La fede ripescata in mare

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

Lo zio di mia moglie – che si chiama Massimo – l’altro giorno ha operato un prodigio: le sue mani hanno ripescato in mare sotto 10 centimetri di sabbia… la mia fede nuziale.

Ero lì che, tra un tuffo e l’altro, paravo una pallonata mentre mi dilettavo in una partita di pallanuoto improvvisata, quando a un certo punto – preso dalla tipica foga del gioco che rapisce in estasi noi maschi – mi è volato via l’anello.

Ha fatto un salto nell’aria mentre, girando su se stesso, è stato illuminato dal sole cocente della Calabria, lanciandomi un bagliore negli occhi. Poi l’ho visto inabissarsi nel mare trasparente, e a quel punto mi sono sentito come Frodo Baggins, nel Signore degli Anelli, nel momento in cui Sméagol gli stacca a morsi il dito prima di cadere nella lava del Monte Fato.

Il mondo mi è caduto addosso.

E a quel punto entra in scena l’eroe: zio Massimo si tuffa con maschera e boccaglio e si mette alla ricerca del prezioso oggetto e – come accadde nel romanzo – riaffiora dalle acque tenendo tra le mani “il mio Tessssoooorooo”!

Che gioia! Il mio anello, l’anello del potere, l’anello che ghermisce tutti i miei demoni, tutti i miei egoismi, tutti i miei individualismi… era nuovamente nelle mie mani e poco dopo al mio dito anulare.

La fede nuziale non è un semplice anello, è molto molto di più. Ha il potere di riportarti a vivere così come ha vissuto Cristo, ha il potere di ricordarti che non vivi più per te stesso, ma che la tua vita è unita a quella di un’altra persona. Ed è ciò che libera l’uomo dalla sua libertà. Sì, ho scritto proprio così: col matrimonio l’uomo viene liberato della sua libertà, per essere veramente libero.

Basti pensare a tutte quelle libertà che uno liberamente si prende, e che poi schiacciano l’uomo in una vera dipendenza cronica. Nel matrimonio si attuano pienamente quelle Parole del Signore Gesù: “…A che giova all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde se stesso?” (cfr. Lc 9,25) e ancora: “Chi salverà la propria vita la perderà, ma chi la perderà per causa mia, la troverà” (cfr. Mt 16,25).

Ed eccomi qui, sotto al sole cocente e in costume da bagno, con la Fede nuziale tra le mani, a ringraziare il Signore per avermi liberato da me stesso. Per avermi donato una moglie il cui zio sa recuperare gli anelli in mare.

Per avermi donato questo grande tesoro: il mio matrimonio, attraverso cui posso arrivare al grande tesoro che è Dio stesso.

Grazie zio Massimo, grazie Gesù.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Il matrimonio è un amore trasfigurato!

Nei nostri articoli abbiamo più volte ricordato come la Chiesa affermi che matrimonio ed Eucarestia hanno molto in comune. Entrambi questi sacramenti producono come frutto la reale presenza di Gesù. In modo permanente e perenne. Fino a quando il pane e il vino non vengono consumati e fino a quando gli sposi sono in vita. C’è però una differenza che ho sempre trovato difficile spiegare. Ho letto pochi giorni fa una riflessione che mi ha davvero illuminato. Una riflessione di padre Mauri. Padre Mauri è uno dei precursori della moderna spiritualità matrimoniale, che poi è stata approfondita e acquisita dalla Chiesa attraverso il Concilio Vaticano II e la bellissima Teologia del Corpo di san Giovanni Paolo II. Padre Mauri affermò in una sua catechesi:

Il matrimonio è l’incarnazione sacramentale di un Mistero, il mistero delle mistiche nozze di Cristo con la Chiesa, una fede illuminata crede che la celebrazione produce una mistica trasigurazione degli sposi.

Capite la differenza? Gli sposi, in virtù della reale presenza di Gesù in loro, nella loro relazione, vengono trasfigurati. Il pane e il vino, attraverso la transustanziazione, non sono più pane e vino ma mutano sostanzialmente nel sangue e nel corpo di Gesù. Noi sposi no. Io resto Antonio, Luisa resta Luisa, ma il sacramento del matrimonio ci trasfigura. Certo serve l’apertura del nostro cuore.

E’ un concetto incredibile. Io e Luisa abbiamo nel nostro cuore la potenzialità di amare come Dio. Tutti gli sposi del mondo hanno questa grande occasione. Ma come è possibile? Io mi conosco. So i miei limiti. Conosco le mie cadute, i miei peccati, le mie fragilità. Eppure so che posso essere trasfigurato da Dio, per mezzo proprio del sacramento del matrimonio.

