Misericordia e verità: la sfida dei divorziati risposati

Chi segue la pagina sa che io sono direttamente coinvolto. Sono separato ma non riaccompagnato. Ho scelto la fedeltà.

Quando si va a vedere come funzionano le pastorali della famiglia in Italia, si trovano situazioni completamente diverse, in particolare per quanto riguarda l’accompagnamento delle persone separate.

È vero che ogni diocesi ha le sue situazioni e caratteristiche, ma è anche vero che in molti casi manca una preparazione adeguata per fronteggiare quello che sta succedendo alle famiglie; inoltre c’è anche tanta confusione su come rispondere a situazioni cosiddette “irregolari”, come nel caso di coppie risposate e riaccompagnate.

Ogni volta che si parla di comunione ai risposati o riaccompagnati, emergono sempre le stesse frasi, ripetute come slogan: “Gesù mangiava con i peccatori”, “Amoris Laetitia lo permette”, “La Chiesa deve essere inclusiva”. Sono frasi vere a metà, ed è proprio la mezza verità che diventa menzogna.

Qui non stiamo discutendo di regolamenti ecclesiastici o di strategie pastorali, stiamo parlando di salvezza eterna e quando è in gioco l’eternità, non ci si può permettere ambiguità.

Gesù mangiava con i peccatori, sì, ma per convertirli: nessuno di loro è rimasto uguale dopo averlo incontrato. All’adultera non dice: “Va tutto bene”, ma “Va’ e non peccare più”.

Oggi invece rischiamo di predicare un Gesù addomesticato, che consola senza convertire, che accoglie senza chiedere nulla, che perdona senza passare dalla croce. Ma quel Gesù non è quello del Vangelo.

Amoris Laetitia parla di discernimento, di cammino, di coscienza formata, di responsabilità, non parla mai di automatismi, né di diritti acquisiti. Chi usa Amoris Laetitia per giustificare una vita che resta oggettivamente in contraddizione con il Vangelo del matrimonio, vuol dire che non ha letto tutte quelle pagine in cui l’indissolubilità viene ribadita molte volte e nemmeno tutti i precedenti documenti della Chiesa.

La domanda decisiva non è “Posso fare la Comunione?”, ma “Mi sto convertendo?”. Perché allora dobbiamo chiederci con onestà: arrivare a fare la Comunione è un traguardo o un punto di partenza? Se è un punto di arrivo, non serve a niente, se è un punto di partenza, può, in casi molto specifici, diventare un aiuto reale, ma solo se non mente sulla verità.

Una misericordia che non chiama al cambiamento non salva, inganna; è come dire a uno che sta annegando: “Tranquillo, l’acqua è bassa”, mentre affonda. Ma proprio per questo la misericordia non può essere svuotata di verità. Dire a una persona: “Va tutto bene così, fai quello che vuoi, tanto Dio perdona” non è misericordia, è una menzogna pericolosa, questo non aiuta nessuno a cambiare vita.

I sacerdoti che fanno un uso sbagliato della misericordia si assumono una responsabilità enorme, da far tremare le gambe, perché quando parlano, lo fanno come rappresentanti della Chiesa e chi li ascolta ha il diritto di fidarsi.

Se un sacerdote rassicura una coscienza senza guidarla nella verità, il conto non verrà chiesto prima di tutto a chi si è fidato, ma a lui: del danno fatto, delle anime confuse, delle coscienze anestetizzate. I sacerdoti sono un dono immenso, un dono senza il quale la nostra vita cristiana semplicemente non esisterebbe così come la conosciamo. Senza di loro non avremmo la Santa Eucaristia, non avremmo i sacramenti, non avremmo quella Presenza reale che sostiene ogni giorno il nostro cammino di sposi, di genitori, di uomini e donne chiamati alla santità.

Esistono santi sacerdoti, ne ho incontrati, uomini che davvero danno la vita per gli altri, che si consumano nel silenzio, nella fedeltà, nell’offerta quotidiana. Ma i sacerdoti sono anche uomini e come tali portano con sé limiti, ferite, storie personali. Ci sono sacerdoti modernisti, altri che mettono tutto sotto la categoria della “misericordia”, altri ancora che vogliono fare gli psicologi, gli analisti, i counsellor; poi ci sono quelli che si trascinano grandi ferite, magari non guarite, che inevitabilmente influiscono sul loro modo di accompagnare.

E proprio perché li amo e li riconosco come dono, sento il bisogno di dire con chiarezza che cosa, come sposo cristiano, io chiedo a un sacerdote. Io non cerco principalmente un consiglio. Non cerco un’analisi transazionale. Non cerco qualcuno che mi aiuti a “stare meglio” abbassando l’asticella del Vangelo. Quello che domando è molto più scomodo, chiedo:
Insegnami a stare in croce.
Insegnami a morire a me stesso per il bene di mia moglie e a risorgere.
Fammi capire come posso vivere cristianamente questa situazione.
Insegnami che senso ha quello che mi sta succedendo e come posso trasformarlo in qualcosa di buono.

Perché a scendere dalla croce o a evitarla, sono bravissimo da solo, non ho bisogno di aiuto per questo, è l’istinto più naturale che ho. Ogni giorno mi viene spontaneo fuggire, giustificarmi, cercare scorciatoie, difendere il mio ego, proteggere le mie ferite. Ma io non voglio un cammino in discesa, non voglio un matrimonio di compromessi. Non voglio una fede che mi faccia semplicemente stare un po’ meglio.

Io voglio la santità, voglio imparare ad amare come Cristo ama la Sua Chiesa, voglio che il mio matrimonio diventi davvero via di salvezza, anche e soprattutto quando costa, quando fa male, quando passa dalla croce. Per questo ho bisogno di sacerdoti che non abbiano paura della croce, anche perché non esiste una vita senza sperimentare il dolore, la sofferenza e il lutto.

Ho bisogno di sacerdoti che mi dicano: “Resta, offri, ama, muori a te stesso, fidati di Cristo.” Perché solo così, misteriosamente, arriva anche la risurrezione. Preghiamo per i nostri sacerdoti, amiamoli, sosteniamoli, ma non smettiamo di desiderare e di chiedere guide che ci insegnino a vivere il Vangelo nella sua radicalità, anche dentro il matrimonio, anche dentro le ferite, anche dentro la croce. Perché è lì che passa la Vita.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Fisso nel cuore

Dal libro del Deuteronomio (6, 4-25)In quei giorni, Mosè parlò al popolo dicendo: «Ascolta, Israele: Il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte. […] Quando in avvenire tuo figlio ti domanderà: Che significano queste istruzioni, queste leggi e queste norme che il Signore nostro Dio vi ha dato? tu risponderai a tuo figlio: Eravamo schiavi del faraone in Egitto e il Signore ci fece uscire dall’Egitto con mano potente. Il Signore operò sotto i nostri occhi segni e prodigi grandi e terribili contro l’Egitto, contro il faraone e contro tutta la sua casa.[…]

Questa è la lettura proposta oggi nell’Ufficio Divino, dalla quale abbiamo estrapolato poche frasi che però ci sembrano le più significative per noi sposi. Innanzitutto dobbiamo notare che colui che fa questa serie di esortazioni non è semplicemente un leader carismatico, non è il top-influencer del popolo che stava compiendo l’Esodo, ma è il mediatore tra Dio ed il suo popolo. Per comprendere meglio la figura di Mosè bisogna che lo vediamo per ciò che rappresenta: è una prefigura del Salvatore, infatti Gesù viene descritto più volte come il nuovo liberatore di Israele, come un novello Mosè, Gesù stesso parlerà non solo di Mosè ma anche della manna del deserto.

Se immaginiamo le stesse frasi sulla bocca di Gesù allora tutto il brano prende una nuova forma. Naturalmente quello che a noi sposi interessa è tutta la parte riguardante il ruolo dei genitori come primi catechisti dei propri figli e tutti quei riferimenti alla consueta vita familiare. E fin qui nulla da eccepire se non evidenziare come i primi testimoni che i figli guardano con occhio critico ma anche molto severo siamo proprio noi sposi e genitori.

Ovviamente questo ci obbliga ad un serio esame di coscienza circa l’educazione cristiana impartita ai nostri figli ma nonostante questo argomento sia della massima importanza non è il nocciolo della questione.

A noi pare invece che il centro non sia nell’elenco delle esortazioni sul come testimoniare la propria fede in famiglia (…quando sarai sedutoquando camminerai… ecc…), il centro è nella prima parte della frase: Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore.

E’ da questa parte del testo che si sviluppano poi i consigli e le esortazioni seguenti, come a dire che se questa è la premessa allora giocoforza la tua testimonianza sarà quando sei seduto, quando sei in piedi, quando dormi, quando mangi, ed in qualsiasi altro atto quotidiano.

Leggendo in modo superficiale questo testo si potrebbe pensare di prendere appunti su quando devo trasmettere la fede ai figli, così da non tradire la fiducia di Mosè, o meglio, di Gesù che è il nuovo Mosè. Ma le cose non stanno proprio così.

Quando le nostre figlie sono tornate da un’esperienza di Campus giovanile con un comunità di suore francescane, avevano il volto raggiante, sprizzavano gioia da tutti i pori, era palese che avessero dentro un fuoco che ardeva, non c’era bisogno di comandarle a bacchetta al fine di renderci partecipi della loro esperienza, trasudava da ogni gesto, ad ogni parola, ad ogni sorriso.

La bocca parla dell’abbondanza del cuore: se nel tuo cuore c’è miseria e meschinità allora dalla tua bocca uscirà solo quello, se nel tuo cuore c’è tempesta uscirà tempesta, se nel tuo cuore c’è l’amore per Dio allora uscirà quello.

Cari sposi, il fulcro sta proprio nel fatto che i precetti del Signore (ovvero il Suo amore per noi e la nostra risposta d’amore per Lui) devono stare fissi nel nostro cuore (sede della volontà) altrimenti possiamo anche leggere tutti i manuali del perfetto genitore o del perfetto catechista ma invano.

Coraggio allora, lasciamo che l’amore di Dio penetri nel nostro intimo, a tale scopo quanto è utile soffermarsi ancora a venerare la statuina di Gesù bambino nel presepio, infatti il presepio si metterà via il 2 Febbraio, abbiamo tempo.

Giorgio e Valentina

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Le emozioni autentiche nella coppia: il disgusto

Oggi la terza emozione. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. Tra le emozioni autentiche, il disgusto è probabilmente la meno nominata, soprattutto nella vita di coppia. Spesso viene percepito come qualcosa di inaccettabile, quasi vergognoso, perché sembra contraddire l’idea di amore come accoglienza totale. Eppure, in Analisi Transazionale, il disgusto è un’emozione primaria con una funzione precisa e fondamentale: proteggere l’integrità della persona. Segnala che qualcosa viene vissuto come invasivo, contaminante o non più compatibile con i confini profondi dell’individuo.

Molti partner faticano a riconoscere il disgusto perché temono che nominarlo significhi ferire l’altro o mettere in discussione il legame. Dire “questa cosa mi respinge”, “questo gesto mi fa stare male”, “non mi sento al sicuro in questo modo” espone a un rischio relazionale elevato. Così il disgusto viene represso, razionalizzato o trasformato in silenzio. Ma un disgusto non ascoltato non scompare. Rimane sotto traccia e, nel tempo, si manifesta come distanza emotiva, freddezza, ritiro del desiderio o ironia difensiva.

È fondamentale distinguere il disgusto autentico dal disprezzo, perché pur sembrando simili producono effetti profondamente diversi nella relazione. Il disprezzo svaluta l’altro, lo umilia, lo riduce a qualcosa di inferiore o indegno. È un’emozione che rompe il legame perché nega la dignità della persona. Il disgusto autentico, invece, non nasce dal voler ferire, ma dal bisogno di proteggere. Non dice “tu non vali”, ma “questa modalità non mi fa bene”.

Il disgusto autentico segnala che un confine è stato superato o messo a rischio. Chiede una rinegoziazione dei confini fisici, emotivi, sessuali e spirituali, senza accusare né colpevolizzare. Quando viene riconosciuto e ascoltato, il disgusto permette alla relazione di tornare in un luogo sicuro, dove l’intimità non è invasione e l’amore non diventa sacrificio forzato. Quando invece viene negato o giudicato, la persona impara a difendersi chiudendosi: il corpo si ritrae, il desiderio si spegne, la comunicazione si irrigidisce. Non per cattiveria, ma per sopravvivenza emotiva.

Dal punto di vista dell’Analisi Transazionale, il disgusto è strettamente legato al rispetto del Sé Bambino. È l’emozione che protegge dalla violazione, dall’invasione, dall’essere costretti a tollerare ciò che fa male “per amore”. Molte persone, soprattutto nelle relazioni affettive e matrimoniali, hanno imparato a ignorare il proprio disgusto per non deludere, per non creare conflitti, per non essere accusate di egoismo. Ma l’amore che chiede di rinnegare i propri confini non è amore maturo. È adattamento.

Nella vita di coppia il disgusto riguarda spesso l’intimità, non solo sessuale ma anche emotiva. Può emergere quando l’altro invade spazi personali, quando usa parole o gesti che feriscono, quando forza tempi, ritmi o modalità che non sono condivisi. In questi casi il disgusto segnala che l’intimità sta diventando invasione. Se non viene ascoltato, il corpo stesso prende distanza: il desiderio cala, il contatto diventa meccanico, la relazione perde calore.

Dal punto di vista spirituale, il disgusto è un’emozione che spesso viene moralizzata o repressa, soprattutto nei contesti cristiani. Si è diffusa, talvolta in modo silenzioso, l’idea che amare significhi sopportare tutto, accettare tutto, perdonare sempre e comunque, anche quando questo comporta il sacrificio di sé. Ma questa non è la logica del Vangelo. Nei Vangeli vediamo Gesù provare un disgusto profondo davanti a ciò che profana la verità: quando entra nel tempio e trova uno spazio di preghiera trasformato in mercato, non resta indifferente. Quel gesto non nasce dall’impulsività, ma dal rifiuto netto di una contaminazione: il sacro ridotto a strumento, la relazione con Dio piegata al potere e al profitto.

Gesù mostra disgusto anche davanti all’ipocrisia, quando denuncia chi “pulisce l’esterno del bicchiere” ma resta marcio dentro. Non tutto è accoglibile, non tutto è sano, non tutto può essere spiritualizzato. Questo ci dice che anche il limite fa parte dell’amore maturo. Il cristianesimo non chiede l’annullamento della persona, ma la sua piena fioritura.

Dire “questo non mi fa bene”, “questo mi ferisce”, “qui mi fermo” non è mancanza di misericordia, ma esercizio di verità. Il disgusto, quando è autentico, diventa un alleato del discernimento spirituale: segnala che qualcosa non è in sintonia con la dignità della persona, con il rispetto del corpo, con la verità della relazione. Anche il “no”, quando nasce da questa verità, può essere una forma profonda di amore, perché protegge sia chi lo dice sia chi lo riceve da una relazione che rischia di diventare distruttiva.

Esiste però anche un disgusto difensivo, che non nasce dalla violazione di un confine reale ma da ferite non elaborate. È il disgusto che respinge l’intimità per paura di essere toccati nel punto fragile. In questo caso il disgusto non protegge, ma isola. Per questo è importante discernere: il disgusto autentico chiede rispetto, quello difensivo chiede guarigione. Entrambi, però, meritano ascolto.

Imparare a riconoscere il disgusto autentico significa imparare a dire dei “no” che non chiudono, ma proteggono. Significa restituire dignità al corpo, alle emozioni, alla storia personale. Nella coppia, quando il disgusto viene nominato con rispetto e accolto senza giudizio, può diventare un’occasione di crescita profonda. Non perché sia piacevole, ma perché è vero.

Il disgusto autentico non è il contrario dell’amore. È uno dei suoi guardiani. Dove il disgusto viene ascoltato, l’amore può restare vivo senza diventare invasivo. Dove viene negato, l’amore rischia di trasformarsi in sacrificio silenzioso. E nessuna relazione può fiorire a lungo su un sacrificio che non viene mai detto.

Antonio e Luisa

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Attenti allo Sposo!

Cari sposi, dopo aver vissuto il lungo periodo dall’Avvento al Natale, tutto centrato attorno al Mistero dell’Incarnazione, ora è tempo di tornare alla vita di tutti i giorni, alla nostra routine condita di una consapevolezza maggiore che Dio è in mezzo a noi, sempre.

Il tempo ordinario ricomincia dal momento in cui Gesù esce dal suo “anonimato” di Nazareth ed inizia la vita pubblica, fatta di predicazione e miracoli. La scena che contempliamo oggi è proprio di un Cristo ancora sconosciuto, un falegname– non si sa bene perché –un po’ attempato ma assai attraente, che non si era ancora deciso a sposarsi.

Giovanni quando lo vede poteva tranquillamente dire: “ciao cugino, come stai? Da quanto tempo non ti vedevo!” Eppure, con l’esclamazione “Ecco l’Agnello di Dio” sta rivelando un tono sapienziale, di uno che sta vedendo molto oltre l’apparenza.

In realtà, la confessione di Giovanni è un modo umile e sommesso di dire: “Ecco il Messia”. L’immagine dell’agnello sta a significare che il ruolo di liberatore, intravisto in Gesù, non sarà quello immaginato e tanto atteso dalla stragrande maggioranza degli Ebrei dell’epoca, un re allo stile di Davide che avrebbe ridato l’indipendenza politica a Israele. Piuttosto lo stile messianico di Gesù è quello cantato e preannunciato dal profeta Isaia, motivo per cui la prima lettura ne riprende il tema: Gesù sarà un Messia servo, un Messia umile, che si lascerà immolare come accadeva agli agnellini nel Tempio a Gerusalemme.

Fin qui il senso generale delle Letture, ma dietro ad esse soggiace anche un chiaro riferimento nuziale. Sappiamo, sempre dall’evangelista Giovanni, che il Battista poco dopo si riferirà esplicitamente a Gesù come lo Sposo che dà inizio al “matrimonio mistico” con la Chiesa e difatti, dopo il battesimo al Giordano, il primo segno di Cristo sarà compiuto proprio a Cana, durante un banchetto di nozze.

Quindi, che ha da dire tale proclamazione messianica a voi sposi? Il primo aspetto è che Gesù viene verso Giovanni, e in un senso più generale, è Lui a venire verso di voi sposi. Lo dice chiaramente il Concilio: “il Salvatore degli uomini e sposo della Chiesa viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio” (Gaudium et spes, 48). Nel sacramento nuziale Gesù ogni

giorno esce incontro a voi per rallegrarvi, per consolarvi, per rafforzarvi. Gesù è sempre attivo in voi sposi, che ne siate consapevoli o meno. Ancora una volta il Signore non si smentisce: prima viene il dono, prima Lui fa il regalo anche se non lo meritiamo e nemmeno Glielo abbiamo chiesto. Gesù è così, è il suo stile di volerci bene.

In secondo luogo, Giovanni lo addita come Agnello, quindi come salvatore. È l’azione di chi riconosce un bene ricevuto, una grazia accaduta nella sua vita e non può tacere e fa finta di nulla. Giovanni è consapevole che la sua vita è cambiata fin da quell’incontro quando sia lui che Gesù erano ancora nelle rispettive pance delle loro mamme. La sua vita è stata trasformata in un segno prodigioso per tante persone che hanno trovato nel Battista l’occasione di diventare migliori. Ecco allora che Giovanni lo dice: “è Lui la persona che state cercando in realtà, non sono io”. Così, anche gli sposi hanno la vocazione di essere luce per gli altri, iniziando da loro stessi, dai propri figli. Essere luce che brilla non di lucentezza propria ma riflesso di quella di Cristo.

