Dio è amore e gli sposi lo testimoniano

La nostra vocazione e la nostra profezia di sposi sono raccontate benissimo da sant’Agostino che commentando la Prima Lettera di Giovanni ebbe a dire: Se niente altro a lode dell’amore fosse stato scritto nel resto della Lettera, o meglio nel resto della Scrittura, e noi avessimo udito dalla bocca dello Spirito di Dio solo quella dichiarazione “Dio è amore”, non dovremmo cercare nient’altro.

Dio è amore. Questa è la sintesi più autentica di tutto il Vangelo e di tutta la Sacra Scrittura. Il nostro compito di cristiani è questo. Dare un volto e concretezza all’amore di Dio. Raccontare con la nostra vita che Dio è amore. Se paradossalmente per un disastro dovessero scomparire tutte le Bibbie e non ci fosse più memoria di esse e del loro contenuto, Dio continuerebbe a parlare al mondo fino a quando esisteranno degli sposi che si ameranno autenticamente. Esaminiamo ora il capitolo undici di Familiaris Consortio di san Giovanni Paolo II.

Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza (cfr. Gen 1,26s): chiamandolo all’esistenza per amore, l’ha chiamato nello stesso tempo all’amore. Dio è amore (1Gv 4,8) e vive in se stesso un mistero di comunione personale d’amore. Creandola a sua immagine e continuamente conservandola nell’essere, Dio iscrive nell’umanità dell’uomo e della donna la vocazione, e quindi la capacità e la responsabilità dell’amore e della comunione (cfr. «Gaudium et Spes», 12). L’amore è, pertanto, la fondamentale e nativa vocazione di ogni essere umano. In quanto spirito incarnato, cioè anima che si esprime nel corpo e corpo informato da uno spirito immortale, l’uomo è chiamato all’amore in questa sua totalità unificata. L’amore abbraccia anche il corpo umano e il corpo è reso partecipe dell’amore spirituale. La Rivelazione cristiana conosce due modi specifici di realizzare la vocazione della persona umana, nella sua interezza, all’amore: il Matrimonio e la Verginità. Sia l’uno che l’altra nella forma loro propria, sono una concretizzazione della verità più profonda dell’uomo, del suo «essere ad immagine di Dio».

Familiaris Consortio

Matrimonio e verginità sono le due strade attraverso cui l’uomo può comunicare l’amore di Dio stesso a tutti. Il matrimonio è una chiamata naturale. Esiste quindi fin dalle origini. Gesù introduce invece una nuova chiamata che è la verginità consacrata. Ci sono moltissime espressioni di questa vocazione. Non sono più solo i sacerdoti, i frati e le suore. Esistono moltissime nuove realizzazioni di questa vocazione sempre al passo con i tempi e suscitate dalla fantasia creativa di Dio che risponde in modo personale ad ogni persona.

Queste due vocazioni sono entrambe necessarie e tra loro complementari. Perchè sono complementari? L’amore di Dio ha tre caratteristiche. Dio ama per primo. Dio ama per sempre. Dio ama tutti. Gli sposi esprimo due di queste qualità. Sono chiamati ad amare per primi. Non possono aspettare di ricevere dall’altro/a. Dovrebbero desiderare di gareggiare nell’amore e nell’essere primi a donarsi l’uno all’altra. Sono chiamati poi ad amare per sempre nell’indissolubilità del vincolo matrimoniale. Nella fedeltà alla promessa. Non possono però amare tutti allo stesso modo. L’amore sponsale, dove ci si dona totalmente in anima e corpo, è per sua natura esclusivo. Chi mostra quindi la profezia dell’amare tutti? Naturalmente chi ha scelto la verginità consacrata. Il nostro padre spirituale ci ama come fossimo davvero figli suoi e fa la stessa cosa con chiunque venga lui affidato dal Signore. Per questo non può legarsi a nessuno in modo esclusivo.

Sposi e vergini consacrati sono profezia dell’amore totale di Dio. Lo sono insieme. Queste due vocazioni sono complementari anche per un altro motivo. I consacrati cosa dicono a noi sposi? Ci ricordano che non siamo fatti solo per questa terra, che la nostra vita in questa terra è un cammino verso l’abbraccio con Cristo, verso le nozze eterne con Cristo, e loro ne sono anticipatori e profeti. Ci ricordano che non abbiamo bisogno di un’altra persona che ci completi e ci dia un senso. Il senso viene dall’amore stesso donato gratuitamente. I sacerdoti non si bastano come non ci bastiamo noi. Hanno bisogno, come noi sposi, di relazione ma il senso della loro vita viene primariamente dalla relazione che hanno con Gesù. Una relazione che riempie il loro cuore e permette loro di donarsi alla comunità che la Chiesa affida loro.

Noi sposi invece cosa possiamo insegnare ai consacrati? Noi mostriamo ai nostri fratelli e sorelle consacrati come possono amare Cristo e come Cristo li ama. Guardando come noi sposi ci amiamo, possono capire tanto della loro sponsalità.   Noi sposi diamo un volto all’amore di Dio. Almeno dovremmo provarci. Sicuramente ne abbiamo le capacità in quanto sostenuti dal sacramento. I consacrati ci indicano il fine della nostra vita, noi indichiamo loro il modo. Due vocazioni entrambe meravigliose. Il signore ci ha dato doni diversi affinchè ognuno di noi possa rispondere alla sua chiamata all’amore.

Antonio e Luisa

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Deserto o Metro?!

Siamo entrati nella prima settimana di quaresima, tempo ricco di appuntamenti per i Cristiani..(esercizi spirituali, messe, adorazioni, via crucis..). La nostra amata Chiesa, che tanto ringraziamo, ci lancia tante proposte in questo tempo per metterci in ascolto dell’Amato. Al punto (e non è una critica verso la Chiesa) che più che nel deserto, di cui si parla tanto, sembra di vivere in un corridoio della metropolitana, pieno di schermi pubblicitari che ti lanciano inviti, iniziative. (Santa grazia !! – fossero davvero piene di questi annunci le metropitane e le televisioni)

E invece cos’è il deserto? Perché andarci? Perché entrare in quaresima? Per vivere le tante belle iniziative di ascolto della Parola? Per pregare di più? La Sacra Bibbia in Osea 2,16 ci dice: “Perciò, ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore.Lui ci attira, Lui ci conduce, Lui ci parla. Bellissimo! Non siamo noi ad iniziare la quaresima ma è Lui che vuole vivere un tempo con noi! È Lui che ci invita, a metterci in ascolto, è Lui che vuole parlare al nostro cuore, vuole amarci! Il deserto è il luogo in cui Gesù va per incontrare il Padre, per incontrare l’amore, l’amato.


Cosa vuol dire questo per una famiglia? Con chi andare nel deserto? E chi incontrare? La bellezza è di poter andare nel deserto con l’amato e incontrare l’Amore. Un nostro carissimo frate, durante un periodo di accompagnamento, ci fece fare memoria di questo passaggio, che oggi vi riportiamo applicato alla coppia di sposi: il primo amore è Gesù, ma unico amore è la sposa, lo sposo. Ecco allora che bisogna forse prepararsi ad entrare in questo deserto, ricordandoci che noi sposi ci incamminiamo in due! Rispondiamo al suo invito di vivere la quaresima insieme al nostro sposo, con il nostro sposo.


In concreto: è importante prendersi una serata per stare insieme noi due, con la televisione spenta, con il ferro da stiro staccato, con le menti libere, senza distrazioni , e si.. anche senza bambini, per poter ascoltare l’amato sposo, l’amato sposa, per guardarlo negli occhi, come se nel deserto ci fossimo veramente tu ed io, e Lui e nessu’altro.


Spesso si rischia tra le coppie praticanti di vivere una quaresima nella metro, scrivendo in agenda tutti gli impegni della vita della Chiesa, magari incrociando gli appuntamenti della parrocchia con quelli del convento dei frati, con quelli del Papa, e con gli appuntamenti anche diocesani del vescovo; andando così nel deserto, una sera dopo l’altra, restando sintonizzati solo sul “fare” attirati dalla pubblicità, non lasciando spazio allo sposo! La nostra vocazione ci chiede di ascoltarci per ascoltare insieme l’Amore! Allora vi e ci auguriamo una Buona quaresima, un tempo bello, non per togliere ma per lasciare spazio alla cura, non per riempire le sere ma per rallentare il correre quotidiano, per crescere nell’attenzione, nei gesti d’Amore verso il nostro unico sposo e sentirsi amati dalla testa (con le ceneri) ai piedi (con la lavanda). Un buon deserto (in due)! O per la precisione in Tre!

Anna Lisa e Stefano #cercatori di bellezza

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Sposi profeti dell’amore (Sposi profeti. 3 capitolo)

L’articolo precedente si è concluso con la venuta di Gesù. Gesù ha cambiato tutto. Attraverso di Lui, il più autentico dei profeti, essendo vero Dio oltre che vero uomo, tutta la Sua Chiesa nascente è stata abilitata ad essere profezia. Ogni battezzato diventa profeta. I primi sono stati proprio gli apostolo che hanno ricevuto lo Spirito Santo nella Pentecoste. Come hanno concretizzato la profezia? Portando e spiegando la Parola di Dio fino anche al martirio con tutta la loro vita. Il cristianesimo si è diffuso così rapidamente non certo per le parole dei cristiani. Almeno non solo per quelle. Si è diffuso soprattutto per come i cristiani vivevano e amavano. Per la fede così radicale che spesso abbracciava il martirio. Da allora la Chiesa è cresciuta grazie alla profezia dei cristiani. Tutte quelle persone che dopo la venuta di Gesù decidono di accoglierlo nella loro vita e di portare la Sua parola diventano profeti. Questo grazie a una realtà nuova : lo Spirito Santo.

Tutto il popolo di Dio diventa popolo profetico, la Sua Chiesa è una chiesa profetica, una Chiesa che deve portare all’umanità la Parola di Dio, che deve dare le coordinate per poterla capire. Esattamente come facevano i profeti prima di Gesù. Ogni cristiano riceve questo carisma, questa chiamata, nel battesimo. Il profetismo nella Chiesa non è quindi terminato con Gesù e con gli apostoli, ma è continuato. Basta fare un salto nel passato e osservare come nella storia della Chiesa ci siano stati innumerevoli profeti. Gente che non è stata chiamata in modo straordinario come avveniva prima di Gesù ma tutte persone che avevano ricevuto il loro profetismo nel Battesimo. Un sacramento che abbiamo ricevuto tutti. Sta ad ognuno di noi comprendere ciò che Dio vuole raccontare attraverso la nostra vita.

È interessante notare come in periodi storici diversi ci sia stato bisogno di profeti diversi. Pensiamo a San Benedetto e alle abbazie. In un tempo quando i feudatari vessavano la povera gente, e dove spesso anche i vescovi erano espressione dello stesso potere feudale, i benedettini hanno offerto un’alternativa più dignitosa e giusta ai contadini dando loro terre da coltivare. Quando anche le abbazie sono state inquinate da potere e ricchezza ecco che Dio chiama nuovi profeti e nascono gli ordini mendicanti come francescani e domenicani. Nel XIV secolo Dio ha suscitato istituti religiosi dediti alle opere di misericordia come i camilliani. Nell’ottocento sono arrivati i grandi educatori come don Bosco o don Murialdo. Fino ad arrivare ai papi santi del secolo scorso come Paolo VI e Giovanni Paolo II che in un periodo di forte confusione nell’ambito sessuale e relazionale hanno portato parole di verità e di bellezza. E così via.

Oggi non c’è più così bisogno, almeno da noi, di una profezia della Chiesa che pensi ai poveri anche se giustamente continua a farlo. Non ce n’è bisogno perchè la stessa società civile ha capito di doversi occupare della miseria materiale e si sta prendendo carico delle situazioni più difficili. Oggi c’è bisogno di una nuova profezia. Dobbiamo metterci in ascolto e capire. In questa nostra epoca il matrimonio è particolarmente attaccato. E’ sotto gli occhi di tutti. C’è quindi una realtà da salvare, una misericordia da offrire e una verità da annunciare proprio per quanto riguarda l’unione sponsale. Io penso che ci sia bisogno di sposi santi, che aiutino a riscoprire la bellezza di un progetto che si sta perdendo. Ci si sposa sempre meno, si crede sempre di meno ad un amore fedele e indissolubile. C’è un disincanto che non permette a tante persone di vivere in pienezza la propria vocazione all’amore. Ed ecco che Dio ha bisogno di sposi profeti. Sposi che possano tradurre la Sua Parola e il suo disegno d’amore delle origini a tutto il mondo. Sposi che mostrino la bellezza e la meraviglia di un amore sponsale vissuto in tutta la sua autenticità e radicalità. Sposi non certo perfetti ma che sappiano pur nelle difficoltà e fragilità riconoscere la presenza di Dio e affidarsi a Lui.

Nessuno deciderà di sposarsi perché ha sentito una bella predica, ma forse deciderà di farlo se vedrà la gioia di due sposi realizzati.

Come potete essere luce del mondo? Come essere profeti dell’amore? Lo siete proprio perchè siete come siete. Proprio perchè fate fatica. Perchè siete pieni di difetti, di fragilità e di ferite. Una famiglia perfetta non potrebbe essere esempio per nessuno. Non sarebbe una profezia. Troppo inarrivabile. Un’immagine distorta della realtà. Non siamo in un film. Noi siamo esseri umani con tutto ciò che ne consegue. Ciò che ci può rendere davvero luce per il mondo e sale della terra è come viviamo la nostra relazione. Come le nostre fragilità diventano motivo di accoglienza e di perdono. Di come la fatica diventa offerta per amore. Non siamo perfetti. Per fortuna non siamo perfetti, aggiungerei. Quante coppie sono luce per altre coppie senza che loro neanche lo sappiano e credono di non essere abbastanza. Una caratteristica dell’essere umano è quella di guardare sempre a ciò che non ha. Guardare con invidia a quello che manca senza saper apprezzare i propri punti di forza.

Voi che litigate sempre e che poi fate sempre la pace. Siete profeti della misericordia. Voi che non avete avuto figli, ma che siete fecondi in altro modo. Siete profeti. Voi che vi spendete per la comunità e vi fate prossimi a tante situazioni. Siete profeti. Voi che avete avuto tanti figli e che invidiate magari la casa sempre in ordine di chi non ne ha. Siete profeti. Voi donne e uomini separati che credete di aver fallito e vi sentite infinitamente meno di chi ha un matrimonio felice. Sappiate che voi che restate fedeli alla promessa siete una luce abbagliante in questo mondo di tenebra. Ogni famiglia è diversa. Ogni famiglia ha le sue caratteristiche. Però tutte, se si abbandonano a Dio, possono essere una piccola luce. Ognuna con il suo colore e la sua intensità. Tutte, però, mostrano qualcosa di Dio. Tutte piccole profezie dell’amore di Dio.

Antonio e Luisa

Capitoli precedenti Il matrimonio nasce dal Battesimo Chi è il profeta

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Il deserto è un’esperienza di fede.

Subito dopo lo Spirito lo sospinse nel deserto
e vi rimase quaranta giorni, tentato da satana; stava con le fiere e gli angeli lo servivano.
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva:
«Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo».

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 1,12-15.

Oggi mi soffermo su una sola parola: deserto. Il deserto è importante nel cammino spirituale delle persone. Almeno per la maggior parte di esse. Sicuramente per me lo è stato. Il deserto non è un luogo geografico. Il deserto è, prima di tutto, un’esperienza del cuore umano.  Il deserto si affronta quando si è pronti, quando si vuole una vita piena e non ci si accontenta più di una vita mediocre. Quando non ci si accontenta più di una schiavitù che garantisce cibo e un tetto sulla testa, come quella degli Ebrei in Egitto. Il deserto è presente costantemente nella Parola. E’ presenta nell’Antico Testamento. In tantissimi passaggi.  Il deserto è anche luogo di connessione tra l’Antico e il Nuovo Testamento, tra l’ultimo dei profeti  Giovanni il Battista e Gesù, colui che inaugura il nuovo regno.  Il deserto è luogo di purificazione, non solo di aridità e di sofferenza. La Quaresima ci ricorda che il deserto può essere un’occasione di rinascita e di ricerca di senso. Il deserto è luogo dove fare finalmente i conti con noi stessi. Il deserto è sentirsi bisognosi, ma senza avere nulla da dare in cambio. Il deserto è desiderio di senso, ma senza avere idea del perchè sei vivo. Il deserto è desiderio di essere amato con la consapevolezza di non meritare amore.

Una ricerca di senso, una ricerca di amore, ma dell’amore pieno ed autentico, non di surrogati che ne sono solo una pallida immagine. L’amore quello che nutre, che disseta, che una volta sperimentato non puoi farne a meno,  perchè non c’è nulla che sia altrettanto bello e grande, non c’è nulla di altrettanto autenticamente umano e divino.  Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna (Giovanni 4, 13-14). Sono dovuto passare dal deserto, dall’aridità dell’anima e del cuore. Ho dovuto fare esperienza della fame e della sete e della mia incapacità di sfamarmi e dissetarmi da solo. Ho tradito la legge di Dio, di conseguenza ho tradito le persone e me stesso. L’ho fatto nel mio cuore e questo mi ha allontanato, mi ha fatto smarrire nel deserto fino quasi a perdere ogni speranza di poterne uscire. Per comprenderlo ho dovuto abbandonare le mie convinzioni, il mio comodo nulla, la mia vita fatta di certezze di carta.

Ho abbandonato il mio Egitto che era vita sicura, ma vita di schiavitù con le catene che stringevano le caviglie. Le schiavitù dell’egoismo e della falsa morale, dove amore era una parola vuota, che nascondeva  una falsità e una meschinità nelle sue pieghe e che non voleva abbracciare la croce, mai. Ho lasciato tutto per non disperarmi, mi sono incamminato nel deserto e ho incontrato serpenti e scorpioni. Ho incontrato il veleno della sofferenza e i morsi del peccato, ma non mi sono arreso. Mi sono umiliato, ho riconosciuto la mia debolezza e la mia inadeguatezza. Ho riconosciuto di aver bisogno del Padre ed è in quel momento che mi sono finalmente aperto all’amore, alla misericordia, alla tenerezza e alla fedeltà di Dio, che non ha mai smesso di accompagnarmi, discretamente, ma facendo sempre il tifo per me, e sostenendomi se appena gliene davo possibilità. Questo mi ha permesso di uscire dal deserto e trovare la fonte dell’acqua e il nutrimento per il mio corpo e il mio Spirito, mi ha permesso di riamare e accogliere l’amore di un’altra creatura imperfetta e fragile come me. Solo quando ho affrontato il deserto e ne sono uscito diverso e finalmente consapevole dell’amore sperimentando il perdono amorevole di un Padre tenero, solo dopo tutto questo, sono stato pronto e capace di amare la mia sposa. Benedetto deserto.

