente ripetendo ciò che ho imparato da bambino? È una domanda che può cambiare profondamente la vita di una persona e di una coppia. Perché l’amore maturo non è quello che reagisce automaticamente. È quello che sceglie consapevolmente.

E quando due sposi iniziano a riconoscere i propri condizionamenti, senza accusare i genitori ma neppure rimanerne prigionieri, accade qualcosa di meraviglioso. Il passato smette di governare il presente. La storia personale non viene cancellata, ma redenta. Ed è proprio in quel momento che il matrimonio diventa davvero una nuova creazione, il luogo in cui Dio continua a fare nuove tutte le cose.

Antonio e Luisa

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Quando il sesso diventa uno strumento di potere

Il sesso nel matrimonio può essere uno dei luoghi più belli del dono reciproco. Può diventare tenerezza incarnata, comunione, consolazione, gioia e appartenenza. Può essere quel linguaggio del corpo attraverso il quale marito e moglie si dicono: «Sono qui. Ti accolgo. Mi fido di te. Mi dono a te». Ma proprio perché l’intimità sessuale tocca una zona così profonda e vulnerabile della persona, può anche essere deformata e trasformarsi nel suo contrario. Non più dono, ma potere. Non più incontro, ma dominio.

Siamo abituati a pensare al dominio sessuale soltanto nelle sue forme più evidenti e violente. Certamente esistono situazioni gravi nelle quali uno dei due impone comportamenti, pretende pratiche non desiderate, non ascolta la paura o il disagio dell’altro. Il matrimonio non autorizza nessuno a trattare il corpo del coniuge come una proprietà. Il dono reciproco pronunciato il giorno delle nozze non trasforma l’altro in un oggetto sempre disponibile. Esistono però anche forme più sottili di dominio, spesso difficili da riconoscere. Si può usare il sesso per ottenere approvazione, per comprare la pace, per evitare un conflitto, per ricompensare, punire, trattenere l’altro o farlo sentire continuamente in debito.

La domanda da farsi non è quindi soltanto: «Abbiamo rapporti sessuali?». La domanda più profonda è: «Che cosa facciamo della nostra intimità? Quale dinamica relazionale mettiamo in scena attraverso il corpo?». Pensiamo, per esempio, a quando il sesso diventa una forma di ricatto implicito. Non necessariamente vengono pronunciate frasi esplicite. A volte basta un clima: se fai quello che voglio, ti concedo vicinanza; se mi contraddici, ti tengo a distanza. Il corpo smette così di essere il luogo della gratuità e diventa una moneta di scambio. Anche la tenerezza viene amministrata come un premio.

Naturalmente bisogna essere molto prudenti. Nessuno è obbligato ad avere un rapporto sessuale in qualsiasi momento e in qualsiasi condizione. Esistono stanchezza, malattia, ferite, crisi, periodi difficili e differenze nel desiderio. Rispettare un no è parte dell’amore. Il problema nasce quando il rifiuto non è più l’espressione sincera di una condizione personale, ma viene intenzionalmente utilizzato per colpire, educare, controllare o vendicarsi. «Così impari». «Dopo quello che hai fatto, non ti avvicinare». Sono dinamiche nelle quali il corpo viene arruolato dentro il conflitto. Non si parla della rabbia, della delusione o del dolore. Li si agisce attraverso la distanza sessuale. È una modalità molto potente perché va a colpire una zona sensibile dell’altro: il bisogno di sentirsi desiderato, accolto e scelto.

A volte accade anche il contrario. Il sesso viene usato per impedire il vero dialogo. Dopo un conflitto, invece di affrontare ciò che è successo, si cerca immediatamente l’intimità fisica. Può sembrare una riconciliazione, ma non sempre lo è. Il corpo può diventare un modo per mettere a tacere il problema. Si cerca una fusione momentanea senza attraversare la fatica della verità. Fare l’amore può certamente aiutare una coppia a riconciliarsi, ma non dovrebbe diventare un anestetico. Se ogni conflitto viene coperto dal sesso senza ascolto, comprensione e assunzione di responsabilità, la ferita resta lì. Il corpo dice pace, ma il cuore non è ancora arrivato alla pace.

C’è poi un altro modo di dominare: imporre all’altro il proprio modello di sessualità. Succede quando una persona considera legittimi soltanto i propri tempi, le proprie modalità, la propria frequenza e le proprie aspettative. L’altro viene progressivamente educato ad adattarsi. L’intimità autentica, invece, ha bisogno di ascolto. Non esiste vera comunione quando uno occupa tutto lo spazio e l’altro impara a scomparire.

Anche nell’intimità possono emergere copioni antichi e modalità relazionali disfunzionali. C’è chi ha imparato che, per non essere abbandonato, deve compiacere. Chi deve sempre controllare. Chi non riesce a chiedere tenerezza direttamente e la pretende attraverso il sesso. Chi usa il desiderio dell’altro per sentirsi potente. Chi dice sempre sì perché ha paura che un no provochi il rifiuto. Dietro molti comportamenti non c’è necessariamente cattiveria consapevole. Ci sono spesso paura, insicurezza, bisogno di conferma e ferite non elaborate. Questo, però, non significa che tali dinamiche vadano giustificate. Vanno riconosciute e affrontate.

Una persona può usare inconsapevolmente il corpo per dire: «Dimostrami che valgo». Oppure: «Voglio farti sentire quello che ho sentito io». Oppure ancora: «Ho paura che tu mi lasci e quindi devo tenerti legato a me». L’intimità sessuale porta spesso alla luce la verità della relazione. Per questo non basta parlare di tecniche, frequenza o compatibilità. Bisogna imparare a parlare di ciò che si prova. «Quando mi cerchi solo in quel momento, mi sento usata». «Quando mi rifiuti senza spiegarmi nulla, mi sento escluso». «Quando insisti, mi sento non ascoltata». «Quando non prendi mai iniziativa, mi sento indesiderato».

Queste conversazioni possono essere faticose, ma a volte sono molto più intime di tanti rapporti sessuali. Per noi cristiani esiste poi una domanda ancora più radicale: il mio corpo è davvero un dono oppure lo sto usando come uno strumento? Sto cercando il bene dell’altro oppure sto cercando di ottenere qualcosa dall’altro? Il sesso degli sposi ha una dignità altissima proprio perché può diventare espressione del dono di sé. Ma un gesto non diventa automaticamente santo soltanto perché avviene dentro un matrimonio. Anche nel matrimonio il corpo può mentire. Può dire «mi dono» mentre interiormente sta dicendo «ti uso», «ti compro», «ti punisco», «ti controllo».

La castità coniugale serve anche a questo: a liberare la sessualità dal possesso. Castità non significa avere meno desiderio, ma imparare ad amare anche attraverso il desiderio. Significa chiedersi: «Sono capace di desiderarti senza divorarti? Di rispettare i tuoi tempi? Di dire ciò di cui ho bisogno senza ricattarti? Di accogliere una tua difficoltà senza trasformarla immediatamente in un’accusa?». Anche chi rifiuta continuamente l’intimità dovrebbe interrogarsi con sincerità, non per colpevolizzarsi ma per comprendere: «Sto proteggendo un limite reale o sto punendo? Sto vivendo una difficoltà che non riesco a raccontare oppure sto usando la distanza per avere il controllo?». E anche chi desidera maggiormente dovrebbe chiedersi: «Sto cercando davvero mia moglie o mio marito, oppure sto soltanto cercando una risposta al mio bisogno? Riesco ancora a vedere la persona oppure vedo soltanto ciò che vorrei ricevere?».

La guarigione comincia quando il corpo smette di essere un campo di battaglia. Quando non deve più vincere nessuno. Quando il sesso non serve a ottenere, trattenere, controllare, punire o dimostrare. Quando due sposi possono tornare a dirsi con libertà: «Non voglio dominarti e non voglio essere dominato. Voglio incontrarti». Perché il contrario del dominio non è la passività. È il dono. E il dono autentico non prende possesso dell’altro. Gli fa spazio, lo ascolta, lo rispetta e lo desidera nella sua libertà.

Solo allora il corpo può tornare a dire la verità dell’amore: «Sono qui per te, non contro di te. Sono qui con te, non sopra di te».

Antonio e Luisa

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La Chiesa torna a parlare di famiglia. Ma questa volta chiama in causa anche noi sposi

Dal 7 al 14 ottobre 2026 Papa Leone XIV incontrerà i Capi delle Chiese Cattoliche Orientali e i Presidenti delle Conferenze Episcopali per riflettere sulla famiglia, a dieci anni da Amoris laetitia. Il titolo scelto per questo appuntamento dice già moltissimo: Annunciare il Vangelo con le famiglie oggi.

Non semplicemente alle famiglie. Con le famiglie.

Questa piccola preposizione cambia completamente la prospettiva. Perché significa che noi sposi non siamo chiamati soltanto a ricevere qualcosa dalla Chiesa. Non siamo utenti di un servizio religioso. Non siamo clienti della parrocchia che chiedono il battesimo dei figli, il catechismo, la benedizione della casa, un sacerdote quando il matrimonio entra in crisi. Siamo parte viva della Chiesa e siamo corresponsabili della sua missione.

Il documento preparatorio dell’incontro dice chiaramente che le famiglie non sono soltanto destinatarie dell’azione pastorale, ma soggetti della missione della Chiesa. Il Vangelo prende forma proprio dentro le relazioni quotidiane, le scelte, le fragilità e le speranze vissute nelle nostre case. Credo che questa sia una delle intuizioni più importanti di tutto il percorso che porterà all’incontro di ottobre.

Per anni, forse anche per ragioni comprensibili, abbiamo pensato la pastorale familiare quasi esclusivamente come qualcosa che alcuni esperti dovevano fare per noi. Il sacerdote, il teologo, lo psicologo, il consulente, l’operatore pastorale dovevano insegnare agli sposi come vivere. Tutte figure preziose e necessarie. Ma manca qualcosa quando gli sposi restano soltanto seduti ad ascoltare. Perché ci sono aspetti del matrimonio che possono essere raccontati fino in fondo soltanto da chi il matrimonio lo vive. Solo uno sposo può raccontare cosa significa continuare ad amare quando il sentimento cambia. Solo una moglie può raccontare cosa significa custodire la relazione quando la stanchezza, i figli, il lavoro e le preoccupazioni sembrano prendersi tutto. Solo una coppia che ha attraversato una crisi può guardare negli occhi due sposi in difficoltà e dire: «Sappiamo cosa significa. Non siete necessariamente arrivati alla fine».

Questa testimonianza ha un valore enorme. E non significa mettere le famiglie su un piedistallo. Al contrario. La testimonianza cristiana più credibile non è quella della coppia perfetta. È quella di una coppia vera. Una coppia che può dire: abbiamo litigato male e abbiamo imparato a litigare meglio. Ci siamo dati per scontati e abbiamo dovuto tornare a sceglierci. Abbiamo attraversato momenti nei quali il desiderio sembrava essersi spento e abbiamo imparato a prenderci cura della nostra intimità. Abbiamo sperimentato ferite, incomprensioni, silenzi e fatiche. Non siamo rimasti insieme perché tutto è stato facile, ma perché abbiamo scoperto che l’amore può maturare. Questo, oggi, è annuncio del Vangelo.

L’esigenza dell’incontro di ottobre nasce anche dalla realtà concreta nella quale le famiglie si trovano a vivere. Il documento preparatorio parla di precarietà lavorativa e abitativa, malattia, difficoltà educative, solitudine affettiva e cura di anziani, persone disabili e familiari non autosufficienti. La Chiesa vuole partire dall’ascolto della vita reale e comprendere quali esperienze pastorali aiutino davvero le persone a riconoscere l’azione di Dio nella propria storia. Ma proprio qui emerge una domanda per noi: chi può essere più vicino a una famiglia di un’altra famiglia?

Un sacerdote può accompagnare spiritualmente. Uno psicologo può aiutare a comprendere dinamiche e ferite. Ma una famiglia può fare qualcosa di diverso: può aprire la porta. Può invitare a cena una coppia isolata. Può accorgersi di due sposi che si stanno allontanando. Può sostenere una madre stanca. Può alleggerire una famiglia che vive la malattia di un figlio. Può raccontare ai fidanzati non soltanto quanto sia bello sposarsi, ma anche quanto sia necessario imparare a costruire una relazione. La pastorale familiare del futuro, io credo, passerà sempre più attraverso questa prossimità.

Il Papa non sembra chiedere soltanto nuovi documenti. Chiede alla Chiesa un discernimento su come annunciare il Vangelo con le famiglie. E questo significa che noi sposi dobbiamo smettere di pensare che il nostro matrimonio sia una faccenda esclusivamente privata. Il sacramento che abbiamo ricevuto non è soltanto per noi. Il nostro amore è un dono per la Chiesa. Naturalmente non tutti siamo chiamati a tenere incontri, scrivere libri, organizzare corsi o parlare in pubblico. Non è questo il punto. La prima missione degli sposi resta essere sposi. Prendersi cura della propria relazione. Custodire la comunione. Imparare il perdono. Vivere la tenerezza. Non sacrificare il matrimonio sull’altare delle attività ecclesiali.

Ma proprio un matrimonio curato diventa fecondo. La testimonianza comincia da come un marito parla della propria moglie. Da come una moglie guarda il marito. Da come due sposi attraversano un conflitto. Da come chiedono perdono. Da come educano i figli. Da come accolgono le persone nella loro casa. La missione nasce dalla vita.

Il documento preparatorio dedica una parte importante ai giovani e alla loro crescente sfiducia nella possibilità di costruire un matrimonio stabile. I giovani hanno bisogno di testimoni credibili, di coppie fedeli, di persone capaci di ascoltarli e di mostrare la bellezza della vocazione matrimoniale. Ed è inutile lamentarsi continuamente perché i giovani non si sposano. La domanda più onesta è un’altra: quale matrimonio vedono guardando noi? Vedono due persone che si sopportano? Vedono ironia cattiva, disprezzo e continue accuse? Oppure vedono due persone imperfette che continuano a volersi bene, a cercarsi e a ricominciare?

Non servono famiglie da copertina. Quelle spesso fanno più danni che bene. Servono famiglie nelle quali sia visibile una speranza. Anche le famiglie ferite possono essere una risorsa enorme per la Chiesa. Chi ha attraversato una crisi può diventare compagno di viaggio per chi la sta vivendo. Chi conosce la sofferenza dell’abbandono può offrire ascolto. Chi vive una separazione restando fedele alla propria storia può testimoniare una forma dolorosa ma autentica di fedeltà. Chi ha conosciuto la fragilità può diventare meno giudicante e più capace di prossimità. La corresponsabilità non significa soltanto dare spazio alle coppie che sembrano riuscite. Significa riconoscere che lo Spirito può lavorare anche attraverso le ferite.

Il percorso di ottobre insiste molto anche sull’accompagnamento dei primi anni di matrimonio. È un tempo decisivo, durante il quale gli sposi imparano a gestire la vita comune, i figli, il lavoro, la sessualità, le famiglie d’origine e le responsabilità nuove. Il documento si domanda quali esperienze di mutuo sostegno e quali reti tra famiglie possano aiutare le coppie a crescere. Ecco un altro campo concreto per noi sposi.

Una coppia con vent’anni di matrimonio può adottare pastoralmente, permettetemi questa espressione, una giovane coppia. Non per insegnare dall’alto, ma per esserci. Un messaggio. Una cena insieme. Una domanda sincera. Uno spazio dove poter dire: «Stiamo facendo fatica». Quante crisi potrebbero essere affrontate diversamente se gli sposi non si accorgessero di essere soli solo quando sono già arrivati al punto di rottura?

Forse è questo uno dei grandi richiami che arriva dall’incontro convocato dal Papa. Non possiamo più delegare tutto. Non possiamo chiedere continuamente: «Cosa fa la Chiesa per le famiglie?», dimenticando che la Chiesa siamo anche noi. San Paolo VI diceva che sono gli sposi stessi a diventare apostoli e guide di altri sposi. Il percorso preparatorio riprende proprio questa prospettiva e parla delle famiglie come luogo di trasmissione della fede, accompagnamento, cura, solidarietà e testimonianza. Questa è una chiamata che ci riguarda.

Il nostro matrimonio non deve essere perfetto per diventare missionario. Deve essere vero. Deve essere abitato. Deve essere curato. E deve, almeno un po’, smettere di essere ripiegato soltanto su se stesso. La Chiesa ha bisogno degli sposi. Ha bisogno della loro esperienza, del loro linguaggio, della loro concretezza. Ha bisogno di uomini e donne capaci di mostrare che il Vangelo può abitare una cucina, una camera da letto, una discussione, una riconciliazione, una malattia e una giornata normalissima.

Forse ottobre 2026 potrà aiutarci a compiere proprio questo passaggio: da una pastorale che parla delle famiglie a una pastorale costruita insieme alle famiglie. Ma questo richiederà anche una risposta da parte nostra. Perché essere corresponsabili significa smettere di aspettare sempre che qualcuno faccia qualcosa. Significa guardarci intorno. Accorgerci di chi abbiamo accanto. E domandarci seriamente: quale famiglia possiamo accompagnare noi? Forse la missione comincia proprio così. Con una porta aperta. Una storia raccontata senza finzioni. E due sposi che dicono ad altri due: «Non abbiamo tutte le risposte. Ma possiamo camminare insieme».

Antonio e Luisa

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La regalità degli sposi: l’amore che dà la vita come Gesù

Dal 26 al 28 giugno presso la Fraterna Domus di Sacrofano si è svolto il 15° Convegno teologico pastorale di Mistero Grande, La regalità degli sposi: l’amore che dà la vita come Gesù (La famiglia cristiana viene così animata e guidata con la legge nuova dello Spirito ed in intima comunione con la Chiesa, popolo regale, è chiamata a vivere il suo servizio d’amore a Dio e ai fratelli (F.C. 63)).

Sono stati tre giorni pieni di riflessioni, condivisione e preghiera insieme a tanti amici, famiglie e sacerdoti. Provo solo a fare qualche sottolineatura, sintetizzando alcuni punti che mi sono rimasti impressi e che mi sono riportato a casa. Il tema era di quelli che, a prima vista, sembrano quasi lontani dalla vita concreta degli sposi.

Regalità: una parola che oggi suscita immagini di potere, successo, comando, privilegi; invece, dopo tre giorni di ascolto, di preghiera e di confronto, ho avuto la conferma che nel Vangelo questa parola significa esattamente il contrario. La regalità cristiana non consiste nello stare sopra qualcuno, ma nell’abbassarsi per amare. È questa la prima grande rivoluzione del cristianesimo. Noi siamo cresciuti in una cultura che misura tutto con il potere. Chi conta di più? Chi decide? Chi ha l’ultima parola?

Gesù, invece, sale sul trono della croce; è stato detto “La croce è il trono e il talamo”. Che meraviglia, il luogo della massima sofferenza diventa il luogo dell’amore più grande. Il trono del Re coincide con il letto nuziale dello Sposo che dona tutto se stesso per la sua Sposa. E’ proprio lì che anche noi sposi siamo chiamati a guardare, perché il nostro matrimonio non nasce davanti a un altare semplicemente per renderci felici, nasce perché impariamo ad amare come Cristo.

Molte crisi matrimoniali iniziano quando il centro divento io: i miei bisogni, il mio piacere, le mie aspettative, le mie ferite, le mie delusioni. Il matrimonio sacramentale, invece, ci porta continuamente fuori da noi stessi, ci insegna che amare significa fare spazio all’altro. Tutto ha avuto inizio con il Battesimo, dove partecipiamo alla missione sacerdotale, profetica e regale di Cristo e nel matrimonio questa regalità prende una forma tutta particolare.

Non si tratta di governare una famiglia, non si tratta di decidere chi ha ragione, non si tratta neppure di essere il capo. La regalità degli sposi consiste nel cercare ogni giorno di ordinare la propria vita secondo Dio e non secondo la mentalità del mondo, significa costruire il Regno di Dio dentro le mura di casa, prima ancora che fuori. Questa prospettiva cambia completamente il modo di vivere il matrimonio.

Gli sposi non sono semplicemente due persone che condividono una casa, sono due battezzati che collaborano con Dio, ricordando sempre che la comunione degli sposi non nasce semplicemente dalla loro buona volontà, ma viene dall’Alto. Inoltre gli sposi non sono utenti della Chiesa, ma costruttori della Chiesa. Troppo spesso aspettiamo che sia la Chiesa a fare qualcosa per noi: aspettiamo un corso migliore, un parroco più disponibile, una comunità più accogliente, ma dimentichiamo che la Chiesa passa anche attraverso il nostro matrimonio.

Ogni volta che due sposi decidono di ricominciare invece di arrendersi è lì che la Chiesa cresce, è lì che il Regno di Dio avanza, così come per i separati che rimangono fedeli al coniuge. Si, perché anche nella mia piccola testimonianza, sto collaborando alla costruzione del Regno che comincia qui, ma si compirà definitivamente nell’eternità.           

È stato anche sottolineato che la prima forma della regalità è il “noi”. Viviamo in un tempo in cui tutto ruota attorno all’io, io voglio, io sento, io ho bisogno, io mi realizzo. Il sacramento del matrimonio, invece, genera qualcosa che prima non esisteva, un “noi” che non annulla le persone, ma le porta alla loro pienezza. Quel “noi” diventa la prima testimonianza dell’amore di Dio. Forse è proprio per questo che il demonio attacca così tanto il matrimonio, perché distruggendo il “noi” lascia soltanto tanti “io”, spesso incapaci di amare davvero. La famiglia è stata definita la prima società umana e addirittura l’anticipo del Regno di Dio. Che responsabilità enorme, ma anche che speranza.

In un tempo in cui il matrimonio viene continuamente ridimensionato, banalizzato o considerato un semplice contratto tra due individui, Dio continua a guardare agli sposi come ai primi costruttori del suo Regno. Non perché siano migliori degli altri, ma perché il loro amore, quando rimane fedele al Sacramento, rende visibile qualcosa di Dio.

Forse è proprio questa la regalità degli sposi: non avere una corona sul capo, ma avere un grembiule ai fianchi; non cercare di essere serviti, ma consumare la propria vita nell’amore, perché il Re che seguiamo non è salito su un trono d’oro, è salito su una croce e da lì ha cambiato il mondo.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Ester: le maschere che indossiamo

«Ester non aveva rivelato né il suo popolo né la sua origine, perché Mardocheo le aveva ordinato di non rivelarli».
(Ester 2,10)

Ester è entrata nel palazzo del re. La sua vita sta cambiando rapidamente. La ragazza ebrea, orfana, cresciuta da Mardocheo, si trova improvvisamente immersa in un mondo completamente diverso dal suo. Un mondo fatto di potere, bellezza, competizione, regole e aspettative. Ester piace. Trova favore. Viene accolta. Ma c’è qualcosa di lei che nessuno conosce. Ester nasconde le proprie origini. Non dice da dove viene. Non dice a quale popolo appartiene. Non racconta la propria storia. Obbedisce a Mardocheo, che le ha ordinato di tacere.

