Tuo marito è ancora il tuo amante? La domanda che molte coppie cristiane evitano

L’amore che noi sposi ci doniamo vicendevolmente è quanto di più completo possa esistere nell’ambito delle relazioni umane. Non c’è, almeno io non ne conosco, una relazione capace di coinvolgere la persona in modo così totale come il matrimonio. Nel matrimonio ci sono il corpo, il cuore, la libertà, la quotidianità, il sacrificio, il desiderio, l’amicizia, il perdono, la tenerezza. C’è tutto.

Per questo l’amore sponsale non può essere ridotto a una sola forma di amore. Il matrimonio è certamente Agape. È amore di sacrificio, di servizio, di dono. È quell’amore che resta anche quando costa. Che si prende cura dell’altro quando è stanco, malato, nervoso o semplicemente poco amabile. È l’amore che dice: io ci sono, anche quando non ne ricavo nulla.

Ma il matrimonio è anche Filia. È amicizia profonda. Guai se vostro marito o vostra moglie non sono anche i vostri migliori amici. Significa che qualcosa va recuperato. Il matrimonio dovrebbe essere il luogo dove possiamo sentirci liberi di aprire il cuore. Dove possiamo raccontare le nostre paure, le nostre fragilità, i desideri che quasi ci vergogniamo di ammettere. Dove possiamo farci vedere per quello che siamo davvero. Se i pensieri più intimi, le ferite più profonde e le confidenze più importanti preferiamo consegnarle sistematicamente a qualcun altro anziché al nostro coniuge, qualcosa della nostra intimità sta già uscendo dal matrimonio. E questo non è un dettaglio.

Poi, però, c’è un terzo amore: Eros. E anche qui noi cristiani dobbiamo stare attenti. Perché a volte abbiamo trattato l’eros quasi fosse un amore di serie B. Un amore un po’ sospetto. Quasi una concessione alla debolezza del corpo. Non è così. L’eros è profondamente umano. E nel matrimonio è necessario. L’Agape senza eros rischia di diventare dovere. Servizio. Fatica. Si resta insieme perché bisogna farlo, ci si aiuta, si manda avanti la casa, ma si spegne la gioia di desiderarsi. La Filia senza eros rischia invece di trasformare marito e moglie in due ottimi amici. Quasi fratello e sorella. Ma noi non abbiamo promesso davanti a Dio di diventare fratelli e sorelle. Siamo diventati sposi.

Per questo, riprendendo una riflessione proposta anche da Claudia e Roberto di Amati per Amare, credo che dobbiamo recuperare una verità semplice: nostro marito e nostra moglie non devono essere soltanto il nostro sposo e la nostra sposa. Devono essere anche i nostri amanti.

Luisa tempo fa mi disse una cosa a cui non avevo mai pensato. Le coppie di adulteri, normalmente, quando si incontrano lo fanno in condizioni favorevoli. Si vedono magari la mattina o il pomeriggio, quando riescono a ritagliarsi un po’ di tranquillità. Lui arriva preparato. Lei magari è vestita bene, truccata, curata. Ci si cerca in un luogo dove non ci sono pianti di bambini, lavatrici da stendere, compiti da controllare o sveglie puntate per il giorno dopo. Certo che così è tutto più facile.

Pensate invece a una coppia sposata con figli piccoli. Entrambi stanchi morti. Magari spettinati, un po’ trasandati, con la testa piena di pensieri. Finalmente i bambini dormono, ma non bisogna fare troppo rumore perché potrebbero svegliarsi. La sveglia del mattino incombe. Uno dei due magari non vede l’ora di chiudere gli occhi. In certe serate è quasi un miracolo riuscire a vivere bene l’intimità.

A me è capitato anche di addormentarmi. Lo dico senza problemi. È la vita vera. Può capitare così che l’intimità diventi qualcosa di frettoloso, quasi un cartellino da timbrare. Oppure che venga continuamente rimandata.

Noi, in alcuni periodi, abbiamo perfino puntato la sveglia alle quattro del mattino per riuscire a trovare un momento tutto nostro. Una fatica enorme. E non parlo soltanto del risveglio. Bisognava anche trovare le energie, il desiderio, la capacità di uscire dal torpore. Per me uomo era difficile. Posso immaginare quanto potesse esserlo ancora di più per mia moglie.

Ma qual è l’alternativa? Lasciare morire quella dimensione? Trasformare lentamente il matrimonio in una convivenza affettuosa e organizzata? Credo sarebbe una cura peggiore della malattia.

Per questo bisogna imparare a fare del proprio coniuge il proprio amante. Significa trovare il tempo giusto. Creare le condizioni. Proteggere l’intimità. A volte può significare prendere qualche ora di permesso dal lavoro. Lasciare i figli ai nonni. Chiedere aiuto a una babysitter. Approfittare di una pausa pranzo. Organizzare una serata diversa. O semplicemente decidere che per una volta le faccende domestiche possono aspettare.

Ogni coppia troverà il proprio modo. Ma un modo va trovato. Perché investiamo tempo, denaro ed energie in mille aspetti della vita familiare e poi rischiamo di trascurare proprio una delle realtà che tengono vivo il matrimonio. Non serve andare a cercare fuori quello che appartiene già alla bellezza del matrimonio. Certo, bisogna coltivarlo. Non basta essersi sposati per desiderarsi automaticamente per tutta la vita. Bisogna conoscersi, corteggiarsi ancora, ascoltarsi, stupirsi, creare occasioni.

E per noi sposi cristiani tutto questo ha un significato ancora più profondo. L’amplesso non è semplicemente un gesto finalizzato all’orgasmo. Quello è un aspetto importante e bello, ma non esaurisce ciò che accade. Nell’intimità coniugale il corpo dice qualcosa che le parole non riescono a dire completamente: io sono tuo, io sono tua. Attraverso il corpo, attraverso l’eros, attraverso il piacere condiviso, gli sposi sperimentano concretamente quell’unità che hanno promesso. Si consegnano.

Per questo il piacere non coinvolge soltanto il corpo. Quando l’intimità è davvero sponsale, investe tutta la persona. Lascia pace. Tenerezza. Complicità. Unità. E spesso i benefici di quel momento si vedono anche nei giorni successivi, nel modo in cui ci guardiamo e ci trattiamo. Ecco perché l’intimità non va sottovalutata. Va custodita. Migliorata. Anche imparata.

Io sinceramente non credo esista una donna con cui potrei vivere la stessa bellezza che vivo con mia moglie. Anche nell’intimità. Perché non è semplicemente il suo corpo che desidero. È lei. La donna con cui ho condiviso gli anni, i figli, la fede, le ferite, le riconciliazioni, le risate, le stanchezze. Tutto questo entra nel nostro abbraccio.

Ricordiamoci allora una cosa semplice: prima di essere genitori siamo sposi. Curare la nostra intimità non significa togliere qualcosa ai figli. Significa offrire loro genitori più uniti, più complici, più capaci di amarsi. Siamo sposi. Siamo amici. Siamo servitori l’uno dell’altra. Ma siamo anche amanti. E non c’è nulla di poco cristiano in questo. Al contrario, è uno dei modi più belli e concreti in cui il nostro matrimonio può continuare a dire, attraverso il corpo e la vita: ti scelgo ancora.

Antonio e Luisa

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Da cosa ci riconosceranno?

Quanto è importante, in famiglia, trovare tempo per pregare insieme? Non sempre ci rendiamo conto che il vero motore del nostro quotidiano non è la nostra volontà, il nostro impegno, ma la relazione con il Signore – di cui la preghiera è un fattore essenziale. E se questo è vero per il Tempo Ordinario, quanto più lo sarà per i tempi forti come Avvento o Quaresima! Molto spesso, invece, anche i tempi forti sono vissuti da noi sposi come ordinari: presi da mille cose, non ci accorgiamo che la Chiesa vive in modo speciale quei momenti – preparandosi alla festa.

E in questa preparazione ci invita a prestare attenzione, a intensificare la preghiera, a rinnovare la nostra fede, a trovare con creatività nuovi modi e ritmi per stare con Dio. Da cosa riconosceranno la famiglia cristiana? Dalla croce al collo? Quella la indossano già tanti, anche i non credenti. Dal crocifisso in casa? Molti lo hanno per tradizione, come per tradizione fanno il presepe. Gesù lo ha detto chiaramente: “Se vi amate gli uni gli altri”. Dall’amore ci riconosceranno!

Ma non finisce qui: da dove attingiamo questo Amore sempreverde, che è in grado di arrivare fino ai nemici? Da chi imparare ad Amare fino alla morte? Da chi è morto per Amore, da Gesù. Spezzato per Amore. Quanto è importante, dunque, spezzare insieme la Parola! Una famiglia che ama è una famiglia che prega. Senza preghiera, il tralcio non ha vita in sé stesso perché si tiene lontano dalla vite. Inaridisce e secca presto. Chi spezza la Parola se ne nutre davvero.

Non siamo chiamati a diventare tutti teologi ma a sederci a mensa col Signore. Dunque, sedendoci e pregando insieme, ritroviamo la sorgente della Vita e dell’Amore, che naturalmente poi si riverserà su chi abbiamo attorno.

A fine novembre inizierà il Tempo di Avvento, l’attesa del Natale, della venuta di Gesù sulla terra. La Chiesa ci dona quattro settimane di preparazione e cammino: l’ultimo mese di gravidanza di Maria, partecipato dal popolo di Dio. Ma se pensiamo alla vita di una famiglia, magari con figli, cosa potrà mai aggiungere alle sue giornate già piene di impegni? Come poter “santificare la festa” – ossia anche prepararsi e attenderla in modo degno?

Sottrazione dopo sottrazione, noi pensiamo che l’essenziale sia spezzare la Parola in famiglia: leggerla in preghiera, meditarla, far risuonare ciò che ci suscita e ci dice: lasciar parlare lo Spirito… Da questa esigenza, dal desiderio di condividerla, ecco che è nato il Sussidio di Avvento per sposi, scritto da sposi (edito da Effatà).

L’anno scorso, con tredici coppie, abbiamo camminato lungo questi giorni di attesa con meditazioni in chiave nuziale e domande per la riflessione. Quest’anno, il Signore ci ha concesso il bis e abbiamo potuto perfezionare questo strumento – per renderlo utile e funzionale, il più possibile. Meditazioni in chiave sponsale – con voci di sposi, di chi vive la fedeltà nella separazione, di chi vive lo stato di vedovanza; domande per la riflessione personale e di coppia, volte a incoraggiare il dialogo; introduzione e conclusione a cura di Padre Stefano Panizzolo (Progetto Misterogrande) e Suor Boguslawa Kopka (Csfn), amici che ci hanno donato parole preziose e sapienti.

Il titolo scelto per questo anno è “Verso Betlemme”, a indicare che percorreremo assieme un’unica strada, quella che ci porterà verso la nascita di Cristo. Ci piacerebbe che diventasse realmente “strumento” a servizio degli sposi e per questo fosse diffuso e conosciuto: in poche parole, che possa aiutare ogni coppia a vivere il tempo di Avvento, senza trascorrerlo come un tempo ordinario, preparando il cuore alla novità: meditando su Gesù che sceglie una famiglia umana per venire nel mondo, uomo e donna, struttura da Lui stesso creata in Genesi.

“Verso Betlemme” uscirà prossimamente (tenete d’occhio la pagina @nesentilavoce o il sito di Effatà Editore per gli aggiornamenti!). Se conoscete coppie a cui potrebbe servire, fatevi strumenti a vostra volta: non per mera pubblicità (che a noi non interessa, perché non è un progetto nostro ma Suo!) ma per collaborare nella costruzione di una “rete” di carne, viva e reale, fra chi condivide la medesima vocazione.

Non esistono coppie di serie A o di serie B, in base all’età, ai servizi prestati, alle attività svolte. Il Sacramento è sempre lo stesso, per tutti! Ecco perché è importante mettersi a servizio gli uni degli altri – per scoprirsi accompagnati, visti, accarezzati dal Signore.

Giada Moneti @nesentilavoce

Il pudore comincia dallo sguardo

Ci sono parole che oggi sembrano quasi appartenere a un’altra epoca e una di queste è certamente “pudore”. Basta andare in giro, guardare una pubblicità o aprire i social per rendersi conto di quanto questa parola sia diventata scomoda, quasi imbarazzante. Mi capita spesso di discutere proprio su questo argomento, perché è diventata quasi una convinzione comune quella secondo cui ciascuno sarebbe completamente libero di andare in giro come vuole, anche nudo, se lo ritiene opportuno, mentre gli altri non dovrebbero avere nulla da dire e, soprattutto, non dovrebbero essere minimamente condizionati da ciò che vedono.

Io credo però che il problema sia molto più profondo e che, prima ancora di domandarci quanto una persona debba coprirsi, dovremmo domandarci che cosa succede dentro di noi quando incontriamo quella persona. Il pudore, infatti, non comincia dai vestiti, ma dallo sguardo. La domanda fondamentale è se siamo ancora capaci di vedere davanti a noi un uomo o una donna nella sua interezza, con una storia, una dignità, una libertà, una sofferenza, una vocazione e una bellezza che non possono essere ridotte al corpo, oppure se ci fermiamo proprio lì, al corpo, alla bellezza, alla capacità che quella persona ha di attirare il nostro desiderio.

Viviamo in una società nella quale il corpo viene continuamente mostrato, fotografato, modificato, pubblicizzato e trasformato in uno strumento attraverso cui cercare attenzione, approvazione e, sempre più spesso, anche denaro. Sui social sembra quasi che ciò che non viene mostrato non esista e che ogni momento della nostra vita debba necessariamente diventare un’immagine da condividere, commentare e sottoporre allo sguardo degli altri. Fotografiamo le vacanze, le cene, gli anniversari, i figli, i fidanzati e persino momenti che un tempo avremmo considerato semplicemente nostri. Dentro questo meccanismo anche il corpo è diventato qualcosa da esporre, quasi come se il nostro valore dipendesse dalla quantità di attenzione che siamo capaci di ottenere.

Ed è proprio qui che, secondo me, dobbiamo recuperare il significato vero del pudore. Il pudore ci ricorda che il corpo è così importante da non poter essere ridotto a un oggetto da mettere a disposizione dello sguardo di chiunque e, salvo situazioni particolari e ferite profonde, il pudore è qualcosa che appartiene in qualche modo alla nostra stessa esperienza istintiva.

Immaginiamo una scena molto semplice: una donna esce nuda dalla doccia e improvvisamente dalla porta del bagno entra un uomo che non dovrebbe trovarsi lì. Qual è la prima reazione spontanea? Cercare un asciugamano, coprirsi, proteggere il proprio corpo (naturalmente lo stesso vale per un uomo). Perché lo facciamo? Perché dentro di noi esiste la consapevolezza che alcune parti del nostro corpo sono intime, preziose, personali e non devono essere consegnate allo sguardo di chiunque, ma possono essere conosciute e contemplate solo in determinati momenti, dentro un determinato contesto e soprattutto dentro una relazione nella quale quella nudità assume un significato.

La Bibbia, su questo, è molto più profonda di quanto a volte immaginiamo: nel libro della Genesi leggiamo che Adamo ed Eva erano nudi e non provavano vergogna. Non perché il corpo fosse insignificante, ma esattamente per il motivo contrario: perché nell’originario progetto di Dio il corpo non era separato dalla persona e non era diventato uno strumento di possesso. La nudità non era ancora esposizione, perché l’uomo e la donna erano capaci di guardarsi senza trasformarsi reciprocamente in oggetti.

Poi arriva la frattura del peccato e cambia anche lo sguardo: una delle prime conseguenze che la Genesi racconta è proprio la vergogna della nudità. Non significa che il corpo sia diventato cattivo, perché il corpo continua a essere creatura di Dio e parte integrante della persona, è cambiato invece il modo con cui l’uomo guarda l’altro e si lascia guardare, è entrato il desiderio di possedere, di utilizzare, di prendere ciò che prima veniva ricevuto come dono. Per questo il problema non è semplicemente quello che mostriamo, ma il significato che attribuiamo al corpo e il modo con cui entriamo in relazione con il corpo dell’altro.

Qui credo che dobbiamo essere molto onesti, soprattutto noi uomini. Sentiamo spesso dire: “Se una donna si veste in un certo modo, è inevitabile che un uomo guardi”. Una donna può certamente scegliere con maggiore o minore pudore come presentarsi, ma io rimango responsabile di ciò che faccio con i miei occhi e con i miei pensieri. Non posso trasferire completamente sull’altra persona la responsabilità del mio sguardo. Se una donna si veste in modo provocante, questo non mi autorizza a guardarla come un oggetto, non posso pretendere che siano gli altri a risolvere la mia incapacità di guardare una persona come una sorella.

Tuttavia sarebbe altrettanto sbagliato andare all’estremo opposto e sostenere che il modo in cui ci vestiamo non comunichi assolutamente nulla. Il corpo parla e il modo in cui scegliamo di mostrarlo comunica qualcosa di noi, della nostra idea di noi stessi e anche del modo in cui desideriamo entrare in relazione con gli altri. Esiste una differenza tra essere belli ed essere continuamente messi in vetrina, tra valorizzare il proprio corpo e trasformarlo in uno strumento attraverso il quale ottenere attenzione, approvazione o desiderio.

Questo dovremmo insegnarlo molto bene ai nostri ragazzi: non basta dire loro “copriti” oppure “non guardare”, dobbiamo spiegare che il corpo fa parte della persona e proprio per questo merita rispetto, sia quando è il proprio corpo, sia quando è il corpo di qualcun altro.

Quanto della nostra intimità sentiamo il bisogno di rendere pubblico? Quanto abbiamo bisogno di essere guardati, approvati, desiderati e confermati dagli altri? Quante volte trasformiamo in contenuto qualcosa che fino a pochi anni fa avremmo considerato semplicemente nostro? Forse il problema della nostra epoca non è soltanto che mostriamo troppo il corpo, è che abbiamo progressivamente perso il senso del mistero, della riservatezza e della custodia. Abbiamo cominciato a pensare che tutto ciò che è bello debba essere mostrato e che tutto ciò che non viene condiviso con gli altri abbia quasi meno valore.

Un uomo e una donna sposati non hanno bisogno di rendere pubblico tutto ciò che appartiene alla loro intimità: ci sono gesti, parole, carezze, sofferenze, fragilità e momenti di tenerezza che appartengono soltanto a loro e che proprio per questo sono profondamente preziosi. L’intimità degli sposi non è un contenuto da pubblicare, ma un linguaggio del dono, perché è inserita dentro una relazione di amore, fedeltà e appartenenza reciproca. Quando tutto viene mostrato, alla fine rischiamo di non custodire più niente.

Abbiamo trasformato persino l’intimità in spettacolo e poi ci sorprendiamo se gli altri imparano a guardare il corpo soltanto come un oggetto. Abbiamo consegnato allo sguardo di tutti ciò che un tempo custodivamo e contemporaneamente ci lamentiamo perché quello sguardo non sa più riconoscere la persona.

Il pudore, allora, non è un semplice elenco di regole su quanto deve essere lunga una gonna o quanto deve essere scollata una maglietta, è molto più grande: il corpo è il linguaggio della persona, è parte della sua identità, è chiamato al dono e alla relazione.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Aman: quando l’orgoglio ti rende cieco

«Aman parlò loro della magnificenza delle sue ricchezze, del gran numero dei suoi figli, di tutto ciò che il re aveva fatto per renderlo grande e di come lo aveva innalzato sopra i prìncipi e i ministri del re. Aggiunse Aman: “Anche la regina Ester non ha fatto venire con il re al banchetto che aveva preparato altri che me; e anche per domani sono invitato da lei con il re. Ma tutto questo non mi basta, finché vedrò Mardocheo, il Giudeo, seduto alla porta del re”» (Est 5,11-13).

L’orgoglio ci rende ciechi quando il nostro valore dipende dal riconoscimento degli altri; l’amore maturo, invece, sa chiedere conferma senza pretenderla e gioire del bene dell’altro senza sentirsi minacciato. Clicca qui per leggere i moduli precedenti.

Aman torna a casa pieno di gioia. È stato invitato dalla regina Ester a un banchetto riservato al quale ha partecipato soltanto il re. Inoltre, ha ricevuto un secondo invito per il giorno seguente. Agli occhi di tutti sembrerebbe trovarsi al culmine della propria fortuna: possiede ricchezze, numerosi figli, prestigio e una posizione superiore a quella di tutti gli altri funzionari del regno.

Eppure, mentre esce dal palazzo, vede Mardocheo alla porta del re. Mardocheo non si alza, non si inchina e non manifesta alcun timore davanti a lui. Basta quel gesto per cancellare in Aman la gioia appena sperimentata. Tutto ciò che possiede improvvisamente non conta più. Tornato a casa, convoca gli amici e la moglie Zeres, elenca i propri successi e racconta l’onore ricevuto da Ester. Poi confessa: «Ma tutto questo non mi basta, finché vedrò Mardocheo seduto alla porta del re». Queste parole svelano la vera povertà di Aman. Ha quasi tutto, ma non riesce a godere di nulla. La presenza di un solo uomo che non gli offre il riconoscimento desiderato oscura ogni altro bene. Non vede più ciò che ha ricevuto; vede soltanto ciò che gli manca.

L’orgoglio ci rende ciechi proprio in questo modo. Non ci impedisce necessariamente di conoscere i nostri successi, ma ci rende incapaci di gustarli. Ci convince che saremo finalmente soddisfatti quando tutti riconosceranno il nostro valore, approveranno le nostre scelte e ci tratteranno come pensiamo di meritare. Finché una persona non si inchina, una critica non viene ritirata o un merito non viene riconosciuto, tutto il resto sembra perdere significato.

Il bisogno di riconoscimento, in sé, non è sbagliato. Ogni essere umano ha bisogno di sentirsi visto, accolto e apprezzato. In Analisi Transazionale si parla di “carezze” per indicare le unità di riconoscimento che riceviamo dagli altri. Una parola di apprezzamento, uno sguardo, un abbraccio, un ringraziamento o anche una risposta alla nostra presenza sono carezze che ci comunicano: «Ti vedo, esisti, sei importante».

Un bambino non può crescere senza riconoscimento. Anche da adulti continuiamo ad averne bisogno. Nel matrimonio è naturale desiderare che il coniuge si accorga della nostra fatica, riconosca un gesto di cura e ci dica che siamo preziosi. Non c’è nulla di immaturo nel bisogno di essere ringraziati, ascoltati o incoraggiati. Il problema nasce quando il riconoscimento non è più un dono che accogliamo, ma diventa la condizione senza la quale non riusciamo a percepire il nostro valore.

Aman non desidera soltanto essere riconosciuto: ha bisogno che tutti confermino continuamente la sua superiorità. Il suo equilibrio dipende dall’inchino degli altri. Per questo Mardocheo possiede su di lui un potere enorme. Senza compiere alcuna azione, con il solo rifiuto di prostrarsi, riesce a privarlo della pace. Ogni volta che affidiamo completamente il nostro valore allo sguardo altrui, consegniamo agli altri il potere di decidere come staremo.

Questo può accadere anche nella coppia. Un marito può compiere molti gesti per la famiglia, ma sentirsi inutile se la moglie non li riconosce nel modo che lui desidera. Una moglie può ricevere affetto e fedeltà, ma rimanere concentrata sull’assenza di una determinata parola o attenzione. Iniziamo così a contare ciò che facciamo e a misurare ciò che riceviamo: «Io mi impegno più di te», «Non ti accorgi mai dei miei sacrifici», «Se non ci fossi io, qui crollerebbe tutto».

Dietro queste frasi può esserci un bisogno autentico che merita di essere ascoltato. Forse quella persona si sente trascurata e ha realmente bisogno di maggiore riconoscimento. Ma il bisogno può mescolarsi alla pretesa: non desideriamo più essere visti, vogliamo che l’altro ci confermi continuamente di essere migliori, indispensabili o sempre nel giusto.

L’orgoglio non si manifesta soltanto attraverso chi si vanta apertamente. Può nascondersi anche nel vittimismo. Possiamo elencare tutto ciò che facciamo non per condividere una fatica, ma per dimostrare che nessuno ama quanto noi, nessuno soffre quanto noi e nessuno comprende quanto noi. Anche il sentirsi sempre la parte sacrificata può diventare una forma di superiorità.

Aman racconta agli amici ogni dettaglio della propria grandezza, ma non cerca relazione: cerca un pubblico. Ha bisogno di persone che confermino l’immagine che ha costruito di sé. Quando gli amici e la moglie gli consigliano di preparare un palo per Mardocheo, trova immediatamente piacevole quella proposta. Il bisogno di riconoscimento, diventato orgoglio, non cerca più di colmare una mancanza interiore: pretende di eliminare chi la rende visibile.

Naturalmente, nella coppia questo non avviene quasi mai in una forma così estrema. Possiamo però tentare simbolicamente di eliminare la voce dell’altro. Lo interrompiamo, svalutiamo ciò che dice, ricordiamo i suoi errori oppure lo puniamo con il silenzio. Non sopportiamo che possa avere un’opinione diversa perché percepiamo il suo dissenso come una diminuzione del nostro valore.

Il capitolo sesto mostra fino a che punto Aman sia accecato. Durante la notte il re, non riuscendo a dormire, si fa leggere il libro delle cronache e scopre che Mardocheo non è mai stato ricompensato per avergli salvato la vita. Quando Aman entra a corte, il re gli domanda: «Che cosa si deve fare a un uomo che il re vuole onorare?». Aman pensa immediatamente: «Chi più di me il re desidererebbe onorare?». Non prende neppure in considerazione la possibilità che possa trattarsi di un’altra persona. Suggerisce quindi tutti gli onori che sogna per sé: la veste regale, il cavallo del re e una proclamazione pubblica. Il re gli ordina di fare esattamente tutto questo per Mardocheo.

Aman è costretto a condurre per la città proprio l’uomo che voleva umiliare, proclamando davanti a tutti il suo onore. Il rovesciamento è completo. Il suo bisogno di essere innalzato lo ha reso incapace di leggere la realtà. Ha interpretato ogni cosa attraverso la convinzione di essere il centro: «Se il re vuole onorare qualcuno, quel qualcuno devo essere io». Anche noi possiamo cadere in questa cecità. Interpretiamo i gesti del coniuge come se tutto riguardasse noi. Se è silenzioso, pensiamo che sia arrabbiato con noi. Se è stanco, ci sentiamo rifiutati. Se riceve un riconoscimento, temiamo che il nostro valore venga diminuito. Invece di rallegrarci per il bene dell’altro, entriamo in competizione.

Nel matrimonio, però, l’onore ricevuto da uno non sottrae qualcosa all’altro. Se mia moglie cresce, fiorisce e viene apprezzata, non diventa una minaccia per me. Se mio marito realizza qualcosa di bello, non devo riportare immediatamente l’attenzione su ciò che ho fatto io. Siamo una sola carne: il bene dell’altro può diventare anche la mia gioia.

Per arrivare a questa libertà abbiamo bisogno di riconoscere il nostro valore come qualcosa che non deve essere continuamente conquistato. L’Analisi Transazionale esprime questa consapevolezza attraverso la posizione esistenziale: «Io sono OK, tu sei OK». Il mio valore non dipende dal fatto che io sia superiore a te e il tuo valore non diminuisce il mio. Possiamo riconoscerci reciprocamente senza competere. Per noi cristiani questa certezza trova la sua radice nell’amore di Dio. Prima di ogni successo e prima di ogni riconoscimento umano, siamo figli amati. Dio non ci ama perché siamo più capaci, utili o meritevoli degli altri. Il suo amore gratuito ci libera dalla necessità di mendicare continuamente conferme o di costruire la nostra grandezza abbassando chi ci sta accanto.

Questa libertà non elimina il bisogno di ricevere carezze. Ci rende però capaci anche di chiederle apertamente: «Avrei bisogno che tu riconoscessi ciò che sto facendo», «Mi farebbe bene sentirmi dire che apprezzi il mio impegno». Una richiesta sincera crea vicinanza; la pretesa nascosta alimenta risentimento. Allo stesso tempo, non dobbiamo usare il discorso sull’orgoglio per giustificare l’indifferenza. Dire al coniuge «Non dovresti avere bisogno di essere ringraziato» può diventare un modo comodo per non riconoscere il bene che riceviamo. L’amore sa vedere e nominare. Ringraziare non è alimentare la vanità dell’altro, ma confermargli che la sua presenza e i suoi gesti non sono invisibili.

Aman riceve molti onori, ma non conosce la gratitudine. Tutto gli è dovuto e nulla è sufficiente. L’antidoto al suo orgoglio non è disprezzare se stessi, ma imparare a riconoscere il bene senza possederlo. L’umiltà non consiste nel negare i propri talenti: significa accoglierli come doni e usarli senza trasformarli in strumenti di superiorità.

Quando impariamo a ringraziare, lo sguardo si libera. Non siamo più prigionieri dell’unico inchino che manca. Vediamo le persone che ci amano, i gesti ricevuti, la strada percorsa e la grazia che ha sostenuto la nostra coppia. Ci accorgiamo che molte delle cose che consideravamo dovute erano, in realtà, doni.

Aman possiede tutto, ma il suo orgoglio gli impedisce di sentirsi ricco. Una coppia può avere molto e vivere nell’insoddisfazione se ciascuno resta concentrato su ciò che non riceve. Può invece attraversare anche stagioni difficili conservando la gioia, se marito e moglie imparano a riconoscersi, ringraziarsi e ricordare che il valore di entrambi precede qualsiasi prestazione. L’amore maturo non domanda all’altro di inchinarsi. Gli offre uno sguardo nel quale possa riconoscersi senza dover dimostrare continuamente di meritare di esistere.

