Terza tappa: che cercate?

Dal Vangelo di Giovanni 1,38. “Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: -che cosa cercate?-. Gli risposero: – Maestro, dove dimori?-“

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Claudia che cosa cerchi per te in questa marcia? Che cerchi per te nella relazione con tuo marito, con i tuoi figli, nel tuo lavoro? Claudia cosa cerchi nella tua vita? La catechesi di questa tappa ci mette in contatto con i nostri desideri e sogni più profondi, quelli belli, quelli intensi, quelli che ci dicono chi siamo; quelle aspirazioni che se schiacciate e boicottate, riducono la qualità della nostra vita, ma soprattutto impediscono a Dio di fare grandi cose a questo mondo. Se non desideriamo, non abbiamo una direzione e siamo in balia degli eventi che scelgono per noi. Posso prendere oggi contatto con ciò che desidero di più per la mia vita. Ma per fare questo ho bisogno di essere PURIFICATA e SANATA da tutte le ferite e le bugie che mi porto dentro e che mi fanno volare basso nell’Amore. Perché è questa la potenza della marcia: nella fatica della strada calpestata, in salita e in discesa, ti fa toccare quello di cui hai più bisogno, che è essere salvata e guarita. Qualsiasi sia la tua condizione Gesù aspetta te, aspetta che tu gli chieda ciò che vuoi davvero per la tua esistenza. Questo vuol dire cominciare a prendere responsabilità del tuo matrimonio, delle tue relazioni, del tuo lavoro, piuttosto che tirare a campare, inaccettabile per un Cristiano che è chiamato ad osare e puntare in alto. E per me questa marcia è puntare nel punto più alto che conosco: l’Amore di Dio! Lo voglio per me, voglio cercare L’Amore della mia vita, lo voglio sentire in ogni sensazione e in ogni relazione, in ogni pensiero che mi passa per la testa e in ogni parola che esce dalle mie labbra! Ma nell’odore puzzolente delle mie ferite e umiliazioni, mi sento lontanissima da questo amore, perché vivo come se non fossi una principessa e come se mio padre non fosse Dio onnipotente. Mi faccio sopraffare dalle fragilità dei miei figli che rifiuto di accogliere, dai pensieri negativi che vorrebbero atterrirmi attraverso il confronto con gli altri. Vedo chi marcia con cinque, sette figli e mi sembra sorridente e sereno mentre io mi sento pessima. Mi sembra che tutti ce la fanno meglio di me. Non accetto che il mio corpo non mi segua come voglio io. E mentre mi perdo in me stessa, non uso la mia debolezza per cercare l’Amato della mia vita che non vede l’ora che torni a Lui, che mi aspetta con ardore. E mentre spreco tempo ed energie verso un’illusione di forza e perfezione che non è realistico, le prove del cammino rischiano di schiacciarmi. Ma la catechesi di oggi mi permette di alzare il volto verso la Luce che passa fra di noi e attira alla sequela. Dio lo chiede oggi a me, e lo chiede a te: –COSA CERCHI?– e ci invita a seguirlo per rivelarci che la nostra origine è Lui, e a quale posto siamo destinati. Tutti i pensieri negativi, le manie di grandezza narcisistiche, quel vittimismo con cui ti disprezzi, le fragilità, le debolezze, sono il peccato che ti mette in fuga dalle relazioni quando queste diventano difficili, e ti impediscono di stare al posto tuo. Ma cosa è il POSTO TUO se non l’Amore tenero e misericordioso del Padre. Se il posto tuo è l’amore di Dio, sarà più semplice per te (anche se a volte doloroso) essere un posto d’amore per tuo marito, casa accogliente per tua moglie. Perché il posto di un matrimonio è l’amore, un amore che non si può sciogliere, incondizionato, gratuito, tenace, come quello di Dio per noi. Questo non ha niente a che vedere col subire o ingoiare, ma col RESTARE! Restare accanto a tuo marito coi suoi mille difetti, trovare una strada con tua moglie nonostante il suo caratteraccio, perché l’Amore non si arrende mai e non smette mai, anche quando sembra impossibile. L’amore trova la strada per arrivare al POSTO GIUSTO: Cristo Gesù. E quando lo trova ciò che è amaro e indigesto, si trasforma in dolcezza di miele, come San Francesco con i lebbrosi, esseri disgustosi per lui all’inizio, erano il mezzo con cui Dio iniziava a purificare Francesco per mostrargli che seguendo Cristo ciò che a prima vista ti fa male, poi si trasforma in “dolcezza di animo e di corpo”.
Possa tu trovare il tuo posto a casa di Gesù e sognare e desiderare per te e per chi ti circonda questo Amore.

Claudia Viola

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Un angelo di nome Olga

Carissimi,

oggi condividiamo la storia di Alessandra e Riccardo.

Buona lettura in loro compagnia!

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Ciao siamo Alessandra e Riccardo, rispettivamente di 23 e 29 anni.
Ci siamo sposati il 15 luglio del 2018 a Cameri (Novara) nella chiesa di Santa Margherita di Scozia.

Riccardo:

Tutti e due siamo cresciuti con insegnamenti cristiani, ma nel periodo in cui ci siamo innamorati eravamo lontani dalla Fede.

Non abbiamo vissuto il fidanzamento nella maniera più consona, infatti inizialmente volevamo sposarci in comune; mia moglie faceva la hostess di volo e aveva girato il mondo, iniziando la sua carriera a soli 19 anni e io il militare.

Lei ha lasciato il lavoro che ha sempre amato e siamo andati a vivere insieme per poter avere la possibilità di stare più vicini, cosa che con i nostri lavori era assai complicata e quel lavoro che Alessandra aveva sempre fatto per passione ha iniziato a pesarle perché la portava sempre più lontana da me.

Dopo 6 mesi di convivenza mia moglie è rimasta incinta e siamo stati molto felici perché le avevano detto che non sarebbe stato facile concepire.

Alessandra:

La gravidanza procedeva bene e a me sembrava impossibile che nella mia pancia ci fosse una nuova vita perché era troppo bello per essere vero.
Ricordo che quando ho scoperto di essere incinta la prima cosa mi sono detta è stata: “è il più bel dono che la vita mi abbia fatto”.

Allo stesso momento ero terrorizzata dall’idea di poterlo perdere così, anche se la mia fede non era viva all’epoca, ho fatto quello che mi avevano insegnato: sono andata in chiesa e ho pregato con sincerità chiedendo a Dio di far nascere il/ la piccolo/a perché ancora non sapevo se sarebbe stato maschio o femmina.

All’inizio del settimo mese di gravidanza però gravi problemi hanno portato al mio ricovero. La diagnosi era tutt’altro che buona. I medici vedevano la mia bambina già morta, ma lei era lì nella mia pancia, scalciava ed era il mio miracolo come la chiamavo.

Sono stata immobile a letto per 10 giorni con la nostra piccola tra la vita e la morte mentre mio marito mi è sempre stato accanto giorno e notte. Mi imboccava perché avevo la flebo nel braccio destro ed ero costretta a stare completamente sdraiata e con le gambe alzate per contrastare la forza di gravità ed evitare che la piccola Olga scendesse sempre più in giù (ero infatti già dilatata di 5 cm e i suoi piedini erano già nel canale del parto).

Riccardo si è sempre preso cura di me…mi ha anche lavata come una bambina nel mio letto perché se non potevo mettermi seduta figuriamoci alzarmi dal letto.

Riccardo:

Il 6/04/18 il sindaco di Pinerolo (dove abitavamo e dove prestavo servizio militare) ci ha sposati con rito civile in reparto.

Solo due giorni dopo, l’8 aprile alle 3:15 di notte è nata Olga, dopo 5 ore di parto ma troppo prematura per sopravvivere ed è subito salita al cielo.

Abbiamo deciso di seppellirla insieme al nonno di Alessandra con cui lei aveva un rapporto speciale, infatti è stato per lei un secondo padre.

Da lì è nato il nostro percorso di conversione. Il seme della fede che era in noi ha iniziato a germogliare e dopo un lungo percorso abbiamo compreso che Olga era un angelo di Dio mandato a salvarci.

Pochi mesi dopo ci siamo sposati in chiesa e abbiamo pregato anche per la nostra Olga.

Il nostro matrimonio è ora più saldo grazie all’esserci aperti alla forza operante dello Spirito Santo.

Ci siamo trasferiti in provincia di Milano, in una villetta di proprietà della famiglia di Alessandra. Ho cambiato lavoro per dedicarmi maggiormente alla mia famiglia.
Alessandra invece è entrata in un’ associazione di volontariato che realizza vestiti ai ferri per i bimbi prematuri nelle terapie intensive.

I suoi Sacchi nanna, cappellini e scarpette sono un abbraccio per quei meravigliosi piccoli miracoli della vita in cui rivediamo la nostra Olga.
La associazione ha anche creato un schema di un sacco nanna a forma di pacchetto regalo che lo scorso Dicembre è stato distribuito nelle terapie intensive neonatali con una poesia dedicata ad Olga e questo sacco nanna è stato chiamato: “il regalo di Olga” così che lei recitando la poesia sarà sempre: “Olga che abbraccia, che scalda e consola i bambini che dal cielo arrivano fino alla terra”.

Questo poter donare questi piccoli manufatti è un modo meraviglioso con cui Gesù ci ha dato modo di ricordarla facendo qualcosa per questi piccini.

(Qui trovi il LINK dell’associazione “Mani di mamma”)

Alessandra:

Sono grata al Signore perché quanto abbiamo vissuto ed il “come” lo abbiamo vissuto è un suo dono.

Olga è stata il dono più grande che lui mi abbia fatto.

Alessandra e Riccardo:

Gli siamo grati per il nostro amore perché a un anno di matrimonio abbiamo vissuto esperienze di vita molto profonde. Tutto questo poteva distruggerci, poteva distruggere il nostro matrimonio e noi come persone, invece per Grazia possiamo dire che questo ci ha portati ad essere veramente una sola carne.

Gli siamo grati perché essere testimoni del suo amore nel mondo è un altro dono bellissimo.
Questa è la nostra storia fino adesso, ci affidiamo al Signore nella speranza di ricevere in dono altri suoi figli.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Nel loro abbraccio rivive l’Eden

Alda Merini, immensa poetessa scrive: Ci si abbraccia per ritrovarsi interi. Questo sei parole sono vere, sono di una profondità e autenticità comprensibili solo a chi ne ha fatto esperienza. L’abbraccio è meraviglioso. L’abbraccio è linguaggio del corpo, è liturgia degli sposi. La mancanza di carezze e abbracci rivela  grossi problemi nella coppia. Insoddisfazione, mancanza di intesa, incomunicabilità, senso di frustrazione e di non apprezzamento da parte dell’altro spesso sono causa ed effetto, in un circolo vizioso, della mancanza di tenerezza e dialogo tra gli sposi e quindi di carezze e abbracci. Un abbraccio con la persona amata, per chiunque lo abbia sperimentato, dona sensazioni meravigliose: sentirla/o stretta a sè, sentire il suo respiro, il suo abbandono e il suo amore, che diventa tangibile e palpabile, riempie l’anima e il cuore. A volte non vorremmo smettere tanto è bello. Le coppie, che perdono l’abitudine a sentirsi vive e vicine, perdono molto della loro capacità di aprirsi all’intimità, quindi, perdono molto della loro sponsalità. L’abbraccio permette di sentirci davvero un noi, una sensazione che solo l’amplesso fisico (non a caso è l’abbraccio più profondo tra gli sposi) rende più forte ed evidente. L’abbraccio ci rende uno e questa consapevolezza nutre la nostra unione e il nostro amore sponsale, rendendolo sempre vivo e mai vecchio e stantio. L’abbraccio degli sposi, fateci caso, non segue regole fisse, a volte si abbraccia la persona, a volte la testa o il ventre. L’abbraccio diventa linguaggio vero e proprio che solo gli sposi capiscono. Spesso restano con gli occhi chiusi o socchiusi perché il mondo esterno non esiste, il dialogo avviene solo attraverso il contatto, il corpo e l’intensità dell’abbraccio. L’amore diventa carne e il corpo geografia dell’amore che doniamo e riceviamo. Vi rendete conto adesso come in un rapporto tra due esseri incarnati l’abbraccio rivesta una rilevanza fondamentale? L’abbraccio può rassicurare, perdonare, trasmettere amore e tenerezza. L’abbraccio è vicinanza, intimità e unione. L’abbraccio è togliere ogni difesa e barriera, eliminare quei confini che ci separano dall’altro/a per farlo entrare in noi, nel nostro spazio. Dice don Carlo Rocchetta:

“Ogni abbraccio porta in sè questa magia: fa uscire l’io-solo e lo apre al tu, al noi, donando sollievo e gioia, come un fluido empatico che fa superare ogni distanza, in un incontro d’immedesimazione reciproca.”

La Chiesa ci insegna che Dio Trinità è amore. Solo un Dio uno e trino, che non è solo, ma che vive di relazione tra le tre persone può essere amore, perchè l’amore può esistere solo nella relazione. Senza relazione anche Dio non potrebbe essere amore ma solo potenziale capacità infinita e perfetta d’amare. Anche noi sposi siamo profezia e manifestazione dell’amore di Dio non nelle nostre persone, ma nella nostra relazione. L’abbraccio (ripeto anche l’amplesso è un abbraccio)  diviene una delle vie fondamentali per esprimere l’amore e la Grazia del nostro sacramento che in creature incarnate come noi si esprime attraverso il corpo.

Quando in una coppia non si avverte più il desiderio di abbracciare l’altro/a è il momento di darsi da fare perché significa che il rapporto è malato o ferito. Prima si risponde a questo importante campanello d’allarme e più semplice sarà recuperare e dare nuova linfa e nutrimento a una relazione che sta morendo ma che non è ancora malata terminale, e con un po’ di impegno può tornare meravigliosa e florida. Siamo spiriti incarnati e se non desideriamo il contatto fisico, ancor prima dell’unione fisica,  con il nostro sposo significa che anche nel cuore quell’unione  non è solida  (anche se momenti brevi di aridità possono essere “normali” e dovuti a fattori esterni alla coppia).

Termino con una citazione di Rocchetta, che su queste realtà e maestro e profeta: Ogni qualvolta marito e moglie si abbracciano,amandosi, accade un miracolo, nel loro abbraccio rivive l’Eden e l’Eden si fa dono di Grazia per loro.