Don Renzo Bonetti spiega molto bene questa trasfigurazione. Noi sposi siamo come una piccola goccia d’acqua. Quella è la nostra capacità di amare. Don Renzo dice che questa goccia può anche essere non tanto pura, può essere un po’ sporca. Con il sacramento del matrimonio cosa accade? Questa piccola goccia che siamo noi con il nosro amore diventa parte dell’oceano dell’amore di Dio. Resta una piccola goccia ma acquisisce la forza dirompete dell’oceano intero. Una goccia che diventa bella come l’oceano.

Così nelle nostre miserie quotidiane possiamo essere capaci di mostrare l’amore trasfigurato di Dio. Quante famiglie riescono a sostenere sofferenze e lutti che potrebbero annientare chiunque. E che amore trasfigurato riescono a mostrare quelle che nonostante la sofferenza ne vengono fuori più forti e unite di prima.

Quanti sposi vengono abbandonati dal coniuge. Eppure riescono a non odiarlo e anzi a pregare e offrire la loro sofferenza per la salvezza di chi li ha abbandonati.

Quanti sposi non riescono ad avere dei bambini eppure riescono a rendere il loro matrimonio fecondo donando tutto il loro amore a chi ne ha bisogno in mille modi diversi. Non è forse un amore trasfigurato?

Ecco cari sposi ora guardatevi e ammirate l’uno nell’altra la bellezza di una vita donata e che diventa via di salvezza per voi e per il mondo intero. Cari sposi guardatevi e ammirate la bellezza di Dio nel vostro amore.

Antonio e Luisa

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Chi c’è nel nostro cuore?

E’ nato prima l’uovo o la gallina? Ecco verrebbe da fare la stessa domanda per quanto riguarda l’adulterio. E’ nato prima l’adulterio o prima l’impurità? Siamo adulteri perchè non siamo puri? Molti credono che non avere uno sguardo puro possa condurre all’adulterio. Anche io pensavo fosse così. Che fosse quindi fondamentale concentrarsi sull’evitare determinati atteggiamenti. Con la nostra volontà. Invece fra Andrea mi ha offerto una prospettiva un po’ diversa. Il tradimento nella coppia nasce da un altro tradimento. Il tradimento verso Dio. Il primo impegno che dovremmo avere non è quindi nel non fare qualcosa, ma nell’aprirci a Dio e aprire il nostro cuore alla Sua volontà. Crescere nell’intimità con Lui ci può aiutare a mantenere anche la purezza. Non per dovere ma per amore e per scelta di ciò che è meglio per noi stessi.

Nel decalogo Dio antepone al comportamento sbagliato la parola ebraica che i nostri esegeti hanno tradotto con “non”. Non è da intendere però come lo intendiamo noi. Quando Dio parla a Mosè con quel “non” intende dire non semplicemente qualcosa da non fare, ma dà un significato molto più profondo. Sta dicendo che Lui in quel modo di agire non c’è. E se Lui non c’è non ci siamo neanche noi. Lui non c’è nell’omicidio, Lui non c’è nel furto, e così via. Non sono quindi comportamenti che ci possono dare gioia. Non possiamo essere noi stessi. Vuol dire che stiamo commettendo adulterio verso di Lui e verso di noi. Vuol dire che non è più Lui ad essere l’amore della nostra vita, ma c’è qualcos’altro. Siamo adulteri ed infedeli verso di Lui.

Questo vale naturalmente anche per il sesto comandamento. Se noi metteremo ciò che vediamo e sentiamo come perno della nostra vita non saremo capaci di amare. Se ciò che sentiamo, quindi le nostre emozioni, le nostre pulsioni, le nostre sensazioni, diventano ciò che dirige la nostra vita, non saremo mai capaci di amare davvero. Non saremo mai felici.

Dio non promette mai nulla. Fateci caso. Quando Dio parla ciò che dice è già una promessa. Tutto ciò che Dio dice è promessa. Dio ci promette che saremo felici, che vivremo una vita piena. Ci promette che sperimenteremo una sessualità piena e autentica. Se solo custodiamo nel cuore le Sue 10 Parole. Invece spesso non siamo capaci di farlo. Ogni tradimento, ogni comportamento sessuale che adultera il significato autentico della sessualità, manifesta la nostra incredulità. Significa non credere che Dio possa renderci felici, ma che possano farlo le nostre emozioni.