Per dialogare insieme

  1. In quali situazioni sento maggiormente il bisogno di essere riconosciuto da te?
  2. Quando non ricevo l’apprezzamento che desidero, riesco a esprimere il mio bisogno oppure divento freddo, polemico o risentito?
  3. Tendo a confrontare ciò che faccio per te con ciò che tu fai per me?
  4. Riesco a gioire sinceramente dei tuoi successi oppure qualche volta li vivo come una minaccia?
  5. Quale tuo gesto di amore o di servizio rischio di considerare ormai scontato?
  6. Quali parole o attenzioni ti fanno sentire visto, apprezzato e importante per me?

Ognuno scelga tre gesti concreti del coniuge per i quali desidera ringraziarlo. Non limitatevi a dire «grazie di tutto», ma nominate ciò che avete visto: «Ti ringrazio perché…». Poi ciascuno esprima, senza accusare, una forma di riconoscimento di cui sente maggiormente il bisogno: una parola, un abbraccio, un momento di ascolto o un gesto di gratitudine.

Per pregare

Signore Gesù, liberaci dall’orgoglio che ci impedisce di vedere il bene. Quando restiamo concentrati su ciò che ci manca, apri i nostri occhi sui doni che ogni giorno riceviamo attraverso la persona che ci hai posto accanto. Tu conosci il nostro bisogno di essere visti, apprezzati e riconosciuti. Guarisci le ferite che ci fanno dipendere continuamente dall’approvazione degli altri. Ricordaci che il nostro valore non nasce dai successi, dagli elogi o dalla capacità di essere indispensabili, ma dal Tuo amore gratuito. Insegnaci a chiedere ciò di cui abbiamo bisogno senza trasformare il desiderio in pretesa. Donaci l’umiltà di mostrare la nostra fragilità e di dire con semplicità: «Ho bisogno di sentirmi importante per te». Rendici generosi nel riconoscere il bene dell’altro. Non permettere che la quotidianità renda invisibili i suoi gesti, la sua fatica e la sua fedeltà. Metti sulle nostre labbra parole di gratitudine, incoraggiamento e tenerezza. Liberaci dalla competizione. Fa’ che i successi del nostro coniuge diventino motivo di gioia e non una minaccia. Insegnaci a vivere nella certezza che io sono prezioso e che anche l’altro è prezioso; che la sua luce non spegne la mia e che insieme possiamo riflettere il Tuo amore. Quando una mancanza rischia di cancellare tutto il bene ricevuto, donaci uno sguardo riconoscente. Quando il bisogno di avere ragione ci rende ciechi, restituiscici la verità. Quando vorremmo essere innalzati, ricordaci che Tu hai scelto di inginocchiarti per lavare i piedi ai tuoi discepoli. Fa’ che nella nostra casa nessuno debba mendicare continuamente attenzione e nessuno pretenda che l’altro si inchini. Rendici capaci di onorarci reciprocamente, custodendo la dignità e la bellezza che Tu hai posto in ciascuno di noi. Donaci un cuore umile, libero e riconoscente, perché possiamo vedere quanto siamo già amati e trasformare ogni riconoscimento ricevuto in gratitudine e ogni dono posseduto in servizio. Amen.

Antonio e Luisa

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Giuseppe e Maria: l’arte di educare con la vita (e senza panico)

In un mondo in cui spesso rischiamo di sommergere i figli di parole, Giuseppe e Maria si presentano a noi come i genitori del “silenzio”. La loro non è un’assenza di comunicazione, ma un’educazione condotta attraverso la vita vissuta: una parola fatta carne, autentica, priva di retorica. Accanto a Gesù — la Parola incarnata — Giuseppe e Maria sono la testimonianza vivente di cosa significhi accompagnare un figlio con presenza, cura e rispetto della sua autonomia. Per loro è impossibile disinteressarsi dell’educazione del Figlio, ma come vivono questa responsabilità quando le cose non vanno come previsto?

 Quando un figlio “sparisce”: il racconto di Luca (2, 41-52)

Facciamo un salto nel Vangelo di Luca. Gesù ha dodici anni. I genitori si recano a Gerusalemme per la Pasqua, ma sulla via del ritorno accade l’inaspettato: «Il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendolo nella carovana, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava […]. Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: “Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo”». (Lc 2, 43-48)

In questo episodio c’è un’incredibile lezione di pedagogia redenta.

 Non farsi sovrastare dall’ansia: il primo insegnamento

Quante volte capita anche a noi? Convinti che i nostri figli siano “nel gruppo” o al sicuro con altri, muoviamo i primi passi lasciando loro spazio. Poi, da buoni genitori, buttiamo l’occhio per controllare e, di fronte a una criticità, ci mettiamo in movimento.

Ciò che colpisce di Giuseppe e Maria è la loro reazione: non si fanno prendere dal panico, dal nervosismo o dal rancore. Non trovano il Figlio e semplicemente agiscono: “Tornarono in cerca di lui a Gerusalemme” (v. 45). Non aggiungono alla difficoltà oggettiva atteggiamenti negativi o drammatizzazioni distruttive.

L’angoscia che non perde la fede

Quando finalmente lo trovano, sono passati ben tre giorni. Luca non nasconde l’umanità della coppia: erano “angosciati” (v. 48). Trovano Gesù tranquillo, beato, seduto tra i dottori della Legge a interrogarli e ad ascoltarli. Non è un adolescente spaventato che piange la mancanza dei genitori: è un ragazzo pienamente consapevole di sé e della sua missione. Sul piano squisitamente umano, quanti di noi avrebbero mantenuto la calma? Quanti avrebbero dato in escandescenza, accusando il figlio di essere un incosciente o uno sprovveduto?

“Ma come! Noi siamo stati in pena tre giorni e tu te ne stai qui tranquillo?!” Giuseppe e Maria ci mostrano un’umanità diversa. Un’umanità intrisa di Dio, in cui il piano orizzontale (la fatica umana) resta sempre legato a quello verticale (il senso divino).

 Il “come” che cambia tutto

Maria esprime quello che ha nel cuore con immensa trasparenza, ma senza aggressività: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo» (v. 48). Maria esprime in questa situazione ciò che sperimentiamo tutti noi genitori davanti a un figlio che compie qualche “corbelleria”. Vive nella propria carne la stessa cosa che ci capita anche a noi quando vediamo il nostro figlio che fa qualcosa di insensato, avventato, pericoloso, qualcosa che riteniamo si sarebbe potuto evitare in quanto non opportuna. Quando ci succede di trovarci in una di queste situazioni anche noi soffriamo così come Maria e Giuseppe.

La nostra preoccupazione, la nostra frustrazione sono legittime, sane ma tutti questi sentimenti non devono portarci a offuscare il giusto giudizio, a smettere di vivere una relazione educativa sana. Maria e Giuseppe ci sono da modello proprio in questo, la loro non è una reazione comandata dalla frustrazione, dalla rabbia, dalla preoccupazione ma sempre e comunque amorevole: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo» (v. 48). Emerge il respiro di una madre e di un padre a cui batte ancora forte il cuore, ma che hanno saputo impedire che l’angoscia lasciasse il posto alla distruzione del figlio. Maria non colpevolizza, non sminuisce, non denigra. Dice la verità del proprio vissuto senza scaricare il dolore sotto forma di rabbia, di manipolazione o di odio. Maria e Giuseppe dicono ciò che non va, ma lo dicono amando fino in fondo.

Educare è sempre un gesto d’amore

Tutta la nostra testimonianza di genitori e di sposi cristiani si gioca in questo “come” educo, specialmente davanti alle azioni e parole inopportune dei figli. Maria e Giuseppe con questa modalità educativa cercano di creare un dialogo con il figlio caratterizzato da questi elementi:

  • la ricerca dell’incontro;
  • la capacità di dire le cose senza sminuire o svilire;
  • la forza di correggere.

Qualcuno ha detto che il contrario dell’amore non è l’odio, ma la paura. La paura è il più grande ostacolo all’amore, al dialogo e all’incontro. Guardare a Giuseppe e Maria significa imparare a superare quella paura, consegnando ai nostri figli non parole vuote, ma la testimonianza di un amore capace di accogliere, cercare e comprendere.

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Luca e Cecilia Fabbri (@eccoivostrifigli)

Chi di voi è senza peccato?

«Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei» (Gv 8,7).

Questo è il quarto modulo del percorso “In Relazione Con Te – Fede, psiche e libertà affettiva alla scuola di Cristo”. Dopo aver incontrato, nei moduli precedenti, alcuni strumenti utili per comprendere meglio noi stessi e il nostro modo di stare nelle relazioni, entriamo ora in una dinamica tanto comune quanto difficile da riconoscere: quella dei giochi psicologici. Lo facciamo lasciandoci accompagnare da una delle pagine più intense del Vangelo, l’incontro tra Gesù, gli scribi e i farisei e la donna sorpresa in adulterio. Una scena nella quale emergono accusa, vergogna, giudizio, manipolazione e paura, ma nella quale Gesù mostra anche una via diversa: non entrare nel gioco, restituire a ciascuno la propria responsabilità e creare uno spazio nel quale verità e misericordia possano finalmente incontrarsi.

Ci sono relazioni nelle quali sembra che si parli di un problema, ma in realtà sta accadendo qualcos’altro. Si discute per una frase, per un ritardo, per una dimenticanza, per qualcosa che non è stato fatto come avremmo voluto. Eppure, sotto quella discussione, si muove spesso una dinamica molto più profonda. Qualcuno accusa, qualcuno si difende, qualcuno cerca di salvare la situazione. Poi, improvvisamente, i ruoli cambiano: chi accusava diventa vittima, chi si difende attacca, chi voleva aiutare finisce esasperato. L’Analisi Transazionale definisce molte di queste dinamiche giochi psicologici.

Non si tratta naturalmente di giochi divertenti. Sono sequenze relazionali ripetitive, spesso inconsapevoli, nelle quali entriamo cercando qualcosa – attenzione, riconoscimento, conferma, sicurezza – ma alla fine otteniamo quasi sempre emozioni spiacevoli e confermiamo convinzioni profonde su noi stessi e sugli altri. Il racconto evangelico della donna sorpresa in adulterio offre una scena straordinariamente potente per comprenderli.

Gli scribi e i farisei conducono davanti a Gesù una donna sorpresa in adulterio. Apparentemente stanno ponendo una domanda religiosa: «Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Ma Giovanni ci svela immediatamente ciò che sta accadendo: «Dicevano questo per metterlo alla prova». La donna, quindi, non è soltanto una peccatrice da giudicare. È diventata uno strumento. Il vero obiettivo è Gesù.

È una dinamica molto simile a quella che incontriamo nei giochi psicologici: ciò che viene dichiarato apertamente non coincide sempre con ciò che sta realmente accadendo nella relazione. La domanda sembra essere: «Cosa dobbiamo fare con questa donna?». La domanda nascosta è: «Come possiamo mettere Gesù in una posizione dalla quale non possa uscire?». Se Gesù approva la lapidazione, entra in contraddizione con la misericordia che annuncia. Se la rifiuta, può essere accusato di contraddire la Legge. È una trappola relazionale.

Uno degli strumenti più conosciuti nell’ambito dell’Analisi Transazionale è il triangolo drammatico di Karpman. Nei giochi psicologici le persone tendono ad assumere tre ruoli: Persecutore, Vittima e Salvatore. Il Persecutore accusa, giudica, controlla: «È colpa tua». La Vittima si sente impotente: «Non posso farci niente». Il Salvatore interviene assumendosi la responsabilità dell’altro: «Ci penso io». Il problema è che questi ruoli non sono stabili. Possiamo entrare in una discussione come Vittima e terminarla come Persecutore. Possiamo iniziare aiutando qualcuno come Salvatori e, quando quella persona non segue i nostri consigli, trasformarci in Persecutori: «Dopo tutto quello che ho fatto per te!». È proprio questo passaggio continuo da un ruolo all’altro che mantiene vivo il gioco.

Nella scena evangelica sembra inizialmente molto chiaro chi occupi le varie posizioni. Gli accusatori sono Persecutori. La donna è la Vittima. E Gesù potrebbe essere facilmente trascinato nel ruolo del Salvatore. Ma Gesù fa qualcosa di sorprendente: rifiuta di entrare nel triangolo. Davanti all’accusa, Gesù inizialmente tace. Si china e scrive con il dito per terra. Quel silenzio interrompe la dinamica. I farisei cercano una reazione. Vogliono trascinarlo dentro il loro schema. Gesù invece non risponde immediatamente allo stimolo. È una lezione enorme anche per le nostre relazioni: non siamo obbligati a reagire subito a ogni provocazione. Tra ciò che l’altro dice e la nostra risposta può esistere uno spazio. Ed è proprio in quello spazio che può entrare la libertà.

Gesù poi alza lo sguardo e pronuncia una frase che cambia completamente il livello della relazione: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». Non attacca gli accusatori, non nega il peccato della donna, non giustifica ciò che è accaduto. Semplicemente porta ciascuno davanti alla propria responsabilità. È esattamente ciò che accade quando una persona esce da un gioco psicologico: non accetta più il ruolo che gli altri stanno cercando di assegnarle.

Anche nella coppia possiamo entrare facilmente in queste dinamiche. Immaginiamo una moglie che dica: «Tu non mi ascolti mai». Il marito potrebbe rispondere: «Per forza, ogni volta che torno a casa mi assali con i tuoi problemi». Lei allora: «Certo, perché per te il lavoro viene prima di tutto». Lui: «Ecco, alla fine sono sempre io quello sbagliato». La discussione magari era iniziata dal bisogno reale della donna di sentirsi ascoltata. Ma quel bisogno scompare. Ora entrambi stanno cercando di dimostrare qualcosa: «Tu sei quello che sbaglia», «Io sono quello che subisce», «Io faccio tutto per questa famiglia». È iniziato il gioco.

Alla fine nessuno si sente ascoltato e ciascuno torna nella propria posizione iniziale pensando: «Lo sapevo che con lui non si può parlare» oppure «Lo sapevo che qualsiasi cosa faccia non va mai bene». Il gioco ha prodotto il suo risultato: ha confermato il copione. Ed è proprio questo uno degli aspetti più insidiosi dei giochi psicologici: ci fanno soffrire, ma allo stesso tempo confermano ciò che già crediamo di noi stessi, degli altri e delle relazioni.

La scena dell’adultera pone però una domanda ancora più scomoda: perché abbiamo così bisogno di trovare qualcuno da accusare? Talvolta il giudizio sull’altro ci permette di non guardare noi stessi. Finché posso dire «Il problema sei tu», non devo chiedermi quale parte abbia io nella relazione. Finché posso raccontarmi come vittima assoluta, non devo interrogarmi sulle mie reazioni. Finché posso salvare continuamente l’altro, posso evitare di riconoscere i miei bisogni.

Gesù invece riporta ogni persona alla propria verità. In un certo senso dice: guarda prima ciò che accade dentro di te. Non per colpevolizzarti, ma perché solo lì comincia la libertà. Non possiamo cambiare davvero una relazione se restiamo concentrati esclusivamente su ciò che l’altro dovrebbe fare. Possiamo invece cominciare a riconoscere il ruolo che noi assumiamo, le parole che utilizziamo, le aspettative che portiamo e le ferite che vengono riattivate.

Nell’Analisi Transazionale questa possibilità può essere letta come il recupero dello Stato dell’Io Adulto. L’Adulto non nega le emozioni e non cancella la storia personale. Prova però a chiedersi: «Che cosa sta succedendo realmente adesso? Cosa sto provando? Di cosa ho bisogno? Sto rispondendo alla persona che ho davanti oppure a una vecchia ferita?». Una frase come «Tu non ci sei mai» può allora diventare: «In questi giorni mi sono sentita sola e avrei bisogno di passare un po’ di tempo con te». Una frase come «Non ti va mai bene niente» può diventare: «Quando mi correggi in quel modo mi sento giudicato e mi viene voglia di difendermi». Il problema può rimanere, ma il gioco finisce.

Quando tutti se ne sono andati, Gesù rimane solo con la donna. «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». «Nessuno, Signore». «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». Sono due frasi che devono rimanere insieme: non ti condanno e non continuare così. Questa è forse una delle immagini più belle di una relazione adulta e autenticamente cristiana. Accogliere una persona non significa approvare tutto ciò che fa. Dire la verità non significa condannarla. La misericordia non cancella la responsabilità e la responsabilità non cancella la misericordia.

È proprio questa integrazione che permette di uscire dai giochi psicologici. Nelle nostre relazioni possiamo imparare lentamente a deporre le pietre: la pietra dell’accusa, la pietra del vittimismo, la pietra del controllo, la pietra di quel «te l’avevo detto» che utilizziamo per sentirci superiori. E possiamo imparare a fare ciò che Gesù fa con quella donna: vedere la persona prima del suo errore e, proprio perché la vediamo davvero, invitarla alla responsabilità.

Forse la domanda di questo quarto modulo è allora molto semplice: quando entro in conflitto con qualcuno, sto cercando davvero una relazione oppure sto cercando un ruolo da interpretare? Perché il cambiamento comincia quando smettiamo di chiedere all’altro di recitare la parte che il nostro copione gli ha assegnato e cominciamo finalmente a incontrarlo per quello che è. È lì che il gioco può finire. Ed è lì che può cominciare una relazione nuova.

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Antonio e Luisa

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L’arte di aspettare il momento giusto

«Il re disse a Ester, mentre si beveva il vino: “Qual è la tua richiesta? Ti sarà concessa. Che desideri? Fosse anche metà del regno, sarà fatto!”. Ester rispose: “Ecco la mia richiesta e il mio desiderio: se ho trovato grazia agli occhi del re e se piace al re concedermi ciò che chiedo e soddisfare il mio desiderio, venga il re con Aman al banchetto che preparerò per loro; domani farò secondo la parola del re”» (Est 5,6-8).

La maturità nell’amore non consiste nel non provare emozioni, ma nel saperle ascoltare senza lasciarsi dominare, scegliendo il momento e il modo giusto per dire la verità. Clicca qui per leggere i moduli precedenti.

Ester ha compiuto il passo più rischioso: è entrata dal re senza essere stata chiamata. Assuero le ha teso lo scettro d’oro e le ha assicurato che avrebbe accolto la sua richiesta. Tutto sembra pronto. Questo sarebbe il momento più naturale per denunciare Aman e domandare la salvezza del proprio popolo. Eppure Ester non lo fa. Invita il re e Aman a un banchetto. Durante quel banchetto, il re le domanda nuovamente che cosa desideri e le promette ancora una volta che la sua richiesta sarà esaudita. Anche allora Ester attende. Organizza un secondo banchetto e rimanda al giorno seguente la rivelazione decisiva.

Perché non parla immediatamente? Il testo non ci permette di conoscere con certezza tutto ciò che accade nel suo cuore. Possiamo però riconoscere che Ester non si lascia governare dall’urgenza. Non scambia la forza con la precipitazione e non confonde la sincerità con il bisogno di dire tutto subito. Dopo avere trovato il coraggio di entrare, deve ora trovare la sapienza di aspettare. Esiste un tempo per parlare e un tempo per tacere. Non ogni silenzio è paura e non ogni parola immediata è coraggio.

Ester porta dentro di sé emozioni fortissime. Il suo popolo è stato condannato allo sterminio. Davanti a lei siede l’uomo responsabile di quella minaccia. Potrebbe essere travolta dalla rabbia, dal disgusto e dall’ansia. Potrebbe accusare Aman davanti al re, pretendendo una decisione immediata. Invece mantiene la propria lucidità. Non nega ciò che prova, ma non permette alle emozioni di scegliere al posto suo il momento e il modo di agire.

Questa è una capacità fondamentale anche nella vita di coppia. Le emozioni sono preziose perché ci comunicano qualcosa di noi e di ciò che stiamo vivendo. La rabbia può segnalarci che un nostro confine è stato violato. La paura può avvertirci della presenza di un pericolo. La tristezza ci racconta una perdita. La gioia ci indica ciò che ci nutre e ci fa sentire vivi. Le emozioni, però, sono messaggeri: non sempre devono diventare immediatamente azioni. Sentire rabbia non ci obbliga a gridare. Provare paura non significa dover fuggire. Essere tristi non ci condanna a chiuderci. Avere un’emozione è diverso dal lasciarle il governo delle nostre parole e dei nostri gesti.

L’Analisi Transazionale ci aiuta a comprendere che la maturità non consiste nel reprimere il nostro mondo emotivo, ma nel riconoscerlo, nominarlo e integrarlo. Quando siamo travolti da un’emozione, può prendere il comando il nostro stato dell’Io Bambino. Non si tratta necessariamente di qualcosa di negativo: il Bambino custodisce sensibilità, spontaneità, desiderio e creatività. Ma quando una ferita antica viene riattivata, possiamo reagire come se fossimo nuovamente piccoli, indifesi e senza alternative.

Una parola del coniuge può allora sembrare una condanna. Un suo silenzio può essere vissuto come un abbandono. Un disaccordo può trasformarsi nella prova che non siamo amati. La situazione presente si mescola alle esperienze del passato e la nostra reazione diventa molto più intensa di quanto il fatto, da solo, giustificherebbe. Può intervenire anche il Genitore Critico, con il suo bisogno di giudicare e sentenziare: «Sei sempre il solito», «Non cambierai mai», «Una moglie dovrebbe…», «Un vero marito non farebbe…». In quel momento non stiamo più cercando di comprendere ciò che è accaduto. Stiamo processando l’altro.

Lo stato dell’Io Adulto ci permette invece di accogliere l’emozione senza esserne sequestrati. Si domanda: «Che cosa sto provando?», «Che cosa ha suscitato questa emozione?», «Quanto appartiene a ciò che è accaduto oggi e quanto alla mia storia?», «Qual è il bisogno nascosto sotto questa reazione?», «È questo il momento giusto per parlarne?».

L’Adulto non mette a tacere il Bambino e non elimina il Genitore. Li ascolta, verifica la realtà e sceglie una risposta adeguata al presente.

Anche nella coppia possiamo imparare l’arte di aspettare. Ci sono confronti che non dovrebbero iniziare quando siamo stanchi, quando uno dei due sta uscendo per andare al lavoro, quando i figli sono presenti oppure quando la rabbia è così intensa da non permetterci più di ascoltare. Dire: «Questa cosa è importante, ma vorrei affrontarla quando saremo entrambi più tranquilli» non significa fuggire dal problema. Significa custodire il dialogo.

Naturalmente, l’attesa può diventare anche una forma di evitamento. Possiamo rimandare continuamente una conversazione per paura del conflitto, lasciando che la distanza cresca. Per questo una pausa autentica deve contenere anche un impegno: «Ne parliamo questa sera», «Domani, dopo cena, ci prendiamo mezz’ora per noi». Ester non rinuncia alla propria richiesta. La rimanda a un momento preciso e prepara il luogo nel quale poterla esprimere. Aspettare il momento giusto non significa attendere il momento perfetto, perché potrebbe non arrivare mai. Significa scegliere una condizione sufficientemente buona per dire la verità senza trasformarla in un’arma.

Molte discussioni matrimoniali diventano distruttive non tanto per l’argomento affrontato, quanto per il momento e il modo scelti. Una moglie conserva per tutta la giornata una delusione e la comunica al marito quando lui è ormai esausto. Il marito si sente aggredito e risponde male. Lei interpreta quella risposta come la conferma che a lui non interessa ciò che prova. Il contenuto iniziale viene dimenticato e inizia una nuova battaglia.

Oppure uno dei due pretende una risposta immediata: «Dimmi adesso che cosa pensi», «Dobbiamo chiarire subito». Ma l’altro potrebbe avere bisogno di tempo per comprendere ciò che sente. Concedere quel tempo non significa accettare il silenzio indefinito; significa riconoscere che le persone elaborano le emozioni in modi e tempi diversi.

Ester ci insegna anche che il modo in cui prepariamo una conversazione può favorire o ostacolare l’ascolto. Il banchetto crea uno spazio relazionale diverso dalla sala del trono. Non elimina la gravità della questione, ma prepara un contesto nel quale la richiesta potrà essere ascoltata. Nella coppia possiamo fare qualcosa di simile. Una verità delicata può essere detta dopo avere creato vicinanza, non nel mezzo di una lite. Possiamo sederci l’uno davanti all’altra, spegnere il telefono, usare un tono calmo e iniziare dicendo: «Vorrei parlarti di qualcosa che per me è importante. Non voglio accusarti, ma aiutarti a capire ciò che sto vivendo».

Anche le emozioni hanno bisogno di un nome. Dire «sto male» spesso non è sufficiente. Sono triste, impaurito, arrabbiato, deluso, geloso, solo, confuso? Più sappiamo riconoscere con precisione ciò che proviamo, meno avremo bisogno di scaricarlo sull’altro. Un’emozione nominata diventa più comprensibile e più facile da condividere. Gestire le emozioni non vuol dire diventare distaccati. Ester non è fredda. La sua attesa nasce dall’amore per il suo popolo e dalla consapevolezza della posta in gioco. Proprio perché ciò che deve dire è importante, rifiuta di sprecarlo in un gesto impulsivo. La padronanza di sé non spegne la passione: la orienta verso il bene.

Anche Gesù conosce questa libertà interiore. Nei Vangeli lo vediamo commuoversi, piangere, indignarsi e provare angoscia. Non è un uomo senza emozioni, ma un uomo che le vive pienamente senza esserne dominato. Nel Getsemani non nasconde la paura e il dolore, ma li porta davanti al Padre prima di affrontare ciò che lo attende. Per gli sposi cristiani, imparare a gestire le emozioni significa fare altrettanto: non negarle, non vergognarsene e non trasformarle in verità assolute. Possiamo portarle nella preghiera, lasciando che Dio ci aiuti a comprenderle. Possiamo domandarci non soltanto: «Che cosa sento?», ma anche: «Che cosa mi sta chiedendo l’amore in questa situazione?».

Tra l’emozione e l’azione esiste uno spazio di libertà. È lì che possiamo scegliere se ripetere il nostro copione oppure scrivere una risposta nuova. È lì che una reazione può diventare dialogo, una rabbia può diventare richiesta, una paura può diventare affidamento e una ferita può diventare occasione d’intimità. Ester sa che dovrà parlare. Non usa il banchetto per nascondersi, ma per prepararsi. La sua attesa non nasce dall’indecisione: è una forma di sapienza. Ci ricorda che non basta dire la verità; occorre anche imparare a dirla nel modo e nel momento che possano servire davvero l’amore.

Per dialogare insieme

  1. Quali emozioni mi portano più facilmente ad agire o parlare in modo impulsivo?
  2. Quando sono arrabbiato o spaventato, tendo ad attaccare, chiudermi, fuggire oppure pretendere una risposta immediata?
  3. Riesco a distinguere ciò che sta accadendo nel presente dalle ferite della mia storia?
  4. Quali sono i momenti peggiori nei quali affrontiamo abitualmente le questioni delicate?
  5. So concederti il tempo necessario per comprendere ed esprimere ciò che provi?
  6. C’è una conversazione importante che stiamo rimandando? Quale momento concreto possiamo scegliere per affrontarla?

Provate a concordare una regola per i momenti di forte tensione. Quando uno dei due si sente troppo agitato per continuare, potrà chiedere una pausa dichiarando anche quando riprenderà il dialogo. Durante la pausa, ciascuno provi a completare queste frasi: «Io provo…», «Questa emozione mi porta a pensare che…», «La mia paura è…», «Ciò di cui avrei bisogno è…». Quando tornerete a parlarvi, condividete queste risposte senza accusarvi.

Per pregare

Signore Gesù, Tu conosci ogni emozione che attraversa il nostro cuore. Tu non ci chiedi di nasconderla o di vergognarcene, ma di portarla alla luce perché possa essere compresa, purificata e orientata verso l’amore. Quando la rabbia ci spinge a ferirci, insegnaci a fermarci. Quando la paura ci suggerisce di fuggire, donaci il coraggio di restare. Quando la tristezza ci chiude, aiutaci a domandare vicinanza. Quando l’impazienza pretende una risposta immediata, rendici capaci di rispettare i tempi dell’altro. Come Ester, donaci la sapienza di riconoscere il momento giusto. Fa’ che la nostra attesa non sia una fuga e che le nostre parole non siano uno sfogo. Insegnaci a preparare il dialogo, a scegliere il tono adatto e a dire la verità senza trasformarla in un’arma. Guarisci le ferite antiche che rendono sproporzionate le nostre reazioni. Aiutaci a distinguere il coniuge che abbiamo davanti dalle persone che ci hanno ferito nel passato. Rendici adulti nella fede e nell’amore, capaci di ascoltare ciò che sentiamo senza esserne dominati. Signore, entra nelle nostre discussioni e crea tra noi uno spazio di libertà. Dove siamo abituati ad accusare, insegnaci a formulare una richiesta. Dove ci chiudiamo nel silenzio, donaci parole sincere. Dove reagiamo secondo vecchi copioni, mostraci una strada nuova. Fa’ che sappiamo attenderci senza abbandonarci, darci tempo senza allontanarci e affrontare ogni verità ricordando che l’altro non è il nostro nemico, ma la persona che ci hai affidato perché imparassimo ad amare. Donaci un cuore appassionato ma non impulsivo, sensibile ma non prigioniero delle emozioni, prudente ma non impaurito. Fa’ che ogni nostra parola sia pronunciata nel momento giusto e diventi strumento di comunione. Amen.

Antonio e Luisa

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Dimmi come fai l’amore e ti dirò come ami

Forse questa frase può sembrare provocatoria, persino eccessiva: la santità di due sposi passa anche da come fanno l’amore. Siamo abituati ad associare la santità alla preghiera, all’Eucaristia, al servizio, alla carità, alla capacità di perdonare. Tutto vero. Ma per due sposi cristiani c’è un luogo molto concreto nel quale tutto questo viene messo alla prova: il loro corpo. Perché puoi recitare il Rosario ogni giorno, andare a Messa, fare volontariato, partecipare alla vita della parrocchia. Ma poi c’è una domanda dalla quale, nel matrimonio, non puoi scappare: come tocchi tua moglie? Come desideri tuo marito? Come vivi la vostra intimità? Perché da come fai l’amore si capisce molto di come ami.