L’abbraccio come momento di paradiso, di ritorno alle origini, dove il peccato non aveva ancora corrotto i nostri cuori e tutto era puro, pieno e perfetto. L’abbraccio anche se per pochi istanti può farci riassaporare l’infinito e la perfezione. Un istante che non vorremmo finisse mai. Un eterno presente dove non abbiamo bisogno di nulla se non di gustare quella pienezza meravigliosa. Non è forse questo il paradiso, un abbraccio eterno con Gesù.

Antonio e Luisa

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L’invisibile meraviglia della celebrazione delle nozze.

Stamattina (sabato scorso ndr) sono entrato nella chiesa della mia parrocchia. Era appena terminata la Santa Messa. Si erano fermate le solite quattro nonne a recitare il rosario. Benedette quelle nonne che , sono certo, con la loro preghiera reggono la Chiesa.  Il resto era deserto. Tutto era avvolto nella penombra. Una situazione privilegiata per pregare e riflettere con calma. Il parroco, nel frattempo,  andava e tornava dalla sacrestia. Stava, evidentemente, predisponendo per qualche cerimonia. Ho pensato al solito funerale. Poi ho capito! Quando ha posizionato sotto l’altare un inginocchiatoio doppio non poteva che essere un matrimonio. Ho cominciato a fantasticare. Guardavo quella scena. In quel momento non c’era ancora nulla. Pensavo come da lì a qualche ora quello spazio sarebbe stato riempito. Si sarebbe animato. Si sarebbe riempito della vita di due giovani e del sacrificio di Cristo sul Golgota. Si sarebbe riempito di tanti amici e parenti di quei due giovani. Chissà quanti di questi avrebbero vissuto con noia ed impazienza che quella cerimonia finisse. Senza rendersi conto del miracolo che stava avvenendo sotto i loro occhi.  Quello spazio sarebbe diventato Sacer (cliccate qui se non sapete il significato di questa parola). Recinto sacro. In quello spazio delimitato da un inginocchiatoio e due sgabelli si sarebbe da lì a poco compiuto un miracolo. Due persone, un uomo e una donna, che si offrono completamente all’altro/a. Sono ministri del sacramento. Il sacerdote non è ministro in questo caso. Lo sono i due sposi. Sono ministri e sono nel contempo offerta. Offrono se stessi. Tutto quello che sono e che hanno. Due persone che liberamente decidono di darsi ed accogliersi l’un l’altra. Il matrimonio, letto in questo suo significato profondo, è un vero e proprio sacrificio. Matrimonio ed Eucarestia si somigliano per tante cose, questa è una di queste. L’Eucarestia non è forse la rinnovazione del sacrificio di Cristo che ha dato se stesso, ha dato il suo corpo e il suo sangue, ha donato la sua vita? Il matrimonio non è simile in questo? Gesù me lo immagino sempre profondamente commosso. Due persone che ancora hanno il desiderio di amare così, in modo incondizionato, senza mettere limiti. Che bello. Gesù vuole fare parte di questa unione. Per questo il matrimonio sacramento non è tra due persone ma tra tre. Gesù è parte fondante. Il matrimonio è un sacrificio perchè permette che il  nostro dono diventi offerta non solo al nostro coniuge, ma anche offerta a Dio. La nostra unione diventa cosa di Dio. Sposandoci in Chiesa il nostro matrimonio non è più solo nostro, ma è di Dio. E Dio diventa parte attiva. Dà tutto se stesso perchè quell’unione funzioni e non muoia. Ai due sposi è chiesto solo di riempire le giare di acqua, con quel poco che hanno. Trasformare l’acqua in vino è compito di Gesù.  (cit. Chiara Corbella)

Il matrimonio è un sacramento particolare anche per un altro motivo. Il matrimonio è un sacramento perenne, come l’Eucarestia. Come nel pane e nel vino c’è la reale presenza di Cristo. Presenza che non cessa fino a quando pane e vino non vengono consumati, così è il matrimonio. La presenza di Gesù non cessa. Gesù resta presente nell’unione sponsale dei due, nel noi, fino alla morte di uno dei due. Così quello spazio sacro non cessa. Il noi degli sposi continuerà ad essere Sacer, luogo sacro e inaccessibile a chiunque altra persona. Quel Sacer non è solo un luogo mistico è anche luogo concreto e tangibile. Da quel giorno il Sacer degli sposi sarà il talamo nuziale, il luogo dove più di ogni altro l’unione dei due diventa concreta e tangibile.

La prossima volta che parteciperete ad un matrimonio, ripensate a queste poche righe, e non potrete che guardare con altri occhi quello che starà avvenendo,non certo con occhi annoiati, ma con la meraviglia di chi assiste alla creazione, a Dio che opera e fa meraviglie. E allora la gioia vi riempirà il cuore.

Antonio e Luisa

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Il nostro matrimonio è pieno solo in Gesù

Non so se lo sapete. Cosa sono gli idoli? La traduzione ebraica di questo termine è molto interessante e può aiutarci a comprendere qualche cosa in più della povertà di chi vive nel culto di qualcosa o qualcuno che non sia Dio. Si, perchè chi non ha Gesù come Signore della propria vita e della propria relazione sponsale, e pensa magari di essere libero e di decidere, in totale autonomia, della propria vita, diventa schiavo di uno o più idoli, sempre. La parola idolo non è legata alla divinità, come verrebbe naturale pensare. È scritto in Lv 19, 4: “Non vi rivolgete agli idoli [אֱלִילִים (eliylìym)]”. La parola eliylìym è collegata con la parola אל (al) che significa “nulla”. Gli idoli sono allora “nullità”. Gli idoli sono il vuoto. L’opposto della pienezza, di ciò che dà senso. Cosa voglio dire? Cosa ci vuole dire Dio attraverso la Parola? Vuole dirci che Lui è nostro Signore, ma non per farci schiavi, ma per liberarci. Lui è un Dio che ci offre la vita e non ce la chiede. Gli idoli al contrario prendono la nostra vita non dandoci nulla, lasciando il vuoto in noi e nella nostra relazione. L’idolo può essere il lavoro, la carriera, il desiderio di una famiglia perfetta, il desiderio di una moglie o di un marito perfetta/o, fatto a nostra immagine. Gesù ci chiede di liberarci e di fare spazio a Lui nella nostra vita e nel nostro matrimonio. Ci chiede di accogliere ciò che abbiamo e dare il meglio lì dove siamo senza lasciarci distruggere dagli idoli che vorrebbero prendere possesso della nostra volontà e del nostro agire. Solo cercando il Signore della nostra vita oggi, nella nostra famiglia, nella nostra relazione, in nostro marito, in nostra moglie e trovandolo in tutta l’imperfezione che caratterizza ciò che ci circonda, potremo davvero trovare il senso di tutto. Solo dandoci senza condizione a quel marito e a quella moglie potremo fare esperienza di Dio. Perchè Dio è adesso, non nel lavoro che vorrei, non nella carriera che aspiro ad ottenere, non nel marito perfetto che ho nella testa, non nella moglie perfetta che sogno, ma adesso nel luogo dove mi trovo e nella persona che ho accanto. Se non comprendo ciò rischio di buttare la mia vita cercando una perfezione che non potrò mai avere e ritrovandomi con le mani vuote. Con il nulla. Ecco che torniamo all’inizio dell’articolo. L’idolo non ci porta a nulla, Dio ci dà tutto. Cosa vogliamo per noi e per la nostra vita?

Antonio e Luisa

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Siete una meraviglia. Anche quando vi sentite poveri.

Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.

Il Vangelo di oggi è uno dei più conosciuti, letti, riletti e approfonditi. Cosa può ancora dirci? Tanto! Innanzitutto perchè noi lo ascoltiamo in momenti sempre diversi della nostra vita. Quello che ci può toccare oggi non è quello che ci ha toccato le volte precedenti. Noi mutiamo e quindi muta ciò che la Parola provoca in noi. Detto questo parto da una riflessione di don Fabio Rosini. Mi è sembrata molto centrata ed efficace. Una prospettiva forse un po’ diversa da quella solita. Gesù rivolge una serie di tre parabole agli scribi e farisei. Lo fa per rispondere al loro atteggiamento verso di Lui. Sono scandalizzati che lui abbia relazioni, che si intrattenga e mangi insieme a pubblicani e peccatori. Gli scribi e i farisei credono di essere i soli meritevoli, gli altri non meritano nè considerazione nè rispetto. Non hanno dignità. Sono la feccia. Gesù con la parabola del Padre misericordioso vuole mettere in evidenza la diversa esperienza che fanno del Padre i due figli. Il figlio peccatore che torna ne ha combinate di tutti i colori. E’ vero. Si è comportato malissimo. Ha dilapidato le sostanze del Padre con ladri e prostitute. Però c’è un punto di svolta. Quello che fa dire a Gesù in un’altra circostanza, in Matteo 21: I pubblicani e le prostitute entrano prima di voi nel regno di Dio. Quando tocca il fondo comprende tutta la miseria di ciò che è diventato e della vita che conduce. Il peccato lo ha fatto sentire nudo e fragile. Torna a casa e l’abbraccio del Padre lo fa sentire amato come un figlio, come un figlio che ha tradito, disubbidito e che si era perduto. L’abbraccio del Padre diventa per lui occasione di sentirsi amato solo perchè è lui e non per quello che fa o non fa. Un amore autentico e incondizionato. Arriviamo all’altro fratello. L’altro ha condotto sempre una vita buona. Non lo ha fatto per amore, ma per dovere. Per sentirsi a posto. Questo genera in lui l’idea che il Padre sia un padrone e lui uno schiavo. Tutto diventa pesante. Capite la differenza di relazione che c’è tra i due figli e il Padre? Non voglio dire che il peccato sia bello, ma può essere un’occasione di rinascita. Anche io quando ho toccato il fondo nella mia vita e lì ho scoperto lo sguardo di un Dio che mi voleva bene anche così, beh è cambiato tutto. Credo di avere avuto la mia vera conversione. Quanti sposi e quante spose si sentono miseri e misere, sentono di non farcela, sentono di avere un sacco di problemi, di fragilità e di difetti. Quante coppie credono di avere un matrimonio povero che non brilla. Quante coppie guardano con invidia altre coppie che sembrano più belle e sante. Quella è l’occasione di alzare lo sguardo verso Dio e specchiarsi in ciò che lui vede. Lui vede una coppia bellissima, lui vede una coppia che ha tutto per mostrare qualcosa di Lui al mondo. Per farlo anche nella difficoltà più o meno grandi che la vita ci riserva. Lui non smette mai di credere in noi, perché non dovremmo crederci anche noi, sempre, nel nostro matrimonio? Dovremmo fare nostre le parole che cantano i The sun nella canzone Johnny Cash:

Alla fine ho accettato il fatto che Dio 

pensava ci fosse in me qualcosa che valesse

la pena di salvare

e chi ero io per dirgli che aveva torto

non sono mica Dio

non sono mica Dio

Coraggio Dio vi guarda e vede una meraviglia, cercate di vederla anche voi.

Antonio e Luisa

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Seconda tappa: benedetta carne.

Nella catechesi della prima tappa (leggi qui l’articolo) abbiamo raccontato di come l’uomo ha perso la comunione con Dio e la possibilità di godersi la bellezza di quel giardino donato, rifiutando i suoi limiti e cedendo a quella bugia che lo vuole convincere che sarà benedetto e felice quando sarà come Dio.

benedetta carne amati per mare.jpg

In questa giornata di marcia, dormiremo in una grande palestra tutti insieme. Finalmente potremo farci una doccia e fare il bucato. Ma la giornata sarà dura: dormiremo da una parte, mangeremo da un’altra, e faremo la catechesi in un altro posto ancora. Mi sento sballottata e instabile. Non ho il controllo della situazione. Dal vangelo di Giovanni 1, 1-14. Dal primo versetto: “In principio era il verbo, e il verbo era presso Dio e il verbo era Dio”. Mentre l’uomo è ramingo nel cammino, dopo che ha perduto il suo posto nel giardino dell’Eden, Dio compie la sua tenerezza di Padre mandando dal suo seno il Figlio Unigenito. Nell’incarnazione, l’amante si è fatto simile all’amato prendendo tutti i limiti della sua condizione (fuorché il peccato) e le debolezze della carne. Ma questo non è un fatto isolato della Storia, ma un processo continuo, attuale oggi, per cui Gesù è pellegrino con noi nella via, con le sue gioie e i suoi dolori. Non è un Dio distante e lontano, ma vicino e intimo perché Egli è stato PRESSO di noi. Presso di te. Il termine “presso” indica un legame d’amore in cui è impossibile non tenere fisso lo sguardo verso l’altro. Così Dio tiene il suo sguardo su di te quando si è incarnato. L’incarnazione di Dio segna la Verità: che la tua carne (fragilità) è benedetta. Vuoi diventare come Dio?! Allora impara ad accogliere e a stare nella tua debolezza e nelle sofferenze come occasione di relazione verso l’amore di Dio-Padre, perché Gesù ha fatto questo nella sua Storia e questo stare con fiducia in questa intimità lo ha portato a sconfiggere il più grande limite umano: la morte! Tu invece la tua nudità non la sai gestire, perché la vuoi controllare eliminandola o nascondendola. Così in questo terzo giorno di marcia, vorrei tanto eliminare i miei limiti e la mia insofferenza (come faccio nella mia vita del resto…), ma al massimo riesco a nasconderle, tranne durante le catechesi quando piango. Ma giorno dopo giorno, scopro che proprio in quel pianto ho l’occasione di essere vista e amata, non solo da Dio attraverso la sua Parola, ma anche attraverso il sorriso e gli abbracci di chi mi vede e cammina con me. Io ho bisogno degli altri e gli altri hanno bisogno di me. Questo bisogno gli uni degli altri ci rendere perfetti e ciò che soffri, come gestisci i dispiaceri, ti guida all’obbedienza (ascolto profondo alla Verità della vita). Ma non perché sei masochista o hai un Dio sadico, ma perché il dolore fa parte della nostra esistenza, e ha fatto parte dell’esistenza del nostro Dio, che ci ha mostrato sulla sua carne come gestirlo. Questo è stato il suo modo di stare presso te. Se con i figli l’obiettivo e staccarli dalla carne e donarli alla vita, con tuo marito o tua moglie l’obiettivo è essere una carne sola (la carne nella Bibbia indica la fragilità). Una unità nella fragilità, un incastro perfetto nelle imperfezioni della storia personale e del carattere. È un processo continuo lungo tutta la vita, un divenire che spesso va oltre il bianco e nero del controllo illusorio con cui vorremmo impacchettare la vita e l’altro. Nell’amore delle vostre debolezze c’è l’unica possibilità di diventare come Dio. Nel bisogno dell’altro, nelle ferite reciproche, nella comprensione e nell’ascolto, nel perdono. Per diventare come Dio non devi essere RISOLTO, che non vuol dire non lavorare su di te e la tua crescita. Puoi scoprire che in quel limite diventi pienamente uomo, solidale, capace di amare. Gesù si è fatto “disprezzabile” come noi per smentire la tentazione del serpente che la nostra carne è disprezzata! Ci dimentichiamo che ciò che è fallato è già amato! Così posso cambiare comportamenti malsani e trovare un migliore equilibrio emotivo con me e con gli altri, ma c’è una spina nel fianco che fa male e non si toglierà. Essa che è lo spazio della Grazia e dell’amore di Dio che si manifesta pienamente in quella debolezza. Quali sono le debolezze che non accetti di te, di tua moglie, di tuo marito, dei tuoi figli. Della tua storia. Quelle fragilità diventano tenebra solo se non sono amate. Le nudità della tua relazione di coppia sono lo spazio per poter chiedere aiuto e ricevere, crescere e maturare in una vita che non puoi darti da solo. Benedetta crisi. Benedetti litigi. Quando posso avere a che fare con le sozzure dell’altro senza darmela a gambe, anche scontrandomi, dicendone quattro, senza abbandonare la relazione, la complicità di essere nella stessa squadra, in quel posto che mi è stato donato. Posso stare al POSTO MIO senza paura dei problemi, anche i più sconvenienti, perché è proprio lì che il mio Dio mi aspetta come un innamorato e la luce del suo Amore rischiara l’oscurità delle paure.