Gli adulteri non hanno un cuore aperto a Dio, per questo si troveranno nella continua ricerca di una felicità e di una pienezza che non potranno mai trovare. Perchè la felicità e la pienezza non si trova nell’assecondare i nostri sentimenti e le nostre emozioni. Seguirli ci può condurre solo alla precarietà e a prendere dagli altri. Continuamente. Perchè le emozioni vogliono continuamente essere alimentate come un fuoco che brucia in fretta.

Dio ci dice che la vera felicità sta nel roveto ardente. Dove il fuoco è inesauribile perchè è Dio stesso ad alimentarlo. E’ un fuoco che non consuma e non distrugge. Ecco, Dio sa che abbiamo bisogno di una sessualità fondata sulla fedeltà e sul per sempre, dove Lui c’è e ci siamo davvero anche noi.

Solo così può davvero darci ciò di cui abbiamo bisogno e realizzare la promessa scritta dentro di noi. Solo così le nostre relazioni saranno basate su un amore vero, improntato sul dono e sull’apertura all’altro/a, e non sul ripiegamento su noi stessi e sull’egoismo.

Il matrimonio è il luogo privilegiato dove vivere l’amore secondo Dio, dove realizzare la promessa e dove recuperare anche uno sguardo puro. Tutto sta nel prendere coscienza di tutto questo e, quando le emozioni e le pulsioni cercheranno di prendere il comando della nostra vita, inginocchiamoci davanti a Lui e alziamo lo sguardo per incontrare il Suo. Troveremo la forza per scacciare dal nostro cuore quelle tentazioni che vogliono renderci adulteri verso Dio e verso la pienezza dell’amore e della nostra umanità. Noi promettiamo di amarci come Dio e Dio ci aiuterà a farlo ma dobbiamo fidarci e affidargli la nostra vita fino in fondo.

Antonio e Luisa

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Ce la farò col cucchiaino ?

Vi riportiamo il Vangelo di sabato scorso : << In quel tempo, si avvicinò a Gesù un uomo che gli si gettò in ginocchio e disse: «Signore, abbi pietà di mio figlio! È epilettico e soffre molto; cade spesso nel fuoco e sovente nell’acqua. L’ho portato dai tuoi discepoli, ma non sono riusciti a guarirlo».
E Gesù rispose: «O generazione incredula e perversa! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo qui da me». Gesù lo minacciò e il demonio uscì da lui, e da quel momento il ragazzo fu guarito.
Allora i discepoli si avvicinarono a Gesù, in disparte, e gli chiesero: «Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?». Ed egli rispose loro: «Per la vostra poca fede. In verità io vi dico: se avrete fede pari a un granello di senape, direte a questo monte: “Spòstati da qui a là”, ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile». >>

Questo brano mi ha ricordato un episodio della mia adolescenza…. ma ve lo racconterò dopo. Intanto questo brano smaschera chi dice che il Demonio non esiste : il papà del ragazzo parla di epilessia perché apparentemente sembrava quello, ma Gesù non si lascia ingannare dalle apparenze del demonio dimostrando che era una possessione diabolica. E qua abbiamo già un primo insegnamento per noi sposi. Cioè ? Chiamare subito un esorcista ? No, tranquilli.

Molte volte il demonio ci tormenta con mille sotterfugi ( quando non siamo noi stessi a tirarci la zappa sui piedi ). Per esempio : continue liti ed incomprensioni, lavoro che ruba troppo tempo a noi due, mal di testa inaspettati, stati d’ansia senza ragione, permalosità tra noi, orgoglio e vanagloria che riaffiorano, ecc…… Attenzione, non telefonate subito all’esorcista, perché la tattica del Diavolo è quella di ingannare e distrarre.

Vediamo solo alcuni esempi :

Se tu sei tutto impegnato a 360° nel lavoro non ti accorgi che il tuo coniuge ti sta chiedendo attenzione e soprattutto non hai tempo per pregare….. scopo raggiunto. Se sei tutto intento col tuo mal di testa ( o altro ) cercando quale farmaco ti possa aiutare, non riuscirai a donarti nel matrimonio e ti sarà quasi impossibile pregare ….. scopo raggiunto. Se sei concentrato nelle dinamiche psicologiche tra moglie e marito, penserai che l’unico rimedio sia umano e la preghiera ti sembrerà inutile. E così via con gli esempi… insomma distrarre dal vero obiettivo ( cioè la santità nel matrimonio ) è una strategia tra le preferite dal demonio.