Antonio e Luisa

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Lo vide e gli disse: Seguimi!

In quel tempo, Gesù vide un pubblicano di nome Levi seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!».
Egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì.
Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C’era una folla di pubblicani e d’altra gente seduta con loro a tavola.
I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?».
Gesù rispose: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati;
io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi».

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 5,27-32.

Gesù non si ferma alle apparenze. Gesù non si ferma al comportamento e alle azioni di Levi. Gesù vede oltre. Matteo (Levi) era un esattore delle tasse. Era una persona considerata malissimo dai suoi concittadini. Matteo era quello che oggi si può dire un mafioso e un profittatore. Un collaborazionista degli oppressori. Colui che dall’esazione coattiva delle tasse traeva una percentuale di guadagno. Uno strozzino. Ma c’è un ma. Non era ancora un cuore perso. Probabilmente era un cuore tormentato. Non era felice. Non aveva un cuore ancora corrotto dal male. Aveva un cuore sanguinante per il male che faceva, anche se non lo mostrava esteriormente. Se non fosse stato così neanche lo sguardo di Gesù sarebbe riuscito a toccarlo.

Era una persona triste. Faceva quello che tutti si aspettavano da lui. Tutti lo consideravano un poco di buono e si era convinto di esserlo lui stesso. Quanto male può fare il giudizio della gente. Gesù si ferma e lo guarda. Lo guarda mentre è intento nei suoi traffici. Lo guarda in tutta la miseria e lo squallore di quel momento. Lo guarda mentre ruba alla povera gente. Lo guarda e vede un miserabile? No vede una meraviglia. Lo scruta dentro, come solo lui riusciva a fare, e vede quell’inquietudine di un cuore che non si è arreso al male. Lo guarda e vede un uomo in ricerca e che non ha pace, un uomo che non è felice, perchè nel suo profondo sa che la bellezza della vita è un’altra cosa. Sa che la bellezza è data da altro, non certo dai soldi e dai beni materiali. Lo guarda e lo chiama.

Matteo aveva bisogno proprio di quello sguardo. Si è visto riflesso negli occhi di Gesù e ha visto  quello che poteva diventare. Ha visto le sue potenzialità. Lui non era quella vita che conduceva. Lui era una meravigliosa creatura amata dal suo Dio. Probabilmente in Gesù ha riscoperto ciò che nel profondo già sapeva. Seguirlo è stato solo l’ovvia conseguenza. Si è sentito finalmente bello e desiderato. Ha trovato qualcuno che lo guardava con meraviglia. Come io? Sei sicuro? Ma hai capito chi sono? Hai capito cosa faccio?

Gesù è straordinario per questo. Nel nostro matrimonio può e deve essere così. C’è una forza salvifica che viene dallo sguardo dell’altra persona. Dalla sua fiducia che non cessa mai. Per chi ne ha fatto esperienza sa cosa significa. Ricordo che nel matrimonio l’altro è mediatore tra noi è Dio. Lo sguardo del nostro coniuge  può davvero essere lo sguardo di Dio su di noi. Tutte quelle volte che ho sbagliato, che mi sono comportato male, che non sono stato  capace di mostrare amore, che sono stato egoista. Tutte quelle volte ho trovato lo sguardo della mia sposa che non ha mai smesso di amarmi. Ha sempre continuato a credere in me anche quando mi sentivo povero in canna. Questo suo amore mi ha dato una forza incredibile. Lei aveva due possibilità. Poteva considerarmi come il mondo. Poteva distruggermi con le sue parole e il suo giudizio. Oppure poteva scegliere di prestare i suoi occhi a Gesù. Mi ha guardato con un amore che andava oltre il mio comportamento.

Quello sguardo ha continuato a dirmi So che sei bellissimo. Hai sbagliato, ma so che tu non sei quell’errore. E’ uno sguardo che fa davvero miracoli e che ti provoca il desiderio fortissimo  di essere ciò che l’altro vede in te. Di essere completamente uomo per lei. Di essere completamente donna per lui. Allora fare esperienza di questo amore può davvero cambiare la vita. Può davvero dare una svolta, una conversione. Come disse Papa Benedetto:

Nella figura di Matteo i Vangeli ci propongono un vero e proprio paradosso: chi è apparentemente più lontano dalla santità può diventare persino un modello di accoglienza della misericordia di Dio e lasciarne intravedere i meravigliosi effetti nella propria esistenza.

L’amore della persona che hai accanto può darti la motivazione che ti mancava per diventare finalmente ciò per cui sei stato creato. Una persona capace di dare e accogliere amore. Don Giussani spiegava bene questo concetto con una frase molto semplice, ma illuminante: Sposarsi significa assumere la vocazione dell’altro come propria.

Lo sguardo di Luisa mi ha aiutato a incamminarmi verso la mia vocazione personale all’amore.

Antonio e Luisa

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Chi è il profeta? ( Sposi profeti 2 capitolo)

Chi è il profeta per noi cristiani? Partiamo dall’etimologia. Profeta è una parola derivante dal latino che significa “parlare per. Nel nostro caso è colui che parla per Dio, che dà voce a Dio. Concretamente è colui che traduce la Parola di Dio in un linguaggio attuale e comprensibile. La Parola di Dio è viva, eterna e potente e il profeta la traduce in un linguaggio comprensibile dagli uomini del suo tempo. La profezia naturalmente non è un concetto solo cristiano. Non è una nostra prerogativa. Esiste praticamente da sempre. Come è nata quindi la profezia?

Lo possiamo comprendere osservando la storia antica. Nel Medio Oriente, come in ogni civiltà del passato, quando un re dava inizio ad una grande impresa interrogava alcune persone che credeva capaci di intendere e di comunicargli la volontà delle divinità in cui lui e il suo popolo confidavano. Il re aveva bisogno di sapere se avrebbe avuto il favore del suo dio o dei suoi dei. Come non pensare a quello che significava Delfi con i suoi oracoli per i greci. Oppure quanto fossero importanti gli aruspici per gli etruschi, o i sacerdoti per gli egizi. Ogni popolo aveva una consapevolezza dell’esistenza di una o più entità divine che governavano il mondo e aveva bisogno di sapere cosa queste divinità pensavano e volevano da loro. Spesso nell’antichità il sacerdote era anche veggente, profeta o oracolo. Per Israele non era così. Sacerdoti e profeti erano due figure solitamente diverse. I sacerdoti erano coloro che offrivano a Dio riti o sacrifici, mentre i profeti erano coloro che traducevano la parola e la volontà di Dio. Per gli israeliti il prototipo dei profeti è incarnato sicuramente da Mosè. Mosè che è stato un chiamato e un mandato. Dio lo ha scelto per usarlo come messaggero per il Suo popolo. Il nome che gli ebrei davano ai profeti era Nabi che significa appunto chiamato. Il profeta aveva sempre la consapevolezza e la coscienza di manifestare una realtà che non era sua. Il profeta Amos disse: “Io non ero profeta figlio di profeta, ero un raccoglitore di sicomori. Il Signore mi è venuto a prendere e mi ha mandato qui. Non è il re che mi paga, non è il popolo che mi paga, ma Dio che mi ha mandato”. Il profeta Geremia aveva coscienza di essere stato chiamato fin dal seno materno: Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni.

Il profeta spesso non nutriva nessun desiderio di essere chiamato, aveva altri progetti. Essere profeta (perchè profeta non si fa ma si è) non era un mestiere facile. Significava spesso contraddire re e potenti o andare contro la volontà popolare. Significava essere impopolari. Non solo, quando Dio incaricava il profeta di rivelare la Sua volontà, non gli chiedeva solo di parlare in Suo nome ma tutta la persona del profeta diventava Parola vivente. Osea fu chiamato a sposare una prostituta: Va’, prenditi in moglie una prostituta e abbi figli di prostituzione, poiché il paese non fa che prostituirsi allontanandosi dal Signore. Perfino i figli facevano parte della profezia. Ezechiele perdette la moglie, quella che lui chiamava Luce dei miei occhi, e Dio non gli permise neanche di manifestare il lutto. Un atteggiamento che scandalizzò il popolo che non comprendeva l’atteggiamento di Ezechiele. Dio usò in questo modo Ezechiele per far capire al Suo popolo che per i tanti peccati commessi avrebbe perso tutto: Voi farete come ho fatto io: non vi velerete fino alla bocca, non mangerete il pane del lutto.  Avrete i vostri turbanti in capo e i sandali ai piedi: non farete il lamento e non piangerete: ma vi consumerete per le vostre iniquità e gemerete l’uno con l’altro.  Ezechiele sarà per voi un segno: quando ciò avverrà, voi farete in tutto come ha fatto lui e saprete che io sono il Signore Dio.

Attraverso i gesti e le azioni dei profeti, Dio comunicava con il suo popolo. Un profeta veniva chiamato a profetare quindi con tutto il suo essere. Un’altra considerazione importante. In Israele c’era una grande differenza tra re e profeta. Il re poteva essere eletto, o comunque scelto, dal popolo, come accadde ad esempio per Saul e per Davide. Per il profeta non funzionava così. Il profeta era chiamato direttamente da Dio. Il profeta faceva quindi quello che Dio gli chiedeva. Il profeta doveva essere libero di svolgere la sua funzione senza dover rendere conto a nessuno all’infuori di Dio. A volte doveva rimproverare come Natan verso il re Davide: Allora Natan disse a Davide: «Tu sei quell’uomo! Così dice il Signore, Dio d’Israele: Io ti ho unto re d’Israele e ti ho liberato dalle mani di Saul, Ebbene, la spada non si allontanerà mai dalla tua casa, poiché tu mi hai disprezzato e hai preso in moglie la moglie di Uria l’Hittita. Altre volte il profeta incoraggiava come scritto in Geremia o altre ancora prediceva il futuro come in Isaia: Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici.  Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore.

Il profeta infine correggeva anche le idee del popolo, annunciava castighi o benedizioni. I profeti non cercavano la benevolenza del popolo. Geremia è stato messo in galera in una cisterna di fango seccato, Ezechiele costretto all’esilio. I profeti annunciavano qualcosa di nuovo e non sempre favorevole, sapevano andare controcorrente. L’ultimo profeta della Bibbia prima di Gesù fu Giovanni Battista. Giovanni Battista era una persona profondamente libera, era una persona talmente libera che non aveva nessuno che lo pagava. Si nutriva di insetti e di miele e si vestiva di abiti fatti di peli di cammello, che erano i meno pregiati dell’epoca, quelli dei più poveri. L’ultimo dei profeti perdette letteralmente la testa pur di svolgere al meglio il suo incarico.

Poi venne Gesù, vero Dio oltre che uomo. Gesù proprio per questo è il più autentico dei profeti. Gesù più di ogni altro ha tradotto la Parola di Dio; tutta la sua vita, la sua opera, i suoi gesti, le sue parole, sono state una Parola di Dio vivente e presente. Gesù ha rivoluzionato tutto. Nei prossimi capitoli vedremo in che modo. Intanto ricordiamo che il profeta ha due caratteristiche fondamentali che lo costituiscono: è CHIAMATO ed è LIBERO. Queste due qualità saranno determinanti anche per la nostra profezia di sposi cristiani.

Antonio e Luisa

Capitoli precedenti Il matrimonio nasce dal Battesimo

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La Quaresima per non essere schiavo

Da quando curo questo blog c’è un articolo che propongo all’inizio della Quaresima. Sempre lo stesso. Credo che in realtà anche io ho bisogno di rileggerlo. Ci tengo particolarmente perchè mi riporta all’inizio del mio cammino con Luisa.

La quaresima non l’avevo mai capita bene. A cosa serve digiunare, rinunciare a quello che piace? Per cosa? Per chi? Poi diciamolo senza falsi pudori, per molti il fioretto quaresimale è solo un rito senza una valenza significativa. Diventa un modo per cercar di smettere di fumare o di perdere qualche chilo. Nulla di più di questo che, seppur lodevole, non ci cambia veramente e non ci prepara ad accogliere il sacrificio di Cristo sulla croce e la sua vittoria sulla morte nella resurrezione. Anche io la pensavo così, la quaresima, per me, era solo questo.

Poi incontro Luisa ci fidanziamo e partecipo con lei a un corso per fidanzati. Non un corso normale, che solitamente serve a poco, ma uno di quelli che non ti lasciano uguale, di quelli che ti cambiano la vita. Era tenuto da un frate cappuccino, padre Raimondo Bardelli. Un fratone gigantesco, con due braccia e due mani da contadino, che ci hanno accolto in un abbraccio paterno bellissimo. Padre Raimondo ci ha parlato di tante cose, ma voglio soffermarmi sul cammino di quaresima. La quaresima serve ed è utilissima. Come tutte le “proposte” della Chiesa non è qualcosa che ci viene imposto per frustrarci e provocarci sofferenza, ma per crescere nella gioia e nella pace.

Padre Raimondo ci ha mostrato come noi giovani dell’epoca (primi anni 2000) non eravamo educati a gestire le nostre pulsioni, i nostri istinti e le nostre voglie. Non eravamo capaci di controllarci e di scegliere il buono, che solitamente va costruito e sudato, ma soltanto il piacere immediato. Volevamo tutto e subito. Non importa se era un cibo o una donna. Non eravamo capaci per questo di aprirci all’altro, ma solo di usarlo.

Così non eravamo capaci di costruire una relazione sana basata sull’amore autentico. La quaresima è diventata mezzo per educarci e aiutarci a gestire i nostri istinti. Educarsi a non cibarsi di tutto e subito mi è servito e tanto. Sembra stupido ma è così. Educare il proprio controllo non è solo rinuncia, ma è crescita. Significa non essere schiavo. Significa allentare quelle catene che impediscono di farsi dono per l’altro e di accogliere le sue esigenze senza imporre le proprie. Attraverso quella quaresima perpetua che è la castità, veramente si riesce a liberarsi di tanti laccetti e zavorre che non permettono di spiccare il volo di fare il salto di qualità.

La Quaresima non è quindi un momento triste, ma di elevazione personale attraverso la fatica, questo si. Fatica che non è sempre rinunciare a qualcosa, ma può anche essere l’opposto. Sempre padre Raimondo, che ha seguito migliaia di coppie. ci raccontava spesso un aneddoto. Una delle sue coppie, sposata da alcuni anni, viveva il deserto sessuale. Per i soliti motivi quali lo stress, le tante cose da fare, il lavoro e così via, si erano persi di vista. Lui li ha accolti e loro hanno proposto, come fioretto quaresimale, di astenersi dai rapporti. Padre Raimondo li ha guardati con quel sua sguardo severo, ma sempre amorevole e ha risposto: Astenervi? Quale fatica sarebbe per voi? Il fioretto che vi assegno è di iniziare a ritrovare la vostra intimità, di impegnarvi per questo e non di astenervi, ma anzi di cercare di avere più rapporti sessuali tra di voi.

Alla fine ci disse che ebbero ben 4 rapporti in 40 giorni, ma fu comunque l’inizio di una ritrovata intesa. Anche questo può costare fatica per alcuni, ma la quaresima è questo, farsi piccoli per liberare il nostro cuore dall’io per far spazio a Dio e con Lui a tutte le persone che ci stanno vicino, primo/a fra tutti il nostro sposo o la nostra sposa.

Antonio e Luisa

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Il matrimonio nasce dal Battesimo (Sposi profeti 1° capitolo)

Oggi inizio una serie di articolo per presentare un aspetto del nostro essere sposi. Approfondiremo l’aspetto profetico. Cosa significa dire che gli sposi sono profeti dell’amore? Nei prossimi articoli cercherò di spiegarlo, come ho già fatto in passato per l’aspetto sacerdotale (dalla raccolta di quelle riflessioni ho poi pubblicato il libro Sposi sacerdoti dell’amore). In questo capitolo introdurrò le basi sulle quali poi costruire tutte le riflessioni successive. Si parte naturalmente sempre dal Battesimo che è sorgente di ogni altro sacramento in quanto ci lega a Gesù come i tralci alla vite.

Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio.
Come è scritto nel profeta Isaia: Ecco, io mando il mio messaggero davanti a te, egli ti preparerà la strada.
Voce di uno che grida nel deserto: preparate la strada del Signore, raddrizzate i suoi sentieri,
si presentò Giovanni a battezzare nel deserto, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorreva a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, si cibava di locuste e miele selvatico e predicava: «Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non son degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzati con acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo».

Marco 1, 1-8

Il battesimo di Giovanni Battista si fondava sul desiderio di conversione della persona, sulle forze della persona. Il battesimo di Cristo è diverso, è dono gratuito di Dio, è dono pagato da Gesù con il sangue della Croce. Attraverso il battesimo muore l’uomo vecchio e ne risorge uno nuovo, un uomo legato a Cristo dal fuoco dello Spirito Santo. Un uomo capace di attingere a Cristo per essere come Lui perchè in comunione con Lui. Gesù che sappiamo essere Re, profeta e sacerdote. Quando ci sposiamo portiamo in dote tutto ciò che siamo e che abbiamo per farne dono all’altro/a. Il tesoro più grande di questa dote è proprio il nostro battesimo. Nel matrimonio portiamo il nostro essere Re, sacerdoti e profeti in virtù del nostro battesimo. Il matrimonio perfeziona e finalizza questi doni alla nostra nuova condizione di persone sposate.

Siamo re quando siamo capaci di controllare le nostre pulsioni. Siamo re quando non permettiamo che vizi e peccati possano distruggere la nostra relazione. Siamo re quando educhiamo alla bellezza e alla verità i figli che Dio ci dona. Siamo re quando siamo capaci di servire il nostro coniuge. Questa è la nostra regalità di sposi.

Siamo anche profeti. Siamo profeti quando riusciamo a mostrare nel nostro amore qualcosa dell’amore di Dio. Siamo profeti nel vivere la nostra relazione alla luce della relazione con Dio. Siamo profeti quando attraverso la perseveranza nelle difficoltà e la condivisione delle gioie possiamo generare una sana nostalgia dell’amore di Dio in chi è lontano. Siamo profeti quando in un mondo assetato di gratuità, di bellezza, di senso, di fedeltà e di amore siamo capaci di essere una piccola goccia d’acqua che insieme a tante altre può dissetare e rigenerare.