Il rapporto sessuale non comincia a letto

Uno degli errori più frequenti è pensare che l’intimità coniugale cominci quando due sposi entrano in camera da letto. Non è così. Comincia molto prima. Comincia quando la mattina ti accorgi che lei è stanca e prepari tu il caffè. Quando gli mandi un messaggio senza dover chiedere niente. Quando la guardi mentre parla invece di continuare a scorrere il telefono. Quando torni a corteggiarlo. Quando gli fai capire che, dopo vent’anni, non è diventato semplicemente il padre dei tuoi figli o il coinquilino con cui dividi mutuo, spesa e bollette.

Noi la chiamiamo corte continua. Il matrimonio non dovrebbe mettere fine al corteggiamento. Dovrebbe renderlo più profondo. Prima delle nozze corteggiavi quella persona per conquistarla. Dopo le nozze sei chiamato a corteggiarla perché hai compreso che non puoi mai possederla. L’altro resta sempre un mistero da incontrare.

Anche psicologicamente funziona così. Il desiderio difficilmente cresce dove ci si sente ignorati, svalutati o utilizzati. Ha bisogno di attenzione, sicurezza, complicità, riconoscimento. Una carezza data in cucina può preparare un incontro molto più di qualsiasi tecnica imparata altrove. E qui cominciamo a capire qualcosa di importante: fare bene l’amore significa anzitutto vivere bene la relazione.

Posso desiderarti senza usarti?

Questa, forse, è la domanda decisiva. Perché desiderare il proprio coniuge è bellissimo. Il problema non è il desiderio. Il problema nasce quando il desiderio diventa pretesa. Quando non dico più, anche attraverso il corpo, «Mi dono a te», ma «Tu devi soddisfare me». La differenza può sembrare sottile, ma cambia tutto.

Posso vivere anche un rapporto sessuale all’interno del matrimonio in maniera profondamente egoistica. Posso cercare soltanto la mia soddisfazione. Posso non accorgermi dell’altro. Posso insistere quando l’altro non sta bene. Posso pretendere. Posso usare il suo corpo come strumento per calmare una mia tensione. Essere sposati non rende automaticamente puro tutto ciò che facciamo. La castità coniugale significa proprio questo: imparare a desiderare l’altro senza trasformarlo in un oggetto del nostro desiderio. Non significa desiderare meno. Significa desiderare meglio.

Anche la pornografia cambia il modo in cui facciamo l’amore

Per questo la pornografia non è un problema soltanto perché «la Chiesa dice che è peccato». C’è qualcosa di ancora più profondo. La pornografia educa lo sguardo. E lo educa nella direzione opposta rispetto all’amore coniugale.

La pornografia ti insegna a guardare un corpo separandolo dalla persona. Ti abitua alla ricerca continua della novità. Ti mette al centro. Tutto esiste per eccitarti. Il matrimonio cristiano dice esattamente il contrario: questa persona non esiste per soddisfarmi. È qualcuno che mi è stato affidato perché io possa imparare ad amarlo.

Ecco perché rinunciare alla pornografia non è soltanto togliere qualcosa dalla propria vita. È una forma di ascesi. È dire ai propri occhi: «Voglio imparare nuovamente a guardare mia moglie». È dire al proprio desiderio: «Non voglio consumare corpi. Voglio incontrare una persona». È dire al proprio cuore: «Voglio che il mio desiderio torni ad avere il tuo volto». Anche questa è santità.

Persino la fertilità può diventare scuola d’amore

C’è poi un altro aspetto molto concreto: il modo in cui gli sposi vivono la fertilità. I metodi naturali, quando sono vissuti dentro un autentico discernimento sulla paternità e maternità responsabile, non sono semplicemente un modo «cattolico» per evitare una gravidanza. Possono diventare una vera scuola relazionale.

Richiedono conoscenza del corpo, dialogo, responsabilità condivisa, capacità di attendere. E l’attesa non è necessariamente nemica del desiderio. A volte lo educa. Ci obbliga a ricordare che esistono mille modi per dirsi: ti amo. Ci ricorda che il corpo dell’altro non è sempre disponibile secondo i nostri programmi. E soprattutto ci permette di custodire qualcosa di decisivo: il gesto sessuale continua a raccontare con il corpo ciò che il matrimonio ha promesso con le parole. Mi dono a te interamente.

Naturalmente anche i metodi naturali possono essere vissuti egoisticamente. Nessuna tecnica rende santo il cuore automaticamente. Ciò che conta è la logica che accompagna le nostre scelte: dialogo, responsabilità, rispetto reciproco e apertura alla vita.

Il letto matrimoniale può diventare un luogo spirituale

Forse qui qualcuno storcerà il naso. Eppure dovremmo avere il coraggio di dirlo: la camera da letto degli sposi può essere un luogo profondamente spirituale. Non perché durante l’intimità dobbiamo pensare continuamente a Dio o trasformare tutto in una pratica devozionale. Ma perché la spiritualità cristiana non consiste nel fuggire dal corpo.

Dio stesso ha scelto di prendere un corpo. E nel matrimonio quel corpo diventa linguaggio. Quando due sposi si donano realmente l’uno all’altra, il loro corpo dice qualcosa che le parole da sole non riuscirebbero a esprimere: sono tuo. Non: «sei mio». Sono tuo. È una differenza enorme. Quella stessa logica attraversa tutto il Vangelo. Cristo non prende. Si dona. Non usa. Serve. Non trattiene. Si consegna. Ed è per questo che gli sposi possono imparare qualcosa di Cristo persino attraverso la loro intimità.

La santità può avere il profumo della pelle di tuo marito

Forse abbiamo spiritualizzato troppo la santità. Come se per diventare santi dovessimo diventare un po’ meno uomini e donne. Invece no.

Per te che sei sposato, la santità può avere il profumo dei capelli di tua moglie. Può avere il sapore di un bacio dato dopo una giornata difficile. Può essere una carezza quando non arriverà nessun rapporto sessuale. Può significare aspettare. Può significare ricominciare a corteggiarsi. Può significare spegnere lo smartphone e guardarsi. Può significare chiedere perdono. Può significare imparare il corpo dell’altro senza pretendere di conoscerlo già. Può significare rinunciare a immagini pornografiche perché vuoi conservare i tuoi occhi per una persona reale. Può significare vivere la fertilità insieme invece di scaricarne il peso su uno solo dei due. Può significare cercare il piacere dell’altro e non soltanto il proprio. Può significare perfino fermarsi e chiedere: «Come stai vivendo tu la nostra intimità?»

Domanda pericolosissima. Perché potremmo scoprire che ciò che per noi funziona, per l’altro non funziona affatto. Ma proprio lì comincia l’amore adulto.

Dimmi come fai l’amore…

Alla fine torniamo alla provocazione iniziale. Dimmi come fai l’amore e ti dirò come ami. Non perché la qualità di un matrimonio si possa misurare dal numero dei rapporti sessuali o dall’intensità del piacere. Sarebbe un’altra forma di riduzione. Ma perché nella sessualità emergono molte delle dinamiche più profonde della nostra relazione.

So attendere? So ascoltare? So accogliere un no? So chiedere? So prendermi cura? So lasciarmi conoscere? So mostrarmi vulnerabile? So cercare il bene dell’altro? So donarmi senza possedere? Sono le stesse domande del Vangelo.

Ecco perché anche fare l’amore può diventare una strada di santità. Non perché il sesso diventi improvvisamente una preghiera in senso stretto, ma perché anche lì gli sposi possono imparare quella logica che Gesù ha mostrato per tutta la sua vita: «Questo è il mio corpo, dato per te».

Forse è proprio questo uno dei segreti più belli del matrimonio cristiano. Dio non aspetta gli sposi soltanto davanti al tabernacolo. Li aspetta anche nella loro casa. Nelle loro carezze. Nel loro desiderio. Nelle loro attese. Nelle loro fragilità. E perfino nel modo in cui fanno l’amore.

Perché per due sposi la santità non consiste nel diventare meno innamorati, meno appassionati, meno corporei. Consiste nell’imparare, giorno dopo giorno, ad amare con tutto se stessi. Anima e corpo. Fino a quando anche il loro modo di desiderarsi possa raccontare al mondo qualcosa dell’amore di Dio.

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Beata la caduta che ti ha fatto guardare al Cielo

Beata la caduta che ti ha fatto guardare al Cielo e la crisi che ti ha fatto cercare Dio! (Padre Pio)

Ci siamo ritrovati improvvisamente dopo alcuni anni di matrimonio e due figli ad affrontare una profonda crisi che ci ha visti vicini ad una separazione, proprio allora siamo stati aiutati dal parroco che ci aveva uniti in matrimonio che ci ha suggerito il percorso di Retrouvaille. Questo è stato il primo momento nel quale abbiamo avvertito la presenza di qualcuno, nella figura del nostro parroco, che lavorava con noi per la ricostruzione della nostra relazione.

Durante il weekend con cui inizia il programma di Retrouvaille la presenza di Dio tra noi è stata continua, abbiamo vissuto momenti di grande coinvolgimento ed emozione, abbiamo iniziato a guardarci con occhi diversi perché al centro della nostra relazione si faceva spazio la presenza di Cristo. Le coppie che conducevano il weekend i sacerdoti presenti ci hanno coinvolti con discrezione e tanto amore Ci siamo sentiti accolti segno che il Buon Dio ci aveva condotti fino a lì per farci ritrovare.

Al nostro arrivo al weekend, ci sentivamo demoralizzati, scoraggiati e pensavamo di non avere più speranze per il nostro matrimonio, e invece, ascoltando il vissuto di coppie che come noi avevano affrontato la disperazione, ci siamo ritrovati nei loro racconti e abbiamo rivisto la nostra storia con occhi diversi, abbiamo iniziato a dialogare, ad avere fiducia, a darci da fare per la nostra relazione: in tutto questo Dio è diventato centrale.

A volte avvertiamo ancora la fatica della gestione del quotidiano, siamo una famiglia numerosa abbiamo tre figli e lavoriamo entrambi e ricadiamo nelle vecchie abitudini nelle incomprensioni e nella mancanza di dialogo e perdiamo di vista la nostra relazione.

Per superare queste difficoltà cerchiamo di non perdere gli appuntamenti del Core (incontri previsti dal programma Retrouvaille) una volta al mese per continuare il percorso iniziato nel weekend.

Quando ricadiamo nelle vecchie abitudini cerchiamo di spostare la nostra attenzione mettendo al centro Cristo, che ci aiuta mantenere l’impegno a partecipare alla messa domenicale ascoltare la Sua Parola e farne tesoro per la settimana.

Non avremmo mai pensato che la crisi ci avrebbe resi fecondi in Cristo, la vita oggi, dopo aver affrontato il periodo più basso, procede tra mille difficoltà e tante prove, ma le affrontiamo, le viviamo, le superiamo grazie al percorso di Retrouvaille che ci ha fatto ritrovare e alla nostra fede. Mettere al centro Cristo per noi significa imparare a mettere da parte l’io per far fiorire il noi, capire il punto di vista dell’altro, cercare di capirlo venendogli incontro essere in grado di perdonare proprio come Cristo ha fatto con noi.

Un altro strumento che ci ha unito molto durante i periodi di crisi è stata la preghiera insieme, Quando preghiamo insieme proviamo un senso di benessere che ci aiuta a superare le difficoltà quando le parole ed i buoni propositi non bastano. Cerchiamo di non farci mancare gli appuntamenti di preghiera comunitaria previsti ed organizzati dalla nostra comunità di Retrouvaille, rappresentano il sale per la nostra relazione, ci rinforzano e ci continuano a dare la carica per andare avanti con fiducia.

Possiamo dirlo forte benedetta crisi!

Fabio e Teresa (Retrouvaille Italia)

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Superman e la forza dell’amore: la storia di Dana e Christopher

Christopher Reeve era Superman, non soltanto perché aveva interpretato Superman al cinema, ma perché incarnava esattamente quell’immagine: bello, forte, atletico, capace di fare cose straordinarie. Poi, il 27 maggio 1995, durante una gara a cavallo, cade: una frazione di secondo e Superman rimane paralizzato; ha 42 anni, accanto a lui c’è Dana, sua moglie, hanno un figlio piccolo.

I medici gli comunicano la diagnosi in modo chiaro, senza addolcimenti: non camminerai mai più, non muoverai mai più le braccia, non respirerai mai più da solo e avrai bisogno di assistenza 24 ore su 24 per il resto della tua vita. Christopher, in ospedale, non vuole più vivere, la sua condizione è talmente devastante che pensa che sarebbe meglio morire e vuole far staccare le machine. Dana entra nella sua stanza, lo guarda negli occhi e gli dice: “Sei ancora tu. E io ti amo“. ‎Poi si spiega con assoluta chiarezza: “Affrontiamo tutto insieme, faremo in modo che funzioni”.

‎Christopher scoppia a piangere, è il primo momento in cui vuole vivere. Questa frase “Sei ancora tu”, secondo me, contiene dentro tutto il matrimonio. Quando ci sposiamo, diciamo: “Ti amo”, ma spesso, senza rendercene conto, intendiamo: “Ti amo finché sei la persona che ho conosciuto, finché sei bella, desiderabile, sana, finché mi fai stare bene, sei affettuosa, sessualmente disponibile, finché condividi i miei interessi e mi dai quello di cui ho bisogno”. Quando queste condizioni saltano, cominciamo a parlare d’incompatibilità, di benessere personale, di diritto alla felicità, di “rifarsi una vita”, di non poter sacrificare la propria esistenza (addirittura di condanna da parte di Dio).

Non sto dicendo che chi vive una situazione matrimoniale drammatica debba semplicemente stringere i denti e sorridere, ma mi chiedo se abbiamo davvero capito cosa significa sposarsi. Dana ha 33 anni, è lì ogni singolo giorno, lo aiuta a mangiare, a respirare quando i macchinari si guastano; lo gira ogni due ore durante la notte per evitargli le piaghe da decubito. ‎È una cantante e attrice con una sua carriera e i suoi sogni, ma mette tutto in pausa e diventa l’assistente a tempo pieno di Christopher, senza esitazione e senza lamentarsi, perché Dana, davanti a un marito completamente trasformato dalla malattia, guarda Christopher e lo riconosce, è ancora lui.

L’amore sponsale non è innanzitutto amare ciò che l’altro riesce a fare per me, è riconoscere l’altro, anche quando non può più darmi nulla, anzi, forse è proprio lì che si vede se lo amo davvero. Il contratto dice: “Io resto finché tu rispetti le condizioni”, la vocazione dice: “Io ti ho scelto e continuo a riconoscerti come il mio sposo, soprattutto quando è difficile”. Sono due mondi completamente diversi. Ed è per questo che mi dà fastidio quando sento parlare dell’indissolubilità del matrimonio come se fosse una specie di galera inventata dalla Chiesa per rendere infelici le persone.

L’’indissolubilità dice “tu non sei sostituibile”, non sei un prodotto che posso cambiare quando non funziona più, non sei un cellulare da aggiornare, non sei una relazione da sostituire quando ne trovo una più gratificante, sei mio marito, sei mia moglie. Davanti a Dio, ho pronunciato una parola che riguardava te, tutto te, anche quello che non conoscevo ancora, anche la tua vecchiaia, la tua malattia, le tue fragilità e le tue ferite, anche quelle parti di te che un giorno potrebbero diventare difficili da amare. Questo è lo scandalo del cristianesimo, perché Cristo non ci ha amati quando eravamo belli, perfetti e sistemati, ci ha amati sulla croce.

Il matrimonio cristiano non può essere semplicemente una bella storia romantica, è una piccola croce, non perché Dio voglia farci soffrire, ma perché l’amore vero prima o poi chiede di morire a qualcosa di noi stessi. Muore l’idea che l’altro debba essere come voglio io, che la mia felicità venga prima di tutto, che amare significhi ricevere continuamente, che se l’altro cambia allora automaticamente il mio amore debba cambiare.

Dana ha sposato Christopher e quando Christopher si è ammalato, lei non ha smesso di vedere Christopher, questo è il centro. Quante persone, dentro un matrimonio, hanno bisogno di sentirsi dire proprio questo? “Sei ancora tu”, anche se hai sbagliato, anche se sei invecchiato. Ti amo perché sei tu.

La storia di Christopher e Dana, però, non finisce nella stanza dell’ospedale, Christopher sceglie di vivere: torna a casa, inizia una vita completamente diversa. Diventa un instancabile sostenitore della ricerca sulle lesioni spinali e dei diritti delle persone con disabilità. Insieme a Dana costruisce anche una grande opera di sensibilizzazione e sostegno alle famiglie colpite dalla paralisi, La Fondazione Reeve che continua ancora oggi questa missione.

Questo mi fa pensare che a volte noi pensiamo che la fedeltà significhi semplicemente “non andarsene”, ma la fedeltà cristiana è molto di più, è aiutare l’altro a diventare ciò che può ancora diventare. Dana non ha semplicemente assistito Christopher, l’ha aiutato a vivere e Christopher non si è semplicemente lasciato assistere, ha trasformato la propria tragedia in una missione per altri. Questo è matrimonio: due persone che, anche nella sofferenza, continuano a dare la vita.

Nel 1996, Christopher fa la sua prima apparizione pubblica dopo l’incidente ai Premi Oscar, arriva sul palco in sedia a rotelle e parla dei diritti delle persone con disabilità. ‎Nel backstage, Dana lo aiuta con il tubo della respirazione, si avvicina e sussurra: “Sono così orgogliosa di te”. ‎Christopher dirà poi ai giornalisti: “Dana mi ha salvato la vita, non una volta, ogni singolo giorno”. Quante volte siamo orgogliosi del nostro coniuge? E invece ci lamentiamo per le piccole mancanze e perché non è come lo vorremmo?

‎Il 10 ottobre 2004 Christopher Reeve muore per arresto cardiaco, ha 52 anni: sono passati dall’incidente nove anni che Dana avrebbe potuto dedicare a costruirsi un’altra vita con qualcun altro, a vivere qualcosa di più facile e meno doloroso. ‎Invece ha passato ciascuno di quegli anni a prendersi cura dell’uomo che amava. Le chiedono se abbia mai preso in considerazione l’idea di lasciarlo. ‎Sembra davvero sorpresa dalla domanda: “Lasciarlo? Perché mai avrei dovuto lasciarlo? Era sempre Chris, l’uomo che avevo sposato”. Dana Reeve muore all’età di 44 anni per un cancro ai polmoni, meno di due anni dopo Christopher: mi piace pensare che un Amore così grande e immortale non poteva tenerli separati per troppo tempo.

‎A distanza di anni, guardiamo l’eredità di quella che a suo tempo è stata considerata una tragedia, quasi una beffa di Dio, visto che l’uomo d’acciaio si è ritrovato paralizzato su un letto: ‎La Christopher and Dana Reeve Foundation ha raccolto oltre 200 milioni di dollari per la ricerca sulle lesioni del midollo spinale, finanziando veri e propri progressi nel trattamento della paralisi e migliorando la qualità della vita di migliaia di persone che vivono con lesioni simili.

‎Nel 2020, i ricercatori hanno raggiunto qualcosa che Christopher aveva sognato per anni: usare la stimolazione elettrica per aiutare un uomo paralizzato a rimettersi a camminare. ‎Christopher e Dana non hanno vissuto abbastanza per vederlo, ma il loro lavoro lo ha reso possibile. Oggi il figlio, ‎Will Reeve, ha 34 anni e ogni anno, in occasione dei loro anniversari, pubblica foto di loro insieme, sorridenti e scrive sotto la stessa, silenziosa verità: ‎”Amore non significa arrendersi quando le cose si fanno difficili, Amore è ciò che avevano i miei genitori”.

Allora mi chiedo: quell’incidente è stata una condanna per una coppia o una benedizione ancora oggi per migliaia di persone?

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Entrare dal re senza essere chiamata

«Il terzo giorno, Ester indossò le vesti regali e si pose nel cortile interno della reggia, di fronte all’appartamento del re. Il re era seduto sul trono reale nella reggia, di fronte all’ingresso. Appena il re vide la regina Ester nel cortile, ella trovò grazia ai suoi occhi» (Est 5,1-2).

La vulnerabilità è il coraggio di lasciarsi vedere davvero dall’altro, senza poter controllare come saremo accolti. Clicca qui per leggere i moduli precedenti.

Dopo tre giorni di digiuno, Ester si alza e agisce. Ha pregato, ha chiesto il sostegno del suo popolo, ha attraversato la paura e ha scelto di assumersi la propria responsabilità. Ora arriva il momento più difficile: entrare nel cortile interno del palazzo senza essere stata chiamata dal re. Sa che sta violando una legge e che, se il re non le tenderà lo scettro d’oro, potrà essere condannata a morte. Ester non sa come sarà accolta. Non possiede garanzie e non può controllare la risposta del re. Può soltanto presentarsi davanti a lui, esporsi al suo sguardo e attendere.

Questo è il rischio dell’amore: mostrarsi all’altro senza avere la certezza di essere accolti.

Nel modulo precedente abbiamo contemplato Ester che si ferma prima di agire. Il digiuno le ha permesso di uscire dalla reattività e di discernere. Ora, però, la preparazione deve diventare azione. Arriva sempre un momento nel quale non possiamo più restare nascosti dietro le nostre riflessioni, le nostre paure o persino le nostre preghiere. Dobbiamo fare un passo, pronunciare una parola, entrare nella stanza dell’altro. La vulnerabilità comincia proprio qui.

Essere vulnerabili non significa essere deboli. Ester entra nella sala del trono vestita da regina, consapevole della propria dignità e della propria missione. Non si presenta in modo sconsiderato né rinuncia a se stessa. Tuttavia, accetta di esporsi a una risposta che non dipende da lei. La sua forza consiste nel non nascondere la propria fragilità.

Anche nel matrimonio ci sono stanze nelle quali temiamo di entrare senza essere stati chiamati. Sono gli spazi più intimi del cuore dell’altro: le sue ferite, le sue paure, i suoi silenzi. A volte restiamo sulla soglia perché non sappiamo come saremo accolti. Vorremmo dire: «Ho bisogno di te», ma temiamo di apparire dipendenti. Vorremmo confessare: «Quella tua parola mi ha ferito», ma abbiamo paura che l’altro minimizzi. Vorremmo chiedere perdono, ma temiamo che il nostro errore venga usato contro di noi. Così impariamo a proteggerci.

Possiamo nasconderci dietro l’ironia, facendo una battuta proprio quando il discorso diventa profondo. Possiamo rifugiarci nell’efficienza, occupandoci di tutto tranne che della relazione. Possiamo parlare continuamente di figli, lavoro, spese e impegni, evitando accuratamente di raccontare ciò che sta accadendo dentro di noi. Oppure possiamo mostrarci forti, autosufficienti e sempre capaci di cavarcela da soli. Il matrimonio, però, non può vivere soltanto di organizzazione. Due persone possono condividere la stessa casa, lo stesso letto e moltissime responsabilità senza riuscire più a condividere il cuore.

L’Analisi Transazionale ci insegna che alcune paure relazionali possono avere radici molto antiche. Da bambini potremmo aver ricevuto, in modo esplicito o implicito, messaggi come: «Non fidarti», «Non sentire», «Non essere intimo», «Non mostrare le tue debolezze». Forse, quando manifestavamo un’emozione, ci veniva detto di smetterla. Forse le nostre confidenze venivano ridicolizzate. Forse abbiamo imparato che chiedere aiuto significava pesare sugli altri o che mostrare una ferita permetteva alle persone di colpirci proprio lì.

Questi messaggi possono diventare vere e proprie ingiunzioni interiori. Anche da adulti continuiamo a obbedire loro senza rendercene conto. Desideriamo l’intimità, ma quando qualcuno si avvicina davvero ci irrigidiamo. Vogliamo essere compresi, ma non diciamo chiaramente che cosa proviamo. Aspettiamo che il coniuge intuisca il nostro bisogno e, quando non lo fa, concludiamo di non essere amati. Nasce così un paradosso doloroso: chiediamo all’altro di entrare nel nostro mondo, ma lasciamo la porta chiusa.

Ester avrebbe molte ragioni per restare nascosta. Non è certa dell’amore del re e da trenta giorni non viene convocata. Potrebbe interpretare quella distanza come la prova di non essere più importante per lui. Tuttavia, decide di non lasciare che la paura dell’esito determini la sua scelta. Entra nel cortile e permette al re di vederla. La vulnerabilità è proprio questo: lasciarsi vedere.

Nella coppia significa rinunciare, almeno per un momento, alle armature che ci fanno sentire protetti. Invece di dire: «Tu non pensi mai a me», possiamo dire: «In questi giorni mi sono sentito poco importante per te». Invece di accusare: «Non mi ascolti mai», possiamo confessare: «Ho bisogno di sentire che ciò che vivo ti interessa». Invece di chiuderci nella freddezza, possiamo ammettere: «Sono arrabbiato, ma dietro la rabbia c’è la paura di perderti». Le accuse sollecitano facilmente la difesa. La vulnerabilità, invece, offre all’altro la possibilità di avvicinarsi.

Non garantisce che lo farà. Ed è questo il rischio. Possiamo esprimerci con sincerità e non ricevere subito la risposta desiderata. Il coniuge potrebbe non comprendere, potrebbe sentirsi impreparato o reagire a partire dalle proprie ferite. Essere vulnerabili non significa possedere una tecnica capace di ottenere automaticamente una risposta positiva. Significa scegliere la verità anche quando non possiamo controllarne l’esito.

Ester trova grazia agli occhi del re, che le tende lo scettro d’oro e le domanda: «Che hai, regina Ester? Qual è la tua richiesta? Fosse pure metà del mio regno, l’avrai». La sua esposizione viene accolta. Eppure Ester non rivela immediatamente tutto. Invita il re e Aman a un banchetto e prepara con sapienza il momento nel quale presenterà la propria richiesta. Questo particolare è importante. Vulnerabilità non significa raccontare tutto, a tutti e in qualsiasi momento. Non significa esporsi senza discernimento, tollerare abusi o restare senza protezione in una relazione violenta. Ester è coraggiosa, ma anche prudente. Apre una porta senza rinunciare alla propria lucidità. La vulnerabilità autentica rispetta sia la verità sia i tempi necessari per consegnarla.

Anche tra marito e moglie la fiducia non può essere pretesa: deve essere costruita e custodita. Se il coniuge ci consegna una fragilità, riceviamo qualcosa di prezioso. Non possiamo usarla nella discussione successiva, ridicolizzarla o raccontarla ad altri senza permesso. Ogni confidenza accolta con rispetto diventa uno scettro d’oro teso verso l’altro: «Puoi avvicinarti. Qui non devi difenderti».

A volte chiediamo all’altro di aprirsi, ma quando finalmente lo fa ci affrettiamo a correggerlo, giudicarlo o offrirgli una soluzione. Eppure chi si mostra vulnerabile non cerca sempre una risposta. Spesso desidera soltanto sentirsi accolto. Potremmo imparare a dire: «Grazie per avermelo raccontato», «Immagino quanto sia stato difficile dirmelo», «Sono qui con te».

La vulnerabilità richiede il coinvolgimento dello stato dell’Io Adulto, capace di distinguere il presente dal passato. Il Bambino ferito può temere di essere nuovamente respinto; il Genitore Critico può ordinare di non mostrare debolezza. L’Adulto ascolta entrambe queste voci, ma verifica la realtà e compie una scelta nuova: «Questa persona non è chi mi ha ferito allora. Posso provare a fidarmi, procedendo con prudenza». Quando marito e moglie imparano a fare questo, l’intimità cresce. Non perché scompaiano tutte le paure, ma perché nessuno dei due deve più nascondere le proprie fragilità per sentirsi degno d’amore. La casa diventa il luogo nel quale possiamo deporre le vesti della prestazione e presentarci così come siamo.

Anche davanti a Dio possiamo comportarci come se dovessimo essere chiamati soltanto quando siamo in ordine. Ci avviciniamo a Lui mostrando la parte migliore e nascondendo la rabbia, il dubbio, la vergogna o la fatica. Ma Cristo ha già teso verso di noi il suo scettro di misericordia. Possiamo entrare con le nostre ferite, certi di non trovare un sovrano capriccioso, ma un Padre che ci attende.

Il rischio dell’amore resta. Amare significa consegnare all’altro qualcosa che potrebbe ferirci: una speranza, un desiderio, una parte delicata della nostra storia. Ma senza questo rischio non può esistere una vera comunione. Possiamo evitare molte ferite costruendo muri, ma dietro quei muri finiremo per non essere più raggiunti neppure dall’amore.

Ester entra senza essere stata chiamata e scopre di essere attesa da una grazia che ancora non poteva vedere. Anche noi, qualche volta, dobbiamo attraversare la soglia. Forse dall’altra parte non troveremo subito la risposta perfetta, ma avremo interrotto la solitudine. Avremo dato all’altro la possibilità di incontrarci davvero. L’amore comincia quando smettiamo di limitarci a desiderare di essere compresi e troviamo il coraggio di lasciarci conoscere.

Per dialogare insieme

  1. Quali emozioni o fragilità faccio più fatica a mostrarti?
  2. Che cosa temo possa accadere se mi mostro debole davanti a te?
  3. Nella mia storia ho imparato che era meglio non fidarsi, non sentire o non chiedere aiuto?
  4. Quando mi confidi una tua fragilità, riesco ad ascoltarti senza giudicarti, correggerti o offrirti subito una soluzione?
  5. Ho mai usato contro di te, durante una discussione, qualcosa che mi avevi confidato in un momento di intimità?
  6. Quale “stanza” del mio cuore vorrei trovare il coraggio di aprirti?