Non possiamo leggere questa scelta con categorie troppo semplici. Ester non sta necessariamente mentendo. Sta attraversando una fase delicata della propria storia e custodisce una parte di sé che, in quel momento, non può ancora mostrare. Più avanti arriverà il momento in cui dovrà rivelare chi è veramente. E quella rivelazione cambierà tutto. Questo passaggio, però, ci permette di porci una domanda molto seria: quanto ci conosce davvero la persona che abbiamo sposato?

Non mi riferisco ai segreti esteriori. Mi riferisco alle stanze interiori che abbiamo imparato a chiudere. Tutti, in qualche modo, impariamo presto ad adattarci. Un bambino comprende molto velocemente quali comportamenti sono accettati e quali no. Impara che, quando si comporta in un certo modo, riceve carezze, approvazione e riconoscimento. Quando invece esprime alcune emozioni, alcuni bisogni o alcuni desideri, può ricevere disapprovazione, distanza o rifiuto. Così comincia ad adattarsi.

In Analisi Transazionale possiamo parlare del Bambino Adattato, quella parte di noi che ha imparato a modificare il proprio comportamento per rispondere alle richieste dell’ambiente e ottenere accettazione o evitare conseguenze negative. L’adattamento non è necessariamente qualcosa di negativo. Senza capacità di adattamento sarebbe impossibile vivere con gli altri. Il problema nasce quando l’adattamento diventa una prigione. Quando non modifichiamo più soltanto alcuni comportamenti, ma iniziamo a nascondere ciò che siamo. Allora costruiamo una maschera.

C’è chi ha imparato a essere sempre forte. Chi è diventato quello che non ha mai bisogno di niente. Chi deve essere sempre disponibile. Chi non può arrabbiarsi. Chi deve far ridere tutti. Chi deve risolvere i problemi degli altri. Chi deve essere perfetto. Chi ha imparato a non piangere. Chi ha deciso, molto tempo fa, che mostrare un bisogno significa diventare vulnerabile e quindi rischiare di essere ferito. La difficoltà è che spesso portiamo queste maschere anche nel matrimonio.

All’inizio della relazione può sembrare tutto più semplice. Cerchiamo naturalmente di mostrare il meglio di noi. Vogliamo essere amabili, interessanti, desiderabili. Cerchiamo di conquistare l’altro. Poi ci sposiamo. Passano gli anni. Arrivano il lavoro, i figli, le preoccupazioni, le difficoltà economiche, le incomprensioni, le delusioni e le ferite.

Ed ecco che la maschera diventa sempre più pesante da portare. Il marito che ha sempre voluto mostrarsi forte non riesce a dire alla moglie: «Ho paura». La moglie che ha imparato a prendersi cura di tutti non riesce a dire: «Sono stanca. Questa volta ho bisogno che qualcuno si prenda cura di me». L’uomo che ha paura del rifiuto non riesce a dire: «Quando non mi cerchi fisicamente mi sento poco desiderato». La donna che ha imparato a non disturbare non dice: «Quella cosa che hai fatto mi ha ferita».

Così due persone possono vivere insieme per anni e conoscersi sempre meno. Dormono nello stesso letto. Crescono gli stessi figli. Pagano lo stesso mutuo. Vanno alla stessa Messa. Magari pregano anche insieme. Eppure alcune parti profonde della loro umanità restano nascoste. Il problema della maschera è che inizialmente ci protegge, ma con il tempo ci separa. Ci protegge dal giudizio, ma ci impedisce di essere conosciuti. Ci protegge dal rifiuto, ma ci impedisce di sperimentare l’accoglienza. Ci protegge dalla vulnerabilità, ma ci condanna alla solitudine. Perché si può essere profondamente soli anche dentro un matrimonio.

Questo accade quando penso: Se lui sapesse davvero come sono, forse non mi amerebbe più. Oppure: Se lei conoscesse davvero le mie paure, mi considererebbe debole. E allora continuo a recitare. Eppure l’intimità nasce esattamente nel movimento contrario. L’intimità non è semplicemente sapere molte cose dell’altro. Non è conoscere la sua password, sapere dove si trova o condividere tutti gli impegni della giornata. L’intimità nasce quando posso lentamente consegnarti la verità di me.

Posso dirti ciò di cui mi vergogno. Posso raccontarti ciò che temo. Posso ammettere che sono geloso. Che ho bisogno di una carezza. Che alcune volte mi sento inadeguato. Che ho paura di invecchiare. Che mi manca sentirmi desiderata. Che a volte sono arrabbiato con te. Che una parte di me ha paura di essere abbandonata. Questa è nudità.

Il matrimonio ci chiama proprio a questo: tornare, lentamente, verso quella condizione originaria descritta dalla Genesi, nella quale l’uomo e la donna potevano essere nudi senza vergogna. Non significa raccontare immediatamente tutto e senza discernimento. Non significa scaricare sull’altro ogni pensiero, ogni impulso e ogni emozione. La sincerità non è brutalità e l’autenticità ha bisogno di maturità. Significa, però, smettere di costruire la relazione su un personaggio.

Ester, in questa fase della storia, nasconde la propria origine. Ma arriverà un momento nel quale non potrà più farlo. Dovrà presentarsi davanti al re e dire, in sostanza: questa sono io. Questo è il mio popolo. Questa è la mia storia. Solo quando Ester rivelerà chi è veramente potrà compiere la propria missione. È un’immagine potente anche per noi.

Forse alcune parti di noi attendono ancora di essere portate alla luce. Non per essere esibite a tutti, ma per essere consegnate a chi ci ama. A volte nel matrimonio continuiamo a comportarci secondo strategie che abbiamo imparato molti anni prima di conoscere nostro marito o nostra moglie. Strategie che forse ci hanno aiutato a sopravvivere emotivamente nella nostra famiglia d’origine, ma che oggi ci impediscono di amare pienamente.

Da bambino ho imparato che per essere amato dovevo essere bravo. Da adulta continuo a cercare la perfezione e vivo ogni critica di mio marito come una minaccia alla mia identità. Da bambina ho imparato che chiedere non serviva. Da adulta mi aspetto che mio marito comprenda i miei bisogni senza che io li esprima e, quando non lo fa, mi sento non amata. Da bambino ho imparato che mostrare emozioni era da deboli. Da adulto, quando mia moglie mi chiede cosa provo, rispondo: «Niente». Poi mi stupisco perché tra noi non c’è più intimità.

Il lavoro personale e il cammino di coppia servono anche a questo: riconoscere le nostre maschere con misericordia. Non dobbiamo odiarle. Probabilmente, in qualche momento della nostra storia, ci sono servite. Ma ciò che ci ha protetto ieri può impedirci di amare oggi. La maturità consiste nel poter dire: Grazie, questa strategia mi ha aiutato quando non conoscevo alternative. Ma oggi posso scegliere.

Posso parlare. Posso chiedere. Posso dire di no. Posso piangere. Posso ammettere di avere paura. Posso lasciarmi aiutare. Posso essere imperfetto e restare degno d’amore. Anche la fede può diventare una maschera. Possiamo mostrare un matrimonio cristiano perfetto, sorridere nelle fotografie, parlare di famiglia, frequentare la comunità e avere paura di riconoscere che qualcosa tra noi non funziona. Ma Dio non salva le nostre rappresentazioni. Dio incontra la nostra verità.

Non dobbiamo presentarci davanti a Lui come la coppia che vorremmo sembrare. Possiamo presentarci come siamo: stanchi, innamorati, arrabbiati, grati, delusi, pieni di desiderio oppure incapaci di sentirlo, vicini o lontani. La grazia può lavorare solo dentro la verità accolta. Forse allora questo modulo può concludersi con una domanda da vivere insieme. Sedetevi uno davanti all’altra e chiedetevi: Quale parte di me faccio più fatica a mostrarti?

Non rispondete subito per l’altro. Non difendetevi. Non correggete. Ascoltate. Forse vostro marito vi dirà qualcosa che non immaginavate. Forse vostra moglie vi consegnerà una paura che porta dentro da anni. Accoglietela con rispetto. Perché quando una persona toglie una maschera davanti a noi ci sta facendo un regalo enorme. Ci sta dicendo: Questo sono io. Non il personaggio. Non ciò che vorrei essere. Non ciò che pensi che io sia. Io. Puoi restare con me? Forse una delle forme più profonde dell’amore matrimoniale consiste proprio nel rispondere: Sì. Resto. E voglio conoscerti ancora.

Antonio e Luisa

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Che di noi non resti niente

“Del nostro Matrimonio non è rimasto niente”.

Altolà. Non in quel senso. È la frase che, sostanzialmente, mi auguro di poter dire a fine corsa: che ci siamo spesi talmente tanto da donare tutto quello che potevamo donare. Abbiamo amato imperfettamente al massimo. Siamo stati fedeli nel poco, senza trattenere nulla per noi. Decisamente impegnativo e alto, come desiderio! Eppure siamo chiamati, tutti, a questa spesa fuori misura.

I progetti di Dio ci superano. Sono più di noi stessi, vanno oltre i nostri nomi, le nostre vite e i nostri orizzonti. Se un progetto è da noi, risulta piccolo, dimenticabile, passeggero come i reel che vediamo scrollando il telefono – oggi virali, domani nell’oblìo. Se un progetto è da noi, torna sempre a noi e finisce con noi: creiamo e ci impegniamo, da una dubbìa iniziativa privata, per una ricompensa immediata (che sia in like, followers, ringraziamenti, lodi…). Di fatto, non ha lunga vita né frutti eterni.

Al contrario, un progetto di Dio supera ogni nostra aspettativa, sforzo e ricompensa. Non iniziando da noi, nemmeno finirà con noi ma, appunto, ci supererà. Non ci appartiene. Una grande scuola dei doni di Dio sono i figli: la scintilla della vita è divina, noi ne siamo il tramite, e la vita che accogliamo nel mondo va oltre noi. Ogni cosa che viene da Dio porta frutti invisibili ed eterni, guidata da Lui arriva dove l’uomo non potrebbe mai giungere. Lasciarsi superare è difficile ma oltremodo necessario.

Ogni genitore, ad esempio, dovrebbe augurarsi di vedere i propri figli spiccare il volo, andare molto più in alto di lui o di lei: padri e madri dovrebbero gioire per un figlio felice, realizzato, che ha capito cosa è chiamato a fare ed è felice di viverlo. “Dio ti ama così come sei, ma ti sogna migliore” ha detto Papa Leone XIV. Quanto è vero anche per noi sposi, per noi genitori! Dio sogna la versione migliore di noi sposi: vuole operare per la nostra gioia piena, chiedendoci solo di lasciarci superare dalla Sua grazia, di aprirGli le porte del nostro cuore.

Di noi sposi, lo ripetiamo con forza, non deve rimanere niente. Non per augurarci di venir dimenticati ma proprio perché di noi resti solo l’amore dato e ricevuto, attraverso tutta la nostra storia – niente di più. Il nostro posto lavorativo? Sarà occupato da qualcun altro. La nostra casa? pure. I nostri beni e conti in banca? Dati alla nostra discendenza o a chi vorremo lasciarli. Quello che abbiamo, la “roba” verghiana, non è certo eterna.

Il motore che ci muove è, spesso, la paura. Paura di perdere quanto abbiamo, di avere il serbatoio vuoto, di non potersi permettere quei piccoli lussi che crediamo meritati, di non poter provvedere a chi amiamo. Ma della paura non ci si può fidare – e ci impedirà di spiccare davvero il volo, di osare, di lanciarci con Dio dove ci vuole inviare, di metterci in cammino unendo fede e ragione, che il Signore tiene unite.

Chiediamoci, con onestà: cosa stiamo trattenendo di noi, per paura di perderlo? In quale ambito della nostra vita non lasciamo, veramente, entrare Dio? Proprio lì, in quello che ci verrà in mente, Gesù sicuramente ci sta parlando. Proprio dove non ti vuoi spendere, ecco l’occasione di incontro con il Signore! Proprio dove non vorresti andare, dove sei disgustato, inorridito, intimorito, proprio nel deserto attende Dio – per dimostrarti che Egli non ti abbandona ma fa nuove tutte le cose, anche le più impensabili. È il Dio dell’impossibile.

Francesco di Assisi arriva a baciare un lebbroso e questo gesto non è improvvisato, dettato da uno slancio mistico, da un proposito di impegno e buona volontà. Può andare oltre il suo disgusto e la paura grazie al Signore – Lui è, e sarà, nella vita del Santo, il motore delle sue sce

lte. Che di voi non resti nulla, cari sposi! Che possiate consumarvi, nel servizio e nell’amore per ciò che davvero conta! Che possiate andare a letto esausti e felici, perché anche oggi avete lavorato per il Regno, per la vostra vocazione! Che possiate, a fine corsa, aver dato tutto quanto potevate dare, senza trattenere nulla per voi! Che possiate essere ricompensati, già ora, con il centuplo promesso a chi cerca Dio!

Giada Moneti @nesentilavoce

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Quando la vita cambia senza chiederti il permesso

Anche Ester fu condotta da Gai, custode delle donne. (Ester 2,8)

Ci sono momenti in cui la vita non chiede il nostro consenso. Non aspetta che siamo pronti, non ci offre un calendario ordinato dove segnare il giorno in cui tutto cambierà. Semplicemente accade. Una telefonata, una diagnosi, un trasferimento, una gravidanza inattesa, una perdita, una crisi nel matrimonio, un progetto che salta. Avevamo pensato la vita in un certo modo e all’improvviso ci troviamo dentro una storia che non abbiamo scritto noi. Ester conosce bene questa esperienza. Il capitolo 2 racconta proprio questo: una giovane donna viene presa dentro una vicenda più grande di lei, introdotta in un ambiente che non aveva scelto. Clicca qui per leggere i moduli già pubblicati.

Ester, chiamata anche Adassa, era una ragazza ebrea, orfana, cresciuta da Mardocheo. La sua vita portava già una ferita originaria: non aveva più il padre e la madre. Eppure, dentro quella mancanza, era nata anche una custodia. Mardocheo l’aveva accolta come figlia, l’aveva cresciuta, accompagnata, protetta. Ester non parte da una vita perfetta. È una donna che ha già conosciuto la vulnerabilità. Anche noi arriviamo al matrimonio non come persone risolte, ma come storie abitate da mancanze, ferite, risorse e paure.

Quando il re Assuero cerca una nuova regina, molte giovani vengono radunate nel palazzo. Anche Ester viene condotta lì. Il testo non la presenta come una donna che decide liberamente di candidarsi a un concorso di bellezza. Viene presa dentro un sistema di potere. Ester non controlla la situazione. Non decide lei il luogo, i tempi, le regole. Eppure, pur non avendo scelto quella situazione, non si lascia distruggere da essa. Non può cambiare subito il contesto, ma può scegliere come starci dentro. Questa è una prima forma della resilienza: riconoscere la realtà e cercare, dentro quella realtà, uno spazio possibile di libertà.

Nell’Analisi Transazionale potremmo dire che Ester è chiamata a non restare bloccata in un Bambino spaventato e impotente, ma nemmeno a rifugiarsi in un adattamento cieco, dove per sopravvivere smette di sentire, di pensare, di desiderare. L’adattamento è necessario alla vita. Un matrimonio senza adattamento diventa impossibile: due persone devono continuamente fare spazio all’altro, modificare ritmi, abitudini, linguaggi, priorità. Il problema nasce quando l’adattamento diventa perdita di sé. C’è un adattamento sano, guidato dall’Adulto; e c’è un adattamento di copione, guidato dalla paura, che dice: “Per essere amato devo sparire”.

Ester cammina su questo confine sottile. Impara le regole del palazzo, accetta un tempo di preparazione, ascolta i consigli, si muove con prudenza. Ma non diventa semplicemente un oggetto nelle mani degli altri. Il testo dice che trova favore agli occhi di chi la incontra. Ester non controlla tutto, ma custodisce qualcosa di sé. Non urla, non forza, non reagisce in modo impulsivo. Rimane dentro il processo senza consegnare completamente la propria identità. Qui c’è una lezione enorme per la coppia: non sempre possiamo scegliere ciò che ci accade, ma possiamo scegliere se viverlo da vittime passive o da persone che cercano un senso.

Pensiamo a quante volte nel matrimonio la vita cambia senza chiedere permesso. Una coppia si sposa immaginando un certo cammino, poi arriva la fatica economica. Oppure un figlio tarda ad arrivare. Oppure arriva quando non era previsto. Oppure uno dei due cambia interiormente, attraversa una crisi, si chiude, perde entusiasmo, si ammala, scopre domande che prima non aveva. L’altro può vivere tutto questo come un tradimento del progetto iniziale: “Non era questo che avevo scelto”. È vero. A volte non era questo. Ma amare non significa vivere solo dentro ciò che avevamo programmato. Amare significa imparare a restare umani anche quando il programma ideale salta.

La resilienza cristiana non è stringere i denti e sopportare tutto in silenzio. Non è dire: “Va bene così”, quando dentro stiamo morendo. Non è nemmeno spiritualizzare il dolore con frasi facili. La resilienza è attraversare la realtà senza perdere la propria dignità, senza rinunciare alla verità, senza lasciare che la paura decida al nostro posto. Ester non ha ancora il coraggio maturo che vedremo più avanti. In questo capitolo è una ragazza che sta imparando a stare in piedi dentro un cambiamento imposto. La sua grandezza non esplode subito. Matura lentamente.

Spesso pretendiamo da noi stessi reazioni eroiche immediate. Vorremmo essere già capaci di affrontare tutto con fede, lucidità e coraggio. Invece, molte volte, il primo passo è semplicemente non fuggire. Rimanere. Respirare. Guardare la realtà. Chiedere aiuto. Lasciarsi accompagnare. Non decidere tutto nel panico. Nell’AT diremmo: tornare all’Adulto. L’Adulto non è freddo, non è senza emozioni. È quella parte di noi che raccoglie i dati, ascolta ciò che sente, distingue il passato dal presente e prova a scegliere il passo possibile.

Per una coppia questo significa imparare a dirsi: “Questa cosa non l’avevamo prevista, ma possiamo attraversarla insieme”. È una frase semplice, ma potentissima. Il dolore diventa ancora più duro quando ciascuno lo vive da solo, chiuso nel proprio copione: uno attacca, l’altro fugge; uno controlla, l’altro si spegne; uno pretende soluzioni, l’altro si sente incapace. Accogliere ciò che non avevamo programmato non significa approvarlo, né subirlo passivamente. Significa smettere di sprecare energie nel rifiuto sterile della realtà e iniziare a domandarsi: “Che cosa possiamo fare adesso?”.

Ester non sa ancora che proprio quel cambiamento non scelto diventerà il luogo della sua missione. Questo è il paradosso di Dio: a volte la strada che ci sembra solo una deviazione diventa il luogo in cui maturiamo la nostra vocazione. Non tutto ciò che accade è voluto da Dio, e bisogna stare attenti a non attribuire a Dio ogni violenza, ogni ingiustizia, ogni dolore. Ma Dio può entrare anche dentro ciò che non abbiamo scelto e trasformarlo in un cammino di salvezza. La fede non cancella lo shock del cambiamento. Lo abita. Lo illumina lentamente.

Ogni coppia, prima o poi, deve fare pace con questa verità: il matrimonio reale è sempre diverso dal matrimonio immaginato. Non necessariamente peggiore. Spesso più faticoso, sì, ma anche più vero. La domanda decisiva non è: “Come facciamo a tornare esattamente a ciò che avevamo previsto?”. A volte non si può. La domanda più adulta è: “Come possiamo amare dentro questa storia concreta?”. Ester ci insegna che la vita può portarci in luoghi non scelti, ma non può impedirci di diventare persone nuove. Anche quando non hai scelto la strada, puoi ancora scegliere come camminare.

Antonio e Luisa

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Quando lui guarda le altre: il problema non sei tu

C’è un dolore di cui molte mogli parlano sottovoce. Non sempre arriva con un tradimento consumato. A volte arriva con uno sguardo insistente, con la pornografia scoperta per caso, con chat cercate di nascosto, con immagini di donne giovani, belle, esposte, consumate nel silenzio di un telefono. E allora nasce una domanda tremenda: “Che cosa hanno loro che io non ho?

È una domanda comprensibile. Quando una donna scopre che il marito cerca pornografia, guarda compulsivamente altre donne o si rifugia in fantasie erotiche mentre nella relazione è distante, freddo o aggressivo, la ferita è profonda. Non si sente solo tradita. Si sente sostituita. Umiliata. Invisibile. Come se il proprio corpo, la propria storia, la propria fedeltà, il proprio amore non bastassero più. Ma proprio qui occorre dire una parola chiara: il problema non è lei.

Non è il suo corpo che invecchia. Non sono i chili in più o in meno. Non è il fatto che non sia più giovane come un tempo. Non è perché un’altra è più bella, più provocante, più desiderabile. La pornografia e la ricerca compulsiva di immagini non nascono quasi mai da una mancanza della moglie. Nascono piuttosto da un disagio dell’uomo, da una fragilità, da una fuga, da una difficoltà a stare dentro la realtà. La pornografia, infatti, non è relazione. È pura evasione.

Non c’è incontro. Non c’è volto. Non c’è reciprocità. Non c’è tenerezza. Non c’è la fatica di amare una persona reale. Non c’è il rischio di essere conosciuti davvero. C’è solo un consumo rapido di immagini che permette, per qualche minuto, di non sentire il vuoto, la frustrazione, l’ansia, la fatica, la vecchiaia, la solitudine, la propria incapacità di stare in contatto profondo con sé e con l’altro. Lo psicoterapeuta Patrick Carnes, tra i principali studiosi delle dipendenze sessuali, ha descritto queste dinamiche come una ferita della capacità relazionale: non si cerca davvero una persona, ma un sostituto povero dell’intimità. È un punto decisivo. La pornografia sembra parlare di sesso, ma spesso parla di incapacità di relazione.

Anche la terapeuta Esther Perel, parlando del desiderio nella coppia, ricorda che l’erotismo autentico ha bisogno di vitalità, mistero, presenza, immaginazione, non di consumo meccanico. Dove tutto è immediatamente disponibile, esposto, accessibile, spesso non cresce il desiderio: cresce l’anestesia. Si cerca uno stimolo sempre nuovo, ma ci si allontana sempre di più dall’incontro reale.

Per questo una moglie non deve entrare in competizione con le donne viste dal marito. Sarebbe una gara impossibile e ingiusta. Quelle donne non sono rivali. Le attrici porno non sono rivali. Le ragazze viste in spiaggia non sono rivali. Perché non sono davvero “persone” dentro quella dinamica: sono immagini usate per fuggire. Questo non assolve l’uomo. Non rende tutto normale. Non cancella la responsabilità. Un marito che fissa altre donne davanti alla moglie, che minimizza il dolore di lei, che si chiude nel silenzio quando viene messo davanti alla verità, sta ferendo la relazione. E quella ferita va nominata.

Una cosa è notare una presenza. Altra cosa è fissare, indugiare, nutrire volontariamente lo sguardo, ignorando il dolore della propria sposa. Lo sguardo non è mai neutro. Lo sguardo può custodire o può consumare. Può dire: “Tu sei preziosa”, oppure può dire: “Io prendo ciò che voglio, anche se tu soffri”. San Giovanni Paolo II, nella sua Teologia del Corpo, ha insistito molto su questo punto: il corpo umano non è oggetto da usare, ma segno della persona e della sua dignità. Il corpo è chiamato al dono, non al consumo. Quando lo sguardo diventa possesso, l’altro viene ridotto. Quando invece lo sguardo è casto, l’altro viene riconosciuto.