Dice Papa Franceso: “perché ci siamo soffermati a lungo su questa scena? Perché è decisiva! Non è un aneddoto. E’ un fatto storico decisivo! Questa scena è decisiva per la nostra fede; ed è decisiva anche per la missione della Chiesa. La Chiesa, in ogni tempo, è chiamata a fare quello che fece Giovanni il Battista, indicare Gesù alla gente dicendo: «Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!». Lui è l’unico Salvatore! Lui è il Signore, umile, in mezzo ai peccatori, ma è Lui, Lui: non è un altro, potente, che viene; no, no, è Lui!” (Angelus, 15 gennaio 2017).

Cari sposi, tutto quel che è accaduto a Giovanni si ripete ogni giorno nella vostra vita, perciò questo Vangelo vi aiuta ad esserne consapevoli e ad imparare ad accogliere Gesù che vi viene verso e a renderlo presente nella vostra relazione.

ANTONIO E LUISA

Ricordo un giorno in cui qualcuno ci ringraziò per una testimonianza fatta in modo semplice, quasi imperfetto. Tornando a casa dissi a Luisa: “Ma noi cosa abbiamo fatto, in fondo?”. E lì ho capito qualcosa di Giovanni il Battista. Lui sapeva che la sua vita era segnata da un incontro avvenuto prima ancora di scegliere, prima di capire. Non era lui la luce, ma indicava la Luce. Anche nel matrimonio accade così: quando gli altri vedono un bene possibile, non è merito nostro. È Cristo che passa, e noi — come sposi, come genitori — siamo solo il riflesso. Una luce che non nasce da sé, ma rimanda sempre a Lui.

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Il ribelle. Quando la libertà diventa difesa.

Siamo giunti a quinto e penultimo stile di adattamento. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. Tra gli adattamenti di personalità dell’Analisi Transazionale, quello del Ribelle è forse il più visibile. È lo stile che reagisce, che si oppone, che contesta. Non ama sentirsi incasellato, guidato, corretto. Ha bisogno di spazio, di autonomia, di sentirsi libero. E nel matrimonio questo può diventare tanto una risorsa quanto una fonte di forte tensione.

Se vivi accanto a un coniuge Ribelle, probabilmente lo conosci bene: fa resistenza alle regole, mal sopporta le richieste percepite come imposizioni, reagisce male ai “devi” e ai “bisogna”. A volte sembra fare il contrario di ciò che gli viene chiesto, anche quando in fondo sarebbe d’accordo. Non perché non ami, ma perché odia sentirsi controllato.

Dietro questo stile non c’è superficialità o egoismo. C’è quasi sempre una storia. Il Ribelle è spesso un bambino che ha respirato un clima rigido, giudicante o poco accogliente. Ha imparato presto che per non soccombere doveva opporsi. Che per esistere doveva differenziarsi. Il suo copione interiore suona così: “Non farmi comandare”, “Non lasciarti ingabbiare”, “Se cedo, perdo me stesso”. La ribellione è diventata la sua strategia di sopravvivenza.

Nel matrimonio questo adattamento porta una forza vitale potente. Il Ribelle è spesso creativo, intuitivo, capace di rompere schemi sterili. Non si accontenta di relazioni formali o tiepide. Vuole verità, intensità, autenticità. Porta movimento, passione, energia. È quello che smaschera le ipocrisie, che non si rassegna a una vita di coppia “per abitudine”. E questo è un dono enorme, soprattutto in un mondo che tende alla mediocrità affettiva.

Spiritualmente, il Ribelle custodisce qualcosa di prezioso: il rifiuto dell’idolatria delle regole. Ricorda che l’uomo non è fatto per la legge, ma la legge per l’uomo. È allergico ai formalismi vuoti, alle pratiche senza cuore, alle imposizioni che non parlano alla vita. In questo senso, può essere una provocazione salutare anche nella fede.

Ma come ogni dono, se non è abitato dalla grazia, può diventare una ferita. Quando la ribellione non è più a servizio della verità ma della difesa, il Ribelle rischia di trasformare la libertà in opposizione costante. Può faticare ad assumersi responsabilità stabili, a restare fedele nelle difficoltà, a tollerare la frustrazione. Ogni richiesta viene vissuta come un attacco. Ogni limite come una minaccia. Ogni richiamo come una sconfitta.

Il coniuge può sentirsi così: stanco di dover “scegliere le parole”, di camminare sulle uova, di temere reazioni sproporzionate. Può percepire il Ribelle come imprevedibile, poco affidabile, talvolta infantile. Eppure, dietro quell’opposizione c’è quasi sempre paura di essere annullato. Paura che amare significhi perdere se stesso.

Spiritualmente, il Ribelle assomiglia molto al figlio maggiore o al giovane ricco: desidera la vita, ma fatica ad affidarsi. Vuole restare libero, ma non ha ancora scoperto che l’amore vero non toglie libertà, la compie. Il Vangelo non chiede obbedienza servile, ma una obbedienza filiale, che nasce dalla fiducia, non dalla costrizione.

Se hai sposato un Ribelle, il tuo ruolo è delicato e decisivo. Non puoi guidarlo con il controllo, perché lo irrigidisci. Non puoi cambiarlo con la forza, perché lo perdi. Ma puoi diventare uno spazio in cui la libertà non è minacciata. Alcune attenzioni sono fondamentali: evita il linguaggio delle imposizioni, spiega il senso delle richieste, non usare il ricatto emotivo. Riconosci apertamente il suo bisogno di autonomia. Valorizza la sua originalità senza ironia. Mostragli che la relazione non è una gabbia, ma una casa.

Il Ribelle cresce quando scopre che può restare se stesso dentro il legame, non contro il legame. Quando capisce che dire “noi” non significa cancellare l’“io”. Quando sperimenta che la fedeltà non è una prigione, ma una scelta libera rinnovata ogni giorno.

Il suo cammino di maturazione non è diventare docile o sottomesso. È imparare una libertà più profonda: quella di restare. Di attraversare i conflitti senza fuggire. Di obbedire non per paura, ma per amore. Spiritualmente, è il passaggio dalla ribellione alla figliolanza: non più contro il Padre, ma con il Padre.

Quando questo accade, il Ribelle diventa una forza straordinaria nel matrimonio: non un distruttore di regole, ma un custode dell’essenziale. Non uno che scappa dai legami, ma uno che li sceglie con tutto se stesso. Un uomo o una donna finalmente liberi, perché capaci di amare senza difendersi.

Antonio e Luisa

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L’amore ha ricominciato a parlare

Dove tutto era silenzio e tutto sembrava perduto, l’amore ha ricominciato a parlare

Siamo Giancarlo e Rossella e siamo sposati da 10 anni. Quando ci siamo conosciuti eravamo ragazzini, con tanti sogni da realizzare, aspettative e mille idee che ci frullavano per la testa. Dopo qualche mese dal nostro primo incontro, abbiamo deciso senza esitazioni di iniziare un cammino insieme: convivere sotto lo stesso tetto, sempre più convinti del legame profondo che ci univa.

Il pensiero di arrivare al matrimonio e di creare una famiglia era per noi l’obiettivo primario; davanti a questo ci sentivamo speranzosi e gioiosi, come un bambino intento a scartare i regali di Natale.

I primi anni di matrimonio sembravano scorrere velocemente: giorni bellissimi e colmi d’amore. I nostri sogni e progetti, pian piano, prendevano forma tra sacrifici, giornate di gioia e risate, ma anche momenti vissuti con fatica e, talvolta, con il timore di non riuscire a farcela. Dopo qualche anno di matrimonio e i primi sogni realizzati, decidemmo di arricchire la famiglia. Poco dopo venne alla luce la nostra primogenita, Giorgia.

ROSSELLA

Da quel momento tutto iniziò a cambiare velocemente e le nostre vite scorrevano piacevolmente. I rumori suonavano in modo diverso, come una melodia che faceva da colonna sonora alle nostre giornate. Dopo qualche anno la famiglia crebbe ancora e, con l’arrivo di Giulia, le emozioni divennero sempre più belle e imprevedibili.

Con il passare del tempo, però, il ruolo di genitori diventò sempre più impegnativo e assorbente. Senza nemmeno accorgercene, ci ritrovammo a vivere la nostra relazione con aloni di disagio e monotonia. Il nostro tempo era fatto solo di responsabilità, impegni e attività, spesso difficili da gestire, e a volte ci sembrava di affrontare sfide più grandi di noi.

Il lavoro, le esigenze quotidiane e lo stress accumulato ci portarono lentamente a vivere un rapporto di routine. Le nostre giornate sembravano tutte uguali: si andava avanti per abitudine. Ogni discussione si trasformava in lunghi silenzi che duravano giorni, senza mai arrivare a una vera conclusione.

La costante lontananza di Giancarlo da casa per lavoro la vivevo con grande difficoltà. Mi sentivo sola e inadeguata. Questi sentimenti diventarono sempre più presenti, fino a farmi disprezzare quella vita e il mio sposo. In me iniziò a farsi strada l’idea dell’evasione e della separazione.

Mi sentivo sola e disperata, non mi sentivo ascoltata né capita. Un giorno conobbi per caso un uomo che mi apprezzava e mi ascoltava. Mi sentii sollevata nel sapere che qualcuno riusciva a comprendermi. Per un anno vissi una doppia relazione, incosciente del male che stavo arrecando alla mia famiglia.

Il giorno in cui decisi di confessare tutto a Giancarlo ero pronta ad affrontare la separazione. Ricordo una lite furiosa e tanta sofferenza tra noi. Ma una voce interiore, inaspettata, mi incoraggiava a non distruggere tutto ciò che avevamo costruito. Mi sentivo come se qualcuno mi stesse offrendo un’altra possibilità, come se mi venisse concesso di salvare la nostra unione e la nostra famiglia.

Oggi sono ancora grata al Signore per avermi fatto incontrare un’amica che mi parlò di Retrouvaille. Entusiasta, ne parlai subito con Giancarlo e prendemmo la decisione più saggia: provare a salvare il nostro matrimonio.

GIANCARLO

La mancanza di comunicazione con Rossella mi aveva portato a rifugiarmi nel lavoro e, soprattutto, lontano da casa, ignaro delle responsabilità che tra le mura domestiche si stavano accumulando. Anche la nostra intimità era diventata un ricordo lontano, limitata e ridotta più a sfoghi che a veri momenti di tenerezza.

La crisi fu profonda. Le litigate erano frequenti, fino ad arrivare, con grande sofferenza, alla decisione della separazione. Quella sera decidemmo comunque di cenare insieme alle nostre figlie. Dopo cena, Rossella andò in camera da letto e lì si lasciò andare a un lungo pianto liberatorio. Mi chiese di abbracciarla e in quell’istante capimmo che il nostro amore non poteva finire in quell’abbraccio. Quello non poteva essere il nostro addio.

Dopo qualche giorno, in un presidio ospedaliero, Rossella si ritrovò tra le mani un volantino e venne a conoscenza dell’associazione Retrouvaille. Mi chiamò per dirmelo e, dopo esserci confrontati, decidemmo di partecipare senza farci troppe domande.

ROSSELLA

Arrivammo al weekend con sentimenti contrastanti: passavamo dalla speranza allo sconforto, con la paura di rimanere delusi e di ricadere nelle stesse abitudini di prima. Il programma ci sembrò subito interessante. Pian piano il dialogo iniziò a incidere positivamente nel nostro rapporto di coppia: ci aiutava a comprendere meglio i nostri sentimenti e ci spingeva a rimettere al centro la nostra relazione e il nostro matrimonio. Abbiamo ricominciato a vivere e a ritrovare quella complicità che si era persa. È stato sorprendente ritrovarsi.

GIANCARLO

Abbiamo iniziato a dialogare su ciò che non andava nella nostra relazione. Anche la nostra intimità è cambiata. Abbiamo iniziato a mettere in pratica gli strumenti che Retrouvaille ci aveva messo a disposizione: strumenti che in realtà avevamo già, ma che per vari motivi non riuscivamo a utilizzare. Così abbiamo deciso di non arrenderci.

Oggi anche i nostri figli crescono in un ambiente più sereno e accogliente, dove si dialoga e dove ogni giorno condividiamo emozioni e sentimenti. Il cammino di guarigione è ancora lungo, ma uniti possiamo farcela. La nostra storia non è una fiaba e non termina con “vissero felici e contenti”. Abbiamo la consapevolezza che c’è ancora da lavorare. Sappiamo che non ci siamo incontrati per caso, ma che il Signore ha per noi, come coppia e come famiglia, un progetto ben preciso. Il nostro non è un sentimento infantile, ma un legame forte, da custodire e difendere giorno dopo giorno.

Giancarlo e Rossella (Retrouvaille Italia)

Il malcostume di non rispondere

Viviamo in un tempo in cui la comunicazione è diventata immediata, istantanea, onnipresente. Ogni persona ha in tasca un telefono capace di collegarla al mondo intero, di ricevere e inviare messaggi, immagini, parole, emozioni, richieste. Eppure, mai come oggi si sperimenta il silenzio. Non il silenzio benefico della contemplazione o della pausa necessaria alla riflessione, ma quello freddo, impalpabile e disinteressato di chi non risponde. È il nuovo malcostume del nostro tempo: il non rispondere.

Non rispondere a un messaggio, a una mail, a una telefonata non è un semplice gesto neutro o una dimenticanza innocua; è spesso l’espressione di un atteggiamento più profondo, di una cultura della distrazione e dell’indifferenza che si è insinuata nel tessuto delle relazioni. Di tutte le relazioni, tra coniugi, genitori e figli, parenti, amici, colleghi, conoscenti. Tutti, insomma, personalmente e professionalmente parlando.

Si vive immersi in mille notifiche, ma si perde il senso della reciprocità. L’altro diventa un’icona sullo schermo, una presenza sfocata, un contatto da ignorare. Ci si abitua all’idea che il tempo e l’attenzione siano beni esclusivamente nostri, da concedere o negare a piacimento. Ma quando la disponibilità a rispondere scompare, si spezza un filo sottile che tiene insieme la dignità della persona e il rispetto per gli altri.

Il non rispondere, in fondo, è una forma di potere. È il potere di chi sceglie di non riconoscere l’altro, di chi decide che l’altrui voce non merita ascolto. A volte si giustifica con la fretta, con lo stress, con l’idea che «Tanto, non c’era nulla da dire». Ma il silenzio che segue a una domanda, a un saluto, a un gesto di comunicazione non è mai neutro: pesa, lascia una ferita. Chi attende una risposta non cerca solo informazioni, ma riconoscimento. Rispondere significa dire: «Ti ho ascoltato, ti vedo, esisti per me». Non rispondere equivale a dire: «Non ho tempo per te, non conti abbastanza, non vali la mia attenzione». È una piccola morte della relazione, una sottile forma di disamore. Quando avviene tra fidanzati o coniugi, poi, è davvero terribile.

Dal punto di vista cristiano, questo malcostume assume una gravità ancora maggiore. Il Vangelo è, in fondo, una storia di risposte: Dio parla, l’uomo ascolta e risponde, e in questo dialogo nasce la salvezza. Quando Dio chiama Abramo, Abramo risponde “Eccomi” (Gn 22, 1). Quando Maria riceve l’annuncio dell’angelo, risponde “Avvenga di me secondo la tua parola” (Lc 1, 38). Tutta la vita cristiana si fonda sulla capacità di rispondere: a Dio, agli altri, ai genitori, al coniuge, ai figli, a chi incontriamo nella vita. Il cristiano che non risponde, che si sottrae al dialogo, che lascia l’altro sospeso nel vuoto di un messaggio ignorato, tradisce in piccolo quella vocazione alla relazione che è l’anima stessa della fede. Non rispondere significa non incarnare la Parola, che è sempre comunicazione, incontro, reciprocità.

In ambito di coppia, poi, questo malcostume può diventare devastante. La relazione amorosa vive di parole e gesti ma soprattutto di presenza. Non rispondere, nel contesto affettivo, non è solo una mancanza di cortesia quanto piuttosto una ferita profonda all’intimità e alla fiducia. Quando uno dei due tace, smette di partecipare alla costruzione del “noi”. Il silenzio diventa muro, e dietro il muro cresce l’incomprensione.

La non-risposta può essere un modo per punire, per difendersi, per affermare un’autonomia malintesa, ma alla fine lascia solo vuoti che difficilmente si colmano. L’amore, come la fede, vive del “sì” quotidiano, del rispondere anche quando è difficile, anche quando non si ha voglia. Chi ama non si sottrae: ascolta, partecipa, si espone.

Eppure, in questo panorama di silenzi e notifiche ignorate, resta una speranza. Ogni volta che scegliamo di rispondere — anche solo con poche parole, con un «ti ho letto», con un segno di attenzione — restituiamo umanità alla comunicazione. Rispondere è un atto di rispetto, un gesto di gratuità, una piccola forma di carità quotidiana. È dire all’altro: «Tu conti, la tua parola ha raggiunto il mio cuore». Ma anche, più semplicemente: «Tu vali. Il mio tempo, il mio rispetto, la mia considerazione».

Forse è proprio da qui che può ripartire la civiltà del dialogo: da una mail a cui non lasciamo morire in archivio, da una chiamata che scegliamo di richiamare, da un messaggio a cui dedichiamo un minuto di attenzione.

In un mondo che si illude di comunicare sempre, il vero miracolo è tornare a rispondere. Perché rispondere significa essere presenti, e la presenza è la più autentica forma d’amore. In fondo, anche Dio, quando l’uomo Lo invoca, risponde. E chi si fa immagine di Dio non può far altro che fare lo stesso: dare una risposta, sempre, con il cuore.

Fabrizia Perrachon

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Convivenza e matrimonio: la differenza che non vogliamo più vedere

Molti cristiani oggi dichiarano di credere nei sacramenti, di partecipare all’Eucaristia, di sentirsi parte della Chiesa. Eppure, quando il discorso arriva al matrimonio, affermano con disarmante tranquillità che “in fondo non c’è molta differenza tra convivenza e matrimonio”. È una frase detta spesso per non ferire, per non giudicare, per risultare accoglienti. Ma è una frase che tradisce una profonda confusione, perché non è neutra: è teologicamente incoerente, spiritualmente fragile e psicologicamente difensiva.

Convivenza e matrimonio non sono due stili diversi della stessa scelta. Sono due logiche differenti, due modi opposti di intendere l’amore, il legame e la responsabilità. Metterli sullo stesso piano significa non comprendere — o non voler più comprendere — cosa sia un sacramento.

Il punto teologico: o il sacramento cambia la realtà, oppure no

Il matrimonio cristiano non è una festa ben riuscita, né una cornice religiosa per un amore già esistente. È un sacramento, cioè un’azione concreta di Dio nella storia. Dire che non fa differenza equivale a dire che Dio non agisce realmente attraverso segni visibili. Ma se questo è vero per il matrimonio, allora dobbiamo essere coerenti fino in fondo: perché dovrebbe essere vero per il Battesimo? Per la Riconciliazione? Per l’Eucaristia?

Qui emerge un’ipocrisia sottile ma diffusa: difendiamo i sacramenti che non mettono in discussione il nostro stile di vita, ma relativizziamo quelli che chiedono una scelta pubblica, definitiva, irrevocabile. Non è apertura mentale. È incredulità selettiva. È credere solo fin dove non costa.

Il punto spirituale: alleanza o prova generale

Dal punto di vista spirituale, la convivenza resta sempre una relazione reversibile. Anche quando è sincera, affettuosa, stabile, conserva una porta socchiusa. Il matrimonio, invece, nasce come alleanza. Non come garanzia di felicità, ma come atto di fiducia nella grazia.