Quindi bisogna stare attenti per non cadere nella trappola diabolica. Come ? Attraverso la preghiera costante e perseverante di TUTTI i giorni, e poi sviluppando tutti quei gesti di tenerezza verso l’altro sforzandoci di renderlo/la felice anche oggi. Per oggi potremmo cominciare col porgere un caffé al nostro sposo/a con uno sguardo lieto e tenero, con una carezza che esprima il desiderio di regalare un attimo di Paradiso attraverso una tazzina di caffé.

Ah…. dimenticavo l’episodio giovanile. Quando ho letto e meditato quella parte del brano in cui Gesù parla di spostare le montagne ( tema dell’articolo di martedì prossimo ) mi son messo alla prova ed ho pensato : non avrò ancora una fede così grande da spostare una montagna però un cucchiaino…. e fu così che tentai per giorni e giorni di spostare almeno il cucchiaino del caffè da almeno due metri di distanza. Secondo voi ce l’ho fatta ? Valentina dice di no.

Cari sposi, fate attenzione alle distrazioni del demonio, è un furbetto ! La famiglia gli ricorda Dio e quindi la vuole distruggere o almeno depotenziare. Coraggio , che Dio fa il tifo per noi sposi !

Giorgio e Valentina.

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L’amore appassionato è casto!

Oggi mi fa davvero piacere poter presentare una breve recensione di un libro. E’ scritto da un ragazzo del 1998. Un libro che è una testimonianza forte dove si racconta una storia d’amore. Più precisamente Filippo racconta come ha deciso di vivere il suo fidanzamento con Giulia. Voglio citare anche lei perchè se Filippo ha scritto certe cose è perchè lei le ha condivise con lui. Già perchè questo libro parla di castità.

Castità è una parola che spesso è usata con un’accezione negativa. Castità significa per tanti, non poter fare, non essere liberi di amare, non lasciarsi trasportare dal sentimento e dalle emozioni. Ancor di più la castità può essere avvertita come castrante dai giovani come Filippo e Giulia, che provano emozioni e sentimenti fortissimi sopratutto quando si tratta di amore e di essere innamorati.

Mi sento di ringraziare Filippo proprio per questo. La sua testimonianza è dirompente perchè riesce a trasmettere bellezza in ogni pagina che ho letto. Nel suo libro non ho mai letto un’accusa verso chi sceglie altri stili di vita. Non ho mai letto parole di condanna o di biasimo. Non si è mai posto al di sopra di nessuno. Con la gioia di una vita vissuta nella verità e nella fede, ha semplicemte raccontato la sua scelta, dandone le ragioni.

Credo che tutto il libro sia davvero affascinante. A partire dalla copertina dove sono raffigurati Filippo e Giulia. Sono belli, bellissimi. Certo tutti i giovani lo sono, ma loro hanno qualcosa in più. Il loro sorriso parla. Il loro sorriso ci conferma che ciò che Filippo ha raccontato è davvero una scelta di pienezza e di gioia vera.

Non è un cammino semplice. L’autore non lo nasconde. Se fosse facile vivere un fidanzamento casto significherebbe che qualcosa non va. Come si fa a non desiderare di vivere un gesto meraviglioso come l’amplesso con la persona che più desideriamo e che più amiamo? Filippo non nega di avere questo desiderio. Vuole però che quel gesto tanto bello diventi un’esperienza di completezza, di purezza e di verità. Non vuole rovinare quel momento che tanto desidera rendendelo qualcosa di falso, dove non c’è armonia tra cuore e corpo. Per questo serve però tanta preghiera e una vita abitata da Gesù.

Mi sono appassionato così tanto a questo libro forse perchè Filippo ha scritto il libro che avrei scritto anche io. Lui lo ha fatto però a 22 anni. Ha dimostrato una maturità e un dono dell’intelletto (dono dello Spirito Santo che permette di comprendere la volontà di Dio) non comuni. Condivido ogni parola che ha scritto. Alla sua età ero molto più indietro. Se ho mantenuto la castità è solo merito di Luisa che mi ha sempre respinto. Ho vissuto la castità un po’ come una scelta obbligata. L’ho fatto per lei. Piano piano, però, ho compreso l’importanza di questa scelta e oggi le sono grato di avermi detto di no.