C’è poi un aspetto delicato che molte coppie incontrano con il passare degli anni. Quando si invecchia, il coniuge diventa anche uno specchio. Guardare l’altro significa vedere il tempo che passa. Le rughe. La stanchezza. Il corpo che cambia. Le energie che diminuiscono. La giovinezza che non torna. Per alcuni questo diventa occasione di tenerezza: “Siamo cambiati, ma siamo ancora qui”. Per altri diventa motivo di fuga: “Non voglio vedere il tempo che passa, non voglio accettare la mia fragilità, non voglio fare i conti con il limite”. Allora si cerca la giovinezza altrove, non tanto perché l’altro non basti, ma perché non si riesce ad accettare se stessi. Qui la moglie deve fare un passaggio doloroso ma liberante: non può salvare il marito al posto suo.

Può parlargli. Può dirgli la verità. Può chiedere rispetto. Può invitarlo a farsi aiutare. Può pregare. Può restargli accanto. Ma non può costringerlo a cambiare. Non può aprire lei la sua coscienza. Non può obbligarlo a riconoscere il proprio disagio. Non può fare terapia al posto suo. La soluzione, allora, non può essere: “Quando lui cambierà, io starò bene”. Sarebbe consegnare la propria pace nelle mani di una persona che forse non è ancora pronta a guardarsi dentro. La soluzione comincia dai confini.

Mettere confini non significa non amare. Significa amare senza distruggersi. Significa dire: “Io ti amo, ma non permetterò che il tuo disordine diventi la misura del mio valore”. Significa riconoscere: “Il tuo comportamento mi ferisce, ma non definisce chi sono”. Significa smettere di mendicare conferme da uno sguardo che in quel momento è malato.

Papa Francesco, in Amoris Laetitia, ricorda che l’amore coniugale non è solo sentimento, ma anche cura concreta dell’altro. E la cura passa anche dalla responsabilità. Chi ama non può dire: “Sono fatto così”. Chi ama deve chiedersi: “Che cosa produco nel cuore dell’altro con il mio comportamento?” Per questo, davanti a certe ferite, può essere necessario un aiuto serio: un terapeuta, un sessuologo, un accompagnamento spirituale maturo. Non per colpevolizzare, ma per guarire. Perché la grazia non elimina il lavoro umano: lo sostiene.

E alla moglie ferita va detta una cosa con dolcezza e fermezza: tu non sei in gara con nessuno. Il tuo valore non dipende da quanto lui ti guarda. Non dipende dalla sua capacità, o incapacità, di riconoscere la tua bellezza. Non dipende dal confronto con corpi più giovani. Il tuo valore viene da Dio. Dalla tua dignità. Dalla tua storia. Dalla tua fedeltà. Dal tuo essere donna, sposa, figlia amata. Nessuna immagine potrà mai avere ciò che hai tu: una vita donata, un amore attraversato dalla prova, una presenza rimasta anche quando sarebbe stato più facile chiudersi. E forse la guarigione comincia proprio qui: quando una donna smette di chiedersi “che cosa hanno loro più di me?” e comincia a dire, davanti a Dio: “Io valgo. Anche se lui oggi non sa vedermi”.

Antonio e Luisa

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Un padre non è una comparsa

Per un calciatore può esistere qualcosa di più importante di una partita di un Mondiale? La risposta, per qualcuno, sembra scandalosa. Eppure è semplicissima: sì. Esiste la nascita di un figlio. Jérémy Doku, calciatore del Belgio e del Manchester City, lo ha ricordato a tutti con una naturalezza disarmante. Nei giorni del Mondiale ha detto di essere pronto a lasciare il ritiro della Nazionale per stare accanto alla sua compagna nel momento della nascita del loro primo figlio. Non una vacanza. Non un capriccio. Non una fuga dalle responsabilità professionali. Semplicemente il desiderio di essere presente in uno dei momenti più belli nella vita di una persona e nella storia di una famiglia.

Eppure questa scelta ha acceso una polemica. Una giornalista francese, France Pierron, ha commentato duramente la possibilità che un calciatore lasci una competizione così importante per assistere alla nascita di un figlio, arrivando a dire che in quel momento “il padre è inutile”, una sorta di comparsa. Ecco, forse proprio questa frase merita di essere presa sul serio. Non perché sia vera, ma perché rivela una povertà culturale enorme.

Dire che un padre è inutile nel momento della nascita di un figlio significa avere un’idea molto ridotta della paternità, della maternità, della coppia e perfino del bambino. È come se la nascita fosse soltanto un fatto biologico, medico, tecnico. Come se riguardasse solo il corpo della madre e non la storia di una famiglia che viene alla luce. Certo, è la donna che porta nel corpo la fatica del parto. È lei che attraversa il dolore fisico, la paura, la vulnerabilità, l’esposizione. Nessuno può sostituirla in questo. Ma proprio per questo il padre non è inutile. Proprio perché non può sostituirla, è chiamato a esserci.

Esserci non significa “fare qualcosa” nel senso produttivo del termine. Questa è la grande confusione del nostro tempo: pensiamo che una persona serva solo se compie una funzione misurabile. Se non taglia, non cuce, non prescrive, non interviene, allora non serve. Ma l’amore non funziona così. Ci sono momenti in cui la presenza vale più di qualsiasi competenza. Una mano stretta, uno sguardo, una parola, un silenzio condiviso possono diventare sostegno, sicurezza, memoria.

Una donna che partorisce non ha bisogno solo di medici e ostetriche, per quanto siano indispensabili. Ha bisogno anche di sapere che non è sola. Che quel figlio non è “suo” nel senso solitario del termine. Che quella creatura non viene al mondo dentro un vuoto affettivo, ma dentro un’alleanza. La madre genera con il corpo, ma il figlio nasce dentro una relazione. E quella relazione, quando c’è, chiede anche il volto del padre.

La frase “il padre è una comparsa” è figlia di una cultura che prima chiede agli uomini di essere presenti, responsabili, maturi, capaci di prendersi cura, e poi li ridicolizza quando lo fanno davvero. Quante volte diciamo che mancano i padri? Quante volte denunciamo padri assenti, padri distratti, padri eterni adolescenti, padri che delegano tutto alla madre? Poi arriva un uomo che dice: “Voglio esserci alla nascita di mio figlio”, e qualcuno gli risponde: “Ma che ci vai a fare? Non servi a nulla”.

È una contraddizione enorme. E fa male, perché colpisce proprio il cuore della famiglia. Un figlio non è una questione solo della mamma. Non lo è durante la gravidanza, non lo è durante il parto, non lo è nei primi mesi, non lo è nella crescita. Certo, ci sono tempi e modi diversi. Il legame materno ha una profondità corporea unica. Ma questo non rende il padre esterno. Non lo mette fuori dalla scena. Non lo trasforma in spettatore.

Il padre è colui che, fin dall’inizio, dice al figlio: “Tu non sei solo il bambino della mamma. Tu sei nostro. Sei dentro una storia. Sei accolto da due sguardi”. E dice alla madre: “Non devi portare tutto da sola”. Questa è una delle forme più concrete dell’amore. Non l’amore romantico delle parole facili, ma quello che sceglie di stare nel punto esatto in cui l’altro è fragile.

La nascita di un figlio non è solo il primo istante della vita del bambino. È anche la nascita di un padre e di una madre. In quel momento una coppia cambia identità. Non è più soltanto coppia. Anche quando il bambino era già amato prima, il parto segna un passaggio irreversibile. Quel pianto inaugura una nuova vocazione. Per questo un padre che vuole esserci non sta scegliendo contro il lavoro. Sta scegliendo l’ordine giusto delle cose. Il lavoro è importante. La carriera è importante. Una partita del Mondiale, per un calciatore, è un’occasione enorme. Ma un figlio non è un evento tra gli altri. Non è un appuntamento da recuperare guardando un video. Non è una notifica da ricevere a fine partita. È carne della tua carne. È vita affidata alla tua vita.

La cultura mediatica, invece, spesso ragiona al contrario. Tutto viene piegato alla prestazione. Devi esserci quando il mondo ti guarda, non quando ti guarda tua moglie. Devi correre dietro all’occasione professionale, anche se nel frattempo la tua famiglia sta vivendo un momento sacro. Devi dimostrare di essere forte, concentrato, competitivo. Ma forse la vera forza di un uomo si vede proprio quando sa dire: “Questa volta il mondo può aspettare”.

Non c’è nulla di debole in un padre che lascia un ritiro per andare da sua moglie e da suo figlio. C’è, al contrario, qualcosa di profondamente virile, nel senso più bello del termine. C’è un uomo che capisce che la paternità non comincia quando il bambino impara a parlare, a camminare o a giocare a pallone. Comincia prima. Comincia quando tu scegli di non lasciare sola la madre nel momento in cui vostro figlio viene alla luce. Un figlio non appartiene solo alla madre. Un figlio è affidato a una comunione. E quando un padre sceglie di esserci, non ruba spazio alla madre. La onora. Non invade un momento femminile. Lo custodisce. Non serve perché “fa” qualcosa. Serve perché ama. E l’amore, nei momenti decisivi, non può mandare un delegato.

La nascita di un figlio è una soglia. E su quella soglia un padre non è inutile. È necessario. Non perché sostituisce la madre, ma perché dice con il corpo, con la presenza, con la scelta: “Io ci sono. Per te. Per nostro figlio. Per questa famiglia che nasce oggi”.

Antonio e Luisa

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Educazione all’amore o alla contraccezione?

Sono rimasto letteralmente scioccato leggendo un post sui social, a volte (anzi spesso, ultimamente) mi domando se sono io ad essere fuori dal mondo oppure se, su certi temi, abbiamo completamente perso la bussola. Una mamma poneva questa domanda: “Voi comprate i preservativi solo per i figli maschi o anche per le femmine?“. Già la domanda, mi ha lasciato senza parole, nemmeno nei miei peggiori incubi avrei pensato di fare una richiesta del genere pubblicamente su un social, ma il vero problema non era la domanda, quanto le risposte.

La maggior parte delle persone rispondeva più o meno allo stesso modo: “Certo che li compriamo anche alle figlie femmine, così stiamo tranquille per le malattie (altrimenti si vergognano a comprarli e poi, sai, ci sono ancora tanti pregiudizi)”. Non solo, diverse mamme raccontavano di acquistare regolarmente anche la pillola anticoncezionale per le figlie, così da evitare in ogni caso gravidanze indesiderate. Una mamma addirittura raccontava di aver usato una zucchina per mostrare alla figlia come si indossa un preservativo.

Ma stiamo scherzando? Davvero crediamo che il compito di un genitore sia insegnare ai figli come fare sesso in sicurezza? Forse trentacinque fa, quando ero adolescente io, una certa educazione tecnica poteva anche avere un senso, internet non esisteva e le informazioni erano difficili da reperire. Le immagini più audaci che riuscivamo a vedere erano quelle dei completi intimi femminili su Postalmarket, a meno di corrompere qualche maggiorenne per comprare qualche giornalino in edicola. Possibile che abbiamo ridotto l’educazione affettiva e sessuale a una lezione tecnica? Possibile che il massimo che riusciamo a trasmettere ai nostri figli sia un insieme di istruzioni per l’uso?

Perché il punto non è sapere come non prendere malattie sessuali, un ragazzo con uno smartphone trova migliaia di video e spiegazioni e poi c’è anche l’intelligenza artificiale, basta chiedere. Quello che non trova facilmente è qualcuno che gli spieghi il significato dell’amore. Quello che non trova è qualcuno che gli dica che il suo corpo non è un giocattolo, che il suo cuore non è un oggetto usa e getta, che la sessualità è un linguaggio potentissimo che parla di dono, fedeltà, comunione e apertura alla vita. Questo non lo insegna internet, lo possono insegnare soltanto degli adulti credibili, soprattutto i genitori.

Poi, se la soluzione fosse davvero distribuire preservativi e pillole, perché i risultati vanno nella direzione opposta? Qualcuno dovrebbe spiegarmi come sia possibile che, nel 2026, nonostante distributori automatici di contraccettivi aperti ventiquattro ore su ventiquattro e campagne di sensibilizzazione continue, le infezioni sessualmente trasmissibili siano in costante aumento, in particolare fra i giovani e gli omosessuali. L’ultimo rapporto europeo mostra dati impressionanti: la gonorrea è cresciuta di oltre il 300% negli ultimi dieci anni e la sifilide è più che raddoppiata.

Anche sul fronte delle gravidanze indesiderate e degli aborti non possiamo certo dire che il problema sia stato risolto dalla diffusione massiccia della contraccezione, anzi, mi sembra proprio il contrario. Non sarà che stiamo sbagliando completamente approccio e che usiamo il sesso in un modo completamente diverso da come è stato pensato? Viviamo nell’epoca delle assicurazioni: assicuriamo la casa, l’auto, la salute. Paghiamo una quota per sentirci tranquilli di fronte ai rischi della vita, ma per assurdo l’assicurazione interviene quando il danno è già stato fatto. Ho l’impressione che molti genitori ragionino allo stesso modo quando si parla di sessualità.

Preservativo e pillola diventano una sorta di polizza assicurativa, “Così sto tranquilla”; ma la realtà sembra raccontare una storia diversa. Mi viene in mente una scena geniale del film Madagascar 2: il pinguino Kowalski vede una spia rossa lampeggiare nell’aereo, il carburante è finito, c’è un problema enorme da affrontare. La sua soluzione? Prende il manuale e distrugge la spia, problema risolto: peccato che pochi minuti dopo l’aereo precipiti. A volte facciamo la stessa cosa, ci concentriamo sul sintomo e ignoriamo la causa.

Vediamo il rischio, sentiamo la paura, la possibilità di una gravidanza o di una malattia e cerchiamo una soluzione immediata. Pensiamo di aver risolto il problema perché abbiamo spento la spia, ma rischiamo di ignorare la domanda più importante. Che idea di amore stiamo trasmettendo ai nostri figli? Perché se sbagliamo quella, possiamo rompere tutte le spie che vogliamo, ma prima o poi l’aereo precipita lo stesso. Il punto è che la fertilità oggi non viene più considerata un dono, viene percepita come un problema, come un inconveniente, come qualcosa da neutralizzare, eliminare e controllare. E così il contraccettivo diventa la scorciatoia perfetta: mi sento tranquillo, fine del problema.

Molto più difficile è sedersi accanto a un figlio o a una figlia e parlare di amore, di rispetto, di dignità, di attesa, di responsabilità, di matrimonio, del progetto di Dio sulla sessualità. Quella sì che è una sfida, quella sì che richiede coraggio. Anche per me è davvero molto difficile affrontare certi argomenti con le figlie, tanto più che non ho mia moglie accanto (ritengo che i genitori dovrebbero affrontare questi argomenti insieme). Mi sento inadeguato, ho paura di sbagliare parole, vorrei evitare certi discorsi, ma proprio perché le amo non posso rinunciare alla mia responsabilità educativa.

Non posso presentare il sesso come una semplice necessità biologica da gestire. Mangiare è un istinto, bere è un istinto, ma fare l’amore è qualcosa di infinitamente più grande, per questo non lo esercito da più di dieci anni (sono separato da più di 10 anni ma fedele). È probabilmente l’atto umano più profondo che un uomo e una donna possano compiere insieme.

È un linguaggio, è una promessa fatta con il corpo, è una comunione che coinvolge la persona intera e, cosa straordinaria, è un gesto sacro che può rendere due sposi collaboratori dell’opera creatrice di Dio. Come possiamo ridurre tutto questo a una questione di preservativi, pillole e istruzioni per l’uso? Voglio che le mie figlie sappiano quanto valgono, che il loro corpo è prezioso, che il loro cuore va custodito, che l’amore non si mendica, che non bisogna concedersi per paura di perdere qualcuno e che la sessualità è un dono meraviglioso quando viene vissuta nel contesto per cui è stata pensata. Per questo non voglio aiutarle a farsi del male insegnando come evitare le conseguenze del sesso, sarebbe come comprare una siringa a chi vuole drogarsi.

Vorrei soprattutto insegnare loro la bellezza del fare l’amore, perché un preservativo può forse proteggere il corpo in alcune circostanze, ma soltanto una vera educazione all’amore può custodire il cuore. Alla fine, è proprio il cuore dei nostri figli la cosa che dovrebbe starci più a cuore.

Da alcune settimane è uscito il libro con i miei articoli su questo blog. Potete acquistarlo a questo link.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Ester: una ragazza qualunque scelta da Dio

«Egli aveva allevato Adassa, cioè Ester, figlia di suo zio, perché era orfana di padre e di madre. La giovane era bella di aspetto e avvenente nella persona. Alla morte del padre e della madre, Mardocheo l’aveva presa come sua figlia.» (Est 2,7)

Iniziamo oggi il primo modulo che ci propone il Libro di Ester. Clicca qui per leggere l’introduzione. Ci sono persone che, entrando in una stanza, sembrano attirare immediatamente l’attenzione. Hanno sicurezza, carisma, presenza. Poi ci sono persone che passano quasi inosservate. Persone normali. Persone che non si sentono particolarmente speciali. Persone che, se dovessero descriversi, probabilmente inizierebbero dai propri limiti piuttosto che dalle proprie qualità. Ester appartiene a questa seconda categoria. Quando inizia il racconto biblico non è una regina. Non è una leader. Non è una donna famosa. Non è una persona potente. È una ragazza ebrea che vive lontano dalla propria terra, rimasta orfana molto presto e cresciuta dal cugino Mardocheo. Nulla lascia immaginare che Dio abbia in serbo per lei qualcosa di straordinario. Eppure è proprio da qui che parte la sua storia.

Questa è una delle costanti più sorprendenti della Bibbia. Dio sembra avere una particolare predilezione per le persone che non si considerano all’altezza. Mosè balbetta e cerca di sottrarsi alla missione che gli viene affidata. Geremia si sente troppo giovane per parlare a nome di Dio. Davide è il figlio che nessuno avrebbe scelto. Pietro è impulsivo, fragile e pieno di contraddizioni. Maria è una ragazza sconosciuta di un piccolo villaggio della Galilea. Ester entra perfettamente in questa schiera. Forse perché Dio non cerca persone perfette. Cerca persone disponibili.

Noi invece ragioniamo spesso in modo diverso. Pensiamo che per essere amati dobbiamo essere più belli, più intelligenti, più preparati, più competenti. Pensiamo che per essere scelti dobbiamo meritare la scelta. Pensiamo che il nostro valore dipenda dalle prestazioni, dai risultati o dall’approvazione degli altri. Questa convinzione può diventare particolarmente forte nelle relazioni affettive e nel matrimonio. Molti uomini e molte donne entrano nella vita di coppia portandosi dentro una domanda silenziosa che raramente viene pronunciata ad alta voce: Sarò abbastanza?“. Sarò abbastanza interessante? Sarò abbastanza bravo come marito? Sarò abbastanza attraente come moglie? Sarò abbastanza capace come padre o come madre? Sarò abbastanza per meritare l’amore dell’altro? A volte queste domande rimangono nascoste per anni, ma continuano a influenzare il modo in cui viviamo la relazione.

Quando ci sentiamo profondamente inadeguati tendiamo a cercare continue conferme. Abbiamo bisogno che l’altro ci rassicuri costantemente. Ci preoccupiamo eccessivamente di ciò che pensa di noi. Oppure, al contrario, diventiamo ipercritici verso noi stessi e incapaci di riconoscere il bene che c’è nella nostra vita. Altre volte ancora indossiamo una maschera. Mostriamo una versione costruita di noi stessi perché abbiamo paura che, se l’altro vedesse davvero le nostre fragilità, smetterebbe di amarci.

L’Analisi Transazionale definisce queste convinzioni profonde come parte del copione di vita. Il copione è una sorta di programma inconscio che costruiamo nei primi anni della nostra esistenza e che continua a influenzare le nostre scelte da adulti. Uno dei copioni più diffusi è proprio questo: “Non sono abbastanza”. Non sono abbastanza bravo. Non sono abbastanza importante. Non sono abbastanza desiderabile. Non sono abbastanza degno di essere amato. Molte persone non formulano mai queste frasi in modo esplicito, eppure vivono come se fossero vere.

Le riconosciamo dai comportamenti. Chi vive questo copione tende a minimizzare i propri successi, fatica ad accogliere i complimenti e si paragona continuamente agli altri. Ha la sensazione di dover dimostrare qualcosa per meritare affetto e attenzione. Anche nella coppia questo può diventare fonte di sofferenza. Una moglie può interpretare ogni distrazione del marito come la conferma di non essere abbastanza importante. Un marito può vivere ogni critica come la prova del proprio fallimento. Piccoli eventi quotidiani vengono letti attraverso una lente che deforma la realtà. Non vediamo più ciò che accade davvero. Vediamo ciò che il nostro copione ci porta ad aspettarci.

Ester avrebbe avuto molte ragioni per sentirsi inadeguata. Era orfana. Apparteneva a un popolo straniero. Non aveva potere. Non aveva particolari garanzie sul proprio futuro. Eppure la sua storia dimostra una verità fondamentale: Dio non definisce le persone a partire dalle loro mancanze. Noi spesso ci identifichiamo con ciò che ci manca. Dio guarda ciò che possiamo diventare. Noi vediamo le ferite. Dio vede le possibilità. Noi vediamo i limiti. Dio vede la chiamata.

Pensiamo a quanto questo sia importante nel matrimonio. Quando guardiamo il nostro coniuge, cosa vediamo? Vediamo soprattutto ciò che manca? Vediamo i difetti, gli errori, le fragilità e le incoerenze? Oppure riusciamo a vedere la persona che sta ancora diventando? L’amore autentico ha questa straordinaria capacità: vede oltre il presente. Non nega i limiti e non finge che non esistano, ma non li considera l’ultima parola.

Dio fa così con Ester. E dovrebbe essere anche il modo in cui gli sposi imparano a guardarsi reciprocamente. Molte coppie soffrono perché smettono di vedere il bene possibile e iniziano a vedere soltanto ciò che non funziona. L’amore invece continua a credere nella crescita. Continua a credere che la storia non sia finita. Continua a credere che una persona sia molto più grande delle sue paure, dei suoi errori e delle sue fragilità. Forse oggi anche tu ti senti un po’ come Ester all’inizio del racconto. Forse guardi la tua vita e vedi soprattutto ciò che manca. Forse ti senti in ritardo rispetto agli altri. Forse ti sembra di non essere all’altezza delle responsabilità che hai. Forse pensi di non essere il marito o la moglie che avresti voluto essere. La Parola di Dio ci invita a cambiare sguardo.

Prima ancora di diventare regina, Ester era già preziosa. Prima ancora di compiere qualcosa di grande, era già amata. Prima ancora di dimostrare il proprio valore, era già scelta. Lo stesso vale per ciascuno di noi. Il nostro valore non nasce dalle prestazioni. Non nasce dai successi. Non nasce dall’approvazione degli altri. Nasce dall’essere figli amati di Dio. Ed è proprio quando iniziamo a credere davvero a questa verità che il copione del “Non sono abbastanza” comincia lentamente a perdere il suo potere. Scopriamo che Dio non chiama i perfetti, ma persone normali. Persone fragili. Persone ferite. Persone che spesso dubitano di se stesse. Persone come Ester. Persone come noi.