Dio non ama l’uomo “finché funziona”. Dio stringe un’alleanza irrevocabile. Quando due sposi si promettono per sempre, non stanno affermando di essere migliori degli altri, ma stanno dicendo che scelgono di affidarsi a qualcosa che li supera. La convivenza cerca soprattutto compatibilità; il matrimonio accetta la chiamata alla conversione. E questa differenza è decisiva.

Il punto psicologico: Adulto o Bambino adattato

L’Analisi Transazionale aiuta a leggere ciò che spesso non si dice. Molte convivenze funzionano secondo una logica di Bambino adattato: “finché sto bene resto”, “se diventa troppo difficile me ne vado”, “se non funziona vuol dire che non era quello giusto”. È una struttura relazionale che tutela, protegge, ma non espone.

Il matrimonio, invece, chiama in causa lo stato dell’Io Adulto: responsabilità, decisione, capacità di stare nel conflitto senza fuggire. Per questo dire che convivenza e matrimonio sono equivalenti spesso è una razionalizzazione elegante per non affrontare la paura dell’impegno. Non è libertà. È evitamento mascherato da maturità.

Il punto simbolico e comunitario: privato o pubblico

La convivenza resta un fatto privato. Il matrimonio è un atto pubblico, davanti a Dio e alla comunità. Questo passaggio non è un dettaglio burocratico, ma un atto simbolico potentissimo: l’amore smette di essere solo “mio” e diventa luogo di responsabilità, testimonianza, servizio.

Quando si elimina questa dimensione pubblica, l’amore resta confinato nell’emozione. Non entra nella storia. Non diventa segno. Non diventa parola detta al mondo.

L’ipocrisia finale: credenti a metà

Il nodo, alla fine, è tutto qui. Non possiamo continuare a dirci credenti, sacramentali, figli della Chiesa, e allo stesso tempo affermare che il matrimonio non faccia differenza. Non è una posizione neutra. È una contraddizione interna.

Se il matrimonio non trasforma nulla, allora Dio non trasforma nulla. E se Dio non trasforma nulla, la fede diventa solo un linguaggio simbolico, una spiritualità decorativa, una tradizione emotiva. Il problema non è chi convive. Il problema è chi convive dentro la fede fingendo che la fede non chieda nulla.

La verità, per quanto scomoda, è semplice: o il matrimonio è sacramento, oppure siamo noi a non credere davvero nei sacramenti. E a quel punto, sì, anche l’Eucaristia rischia di diventare solo pane.

Antonio e Luisa

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La forza di amare è in noi stessi

Dalle «Regole più ampie» di san Basilio il Grande, vescovo (Risp. 2, 1; PG 31, 908-910) L’amore di Dio non è un atto imposto all’uomo dall’esterno, ma sorge spontaneo dal cuore come altri beni rispondenti alla nostra natura. Noi non abbiamo imparato da altri né a godere la luce, né a desiderare la vita, né tanto meno ad amare i nostri genitori o i nostri educatori. Così dunque, anzi molto di più, l’amore di Dio non deriva da una disciplina esterna, ma si trova nella stessa costituzione naturale dell’uomo, come un germe e una forza della natura stessa. Lo spirito dell’uomo ha in sé la capacità ed anche il bisogno di amare. L’insegnamento rende consapevoli di questa forza, aiuta a coltivarla con diligenza, a nutrirla con ardore e a portarla, con l’aiuto di Dio, fino alla sua massima perfezione. […] Diciamo in primo luogo che noi abbiamo ricevuto antecedentemente la forza e la capacità di osservare tutti i comandamenti divini, per cui non li sopportiamo a malincuore come se da noi si esigesse qualche cosa di superiore alle nostre forze, né siamo obbligati a ripagare di più di quanto ci sia stato elargito. Quando dunque facciamo un retto uso di queste cose, conduciamo una vita ricca di ogni virtù, mentre, se ne facciamo un cattivo uso, cadiamo nel vizio. […] Nella stessa nostra costituzione naturale possediamo tale forza di amare anche se non possiamo dimostrarla con argomenti esterni, ma ciascuno di noi può sperimentarla da se stesso e in se stesso. […]

Abbiamo estrapolato diverse frasi da questo scritto di san Basilio perché ci sono sembrate adatte alla vita matrimoniale, benché questa catechesi abbia più un taglio spirituale non sarà fuori luogo riportarla nell’alveo del matrimonio.

Infatti questo scritto insiste molto sulla natura dell’uomo come creatura uscita dalle mani di Dio che è Amore, e se ci soffermiamo un attimo a pensarci non possiamo che riconoscere che è così. Infatti chi di noi ha chiesto di venire al mondo? Chi può dire di aver compilato una richiesta per essere creato? Nessuno, poiché la nostra esistenza è il fatto concreto che qualcuno ci ha voluto bene, anche per chi non crede risulta impossibile dimostrare la non esistenza di Dio. Ma senza avventurarci in ragionamenti filosofici che ci porterebbero lontano ci basti sapere che il moto di amare ed il desiderio di essere amati è innato nella natura umana aldilà delle epoche e delle credenze religiose.

E san Basilio insiste proprio su questo aspetto dimostrando che la spinta naturale verso la bellezza è costitutiva dell’uomo in quanto uomo, e non ha a che fare con la propria cultura o con l’educazione ricevuta; ogni uomo, per esempio, rimane incantato dinanzi ad un bel tramonto o ad un panorama immenso, e si ferma ad ammirare perché quella bellezza che sta contemplando è un richiamo, quasi fosse nostalgia di casa.

Di quale casa ha nostalgia l’uomo? Della casa da cui proviene e cioè il cuore di Dio Creatore.

Cari sposi, quando a volte ci assale la tentazione di lamentarci del nostro coniuge perché ci appare non amabile, ricordiamoci che noi siamo costituiti con la capacità di amarlo/la. A volte ci viene più facile gettare la spugna: “ecco, non sono capace di amarlo/la, non riesco ad accettarlo/la, non ce la faccio, ecc… tutte scuse!

Sono tutti appigli per autoassolverci del disimpegno che mettiamo nella relazione matrimoniale. Siccome è più comodo, allora siamo facili a trovare mille cavilli pur di esentarci dalla fatica di amare, e così troviamo le attenuanti, risultato? Il coniuge resta non-amato.

Ma san Basilio ci sprona a cercare la forza dentro noi stessi, non è impossibile, sicuramente in alcune situazioni risulta difficile, ma difficile non è sinonimo di impossibile.

Coraggio allora cari sposi, in questo Gennaio facciamo in modo che il freddo non entri anche dentro i nostri cuori, e che non raffreddi il nostro matrimonio. Scongeliamo i freezer dentro di noi e scaldiamo il nostro coniuge con l’amore, come diceva uno slogan famoso: we can!

Giorgio e Valentina

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Le emozioni autentiche nella coppia: la gioia.

Siamo giunti alla seconda emozione. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. Tra le emozioni autentiche, la gioia è forse quella che più facilmente viene confusa. Spesso la identifichiamo con l’euforia, con l’entusiasmo momentaneo o con una sensazione di benessere continuo. Anche nella vita cristiana talvolta si parla di gioia come di uno stato da mantenere a tutti i costi, quasi un dovere spirituale. Ma la gioia autentica non è un’emozione permanente né una maschera da indossare. È un’esperienza profonda, reale, che nasce quando qualcosa di buono ci raggiunge davvero.

In psicologia la gioia è un’emozione primaria, universale, proporzionata all’evento che la genera e limitata nel tempo. Non invade la persona né la rende cieca, ma la apre. È una risposta sana all’incontro, al riconoscimento, alla sensazione di essere al posto giusto, con la persona giusta, anche solo per un momento. La gioia autentica non è rumorosa per forza, spesso è silenziosa. Non chiede di essere mostrata, ma abitata.

Il problema nasce quando la gioia viene confusa con l’obbligo di stare bene. In molti contesti, anche ecclesiali, passa l’idea che un cristiano “vero” debba essere sempre gioioso, sorridente, grato. Ma una gioia imposta diventa una forma sottile di negazione emotiva. Se non posso essere triste, non posso nemmeno essere davvero gioioso. La gioia autentica nasce solo in un cuore che ha fatto spazio anche al dolore.

L’Analisi Transazionale insegna che, quando una persona non può vivere la gioia autentica, spesso la sostituisce con emozioni parassite: eccitazione, euforia, iperattività, bisogno continuo di stimoli. È una gioia agitata, che non riposa, che ha bisogno di essere continuamente rinnovata perché non affonda le radici. La gioia autentica, invece, è stabile pur essendo temporanea. Non dipende dal controllo né dalla performance, ma dal contatto.

Anche sul piano spirituale questo è decisivo. Nei Vangeli la gioia non è mai scollegata dalla realtà. Gesù non chiede ai suoi di essere felici a comando. Parla di una gioia “piena”, che nasce dall’essere amati, dal sentirsi scelti, dal rimanere. È una gioia che attraversa anche la fatica, non la nega. Per questo la gioia cristiana non è euforia, ma pace profonda.

Nella vita di coppia la gioia autentica è spesso fragile e silenziosa. Non coincide con i grandi momenti, ma con quelli ordinari: sentirsi visti, riconosciuti, desiderati. È la gioia di tornare a casa e sentirsi accolti, di ridere insieme senza motivo, di condividere una stanchezza senza vergogna. Quando una coppia perde la capacità di riconoscere e nominare queste gioie semplici, inizia lentamente a inaridirsi.

Molti partner fanno fatica a condividere la gioia perché, paradossalmente, la gioia è un’emozione che espone quanto, e a volte più, del dolore. Dire “sto bene con te” significa rendersi vulnerabili, riconoscere che l’altro ha un potere reale su di noi. C’è chi teme di non essere ricambiato, chi ha paura di sembrare dipendente, chi è cresciuto imparando a non mostrare ciò che sente per non rischiare una delusione. In questi casi la gioia viene trattenuta, vissuta in silenzio o ridotta a qualcosa di scontato. Ma la gioia non condivisa, nel tempo, si spegne. Non perché venga meno il bene, ma perché manca il contatto.

Dire “sono felice con te”, “mi fa bene stare con te”, “mi sento a casa quando ci sei” non è mai neutro. Sono frasi che non accusano e non chiedono nulla, e proprio per questo mettono a nudo. Espongono il cuore senza difese, senza contratti impliciti. Eppure è proprio questa esposizione che nutre il legame. Una coppia cresce non solo quando attraversa il dolore insieme, ma anche quando impara a nominare il bene che c’è, senza paura di perderlo.

La gioia autentica è infatti profondamente relazionale. Non è solo un’emozione interna, privata, ma un’esperienza che si intensifica quando viene rispecchiata. Quando l’altro accoglie la mia gioia, la riconosce, la custodisce, quella gioia si amplia e mette radici. Quando invece viene ignorata, minimizzata o data per scontata, lentamente si ritira. In molte coppie la gioia non viene detta perché “tanto si vede”, “tanto è ovvio”. Ma ciò che non viene detto, spesso, nel tempo scompare o perde forza.

Esiste anche una gioia difensiva, che serve a coprire ferite non elaborate. È la gioia ostentata, sempre esibita, quella che non tollera il silenzio né la profondità. È una gioia che ha bisogno di essere vista, confermata, applaudita. La gioia autentica, invece, non ha paura del silenzio. Non ha bisogno di dimostrare nulla. È una gioia che riposa, che non compete, che non si giustifica. È la gioia di chi si sente a casa, anche senza doverlo spiegare.

Imparare a vivere la gioia autentica significa imparare a riconoscere il bene ricevuto e a permettersi di restare lì, senza fretta. Significa accettare che la gioia non è continua, ma vera quando arriva. Nella vita spirituale come in quella di coppia, la gioia non è una meta da raggiungere, ma un dono da accogliere. E come ogni dono, chiede solo una cosa: di essere abitato, non posseduto.

Antonio e Luisa

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Segni particolari: amati da Dio Padre

Cari sposi, poche settimane fa mi è apparso un video su Instagram che mostrava la celebrazione di un Battesimo, svoltosi in un carcere statunitense. Il novello cristiano era detenuto per una serie di omicidi, e non appena ha ricevuto il battesimo, è uscito dalla vasca gridando a gran voce e piangendo: “Signore voglio vivere nel tuo amore e abbandonare la mia vita di peccato!”.

Testimonianze come questa ci aiutano a capire la grandezza del Dono ricevuto nel Battesimo. Tra l’altro confermate dal fatto che negli ultimi anni, in particolar modo in occasione della Pasqua, stanno aumentando i catecumeni soprattutto nei paesi che, per primi, hanno avviato una rapida secolarizzazione, come del resto nei paesi di tradizione musulmana.

Viene da chiedersi: com’è possibile nel XXI secolo, con tutti i problemi riscontrati nella Chiesa, che ci siano persone, specie giovani, che vogliono esserne parte, spesso mettendo a repentaglio la propria vita? Se questa non è una prova “tangibile” dell’esistenza dello Spirito Santo, non so cosa altro pensare.

Abbiamo udito nella Liturgia odierna che “Dio non fa preferenze di persone”, che siamo tutti chiamati a formare un’unica grande famiglia con Lui. Questo è solo uno dei frutti del Battesimo, assieme alla remissione di ogni peccato e a diventare figli amati. Ecco perché essere cristiani attrae, come diceva un Padre della Chiesa, perché è un “diluvio” di amore di Dio che ci travolge:

Guardate lo strano diluvio, più grande e più prezioso del diluvio che venne al tempo di Noè. Allora l’acqua del diluvio fece perire il genere umano; ora invece l’acqua del battesimo, per la potenza di colui che è stato battezzato, richiama alla vita i morti (San Proclo, vescovo di Costantinopoli, Discorso per l’Epifania, 7, 1-3; PG 65, 759).

Il diluvio è simbolicamente la conseguenza del peccato ma il “diluvio” di Grazia ne è ben superiore! E di questo sono i santi a testimoniarcelo. Noi in genere siamo vittime di una strana equazione: dolore, sofferenza, solitudine = Dio non mi ama, Dio non esiste. Vi invito a leggere la famosa “Lettera a Natalino” della Venerabile Benedetta Bianchi Porro (1936-1964) in cui condivide la tremenda durezza della sua malattia a un giovane amico e mette in luce una fede incrollabile nella bontà e provvidenza di Dio Padre.

Per questo vi invito a concentrarvi su un’unica frase presa dal Vangelo di oggi: “Questi è il Figlio mio, l’amato”. Ecco il senso del nostro Battesimo perché, se il Padre parlò così riferendosi a Gesù, è altrettanto vero che, nel Battesimo, noi veniamo resi figli nel Figlio. Quindi il Padre vede Gesù in ciascuno di noi e ci tratta così, ci considera davvero suoi figli!

È solo con lo Spirito che possiamo fare esperienza di cosa davvero significano quelle parole, che tocchiamo con mano che sono rivolte a ciascuno di noi e non rimangono una bella verità astratta.

Tornando a voi sposi, che bello sarebbe un matrimonio in cui tutti e due i coniugi hanno fatto l’esperienza di essere amati e se la scambiano vicendevolmente, arricchendosi e crescendo nel tempo assieme.

Questo fa capire la logica che unisce il Battesimo al matrimonio, due sacramenti che devono andare per forza “a braccetto” perché fondati sulla realtà che l’amore si può donare se si è ricevuto prima. Ecco allora che Papa Benedetto ci spiega bene il nesso tra Battesimo e Matrimonio:

La scelta della parola «nel nome del Padre» nel testo greco è molto importante: il Signore dice «eis» e non «en», cioè non «in nome» della Trinità – come noi diciamo che un viceprefetto parla «in nome» del prefetto, un ambasciatore parla «in nome» del governo: no. Dice: «eis to onoma», cioè una immersione nel nome della Trinità, un essere inseriti nel nome della Trinità, una interpenetrazione dell’essere di Dio e del nostro essere, un essere immerso nel Dio Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, così come nel matrimonio, per esempio, due persone diventano una carne, diventano una nuova, unica realtà, con un nuovo, unico nome (“Lectio Divina” del Santo Padre Benedetto XVI, 11 giugno 2012).

L’essere totalmente immersi nell’Amore di Dio è la chiave da cui partire e ripartire ogni giorno per amarsi nel matrimonio, per rendere concreta nella coppia quella totalità di cui già facciamo parte con Cristo.

Tutti noi cristiani siamo chiamati a percorre questa strada, un continuo appropriarci della nostra condizione filiale e un incessante dono agli altri di quanto abbiamo e siamo. La bella notizia è che sia il Battesimo che il Matrimonio sono fonti di grazia senza misura e tramite essi il Signore Gesù continua a camminare con voi sposi ogni giorno.

ANTONIO E LUISA

Ogni giorno mi accorgo che, se non riparto dall’Amore di Dio, il mio matrimonio si riduce a sforzo, a contabilità, a difesa. Quando invece mi lascio immergere davvero in Lui, qualcosa cambia: non devo creare l’amore, lo ricevo. Nel Battesimo ho scoperto di essere figlio; nel Matrimonio imparo a donare ciò che sono, non ciò che mi avanza. Anche quando siamo stanchi o feriti, la grazia non si esaurisce. Cristo cammina con noi, ci precede e ci rialza. Da lì ripartiamo, ogni giorno, per amarci nella totalità.

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Cari genitori, i vostri figli rinnovando … raccontano anche la vostra fede

Riprendendo con questo articolo (dopo la serie sul sacramento del battesimo) le riflessioni mistagogiche sull’Iniziazione Cristiana avvio il ciclo sul mistero della Confermazione. È mio intento condividere delle considerazioni che mettano in luce il tempo che intercorre dal giorno del battesimo al giorno della cresima come un tempo di custodia della grazia battesimale ad opera della Comunità ecclesiale, in tutti i carismi e i ministeri, ed in particolare della chiesa domestica, nel suo ministero coniugale e nelle relazioni fraterne.

Pensiamo il rito della Confermazione come un mosaico di tre scene liturgiche. Ora mi soffermo sulla prima scena quando il cresimando, insieme a tutta la comunità, rinnova le promesse battesimali. Il vescovo chiede di rinunciare «a satana e a tutte le sue opere e seduzioni» e di professare la fede «in Dio, Padre onnipotente … in Gesù Cristo … nello Spirito Santo». Il vescovo poi, al termine della professione, dà il suo assenso proclamando la fede della Chiesa.

In questa scena il cresimando racconta la realtà nella quale finora è stato immerso: «Siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio» (1Cor 6,11).

In questa prima scena l’assemblea, ascoltando le parole del cresimando, vede pure l’accompagnamento generativo ricevuto dalla comunità ecclesiale, i racconti della fede che finora il cresimando ha ricevuto soprattutto dalla chiesa domestica di cui è membro.

La fede è stata un dono che ci è giunto in molti casi dalle mani delle nostre madri, delle nostre nonne. Loro sono state la memoria viva di Gesù Cristo all’interno delle nostre case. È stato nel silenzio della vita familiare che la maggior parte di noi ha imparato a pregare, ad amare, a vivere la fede. È stato all’interno di una vita familiare, che ha poi assunto la forma di parrocchia, di scuola e di comunità, che la fede è giunta alla nostra vita e si è fatta carne. È stata questa fede semplice ad accompagnarci molte volte nelle diverse vicissitudini del cammino. Perdere la memoria è sradicarci dal luogo da cui veniamo e quindi non sapere neanche dove andiamo. Questo è fondamentale, quando sradichiamo un laico dalla sua fede, da quella delle sue origini; quando lo sradichiamo dal Santo Popolo fedele di Dio, lo sradichiamo dalla sua identità battesimale e così lo priviamo della grazia dello Spirito Santo (papa Francesco, Lettera al card M. Ouellet per l’America Latina, 19/3/2016).