Claudia Viola

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“Nel terzo cassetto”-La ricerca dei calzini e della propria identità

..di Pietro Antonicelli e Filomena Scalise.

 

Lui le chiese: “Dove sono i calzini di nostra figlia?”

“Nel terzo cassetto dell’armadio delle bambine” rispose lei, sapendo già che poco dopo questa risposta sarebbe dovuta accorrere in aiuto del suo coniuge.

Quel coniuge così sicuro in altri ambiti della vita, così pratico nel trovare mille soluzioni per cinquecento problemi…proprio lui ora era lì, con le mani in quel misterioso cassetto e lo sguardo perso nel vuoto…un vuoto vasto, che sconfinava nelle profondità dell’essere maschio innanzi alla complessità del terzo cassetto.

Cosa gli impediva di trovare quello che cercava (i calzini, appunto) e cosa invece lo predisponeva a smarrirsi egli stesso durante quella ricerca…solo Dio lo sa.

Sta di fatto che una volta sua moglie dovette chiamare un falegname affinché smontasse l’armadio al fine di recuperare oltre ai calzini di sua figlia, anche il marito che si era smarrito da circa una settimana nel fatidico terzo cassetto dell’armadio delle bambine.

Ci mancò poco che anche il falegname ci restasse secco…infatti il suo sguardo iniziò ad apparire assente appena le sue orecchie captarono la voce della padrona di casa che chiedeva di cercare suo marito all’interno del terzo cassetto nell’armadio delle bambine.

Alle parole “terzo cassetto” il falegname si era già quasi smarrito nella infinita e angosciosa vastità dell’universo maschile.

In realtà il falegname non poté nulla contro la forza dello smarrimento che lo assaliva innanzi al terzo cassetto dell’armadio delle bambine. Dovette risolvere tutto la padrona di casa, nonché moglie del marito smarrito tra i calzini, le magliette e i pigiami nel cassetto.

Le differenze di genere non esistono dicono alcuni…Io rispondo: Si vede che non avete mai visto un uomo innanzi ad un terzo cassetto qualsiasi.

🙂

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Sposi sacerdoti dell’amore. Una fiamma dell’amore divino

Di seguito potete leggere un capitolo del nostro libro di prossima uscita. Spero vi aiuti a capire di cosa tratterà il testo e vi affascini, facendo nascere in voi il desiderio di leggerlo.

Dio si rende presente attraverso l’amore umano di tutti gli sposi in Cristo che vivono in pienezza, come nel Cantico, il loro matrimonio. È una fiamma del Signore. È luce di Dio nella vita degli sposi stessi e per il mondo intero. È via di salvezza. Non c’è contrapposizione tra l’amore umano e l’amore di Dio. L’amore così genuinamente ed ecologicamente vissuto dagli sposi, come Dio lo ha pensato per loro, è amore di Dio stesso. Solo prendendo coscienza di questa grande realtà che ci caratterizza, possiamo capire come ogni gesto che ci scambiamo noi sposi sia davvero un gesto sacro. Esprime, ripeto, l’amore di Dio. Come ho già scritto all’inizio di tutte queste riflessioni. Con una differenza: all’inizio poteva sembrare una bella riflessione e basta. Ora no. Dopo aver meditato questo Libro, possiamo comprendere come sia davvero così. Gli sguardi, gli abbracci, l’intimità e tutto ciò che nella vita degli sposi è gesto di dono, di servizio e di tenerezza per l’altro/a è gesto sacro. Un gesto che rende gloria a Dio. L’amplesso degli sposi, quando è vissuto nella verità e nel desiderio di farsi dono, è il più alto gesto d’amore sensibile che gli sposi possono vivere e donarsi l’un l’altra. Rendiamo presente Dio nel nostro amore. È una fiamma del Signore. Quanti ignoranti dicono che la Chiesa è contraria al sesso. Quanti non capiscono che invece ne ha una considerazione altissima. Solo così l’intimità fisica è vissuta appieno. Diventa gesto che rende presente l’amore di Dio. Per questo l’intimità fisica non può essere banalizzata o inquinata da una mentalità sbagliata. Non solo da una mentalità materialistica e pornografica, dove la sessualità è concepita come modo per ricercare e vivere il piacere usando l’altro/a. Esiste anche un’altra “eresia” dell’amore. Quella di alcuni cristiani che considerano il rapporto fisico come qualcosa che abbassa la crescita spirituale sporcando il matrimonio. Qualcosa di necessario esclusivamente per procreare. Quindi quasi tollerato. Quanta miseria in questa concezione dell’intimità. L’amplesso fisico, come già precisato in precedenza, è la più alta espressione dell’amore umano tra gli sposi e riattualizza il sacramento che li ha uniti. In quanto tale, è sorgente di una nuova vita-amore in tutto simile a quella divina, seppur limitata dal nostro essere creatura. Ogni gesto sessuale tra gli sposi, infatti, ecologicamente svolto, è sempre aperto alla vita-amore, anche quando non genera un altro bambino. L’amore infatti è vita, è la vita di Dio e la vera vita per l’uomo. Questo è il vero senso dell’apertura alla vita, voluta da Dio e interpretata dal magistero della Chiesa, nostra madre e nostra guida. Il concepimento del bambino è il dono del Creatore più bello e concreto per la coppia che si ama, ma ogni rapporto intimo genera vita-amore ed è indispensabile per crescere nell’amore e per preparare o mantenere vivo quell’amore che serve a nutrire i figli che Dio dà alla coppia. Il concepimento di un bambino avviene quindi attraverso un gesto sacramentale. Il figlio è quindi frutto meraviglioso del sacramento del matrimonio, perciò è Cristo che, attraverso la collaborazione degli sposi, dona la vita a una nuova creatura. L’intimità degli sposi è come l’Eucarestia della famiglia e come tale gli sposi la devono vivere. In essa esercitano al massimo la dimensione sacerdotale del loro sacerdozio (il sacerdozio comune è dono battesimale per tutti i battezzati, da non confondere con il sacerdozio ordinato), estendendone gli effetti ai figli e a tutta l’umanità.

Antonio e Luisa

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Beati gli sposi!

In quel tempo, alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva:
«Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi che ora piangete, perché riderete.
Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v’insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell’uomo.
Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione.
Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete.
Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti.» (Luca 6, 20-26)

Nella liturgia di oggi il Vangelo ci riporta le beatitudini secondo la descrizione che ne fa Luca. Voglio farlo anche io, ma in modo originale e diverso. Vi propongo le beatitudini degli sposi. Una riflessione molto bella tratta da un libro della Comunità di Caresto.

  • Oh felicità, quando siete l’uno verso l’altra poveri in spirito, cioè vi affidate l’uno all’altra senza difese e senza arroganza; già ora realizzate il Regno
  • Oh felicità, quando saprete essere forti nella fede e perseveranti nel momento della sofferenza, della ferita, dell’intoppo; quando il dolore viene a bussare alla vostra porta, sappiatelo prendere come dalla mano di Dio: perché da Lui sarete consolati.
  • Oh felicità, quando vi accoglierete con mitezza e fate della misericordia il luogo dove poter sostare; a voi sarà data la terra promessa.
  • Oh felicità, quando non vi accontenterete di mangiare il vostro pane, ma aprirete le vostre porte e il vostro cuore alla fame altrui; Dio stesso si incaricherà di saziarvi, perché lo avete sfamato nei piccoli e nei poveri.
  • Oh felicità, quando, pur concedendovi la correzione fraterna, vi guardate con occhio di misericordia; sperimenterete la grande gioia che viene dal perdono.
  • Oh felicità, quando non consegnate il vostro amore agli idoli del mondo, ma vi amate con purezza di cuore; nel vostro amore vedrete Dio.
  • Oh felicità, quando fate la pace, non solo perché deponete il litigio, ma perché operate per costruirla; in quel momento sentitevi figli di Dio.
  • Oh felicità, quando il mondo non vi capirà, quando deriderà la vostra fedeltà; quando i furbi vi considereranno fuori dal mondo; già ora il Regno dei cieli, affidato alle vostre mani è vostro; già ora per voi e per il mondo seminate i semi di eternità.

(da “La casa delle otto felicità” della Comunità di Caresto)

Antonio e Luisa

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Dio si mostra nel nostro amore di sposi

Ricordatevi sempre che voi siete Dio per il vostro sposo o la vostra sposa. Non montatevi la testa! Non siete proprio Dio. Io sono sempre Antonio per Luisa. Dio però, attraverso il matrimonio, mi ha fatto Suo. Meglio dire che io mi sono fatto Suo, mi sono consegnato. L’ho fatto in modo solenne. Davanti alla mia sposa, al sacerdote, ai testimoni e agli invitati. L’ho fatto con la mia promessa matrimoniale. Una promessa che Dio prende molto sul serio tanto da farne un sacramento per riempirci dei suoi doni attraverso l’effusione dello Spirito Santo. Tanto da rendermi suo strumento privilegiato per manifestare il Suo amore per quella creatura che mi ha donato: Luisa, la mia sposa. Da quel momento tutto è cambiato. Quando Luisa è triste e Lui vuole incoraggiarla e sostenerla lo fa attraverso di me. Quando Luisa è debole e ha bisogno di essere sostenuta ci sono io. Quando Luisa vuole dare concretezza all’amore, quando ha bisogno di vivere l’amore nel corpo, ha bisogno di tenerezza, di intimità, di sentirsi avvolta in un tenero abbraccio ci sono sempre io. Quando Luisa desidera specchiarsi nello sguardo di Gesù, che la desidera ardentemente e la vede bellissima e perfetta così in tutta la sua umana imperfezione, ci sono un’altra volta io, perchè Gesù nel sacramento mi ha reso capace di guardarla così. Quando Luisa chiede a Dio di trovare il suo posto nel mondo, di non sprecare la sua vita ma di renderla feconda ci sono ancora una volta io. Si, perchè Gesù attraverso l’uomo che sono, con tutti i miei limiti, con tutti i miei errori e difetti, dice a Luisa: amami. Amami in Antonio, Amami nelle sue fragilità, nelle sue mancanza, nella sua inadeguatezza.

Il matrimonio è questo. Rendere visibile Dio, dare carne all’amore. Se sapremo rendere visibile Gesù tra noi allora potremo diventare una piccola luce e mostrare Gesù anche al mondo che ci circonda. Prima ai nostri figli e poi alle persone che ci stanno vicine.

Antonio e Luisa

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La coppia di sposi porta in sè il nome di Dio ma scritto con succo di limone.

Come spiegare che gli sposi sono immagine di Dio. Come disse Papa Francesco in un’udienza del 2014: L’immagine di Dio è la coppia matrimoniale: l’uomo e la donna; non soltanto l’uomo, non soltanto la donna, ma tutti e due.

Io e Luisa, come ogni altra coppia sposata in Gesù, siamo ciò che più si avvicina a mostrare chi è Dio. Perchè proprio nella nostra differenza uomo-donna, nel nostro essere sessuati e diversi, c’è la possibilità di generare una relazione feconda e l’occasione di farsi dono l’uno per l’altra in una comunione d’amore. Come accade nella Trinità. Certo rappresentiamo un’immagine molto limitata ed imperfetta, ma riusciamo a raccontare qualcosa di Dio come nessuna altra realtà umana può fare. Allora perché tutta questa miseria anche tra gli sposi uniti sacramentalmente? Perchè tanti sposi si separano, si tradiscono, si feriscono nello spirito e talvolta anche nel corpo? Queste coppie non sono immagine di Dio? Non è facile rispondere. Ci proverò con un esempio che può essere esplicativo. Presupponiamo che il matrimonio sia valido (purtroppo non è detto lo sia). Lo Spirito Santo è sceso sugli sposi e Gesù ha preso casa nella relazione dei due. I due sono immagine di Dio? Lo sono già? La risposta è ni. Si e no. Sicuramente in potenza lo sono. Hanno questa immagine impressa dentro di loro. Impronta impressa dal fuoco consacratorio dello Spirito Santo che li ha resi uno e che li ha resi di Dio. C’è l’immagine di Dio. In tutti i matrimoni validi anche i più disgraziati. C’è ma non si vede. Come se Gesù avesse scritto il Suo nome sul foglio del loro matrimonio con il succo di limone. Lo ha scritto, ma è invisibile. Come renderlo visibile? Bisogna avvicinarlo ad una fonte di calore. Ad esempio ad una candela. Candela che genera luce e calore. Una piccola luce e una piccola fiamma. Candela che rappresenta la nostra misera capacità di donarci l’uno all’altra con tutta la volontà, con tutto il corpo e con tutta la mente. Se il nostro matrimonio è vissuto nel calore del nostro amore umano reciproco ecco che accade il miracolo. I fogli bianchi della nostra relazione mostrano ciò che Dio aveva scritto fin dal giorno delle nostre nozze in modo non visibile. Il nome di Dio prende forma e colore nella nostra vita. Diventiamo davvero immagine di Dio e del suo amore. Ecco perchè tanti matrimoni falliscono. Perchè manca il calore e la luce dell’amore naturale degli sposi. L’immagine di Dio resta nascosta e il matrimonio rischia di restare una relazione molto povera, come tante altre. Come tante altre finisce. Non diamo la colpa a Dio per questo. Solo dando tutto avremo in cambio il centuplo in gioia, pace e grazia fin da questa vita.