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Mio marito dice di amarmi, ma io non mi sento amata

Ho deciso di rispondere pubblicamente a una domanda ricevuta da una nostra lettrice, mantenendone naturalmente l’anonimato. Lo faccio perché credo che la situazione descritta sia molto più comune di quanto si possa pensare e che molte donne, leggendo queste righe, possano riconoscersi almeno in parte nella sua esperienza.

«Mio marito dice di amarmi tanto. Cucina, fa la spesa, sistema la cucina, pulisce il pavimento e si occupa di tante cose pratiche. Però nella tenerezza è assente. E anche la sessualità è veloce, sembra pensare soprattutto a sé stesso e raramente a me. Lui dice di amarmi. Ma come è possibile?»

Questa domanda racchiude una sofferenza che molte donne vivono nel matrimonio. Da una parte vedono un marito presente, responsabile e disponibile nelle cose concrete. Dall’altra, però, sentono di non essere raggiunte nel cuore. Non si sentono ascoltate, desiderate, comprese. Fanno fatica a percepire quella tenerezza che per loro rappresenta una parte fondamentale dell’amore. Così nasce un dubbio doloroso: se mi ama davvero, perché non riesco a sentirmi amata?

Spesso la risposta è che possono essere vere entrambe le cose. Può essere vero che lui ami sinceramente sua moglie e può essere altrettanto vero che lei non si senta amata nel modo di cui avrebbe bisogno. Molti conflitti di coppia nascono proprio da questa apparente contraddizione. Il problema non sempre è l’assenza dell’amore, ma il modo in cui quell’amore viene espresso e ricevuto.

Ognuno di noi arriva al matrimonio portando con sé una storia e un modo di vivere gli affetti che ha imparato fin dall’infanzia. Ci sono persone cresciute in famiglie dove ci si abbracciava spesso e si parlava apertamente delle emozioni. Altre, invece, sono cresciute in ambienti dove l’amore era presente ma veniva manifestato soprattutto attraverso il sacrificio, il lavoro e il senso del dovere. In questi contesti si impara che amare significa fare qualcosa per l’altro.

Per questo alcuni uomini – ma anche donne – sono sinceramente convinti di dimostrare amore quando si occupano della casa, fanno la spesa, risolvono problemi pratici o si prendono cura economicamente della famiglia. E in un certo senso hanno ragione. Questi gesti sono realmente espressioni di amore. Il problema nasce quando il coniuge ha bisogno anche di altro: ascolto, vicinanza emotiva, parole affettuose, attenzioni gratuite e tenerezza. Ha bisogno di sentirsi incontrato nella propria interiorità.

Questo aspetto emerge ancora più chiaramente nella sessualità. Molti uomini non hanno mai imparato a collegare profondamente la dimensione fisica a quella emotiva e affettiva. Non perché siano cattivi o non amino la moglie, ma perché nessuno ha insegnato loro a entrare in contatto con il proprio mondo emotivo. A volte vivono il rapporto sessuale soprattutto come espressione del desiderio fisico e fanno fatica a comprendere quanto per la moglie siano importanti la tenerezza, il dialogo e la sensazione di essere accolta e desiderata come persona.

Questo non significa che il loro comportamento non provochi sofferenza. La sofferenza della moglie è reale e non va minimizzata. Comprendere le origini di un comportamento non significa giustificarlo. Significa soltanto capire da dove nasce per poterlo trasformare. Se una donna vive l’intimità come un momento in cui si sente poco vista o poco ascoltata, è giusto che possa esprimere questo dolore.

Per questo è fondamentale imparare a parlare dei propri bisogni senza trasformarli in accuse. C’è una grande differenza tra dire: «Tu sei egoista» e dire: «Quando viviamo l’intimità in questo modo io mi sento sola». Nel primo caso l’altro si difende. Nel secondo caso gli si permette di entrare in contatto con la nostra sofferenza. Le accuse costruiscono muri. La condivisione sincera delle emozioni costruisce ponti.

Esiste però anche una strada che può aiutare quando parlare diventa difficile. Negli anni abbiamo visto molte coppie riscoprire il dialogo attraverso la preghiera condivisa. Quando le ferite sono profonde e ogni tentativo di confronto rischia di trasformarsi in discussione, può essere utile mettersi davanti al Signore insieme e iniziare a parlare a Lui in presenza del coniuge. Non per fare discorsi spirituali, ma per raccontare il proprio cuore.

Una moglie può dire: «Gesù, oggi mi sono sentita sola». Un marito può dire: «Signore, mi sento inadeguato e non so come amare meglio mia moglie». Oppure: «Padre, aiutami a capire ciò che vive mia moglie». Quando si parla a Dio davanti all’altro, spesso cadono molte difese. Si smette di cercare il colpevole e si inizia a condividere la propria vulnerabilità. L’altro non sente più un’accusa, ma entra in contatto con il nostro mondo interiore.

In questo modo la preghiera diventa un ponte tra due cuori che hanno smesso di comprendersi. Gesù non sostituisce il dialogo, ma può renderlo possibile. Aiuta gli sposi a guardarsi non come avversari, ma come due persone che desiderano imparare ad amarsi meglio.

Naturalmente ci sono situazioni in cui può essere utile anche un percorso psicologico o una consulenza di coppia. Non perché il matrimonio sia fallito, ma perché nessuno nasce capace di amare bene. Molti di noi stanno ancora imparando a gestire emozioni, paure e modelli relazionali ricevuti dalla famiglia di origine. Chiedere aiuto non è un segno di debolezza. È spesso un gesto di amore verso il proprio matrimonio.

Forse allora la domanda iniziale non è: «Mio marito mi ama davvero?». Forse la domanda più utile è un’altra: «Come possiamo aiutarci a esprimere e ricevere meglio l’amore?». Perché a volte l’amore c’è già. È sincero e presente. Ma ha bisogno di crescere, maturare e imparare una lingua nuova. Una lingua fatta di ascolto, tenerezza, verità e reciprocità. Una lingua che due sposi possono imparare insieme, giorno dopo giorno, con pazienza e con l’aiuto del Signore.

Antonio e Luisa

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Dal dolore alla tenerezza dell’amore di Dio

Siamo Germana e Gianluca, siamo sposati da ventitre anni e abbiamo due figlie. La nostra storia è nata nella gioia e nella semplicità di un’esperienza di fede condivisa, accompagnata da un comune padre spirituale. All’inizio della nostra relazione, nonostante i timori e la fatica di una storia a distanza ( uno a Torino e l’altra in Calabria), le lettere e le telefonate che ci scambiavamo ci hanno profondamente unito, facendo crescere nel tempo il desiderio di celebrare il sacramento del matrimonio.

Così appena terminati gli studi, stanchi di sei anni vissuti a distanza, abbiamo scelto di sposarci per iniziare la nostra vita insieme, affidando la nostra unione alla presenza e alla luce di Cristo. Avevamo pochi mezzi ma tante speranze e una fede incrollabile nella Provvidenza.

Le prime difficoltà sono arrivate subito, già nel momento in cui abbiamo comunicato ai nostri familiari la decisione di sposarci. Le nostre famiglie avevano vissuti e visioni molto diverse che interferivano con le nostre scelte mettendole costantemente in discussione. Di fronte alle pressioni familiari non siamo riusciti a rimanere lucidi e uniti, né a proteggerci reciprocamente. È emersa così una fragilità profonda: la difficoltà a liberarci dalle dinamiche familiari per diventare davvero una coppia solidale.

Io, Gianluca, sono rimasto a lungo prigioniero della mia famiglia di origine, mentre  io, Germana, vivevo con crescente sofferenza quella  che ritenevo una  mancanza di coerenza ,quasi un non voler vedere ciò che ci stava accadendo. Mi aspettavo da Gianluca una presa di posizione chiara verso la sua famiglia. Così i  conflitti, le urla e i silenzi sono divenuti drammatici e hanno aperto ferite profonde, trasformando il nostro  matrimonio da luogo di sostegno e comunione in un campo di battaglia. Negli anni il dolore ha generato distanza, solitudine, disinteresse. Anche la nascita delle nostre figlie, dono immenso di Dio, non è riuscita a colmare il risentimento e la rabbia: vivevamo insieme, ma senza sostenerci, rispettarci e lavorare l’uno per il bene dell’altro.

A tenerci insieme è stato il desiderio di restare fedeli alla promessa pronunciata nel sacramento. Pur sentendo forte la delusione per ciò che non riuscivamo a onorare, abbiamo continuato a credere che quell’atto compiuto davanti a Dio fosse più grande delle nostre fragilità.

Siamo arrivati a Retrouvaille stanchi, feriti, confusi e lì abbiamo vissuto un tempo di risveglio doloroso e necessario. Abbiamo trovato il coraggio di guardare il nostro dolore reciproco, le ferite personali e quelle generate dal non saper accogliere i limiti dell’altro con pazienza, tenerezza, compassione. Abbiamo riconosciuto che il Signore ci attendeva proprio nel punto più sconfortante, distorto, povero della nostra relazione e che le Sue braccia, aperte sulla croce, potevano accogliere anche ciò che in noi era diventato duro, meschino, isterico, isolante.

La svolta è stata scegliere ogni giorno, la strada del perdono, della tenerezza, della pazienza: verso i genitori, verso noi stessi e verso l’altro. Dopo Retrouvaille la nostra vita non è diventata improvvisamente facile, è diventata più consapevole. Abbiamo imparato strumenti nuovi per comunicare, per ascoltare senza giudizio, per parlarci con delicatezza e scegliere ogni giorno la riconciliazione. Oggi camminiamo insieme, zoppicando, ma con la consapevolezza che il matrimonio è una strada da percorrere tra le braccia di Gesù, donandoci  vicendevolmente sguardi di misericordia, pazienza e tenerezza.

Germana e Gianluca (Retrouvaille Italia)

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Non basta indignarsi. La vera risposta nasce in famiglia

La vicenda della chat ATM emersa in questi giorni ha suscitato indignazione e preoccupazione. Secondo quanto riportato dai giornali, alcuni dipendenti avrebbero condiviso in una chat privata immagini di donne riprese dalle telecamere di sorveglianza dei mezzi pubblici, accompagnandole con commenti volgari e sessisti. Se le responsabilità saranno confermate, ci troveremmo di fronte a un comportamento grave, che rappresenta una violazione della dignità delle persone coinvolte e della fiducia che ogni cittadino dovrebbe poter riporre nelle istituzioni e nei servizi pubblici.

È giusto indignarsi. È giusto chiedere chiarezza. È giusto pretendere che simili episodi vengano affrontati con serietà. Tuttavia, una volta superata la reazione immediata, dovremmo porci una domanda più profonda: come si costruisce una cultura nella quale una donna non venga percepita come un oggetto da osservare, commentare o consumare con lo sguardo?

Molto spesso il dibattito pubblico offre una risposta che appare semplice e immediata. Si parla di cultura patriarcale, di maschilismo, di uomini educati a considerare le donne inferiori o funzionali ai propri desideri. Esistono certamente dinamiche culturali che hanno contribuito e contribuiscono ancora oggi a deformare il rapporto tra uomo e donna. Negarlo sarebbe ingenuo. Il rischio, però, è che l’analisi si trasformi rapidamente in una contrapposizione. Da una parte gli uomini, considerati il problema. Dall’altra le donne, considerate le vittime. Una lettura che può generare consenso mediatico ma che spesso non aiuta a costruire soluzioni vere.

Se la risposta diventa la criminalizzazione dell’uomo in quanto tale, il risultato sarà soltanto una crescente diffidenza reciproca. Gli uomini si sentiranno accusati per il solo fatto di essere uomini. Le donne si sentiranno sempre più costrette a guardare l’altro sesso con sospetto. E così si alimenterà una guerra dei sessi che non produce rispetto, ma soltanto distanza. La storia ci insegna che nessuna relazione si ricostruisce attraverso la contrapposizione permanente. Le relazioni umane crescono quando si riscopre un’alleanza, non quando si identificano dei nemici.

La domanda decisiva, allora, è un’altra: dove impara un ragazzo a guardare una donna? La risposta più importante è sorprendentemente semplice: in famiglia. Prima ancora della scuola, dei social network, delle serie televisive e delle campagne educative, un bambino osserva suo padre. Lo osserva ogni giorno. Osserva come parla alla madre. Osserva il tono della voce. Osserva i gesti. Osserva il modo in cui affronta i conflitti. Osserva se la tratta come una collaboratrice, una serva, un’avversaria oppure come una compagna amata.

Molti genitori sottovalutano enormemente la forza educativa dell’esempio. Pensano che i figli imparino soprattutto dalle parole. In realtà i figli imparano soprattutto da ciò che vedono. Un ragazzo che cresce vedendo un padre capace di rispetto, di gratitudine e di tenerezza verso la propria moglie sta ricevendo una lezione che nessun corso scolastico potrà mai sostituire. Sta imparando che una donna non è un oggetto da utilizzare ma una persona da amare. Sta imparando che la forza maschile non consiste nel dominare ma nel proteggere. Sta imparando che l’amore autentico è incompatibile con ogni forma di disprezzo o umiliazione.

Quando invece un figlio cresce assistendo a continue svalutazioni, battute offensive, tradimenti, aggressività o indifferenza, rischia di interiorizzare una visione deformata delle relazioni. Anche senza volerlo, imparerà che quel modo di comportarsi è normale. Per questo la battaglia culturale più importante non si combatte nei talk show, nelle polemiche social o nelle dichiarazioni indignate. Si combatte nelle case, nella quotidianità apparentemente banale delle relazioni familiari.

Ogni sera, a tavola. Ogni volta che un marito ascolta sua moglie con attenzione. Ogni volta che le manifesta affetto davanti ai figli. Ogni volta che la tratta con rispetto anche quando è stanco, nervoso o ferito. Sono questi i gesti che costruiscono una cultura diversa. Sono questi i gesti che insegnano ai figli che l’altro non è un oggetto ma una persona.

Per chi vive la fede cristiana, poi, esiste una motivazione ancora più profonda. La donna non è soltanto una persona da rispettare perché lo richiede l’etica civile. È una figlia di Dio. È una creatura amata dal Signore. È qualcuno che porta impressa in sé un’immagine unica della bellezza divina. San Giovanni Paolo II ha dedicato gran parte del suo insegnamento a mostrare come il corpo umano non sia mai un oggetto ma il segno visibile di una persona. Ogni volta che riduciamo qualcuno a oggetto di piacere, di consumo o di possesso, tradiamo la verità più profonda dell’essere umano.

Per questo il cristianesimo non propone una semplice educazione al rispetto. Propone una conversione dello sguardo. Invita l’uomo a guardare la donna non come qualcosa da prendere ma come qualcuno da accogliere. Non come un mezzo per soddisfare i propri bisogni, ma come un mistero da contemplare. Non come una conquista, ma come un dono. Questa rivoluzione dello sguardo nasce soprattutto nel matrimonio.

Quando un marito guarda la propria moglie con gratitudine, quando continua a vedere in lei una meraviglia anche dopo anni di vita insieme, quando la serve e la custodisce, sta trasmettendo ai figli una visione dell’amore infinitamente più efficace di qualsiasi discorso. I figli imparano allora che l’amore non è possesso. Che la forza non è dominio. Che la mascolinità non consiste nell’usare gli altri ma nel donarsi. Imparano che una donna merita rispetto non per paura delle conseguenze o delle sanzioni, ma perché la sua dignità è un valore assoluto.

Di fronte a episodi come quello raccontato dalla cronaca, la tentazione è cercare risposte immediate, slogan semplici e colpevoli da additare. Ma le vere trasformazioni culturali richiedono pazienza e profondità. Abbiamo bisogno di uomini migliori. Abbiamo bisogno di donne rispettate. Ma soprattutto abbiamo bisogno di famiglie capaci di mostrare ai figli la bellezza dell’alleanza tra uomo e donna.

Perché il contrario della cultura dell’oggetto non è la guerra dei sessi. È la comunione. È un padre che guarda sua moglie con amore. È una madre che si sente valorizzata e custodita. Sono figli che crescono respirando rispetto. È una casa nella quale ogni persona viene riconosciuta per ciò che è: un dono prezioso. Ed è proprio lì, molto prima delle leggi, dei social e delle campagne mediatiche, che nasce la cultura capace di cambiare davvero il mondo.

Antonio e Luisa

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Ester: il coraggio dell’amore

Ci sono libri della Bibbia che parlano esplicitamente di matrimonio. Il Cantico dei Cantici celebra l’amore sponsale nella sua bellezza. Tobia racconta il cammino di due giovani che imparano a costruire una relazione fondata sulla fiducia in Dio. Ester, invece, sembra appartenere a un’altra categoria. A prima vista non parla di coppia, non contiene insegnamenti sul matrimonio e non racconta una storia d’amore nel senso in cui siamo abituati a immaginarla. Eppure, proprio per questo, è un libro straordinariamente attuale.

La storia di Ester è la storia di una donna che cresce. Una donna che attraversa la paura, l’incertezza, il senso di inadeguatezza e il peso delle aspettative degli altri fino a scoprire chi è veramente e quale missione le è affidata. E questa è una storia che riguarda tutti noi. Perché non esiste un matrimonio sano senza persone che crescono. Non esiste una coppia matura senza uomini e donne che imparano a conoscere se stessi, a riconoscere le proprie ferite e a rispondere con libertà alla chiamata di Dio.

Il libro di Ester è ambientato nell’impero persiano. Il popolo ebraico vive disperso lontano dalla propria terra. In questo contesto troviamo una giovane ebrea orfana, cresciuta dal cugino Mardocheo. Gli eventi la porteranno, in modo del tutto imprevedibile, a diventare regina. Ma il vero cuore del racconto non è la sua ascesa sociale. Il vero cuore della storia è la trasformazione interiore che avviene dentro di lei. All’inizio Ester sembra lasciarsi trasportare dagli eventi. Altri decidono per lei. Altri le dicono cosa fare. Altri la guidano. Progressivamente, però, qualcosa cambia. La ragazza timida e prudente diventa una donna capace di assumersi responsabilità enormi. La persona che cercava soprattutto sicurezza diventa una persona disposta a rischiare per il bene degli altri. È un percorso di crescita che ricorda molto ciò che osserviamo nella vita di coppia.

Molti sposi iniziano la loro relazione portandosi dentro paure, ferite e schemi appresi durante l’infanzia. Spesso reagiamo senza rendercene conto secondo copioni che abbiamo costruito molti anni prima. Cerchiamo approvazione. Evitiamo i conflitti. Abbiamo paura del rifiuto. Sentiamo il bisogno di controllare ciò che ci circonda. Oppure ci nascondiamo dietro maschere che ci impediscono di mostrare chi siamo davvero.

Per questo motivo ho scelto il libro di Ester come nuova tappa del nostro cammino. Dopo aver contemplato l’amore sponsale nel Cantico dei Cantici e dopo aver seguito il percorso di guarigione e maturazione di Tobia e Sara, sento il desiderio di approfondire un aspetto fondamentale della vita relazionale: la crescita della persona.

Molte crisi di coppia non nascono dalla mancanza di amore. Nascono dalla paura. Dall’incapacità di assumersi responsabilità. Dalla dipendenza dal giudizio degli altri. Dalle ferite non guarite. Dalla difficoltà di riconoscere la propria dignità e la propria vocazione. Ester ci aiuta a entrare proprio in questo territorio.

Nel corso delle prossime settimane incontreremo temi estremamente concreti e attuali. Parleremo dell’influenza della famiglia d’origine e di quanto le figure significative della nostra vita continuino a orientare le nostre scelte. Rifletteremo sulle maschere che indossiamo per essere accettati e amati. Ci confronteremo con la paura di fallire e con la tentazione di restare nascosti per non correre rischi. Affronteremo il tema del discernimento, imparando da Ester che non tutte le battaglie vanno affrontate d’impulso e che spesso la vera forza consiste nell’attendere il momento giusto.

Parleremo di manipolazione e di giochi psicologici attraverso la figura di Aman, uno dei personaggi più inquietanti del racconto. Vedremo come il male raramente si presenta in modo evidente, ma preferisce insinuarsi attraverso il risentimento, l’orgoglio e il desiderio di controllo. Rifletteremo sul coraggio, non come assenza di paura, ma come capacità di agire nonostante la paura. Parleremo di vocazione. Di quella personale e di quella sponsale.

Il versetto che accompagnerà tutto il percorso è probabilmente uno dei più belli dell’intera Scrittura: «Chi sa se non sei diventata regina proprio per un tempo come questo?» (Est 4,14). Sono parole che Mardocheo rivolge a Ester in un momento decisivo della sua vita. Ma sono parole che Dio continua a rivolgere a ciascuno di noi. Chi sa se non sei diventato marito proprio per questo tempo? Chi sa se non sei diventata moglie proprio per questo tempo? Chi sa se le prove che stai attraversando non contengono una chiamata più grande di quanto tu riesca a vedere oggi? Questa domanda attraverserà ogni riflessione.

Un’altra caratteristica affascinante del libro di Ester è che il nome di Dio non compare mai. È l’unico libro biblico in cui questo accade. Eppure Dio è presente in ogni pagina. Non appare attraverso miracoli spettacolari. Non parla dal cielo. Non invia profeti. Agisce attraverso coincidenze, incontri, scelte e circostanze apparentemente ordinarie. È il modo in cui Dio opera molto spesso anche nelle nostre vite.

Quando guardiamo una situazione difficile, una crisi matrimoniale, una ferita familiare o una sofferenza personale, abbiamo l’impressione che Dio sia assente. Ester ci insegna invece a riconoscere la sua presenza discreta, nascosta, paziente. Per questo il suo messaggio è ancora così attuale. Viviamo in una cultura che promette sicurezza immediata, gratificazione istantanea e soluzioni rapide. Ester ci mostra invece la via della maturazione, della responsabilità e del coraggio. Ci ricorda che la vera felicità non nasce dall’evitare le difficoltà, ma dal diventare la persona che siamo chiamati a essere. E forse è proprio questo il dono più grande che una persona può offrire al proprio matrimonio: non la perfezione, ma il coraggio di crescere.

Iniziamo dunque questo viaggio insieme a Ester. Scopriremo che la sua storia non è soltanto la storia di una regina vissuta molti secoli fa. È la storia di ogni uomo e di ogni donna che, nonostante le proprie paure, decide di fidarsi di Dio e di diventare protagonista della propria vita. E, proprio per questo, è anche una storia che parla profondamente di Antonio e Luisa, di ogni coppia e di ogni famiglia che desidera trasformare la propria vita in una risposta d’amore alla chiamata di Dio.

Antonio e Luisa

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Satana non inventa le ferite. Le usa.

Quando pensiamo alle tentazioni, spesso immaginiamo qualcosa che arriva dall’esterno. Un pensiero improvviso, un desiderio sbagliato, una spinta verso il peccato. E certamente esiste una dimensione spirituale della tentazione. Il Vangelo ci mostra chiaramente che il demonio cerca di allontanare l’uomo da Dio. Tuttavia c’è un aspetto che spesso trascuriamo e che può aiutarci a comprendere meglio molte delle nostre lotte interiori.