Ecco, oggi dopo 18 anni di matrimonio, mi sento di dire a Filippo che non si sta illudendo. Ciò che sta costruendo oggi nel suo fidanzamento sarà un tesoro che si porterà nel matrimonio e che permetterà a lui e Giulia di vivere una relazione matrimoniale che sarà meravigliosa, anche nel loro incontro intimo. Non si stancheranno mai, come avviene purtroppo per tante coppie, perchè avranno saputo educarsi a vivere la tenerezza e la loro sessualità come un vero incontro d’amore, dove donarsi ed accogliersi nella verità e nella reciprocità. Usando le parole con cui Filippo termina il libro:

La purezza se ben intesa non toglie il desiderio di fare sesso con chi amiamo, ma anzi lo accende se la nostra vocazione è quella di condividere tutta la vita con lui

Credo che questo libro vada fatto leggere ai nostri ragazzi, regalato ad amici con figli adolescenti e ai nostri sacerdoti. I giovani vogliono qualcosa di grande, forse leggendo questo libro potranno comprendere quale sia la strada da intraprendere in un mondo che banalizza il sesso e punta sempre ad accontentarsi del minimo per paura di rischiare.

Ragazzi abbiate coraggio! Come Filippo e Giulia decidete di essere trasgressivi. La vera rivoluzione è la castità.

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Antonio e Luisa

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La fede sconfigge la paura!

[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, mentre egli avrebbe congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, solo, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava ancora solo lassù. La barca intanto distava gia qualche miglio da terra ed era agitata dalle onde, a causa del vento contrario.
Verso la fine della notte egli venne verso di loro camminando sul mare.
I discepoli, a vederlo camminare sul mare, furono turbati e dissero: «E’ un fantasma» e si misero a gridare dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro: «Coraggio, sono io, non abbiate paura». Pietro gli disse: «Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro, scendendo dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù.
Ma per la violenza del vento, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù stese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca gli si prostrarono davanti, esclamando: «Tu sei veramente il Figlio di Dio!».

Matteo 14, 22-33

Il Vangelo di questa domenica mi tocca molto. Evidenzia qualcosa che ci costituisce: la paura. Pietro ha paura. Anche gli altri discepoli hanno paura. Eppure conoscevano bene Gesù, credevano di avere fede. Conoscevano il lago e sapevano navigare. Molti di loro erano pescatori. La paura non riguarda solo ciò che non conosciamo. Spesso è paura di perdere proprio ciò che abbiamo e crediamo di conoscere. Quanto è vero.

Mi sovviene un altro episodio biblico dove si deve attraversare il mare. Si tratta della fuga dall’Egitto del popolo d’Israele. Anche lì, dopo che Dio ha aperto le acque, il popolo è incerto, ha paura. Ha paura non tanto del rischio di attraversare le acque (si anche di quello), ma credo ancor di più di perdere ciò che ha. Si, era schiavo in terra straniera, ma aveva di che mangiare e dove dormire. Ora lo attendeva la libertà, ma anche l’incertezza e il deserto.

Come non pensare poi a Giobbe e alla sua traversata del mare in tempesta. E’ la stessa cosa dell’Esodo. L’Esodo che ognuno di noi vive nella sua personale storia di salvezza. Giobbe ha perso tutto. Si è fidato di Dio, e nel deserto della Sua vita lo ha davvero incontrato, come mai gli era successo prima. Ha mantenuto la fede, ma quella vera. Non una fede che sembra più superstizione. Una fede che ci serve per esorcizzare il male, la sofferenza, le malattie e i lutti che purtroppo fanno parte della vita e non possiamo evitare. E’ solo un’illusione ripararsi in questo tipo di fede per paura di ciò che ci può accadere.

La fede quella vera è di chi decide di fidarsi anche quando si trova nel deserto, quando pur non vedendo vie d’uscita, pur nella sofferenza, pur nella difficoltà riesce ad affidarsi a Gesù e lì lo trova davvero. Lo trova più profondamente e in modo più vero di come mai lo abbia incontrato prima.

Voglio dedicare questo articolo a Michele. Lui è riuscito a fare la sua traversata. Si è sposato con Giorgia. Hanno avuto un bambino, Leo. Erano giovani, lui è ancora molto giovane. Lei si è ammalata, di una malattia devastante. Eppure non hanno perso la fede. Hanno incominciato il loro Esodo, hanno attraversato il deserto. Ora lei è nelle braccia di Gesù mentre Michele è un uomo luminoso. Uno che non ha paura perchè come Giobbe ha trovato Gesù nel deserto. Ha trovato chi è più importante di ciò che può perdere. Lunico che può dare senso, pace e un orizzonte eterno.