Antonio e Luisa

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L’amore di Gesù è radicale. Così il nostro matrimonio.

In quel tempo, siccome molta gente andava con lui, Gesù si voltò e disse:
«Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento?
Per evitare che, se getta le fondamenta e non può finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo:
Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila?
Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda un’ambasceria per la pace.
Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

Il Vangelo di questa domenica ha un filo conduttore unico: la radicalità. Gesù ci ricorda come essere suo discepolo, cioè suo amico, cioè cristiano, significa mettere tutto di noi e Lui sopra ogni altra cosa. Non perchè sia un Dio geloso che non sopporta di stare dietro, ma perchè altrimenti non saremo capaci di vivere il Vangelo e quindi la nostra umanità e il nostro matrimonio in pienezza.

Gesù sta salendo a Gerusalemme. Sa che dovrà affrontare la sua passione e morte. Chi lo segue ha capito cosa significa essere cristiano? O lo segue solo perchè ha fatto miracoli e parlato bene? Gesù mette in chiaro le cose. Prendiamo una per una le affermazioni di Gesù. Ognuna di esse mette in evidenza un aspetto importante della nostra vita su cui dobbiamo riflettere per comprendere dove siamo deboli e perché non riusciamo a progredire nella nostra fede e nella nostra capacità di amare.

  1. Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Questa affermazione va spiegata. La traduzione esatta non è odiare, ma amare di meno. Gesù ci chiede di essere al primo posto. Perché? Cosa vuole dirmi? Non mettere la tua sposa al mio posto, prima di me. Non farne un idolo. Fallo per te e per lei. Se ne farai il tuo idolo le metterai sulle spalle un peso enorme. Non riuscirà mai a darti tutto quello che cerchi perchè nessun essere umano può farlo. Vieni da me e poi con la mia forza, la mia presenza e la mia tenerezza amala. Solo allora la amerai davvero, la amerai senza condizioni e senza pretese.
  2. Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo. La croce è la sofferenza. La sofferenza è sempre un argomento difficile. Dirò solo una cosa. Chi è Gesù per noi? E’ il talismano che ci deve proteggere da ogni male? Se è così non funziona. Questo non è Cristo. Il nostro Dio non cancella la sofferenza ma gli dà un senso. Spesso la sofferenza non possiamo evitarla. Gesù ci insegna a renderla feconda per noi e per tutti. La croce ci ricorda che amare significa anche, a volte, abbracciarla. La croce appesa al muro ci mette con le spalle a quel muro. Ci ricorda un Dio che ne ha fatto il suo trono d’amore. Ci ricorda che l’amore è fatica, che l’amore è una scelta, che l’amore ci chiede tutto. Ci chiede di morire a noi stessi. Ci chiede di perdonare tutto. La croce è segno dell’amore di Gesù.
  3. Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo. Cosa significa? Tutti dobbiamo fare come san Francesco? Gettare i nostri beni dalla finestra ai poveri? No. Non tutti siamo chiamati a questo tipo di povertà. Gesù ci dice altro. Ci chiede di abbandonare le nostre certezze e le nostre sicurezze. In un altro passo del Vangelo sono rappresentate dal mantello. Ecco dobbiamo essere capaci di gettare il mantello per rivestirci di Cristo. Per riacquistare la vista, per ricominciare, o per alcuni riuscire per la prima volta, a vedere la meraviglia della propria unione matrimoniale, bisogna essere capaci di gettare il mantello. Che mantello abbiamo? Cosa ci impedisce di abbandonarci alla fede e alla verità dell’insegnamento della Chiesa? Il mantello possono essere i nostri pregiudizi, la nostra storia, la nostra famiglia di origine, le nostre ferite, i nostri peccati. Non si può pretendere di risollevare una famiglia in sofferenza senza abbandonare il mantello degli anticoncezionali, senza abbandonare il mantello della pornografia, senza abbandonare il mantello della dipendenza da mamma o papà troppo invadenti e impiccioni, senza abbandonare il mantello dell’egoismo. Ognuno trovi il suo. Dobbiamo avere la forza di gettare tutto alla spalle per essere così in grado di rialzarci, di risollevare il nostro matrimonio, e rimetterci in cammino con Gesù per farne un capolavoro. Solo allora spogliati del nostro misero mantello da mendicanti potremo essere rivestiti di un mantello ben più prezioso. Saremo rivestiti del mantello regale. Saremo rivestiti della regalità di Cristo.

Questo Vangelo è davvero ricco di spunti. Lo dico prima di tutto a me stesso. Anch’io leggendo quanto ho scritto mi sono accorto quanta strada devo ancora percorrere per essere davvero cristiano. Per essere tutto di Gesù. Buon cammino.

Antonio e Luisa

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Un limite d’amore

La prima tappa è a Lanciano. A pranzo mi è caduta una borraccia da un litro piena d’acqua sul ditone del piede che pur volendolo ignorare è diventato viola e mi fa malissimo. Non posso camminare, né appoggiare.

cammino francescano amatiperamare.jpg

Sono scoraggiata e avvilita perché mi chiedo se la mia marcia finisce qui. Ce l’ho con me stessa, perché è colpa mia se sto col piede così. Perché sta mattina quando siamo arrivati ero agitata e ansiosa e per illudermi di avere il controllo della situazione mi muovevo freneticamente scaricando la roba dalla macchina, e mentre tentavo di togliere una delle quattro borracce in mano a Roberto, una l’ho afferrata male ed è cascata. Il tema della prima catechesi è IL LIMITE. E io ne ho davanti uno bello grosso: il mio dito viola e tumefatto, e una marcia da percorrere. Ma non solo questo. Ho paura di non farcela, di tirare fuori il peggio di me, ho paura che sbroccherò, che gli altri mi giudicheranno. Sarò all’altezza? Sarò abbastanza brava? Abbastanza brava. La Parola che ci guida è Genesi 3, 1-24 che parla della tentazione del serpente ad Adamo ed Eva sull’unico limite che aveva posto loro Dio: non mangiare dell’albero del bene e del male. Loro cedono a quella bugia e scoprono così di essere nudi, fragili, deboli e questo li porta a nascondersi dall’Amore di Dio. La genesi è una riflessione immaginifica che da risposte a domande esistenziali tramite un racconto “mitico”. Non è un trattato scientifico sulla creazione, ma risponde a domande esistenziali su chi è Dio e chi è l’uomo, da dove viene il mondo, cosa è l’amore, cosa è il peccato. In questi versi la Parola ci mostra come Dio abbia donato tutto all’uomo, nella possibilità di godere pienamente della bellezza delle cose. Ma gli da un piccolo limite, perché Dio ama l’uomo. Se il movimento dell’uomo non ha un limite diventa autodistruttivo, diventa potere coercitivo. Il limite è un dono d’amore per l’uomo, affinché non perda l’essenza della sua identità di figlio bisognoso d’amore e di relazione. I limiti che Dio mi da attraverso la mia storia, attraverso la sua Parola, sono il modo più speciale che ha di volermi bene, di custodirmi e non disumanizzarmi diventando una bestia (verso me stessa o gli altri). Tutta la mia psicoterapia personale ha ruotato intorno a questo tema: volermi bene nei miei limiti, nelle cose che non so fare o non so gestire, nelle mie incapacità, vulnerabilità, difetti. Strano che oggi la marcia cominci con questo argomento, e che il mio piede sia in questo momento un’enorme limite che odio. I narcisisti non vogliono limiti, e sono di due categorie: quelli che trattano male gli altri fregandosene dei loro bisogni, e quelli che odiano sé, bistrattando i propri bisogni autentici. Io appartenevo (o appartengo… non lo so) alla seconda. Ma tutti gli uomini nel cuore hanno questa tentazione: l’orgoglio di poter vivere senza limiti (confini) pensando che questo gli darà la felicità e il benessere. L’arroganza e la superbia ci illudono di poter controllare tutte le cose. Poi arriva il limite: una malattia, un momento di crisi, la morte di una persona cara, una prova qualsiasi e quella mania di grandezza si sfracella miseramente sulla realtà della nostra creaturalità. Ma questa è un’occasione d’amore se impariamo a vivere la vita come un mistero in cui l’unica parola veramente sensata da radicare è STARE. La fatica che facciamo in questo processo è il dono più grande per trovare le coordinate di come abitare questo mistero perché fa crollare la nostra tracotanza di farcela da soli. La menzogna che porta il serpente sembra attendibile, perché attraverso la seduzione e l’ambiguità egli sussurra all’uomo una mezza verità, ponendo l’accento proprio su quello che gli manca (e gli fa da argine) e che quindi desidera più di ogni altra cosa, diventa l’assoluto, un’ossessione. Ma in questa marcia tutti faremo l’esperienza dei nostri limiti, delle nostre fragilità, perché non bastiamo a noi stessi. Adamo ed Eva non erano in grado di gestire la differenza fra Bene e Male, e la pretesa e illusione onnipotente di essere come Dio (e quindi eliminare il limite) gli ha solo incasinato la vita portando dolore e sofferenza, laddove Dio invece voleva custodirli proprio con quell’argine. Perché è quando accettiamo le nostre nudità e quelli degli altri che la nostra vita può diventare un giardino dell’Eden! Ma quando stiamo nell’arroganza, crediamo di non aver ho bisogno di nessuno (o che nessuno possa capirci o aiutarci) e rischiamo di perdere la nostra identità più profonda che invece vede nel limite ricchezza, regalo e salvaguardia. E se quei limiti non li accogliamo cominciamo ad accusare (noi stessi o gli altri). È colpa tua! È colpa mia! Il demonio parla così. Ci vuole grande sapienza per stare AL POSTO TUO nella vita e nelle relazioni. Come quando non accogli il difetto dell’altro (che non significa far finta di nulla o incassare) e il litigio non è più lo spazio per esprimersi, comprendersi e crescere insieme ma diventa il ring dove colpire l’altro, svergognarlo, umiliarlo, ferirlo per difendersi. Così ci spingiamo all’isolamento, a vivere in trincea perché ciascuno nella relazione di coppia sa dove colpire l’altro, perciò è meglio che se ne stia nascosto. Non ci si sente più liberi di parlare. L’intimità di coppia così muore. La TENEREZZA invece nasce dall’accoglienza di quel confine, che i difetti tuoi, di tuo marito, di tua moglie, dei tuoi figli, segnano. E accogliendo, permetti all’altro di essere se stesso e sentirsi voluto bene in quel limite, oltre quel limite, nonostante quel limite. Mentre avete a che fare con quelle debolezze, vi volete bene, vi custodite in un clima di amore. La più grande bugia della mia vita e della tua vita è che non siamo amati, che Dio non mi ama e mi fregherà, che prima o poi la pagherò. Questa convinzione menzognera non mi fa occupare il MIO POSTO nella mia vita e nella mia storia. Ma invece la TENEREZZA di Dio mi aspetta, e gli posso dare fiducia, perché so che in questa marcia ho un appuntamento con Lui, col suo amore. Lui non mi obbliga, mi aspetta per tutto il tempo che mi serve, in ogni cosa. Camminerò per mettermi al posto giusto nella relazione con Lui. O forse mi fermerò se il mio piede non me lo permetterà. Non penserò più al giudizio degli altri, alla mia logica di darci dentro ed essere forte. Non mi importerà di fare bella figura, ma solo di cercare l’AMORE, che mi aspetta nel mio posto imperfetto in cui Dio vuole raggiungermi.

P.S. Il mio dito il giorno dopo è miracolosamente guarito e se c’è stata una cosa che non mi ha fatto male durante la marcia è stato quel piede. La prima notte ho affidato tutto a Dio, e se anche ho pregato perché il dolore sparisse, ero disposta a fermarmi se la mia marcia doveva essere questo per me. La mia marcia inizia con l’AMORE.

L’articolo è ispirato dalla catechesi di fra Alessandro Ciamei per la prima tappa della marcia francescana Lazio-Abruzzo 2019.

Claudia e Roberto

Articolo tratto dal blog Amati per Amare

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“Agosto: amore mio non ti conosco”..e a Settembre?

di Pietro Antonicelli & Filomena Scalise:

Agosto è terminato da poco. Si torna dalle vacanze e i ricordi delle sessantenni che fanno acqua-gym in mare è ormai -fortunatamente- un incubo lontano. Ma c’è di più.

L’estate con i suoi corpi esposti, con le tartarughe ostentate e con le rughe occultate sbiadisce come una maglietta rossa lavata -per sbaglio da tua moglie- con la candeggina.

“Sic transit gloria mundi” dicevano i latini per sottolineare che le cose del mondo sono effimere…ma poi i latini hanno incontrato gli americani e ne sono venuti fuori tormentoni estivi e balli di gruppo. (Battutaccia!!!)

Succede che ad Agosto gli occhiali da sole nascondono lo sguardo che a volte si perde là dove non avrebbe dovuto neanche posarsi. Succede che alcuni dicono: “Ad Agosto, amore mio non ti conosco!”

…e succede che succedono i guai.

Già, perché il punto forse non è il clima estivo e le birre ghiacciate, il punto è il cuore dell’uomo e della donna.

Scriveva Dostoevskij che il cuore dell’uomo è il campo di battaglia in cui Dio e satana si scontrano.

Come si arriva a Settembre sani e col matrimonio salvo?

Si arriva imparando a custodire il proprio cuore in ogni stagione. E allora non ci sarà agosto troppo caldo o febbraio troppo freddo…se fuggi l’infedeltà e se riconosci innanzi al Signore di avere un cuore adultero anche se non hai mai tradito concretamente il tuo coniuge, allora starai custodendo il tuo matrimonio.

Se credi di essere forte o di custodire il tuo matrimonio con la gelosia, con i ricatti affettivi o con altre alchimie umane…tieniti forte, potrebbe crollare tutto da un momento all’altro.