Infine siamo sacerdoti. Siamo sacerdoti quando ci sposiamo. Quando in piena libertà ci doniamo l’uno all’altra. Siamo sacerdoti nella nostra liturgia sacra. Siamo sacerdoti ogni volta che ci facciamo dono l’uno per l’altra. Siamo sacerdoti ogni volta che rinnoviamo e riattualizziamo il nostro matrimonio nell’amplesso fisico.

La nostra unione è generata dal battesimo e si rigenera ogni giorno nella fonte inesauribile della Spirito Santo. Ogni gesto d’amore che ci doniamo è sacro in virtù del nostro battesimo. Ogni volta che ci doniamo è Gesù che ci dona l’uno all’altra. Ogni volta che ci doniamo facciamo esperienza di Dio perchè il nostro amore non è più solo nostro, ma attraverso il battesimo e il matrimonio Dio ne ha fatto cosa sua.

Antonio e Luisa

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Volete capire l’intimità degli sposi? Guardate l’Eucarestia.

Parliamo nuovamente di sessualità. Non a caso ci sono delle persone che mi accusano di essere fissato. Secondo queste persone ciò che conta nell’amore non è l’eros ma è il sacrificio, è il dono di sè. Cosa è il rapporto fisico se non la più alta espressione (corporea) proprio del sacrificio e del dono di sè. Io sono quindi d’accordo con loro. E’ vero, l‘amore sponsale è una scelta radicale che potrebbe chiederci di abbracciare la croce, come avviene per tanti sposi abbandonati che restano fedeli alla promessa. Siamo davvero sicuri però che l’intimità fisica non c’entra nulla con il sacrificio di Cristo? Vi mostrerò che hanno molto in comune come hanno molto in comune Eucarestia e sacramento del matrimonio.

Ripassiamo un po’ dell’abc della nostra fede. L’Eucarestia è il corpo e il sangue di Gesù. Gesù si fa magiare da noi. Gesù si fa pane e vino per farsi mangiare da noi tanto è grande il suo desiderio che noi diventiamo uno con Lui. Gesù, unico e vero sacerdote (i sacerdoti ordinati lo sono in Cristo), offre se stesso a Dio per la nostra salvezza e per il grande amore che nutre per ognuno di noi.

Il matrimonio è, per certi versi, la stessa cosa. Nel matrimonio Gesù, attraverso i doni battesimali, ci abilita ad essere offerenti e offerta (offriamo noi stessi) l’uno per l’altra, tutti i giorni della nostra vita. Ogni volta che ci doniamo al nostro coniuge stiamo facendo offerta a Dio, stiamo esercitando la nostra dimensione sacerdotale nel matrimonio. Siamo sacerdoti quando puliamo casa, quando cambiamo un pannolino, quando ci diamo un bacio, quando ci abbracciamo e, soprattutto, quando…..eh si, quando facciamo l’amore.

L’amplesso fisico degli sposi rimanda quindi all’Eucarestia. In quel gesto, che diventa gesto sacro, diventiamo offerenti di noi stessi. Attraverso il nostro corpo offriamo tutto di noi all’altro/a, come Cristo ha offerto tutto di sè sulla croce per noi. L’intimità nel matrimonio è elevata a gesto sacramentale. Per questo è importante viverla bene. Per questo è importante vivere questo gesto solo con nostra moglie o nostro marito.

Ho trovato un commento di don Manuel Belli un giovane teologo del seminario della mia città Bergamo che esprime molto bene questo parallelismo tra Eucarestia e sessualità degli sposi: Vorrei parlare dell’ultima cena e della sessualità. Può sembrare un po’ strano, ma pensateci un momento. Le parole centrali dell’Ultima Cena sono state: “Questo è il mio corpo, offerto per voi”. L’Eucarestia, come il sesso, è centrata sul dono del corpo. Avete mai notato che la prima lettera di san Paolo ai Corinzi si muove fra due temi, la sessualità e l’eucarestia? Ed è così perché Paolo sa che abbiamo bisogno di capire l‘una alla luce dell’altra. Comprendiamo l’eucarestia alla luce della sessualità e la sessualità alla luce dell’Eucarestia

Capite la grandezza? Noi sposi cristiani possiamo comprendere come vivere la sessualità alla luce dell’Eucarestia. Viverla quindi nel dono totale all’altro/a come Gesù si è donato per noi. E’ vero anche viceversa. Possiamo comprendere la grandezza dell’Eucarestia, del dono di Dio per noi, facendo esperienza del dono del nostro coniuge. La sessualità ci può introdurre nella pienezza del dono eucaristico.

Questo è quello che abbiamo scoperto grazie al nostro padre spirituale padre Bardelli, grazie alla Teologia del Corpo di san Giovanni Paolo II e adesso grazie anche a Papa Francesco. La sessualità non è qualcosa di sporco. Noi possiamo sporcarla quando la viviamo nella menzogna e nell’egoismo. La sessualità va riscoperta come via di santità e di bellezza. La sessualità è un’esperienza meravigliosa che ci introduce nell’amore e nel mistero di Dio.

Antonio e Luisa

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Per san Valentino regalatevi del tempo per voi!

Scrivo spesso che l’amore va dimostrato ogni giorno con gesti di tenerezza, di servizio e di cura che noi sposi ci doniamo gratuitamente solo per la gioia di contribuire al benessere dell’altro/a. Proprio per questa mia consapevolezza ho sempre guardato la festa di san Valentino con aria di superiorità. Sono sempre stato un po’ snob verso questa ricorrenza che spesso non è molto più che una festa commerciale che serve a vendere fiori, cioccolato, gioielli e altri regali più o meno azzeccati. Una festa un po’ superficiale fatta di frasi ad effetto magari scopiazzate da qualche sito di aforismi (ammetto che ogni tanto ci ho sbirciato anche io per trovare qualche idea)

In questi ultimi anni devo dire che invece sto rivalutando questa celebrazione dell’amore. Non certo nell’aspetto più consumistico. Anche se di questi tempi far girare un po’ l’economia può essere comunque una boccata di ossigeno per tanti commercianti. Sto rivalutando questa festa come fosse, con tutte le debite proporzioni e differenze, una sorta di giorno della memoria. Soprattutto per chi è sposato da un po’ di anni.

E’ importante credo fare memoria di quanto siamo belli insieme e di quanto è bello avere la mia sposa accanto. E’ importante recuperare, almeno in alcuni giorni, quel romanticismo che la vita pazza e frenetica che viviamo difficilmente ci consente di vivere. Si può sempre trovare il tempo per essere romantici, ma serve appunto la consapevolezza e l’impegno di volerlo essere. Se abbiamo perso l’abitudine questa festa può essere un modo per ricominciare.

Queste feste possono quindi aiutarci, darci una scossa, farci riassaporare quel gusto di stare insieme e di “viziarci” con tanti piccoli gesti e attenzioni. Naturalmente facendo attenzione che rispettino la sensibilità e la modalità dell’amato/a. Ben vengano quindi i regali più o meno costosi. Non lasciamo però che il tutto si concluda così. Diamo un senso più profondo a questo giorno. Diamo una sostanza. Il modo trovatelo voi. Posso suggerire qualcosa. Qualcosa che anche io e Luisa abbiamo cercato di fare. Prendetevi, magari, un giorno di ferie, lasciate i figli ai suoceri o alla baby sitter e fatevi una gita da qualche parte. Ancora meglio se vi prendete un fine settimana intero e dormite fuori per trovare il tempo di fare l’amore bene, con l’atmosfera e la qualità necessarie, senza la stanchezza e la fretta che la vita di tutti i giorni vi impone. Soprendetevi! Fatevi una sorpresa. Dedicatevi del tempo anche solo per parlare e guardarvi (non è scontato farlo ma è fondamentale). Trovate tempo insomma per ritrovarvi come coppia.

Così san Valentino può davvero essere un’occasione di rinascita. San Valentino come anche il giorno dell’anniversario di matrimonio. Un’occasione per ricominciare e magari trovare la forza e il desiderio di continuare anche nei giorni a venire. Sapete cosa vi dico? Trovatevi almeno un giorno al mese. Che ogni mese ci sia un san Valentino tutto per voi. Un giorno per occuparvi solo del vostro amore. Vedrete che la vostra relazione svolterà e diventerà sempre più viva e meravigliosa.

Basta davvero poco. Provare per credere. Buon san Valentino!

Antonio e Luisa

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Cacciate le piccole volpi dal vostro matrimonio

Prendeteci le volpi, le volpi piccoline che guastano le vigne, perché le nostre vigne sono in fiore. (Ct 2,15)

Si tratta di un versetto tratto dal Cantico dei Cantici. Io e Luisa abbiamo scritto un libro su questo meravioso testo dell’Antico Testamento. Quindi si tratta di un passo che abbiamo già affrontato altre volte nei nostri articoli. Ho scelto di tornarci perchè sono parole troppo belle che offrono davvero una prospettiva importante da cui partire per riflettere sulla nostra relazione. Le piccole volpi sono un’immagine fantastica. Le piccole volpi non sembrano essere un pericolo. Così carine, così piccoline. Eppure proprio le piccole volpi possono distruggere la vigna. Possono distruggere la nostra relazione.

Le piccole volpi sono tutti quegli atteggiamenti che consideriamo in fin dei conti veniali, poco importanti, quasi banali, ma che possono, quando vengono reiterati nel tempo e diventano abitudine, spogliare la relazione di intimità, di complicità e di gioia. Possono allontanarci. Attenzione quindi, non si scherza su queste cose. Vi cito alcuni comportamenti che sono delle vere piccole volpi che attentano la nostra vigna.

Non incoraggiarlo/la mai. Solitamente se ci sposiamo è perchè la persona che abbiamo scelto non ci piace solo fisicamente. Abbiamo anche grande stima di lei/lui. E’ importante il suo parere. Una delle ricchezze dell’essere coppia sta proprio nel poter condividere la gioia e i successi con l’altro/a e trovare una spalla su cui appoggiarsi e magari anche piangere quando ci sono fallimenti o sofferenze. Essere indifferenti a tutto questo, al mondo interiore dell’altro/a non lo/la fa sentire amato/a. Peggio ancora se siamo sempre pronti a criticare gli errori e siamo invece meno attenti a sostenere con una buona parola. Ecco la prima piccola volpe.

Cerca di cambiarlo/la in tutti i modi. Si, l’altro/a mi piace, ma sarebbe meglio se fosse un po’ diverso/a, se cambiasse quell’atteggiamento che proprio non mi piace, se non continuasse a pensare in un certo modo. Insomma se fosse come dico io. Ogni tanto, ammettiamolo, abbiamo la tentazione di fare questi pensieri. Come tutte le persone di questo mondo ha dei difetti. Non basta! Spesso usiamo dei mezzucci per ottenere ciò che vogliamo. Facciamo leva sul senso di colpa. Con il risultato che quando si affronterà una discussione su quel suo difetto l’altro/a si sentirà giudicato/a, non amato/a, attaccato/a, ci vedrà come un “nemico” e non come un alleato. Si chiuderà e fuggirà ogni occasione di dialogo su quell’argomento. Ci terrà nascosti i suoi sentimenti e i suoi errori. Creando di fatto una barriera tra noi e lui/lei. Solo accogliendolo/a nel suo essere com’è senza pretesa di cambiarlo/a l’amato/a sentirà il desiderio di attenuare i suoi difetti. Non per costrizione o sfinimento ma per amore. Ricordate, poi, che se la plasmate a vostra immagine poi non sarà più la persona di cui vi siete innamorati/e. Insistere per cambiarlo/a è una grande piccola volpe. Attenzione. Cacciatela per tempo dalla vostra vigna.

Non dire mai quanto è bello/a e bravo/a. Non so perchè ma esiste un ambito in cui spesso siamo molto avari. Dovremmo dirci più spesso l’uno all’altra quanto siamo belli, quanto ancora ci piacciamo e quanto ci desideriamo. Non dovremmo perdere occasione per fare un complimento. Cose semplici: Che buono il risotto che hai cucinato. Oggi sei proprio bella! Grazie per aver risolto quel problema con la banca, io non avrei saputo da che parte cominciare. Cose molto semplici ma che ripetute nella nostra quotidianità costruiscono la nostra casa comune. Costruiscono la nostra relazione. Invece spesso perdiamo tante occasioni dando per scontato tante cose. Dando per scontato il nostro amore. Questa si che è una piccola volpe enormemente pericolosa. Non a caso nel rito matrimoniale promettiamo di amarci tutti i giorni della vita proprio per evidenziare come l’amore abbia bisogno di essere confermato ogni giorno.

Bastonatelo/a ogni volta che sbaglia. Nella nostra relazione gli errori dell’altro/a ci sono stati, ci sono e ci saranno sempre. D’altronde non sbaglia solo lui/lei. Anche noi ne commettiamo a dozzine. Ci può stare avere delle discussioni e dei litigi ma mai mettere in discussione la persona e il rispetto per la persona. E’ importante riuscire a dividere l’errore da chi lo commette. Solo così potremo essere di aiuto e sostegno. Solo così l’altro/a avrà desiderio e non paura di confidarsi con noi, senza fare l’errore di tenere nascosti i suoi sbagli. Non è perfetto/a. Per fortuna che non è perfetto/a. Come dico spesso a Luisa: grazie a Dio non sei perfetta! Altrimenti come farei a dimostrarti il mio amore se te lo meritassi sempre? Naturalmente vale anche viceversa.

Questi sono dei piccoli comportamenti sbagliati che sembrano, presi singolarmente, banali e sopportabili. In realtà con il tempo possono causare grandi problemi di coppia. Possono portare fino al fallimento della relazione. Cacciate quindi le piccole volpi. Basta poco.

Antonio e Luisa

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Quando non puoi più crescere fatti piccolo.

Ci sono dei momenti della vita in cui vorremmo dire: adesso basta! Non ti sopporto più! Ho tollerato abbastanza. Lui/lei sembra approfittarsi del nostro amore. Tutto l’impegno che ci mettiamo eppure non capisce. Continua a commettere sempre gli stessi errori. La misura è colma. Luisa quando è particolarmente irritata da un mio comportamento reiterato mi dice immancabilmente: allora dillo che lo fai apposta!

Anche noi cristiani, quando il nostro sposo o la nostra sposa cade sempre negli stessi errori, abbiamo la forte tentazione di reagire in questo modo. Forse è vero che quel suo atteggiamento può darci irritazione e magari anche sofferenza. Forse è vero che facciamo sempre più fatica a tollerarlo. Noi che invece siamo così bravi, noi che ci meriteremmo di essere ricambiati in ben altro modo e lui/lei che non capisce quanto sia fortunato/a ad averci sposato. Spesso, non lo ammetteremmo mai neanche sotto tortura, pensiamo proprio così. Ed è proprio questo modo di pensare che non funziona. Significa contare solo sulle nostre forze. Significa continuare a tollerare gli sbagli dell’altro/a perchè noi siamo meglio, siamo più bravi. Arriva però un punto che non riusciamo più a tollerare. Perchè umanamente abbiamo finito la capacità di crescere, abbiamo raggiunto il massimo di quello che potevamo dare. E adesso? Cosa fare?

Prima di esplodere e cacciarlo/a di casa abbiamo una grande opportunità. Adesso abbiamo l’occasione di tornare a ragionare e ad amare l’altro/a come cristiani. Come Cristo ci ama. Santa Teresina scrisse una cosa che mi ha sempre colpito: quando non puoi più crescere fatti piccolo. La soluzione è farci piccoli. Smettere di pensare a quanto siamo bravi e belli per riconoscerci deboli. Io ho vissuto momenti così. Incapace di donarmi a Luisa per chi era. Mi sono riconosciuto incapace di prenderla tutta, di prendere il pacchetto completo, con tutti i suoi pregi, che mi hanno fatto innamorare e che ancora mi piacciono, ma anche con i suoi difetti. Li ho capito. Solo facendomi piccolo posso decentrare la mia attenzione da me e dalle mie pretese per spostarla su di lei. Solo riconoscendomi debole potrò farmi piccolo/a e inginocchiarmi davanti a Gesù. Solo così potrò liberare il mio cuore dalle mie aspettative e permalosità per far posto allo Spirito Santo. Il matrimonio è una cambiale in bianco che Gesù ha firmato e ci ha consegnato tra le mani. La cifra la possiamo mettere noi. Non si tira indietro. A noi è chiesta solo la fatica di riconoscere di averne bisogno, che da soli non riusciamo. Quando sono debole, è allora che sono forte.

Ci sono tre step fondamentali per imparare ad amare davvero. Mi riconosco debole, mi riconosco incompleto (ma che non posso essere completato da una persona per quanto possa essere bella e brava), mi riconosco amato da Dio. Solo affrontando questi tre passaggi avremo la capacità di fare il salto di qualità nella vita e nel matrimonio. Questo è un po’ il percorso che tutti noi, prima o poi, dobbiamo affrontare. Solo se intraprendiamo il percorso per guarire la nostra affettività, che spesso ci rende dipendenti, possiamo amare davvero l’altro/a. Saremo forti proprio perchè nella debolezza avremo fatto esperienza di Dio e l’altro/a non avrà più il potere di farci troppo male e di distruggerci nello spirito, come invece sovente avviene in tante coppie. Se da soli non ne veniamo fuori si può sempre ricorrere a uno psicoterapeuta. Sempre però per recuperare la nostra consapevolezza di valere e di essere amati a prescindere dall’altro/a. Per portare nella relazione la nostra ricchezza per riempire l’altro/a e non la nostra povertà per svuotare l’altro/a.

C’è una breve storia di Bruno Ferrero che ci può far riflettere e forse può far comprendere meglio quanto ho voluto condividere:

Il padre guardava il suo bambino che cercava di spostare un vaso di fiori molto pesante. Il piccolino si sforzava, sbuffava, brontolava, ma non riusciva a smuovere il vaso di un millimetro.
“Hai usato proprio tutte le tue forze?”, gli chiese il padre.
“Sì”, rispose il bambino.
“No”, ribatté il padre, “perché non mi hai chiesto di aiutarti”.

Pregare è usare tutte le nostre forze.