L’accompagnamento generativo non si è arrestato all‘ora di catechismo’ in preparazione immediata alla celebrazione. Il cresimando sin dal giorno del battesimo ha preso parte al cammino della comunità sospinta dal canto della fede. «Canta e cammina» diceva S. Agostino, per significare la fede del popolo quando cammina. Il cresimando ha preso parte, tra i pericoli e le tentazioni, al canto della bontà di Dio che è stato fedele alle sue promesse. Il popolo fedele «canta per alleviare le asprezze della marcia … Ma che significa camminare? Andare avanti nel bene e progredire nella santità» (Sermo 256).

Ogni battezzato è accompagnato in vario modo dall’intero popolo di Dio verso il sacramento della Confermazione. Le relazioni rigenerate nella fede in Gesù Cristo sono le modalità più contagiose per la singola persona. Pensiamo al ministero del catechista, e a tutti i ministeri con cui il cresimando entra in relazione dal giorno del suo battesimo, e pensiamo a tutte le partecipazioni liturgiche cui ha aderito: sono relazioni ecclesiali contagianti se ‘cantate’ al ritmo della liturgia familiare che fuggono dal circolo ristretto dei più intimi, dal comodo privato, e scelgono il rischio dell’incontro con il fratello, con le sue gioie e i suoi dolori, le sue angosce e le sue speranze, così come accade in ogni ambiente domestico.

Per evangelica sincerità è giusto non tacere sulla presenza di alcune fragilità nelle relazioni ecclesiali (parrocchiale e familiare) quando scandalizzano e allontanano dal cammino vero la Confermazione. A mo’ di esempio: religione fai da te, forme di sincretismo in ordine alla dottrina e alla morale, partecipazione liturgica occasionale, ignoranza della Scrittura, la mondanizzazione dei ministeri ecclesiali (operatori pastorali, ministeri ordinati e laicali).

A questo punto è giusto riconoscere che, mediante coloro che rinnovano le promesse, assistiamo al superamento della debolezza e alla testimonianza della potenza di Dio. In quel percorso faticoso della fede dovrà giocare un ruolo fondamentale la famiglia di appartenenza (sarebbe auspicabile poter citare anche il ministero dei padrini del battesimo). Facendo ri-credere il cresimando nell’Amore si rinnova la grazia matrimoniale della chiesa domestica. 

Don Antonio Marotta

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L’Iper-Adattato: quando l’amore diventa silenzio

Oggi affrontiamo il quarto stile di adattamento: l’Iper-Adattato. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. Se vivi accanto a un coniuge Iper-Adattato, potresti faticare persino a dargli un nome. Non è conflittuale, non impone, non alza la voce. Anzi, spesso sembra andare bene tutto. Si adatta, osserva, capisce al volo cosa serve, cosa è richiesto, cosa è meglio non dire. È una presenza discreta, gentile, capace di smussare gli angoli e rendere la vita più semplice. Sembra il partner ideale. Ma non è tutto oro ciò che luccica. Ed è proprio per questo che l’Iper-Adattato è uno degli adattamenti più invisibili… e più rischiosi.

Dietro questo stile, quasi sempre, c’è una storia antica. Un bambino che ha imparato presto che essere se stesso non era sempre sicuro. Che esprimersi poteva creare tensioni, delusioni, disapprovazione. Così ha sviluppato un copione silenzioso: “Non disturbare”, “Non creare problemi”, “Sistemati tu, così gli altri stanno bene”. Crescendo, questo diventa un modo di stare al mondo: adattarsi per non perdere il legame.

Nel matrimonio, questo adattamento porta doni reali. Un partner Iper-Adattato è spesso dolce, intuitivo, profondamente attento all’altro. Sa accogliere, sa fare spazio, sa leggere i bisogni senza che vengano detti. È capace di armonizzare, di evitare scontri inutili, di prendersi cura delle fragilità del partner con una delicatezza rara. Molte coppie funzionano anche grazie a questa attitudine, che rende la quotidianità più fluida e meno conflittuale.

Spiritualmente, questo tratto assomiglia molto alla mansuetudine evangelica: una forza gentile, non violenta, capace di custodire la relazione. Ma – come ogni dono – anche questo può diventare una trappola se non nasce dalla libertà. Quando l’adattamento è guidato dalla paura e non dall’amore, il rischio non è il conflitto… è la sparizione di sé.

È importante, qui, distinguere l’Iper-Adattato dal Compiacente o Pleaser (vai a riprendere l’articolo se non lo ricordi). Possono sembrare simili, ma sono profondamente diversi. Il Pleaser compiace per amore: desidera sinceramente rendere felice l’altro, anche a costo di esagerare. L’Iper-Adattato, invece, non lo fa per piacere, ma per sicurezza. Non cerca la gratificazione del partner, ma l’assenza di tensione. Potremmo dirlo così: il Pleaser si perde nell’altro; l’Iper-Adattato si perde per non farsi vedere. Spiritualemente, il Pleaser esagera nel dono; l’Iper-Adattato rinuncia all’identità.

Nel tempo, questa rinuncia lascia segni profondi. Per evitare discussioni o dispiaceri, l’Iper-Adattato può smettere di esprimere i propri bisogni, dire “sì” quando dentro sente “no”, minimizzare ciò che prova, adattarsi costantemente all’umore del partner, nascondere desideri e sogni perché “meno importanti”. A forza di rinunciare, perde il contatto con ciò che sente davvero. E questo non esplode quasi mai in rabbia: esplode in tristezza, distanza, senso di vuoto. L’Iper-Adattato non fa rumore quando soffre. Si spegne. E spesso il coniuge se ne accorge tardi, perché “andava tutto bene”.

Spiritualmente, questa dinamica è lontana dal Vangelo. Dio non chiama a scomparire, ma a esistere. Gesù, mite e umile, non è mai stato un uomo che si adattava per paura: sapeva dire di no, sapeva nominare il male, sapeva custodire la propria identità. L’amore cristiano non chiede di annullarsi, ma di donarsi nella verità.

Se hai sposato una persona Iper-Adattata, il tuo ruolo è decisivo. Puoi diventare per lui o per lei un luogo sicuro, una terra promessa in cui essere finalmente vero. Questo richiede alcune attenzioni concrete. Chiedi il suo parere senza dare per scontato che “gli vada bene tutto”. Invitalo con delicatezza a dire ciò che sente, senza incalzarlo. Accogli le sue parole anche quando sono scomode, senza punirlo emotivamente. Non approfittarti – neppure inconsapevolmente – della sua flessibilità. Rassicuralo, con i fatti più che con le parole, che la verità non mette in pericolo la relazione. Valorizza i suoi desideri come un dono per il matrimonio, non come un problema da gestire.

L’Iper-Adattato si apre quando sente che non deve temere la tua reazione. Quando scopre che la sua identità non disturba, ma arricchisce.

Il suo cammino di crescita non è diventare egoista o ribelle. È molto più profondo: ritrovare la propria voce. Dire “questo sono io” senza scusarsi. Credere che la propria presenza non è un peso, ma una grazia. Spiritualmente, è il cammino dei figli: non si deve meritare lo spazio, lo si riceve. Quando questo accade, il matrimonio cambia volto. Non è più un luogo di mimetizzazione, ma di incontro. Non serve più scomparire per avere pace, perché la pace nasce dall’amore… non dalla paura.

Antonio e Luisa

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Che cuore grande hai … è per amarti meglio!

C’era una volta, e c’è ancora, una fiaba che tutti conoscono: quella di Cappuccetto Rosso. Come tutte le storie di un tempo, anche questa nasconde più di quel che mostra. Sotto il cappuccio rosso e il bosco pieno di insidie si cela una parabola sottile sull’amore, la fiducia, la paura, la tentazione e la redenzione. E se la leggessimo non come una fiaba per bambini ma come una metafora del cammino di coppia cristiano? Se quel “che occhi grandi hai” diventasse un dialogo d’amore, e quel lupo non solo una minaccia esterna ma anche la voce interiore che mina la relazione?

Cappuccetto Rosso parte con un dono tra le mani, una cesta da portare a qualcuno che ama. È l’immagine dell’amore che nasce: semplice, leggero, pieno di intenzioni buone. Come quando una coppia muove i primi passi, con la gioia di portare all’altro un “pane” e un “vino” simbolici — attenzioni, parole, tempo. Per arrivare alla casa della nonna, però, bisogna attraversare il bosco. E il bosco, nella vita di coppia, è tutto ciò che disorienta: la routine, la stanchezza, i giudizi, le distrazioni, le tentazioni dell’egoismo. Si parte con il cuore acceso e ci si ritrova a chiedersi perché si è usciti dal sentiero. Il bosco non è male in sé: è il luogo dove si cresce, dove si impara a distinguere le voci. Ma senza discernimento si può finire per ascoltare il lupo.

Il lupo, nelle relazioni, non sempre arriva ringhiando. A volte indossa il sorriso della superficialità, il fascino della novità, l’illusione di libertà. È quella voce che sussurra: Vai per un’altra strada, prenditi qualcosa per te, non sempre devi pensare all’altro. E come Cappuccetto, anche noi rischiamo di cedere. Qualcuno, effettivamente, ci casca.  Ci fermiamo a raccogliere fiori che non servono, a inseguire cose che distraggono… È la distrazione che nasce quando si smarrisce il centro, quando si dimentica che amare è cammino, non gita domenicale. Il lupo si nutre delle nostre dimenticanze.

Poi arriva la casa della nonna, che nella nostra versione è la casa del cuore. Lì ci aspettiamo di trovare rifugio, tenerezza, calore. Ma a volte, al posto della pace, troviamo il travestimento del lupo: la delusione, la fatica, la mancanza di dialogo. E allora iniziamo quel dialogo antico e sempre nuovo: “Che occhi grandi hai… che mani grandi hai… che bocca grande hai…” È un dialogo che tutte le coppie conoscono. È il momento in cui si guardano e si accorgono che l’altro non è più quello dell’inizio, che il volto dell’amato cambia, che il tempo plasma, che si diventa diversi.

Ed ecco qui la svolta cristiana cambia tutto. Perché il Vangelo insegna che non si ama un’idea dell’altro ma la sua verità viva, anche se talvolta ferisce, anche se spaventa. Quegli occhi grandi, quelle mani, quella bocca: tutto può essere segno del bene se lo si legge con carità. “Che occhi grandi hai…”. “È per vederti meglio, per comprenderti di più, per non perderti nel bosco”. “Che mani grandi hai…” “Sono per stringerti più forte quando hai paura”. “Che bocca grande hai…” “È per dirti con più coraggio la verità, anche quando costa”. In questa riscrittura l’amore non è divorato dal lupo ma redento: trasformato da paura in dono, da sospetto in intimità.

Ogni coppia attraversa i suoi boschi, incontra i suoi lupi, rischia i suoi silenzi. Tutto sta nel non restare soli nel bosco, nel chiedere aiuto a Dio, nel fidarsi di Dio, di amarsi in Dio. In questa nuova versione cristiana, l’amore non si salva da sé: serve un taglialegna, qualcuno che rappresenti la Grazia, la Provvidenza, la presenza di Dio che entra quando tutto sembra perduto.

È la vicinanza spirituale, la preghiera condivisa, l’Eucaristia vissuta insieme. È il taglialegna che non giudica ma libera, che apre il ventre del male e restituisce la vita. Perché la coppia cristiana non è una favola a lieto fine: è una storia di resurrezione quotidiana, di perdoni che scavano nel profondo, di fedeltà che risorgono anche dopo le ferite.

Che cuore grande hai…” direbbe allora Cappuccetto a quel compagno di cammino che, nonostante tutto, resta. E lui potrebbe rispondere, con un sorriso: “È per amarti meglio.” Non per amarti di più — perché l’amore vero non si misura — ma per amarti meglio, con più pazienza, più dolcezza, più preghiera, più consapevolezza. È questo il centro del cammino: lasciarsi allargare il cuore, lasciarlo diventare grande come quello di Dio, che non si stanca mai di cercare chi si perde nel bosco.

Forse, se oggi Cappuccetto Rosso fosse una coppia cattolica, la storia finirebbe così: “E vissero redenti e combattenti, nella gioia e nella fatica, sapendo che ogni giorno c’è un bosco da attraversare, un lupo da riconoscere e un cuore grande da custodire. Per amarsi meglio, per amarsi sempre, per amarsi in Dio.”

Fabrizia Perrachon

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Il matrimonio è un cammino dentro al tempo

Siamo così arrivati al 2026. Un numero che, di per sé, dice poco, ma che per molti porta con sé domande, bilanci, pensieri che magari durante l’anno teniamo a distanza. Il cambio di calendario ha questo effetto: ci costringe a guardare il tempo in faccia, a fare i conti con ciò che è passato e con ciò che ancora non sappiamo.

Mentre riflettevo su cosa scrivere in questi primi giorni dell’anno, mi sono accorto che il filo rosso che attraversa tante storie matrimoniali è proprio lui, il tempo; è curioso come, parlando di matrimonio, il tempo venga spesso dato per scontato.

Si parla di amore, di progetto di vita, di fede, d’impegno reciproco, tutti elementi essenziali, ma raramente ci fermiamo a riflettere su quanto il tempo incida concretamente sulla vita coniugale, nel bene e nel male. Eppure il tempo è il luogo in cui il matrimonio prende forma, cresce, si trasforma, a volte s’incrina, a volte si santifica.

Il tempo cambia le persone, cambia i ritmi quotidiani, le priorità, il corpo, l’energia, il modo di guardare se stessi e l’altro; cambia persino il modo di volersi bene. Il matrimonio cristiano è una vocazione che si gioca dentro il tempo, giorno dopo giorno, stagione dopo stagione.

Per gli sposi, questa è spesso una delle prime grandi fatiche da accettare: ci si sposa con un’idea chiara di sé e dell’altro, con un entusiasmo che sembra sufficiente per affrontare tutto, con un linguaggio comune che pare immutabile. Poi arrivano i figli, o magari non arrivano e questo diventa una ferita; arriva il lavoro che assorbe energie, arrivano le preoccupazioni economiche, la stanchezza, la routine e a un certo punto ci si accorge che l’altro non è più esattamente com’era prima.

Ma se siamo sinceri, dobbiamo ammettere che nemmeno noi siamo rimasti gli stessi, per fortuna: quando non cambia niente, vuol dire che non stiamo né salendo, né scendendo nella scala dell’amore. Ad esempio, in questi giorni di vacanza, ho potuto parlare chiaramente con una figlia, cercando di capire cosa non funziona e quindi farò tesoro di quello che ci siamo detti per migliorare la relazione con lei.

Qualcuno può pensare che se qualcosa è cambiato, allora si è anche rotto, come se il cambiamento fosse automaticamente una perdita. In realtà non tutto ciò che cambia è un peggioramento, a volte è semplicemente una trasformazione che chiede di essere attraversata, non evitata, non combattuta. Il matrimonio non è il tentativo di fermare il tempo o di cristallizzare una stagione felice, ma di camminare nel tempo insieme, accettando che la forma dell’amore cambi senza perdere la sua sostanza.

Ci sono stagioni in cui l’amore è spontaneo, leggero, quasi naturale e ce ne sono altre in cui diventa una scelta quotidiana, consapevole, a volte persino faticosa: non perché l’amore sia finito, ma perché è cresciuto e chiede un linguaggio nuovo, meno istintivo e più profondo. È proprio in queste stagioni che molti sposi si sentono smarriti, come se non riconoscessero più ciò che stanno vivendo, come se si chiedessero: È normale tutto questo?

Ed è proprio qui che la fede può fare la differenza, non come una soluzione magica che elimina i problemi, ma come uno sguardo più ampio sulla realtà. La fede ricorda agli sposi che il sacramento non li abbandona quando l’entusiasmo iniziale si affievolisce: resta, lavora in silenzio, continua ad agire anche quando non se ne percepiscono immediatamente i frutti. Per gli sposi, questo può essere un invito prezioso: non misurare il matrimonio solo in base a come ci si sente oggi, ma in base a dove si sta andando e, soprattutto, a Chi si è scelto di mettere al centro del cammino.

I separati fedeli invece testimoniano, spesso senza volerlo e senza cercarlo, che ciò che Dio unisce non è soggetto alle mode, alle stagioni della vita, né alle emozioni del momento: dicono che il matrimonio cristiano ha una profondità che va oltre il momento presente, oltre la fase che si sta attraversando.

Il tempo mette alla prova il matrimonio, è vero, ma non necessariamente per distruggerlo: spesso lo fa per purificarlo, per liberarlo dalle illusioni, per renderlo più vero e più essenziale (come accade a ogni vocazione autentica, che viene provata non per essere annullata, ma per essere approfondita). Il matrimonio cristiano non è una corsa contro il tempo, non è una lotta per “rimanere come siamo” o “tornare come prima”, è un cammino dentro il tempo, fatto insieme a Dio, accettando che alcune risposte arrivino lentamente e che alcune ferite richiedano pazienza.

Quando questo viene dimenticato, si rischia di confondere una fase difficile con una fine, una trasformazione con un fallimento, una crisi con la negazione di tutto ciò che è stato. Ed è spesso proprio lì, in quel tempo che sembra vuoto o sprecato, che Dio lavora di più, perché nel Vangelo il tempo non è mai solo qualcosa che passa, è sempre un luogo in cui Dio sceglie di rimanere con te e per questo è sempre un grande dono. Buon anno!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Riscoprire il Matrimonio Attraverso i Doni dei Magi

L’Epifania è la festa della manifestazione: Dio che si rende visibile, riconoscibile, adorabile. I Magi non arrivano per caso e non portano doni casuali. Oro, incenso e mirra non sono semplici omaggi orientali, ma parole simboliche, capaci di dire chi è quel Bambino e quale destino lo attende. Sono doni che parlano del mistero di Cristo, ma anche del mistero di ogni amore autentico. Per questo, se guardati con attenzione, diventano una chiave preziosa per comprendere anche il matrimonio cristiano.

Immagino Giuseppe mentre osserva quei doni. L’oro è immediato: è utile, concreto, rassicurante. Incenso e mirra, invece, sono più enigmatici. Non rispondono a un bisogno pratico, ma aprono una domanda più profonda. È spesso così anche nella vita di coppia: alcune dimensioni dell’amore sono facilmente comprensibili, altre richiedono tempo, maturazione, fede.

L’oro: la regalità del dono

L’oro è il dono dei re. Riconosce la regalità di Gesù, ma prima ancora afferma il suo valore assoluto. Psicologicamente, questo tocca un punto centrale di ogni relazione: la gerarchia delle priorità. Amare significa dire all’altro: “tu conti”, “tu sei importante”, “tu vieni prima di altro”. Nel matrimonio cristiano questa affermazione assume una forma radicale: il coniuge diventa la creatura più preziosa, seconda solo a Dio.

Sant’Agostino sintetizza tutto con una frase apparentemente provocatoria: “Ama e fa’ ciò che vuoi”. Non è un invito all’arbitrio, ma alla verità dell’amore. Quando l’amore è autentico, ordina tutto il resto. Molte crisi di coppia nascono proprio da un disordine delle priorità: lavoro, figli, famiglia d’origine o interessi personali finiscono per occupare il posto che dovrebbe essere custodito dal legame coniugale.