Chi è fedele nel poco, è fedele nel moltoe chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto” (Lc 16,10-11)

La fedeltà è un’arte che richiede un allenamento costante, un allenamento fatto di umiltà, Eucarestia, Confessione, preghiera e rinunce.

Una volta ho sentito dire a don Fabio Rosini che “una persona sposata non può fare tutto, non può guardare tutto, non può andare dappertutto.”

E allora forza…custodiamo il nostro matrimonio e chiediamo per quest’opera sovrumana l’aiuto del Signore…e settembre non farà più così paura.

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10 cose che ho imparato nei primi 10 anni di matrimonio

Il 15 giugno abbiamo fatto una bellissima festa per festeggiare i nostri primi 10 anni di matrimonio e abbiamo cercato di tirare un po’ le somme per ricordarci ciò che è importante per i prossimi 10 anni! Di seguito il mio il punto di vista.

1) Non posso cambiare mio marito, ma lui è cambiato lo stesso!

I primi anni di matrimonio, accanto all’entusiasmo per le cose nuove (che bello! vado a fare una lavatrice con la nostra nuova lavatrice nella nostra nuova casa!) e per la vita quotidiana insieme, ci siamo presto accorti che la diversità di idee, aspettative, modi di fare e di pensare, di agire e di reagire (tutto insomma!) ci portavano a stare molto scomodi insieme, a farci soffrire per apparenti banalità. Ovviamente il problema non era tanto scegliere un tipo di mensola piuttosto che un’altro, quanto invece (questo lo abbiamo capito dopo) non sentirci ascoltati e accolti dall’altro. Quanto avrei voluto, in quei momenti, che Tommy fosse diverso, e lui altrettanto evidentemente!

La cosa è bella è che piano piano piano (vedi punto 9) ci siamo ritrovati cambiati, più capaci di stare in relazione tra noi, più attenti all’altro, più disponibili all’ascolto e al dialogo senza fucile già puntato preventivamente contro l’altro.

Non si tratta di magia, ma di disponibilità a mettersi in discussione, in cammino, e tanto lavoro su di sé, spirituale e umano.

Ah, per non destare fraintendimenti: ciò non significa che siamo diventati uguali! Anzi, sempre più differenti, ma quelle differenze non erano più un problema, anzi una risorsa e una pienezza per la nostra coppia.

2) La sessualità ha bisogno di tempo

Questo è un tema molto ampio, che tratteremo sicuramente in modo più approfondito nei suoi tanti aspetti in altri articoli. Qui basti dire che, visto che la nostra vita sessuale è iniziata con la nostra vita matrimoniale, abbiamo dovuto conoscerci anche sotto questo punto di vista. E come la nostra relazione si è approfondita man mano in questi 10 anni, di pari passo così è stato anche per la nostra intimità fisica. Sembra scontato, ma sappiamo che per tante coppie la sessualità è un problema, e purtroppo se ne parla ancora molto poco. Un piccolo segreto, scontato se volete ma neanche tanto, è questo: l’intimità fisica cresce in funzione dell’intimità della relazione.

3) Dai bisogni inconsapevoli alle scelte consapevoli

Quanto mi ha fatto soffrire vedere che quella che pensavo fosse una scelta d’amore, recava in sé, oltre a questo, tanti miei bisogni (parlo dal mio punto di vista, ma ciò riguarda entrambi in modo  più o meno importante) di cui, a 22 anni, età in cui mi sono sposata, non ero minimamente consapevole. Vedere quello che c’era dietro alla facciata di “coppia modello”, è stato piuttosto doloroso, intuire che amare è una cosa diversa da quello che credevo, altrettanto doloroso.

Credo che alla maggior parte delle coppie possa succedere questo, in modo più o meno traumatico e più o meno “patologico”. Dopo questo “shock” iniziale, è stato fondamentale fare memoria della storia di Dio con noi, come singoli e come coppia. Lui non poteva essersi sbagliato. Così su una nuova fiducia, è stato importante ri-scegliere, questa volta in modo davvero consapevole, il nostro matrimonio, ma soprattutto fidarci di Dio che era in mezzo a noi e ci teneva per mano.

4) La fecondità è aderire al progetto di Dio per la nostra coppia

Fecondità. Parola tanto odiata e tanto amata. Non avendo figli, i primi anni di matrimonio, ma già al corso prematrimoniale, la parola fecondità faceva “rima” con “piano B se le cose non funzionano bene”. Quanto odiavo questo concetto: c’è la fertilità, poi per chi non ha figli c’è la fecondità. Mi faceva proprio arrabbiare. Anche questo è un argomento di vita vissuta molto importante, profondo, ampio, difficile. Troppa roba per condensarla in poche righe. Quello che voglio dire per ora, qui, è questo: ogni coppia è chiamata ad essere feconda, se no, anche se ha 2,3,4,5 figli, rimane in un certo senso “sterile”. La fecondità è aderire al progetto di Dio per la nostra coppia. Fecondità è lasciare lo spazio a Dio di agire, assecondare lo Spirito Santo, essere come le pale eoliche che si lasciano attraversare del vento dello Spirito e producono “energia”, cioè vita, cioè quello che Dio vuole generare con noi (ringrazio mio papà che mi ha regalato questa immagine). Chiara Corbella ed Enrico Petrillo lo testimoniano: quanta vita, quanti figli partoriti alla fede e tanto altro, attraverso la loro storia vissuta con Dio.

5) Ci sono momenti molto difficili in cui butteresti tutto all’aria.. non farlo perché, semplicemente, ne seguiranno di molto belli, anche se ti sembra impossibile

Questo è più un mantra di speranza da ricordarsi, portare al cuore e alla mente, per i momenti più difficili. Il Signore fa nuove tutte le cose, chiedi a Lui, arrabbiati, disperati, supplicaLo: non vede l’ora di poterti liberare dalle tue prigioni e dai tuoi sepolcri.

6) Alcune cose è meglio non farle insieme, altre, o insieme o niente.

Su questo punto ci si intende presto con degli esempi. Cucinare ad esempio, è un ambito nel quale io e mio marito agiamo in modo molto diverso per cui insieme è un po’ difficile. Per cui o cucino io e lui non si intromette, o viceversa. Ma questo significa anche che è bene conservare un proprio spazio, fare delle esperienze anche da soli, coltivare la propria differenza per arricchirsi e arricchire l’altro.

Ci sono altre cose poi, che abbiamo imparato che è meglio fare insieme, per il bene della coppia ma anche degli altri. Ad esempio: vi chiedono un servizio in parrocchia? Farlo come singolo o farlo come coppia è tutta un’altra cosa. Se lo fate come coppia, mettete in gioco anche la vostra relazione, il vostro sacramento, e ciò arricchisce enormemente di più il vostro contributo e la vostra “missione”.  Ed è pure una cura preventiva da protagonismi personali, dall’impegno più fuori casa che dentro casa, dall’essere coinvolti in dinamiche sterili e non equilibrate anche rispetto alla propria coppia e famiglia.

7) Meglio non fare troppi progetti ma godere di ciò che la vita ci offre

Anche questo è un mantra da ricordare. La vita che ti viene data da vivere è ora. Troppo tardi quando sarai in pensione, troppo tardi forse anche l’anno prossimo. Ci sono delle possibilità, opportunità, che la vita ti offre ora. Coglierle al volo e goderne è accogliere i doni che Dio vuole farci oggi. Per questo non bisogna programmare troppo: se si è troppo impegnati nel seguire il proprio programma si rischia di non cogliere ciò che di bello e alternativo ci viene messo davanti.

8) Le relazioni, alcune in particolare, sono il bene più prezioso

Non sono quella che socializza facilmente. Mio marito va molto meglio sotto questo punto di vista. Una delle cose più importanti che abbiamo capito in questi 10 anni è che Dio si è manifestato tante volte attraverso le persone che ci ha messo a fianco. Le relazioni in cui si può parlare di sé, delle proprie fatiche e ferite, in cui ci si sostiene a vicenda, si condivide e si cresce nella comunione sono un grande dono di Dio, più prezioso dell’oro, perché non si possono comprare ma sono solo un dono.

9) Non bisogna avere fretta, lo Spirito è maestro delle lente maturazioni

Tante volte ci siamo chiesti cosa Dio desideri da noi e cosa noi con Lui. La risposta non l’abbiamo ancora, però non possiamo non vedere quanto la nostra vita sia cambiata in questi 10 anni. Per chi non ci conosce bene, tutto sembra rimasto uguale: stesso paese, stessa casa, stesso lavoro (almeno uno dei due), nessun figlio ecc… quante cose invece noi e chi ci conosce bene sa che sono cambiate! Dentro di noi, nella nostra relazione, nel nostro rapporto con Dio, nelle nostre amicizie, in quello che facciamo, anche se non sbandierato da nessuna parte. Nella fede non ci sono soluzioni e risposte pronte, bisogna solo mettersi in cammino, in ascolto, e in gioco, e piano piano, piano piano, piano piano, lo Spirito crea e ti fa maturare, e il seme germoglia.

10) Più ti muovi, più ti arricchisci

In questi 10 anni le nostre automobili hanno percorso tantissimi km. Incontri, esperienze, amici da vedere, testimonianze da fare, relazioni, colloqui, esercizi spirituali, seminari, cene. I nostri familiari sanno bene che siamo sempre in giro e si sono rassegnati sia a badare alla nostra gatta mentre siamo via, sia al fatto che spesso manchiamo ai tradizionali pranzi della domenica e affini. È vero, spesso anche io mi sono lamentata di questo essere spesso in macchina, o in treno o anche aereo, ma la verità è che ogni tragitto è stato sempre ricompensato. Quanto ringrazio il Signore di non avermi lasciato nelle mie comodità e nei miei cliché, del sabato a fare la spesa e della domenica a pranzo o dai miei o dai suoceri, con un’alternanza rigorosa.

Lo ringrazio perché ha allargato i nostri orizzonti, ci ha regalato amicizie bellissime, ci ha fatto sentire la sua presenza in mille modi, ci sta guarendo e salvando piano piano.

Questo non significa che debba essere così per tutti, però è vero che più allarghi i tuoi orizzonti, più il tuo mondo diventa ricco.

Ora siamo curiosi di scoprire e vivere ciò che ci riserveranno i prossimi 10 anni.

Giulia e Tommy

Dal blog TEOLOGIA DEL CORPO & more (qui l’articolo originale)

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Meglio il caos intorno ma la pace nel cuore

Non so voi, io all’inizio di settembre cado sempre in una specie di piccola depressione. Si ricomincia! Presto tornerà la scuola. Ci sono i libri da comprare, le riunioni da ricordare, la matita HB, i fogli da disegno F4 squadrati, lisci,  ruvidi, poi c’è il compasso ecc. Tutto come lo vuole l’insegnante di turno. Poi le attività pomeridiane. Hai ancora voglia di studiare pianoforte o vuoi passare al teatro? Va bene il calcio anche quest’anno? E così via. Sono già stanco prima di cominciare. Poi, neanche a dirlo,  se dimentico qualcosa  è colpa mia! Te l’avevo detto di comprarlo!!! Pretendono i marmocchi! Mi sento sempre così inadeguato.

Cosa mi salva da tutto questo? Mi salva essere sempre più consapevole che io ho scelto e amo quel casino. Oddio, non il casino in sè, ma chi lo provoca. Chi ha portato tutto ciò nella mia vita. Perchè nonostante tutto, nonostante la casa costantemente in disordine, il caos, il rumore e la stanchezza costante, per noi è la vita più bella del mondo? Semplicemente perchè questo è l’amore, siamo fatti per questo, e anche se arrivo a fine giornata stanco morto, ho il cuore pieno,  ho la consapevolezza che nulla può darmi pace e gioa come la mia famiglia. Meglio vivere nel costante rumore di fondo e avere il cuore nella pace, piuttosto che avere tutta la tranquillità che desidero ma il cuore nel tormento. E ringrazio Dio, perchè senza di Lui niente sarebbe stato possibile. Quindi mi lascio qualche giorno di sconforto e poi avanti tutta perchè come dice Ligabue:

Strade troppo strette e diritte per chi vuol cambiar rotta oppure sdraiarsi un po’
che andare va bene, però a volte serve un motivo un motivo.

Ecco, io il motivo ce l’ho ed è il solo motivo che possa dare senso a tutto: essere parte di una comunità d’amore dove amo e sono amato. Tutto il resto non è importante e la fatica costa, ma è davvero poca cosa in confronto al valore che la mia famiglia ha per me.

Antonio e Luisa

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L’amore del Cantico dei Cantici in un disegno.

Silvia è un’artista. Non ama molto raccontare di sé. Almeno non ama farlo con le parole. Esprime molto del suo mondo nell’arte: nei dipinti, nelle sculture, nei mosaici e in tante altre espressioni artistiche. Le sue opere sono molto belle soprattutto per la sensibilità e la maestria nell’uso del colore e la capacità di esprimere la sua femminilità. Io e Luisa conosciamo Silvia e suo marito Massimo da tanti anni. Abitiamo lo stesso quartiere, i nostri figli sono coetanei, frequentiamo la parrocchia e lo stesso gruppo famiglie. Sono una coppia bella. Una coppia che si è costruita nel tempo e nel tempo è diventata sempre più luminosa. Quando li abbiamo conosciuti erano sposati civilmente. Con il tempo si sono create le condizioni per sposarsi in chiesa e hanno deciso di farlo. Erano già sposati civilmente, avevano due figli ed erano già una bella coppia. Sentivano però il desiderio di includere nella loro relazione anche Gesù. Questa loro consapevolezza è qualcosa di bello, qualcosa che provoca stupore e ammirazione. Non tutti comprendono l’importanza del sacramento. Forse lo capisce meglio chi ha dovuto farne a meno. Per questo è stato per noi un grande onore quando ci hanno chiesto di far loro da testimoni di nozze. È stata una cerimonia molto semplice, ma molto bella. Erano presenti poche persone. Era però presente forte l’invitato principale: Gesù. È stata davvero una cerimonia in cui lo Spirito Santo soffiava forte. Silvia ha contribuito concretamente a questo libro. Ha offerto la sua arte, il suo mondo interiore, e ha dipinto un piccolo quadro dove si è lasciata trasportare dal testo del Cantico e dalle emozioni che il testo le ha provocato. Ne è nata un’opera bella, piena di colori come lei sa fare. Un’opera piena anche di significato, dove ogni particolare non è a caso, dove ogni forma richiama ad altro. Nell’ultima di copertina, potete trovarne una riproduzione, che vi invitiamo ad ammirare.