Antonio e Luisa

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Non per lussuria ma per la pienezza

«Benedetto sei tu, Dio dei nostri padri, e benedetto per tutte le generazioni è il tuo nome! Ti benedicano i cieli e tutte le creature per tutti i secoli! 6Tu hai creato Adamo e hai creato Eva sua moglie, perché gli fosse di aiuto e di sostegno. Da loro due nacque tutto il genere umano. Tu hai detto: «Non è cosa buona che l’uomo resti solo; facciamogli un aiuto simile a lui». 7Ora non per lussuria io prendo questa mia parente, ma con animo retto. Dégnati di avere misericordia di me e di lei e di farci giungere insieme alla vecchiaia». 8E dissero insieme: «Amen, amen!». 9Poi dormirono per tutta la notte.

Avete riconosciuto questi versetti? Siamo nel libro di Tobia. Una volta celebrato il matrimonio, Tobia e Sara entrarono nella loro stanza dove trovarono il talamo nuziale. Se avete letto la vicenda narrata in questo libro sapete come Sara prima di Tobia avesse già avuto sette mariti, tutti morti la prima notte di nozze. Ho già scritto un precedente articolo dove racconto qualcosa di questi 7 mariti. Uccisi tutti da Asmodeo, un demone che tormentava Sara. Asmodeo è considerato, oltre che il principe della distruzione, anche il demone della cupidigia, dell’ira e della lussuria.  Ognuno di quei sette mariti, per un motivo o per l’altro, prese Sara come qualcosa di suo, la fece sua. Non la prese per amarla ma per usarla. Ognuno di quei sette mariti lasciò così ad Asmodeo un compito facile facile. Quelle relazioni furono distrutte da Asmodeo senza difficoltà in quanto erano già morte in partenza.

Per Tobia non fu così. Torniamo quindi ora ai versetti iniziali. Immaginiamo la scena. Tobia e Sara sono finalmente soli. Possono consumare il matrimonio. Tobia sente forte il desiderio di alzare una preghiera di lode a Dio. I versetti che ho riportato all’inizio di questo articolo descrivono proprio questa preghiera. Sono parole molto intense che possono aiutarci a riflettere anche sul nostro matrimonio e sul valore salvifico di una sessualità sana.

Tu hai creato Adamo e hai creato Eva sua moglie, perché gli fosse di aiuto e di sostegno. Da loro due nacque tutto il genere umano. Tu hai detto: «Non è cosa buona che l’uomo resti solo; facciamogli un aiuto simile a lui».  Uomo e donna. C’è un chiaro richiamo alla Genesi. Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. (Genesi 1,27) Dirò di più. In Genesi per descrivere uomo e donna vengono utilizzate le parole ebraiche zakar per il maschio e nekevàh per la femmina. Due termini non usati in altre parti della Bibbia dove ne vengono usati altri per esprimere il maschile e il femminile. Sono due termini molto concreti e corporali. Diciamo pure sessuali. Significano letteralmente il puntuto (maschio) e la forata (femmina). Maschio e femmina sono quindi identificati dal loro corpo ed in particolare dai loro organi genitali. Come a voler mettere in evidenza che la somiglianza con Dio è data proprio dalla diversità dei due. La differenza e complementarietà diventa occasione per generare. La nostra somiglianza con Dio sta proprio nel saper dare inizio. Dare inizio a nuova vita senz’altro, ma anche dare inizio alla nostra vera umanità riconoscendoci liberi. Liberi in una relazione con una persona diversa e complementare. Nella relazione sponsale, proprio confrontandoci con la differenza dell’altro/a, costruiamo l’uomo e la donna che possiamo e dobbiamo diventare. Così è per Tobia e Sara e così è anche per noi. Questo significato è espresso da un altro versetto subito susseguente alla preghiera: Poi dormirono per tutta la notte. C’è un chiaro richiamo al sonno di Adamo durante il quale Dio crea la donna. In quel sonno Dio salda i due sposi e benedice la loro unione. Trasforma i loro cuori con il fuoco del suo amore.

Ora non per lussuria io prendo questa mia parente, ma con animo retto. Anche questo è un passaggio fondamentale. Tobia non prende Sara per lussuria. Non la prende per possederla, per farla cosa sua, per usarla. Tobia la prende con animo retto, in greco viene trascritto con aletheias. Aletheia significa verità. Nella Bibbia indica l’agire secondo la legge di Dio. Legge che è scritta nel nostro cuore. In sintesi Tobia sente il desiderio di unirsi a Sara non per la passione del momento o per una pulsione sessuale. Nulla di tutto questo. Tobia desidera unirsi a Sara per portare a compimento l’unione dei loro cuori. Desidera vivere in pienezza e verità il suo matrimonio con Sara. Non è meraviglioso vivere la nostra sessualità così? L’avevo già scritto in un altro articolo. E’ davvero incredibile come lo stesso rapporto sessuale possa essere considerato in modo completamente diverso a seconda di come lo si vive. Si dice consumare un rapporto. Consumare può essere inteso con l’etimologia cumsumere, che significa portare a logorio, ma anche con l’etimologia cumsummare che vuol dire portare a compimento, condurre allo scopo. E’ questo il vero significato che la Chiesa vuole dare al verbo consumare. La sessualità all’interno di una coppia di sposi porta a compimento il matrimonio stesso. Il dono reciproco e totale di due sposi è la consumazione del matrimonio, ovvero è la realizzazione del matrimonio. 

Dio non ci promette solo che avremo il centuplo nei Cieli. Dio ci promette che possiamo averlo già oggi nella nostra relazione. E’ importante però che anche noi facciamo la nostra parte impegnandoci a fondo per essere sempre più uno con l’altro e uno per l’altro.

Antonio e Luisa

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Missionari dell’amore

Fratelli, non è per me un vanto predicare il vangelo; è per me un dovere: guai a me se non predicassi il vangelo! Se lo faccio di mia iniziativa, ho diritto alla ricompensa; ma se non lo faccio di mia iniziativa, è un incarico che mi è stato affidato. Quale è dunque la mia ricompensa? Quella di predicare gratuitamente il vangelo senza usare del diritto conferitomi dal vangelo. Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero; Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno. Tutto io faccio per il vangelo, per diventarne partecipe con loro.

Prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinti 9,16-19.22-23.

Queste parole di Paolo sono quasi un testamento per ogni cristiano. Chi incontra Cristo non può che desiderare di condividere una ricchezza tanto grande con tutti. Così dovrebbe essere anche per noi sposi. Siamo anche noi dei mandati. Siamo dei missionari dell’amore. Lo siamo non tanto con le parole ma con la nostra vita. La nostra missione è diventare ciò che siamo. San Giovanni Paolo II lo ribadisce nella sua esortazione Familiaris Consortio: Famiglia diventa ciò che sei. Aggiungo io: Cosa sei famiglia? Sei una comunità d’amore. Ecco questa è la nostra missione: predicare il Vangelo, la buona notizia, attraverso la nostra vita di sposi. Tutto il resto viene dopo.

San Paolo ci fornisce anche delle coordinate. Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero; Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno.

Libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti. Questa affermazione è decisiva. Lo è per ogni uomo e per ogni donna. Possiamo farci servi dell’amore solo se siamo liberi. Non siamo servi dell’altro/a ma servi dell’amore. Non c’è dipendenza affettiva e psicologica verso nessuno. Il nostro asservirci all’altro/a e al suo bene è una nostra libera scelta di sposi. Non per paura di perderlo/a ma per il desiderio di condurlo/a a Dio. Qui c’è tutto il senso della nostra vocazione di sposi. Qui c’è il senso dell’amore che delle volte diventa croce. Una croce scelta per amore e non subita per paura o per debolezza. Solo così può essere sostenibile e non schiacciare. Solo così può essere uno strumento di salvezza per il nostro coniuge e per il mondo intero.

Mi sono fatto debole con i deboli. Questo atteggiamento l’ho sperimentato concretamente in prima persona nel mio matrimonio. L’ho raccontato diverse volte. Luisa si è fatta debole quando io ero debole. Quando ormai 15 anni fa ho affrontato la mia crisi più grande, quando facevo fatica ad accettare le mie responsabilità di marito e di padre, lei si è fatta più debole di me. Ha sopportato il mio atteggiamento distante e freddo e mi ha amato per prima e senza chiedermi nulla in cambio, se non di accogliere il suo amore. Questo suo abbassarsi mi ha permesso di risollevarmi. Questo significa farsi debole con i deboli. Solo così ho compreso quanto fosse grande il suo amore e quanto io fossi fortunato ad averla accanto. Vale naturalmente sempre il primo punto. Può essere un gesto di autentico amore solo quando è libero.

Mi sono fatto tutto a tutti. L’amore sponsale ci chiede di darci completamente. Ci chiede di non tenere nulla per noi. E’ una scelta, non a caso, definitiva. Il matrimonio è fedele e indissolubile. Questa è la sua forza profetica. Diventa davvero immagine dell’alleanza tra Gesù sposo e la Chiesa sua sposa. Un’alleanza che resiste a tutte le infedeltà ed è capace di risorgere ogni volta perchè il bene della relazione sponsale è sempre un po’ più grande rispetto al male. Scegliamo di amarci così non perchè Dio lo vuole o la Chiesa ce lo impone. Nulla di tutto questo. Il desiderio di questo amore radicale è qualcosa che abbiamo dentro. Noi aneliamo a questo tipo di amore. Dio ci ha donato il matrimonio proprio perchè potessimo vivere l’amore di cui sentiamo il desiderio e la nostalgia. Un amore radicale che diventa fecondo per noi e per il mondo intero.

Dio ci ha consacrato (ci ha reso suoi) nel matrimonio e ci ha inviato in missione. Ci ha mandato nel mondo affinchè la nostra relazione possa mostrare il suo amore. Una relazione fatta da due persone fragili e piene di ferite, ma proprio per questo capaci di vedere in quelle impefezioni un’occasione per amare e donarsi l’uno all’altra in modo gratuito e incondizionato.

Antonio e Luisa

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La sessualità: come un forno a microonde.

Ho ripreso in mano il libro di don Carlo Rocchetta La mistica dell’intimità nuziale. Quanto è bravo don Carlo a raccontare le dinamiche della relazione tra un uomo e una donna. Uomo e donna sono differenti in tutto. Lo sono anche nel modo di vivere la sessualità. La vivono diversamente sia nel corpo che nella psiche.

Dio è grande anche per questo. Lasciatemelo dire. La sessualità non è solo istinto. La sessualità non è solo genitalità. La sessualità vera va costruita. Diventa davvero bella quando si riesce a trasformarla in qualcosa di più profondo e completo. Non si tratta di ricercare un superficiale, seppur molto intenso, piacere fisico. Molti si accontentano solo di quello rinunciando al meglio. Dio ci ha voluto diversi proprio perchè dovessimo fare la fatica di spostare lo sguardo da noi stessi all’altro/a. Per vivere una sessualità piena e davvero bella serve comprendere come l’altro/a è fatto. Comprendere cosa l’altro/a desidera.

Don Carlo esprime bene questa differenza paragonando la sessualità maschile ad un forno a microonde mentre quella femminile ad un forno a legna. Ho trovato geniale questa metafora ideata da don Carlo. Rende l’idea perfettamente.

Accensione. Il forno a microonde si accende istantaneamente. Basta girare una manopola. Il forno a legna non è così. Va preparato e serve un po’ di tempo per accendere il fuoco. Così è la nostra sessualità. L’uomo è pronto in pochi secondi. Basta l’idea. Basta una fantasia. A volte basta anche una scollatura della moglie per accendere il desiderio. Per la donna non è così. Serve che la legna venga ammassata. Ha bisogno di essere corteggiata. Ogni pensiero e gesto di tenerezza che noi sposi riserviamo alla nostra amata diventa un ciocco di legno posto nel forno del suo desiderio. Noi uomini impegniamoci a fondo per accendere quel forno. Voi donne cercate di non essere troppo esigenti con noi e di apprezzare ciò che riusciamo a fare per voi. Anche se non siamo bravi come i protagonisti delle commedie romantiche americane. Veniamoci incontro.

Funzionamento. L’uomo funziona come il forno a microonde, cioè immediatamente. Subito a mille. Subito a pieno regime. Non ha bisogno, almeno fisicamente, di preliminari. Potrebbe consumare il tutto in pochi minuti, alcuni in pochi secondi. Purtroppo in alcune coppie avviene davvero così. E la moglie? Resta insoddisfatta. Poi ci chiediamo il perchè di tanti matrimoni senza sesso. La donna è come un forno a legna. Il fuoco va preparato, va alimentato. Serve un periodo molto più lungo affinchè arrivi a pieno regime e sia davvero caldo. Per questo nei nostri interventi, quando ci capita di affrontare questo argomento, andiamo giù diretti. Trattiamo abbondantemente di queste cose nel nostro libro L’ecologia dell’amore. I preliminari sono soprattutto per la donna. Gesti, carezze e baci servono per preparare il corpo della donna ad accogliere l’uomo. Tutto il contrario di ciò che insegna la pornografia dove il centro di tutto sono i genitali maschili. Non serve correre e bruciare i tempi. Serve calma, dolcezza e tenerezza. Solo così può essere un’esperienza meravigliosa e appagante per entrambi.

Spegnimento. Anche in questo caso uomo e donna sono opposti. L’uomo, una volta raggiunto il culmine, ha letteralmente un crollo del desiderio. Può tranquillamente mettersi immediamente a fare altro. Un uomo è capace di mettersi a pensare al lavoro o alla partita di calcetto con gli amici, appena qualche secondo dopo aver consumato un rapporto con la moglie. Donne non pensate male di noi uomini. Siamo fatti proprio così. Non è insensibilità. Anche in questo siamo quindi come un forno a microonde che una volta spento è immediatamente freddo. La donna no. La donna, una volta raggiunto il piacere, ha un calo lento e graduale. Desidera restare immersa nell’abbraccio del suo sposo per sentirsi ancora unita a lui e vivere fino in fondo quella comunione dei cuori. L’errore più grande che possiamo commettere noi uomini è proprio ignorare questa necessità e girarci dall’altra parte. Questo atteggiamento farebbe sentire nostra moglie usata. Rovinerebbe tutto.

La differenza sessuale è davvero un’occasione che Dio ci dà per aprirci all’altro/a senza ripiegarci su ciò che siamo. Dio ci chiede un impegno, anche il sesso è impegno se fatto bene, per aiutarci ad essere davvero dono l’uno per l’altra. Solo facendoci dono per l’altro/a, facendolo come piace all’altro/a, con la sensibilità dell’altro/a, trasformenremo il sesso in comunione sperimentando un momento meraviglioso di unità e intimità, dove attraverso il corpo tutta la persona partecipa e ne trae gioia e piacere.

Antonio e Luisa

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Cosa posso fare se non crede?

Se non crede? Solo ieri ho ricevuto l’ennesimo messaggio da parte di una moglie che si lamentava della mancanza di fede del marito. Non è l’unica che mi ha scritto chiedendomi un articolo su questo argomento. Ho deciso quindi di rompere gli indugi e di scrivere quello che è il mio pensiero. Come comportarsi se l’altro/a non crede?

C’è un presupposto importante da evidenziare. Nessuno vi ha obbligato a sposare quell’uomo o quella donna. E’ scorretto decidere di sposarsi sapendo che lui/lei non crede e poi lamentarsi di questo. Avete preso il pacchetto completo con i suoi pregi e con i suoi difetti, con la sua luce e la sua ombra. Se avete deciso di sposarlo/la poi non lamentatevi se non è come voi lo/la vorreste ma è semplicemente la persona che è. Quindi non potete avere la pretesa che lui/lei cambi perchè voi lo volete. Non funziona così. Certo voi avete incontrato Gesù e sapete quanto è bello stare con Lui e vorreste che anche la persona che più amate potesse sperimentare la stessa gioia. Questo desiderio è meraviglioso e buono, ma non può diventare motivo di litigio e di divisione nella coppia.

Non forzatelo/la. L’atteggiamento più sbagliato in assoluto è assillarlo/la di continuo. Continuare ad insistere perchè preghi e vi accompagni a Messa. Non otterrete nulla se non di irritarlo/la e allontanarlo/la sempre più dalla Chiesa e dalla fede. Aspettate che sia lui/lei a chiedervi di partecipare alla vita di fede. E se non lo chiede? Aspettate che sia lui/lei a chiedervelo. La fede è un incontro e l’altro/a deve incontrare Gesù personalmente. Voi potete con il vostro amore essere strumento di Dio e facilitare questo incontro ma certo non forzandolo o rovinerete tutto.

Il bene è bene. Il male è male. Se lui/lei non crede non può obbligarvi a scendere a compromessi con la vostra fede. Per questo è importante vivere un fidanzamento vero. Un fidanzamento dove si mettono in chiaro tutti i valori e le convinzioni a cui non volete assolutamente rinunciare. Ad esempio se lui non crede e vi propone di avere rapporti prima del matrimonio e voi accettate significa che anche per voi Dio non è così importante. Se davvero credete nella castità con tutto il significato umano che racchiude, siete disposte/i anche a perdere l’altro/a pur di non venire meno a una relazione d’amore piena. La castità è solo un esempio, ma ci sono tanti altri ambiti dove è importante non scendere a compromessi e quindi mettere fin dal fidanzamento le cose in chiaro: apertura alla vita, educazione cristiana dei figli ecc. ecc. Voi dovete rispetto all’altro/a ma anche l’altro/a ne deve a voi.

Amatelo/la come lo ama Gesù. Questo forse è il consiglio più difficile. Senza forse. Sicuramente è il più difficile ma anche il più efficace. Certo si corre un grande rischio ma l’amore è dare tutto senza chiedere nulla in cambio. L’amore cristiano è così. C’è la croce che ce lo ricorda ogni giorno. Concretamente cosa vi consiglio? Amate il vostro coniuge sempre, per prime/i, senza aspettarvi nulla. Amatelo dando tutto senza risparmiarvi. Questo amore gratuito e incondizionato è il solo capace di cambiare il cuore dell’altro/a e aprire uno spiraglio dove lo Spirito Santo può entrare e fare miracoli. Serve però una breccia. Serve il suo desiderio di cercare Gesù. Questo desiderio può provocarlo il vostro amore. Ognuno di noi cerca qualcuno che lo ami per quello che è e non per quello che fa. Ecco questo è la nostra missione di sposi cristiani.