Papa Francesco lo ricorda con realismo: amare significa prendersi cura, costruire legami concreti che resistono alle tempeste. La regalità dell’oro non è dominio sull’altro, ma riconoscimento della sua dignità. È scegliere ogni giorno di non relegare il coniuge ai margini della propria vita emotiva.

L’incenso: il sacerdozio del matrimonio

L’incenso è il dono del sacro. Sale verso l’alto, indica una relazione che supera l’immediato. Teologicamente, richiama la dimensione sacerdotale di Cristo; spiritualmente, ricorda che il matrimonio è un sacramento. Dal “sì” in poi, l’amore degli sposi non è più solo loro: diventa luogo della presenza di Dio.

San Giovanni Paolo II parla del matrimonio come segno dell’amore tra Cristo e la Chiesa. Questo ha conseguenze concrete. Significa che i gesti quotidiani — una parola buona, una carezza, l’ascolto, la pazienza — non sono solo atti affettivi, ma azioni che costruiscono senso. Diventano liturgia della vita ordinaria.

Anche l’intimità fisica, in questa prospettiva, cambia profondamente significato. Non è consumo dell’altro, ma linguaggio del dono. È corpo che parla amore, fedeltà, appartenenza. Quando l’intimità perde questa dimensione sacra, spesso diventa luogo di distanza o di conflitto. Quando invece è vissuta come espressione di un amore donato, rafforza il legame e la sicurezza affettiva.

La mirra: il sacrificio dell’amore

La mirra è il dono più duro da accogliere. È legata alla morte, alla ferita, alla perdita. Eppure è proprio qui che l’amore si rivela nella sua verità più profonda. Amare significa essere disposti a morire: non fisicamente, ma interiormente. Morire al proprio egoismo, alle pretese, all’illusione di avere sempre ragione.

Dal punto di vista psicologico, questo è uno dei passaggi più difficili nella vita di coppia. Rinunciare al controllo, accettare la diversità dell’altro, tollerare la frustrazione senza trasformarla in accusa. San Francesco d’Assisi lo dice con chiarezza: “È dando che si riceve, è morendo che si risorge”. Nel matrimonio questo si traduce nella capacità di fare spazio all’altro, senza annullarsi ma senza imporsi.

Morire all’orgoglio significa anche accettare la fragilità: la propria e quella del coniuge. Il matrimonio non è il luogo della perfezione, ma della misericordia. Santa Teresa di Lisieux lo esprime con semplicità disarmante: “Amare è dare tutto e dare se stessi”. Amare l’altro nella sua unicità, non cercando di cambiarlo, ma accogliendolo come dono.

Alla luce dei doni dei Magi, il matrimonio appare per quello che è: una vocazione alta, che intreccia regalità, sacerdozio e sacrificio. Come Maria e Giuseppe hanno accolto quei doni senza comprenderli fino in fondo, così anche gli sposi sono chiamati a vivere il loro amore come un dono affidato, custodito nella grazia e offerto a Dio, giorno dopo giorno.

Antonio e Luisa

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Un presepio vivente

Dal Martirologio della Chiesa Cattolica. Solennità dell’Epifania del Signore, nella quale si venera la triplice manifestazione del grande Dio e Signore nostro Gesù Cristo: a Betlemme, Gesù bambino fu adorato dai magi; nel Giordano, battezzato da Giovanni, fu unto dallo Spirito Santo e chiamato Figlio da Dio Padre; a Cana di Galilea, alla festa di nozze, mutando l’acqua in vino nuovo, manifestò la sua gloria.

In questo meraviglioso periodo abbondano i presepi viventi, e si va da quelli semplici ma pieni di devozione a quelli che negli anni sono diventati elaboratissimi ma si è persa l’iniziale pia devozione, tra questi due estremi nel mezzo ci sta tutta la gamma di variabili compresi i due che la nostra famiglia ha visitato.

I presepi viventi sono un’esperienza affascinante per bambini e per adulti; così anche noi, inizialmente spinti dal fatto di avere ancora una figlia di quattro anni, ci siamo avventurati nella visita di ben due presepi viventi nello stesso giorno.

E’ un’esperienza che se vissuta con fede riesce a farti cogliere le realtà significate dietro i vari figuranti o le varie stazioni scenografiche, sta a noi saper custodire poi e meditare nel cuore ciò che la Grazia ha suscitato.

E come sempre, la Grazia ci sorprende quando meno ce l’aspettiamo, così già nel primo presepio abbiamo ricevuto un piccolo dono in una delle tante stazioni: una candelina fatta a mano con l’uncinetto ed allegato un foglietto. Fin qua pensavamo al fatto che la signora si fosse intenerita all’imbattersi di quegli occhioni teneri e coccolosi di nostra figlia, non avendo resistito le avesse fatto un dono di cortesia, ed invece sul foglietto c’era la citazione del Salmo 27(26) : Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò timore? ed una preghiera: Aiutami Signore ad essere come questa candela, la tua luce nel mondo.

Ci ha ricordato come spesso sottovalutiamo i gesti piccoli ma teneri, concreti ma densi di significato. Questo è il tempo giusto per recuperare questo aspetto nella nostra relazione di sposi.

Nel secondo presepio poi abbiamo notato la semplicità genuina della gente di campagna, quella con pochi fronzoli e tanta concretezza, una fede semplice fatta di sorrisi, di accoglienza sincera, insomma due presepi e due esperienze diverse.

Nostra figlia però ha colto una comunanza tra i due presepi viventi, il fatto cioè che nelle varie stazioni i figuranti lavoravano tranquilli ed in serenità, in armonia tra loro. Cosìcché l’altro giorno mentre le abbiamo chiesto di aiutarci in qualche piccola faccenda domestica, se ne uscì con questa frase: la nostra casa è come un presepio vivente, ognuno fa un lavoretto ma stiamo insieme.

Una frase folgorante uscita dall’innocenza di quattro anni, una frase che ha sciolto i nostri cuori come neve al sole, una frase che ha anche risolto l’enigma dell’articolo nel giorno dell’Epifania.

Cari sposi, le nostre case cristiane devono diventare come dei presepi viventi tutto l’anno, nella relazione sponsale che testimoniamo dobbiamo essere come la luce di una candela, una luce che non abbaglia ma che indica una presenza, e così anche nelle relazioni familiari lo stile deve essere quello di fare i “nostri lavoretti” in modo sereno ed in armonia tra noi perché consapevoli che nel nostro presepio vivente c’è la presenza della Sacra Famiglia. Auguri.

Giorgio e Valentina

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Le emozioni autentiche nella coppia: la tristezza.

Dopo l’articolo introduttivo (leggi qui) oggi entriamo nell’analisi della prima emozione. Tra tutte le emozioni autentiche, la tristezza è probabilmente quella che più spesso viene fraintesa, evitata o giudicata. Viviamo in una cultura che la tollera poco, che tende a medicalizzarla in fretta o a coprirla con frasi motivazionali. Ma anche dentro la Chiesa, talvolta, si è insinuata una deriva altrettanto pericolosa: l’idea, spesso implicita, che un cristiano debba essere per forza sempre felice, sempre sereno, sempre positivo, e che la tristezza sia il segno di una fede debole, quasi una colpa spirituale da correggere.

Eppure la tristezza autentica è una delle emozioni più sane che possiamo provare. In Analisi Transazionale è considerata un’emozione primaria, universale, proporzionata alla situazione che la genera e limitata nel tempo. Nasce sempre da una perdita reale: una persona amata, un legame che cambia, un sogno che non si realizza, una fase della vita che non tornerà più. La tristezza non invade tutta la persona e non la definisce, ma la attraversa. Il suo scopo non è farci sprofondare, bensì aiutarci a lasciare andare ciò che non c’è più, per poter continuare a vivere.

Il problema nasce quando la tristezza non viene riconosciuta né autorizzata. Molti di noi hanno imparato presto che “non bisogna essere tristi”, che occorre reagire, ringraziare Dio, andare avanti senza fermarsi. Così la tristezza viene messa da parte, spiritualizzata in fretta o coperta con un sorriso di facciata. Ma una tristezza non vissuta non scompare. Resta dentro, si accumula e lentamente spegne il desiderio.

Dal punto di vista dell’Analisi Transazionale, quando una persona non può permettersi la tristezza autentica, spesso la sostituisce con emozioni parassite più accettabili: rabbia cronica, chiusura emotiva, ipercontrollo, autosufficienza. Non perché manchi l’amore, ma perché manca il lavoro del lutto. Dove non si piange ciò che si è perso, il cuore tende a irrigidirsi e le relazioni diventano più dure.

Anche sul piano spirituale questa rimozione è rischiosa. Una fede che non lascia spazio alla tristezza può trasformarsi in una forma di difesa, non di fiducia. Nei Vangeli Gesù non evita il dolore. Piange davanti alla tomba di Lazzaro, pur sapendo che lo risusciterà. È un dettaglio decisivo: Gesù non salta la tristezza in nome della speranza. Prima piange, poi agisce. Questo ci dice che la tristezza non è mancanza di fede, ma parte dell’amore. Solo chi ama davvero può essere davvero triste.

Eppure, nella pratica pastorale e nel linguaggio quotidiano, spesso passa un messaggio opposto: se sei triste, c’è qualcosa che non va nel tuo rapporto con Dio. Ma il Vangelo non chiede cristiani euforici. Chiede uomini e donne veri. I Salmi sono pieni di lamenti, di domande, di parole che non edulcorano il dolore. E proprio lì, in quella verità cruda, nasce la preghiera più autentica.

Nella vita di coppia questo tema è davvero decisivo. Molti conflitti non nascono perché non ci si ama più, ma perché la tristezza non trova spazio. Quando uno dei due vive una perdita, una delusione, una fatica profonda, spesso non viene ascoltato nel suo dolore, ma corretto, rassicurato troppo in fretta o inconsapevolmente messo a tacere. Davanti alla tristezza dell’altro scatta quasi automaticamente il bisogno di aggiustare, spiegare, razionalizzare, difendersi o minimizzare: “non è così grave”, “dai, pensa a quello che hai”, “vedrai che passa”. Sono frasi dette in buona fede, ma che producono un effetto collaterale pericoloso: fanno sentire l’altro solo nel suo dolore.

La tristezza autentica, invece, non chiede soluzioni rapide né risposte intelligenti. Chiede presenza. Chiede qualcuno che resti, che non scappi, che non corregga. Quando una persona si sente accolta nel suo dolore, senza essere giudicata o sistemata, il dolore inizia lentamente a trasformarsi. Non perché scompare, ma perché viene condiviso. È qui che molte coppie si giocano una svolta: non nella capacità di risolvere i problemi, ma nella capacità di stare nel dolore dell’altro senza difendersi.

La tristezza autentica è infatti profondamente relazionale. Dire “sono triste” non è un’accusa e non è una richiesta di colpa. Non è “tu mi fai stare male”, ma “sto vivendo qualcosa che mi pesa e ho bisogno di non essere solo”. È un’esposizione fragile, non manipolativa. Quando questa esposizione viene accolta, la relazione si approfondisce; quando viene respinta o corretta, la persona impara a chiudersi.

Molte distanze affettive nascono così: non da grandi tradimenti, ma da una serie di tristezze non ascoltate. Una moglie che smette di raccontare ciò che le pesa perché ogni volta si sente giudicata o minimizzata. Un marito che si chiude perché la sua fatica viene letta come debolezza. In questi casi la tristezza non sparisce, ma viene sepolta. E ciò che viene sepolto, nel tempo, diventa silenzio, freddezza, distanza.

Quando la tristezza non può essere condivisa, si trasforma in solitudine relazionale. E una solitudine protratta nel tempo erode lentamente il legame, spegne la fiducia emotiva e rende la coppia più vulnerabile. Al contrario, una tristezza detta e accolta diventa paradossalmente un luogo di intimità profonda. Non un momento romantico, ma un momento vero. È lì che l’altro smette di essere un avversario o un problema da risolvere e torna a essere un compagno di cammino.

Spesso si confonde la tristezza con la depressione, ma non sono la stessa cosa. La tristezza è un’emozione viva, che scorre, che ha un inizio e una fine. La depressione è spesso il risultato di una tristezza negata, non detta, non accompagnata. Dove non è permesso essere tristi, il corpo e la psiche trovano altri modi per fermarsi.

Imparare a vivere la tristezza significa imparare a perdere senza perdere se stessi. Significa accettare che alcune cose finiscono e che questo fa male. Ma solo chi attraversa la tristezza può aprirsi di nuovo alla gioia vera, non quella forzata o esibita, ma quella che nasce da un cuore riconciliato con la propria storia. La tristezza autentica non è il contrario della fede. È una delle sue soglie più vere.

Antonio e Luisa

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Il Verbo si è fatto carne negli sposi

Cari sposi, siamo grati e riconoscenti al Signore per il dono del 2025, come anche per poter iniziare nella sua Grazia il 2026. Secondo la Liturgia, con la Vigilia del 24 dicembre e fino al Battesimo di Gesù, abbiamo iniziato il tempo di Natale, un periodo in cui la Chiesa ci fa meditare gli eventi legati all’infanzia di Cristo ma anche per aver l’occasione di “digerire” così tante solennità e feste ravvicinate. In un certo senso, è quello che spesso sperimentiamo, tra così tanti pranzi e cene, nel voler permettere al corpo di assimilare le molte prelibatezze natalizie.

In particolare, oggi la Parola ci pone davanti due grandi verità che sono collegate a vicenda. Da una parte la prima lettura si rispecchia nel Vangelo e tutto gira attorno al fatto che Cristo è la Sapienza del Padre ma S. Giovanni si spinge oltre usando l’espressione “Verbo”. Gesù non è un attributo divino, quale appunto si poteva intendere con l’espressione “sapienza” ma è Dio stesso, è Parola, Ragione, Amore fatto Persona. Con l’Incarnazione Dio smette di essere un’idea di qualche filosofo o pensatore e si autorivela agli uomini nella sua vera identità.

Per questo, ed è l’altra verità fondamentale, noi siamo realmente benedetti. Difatti, senza alcuna pretesa di superiorità o di polemica sterile, noi cristiani possiamo affermare con certezza di aver ricevuto un Dono che non ha eguali in altre religioni. Se ci addentriamo nei testi principali dell’Islam, del Buddismo, dell’Induismo, dell’Ebraismo… noi non troviamo nulla di simile a quello che esprime il Vangelo odierno. Noi cristiani siamo smisuratamente benedetti, cioè ci è capitata una Grazia così straordinaria che sovente facciamo fatica ad accettarla, tanto è incommensurabile.

Lo diceva molto bene Papa Francesco: “Il Vangelo, con il Prologo di San Giovanni, ci mostra la novità sconvolgente: il Verbo eterno, il Figlio di Dio, «si fece carne» (v. 14). Non solo è venuto ad abitare tra il popolo, ma si è fatto uno del popolo, uno di noi! Dopo questo avvenimento, per orientare la nostra vita non abbiamo più soltanto una legge, una istituzione, ma una Persona, una Persona divina, Gesù, che ci orienta la vita, ci fa andare sulla strada perché Lui l’ha fatta prima” (Angelus 5 gennaio 2020).

E poi prosegue il Papa: “San Paolo benedice Dio per il suo disegno d’amore realizzato in Gesù Cristo (cfr Ef 1,3-6.15-18). In questo disegno ognuno di noi trova la propria vocazione fondamentale. Qual è? Così dice Paolo: siamo predestinati ad essere figli di Dio per opera di Gesù Cristo. Il Figlio di Dio si fece uomo per fare noi, uomini, figli di Dio. Per questo il Figlio eterno si è fatto carne: per introdurci nella sua relazione filiale con il Padre” (Angelus 5 gennaio 2020).

Seguendo lo stesso pensiero, anche voi sposi trovate nel Natale la vostra altissima vocazione di essere introdotti in una relazione altrettanto speciale con Gesù. Quella di essere nientemeno una reale ripresentazione del Mistero di Betlemme. Lo ha espresso con parole assai audaci San Giovanni Paolo II: “L’analogia del matrimonio, come realtà umana, in cui viene incarnato l’amore sponsale, aiuta in certo grado e in certo modo a comprendere il mistero della grazia come realtà eterna in Dio e come frutto «storico» della redenzione dell’umanità in Cristo” (Udienza del 29 settembre 1982).

L’incarnazione del Verbo si riflette, in modo certamente analogico ma reale, nell’amore sponsale. Per questo voi sposi siete oltremsura benedetti, non per merito o bravura personale, ma per grazia e sovrabbondanza di Dio e di questo dovete esserne fieri e lieti.

Cari sposi, se il tempo di Natale ve lo permette, vi invito a portare nella preghiera questa meravigliosa realtà: l’Incarnazione del Verbo è divenuta parte della vostra relazione di amore per la grazia del sacramento del matrimonio.

ANTONIO E LUISA

Ricordo un Natale di qualche anno fa, con i bambini piccoli, la casa in disordine e la stanchezza addosso. Io e mia moglie avevamo discusso per sciocchezze, il cuore era tutto fuorché “spirituale”. Poi, la sera, davanti al presepe, ci siamo presi per mano in silenzio. Niente parole alte, solo una presenza. In quel momento ho capito che il Natale non chiede coppie perfette, ma coppie vere. Anche il nostro amore fragile, riconciliato, diventava spazio perché Gesù nascesse di nuovo. Non come idea, ma come vita incarnata dentro la nostra storia.

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Tobia non è una favola: quando Dio entra nelle storie complicate /1

«Per tutta la mia vita ho camminato per le vie della verità e della giustizia» (Tb 1,3)

«Ma accadde che, mentre dormivo, del guano di passeri cadde sui miei occhi e divenni cieco» (Tb 2,10)

«Meglio per me morire che vivere, perché ho ascoltato false accuse e sono oppresso da grande tristezza» (Tb 3,6)

Iniziamo oggi una serie di 10 articoli su Tobia e Sara. Il libro di Tobia si apre così: con la fedeltà di un uomo giusto e con una sofferenza che sembra inspiegabile. È da qui che inizia anche il nostro cammino di sposi. Il libro di Tobia non inizia come una storia romantica. Inizia con un uomo giusto a cui va tutto storto.

Tobi è fedele alla Legge, onesto, misericordioso. Aiuta i poveri, seppellisce i morti, educa suo figlio al timore di Dio. È uno di quelli che oggi diremmo: “una brava persona”. Eppure, nel giro di poco tempo, perde tutto ciò che dava sicurezza alla sua vita: la salute, il lavoro, la stima sociale. Diventa cieco.

Questo è il primo messaggio forte per gli sposi: la fedeltà non è una polizza assicurativa contro il dolore.

Molti entrano nel matrimonio con un’idea silenziosa ma potente: Se facciamo le cose per bene, se ci impegniamo, se siamo cristiani… allora andrà tutto bene. Quando poi arrivano la stanchezza, la fatica economica, i figli che scombinano gli equilibri, le ferite non risolte, quella convinzione crolla. E con essa spesso crolla anche la fiducia.

Dal punto di vista dell’Analisi Transazionale, qui emerge un copione di vita molto diffuso: il copione del “bravo bambino”. È la convinzione inconscia secondo cui, se mi comporto bene, se faccio ciò che è giusto, sarò protetto dalla sofferenza. Quando questo copione viene smentito dalla realtà, l’Io Bambino di uno o di entrambi gli sposi va in crisi. E spesso prende il comando un Genitore critico interiore che accusa: Dio, il coniuge, la vita.