Satana è molto meno creativo di quanto pensiamo. Nella maggior parte dei casi non inventa nulla di nuovo. Trova semplicemente una ferita già presente dentro di noi e ci gira il coltello dentro. Per questo motivo la tentazione è quasi sempre collegata alla nostra storia personale, alle nostre ferite relazionali e a quello che l’Analisi Transazionale chiama copione di vita. In altre parole, il demonio non costruisce da zero le sue strategie, ma sfrutta ciò che è già fragile, irrisolto o dolorante nella nostra interiorità.

Pensiamo a una persona che, fin da bambina, si è sentita poco considerata. Magari nessuno le ha mai detto apertamente che non valeva nulla. Eppure, attraverso sguardi, confronti, giudizi o mancanza di attenzione, ha interiorizzato un messaggio profondo: “Io non valgo”. Quel messaggio diventa una ferita che continua ad accompagnarla nell’età adulta. Ed è proprio lì che si inserisce la tentazione. Ogni critica diventa una conferma del suo scarso valore. Ogni fallimento diventa la prova che è incapace. Ogni errore diventa la dimostrazione che non sarà mai abbastanza. Il demonio non ha bisogno di inventare nuove bugie. Gli basta sussurrare: “Hai visto? È vero. Non vali niente“. La ferita parla e la tentazione amplifica la voce della ferita.

Oppure pensiamo a chi è cresciuto con la convinzione: “Io non merito amore“. Anche questa è una ferita molto diffusa. Queste persone spesso faticano a credere all’amore degli altri. Quando qualcuno le ama davvero sospettano, dubitano, si difendono o aspettano inconsciamente il momento in cui verranno abbandonate. E la tentazione arriva puntuale: “Vedrai che prima o poi ti lascerà”, “Vedrai che ti tradirà“, “Se ti conoscesse davvero smetterebbe di amarti“. Anche in questo caso il demonio non crea la ferita. La utilizza, la alimenta e la trasforma in sfiducia, paura e chiusura relazionale.

Pensiamo poi a chi porta dentro il copione: “Sbaglio sempre“. Sono persone che vivono sotto il peso del perfezionismo e che hanno paura di commettere errori perché ogni errore viene vissuto come una sentenza sul proprio valore personale. Quando sbagliano qualcosa, anche di piccolo, la tentazione non consiste soltanto nel peccato. La tentazione consiste nel credere che quell’errore definisca tutta la loro identità. “Hai fallito“, “Non cambierai mai“, “Non sei all’altezza“, “Lascia perdere“. Quante volte queste frasi sembrano provenire dall’interno della persona e invece rappresentano l’incontro tra una ferita antica e una tentazione presente che cerca di trasformare un errore in una condanna.

Oppure c’è il copione di chi si sente continuamente rifiutato. Basta una mancata risposta a un messaggio, uno sguardo distratto, una critica o un momento di distanza emotiva perché si riattivi immediatamente la ferita. A quel punto la tentazione rincara la dose: “Non gli importa di te“, “Sei sempre l’ultima scelta“, “Nessuno ti vuole davvero“. In realtà magari non è successo nulla di tutto questo. Ma la ferita filtra la realtà e la tentazione la deforma ulteriormente fino a far apparire vero ciò che vero non è.

Potremmo fare molti altri esempi. C’è chi porta dentro la convinzione di dover sempre essere forte e allora vive come una sconfitta ogni momento di fragilità. C’è chi si sente responsabile della felicità di tutti e finisce per caricarsi pesi che non gli appartengono. C’è chi ha imparato che per essere amato deve sempre compiacere gli altri e allora non riesce più a dire di no. C’è chi si sente irrimediabilmente sbagliato e interpreta ogni caduta come la prova definitiva della propria inadeguatezza. In tutti questi casi il demonio non crea la ferita. La trova già presente e la utilizza come punto di ingresso privilegiato.

Lo stesso accade nella vita di coppia. Un marito che porta dentro la convinzione di non essere importante interpreterà facilmente una giornata storta della moglie come una mancanza d’amore. Una moglie che porta dentro una ferita di abbandono vivrà con particolare sofferenza ogni distanza emotiva del marito. Un coniuge che si sente costantemente inadeguato vedrà in ogni osservazione dell’altro una critica alla propria persona. La tentazione non nasce nel vuoto. Trova una porta aperta. E quella porta molto spesso è una ferita che non è stata ancora riconosciuta e guarita.

Per questo motivo non basta dire alle persone di pregare di più. La preghiera è fondamentale. I sacramenti sono indispensabili. La grazia è il cuore della guarigione. Ma è importante anche conoscere il proprio cuore, capire la propria storia, riconoscere i propri copioni e individuare le ferite che continuano a influenzare il presente. Senza questa consapevolezza rischiamo di combattere per anni i sintomi senza comprendere davvero le radici del problema.

Per questo fede e psicologia non sono in contrasto. La fede ci aiuta a riconoscere l’esistenza della battaglia spirituale. Ci insegna che esiste un nemico che cerca di allontanarci da Dio e dalla verità su noi stessi. La psicologia, invece, può aiutarci a comprendere meglio il terreno sul quale questa battaglia si combatte. Può aiutarci a riconoscere le ferite, i bisogni affettivi insoddisfatti, i meccanismi di difesa e i copioni che ci rendono particolarmente vulnerabili a determinate tentazioni. La grazia non sostituisce il lavoro umano e il lavoro psicologico non sostituisce la grazia. Le due dimensioni collaborano. La psicologia può aiutarci a capire dove sono le ferite. La fede può aiutarci a guarirle in profondità attraverso l’incontro con Cristo.

Molte volte ciò che chiamiamo tentazione è proprio una miscela tra una ferita psicologica e una battaglia spirituale. Le due cose non si escludono ma si intrecciano continuamente. Anzi, spesso il demonio utilizza proprio ciò che nella nostra vita non è ancora guarito. È interessante osservare come Gesù si comporta nei Vangeli. Quando incontra una persona ferita non si limita a dirle di combattere il male. Prima la guarda, la ascolta, la accoglie e la guarisce. Perché sa che molte schiavitù nascono da ferite profonde e che la vera liberazione passa attraverso una guarigione del cuore.

Anche noi siamo chiamati a fare lo stesso con noi stessi. Non per giustificare il peccato e nemmeno per negare la responsabilità personale, ma per comprendere dove il male trova spazio dentro di noi. La santità non consiste nel fingere di non avere ferite. Consiste nel permettere a Cristo di entrare proprio lì, nel punto esatto in cui continuiamo a sentirci inadeguati, non amati, sbagliati o rifiutati. Perché il demonio entra nelle ferite per convincerci che non cambieremo mai. Cristo entra nelle stesse ferite per dirci che siamo amati e che possiamo finalmente guarire.

Forse la vera vittoria sulle tentazioni non consiste soltanto nel resistere. Consiste nel permettere a Dio di guarire quelle ferite che rendono la tentazione così convincente. Perché quando una ferita viene illuminata dalla verità, accolta con misericordia e gradualmente guarita, il demonio perde gran parte del potere che aveva su di noi. E ciò che prima era una porta aperta al male può diventare il luogo in cui sperimentiamo più profondamente l’amore e la guarigione di Dio.

Antonio e Luisa

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Una carne sola: Amore e imperfezioni nel matrimonio

Quando si parla di matrimonio cristiano si sente spesso ripetere quella frase della Scrittura che dice che l’uomo e la donna diventeranno una carne sola. È una parola molto bella, ma anche molto impegnativa. Di solito la pensiamo nei momenti più luminosi della vita di coppia: quando c’è sintonia, quando ci capiamo senza bisogno di troppe parole, quando tutto sembra scorrere con naturalezza, quando viene facile sperimentarla nel fare l’amore.

In quei casi è facile sentire che davvero siamo una cosa sola, ma la verità è che siamo una carne sola anche quando litighiamo. Lo siamo anche quando non ci capiamo, quando emergono differenze di carattere, quando il difetto dell’altro diventa motivo di fatica o d’irritazione e addirittura quando, per vari motivi, i coniugi devono separarsi: proprio in quei momenti il matrimonio ci chiede di fare un passo più profondo nell’amore. Nella vita di coppia capita a tutti di scontrarsi con alcuni limiti dell’altro, a volte sono piccoli difetti, altre volte aspetti del carattere che ci fanno davvero soffrire.

Magari uno dei due è impulsivo, mentre l’altro avrebbe bisogno di più calma, oppure uno è molto preciso e l’altro vive tutto con maggiore leggerezza. Ogni tanto uno sente il bisogno di parlare e chiarire subito, mentre l’altro si chiude nel silenzio. Quando queste differenze emergono, la tentazione più comune è quella di iniziare una lotta per cambiare l’altro. Quante volte ci capita di ripetere frasi come: “Perché sei sempre così?” oppure “Possibile che non riesci a cambiare?”. Senza accorgercene entriamo in una logica di accusa, come se il problema fosse tutto dall’altra parte. In quei momenti smettiamo di ragionare come marito e moglie e iniziamo a ragionare come due persone separate che difendono il proprio punto di vista.

Eppure, se davvero siamo diventati una carne sola, allora anche il limite dell’altro non è qualcosa che posso guardare semplicemente dall’esterno. Non significa che sia colpa mia, ma significa che la vita dell’altro ormai è intrecciata alla mia. Non posso più dire semplicemente “questo è un problema tuo”, in qualche modo diventa anche qualcosa che riguarda la nostra vita insieme. Quando questo sguardo cambia, cambia anche il modo in cui cerchiamo di aiutare l’altro a crescere. C’è, infatti, un modo molto diverso di correggere chi amiamo: non è quello di puntare il dito o di ripetere continuamente la stessa critica, è piuttosto quello di assumere il difetto dell’altro come se fosse anche un po’ mio. Significa dire nel cuore: se mia moglie fa fatica in questo, io posso portare con lei questa fatica; se mio marito ha questo limite, io posso aiutarlo con pazienza senza farlo sentire continuamente sotto accusa.

Questo atteggiamento non vuol dire giustificare tutto o rinunciare al dialogo e nemmeno fingere che i problemi non esistano: significa però non mettere l’altro sotto processo, non trasformare ogni difetto in una condanna. Con il tempo ho capito che quando mi concentro solo sul difetto dell’altro, quel difetto sembra crescere sempre di più ai miei occhi, diventa l’unica cosa che vedo. Quando invece provo a guardarlo con uno sguardo di amore, succede qualcosa di diverso: quel limite diventa un’occasione per esercitare la pazienza, per imparare l’umiltà, per crescere nella comprensione reciproca. Spesso accade anche qualcosa di sorprendente: l’altro cambia più facilmente quando si sente accolto, non quando si sente continuamente giudicato.

Il matrimonio però non riguarda soltanto noi due, non è solo una realtà privata fra le quattro mura di casa. Con il sacramento del matrimonio gli sposi diventano qualcosa di più, cioè una piccola cellula viva della Chiesa. La nostra relazione non costruisce solo la nostra felicità o la nostra famiglia, ma contribuisce anche a edificare il corpo della Chiesa. Per questo il modo in cui viviamo le difficoltà, i conflitti e perfino i difetti reciproci ha un valore che va oltre la nostra casa. Quando due sposi imparano a perdonarsi, a portare insieme le fragilità e a non trasformare i limiti dell’altro in una condanna, stanno annunciando qualcosa del Vangelo; stanno mostrando che l’amore può essere più forte dell’egoismo, che la misericordia può vincere sul giudizio.

In questo senso il matrimonio diventa davvero una pietra che costruisce la Chiesa: in poche parole, se io scelgo il bene, questo va a beneficio di tutti; purtroppo è vero anche il contrario. Infatti, se davvero il corpo della Chiesa è uno solo, allora anche il male che faccio si ripercuote sugli altri, come succede ad esempio quando con la punta di un dito prendiamo una “scossa” che attraversa e fa male a tutto il nostro corpo. Basta guardare quando accade qualcosa di brutto, come una separazione, il male si propaga ai figli, ai nonni, ai parenti e agli amici; quando invece accade qualcosa di bello, come ad esempio la nascita di un figlio, ecco che la gioia si diffonde ai fratelli e sorelle, ai nonni, ai parenti e agli amici.

Il matrimonio non è fatto di teorie, ma di giornate storte, stanchezza, incomprensioni e caratteri diversi che devono imparare a convivere. Accogliere l’altro con i suoi limiti non significa rassegnarsi al male, ma credere che l’amore può lavorare nel cuore dell’altro e, nello stesso tempo, nel nostro, perché spesso, mentre siamo concentrati nel voler cambiare il coniuge, scopriamo che Dio sta lavorando soprattutto dentro di noi.

Essere una carne sola non significa essere perfetti o andare sempre d’accordo, ma camminare insieme anche nelle fragilità. Quando uno cade, l’altro lo sostiene, quando uno è più debole, l’altro porta per un po’ più peso (e a volte anche tutto). Ed è proprio così che il matrimonio diventa davvero un sacramento, un luogo dove l’amore di Dio prende forma nella vita di ogni giorno. Non si resta insieme perché si è trovata la persona perfetta, ma perché si è deciso ogni giorno di amare una persona imperfetta. È questa scelta quotidiana, fatta di pazienza, perdono e tenerezza, che trasforma due vite in una sola storia d’amore destinata a crescere nel tempo.

Da alcune settimane è uscito il libro con i miei articoli su questo blog. Potete acquistarlo a questo link.

Ettore Leandri

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Tobia e Sara diventano storia: la coppia che lascia un’eredità

«Ricòrdati, figlio, dei comandamenti che ti diede tua madre…» (Tb 14,10)

Eccoci all’ultimo modulo sul libro di Tobia. L’amore diventa eredità. Clicca  qui per leggere i moduli già pubblicati.

C’è una domanda che quasi nessuna coppia si pone nei primi anni di matrimonio. È normale. All’inizio ci si concentra su altro: costruire la vita insieme, trovare un equilibrio, affrontare le difficoltà, crescere i figli, pagare le bollette, organizzare il tempo. Le energie sono tutte rivolte al presente. Poi, a un certo punto, accade qualcosa. Gli anni passano. I figli crescono. Le stagioni della vita si susseguono. E lentamente emerge una domanda diversa: che cosa resterà di noi? Non quanti beni abbiamo accumulato. Non quanti successi abbiamo ottenuto. Non quante soddisfazioni abbiamo avuto. Che cosa resterà del nostro amore?

Il capitolo finale del libro di Tobia è attraversato proprio da questa domanda. Dopo i viaggi, le paure, le ferite, le guarigioni e le riconciliazioni, la storia rallenta. Non ci sono più colpi di scena. Non ci sono più demoni da affrontare. Non ci sono più prove da superare. C’è una coppia che guarda avanti. Per gran parte della vita ci preoccupiamo di sopravvivere. Cerchiamo di risolvere problemi, affrontare crisi, evitare sofferenze. Ma la maturità porta con sé una nuova consapevolezza: la vita non ci è stata donata soltanto per essere vissuta. Ci è stata donata anche per essere trasmessa.

Tobia ormai è diventato un uomo adulto. Ha attraversato la prova. Ha visto suo padre guarire. Ha costruito una famiglia. Ha conosciuto il dolore e la gioia. Non è più il giovane che era partito da casa accompagnato da Raffaele. Adesso il suo sguardo si posa sulle generazioni future. Questo è uno dei segni più evidenti della maturità umana e spirituale. Quando siamo giovani la domanda principale è: “Cosa riceverò dalla vita?” Quando diventiamo maturi la domanda cambia: “Cosa lascerò?

Questa trasformazione è fondamentale anche per gli sposi. Molte coppie restano intrappolate per anni in una logica di consumo relazionale. Anche inconsapevolmente continuano a chiedersi: “Cosa mi dà questo matrimonio? Quanto mi rende felice? Quanto soddisfa i miei bisogni?” Sono domande legittime, ma non possono essere le uniche. L’amore maturo, prima o poi, compie un passaggio decisivo. Smette di guardare soltanto a ciò che riceve e comincia a guardare a ciò che genera.

Dal punto di vista dell’Analisi Transazionale e della psicologia dello sviluppo, questo passaggio può essere descritto come il movimento verso la generatività. Erik Erikson la considerava uno dei compiti fondamentali della maturità: uscire dal ripiegamento su se stessi per diventare sorgente di vita per altri. Tuttavia, per gli sposi cristiani, questa capacità non nasce soltanto da un processo psicologico. Nasce anche dalla grazia del sacramento del matrimonio. È il frutto di un amore sponsale che, vivendo negli anni il dono reciproco, impara ad assomigliare sempre di più all’amore di Cristo. Il sacramento dilata il cuore degli sposi e li rende capaci di amare oltre se stessi, oltre i propri bisogni immediati, oltre il semplice stare bene insieme.

Una coppia generativa non vive soltanto per la propria felicità. Diventa una benedizione. Questo non riguarda soltanto i figli biologici. Certamente i figli sono una forma privilegiata di generatività. Ma il concetto è molto più ampio. Esistono coppie che non hanno figli e che generano vita ovunque passino. Persone che accolgono, ascoltano, accompagnano, educano, sostengono. Persone che lasciano il mondo un po’ migliore di come lo hanno trovato. La vera fecondità non si misura soltanto dal numero di figli che si hanno. Si misura dalla vita che si è capaci di trasmettere.

Nel capitolo finale di Tobia emerge proprio questa dimensione. I protagonisti non pensano più soltanto alla propria storia. Diventano custodi di una memoria e trasmettitori di un’eredità. Ed è interessante osservare quale eredità venga trasmessa. Non una tecnica. Non una strategia. Non un successo. Viene trasmessa una storia. Le persone non vengono cambiate principalmente dalle idee. Vengono cambiate dalle storie. I figli, i nipoti, le persone che incontriamo, non ricorderanno tutte le nostre parole. Ma ricorderanno il modo in cui abbiamo vissuto. Ricorderanno se siamo stati capaci di amarci. Ricorderanno come abbiamo attraversato le crisi. Ricorderanno se abbiamo saputo chiedere perdono. Ricorderanno se siamo rimasti fedeli.

In altre parole, la testimonianza precede sempre l’insegnamento. Questo è un aspetto che spesso sottovalutiamo. Pensiamo che educare significhi soprattutto spiegare. In realtà si educa soprattutto vivendo. Ogni coppia racconta una storia, anche quando non se ne rende conto. La domanda è: quale storia stiamo raccontando? Una storia di paura o di fiducia? Una storia di controllo o di libertà? Una storia di egoismo o di dono? Una storia di chiusura o di accoglienza?

La risposta non dipende dalla perfezione. Nessuna coppia è perfetta. Nemmeno Tobia e Sara lo erano. Hanno conosciuto il dolore, la paura, il dubbio. Hanno attraversato momenti in cui tutto sembrava perduto. Eppure proprio quelle ferite sono diventate parte della loro testimonianza. Questa è una delle intuizioni più profonde del libro di Tobia: non è la perfezione che rende feconda una coppia. È la capacità di lasciare che Dio trasformi le ferite in sorgenti di vita.

Molti sposi pensano di poter essere un esempio soltanto quando tutto funziona. In realtà spesso è il contrario. Le persone vengono toccate quando vedono una coppia che ha sofferto e continua ad amarsi. Una coppia che ha attraversato una crisi e non ha smesso di credere nella relazione. Una coppia che ha conosciuto il limite e ha imparato a vivere dentro quel limite senza smettere di sperare.

La vera autorevolezza nasce da qui. Non dalla perfezione. Dalla verità. Per questo il capitolo finale di Tobia è così importante. Non conclude semplicemente una storia. Mostra il suo frutto. La storia di Tobia e Sara non finisce nella coppia. Si diffonde. Diventa memoria. Diventa insegnamento. Diventa benedizione. Ed è questo, in fondo, il traguardo più alto del matrimonio cristiano. Non semplicemente stare bene insieme. Non semplicemente durare nel tempo. Ma diventare una presenza che genera vita attorno a sé.

Una coppia che vive così non trattiene l’amore. Lo lascia circolare. I figli ne beneficiano. Gli amici ne beneficiano. La comunità ne beneficia. Perfino persone che non incontreranno mai direttamente potranno essere raggiunte dall’eco di quell’amore. Forse è proprio questo il significato più profondo della fecondità spirituale. Accettare che la nostra vita non ci appartiene completamente. Che ciò che viviamo oggi può diventare nutrimento per qualcuno domani. Che ogni gesto di amore autentico lascia una traccia. Che ogni fedeltà custodita costruisce futuro.

Alla fine del libro, Tobia e Sara non sono più semplicemente due persone che si sono amate. Sono diventati una storia. E le storie che portano dentro la verità dell’amore non muoiono con chi le ha vissute. Continuano a generare vita. Perché l’amore vero non finisce nella coppia. L’amore vero si diffonde. E quando nasce dall’incontro tra la libertà degli sposi e la grazia del sacramento, diventa una forza capace di attraversare le generazioni e di lasciare nel mondo una traccia di Dio.

Il 20 giugno uscirà il nostro nuovo libro TOBIA E SARA. La guarigione dell’amore, dove troverete tutti i moduli pubblicati in queste settimane. Come sempre solo su Amazon.

Antonio e Luisa

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I metodi naturali: una scuola d’amore anche per il marito

Quando si parla di metodi naturali, spesso si commette un errore di prospettiva. Si pensa che siano una questione femminile. Si pensa che riguardino il ciclo, l’ovulazione, la temperatura basale, i giorni fertili e infertili. In altre parole, si pensa che siano qualcosa che la donna deve conoscere e gestire. In realtà i metodi naturali sono molto di più. Sono una scuola di amore sponsale. E, forse, il primo a doverli riscoprire è proprio l’uomo.

La mentalità contraccettiva ha prodotto un effetto culturale profondo: ha separato l’uomo dal mistero della fertilità femminile. Ha trasformato la fecondità in un problema tecnico da controllare e la sessualità in un’esperienza da rendere disponibile sempre e comunque. I metodi naturali, invece, fanno esattamente il contrario. Invitano l’uomo a rallentare, a osservare, a conoscere. Lo aiutano a comprendere che il corpo della donna non è una macchina programmata per rispondere ai suoi desideri, ma un mistero vivente che custodisce una sapienza profonda.

Molti uomini che iniziano questo percorso insieme alla moglie scoprono qualcosa di sorprendente. Scoprono che il corpo femminile non è mai uguale a sé stesso. Attraversa fasi diverse, ritmi diversi, sensibilità diverse. Cambiano le energie, cambiano le emozioni, cambia il desiderio, cambia perfino il modo di percepire la realtà. Dietro questi cambiamenti non c’è fragilità o incoerenza. C’è vita. C’è una straordinaria armonia inscritta nella natura umana.

San Giovanni Paolo II ha insegnato che il corpo possiede un linguaggio. I metodi naturali insegnano proprio ad ascoltare quel linguaggio. Un marito che accompagna la moglie nella conoscenza della fertilità impara gradualmente a guardarla con occhi nuovi. Non vede più soltanto una donna che ama e desidera. Vede una donna capace di generare la vita. Vede che dentro quel corpo, ogni mese, si prepara la possibilità di accogliere una nuova persona. Vede che ciò che il mondo considera soltanto un fatto biologico è in realtà un prodigio che si rinnova continuamente.