Pregate per lui/lei. Questo consiglio è fondamentale. La preghiera può davvero fare miracoli quando scaturisce da un desiderio buono e santo. Lui/lei non prega? Fatelo voi. Ricordate che noi sposi cristiani siamo uniti sacramentalmente e la nostra preghiera di intercessione è potentissima quando è diretta al nostro coniuge. Ricordate infine che l’altro/a è sempre con voi. Il fuoco dello Spirito Santo ha saldato i vostri cuori tanto che nessuno in questo mondo può separarli in nessun modo (la nullità della Sacra Rota dichiara che il matrimonio non è mai avvenuto. Neanche quel tribunale può annullare un legame valido). Quando andate a Messa e vi accostate all’Eucarestia c’è anche lui/lei con voi. Fisicamente magari è a casa in pantofole a guardare la tv ma è lì con voi comunque. Quando fate la comunione anche l’altro in un certo senso ne ha beneficio. Affidatelo a Dio con fiducia.

Coraggio la vostra missione non è facile ma è meravigliosa. Voi potete essere strumenti di Dio e l’occasione di vostro marito o di vostra moglie di incontrare Gesù.

Antonio e Luisa

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I virus del dono: narcisismo, vittimismo e pessimismo

Oggi voglio riprendere le parole che Papa Francesco ha pronunciato durante l’omelia della Messa di Pentecoste del 2020. Sono trascorsi alcuni mesi. Ammetto che mi erano sfuggite e le ho recuperate solo alcuni giorni fa. Sono però così importanti e decisive in una relazione sponsale che ho deciso di farci un articolo, anche se un po’ in ritardo.

In particolare Papa Francesco elenca i nemici dell’amore. Quegli atteggiamenti che ci impediscono di donarci e di accogliere il dono dell’altro in pienezza e verità. Capite quanto questa riflessione sia fondamentale per noi sposi? Papa Francesco ha affermato: Cari fratelli e sorelle, guardiamoci dentro e chiediamoci che cosa ci ostacola nel donarci. Ci sono, diciamo, tre nemici del dono, i principali: tre, sempre accovacciati alla porta del cuore: il narcisismo, il vittimismo e il pessimismo.

Il narcisismo. Dice Papa Francesco: Il narcisismo fa idolatrare se stessi, fa compiacere solo dei propri tornaconti. Il narcisista pensa: “La vita è bella se io ci guadagno”. E così arriva a dire: “Perché dovrei donarmi agli altri?”. Il narcisista è ripiegato su di sè. Non è in grado di donarsi. Non lo ritiene necessario e soprattutto utile al proprio piacere. Il narcisista non cerca il bene dell’altro/a, gli è in un certo senso indifferente. Se fa qualcosa, qualche gesto di tenerezza o di servizio è sempre per averne qualcosa in cambio. Manca completamente la gratuità dell’amore. L’amore senza gratuità diventa commercio e la persona una cosa da sfruttare. Se avete a che fare con un fidanzato/fidanzata così lasciatelo/a. Non credete sia facile cambiarlo/a. Se lo/la avete sposato/a la situazione si complica. Per il vostro bene e anche il suo rinforzate la vostra autostima. Crescete nella relazione con Gesù per sentirvi preziosi/e in modo che i suoi giochetti per manipolarvi e ottenere ciò che vuole non possano farvi troppo male. Amatelo/a nella libertà di dire anche no quando ciò che chiede non è per il bene di entrambi.

Il vittimismo. Papa Francesco al riguardo ha detto: Ma anche il secondo nemico, il vittimismo, è pericoloso. Il vittimista si lamenta ogni giorno del prossimo: “Nessuno mi capisce, nessuno mi aiuta, nessuno mi vuol bene, ce l’hanno tutti con me!”. E’ un comportamento autodistruttivo sicuramente, ma anche di comodo. E’ più facile trovare una causa fuori da noi stessi per il male e la sofferenza che proviamo nella nostra vita. Allora l’altro/a non va mai bene. E’ sempre colpa sua. In relatà chi fa la vittima non vuole affrontare davvero i problemi. Se il problema è fuori da me non devo risolverlo io. Queste persone si lamentano che nessuno le capisce ma non si chiedono il perchè. Credono che nessuno le sappia amare davvero ma non si preoccupano di come loro amano. E’ importante invece prendere in mano la nostra vita e viverla in modo attivo da protagonisti. E’ inutile recriminare su cosa l’altro/a fa o dovrebbe fare. E’ completamente inutile. Ciò che posso e devo chiedermi è cosa posso fare io per migliorare la situazione, la relazione e la mia vita. Cosa poter fare concretamente se il nostro coniuge ha un po’ questo vizio? Semplicemente non cadere nel tranello e metterci a litigare dandogli degli appigli per nutrire il suo vittimismo. Quando si lamenta tagliare corto, con tenerezza ma con fermezza, garantendogli la nostra vicinanza e il nostro aiuto ma troncando ogni discorso di lamentazione.

Il pessimismo. Il Papa lo descrive così: Infine c’è il pessimismo. Qui la litania quotidiana è: “Non va bene nulla, la società, la politica, la Chiesa…”. Il pessimista se la prende col mondo, ma resta inerte e pensa: “Intanto a che serve donare? È inutile”. Ora, nel grande sforzo di ricominciare, quanto è dannoso il pessimismo, il vedere tutto nero, il ripetere che nulla tornerà più come prima! Pensando così, quello che sicuramente non torna è la speranza. Il pessimista è solitamente una persona pesante. Una persona che fatica a trovare un senso nella vita. Un senso anche a donarsi. Perchè tanto tutto è inutile. Tutto va male. Manca la speranza. Manca un orizzonte che dia respiro alla vita. Credo che se abbiamo sposato una persona pessimista ciò che possiamo fare con lei concretamente non è rimarcare questo suo atteggiamento. Non servirebbe a nulla se non a peggiorare la situazione. Possiamo starle vicino con amore. Mettere in evidenza la bellezza della nostra vita di tutti i giorni, farla sentire bella ricordandole tutto ciò che di buono fa e il resto lo farà Dio se si vive una vita di fede e di preghiera.

Questo articolo non ha nessuna pretesa di risolvere nulla. E’ solo un modo per riflettere su questi tre virus del dono. Se ci sono problemi seri e patologici serve naturalmente l’aiuto di un professionista. Mi piace terminare questo articolo con le parole del Papa che ci dà la sua personale cura, non da psicoterapeuta ma da pastore e padre qual è: In questi tre – l’idolo narcisista dello specchio, il dio-specchio; il dio-lamentela: “io mi sento persona nelle lamentele”; e il dio-negatività: “tutto è nero, tutto è scuro” – ci troviamo nella carestia della speranza e abbiamo bisogno di apprezzare il dono della vita, il dono che ciascuno di noi è. Perciò abbiamo bisogno dello Spirito Santo, dono di Dio che ci guarisce dal narcisismo, dal vittimismo e dal pessimismo, ci guarisce dallo specchio, dalle lamentele e dal buio.

Antonio e Luisa

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L’intimità degli sposi è un’effusione di Spirito Santo (2 parte)

Nel precedente articolo ho già avuto modo di presentare il primo dono dello Spirito Santo elargito agli sposi che vivono un’intimità bella e nella verità. Proseguo oggi con gli altri tre doni. Chiamerò l’intimità con un termine che ai più potrà sembrare strano: riattualizzazione del matrimonio. In realtà è esattamente ciò che è. Ogni volta che noi sposi facciamo l’amore stiamo rinnovando il nostro sacramento.

Il secondo frutto della riattualizzazione del sacramento del matrimonio è l’aumento della Grazia santificante. Quando gli sposi vivono la loro intimità e riattualizzano il matrimonio possono aumentare la Grazia santificante. Ciò in base al desiderio di ognuno dei due d’immergersi in Dio presente nei loro cuori e all’intensità d’amore con cui vivono la celebrazione. L’aumento della grazia santificante comporta una partecipazione più intima alla vita divina. Comprendiamo meglio l’amore di Dio per noi facendone esperienza attraverso il nostro coniuge e al nostro dono reciproco. Gli sposi attraverso l’amplesso vissuto nella verità del dono si avvicinano all’essenza di Dio Trinità. Dio che è amore. L’aumento della grazia scaturito dall’amplesso non va inteso unicamente come crescita dell’amore divino in noi, ma anche come aumento della comprensione delle ricchezze e gioie racchiuse in tale amore. Gli sposi comprendono meglio la dimensione profetica del loro amore (sono segno dell’amore di Dio in sé stesso e verso gli uomini) e al tempo stesso lo sperimentano nella vita, mostrandola più intensamente agli altri. La Grazia santificante, che scaturisce dall’unione fisica degli sposi, stabilisce un intreccio meraviglioso tra l’umano e il divino, tra l’impegno dell’essere umano e la gratuità di Dio: è un canto d’amore che unisce cielo e terra.

Il terzo dono è l’aumento dell’amore naturale. L’amplesso fisico non è solo la riattualizzazione di un sacramento, ma è anche, allo stesso tempo, la più alta espressione naturale e sensibile dell’amore tra gli sposi, ed in quanto tale accresce naturalmente il loro amore. Il corpo, infatti, esprimendo l’amore lo accresce, rivestendolo del fascino delle doti espressive dell’amore. Il rapporto fisico diventa quindi sorgente di crescita dell’amore umano. Gli sposi è fondamentale che cerchino di migliorare sempre più il rapporto fisico con gesti e parole rispettosi della sensibilità personale del proprio sposo e della propria sposa in un clima di conoscenza, intimità, rispetto e cura sempre maggiori. Viene da sè che anche la qualità del rapporto fisico è un cammino di crescita, perchè più ci gli sposi si conosceranno, in un dialogo d’amore franco e fedele, e più saranno capaci di vivere l’intimità secondo la sensibilità dell’amato/a, rendendolo un gesto sempre più bello e appagante per entrambi.

Ultimo dono è la generazione di vita nuova. Cosa significa? Forse che in ogni rapporto verrà concepito un bambino? No, nulla di tutto questo. Resta certamente importante che gli sposi siano aperti alla vita (non sarebbe un rapporto casto in caso contrario e si perderebbero anche gli altri doni). Ciò che significa questo dono è che un rapporto fisico vissuto bene nella verità è sempre fecondo e generativo. Si genera sempre amore nuovo che poi gli sposi potranno spendere tra loro, con i figli e con tutte le persone che incontreranno durante i giorni a seguire.

Dopo questa riflessione credo sia più chiaro come l’intimità degli sposi sia determinante per vivere un matrimonio in pienezza. Certo va calibrata con il mutare delle stagioni della vita. L’intimità sessuale diventa per gli sposi un mezzo privilegiato per realizzare la santità, che va rivalutato, liberandolo dei pregiudizi e delle incrostazioni del passato e anche del presente. Ciò comporta da parte della coppia una meditazione, profonda e ricorrente del Cantico dei Cantici, per immergere il loro cuore e la loro mente sempre più intensamente nell’educazione sessuale elargita a loro da Dio stesso.

Antonio e Luisa

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Il matrimonio non è una vocazione meno importante.

Fratelli, vorrei che voi foste senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore;
chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie,
e si trova diviso! Così la donna non sposata, come la vergine, si preoccupa delle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito; la donna sposata invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito.
Questo poi lo dico per il vostro bene, non per gettarvi un laccio, ma per indirizzarvi a ciò che è degno e vi tiene uniti al Signore senza distrazioni.

La seconda lettura di oggi offre diversi spunti di riflessione. San Paolo parla a tutti. E’ una lettura dove i sacerdoti possono sicuramente trarre consapevolezza dell’importanza del loro celibato, ma riguarda anche noi sposi. Abbiamo spesso una convinzione sbagliata. Pensiamo che una vita di preghiera e ricca di misticismo sia più santa ed elevata di una vita di una mamma o di un papà che vivono, tutto sommato, una giornata occupandosi di attività ordinarie di gestione familiare e lavoro. Non hanno molto tempo da dedicare all’incontro intimo e personale con Gesù, ma sono presi da questioni più banali e immanenti, come cambiare un pannolino o preparare un piatto di pasta. Il consacrato invece,  lui si che dà il meglio di sè a Cristo. Alzi la mano chi non crede, almeno un po’,  che quanto ho scritto non sia verità. Credo che siano pochi quelli che hanno la consapevolezza che la vocazione matrimoniale sia importante tanto quanto quella sacerdotale. I nostri cari amici Pietro e Filomena del blog Sposi&Spose di Cristo ci sono arrivati dopo anni di ricerca e di discernimento. Si sentivano chiamati a dedicarsi completamente a Dio e credevano fosse possibile solo consacrandosi. Si sono arresi alla loro vocazione matrimoniale solo quando hanno compreso che anche nella relazione sponsale ci si dona completamente a Dio, solo in un altro modo.

I sacerdoti sono considerati dal sentire comune (naturalmente per chi ha una vita di fede) dei privilegiati, dei chiamati, a differenza degli altri che non sono chiamati e scelgono quindi una vita ordinaria. Gli altri scelgono una vocazione di serie b. Nulla di più falso. Anche io, anche Luisa, anche tu che leggi, chiunque è un chiamato. C’è chi è chiamato ad una vita contemplativa, chi a guidare una parrocchia, chi a servire i poveri e chi, come noi, a rispondere all’amore di Gesù, cercandolo e servendolo in un’altra creatura. Ed ecco che le parole di San Paolo, acquistano così un significato chiaro. Ed ecco che la nostra vita al servizio della persona che abbiamo sposato acquista una dignità pari a chi si dedica completamente a Dio, in un rapporto diretto. Non commettiamo l’errore di credere che Cristo sia più contento di noi se, per cercarlo, per adorarlo, per incontrarlo, sacrifichiamo la nostra relazione sponsale. In una catechesi un sacerdote raccontò un aneddoto molto significativo:

Ero in confessionale. Arriva questa signora e mi racconta che lei desiderava partecipare al Santo Rosario in parrocchia tutti i giorni. Suo marito non capiva e si lamentava che lei lasciava la casa proprio quando lui tornava dal lavoro e non trovava la cena in tavola. Era sempre in ritardo. Le ho consigliato di non venire in chiesa, o di partecipare in un altro orario. La sua vocazione è prima di tutto verso il marito. Non è una suora.

Può sembrare un consiglio avventato.  Come? Gesù viene prima di tutto e tutti. Questo insegna la Chiesa. Verissimo. Noi però, come sposi, lo amiamo in altro modo. Lo serviamo attraverso la mediazione di un’altra persona. Tornando al discorso del sacerdote si potrebbe dire che in quella cena preparata con amore e cura, la signora può amare e servire Gesù più di ogni altra preghiera. Se il rosario le impedisce di amare Cristo nel suo sposo allora il rosario non va bene.

Dobbiamo uscire da un clichè di santità che abbiamo in testa. Padre Bardelli, nostra guida per tanti anni, diceva che i santi che ci vengono proposti come esempi di vita sono spesso consacrati. San Francesco, sant’Antonio, santa Rita e tanti altri, erano in vita preti, frati o suore. Quelli – diceva padre Bardelli – offrono una via di santità che va bene per me, non per voi. Voi dovete guardare i santi coniugi. Quelli vi possono insegnare cosa significa servire il Signore nella vostra condizione di sposi cristiani.

A tal proposito San Giovanni Paolo II durante l’omelia per la beatificazione dei coniugi Quattrocchi disse:  i beati Sposi hanno vissuto una vita ordinaria in modo straordinario. E poi ancora:

Nella loro vita, come in quella di tante altre coppie di sposi che ogni giorno svolgono con impegno i loro compiti di genitori, si può contemplare lo svelarsi sacramentale dell’amore di Cristo per la Chiesa. Gli sposi, infatti, “compiendo in forza di tale sacramento il loro dovere coniugale e familiare, penetrati dallo Spirito di Cristo, per mezzo del quale tutta la loro vita è pervasa di fede, speranza e carità, tendono a raggiungere sempre più la propria perfezione e la mutua santificazione, e perciò partecipano alla glorificazione di Dio

La mia strada per la santità è diventare sempre più uno con la mia sposa, essere sempre più capace di farmi servizio per lei, sempre più capace di accoglierla, e accogliendo lei accogliere le sue preoccupazioni, le sue necessità, le sue aspirazioni, la sua fragilità. La mia strada per la santità è vedere in lei il volto di Cristo, così da poter restituire a Gesù quell’amore gratuito e incondizionato attraverso quella sua creatura e figlia. Che non significa fare di lei un dio, ma trovare in lei quel Dio che tanto mi ha dato. Trovare nel noi, nella nostra relazione  quella sorgente di Grazia e di amore che non si accontenta di restare nel recinto della coppia, ma che diventa feconda per tutto il mondo esterno: figli, parenti, amici, colleghi e tutte le persone che possiamo incontrare. Ed è così che una vita ordinaria può diventare straordinaria, perchè non è nella grandezza della nostra missione che si trova Dio, ma nella grandezza del nostro amore, che può manifestarsi benissimo anche in una vita ordinaria, ma che non sarà mai banale, perchè l’amore è meraviglia anche quando lo si manifesta nelle piccole cose di ogni giorno.

Antonio e Luisa

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L’intimità degli sposi è un’effusione di Spirito Santo (1 parte)

Gli sposi hanno uno scrigno a cui possono accedere per trovare forza e sostegno. Uno scrigno colmo di ricchezze. Colmo di amore e di Spirito Santo. Sto parlando del rapporto intimo. Il rapporto intimo degli sposi apre alla ricchezza del sacramento come nessun altro gesto concreto. E’ il momento in cui i due sposi si donano completamente. Si donano ovviamente il corpo, ma attraverso di esso donano la completezza della loro persona. Che bello quando con il tempo, e il crescere dell’intimità e della fiducia, gli sposi riescono a donarsi anche la loro vulnerabilità. Riescono ad eliminare ogni barriera e ogni difesa, come con nessun altra persona sono mai riusciti a fare. Questo è il matrimonio e questa è la bellezza della sessualità nel matrimonio. Giovanni Paolo II lo aveva affermato già durante le sue catechesi della Teologia del Corpo. Il sacramento del matrimonio permette con il tempo e con lo Spirito Santo di recuperare quel paradiso perduto. Permette a noi sposi di tornare al principio quando Adamo ed Eva non avevano bisogno di coprirsi e non si vergognavano perchè tra loro regnava l’armonia di Dio.