Tobi diventa cieco. Ma la sua cecità non è solo fisica. È simbolica. È la cecità di chi non capisce più cosa stia succedendo. Di chi pensa: Non me lo merito. Quante coppie arrivano lì. Non perché non si amino più, ma perché non riconoscono più il senso di ciò che stanno vivendo. Si sente dire: Abbiamo fatto tutto quello che dovevamo fare… eppure siamo qui. Quante persone si sentono tradite dal coniuge e anche da Dio

Il libro di Tobia ha il coraggio di dirlo: la vita giusta non è una vita facile. E il matrimonio cristiano non è una favola benedetta, ma una vocazione incarnata, reale, esposta. Abitata da Dio che va però accolto in una relazione adulta.

Dentro questa fatica entra Anna, la moglie di Tobi. Anche lei è stanca, ferita, umiliata. Deve lavorare per mantenere la famiglia. E quando viene accusata ingiustamente, reagisce. Le parole tra lei e Tobi diventano dure. Non perché non si amino, ma perché il dolore non elaborato cerca sempre un colpevole.

Qui l’Analisi Transazionale ci aiuta molto. Quando l’Adulto è sopraffatto dalla sofferenza, emergono stati dell’Io contaminati:
– il Genitore critico che giudica
– il Bambino ferito che si difende o attacca

Il conflitto coniugale, in questi momenti, non è un segno di fallimento, ma un segnale di sovraccarico emotivo. Tobi e Anna non sanno come gestire ciò che sta accadendo. E non lo mascherano. La Bibbia non edulcora. Non spiritualizza troppo in fretta. Questo è fondamentale per gli sposi: Dio non entra solo nelle coppie “che funzionano”, ma anche in quelle che non capiscono più come fare.

Il punto decisivo arriva quando Tobi prega. Non una preghiera devota. Una preghiera disperata. Chiede di morire. È forte dirlo, ma è vero: ci sono momenti in cui non chiediamo a Dio di salvarci, ma solo di farci smettere di soffrire.

Eppure, proprio lì, il testo dice una cosa sorprendente: Dio ascolta. Non perché Tobi prega bene. Non perché è spiritualmente forte. Ma perché è vero.

Questo è un passaggio chiave anche psicologicamente. Quando una persona smette di recitare il ruolo del “forte” o del “giusto” e si permette di essere fragile, l’Io Adulto può tornare a respirare. La fede matura non nasce dal controllo, ma dall’affidamento.

Il libro di Tobia ci dice subito che Dio non entra nella storia per evitare il dolore, ma per camminarci dentro. Il matrimonio non è il luogo in cui tutto va bene, ma il luogo in cui si impara a restare veri anche quando va male.

Questo primo capitolo è una liberazione per gli sposi.
Dice: non siete sbagliati perché fate fatica.
Dice: non avete fallito perché soffrite.
Dice: Dio non è assente quando non capite.

Tobia non è una favola. È una storia vera. Ed è proprio per questo che può diventare una buona notizia per chi si è sposato. Nei prossimi nove articoli andremo a fondo del significato umano e psicologico di questa vicenda. Perchè racconta tanto di noi.

Antonio e Luisa

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Alla fine di questo pellegrinaggio

Ormai vicini alla chiusura del Giubileo della Speranza, che avverrà il 6 gennaio e che ha visto tutta la Chiesa affrontare un percorso spirituale durante quest’anno speciale di grazia, condividiamo con tutti voi l’ultima beatitudine scaturita dall’aver intrapreso insieme il santo viaggio della relazione sponsale e familiare:

 “BEATI SIETE VOI, SPOSI PELLEGRINI, SE SCOPRIRETE CHE IL PELLEGRINAGGIO SPONSALE È GUIDATO ANCHE DAL SILENZIO, IL SILENZIO DELLA PREGHIERA RECIPROCA, CHE APRE LA PORTA AL CUORE DEL NOSTRO SPOSO GESÙ”

Solitamente ogni pellegrinaggio è guidato da un professionista in grado di affiancare, accompagnare e condurre il pellegrino durante tutta l’esperienza. Nel matrimonio cristiano certamente la prima guida è lo Spirito Santo, che consacra la relazione il giorno delle nozze. È Lui che ha “abitato” le soste silenziose che, durante questo anno, abbiamo fatto.

Cari sposi, senza lo Spirito di verità non saremmo in grado di affrontare nessun cammino poiché come ci dice Giovanni “Egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future” (Gv 16,13).

Un pellegrinaggio non porta soltanto in un luogo sacro ma catapulta in uno stato dell’anima, proprio per questo al ritorno non si è mai gli stessi. Nonostante viviamo in un’epoca di accelerazione, algoritmi e produttività rapida, quest’anno abbiam cercato di “assaporare” la lentezza, l’incertezza e la vulnerabilità. Tutto ciò fa parte di ogni pellegrinaggio, proprio perché porta con sé una trasformazione.

Vogliamo lasciarvi, allora, qualche “regola” che abbiam tirato fuori verificando la trasformazione che è avvenuta, in questo periodo, alla nostra relazione:

  • Sposi, partite anche senza essere pronti perché lo zaino peserà comunque e la paura sarà sempre lì. Ma è proprio l’atto di partire insieme, cioè di ricevere il Sacramento del Matrimonio, che vi apre ad una relazione fertile e sempre nuova;
  • Sposi, se fallite ringraziate perché il fallimento quotidiano spoglia la relazione da ogni illusione di essere perfetti. Solo cadendo e rialzandosi insieme si impara davvero a camminare insieme;
  • Sposi, scoprite la solitudine fertile che non è isolamento ma è un dialogo intimo tra anime che non sempre si riesce a “sentire”: il silenzio non è una minaccia ma è guida e compagno, soprattutto quando nasce dalla preghiera reciproca;
  • Sposi, vivete il presente come non mai. Il pellegrinaggio è come una macchina che riporta all’adesso, al qui ed ora: respiro, passo, dolore, resistenza. Nella relazione familiare tutto ciò si intreccia in una meditazione incarnata che nessuna app di mindfulness potrà mai fare;
  • Sposi, trasformate il dolore in resilienza facendo di ogni “vescica” non una sofferenza sterile ma il “carburante” affinchè il restare insieme renda visibile che si può sopportare molto di più di quanto si creda;
  • Sposi, abbracciate l’ospitalità radicale poiché durante il cammino si incontra l’umanità nuda di entrambi ma anche di altri. Offrite l’acqua del puro amore anche a sconosciuti e lasciate le porte del cuore aperte senza chiedere nulla. Tale ospitalità è l’antidoto all’individualismo della società moderna e la manifestazione della presenza del Regno di Dio;
  • Sposi, accettate l’inutilità sacra. A volte, camminando si sentono delle voci comuni sulla relazione di coppia, del tipo “non produce”, “non accumula”, “non monetizza”. Proprio per questa apparente inutilità ogni relazione sponsale è sacra e conduce a scoprire che il suo valore non sta nell’output ma nella sua interiorità;
  • Sposi, collezionate le vertigini che vengono quando si incontra un bivio. Dio sta dando un’ulteriore possibilità di libertà, purché si continua a camminare insieme;
  • Sposi, imparate l’arte del lasciar andare ciò che pesa sulla relazione: uno zaino troppo pieno di egoismo, di convinzioni, di maschere. Si cammina più veloci con meno “Io” e più “Noi”;
  • Sposi, ritornate sempre a casa da pellegrini cioè mantenendo sempre vivo lo sguardo del viandante nella routine giornaliera, con meno automatismi e più autenticità.

Siamo convinti che quest’anno giubilare ha portato, e porterà ancora, i suoi “frutti di speranza” se il pellegrinaggio personale e di coppia vi ha condotto ad una rivoluzione esistenziale.

Cari sposi in un mondo che vi vuole consumatori di cose materiali, scegliete di essere pellegrini di sparanza; in una società che vi vuole celeri nel competere, scegliete la lentezza nell’aspettare i tempi dell’altro; in una cultura che vi vuole connessi 24 ore, 7 giorni su 7, scegliete il silenzio della preghiera. Siate sposi cristiani che fanno della povertà umana la loro ricchezza.

Quando vi sembra che Dio vi abbia tolto tutto, in realtà vi sta dando tutto se stesso. E allora scoprirete che il vero pellegrinaggio non è da un luogo all’altro della terra, ma è un pellegrinaggio interiore: dal fuori al dentro, dalle cose al cuore. Ah, come diversamente pensa il mondo! Se solo esso sapesse che avere Dio è possedere tutto, come vivrebbe più felice già fin da ora, pur in mezzo alle mille tempeste dell’esistenza! Dio lo si può trovare, non è lontano: vive nel cuore dell’uomo in grazia. Occorre solo mettersi in cammino, e la strada è la preghiera. Il pellegrino guarda dentro se stesso, sta raccolto, non si turba di fronte alle sventure: ha capito che il Padre non abbandona nessuno, perché Dio è amore. Non vi è più salita né discesa, montagna o avvallamento: egli tiene lo sguardo fisso verso la meta e lì ritrova tutto, ma proprio tutto (dai Racconti di un pellegrino russo)

Ricordatevi che essere sposi pellegrini, cioè che si sforzano di far crescere la loro relazione d’amore orientandola verso l’Alto, vi renderà liberi di vivere il Sacramento nuziale nella verità dello Spirito fino al giorno in cui ritorneremo, pellegrini, dal nostro Sposo Gesù.  

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposi

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Uomini e Donne: La Vera Libertà tra Amore e Relazioni

Oggi, 1° gennaio, la Chiesa non apre l’anno nuovo parlando di programmi, obiettivi o performance. Lo apre mettendo al centro una donna. Maria, Madre di Dio. Non una donna potente secondo i criteri del mondo, non una donna “arrivata”, non una donna che si è salvata da sola. Ma una donna che ha accolto una relazione, che ha detto sì a un Altro, che ha permesso a Dio di entrare nella sua vita, nel suo corpo, nella sua storia.

È un inizio d’anno profondamente controcorrente. Perché mentre tutto intorno a noi ci spinge a essere autosufficienti e indipendenti, la Chiesa ci ricorda che la salvezza è passata da una relazione, da un grembo, da una fiducia. Non dalla forza, ma dall’accoglienza.

Viviamo invece immersi in una cultura che esalta l’indipendenza come valore assoluto. Donne e uomini chiamati a essere autonomi, performanti, realizzati. Il messaggio è chiaro: chi ha bisogno è debole; chi si basta da solo è forte. L’emancipazione, da strumento di libertà, rischia così di diventare un imperativo che non ammette fragilità.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: persone competenti, brillanti, di successo, che però vivono una solitudine profonda. Una solitudine che non si dice, perché stona con l’immagine vincente. Il lavoro diventa allora il luogo principale di identità, non perché realizzi davvero, ma perché è l’unico spazio in cui sentirsi riconosciuti. Ma il successo, quando non è condiviso con qualcuno di davvero importante, lascia un retrogusto amaro.

Questa mentalità ha inciso profondamente anche sul modo in cui raccontiamo l’amore, la relazione tra uomo e donna, perfino ai bambini. È sintomatico osservare come sono cambiati, nel tempo, i cartoni animati Disney. Un tempo c’era la principessa da salvare, che attendeva il principe azzurro. Un modello certo ingenuo, da purificare, ma che custodiva un’intuizione vera: la vita si gioca nell’incontro con un altro.

Oggi le principesse si salvano da sole. Sono forti, indipendenti, autosufficienti. Raramente si sposano. Spesso non hanno bisogno di nessuno. È una narrazione che vuole essere emancipante, ma che finisce per trasmettere un messaggio sottile: la relazione stabile è un limite, l’altro è un rischio, l’amore è secondario rispetto all’autorealizzazione.

Non si tratta di rimpiangere il passato, ma di leggere i segni dei tempi. Quando il maschio viene raccontato prevalentemente come una minaccia e la donna come qualcuno che deve liberarsi dalle relazioni per non essere sottomessa, qualcosa si rompe. Non nasce una libertà più grande, nasce una diffidenza strutturale. E la diffidenza non genera felicità, genera solitudine.

Il discorso è complesso, soprattutto in una società che ha giustamente combattuto per l’emancipazione femminile. È sacrosanto che una donna abbia le stesse opportunità nel lavoro, nella carriera, nella vita pubblica. Ma è altrettanto vero che la donna possiede una capacità unica: generare vita. Non riconoscerlo non è progresso, è riduzione.

La vera libertà non è scegliere contro la propria natura, ma poterla vivere senza essere penalizzati. Una donna deve essere libera di lavorare e realizzarsi professionalmente, senza dover rinunciare alla maternità se la desidera. E deve essere altrettanto libera di scegliere di dedicarsi alla famiglia senza essere guardata come una persona “non emancipata”.

Il problema nasce quando l’emancipazione diventa pressione. Quando il successo lavorativo diventa l’unico metro di valore. Quando una donna sente di dover dimostrare di valere producendo, performando, competendo. In questo scenario, la maternità non appare più come una possibilità feconda, ma come un intralcio.

Tutte le donne devono essere madri? No. Sarebbe una violenza dirlo. La maternità non è un obbligo, è il frutto di un amore che genera. Ma una cosa va detta con chiarezza: una donna che ama è sempre madre. Non necessariamente nel senso biologico, ma nel senso più vero e profondo. Ogni donna che si spende nel dono di sé è generativa. Genera vita dove vive: nelle relazioni, nel lavoro, nelle amicizie, nella comunità. La maternità è prima di tutto una postura del cuore, una capacità di accogliere, custodire, far crescere l’altro.

Ma allora la domanda vera è: quando siamo davvero liberi?

Siamo liberi quando possiamo amare senza doverci difendere, quando possiamo donarci senza paura di perderci. Perché l’amore autentico non toglie, ma fa esistere. E in questa logica, uomini e donne, ciascuno con la propria specificità, scoprono che la fecondità non è un’opzione tra le altre, ma il segno più vero di una vita riuscita.

Uomini e donne siamo creati per amare ed essere amati. Questa è la nostra verità più profonda. Il lavoro non è il fine della vita, ma una conseguenza dell’amore vissuto. È sentirsi amati che ci rende creativi, forti, capaci di affrontare il mondo.

Il matrimonio, in questo senso, non è una gabbia ma il luogo in cui possiamo finalmente smettere di recitare. È lo spazio in cui siamo amati per ciò che siamo, non per ciò che facciamo. Quando è vissuto pienamente, il matrimonio diventa fecondo: genera vita, speranza, stabilità, capacità di dono. E tutto questo ricade anche nel lavoro, rendendolo più umano.

Non possiamo darci la felicità da soli. Vale per la donna e vale per l’uomo. Maria, Madre di Dio, ce lo ricorda oggi con la sua vita: la grandezza non sta nell’autosufficienza, ma nell’amore accolto. Come scriveva San Giovanni Paolo II: “Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna. Con la percezione che è propria della tua femminilità tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani.”

Forse il vero augurio per l’anno nuovo non è diventare più indipendenti, ma più capaci di relazione. Perché è lì che si gioca la vita.

Antonio e Luisa

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“Follow me” – Seguimi

È il primo giorno di un nuovo anno, dono del Signore. Un giorno carico di speranza, progetti, propositi. È bello poter dire, con fiducia e abbandono, «Desidero camminare dietro a Te, nei prossimi giorni, nelle prossime settimane, nei prossimi mesi». E già sappiamo che Lui, non potrà che invitarci nuovamente e terneramente, come se dicesse ad ognuno di noi: «Follow me, seguimi».

Questo stesso bellissimo invito è il nome di un’app davvero interessante. Nel mondo digitale in cui viviamo, dove le notifiche si intrecciano con gli impegni e le relazioni spesso passano attraverso lo schermo, nasce un desiderio profondo: che la fede non resti relegata alle mura della chiesa ma diventi viva nel quotidiano, viva nella rete, vicina alle persone.

È con questo spirito che ha preso vita “Follow Me App”, un’applicazione cattolica pensata per valorizzare momenti di preghiera, cultura e fraternità, rendendoli visibili, condivisibili e accessibili a tutti. L’obiettivo non è solo quello di aggregare eventi quanto di costruire un “ponte tra sacro e sociale”, dove l’app diventa spazio e luogo e il digitale serve all’incontro, senza sostituirlo.

Immaginiamo, infatti, uno spazio digitale che non cancelli la distanza ma la colmi; che non sostituisca la comunità reale, ma la amplifichi. Un’app in cui ogni persona, ogni gruppo parrocchiale, ogni anima assetata di fede e condivisione possa segnare un incontro di preghiera o un momento culturale e farlo conoscere a chi non lo conosce ma lo sta cercando. Questa è Follow Me App, un’idea che, attraverso gli smartphone, diventa realtà concreta.

Quando si apre Follow Me App, si vedono la mappa e la lista di eventi, filtrabili per argomento e località: momenti di preghiera, catechesi, incontri culturali, laboratori, meditazioni, concerti sacri o di Christian Music. È bello pensare che ogni evento abbia dietro un volto: un parroco, un gruppo giovani, una associazione culturale, un laico che vuol condividere bellezza e spiritualità. Follow Me App diventa così strumento 2.0 di spiritualità, bacheca culturale, community in cammino.

Ma non è solo “visualizzare eventi”. Gli eventi in Follow Me App sono facilissimi da inserire: ciascuno può proporre un incontro, inserire titolo, descrizione, orario, luogo (magari con mappa), contatti, fotografie, modalità di partecipazione. In questo modo l’evento è già vivo prim’ancora che avvenga, come una promessa.

Dal punto di vista cristiano, dunque, Follow Me App può incarnare la bellezza evangelica di una Chiesa che non è solo edificio liturgico ma popolo pellegrino. Offrire una piazza digitale di incontri è testimoniare che la fede non ha paura della cultura dominante, di non essere capita o rifiutata. Follow Me App è anzitutto dire: «Ecco, qui si fa esperienza di Dio nel tempo e nello spazio della nostra vita quotidiana».

È annunciare che la Grazia non è contenuta solo nelle mura di una chiesa o di una casa ma cammina, discute, si intreccia alla società contemporanea. Follow Me App, così, si affianca alla già conosciuta Hallow (app per la preghiera e la meditazione guidata) e a Rege o Maria (di cui avevo parlato qui). Disse Papa Benedetto XVI in occasione XLIII Giornata Mondiale delle comunicazioni sociali di domenica 24 maggio 2009:

Questo desiderio di comunicazione e amicizia è radicato nella nostra stessa natura di esseri umani e non può essere adeguatamente compreso solo come risposta alle innovazioni tecnologiche. Alla luce del messaggio biblico, esso va letto piuttosto come riflesso della nostra partecipazione al comunicativo ed unificante amore di Dio, che vuol fare dell’intera umanità un’unica famiglia. Quando sentiamo il bisogno di avvicinarci ad altre persone, quando vogliamo conoscerle meglio e farci conoscere, stiamo rispondendo alla chiamata di Dio – una chiamata che è impressa nella nostra natura di esseri creati a immagine e somiglianza di Dio, il Dio della comunicazione e della comunione.

La tecnologia a servizio del Bene, insomma, può diventare segno. Segno che la fede non è un’idea ma la versione in pienezza della vita dell’anima. Segno che la città spirituale e la città reale – come affermava Sant’Agostino – non sono separate ma dialogano. Segno che chi crede ha anche cura del bello, della cultura, dell’incontro. Se le varie app hanno dietro di esse una comunità che crede nella missione, non come gadget quanto piuttosto come servizio, allora non sono solo e tanto “app cattoliche” ma vero e proprio “spazio ecclesiale digitale”. Sereno 2026 a tutti noi, sempre seguendo il Buon Dio!

Fabrizia Perrachon

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Fare memoria del bene: il tesoro nascosto del matrimonio

Questo è l’ultimo articolo dell’anno. E non poteva che essere un invito semplice, ma decisivo: fermarsi e fare memoria del bene ricevuto.