Quando un uomo contempla davvero questo mistero, difficilmente continua a guardare il corpo della moglie come qualcosa da utilizzare per il proprio piacere. Nasce spontaneamente il rispetto. Nasce la meraviglia. Nasce la gratitudine. Perché si accorge che quel corpo custodisce una vocazione immensa: collaborare con Dio all’opera della creazione.

Anche la relazione cambia profondamente. L’uomo impara che non tutto ruota attorno ai propri bisogni e ai propri tempi. Scopre la bellezza dell’attesa. Impara ad ascoltare. Impara a dialogare. Impara a tenere conto di ciò che l’altra persona vive e sente. Inizia a comprendere che l’amore maturo non consiste nell’ottenere ciò che si desidera quando lo si desidera, ma nel cercare insieme il bene dell’altro. È un passaggio fondamentale, perché trasforma la sessualità da esperienza individuale a esperienza autenticamente sponsale.

Per questo i metodi naturali non sono semplicemente una tecnica per regolare la fertilità. Sono un percorso educativo. Educano il cuore prima ancora del comportamento. Educano a uscire dalla logica della pretesa per entrare in quella del dono. Educano a riconoscere che l’altro non esiste per soddisfare i nostri bisogni, ma è una persona da accogliere, rispettare e amare nella sua unicità.

C’è poi un aspetto profondamente spirituale che spesso viene trascurato. Ogni volta che un marito si interessa sinceramente alla fertilità della moglie, ogni volta che cerca di comprendere i suoi ritmi e il suo corpo, entra simbolicamente in punta di piedi in un luogo sacro. Si avvicina a quel mistero della vita che Dio ha affidato in modo speciale al corpo femminile. E questa vicinanza genera stupore.

Molti uomini raccontano che, proprio grazie ai metodi naturali, hanno imparato ad amare di più la propria moglie. Non perché abbiano meno desiderio, ma perché il desiderio è diventato più profondo. Più rispettoso. Più vero. La donna non viene più ridotta a ciò che offre. Diventa qualcuno da contemplare. Qualcuno da custodire. Qualcuno da comprendere.

Forse è proprio questo uno dei doni più belli dei metodi naturali. Ricordare all’uomo che la fertilità della donna non è un ostacolo da aggirare, ma una meraviglia da conoscere. Ricordargli che il corpo femminile non è un oggetto disponibile, ma una storia sacra scritta da Dio. Ricordargli che amare davvero significa conoscere l’altro sempre più profondamente, fino ad accogliere con rispetto i suoi ritmi, i suoi tempi e perfino i suoi silenzi.

Quando un uomo scopre il mistero della fertilità della donna, non si innamora soltanto di una funzione biologica. Si innamora ancora di più della donna stessa. E comprende che la meraviglia è una delle forme più alte dell’amore.

Antonio e Luisa

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Oltre il “Noi”

Prima o poi, in ogni coppia di sposi, arriva il desiderio di prendersi cura di qualcuno e di farlo insieme. Non è una pretesa ma quasi un’esigenza: dopo aver coronato il sogno delle nozze, dopo che quel “Sì” è diventato quotidiano, ecco che il cuore si vuole allargare ancora. Vuole di più! Dopo aver visto nascere un Noi vuole andare Oltre, ha sete di infinito, di gustare ancora Bellezza.

Molti sposi, davanti a questa esigenza, hanno pochi dubbi: cane o gatto che sia, arriva un animale domestico. Una creatura a cui dare affetto, carezze, cura. Un animale che fa compagnia, che riconosce nella coppia una presenza sicura, stabile e affettuosa, e con cui crea un legame. Chi ha avuto un animale domestico sa quanto amore possa dare: è uno stupore quotidiano, un’avventura bellissima e un lutto vero e proprio al momento della morte. Dio ha fatto perfette le Sue creature, ognuna a suo modo, e gli animali arricchiscono la casa, chiedendo al contempo rispetto e cure.

Tuttavia, gli animali domestici possono diventare il surrogato del figlio, desiderato ma temuto, e farne le veci: gli sposi non riescono a dire Sì al figlio, dunque lo dicono ad un cane o un gatto. Che sono sì, impegnativi, ma rispetto ad un figlio certamente più facili da gestire, meno costosi. Un animale non ti rivoluziona la vita: te la cambia, certamente, ma fino ad un certo punto. Un animale non ti porta una nuova identità, non fa Verità sulla tua coppia, non ti invoglia a cambiare prospettive e, certamente, non ti dà la misura della pienezza della vita. Un figlio sì.

Tanto temuto, il figlio rivoluziona la vita. Ti chiede di diventare padre o madre, fino in fondo, ti incoraggia a cambiare prospettive e ti dona una pienezza incalcolabile. Perché? Gli sposi, generando vita, si fanno collaboratori di Dio nella Creazione – come afferma il Catechismo. L’atto generativo è quanto più ci avvicina a Dio. Con un figlio tocchiamo con mano la nostra umanità, tutto il nostro corpo, e scopriamo che siamo fatti per un Oltre. Generando vita ne scopriamo la sua sacralità dal momento del concepimento, a dispetto di tutte le false ideologie che ci suggeriscono che inizi dopo – non si sa bene quando o a quante settimane.

Affidandoci al Signore, scopriamo che i figli sono Suoi e non nostri, vengono da Lui che li ha creati. Noi siamo strumenti, Lui il primo e vero Creatore, il primo Maestro ed educatore. Molti sposi non arrivano a gustare tutto questo, per paura. Altrettanti non possono, a causa di infertilità o simili difficoltà mediche. E dunque? Non possono forse generare?

Il desiderio di generatività è insito in ogni uomo e donna. Ogni coppia è chiamata alla fecondità dove si trova e con i mezzi che ha. Questa fecondità può esplicarsi in tanti modi, andando Oltre noi, anche oltre il nostro corpo: prendersi cura di una realtà, servire la propria comunità, prendersi cura dei giovani, di altre coppie… di ciò che il Signore vuole. La generatività ti porta fuori dal tuo orticello, dalla bella casa che vi siete creati ma che non può sfamare fino in fondo il vostro cuore.

Rispondere ad un desiderio di fecondità è bello, è giusto. Se questo include il prendersi cura di un animale domestico, ben venga. Credo, però, occorra andare oltre questo e rivolgersi al Popolo di Dio, a quel “prossimo” che Gesù ci ha chiesto di amare. Il Creato è prezioso, è per noi, ma noi siamo la Creatura più bella di Dio: siamo fatti a Sua immagine e somiglianza.

Cari sposi, non cadiamo nel tranello del “Prima il cane, poi il figlio”! È facile che un animale ci dia quella soddisfazione che cerchiamo, è altrettanto facile adagiarsi su questo. Come sposi, siamo chiamati a molto di più. Invece spesso (come suggerisce Don Renzo Bonetti) utilizziamo la “centrale elettrica” del nostro Amore sacramentale per illuminare… solo casa nostra. Lasciamoci stupire da Dio!

Giada Moneti

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Il ritorno di Tobia: quando si torna diversi

«Tobia andò incontro al padre e gli applicò il medicamento agli occhi.» (Tb 11,11)

In questo diciottesimo modulo sul libro di Tobia affrontiamo il cambiamento. Le prove non ci restituiscono alla vita di prima: ci trasformano, e l’amore maturo sa riconoscere, accogliere e amare la persona che l’altro è diventato. Clicca  qui per leggere i moduli già pubblicati.

Ci sono ritorni che sembrano semplicemente la conclusione di un viaggio. E poi ci sono ritorni che segnano l’inizio di una vita nuova. Quello di Tobia appartiene alla seconda categoria. Quando parte da casa è un giovane che deve ancora scoprire chi è. Quando ritorna è un uomo. Ha attraversato paure, responsabilità, prove, ha incontrato l’amore di Sara, ha sperimentato la guida di Dio attraverso Raffaele e soprattutto ha imparato a fidarsi. Per questo il versetto guida è così potente. Colui che era partito per cercare una soluzione ai problemi della famiglia torna capace di guarire il padre. Chi era stato accompagnato ora è diventato qualcuno che può accompagnare. Chi aveva bisogno di essere guidato è diventato adulto.

Questo è uno dei grandi insegnamenti del libro di Tobia: le prove non servono soltanto a risolvere problemi. Servono a trasformare le persone. Noi invece spesso affrontiamo le difficoltà con una sola domanda: “Come faccio a tornare come prima?”. Ma la vita raramente funziona così. Dopo una prova importante non si torna mai davvero come si era prima. Si torna diversi. E questo vale anche per il matrimonio.

Molte coppie vivono crisi proprio perché non comprendono questa realtà. Dopo anni insieme, dopo la nascita dei figli, dopo una malattia, una difficoltà economica, una delusione, un trasferimento o una crisi relazionale, continuano inconsciamente ad aspettarsi che tutto torni come prima. Ma il prima non esiste più. Le persone coinvolte sono cambiate. E quando si pretende di ritrovare ciò che c’era prima, spesso si finisce per non accorgersi di ciò che sta nascendo adesso.

In Analisi Transazionale si parla di identità dinamica. Significa che la persona non è una fotografia immobile ma una realtà in continua evoluzione. Ogni esperienza significativa lascia una traccia. Ogni sofferenza affrontata modifica qualcosa dentro di noi. Ogni scelta importante cambia il nostro modo di vedere il mondo. Ogni ferita guarita ci rende diversi. Non siamo mai esattamente la stessa persona che eravamo dieci anni fa. E questo vale anche per il nostro coniuge.

Il problema è che spesso il nostro sguardo rimane fermo mentre la persona cambia. Continuiamo a guardare il marito o la moglie attraverso vecchie categorie. Continuiamo a vedere il ragazzo o la ragazza che abbiamo conosciuto anni prima. Continuiamo a interpretare i suoi comportamenti alla luce di ferite che magari ha già superato. Oppure continuiamo a giudicarlo per errori che non lo rappresentano più. In questo modo rischiamo di amare il ricordo di una persona invece della persona reale.

Quante volte accade nelle coppie. Una moglie continua a vedere il marito come il ragazzo immaturo dei primi anni di matrimonio, senza accorgersi di quanto sia cresciuto. Un marito continua a vedere la moglie come una persona fragile e insicura, senza riconoscere la donna forte che è diventata. A volte addirittura continuiamo a vedere il coniuge attraverso il filtro di una crisi passata, incapaci di riconoscere il lavoro che ha fatto per cambiare.

Tobia invece torna trasformato. E il testo lo mostra in modo meraviglioso proprio attraverso la guarigione del padre. Tobi era partito come colui che proteggeva. Ora è lui ad aver bisogno di essere aiutato. Tobia era partito come figlio. Ora ritorna come uomo capace di donare. È un capovolgimento che racconta una verità profonda: le prove autentiche fanno crescere.

Anche nel matrimonio succede così. Ci sono sofferenze che ci spezzano e ci rendono più chiusi. Ma ce ne sono altre che, se attraversate con Dio, ci rendono più maturi. Pensiamo a una coppia che supera una crisi importante. Quando ne esce, se ne esce bene, non torna alla situazione precedente. Ha imparato qualcosa. Ha sviluppato maggiore empatia. Ha scoperto fragilità che prima ignorava. Ha acquisito strumenti nuovi. È diventata diversa.

Ed è qui che emerge una delle sfide più importanti dell’amore sponsale: aggiornare continuamente lo sguardo sull’altro. Molti sposi smettono di conoscersi perché credono di conoscersi già. Pensano di sapere tutto del partner. Pensano di sapere come reagirà, cosa penserà, cosa proverà. Ma una persona viva non finisce mai di rivelarsi. Una relazione sana mantiene viva la curiosità.

Forse una delle domande più belle che uno sposo possa rivolgere al coniuge è questa: “Chi stai diventando?”. Non chi eri. Non chi penso che tu sia. Ma chi stai diventando oggi. È una domanda che apre spazi enormi di intimità. Perché permette all’altro di raccontare la propria trasformazione.

Anche Dio fa così con noi. Dio non ci ama come statue immobili. Ci accompagna nella crescita. Guarda ciò che stiamo diventando. Ha pazienza con i nostri tempi. Non ci definisce attraverso i nostri errori passati. Non ci inchioda alle nostre cadute. Vede sempre una possibilità di crescita.

Quando uno sposo impara a guardare il coniuge con questo stesso sguardo, il matrimonio diventa un luogo di rinascita continua. Si smette di dire: “Tu sei fatto così”. Si inizia a dire: “Vedo come stai cambiando”. Si smette di giudicare. Si inizia ad accompagnare.

Questo processo coincide con la ridefinizione del legame. Quando una persona cambia, anche la relazione deve cambiare. Non si può continuare a stare insieme nello stesso modo di dieci anni prima. Occorre trovare nuove forme di dialogo, nuove modalità di vicinanza, nuovi equilibri. Le coppie più solide non sono quelle che rimangono identiche nel tempo. Sono quelle che sanno trasformarsi insieme.

Per questo il ritorno di Tobia non è semplicemente il lieto fine della storia. È l’inizio di una nuova stagione. Una stagione in cui lui, Sara e la sua famiglia dovranno imparare a vivere alla luce delle trasformazioni avvenute. Lo stesso accade per ogni coppia. Ogni prova superata apre una fase nuova. Ogni crisi attraversata cambia il modo di amarsi. Ogni ferita guarita genera una relazione diversa.

Forse il messaggio più importante di questi capitoli è proprio questo: non bisogna avere nostalgia di ciò che eravamo. Dio non lavora per riportarci indietro. Lavora per farci crescere. E quando torniamo da un viaggio, da una crisi o da una prova, il vero miracolo non è ritrovare la persona che eravamo prima. Il vero miracolo è accogliere con gratitudine la persona che siamo diventati. Perché nessuno torna mai davvero come era partito. Si torna sempre come si è diventati.

Antonio e Luisa

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Io ti amo, ma non riesco a fidarmi

Ci sono persone che vivono il matrimonio con una paura costante nel cuore. Magari non lo dicono apertamente. Magari sembrano forti, autonome, persino controllanti. Ma dentro portano un pensiero silenzioso che torna sempre: “Prima o poi mi lascerà.” E allora amano… ma restano in allerta. Una moglie vede il marito più distante per qualche giorno e immediatamente pensa: “Non mi desidera più.” Un marito trova la compagna più fredda o distratta e dentro sente salire il panico. Bastano dettagli piccolissimi: un messaggio letto e non risposto, una serata più silenziosa, meno tenerezza del solito, uno sguardo assente. Per altri sono cose normali. Per chi porta dentro il copione dell’abbandono diventano terremoti.

L’Analisi Transazionale ci aiuta a capire che spesso queste reazioni non nascono davvero dal presente. Nascono da ferite molto più antiche. Da un Bambino interiore che, tanto tempo fa, ha imparato che l’amore può sparire. Che le persone importanti possono diventare fredde, imprevedibili o assenti. A volte succede in famiglie dove ci si sentiva amati solo quando si era perfetti. Altre volte in storie segnate da tradimenti, rifiuti, separazioni emotive, instabilità. E allora il bambino prende una decisione inconscia: “Non posso rilassarmi davvero nell’amore.” Oppure: “Se amo troppo, soffrirò.” Il problema è che quel bambino cresce… ma la paura resta.

Così magari quella persona trova finalmente qualcuno che la ama davvero, ma non riesce a crederci fino in fondo. E inizia inconsciamente a chiedere continue prove d’amore. “Mi ami?” “Sei sicuro?” “C’è qualcosa che non va?” “Perché oggi sei diverso?” “Ti sei stancato di me?” A volte non sono nemmeno le parole a parlare. È l’atteggiamento. Il bisogno continuo di controllare. Di verificare. Di interpretare ogni minimo cambiamento. E dietro tutto questo spesso non c’è cattiveria. C’è paura. La paura tremenda di essere lasciati.

Ci sono mogli che controllano continuamente il tono del marito per capire se qualcosa sta cambiando. Mariti che vanno in crisi se la moglie ha bisogno di uno spazio personale. Persone che si sentono amate solo quando ricevono attenzioni costanti. E se queste attenzioni diminuiscono anche solo un po’, dentro si riapre una ferita enorme. Il paradosso è dolorosissimo: più si ha paura di perdere l’amore, più si rischia di soffocarlo. Perché chi vive accanto a queste dinamiche, lentamente, può sentirsi impotente. Come se niente bastasse mai. Può rassicurare cento volte… ma arriverà sempre la centounesima richiesta.

E allora nascono litigi strani. Litigi che in realtà non parlano del presente. Parlano di ferite antiche. Una moglie magari dice: “Non mi hai scritto oggi.” Ma dentro sta dicendo: “Ho paura di non essere importante per te.” Un marito magari si arrabbia perché la moglie esce con le amiche. Ma dentro sta gridando: “Ho paura che tu possa stare bene anche senza di me.E spesso queste persone si vergognano persino delle loro paure. Perché si sentono “troppo”. Troppo sensibili. Troppo bisognose. Troppo fragili.

Ed è qui che il Vangelo diventa qualcosa di profondamente terapeutico. Tommaso, dopo la morte di Gesù, non riesce più a fidarsi. Gli altri apostoli parlano di resurrezione, di speranza, di vita… ma lui no. Lui vuole vedere. Vuole toccare. Vuole prove. “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi… io non crederò.” Dietro quella frase non c’è solo incredulità. C’è un uomo ferito. Tommaso aveva amato davvero Cristo. Aveva creduto in Lui. E ora ha paura di illudersi ancora. Ha paura di soffrire di nuovo.

Ed è bellissimo vedere come reagisce Gesù. Cristo non lo umilia. Non gli dice: “Vergognati.” “Possibile che dubiti ancora?” “Sei sbagliato.” No. Gli mostra le ferite. È una scena di una tenerezza immensa. Perché Gesù capisce che dietro quel bisogno di prove c’è un cuore ferito. E questo cambia tantissimo anche dentro il matrimonio. Perché alcune persone non hanno bisogno di qualcuno che le rimproveri per la loro paura. Hanno bisogno di qualcuno che non fugga davanti alla loro fragilità. Qualcuno che dica: “Capisco che hai paura. Ma io resto.

Naturalmente questo non significa giustificare il controllo ossessivo, la gelosia distruttiva o la dipendenza affettiva. L’amore vero non annulla la libertà. Però significa imparare a guardare certe reazioni con compassione e verità insieme. Perché dietro certi comportamenti pesanti c’è spesso un cuore terrorizzato dall’idea di non essere abbastanza amabile. E il matrimonio può diventare proprio il luogo dove questo copione lentamente guarisce. Non in modo magico. Non in un giorno. Ma attraverso migliaia di piccoli gesti fedeli. Un marito che torna. Una moglie che accoglie. Una carezza dopo un litigio. Una presenza stabile. Una promessa mantenuta. Qualcuno che non scappa davanti alle fragilità dell’altro.

Così, lentamente, il cuore impara qualcosa di nuovo: “Forse non devo vivere sempre in difesa.” “Forse posso smettere di controllare tutto.” “Forse posso essere fragile… senza essere abbandonato.” Cristo risorto non cancella le ferite di Tommaso. Le attraversa con lui. Ed è forse questo uno dei miracoli più grandi del matrimonio cristiano: quando due persone smettono di combattersi le ferite… e iniziano finalmente a custodirsele.

Antonio e Luisa

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Le brave persone che diventano fredde nel matrimonio

Ci sono matrimoni che non finiscono con un tradimento. Non finiscono con una fuga. Non finiscono con grandi litigi o con piatti che volano. Da fuori sembrano persino matrimoni belli. Coppie serie. Persone corrette. Persone di fede. Persone che fanno il proprio dovere. Eppure, lentamente, qualcosa muore lo stesso. Muore il calore. Muore la leggerezza. Muore la gioia di sentirsi accolti. Rimane la struttura della coppia, ma non il respiro dell’amore. Ed è terribile perché spesso nessuno se ne accorge. Nemmeno loro.

Ci sono mogli che da anni non fanno altro che correggere il marito. “Te lo dico per il tuo bene.” “Dovresti essere più presente.” “Dovresti pregare di più.” “Dovresti impegnarti di più con i figli.” E magari quelle cose sono anche vere. Ma il problema è il modo. Il problema è che l’altro non si sente più amato. Si sente costantemente valutato. Come uno studente sotto esame. Come qualcuno che non raggiunge mai davvero il livello richiesto.

Oppure ci sono mariti che diventano emotivamente duri. Non urlano. Non insultano. Ma hanno sempre quell’atteggiamento distante, controllato, moralmente superiore. Uomini che magari lavorano tanto, non tradiscono, fanno il loro dovere, ma non accarezzano più il cuore della moglie. Non la guardano più con tenerezza. La osservano solo attraverso ciò che manca. Attraverso gli errori. Attraverso ciò che “dovrebbe essere”. Ed è qui che bisogna avere il coraggio di dirlo: alcuni matrimoni non muoiono per il peccato. Muoiono per la durezza.

L’Analisi Transazionale descrive molto bene questa dinamica attraverso lo stato dell’Io chiamato Genitore Critico. È quella parte di noi che giudica, corregge, pretende, controlla, stabilisce cosa è giusto e cosa è sbagliato. In sé non è negativa. Anzi, serve. Perché senza limiti e senza responsabilità una relazione si distruggerebbe. Ma il problema nasce quando questo stato dell’Io invade tutto. Quando una persona non riesce più ad entrare nella relazione con tenerezza, ma solo con controllo. A quel punto il coniuge non viene più incontrato. Viene misurato.

E nelle coppie credenti questa dinamica può diventare persino più pericolosa, perché il Genitore Critico può spiritualizzarsi. Si usa la fede per controllare. Si usa Dio per giudicare. Si usa il Vangelo per correggere continuamente l’altro. Persone che parlano sempre di sacrificio ma che non sanno più sorridere. Persone che difendono la verità ma dimenticano la misericordia. Persone convinte di essere spiritualmente mature, mentre magari stanno solo diventando emotivamente rigide.

E la cosa più triste è che spesso dietro questa rigidità c’è anche tanta sofferenza. Perché molte persone così non sono cattive. Sono ferite. Sono uomini e donne cresciuti sentendosi amati solo quando erano bravi. Bambini che hanno imparato che sbagliare significa perdere valore. Che bisogna meritarsi l’amore. Che bisogna essere perfetti per essere accolti. E allora diventano adulti incapaci di rilassarsi dentro una relazione. Devono controllare tutto. Devono correggere tutto. Devono sentirsi “quelli giusti”, perché sotto sotto hanno un terrore enorme: sentirsi sbagliati.

Così anche il matrimonio diventa un luogo di prestazione. E qui succede una dinamica relazionale molto profonda che l’Analisi Transazionale spiega benissimo: quando un coniuge entra continuamente nel Genitore Critico, spesso l’altro finisce nel Bambino Adattato. Cioè smette di essere spontaneo. Comincia a camminare sulle uova. Cerca continuamente di non sbagliare. Dice meno cose. Nasconde parti di sé. Evita conflitti. Si adegua. Fa il bravo. Ma dentro, lentamente, accumula frustrazione. Perché nessun essere umano riesce a vivere a lungo sentendosi costantemente giudicato.