Scegliete un momento tranquillo nel quale non rischiate di essere interrotti. Ognuno completi questa frase: «C’è una cosa che faccio fatica a dirti perché temo che…». L’altro ascolti senza interrompere e risponda soltanto: «Grazie per esserti fidato di me. Ciò che mi hai affidato è importante». Non cercate subito una soluzione. Lasciate che il primo frutto di questo dialogo sia semplicemente l’esperienza di esservi accolti.

Per pregare

Signore Gesù, Tu ci conosci fino in fondo e non ti allontani davanti alle nostre fragilità. Liberaci dalla paura di non essere degni d’amore e dalle armature dietro le quali abbiamo imparato a proteggerci. Donaci il coraggio di entrare nel cuore dell’altro con rispetto e di permettere all’altro di entrare nel nostro. Insegnaci a esprimere i nostri bisogni senza trasformarli in accuse, a raccontare le nostre ferite senza usarle come armi e a mostrare le nostre emozioni senza vergognarcene. Quando il nostro coniuge ci consegna una parte fragile di sé, rendici capaci di accoglierla con delicatezza. Custodisci le confidenze che ci siamo affidati e impediscici di usarle per ferirci. Donaci parole che siano come lo scettro d’oro teso dal re verso Ester: parole capaci di dire «Puoi avvicinarti, qui sei accolto». Guarisci in noi le antiche paure che ci ordinano di non fidarci, non sentire e non diventare intimi. Aiutaci a riconoscere che la persona che abbiamo accanto non è il nostro passato e che, con la Tua grazia, possiamo scrivere una storia nuova. Come Ester, insegnaci a unire coraggio e prudenza, sincerità e sapienza. Fa’ che sappiamo scegliere il momento e il modo giusto per dire la verità, senza nasconderci e senza ferire. Ricordaci che davanti a Te non dobbiamo indossare alcuna maschera. Tu conosci già ciò che proviamo e continui a tenderci il Tuo scettro di misericordia. Rendici una coppia nella quale nessuno debba essere perfetto per essere amato e nella quale ogni fragilità possa diventare occasione di comunione. Donaci il coraggio di attraversare la soglia, di lasciarci vedere e di accoglierci nuovamente, così come siamo. Amen.

Antonio e Luisa

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Gesù nel Getsemani: quando le emozioni non sono nemiche

Il terzo modulo del percorso “In Relazione Con Te – Fede, psiche e libertà affettiva alla scuola di Cristo” ci conduce in uno dei momenti più intensi e umanamente sconvolgenti della vita di Gesù: il Getsemani. Dopo aver lavorato, nel primo modulo, sugli Stati dell’Io e, nel secondo, sull’ascolto attivo e sulla comunicazione efficace, arriviamo ora a un livello ancora più profondo delle nostre relazioni: il mondo delle emozioni e delle paure. Perché possiamo imparare a comunicare meglio e conoscere maggiormente noi stessi, ma se non sappiamo riconoscere ciò che proviamo rischiamo continuamente di essere governati proprio dalle emozioni che cerchiamo di ignorare. Nel Getsemani Gesù non ci mostra un uomo incapace di provare paura, ma una persona che attraversa fino in fondo l’angoscia senza lasciare che essa decida al suo posto.

Un Gesù che ha paura

Siamo abituati a pensare alla fede come alla capacità di essere forti. Quasi come se avere paura significasse credere poco, essere tristi fosse indice di scarsa fiducia in Dio e provare rabbia, ansia o smarrimento fosse qualcosa da correggere il prima possibile. Poi apriamo il Vangelo e troviamo Gesù nel Getsemani. Gesù sa che la sua ora è vicina. Porta con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e non nasconde ciò che sta vivendo. Dice ai discepoli: «La mia anima è triste fino alla morte». Non minimizza. Non spiritualizza. Non dice che va tutto bene perché tanto il Padre provvederà. Gesù sente l’angoscia, la tristezza e la paura di ciò che sta per accadere.

Questo dovrebbe dirci qualcosa di molto importante: provare un’emozione difficile non significa essere deboli e non significa avere poca fede. Le emozioni fanno parte della nostra umanità. Non sono un errore del sistema da eliminare. Sono messaggi che raccontano qualcosa di ciò che stiamo vivendo.

La paura può dirci che percepiamo un pericolo. La tristezza può raccontarci una perdita. La rabbia può segnalare che un confine è stato violato o che qualcosa per noi importante è stato ferito. La gioia ci parla di ciò che sentiamo come buono e desiderabile. Il problema non è provare queste emozioni. Il problema nasce quando non sappiamo riconoscerle oppure quando permettiamo loro di guidare automaticamente le nostre decisioni.

Quando non sappiamo dare un nome a ciò che sentiamo

Nelle relazioni accade molto più spesso di quanto immaginiamo. Pensiamo di essere arrabbiati con nostro marito o nostra moglie, ma magari dietro quella rabbia c’è paura: paura di non essere più importanti, di essere abbandonati, di non essere compresi. Oppure ci convinciamo di essere semplicemente stanchi, mentre sotto quella stanchezza esiste una tristezza che non ci siamo mai concessi di ascoltare.

Quando non riconosciamo l’emozione che stiamo vivendo, essa tende a trovare altre strade per esprimersi. Può diventare irritazione, chiusura, aggressività, silenzi prolungati, controllo, bisogno di approvazione o fuga dalle situazioni difficili. Una persona potrebbe dire: “Non sono preoccupato”, e trascorrere la giornata cercando di controllare ogni dettaglio. Potrebbe dire: “Non sono arrabbiato”, mentre risponde in modo pungente a chiunque gli stia vicino. Potrebbe dire: “Non mi interessa”, mentre in realtà sta cercando di proteggersi dalla possibilità di essere ferito. Imparare a riconoscere le emozioni significa allora iniziare a domandarsi: che cosa sto sentendo davvero?

Gesù non scappa dalla sua emozione

Nel Getsemani Gesù compie qualcosa di estremamente importante. Non nega la paura, ma non coincide con la paura. La esprime al Padre: «Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice». Gesù porta dentro la preghiera il proprio desiderio. Non recita la parte di chi non prova nulla. Non finge di desiderare la sofferenza. Dice ciò che sente. Poi aggiunge: «Però non come voglio io, ma come vuoi tu». Qui troviamo una distinzione fondamentale anche per la nostra maturità emotiva: un’emozione può essere vera senza dover necessariamente diventare un comportamento.

Posso essere arrabbiato senza aggredire. Posso avere paura senza fuggire. Posso essere geloso senza controllare l’altro. Posso sentirmi ferito senza ferire a mia volta. Posso provare un’emozione molto intensa e, contemporaneamente, scegliere ciò che considero buono. La libertà non consiste nel non sentire. Consiste nel riuscire a sentire senza essere completamente trascinati da ciò che sentiamo.

Nelle relazioni le emozioni parlano prima delle parole

Pensiamo a una situazione molto semplice. Un marito torna a casa e trova la moglie fredda e distante. Le chiede cosa sia successo e lei risponde: “Niente”. In realtà qualcosa è successo. Forse si è sentita trascurata. Forse aspettava un messaggio che non è arrivato. Forse ha vissuto una giornata difficile e avrebbe desiderato sentirsi cercata. Ma invece di esprimere quella vulnerabilità, emerge la distanza. Oppure un uomo viene criticato dalla moglie e reagisce immediatamente con rabbia. Potrebbe sembrare semplicemente aggressivo, ma sotto quella rabbia può esserci un’emozione molto diversa: la paura di non essere abbastanza, la sensazione di aver fallito, una vecchia ferita che gli fa percepire ogni osservazione come una condanna. Se ci fermiamo soltanto al comportamento, rischiamo di combattere contro ciò che vediamo. Se impariamo a riconoscere anche l’emozione, possiamo iniziare davvero a comprendere.

Questo non significa giustificare ogni comportamento. Dire “ero arrabbiato” non rende accettabile ferire qualcuno. Le emozioni spiegano, ma non cancellano la responsabilità delle nostre azioni. Proprio per questo imparare a riconoscerle aumenta, e non diminuisce, la nostra responsabilità.

La paura ha bisogno di essere attraversata

Nel Getsemani Gesù non affronta tutto da solo. Chiede ai suoi amici: «Restate qui e vegliate con me». Anche questo è profondamente umano. Quando attraversiamo emozioni difficili abbiamo bisogno di qualcuno che sappia restare. Non sempre abbiamo bisogno di qualcuno che risolva il problema. A volte abbiamo semplicemente bisogno di poter dire: “Ho paura”, senza sentirci rispondere immediatamente: “Non devi avere paura”. Quella frase viene spesso pronunciata con buone intenzioni, ma rischia di chiudere la comunicazione. Se una persona ha paura, dirle che non dovrebbe averne non elimina la paura. Può invece farla sentire sbagliata anche per ciò che prova. Molto più utile potrebbe essere domandare: “Che cosa ti spaventa?”. Oppure: “Vuoi raccontarmi cosa stai vivendo?”. È ancora una volta l’incontro tra consapevolezza emotiva e ascolto.

Imparare ad abitare ciò che sentiamo

Il terzo modulo di In Relazione Con Te vuole aiutarci proprio a entrare in questo territorio: imparare a riconoscere, nominare e comprendere le nostre emozioni, con una particolare attenzione alle paure che influenzano il nostro modo di stare nelle relazioni.

Quali emozioni ci permettiamo di mostrare? Quali invece abbiamo imparato a nascondere? Quali ci mettono maggiormente in difficoltà? Cosa facciamo quando abbiamo paura? Ci chiudiamo? Attacchiamo? Cerchiamo di controllare tutto? Chiediamo continuamente rassicurazioni? Fingiamo di non aver bisogno di nessuno? Sono domande che possono aprire porte importanti dentro di noi.

Il percorso In Relazione Con Te mette ancora una volta in dialogo il Vangelo con gli strumenti della psicologia per aiutarci non semplicemente a “funzionare meglio”, ma a diventare persone più consapevoli e quindi più libere nelle nostre relazioni. Il Getsemani ci consegna un Gesù profondamente umano. Un Gesù che sente paura, tristezza e angoscia, che chiede vicinanza, che esprime ciò che desidera e che, proprio attraversando quello che sente, riesce a scegliere liberamente.

Forse la maturità emotiva comincia proprio qui: non nel tentativo di smettere di avere paura, ma nell’imparare ad ascoltare la paura senza permetterle di scegliere al posto nostro.

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Antonio e Luisa

Prima di agire, fermati

«Va’, raduna tutti i Giudei che si trovano a Susa: digiunate per me, non mangiate e non bevete per tre giorni, notte e giorno. Anch’io con le mie ancelle digiunerò nello stesso modo; dopo entrerò dal re, sebbene ciò sia contro la legge. Se dovrò perire, perirò» (Est 4,16).

Prima di agire, fermati: il discernimento non elimina la prova, ma ti rende libero di affrontarla senza lasciare che paura, rabbia e ferite decidano al posto tuo. Clicca qui per leggere i moduli precedenti.

Ester ha ormai compreso ciò che deve fare. Le parole di Mardocheo l’hanno raggiunta nel profondo: forse è diventata regina proprio per un tempo come questo. La vita del suo popolo è minacciata e lei non può più restare nascosta nel palazzo. Dovrà presentarsi al re senza essere stata convocata, sapendo che questo gesto potrebbe costarle la vita. La decisione è presa, ma Ester non agisce immediatamente. Non si lascia trascinare dall’agitazione, dalla paura o dall’urgenza. Prima di entrare dal re, chiede a Mardocheo di radunare tutti i Giudei presenti a Susa e di digiunare per lei per tre giorni e tre notti. Anche lei e le sue ancelle faranno lo stesso.

Questa sosta non è una fuga dalla responsabilità. Ester non sta cercando un pretesto per rimandare. Al contrario, proprio perché ha deciso di agire, sente il bisogno di preparare il proprio cuore. Non vuole affrontare il re soltanto con le proprie forze, reagendo sotto la pressione degli eventi. Desidera entrare in quella situazione con una libertà interiore che in quel momento ancora non possiede pienamente. Il digiuno crea uno spazio. Interrompe il ritmo abituale, ridimensiona i bisogni immediati e ci ricorda che non siamo onnipotenti. Ester è regina, ma sa di non poter salvare da sola il proprio popolo. Ha una posizione privilegiata, ma non può controllare la reazione del re. Può scegliere di presentarsi davanti a lui, ma non può stabilire in anticipo quale sarà l’esito.

Fermarsi significa accettare di non avere tutto sotto controllo. Nella vita di coppia, invece, spesso reagiamo proprio perché non sopportiamo questa sensazione d’impotenza. Quando ci sentiamo feriti, ignorati o minacciati, avvertiamo il bisogno di fare subito qualcosa. Vogliamo chiarire immediatamente, ottenere una risposta, costringere l’altro a riconoscere il proprio errore. Temiamo che, se non interveniamo subito, perderemo il controllo della situazione. Così pronunciamo parole che non avremmo voluto dire. Inviamo messaggi scritti nella rabbia. Trasformiamo una domanda in un interrogatorio. Pretendiamo di risolvere in pochi minuti questioni che si sono formate nel corso degli anni. Oppure reagiamo chiudendoci, allontanandoci e punendo l’altro con il silenzio.

Fermarsi non significa ignorare il problema. Significa evitare che sia la parte più ferita di noi a decidere come affrontarlo. L’Analisi Transazionale ci aiuta a riconoscere che non sempre rispondiamo alla situazione presente per ciò che essa realmente è. A volte una parola del coniuge riattiva esperienze molto più antiche. Un ritardo può essere vissuto come un abbandono; una critica come la conferma di non valere; una richiesta come un tentativo di controllo. Il nostro Bambino ferito prova paura, rabbia o vergogna e cerca immediatamente di difendersi. Oppure prende il comando il nostro Genitore Critico, che giudica, accusa e stabilisce chi ha ragione e chi ha torto.

In questi momenti la reazione è rapida, automatica e spesso sproporzionata. Non stiamo più incontrando soltanto nostro marito o nostra moglie: stiamo rispondendo anche alle voci, alle paure e alle ferite della nostra storia. Uscire dalla reattività significa permettere allo stato dell’Io Adulto di tornare presente. L’Adulto non cancella le emozioni e non ci chiede di diventare freddi. Le ascolta, ma non consegna loro il governo delle nostre azioni. Si domanda: «Che cosa sta accadendo davvero?», «Quali fatti conosco e quali sto immaginando?», «Che cosa provo?», «Quale ferita si è riaperta?», «Che cosa desidero ottenere da questa conversazione?». Tra lo stimolo e la risposta esiste uno spazio. Il discernimento abita proprio quello spazio.

Ester avrebbe potuto precipitarsi dal re dominata dal panico. Avrebbe potuto accusarlo, implorarlo in modo confuso o rivelare impulsivamente tutto ciò che sapeva. Invece digiuna. Non perché il tempo non sia importante, ma perché ciò che deve compiere è troppo importante per essere affidato all’impulso. Anche nella coppia ci sono momenti nei quali abbiamo bisogno di dire: «Questa cosa è importante e desidero affrontarla, ma ora sono troppo agitato. Fermiamoci e riprendiamola quando saremo capaci di ascoltarci». Questa frase non deve diventare un modo per evitare il confronto. La pausa deve avere un tempo e un ritorno: «Ne riparliamo questa sera», oppure: «Prendiamoci un’ora e poi torniamo qui».

Il silenzio del discernimento è diverso dal silenzio punitivo. Il silenzio punitivo allontana e lascia l’altro nell’incertezza; quello del discernimento prepara un incontro. Il primo vuole far soffrire, il secondo vuole impedire che la sofferenza produca altra sofferenza.

Per noi cristiani fermarsi significa anche fare spazio a Dio. Può voler dire pregare, sostare davanti al tabernacolo, aprire la Scrittura, chiedere consiglio a una persona saggia o rinunciare per un tempo a ciò che crea rumore dentro di noi. Non sempre riceveremo una risposta immediata, ma potremo ritrovare la giusta disposizione del cuore. Il discernimento non serve a trovare una soluzione che non costi nulla. Dopo tre giorni di digiuno, Ester non scopre una strada priva di pericoli. Dovrà comunque entrare dal re e rischiare la vita. La preghiera non elimina la prova, ma la rende capace di attraversarla senza essere dominata dalla paura.

Anche noi qualche volta preghiamo sperando che Dio cambi subito il coniuge, risolva il problema o ci eviti una conversazione difficile. Il Signore, invece, può usare quella sosta per cambiare prima di tutto il nostro sguardo. Forse ci farà comprendere che dobbiamo chiedere perdono. Forse ci mostrerà che dietro la rabbia dell’altro si nasconde una sofferenza. Forse ci darà il coraggio di stabilire un limite necessario o di dire una verità che abbiamo taciuto troppo a lungo.

Il digiuno di Ester non è soltanto individuale. La regina domanda che tutto il popolo digiuni con lei. Sa di avere bisogno del sostegno degli altri. Anche una coppia non dovrebbe affrontare sempre da sola le prove più grandi. Esistono momenti nei quali è necessario chiedere la preghiera di una comunità, il sostegno di una guida spirituale o l’aiuto competente di un professionista. Chiedere aiuto non significa ammettere il fallimento del matrimonio, ma riconoscere che la comunione ha bisogno di essere custodita.

Prima di agire, dunque, fermiamoci. Non per paura, non per rimandare all’infinito e neppure per sottrarci alle nostre responsabilità. Fermiamoci per distinguere la realtà dalle nostre interpretazioni, il bisogno autentico dalla pretesa, la verità dall’accusa, la voce di Dio dal frastuono delle nostre ferite. Ester entra nel digiuno impaurita e ne esce decisa: «Se dovrò perire, perirò». Non controlla più l’esito, ma ha scelto come vivere ciò che l’attende. Questa è la libertà che nasce dal discernimento: non la certezza che tutto andrà come desideriamo, ma la pace di compiere con amore ciò che abbiamo riconosciuto come vero.

Per dialogare insieme

  1. In quali situazioni tendo a reagire immediatamente senza ascoltare davvero ciò che sta accadendo?
  2. Quando mi sento ferito, reagisco attaccando, accusando, chiudendomi oppure fuggendo?
  3. Quali parole o comportamenti del coniuge riattivano più facilmente le ferite della mia storia?
  4. So chiedere una pausa senza usarla per evitare il confronto o punire l’altro?
  5. Nelle decisioni importanti sappiamo pregare e discernere insieme oppure ciascuno cerca di imporre la propria soluzione?
  6. C’è una situazione della nostra coppia per la quale dovremmo chiedere aiuto, consiglio o preghiera?

Scegliete una questione che tende a provocare reazioni impulsive. Ognuno descriva ciò che accade dentro di sé usando queste quattro espressioni: «Il fatto è…», «Io provo…», «La mia paura è…», «Avrei bisogno di…». Ascoltatevi senza interrompervi e concordate un piccolo gesto di pausa da utilizzare nelle prossime discussioni: una parola condivisa, dieci minuti di silenzio, una breve preghiera o un momento preciso nel quale riprendere il dialogo.

Per pregare

Signore Gesù, insegnaci a fermarci prima che la paura, la rabbia o l’orgoglio decidano al posto nostro. Donaci uno spazio interiore nel quale poter ascoltare la Tua voce e riconoscere ciò che sta realmente accadendo dentro di noi. Quando le ferite del passato si riaccendono, aiutaci a non confonderle con il presente. Quando ci sentiamo minacciati, liberaci dal bisogno di accusare, controllare o punire. Quando vorremmo risolvere tutto immediatamente, ricordaci che l’amore sa anche attendere il momento giusto. Donaci un cuore capace di digiuno: libero dalla pretesa di avere sempre ragione, dal bisogno di vincere e dal desiderio di cambiare l’altro. Fa’ che le nostre pause non diventino muri, ma spazi nei quali preparare un incontro più vero. Come Ester, rendici consapevoli della nostra fragilità e, nello stesso tempo, capaci di assumerci le nostre responsabilità. Insegnaci a chiedere aiuto e ad affidarci alla preghiera di chi cammina accanto a noi. Non Ti chiediamo una vita senza decisioni difficili, ma la sapienza per discernerle; non una relazione senza conflitti, ma un amore che non si lasci governare dalla reattività. Donaci la libertà di fare ciò che è vero e buono, affidando a Te ciò che non possiamo controllare. Fa’ che, dopo esserci fermati davanti a Te, possiamo tornare l’uno davanti all’altra con parole più limpide, uno sguardo più misericordioso e un cuore disposto a scegliere nuovamente l’amore. Amen.

Antonio e Luisa

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La vita è bella (con Dio)

Mia mamma cantava, mio padre fischiava. Se hai una mamma che canta e un padre che fischia, tre quarti dell’educazione è fatta. Perché per tutta la vita ti chiederai come facesse tua madre a cantare, quando a mezzanotte, stanca morta, cominciava a lavare i panni… ma canticchiava.

Così Franco Nembrini, durante Adolescence, una serie di incontri della Fondazione Oltre a tema adolescenza. E questa parabola educativa sembra, oggi, davvero lontana dalla percezione dell’educazione genitoriale comune! Che possano essere utili libri, manuali, spunti pedagogici, psicologici, eccetera… è vero. Le professioni che ruotano attorno all’universo bimbo sono tante, preziose, valevoli e spesso necessarie.

Qua c’è da fare un passo oltre: il primo latte che nutre un figlio qual è? Quello dato dall’allattamento, naturale o artificiale? Il primo latte è il noi di coppia. Il primo nutrimento di un figlio è la relazione fra madre e padre.

Come mamma e babbo si cercano, si parlano, a volte discutono ma si riappacificano, in che modo fanno la pace, quali parole usano con gli altri e fra loro. Sembra una grande responsabilità e in parte lo è – ma non verso i figli quanto verso il nostro sposo o sposa. Perché i figli beneficiano della qualità della relazione di coppia, del bene che abita la casa – al contempo, se il noi vacilla o stride, se il clima in casa è teso o difficile, anche questo viene assorbito dai piccoli. Non possiamo nasconderci da questo, anche se a volte preferiremmo non fosse vero – ci sentiremmo certamente sollevati da questa grande responsabilità e possiamo, effettivamente, anche vivere come se non fosse nostra.

Una cara amica, in presenza della figlia piccola, mi ha parlato del padre per oltre un’ora: le sue non erano parole gentili ma rancorose e taglienti. Litigi, screzi, distanze e una paventata separazione. La bimba certamente non ha compreso il contenuto di quei discorsi ma ha comunque respirato il disprezzo per il padre: l’età la preserva dai dettagli ma non dal clima che si respira in famiglia. I problemi di coppia, se ci sono, occorre siano certamente affrontati in modo serio e responsabile: nel mentre, è possibile tutelare e custodire eventuali figli presenti, che non hanno responsabilità dei nostri conflitti? Non è forse anche questa educazione? Mostrare che padre e madre si amano e si rispettano, che si è famiglia anche nei momenti difficili, a partire dalle parole dette e non. Senza generalizzare o nascondere eventuali crisi, mostrando ai figli una falsa realtà – ma affrontando i deserti con maturità, trattando i figli come persone senzienti, che meritano di respirare aria buona in casa.

E per noi due? Qual è il primo latte della nostra fede? Cosa ci nutre come singoli e come coppia? Il latte per un neonato non è solo nutrimento spicciolo. È contatto, benessere, vicinanza, calore e sicurezza. È tutto ciò che serve, prodotto in quel preciso momento e diverso ad ogni ora del giorno.

Come sposi o genitori, non c’è spazio per l’improvvisazione. Non possiamo canticchiare o fischiettare – riprendendo Nembrini – solo sforzandoci di farlo, perché così sembreremo felici agli occhi degli altri o dei figli. È irrealistico pensarci sempre sorridenti, è vero, ma dove abita il cuore (di una madre o di un padre) che canta nella fatica?

A parer mio, la risposta comprende la gratitudine. Un cuore grato è un cuore pieno, traboccante e perciò naturalmente portato a restituire quella Bellezza di cui gode. Come un vaso che viene riempito e, ormai colmo di acqua, non può fare altro che buttare fuori ciò che riceve: così è anche il cuore di noi sposi, se accogliamo la Vera acqua, quella che disseta davvero. Non si canta o si fischietta per educare ad una vuota spensieratezza: si è lieti nel Signore e dunque questa misteriosa letizia viene allo scoperto, per ognuno in modo diverso ma sempre autentico.

Gli sposi felici non sono felici perché sono sposi: prima di tutto, sono felici perché figli di Dio. Più del loro coniuge, amano Dio. Da qui, deriva tutto il resto, dalle piccole alle grandi scelte quotidiane… e anche la fatica della mezzanotte, quando si riordina una stanza caotica, si avvia una lavatrice, si stendono i panni, può diventare tempo di canto e ringraziamento. E i figli non capiranno subito ma avranno una grande e bella testimonianza di fede: babbo e mamma sono felici di vivere! La vita è bella, con Dio!

Giada Moneti @nesentilavoce

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La Samaritana e l’arte di sentirsi davvero ascoltati

Il secondo modulo del percorso “In Relazione Con Te – Fede, psiche e libertà affettiva alla scuola di Cristo” ci porta al pozzo di Sicar, nell’incontro tra Gesù e la Samaritana, raccontato nel Vangelo di Giovanni (Gv 4,1-42). Dopo aver lavorato, nel primo modulo, sugli Stati dell’Io e sulla capacità di riconoscere da quale parte di noi entriamo nelle relazioni, facciamo ora un passo ulteriore: imparare ad ascoltare davvero e a comunicare con autenticità. Perché possiamo conoscere molte cose di noi stessi, ma se non sappiamo incontrare l’altro attraverso una comunicazione capace di unire verità, rispetto ed empatia, le nostre relazioni continueranno facilmente a riempirsi di incomprensioni. Il tema centrale di questo secondo modulo sarà quindi l’ascolto attivo e la comunicazione efficace: accogliere l’altro ed esprimersi con autenticità.

Un incontro che non avrebbe dovuto esserci

La scena raccontata da Giovanni è molto più sorprendente di quanto possa sembrare a una lettura veloce. Gesù arriva stanco presso un pozzo della Samaria. È mezzogiorno. Una donna viene ad attingere acqua e Gesù le rivolge una richiesta molto semplice: «Dammi da bere». Potremmo passare oltre velocemente, ma già in queste poche parole succede qualcosa di straordinario. Un uomo giudeo sta parlando con una donna samaritana. Due mondi che, secondo le convenzioni dell’epoca, avrebbero dovuto restare distanti si incontrano.

La donna stessa resta stupita: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». In altre parole: “Perché stai parlando con me?”. Forse è una domanda che tante persone portano dentro, anche se non la esprimono apertamente. “Perché dovresti interessarti davvero a ciò che provo?”. “Perché dovresti ascoltarmi?”. “Perché dovresti accogliermi se conoscessi fino in fondo la mia storia?”.

Gesù fa qualcosa che nelle nostre relazioni spesso ci riesce difficile: rimane nel dialogo. Non si lascia bloccare dalle difese della donna, non la giudica, non la mette immediatamente davanti ai suoi errori, non cerca di dimostrarle di avere ragione. La accompagna lentamente verso qualcosa di più profondo.

Ascoltare non significa semplicemente stare zitti

Spesso pensiamo di saper ascoltare perché restiamo in silenzio mentre l’altro parla. Ma ascoltare davvero è molto di più. Possiamo tacere e, nel frattempo, preparare mentalmente la nostra risposta. Possiamo ascoltare solo per trovare il punto debole dell’argomentazione dell’altro. Possiamo aspettare che finisca per spiegargli perché ha torto. Possiamo perfino fingere attenzione mentre dentro di noi abbiamo già emesso una sentenza.

L’ascolto attivo richiede invece di provare a comprendere ciò che l’altra persona sta realmente comunicando, non soltanto attraverso le parole ma anche attraverso le emozioni, i bisogni, le paure e le attese che quelle parole portano con sé. Significa chiedersi: “Che cosa mi sta dicendo davvero questa persona?”. Non per interpretarla arbitrariamente, ma per offrirle uno spazio nel quale possa esprimersi senza sentirsi immediatamente giudicata.

Gesù fa proprio questo con la Samaritana. Le permette di parlare, risponde alle sue domande, entra nella sua esperienza e progressivamente la conduce più in profondità. Il dialogo non resta sulla superficie dell’acqua del pozzo. Arriva alla sua sete più vera.

Verità ed empatia possono stare insieme

C’è però un aspetto fondamentale. Gesù non confonde l’accoglienza con il dire che tutto va bene. A un certo punto le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». La donna risponde: «Io non ho marito». Gesù le fa sapere di conoscere la verità della sua situazione. Eppure quella verità non diventa un’arma.

Questa è forse una delle cose più difficili da imparare nelle relazioni: dire la verità senza usarla contro l’altro. Molte volte conosciamo benissimo i punti deboli delle persone che ci sono vicine. In una coppia, dopo anni di matrimonio, sappiamo perfettamente quali parole possono ferire il coniuge. In famiglia conosciamo le fragilità dei nostri figli o dei nostri genitori. Conosciamo le ferite degli amici. E proprio per questo possiamo usare la verità per costruire oppure per colpire.

Gesù non evita la storia della Samaritana, ma non la riduce ai suoi errori. Vede ciò che ha vissuto e, nello stesso tempo, vede molto di più. Vede la persona che ha davanti. Una comunicazione autentica deve imparare a tenere insieme questi due elementi: verità ed empatia. Senza verità, la relazione rischia di diventare falsa. Senza empatia, la verità rischia di diventare violenza.

Quando comunichiamo per difenderci

Molti dei nostri conflitti nascono perché non comunichiamo per incontrare l’altro ma per proteggerci. Ci sentiamo attaccati e contrattacchiamo. Ci sentiamo ignorati e alziamo la voce. Ci sentiamo giudicati e iniziamo a giustificarci. L’altro dice una frase, ma noi non ascoltiamo soltanto quella frase: ascoltiamo tutto ciò che essa risveglia dentro di noi.