Quindi caro Michele ti ringrazio. Ci hai mostrato che possiamo perdere tutto, ma possiamo essere comunque persone libere e nella pace perchè ciò che davvero conta, Gesù, possiamo trovarlo proprio quando pensiamo di aver perso tutto il resto.

Antonio e Luisa

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L’abito fa la sposa.

Habitus, nella lingua latina, può indicare il modo di vestirsi e abbigliarsi. E’ molto più di questo. Indica un modo di essere, indica il carattere, l’atteggiamento, lo spirito e la disposizione d’animo. Qualcosa di molto più profondo ed importante di un semplice abito da indossare, ma l’abito che rappresenta ciò che siamo e che vogliamo essere.

Arriviamo così alla riflessione che questo termine latino mi ha provocato. In realtà è una riflessione di alcuni mesi fa e già pubblicata, ma è perfetta per entrare nella realtà sponsale che voglio approfondire con questa parola chiave.

Per tante donne l’abito nuziale è qualcosa di sacro. Certo non per tutte, ma per tante lo è. Per chi desidera nel cuore un matrimonio con Dio spesso non è solo un abito. L’abito, per la sposa molto più che per lo sposo, ha un significato grande e profondo. Parto da lontano, dalla Bibbia e dalle origini. Adamo ed Eva quando si accorsero di essere nudi? Quando, con il peccato originale, non ebbero più uno sguardo d’amore, ma l’egoismo e la concupiscenza cominciarono a prendere possesso del loro cuore. Non che prima fossero vestiti, ma avevano un altro sguardo, erano rivestiti dello sguardo di Dio l’uno verso l’altra. L’abito da sposa, non sempre in modo consapevole, esprime un desiderio del cuore della donna (e anche dell’uomo). Vuole dire: Voglio tornare ad avere questo sguardo, voglio essere rivestita di Dio, voglio essere bellissima per te.

Il bianco è naturalmente segno di purezza, che un tempo indicava la verginità della sposa. Oggi è certamente sempre più raro riscontrare questo significato, ma indica comunque la grandezza del matrimonio sacramento. Attraverso il sacramento del matrimonio gli sposi, se lo vogliono e in virtù della redenzione di Cristo, possono ricominciare e vivere un amore casto (nel matrimonio la castità non è astinenza!) e una relazione pura e autentica. Il vestito bianco esprime questo desiderio di un amore grande, unico e santo (perfetto).

Ma non solo, il bianco indica anche qualcos’altro. Il bianco è la trasfigurazione di Cristo. Vestirsi di bianco è voler mostrarsi al proprio sposo in una bellezza trasfigurata. Significa chiedere al proprio sposo di essere guardata, da quel giorno, non più con lo sguardo del mondo, ma con lo sguardo di Dio, guardarsi con la bellezza dei figli di Dio, una bellezza percepibile non a tutti, ma che è solo degli sposi e che rimarrà un tesoro da custodire e proteggere.

Ultimo appunto, ma non meno importante, che voglio fare è la relazione con il battesimo. Il giorno del battesimo ognuno di noi è stato rivestito con una vestina bianca. Vestina che simboleggia la rinascita a vita nuova con Gesù. La vestina bianca simboleggia la nostra nuova dignità regale. Il battesimo ci ha reso figli di re. Il matrimonio è molto simile in questo senso. Il matrimonio è un rinascere nuovamente in una nuova creazione dove lo sposo e la sposa acquisiscono una nuova identità, concretizzata dalla loro unione indissolubile, unica, fedele e feconda. Pur restando due persone da quel giorno diverranno uno e, in quell’uno, potranno dire al mondo chi è Dio e come Dio si ama e ci ama.

Il vestito bianco non è solo una tradizione, ma racchiude in sè il mistero del matrimonio e il mistero di un’unione umana che diventa divina. Ecco perchè tante (purtroppo sempre meno) donne custodiscono gelosamente quell’abito, e dopo tanti anni di matrimonio è ancora lì nell’armadio, nonostante rubi spazio ad altri abiti più utili. Ecco perchè il sogno di tante mamme è quello di poterlo donare alle figlie. Inconsciamente la mamma trasmette alla figlia ciò che ha vissuto, o che ha cercato di vivere, in tutti gli anni di matrimonio. Consegnando quel vestito sta passando un testimone e una testimonianza di vita e di amore.

Antonio e Luisa

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“Nel terzo cassetto”

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

Vi raccontiamo una storiella per sorridere e riflettere un po’ 🙂 Buona lettura!!!

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Lui le chiese: “Dove sono i calzini di nostra figlia?”