Lascio ora la parola a Silvia che in prima persona racconta perché ha dipinto così il Cantico dei Cantici.

Silvia

Disegnare è la mia forma preferita di preghiera e meditazione, il mio canale privilegiato per entrare in connessione con la verità scritta nel cuore di ogni uomo. Per questo motivo, quando prego, cerco di non influenzare con il giudizio ciò che sto realizzando, preferisco lasciar andare la matita o il pennello con fiducia e poi leggere e interpretare, ogni volta con stupore e gratitudine, quello che si è rivelato. Anche in questo caso, dopo aver riletto il Cantico dei Cantici e il contenuto del libro, ho provato a realizzare degli schizzi veloci e l’ispirazione ha portato alla luce questo disegno, che poi ho dipinto su una piccola tela lasciando che si arricchisse di ulteriori colori, sfumature e particolari. Racchiuso nel simbolo del cerchio, che contiene e protegge come l’anello nuziale, c’è l’Amore che unisce, feconda e rinnova la vita. L’ unione, nel segno dell’amore, genera e fa fiorire non solo la coppia, ma ha la missione di portare questa promessa di armonia vitale su tutta la Terra e il creato, elevando gli sposi verso l’infinito.

Così, l’unione del maschile e del femminile (due) dà vita ad un processo di moltiplicazione da cui nasce il simbolo dei cuori uniti nella Croce (quattro); dall’abbraccio reciproco si forma il simbolo dell’infinito (otto) che conduce nella parte esterna al coronamento di fiori di loto (sedici), intervallati da cuori (altri sedici) che rappresentano nuove vite.

Curiosamente, è lo stesso processo che avviene nello sviluppo dell’embrione: nei primi giorni di sviluppo, lo zigote si divide rapidamente, raddoppiando di volta in volta il suo numero di cellule, inizialmente chiamati blastomeri, mentre l’embrione in formazione prosegue il suo viaggio verso l’utero. Da una cellula si passa a due cellule, quindi a quattro, otto, 16 e 32. Allo stadio di 16 cellule si ha la cosiddetta morula, che entra nell’utero circa tre giorni dopo la fecondazione.

All’interno di questa realtà assiste e trae beneficio l’armonia di tutto il creato, visibile negli elementi della natura in cui i personaggi, anche se sospesi nel tempo per via della loro anima immortale, sono immersi: il sole e luna, che regolano il giorno e la notte, l’acqua e la terra, il fuoco e l’aria.

Un’unica realtà circolare che riporta al centro, dove risiede anche il punto centrale della Croce e dei cuori, e che contiene in sé l’eternità.

Dentro ognuno di noi è descritto da Dio l’intero universo.

Questa immagine sarà riprodotta sulla quarta di copertina del nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore in uscita ad ottobre.

Antonio e Luisa

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L’amore sponsale è fedele, perseverante e fecondo.

Stavo facendo alcune ricerche sul web per integrare il mio libro di prossima uscita quando mi sono imbattuto in questa omelia di Papa Francesco del 2014. Mi era totalmente sfuggita. E’ molto bella e soprattutto molto chiara. Di seguito il breve riassunto che L’osservatore Romano fece della riflessione del Papa.

Un amore (l’amore sponsale) che ha «tre caratteristiche: è fedele; è perseverante, non si stanca mai di amare la sua Chiesa; è fecondo».

Anzitutto «è un amore fedele. Gesù è il fedele», come ci ricorda anche san Paolo. «La fedeltà — ha affermato il Pontefice — è proprio l’essere dell’amore di Gesù. E l’amore di Gesù nella sua Chiesa è fedele. Questa fedeltà è come una luce sul matrimonio: la fedeltà dell’amore, sempre!». Il Papa ha riconosciuto che «ci sono momenti brutti, tante volte si litiga. Ma alla fine si torna, si chiede perdono e l’amore matrimoniale va avanti, come l’amore di Gesù con la Chiesa».

La vita matrimoniale, poi, è «anche un amore perseverante», perché se manca questa determinazione «l’amore non può andare avanti». Ci vuole «la perseveranza nell’amore, nei momenti belli e nei momenti difficili, quando ci sono i problemi con i figli, i problemi economici». Anche in questi frangenti «l’amore persevera, va avanti sempre, cercando di risolvere le cose per salvare la famiglia». E rivolgendosi nuovamente agli sposi presenti, soprattutto a quelli che hanno festeggiato i loro sessant’anni di vita matrimoniale, il vescovo di Roma ha rimarcato che è bella questa esperienza della perseveranza, testimoniata dall’«uomo e la donna che si alzano ogni mattina e portano avanti la famiglia».

Il Pontefice ha quindi indicato nella fecondità «il terzo tratto dell’amore di Gesù con la sua sposa, la Chiesa. L’amore di Gesù fa feconda la sua sposa, fa feconda la Chiesa con nuovi figli, battesimi. E la Chiesa cresce con questa fecondità nuziale dell’amore di Gesù». Però «alcune volte il Signore non invia figli: è una prova». E «ci sono altre prove: quando viene un figlio ammalato, tanti problemi». E «queste prove portano avanti i matrimoni, quando guardano Gesù e prendono la forza della fecondità che Gesù ha con la sua Chiesa, dell’amore che Gesù ha con la sua Chiesa».

Bellissima! La fedeltà. La fedeltà è la virtù di chi tiene lo sguardo fisso sull’altro/a. Lo sguardo sull’altro/a soprattutto quelle volte che non ci appare così bello/a e magnifico/a. La fedeltà è quella di Gesù che sulla croce ancora implora Dio di perdonare chi lo sta uccidendo. La fedeltà è testimoniata da Gesù e dovrebbe essere incarnata anche da noi sposi che nel sacramento possiamo trovare la forza di amare come Gesù. Forza che viene dalla Grazia, dall’effusione dello Spirito Santo. Non solo, non basta. Il Papa dice che serve la perseveranza. Non basta la Grazia, ma serve la nostra personale adesione al progetto di Dio su di noi, al nostro matrimonio. Adesione da rinnovare sempre, ogni giorno, anche quando c’è difficoltà, c’è sofferenza, c’è lontananza e c’è divisione. Un cristiano non può dire al suo sposo o alla sua sposa: non ti amo più. Può dire: non è facile amarti, non mi viene naturale, non c’è passione, mi devo sforzare. Questo sì, può capitare per tanti motivi. L’amore però non cessa perchè è prima di tutto la nostra decisione e la nostra volontà che si fa perseverente contro tutti e anche contro i nostri sentimenti. Chi ha perseverato poi spesso ha ritrovato anche la passione perduta. Solo così l’amore può diventare fecondo, che è la terza caratteristica. Solo con la fedeltà e con la perseveranza il nostro amore può essere fuoco che infiamma e luce che illumina. Un amore che ha superato tante difficoltà e nonostante ciò è riuscito a sbocciare in qualcosa di ancora più bello può essere davvero fecondo, può davvero cambiare il cuore non solo nostro, ma anche di chi ci sta vicino.

Antonio e Luisa

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Il matrimonio è vero solo quando accoglie anche le povertà dell’altro/a

Avvenne un sabato che Gesù era entrato in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare e la gente stava ad osservarlo.
Osservando poi come gli invitati sceglievano i primi posti, disse loro una parabola:
«Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più ragguardevole di te
e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: Cedigli il posto! Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto.
Invece quando sei invitato, va a metterti all’ultimo posto, perché venendo colui che ti ha invitato ti dica: Amico, passa più avanti. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali.
Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».
Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch’essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio.
Al contrario, quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi;
e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

Dal Vangelo di questa domenica possiamo trarre alcune riflessioni importanti per la nostra vita di coppia. Possiamo leggerlo in chiave sponsale. Chi invito al banchetto del mio matrimonio e della mia relazione con il mio sposo o con la mia sposa? Invito soltanto ciò che è bello, ciò che mi piace, ciò da cui posso trarre profitto oppure accolgo tutto dell’altro/a? Sono disposto ad accogliere il mio sposo o la mia sposa solo nei suoi lati che più mi gratificano, che più mi donano piacere, che più mi fanno stare bene? Sono capace di accogliere l’altro/a quando è povero, quando non riesce a darmi nulla, quando non c’è contraccambio al mio donarmi? Sono capace di accoglierlo/la anche quando lei/lui è storpia/o? Cioè quando è deforme nella sua capacità di amare, quando non mi accoglie, quando è scostante, quando è lontana/o? Sono capace di accogliere l’amato/a quando è zoppo/a, quando non si regge in piedi? Quando non è sostegno per me, ma io devo essere sostegno per lui/lei? Sono capace di accogliere il mio coniuge quando è cieco, quando non vede ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, quando si comporta male nei miei confronti, quando mi provoca sofferenza?

Accogliere al proprio banchetto solo la parte migliore dell’altro/a non è difficile e non serve neanche l’amore, basta l’egoismo. E’ accogliere tutto dell’altro/a che diventa complicato e per questo non basta la nostra umanità ferita, ma serve un sacramento, serve la Grazia di Dio che ci fa forti, pazienti e perseveranti. Questa è la differenza tra chi sarà primo e chi sarà ultimo nel Regno dei Cieli. Solo chi avrà imparato a farsi ultimo, a mettere il bene dell’altro prima del suo, sarà pronto ad incontrare e abbracciare Cristo nell’eternità. Il matrimonio è una via privilegiata per imparare come superare l’egoismo e diventare dono per l’altro/a.

Antonio e Luisa

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Il talento più grande è l’amore.

Oggi prendo spunto da un’omelia dell’anno scorso preparata dal mio parroco. Un’omelia che mi ha fatto riflettere molto e che ho cercato di fare mia.

La parabola è quella dei talenti. Una tra le più conosciute e approfondite. Il mio don è partito da una domanda: perchè Gesù ha sentito la necessità di proporre questa parabola?

La società in cui viveva Gesù era caratterizzata da una forte idea legalistica di Dio. Chi rispettava la legge, offriva sacrifici e la decima e partecipava alla vita religiosa del tempio era a posto. Non serviva altro. Questo era il più grosso peccato che Gesù rinfacciava a farisei e dottori della legge. Gesù va oltre questa mentalità malata e superficiale. Gesù ci dice altro. Ognuno di noi viene dotato di talenti. Tutti abbiamo questi talenti. I talenti sono l’amore di Dio e la capacità di amare come Dio che ci viene donata attraverso il Battesimo dallo Spirito Santo che ci consacra. Abbiamo tutti i nostri talenti. Abbiamo il dovere di farli fruttare. Dobbiamo avere la capacità di usare questi talenti nella nostra vita e nella nostra storia. Solo così mettendoci in gioco riusciremo a far fruttare e aumentare quel talento che Gesù ci ha affidato per crescere nell’amore. Per essere sempre più capaci di farci dono. Per far crescere i nostri talenti dobbiamo però rischiare, vivere una fede radicale, fidarci e affidarci a Dio. Chi non si butta e non rischia tutto fa la fine di quel servo che sotterra il suo talento. Chi non fa mai nulla di azzardato, chi soppesa ogni azione per capirne la convenienza. Chi vive così, al risparmio, sotterra la sua capacità di amare e sopravvive, vivacchia fino a quando non perderà tutto. Perchè l’amore non vissuto inaridisce il cuore e lo trasforma in pietra. Chi non si lascia andare per non perdere quel poco che ha, perderà tutto. Questo insegnamento si traduce in scelte concrete. Avere il coraggio di buttarsi. L’uomo che non sotterra i talenti è quello che non ha paura di sposarsi mettendo in gioco tutto se stesso, l’uomo che, se non ha grossi impedimenti e in accordo con la sua procreazione responsabile, non ha paura di fare il terzo e magari il quarto figlio o anche di più. L’uomo che non sotterra i talenti valuta ogni cosa con il peso dell’amore. L’amore è così più ti doni e prendi il peso degli altri e più la tua vita sarà leggera, perchè piena di senso. Più sembra svuotarti di energie, di forza, di volontà e di proprietà e più ti farà sentire ricco.

Io sto imparando giorno dopo giorno a disotterrare i miei talenti, a mettermi in gioco e a dare tutto senza paura di prendere mazzate. Le mazzate ci sono, ma ne vale comunque la pena. Ed è così che tornando alla riflessione iniziale non mi devo rapportare in modo legalistico alla mia fede. Non serve partecipare alla Messa, alle preghiere, alle devozioni se questo non si traduce in un dissotterramento dei miei talenti. Se questo non mi porta a chiedermi ogni giorno se ho fatto fruttare quel talento che è l’amore di Dio in me con i fratelli e in particolare con la mia sposa. Se le mie scelte sono state dettate dalla paura di perdere qualcosa o dal desiderio di fare la volontà di Dio nella mia vita.

Antonio e Luisa

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Portate i pesi gli uni degli altri

..di Pietro Antonicelli e Filomena Scalise…

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“Ma te l’ho detto che è così, che tu non mi capisci, che lo shampoo anti-forfora non va bene per lavarsi i piedi!”.

Lui le rispose: “Ma che dici, mia madre lo faceva usare sempre a mio padre quando finivamo il sapone fatto in casa! E dovevi vedere che piedi puliti e profumati che aveva! Noi a casa mia…noi, eh eh…noi si che sapevamo vivere! Non voi, anzi…non tua madre…che poi che ne capiva lei se era sempre fuori casa! Che ne poteva capire di shampoo antiforfora e rimedi economici e naturali!”.

E la discussione potrebbe andare avanti all’infinito! A rinfacciarsi cose assurde e a difendere posizioni indifendibili.

Mariti contro mogli, che più che alleati nel bene, sembrano essersi sposati per avere qualcuno più vicino per poterlo insultare meglio.

Cosa succede?

Forse è il momento per la coppia di fermarsi un momento, guardarsi negli occhi e fare ritorno al “Principio”, quando si era uno per l’altra.

Agli inizi dell’avventura matrimoniale, quando l’altro era la terra da difendere e da amare a costo della propria vita.

Tornare a quel “Principio” dove ci si riconosce di essere stati creati per “abbandonare il proprio padre e la propria madre per unirsi all’altro e diventare una cosa sola, una sola carne”. 

Nel bene e nel male.

C’è bisogno di tornare a quel principio e imparare a volersi bene per ciò che si è, e per onorarsi per quanto si è.