Pensiamo a una discussione di coppia. Una moglie dice al marito: “Ultimamente ti sento distante”. Lui potrebbe sentire immediatamente un’accusa: “Mi stai dicendo che sono un cattivo marito”. E allora risponde: “Ma se lavoro tutto il giorno per questa famiglia!”. A quel punto lei si sente ancora meno ascoltata e replica: “Vedi? Non riesci mai a capire quello che ti sto dicendo”. In pochi secondi entrambi stanno difendendosi e nessuno sta più ascoltando.

L’ascolto attivo potrebbe cambiare completamente quella conversazione. Il marito potrebbe rispondere: “Quando dici che mi senti distante, cosa intendi? Cosa ti manca?”. Non significa assumersi automaticamente una colpa. Significa cercare di comprendere prima di reagire.

Allo stesso modo comunicare efficacemente significa imparare anche a esprimere ciò che proviamo senza trasformarlo immediatamente in un’accusa. C’è una grande differenza tra dire “Tu non ci sei mai” e dire “In questo periodo sento la mancanza di momenti in cui possiamo stare insieme”. Nel primo caso l’altro si sentirà probabilmente giudicato. Nel secondo gli stiamo offrendo la possibilità di conoscere ciò che accade dentro di noi.

Gesù porta alla sorgente

Nel dialogo con la Samaritana Gesù utilizza l’immagine dell’acqua viva. La donna è arrivata al pozzo per soddisfare una sete concreta, ma Gesù la aiuta progressivamente a riconoscere una sete più profonda. È quello che accade quando una persona si sente davvero ascoltata: spesso parte raccontando un problema e, mentre parla, comincia a scoprire qualcosa di sé che prima non aveva visto.

L’ascolto autentico non serve sempre a dare una soluzione. Questa è un’altra tentazione molto comune. Quando qualcuno ci racconta una difficoltà, sentiamo immediatamente il bisogno di spiegargli cosa dovrebbe fare. A volte, invece, la prima cosa di cui ha bisogno è semplicemente sentirsi accolto e compreso.

Quante volte una persona ci parla e noi, dopo trenta secondi, abbiamo già pronto il consiglio? E quante volte il nostro consiglio, magari anche giusto, non viene accolto perché è arrivato prima dell’ascolto? Gesù non tratta la Samaritana come un problema da risolvere. Entra in relazione con lei. Ed è proprio dentro quella relazione che la donna può iniziare a guardare con occhi nuovi la propria storia.

Ascoltare l’altro per incontrarlo davvero

Il secondo modulo di In Relazione Con Te vuole aiutarci proprio a lavorare su questo: come ascoltiamo e come comunichiamo? Ci limiteremo alle parole dell’altro oppure proveremo davvero a comprenderne il significato? Sappiamo fare domande che aprono il dialogo o utilizziamo domande che suonano già come accuse? Sappiamo esprimere ciò che proviamo oppure aspettiamo che l’altro lo intuisca? Sappiamo dire una verità difficile conservando rispetto e attenzione per la persona che abbiamo davanti?

L’obiettivo non è imparare qualche tecnica per diventare comunicatori perfetti. Le tecniche possono aiutare, ma ciò che conta davvero è la qualità della relazione. L’ascolto attivo nasce prima di tutto dalla decisione di riconoscere che l’altro è una persona da incontrare, non un avversario da convincere.

Il percorso In Relazione Con Te mette in dialogo Vangelo e strumenti psicologici per aiutarci a comprendere meglio ciò che accade nelle nostre relazioni. E nel secondo modulo sarà proprio la Samaritana ad accompagnarci. Una donna che arriva al pozzo forse pensando semplicemente di prendere dell’acqua e che torna al suo villaggio trasformata da un incontro. Gesù non ha soltanto parlato con lei. L’ha ascoltata, l’ha conosciuta nella verità e l’ha accolta senza ridurla alla sua storia.

Forse anche le nostre relazioni potrebbero cambiare iniziando da una domanda molto semplice: quando l’altro mi parla, sto davvero cercando di incontrarlo oppure sto soltanto aspettando il mio turno per rispondere?

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Antonio e Luisa

Un convegno che mi ha aperto il cuore

Ci sono convegni dai quali torni a casa con qualche appunto in più e altri dai quali torni con qualcosa dentro che ti ha ricaricato e aperto il cuore.

Il XIII Convegno della Fraternità Sposi per Sempre, vissuto quest’anno a Bagheria, dal 20 al 24 agosto, per me è stato proprio così e ne avevo proprio bisogno. Siamo partiti per parlare di fede, speranza e carità, seguendo le tracce di testimoni come il beato Pino Puglisi e Biagio Conte e sono tornato a casa chiedendomi quanto credo davvero che Dio sia fedele alla mia vita.

Perché parlare di fede quando tutto va bene è abbastanza semplice, il problema arriva quando la vita prende una direzione che non avevamo previsto, quando il matrimonio che pensavamo sarebbe durato per sempre si spezza, quando il coniuge se ne va e noi rimaniamo con una promessa pronunciata davanti a Dio che improvvisamente sembra diventata impossibile da vivere.

Durante il Convegno, parlando della testimonianza del beato Pino Puglisi, è emersa una cosa che mi ha colpito: lui non pensava di fare qualcosa di straordinario, semplicemente cercava di vivere ciò che il Vangelo gli chiedeva, anche quando questo significava andare controcorrente e accettare di fare il parroco a Brancaccio, dopo che cinque persone prima di lui avevano rifiutato. E’ proprio qui che dobbiamo collocare anche la nostra fedeltà: non nel sentirci degli eroi perché siamo rimasti fedeli, ma nel riconoscere che, senza la grazia di Dio, quella fedeltà non riusciremmo nemmeno a sostenerla.

Quando una persona che amiamo ci lascia, quando il progetto familiare si rompe e quando tutto quello che avevamo costruito sembra non avere più senso, quale motivo umano abbiamo per continuare a essere fedeli? Forse proprio nessuno ed è questo che rende la fedeltà cristiana così difficile e, nello stesso tempo, così bella. Il Sacramento del matrimonio non smette di interrogare la vita degli sposi semplicemente perché la convivenza è terminata o perché il rapporto umano è stato ferito. La promessa rimane e, proprio per questo, la fedeltà può continuare a essere una testimonianza concreta dell’amore di Dio.

Abbiamo parlato di speranza e qui ci è stata ricordata la frase alle nozze di Cana “Non hanno più vino”; quante volte questa potrebbe essere la frase della nostra vita: non ho più vino, non ho più entusiasmo, non ho più la forza di ricominciare, non ho più nemmeno voglia di pregare. Eppure Maria non dice che tutto andrà bene, dice semplicemente: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela”.

La speranza cristiana non è pensare: “Speriamo che”, ma sapere nelle mani di chi abbiamo messo la nostra vita, anche se non conosciamo come andrà a finire.

Riguardo alla carità, siamo entrati nella realtà di Biagio Conte e della missione Speranza e Carità. Non siamo andati semplicemente a visitare un luogo, abbiamo incontrato una vita che ha scelto di farsi dono. Se rimango fedele soltanto per me, a cosa serve? Se la mia fedeltà mi rende triste, arrabbiato, giudicante, chiuso, a cosa serve? La fedeltà cristiana non può essere sterile. Allora capisco anche una cosa che per me è fondamentale: essere fedeli non significa mettere la vita in pausa aspettando che torni il coniuge, significa continuare a vivere, ad amare, a servire, a pregare, permettendo a Dio di trasformare anche una ferita in qualcosa di fecondo.

Altrimenti rischiamo di trasformare la nostra fedeltà in una prigione: possiamo diventare quelli che “sono stati abbandonati”, quelli che “sono stati traditi”, quelli che “sono rimasti fedeli”, fino a fare della nostra ferita la nostra identità; ma la nostra identità non è essere separati, né essere stati lasciati, né essere fedeli: la nostra identità è essere figli amati da Dio.

Allora, se Gesù è davvero il Signore della mia vita, come vivo la mia separazione? Come parlo del mio coniuge? Come guardo i miei figli? Come affronto la solitudine? Come reagisco alle provocazioni? Come prego? Come perdono? Come amo?

Abbiamo incontrato persone e testimonianze diverse, da padre Pino Puglisi (testimone di fede) a Biagio Conte (testimone di carità), ai mosaici di Monreale (ogni tassello richiama alla speranza) e ciascuna di queste esperienze ci ha mostrato concretamente come le virtù teologali possano diventare vita.

Abbiamo parlato di fede, speranza e carità, ma abbiamo capito che sono tre modi diversi di vivere la stessa certezza: Dio mi ama, Dio non mi abbandona e l’amore che ricevo da Lui non può rimanere soltanto dentro di me.

Non so cosa succederà domani, non so se la mia storia matrimoniale cambierà, non so quali strade aprirà Dio, non so nemmeno perché alcune cose siano accadute, ma so che Dio non ha ancora finito di stupirmi. Forse Dio vuole far nascere qualcosa proprio dentro questa sofferenza, perché magari quello che io chiamo la fine della mia storia, agli occhi di Dio è soltanto il punto dal quale Lui ha deciso di cominciare a scrivere qualcosa di nuovo. Per chi ha scelto di essere sposo per sempre, non è una speranza qualsiasi, è la ragione per cui vale ancora la pena fidarsi.

Un ringraziamento particolare per l’ottima riuscita del Convegno va ai tre sacerdoti che ci hanno guidato e fornito spunti di riflessione, Padre Andrea Giustiniani, Don Salvatore Bucolo e Don Cristian Nuccio, oltre a Rosa Maria Foti, responsabile della fraternità locale siciliana.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Ester: la paura non è il contrario del coraggio

«Dopo entrerò dal re, sebbene ciò sia contro la legge e, se dovrò perire, perirò» (Est 4,16).

Il coraggio non è non avere paura, ma scegliere di amare e agire anche mentre si trema. Clicca qui per leggere i moduli precedenti.

Ester ha compreso che il momento della scelta è arrivato. Fino a poco prima aveva cercato di sottrarsi alla responsabilità. Aveva ricordato a Mardocheo che nessuno poteva presentarsi davanti al re senza essere stato chiamato: chi avesse infranto quella legge avrebbe rischiato la morte. La sua paura, quindi, non era immaginaria e neppure esagerata. Ester non temeva semplicemente di fare una brutta figura, di ricevere un rifiuto o di essere criticata. Temeva davvero per la propria vita. Eppure, dopo aver ascoltato le parole di Mardocheo, decide di agire.

Questo passaggio è fondamentale: Ester non smette improvvisamente di avere paura. Il testo biblico non ci racconta una trasformazione miracolosa grazie alla quale ogni timore scompare dal suo cuore. Ester sa perfettamente ciò che rischia. Conosce il carattere imprevedibile del re, conosce le regole della corte e sa che da trenta giorni non viene chiamata alla sua presenza. Nonostante tutto, pronuncia parole che rivelano una libertà nuova: «Se dovrò perire, perirò». Non è la rassegnazione di chi non attribuisce più valore alla propria vita. È la determinazione di chi ha scoperto qualcosa per cui vale la pena rischiare.

Spesso immaginiamo il coraggio come assenza di paura. Pensiamo che le persone coraggiose siano quelle che non tremano, non dubitano e non avvertono il desiderio di fuggire. In realtà il coraggio autentico nasce proprio quando riconosciamo la paura e scegliamo di non lasciarle l’ultima parola. Può agire con coraggio soltanto chi ha qualcosa da temere. Se non esiste alcun rischio, non serve coraggio. Ester è coraggiosa non perché sia diventata improvvisamente invulnerabile, ma perché decide di attraversare la propria vulnerabilità.

Anche nella vita di coppia esistono momenti nei quali siamo chiamati ad agire mentre stiamo ancora tremando. Può accadere quando dobbiamo iniziare un dialogo rimandato da troppo tempo, confessare una fragilità, chiedere perdono, riconoscere un errore o affrontare una ferita che abbiamo cercato di nascondere. Può accadere quando dobbiamo chiedere aiuto perché ci rendiamo conto che, da soli, non riusciamo più a uscire da una dinamica distruttiva. In quei momenti la paura ci suggerisce di aspettare ancora, di non disturbare un equilibrio già precario o di fingere che il problema non esista.

Possiamo avere paura della reazione del coniuge: «E se non mi capisse?», «E se si arrabbiasse?», «E se ciò che gli dirò cambiasse per sempre il modo in cui mi guarda?». Possiamo avere paura di scoprire qualcosa che preferiremmo non sapere. A volte temiamo persino la possibilità che il dialogo ci costringa a cambiare. Finché attribuiamo tutta la responsabilità all’altro, infatti, possiamo continuare a considerarci vittime innocenti. Guardare con verità ciò che sta accadendo significa accettare che anche noi abbiamo una parte di responsabilità e che qualcosa dipende dalle nostre scelte.

Ester ci insegna che non dobbiamo aspettare di non avere più paura prima di agire. Se aspettiamo di sentirci completamente sicuri, rischiamo di non muoverci mai. Alcune decisioni importanti non sono accompagnate da una certezza emotiva. Possiamo sapere che una scelta è giusta e, nello stesso tempo, sentire il cuore agitato. Possiamo fidarci di Dio e continuare ad avere domande. Possiamo amare il nostro coniuge e temere la sua risposta. La fede non anestetizza le emozioni, ma ci permette di attraversarle senza diventarne prigionieri.

Nell’Analisi Transazionale possiamo leggere la scelta di Ester come espressione di un Adulto integrato. Lo stato dell’Io Adulto osserva la realtà, raccoglie le informazioni e valuta le possibilità disponibili. Non nega il pericolo, ma neppure lo ingigantisce lasciandosi dominare da antichi timori. L’Adulto integrato, però, non è freddo e puramente razionale. Accoglie anche le risorse positive del Genitore e del Bambino: dal Genitore trae valori, responsabilità e capacità di proteggere; dal Bambino trae sensibilità, intuizione, creatività e desiderio di vivere.

Ester non agisce impulsivamente. Il suo Bambino sente la paura, il suo Genitore riconosce il dovere verso il popolo, il suo Adulto considera concretamente il rischio e prepara l’azione. Nessuna di queste parti viene eliminata. Vengono integrate in una scelta consapevole. Ester non si getta davanti al re per dimostrare di essere forte. Raduna il popolo, chiede il digiuno, coinvolge le ancelle e si prepara. Il suo coraggio non è incoscienza: è responsabilità sostenuta dalla comunione e affidata a Dio.

Nella coppia l’Adulto integrato ci permette di non vergognarci della paura e, nello stesso tempo, di non usarla come giustificazione per evitare ogni passo difficile. Possiamo dire: «Ho paura di affrontare questo argomento, ma credo che parlarne sia necessario per noi». Oppure: «Temo che tu possa giudicarmi, ma voglio permetterti di conoscermi davvero». Queste parole non nascondono la fragilità. La trasformano in un ponte verso l’altro.

Il contrario del coraggio, dunque, non è la paura. È la fuga sistematica da ciò che siamo chiamati ad affrontare. È permettere alla paura di decidere sempre al nostro posto. Quando evitiamo continuamente un problema, forse otteniamo una tranquillità momentanea, ma lasciamo che quel problema cresca nel silenzio. Ciò che oggi richiederebbe un dialogo sincero, domani potrebbe diventare distanza, rancore o indifferenza.

Talvolta, però, confondiamo il coraggio con l’aggressività. Entriamo nella relazione come in una battaglia, convinti che essere coraggiosi significhi dire tutto ciò che pensiamo senza preoccuparci di come lo diciamo. Ester, invece, non irrompe nella sala del re accusando tutti. Si prepara, sceglie il momento e si presenta con umiltà. Il coraggio dell’amore non umilia e non schiaccia. Cerca la verità, ma custodisce anche la relazione.

C’è poi un altro elemento importante: Ester non affronta tutto da sola. Chiede a Mardocheo di radunare i Giudei perché digiunino per lei. Anche lei e le sue ancelle faranno lo stesso. Il suo atto personale nasce dentro una comunità che la sostiene. Questo ricorda agli sposi che chiedere aiuto non è un segno di debolezza. Ci sono passaggi nei quali la coppia ha bisogno della preghiera degli amici, dell’accompagnamento di un sacerdote, di un percorso o dell’aiuto di un professionista. Il coraggio consiste anche nel riconoscere che non possiamo bastare sempre a noi stessi.

«Se dovrò perire, perirò» significa, per Ester, accettare che amare comporta un rischio. Ogni amore autentico ci espone. Non possiamo donarci senza diventare vulnerabili, né costruire una comunione vera continuando a proteggerci da ogni possibile ferita. Possiamo controllare le nostre parole e le nostre scelte, ma non la risposta dell’altro. Possiamo offrire sincerità, ascolto e perdono, ma non possiamo obbligare il coniuge a ricambiare nello stesso modo e nello stesso momento.

Il coraggio coniugale è scegliere il bene della relazione senza pretendere garanzie immediate. È fare il primo passo anche quando crediamo che dovrebbe farlo l’altro. È ricominciare a pregare insieme dopo mesi di distanza. È cercare la mano del coniuge anche se temiamo che resti immobile. Non significa tollerare violenza, umiliazione o abuso, situazioni nelle quali è necessario proteggersi e chiedere aiuto. Significa non lasciare che la paura delle ferite ordinarie dell’amore ci impedisca di costruire intimità e verità.

La stessa dinamica la ritroviamo, in modo ancora più luminoso, in Maria nel momento dell’Annunciazione. Quando l’angelo le comunica che diventerà madre del Figlio di Dio, Maria non riceve una richiesta priva di conseguenze. È promessa sposa di Giuseppe e sa bene che una gravidanza avvenuta prima della loro convivenza potrebbe essere interpretata dagli altri come il risultato di un adulterio. Agli occhi della gente potrebbe apparire come una donna infedele, colpevole di aver tradito l’uomo al quale è stata promessa. Secondo la Legge, un’accusa simile poteva esporla non soltanto alla vergogna pubblica e al ripudio, ma persino alla condanna e alla lapidazione. Maria non può neppure sapere come reagirà Giuseppe, se crederà alle sue parole o se deciderà di denunciarla. Il rischio che accoglie è quindi concreto: potrebbe perdere il promesso sposo, la reputazione, l’appoggio della comunità e persino la vita.

Eppure Maria risponde: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38). Come Ester, anche Maria accoglie una chiamata che la conduce oltre le proprie sicurezze. Ester dice: «Se dovrò perire, perirò»; Maria dice: «Avvenga per me secondo la tua parola». Sono due risposte diverse, ma abitate dalla stessa disponibilità a fidarsi. Nessuna delle due possiede la garanzia che tutto sarà compreso dagli altri. Nessuna può controllare ciò che accadrà dopo il proprio sì. Entrambe scelgono di consegnare a Dio la propria vita, la propria immagine e il proprio futuro.

Maria non è coraggiosa perché ignora il pericolo. La sua domanda all’angelo — «Come avverrà questo?» — mostra che non rinuncia alla propria intelligenza e non accoglie passivamente ciò che le viene annunciato. Cerca di comprendere, ascolta la risposta e poi decide liberamente. Anche in lei possiamo riconoscere l’azione di un Adulto integrato: Maria valuta la realtà, esprime la propria domanda, accoglie ciò che non può ancora comprendere pienamente e permette alla fiducia di orientare la sua scelta. Il suo “sì” non è incoscienza, ma libertà; non è sottomissione dettata dalla paura, ma affidamento consapevole.

Questo parallelismo parla profondamente anche agli sposi. Ogni autentico “sì” contiene una parte di futuro che non possiamo controllare. Lo abbiamo sperimentato il giorno del matrimonio, quando abbiamo promesso fedeltà senza sapere quali prove, cambiamenti e ferite avremmo incontrato. Continuiamo a sperimentarlo ogni volta che scegliamo di amare senza avere la certezza di essere compresi o ricambiati immediatamente. Come Ester e Maria, siamo chiamati ad accogliere la realtà, a considerare con responsabilità le conseguenze e poi a fidarci. Il coraggio cristiano non consiste nel sapere già come andrà a finire, ma nel credere che Dio resterà con noi anche dentro ciò che ancora non possiamo prevedere.

Ester trema, ma entra. Maria non sa come Giuseppe e la sua gente accoglieranno quella gravidanza, ma pronuncia il suo “sì”. Nessuna delle due conosce ancora l’esito della propria scelta, eppure entrambe decidono di non restare nascoste e di non sottrarsi alla chiamata. Anche noi non dobbiamo attendere di sentirci invincibili. Dio non ci chiede di presentarci davanti alla vita senza emozioni, ma di consegnargli ciò che proviamo e di compiere il passo possibile. Il coraggio dell’amore comincia spesso così: con una voce incerta, un cuore impaurito e una decisione pronunciata ugualmente.

Per dialogare insieme

  1. Quale paura mi impedisce maggiormente di mostrarmi per ciò che sono davanti a te?
  2. C’è un dialogo importante che stiamo rimandando perché temiamo le conseguenze?
  3. Quando provo paura tendo a fuggire, chiudermi, attaccare oppure cercare di controllarti?
  4. Riesco a comunicarti le mie paure senza trasformarle in accuse?
  5. In quale occasione ti ho visto agire con coraggio, pur sapendo che avevi paura?
  6. Quale passo concreto possiamo compiere insieme senza aspettare di sentirci completamente sicuri?

Scegliete una paura che riguarda la vostra relazione e provate a nominarla senza giudicarvi. Ognuno completi questa frase: «Ho paura che…, ma desidero…». Ascoltatevi senza interrompere e senza cercare subito una soluzione. Alla fine decidete un piccolo passo possibile da compiere durante la settimana e affidatelo insieme al Signore.

Per pregare

Signore Gesù, Tu conosci le nostre paure, anche quelle che non riusciamo a confessare. Sai quante volte ci nascondiamo, rimandiamo un dialogo o evitiamo una scelta perché temiamo di soffrire. Insegnaci a non vergognarci della nostra fragilità e a non permettere che sia la paura a decidere per noi. Donaci un cuore capace di ascoltare le emozioni senza esserne dominato, una mente lucida per riconoscere la realtà e una volontà orientata al bene. Integra in noi la tenerezza, la responsabilità e la libertà, perché possiamo scegliere non in modo impulsivo, ma con la maturità di un amore consapevole. Quando abbiamo paura di parlarci, aiutaci a trovare parole sincere. Quando temiamo il rifiuto, ricordaci che amare significa anche esporsi. Quando pensiamo di non farcela, donaci l’umiltà di chiedere aiuto e di lasciarci sostenere dalla preghiera della comunità. Come Ester, rendici capaci di entrare nei luoghi dai quali vorremmo fuggire. Come Maria, donaci la libertà di pronunciare il nostro “sì” anche quando non conosciamo tutte le conseguenze. Fa’ che possiamo agire anche tremando, confidando non nella nostra forza, ma nella tua presenza. Donaci il coraggio di fare il primo passo, di chiedere perdono, di dire la verità e di scegliere ancora una volta il bene della nostra comunione. Custodisci il nostro matrimonio e rendilo un luogo nel quale la paura può essere accolta, condivisa e trasformata. Insegnaci che non dobbiamo essere invulnerabili per amarci davvero: dobbiamo soltanto lasciarci prendere per mano da Te e continuare a camminare insieme. Amen.

Antonio e Luisa

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Marta, Maria e noi: quante persone abitano dentro le nostre relazioni?

Il percorso “In Relazione Con Te – Fede, psiche e libertà affettiva alla scuola di Cristo” comincia da qui: dall’incontro di Gesù con Marta e Maria, raccontato nel Vangelo di Luca (Lc 10,38-42). Non è una scelta casuale. Il primo modulo del percorso è dedicato agli Stati dell’Io, uno degli strumenti fondamentali dell’Analisi Transazionale, perché prima di capire come comunichiamo con gli altri abbiamo bisogno di comprendere meglio da dove partono le nostre reazioni, i nostri pensieri e i nostri comportamenti. Marta e Maria ci offriranno proprio questa possibilità. Attraverso il loro modo diverso di stare davanti a Gesù potremo iniziare a riconoscere alcune parti che abitano ciascuno di noi. Marta può richiamare, in alcuni suoi atteggiamenti, il Genitore Critico; Maria può aiutarci a comprendere qualcosa del Bambino Libero. Gesù, invece, non si schiera semplicemente con una contro l’altra: invita a una maggiore consapevolezza e a un’integrazione più armoniosa. È da questa consapevolezza che può iniziare un modo nuovo di vivere le nostre relazioni.

Quante volte siamo Marta?

Ci sono momenti in cui ci comportiamo proprio come lei. Corriamo, organizziamo, facciamo, controlliamo. Abbiamo la sensazione che, se non ci pensiamo noi, tutto finirà per andare storto. E magari, mentre ci diamo da fare, iniziamo anche a guardare con un certo fastidio chi sembra vivere le cose con maggiore leggerezza. Poi ci sono altri momenti in cui siamo più simili a Maria. Sentiamo il bisogno di fermarci, ascoltare, lasciarci raggiungere da ciò che sta accadendo senza preoccuparci continuamente di quello che dovremmo fare.

Il Vangelo ci racconta che Marta accoglie Gesù nella sua casa e si mette a servirlo. Maria, invece, si siede ai suoi piedi e lo ascolta. A un certo punto Marta non ce la fa più e sbotta: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Quante volte accade qualcosa di simile anche nelle nostre relazioni? Forse non pronunciamo esattamente quelle parole, ma il messaggio è spesso lo stesso: “Io faccio tutto e tu niente”. “Io mi preoccupo e tu te ne freghi”. “Io sono quello responsabile e tu quello che pensa soltanto a stare bene”. Basta poco perché ciò che facciamo con amore si trasformi in pretesa, giudizio e risentimento. Ed è proprio qui che questo brano evangelico diventa molto interessante anche attraverso la lente dell’Analisi Transazionale.

Dentro di noi parlano voci diverse

Uno dei primi strumenti che l’Analisi Transazionale ci offre è quello degli Stati dell’Io. Eric Berne, fondatore dell’Analisi Transazionale, descrive tre grandi modalità attraverso le quali pensiamo, sentiamo e ci comportiamo: Genitore, Adulto e Bambino. Non si tratta dell’età anagrafica e neppure dei ruoli familiari. Possiamo avere sessant’anni e reagire dal nostro Bambino oppure vent’anni e parlare attraverso un Genitore Critico molto rigido.

Nel racconto evangelico possiamo utilizzare Marta e Maria come immagini che ci aiutano a comprendere alcune di queste dinamiche. Marta, quando si lamenta con Gesù, può ricordarci il Genitore Critico: quella parte di noi che conosce molto bene ciò che “si deve” fare. Il Genitore Critico stabilisce regole, giudica, confronta, pretende. Non è necessariamente qualcosa di negativo. Abbiamo bisogno anche di regole, disciplina, responsabilità e senso del dovere. Il problema nasce quando questa parte prende completamente il comando.

Allora iniziano i “devi”, i “dovresti”, i “sempre” e i “mai”. “Dovresti capirlo da solo”. “Un marito dovrebbe comportarsi così”. “Una moglie non dovrebbe fare questo”. “Se mi volessi davvero bene, sapresti cosa fare”. A quel punto non stiamo più incontrando davvero la persona che abbiamo davanti. Stiamo cercando di farla entrare nello schema che abbiamo costruito dentro di noi.

Maria e la libertà di fermarsi

Maria, seduta ai piedi di Gesù, può invece richiamare qualcosa del Bambino Libero: quella parte capace di stupore, spontaneità, ascolto, desiderio, creatività e presenza. Anche questa dimensione è fondamentale. Una relazione senza Bambino Libero rischia di diventare una specie di azienda: magari molto efficiente, ma povera di vita. Abbiamo bisogno di ridere, giocare, desiderare, sorprenderci, perdere qualche volta tempo insieme. Abbiamo bisogno di permetterci di non essere sempre produttivi.

Naturalmente anche il Bambino, se non integrato, può avere i suoi limiti. La spontaneità può diventare impulsività, il desiderio può ignorare le responsabilità e la libertà può trasformarsi in incapacità di assumersi un impegno. Per questo non si tratta di stabilire quale Stato dell’Io sia “buono” e quale sia “cattivo”. Si tratta di conoscerli.

Gesù non umilia Marta

C’è un particolare del Vangelo che trovo bellissimo. Gesù non dice a Marta che servire è sbagliato. Non le dice che Maria è buona e lei è cattiva. La chiama due volte per nome: «Marta, Marta». Prima ancora di correggerla, la vede. Poi le mostra ciò che sta accadendo dentro di lei: «Tu ti affanni e ti agiti per molte cose». Gesù non parte soltanto dal comportamento esteriore. Porta Marta alla consapevolezza.

Marta sta facendo qualcosa di buono, ma lo sta facendo in un modo che progressivamente la sta allontanando dalla relazione. E questo succede continuamente anche a noi. Possiamo cucinare per amore e poi rinfacciare di aver cucinato. Possiamo occuparci dei figli con dedizione e trasformare quell’impegno in un credito nei confronti del coniuge. Possiamo lavorare tantissimo per la famiglia e arrivare a pensare che il nostro modo di amare sia l’unico possibile. Il problema, quindi, non è soltanto cosa facciamo, ma da quale parte di noi lo stiamo facendo.

Lo Stato dell’Adulto: fermarsi e comprendere

È qui che diventa importante un altro Stato dell’Io: l’Adulto. L’Adulto è quella parte capace di osservare ciò che sta accadendo nel presente senza lasciarsi governare automaticamente dai vecchi copioni. È la possibilità di fermarci e domandarci: “Cosa sto provando?”. “Perché questa cosa mi fa reagire così?”. “Sto davvero rispondendo alla persona che ho davanti oppure a qualcosa che appartiene alla mia storia?”. “Quello che penso è un dato reale oppure una convinzione che porto dentro da anni?”. Sono domande semplici solo in apparenza. Molte discussioni potrebbero cambiare completamente se riuscissimo a porcele prima di rispondere.