“Nel terzo cassetto dell’armadio delle bambine” rispose lei, sapendo già che poco dopo questa risposta sarebbe dovuta accorrere in aiuto del suo coniuge.

Quel coniuge così sicuro in altri ambiti della vita, così pratico nel trovare mille soluzioni per cinquecento problemi…proprio lui ora era lì, con le mani in quel misterioso cassetto e lo sguardo perso nel vuoto…un vuoto vasto, che sconfinava nelle profondità dell’essere maschio innanzi alla complessità del terzo cassetto.

Cosa gli impediva di trovare quello che cercava (i calzini, appunto) e cosa invece lo predisponeva a smarrirsi egli stesso durante quella ricerca…solo Dio lo sa.

Sta di fatto che una volta sua moglie dovette chiamare un falegname affinché smontasse l’armadio al fine di recuperare oltre ai calzini di sua figlia, anche il marito che si era smarrito da circa una settimana nel fatidico terzo cassetto dell’armadio delle bambine.

Ci mancò poco che anche il falegname ci restasse secco…infatti il suo sguardo iniziò ad apparire assente appena le sue orecchie captarono la voce della padrona di casa che chiedeva di cercare suo marito all’interno del terzo cassetto nell’armadio delle bambine.

Alle parole “terzo cassetto” il falegname si era già quasi smarrito nella infinita e angosciosa vastità dell’universo maschile.

In realtà il falegname non poté nulla contro la forza dello smarrimento che lo assaliva innanzi al terzo cassetto dell’armadio delle bambine. Dovette risolvere tutto la padrona di casa, nonché moglie del marito smarrito tra i calzini, le magliette e i pigiami nel cassetto.

Le differenze di genere non esistono dicono alcuni…Io rispondo: Si vede che non avete mai visto un uomo innanzi ad un terzo cassetto qualsiasi.

🙂

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

La Dracma ritrovata (2 parte)

Se vuoi leggere la prima parte clicca qui

Perché tale determinazione?
Ne aveva nove, potevano bastare, magari col tempo ne avrebbe guadagnata un’altra!?
Il libro del Deuteronomio ci apre al significato di questo gesto e di questa determinazione: le dramme da offrire per il sostentamento del Tempio erano due e, quindi, nelle cinque coppie qualcosa sarebbe venuto a mancare. Avrebbe dovuto portare in natura il valore di quella dramma, un peso da sopportare nel viaggio.

La donna, inoltre, sapeva che quella dramma e la ricerca di essa significavano onorare Dio con il Suo stesso modo di amare, poiché Egli aveva scelto quel luogo e quella dramma per amarla, facendosi onorare, facendosi amare da lei! E’ quella moneta la protagonista del brano e la donna lo comprende. La donna è immagine di un amore sponsale e apostolico che annuncia la verità: ognuno di noi è importante, unico e non può essere perso, ognuno di noi può rendere più leggero il cammino quando condivide scambievolmente il suo peso con gli altri. Ognuno di noi è il luogo che Dio ha scelto per essere amato in modo unico e dignitoso, poiché Dio dona la dignità di fare qualcosa per Lui, sempre e nonostante tutto!

Altro richiamo del vangelo è la ulteriore necessità del regno di essere regno di Dio in famiglia. Il monito di Gesù ci fa comprendere la responsabilità di essere e far sentire importanti.

Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture.

Mt 10, 7-9

Qui sembra esserci uno di quei tanti apparenti equivoci presenti nel vangelo: la donna che cerca il denaro è elogiata da Gesù, ma poi lo stesso Gesù dice di non portare né oro, né argento. Perché?

Al tempo di Gesù c’era una gerarchia nell’alveo delle monete, a seconda dei materiali con cui queste venivano prodotte. C’era il denaro d’argento, il denaro d’oro che equivaleva a venticinque denari d’argento. La disposizione precisa del Signore su cosa non portare, né oro, né argento, unita al fatto che esistevano monete romane di minor valore, fatte di rame e bronzo, come l’asse e il sesterzio, oltre una moneta di rame ebraica come il lepton, ci fa capire che la direttiva di Gesù è relativa non tanto al non portare soldi o al munirsi di mezzi quanto al portare con sé tutto ciò che ha
meno valore: l’apostolicità magnanime sa partire sempre dal minimo, dall’unità di misura più bassa dell’amore, la delicatezza sottile della benevolenza, lepton significa proprio sottile. Facendo un rapido calcolo secondo le stime dell’epoca il lepton valeva mezzo quadrante, perciò centoventotto lepton erano il valore di una dracma.