Per fare questo bisogna chiedere aiuto al Signore…per imparare ad amarsi veramente e profondamente…per tornare anche oggi ad essere ciò che nel matrimonio si è diventati: una cosa sola.

 

“Portate i pesi gli uni degli altri,

così adempirete la legge di Cristo.”

(Lettera ai Galati 6,2)

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

La preghiera funziona se cambia il nostro cuore.

Mi capita spesso di ricevere richieste di consiglio o di aiuto. Persone che mi raccontano della loro sofferenza e mi dicono di pregare per la conversione del loro sposo o della loro sposa. Li faccio sempre ragionare su una cosa fondamentale. Cosa significa pregare per il nostro sposo o la mia sposa? Davvero crediamo che Dio possa, attraverso una magia, cambiare il cuore del nostro amato o della nostra amata? Non credo funzioni così. Dio non opera in questo modo. Lui non si impone. Lascia sempre che la prima mossa sia nostra, aspetta che siamo noi a desiderare il suo amore e a cercarlo. Certo una volta che noi apriamo la porta del nostro cuore poi lui fa miracoli. Ma la fatica di aprire il cuore dobbiamo farla noi. Allora cosa significa pregare per lui o per lei? Significa, prima di ogni altra cosa, renderci disponibili a farci strumento di Dio per la conversione dell’altro/a. Lui non va a Messa? Non crede? Nella preghiera chiediamo a Dio la grazia di essere capaci di mostrare la gioia e la pace che la relazione con Dio ci dona. Chiediamo di farci capaci di provocare nel nostro lui o nella nostra lei la nostalgia dell’amore di Dio.

Lui o lei è freddo/a, scostante, non ci mostra amore. Chiediamo a Dio la forza di amarlo/a con tutte le nostre forze, di essere accoglienti sempre, nonostante lui/lei non se lo meriti. Solo così potrà comprendere quanto è bello essere amati incondizionatamente e forse, a me è successo proprio così, sentirà il desiderio di aprirsi finalmente all’amore per ricambiare un dono tanto grande.

Abbiamo timore per i nostri figli? Per le loro scelte? Chiediamo a Dio di mostrare loro la pienezza della vita di chi è stato capace di una scelta radicale e definitiva. Che il matrimonio è meraviglioso nonostante i nostri limiti e i nostri difetti. Perchè è bellissimo volersi bene, ma è bello anche quando non si è capaci di farlo e si sa riconoscerlo e perdonarsi per ricominciare.

La preghiera è importante perchè ci aiuta non solo ad intercedere per le persone a cui vogliamo bene, ma, verità ancora più importante, ci aiuta a cambiare il nostro cuore affinchè Dio attraverso la nostra umanità possa condurre le persone che amiamo a Lui. La preghiera è renderci disponibili, metterci in gioco, farci strumento. La nostra preghiera può cambiare il cuore degli altri se cambia prima il nostro cuore.

Antonio e Luisa

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Le parole dell’amore. V di volontà e vocazione.

Torno con la memoria a circa sedici anni fa. Stavo per promettere amore e fedeltà per sempre alla mia sposa. Stavo per sposarmi. Ero felice, certo, ma ero anche frastornato e avevo paura. Diciamo pure strizza. Era una scelta definitiva, radicale e dalla quale dipendeva la risposta alla mia vocazione.  Quando si avvicina il giorno del matrimonio, quando lo prepari, quando vivi i giorni dell’attesa, dove finalmente vedi concretizzarsi quel progetto d’amore che prende vita e forma, senti sempre più forte quella chiamata che nel profondo ti spinge sempre più verso la scelta definitiva del matrimonio. Ero ubriacato da queste sensazioni ed emozioni fortissime, e non mi sono mai chiesto, anche solo per un attimo, se in caso di tradimento, o peggio, di abbandono da parte  di mia moglie,  avrei continuato ad amarla e ad esserle fedele. Quando ci si sposa non si pensa a queste cose, almeno non l’ho fatto io. Non so, forse è un meccanismo mentale che naturalmente ho messo in atto. Se avessi avuto il dubbio reale che potesse davvero accadere una situazione del genere non mi sarei sposato. Avevo bisogno di credere che tutto sarebbe andato bene per trovare il coraggio di un passo tanto definitivo. La verità è che non ero pronto a dire il mio si in ogni situazione. Il matrimonio non è un punto di arrivo, ma di partenza. L’innamoramento viene, nel corso del tempo, sostenuto dall’amore. Innamoramento che dipende da tante cose, che non è mai stabile, soggetto ad alti, che ha a picchi di sensazioni fortissime,  ma che possono cadere in voragini e buttarti giù fino a toccare il fondo. L’innamoramento non basta nel matrimonio, serve la volontà, serve la determinazione, serve l’agire, serve amare. L’amore diventa così quella roccia sicura che sostiene la leggerezza dei sentimenti e che permette di attutire le cadute e che comunque, consente che la voragine non sia mai troppo profonda, tanto da impedirci di riemergere.

Oggi , dopo sedici anni di matrimonio, posso dirlo. Voglio amare mia moglie sempre, anche se lei un giorno dovesse smettere di farlo. Voglio amarla perché sulla mia relazione con lei ho giocato tutto di me, le ho donato la parte migliore e peggiore di ciò che sono. Voglio amarla perché ho promesso di farlo per sempre senza porre condizioni. Voglio amarla perché attraverso di lei passa la mia relazione con Dio e perché la mia santità è solo con lei.

Mi è capitato più volte in questi anni di rinnovare le promesse matrimoniali davanti a Dio ed ogni volta è stato più bello. Perchè c’è sempre più consapevolezza e verità in quelle parole che spesso restano solo parole, ma che quando si realizzano sono il miracolo più bello che possa accadere nella vita di un uomo e di una donna.

Quando ci si sposa, la Chiesa ci insegna, che si diventa immagine dell’amore di Dio. Tutto vero. Padre Bardelli lo spiegava però meglio. Si diventa immagine in potenza, non ancora nella concretezza della vita. Si è come il negativo di una fotografia. Solo con una vita di donazione reciproca si può sviluppare quel negativo e mostrare l’amore di Dio in modo nitido e a colori. Un’immagine non può mai essere esaustiva della realtà, soprattutto di quella di Dio, ma può comunque raccontare molto.

Antonio e Luisa

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Le parole dell’amore. V di vera nuziale

Parto da lontano. Nel 1960 Andrzej Jawien, un autore polacco, pubblica sul mensile cattolico Znak  un dramma teatrale La bottega dell’orefice.Dietro quel nome per tutti sconosciuto si celava il futuro papa Giovanni Paolo II, Karol Wojtyla. Una bellissima opera che ruota intorno a una bottega di un orefice e racconta poeticamente tre storie per permetterci di meditare sul sacramento del matrimonio. L’orefice è la voce della Divina Provvidenza che interviene a svelare le coscienze dei protagonisti, ad indirizzare la loro strada, a ricordare loro il destino buono che sta già iniziando a svelarsi attraverso la scelta matrimoniale. Un’opera piena di brevi dialoghi, piccole pietre preziose che Karol ci regala. Emerge tutta la sua attenzione verso gli sposi che poi sarà uno dei tratti distintivi del suo pontificato.

Di seguito vi riporto il dialogo tra Anna e l’orefice, Anna ormai delusa e stanca del suo matrimonio:

Una volta, tornando dal lavoro, e passando vicino all’orefice, mi sono detta – si potrebbe vendere, perchè no, la mia fede (Stefano non se ne accorgerebbe, non esistevo quasi più per lui. Forse mi tradiva – non so, perchè anche io non mi occupavo più della sua vita. Mi era diventato indifferente. Forse, dopo il lavoro, andava a giocare a carte, dalle bevute tornava molto tardi, senza una parola, e se ne gettava là una rispondevo col silenzio).Quella volta decisi di entrare.L’orefice guardò la vera, la soppesò a lungo sul palmo e mi fissò negli occhi. E poi decifrò la data scritta dentro la fede. Mi guardò nuovamente negli occhi e la pose sulla bilancia…. poi disse: “Questa fede non ha peso, la lancetta sta sempre sullo zero e non posso ricavarne nemmeno un milligrammo d’oro. Suo marito deve essere vivo – in tal caso nessuna delle due fedi ha peso da sola – pesano solo tutte e due insieme. La mia bilancia d’orefice ha questa particolarità che non pesa il metallo in sè ma tutto l’essere umano e il suo destino”.Ripresi con vergogna l’anello e senza una parola fuggii dal negozio.

Ho letto e riletto questo passo. Papa Giovanni Paolo è riuscito ad esprimere in modo meraviglioso la bellezza del matrimonio, anche nella drammaticità di una relazione malata. L’anello nuziale segno della nostra unità indissolubile. Uno per sempre. Legati allo stesso destino. Il nostro valore è legato a quello di un’altra persona. La nostra salvezza è legata a quella di un’altra persona. Per questo non è sbagliato, secondo me, fare un parallelismo.  Il sacerdote indossando la casula si prepara tra le altre cose a rinnovare il sacrificio di Cristo sul Calvario. Noi non facciamo la stessa cosa? Indossando quell’anello, con il nome della mia sposa inciso all’interno, ho promesso di donarle tutto di me stesso. Indossando quell’anello mi sono impegnato a farle dono del mio cuore, che non è una metafora sdolcinata, ma è un atteggiamento concreto: significa impegnarmi ogni giorno a farmi piccolo per farle posto dentro di me. I suoi bisogni diventano i miei bisogni, i suoi desideri i miei, le sue preoccupazioni le mie e la sua gioia diventa la mia gioia. Padre Bardelli riprendeva spesso le parole della lettera di San Paolo ai Galati : «Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (GaI. 2,20); ci ripeteva   queste parole dicendo a noi sposi : Voi dovete dire: non sono più io che vivo ma il mio sposo o la mia sposa vive in mequesto significa il sacramento del matrimonio, Cristo vive in voi quando voi vivete nella profonda comunione e donazione dell’uno verso l’altra.

Il sacerdote la casula, una volta terminata la Messa, la ripone, noi l’anello lo indosseremo sempre fino al giorno della nostra morte e ci saranno giorni che il giogo non sarà sempre soave e leggero, ma la Grazia di Dio, se noi avremo fede  e invocheremo la Sua presenza con una vita casta e in comunione con Lui, ci permetterà di poter dire in ogni circostanza della vita :<<O Signore, che hai detto: Il mio gioco è soave e il mio carico è leggero: fa’ che io possa portare questo anello segno di amore e fedeltà in modo da conseguire la tua grazia. Amen>>

Voglio terminare con una bella opportunità. Forse pochi sanno che Giovanni XXIII ebbe una felicissima intuizione, quando volle regalare agli sposi cristiani un facile e profondo modo di vivere la religiosità in coppia, cioè: legò una “indulgenza speciale” (e parziale) al gesto coniugale del baciarsi almeno una volta al giorno reciprocamente l’anello del matrimonio

Motivò la sua decisione concludendo con queste parole:

è necessario che gli sposi scoprano ogni giorno il significato della fede nuziale che portano al dito, lo bacino ogni giorno promettendosi entrambi il rispetto, l’onestà dei costumi, la santa pazienza del perdonarsi nelle piccole mancanze, e che guardino a queste fedi che portano quale legame di indissolubilità nella quale i figli che Dio vorrà loro mandare, impareranno a crescere nelle sante virtù che tanto piacciono a Dio e rendono felice Gesù, ma che poi rendono felice la famiglia stessa che saprà così testimoniare come si vive da cristiani e come si è felici di superare insieme ogni giorno le difficoltà della vita

Antonio e Luisa

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Le parole dell’amore. T di tabernacolo e talamo.

Tabernacolo e talamo. Due parole che non sembrano avere molto in comune. Invece sono quasi sinonimi, sono parole che descrivono una sola realtà: la presenza di Dio sulla terra. Tabernacolo non è un concetto cristiano, ma qualcosa che viene da lontano, dal mondo ebraico. Nel tempio di Gerusalemme c’era un luogo inaccessibile, in cui solo il sommo sacerdote poteva entrare. Era il Santo dei Santi, il luogo dove era custodita l’Arca dell’Alleanza, il segno tangibile e visibile della presenza di Dio. Quello era luogo sacro, luogo di Dio. Pensate che gli esperti ci dicono che il sommo sacerdote poteva entrare una volta all’anno e, quando operai dovevano intervenire per manutenzioni venivano calati dall’alto con delle corde per non calpestare quel suolo, tanto era sacro quel luogo. Secondo due Vangeli, quello di Marco e quello di Luca, la tenda che separava il resto del tempio da questo luogo sacro si squarciò alla morte di Gesù, come a significare la ferita inferta dagli uomini alla relazione ed alleanza con il loro Creatore. Il tabernacolo delle nostre chiese ricalca esattamente quella verità. Nel tabernacolo delle chiese cristiane è custodita la reale presenza di Cristo e quindi di Dio. Non a caso Tabernacolo era in origine la tenda che conteneva le tavole della legge prima che fossero collocate nel Tempio di Salomone. D’altronde un luogo sacro è comune a tutte le religioni fin dagli albori dell’umanità, l’uomo ha sempre avvertito la necessità di relazionarsi con Dio e avere un luogo dove trovarlo.

Esiste un altro tabernacolo, non meno importante. Quel tabernacolo è il noi degli sposi. Nell’unione sponsale Gesù è presente in modo misterioso e unico, ma vivo e reale. Per questo si dice che Eucarestia e matrimonio abbiano molto in comune. Entrambi sono sacramenti perenni. Entrambi, a differenza degli altri, mantengono la reale e viva presenza sempre. Come nell’Eucarestia c’è la reale presenza di Cristo fino a quando pane e vino non sono consumati, così nel matrimonio resterà la realtà soprannaturale e non visibile fino alla morte di uno dei due sposi. Realtà invisibile, ma operante. Negli altri sacramenti non è così. Nel battesimo Cristo è presente e operante durante il rito, ma poi non più, permangono gli effetti di Grazia. Molto diverso. Questo concetto è stato ripreso e spiegato in modo concreto e non fraintendibile dal nostro vescovo. Il vescovo di Bergamo Francesco Beschi, durante un incontro rivolto ai giovani sposi, fece un gesto molto forte e per certi versi scandaloso. Si inginocchiò davanti a loro e disse che in quel momento stava adorando Cristo come davanti al Santissimo Sacramento.