Pensiamo a una coppia. Uno dice: “Non ti importa mai niente di questa casa”. L’altro reagisce: “Non ti va mai bene niente di quello che faccio”. In pochi secondi il problema concreto è scomparso. Genitore Critico contro Bambino ribelle. E magari quella discussione è già avvenuta decine di volte. Cambiano le circostanze, ma il copione resta sempre lo stesso.

Conoscersi per amare meglio

Il primo modulo di In Relazione Con Te vuole partire proprio da questa domanda: da quale Stato dell’Io entro normalmente nelle mie relazioni? Non per applicare etichette. Non per dire: “Tu sei Genitore Critico” oppure “Tu sei un Bambino ribelle”. Sarebbe un uso poverissimo di questi strumenti. L’obiettivo è diventare più consapevoli e quindi più liberi.

Durante il modulo impareremo a riconoscere i diversi Stati dell’Io, a comprendere quali utilizziamo con maggiore facilità e a osservare come essi influenzano le nostre relazioni. Perché possiamo amare una persona e allo stesso tempo ferirla attraverso modalità relazionali che abbiamo imparato tanti anni prima. Possiamo avere le migliori intenzioni ed essere comunque incapaci di comunicarle. Possiamo perfino desiderare profondamente una relazione serena e continuare, senza rendercene conto, ad alimentare gli stessi conflitti.

Il percorso In Relazione Con Te nasce proprio dal desiderio di mettere in dialogo Vangelo e psicologia, in particolare alcuni strumenti dell’Analisi Transazionale. Non è un percorso specifico per coppie. È rivolto a tutti, perché tutti viviamo dentro relazioni: con il coniuge, con i figli, con i genitori, con gli amici, con i colleghi e perfino con noi stessi.

Marta e Maria diventano allora uno specchio. Gesù davanti a Marta non le dice semplicemente cosa deve fare. La aiuta innanzitutto a vedere ciò che sta vivendo. E forse il nostro percorso deve cominciare esattamente da qui: riconoscere chi sta parlando dentro di noi, per poter scegliere con maggiore libertà come entrare in relazione con gli altri.

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Antonio e Luisa

Si può essere pronti a morire quando si ama così la vita?

Viviamo in una società che cerca continuamente di allontanare da sé tutto ciò che ricorda il limite. La sofferenza viene nascosta, la vecchiaia rimossa, la malattia vissuta quasi come un incidente di percorso da correggere. E la morte, soprattutto, è diventata qualcosa di cui parlare il meno possibile. La conosciamo, naturalmente. Sappiamo che arriverà per tutti. Ma preferiamo comportarci come se riguardasse sempre qualcun altro e comunque un futuro molto lontano. Eppure c’è una domanda che prima o poi arriva: quando siamo pronti per morire?

Io e Luisa ce la siamo fatta più volte. E la prima risposta che viene spontanea è semplice: mai. Non siamo mai pronti, perché questa vita ci piace. Perché ci sono le persone che amiamo. Perché ci sono ancora cose che vorremmo fare, parole che vorremmo dire, figli che vorremmo vedere crescere, esperienze che vorremmo vivere. Perché abbandonare questa vita significa lasciare tutto ciò che conosciamo per entrare in qualcosa che possiamo soltanto affidare alla fede.

Qualche giorno fa, però, ho ricevuto una testimonianza che mi ha costretto a guardare questa domanda in modo diverso. È morto un nostro caro amico. Aveva soltanto 56 anni. Faceva parte, come noi, dell’esperienza dell’Intercomunione delle Famiglie. Una morte arrivata troppo presto, almeno secondo i nostri criteri. Lascia una moglie e tre figli. Lascia un dolore enorme, di quelli che non possono essere addolciti da nessuna frase spirituale. La fede non cancella il dolore.

Questo credo sia importante dirlo. Essere cristiani non significa non piangere. Non significa trasformare un funerale in una festa forzata. Non significa dire che va tutto bene quando una moglie perde il marito e dei figli perdono il padre. Gesù stesso ha pianto davanti alla tomba di Lazzaro. Il dolore resta. Ed è proporzionato all’amore.

Sua moglie, però, ha detto una frase che mi è entrata dentro: «Io so che tu mi stai aspettando da Gesù esattamente come mi stavi aspettando davanti all’altare quando ci siamo sposati». Quanto matrimonio c’è dentro queste parole. Il giorno delle nozze lui era lì, davanti all’altare, ad aspettarla per iniziare insieme la loro vita matrimoniale. Oggi lei immagina che sia ancora lui ad aspettarla, ma dall’altra parte, presso Gesù. Non è una frase che annulla l’assenza. Non rende meno doloroso svegliarsi e non trovarlo. Non elimina il vuoto. Ma racconta qualcosa di profondissimo sul sacramento del matrimonio: l’amore degli sposi nasce sulla terra, ma ha come destinazione l’eternità.

E allora ho pensato: forse il nostro amico era pronto. Non perché desiderasse morire. Non perché non avesse più nulla per cui vivere. Esattamente il contrario. Era pronto proprio perché stava vivendo pienamente. Poco tempo prima era stato con noi in montagna durante uno dei nostri corsi. Si era confessato. Aveva vissuto giorni belli con sua moglie. Settimane di vicinanza, di amore, di comunione. Aveva assaporato la bellezza della propria famiglia, degli amici, della comunità. E soprattutto era un uomo che si donava.

Al suo funerale c’erano centinaia di persone. Trecento, forse quattrocento. Una comunità intera si è stretta intorno alla moglie e ai figli. Tante persone erano lì perché quell’uomo, in qualche modo, aveva lasciato qualcosa dentro di loro. Una parola, un gesto, un servizio, un’amicizia, una presenza. Guardando tutta quella gente mi è venuto un pensiero molto semplice: questo è ciò che si è portato con sé. Non il lavoro. Non il conto corrente. Non le cose accumulate. Non i successi che spesso ci affanniamo tanto a conquistare. Si è portato l’amore che aveva dato. Perché l’amore è forse l’unica cosa che, donata, non perdiamo.

Ed è qui che la domanda iniziale cambia. Quando siamo pronti per morire? Forse non saremo mai pronti emotivamente. Forse avremo sempre qualcuno che vorremmo stringere ancora una volta. Forse chiederemmo sempre al Signore un giorno in più. Ma possiamo essere pronti in un altro senso.

Siamo pronti quando abbiamo cercato di vivere senza rimandare continuamente l’amore. Quando abbiamo chiesto perdono. Quando abbiamo perdonato. Quando abbiamo detto a nostro marito o a nostra moglie che li amiamo. Quando abbiamo trovato tempo per i figli. Quando abbiamo servito qualcuno senza aspettarci nulla in cambio. Quando abbiamo fatto pace con Dio nella confessione. Quando abbiamo ricevuto l’Eucaristia sapendo di avere bisogno di Lui.

Essere pronti non significa aver fatto tutto. Significa aver vissuto orientati nella direzione giusta. La morte del nostro amico mi ha ricordato qualcosa che conoscevo già ma che è facile dimenticare: la vita non ci appartiene. Possiamo programmare, organizzare, costruire. Ed è giusto farlo. Ma nessuno di noi conosce il numero dei propri giorni. Per questo il cristianesimo non ci invita a pensare alla morte per vivere impauriti. Ci invita a ricordare la morte per vivere meglio. Per amare oggi.

Perché potrebbe arrivare un momento in cui non potremo più dire quella parola, chiedere quel perdono, dare quell’abbraccio. La grande domanda, allora, forse non è soltanto: «Sono pronto a morire?» La domanda ancora più importante è: «Sto vivendo in modo tale che, quando quel giorno arriverà, ciò che resterà di me sarà l’amore che ho donato?» Guardando la vita del nostro amico, la sua famiglia e quella chiesa piena di persone che gli volevano bene, io credo di aver ricevuto una risposta.

Lui era pronto. Non perché fosse arrivato alla fine della vita. Ma perché aveva imparato a spenderla.

Antonio e Luisa

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Per un tempo come questo

«Chi sa che tu non sia diventata regina proprio per questa circostanza?» (Est 4,14).

La vocazione nasce quando smettiamo di considerarci prigionieri della nostra storia e scegliamo di trasformarla, insieme, in un dono per gli altri. Clicca qui per leggere i moduli precedenti.

Ci sono parole della Scrittura capaci di illuminare un’intera esistenza. Questa domanda di Mardocheo a Ester è una di esse. Non le offre una certezza rassicurante e neppure le spiega nei dettagli il progetto di Dio. Le suggerisce, però, una possibilità: forse tutto ciò che ha vissuto, anche ciò che non aveva scelto, l’ha condotta proprio lì, in quel preciso momento, perché possa diventare strumento di salvezza.

Ester è arrivata a corte quasi trascinata dagli avvenimenti. Rimasta orfana, cresciuta da Mardocheo, condotta nel palazzo e scelta dal re, fino a questo momento ha vissuto soprattutto adattandosi. Ha obbedito, ha nascosto le proprie origini, ha cercato di non esporsi. Ora, però, non può più limitarsi a seguire ciò che altri hanno deciso per lei. Deve scegliere chi vuole essere. Il decreto preparato da Aman minaccia di sterminare il popolo ebraico. Mardocheo chiede a Ester di intervenire presso il re, ma presentarsi senza essere chiamata potrebbe costarle la vita. Ester si trova davanti a una decisione drammatica: proteggere se stessa oppure rischiare per salvare gli altri.

Mardocheo non le dice semplicemente: «Sei diventata regina». Le chiede di comprendere perché sia diventata regina. Una posizione, un talento, un incontro o persino una ferita acquistano un significato nuovo quando scopriamo che possono essere messi al servizio di qualcuno. La vocazione comincia quando smettiamo di domandarci soltanto che cosa la vita possa darci e iniziamo a chiederci che cosa possiamo offrire attraverso la vita che abbiamo ricevuto.

Anche noi possiamo guardare alla nostra storia come a una successione casuale di avvenimenti. Perché sono nato in questa famiglia? Perché possiedo queste capacità? Perché ho incontrato proprio questa persona? Perché abbiamo attraversato questa prova? Non sempre troveremo una spiegazione. La fede non ci chiede di pensare che Dio abbia voluto ogni dolore o provocato ogni ferita. Ci invita, però, a credere che nessuna parte della nostra storia sia necessariamente inutile. Anche ciò che non viene da Dio può essere trasformato da Lui in un luogo di chiamata.

Questo vale anche per il matrimonio. Non ci siamo incontrati soltanto per stare bene insieme o per soddisfare reciprocamente i nostri bisogni affettivi. Il matrimonio cristiano contiene una chiamata. Quel «noi» che nasce dal sacramento non è destinato a chiudersi in se stesso: può diventare una parola di Dio rivolta al mondo. Ogni coppia è chiamata in modo diverso. Alcuni sposi testimoniano la gioia di accogliere molti figli. Altri scoprono una fecondità che passa attraverso l’adozione, l’affido, l’educazione o il servizio. Alcune coppie diventano segno di speranza perché, dopo una crisi, hanno trovato il coraggio di ricominciare. Altre mostrano che è possibile restare fedeli durante una malattia, attraversare un lutto, prendersi cura dei genitori anziani o custodire l’amore nella fatica della vita quotidiana.

La vocazione della coppia non coincide necessariamente con un’attività visibile nella Chiesa. Può realizzarsi nella casa aperta agli altri, nell’ascolto di una coppia in difficoltà, nell’educazione dei figli, nel lavoro svolto con onestà, nel perdono continuamente rinnovato. A volte la missione più grande di due sposi consiste nel mostrare che un uomo e una donna, pur essendo fragili, possono continuare a scegliersi. Il versetto di Ester ci invita a domandarci: e se fossimo diventati coppia anche per un tempo come questo? Forse il Signore ci ha posti accanto a persone che soltanto noi possiamo raggiungere. Forse la nostra storia contiene una parola di speranza di cui qualcun altro ha bisogno. Forse una ferita che avremmo preferito non conoscere ci ha resi capaci di comprendendere chi attraversa lo stesso dolore.

L’Analisi Transazionale parla del copione come di un progetto di vita elaborato inconsapevolmente fin dall’infanzia. Il bambino, sulla base delle esperienze vissute e dei messaggi ricevuti, prende decisioni su di sé, sugli altri e sul mondo: «Non sono importante», «Devo accontentare tutti», «Non posso fidarmi», «Per essere amato devo essere perfetto», «È meglio non esporsi», «Tanto finirà male». Quelle decisioni potevano avere una funzione protettiva nell’infanzia, ma nell’età adulta rischiano di diventare una prigione. Ester sembra aver imparato a sopravvivere adattandosi e rimanendo nascosta. Di fronte al pericolo potrebbe continuare a seguire lo stesso schema: non mostrarsi, non disturbare, aspettare che siano altri a intervenire. Mardocheo la provoca a uscire da questa modalità. Le ricorda che non è più soltanto la bambina orfana dipendente dalle decisioni altrui. Ora può assumersi la responsabilità della propria vita.

Uscire dal copione non significa rinnegare la propria storia, ma smettere di considerarla una condanna. Significa riconoscere che oggi possediamo possibilità che un tempo non avevamo. Possiamo compiere scelte nuove, accogliere permessi nuovi, scrivere un finale diverso. Questo passaggio è decisivo anche nella coppia. Possiamo entrare nel matrimonio portando copioni differenti: uno teme l’abbandono e cerca continuamente rassicurazioni; l’altro teme di essere soffocato e prende le distanze. Uno ha imparato a evitare ogni conflitto; l’altro ad alzare la voce per essere ascoltato. Se non diventiamo consapevoli di queste dinamiche, rischiamo di ripeterle e di attribuirne tutta la responsabilità al coniuge.

La coppia può però diventare il luogo nel quale il copione viene riconosciuto e trasformato. L’altro, quando ama senza sostituirsi a noi, può aiutarci a vedere capacità che non sapevamo di possedere. Può dirci, come Mardocheo a Ester: «Tu non sei soltanto ciò che ti è accaduto. Non sei obbligato a ripetere sempre la stessa storia. Oggi puoi scegliere». Occorre però evitare un equivoco. Il coniuge non è il nostro salvatore e non può costringerci a cambiare. Mardocheo interpella Ester, ma la decisione finale appartiene a lei. Allo stesso modo possiamo incoraggiarci, sostenerci e dirci la verità, ma non possiamo vivere al posto dell’altro. La vocazione autentica non cancella la libertà: la chiama a esprimersi pienamente.

C’è poi un copione che può riguardare non soltanto i singoli, ma anche il «noi». Una coppia può convincersi: «Noi non siamo capaci», «La nostra famiglia è sempre stata così», «Dopo quello che è successo non potremo più essere felici», «Non abbiamo nulla da offrire». Queste frasi sembrano descrivere la realtà, ma talvolta sono sentenze che impediscono di immaginare un futuro nuovo. Ester scopre che il luogo nel quale si trova non è soltanto il risultato degli eventi: può diventare il punto di partenza di una scelta. Anche noi non possiamo modificare il passato, ma possiamo decidere che cosa farne. Le nostre fragilità possono diventare compassione. Le crisi attraversate possono renderci capaci di accompagnare. Il perdono ricevuto può trasformarsi in misericordia offerta.

«Per un tempo come questo» significa che la vocazione non riguarda una vita ideale che avremmo potuto vivere. Riguarda questo tempo, questa storia, questa famiglia, questo matrimonio. Non quando saremo perfetti, quando avremo risolto ogni problema o quando non avremo più paura. Dio ci chiama ora, attraverso ciò che siamo e ciò che abbiamo. Ester è chiamata a passare dall’adattamento alla libertà, dal nascondimento alla testimonianza, dalla paura alla responsabilità. È il centro del suo cammino e forse anche del nostro: scoprire che non siamo soltanto personaggi di una storia scritta dagli altri. Con la grazia di Dio possiamo diventare adulti capaci di scegliere, amare e rispondere alla chiamata ricevuta.

Forse siamo diventati sposi proprio per un tempo come questo. Non per salvare il mondo con gesti straordinari, ma per lasciare che Dio salvi un frammento di mondo attraverso il nostro amore.

Per dialogare insieme

  1. Quali avvenimenti della nostra storia ci hanno preparati a essere la coppia che siamo oggi?
  2. Quali doni personali e di coppia possiamo mettere al servizio degli altri?
  3. Quale frase di copione limita maggiormente la mia libertà: «Non sono capace», «Non merito», «Non posso cambiare», «Devo cavarmela da solo» o un’altra?
  4. Esiste un copione che ripetiamo come coppia e che ci impedisce di immaginare un futuro diverso?
  5. In quale occasione tu mi hai aiutato a scoprire una capacità che non riconoscevo in me?
  6. A chi potrebbe essere utile la nostra esperienza, comprese le nostre fragilità e le prove attraversate?

Scegliete una frase negativa che ripetete spesso su voi stessi o sulla vostra coppia. Provate a trasformarla in un permesso nuovo e realistico. Per esempio: da «Noi non cambieremo mai» a «Possiamo imparare un modo nuovo di amarci»; da «Non abbiamo nulla da offrire» a «La nostra storia può diventare un dono». Scrivetela e rileggetela insieme durante la settimana.

Per pregare

Signore Gesù, Tu ci hai fatti incontrare e hai affidato al nostro amore una vocazione. Spesso guardiamo soltanto ai nostri limiti, alle occasioni perdute e alle ferite che ci portiamo dentro. Aiutaci a contemplare la nostra storia con i tuoi occhi. Liberaci dai copioni che ci tengono prigionieri. Quando pensiamo di non essere abbastanza, ricordaci che la tua chiamata non dipende dalla nostra perfezione. Quando abbiamo paura di esporci, donaci il coraggio di Ester. Quando ci rifugiamo nel passato, mostraci la libertà possibile oggi. Insegnaci a non usare le ferite come alibi, ma a consegnarle a Te perché possano diventare luoghi di compassione. Rendici capaci di incoraggiarci senza dominarci, di dirci la verità senza ferirci e di sostenerci senza sostituirci l’uno all’altra. Mostraci per chi e per che cosa siamo diventati sposi. Apri i nostri occhi sulle persone che ci hai affidato e sulle occasioni di bene nascoste nella vita quotidiana. Fa’ che la nostra casa non sia chiusa in se stessa, ma diventi uno spazio di accoglienza, consolazione e speranza. Signore, forse non comprendiamo ancora pienamente il senso della nostra storia. Eppure vogliamo fidarci di Te. Prendi il nostro amore, fragile ma sincero, e rendilo fecondo. Fa’ che possiamo riconoscere di essere stati chiamati, insieme, proprio per un tempo come questo. Amen.

Antonio e Luisa

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In relazione con Te: quando il Vangelo incontra la psicologia e ci aiuta a diventare pienamente umani

C’è un equivoco che, come cristiani, rischiamo talvolta di portare con noi: pensare che la fede riguardi soprattutto la nostra dimensione spirituale. Preghiera, sacramenti, morale, vita ecclesiale. Tutto vero, naturalmente. Ma Gesù Cristo non è venuto semplicemente per renderci persone più religiose. È venuto per restituirci pienamente alla nostra umanità.

Cristo è vero Dio, ma è anche vero uomo. E il Vangelo, se impariamo a leggerlo anche da questo punto di vista, è sorprendentemente intriso di psicologia: troviamo emozioni, paure, desideri, relazioni, conflitti, ascolto, manipolazioni, libertà, responsabilità, scelte. Gesù incontra persone concrete e le accompagna a diventare più libere e autentiche. Da questa convinzione nasce “In relazione con Te – Fede, psiche e libertà affettiva alla scuola di Cristo”, un percorso di formazione che vuole mettere in dialogo fede cristiana e scienze umane, in particolare alcuni strumenti dell’Analisi Transazionale.

Un percorso che, in realtà, serve a tutti

Il corso nasce dalla collaborazione tra Amati per Amare e MatrimonioCristiano.org, due realtà impegnate nella formazione cristiana e nell’integrazione tra crescita spirituale e crescita umana. A guidare il percorso sono Claudia Viola, psicoterapeuta e Analista Transazionale, Roberto Reis, psicologo e terapeuta in formazione, e Antonio De Rosa, blogger cristiano, formato come direttore spirituale per coppie e counselor analista transazionale di base.

Formalmente il percorso è rivolto a educatori, operatori pastorali, sacerdoti, sposi, genitori e a quanti accompagnano altre persone. Ma sarebbe riduttivo considerarlo una formazione riservata a chi svolge un servizio educativo o pastorale. È un percorso che può servire davvero a tutti. Perché tutti siamo in relazione. Tutti comunichiamo. Tutti proviamo emozioni che a volte comprendiamo e altre volte ci travolgono. Tutti abbiamo imparato, fin dall’infanzia, alcuni modi di comportarci che continuiamo a ripetere da adulti. Tutti rischiamo di entrare in dinamiche relazionali poco sane. E tutti abbiamo bisogno di diventare più consapevoli di ciò che accade dentro di noi.

Conoscersi meglio non significa ripiegarsi su se stessi. Al contrario: più conosco ciò che mi abita, più posso diventare libero di amare.

Il corso si sviluppa attraverso cinque incontri online, in diretta, della durata di tre ore, con possibilità di recuperare successivamente l’incontro per chi non può partecipare. Ogni modulo mette in relazione un episodio evangelico con uno specifico strumento psicologico, alternando contenuti teorici e applicazioni concrete. Ed è proprio questa la caratteristica più interessante: non si prende una teoria psicologica per poi aggiungervi qualche citazione evangelica. Si parte da Cristo e dalla sua umanità.

I sei incontri: imparare l’umano guardando Gesù

Sabato 19 settembre – Marta e Maria: conoscere i propri Stati dell’Io

Il percorso si apre con l’incontro di Gesù con Marta e Maria (Lc 10,38-42), una pagina conosciutissima che può essere letta anche attraverso gli strumenti dell’Analisi Transazionale. Marta appare immersa nel fare, nella responsabilità, nel bisogno che le cose siano fatte nel modo giusto. In questa lettura agisce prevalentemente nello stato dell’Io del Genitore Critico. Maria, invece, si lascia coinvolgere dall’incontro e dall’ascolto, mostrando maggiormente i tratti del Bambino Libero. Gesù non condanna semplicemente una modalità per esaltarne un’altra: richiama piuttosto a una maggiore integrazione e consapevolezza. Durante l’incontro impareremo a conoscere gli Stati dell’Io – Genitore, Adulto e Bambino –, riconoscendo quale parte di noi prende più facilmente il sopravvento nelle diverse situazioni. Comprendere questi meccanismi aiuta a trasformare il proprio stile relazionale e a costruire rapporti più liberi, adulti e armoniosi.

Sabato 17 ottobre – Gesù e la Samaritana: imparare davvero ad ascoltare

L’incontro tra Gesù e la Samaritana (Gv 4,1-42) è uno dei dialoghi più belli del Vangelo. Gesù incontra una donna con una storia complessa e non parte dal giudizio. Le parla, la ascolta, le permette di raccontarsi. Allo stesso tempo non rinuncia alla verità. Accoglienza e autenticità non si contrappongono mai. È proprio questa capacità che spesso manca nelle nostre relazioni. A volte ascoltiamo soltanto per trovare il momento giusto per rispondere. Altre volte interpretiamo ciò che l’altro dice attraverso le nostre paure e i nostri pregiudizi. Questo incontro sarà dedicato all’ascolto attivo e alla comunicazione efficace. Impareremo alcuni strumenti per accogliere realmente ciò che l’altro sta dicendo, verificare di averlo compreso e, nello stesso tempo, riuscire a esprimere pensieri, emozioni e bisogni con maggiore autenticità. Perché tante crisi relazionali non nascono dalla mancanza di amore, ma dall’incapacità di comunicare quell’amore in modo comprensibile all’altro.

Sabato 21 novembre – Il Getsemani: diventare adulti nelle emozioni

Nel Getsemani (Mt 26,36-46) incontriamo un Gesù profondamente umano. Ha paura, prova angoscia e tristezza. Non nasconde ciò che sente e non finge una forza che non prova. È una pagina fondamentale per comprendere che maturità non significa non provare emozioni difficili. Gesù riconosce quello che accade dentro di sé, gli dà un nome, lo condivide con i discepoli e lo porta nella relazione con il Padre. L’incontro sarà quindi dedicato a emozioni e sentimenti: come riconoscerli, comprenderli, esprimerli e imparare gradualmente a gestirli. Rabbia, paura, tristezza e vergogna non sono nemici da eliminare. Sono segnali che raccontano qualcosa di noi. Il problema nasce quando non sappiamo riconoscerli oppure quando permettiamo loro di determinare automaticamente le nostre azioni. La libertà affettiva passa anche dalla capacità di dire: “Questo è ciò che provo, ma non sono obbligato ad agire secondo ciò che provo”.

Sabato 12 dicembre – La donna adultera: uscire dai giochi psicologici

Nel racconto della donna adultera (Gv 8,1-11) i farisei sembrano interrogare Gesù, ma in realtà stanno costruendo una trappola. È una dinamica molto simile a ciò che, in psicologia, viene definito gioco psicologico: una relazione apparentemente normale dietro la quale si nasconde un secondo livello, spesso inconsapevole, che porta verso un esito già conosciuto. Gesù non entra nel gioco. Non assume il ruolo che gli altri vorrebbero imporgli. Non diventa né persecutore né complice. Introduce invece qualcosa di nuovo, costringendo ciascuno ad assumersi la propria responsabilità. Durante questo incontro impareremo a riconoscere i giochi psicologici che spesso si ripetono nelle relazioni: provocazioni, ricatti emotivi, vittimismo, accuse, salvataggi non richiesti. L’obiettivo non sarà imparare a etichettare gli altri, ma riconoscere i nostri copioni relazionali e scoprire che possiamo smettere di recitare sempre la stessa parte.

Sabato 16 gennaio – Le nozze di Cana: imparare a costruire il “noi”

L’ultimo incontro prende spunto dalle nozze di Cana (Gv 2,1-11). Una festa di matrimonio rischia di trasformarsi in una situazione di vergogna e fallimento: manca il vino. Gesù entra proprio dentro questa mancanza e la trasforma. È un’immagine estremamente concreta anche per la vita di coppia. Prima o poi, infatti, in ogni matrimonio “manca il vino”: possono arrivare incomprensioni, stanchezza, differenze, conflitti, periodi nei quali l’altro sembra non riuscire più a rispondere ai nostri bisogni. La domanda diventa allora: come si costruisce e si custodisce il “noi”? Durante l’incontro saranno offerti alcuni primi strumenti relativi all’ascolto, alla comunicazione, alla gestione del conflitto e alla reciprocità. Verranno inoltre introdotte alcune dinamiche tipiche della relazione di coppia, aiutando a comprendere le ragioni che possono stare dietro determinati comportamenti del partner. Si tratterà volutamente di un primo assaggio. Il tema della coppia è troppo ampio per essere esaurito in poche ore e verrà successivamente approfondito attraverso un percorso specificamente dedicato.

Cinque incontri, quindi, per partire dal Vangelo e tornare alla nostra vita concreta. Perché seguire Cristo significa certamente imparare a pregare e credere, ma significa anche imparare ad ascoltare, comunicare, conoscere le proprie emozioni, uscire dai copioni che ci imprigionano e diventare più capaci di relazione. Più diventiamo pienamente umani, più diventiamo capaci di amare.

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Antonio e Luisa

Quanto è importante la comunità che Sostiene, Incoraggia, Ascolta e Non giudica?

Se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori (Salmo 127). 

Quando ci siamo sposati, pensavamo che in virtù del Sacramento tutto sarebbe andato per il meglio. Purtroppo non siamo riusciti a costruire confini chiari con le nostre famiglie d’origine. È stato più facile venir meno all’impegno di custodirci e sostenerci reciprocamente, con quella cura e quella pazienza che ogni nuovo inizio richiede. A volte diventava difficile perfino riconoscere e occupare il proprio posto nella nuova casa e nella nuova famiglia che stavamo costruendo insieme. Ad ogni ingerenza delle nostre famiglie, anziché accogliere e riconoscere i nostri sentimenti, abbiamo imparato a chiuderci.

Ci siamo ritrovati ben presto a vivere insieme, ma non a condividere ciò che ognuno viveva, né gioie, né paure, né tanto meno la genitorialità. Uno si occupava soprattutto degli aspetti materiali, mentre l’altra cercava di impedire che il nucleo familiare si sgretolasse. A tenere insieme tutto restavano una fede ancora fragile e una pazienza tenace, sufficienti però per non smettere di provarci. La pandemia è stata per noi una “grazia” che ci ha permesso di allontanarci da tutti, così siamo stati da soli con i nostri figli, è stato come un mettere ordine e pian piano abbiamo potuto vedere i vuoti lasciati, anche se entrambi no ne avevamo piena consapevolezza.

Esausta di percepirmi scontata nel ruolo di accudimento e non accettando più di farmi carico da sola della responsabilità della nostra famiglia, con determinazione ho proposto al mio sposo di partecipare al weekend di Retrouvaille di cui  avevo sentito parlare molti anni prima. Per noi quell’inizio è stato un reset, abbiamo imparato a dirci anche le cose più spiacevoli, a prenderci  del tempo come coppia, a dirci grazie per ogni piccolo momento.

La scorsa primavera abbiamo  accolto l’invito di partecipare ad un fine settimana a Loreto, un incontro annuale offerto a quanti hanno concluso il programma, incontro a cui partecipano coppie provenienti da tutta Italia. Quale gioia, quando mi dissero: “Andremo alla casa del Signore” (Salmo 122).