Questa consapevolezza non solo eleva il rapporto tra moglie e marito a qualcosa di altro ma dona all’amplesso una valenza sacra. Sono sinceramente convinto di ciò che dico. Esistono tantissime donne oggettivamente più belle di mia moglie. Ne vedo continuamente e alcune le frequento per lavoro o per altro. Dovrei essere quindi tentato. C’è però una bellezza che mia moglie possiede che nessun altra potrà mai avere. La bellezza della comunione che c’è tra noi e la bellezza dell’amore che ci siamo scambiati in questi 18 anni insieme. Lei è trasfigurata ai miei occhi proprio da una meraviglia che sgorga dalla relazione sponsale che ci unisce sempre più. Per questo lei resta sempre la numero uno per me, e lo sarà credo per sempre. Sto divagando. L’articolo di oggi non è sulla profondità e la bellezza della sessualità sponsale. Oggi vorrei parlare dei frutti di questo gesto sacro. Vorrei parlare di quello scrigno. In Amoris Laetia al paragrafo numero 74 possiamo leggere: L’unione sessuale, vissuta in modo umano e santificata dal sacramento, è a sua volta per gli sposi via di crescita nella vita della grazia.

Ogni unione fisica degli sposi, naturalmente vissuta in modo casto (dono di sè e non uso dell’altro/a) è nutrimento della relazione. Ogni unione apre all’azione della Grazia. Porta un’effusione di Spirito Santo sugli sposi. Qualcosa di grandioso! I frutti di ogni rapporto casto sono:

  • Effusione dello Spirito Santo
  • Aumento della Grazia Santificante
  • Aumento dell’amore naturale
  • Generazione di vita nuova.

Il primo frutto è quindi l’effusione dello Spirito Santo. L’effusione avviene solo quando la persona è in amicizia con Dio. Qualora il cuore degli sposi fosse in peccato grave occorrono la contrizione del peccato e la riconciliazione con Dio affinchè lo Spirito torni a prenderne possesso. non vi è una nuova venuta dello Spirito, ma un incremento della Sua presenza con nuove caratteristiche e nuovi doni (perché il nostro cuore si è maggiormente aperto ed è maggiormente capiente per contenerlo). L’amplesso fisico, vissuto infatti nella sua veriità, matura più profondamente tutto l’essere degli sposi nell’amare, abilitandoli in modo più perfetto ad irradiare il kerigma fondamentale della salvezza: Dio ama teneramente ogni uomo.

Questa intensificazione della presenza dello Spirito trasforma l’esercizio dell’intimità coniugale in una Pentecoste continua. Lo Spirito Santo, attraverso questa discesa rinnovata in ogni amplesso, progressivamente penetra, purifica, trasforma l’umanità degli sposi, assimilandola sempre più a quella di Cristo e per essa la unisce maggiormente alla sorgente di ogni amore: la Trinità!

Sant’Ireneo evidenzia come l’effusione costante dello Spirito porta alla graduale trasformazione della persona da uomo carnale a uomo spirituale. Questo per noi sposi significa saper dominare i nostri istinti, le nostre pulsioni ed i nostri egoismi per poterci unire in profondità con l’altro/a e rendere l’incontro intimo una vera comunione di corpo e anima. Comunione che ci prepara alla mistica unione con Cristo Sposo a cui tutti noi siamo chiamati.

Con il prossimo articolo approfondirò i restanti doni.

Antonio e Luisa

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Il perdono è sempre qualcosa di straordinario!

Se cercate sul Devoto-Oli (almeno così è per la mia edizione) il perdono è definito come il ristabilimento di un rapporto normale temporaneamente deteriorato, nell’ambito affettivo.

Secondo me c’è un errore di fondo. E’ nel termine normale l’errore di definizione del vero perdono. Nel citato VOCABOLARIO tale termine è definito come (qualcosa di) riferibile alla consuetudine e alla generalità, regolare. Invece il perdono è sempre un evento straordinario che restituisce l’amore interrottosi nella persona ferita e non avviene in modo automatico, ma per un atto iniziale di buona volontà, necessario ma non sufficiente, di chi deve ricevere da Dio la Grazia Divina che fa riprendere ad amare la persona che ha prodotto la ferita.

La definizione del vocabolario non può che essere imprecisa, essendo laico (meglio dire ateo) non contemplando, quindi, l’azione di Dio. Così non può essere per noi cristiani. Per noi sposi cristiani. Diverso è quanto, muovendosi in Fides et ratio, hanno potuto attestare congiuntamente, per esperienza professionale, umana e cristiana, Lucia Ravenna, Psicologa, Presidente Veneto dell’Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici, ed Erica Schiavon, Psicologa e Consulente in Sessuologia, nella presentazione del libro di Robert D. Enright “Il perdono è una scelta”, a cui ho partecipato alcuni anni fa Questo è, riassumendo, quanto hanno fatto emergere le due dottoresse.  Il perdono non è:

1) condonare o scusare, così si ricade nella negazione della ferita ricevuta. Negando la gravità la ferita non si può curare e rischia di andare in cancrena ed uccidere la relazione definitivamente.

2) dimenticare, così non impariamo mai dall’esperienza; il perdono invece fa guardare la ferita mediante un atto personale che accoglie ciò che Dio ha permesso ci accadesse – non con rancore, ma come porta per un maggiore ingresso in noi della Grazia Divina, l’unica che risana;

3) pseudo-perdonare, così si rende il perdono un atto di moralismo, dove ci mettiamo al posto di Dio per realizzarne la parte a noi impossibile, facendolo apparire il perdono un atto facile – il buonismo, appunto; Non è che un atto superficiale privo di concretezza nella nostra psiche e nel nostro spirito.

4) sentirsi bene pressoché istantaneamente, prima di aver rimarginato la ferita ricevuta. C’è spesso questa illusione che perdonare equivalga a stare subito bene. Attenzione non è così. Serve tempo, a volte molto, per stare di nuovo bene. Il perdono è l’inizio di un percorso di guarigione. Questa dinamica si scorge nello stesso Gesù quando, crocifisso, ha detto, al colmo dello sforzo di tutta la sua persona umana e divina, “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno” e, al colmo dello sforzo drammatico di ritrovarsi uomo che si sente  abbandonato da Dio, come proviamo tutti in almeno un momento di totale smarrimento, “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”;

5) riconciliazione, Il perdono non porta automaticamente alla riconciliazione. Il perdono è su un piano prettamente personale mentre la riconciliazione è su un piano relazionale. Perdono e riconciliazione sono riattivazioni di un rapporto a diversi livelli. Una sposa tradita può perdonare suo marito ma ci vorrà molto più tempo per riconciliarsi con lui e tornare a vivere una relazione come prima dell’evento che ha causato la sofferenza.

 Il perdono è liberante anche perchè permette di disgiungere il male da chi lo commette. Se mia moglie, se mio marito mi fa del male non per questo lei/lui è il male. Così il male non ha l’ultima parola. Si può combattere, senza per questo combattere il nostro coniuge. Quell’uomo o quella donna è ancora colui/colei che ho sposato perchè ho visto in lei/lui una meraviglia. 

Concludo con un consiglio concreto. Come domandare perdono? Gary Chapman, celebre autore de “I cinque linguaggi dell’amore” nelle due versioni per sposi e fidanzati, ha scritto anche il libro “I cinque linguaggi del perdono”,  per chiedere scusa. Eccoli. 1) Esprimere rammarico: “Mi dispiace che il mio comportamento ti abbia arrecato tanto dolore, non intendevo ferirti”; è un linguaggio che ricalca la situazione più frequente, dove entrambi hanno responsabilità condivisa anche se solo uno dei due è arrivato a travalicare il controllo di sé; si parte tutti dalle intenzioni, dai pensieri, prima sede del peccato. 2) Assumere le proprie responsabilità: “Ho sbagliato”, “So che quello che ho fatto è sbagliato, potrei cercare scuse ma non lo faccio”. 3) Cercare di rimediare: “Che cosa posso fare per dimostrarti che sei ancora importante per me?”. 4) Impegnarsi sinceramente per il futuro: non essere recidivi. 5) Chiedere perdono (Proprio il semplice: “Perdonami”) quando si avverte che si è totalmente responsabili della situazione di dolore determinata.

Antonio e Giovanna

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L’amabilità facilita la nostra missione di sposi.

Noi abbiamo promesso di amarci e onorarci ogni giorno della nostra vita. Questa è la promessa reciproca che ci siamo scambiati il giorno del matrimonio. Quindi il matrimonio si fonda sulla nostra volontà e sulla Grazia di Dio. L’amore matrimoniale è un atto di volontà che va rinnovato ogni giorno sostenuto dalla forza dello Spirito Santo. Ciò non toglie che se riusciamo ad accrescere anche il piacere di stare insieme non è che la cosa ci dispiaccia. Perchè vi scrivo questa riflessione abbastanza ovvia? Perchè in settimana è sorto un acceso confronto sui social proprio su questo aspetto.

Per spiegare il mio punto di vista mi farò aiutare dal Cantico dei Cantici e da una pagina del libro Sposi sacerdoti dell’amore che Luisa ed io abbiamo scritto circa un anno fa.

Mi soffermo un attimo su un concetto fondamentale che traspare da tutto il dialogo d’amore tra Salomone e la sua Sulamita (i protagonisti del Cantico). Dialogo verbale e spesso anche non verbale, fatto di sguardi e di gesti colmi di tenerezza. Tra i due sposi non esiste solo una passione erotica. C’è molto di più. C’è una bellezza profonda. Uno sguardo di meraviglia che scruta e contempla attraverso il corpo, che è la parte concreta e visibile dell’altro/a,  tutta la bellezza della persona amata. Bellezza che viene percepita e gustata attraverso il corpo che viene accolto e scoperto con tutti i sensi. Nel Cantico è un continuo ripetere affermazioni che evidenziano in modo chiaro l’amabilità dell’uno per l’altro: Come sei bello! Come sei incantevole! Che bello stare con te! Che gioia appartenerti! Come è bello sapere che mi appartieni! Queste sono solo alcune tra le tante.

Abbiamo parlato sovente dell’importanza della tenerezza, che è la modalità degli sposi per esprimersi amore. La tenerezza è il linguaggio principe degli sposi. L’amabilità non è meno importante. E’ il modo in cui ci disponiamo ad accogliere la persona amata. Una persona è amabile quando è bello stare vicino a lei. Una persona è amabile quando è facile amarla. La bellezza che sprigiona come persona è tale che rende bello stare con lei. Devo impegnarmi, è l’amore che me lo chiede, a coltivare la mia bellezza interiore ed esteriore per il mio sposo o per la mia sposa. Devo impegnarmi a coltivare la mia persona, il modo di agire, di rapportarmi, di parlare, di affrontare la vita, in modo che io diventi sempre più bella/o per lui o per lei.

Badate bene non significa farci manipolare o condizionare dall’altra persona. Non c’è violenza o costrizione. Tutt’altro. Significa arrenderci all’amore. Scegliere per amore di cambiare noi stessi. Non è la stessa cosa. Io sono libero ed è proprio l’amore che ho per Luisa, che mi sta accanto da 18 anni, che mi induce a cambiare. L’amore per lei, la gratitudine e la meraviglia che sento per il dono di se stessa che ogni giorno mi offre senza chiedermi nulla mi danno quella determinazione e quel desiderio profondo di cambiare quelle parti buie di me che ancora possono provocarle sofferenza o che non mi permettono di accoglierla pienamente. Lei mi amerebbe comunque, mi ha dimostrato più volte di amarmi per quello che sono. Questa è la forza salvifica dell’amore che ti porta a dare il meglio. Non è lei che mi fa suo, ma sono io che mi faccio suo, liberamente e nella verità. Molto diverso.

Non dobbiamo perdere tempo a cercare di cambiare l’altro/a. Non cambierà mai per le nostre insistenze. Impegniamoci invece a renderci sempre più amabili. Solo allora, forse, anche l’altro/a sentirà il desiderio di cambiare. La forza dell’amore è la sola che può sconfiggere le tenebre che ognuno di noi si porta dentro.

Essere amabili significa infatti donarsi secondo la sensibilità dell’altro. Significa saper accogliere la sensibilità dell’altro. Significa essere attento al suo modo di sentire. Cerchiamo davvero di essere così? Oppure vogliamo avere sempre l’ultima parola su tutto? Siamo persone capaci di sopportare o ci risentiamo ed offendiamo subito? Siamo persone capaci di metterci nei panni dell’altro, di compatire e di condividerne la gioia, oppure siamo persone che tendono a sottovalutare le emozioni e le sofferenze dell’altro?

Guardate che non sono cose di poco conto. Se saremo capaci di essere amabili saremo anche belli per l’altro, saremo persone con le quali è bello stare ed è bello vivere. Saremo persone ricercate dall’altro e affascinanti per l’altro. In caso contrario cosa saremo? Antipatici. Persone con cui si fa fatica a stare. Come vogliamo costruire la nostra relazione? Vogliamo fondarla sulla gioia o sulla difficoltà? Vogliamo essere amabili o antipatici l’uno per l’altro? L’amabilità è sintesi tra interiorità ed esteriorità. L’amabilità è amore verità tra cuore e corpo. L’amabilità è divenire ciò che si è, divenire persone capaci di amare. Significa dar corpo al progetto che Dio ha sulla persona umana. L’amabilità è perfezionamento e impegno nell’arte di amare. E’ mettere a buon frutto i talenti che Dio ci ha affidato. L’amabilità richiede l’accettazione serena dei propri limiti, ma nel contempo una ricerca umile di migliorare e di far emergere il buono di sè.

Concretamente dobbiamo stare attenti a valorizzare la nostra persona come comportamento e come linguaggio. Se abbiamo dei comportamenti o dei modi di dialogare che sappiamo che all’altro danno fastidio perchè continuiamo a metterli in atto? E’ nostro dovere pian piano limarli e correggerli. Se quelle parole non piacciono perchè continuiamo a dirle? Se quel comportamento irrita perchè continuiamo a comportarci così? Non siamo bambini capricciosi, ma uomini e donne maturi  capaci di correggersi per amore. Anche la trascuratezza nel vestire e nel curarsi è sintomo di poca amabilità. Desiderare di essere bella per il marito, desiderare di essere affascinante per la moglie non è sbagliato. Non significa fare del proprio corpo un idolo e cadere nell’eccesso, ma valorizzare ciò che siamo per amore dell’altro e, non meno importante, per amore di noi stessi. Se non ci amiamo e non ci piacciamo non possiamo essere accoglienti e aperti verso lo sguardo dell’altro.

Coraggio cari sposi è vero che l’altro ha promesso di starci accanto qualsiasi cosa accada e indipendentemente da come noi siamo e saremo ma cerchiamo per amore di rendergli/le il compito meno arduo e più piacevole!

Antonio e Luisa

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Quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero

Questo vi dico, fratelli: il tempo ormai si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; coloro che piangono, come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo!

Prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinti 7,29-31.

La seconda lettura di ieri potrebbe lasciare un po’ sconcertati ad una lettura superficiale. Come? San Paolo ci chiede di vivere come se il nostro coniuge non esistesse? Detta così sembra un invito a fregarcene di nostro marito o di nostra moglie. In realtà le cose non stanno proprio così. San Paolo ci sta chiedendo di mettere ordine nella nostra vita. Ci chiede di fare chiarezza. Non si può vivere bene se non collochiamo al vertice di tutto ciò che è importante per noi Dio. Solo lui può essere il nostro tutto. Non lo può essere il pianto e il dolore o saremo dei disperati. Non lo può essere neanche il piacere e la gioia del mondo o saremo degli illusi destinati a cadere rovinosamente alla prima difficoltà vera. Non possono essere i beni materiali perchè non riempiono quel vuoto che ci caratterizza e che nasce dalla mancanza di un senso profondo.

Non lo può essere neanche nostro marito o nostra moglie. Spesso due innamorati si scambiano frasi molto pericolose: sei il mio tutto! sei la mia vita! senza te non avrebbe senso nulla! Finchè è un modo per esprimere l’innamoramento che è un’emozione fortissima e assolutizzante va bene. Attenzione però che non diventi davvero così. L’altro/a diventerebbe il vostro dio. Il vostro vitello d’oro. Il vostro idolo. Se Gesù potesse parlarci, direbbe a noi sposi:

Non vedi la persona che ti ho posto accanto? E’ una creatura bellissima, ma piena di ferite, fragilità e incompiutezze, come lo sei tu. Non illuderti che lui/lei possa colmare quel desiderio di tutto e di eternità che hai dentro. Quello posso farlo solo io. Non chiedo altro che questo. Tu fai però la scelta giusta. Deve essere una tua libera scelta. Non ti posso forzare, non sarebbe amore. Non mettere la tua sposa o il tuo sposo al mio posto, prima di me. Non farne un idolo. Fallo per te e per lui/lei. Se ne farai il tuo idolo gli/le metterai sulle spalle un peso enorme. Non riuscirà mai a darti tutto quello che cerchi perchè nessun essere umano può farlo. Vieni da me e poi con la mia forza, la mia presenza e la mia tenerezza amalo/a. Solo allora lo/la amerai davvero, lo/la amerai senza condizioni e senza pretese.

Antonio e Luisa

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Gli sposi sono profeti come Giona

In quel tempo, fu rivolta a Giona una seconda volta questa parola del Signore:
“Alzati, và a Ninive la grande città e annunzia loro quanto ti dirò”.

Oggi mi soffermo sulla prima lettura che la liturgia offre in questa domenica. L’ho scelta perchè mi permette di fare una riflessione secondo me decisiva per la Chiesa e per il mondo intero. In questo tempo come in nessun altro momento della storia cristiana la famiglia è sotto attacco. Non si crede più al matrimonio, si fanno sempre meno figli, crescono i divorzi. Le persone sono sempre più ciniche e disilluse. Non credono più nel per sempre. Il per sempre è vissuto con paura. Paura di soffrire, di restare incatenate ad una relazione senza futuro e senza gioia. Questo è un po’ il sentire comune. Si desidera amare ed essere amati. Sempre però senza donare tutto di sè, lasciando una via di fuga, senza mettersi in gioco fino in fondo. Questa è Ninive. Ninive era una città nemica. La capitale di un regno ostile agli ebrei, eppure Dio manda il suo profeta lì, proprio in quella città. Nessuno è escluso dall’annuncio. Nessun cuore è impermeabile alla verità dell’amore. Ogni cuore, anche il più disilluso, anela e ha nostalgia dell’amore di Dio. Un amore incondizionato, misericordioso, fedele ed infinito.