Arriviamo così al talamo nuziale. Il talamo è il tabernacolo visibile della presenza reale di Cristo nell’unione sponsale. Talamo luogo di incontro della carne e dei corpi che diventa segno visibile dell’invisibile e sacra unione dei cuori operata dallo Spirito Santo con il sacramento del matrimonio. Per questo dissacrare il talamo nuziale è un peccato gravissimo. Non è molto diverso dal prendere l’Eucarestia e gettarla nell’immondizia. L’adulterio è uccidere Cristo nella nostra relazione, è distruggere il nostro patto che non è scritto solo sulla terra, ma anche nei cieli, è distruggere l’alleanza fedele e indissolubile segno dell’Alleanza di Gesù con la sua Chiesa.

Antonio e Luisa

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Le parole dell’amore. S di spendersi.

Sapete quando la mia sposa mi appare bellissima? Quando, come questa sera, è distrutta da una giornata di lavoro e ancora riesce a mantenere una dolcezza che mi lascia senza parole. Mi piace guardarla , perchè è davvero bella, nonostante la stanchezza che le si legge in volto. Una bellezza che forse posso percepire solo io perchè conosco la fatica che le costa dover fare tutto ciò che fa. Mi tornano in mente le parole del Papa che durante il suo viaggio in Messico espresse benissimo questo concetto dicendo: ” preferisco una famiglia con la faccia stanca per i sacrifici ai volti imbellettati che non sanno di tenerezza e compassione”. E’ esattamente così. La bellezza più assoluta e autentica è questa. La bellezza è essere capaci di non perdere la tenerezza e la compassione anche nella fatica di ogni giorno, anche negli impegni che sono così tanti che non sempre riesci a ricordarli tutti. Questa bellezza non teme il tempo che passa, non teme le rughe o le smagliature. E’ bellissima una persona che si consuma d’amore, è affascinante e irradia qualcosa che non viene solo da lei, una luce particolare nello sguardo e nel viso che è riverbero della luce di Dio. Mi torna in mente quanto diceva Chiara Corbella:

Lo scopo della nostra vita è amare ed essere sempre pronti ad imparare ad amare gli altri come solo Dio può insegnarti. L’amore ti consuma ma è bello morire consumati proprio come una candela che si spegne solo quando ha raggiunto il suo scopo. Qualsiasi cosa farai avrà senso solo se la vedrai in funzione della vita eterna.

La candela è un’immagine bellissima e concreta di ciò che siamo. Una candela nuova e spenta non si consuma, resta nuova, ma inutile, non fa luce e non scalda. Una candela accesa, piano piano si fa piccola e si consuma perdendo la propria perfezione, coprendosi di strisce di colata di cera, che ricordano tanto le rughe di un viso consumato dalla vita. Ma qui accade il miracolo: consumandosi la candela illumina e scalda chi è vicino, e quella candela accesa appare molto più bella di una candela nuova e spenta. Questa è la bellezza degli sposi che si amano e si donano mettendo se stessi dopo l’altro/a. Essendo felici di spendersi e consumarsi per la gioia dell’altro/a. La mia sposa è ogni giorno più bella, perchè la sua luce illumina la mia vita e il suo calore scalda il mio cuore; ed è vero che esistono tante candele più nuove e perfette di lei, ma non potranno mai sprigionare il fascino e la bellezza che riesce a sprigionare lei quando non si risparmia, spendendo tutto di sè, cuore, corpo e spirito, per la mia gioia e la mia pace. Questo non è solo una riflessione, ma è anche un ringraziamento a lei, vuole esprimere tutta la mia gratitudine e riconoscenza.

Antonio e Luisa

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Le parole dell’amore. S di Shekinah

Cosa sono le icone? Le icone non possono essere comparate con altre opere d’arte nel senso comune della parola. Le icone non sono dei quadri. I quadri, con i loro lineamenti e il loro colore, narrano degli uomini e degli avvenimenti della realtà concreta. Le icone sono delle rappresentazioni sacre dal carattere misterico e trascendente. Non si esprimono con il linguaggio delle immagini terrestri. Non si può dipingere un’icona senza preparazione. Dipingere un’icona è un’esperienza di trascendenza che va preparata nella preghiera e nel raccoglimento. Nel mondo slavo e bizantino la contemplazione delle icone aveva (ed ha) un valore salvifico pari a quello della lettura delle Sacre Scritture.

Nell’ Icona ” Nostra Signora dell’Alleanza” (esposta nella chiesa di S. Carlo Borromeo a Londra), la Vergine Maria, che  rappresenta la Chiesa, abbraccia l’uomo e la donna che si
uniscono nel Sacramento del matrimonio confermando la scelta che essi hanno fatto.

Le mani della Vergine Maria sono appoggiate delicatamente sulle spalle della coppia a dire consolazione ed incoraggiamento, ma non forzatura.  I due si tendono le mani come segno che essi hanno liberamente scelto di sposarsi.  Al centro dell’Icona c’è Cristo che tiene le mani agli sposi. Cristo che partecipa direttamente a quell’unione, unione da lui redenta e perfezionata dal suo amore divino.  Tutta la scena è racchiusa in un cerchio, un anello nuziale, segno dell’ininterrotto amore di Dio per questa coppia.
In alto, la mano di Dio Padre e sotto la colomba, segno dello Spirito Santo, per rappresentare la Trinità che è Famiglia, comunione di Amore.

La parte superiore dell’icona è attraversata da un drappo o un baldacchino, a rappresentare la “Shekinah”, la gloria di Dio e la sua presenza. Una coppia sposata rende Dio presente nel mondo per l’amore che essi hanno l’uno per l’altra. E questo amore, espresso sessualmente, rende gloria a Dio, perché è santo. I due diventano uno, analogamente a come la Trinità è unione di persone diverse. Sopra il letto nuziale ci può essere un baldacchino, proprio come può esserci sopra l’altare, perché il letto matrimoniale è anche un altare dove ciascuno offre il proprio corpo per l’altro. In alto, nella nicchia di sinistra, è collocato un libro aperto, segno della Parola di Dio; nella nicchia di destra vediamo invece il calice e il pane Eucaristico, segno di condivisione per la coppia dell’amore di Dio, accolto nel nutrimento e nutrimento del loro amore.  In basso, sia a destra che a sinistra, ci sono due lampade ad olio che stanno ad indicare la preghiera giornaliera della coppia: grazie a questa luce vanno avanti nella loro vita matrimoniale.  Per il cristiano, ogni coppia sposata è un’icona vivente di Cristo che ama la sua sposa, la Chiesa, fino al sacrificio di se stesso.

Anche i colori nelle icone hanno un significato profondo. Lo sfondo è giallo. Il giallo simboleggia l’oro e la luce. In questo caso il matrimonio è riflesso della luce di Dio. L’amore degli sposi è riverbero dell’amore di Dio. Tutto il dipinto richiama Dio. I due sposi indossano entrambi il blu. Il blu è il colore della trascendenza per tutto ciò che è terrestre e sensibile. Gli sposi sono del mondo ma attraverso la loro vita e il loro amore trascendono a realtà divine.La sposa è vestita anche di rosso e bianco. Rosso che simboleggia la vita, la donna che si fa utero, che accoglie dentro di sè la nuova vita, mentre il bianco è di più difficile interpretazione, può avere diversi significati. Mi piace pensare rappresenti il colore di colui che è penetrato dalla luce di Dio. La donna è colei che più riesce ad accogliere Dio dentro di sè e per questo riesce ad essere fondamenta cioè sostegno per tutta la famiglia. Lo sposo invece è vestito anche di oro. Oro che richiama la regalità di Cristo. Uomo che è quindi guida per tutta la famiglia. Ci sarebbe tanto altro da approfondire ma penso che già quanto ho scritto sia sufficiente a farvi ammirare con occhi diversi questa icona e anche il vostro matrimonio.

Questa immagine contiene tutti i significati più profondi del matrimonio e indica quelle che sono le priorità della nostra vocazione all’amore. Non serve leggere trattati di teologia per comprendere ciò che siamo basta meravigliarsi e meditare davanti a questa icona.

Antonio e Luisa

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I cattolici ai tempi di Nerone: la vita socio-politica dei nostri tempi

Ma un cattolico chi deve votare? Una domanda da un milione di dollari. C’è chi sostiene quel partito, chi quell’altro per svariate ragioni, c’è il sacerdote che fa politica spiccia e chi la fa in modo velato. Ma l’universalità e l’unità del cattolicesimo allora  va a farsi benedire?

E’ il pericolo di chi confonde Cesare con Dio. A Gesù per metterlo in difficoltà gli fanno una domanda ingannevole: “E’ giusto pagare i contributi ai romani?” che velatamente voleva dire “E’ giusto che Israele sia sottomesso alle leggi dei romani?” E guardate bene che i romani non erano questo popolo civile che c’è tanto nell’immaginario popolare. L’impero romano era una dittatura, esisteva la schiavitù e leggi ingiuste da un punto di vista “civile” e dei “diritti democratici”, e qualsiasi richiesta “democratica” veniva soffocata nel sangue. Allora tutti, proprio tutti si aspettavano che Gesù si sarebbe schierato apertamente contro l’impero romano, contro le ingiustizie, il messia che il popolo ebreo aspettava era un messia guerriero, non “questo coso” che andava in giro a dire “amate i vostri nemici” e sciocchezze varie su “beati i poveri” e “beati i perseguitati”.

Gesù non si schiera a favore dei romani, ne contro, ma risponde: “Date a Cesare, ciò che è di Cesare, a Dio ciò che è di Dio”.

La storia dell’impero romano, Gesù l’attraversa, così come Dio ha sempre fatto nella storia umana. Esistevano i sacrifici umani un tempo, ma Dio pian piano fa comprendere che non è quel genere di divinità che vuole sacrifici umani. Dio è paziente, è un Dio che non va per strappi, ma per gradi. E’ un Dio che non taglia l’albero, ma è un Padre che pota i rami, aspettando che porti frutto l’anno dopo.

Il cristianesimo ha attraversato l’impero romano, ha compreso cosa c’era di buono in esso e l’ha fecondato. E’ stato il sale che ha dato sapore alla minestra, è stato il lievito che ha fatto lievitare il pane buono. I primi cristiani hanno potato con la pazienza del contadino i rami secchi, per permettere anche a una realtà così terrena e barbara di portar frutto.

Oggi la situazione è difficile, il marcio che c’era nella democrazia cristiana ha mostrato che le cose di questo mondo sono decadenti, il seme della zizzania (la corruzione) è ovunque, anche nelle cose più sante che l’uomo riesca a fare. E’ la nostra natura decaduta che non ci permette di rendere pienamente pure le cose. La grazia ci aiuta, ma l’uomo è fragile, la sua natura fragile rimane, e la grazia non può andare oltre il nostro libero arbitrio.

Concretamente non c’è nessun partito che un cattolico può votare, mi fanno sorridere i sacerdoti/cattolici che dicono questo è votabile, quello no. Basterebbe leggersi la Dottrina Sociale della Chiesa per capire che non c’è nessun partito votabile e che dire questo no e quello si non fa altro che mettere ancora più confusione in tanti cattolici già confusi.

Allora il cattolico non può esercitare il voto democratico? Non può partecipare attivamente alla vita politica? Ci sono santi papi che hanno scritto largamente su questo, per cui dirò solamente alcune cose.

Partiamo dalla storia presente:

  1. Viviamo in un periodo storico molto particolare, il mondo si sta scristianizzando, i valori cristiani si stanno perdendo: fratellanza, solidarietà, rispetto della vita umana (qualsiasi essa sia). Dall’avvento del cristianesimo mai il mondo ha provato cosa significhi vivere senza Dio.
  2. L’avvento di nuovi diritti che si rifanno al concetto di libertà, una parola importante quanto pericolosa, perché la libertà è un concetto astratto e relativo, ciò che per me è libertà, può essere coercizione per l’altro. Ma anche senza scomodare i diritti degli altri, la libertà se non si rifà a delle leggi che sono scritte nel cuore dell’uomo, diventa la peggior schiavitù (ad esempio un tossicodipendente può essere libero di far uso di sostanze, quella che chiamerà libertà non è altro che una forma peggiore di schiavitù).

In questo particolare periodo, diventa difficile per un cattolico votare per un partito, perché tutti i partiti rispecchiano alcuni valori, ma mancano in altri. Ancora più difficile se debbo esercitare un’attività politica.

Al cattolico oggi è richiesto coraggio, posso votare per uno o per l’altro, ma denunciando apertamente dove questi valori non coincidono con i valori evangelici. Voto per la Lega? Va bene, ma non posso difendere una politica dell’immigrazione totalmente cieca davanti al bisogno del fratello. L’immigrato non è un numero, ma è una persona (rispetto della vita in ogni sua forma). Posso votare PD e M5S? Va bene, ma non posso difendere politiche che vanno contro la vita, come l’eutanasia e l’aborto (rispetto della vita in ogni sua forma), politiche per la liberazione delle droghe, ecc.

Se il cattolico vuole fare attività politica in un partito, deve difendere, anche contro il partito stesso, i valori cristiani. Se non lo fa, il sale che è chiamato a gettare perderà sapore e chi allora salerà la minestra?

E purtroppo qui arriviamo a un altro punto focale della storia presente: i cattolici (i battezzati) sulla carta sono ancora la maggior parte, ma la fede non si dimostra con un patentino, baciando crocifissi o mostrando rosari, la fede la si dimostra con i fatti, schierandosi totalmente per i valori cristiani, anche se questo significa essere messi da parte, anche se questo significa ricevere la gogna pubblica, anche se questo significa non essere influenti in politica.

“Non si possono servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro”. Una vita conforme al Vangelo è una vita chiamata a una scelta radicale!

Non avremo influenza politica, non avremo possibilità concreta di cambiare le sorti dell’Italia e dell’Europa, ma se rimarremo fedeli ai valori evangelici, se rimarremo fedeli a Cristo, a quello che ci ha insegnato, saremo il sale di questa Terra, e il deserto di oggi ritornerà a germogliare! Siamo pochi è vero, ma lo erano anche gli apostoli e i primi discepoli… Anche se pochi, impauriti e confusi, come diceva San Giovanni Bosco, se Dio è con noi, siamo la maggioranza. Oggi c’è chiesto di aver fede, di rimanere aggrappati a Lui, alla Roccia, e fare il nostro dovere fino in fondo, sarà Lui a moltiplicare i nostri sforzi.