Arrivare a Loreto, accompagnati da tutta la famiglia Retrouvaille è stato prendere consapevolezza che dobbiamo darci da fare per costruire la fiducia tra di noi e che dobbiamo imparare a sostenerci vicendevolmente. Entrare nella Santa Casa, poggiare pian piano la mano su quelle pareti è stato un invito a lasciarsi andare, chinare il capo sfiorando le mura è stato un trovare riparo dove il cuore sussurra: “riposa: sei a casa“.

Pian piano è tornato alla mente il vangelo proclamato anche nel giorno del nostro matrimonio: Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia (Matteo 7,25), Questo versetto ci ha ricordato che all’origine di ogni chiamata c’è Dio e che a Lui possiamo affidarci, consegnando le nostre gioie, le nostre fatiche e anche le nostre fragilità. Non siamo soli, né come persone né come coppia e famiglia: Egli è la roccia alla quale vogliamo rimanere saldamente ancorati.

Abbiamo compreso che si può anche andare avanti arrancando, limitandosi a sopravvivere giorno dopo giorno. Ma è grazie all’accompagnamento di una comunità che sostiene e prega che possiamo ritrovare il coraggio di confermare le nostre scelte e di spendere davvero la vita per esse. È ciò che è accaduto a noi quando abbiamo incontrato gli amici di Retrouvaille.  Dio si fa prossimo ad ognuno di noi attraverso il fratello che ci mette accanto, attraverso la comunità che cammina, inciampa, soffre, ma soprattutto si offre. Abbiamo potuto costatare anche noi che nessuno si salva da solo, e che un matrimonio ferito, può gioire ed essere grato anche guardando le proprie ferite, così come possiamo guardare alle ferite che  Gesù ha mostrato ai Suoi discepoli dopo la Resurrezione. 

La crisi non è stata la fine; per noi è diventata, in qualche modo, una grazia, che ancora oggi ci invita a non restare piegati sotto il peso delle difficoltà. Ci ha insegnato ad abbandonarci nelle mani di Dio e a lasciarci sostenere dalla comunità, soprattutto quando il cammino si fa più faticoso. Oggi, con sentimenti di affetto, compassione e gratitudine, ci incoraggiamo reciprocamente ad attraversare le nostre paure e ad accogliere anche i nostri dolori, senza fuggirli. Consapevoli di non essere soli, continuiamo a camminare insieme, con lo sguardo rivolto a quel fiorire che, nonostante tutto, ci attende.

E a chi si troverà a leggere queste parole vogliamo lasciare un incoraggiamento: non abbiate paura di chiedere preghiere, ogni giorno e soprattutto per quelle situazioni che facciamo fatica persino a guardare. Abbiate il coraggio di lasciarvi raggiungere e accompagnare con pazienza, anche là dove le ferite fanno ancora male. Retrouvaille significa proprio “ritrovarsi”. Ed è ciò che sta accadendo anche a noi: continuiamo a ritrovarci come coppia, riscoprendo ogni giorno la chiamata che ci unisce e, nello stesso tempo, riconoscendoci figli amati da Dio Padre, custoditi da un amore più grande delle nostre fragilità.

con gioia Nunzio e Maria Grazia (Retrouvaille Italia)

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Mi faccio forza perché, se crollo io, crolla la famiglia

Ci sono frasi che ogni tanto ritornano, spesso nei momenti in cui la vita diventa più difficile e una di queste l’ho sentita tante volte da madri e padri che stavano attraversando situazioni dolorose e che, raccontandomi la loro storia, mi hanno detto: “Mi faccio forza perché, se crollo io, crolla la famiglia”.

Dentro quelle parole c’è qualcosa di molto più profondo di una semplice espressione di responsabilità, quella persona, in realtà, non si sta dicendo: “Sono forte”, ma esattamente il contrario. Sta dicendo: “Da sola forse non ce la farei”, eppure continua ad andare avanti, a svegliarsi la mattina, a lavorare, a occuparsi dei figli, a preparare da mangiare, ad ascoltare, a sorridere quando magari avrebbe soltanto voglia di piangere. Continua a fare tutto quello che deve fare, anche se la persona dentro si sente completamente svuotata. Perché lo fa? Perché c’è qualcuno che ha bisogno di lei.

Noi siamo portati a pensare che la forza sia una caratteristica personale, qualcosa che uno possiede, oppure non possiede. Ci sono persone che consideriamo forti e altre che consideriamo fragili, ci sono quelli che sembrano capaci di affrontare qualsiasi cosa e quelli che invece davanti alle difficoltà sembrano crollare, ma la vita, qualche volta, ci dimostra che non è così semplice.

Ci sono persone che non si sono mai considerate forti e che, quando arriva una situazione drammatica, scoprono dentro di sé una capacità di resistere che non avevano mai conosciuto, non perché siano diventate improvvisamente “Superman”, ma perché nella loro vita c’è qualcuno che amano e di cui si devono prendere cura. Allora l’amore per quella persona diventa più forte della disperazione.

Questo, per me, è uno dei miracoli più belli che Dio compie nella nostra vita. Non necessariamente un miracolo spettacolare, di quelli che aspettiamo quando preghiamo perché qualcosa cambi, è un miracolo molto più umano: Dio mette accanto a noi qualcuno e, attraverso quella persona, fa emergere da noi una forza che non avremmo mai scoperto se fossimo rimasti soli.

Pensiamo a una madre che attraversa un periodo terribile e che magari dentro di sé pensa di non avere più la forza di andare avanti: poi guarda i suoi figli e comprende che non può semplicemente lasciarsi andare, non perché improvvisamente il dolore sia scomparso, ma perché il suo amore è diventato più forte del dolore. Pensiamo a un padre che magari sta vivendo una difficoltà enorme e che, nonostante tutto, continua a lavorare, a preoccuparsi della famiglia, a esserci: forse nessuno si accorge di quanto gli costi farlo e nemmeno lui si rende conto della forza che sta mettendo in campo, eppure quella forza c’è. È una forza che nasce dalla relazione, nasce dal fatto che non viviamo soltanto per noi stessi.

Dio ci mette accanto qualcuno: il Signore non ci ha creati come individui autosufficienti, ci ha creati per la relazione, per il dono, per la responsabilità reciproca e ci ha messi gli uni accanto agli altri e, attraverso le persone che ci affida, ci permette di scoprire anche chi siamo. A volte pensiamo che avere responsabilità sia soltanto un peso e certamente lo è, perché prendersi cura di qualcuno costa, richiede tempo, pazienza, sacrificio e spesso ci chiede di mettere da parte noi stessi, ma c’è anche un altro aspetto che rischiamo di dimenticare: la responsabilità verso qualcuno può diventare una sorgente di forza e un’opportunità. È proprio perché qualcuno ci è stato affidato che scopriamo di avere ancora qualcosa da donare e la capacità di rialzarci.

Allora mi viene da pensare che forse Dio, in molti momenti della nostra vita, non ci dà semplicemente la forza di cui abbiamo bisogno, ci dà qualcuno per cui quella forza diventa necessaria. Spesso immaginiamo la Grazia come qualcosa che arriva dall’alto e che, in qualche modo, interrompe la normalità della nostra vita, ci aspettiamo quasi che Dio intervenga con qualcosa di straordinario, che faccia accadere qualcosa che ci permetta finalmente di capire che Lui c’è; in realtà spesso la Grazia si nasconde proprio nelle cose più umane che abbiamo, come ad esempio nella fedeltà di una persona che, nonostante una situazione familiare dolorosa, continua a fare ciò che ritiene giusto, perché sa che qualcuno conta su di lei, soprattutto i figli.

Ho visto con la mia separazione (che non sarebbe mai dovuta succedere), quante capacità positive sono venute fuori in me, perché ho sentito forte la responsabilità verso le figlie e anche verso mia moglie. Dio non ha bisogno di trasformarci in qualcun altro per salvarci, non deve cancellare la nostra personalità, i nostri sentimenti, la nostra sensibilità, le nostre capacità, molto spesso prende proprio ciò che siamo e lo porta a una dimensione che da soli non avremmo raggiunto.

Forse dovremmo guardare con occhi diversi le persone che Dio ha messo nella nostra vita: spesso vediamo soltanto la fatica che comportano, vediamo le responsabilità, le preoccupazioni, le rinunce, le notti insonni, le difficoltà educative, i problemi economici, le incomprensioni; ma quelle stesse persone possono essere anche il canale attraverso cui Dio fa emergere da noi qualcosa di nuovo. Ad esempio un figlio può insegnarti una pazienza che non sapevi di avere o una persona fragile può insegnarti una tenerezza che non avevi mai sperimentato.

Allora forse possiamo guardare anche alle nostre responsabilità con un po’ più di gratitudine, senza per questo negare la fatica che comportano, perché magari quella persona che oggi senti come un peso è anche, misteriosamente, una delle ragioni per cui Dio ti sta facendo scoprire la persona che puoi diventare. Così il coniuge può diventare una presenza attraverso la quale scopriamo la nostra capacità di amare.

Quando arrivano le difficoltà, quando la vita mette alla prova la coppia, può accadere qualcosa di sorprendente: proprio la responsabilità verso l’altro può diventare una delle ragioni per cui continuiamo a combattere. Forse, se sei ancora in piedi è perché Dio ha messo qualcuno nella tua vita che ti ha fatto scoprire una forza che non sapevi di avere. Allora, quando ti sembra di non farcela più, non guardare soltanto quanto è grande il dolore che hai davanti, guarda chi hai accanto; potrebbe essere proprio quella persona, affidata al tuo amore, il modo più umano e più concreto con cui Dio ti sta dicendo: “Coraggio, tu non sai quanto sei forte quando ami”.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Ester: perché proprio io?

«Tutti i ministri del re e il popolo delle sue province sanno che, se qualcuno, uomo o donna, entra dal re nell’atrio interno senza essere stato chiamato, una sola è la legge: deve essere messo a morte» (Est 4,11).

In questo modulo torna protagonista Ester. Tratteremo di paura e passività. Una persona adulta è capace di non fuggire le proprie responsabilità. Clicca qui per leggere i moduli precedenti.

Arriva un momento nella vita di Ester nel quale non è più possibile restare spettatrice. Fino a questo punto molte cose le sono semplicemente accadute. È rimasta orfana, è stata cresciuta da Mardocheo, è stata condotta nel palazzo del re, è stata scelta come regina. Ha saputo adattarsi, attendere, osservare. Ma adesso qualcosa cambia. Aman ha ottenuto il decreto contro il popolo ebraico e Mardocheo chiede a Ester di intervenire. Per la prima volta la domanda non è più: “Che cosa mi sta succedendo?”, ma: “Che cosa decido di fare?” Ed Ester ha paura. La sua risposta a Mardocheo è comprensibile: non può semplicemente entrare dal re. Ester è sposa del re ma presentarsi senza essere convocata significa rischiare la morte. Inoltre sono trenta giorni che il re non la chiama. In altre parole Ester dice: “Capisco il problema, ma che cosa posso farci io?”.

È una domanda che conosciamo bene. Perché proprio io? Perché devo essere io a fare il primo passo? Perché devo essere sempre io a cercare il dialogo? Perché devo essere io a cambiare? Perché devo perdonare ancora? Perché devo affrontare questo problema, quando sarebbe molto più semplice aspettare che sia l’altro a muoversi? Nella vita di coppia questa tentazione è frequentissima. Vediamo perfettamente ciò che non funziona, ma aspettiamo che sia l’altro a sistemarlo. “Se lui fosse più affettuoso, io sarei diversa.” “Se lei smettesse di criticarmi, riuscirei ad aprirmi.” “Quando lui cambierà, allora cambierò anch’io.” “Finché lei continua a comportarsi così, non posso fare nulla.”

Può essere tutto vero. L’altro può realmente avere responsabilità importanti. Il problema nasce quando utilizziamo la responsabilità dell’altro per evitare di guardare la nostra. L’Analisi Transazionale ci offre una chiave interessante attraverso il concetto di passività. Essere passivi non significa necessariamente stare immobili sul divano senza fare nulla. Possiamo essere molto attivi e tuttavia evitare il vero problema. Possiamo lamentarci continuamente. Possiamo arrabbiarci. Possiamo parlare per ore con amici e parenti. Possiamo analizzare perfettamente tutti gli errori del coniuge. Possiamo persino pregare perché Dio lo cambi. E nello stesso tempo non fare l’unica cosa che dipende davvero da noi. È una forma di evitamento della responsabilità. Non significa attribuirsi colpe che non abbiamo. Responsabilità e colpa non sono la stessa cosa. Essere responsabili significa riconoscere quale parte della situazione dipende dalla nostra libertà.

Ester non ha creato il decreto di Aman. Non è responsabile dell’odio di Aman. Non ha scelto il pericolo nel quale si trova il suo popolo. Eppure c’è qualcosa che soltanto lei può fare. Questo è il punto. Nella coppia spesso sprechiamo moltissima energia cercando di cambiare ciò che non dipende da noi e pochissima energia nel cambiare ciò che dipende da noi. Non posso obbligare mia moglie ad ascoltarmi, ma posso imparare a parlarle senza aggredirla. Non posso costringere mio marito a essere più tenero, ma posso dirgli chiaramente quanto quella tenerezza sia importante per me. Non posso cambiare la storia familiare del mio coniuge, ma posso decidere di non usare le sue ferite contro di lui. Non posso obbligare l’altro a perdonarmi, ma posso assumermi sinceramente la responsabilità del male che ho fatto. Non posso garantire il risultato. Posso però scegliere la mia parte.

Mardocheo scuote Ester proprio su questo punto. Le fa comprendere che essere diventata regina non significa essere stata messa in un luogo protetto dal quale osservare la sofferenza degli altri. Quel posto comporta una responsabilità. È molto interessante anche per il matrimonio cristiano. A volte pensiamo alla vocazione soprattutto come a qualcosa che Dio ci dona per renderci felici. Ed è vero: il matrimonio è un grande dono. Ma ogni dono porta con sé anche una responsabilità. Se Dio mi ha affidato questa donna, questo uomo, questi figli, questa storia, allora dentro questa realtà esiste anche una domanda rivolta a me. Non soltanto: “Che cosa sto ricevendo?”. Ma anche: “Che cosa mi è affidato?”

La tentazione di tirarsi indietro diventa particolarmente forte quando agire comporta un rischio. Ester rischia moltissimo. Anche noi, nelle relazioni, rischiamo. Dire “ho sbagliato” significa rischiare di sentirci vulnerabili. Chiedere perdono significa rinunciare alle nostre difese. Dire “ho bisogno di te” significa esporsi alla possibilità di un rifiuto. Affrontare una crisi significa rinunciare all’illusione che tutto si aggiusterà da solo. Chiedere aiuto significa riconoscere che forse non ce la facciamo con le sole nostre forze. È molto più rassicurante aspettare. Ma alcuni problemi non scompaiono aspettando. Anzi, spesso crescono. Ci sono coppie che rimandano per anni una conversazione necessaria. Non parlano dell’intimità che non funziona, della distanza che sta crescendo, del rapporto con le famiglie d’origine, delle difficoltà economiche, di una ferita mai davvero perdonata. “Non è il momento.” “Ne parleremo più avanti.” “Adesso abbiamo troppi problemi.” Poi passano i mesi e gli anni. L’evitamento offre una pace immediata, ma spesso prepara un conflitto futuro molto più grande.

C’è poi un’altra forma sottile di passività: convincersi di non poter fare nulla. “Ormai siamo fatti così.” “Lui non cambierà mai.” “Lei è sempre stata così.” “Il nostro matrimonio è questo.” Sono frasi pericolose perché trasformano una difficoltà in una sentenza. Nello stato dell’Io Adulto possiamo invece domandarci: qual è la realtà? Quali possibilità esistono? Quale piccolo passo è concretamente nelle mie mani? Non dobbiamo sempre risolvere tutto. A volte la responsabilità comincia da un gesto piccolissimo. Fare una telefonata. Chiedere un confronto. Spegnere il telefono e sedersi accanto all’altro. Dire finalmente una verità che stiamo evitando. Chiedere aiuto a qualcuno competente. Pregare insieme dopo mesi che non lo facciamo. Pronunciare per primi: “Possiamo ricominciare?”.

Ester non è ancora la donna coraggiosa che vedremo poco dopo. In questo momento ha paura e cerca una via d’uscita. Ed è proprio questo a renderla così vicina a noi. Il coraggio biblico non consiste nel non avere paura. Consiste nel non lasciare alla paura l’ultima parola. Anche nella coppia arriva prima o poi un momento in cui dobbiamo smettere di domandarci chi dovrebbe cominciare e iniziare a chiederci: “Che cosa posso fare io?” Non “che cosa dovrebbe fare lui”. Non “che cosa dovrebbe capire lei”. Io. La nostra parte può essere piccola, ma è l’unica sulla quale abbiamo veramente potere.

Forse è proprio qui che una coppia ricomincia a vivere: quando almeno uno dei due smette di aspettare che l’altro cambi per primo. Amare significa anche assumersi il rischio del primo passo. E forse, davanti a tante situazioni della nostra vita, Dio continua a rivolgerci silenziosamente la stessa domanda che attraversa la storia di Ester: Chi sa se non sei qui proprio per questo?

Per dialogare insieme

  1. C’è qualche problema della nostra coppia che stiamo rimandando da troppo tempo?
  2. In quali situazioni tendo a pensare: “Deve cambiare prima lui” oppure “Deve cominciare prima lei”?
  3. Quale responsabilità attribuisco continuamente a te senza guardare sufficientemente la mia?
  4. C’è qualcosa che so di dover fare, ma che continuo a evitare per paura delle conseguenze?
  5. Quando abbiamo un problema, tendo ad affrontarlo, a lamentarmi, ad arrabbiarmi oppure a far finta che non esista?
  6. Qual è un piccolo passo concreto che dipende da me e che potrebbe fare bene alla nostra relazione?

Prendete un problema reale della vostra coppia. Evitate per qualche minuto di parlare di ciò che dovrebbe fare l’altro. Ognuno provi invece a completare questa frase: “Rispetto a questa situazione, ciò che dipende da me è…”. Non promettete grandi cambiamenti. Scegliete un gesto concreto e possibile da vivere nei prossimi giorni.

Per pregare

Signore Gesù, quante volte davanti alle difficoltà della nostra vita ci domandiamo: “Perché proprio io?”. Vorremmo che fosse l’altro a cominciare. Vorremmo che cambiasse prima lui, che comprendesse prima lei, che qualcuno risolvesse al nostro posto ciò che ci fa paura affrontare. Donaci la libertà di guardare la nostra parte. Liberaci dalla tentazione di usare gli errori dell’altro come giustificazione per le nostre chiusure. Aiutaci a distinguere ciò che non dipende da noi da ciò che invece Tu affidi alla nostra responsabilità. Quando abbiamo paura di parlare, donaci parole sincere. Quando abbiamo paura di chiedere perdono, rendici umili. Quando siamo stanchi di essere i primi a fare un passo, ricordaci che anche Tu ci hai amati per primo. Quando pensiamo che nulla possa cambiare, restituiscici uno sguardo capace di vedere possibilità nuove. Non permettere che la paura diventi immobilità e che l’attesa diventi una scusa per non amare. Come Ester, aiutaci a comprendere che forse siamo arrivati proprio qui, dentro questa storia, dentro questo matrimonio, dentro questa difficoltà, per rispondere a una chiamata che nessun altro può vivere al posto nostro. Mostraci oggi non tutta la strada, ma il prossimo passo. E donaci il coraggio di compierlo. Amen.

Antonio e Luisa

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Non possiamo vedere il nostro volto da soli

C’è una parte del nostro corpo che accompagna ogni istante della nostra vita e che, paradossalmente, non possiamo vedere direttamente: il nostro volto. Possiamo guardare le nostre mani, le nostre gambe, il nostro petto. Possiamo abbassare gli occhi e osservare quasi tutto il nostro corpo. Ma non possiamo guardare il nostro viso senza qualcosa che ce lo restituisca: uno specchio, una fotografia oppure, in modo molto più profondo, lo sguardo di un’altra persona. Forse non è soltanto una curiosità anatomica. Forse racconta qualcosa di profondamente umano: non possiamo conoscere completamente noi stessi da soli.

San Paolo usa proprio l’immagine dello specchio quando scrive: «Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia» (1Cor 13,12). Il contesto parla della conoscenza di Dio, ma l’immagine è straordinariamente evocativa anche per comprendere le nostre relazioni. Oggi conosco soltanto «in parte». Anche me stesso. Abbiamo tutti una rappresentazione di chi siamo. Pensiamo di essere generosi, pazienti, disponibili, oppure magari incapaci, egoisti, fragili. Ma questa immagine non coincide necessariamente con tutta la verità. Ci sono aspetti di noi che possiamo scoprire soltanto quando entriamo in relazione.

La psicologia sociale conosce da tempo qualcosa di simile. Si parla di reflected appraisal: l’immagine che abbiamo di noi viene influenzata anche dal modo in cui immaginiamo di essere percepiti dagli altri. La ricerca suggerisce inoltre che questo processo assume un peso particolare proprio nelle relazioni più intime: quanto più una persona ci è vicina, tanto più profondamente elaboriamo ciò che pensiamo essa veda in noi. Il matrimonio, da questo punto di vista, è uno degli specchi più potenti che esistano.

Da fidanzato potevo convincermi di essere una persona molto paziente. Poi arriva la vita insieme. Arrivano la stanchezza, i figli, le incomprensioni, le aspettative deluse. Ed ecco che mia moglie riesce a mostrarmi una parte del mio volto che io non avevo mai visto. Non perché me la provochi. Perché la relazione la rende visibile. È una distinzione fondamentale.

Quando il coniuge tocca una nostra fragilità, spesso pensiamo: Se tu non fossi così, io non reagirei in questo modo. In realtà quella reazione racconta qualcosa che era già dentro di noi. L’altro non sempre crea la ferita: qualche volta semplicemente la illumina. È qui che la relazione può diventare luogo di crescita oppure campo di battaglia. Posso arrabbiarmi con lo specchio perché mi mostra una macchia sul volto. Oppure posso usare quello specchio per pulirla.

Nella coppia accade continuamente. Il modo in cui reagisco al silenzio dell’altro, alla sua critica, alla sua distanza, alla sua richiesta di attenzione può rivelare paure antiche: non sono importante, non sono abbastanza, prima o poi mi abbandonerai, devo meritarmi il tuo amore. Sono copioni che spesso portiamo con noi molto prima di incontrare nostro marito o nostra moglie. La relazione li porta alla luce.

Ma esiste anche il movimento opposto. L’altro non ci mostra soltanto ciò che deve essere guarito. Può mostrarci una bellezza che noi non riusciamo più a vedere. Ci sono persone cresciute sentendosi incapaci che scoprono, attraverso l’amore del coniuge, di essere affidabili. Persone convinte di non essere desiderabili che imparano lentamente ad accogliere il proprio corpo attraverso uno sguardo che le contempla con amore. Persone abituate a sentirsi inutili che scoprono di essere preziose perché qualcuno continua a scegliere la loro presenza.

Non dobbiamo però trasformare il coniuge nel giudice della nostra identità. Sarebbe pericoloso. L’altro può aiutarci a conoscerci, ma non decide quanto valiamo. La nostra identità più profonda precede qualsiasi giudizio umano. La Scrittura lo dice attraverso un’immagine ancora più forte: il volto dell’altro può diventare luogo nel quale intravedere il volto di Dio. Quando Giacobbe incontra nuovamente Esaù teme la vendetta del fratello che aveva ingannato. Invece Esaù gli corre incontro, lo abbraccia e lo accoglie. Giacobbe allora pronuncia parole sorprendenti: «Vedere il tuo volto è stato per me come vedere il volto di Dio, poiché tu mi hai accolto con benevolenza» (Gen 33,10). Il volto dell’altro diventa volto di Dio quando invece della condanna troviamo misericordia.

Credo che questo possa accadere anche nel matrimonio. Quando conosco le fragilità di mia moglie e continuo a guardarla con amore, le sto restituendo un’immagine di sé che forse da sola non riesce più a vedere. Quando lei conosce le mie incoerenze ma non mi riduce ai miei errori, mi permette di intravedere qualcosa dello sguardo di Dio. Paolo scrive ancora che, contemplando il Signore «a viso scoperto», veniamo trasformati progressivamente nella sua stessa immagine (2Cor 3,18). È bellissimo: lo sguardo non serve soltanto a conoscere. Lo sguardo può trasformare. Anche quello degli sposi.

Posso guardare mia moglie ricordandole continuamente ciò che non è. Oppure posso guardarla aiutandola a diventare ciò che è chiamata ad essere. Posso usare ciò che conosco delle sue fragilità per ferirla oppure per custodirla. E lei può fare lo stesso con me. Forse Dio ha permesso che non potessimo vedere direttamente il nostro volto anche per ricordarci qualcosa: nessuno basta completamente a se stesso per conoscersi. Abbiamo bisogno di uno specchio. Abbiamo bisogno degli altri.

E, nella vita matrimoniale, abbiamo soprattutto bisogno di imparare a guardarci con uno sguardo sufficientemente vero da non nascondere le ferite e sufficientemente misericordioso da non identificarci con esse. Perché qualche volta, guardando il volto della persona che abbiamo sposato, possiamo scoprire qualcosa di lei. Ma qualche volta, attraverso i suoi occhi, possiamo finalmente vedere anche il nostro volto.

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Quando non sono più io che vivo, ma tu vivi in me

Ho letto una storia insieme ordinaria e straordinaria. Ordinaria, perché dovrebbe raccontare semplicemente la normalità di un amore che resta fedele e continua a prendersi cura dell’altro. Straordinaria, perché purtroppo questa normalità non è più così scontata, tanto da diventare una notizia degna di essere raccontata da un giornale. Leggi qui l’articolo.

Edward ha 87 anni e ogni giorno percorre dieci chilometri per raggiungere la moglie Annamaria, ricoverata in una RSA a causa di un grave decadimento cognitivo. Lei non riesce più a parlare, ma lui continua a starle accanto, a tenerle la mano, a raccontarle la loro vita e a prendersi cura di lei. La loro storia ci mostra cosa accade quando il matrimonio diventa una vera comunione: amare l’altro non è più soltanto una scelta o un dovere, ma una parte irrinunciabile di ciò che siamo.

Ogni giorno Edward si veste con cura ed esce di casa per raggiungere Annamaria, sua moglie da sessantacinque anni. Lei vive in una RSA e, a causa di un decadimento cognitivo, non riesce più a parlare. Lui, invece, continua a parlarle. Le racconta ciò che ha fatto, le ricorda che giorno è, le canta le canzoni della tradizione toscana, la imbocca, le accarezza il volto e le tiene la mano.

Potremmo guardare a tutto questo come a un gesto straordinario. Potremmo pensare a Edward come a un uomo dotato di una forza e di una generosità fuori dal comune. E certamente la sua tenacia commuove. Eppure lui stesso sembra voler ridimensionare ciò che fa: «Non faccio nulla di speciale. Semplicemente le tengo compagnia». Forse è proprio questa frase a rivelare il significato più autentico della sua scelta. Edward non vive quelle visite come un sacrificio imposto dall’esterno, come un dovere pesante da compiere per dimostrare di essere un bravo marito. Va da Annamaria perché sente che il suo posto è accanto a lei. Non perché qualcuno glielo ordini, ma perché stare con lei corrisponde ormai a ciò che lui è.

Il matrimonio, quando viene vissuto in profondità, opera lentamente una trasformazione. L’io non scompare, non viene annullato e non perde la propria dignità. Al contrario, diventa più pienamente sé stesso aprendosi al tu. L’altro non è più soltanto qualcuno che cammina accanto a me, ma entra nella mia stessa identità. La sua gioia diventa la mia gioia, la sua sofferenza mi riguarda, la sua fragilità mi interpella. È come poter dire: non sono più soltanto io che vivo, ma tu vivi in me. Questa espressione non indica una dipendenza patologica, né la perdita dei propri confini. Descrive piuttosto il mistero della comunione sponsale. Dopo tanti anni, il volto dell’altro abita dentro di noi. I suoi gesti, le sue parole, la sua storia e persino i suoi silenzi diventano parte della nostra vita.

Per questo Edward non considera inutile andare da una donna che non può più conversare con lui. Non misura il valore dell’incontro in base a ciò che riceve. Annamaria non può intrattenerlo, ringraziarlo con lunghi discorsi o ricambiare le sue attenzioni come un tempo. Eppure per lui è sempre sua moglie. È sempre la ragazza che gli propose di sposarsi davanti ai quadri della National Gallery. È la donna con la quale ha costruito una famiglia, cresciuto due figli, attraversato stagioni felici e momenti difficili. La malattia ha cambiato le possibilità di Annamaria, ma non ha cancellato la loro relazione.

Questo è un punto decisivo. Spesso siamo portati a vivere l’amore secondo una logica di scambio: io resto finché tu riesci a darmi qualcosa, finché mi comprendi, mi rassicuri, mi gratifichi e soddisfi i miei bisogni. Quando l’altro non riesce più a farlo, la relazione sembra perdere significato. L’amore sponsale autentico segue invece una logica diversa. Non dice: «Ti amo perché mi fai stare bene», ma: «Il tuo bene è entrato così profondamente nella mia vita che prendermi cura di te fa stare bene anche me». Non si tratta di cancellare la fatica. Edward stesso racconta il dolore provato quando Annamaria è entrata nella struttura. La separazione dalla vita quotidiana condivisa gli ha provocato un grande magone. L’amore vero non elimina la sofferenza, ma le dona un senso.

Camminare dieci chilometri, affrontare il caldo o la pioggia, entrare ogni giorno in una RSA e confrontarsi con il decadimento della persona amata non è semplice. Sarebbe ingenuo presentare tutto questo come una favola romantica. Ci sono certamente stanchezza, nostalgia, solitudine e paura. Eppure, dentro quella fatica, Edward trova anche la felicità. Dice di essere felice quando entra nella struttura perché può stare accanto a sua moglie. Non è felice della malattia, ma è felice di poter continuare ad amarla dentro la malattia.