E allora accade qualcosa di molto umano e molto doloroso: la parte ribelle, prima o poi, cerca una via d’uscita. Magari non apertamente. Magari nel nascondimento. Ci sono persone che iniziano a rifugiarsi in piccoli vizi segreti. Ore passate chiusi nel telefono. Pornografia. Chat nascoste. Dipendenze emotive. Shopping compulsivo. Gioco. Bugie apparentemente piccole. Oppure semplicemente iniziano a vivere una doppia vita interiore: fuori impeccabili, dentro pieni di rabbia, evasione e tristezza. Perché il Bambino Adattato, quando non riesce più a respirare, lascia emergere il Bambino Ribelle.

E spesso chi sta nel Genitore Critico non capisce nemmeno perché l’altro stia cambiando così tanto. “Con tutto quello che faccio per lui.” “Con tutto quello che faccio per lei.” Ma il punto è che nessuno può vivere soltanto sotto pressione morale senza cercare, in qualche modo, un luogo dove sentirsi libero. Questo non giustifica il peccato. Ma aiuta a capire tante dinamiche che altrimenti sembrano inspiegabili. A volte dietro certi comportamenti sbagliati non c’è soltanto cattiveria. C’è un cuore che da anni non si sente accolto. Non si sente guardato con dolcezza. Non si sente libero di essere fragile senza paura di essere umiliato.

E qui il Vangelo ci colpisce in modo potentissimo con la figura del fratello maggiore nella parabola del figlio prodigo. Lui è il bravo figlio. Quello rimasto sempre a casa. Quello obbediente. Quello corretto. Eppure è proprio lui quello più lontano dal cuore del padre. Quando vede il fratello accolto non riesce a gioire. Non riesce ad amare. Riesce solo a fare conti. “Io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito.” È impressionante: parla da servo, non da figlio. Parla come qualcuno che ha trasformato la relazione in una prestazione.

E quanti matrimoni vivono così. “Con tutto quello che faccio per te.” “Dopo tutti i sacrifici che faccio.” “Possibile che devo sempre capire io?” “Possibile che tu non cambi mai?” Frasi che magari nascono da una fatica reale, ma che poco alla volta costruiscono una relazione senza respiro. Perché nessuno riesce a fiorire davvero sotto uno sguardo che giudica continuamente.

Gesù questo lo aveva capito perfettamente. Infatti era durissimo con i farisei. Non perché amassero troppo la legge, ma perché avevano dimenticato l’uomo. Avevano dimenticato il cuore. Erano diventati incapaci di guardare la fragilità con compassione. E il rischio è che anche noi, nel matrimonio, iniziamo ad amare più l’idea della coppia perfetta che la persona reale che abbiamo davanti. Ma il sacramento non è il premio per i perfetti. È il luogo dove due fragili imparano ad amarsi come Dio li ama.

E Dio non ama umiliando. Non ama facendo sentire costantemente in difetto. Dio corregge, sì, ma sempre custodendo la dignità della persona. Sempre lasciando aperta la porta dell’abbraccio. Forse molti matrimoni avrebbero bisogno proprio di questo: meno controllo e più carezze. Meno sentenze e più ascolto. Meno “te l’avevo detto” e più “sono qui”. Perché ci sono persone che non tradiscono mai il coniuge nel corpo, ma tradiscono ogni giorno il suo cuore attraverso la freddezza, il giudizio e la superiorità morale.

E allora forse la vera domanda spirituale da farsi non è soltanto: “Sto facendo la cosa giusta?”. Ma anche: “La persona che amo, accanto a me, si sente amata davvero? Oppure si sente continuamente sbagliata?” Perché una coppia non resta viva quando tutto è perfetto. Resta viva quando, dentro l’imperfezione, continua a circolare misericordia.

Antonio e Luisa

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Un itinerario per la fedeltà all’Amore sulle orme di testimoni di fede, speranza e carità

Anche questo anno vivremo l’esperienza di fraternità per noi più importante, il XIII Convegno Nazionale della nostra Fraternità, che si svolgerà dal 20 al 24 agosto 2026 presso l’Oasi Cusmaniana di Bagheria, in provincia di Palermo, dal titolo: “Un itinerario per la fedeltà all’Amore sulle orme di testimoni di fede, speranza e carità”.

Non sarà casuale ritrovarci proprio in una terra che ha generato figure luminose come il Beato Pino Puglisi e Biagio Conte, uomini che hanno testimoniato con radicalità il Vangelo della fede e della carità dentro le ferite più profonde della società. Quest’anno infatti sarà un convegno itinerante, perché andremo a visitare i luoghi dove hanno lasciato tracce e ad ascoltare persone che ci parleranno della loro vita.

Per la prima volta da quando è nata la Fraternità Sposi per Sempre (2012) si terrà un convegno in Sicilia: infatti, di solito, poiché vengono persone provenienti da tutta Italia, abbiamo sempre scelto zone più centrali per cercare di agevolare i viaggi. Verranno coinvolte diverse diocesi dell’isola, anche perché ci sono tanti separati fedeli che vivono in varie zone, in particolare Palermo, Catania e Gela. Purtroppo il fenomeno delle separazioni, che in passato aveva in qualche modo preservato il sud e le isole, ora è diffuso allo stesso modo in tutta Italia e all’incirca metà delle coppie che si sposano, si separano. Personalmente questo dato drammatico non mi demoralizza, ma al contrario mi spinge a impegnarmi ancora di più, affinché la situazione possa cambiare e affinché i nostri figli possano vivere in un mondo migliore.

Negli anni il convegno è cambiato e maturato: non è più soltanto una serie di relazioni da ascoltare passivamente, è diventato un vero ritiro spirituale, dove la Parola può incarnarsi nella vita concreta delle persone, perché la Fraternità non nasce da una teoria, ma da vite vere, da uomini e donne che hanno sperimentato il fallimento umano senza rinunciare alla fedeltà al Sacramento delle nozze. La nostra storia non è la storia di persone perfette, ma quella di persone amate da Dio che cercano, in qualche modo, di rispondere a questo grande dono.

Le catechesi, i momenti di adorazione, la Santa Messa quotidiana, i laboratori, le testimonianze, le condivisioni nei piccoli gruppi e persino i momenti più semplici di fraternità diventano occasioni in cui il Signore parla concretamente alla vita di ciascuno: il programma è stato costruito per aiutare ogni partecipante a non vivere il convegno come semplice ascoltatore, ma come protagonista di un cammino spirituale condiviso.

Per molti di noi non è soltanto un convegno, è famiglia, il luogo dove si può respirare un’aria diversa, dove nessuno deve spiegare il proprio dolore perché tutti lo conoscono, ma dove soprattutto si impara a guardare la propria storia con gli occhi di Cristo. Alcuni arrivano stanchi e sofferenti, eppure basta partecipare a una celebrazione o a una semplice condivisione in gruppo per accorgersi che il Signore sta già operando nel cuore.

Inoltre ci si accorge di non essere soli, si incontrano persone che hanno attraversato tradimenti, abbandoni, incomprensioni, lunghi deserti interiori, eppure custodiscono ancora nel cuore una speranza viva. Questo è forse il dono più grande della Fraternità: vedere incarnata davanti ai propri occhi la possibilità concreta di una vita piena anche dentro la ferita. In fondo è ciò che hanno vissuto anche il Beato Pino Puglisi e Biagio Conte: uomini che non hanno negato il dolore e le contraddizioni del loro tempo, ma hanno scelto di attraversarle lasciandosi guidare da Cristo.

Spero che questo convegno possa essere una ricchezza non solo per tutti i partecipanti, ma anche per tutte le persone che incontreremo andando in giro. D’altra parte, la terra siciliana ci ricorda, attraverso la vita dei suoi testimoni più autentici, che la santità non nasce in situazioni perfette, ma nella fedeltà quotidiana vissuta dentro la realtà concreta. Non siamo migliori degli altri, semplicemente, il Signore ci ha chiamati a testimoniare che il Sacramento delle nozze parla ancora, anche quando umanamente tutto sembra finito.

Ecco perché il convegno non riguarda soltanto gli “addetti ai lavori” o chi vive direttamente questa esperienza; riguarda tutta la Chiesa, sacerdoti, consacrati, famiglie, operatori pastorali: tutti possono ricevere qualcosa da questa testimonianza. Infatti, davanti alla fedeltà di Cristo ciascuno ritrova la verità della propria vocazione e forse proprio contemplando le vite del Beato Puglisi e di Biagio Conte capiremo ancora meglio che il Vangelo non si annuncia anzitutto con grandi discorsi, ma donando la vita.

Se stai leggendo questo articolo e vivi una situazione di separazione o divorzio, forse pensi di non avere la forza, di essere troppo ferito per partecipare o che sia una scelta troppo difficile da portare avanti. Ti capisco, molti di noi sono arrivati al primo convegno con mille resistenze, qualcuno arrabbiato con Dio, qualcuno sfiduciato, qualcuno convinto che non sarebbe cambiato nulla. Eppure il Signore ha saputo sorprenderci e ha fatto miracoli, prima di tutto in noi, nel nostro modo di vivere e di guardare la realtà e quello che ci accade ogni giorno.

Per questo il mio invito è semplice, vieni: non perché troverai soluzioni magiche o un ambiente perfetto, ma perché potresti finalmente incontrare persone che parlano la tua stessa lingua interiore e che, insieme a te, stanno cercando di affidare la propria vita a Cristo. Per informazioni, iscrizioni e programma completo del convegno è possibile consultare il sito ufficiale della Fraternità Sposi per Sempre. Vi lascio il link alla pagina dedicata. Da alcune settimane è uscito il libro con i miei articoli su questo blog. Potete acquistarlo a questo link.

Ettore Leandri

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Tre notti di attesa: il tempo necessario all’amore

“Passiamo questa notte in preghiera e domandiamo al Signore che ci conceda grazia e salvezza.” (Tb 8,4)

In questo diciassettesimo modulo sul libro di Tobia affrontiamo il tempo dell’amore. L’amore vero non pretende di possedere subito l’altro, ma impara ad attenderlo, custodirlo e rispettarne i tempi perché ciò che è profondo cresce nella libertà e non sotto pressione. Clicca  qui per leggere i moduli già pubblicati.

Ci sono amori che vogliono tutto e subito. Subito comprensione, subito intimità, subito rassicurazioni, subito sintonia. E quando qualcosa rallenta, nasce l’ansia. Quando l’altro prende tempo, arriva la paura. Quando bisogna attendere, si pensa che l’amore si sia spento. Eppure il libro di Tobia racconta una logica completamente diversa. Tobia entra nella stanza nuziale con Sara, una donna profondamente ferita dalla vita. Sara porta dentro di sé paura, dolore, memoria di morte, sfiducia. E Tobia, invece di pretendere immediatamente qualcosa da lei, si ferma. Prega. Attende. Rispetta.

Nella rilettura spirituale di questo episodio, le tre notti diventano il simbolo di una verità enorme: l’amore autentico sa aspettare. Non perché non desideri, ma perché il desiderio vero non divora l’altro. Lo custodisce. Molte crisi matrimoniali nascono proprio qui: dall’incapacità di rispettare i tempi dell’altro. Uno dei due vorrebbe subito apertura, subito guarigione, subito cambiamento. Ma il cuore umano non funziona come un interruttore. Ci sono ferite che hanno bisogno di tempo. Paure che hanno bisogno di sicurezza. Difese interiori che non crollano in un giorno.

L’Analisi Transazionale aiuta a comprendere bene questa dinamica. Quando nella coppia emerge l’impulsività, spesso è il nostro Io Bambino che prende il controllo della relazione. È quella parte fragile di noi che non tollera l’attesa e vive il rinvio come rifiuto. È il marito che pensa: “Se mi amasse davvero, non direbbe mai di no.” È la moglie che sente: “Se tenesse davvero a me, non avrebbe bisogno dei suoi spazi.” È quella parte infantile che confonde il desiderio con il possesso e la vicinanza con il controllo. Ma l’amore non cresce sotto pressione. Cresce nella libertà.

Tobia è bellissimo proprio perché non invade Sara. Non pretende di cancellare il suo dolore semplicemente perché adesso lui è “l’uomo giusto”. Rimane accanto a lei. Costruisce fiducia. Le permette di respirare. Questo atteggiamento è profondamente terapeutico anche sul piano psicologico. Molte persone arrivano al matrimonio con ferite antiche: paure di abbandono, esperienze di rifiuto, umiliazioni, tradimenti, senso di non essere abbastanza. E così accade qualcosa di paradossale: proprio quando vengono amate davvero, si spaventano. Perché l’amore autentico rende vulnerabili. Fa emergere il bisogno. E chi ha sofferto spesso teme il bisogno più del dolore.

Per questo alcune persone sembrano lente ad aprirsi, controllanti, fredde o trattenute. Non sempre è mancanza d’amore. A volte è paura di dipendere. Paura di essere feriti ancora. Paura di consegnarsi davvero. Ed è qui che si misura la maturità dell’altro coniuge. Perché amare davvero significa anche saper reggere il tempo dell’altro senza viverlo come un’offesa personale. Non è passività. Non è debolezza. È forza. La forza di chi non deve divorare per sentirsi amato.

Io, Antonio, questa cosa l’ho capita soprattutto attraverso la castità matrimoniale (che non è astinenza sia chiaro). E lo dico sinceramente: all’inizio non la comprendevo fino in fondo. Pensavo che la castità fosse soprattutto un insieme di regole o rinunce. Poi, dentro il matrimonio, ho scoperto che la castità è prima di tutto educazione all’attesa. Anche l’esperienza dei metodi naturali, vissuta seriamente nella coppia, mi ha aiutato molto in questo. Perché ci sono momenti in cui sei chiamato ad attendere, a contenere il desiderio, a non vivere l’intimità come qualcosa che devi ottenere subito. E lì emergono tante cose di te stesso: l’impulsività, il bisogno di controllo, la fatica della frustrazione, perfino una certa rabbia infantile quando la realtà non coincide con ciò che vorresti.

Mi sono accorto che spesso il problema non era il desiderio in sé, ma la pretesa. Il pensare inconsciamente: “Ho bisogno di questo adesso.” E invece la castità matrimoniale mi ha insegnato che Luisa non era lì per calmare ogni mio bisogno immediatamente, ma per costruire con me una comunione più grande del semplice impulso. Mi ha insegnato che amare Luisa non significava pretendere disponibilità immediata, emotiva o fisica, solo perché eravamo sposati. Mi ha insegnato che il corpo dell’altro non è qualcosa da reclamare, ma una persona da ascoltare. Mi ha costretto a fare i conti con la mia impulsività, con il mio bisogno di conferme, con quella parte infantile che a volte vive il rifiuto o l’attesa come una ferita personale.

E invece pian piano ho scoperto una libertà nuova. Ho capito che l’amore più profondo nasce quando l’altro si sente rispettato, non invaso. Quando può aprirsi senza paura di deludere. Quando sa che verrà accolto anche nei suoi tempi fragili. Per me la castità matrimoniale è stata questo: imparare a non prendere subito ciò che desideravo, ma a custodire così tanto la relazione da lasciare spazio alla libertà dell’altro. E paradossalmente proprio lì l’intimità è diventata più vera, più profonda, più piena.

Viviamo invece in una cultura che ci rende incapaci di attendere. Tutto è immediato: messaggi, video, desideri, gratificazioni. Se qualcosa richiede tempo, pensiamo che non funzioni. Questa mentalità entra inevitabilmente anche nella coppia. Si pretende una comunicazione perfetta subito, una sessualità perfetta subito, una guarigione immediata, una serenità costante. Ma le relazioni profonde hanno ritmi lenti. Come i semi del Vangelo. Come la crescita interiore. Come la fiducia. La fiducia non nasce perché qualcuno dice: “fidati”. Nasce perché l’altro, nel tempo, dimostra di essere una casa sicura.

Ed è significativo che Tobia e Sara inizino il loro matrimonio pregando. Non partono dal possesso. Partono dalla comunione. Perché il contrario dell’impulsività non è la freddezza, ma la presenza consapevole. Nell’Analisi Transazionale potremmo dire che qui entra in gioco l’Io Adulto: quella parte capace di regolare gli impulsi, di tollerare la frustrazione, di non reagire immediatamente alla paura o al desiderio. L’Adulto sa attendere senza vivere ogni distanza come una catastrofe. Sa che l’amore non si costruisce invadendo, ma creando sicurezza.

Questo cambia completamente il matrimonio. Perché uno dei doni più grandi che possiamo fare all’altro non è risolvergli tutto, ma diventare uno spazio sicuro dove lui o lei possa maturare senza sentirsi forzato. A volte amare significa fermarsi sulla soglia. Aspettare. Rispettare un silenzio. Non invadere. Non pretendere. Persino nella sessualità questo è decisivo. Ci sono coppie che si feriscono non per cattiveria, ma per fretta. Per incapacità di ascoltare il corpo, le emozioni, i tempi interiori dell’altro. Ma il corpo umano non si apre davvero quando si sente sotto pressione. Si apre quando si sente custodito.

Forse le tre notti di Tobia parlano proprio di questo: del fatto che l’amore vero crea sicurezza prima ancora di cercare soddisfazione. È un messaggio profondamente controcorrente, perché ci ricorda che non tutto ciò che desideriamo subito è pronto per essere vissuto subito. Alcune cose devono maturare. Devono respirare. Devono attraversare il tempo. E il tempo, quando c’è amore, non è un nemico. È il luogo dove l’amore diventa vero.

Molte coppie, col passare degli anni, scoprono che i momenti più belli non sono stati quelli più travolgenti emotivamente, ma quelli in cui si sono sentiti accolti senza fretta, guardati senza pressione, amati senza dover dimostrare nulla. Ciò che è superficiale corre. Ciò che è profondo resta. E forse il matrimonio cristiano è anche questo: custodire così bene il cuore dell’altro da permettergli di aprirsi liberamente. Perché ciò che è vero non ha fretta.

Antonio e Luisa

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Lo Spirito Santo ha bisogno del nostro corpo

Quando pensiamo allo Spirito Santo, spesso immaginiamo qualcosa di invisibile, lontano, quasi astratto. Una presenza spirituale difficile da afferrare. Eppure la Pentecoste racconta esattamente il contrario. Lo Spirito Santo non resta chiuso nel cielo. Scende. Tocca. Muove. Trasforma persone concrete. Lingue, mani, piedi, sguardi, voce. Lo Spirito entra nei corpi per rendere visibile l’amore di Dio. E forse il matrimonio è uno dei luoghi più concreti in cui questo accade.

Perché l’amore degli sposi non è fatto solo di idee, emozioni o intenzioni. Ha bisogno di carne. Di gesti. Di presenza. Lo Spirito Santo, nella coppia, passa continuamente attraverso il corpo. Passa in quel marito che torna stanco dal lavoro ma sceglie comunque di ascoltare la moglie invece di rifugiarsi nel telefono. Passa in quella moglie che si accorge dal volto del marito che qualcosa non va e gli domanda: “Come stai davvero?” non per curiosità, ma per custodirlo. Passa attraverso una mano appoggiata sulla spalla nel momento giusto. Attraverso un abbraccio dopo una litigata. Attraverso due sposi che si chiedono scusa anche quando l’orgoglio vorrebbe restare zitto. Perché il corpo può diventare luogo di aggressione, chiusura, freddezza. Oppure sacramento di presenza.

Pensiamoci: quante volte diciamo “ti amo” senza parole? Quando prepariamo il caffè all’altro al mattino. Quando lasciamo l’ultimo pezzo di dolce. Quando aspettiamo il coniuge svegli anche se avremmo sonno. Quando ci sediamo accanto invece di allontanarci durante un momento difficile. Lo Spirito Santo si vede lì. Non nei gesti perfetti. Nei gesti abitati dall’amore.

A Pentecoste gli apostoli ricevono il dono delle lingue. E forse anche gli sposi, col tempo, imparano una lingua nuova. Non fatta solo di parole, ma di corpi che imparano a parlarsi senza ferirsi. C’è una carezza che calma l’ansia dell’altro. C’è un modo di guardare che ridà dignità. C’è un tono della voce che può ferire oppure guarire. Anche il silenzio del corpo parla. Ci sono silenzi punitivi, muri emotivi, distanze usate per controllare. Ma esistono anche silenzi pieni di presenza. Silenzi di chi resta accanto quando non sa cosa dire. Silenzi che non abbandonano. Lo Spirito Santo passa anche da lì.

Passa nella pazienza di una madre che ascolta il figlio mentre avrebbe mille cose da fare. Nel padre che spegne il computer per giocare dieci minuti con suo figlio. Negli sposi che si cercano ancora con gli occhi dopo anni di matrimonio. Nella tenerezza concreta di chi copre l’altro addormentato sul divano. Nel messaggio inviato durante la giornata solo per dire: “Ti sto pensando”. Sono cose piccole. Eppure il cristianesimo ha sempre creduto che Dio ami nascondersi nel piccolo.

Ma c’è un luogo in cui tutto questo raggiunge una profondità ancora più alta: l’amplesso degli sposi. Perché l’unione fisica tra marito e moglie non è semplicemente un gesto biologico o uno sfogo del desiderio. È il momento in cui due persone si consegnano reciprocamente attraverso il corpo. E proprio per questo può diventare uno dei luoghi più potenti della presenza dello Spirito Santo.

Spesso si pensa che Dio sia presente nella preghiera, nella chiesa, nei sacramenti… ma non nel letto degli sposi. E invece il matrimonio cristiano dice qualcosa di scandaloso e bellissimo: anche lì Dio abita. Anche lì lo Spirito Santo opera. Opera quando il corpo smette di usare e comincia ad amare. Quando il desiderio non cerca soltanto il proprio piacere, ma la gioia dell’altro. Quando ci si ascolta. Quando si rispettano i tempi reciproci. Quando ci si accorge della fragilità dell’altro senza approfittarsene. Quando il corpo non pretende ma accoglie. Lì il sesso smette di essere consumo e diventa linguaggio. Un linguaggio profondamente spirituale.

Perché lo Spirito Santo è comunione. È dono reciproco. È uscire da sé per andare verso l’altro. E nell’amplesso gli sposi sono chiamati proprio a questo: non a prendere, ma a donarsi. Per questo l’intimità più bella non nasce dalla performance o dalla trasgressione. Nasce dalla fiducia. Dalla sicurezza. Dalla tenerezza. Dal sentirsi accolti interamente, anche nelle proprie vulnerabilità. Ci sono amplessi silenziosi che diventano preghiera. Ci sono abbracci dopo una crisi che sembrano resurrezione. Ci sono lacrime condivise nell’intimità che diventano guarigione. E lì lo Spirito Santo agisce davvero in modo potente. Perché prende due corpi limitati, fragili, feriti, e insegna loro lentamente il linguaggio del Cielo.

Forse Pentecoste, dentro il matrimonio, è proprio questo: il momento in cui il nostro corpo smette lentamente di parlare la lingua dell’egoismo e impara quella del dono. Perché da soli spesso il nostro corpo parla altre lingue: quella della rabbia, della fuga, della chiusura, della pretesa, della paura. Lo Spirito Santo invece rende il corpo capace di comunione. Capace di restare. Capace di perdonare. Capace di accarezzare anche quando dentro avrebbe voglia di colpire. Capace di ricominciare.