Quando un anno si chiude, siamo spontaneamente portati a ricordare ciò che è mancato: le discussioni, le incomprensioni, le fatiche che non avremmo voluto vivere. È un riflesso umano. Ma non è l’unico sguardo possibile. La fede ci educa a uno sguardo diverso, più vero e più fecondo: quello che sa riconoscere il bene ricevuto e custodirlo come una ricchezza per il futuro. Perché chi inizia un nuovo anno con riconoscenza, ama meglio. C’è un breve racconto che dice tutto questo con una forza disarmante.

Un sacerdote viene trasferito in una nuova parrocchia. Tra le prime famiglie che incontra ce n’è una molto presente nella vita comunitaria. Viene invitato a cena. Durante la serata resta colpito dall’intesa evidente tra i due sposi: uno di quegli amori che non hanno bisogno di essere esibiti, perché si percepiscono nei gesti, nei silenzi, negli sguardi.

Prima di congedarsi, il sacerdote fa una domanda diretta, quasi provocatoria: Ma anche a voi capita di litigare? Ci sono momenti di tensione e di crisi? Risponde lei, senza esitazione: Certo che sì, caro don. Ma abbiamo un segreto. Il nostro tesoro.

Si alza, entra in un’altra stanza e torna con un diario in mano. Vede questo quaderno? Qui annoto tutte le volte che mio marito mi ha voluto bene. Ogni gesto, ogni parola, ogni attenzione. E quando litighiamo, vado in camera, lo prendo, lo sfoglio. E mi torna subito il desiderio di fare pace. Di ricominciare.

Questo racconto è semplice. Ma è profondamente vero. E ci mette davanti a una domanda scomoda: noi cosa custodiamo nel cuore?

Diciamocelo con onestà: siamo bravissimi a ricordare le mancanze dell’altro. Le archiviamo con precisione. Le teniamo pronte. Le tiriamo fuori al momento giusto. E siamo altrettanto bravi a dare per scontato il bene: tutte le volte in cui nostro marito o nostra moglie ci ama davvero, si fa servizio, si fa cura, si fa presenza, si fa tenerezza. Quelle volte spesso scivolano via senza lasciare traccia. Eppure è proprio lì che si gioca la qualità di un matrimonio.

Non basta “fare memoria” in modo generico. Esiste un verbo molto più forte: ricordare. Un verbo che, nella sua etimologia, rimanda al cuore. Re-cordari: richiamare al cuore. Rendere presente oggi un bene che è stato donato ieri. Non come nostalgia, ma come forza attuale.

Ricordare significa riportare nel cuore tutte le volte che siamo stati guardati con amore. Tutte le volte che siamo stati accolti. Tutte le volte che una parola ci ha rialzati. Tutte le volte che il corpo dell’altro è stato casa e non pretesa. Tutte le volte che siamo stati perdonati. Tutte le volte che abbiamo sperimentato la bellezza di essere amati anche quando non ce lo meritavamo.

Questo non cancella le ferite. Ma impedisce alle ferite di diventare l’unica verità.

Costruire questo tipo di memoria significa creare un tesoro. Un capitale spirituale e affettivo da cui attingere nei momenti difficili. Perché arriveranno. Arrivano sempre. Ci saranno giorni in cui l’altro non sarà capace di darci nulla. Giorni in cui ci sembrerà povero, distante, faticoso da amare. È lì che il ricordo del bene diventa salvezza.

Quando attingiamo a quel tesoro, diventa più difficile lasciarsi dividere dal non-amore del momento. Perché sappiamo che l’amore c’è, anche se in quel tratto di strada non si vede. È custodito nei gesti passati che continuano a nutrire il presente.

Ecco perché questo ultimo articolo dell’anno non è un bilancio, ma un invito. Prima di entrare nel nuovo anno, fermatevi. Prendete il vostro “diario”. Anche solo simbolicamente. E chiedetevi: quale bene ho ricevuto?

Chi inizia così, non parte da zero. Parte da una ricchezza. E può amare con più libertà, con più verità, con più riconoscenza.

Antonio e Luisa

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Un sacco piccolo ma abitato

Dai «Discorsi» di san Bernardo, abate (Disc. 1 per l’Epifania, 1-2; PL 133, 141-143) Si sono manifestate la bontà e l’umanità di Dio Salvatore nostro (cfr. Tt 2, 11). […] Dio Padre ha inviato sulla terra un sacco, per così dire, pieno della sua misericordia; un sacco che fu strappato a pezzi durante la passione perché ne uscisse il prezzo che chiudeva in sé il nostro riscatto; un sacco certo piccolo, ma pieno, se ci è stato dato un Piccolo (cfr. Is 9, 5), in cui però «abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Col 2, 9). Quando venne la pienezza dei tempi, venne anche la pienezza della divinità. […] Nulla mostra maggiormente la sua misericordia che l’aver egli assunto la nostra stessa miseria. Signore, che è quest’uomo perché ti curi di lui e a lui rivolga la tua attenzione? (cfr. Sal 8, 5; Eb 2, 6). Da questo sappia l’uomo quanto Dio si curi di lui, e conosca che cosa pensi e senta nei suoi riguardi. Non domandare, uomo, che cosa soffri tu, ma che cosa ha sofferto lui. Da quello a cui egli giunse per te riconosci quanto tu valga per lui, e capirai la sua bontà attraverso la sua umanità. Come si è fatto piccolo incarnandosi, così si è mostrato grande nella bontà; e mi è tanto più caro quanto più per me si è abbassato. Si sono manifestate – dice l’Apostolo – la bontà e l’umanità di Dio nostro Salvatore (cfr. Tt 3, 4). Grande certo è la bontà di Dio e certo una grande prova di bontà egli ha dato congiungendo la divinità con l’umanità.

Nell’Ottava del Santo Natale la Chiesa ci offre approfondimenti sul mistero dell’Incarnazione tratta da vari santi, e così facendo ci insegna un metodo che questo mondo moderno ha dimenticato: la contemplazione. La modernità ci ha abituati al tutto e subito, ci vuole assuefatti al vivere al 100% le emozioni (cosa che fanno i bimbi piccoli) quali che esse siano… se questa mattina è Natale allora che festa sia, se il pomerigggio sei triste per un motivo qualsiasi allora vivi la tristezza del momento; oggi sei incavolato col vicino e allora che arrabbiatura sia, se il giorno dopo sei contento perché arriva il pacco di Amazon tanto aspettato allora evviva il pacco, nel frattempo resti arrabbiato col vicino ma con la gioia del pacco di Amazon, e via di questo passo. Senza tregua da un’emozione all’altra, da uno stato d’animo all’altro in un battibaleno, da un selfie all’altro senza far funzionare più nemmeno la memoria visiva di quegli attimi perché tanto li puoi rivedere sul cellulare.

Ma l’uomo ha bisogno di vivere con tutto se stesso, il cuore dell’uomo ha bisogno di starci dentro alle esperienze, ha bisogno di sedimentare nell’animo le cose fondamentali e belle della vita, di farle proprie, ha bisogno di nutrire cuore, corpo e anima, non ha bisogno del mordi e fuggi… questo lo fanno le galline beccando ora qui ora là con disinvoltura poiché per esse non fa differenza il “qui” o il “là”.

La Chiesa ci è madre e conosce bene il cuore dell’uomo, per questo ci insegna la via della contemplazione, la via del sedimentare, la via del serbare nel silenzio del cuore (alla stregua di Maria), la via del custodire nel segreto dell’anima… è la via che ci insegnano i santi, quella cioè della continua commemorazione, del continuo ri-cordare : deriva dal latino recordāri, formato dal prefisso re- (di nuovo, indietro) e cor, cordis, che significa “cuore”; letteralmente “ricordare” significa “richiamare al cuore”.

E cosa dobbiamo richiamare al cuore in questi giorni dell’Ottava? Il grande mistero dell’Incarnazione, esso è talmente grande che non potremo mai conoscerlo fino in fondo, perciò è necessario riportare al cuore giorno dopo giorno un aspetto del mistero che abbiamo celebrato. La Chiesa fa sempre così: non aspetta che l’uomo sia pronto (non lo sarà mai abbastanza) per celebrare un mistero poiché è infinito mentre la nostra natura è finita, ma glielo offre subito come realtà presente che salva, da accogliere e celebrare ma che poi ha bisogno giorno dopo giorno di essere assorbita e contemplata e vissuta.

Del resto noi sposi ne siamo un esempio vivo, la Chiesa non ci ha donato il Sacramento del Matrimonio come un premio alla fine di un percorso, alla stregua di una patente, ma ce lo ha offerto subito come realtà salvante all’inizio del percorso matrimoniale. Spetta a noi sposi poi il compito di non abbandonare questo dono nello scaffale dei dimenticati, di non lasciarlo lì ad accumulare la polvere, spetta a noi la fatica del ri-cordare continuamente il dono ricevuto.

Da quello a cui egli giunse per te riconosci quanto tu valga per lui, e capirai la sua bontà attraverso la sua umanità. San Bernardo qui ci insegna a guardare al nostro coniuge con questi occhi: riconoscere il valore del mio coniuge con gli occhi di quel Dio che si fa bambino pur di salvarci… Nulla mostra maggiormente la sua misericordia che l’aver egli assunto la nostra stessa miseria.

Con questo sguardo nel cuore, giorno dopo giorno, riusciamo a contemplare non solo la bellezza del coniuge che il Signore ci ha consegnato, ma anche la grandiosità di un Dio che preferisce farsi piccolo pur di abitare nel cuore degli uomini.

Dio Padre ha inviato sulla terra un sacco, per così dire, pieno della sua misericordia; un sacco che fu strappato a pezzi durante la passione perché ne uscisse il prezzo che chiudeva in sé il nostro riscatto; un sacco certo piccolo, ma pieno, se ci è stato dato un Piccolo (cfr. Is 9, 5), in cui però «abita corporalmente tutta la pienezza della divinità».

Noi sposi sacramentati siamo presenza reale di Gesù l’uno per l’altra ed insieme per il mondo, dobbiamo quindi vivere come se fossimo quel sacco a cui allude san Bernardo, un sacco certamente piccolo, talmente piccolo da voler abitare in due sposi fragili ed imperfetti, ma un sacco che contiene un Dio vivo, una presenza che salva.

Coraggio sposi, sfruttiamo questi giorni dell’Ottava di Natale per aprire questo sacco.

Giorgio e Valentina

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Le emozioni autentiche: la porta d’ingresso alla verità di sé

Inizio oggi una serie di articoli per trattare le emozioni. Nel cammino personale, relazionale e spirituale c’è un passaggio decisivo che spesso viene sottovalutato: imparare a riconoscere le emozioni autentiche, chiamate in Analisi Transazionale anche emozioni primarie. Sono emozioni di base, universali, presenti in ogni essere umano: gioia, tristezza, rabbia, paura, disgusto e sorpresa. Non dipendono dal carattere, dall’educazione ricevuta o dal livello di maturità spirituale. Appartengono all’essere umano in quanto tale e precedono ogni costruzione culturale, morale o religiosa. Eppure, paradossalmente, sono proprio le emozioni che più fatichiamo a sentire e a nominare.

In Analisi Transazionale un’emozione autentica non coincide mai con l’impulsività o con una reazione incontrollata. Ha caratteristiche precise: è proporzionata alla situazione che la genera, è temporanea, non invade tutta la persona e orienta all’azione sana. La rabbia autentica segnala che un confine è stato violato; la tristezza autentica segnala una perdita; la paura autentica protegge la vita; la gioia autentica nasce dall’incontro vero; la sorpresa autentica ci rende disponibili all’azione inattesa di Dio e dell’altro; il disgusto autentico custodisce la dignità, aiutandoci a dire un no sano a ciò che non è buono per noi. Se ascoltate, le emozioni autentiche non distruggono, ma orientano. Il problema nasce quando non le riconosciamo o quando le sostituiamo con qualcos’altro.

Molti di noi non sono stati educati a sentire le emozioni, ma ad adattarsi. Da bambini abbiamo imparato molto presto che alcune emozioni non erano accettabili, non erano benvenute o mettevano a rischio il legame con le persone importanti. Così abbiamo iniziato a sostituirle.

In Analisi Transazionale queste sostituzioni si chiamano emozioni parassite: emozioni apprese, emozioni “di copertura”, che prendono il posto di quelle autentiche perché più sicure dal punto di vista relazionale. Succede allora che al posto della tristezza mostriamo rabbia, al posto della paura mostriamo controllo, al posto del bisogno mostriamo autosufficienza, al posto del dolore mostriamo distacco o ironia. Non è una colpa, è una strategia di sopravvivenza. Ma ciò che ci ha protetti da piccoli, da adulti spesso ci allontana da noi stessi e dagli altri.

Dal punto di vista cristiano questo tema è centrale, anche se spesso frainteso. La fede cristiana afferma l’unità della persona: corpo, psiche e spirito non sono compartimenti separati. Se Dio si è fatto carne, allora anche le emozioni diventano luogo di rivelazione. Nei Vangeli Gesù non appare mai emotivamente anestetizzato.

Davanti alla tomba di Lazzaro «Gesù scoppiò in pianto» (Gv 11,35): tristezza autentica, non trattenuta, non negata. Di fronte alla durezza dei cuori «guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza del loro cuore» (Mc 3,5), Gesù mostra una rabbia limpida, che nasce dall’amore ferito, non dal bisogno di dominare. Nell’orto degli ulivi prova paura e angoscia: «La mia anima è triste fino alla morte» (Mc 14,34), e chiede che il calice passi, mostrando che la paura autentica non è mancanza di fede, ma espressione piena dell’umanità.

Allo stesso tempo Gesù conosce una gioia profonda e condivisa: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11). Il disgusto autentico emerge quando Gesù smaschera ciò che è falsità e ipocrisia, come davanti ai sepolcri imbiancati e al tempio trasformato in mercato (cf. Mt 23,27; Gv 2,15-16): non disprezzo delle persone, ma rifiuto netto di ciò che corrompe la relazione con Dio e con l’uomo. Persino la sorpresa attraversa i Vangeli, quando Gesù si meraviglia della fede del centurione (Mt 8,10) o dell’incredulità dei suoi (Mc 6,6). Gesù vive emozioni autentiche, non emozioni parassite. Non le nega, non le moralizza, non le spiritualizza per difendersi.

Questo ha conseguenze enormi per la vita di coppia. Molti conflitti non nascono perché “non ci amiamo più”, ma perché non sappiamo più dirci l’emozione autentica. Dietro una rabbia aggressiva spesso si nasconde la paura di non contare, la tristezza per una distanza, il bisogno di essere riconosciuti. Quando una persona riesce a dire l’emozione vera, accade qualcosa di potente: l’altro non si sente più attaccato, ma coinvolto. L’emozione autentica non accusa, espone. E dove c’è esposizione vera, può nascere l’incontro.

Riconoscere le emozioni autentiche non è una tecnica psicologica da applicare né un esercizio di introspezione fine a se stesso. È un cammino di verità che tocca la storia personale, il Bambino interiore, la relazione e anche la fede. Dio non ci chiede di essere forti, ma di essere veri. Questo articolo vuole essere solo un’introduzione. Nei prossimi entreremo, una per una, nelle emozioni autentiche per comprenderle, riconoscerle e imparare a viverle senza distruggere noi stessi o la relazione. Perché la maturità emotiva non è smettere di sentire, ma sentire bene. E da lì, finalmente, amare meglio.

Antonio e Luisa

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Un modello non troppo lontano

Cari sposi, siamo nella gioia interiore perché il Natale ci ha ricordato che “la Sua non è un’apparizione fugace, Egli viene per restare e donare sé stesso” (Papa Leone, Messaggio e benedizione Urbi et Orbi 2025). Il senso profondo di questa solennità è che Gesù è con me sempre e non mi abbandona mai.

Oggi celebriamo un’altra festa che è collocata proprio a ridosso della Natività di Cristo per un motivo ben preciso. Infatti, questo tempo ci ricorda che il Figlio di Dio assume pienamente la condizione umana e la vive in modo concreto, all’interno di una famiglia reale, con relazioni, obbedienza, lavoro, crescita e quotidianità. La Sacra Famiglia manifesta che Dio nasce dentro una famiglia e la vita familiare diventa così luogo di santificazione.

E il Vangelo odierno ci mostra che la santità non è un’astrazione o fuga dalle circostanze in cui ci si trova ma è anzitutto la ricerca della volontà di Dio, di quel Progetto meraviglioso con cui Lui mi ha pensato da sempre. Oggi il focus è tutto su Giuseppe, un uomo che non parla ma si sforza di agire secondo questa volontà.

Il suo grande compito è di custodire, di proteggere Maria e Gesù non solo dalle insidie vere e proprie ma di creare un ambiente di vita degno, sicuro, accogliente. Quanto abbiamo bisogno noi maschi di guardare a quest’uomo davvero virile, completo, maturo! Quanto di Giuseppe ha preso Gesù: nella pazienza con cui ha gestito gli svarioni caratteriali di Pietro & Co., nella laboriosità con cui ha gestito per anni la medesima officina di falegname, nello spirito di preghiera con cui condiva le sue giornate fin dal mattino, nel profondo rispetto con cui ha trattato le donne che ha incontrato ogni giorno… e tanto altro.

Giuseppe ha saputo costruire piano piano la sua “casa” assieme a Maria per educare il loro Figlio e la bussola che l’ha guidato è sempre stata la volontà di Dio. Se per Gesù, il cibo era “fare la volontà del Padre mio” (cfr. Gv 4, 34) da un punto di vista umano questo l’ha imparato da Giuseppe.

Magari qualcuno pensa che la Sacra Famiglia sia un modello di vita esagerato e sproporzionato; tuttavia, è assai confortante constatare che per loro la ricerca e il compimento della Volontà di Dio non è stato mai facile e l’hanno realizzata spesso con fatica e – perché no? – con qualche perplessità, proprio come capita a noi.

Cari sposi, che la grazia del matrimonio, ulteriore segno che Gesù è veramente con voi e vi accompagna sempre, vi aiuti a vivere sempre attenti a restare e permanere nel Sogno che Dio ha pensato su voi come marito e moglie, come famiglia. Illuminanti e motivanti in tal senso sono le parole di Papa Francesco: “Maria, Giuseppe, Gesù: la Sacra Famiglia di Nazareth che rappresenta una risposta corale alla volontà del Padre: i tre componenti di questa famiglia si aiutano reciprocamente a scoprire il progetto di Dio. Loro pregavano, lavoravano, comunicavano” (Omelia 29 dicembre 2019).

ANTONIO E LUISA

San Giuseppe è un vero uomo. E noi uomini tutti, mariti e consacrati, fidanzati e single, possiamo prenderlo ad esempio. Essere uomo non solo piace alla nostre donne ma è ciò che Dio vuole da noi. Un uomo è capace di scelte definitive, un uomo non si risparmia per il bene delle persone che ama, un uomo è una persona di cui ci si può fidare, un uomo è capace di spostare lo sguardo da sè all’altro. Un uomo è capace di sacrificio e trae la sua gioia dalla gioia che riesce a donare a chi ha vicino. Se il paragone con Gesù ci pare troppo pensiamo a San Giuseppe e di quanto sia stato tutte queste cose quando ha portato in salvo e custodito la Santa Famiglia.