Qui si manifesta la grandezza del matrimonio. L’amore non resta un sentimento provato nel cuore, ma diventa una postura, un modo di abitare il mondo. L’altro diventa una presenza interiore che orienta le nostre scelte. Prendersene cura non viene percepito come qualcosa di estraneo alla propria vita, perché quella persona è ormai parte della propria vita. Quando amiamo davvero nostro marito o nostra moglie, non ci chiediamo continuamente quanto ci costi esserci. Sentiamo piuttosto che non esserci ci costerebbe ancora di più. Non perché siamo obbligati, ma perché la comunione creata negli anni ci spinge verso l’altro.

Edward tiene la mano di Annamaria senza staccarla. Lei non ha più parole, ma forse non ne servono. Le mani raccontano ciò che la memoria non riesce più a formulare. Dicono: «Sono ancora qui. Tu sei ancora tu. Noi siamo ancora noi». Il matrimonio è anche questo: custodire il “noi” quando uno dei due non riesce più a farlo. Quando uno dimentica, l’altro ricorda per entrambi. Quando uno non parla, l’altro dà voce alla loro storia. Quando uno non può più camminare, l’altro lo spinge in carrozzina. Quando uno sembra allontanarsi dentro la malattia, l’altro continua a chiamarlo attraverso una carezza, una canzone o un bacio sulla guancia. Non è eroismo spettacolare. È l’amore quotidiano portato fino alle sue conseguenze più vere.

«Semplicemente le tengo compagnia», dice Edward. Eppure in quella compagnia c’è tutto: la fedeltà, la memoria, il dono, la tenerezza e la promessa pronunciata sessantacinque anni prima. Un matrimonio autentico conduce proprio qui: a scoprire che l’altro non è un peso da portare, ma una vita da custodire. E che, custodendola, in modo misterioso custodiamo anche la nostra. Perché, dopo aver camminato così a lungo insieme, non siamo più due esistenze semplicemente affiancate. Tu vivi in me. Io vivo in te. E anche quando le parole finiscono, l’amore continua a parlare.

Antonio e Luisa

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Aman: una ferita trasformata in vendetta può diventare guerra

«Aman vide che Mardocheo non s’inginocchiava né si prostrava davanti a lui e fu pieno d’ira» (Est 3,5).

In questo modulo il protagonista è ancora Aman. Partiremo dalla sua reazione per riflettere sulla tentazione di rispondere al male, reale o anche solo percepito, facendo a nostra volta del male.Clicca qui per leggere i moduli precedenti.

Ci sono guerre che cominciano da cose piccolissime. Una parola pronunciata male. Un gesto che interpretiamo come mancanza di rispetto. Un’attenzione che aspettavamo e che non è arrivata. Una risposta fredda. Uno sguardo che ci sembra indifferente. Apparentemente nulla di grave. Eppure, se quella piccola ferita trova dentro di noi un terreno già fragile, può cominciare a crescere fino a diventare qualcosa di molto più grande.

È quello che accade ad Aman. Mardocheo non si inchina davanti a lui. Tutti gli altri lo fanno. Aman gode di prestigio, potere e riconoscimento. Potrebbe ignorare quell’unico uomo che non gli rende omaggio. Potrebbe relativizzare. Potrebbe domandarsi perché Mardocheo agisca in quel modo. Potrebbe persino affrontarlo direttamente. Non fa nulla di tutto questo. Si lascia invece invadere dall’ira. La sproporzione è impressionante. Un uomo non si inchina e Aman decide di distruggere un intero popolo. La ferita iniziale viene ingigantita fino a diventare una guerra.

Anche nella coppia succede qualcosa di simile, naturalmente su scala diversa. Quante nostre discussioni nascono davvero dal motivo per cui stiamo litigando? A volte discutiamo per i piatti lasciati sul tavolo, per un messaggio non mandato, per cinque minuti di ritardo, per una spesa fatta senza avvisare. Eppure sappiamo bene che non stiamo litigando davvero per quei piatti, per quel messaggio o per quei cinque minuti. Dietro può esserci qualcosa di molto più antico. “Non ti importa di me.” “Non mi consideri.” “Devo sempre fare tutto io.” “Non sono importante per te.” “Non mi rispetti.” La situazione presente tocca una ferita precedente e improvvisamente la reazione diventa molto più intensa dell’evento che l’ha provocata.

L’Analisi Transazionale ci aiuta a comprendere questo meccanismo attraverso il concetto di copione. Durante la nostra crescita elaboriamo convinzioni profonde su noi stessi, sugli altri e sulla vita. Non sono necessariamente pensieri consapevoli. Sono piuttosto conclusioni emotive: “Non posso fidarmi”, “Prima o poi mi abbandoneranno”, “Devo difendermi”, “Se non mi faccio rispettare sarò schiacciato”. Quando un evento presente tocca una di queste convinzioni, possiamo reagire non soltanto a ciò che sta accadendo oggi, ma anche a tutto ciò che quella situazione rappresenta per noi. Per questo una frase innocua può diventare devastante. Il marito dice: “Stasera sono molto stanco”. La moglie sente: “Non desidero stare con te”. La moglie dice: “Preferisco pensarci domani”. Il marito sente: “Quello che dici non mi interessa”. Le parole reali sono una cosa. Il significato che attribuiamo loro può essere completamente diverso.

Aman non riesce più a vedere Mardocheo semplicemente come un uomo che compie una scelta. Lo vede come qualcuno che minaccia il suo valore e la sua autorità. E quando l’altro diventa una minaccia, nasce facilmente la tentazione della vendetta. Il copione di vendetta può assumere forme molto sottili nella vita matrimoniale. Non significa necessariamente desiderare consapevolmente il male dell’altro. Spesso è molto più semplice: “Mi hai ferito? Allora adesso sentirai anche tu quello che ho provato io”. Cominciano così piccole restituzioni. Tu non mi hai cercato? Io non ti cerco. Tu sei stato freddo? Io sarò ancora più fredda. Tu mi hai criticato davanti agli altri? Alla prossima occasione ti farò fare una brutta figura. Tu hai rifiutato il mio gesto di tenerezza? Quando sarai tu a cercarmi, troverai una porta chiusa. Non lo diciamo apertamente. A volte non lo confessiamo neppure a noi stessi. Ma dentro compare una sorta di contabilità affettiva: hai fatto questo, quindi adesso io posso fare quest’altro. Ed è proprio qui che una piccola ferita comincia a diventare una guerra.

La vendetta promette una forma di giustizia, ma quasi mai produce giustizia. Produce invece un’altra ferita. L’altro reagisce. Noi reagiamo alla sua reazione. In poco tempo nessuno ricorda più dove tutto sia cominciato. Quante coppie conoscono questa esperienza? Si parte da un episodio banale e dopo venti minuti si stanno tirando fuori errori commessi dieci anni prima. Non si parla più dell’oggi. Entra in scena l’archivio matrimoniale. “Tu fai sempre così.” “Anche quella volta da tua madre…” “E quando eravamo in vacanza?” “Tu invece cosa hai fatto tre anni fa?” A quel punto non stiamo più cercando di comprenderci. Stiamo cercando munizioni. La memoria, che dovrebbe custodire il bene ricevuto, diventa un deposito di armi.

Qui Ester ci mette davanti una domanda scomoda: cosa facciamo delle nostre ferite? Non possiamo impedire completamente all’altro di ferirci. Anche nella coppia più bella ci saranno incomprensioni, mancanze, egoismi e parole sbagliate. Siamo due persone imperfette che cercano di amarsi. La questione decisiva non è quindi evitare ogni ferita, ma scegliere che cosa farne. Posso custodirla e alimentarla, oppure portarla alla luce. Posso usarla per accusare, oppure raccontarla. Posso trasformarla in una prova contro di te, oppure mostrartela come una parte fragile di me.

Dire: “Sei sempre egoista” è molto diverso dal dire: “Quando hai fatto quella cosa mi sono sentito poco importante per te”. Nel primo caso attacco la tua identità. Nel secondo ti permetto di entrare nel mio mondo interiore. Questo passaggio richiede molta maturità. Significa uscire dallo stato dell’Io Bambino ferito che pretende riparazione immediata e permettere all’Adulto di leggere ciò che sta succedendo. Significa domandarsi: ciò che sto pensando corrisponde davvero alla realtà? Il mio coniuge voleva realmente ferirmi? Sto reagendo alla situazione presente oppure a qualcosa di più antico? A volte scopriamo che la persona che stiamo combattendo non è davvero nostro marito o nostra moglie. Stiamo combattendo qualcuno del nostro passato attraverso di lui o attraverso di lei.

Il matrimonio diventa allora un luogo straordinario di conoscenza di sé. L’altro, proprio perché ci è vicino, riesce a toccare zone che nessun altro raggiunge. Può risvegliare ferite profonde, ma proprio per questo può diventare anche compagno di guarigione. A una condizione: che rinunciamo alla vendetta. Il Vangelo propone una logica completamente diversa. Gesù non ci insegna a restituire il male ricevuto, ma a interrompere la catena. Qualcuno deve decidere che quella ferita non produrrà un’altra ferita. Nel matrimonio quel qualcuno, qualche volta, dovrò essere io. Non perché l’altro abbia necessariamente ragione. Non perché debba accettare qualsiasi comportamento. Non perché il dolore non conti. Ma perché la comunione vale più della soddisfazione momentanea di aver restituito il colpo. Amare per primi significa anche questo. Dire dentro di sé: “Questa guerra finisce qui”.

Aman non riesce a farlo. Lascia che il proprio orgoglio trasformi Mardocheo in un nemico e il nemico in un intero popolo da distruggere. È un’immagine estrema, ma ci mostra ciò che può accadere quando non custodiamo il cuore. Le grandi crisi matrimoniali non sempre nascono da grandi eventi. Talvolta sono il risultato di centinaia di piccole ferite mai raccontate, mai perdonate e mai guarite. Per questo non dobbiamo avere paura delle ferite. Dobbiamo avere paura del rancore che lasciamo crescere intorno ad esse. Una ferita condivisa può diventare intimità. Una ferita nascosta può diventare distanza. Una ferita trasformata in vendetta può diventare guerra. Forse oggi la domanda più importante non è: “Che cosa mi hai fatto?”, ma: “Che cosa sto facendo io con ciò che mi hai fatto?”. È lì che comincia la nostra libertà.

Per dialogare insieme

  1. Quali sono le piccole situazioni che tra noi provocano reazioni molto più forti di quanto sembrerebbe necessario?
  2. Quando mi sento ferito, riesco a dirtelo oppure tendo a chiudermi, accusarti o restituirti il colpo?
  3. C’è qualche vecchia ferita che continuo a riportare nelle nostre discussioni?
  4. Quale frase interiore si attiva maggiormente quando mi sento trascurato o non rispettato? “Non sono importante”, “Non posso fidarmi”, “Sono solo”, “Devo difendermi”?
  5. In quali modi rischio di mettere in atto una piccola vendetta nei tuoi confronti?
  6. Che cosa potrei fare diversamente la prossima volta che mi sentirò ferito?

Provate a scegliere una ferita recente, possibilmente non troppo grave. Raccontatela senza discutere sui fatti. Chi parla provi a completare questa frase: “Quando è successo…, io mi sono sentito… e dentro di me ho pensato…”. L’altro ascolti senza difendersi e alla fine provi semplicemente a restituire ciò che ha compreso.

Per pregare

Gesù, conosci le nostre ferite, anche quelle che non sappiamo raccontare. Conosci le parole che ci hanno fatto male, le delusioni che abbiamo accumulato e le volte in cui abbiamo trasformato il dolore in rancore. Liberaci dal bisogno di restituire ciò che abbiamo ricevuto. Quando siamo tentati di far pagare all’altro la nostra sofferenza, ricordaci che siamo marito e moglie, non avversari. Donaci un cuore capace di distinguere ciò che sta accadendo oggi dalle ferite che portiamo dal passato. Aiutaci a non attribuire all’altro intenzioni che non ha e a non trasformare una mancanza in una condanna. Insegnaci a parlare prima che il silenzio diventi distanza, a chiedere prima che il bisogno diventi pretesa, a perdonare prima che la ferita diventi rancore. Quando il nostro orgoglio ci sussurra che dobbiamo vincere, ricordaci che nel matrimonio o vinciamo insieme oppure perdiamo entrambi. Donaci la forza di essere, qualche volta, colui o colei che interrompe la catena. Colui che non restituisce il colpo. Colei che pronuncia per prima una parola buona. Colui che sceglie di avvicinarsi. Fa’ che le nostre piccole ferite non diventino grandi guerre, ma occasioni per conoscerci più profondamente, accoglierci nelle nostre fragilità e imparare ogni giorno ad amarci come Tu ci ami. Amen.

Antonio e Luisa

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Come la Bibbia Parla alla Vita Quotidiana

Ci sono libri che si leggono con interesse e altri che, mentre li leggi, ti fanno sentire chiamato in causa. Il cristiano è un lavoro duro ma qualcuno lo deve pur fare di Anna Porchetti appartiene decisamente alla seconda categoria.

Già il titolo mi aveva incuriosito. Mi aveva strappato un sorriso, perché contiene una verità che spesso preferiamo non ammettere. Essere cristiani è bello, certamente. È una Grazia. È incontrare uno sguardo capace di dare senso alla vita. Ma è anche un lavoro duro. Non perché Dio ci chieda di guadagnarci il suo amore, ma perché il Vangelo ci obbliga continuamente a uscire dalle nostre comodità, dalle nostre giustificazioni e dall’immagine rassicurante che abbiamo costruito di noi stessi.

Leggendo questo libro mi sono ritrovato diverse volte a sorridere. Un sorriso che, però, subito dopo diventava una domanda. Perché Anna Porchetti ha la capacità di avvicinare i personaggi biblici alla nostra quotidianità senza renderli banali. Non li lascia immobili dentro una pagina antica. Li fa scendere dai piedistalli sui quali, spesso, siamo noi a collocarli. E così, improvvisamente, ci accorgiamo che non sono poi tanto diversi da noi.ù

Hanno paura. Si arrabbiano. Cercano scuse. Fuggono. Si sentono inadeguati. Vogliono controllare tutto. Si fidano delle persone sbagliate. Promettono e poi non riescono a mantenere. Vorrebbero credere, ma fanno fatica. A volte ascoltano Dio, altre volte ascoltano soltanto se stessi. Ed è proprio questo che mi ha colpito maggiormente: leggendo le loro storie ho finito per riconoscere la mia.

È facile leggere la vicenda di Giona e pensare che sia assurdo voler scappare da Dio. Poi, però, mi sono chiesto quante volte anche io abbia cercato una nave per andare nella direzione opposta. Non una nave vera, naturalmente. Le nostre fughe sono spesso più raffinate. Ci nascondiamo dietro gli impegni, dietro il lavoro, dietro il “non è il momento”, dietro la convinzione che tocchi sempre a qualcun altro.

È facile sorridere davanti alle cadute di Pietro. Lui parla, promette, si espone, si sente forte. Poi basta poco e crolla. Ma quante volte siamo così anche noi? Quante volte diciamo al coniuge che saremo più presenti, più pazienti, più capaci di ascoltare? E quante volte, poche ore dopo, torniamo esattamente dentro i nostri automatismi?

Questo libro mi ha ricordato che la Bibbia non racconta storie edificanti di uomini e donne impeccabili. Racconta la storia di persone fragili incontrate da un Dio ostinatamente fedele. E credo che qui si trovi una delle intuizioni più belle del testo.

Dio non aspetta che diventiamo perfetti per entrare nella nostra vita. Entra mentre siamo ancora confusi, contraddittori e feriti. Entra anche quando la nostra fede è impastata di paura e di interesse. Entra nelle nostre cucine, nelle nostre camere da letto, nei luoghi di lavoro, nelle discussioni familiari e persino dentro quelle parti di noi che preferiremmo non mostrare a nessuno.

Durante la lettura mi sono accorto ancora una volta di quanto sia pericoloso trasformare il cristianesimo in un sistema di regole. Le regole servono, naturalmente. Indicano un confine e custodiscono un bene. Ma non sono il cuore della fede. Il cuore è una relazione. È lasciarsi guardare da Cristo e permettere a quello sguardo di trasformare lentamente il nostro modo di vivere.

È qui che il titolo acquista, secondo me, il suo significato più vero. Il cristiano è un lavoro duro perché la conversione non finisce mai. Non possiamo dire: ormai ho capito, ormai sono arrivato, ormai so amare. Chi è sposato lo comprende molto bene. Non basta aver pronunciato un sì una volta per tutte. Quel sì deve diventare carne ogni giorno. Deve diventare pazienza quando l’altro ci irrita. Tenerezza quando sarebbe più facile chiudersi. Perdono quando ci sentiamo feriti. Presenza quando vorremmo soltanto essere lasciati in pace. Deve diventare capacità di non usare l’altro per soddisfare i nostri bisogni, ma di accoglierlo nella sua verità.

Anche il matrimonio cristiano è un lavoro duro. E meno male che lo è. Perché ciò che non ci costa nulla, spesso, non ci trasforma. L’amore vero ci spoglia. Ci toglie le maschere, fa emergere le nostre ferite e ci costringe a riconoscere che non siamo autosufficienti. Le pagine di Anna Porchetti mi hanno fatto pensare proprio a questo. I personaggi biblici non sono eroi da imitare in modo ingenuo. Sono uomini e donne nei quali possiamo specchiarci. Le loro debolezze ci aiutano a riconoscere le nostre. Le loro cadute ci ricordano che si può ricominciare. La pazienza che Dio dimostra nei loro confronti ci permette di credere che possa averne anche con noi.

Ho apprezzato molto anche l’ironia che attraversa il libro. Non è un’ironia che deride la fede o la Scrittura. Al contrario, è un modo per mostrarne la concretezza. A volte abbiamo reso la Bibbia così solenne da farla sembrare lontana. Qui, invece, torna a profumare di vita vera. Di famiglie complicate, relazioni difficili, gelosie, desideri, fallimenti e nuovi inizi. È una Bibbia che non ci consente di restare semplici spettatori.

Questo libro non mi ha lasciato la sensazione di aver imparato molte informazioni nuove. Mi ha lasciato qualcosa di più importante: il desiderio di rileggere alcune storie bibliche chiedendomi non soltanto che cosa significhino, ma dove io sia dentro quelle storie. Dove sto scappando come Giona? Dove sto promettendo troppo come Pietro? Dove sto cercando di controllare tutto? Dove mi sento dimenticato da Dio? Dove sto facendo fatica a credere che la mia storia, proprio questa storia concreta, possa ancora diventare luogo di salvezza?

Alla fine mi è rimasta una certezza consolante. Essere cristiani è davvero un lavoro duro. Ma non è il lavoro solitario di chi deve rendersi degno di Dio. È il lavoro paziente di chi permette a Dio di trasformarlo. Un po’ alla volta. Una caduta e una ripartenza alla volta. Ed è forse questa la buona notizia più bella: Dio continua a lavorare con noi anche quando noi vorremmo licenziarci.

Antonio e Luisa

Pensavo fosse amore… invece era assemblaggio

“Pensavo fosse amore… invece era assemblaggio” per dirla alla Troisi. Quante volte abbiamo pensato che l’amore consistesse nell’incastrarsi bene a vicenda, nel trovare un sostanziale equilibrio di benessere, nell’assemblare bene i pezzi a nostra disposizione? Che se la relazione funziona è perché, calcolatrice alla mano, abbiamo calcolato il tempo assieme, le vacanze, chi va a prendere i figli a scuola, chi li porta dal pediatra e chi fa la spesa, chi pulisce e chi cucina? E quando la barca non va… “Pensavo fosse amore!”.

Se il noi funziona – ci ripetiamo – è perché, fondamentalmente, pensiamo di esser stati bravi: ci siamo divisi equamente i compiti domestici, andiamo a Messa la domenica, facciamo qualche servizio in parrocchia persino. Soprattutto, scendiamo a silenziosi compromessi l’uno con l’altro, per evitare che il castello crolli. O perlomeno, perché crediamo che altrimenti crollerà.

È proprio così che il noi arranca: si vive insieme ma non si sta insieme. Si diventa colleghi domestici, davvero molto bravi con i conti di casa e l’agenda giornaliera, ma poco inclini a fermarsi nella Verità. Quante volte ci fermiamo a parlare, magari riflettendo sulle cose che non vanno? Quante volte ci chiediamo come stiamo e siamo disposti ad ascoltare la risposta? Quante volte ci concediamo il lusso di ammettere che non va tutto bene?

Un’amica sposa, alla domanda “come stai?” mi è stato risposto: “Tutto bene, va come deve andare”. Lei intendeva parlare di una situazione rasserenante, una condizione positiva e auspicabile. La domanda da porsi, però, arriva come una stilettata: e se tutto non andasse come deve andare? Se ci fossero dei problemi – personali, di coppia, dei figli – e non fosse tutto così liscio, prevedibile, perfetto? Allora andrebbe tutto male, sarebbe tutto da rifare? Dovremmo vergognarci, isolandoci, evitando di condividere le magagne? Vorrebbe dire aver sbagliato a sposarmi con lei/lui, che abbiamo sbagliato a fare figli?

Non intendiamo augurarci problemi o difficoltà – che, peraltro, è irrealistico non ci siano. Ma quando ci adagiamo negli standard di “bene” o “male”, ci precludiamo alla grazia di Dio – che è fuori da ogni standard, passa per vie inaspettate, laddove a volte non vorremmo andare. Se tutto “va male” nel mio Matrimonio, ho sbagliato Matrimonio? No. Forse abbiamo bisogno di aiuto. Di coppie che ci sostengano, dei Sacramenti, di strumenti pratici e operativi per risolvere la matassa di nodi che si è creata. Se il nostro “va tutto bene” corrisponde ad un sostanziale buon assemblaggio, equilibrio benefico, allora è calma piatta, non feconda né durevole. O meglio, per farla durare occorreranno sempre più compromessi, sempre più incastri… come alla fine di ogni partita di Tetris.

Ci dev’essere di più di qualcosa che va come deve andare – cioè secondo le nostre aspettative, i nostri desideri, le nostre ambizioni. Il Matrimonio non può essere un’automobile che va ostinatamente in un’unica direzione – la nostra. Non possiamo vedere ogni deviazione come una sconfitta. La fede ci mette in moto ma quasi mai sappiamo, per filo e per segno, dove ci porterà.

Uomo e donna non sono assemblabili. Sono quanto di più diverso esista al mondo – due universi che occorre rimangano distinti, perché solo così mostrano l’immagine del Dio-Trinità. Due sposi non sono frutto di un buon assemblaggio, di un’equazione o di cammini simili – non sono neanche frutto della loro buona volontà o bravura. Il Matrimonio è vocazione, non equilibrio! È pace di fuoco, una fiamma che cresce eppure non brucia.

Dio non entra in storie perfette ma vuole abitare nel noi imperfetto di due sposi. Se la famiglia è Chiesa domestica, sarà sempre pulita e in ordine – come una Chiesa reale? Sarà sempre piena di zelo o arriveranno stagioni di fatica? Ogni famiglia sa che la realtà è ben diversa dall’aspettativa. Magari non tutto va come deve andare, magari non va davvero tutto bene: forse ci sono problemi, piccoli ostacoli, cose irrisolte che chiedono di lavorare seriamente per essere sistemate. Questo non significa che tutto vada capovolto e che non sia davvero Amore: magari dobbiamo assemblare meno, ascoltarci di più. Fare meno, esserci di più. Togliere qualcosa e regalarci tempo, spazio, cura. Ma non dubitiamo, ogni volta, dell’Amore che ci ha unito! Non dubitiamo di Dio!

Cari sposi, i conti non torneranno mai, nel nostro Matrimonio. E lì, dove non tornano, possiamo imparare l’amore gratuito, quello vero. Il miglior Maestro non sono le nostre aspettative, ma è il Signore con la Sua verità su di noi. Lasciamoci ‘assemblare’ da chi ci ha creati, dunque sa come siamo fatti: non per incastrarci meglio fra noi ma per essere, entrambi, a somiglianza Sua.

Giada Moneti @nesentilavoce

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Noi custodiamo i figli mentre loro custodiscono il matrimonio

Anche quest’anno, nella terza e quarta settimana di luglio, si è svolta la vacanza formativa di Mistero Grande a Soraga, in Val di Fassa, dedicata alle coppie nei primi dieci anni di matrimonio. Per il sesto anno consecutivo ho avuto la gioia di partecipare nella seconda settimana come animatore dei bambini, insieme agli altri papà della Fraternità Sposi per Sempre e ai nostri figli. Ogni mattina, mentre i genitori si immergevano nella formazione guidata da don Renzo Bonetti, da Annalisa e dall’équipe di Mistero Grande, noi avevamo il privilegio di prenderci cura dei loro figli, 48 in totale, di cui una ventina sotto i 5 anni.

Come ogni anno, ci sono stati pannolini da cambiare, passeggini da spingere, lacrime da asciugare, castelli costruiti con le costruzioni, partite a pallone, bolle di sapone, risate, corse e tantissimi abbracci. Ogni anno torno a casa con la stessa convinzione: il servizio più importante che facciamo non è quello rivolto ai bambini, è quello che, indirettamente, offriamo ai loro genitori. Noi custodiamo i figli perché qualcun altro possa custodire il proprio matrimonio.

Ogni volta che una coppia lascia serenamente il proprio bambino per andare ad ascoltare, pregare, confrontarsi e riscoprire il Sacramento del Matrimonio, sta facendo una scelta controcorrente. In un mondo che insegna a investire su tutto, carriera, casa, palestra, automobile, vacanze, vedere tanti giovani sposi dedicare una settimana sul proprio matrimonio è una testimonianza che dà speranza. Eppure, generalmente sono poche le occasioni di formazione specifica per le coppie dopo il matrimonio, molti credono che basti il corso prematrimoniale per affrontare cinquanta o sessant’anni di vita insieme.

La verità è che il Matrimonio è un Sacramento talmente grande che nessuno può dire di averlo capito fino in fondo e anche noi della Fraternità Sposi per Sempre ce lo diciamo spesso: se avessimo ricevuto una formazione come questa nei primi anni del nostro matrimonio, forse tante delle nostre storie sarebbero andate diversamente. Abbiamo dato per scontato che bastasse volerci bene e invece l’amore, se non viene alimentato, cresce poco, se non viene custodito, si indebolisce, se non viene illuminato dalla Grazia del Sacramento, rischia di ridursi a un semplice sentimento. Per questo considero questi incontri di Mistero Grande importantissimi: dedicare una vacanza esclusivamente alle coppie significa intervenire quando la casa si sta ancora costruendo.

È lì che arrivano i figli piccoli, la stanchezza, le notti in bianco, il lavoro che assorbe energie, le prime incomprensioni, le ferite che emergono, la fatica di trovare tempo per parlarsi. È lì che una coppia ha più bisogno di qualcuno che le ricordi chi è davvero: non marito e moglie soltanto, ma segno visibile dell’amore di Cristo per la Chiesa. Durante quella settimana ho visto sposi che, nonostante le difficoltà, si sono messi in cammino e anche nella messa conclusiva con tutti, ho avuto la conferma che anche i bambini ne hanno capito l’importanza, perché se la mamma e il papà si vogliono più bene, è un beneficio per tutta la famiglia.

Ho visto amicizie nascere tra famiglie che probabilmente continueranno anche dopo il ritorno a casa e sacerdoti camminare insieme agli sposi, mettendo al centro soltanto il Sacramento del matrimonio. Tutto questo dovrebbe essere normale nelle nostre comunità cristiane. La prevenzione non vale solo per la salute del corpo, vale anche per il matrimonio. Accompagnare gli sposi nei primi anni significa costruire famiglie più solide, figli più sereni, comunità più vive e una Chiesa davvero feconda.

Tuttavia, lo dico per me stesso, noi sposi dobbiamo smettere di aspettare che altri organizzino, preparino e poi ci invitino agli incontri, quando magari chi dovrebbe farlo non ha nemmeno compreso l’importanza di una formazione permanente alle coppie. Effettivamente, spesso siamo un po’ “comodi” e perdiamo tempo nel sottolineare che nelle parrocchie non fanno mai niente.

A questo proposito vi condivido un’iniziativa nata nella mia diocesi che ho scoperto solo perché, tramite amicizie comuni, mi hanno invitato a fare una testimonianza. Una decina di giovani coppie, alcune provenienti dal mondo scout, hanno sentito l’esigenza di crescere e confrontarsi: l’aver constatato che quello che cercavano non c’era nella diocesi, non le ha scoraggiate; hanno buttato giù un programma, alternando incontri con persone esterne a incontri di confronto, due domeniche al mese.

Le coppie si davano il cambio nello scegliere i luoghi (come ad esempio una sala parrocchiale), i baby sitter per i figli, i materiali necessari e l’occorrente per un momento di convivialità. Certamente è necessario dedicare tempo ed energie, superare le difficoltà che ci sono sempre quando devi mettere d’accordo più persone con figli piccoli, ma quando sono andato e ho visto l’entusiasmo e l’organizzazione, sono rimasto molto colpito e ho avuto la conferma che queste famiglie in cammino stavano crescendo grazie a questi incontri.

Per replicare una cosa del genere non è necessario avere competenze particolari o esperienza, basta creare un piccolo gruppo, rimboccarsi le maniche e cominciare a camminare. Il matrimonio non si salva quando la crisi è già esplosa, si salva molto prima, ogni volta che due sposi decidono, con umiltà, che il loro amore vale abbastanza da dedicargli tempo, ascolto, preghiera e formazione. Il giorno del matrimonio non finisce il cammino, quel giorno, semplicemente, suona la campanella del primo giorno di scuola.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)