Chi è Giona oggi? Giona sono io, Giona è Luisa, Giona siete voi sposi che state leggendo questo articolo. Dio ci ha inviato nel mondo per essere suoi profeti. Siamo consacrati nel matrimonio per esserlo. Tutti i battezzati sono profeti, ma noi sposi lo siamo proprio per mostrare come Dio ama. Chi è il profeta? Profeta è una parola derivante dal latino che significa “parlare per”. Nel nostro caso è colui che parla al posto di Dio, che dà voce a Dio. Concretamente è colui che traduce la Parola di Dio in un linguaggio attuale e comprensibile. Noi sposi traduciamo al mondo l’amore di Dio rendendolo concreto e visibile. Cosa raccontiamo precisamente di Dio e del Suo amore?

Profezia della vita intima di Dio. Dio è Trinità. La Trinità è una realtà troppo grande, avvicinabile solo con grande approssimazione per noi, ma una cosa è certa: è una comunità di amore e di vita. Ecco l’analogia con la famiglia cristiana. Quando si dice che gli sposi sono icona della Trinità, si intende proprio questa analogia. Osservando una famiglia si vede (si dovrebbe) in filigrana Dio, o meglio, un riflesso di Dio, come una scintilla può essere immagine del Sole. Quindi noi sposi raccontiamo nel modo che abbiamo di amarci, di servirci e di prenderci cura l’uno dell’altra la vita intima di Dio.  Così attraverso una carezza, un bacio, una parola di conforto mostriamo l’amore di Dio che si fa tenero. Ordinare la casa, alzarsi a prendere una bottiglia d’acqua in cucina durante la cena, alzarsi dal letto quando il bimbo piange sono gesti di servizio che se fatti per sgravare l’altro diventano l’amore che si fa dono e cura. Non rispondere a una provocazione e al contrario comprendere che i modi sgarbati del marito o della moglie nascondono un malessere e rendersi ancora più amorevoli è l’amore che si fa misericordia e accoglienza. In una vita ordinaria possiamo rivelare la grandezza dell’amore di Dio e vivere il nostro rapporto secondo le modalità e le dinamiche della Trinità, trasformando la nostra vita in una epifania di Dio.

La seconda profezia di cui noi sposi siamo portatori è l’amore di Cristo per la sua Chiesa. È una realtà che possiamo comprendere solo in piccola parte, ma è nel progetto di Dio che noi sposi possiamo riprodurre, rendere attuale e visibile ciò che è accaduto sulla croce.  Croce dove Gesù ha dato la sua vita, dove si è donato fino a versare il suo sangue e a sacrificare il suo corpo per la sua amata, la sua sposa: la Chiesa. Chiesa che comprende ognuno di noi singolarmente e tutta la comunità. Questa seconda profezia è davvero qualcosa di troppo grande, che ci fa sentire piccoli e ci fa tremare i polsi. Questo tipo di profezia a cui siamo chiamati e abilitati, resi capaci dallo Spirito, davvero si solleva dal piano terra e comincia ad andare verso l’alto, le vette divine dell’amore. Questo amore esigente, probabilmente, ci spaventa, perchè sembra chiederci troppo, eppure se ci pensate bene, e magari lo avete sperimentato, è meraviglioso. Pensiamo subito a gesti eroici. Non servono gesti eroici per vivere questo tipo di amore che dà la vita. Penso alla mia sposa quando dopo un giorno di lavoro torna a casa e trova una famiglia da curare. Penso a quando torno a casa e lei mi accoglie con il sorriso, un sorriso che mi riempie il cuore e mi fa sentire a casa, in famiglia.

La terza dimensione della profezia sponsale è la fedeltà. Profezia che è legata e ricorda quella dell’amore di Cristo per la sua Chiesa, ma che per la peculiarità e l’importanza che riveste è bene considerarla come una dimensione a sè stante. Padre Raimondo diceva che la misericordia di Dio, di cui abbiamo celebrato un giubileo nella nostra Chiesa solo pochi anni fa, non è altro che l’amore fedele di Dio. Un amore misericordioso è un amore che è per sempre, che non ha interruzioni, che non fa calcoli. Un amore misericordioso è un amore illimitato. Noi siamo chiamati ed abilitati a questa qualità di amore. Gesù è come uno sposo abbandonato che vede la sua sposa avere una relazione  con un secondo e poi magari con una terzo uomo. Cosa fa Gesù con noi tutti, che siamo la sua sposa infedele? Ci abbandona alla nostra miseria? No, Gesù non ci abbandona, continua ad amarci e tutti gli anni, il giorno dell’anniversario, manda una lettera d’amore alla sposa. Gesù non ha fatto così con ognuno di noi?

Terminiamo con l’ultima profezia a cui noi sposi cristiani siamo chiamati. La fecondità dell’amore. L’amore degli sposi è naturalmente proteso alla generazione di nuova vita, di figli. Quindi che profezia incarnano gli sposi? La profezia dell’amore stesso di Dio che non è rimasto chiuso in se stesso, ma si è aperto alla creazione. La Trinità non è rimasta lì senza far nulla. Padre, Figlio e Spirito Santo non sono restati nella loro beata perfezione e completezza. Ogni tanto me lo sono chiesto. Ma chi glielo ha fatto fare di creare tutto questo casino dell’universo, gli uomini infedeli e tutti i problemi che ne conseguono? Non stava già benissimo nella relazione perfetta e piena tra le tre persone? L’amore ha questa dinamica. Non può rimanere chiuso in se stesso, ma genera sempre vita o non è vero amore. L’amore è sempre creatore. L’amore rinnova sempre tutte le cose. Gli sposi cristiani, quando sono collaboratori di Dio nel procreare nuove creature attualizzano questa profezia. L’amore che genera vita. Pensate all’importanza di questa profezia oggi. Oggi che viviamo un unverno demografico. Pensate che profezia dell’amore fecondo possono essere i coniugi cristiani aperti alla vita. Non è questione di numeri, la Chiesa, che è maestra, ci invita ad una procreazione responsabile, quindi ognuno di noi comprenda nel discernimento quanto aprirsi alla vita. Certo è che se ci apriamo generosamente saremo un esempio per tanti sposi che hanno paura. Qualcuno potrebbe pensare che, se due disorganizzati e poveretti come Antonio e Luisa riescono a gestire quattro figli e a crescerli con tutte le difficoltà del caso, forse non è così impossibile. Allora le coppie sterili non hanno questa profezia nel loro amore? Certo che l’hanno. Non dobbiamo avere una visione limitata al piano biologico, al figlio procreato. L’amore degli sposi è di per sè generativo perchè l’amore è vita. Crescere nell’amore significa generare sempre vita. Fecondità generativa che si può concretizzare in mille modi diversi.

Capito sposi quanto Dio si fidi di noi? Che missione grande che ci ha dato? Che bello! Buona domenica.

Antonio e Luisa

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Matrimonio combinato? No grazie ma…..

Possiamo imparare qualcosa dai matrimoni combinati? Ci sono mille esempi nella storia dove da matrimoni combinati tra re e regine, nobili e personaggi famosi (solo le loro storie sono giunte fino a noi) sono nati rapporti meravigliosi. Ci sono anche dei santi. Come è possibile? Come è possibile che gente costretta a sposarsi poi possa essere riuscita a costruire un matrimonio felice? Certo non succede a tutti, ma succede! Non è solo questione di chimica? E il colpo di fulmine? C’è dell’altro allora. Qualcosa che possiamo imparare e perfezionare. Magari prendendo spunto proprio da chi si è trovato/a una moglie o un marito senza averla/o potuto scegliere.

Tranquilli non sono un nostalgico di quei matrimoni imposti. Sono felice che oggi ognuno possa decidere se sposarsi e chi sposare. Oggi oltretutto un matrimonio così non sarebbe neanche sacramentalmente valido. Sarebbe nullo. Resta però importante comprendere come anche quei matrimoni (dove non c’era stata la scintilla e non c’era stato neanche un minimo interesse) potessero poi, alla prova dei fatti, funzionare. Spesso i due sposi non si erano mai neanche visti. Volere è potere in questo caso.

Perché ho voluto tirar fuori questa consuetudine del passato oggi sorpassata (almeno nel nostro occidente)? Perché Marco Scarmagnani ed io, in una delle ultime dirette sul mio canale, abbiamo affrontato il tema del desiderio nel matrimonio. Ad un certo punto Marco ha affermato qualcosa di assolutamente condivisibile: non c’è mai stata tanta sofferenza nelle relazioni matrimoniali come oggi che ci si sposa per amore.

Possiamo comprendere che forse oggi manca qualcosa rispetto al passato. L’innamoramento non basta. C’è un desiderio che nasce da una nostra libera scelta. Io decido di impegnarmi a fondo affinchè la mia relazione funzioni bene. Mi impegno anche quando non sento forte l’innamoramento e mi impegno per primo/a senza aspettare che sia l’altro/a a farlo. Marco durante la diretta ha messo in evidenza come questo possa davvero fare la differenza in una relazione matrimoniale. Lo ha chiamato attivazione, un atteggiamento positivo che posso assumere prendendo seriamente in considerazione ciò che io posso fare per fare andare bene le cose. Un atteggiamento contrapposto a chi invece attende che l’altro/a riempia quel vuoto d’amore e d’affetto che ognuno di noi si porta dentro.

Oggi, che fortunatamente ci sposiamo liberamente e per amore corriamo il rischio di contare troppo sull’innamoramento senza attivarci. Attendendo che sia l’altro/a a darsi da fare per renderci felici. L’abbiamo sposato proprio per questo! Perchè ci rendesse felici. Solo che se entrambi gli sposi restano in attesa passiva dell’altro, presto l’innamoramento svanisce e resta la delusione. Resta la convinzione di aver sposato la persona sbagliata, mentre in realtà ciò che è sbagliata non è la persona, ma la motivazione. Il matrimonio cristiano è un sacramento dove Gesù ci chiede di metterci al servizio l’uno dell’altra. La gioia viene dal dono e non dalla pienezza che l’altro/a non sarà mai in grado di darci. Non mettiamo sulle spalle di nostro marito o di nostra moglie un peso tanto schiacciante. Il peso della nostra felicità. Il nostro cuore desidera un amore infinito che è solo di Dio.

Dopotutto la formula che recitiamo durante il rito del matrimonio è chiara e ci chiama a promettere un amore che sia per sempre e incondizionato. Dio ci chiede quella promessa per la nostra gioia. Perchè solo in rapporto dove siamo parte attiva e dove ci doniamo completamente senza attenderci nulla in cambio, possiamo fare esperienza di Dio e del Suo modo di amarci. Gesù si che può sostenere quel peso senza esserne schiacciato e donarci un amore infinito e perfetto.

Antonio e Luisa

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I talloni d’Achille delle mogli

Una delle accuse che spesso mi viene rivolta dai lettori del blog è proprio che tendo a bacchettare l’uomo, il maschio, il marito. Quasi come se tutti i problemi dipendessero dal tapino che ha avuto in dotazione i cromosomi XY. Forse un po’ di verità c’è perchè io (Antonio) sono l’autore di molti articoli e tendo ad esaminare gli errori dal mio punto di vista maschile. Oggi mi rivolgerò invece alle signore e scriverò dei loro talloni d’Achille. Prendo sempre spunto dal bel libro di don Carlo Rocchetta La danza degli sposi. Come già fatto nel precedente articolo rivolto ai mariti, don Carlo ha messo in evidenza sei punti di criticità che si nascondono spesso nell’essere donna. E’ naturalmente un elenco molto generale che non accomuna tutte le donne con la stessa intensità.

Determinazione eccessiva. La donna ha un po’ il vizietto di voler decidere cosa fare e come farlo. L’uomo è diverso. L’uomo non ha voglia di discutere e spesso non crede che sia importante mettere i puntini su ogni cosa. Tende a passare sopra tante situazioni. La donna no! Se non si fa come dice lei ecco che comincia il martellamento. Recriminazioni, ricatti, silenzi ecc. ecc. Una donna che ha questo tipo di atteggiamento rischia seriamente di snervare il marito. Il marito, in questo caso, può reagire in due modi, entrambi deleteri per la coppia. Si impunta allo stesso modo e allora la relazione diventa una continua guerra. Si continua a litigare per ogni minima cosa. Oppure si rassegna. Una rassegnazione che diventa frustrazione e poi rancore. Una bomba ad orologeria.

Tendenza ad insegnare. Io ho una moglie insegnante che lo fa quindi di mestiere. Molte donne sono un po’ maestrine anche nel matrimonio. Pensano di sapere meglio del marito cosa sia bene per lui e non esitano a farsi carico di educarlo. Ad alcuni mariti forse sta anche bene così. Alcuni cercano infatti una donna che sia anche un po’ mamma, ma a volte questo atteggiamento può risultare molto irritante. Soprattutto quando reiterato nel tempo. Quando una donna dice al marito – dobbiamo parlare – lui avverte come una sorta di minaccia dietro quella richiesta all’apparenza ragionevole. Attenzione care mogli: l’uomo ha bisogno di una donna che sappia valorizzarlo e non di una che lo sminuisce continuamente.

Ostinazione. L’universo femminile e quello maschile sono molto diversi tra loro e spesso sono addirittura opposti. La donna tende ad essere molto analitica, l’uomo molto più sintetico. La donna si ferma sul particolare perdendo di vista l’universale. L’uomo tende invece ad avere uno sguardo più ampio ma di conseguenza meno attento al particolare. Capita così che episodi familiari possano essere vissuti e percepiti dai due sposi in modo molto diverso. La donna tende ad esagerare e a fare di un piccolo incidente una catastrofe. L’uomo tende invece a non vedere dei problemi dove magari ci sono davvero. Questo crea conflitto. La moglie si ricorda cose che l’uomo ha dimenticato e se le ricorda più gravi di quello che realmente sono. Non solo le ricorda ma le rinfaccia al marito, se crede che la responsabilità sia dell’uomo. Con il tempo, e con il sommarsi dei rimbrotti, lo sposo può reagire a questa situazione in due modi entrambi negativi: si defila o diventa insensibile (vedi articolo sui mariti).

Vittimismo. Diciamolo, a volte la donna sa essere davvero pesante. Non ditelo a mia moglie ma anche lei ogni tanto ci casca. Sembra che non vada mai bene nulla. Ha continuamente bisogno di conferme affettive. Ha bisogno di essere capita nelle sue difficoltà e sofferenze. Va bene. E’ giusto. Diventa però pesante quando esagera. Donne ricordatevi di non assillare troppo vostro marito. Trovate magari il momento giusto per parlare e lamentarvi. Non “aggreditelo” appena lo vedete rientrare a casa, oppure troverà modo di rientrare sempre più tardi. Naturalmente scherzo, ma non troppo.

Narcisismo materno. L’arrivo di un figlio è uno tsunami per la coppia. Lo abbiamo sempre detto anche noi. La mamma ha la tentazione di vivere una relazione quasi esclusiva con il neonato. Lo sente parte di sè, anche perchè per nove mesi è stato davvero dentro di lei. Questo può essere molto dannoso per la coppia. Non solo il padre può essere messo un po’ in un angolo e sentirsi escluso da questo rapporto strettissimo a due tra madre e figlio, ma anche la relazione di coppia può subire dei contraccolpi. La neomamma potrebbe trascurare il marito e cercare gratificazione non più nella relazione sponsale ma in quella genitoriale. Senza contare che anche l’attività sessuale potrebbe risentirne pesantemente. Attenzione: per essere delle brave mamme non potete smettere di essere mogli.

Spiritualismo. E’ un argomento che abbiamo già affrontato con i mariti. Spesso la sessualità dopo i primi anni di matrimonio diventa una routine. Ci sono sempre meno momenti di intimità fisica tra gli sposi e sempre meno desiderio di averli. Da entrambi ma dalla donna in particolare. Non c’è desiderio e diventa un obbligo da assolvere sempre più di rado. Abbiamo già messo in evidenza come l’uomo non possa pretendere nulla e debba darsi da fare per sedurre la propria sposa. La donna non può però pensare, se vuole avere un marito contento, di uniformare il tutto ai propri ritmi e desideri. L’uomo ha bisogno di sentirsi desiderato e che sia ogni tanto anche la sua sposa a prendere l’iniziativa.

In questi due articoli abbiamo affrontato i diversi talloni d’Achille di uomo e donna. Senza voler puntare il dito contro nessuno, certi comportamenti sono spesso frutto anche di come si costruisce la relazione insieme, ma con l’obiettivo di permettere un esame di coscienza per comprendere se possiamo fare qualcosa per renderci più amabili e belli per l’altro/a.

Antonio e Luisa

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I talloni d’Achille dei mariti

Il lockdown della primavera passata è stato un periodo davvero complicato e difficile per tutti. Ha prodotto però anche qualche buon frutto. Uno di questi è senz’altro il libro di don Carlo Rocchetta La danza degli sposi. Don Carlo ha scritto innumerevoli testi. Tutti belli e molto interessanti. Non nascondo che per me e Luisa sia un punto di riferimento per quanto riguarda la spiritualità di coppia e l’amore sponsale. Questo libro, rispetto agli altri che ha già scritto, ha un taglio molto più incentrato sulla relazione, sulla differenza sessuale e sulla psicologia dell’uomo e della donna. Quindi un testo meno teologico, anche se la dimensione salvifica e soprannaturale del sacramento è ben presente. Un testo semplice che ha il pregio non solo di far sorgere delle domande, ma anche di dare delle risposte chiare. Risposte frutto della preparazione e dell’esperienza di don Carlo maturata in tanti anni di accompagnamento e di aiuto alle coppie.

Una parte senz’altro interessante riguarda i talloni d’achille dei mariti e delle mogli che si manifestano durante gli anni di matrimonio. E’ importante conoscerli per due motivi: per prendere coscienza che abbiamo un problema e per comprendere che è un problema comune a tanti. E’ insito nel nostro essere maschio e femmina. Quindi senza colpevolizzarci (non siamo cattivi), ma con il desiderio di migliorarci per amore dell’altro/a. In questo articolo, in particolare, mi rivolgo ai mariti. Cercherò di sintetizzare al minimo i concetti. Per approfondire vi consiglio di acquistare il libro, ne vale la pena.