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Quando la rabbia non è rabbia

Una storia quotidiana per capire le emozioni parassite

Ogni anno, puntuale come il Natale stesso, arriva anche per noi il momento di andare a fare le compere. È una scena normale, quasi banale, e proprio per questo rivelatrice. Io entro nei negozi con una cosa ben chiara in testa: il budget. Luisa entra con un’altra chiarezza, più emotiva e relazionale: i doni, le persone a cui sono destinati, i gesti che raccontano amore più che numeri. Due sguardi diversi, entrambi legittimi, che ogni anno finiscono per incrociarsi nello stesso punto critico.

Succede così: a un certo momento, quando secondo me Luisa spende troppo, sento crescere dentro una tensione. Non è una rabbia esplosiva, non ci sono parole dure o accuse esplicite. È qualcosa di più sottile. Mi rabbuio. Mi chiudo. Parlo meno. Il tono cambia e, senza bisogno di dirlo, la distanza comincia a farsi sentire.

Luisa lo percepisce subito. Non lo vive come una questione di soldi, ma come un allontanamento emotivo, come se improvvisamente io fossi meno presente, meno in relazione. Negli anni passati questa dinamica ci ha portati spesso allo stesso esito: io convinto di avere ragione, lei ferita, entrambi con la sensazione di non esserci davvero incontrati.

Quest’anno, però, qualcosa è cambiato. Non perché la situazione fosse diversa, ma perché io lo ero. Da tempo sto studiando l’Analisi Transazionale e, in particolare, il tema delle emozioni parassite. In questo approccio si definiscono così quelle emozioni che impariamo a esprimere al posto di quelle autentiche. Non sono emozioni false nel senso morale del termine, ma sostitutive. Le utilizziamo perché sono più familiari, più accettate, spesso imparate molto presto nella nostra storia personale. È come se, crescendo, avessimo capito che alcune emozioni andavano bene e altre no, e avessimo trovato delle scorciatoie emotive per adattarci.

Così, invece di mostrare la paura, mostriamo rabbia; invece della tristezza, ironia; invece del bisogno, chiusura; invece della preoccupazione, irritazione. Le emozioni parassite non nascono per fare male, ma per proteggerci. Il problema è che, nelle relazioni adulte, producono quasi sempre l’effetto opposto: allontanano proprio la persona dalla quale avremmo bisogno di sentirci vicini.

Mentre camminavamo tra i negozi, ho sentito quella sensazione familiare salire dentro di me. Il corpo si irrigidiva, la voglia di parlare diminuiva, il silenzio prendeva spazio. Ma questa volta mi sono fermato. Mi sono fatto una domanda semplice, forse la più onesta che potessi farmi: “Ma io, davvero, sono arrabbiato?”. La risposta è arrivata chiara e inattesa. No, non ero arrabbiato. Quello che sentivo era preoccupazione. Preoccupazione per le spese, per l’equilibrio familiare, per il futuro, per quella responsabilità che sento profondamente mia. La rabbia non era l’emozione autentica, era solo l’emozione che avevo imparato a usare per non mostrare altro.

A quel punto ho fatto qualcosa di diverso dal solito. Non ho parlato di cifre, non ho fatto osservazioni sul “troppo” o sul “bisogna stare attenti”. Ho semplicemente detto la verità emotiva: “Sono preoccupato”. È sorprendente quanto una parola, se è quella giusta, possa cambiare completamente il clima. Luisa non si è difesa, non si è chiusa, non si è sentita accusata. Perché la preoccupazione non attacca, non giudica, non mette distanza. La preoccupazione chiede vicinanza. Da lì è nato un dialogo vero, non perfetto e non risolutivo, ma autentico. Un dialogo che non ci ha separati, ma avvicinati.

Questa esperienza, così semplice e quotidiana, mette in luce una dinamica che riguarda molti di noi. Spesso, proprio quando abbiamo più bisogno di essere accolti, mostriamo un’emozione che respinge. Quando abbiamo bisogno di rassicurazione diventiamo duri, quando abbiamo bisogno di essere capiti diventiamo silenziosi, quando abbiamo bisogno di vicinanza alziamo muri. Le emozioni parassite fanno esattamente questo: ci proteggono creando distanza, e così generiamo più dolore e più sofferenza di quanto sarebbe necessario.

Non è stata una svolta epocale. Una piccola vittoria. Ma quella sera non ci siamo persi, e per una coppia questo è già moltissimo. Riconoscere l’emozione autentica e darle voce è un atto di verità, e la verità, nel matrimonio come in ogni relazione significativa, non divide: costruisce. L’Analisi Transazionale non serve a diventare più controllati o più bravi, ma più umani. E a volte, per amarci meglio, basta imparare a dire non l’emozione che difende, ma quella che, finalmente, chiede di essere accolta.

Antonio e Luisa

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Natale: Un’Occasione per Rinnovare l’Amore

Il Natale è una festività che invita alla riflessione sulla speranza, sulla famiglia e sull’unità. Dio si fa uomo tra gli uomini, si manifesta nella forma più indifesa, un bambino. In un periodo dell’anno in cui si celebra la speranza e la rinascita, può esserci lo spazio per rinnovare le relazioni? anche quelle che sembrano difficili da riparare?

L’amore di coppia è uno dei legami più complessi e significativi che possiamo sperimentare. Quante volte, come Maria e Giuseppe, ci troviamo ad affrontare viaggi faticosi, costellati di incognite e imprevisti? Pensiamo, ad esempio, alla distanza tra Nazaret e Betlemme: un cammino di circa 130–150 chilometri che, a piedi o a dorso di un asino, richiedeva dai quattro ai sette giorni di viaggio. Se a questo aggiungiamo la gravidanza di Maria, non possiamo che ammirare la fiducia reciproca che univa i due e l’amore profondo necessario per affrontare un percorso fatto non solo di felicità e condivisione, ma anche di fatica, difficoltà e incomprensioni.

Sempre più spesso, nelle nostre esperienze di coppia, quando non conosciamo strumenti adeguati utili ad affrontare i momenti critici o quando perdiamo di vista il progetto iniziale della relazione, smarriamo le nostre coordinate interiori. In questo spazio di smarrimento trovano terreno fertile sentimenti come frustrazione, delusione e sconforto. Nei casi più dolorosi, tutto questo conduce alla separazione. Eppure, la separazione non è sempre l’unica strada possibile. In certi casi, può diventare anche un’occasione di crescita, di riflessione e persino di rinascita.

In questo cammino di riconciliazione, uno degli elementi più potenti è il perdono. Perdonare non significa dimenticare o negare il dolore causato da una ferita, ma compiere un atto di liberazione. Liberarsi dal rancore e dal risentimento permette una guarigione profonda, tanto in chi perdona quanto in chi viene perdonato. Il perdono, dunque, non è segno di debolezza, ma di grande forza. Richiede coraggio, perché implica il lasciar andare il peso di offese spesso profonde, per aprire lo spazio alla rinascita di qualcosa di nuovo.

Siamo Roberto e Daniela, ci siamo sposati 31 anni fa, quando eravamo due giovani pieni di sogni, pronti ad affrontare il mondo. Avevano scelto di camminare insieme, spinti dal legame profondo che ci univa, un legame che sembrava tanto naturale quanto l’aria che respiravano.

Le risate, i sogni e le promesse di un futuro insieme erano tutto ciò di cui avevamo bisogno per sentirci completi. I primi anni di matrimonio furono un’esplosione di felicità. Le giornate passavano velocemente, tra vacanze, progetti, e la costruzione di una casa piena di risate e amore. Poi, arrivarono i figli, tre meravigliosi bambini che resero la nostra vita ancora più ricca e piena di significato. La casa si riempì di voci, giochi, e le notti diventarono più lunghe, ma anche più dolci, perché il nostro amore cresceva nei piccoli gesti quotidiani.

Ma come il vento che cambia direzione senza preavviso, anche il nostro amore dovette attraversare tempeste. Con il passare degli anni, infatti, il tempo si riempì di doveri e responsabilità. Il lavoro, le esigenze quotidiane, e soprattutto il compito di essere genitori presero il sopravvento ed entrambi, cominciammo a perdere di vista noi stessi. La nostra relazione, che una volta era un rifugio di complicità e passione, divenne sempre più una routine. Eravamo più genitori che coppia, più organizzatori di vite altrui che amanti.

Iniziammo a perderci nei silenzi e nelle incomprensioni. Ogni giorno sembrava che le parole che un tempo erano piene di significato, ora fossero più difficili da trovare. I problemi, piccoli e grandi, non venivano più affrontati insieme. Le discussioni si facevano sempre più rare, ma anche più fredde.

Ad esempio, quando io, cercavo supporto, Daniela, stanca e distante, non riusciva ad offrirmi quel conforto che un tempo le veniva naturale. Non parlavamo più di ciò che davvero contava, e le emozioni rimanevano soffocate nei nostri cuori, senza mai trovare spazio per un confronto sincero.

Ogni discussione si trasformava in un silenzio pesante, che si estendeva giorno dopo giorno. La mancanza di comunicazione non era solo una questione di parole, ma di disconnessione emotiva e l’amore, che un tempo scorreva liberamente tra noi, sembrava essersi trasformato in una presenza distante e sfuggente. La crisi fu profonda, tanto da portarci a pensare che fosse arrivato il momento di separarci.

Siamo stati separati per tre anni. Eppure, proprio in quel periodo di profonda crisi, qualcosa è cambiato. Un giorno, quando sembrava che tutto fosse perduto, ad un passo dal divorzio, ci siamo incontrati. Ci siamo guardati negli occhi, e in quello sguardo c’era una risposta che nessuno di noi aveva mai veramente pronunciato. C’era ancora l’amore. E non solo amore, ma la consapevolezza che, nonostante tutto, eravamo ancora noi, quelli che si erano innamorati tanti anni prima.

Non è stato facile, ma abbiamo deciso di non arrenderci. Ed è stato allora che un amico comune ci ha mandato la locandina del weekend di Retrouvaille, a cui partecipammo senza troppe aspettative ma consapevoli che da soli non ce l’avremmo fatta.

Arrivammo al weekend con sentimenti di fiducia e speranza. Ci accostammo al programma con abbandono. Iniziammo a riprendere il dialogo che avevamo interrotto da troppo tempo e, addirittura, arrivare più in profondità, come forse mai avevamo fatto. Gli incontri successivi sono stati molto importanti; poco per volta, abbiamo iniziato a capire cosa non aveva funzionato nella nostra relazione e come usare gli strumenti per poter avere una vita di coppia piena, serena e forte.

Abbiamo scelto di non arrenderci, di riscoprirci, come se fosse il nostro “nuovo anno”. La magia non era sparita, era solo sepolta sotto le nostre paure, sotto il nostro silenzio. Abbiamo iniziato a parlarci di nuovo, a prenderci cura di noi stessi come coppia. Abbiamo ricominciato a ridere insieme, a ritrovare quella complicità che avevamo perso, come se stessimo riscoprendo un regalo che avevamo dimenticato sotto l’albero.

I nostri figli sono cresciuti, ma noi, siamo ancora qui, più forti che mai. Oggi, dopo 31 anni di matrimonio, ci rendiamo conto che il vero dono che possiamo fare l’uno all’altra è quello di esserci, ogni giorno, di continuare a scegliere di camminare insieme. La nostra storia non è perfetta, ma è la nostra, fatta di alti e bassi, di momenti di gioia e di sfide, ma sempre con la consapevolezza che l’amore non è solo un’emozione che arriva e va, ma una scelta che ogni giorno facciamo e difendiamo.

E così, in questo periodo natalizio, tra luci, calore e riflessioni sul futuro, abbiamo imparato che la vera magia non è solo quella di un giorno di festa, ma di un amore che cresce e si rinnova, anche nei momenti difficili. Oggi guardando alla nostra storia, ripercorriamo la vita di quel piccolo ed indifeso Bambinello, vedendola come un meraviglioso cammino pieno di significati profondi e universali, che si intrecciano con gioie, dolori, speranze e perdono.

Infatti, Gesù ha vissuto l’esperienza umana, che riflette la realtà di ognuno di noi: le attese, le sfide, i tormenti ma anche la forza della speranza. Egli ci ha insegnato che il perdono può guarire e che, anche nei momenti di sofferenza, la speranza non ci abbandona mai. La sua morte terrena non rappresenta la fine, ma con la risurrezione, segna il trionfo della vita, il rinnovamento e la possibilità di un nuovo inizio. Così, la vita di Gesù ci invita a non arrenderci mai e a superare le difficoltà con il cuore in pace, certi della sua presenza in mezzo a noi, sposo tra noi sposi.

Roberto e Daniela (Retrouvaille Italia)

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Un vero miracolo di Natale

Il mio augurio per un Natale Santo, sereno e autentico passa attraverso le parole di Maria Winowska, che fu amica di Giovanni Paolo II nonché apprezzata scrittrice. Tempo fa ha pubblicato questo racconto vero che le fu narrato da un parroco ungherese.

“Chiunque potrebbe prendermi per pazzo o per un esaltato – le disse P. Norbert – se non ci fossero trentadue scolaretti a testimoniare la verità dell’accaduto. Nella mia parrocchia in Ungheria, un piccolo paese di 1500 anime, da dove poi mi scacciarono, successe una volta un fatto strano.

La maestra elementare era una militante atea. Tutte le sue lezioni erano imperniate sul tentativo di eliminare Dio dalla vita di quei bambini, per farne dei giovani atei. Ogni occasione era buona per sminuire la nostra Santa Religione, deriderla e screditarla. I bambini intimiditi non osavano difendersi. Le loro famiglie erano credenti e fedeli nell’adempimento dei loro doveri religiosi. In genere, le sciocchezze con cui la maestra, signorina Gertrud, bombardava continuamente i bambini, non avevano un grande effetto su di loro. Io in parrocchia mi impegnavo con tutte le mie forze a sostenere spiritualmente i bambini per abituarli a ricevere spesso il Sacramento della Comunione.

E, caso strano, la signorina Gertrud sembrava avere un fiuto misterioso per individuare chi si era comunicato e queste sue “pecore nere”, come lei le chiamava, le trattava con sfrenata rabbia. Sembrava che lo avesse saputo da questa o da quella spia. Nella IV/a c’era Angela di dieci anni. Era molto intelligente e capace […] la maestra riversava su di lei la sua cattiva luna e la maltrattava in ogni modo.

La bambina sopportava tutto pazientemente però divenne visibilmente sofferente. «Senti Angela, ma non è troppo pesante?». «No, Signor Parroco. Gesù ha sofferto molto di più quando gli sputavano addosso. Questo non mi è ancora capitato». Il coraggio che dimostrava mi riempì di grande ammirazione. Angela non venne mai a lagnarsi da me del pessimo trattamento che riceveva, ma le sue compagne mi raccontavano piangendo degli attacchi della maestra. Dal lato del profitto, questa non poteva dire niente e così si inventava ogni giorno qualcosa di nuovo per toglierle la fede. […].

Poco prima di Natale, esattamente il 17 dicembre, la signorina Gertrud escogitò un piano crudele che, come lei pensava, avrebbe eliminato la fede inutile che impestava la sua scuola. Il fatto merita di essere raccontato in tutti i suoi particolari. Angela fu involontariamente coinvolta in un gioco di domande e risposte. «Che cosa fai se i tuoi genitori ti chiamano?». «Vado», rispose la ragazzina timidamente sottovoce. «Molto bene. Ti senti chiamare e vai subito, come fa una brava bambina. Che cosa succede se i tuoi genitori chiamano lo spazzacamino?». «Viene» rispose Angela […]. «Bene mia piccola. Lo spazzacamino viene perché c’è, perché è vivo».

Un momento di silenzio. «Tu vieni perché sei viva. Però, per esempio, i tuoi genitori chiamano la nonna che è morta. Verrà?». «No non credo». «Brava. E se chiamano Barbablù? Oppure Cappuccetto Rosso? Oppure Pollicino? Ti piacciono le fiabe, no? Allora cosa succederà?». «Non verrà nessuno, perché sono fiabe» […] «Molto bene – gongolò la maestra – mi sembra che oggi tu riesca a pensare più chiaramente. Dunque bambini vedete che qualsiasi vivente che esiste, viene se lo si chiama. E chi non viene quando è chiamato, o non esiste oppure non è più vivo. è chiaro, vero?

E adesso supponiamo di chiamare Gesù Bambino. C’è ancora qualcuno di voi che crede in Gesù Bambino?». Per un attimo tutto tace. Poi, alcune voci timide dicono: «Sì, sì…». «E tu, Angela, credi tu che Gesù Bambino ti senta se lo chiami?». Angela si sentì improvvisamente sollevata da un peso. Ecco dunque il tranello di cui non poteva immaginare la portata. Con grande slancio rispose: «Certo, credo che mi senta». «Molto bene, adesso facciamo un tentativo. Se Gesù Bambino c’è, entrerà se voi lo chiamate.

Chiamate dunque tutti insieme molto forte: Vieni, Gesù Bambino! Uno, due, tre, tutti insieme». I bambini abbassarono la testa e in un silenzio di tomba si sentì una risata satanica. «E qui vi volevo. Questa è la mia prova. Non avete il coraggio di chiamarlo, perché non esiste, come Pollicino, Barbablù, perché sono semplicemente delle favole… storie per vecchietti seduti di fronte al camino, storie che nessuno prende seriamente perché non sono vere».

I bambini, sconvolti, tacevano ancora. Angela era sempre muta e mortalmente pallida. Improvvisamente successe una cosa inaspettata. Angela saltò in mezzo alla classe, i suoi occhi lanciavano scintille: «Noi lo vogliamo chiamare! Ascoltate! Tutti insieme diciamo: “Vieni, Gesù Bambino!“». In un attimo tutta la classe si alzò. Con le mani giunte, sguardi invocanti e cuori gonfi di una smisurata fede gridarono: «Vieni, Gesù Bambino!». […]

La porta si aprì silenziosamente. Videro che una forte luce si concentrava sulla porta. Questa luce cresceva, cresceva, poi divenne un globo di fuoco. Ebbero improvvisamente paura, però tutto accadde così in fretta che non ebbero nemmeno il tempo di gridare. Il globo si aprì e dentro apparve un Bambino splendido come non ne avevano mai visto. Il Bambino sorrideva loro senza dire una parola. La Sua infinita presenza era una infinita dolcezza.

Non avevano più paura, c’era solo gioia. Durò… un momento? Un quarto d’ora? Un’ora? Le opinioni a questo punto stranamente erano diverse. Certo è che l’accaduto non superò un’ora di lezione. Il Bambino era vestito di bianco e sembrava un piccolo sole. La luce proveniva da Lui stesso. La luce del giorno sembrava scura al confronto. […] Quasi impazzita e con gli occhi che le uscivano dalle orbite, la maestra gridò: «E’ venuto, è venuto!», poi scappò e sbatté dietro di sé la porta.

Ad Angela sembrava di svegliarsi da un sogno. Disse semplicemente: «Avete visto, Gesù Bambino esiste. E adesso ringraziamo». Tutti si inginocchiarono commossi e recitarono un Padre Nostro, un’Ave Maria ed un Gloria al Padre. Poi uscirono dalla classe perché era arrivato il momento della pausa. La cosa si sparse molto in fretta. I genitori mi chiesero di interrogare i bambini ed io li interrogai singolarmente. Posso testimoniare sotto giuramento di non aver trovato nei loro racconti la benché minima contraddizione. E ciò che mi ha più sorpreso è che l’avvenimento non sembrò loro niente di straordinario. «Avevamo bisogno di aiuto – mi raccontò una delle ragazze – Gesù Bambino doveva venire ad aiutarci».

Gesù era venuto in loro aiuto. Angela, dopo la scuola, riprese la sua vita in famiglia ad aiutare la mamma.”

Santo Natale a tutti e a ciascuno,

Fabrizia Perrachon

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