Forse è questa la cosa più bella della Pentecoste: Dio non salva gli sposi togliendo loro il corpo. Li salva passando attraverso di esso. Attraverso mani stanche che continuano ad amare. Attraverso occhi che imparano a vedere oltre i difetti. Attraverso labbra che smettono di accusare e iniziano a benedire. Attraverso due persone normali che, giorno dopo giorno, permettono allo Spirito Santo di rendere visibile l’amore di Cristo dentro la loro casa.

Antonio e Luisa

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I vostri figli attendendo lo Spirito … imparano l’arte di amare

Continuiamo il percorso mistagogico della confermazione (articolo precedente) con la seconda scena liturgica: l’imposizione delle mani e l’invocazione dello Spirito. Dopo il rinnovo e la professione di fede, il vescovo impone le mani sui cresimandi, prima chiede all’assemblea di intercedere presso Dio a favore degli eletti e successivamente chiede lui stesso a Dio l’effusione dello Spirito Paraclito nella pienezza dei setti santi doni.

Dalla celebrazione del battesimo fino al momento della confermazione, ogni cresimando vive a suo modo l’attesa del dono dello Spirito. Non è da solo. La comunità cristiana, e più di tutto la comunità familiare, ha l’opportunità di custodire il cresimando accompagnandolo nella fede, nella speranza e nella carità (cfr gli articoli precedenti sulla mistagogia battesimale).

La testimonianza biblica ci offre una situazione di attesa simile a quella dei cresimandi. Dopo la persecuzione al tempo di Stefano, il diacono Filippo predica il Vangelo nella Samaria e molta gente si fa battezzare. «A Gerusalemme, gli apostoli, seppero che la Samaria aveva accolto la parola di Dio e vi inviarono Pietro e Giovanni. Essi discesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo; non era infatti ancora sceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo» (At 8,14-17).

Immaginiamo la gioia che è esplosa in coloro che, pur avendo accolto la Parola di Dio, ed erano stati soltanto battezzati, hanno visto i discepoli della Chiesa Madre di Gerusalemme. Non facevano parte di una comunità minoritaria e secondaria. Da quel momento rientravano pienamente nel nucleo dei familiari di Gesù di Nazaret, il Cristo, il Vivente. Ma ancora non potevano neppure immaginare cosa potesse significare essere mossi dallo Spirito, cosa che era accaduta ai discepoli il giorno di Pentecoste.

La tradizione cristiana attraverso questo racconto insegna che nella situazione di superamento del confine della comunità originaria di Gerusalemme – quei battezzati si trovavano in Samaria – l’intervento degli apostoli è necessario per includere la comunità appena fondata nella famiglia apostolica. Per essere certi di partecipare pienamente alla famiglia di Cristo è essenziale essere pienamente accolti nella tradizione apostolica. E così, sappiamo anche cosa dovrebbe avvertire ogni cresimando dal giorno del battesimo a quello della cresima, vivendo l’attesa dello Spirito: il desiderio di amare ed essere amato nella compagnia della fraternità ecclesiale per raggiungere la maturità di Cristo.

Cosa vuol dire la “maturità di Cristo”? Fino al Concilio Vaticano II, e quindi anche nei primi decenni della sua recezione, veniva attribuito alla cresima il significato di irrobustimento spirituale. In effetti, questa consapevolezza maturava molto tempo prima. La prima testimonianza ci è offerta da Fausto di Riez(405490) in un’omelia di Pentecoste, documentabile tra il 449 e 461. Egli ad un certo punto dice: «Lo Spirito nel Battesimo dà la pienezza quanto a innocenza, nella Confermazione dà un accrescimento quanto a grazia, poiché in questo mondo, quelli che per tutta la loro vita debbono vincere, avanzano in mezzo ai pericoli suscitati da invisibili nemici. Nel Battesimo siamo rigenerati per la vita, dopo il Battesimo siamo confermati per la lotta. Se dovessimo morire subito, il beneficio della nuova nascita ci basterebbe, ma per vincere, abbiamo bisogno del soccorso della Confermazione. La nuova nascita, da sola, salva quelli che subito entrano nella pace del mondo beato: la Confermazione arma ed equipaggia quelli cui toccano i combattimenti e le lotte di questo mondo».

Al sacramento della Confermazione è stato attribuito la grazia specifica di aumentare la forza per la lotta spirituale (i sette doni dello Spirito). Segno liturgico tradizionale emblematico è stato quello “schiaffetto” da parte del vescovo sul volto per verificare la fermezza del cresimando all’assalto delle forze contrastanti. Il tempo di attesa sarà un tempo di neo-catecumenato per crescere nell’amore verso Cristo e per Cristo, in cui una triplice ‘corporeità’ svolgerà la funzione generativa dell’amore: il ministero del padrinato, la triplice corporeità (della Scrittura, del Corpo di Cristo, e dell’altro cristiano), il proprio corpo adolescenziale.

Il padrino/La madrina sono ‘rappresentanti’ della comunità cristiana, e ancor prima della comunità familiare. Pur se nella storia il suo ruolo è mutato (accompagnatore della fede, garante della richiesta, possibile nuovo padre, legame affettivo e sociale), non può cambiare il focus del suo impegno ad essere la presenza principale di accompagnamento amante verso Cristo e per Cristo.

Il secondo ‘corpo generativo’ è una triplice realtà di ‘corpi’: il corpo della Scrittura Sacra, il corpo eucaristico (avendo invertito l’ordine dell’Iniziazione che ha collocato l’Eucarestia prima della Cresima), e il corpo dei fratelli e delle sorelle. Questi ‘luoghi’ saranno indicatori della presenza amante di Cristo per i suoi discepoli. Ma ancor più interessante è il ‘corpo’ di domande che ogni cresimando porta in sé, cioè l’insieme dei sogni, delle inquietudini, dell’intero mondo affettivo e di tutto ciò che lo caratterizza nella fase esistenziale del momento celebrativo corrispondente di solito al periodo adolescenziale. Tra tutti i suoi desideri c’è però quello predominante dell’amare, della donazione di sé, che ancora non trova stabilità emotiva, risposta vocazionale, progetto definitivo da costruire. Allora, questo tempo di attesa dell’effusione dello Spirito si caratterizza nell’essere tempo favorevole per il discernimento all’autentico amore nuziale (cfr Amoris Laetitia, 280-286).

Il Mistero che liturgicamente si offre in pochi secondi di silenzio e in poche parole pronunciate dal vescovo durante l’imposizione delle mani, in attesa della crismazione, ha il sapore della reciprocità dell’amore realizzatosi durante tutto il tempo di attesa dal giorno del battesimo a quello della cresima. E’ un sapore che istituisce il reale percorso di formazione crismale e sostituisce quello tentato dall’ingegno pastorale. L’arte di amare si trasmette, l’arte di amare si impara, l’arte di amare non è mai del tutto raggiunta.

Don Antonio Marotta

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Non per passione ma per verità: amare con intenzione

«Ora, Signore, tu lo sai: non prendo questa mia sorella per passione, ma con rettitudine di intenzione.» (Tb 8,7)

In questo sedicesimo modulo sul libro di Tobia affrontiamo l’amore scelto. L’amore maturo non vive solo di emozioni, ma sceglie ogni giorno di restare nella verità, anche dentro la fatica e le fragilità. Clicca  qui per leggere i moduli già pubblicati.

Questa frase di Tobia è una delle più profonde di tutto il libro. E forse anche una delle più fraintese. Perché letta superficialmente sembra quasi un rifiuto del desiderio, delle emozioni, della passione amorosa. Come se la Bibbia dicesse che per amare davvero bisogna spegnere il cuore. Ma non è questo il senso. Tobia non sta dicendo che non prova attrazione per Sara. Non sta dicendo che il corpo non conta. Non sta dicendo che il desiderio sia sbagliato. Sta dicendo qualcosa di molto più maturo: “Io non voglio usare questa relazione solo per riempire un bisogno”. È completamente diverso.

Il problema è che oggi siamo immersi in una cultura che ci racconta continuamente un amore quasi esclusivamente emotivo. Il romanticismo delle fiction, delle serie TV e dei film ci ripete sempre la stessa idea: se ami davvero tutto dovrebbe essere spontaneo, naturale, facile. Se c’è amore “vero”, allora la relazione scorre senza sforzo. Se invece fai fatica, se devi scegliere, se attraversi conflitti o stanchezze, allora forse non era amore autentico. È un’idea seducente, ma profondamente tossica. Perché crea persone incapaci di restare dentro la realtà concreta dell’amore.

Nelle storie romantiche moderne quasi tutto ruota attorno all’intensità emotiva. Conta il colpo di fulmine. Conta “sentire”. Conta la chimica. Conta la sensazione di essere travolti. Ma nessuno racconta quasi mai cosa succede dopo. Nessuno mostra davvero la quotidianità, la stanchezza, le incomprensioni, i limiti caratteriali, le ferite psicologiche che emergono quando due persone iniziano davvero a condividere la vita. E così molti sposi si spaventano appena finiscono le emozioni forti dell’inizio. Pensano: “Non sento più come prima”. “Forse non siamo compatibili”. “Forse ho sbagliato persona”. In realtà spesso non è finito l’amore. È semplicemente finita l’illusione romantica.

Perché i sentimenti sono reali, bellissimi e importanti… però sono anche instabili. Ci sono giorni in cui senti tutto. E giorni in cui non senti quasi nulla. Giorni in cui il coniuge ti sembra meraviglioso. E giorni in cui vedi solo i limiti. Giorni di entusiasmo. E giorni di stanchezza. Se l’amore dipende soltanto dall’intensità emotiva, la coppia vivrà continuamente sulle montagne russe. E alla lunga questo distrugge la relazione, perché nessun sentimento umano può mantenersi sempre allo stesso livello di intensità.

Ed è qui che il libro di Tobia introduce una parola decisiva: intenzione. Cioè direzione. Scelta. Verità profonda. In termini di Analisi Transazionale potremmo dire che qui emerge il passaggio dal Bambino emotivo all’Adulto integrato. Il Bambino emotivo cerca soprattutto gratificazione immediata. Vuole sentirsi bene, rassicurato, desiderato, confermato. Quando si sente amato si apre. Quando si sente frustrato rischia di chiudersi, attaccare o scappare. E attenzione: questo non riguarda solo persone immature. Tutti abbiamo dentro un Bambino affettivo che cerca amore, sicurezza e riconoscimento. Il problema nasce quando la relazione viene guidata solo da questa parte di noi.

Perché allora il coniuge smette lentamente di essere una persona da amare e diventa qualcuno da cui ottenere qualcosa: attenzione, conferme, emozioni, sicurezza, riempimento del vuoto. Ed è qui che anche l’amore rischia di diventare dipendenza emotiva. La dipendenza emotiva non è amare troppo. È avere bisogno dell’altro per sentirsi completi. È vivere la relazione come fonte continua di regolazione emotiva. Se l’altro si allontana, crollo. Se mi critica, mi sento senza valore. Se non mi desidera, mi sento rifiutato. In queste dinamiche il rapporto diventa pesante. Carico di aspettative impossibili. Perché nessun essere umano può riempire tutte le ferite profonde dell’altro.

Tobia invece, davanti a Sara, fa qualcosa di molto adulto spiritualmente. Dice: “Io scelgo di amarti nella verità”. Non nella semplice intensità del momento. Non solo nell’emozione. Non solo nel bisogno. Nella verità. Ed è bellissimo che questa frase venga pronunciata proprio nella notte delle nozze. Nel momento della massima unione corporea. Perché la Bibbia qui non separa eros e responsabilità. Passione e decisione. Desiderio e verità. Li unisce.

Oggi invece spesso oscilliamo fra due estremi sbagliati. Da una parte il romanticismo tossico che idolatra il sentimento e trasforma l’amore in pura emozione. Dall’altra una visione moralistica che quasi diffida del corpo e delle emozioni. La logica biblica è molto più profonda: il sentimento è importante, ma ha bisogno di essere guidato da un amore più grande. Come un fiume ha bisogno di argini per non disperdersi. L’amore maturo non nasce quando smetti di sentire. Nasce quando impari a dare una direzione a ciò che senti.

Questo cambia completamente anche la vita concreta degli sposi. Perché ci saranno momenti in cui amare sarà spontaneo. E altri in cui sarà una scelta molto concreta. Restare. Dialogare. Perdonare. Cercarsi. Tornare vicini. Custodire il corpo dell’altro. Ricominciare dopo una ferita. Ed è proprio qui che molti scoprono la differenza fra innamoramento e amore. L’innamoramento accade. L’amore costruisce. L’innamoramento spesso nasce spontaneamente. L’amore maturo invece ha bisogno di intenzionalità.

Per questo tante coppie dopo anni si ritrovano svuotate. Non perché sia sparito ogni sentimento. Ma perché hanno smesso di scegliere la relazione. Hanno lasciato che fosse guidata soltanto dalle emozioni del momento, dalla fatica quotidiana o dalle delusioni. L’intimità autentica invece nasce quando due persone smettono di usarsi reciprocamente per colmare vuoti e iniziano davvero a donarsi. E questo fa paura. Perché significa uscire dalla logica del controllo. Dalla pretesa. Dal bisogno continuo di conferme. Significa amare anche quando l’altro non riesce a riempire tutto ciò che speravi.

Ed è qui che il matrimonio cristiano diventa profondamente liberante. Perché ti insegna che l’altro non è il tuo salvatore. Non è Dio. Non deve guarire ogni tua mancanza. È un compagno fragile di cammino che, insieme a te, sta imparando ad amare. Quando questa verità entra nella coppia succede qualcosa di bellissimo: il rapporto diventa più leggero, più libero, più vero. Si smette di pretendere perfezione reciproca. Si inizia ad amare il reale.

Anche il desiderio cambia. Perché non nasce più soltanto dall’ansia di ricevere qualcosa, ma dalla gioia di custodire una comunione. Ed è questo il senso profondo delle parole di Tobia. “Non per passione ma per verità” non significa amare senza emozione. Significa non lasciare che l’emozione diventi l’unica guida della relazione. Perché il sentimento da solo può accendere l’amore. Ma solo una scelta profonda può custodirlo nel tempo. E forse l’amore più bello non è quello che sente sempre tutto intensamente. Ma quello che, anche attraversando stanchezze, limiti e fragilità, continua ogni giorno a dire: “Ti scelgo ancora.”

Antonio e Luisa

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Menopausa e sessualità: perché il rapporto completo conta ancora

In questo articolo voglio rispondere a un lettore che mi ha scritto pochi giorni fa. Ecco il quesito: Come mai non si parla mai, non ho avuto spiegazioni nemmeno dai sacerdoti interpellati, della sessualità quando la donna non è più fertile? Voglio dire, cosa ci impedisce di terminare il rapporto oralmente e non in vagina, e avere rapporti più frequenti evitando di ricorrere a tentazioni ben più gravi(pornografia, masturbazione). Il dubbio di essere nel peccato mi viene spesso, ma ad oggi non ho trovato una spiegazione onesta e schietta.

Prima di tutto grazie perché hai fatto una domanda vera. E le domande vere meritano risposte vere, non frasi evasive o moralismi. Molte volte, purtroppo, la morale cattolica viene presentata solo come un elenco di regole. Ma la riflessione della Chiesa sulla sessualità, soprattutto attraverso la Teologia del Corpo di Giovanni Paolo II, nasce prima di tutto da una domanda antropologica: chi è l’uomo? Per cosa è fatto? Come ama davvero? Cosa cerca nel corpo dell’altro? Per questo la questione non riguarda semplicemente la fertilità. La Chiesa sa benissimo che una donna in menopausa non può più concepire. Eppure continua a considerare prezioso e pienamente umano il rapporto sessuale tra gli sposi anche in età avanzata. Perché? Perché il significato dell’unione sessuale non si riduce alla procreazione.

Il rapporto tra marito e moglie è un linguaggio. Attraverso il corpo, gli sposi si dicono qualcosa. Si dicono: “mi dono”, “ti accolgo”, “entro nella tua vita”, “faccio comunione con te”. Ed è qui che entra la dimensione corporea, che oggi spesso dimentichiamo. Il corpo maschile e il corpo femminile non sono fatti a caso. Sono strutturalmente complementari. L’uomo è fatto per entrare nella donna e la donna per accogliere l’uomo. Questa reciprocità fisica concretizza qualcosa di invisibile: la comunione dei cuori. Per questo il rapporto completo ha un valore simbolico enorme. Non è solo un modo per raggiungere un orgasmo, ma è il gesto corporeo che più profondamente esprime l’alleanza degli sposi.

Ed è proprio qui che si comprende perché la morale cattolica continui a dare importanza al fatto che il rapporto si compia nell’unione vaginale anche quando non c’è più fertilità. Non perché “serve fare figli” a settant’anni. Ma perché quel gesto mantiene il suo significato sponsale. È il linguaggio del dono totale. Tu scrivi: “Perché non terminare oralmente, evitando magari tentazioni peggiori come pornografia o masturbazione?”. La tua domanda è onesta, concreta e comprensibile. E penso che molti sposi abbiano pensieri simili senza avere il coraggio di dirli. Però qui bisogna fare attenzione a una cosa importante: non tutto ciò che evita un male automaticamente costruisce il bene pieno dell’amore. La pornografia, per esempio, non è problematica solo perché “vietata”, ma perché separa il piacere dalla relazione reale. Trasforma lentamente il corpo in oggetto, l’altro in esperienza, la sessualità in consumo.

E il problema è che, senza accorgercene, questa mentalità entra anche nella coppia. Oggi moltissime pratiche sessuali che consideriamo “normali” nascono in realtà dall’immaginario pornografico. Non nascono da una riflessione sull’amore sponsale, ma dalla ricerca di eccitazione, intensità, performance, varietà. E tra queste pratiche rientra il rapporto orale. La pornografia educa a una sessualità centrata soprattutto sulla stimolazione. La Teologia del Corpo, invece, prova a riportare al centro la comunione.

Questo non significa che gli sposi debbano vivere una sessualità fredda, rigida o meccanica. Anzi. La Chiesa non è contro il piacere. Su questo bisogna essere chiarissimi. Il piacere sessuale dentro il matrimonio non è tollerato come un male necessario: è parte del dono reciproco. Carezze, tenerezza, sensualità, desiderio, gioco erotico… tutto questo può avere uno spazio bello e sano nella vita degli sposi. Il punto è un altro: ciò che accompagna il dono reciproco è diverso da ciò che sostituisce il linguaggio sponsale del corpo.

Per essere chiari ancora di più: non c’è nulla di male se gli sposi si stimolano oralmente. Non c’è problema se questa stimolazione serve a preparare la penetrazione. Diventa problematico quando sostituisce la penetrazione. Dove è la comunione? Per questo la riflessione cristiana continua a considerare importante che l’atto sessuale mantenga quella forma che esprime corporalmente l’unione totale tra uomo e donna. Anche quando non ci sono più possibilità procreative.

La Teologia del Corpo non nasce per complicare l’amore degli sposi, ma per ricordare che il corpo umano è capace di dire qualcosa di sacro. Anche quando i corpi invecchiano. Anche quando la fertilità finisce. Anche quando restano fragilità, lotte e limiti. Perché fino all’ultimo, nel matrimonio, il corpo può continuare a dire: “io mi dono a te”.

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Antonio e Luisa

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Il tradimento non era fisico. Ma ci stava uccidendo

Quando meno te lo aspetti ecco che arriva l’incontro che ti cambia la vita! Non eravamo più dei giovani ragazzi  e ormai avevamo accantonato l’aspettativa di avere una famiglia, quando una comune amica ci ha fatti conoscere e da allora non ci siamo più lasciati. Dopo poco più di un anno, eravamo sposati ed in attesa del nostro primogenito. Eravamo felici e stupiti per il fatto che la vita ci stesse offrendo una nuova opportunità così bella e generosa.

L’arrivo del secondo figlio a distanza di soli 13 mesi ha bruscamente cambiato la nostra relazione e si sono delineati i binari paralleli su cui sarebbero corse le nostre esistenze: Monica dedita a casa e famiglia, Stefano al lavoro e agli interessi che coltivava in svariati ambiti. In questo periodo non abbiamo avuto litigi, in quanto entrambi evitavamo di affrontare il conflitto.

Io Stefano ho gradualmente intrapreso una vita da individualista, concentrando le mie energie nelle attività professionali e nel volontariato. Poi mi sono appassionato al mondo dei social e ho cominciato ad intrattenere relazioni con donne conosciute su internet o riaffiorate dal passato.

Io Monica mi sentivo sola nella responsabilità dell’educazione dei figli e non mi lamentavo perché la solitudine, filo conduttore del mio passato, era una dimensione a me familiare più di quanto non lo fosse la condivisione. Cominciai comunque a far presente a mio marito il mio disagio visto che, quando era a casa, trascorreva molto tempo con il telefono in mano.

Quando casualmente un giorno scoprii che aveva una relazione via chat con una donna, rimasi incredula. Mi domandavo chi fosse l’uomo che aveva vissuto al mio fianco per tanti anni e mi rimproveravo di non avere aperto gli occhi prima. Lo affrontai e decidemmo di reinvestire nel nostro matrimonio. Le cose sembravano un po’ migliorate fra noi, tuttavia dopo pochi mesi, scoprii l’esistenza di una nuova relazione con una persona del suo ambito lavorativo.

Io Stefano mi sentivo avvilito ed ero privo di idee su come uscire dalla situazione in cui eravamo finiti per colpa mia. In realtà dentro di me continuavo a giustificarmi, perché non avendo tradito fisicamente la mia sposa, consideravo il gioco della seduzione un peccato veniale. Dopo un confronto acceso, mia moglie mi ha manifestato la sua difficoltà a concedermi ulteriore fiducia, dicendomi che il problema aveva dimensioni tali da non poter essere risolto da soli.

Fu così che ci rivolgemmo a Retrouvaille. L’esperienza è stata molto più forte ed efficace di quanto avessimo immaginato. Ci sono stati forniti strumenti che ci hanno aiutato ad aprirci ed accoglierci reciprocamente. In pochi mesi ci siamo detti molto di più di quanto non fossimo riusciti a dirci in tanti anni di vita insieme. Abbiamo rimesso la relazione coniugale al centro della nostra vita e siamo riusciti a trasformare i momenti di conflitto, in occasioni di crescita come coppia.

La preghiera e il dialogo con Gesù ci sono stati di grande aiuto per guardare dentro di noi con sincerità e decidere di cambiare i nostri comportamenti per la guarigione del nostro matrimonio. Il cellulare e i social, un tempo elementi di divisione, sono ora un mezzo per dedicarci reciprocamente attenzioni durante la giornata. Oggi siamo più uniti e viviamo una maggiore intimità rispetto al passato. Anche se i problemi non mancano, attraverso il dialogo e l’affidamento al Signore del nostro matrimonio, ci confrontiamo e decidiamo insieme per il bene della nostra coppia e della nostra famiglia.

Monica e Stefano – Retrouvaille Italia