Egocentrismo. La psicologia sembra aver appurato che l’uomo è molto più egocentrico della donna. Soprattutto nell’età giovanile e fino ai 35/40 anni, quando la maturità dovrebbe aiutarlo a migliorare questo suo aspetto. Spesso narcisista, si impegna nella relazione secondo quanto questa lo soddisfa. Valuta più della donna i costi e benefici. Quanto mi conviene donarmi? Cosa ne avrò in cambio? Ne vale la pena? Questo aspetto influenza pesantemente la sessualità. La moglie si sente spesso usata. L’amplesso diventa qualcosa di frettoloso. Spesso l’uomo non si impegna a preparare il terreno. Non dimostra cura e tenerezza, se non nei momenti di intimità sessuale e in quelli immediatamente precedenti.

Aggressività. Non è completamente corretto affermare che l’uomo sia più aggressivo della donna. Usa però un’aggressività più diretta rispetto alla donna. Spesso è frutto della propria storia pregressa. Che dinamiche viveva nella famiglia di origine? E’ frutto anche dell’incapacità di comprendere la propria sposa e della frustrazione derivante dalla situazione di sofferenza che si è creata. Questo non significa giustificare azioni violente, ma evidenziare come spesso tali azioni siano la punta dell’iceberg di una reazione abbastanza comune negli uomini. Senza arrivare per forza alla violenza fisica. Ci sono molti livelli. La donna solitamente esprime la sua aggressività in modo diverso, diciamo indiretto: musi lunghi, silenzi, omissioni. Naturalmente questa è la situazione più comune. Esistono certamente anche uomini che vivono passivamente la propria frustazione in modo quasi depresso e donne che usano violenza verbale e fisica nei confronti del coniuge.

Insensibilità. Anche questo è un tasto dolente. Tante mogli si lamentano perchè il marito non le capisce, non comprende le loro difficoltà e le loro sofferenze. Spesso le ascolta distrattamente e annoiato. L’uomo è portato a valutare le situazioni secondo il suo metro. Quindi alcune difficoltà della moglie gli sembrano esagerazioni. Dovremmo forse smettere di giudicare la situazione e farci prossimi alla sofferenza e alla difficoltà che nostra moglie in quel momento prova. L’uomo spesso valuta l’utilità concreta di perdere tempo ad ascoltare determinati ragionamenti dell’amata. Spesso sempre le stesse lamentazioni. Invece per lei è importante essere ascoltata. Di solito le mogli non pretendono una soluzione da noi mariti, ma desiderano la nostra presenza e vicinanza. Il ragionamento inconscio delle donne è: se condivide con me questa difficoltà significa che mi ama.

Tendenza alla comodità. Siamo così noi uomini. Preferiamo evitare il conflitto e lo scontro. Magari diamo ragione alla nostra sposa e poi facciamo comunque come vogliamo. Questa tendenza si manifesta anche nei lavori di casa. L’uomo tende, nonostante una emancipazione della donna e una parità sempre più vicina tra uomo e donna, a considerare l’impegno a casa e con i figli qualcosa che riguarda soprattutto la moglie. L’uomo tende a considerare ogni attività svolta in casa come un aiuto dato alla moglie e non una collaborazione dovuta. Attenzione anche a questo aspetto. Può generare conflitti e incomprensioni.

Marginalità come padre. Oggi essere padre è molto difficile. La figura del padre è stata spazzata via dalla rivoluzione del 1968 come quella di tutte le figure autorevoli. L’uomo deve imparare ad essere padre. Deve imparare ad essere autorevole ed amorevole nello stesso tempo. Sua moglie non desidera un alter ego e i figli non hanno bisogno di una seconda mamma. Don Carlo afferma che è più difficile diventare padre che madre. La madre lo è già un po’ naturalmente (nove mesi di gravidanza), il padre no. Il padre deve imparare tutto il mestiere. Senza contare poi come l’arrivo di un figlio sconvolga tutti gli equilibri di coppia. Un buon padre e una buona madre sono quelli che prima di tutto non dimenticano di essere coppia, di essere sposi. L’arrivo di un figlio rischia di mettere in crisi l’uomo e di farlo sentire un po’ escluso, in un angolo.

Materialismo sessuale. Infine la cigliegina sulla torta. Perchè la donna spesso ha mal di testa? Cosa ci vuole dire? Quel mal di testa significa: non ho voglia di fare l’amore con te, perchè tu mi fai sentire usata. Mi sai solo usare. Non mi sai amare. Questo accade quando l’uomo non corteggia la propria sposa e la cerca solo per il sesso. Pensa ai fatti suoi tutto il giorno e poi, d’improvviso, diventa la persona più tenera del mondo proprio quando cerca un incontro sessuale. Capite che la donna in questo modo possa sentirsi usata? Non ha tutti i torti. Bruttissimo quando la donna smette di pensare all’intimità come un momento meraviglioso di comunione e lo vive come un obbligo da assolvere.

Voi mariti in quali vi riconoscete? Voi mogli soffrite qualcuno di questi difetti? Pensateci e parlatene. E’ il primo passo per cercare di migliorare la vostra relazione e il vostro matrimonio. Con il prossimo articolo osserveremo i talloni delle mogli. Anche per loro ce ne sono in abbondanza.

Antonio e Luisa

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L’amore è libero quando è vero

“Non esiste libertà (per scegliere la carità) senza Verità (oggettiva)”

Benedetto XVI, su Avvenire

Questa mia riflessione trae spunto dal film su Duns Scoto, soggetto, sceneggiatura e regia di Fernando Muraca, girato nel 2010, dichiarato miglior film all’International Catholic Film Festival nel 2011. Lo raccomando. E’ da vedere in famiglia.

Giovanni Duns Scoto nasce tra il 23 Dicembre 1265 e il 17 Marzo 1266 in Scozia, muore a Colonia, in Germania, l’8 Novembre 1308, a 42 anni, quando è “lettore” presso lo studio francescano. Viene accolto nella famiglia dell’ordine dei Frati minori francescani alla tenera età di sei anni su sua già santa insistenza, pur con la fama di essere un po’ tardo rispetto ai coetanei. Con una Fede, Speranza e Carità sorprendenti, da giovane uomo, riceve poi ufficialmente i voti a quindici anni, anziché a diciotto, come disponeva il diritto canonico. La sua grande fede abbinata agli studi di filosofia e teologia dei giganti già fino ad allora sopravvenuti nella vicenda umana (da Aristotele a San Tommaso d’Aquino), lo conducono ad essere nominato brillantissimo professore francescano di teologia alla Sorbona.  Viene però costretto a scappare da Parigi per riparare oltremanica su ordine del suo Padre Superiore perché non è stato disposto a firmare la lettera di Filippo IV di Francia, detto il Bello, contro Papa Bonifacio VIII. Filippo il Bello è passato alla storia tra l’altro per aver iniziato quel periodo travagliato per la Chiesa conosciuto come la cattività avignonese.

Dopo qualche anno trascorso in Inghilterra, alla morte di papa Bonifacio VIII, Duns Scoto potrà nuovamente ritornare alla Sorbona e potrà dimostrare, in una celebre disputa con un gruppo di domenicani, il valore delle sue idee sull’Immacolata Concezione di Maria (alla base della proclamazione del dogma da parte di Pio IX papa nel 1854). Ma la pessima opinione che la corona nutre verso di lui, memore della “disobbedienza” passata, gli suggerirà di cambiare aria un’altra volta. Viene, dopo secoli di oblio, beatificato da San Giovanni Paolo II papa il 20 Marzo 1993 (Karol il Grande beatifica anche Pio IX papa il 3 Settembre 2000).  

Vorrei ora sottoporre alla vostra attenzione uno stralcio di una lezione di Duns Scoto alla Sorbona (dialogo tratto dal film)

SCOTO. Nell’animo umano, intelletto e volontà non sono qualcosa di realmente distinto. Il rapporto tra essi è tale che, cronologicamente, l’atto di conoscenza precede l’atto di volontà, secondo quel celebre assunto che ormai conosciamo bene: “Non si vuole nulla che prima non si è conosciuto”. D’altra parte, però, non si può negare che nulla sia tanto in potere della volontà quanto la volontà stessa. L’autorità di quale dottore ce l’attesta? (San) Gregorio Magno (Gregorius), e anche (San Giovanni) Damasceno. Ma prima (Sant’)Agostino (d’Ippona).Ora, stabilito che è alla volontà che spetta il primato, ditemi che cosa è meglio: volere il bene o conoscere il bene?

R DI SCOLARO – Conoscere cos’è il bene non rende necessariamente buoni. Volere il bene e farlo invece sì.    

SCOTO. Bravo (Guglielmo). Inoltre la volontà è più perfetta dell’intelligenza perché la corruzione della volontà è peggiore rispetto alla corruzione dell’intelligenza. E’ più grave odiare Dio o non conoscerLo e non pensare a Lui? Proprio per la dignità decisiva della nostra volontà la responsabilità delle nostre azioni è così grande. Qual’è allora la potenza più nobile? La volontà o l’intelligenza?

R DI GRUPPO – La volontà.

SCOTO. Bene. Esaminiamo meglio allora questo dono immenso che Dio ci ha dato, la libera volontà. Ditemi, è proprio vero quello che sostenevano alcuni maestri, che se non si può peccare non si è liberi? Lo so, è una questione delicata. In fondo, è lo stesso ragionare del serpente nel giardino del libro della Genesi. Ma cosa dice invece l’autorità dei padri nostri? Anselmo insegna che il poter peccare non è libertà, è parte della libertà. Il peccare non c’entra nulla con la libertà in se stessa. Questo è l’errore che hanno fatto (Adamo ed Eva e possiamo fare tutti). Pensando che peccare fosse un’espressione di libertà. Perché Dio ci avrebbe dato la libertà? Perché Dio la libertà ce l’ha data non per offenderLo, per rovinarci da noi con il peccato, ma per amarlo e santificarci. Avete capito? Il peccato non è un’espressione di libertà vera, ma tutto il contrario.

D – Magister Scoto perché una cosa è vera? Unicamente perché Dio la vuole come tale, cioè perché Dio vuole che sia vera? Ma potrebbe volere che sia vero anche il suo contrario, così il falso sarebbe vero.

SCOTO. Assolutamente no. Se si applicasse alle realtà umane un tale volere arbitrario, che prescinde dal bene come sistema di dominio, si avrebbero sempre effetti devastanti, di atrocità e sofferenze per l’intera famiglia umana. Questo non dovete dimenticarlo mai. Basta così per oggi.

Capite ora perchè l’amore è tale solo quando è libero? Capite che il matrimonio tra un uomo e una donna, legame fedele, indissolubile e fecondo sia una risposta davvero libera al nostro desiderio di amare nella verità e con tutta la volontà? La libertà non è lasciarci andare a qualsiasi istinto e pulsione. La libertà è accogliere l’amore di Dio e cercare con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutto il corpo di amare i fratelli e le sorelle allo stesso modo di Dio. Questo, quando ci si sente chiamati a legarsi ad un’altra persona, è possibile solo nel matrimonio. Io so, sono sicuro, che una delle scelte in cui sono riuscito ad ascoltare pienamente il mio intelletto e in cui ho voluto perseguire il bene con tutto me stesso è proprio quando mi sono sposato. Atto d’amore, d’intelletto e di volontà che rinnovo ogni giorno della mia vita. Questo mi permette di vivere nella pienezza del progetto di Dio che non desidera per me che il meglio.

Antonio e Giovanna Frigieri

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Venite e vedrete

Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: «Che cercate?». Gli risposero: «Rabbì (che significa maestro), dove abiti?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro.
Egli incontrò per primo suo fratello Simone, e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo)»
e lo condusse da Gesù. Gesù, fissando lo sguardo su di lui, disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)».

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 1,35-42.

La chiamata degli apostoli secondo il Vangelo di Giovanni è davvero meravigliosa. In questo brano ne riconosciamo due: Andrea e il fratello Simone (Pietro). Ci sono tre spunti che secondo me è importante sottolineare. Sono i punti che maggiormente mi hanno toccato. Li rileggerò, come sempre faccio, in chiave sponsale.

Erano le quattro del pomeriggio. Quando si incontra Gesù accade qualcosa che sconvolge la nostra vita. E’ una di quelle date fondamentali che restano incise nel nostro cuore. Noi abbiamo incontrato Gesù? Pensiamoci! Solo chi lo ha davvero incontrato riesce a vivere un matrimonio secondo Dio. Sposarsi in chiesa non basta per dirsi sposi cristiani. Per essere davvero sposi cristiani è importante affidare la nostra relazione a Gesù che ne è parte integrante e fondamentale. Significa accogliere la Sua legge d’amore, declinata dalla Chiesa e dalla Parola. Apertura alla vita, metodi naturali, perdono reciproco diventano non più un obbligo da assolvere senza capirne il senso, ma diventano la modalità per amare l’altro/a completamente e nella verità. Incontrare Gesù significa fare esperienza del suo amore e avere il desiderio di replicarlo anche nel nostro matrimonio.

Si fermarono presso di lui. Per conoscere davvero Gesù ne dobbiamo fare esperienza nell’intimità della nostra casa. La Santa Messa, i sacramenti, i gruppi di preghiera, i pellegrinaggi e tutte le occasioni che possiamo vivere singolarmente nella nostra vita spirituale, possono e devono essere nutrimento per la nostra relazione sponsale. Se uno dicesse: «Io amo Dio», e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vedenon può amare Dio che non vede. Solo facendo esperienza di Dio nella nostra intimità di sposi faremo davvero esperienza concreta di Gesù. Naturalmente mi rivolgo a chi, come noi, è sposato. Ognuno, nella sua personale condizione di vita, ha il suo modo per vivere concretamente l’amore di Dio. Noi sposi siamo chiamati a farne esperienza primariamente tra noi.

Egli incontrò per primo suo fratello Simone, e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo)» e lo condusse da Gesù. Andrea conduce Pietro da Gesù. Noi sposi siamo chiamati a fare esattamente questo. Succede molto spesso che la moglie, o più raramente il marito, si lamenti dell’incredulità dell’altro/a. Allora cerca in tutti i modi di condurlo a Gesù, di condurlo ad una vita di fede. E’ importante farlo. Senza però forzare l’altro/a. La fede è sempre frutto, come ho scritto al primo punto, di un incontro. Con la forza non otterrete nulla. Potreste davvero essere voi quello strumento nelle mani di Dio, perché Lui possa incontrare vostro marito o vostra moglie. Come? Amando il vostro coniuge con lo stesso amore di Dio. La fede non si impone ma si contagia. Facendo esperienza del vostro amore gratuito ed incondizionato l’altro/a potrebbe avere il desiderio di incontrare la fonte di quell’amore: Gesù. Provocate in lui/lei la nostalgia di Gesù con il vostro amore.

Antonio e Luisa

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Il matrimonio è il sacramento dell’oggi

Il matrimonio è il sacramento dell’oggi, dell’adesso. Non possiamo fare affidamento solo sul passato. Non possiamo dare la relazione per acquisita, per scontata. Sì, esiste il nostro passato. Esistono i nostri ricordi, esistono i nostri momenti d’amore e di comunione già vissuti, esistono i nostri perdoni donati. Esistono nella mente e nel cuore. Hanno però bisogno di un gesto, di una parola, di qualcosa di reale nell’oggi per tornare ad essere amore concreto. Io ho grande gratitudine per tutte le volte che Luisa mi ha donato il suo amore. Come mostrarlo? Accogliendola adesso se ne ha bisogno, ascoltandola adesso se cerca conforto, abbracciandola adesso se cerca tenerezza. E in tanti altri gesti concreti fatti però adesso.

Esattamente come quella promessa che io e Luisa ci siamo scambiati davanti a Dio più di diciotto anni fa. Ha bisogno di essere rinnovata anche oggi con un bacio, con una carezza, con un sorriso. L’amore è promessa e la promessa è solo una parola vuota se oggi, se adesso, non trova di nuovo la sua casa nella nostra relazione. Noi ci sposiamo ogni giorno. Ci sposiamo ogni volta che apriamo gli occhi la mattina e abbiamo lì, accanto a noi, il dono più grande che Dio ci abbia mai fatto dopo la vita e il suo amore. Accanto a noi c’è il suo figlio amato, c’è la sua figlia amata, che è lì per noi. Affidato/a a noi. Dio ci chiede di essere le Sue mani, la Sua bocca, i Suoi occhi per amare l’altro/a. Meraviglioso!

Certo, a volte ci verrà facile altre invece meno, avremo magari la tentazione di rompergli/le un piatto in testa piuttosto che servirlo/la, ma quella è la nostra strada di santità. La nostra via verso la nostra salvezza e la salvezza della persona che Dio ci ha affidato. Nella cura tenera ed amorevole reciproca ci faremo santi.

C’è una breve storia di Bruno Ferrero che spiega molto bene l’importanza di amarsi adesso.

Celebravano i 50 anni di matrimonio. Erano felici, circondati da figli e nipoti. Al marito fu chiesto quale fosse il segreto di un matrimonio così duraturo. Il vecchio signore chiuse un attimo gli occhi e poi, come ripescando nella memoria un ricordo lontano, raccontò.

Lucia, mia moglie, era l’unica ragazza con cui fossi mai uscito. Ero cresciuto in un orfanotrofio e avevo sempre lavorato duro per ottenere quel poco che avevo. Non avevo mai avuto tempo di uscire con le ragazze, finché Lucia non mi conquistò. Prima ancora di rendermi conto di quello che stava accadendo, l’avevo chiesta in moglie. Eravamo così giovani, tutti e due. Il giorno delle nozze, dopo la cerimonia in chiesa, il padre di Lucia mi prese in disparte e mi diede in mano un pacchettino. Disse: “Con questo regalo, non ti servirà altro per un matrimonio felice.” Ero agitato e litigai un po’ con la carta e con il nastro prima di riuscire a scartare il pacchetto. Nella scatola c’era un grosso orologio d’oro. Lo sollevai con cautela. Mentre lo osservavo da vicino, notai un’incisione sul quadrante: era un’esortazione molto saggia e l’avrei vista tutte le volte che avessi controllato l’ora. L’anziano signore sorrise e mostrò il suo vecchio orologio. C’erano delle parole un po’ svanite, ma ancora leggibili incise sul quadrante.Quelle parole recavano in sé il segreto di un matrimonio felice. Erano le seguenti: “Di’ qualcosa di carino a Lucia!” Di’ qualcosa di carino alla persona che ami. Adesso.

Brano tratto dal libro “La vita è tutto quello che abbiamo.” di Bruno Ferrero

Voi avete rinnovato oggi il vostro amore? Cosa state facendo adesso per rendere concreta quella promessa che vi siete scambiati il giorno delle nozze?

Antonio e Luisa

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