Ecco perché quella donna si dà tanto da fare, ecco perché Gesù ne parla come se stesse raccontando se stesso. Egli non vede mai solo una persona, ma la sua intensa complessità fatta di emozioni, desideri, speranze, dolori, gioie, ferite, peccati, perdoni e benedizioni. Gesù non si dà per vinto finché non riesce a toccare gli angoli più remoti del nostro cuore e a farli sentire amati e impone ad ogni apostolo di non lasciarsi attrarre dalla ricchezza dell’apparenza, ma di guardare la complessità sottile del cuore.

Ogni famiglia è Regno di Dio in uscita, quando vede in ciascuno non un singolo ma un insieme di ricchezze, quando anche chi ha perso se stesso sa che sarà cercato e ritrovato, quando si ha il coraggio di andare da chi ha perso tutto, forse anche la dignità del proprio amore, del proprio essere padre o madre, moglie o marito come un bimbo che gli dona un soldo che vale più di ogni cosa, vale un “Grazie …Dio ti benedica” per fargli varcare le soglie delle tenebre ed entrare negli atri della speranza: continuare a cercare e farsi amare con la nobiltà e la maestà dei figli di Dio!

Fra Andrea Valori

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La Dracma ritrovata (1 parte)

Varcare il limite delle tenebre, una dignità che può amare sempre e nonostante tutto!


Le luci e i colori della festa ornavano il Natale di quell’anno tanto lontano quanto vicino nel ricordo che faceva capolino nella memoria. Il freddo, per un bimbo ben vestito e curato, era più piacevole che rigido e la meraviglia di quella visione, che incontravo per la prima volta, riempiva a mani piene il mio stupore, la mia gioia nel vedere qualcosa che agli occhi di un bimbo doveva sembrare molto più che stupendo o magnificente: era infatti incredibile. Piazza San Pietro, vestita a festa, con gli ornamenti dell’albero e del presepe, con le decorazioni e le luminarie che avvolgevano la via che ad essa conduce, il tutto insieme al mio babbo e alla mia mamma sembrava traboccare di felicità, perché respiravo la bellezza di essere protetto, di essere voluto, di essere amato, perché quel momento era stato pensato per me.

Eppure spesso, accanto al chiarore del bello che risplende, il dolore del buio guarda attonito e spera che ci sia qualcuno che varchi il confine tra buio e luce per rendere luminose anche le tenebre. Molto spesso siamo capaci di varcare quel limite, anche se non ce ne accorgiamo, e questo, nella innocenza di allora, accadde anche a me! Mentre estasiato osservavo la grandezza di quegli edifici, che avevano attraversato i secoli per farmi dono della loro bellezza, il mio sguardo andò verso una zona d’ombra sotto il porticato, lì dove un uomo rovistava tra le sue cose. Non so cosa cercasse, ma, pur nella mia infantile età, capivo che era un povero, un senza tetto, qualcuno che era veramente un “bisognoso” e che era solo, che stava cercando qualcosa che sembrava avesse perso.

Tutto d’un tratto cessò la sua ricerca, si sedette per terra e, quasi a tradire un gesto di preghiera e di scoraggiamento, portò le mani giunte verso il volto e poi verso le ginocchia. Lasciò cadere il collo su se stesso, sensibile segno del senso di sconfitta, come aspettando il colpo di grazia, poiché non aveva trovato ciò che cercava. Non so perché, ma in quel momento chiesi alla mia mamma qualche spicciolo. Dopo essersi accertata sulle mie intenzioni, lei mi incoraggiò ad andare, vincendo il timore che un bimbo può avere verso una situazione così nuova per lui. Andai incontro a quell’uomo, non dissi nulla: gli sorrisi, stesi la mano e misi quegli spiccioli nella sua. Mi sorrise con una forza che non avevo mai visto, penetrante, nobile, dignitosa e mi disse: “ Grazie …. Dio ti benedica”.

A distanza di quasi trent’anni quelle parole mi risuonano ancora, perché fu una delle benedizioni più belle che abbia ricevuto, che generò in me un sentimento di bene che la meraviglia di prima non poteva in nessun modo eguagliare. Non conoscevo quel povero, ma sicuramente era tutt’altro che povero. Avevo fatto un piccolo gesto, ma certamente le sue parole di benedizione e di ringraziamento erano ridondanti di regalità. In quel momento il mio regno di bambino incontrò un Re, un uomo che cercava ciò che aveva perduto, che soffriva per tutto ciò che aveva avuto e perso, un uomo che sapeva donare molto di più di quanto poteva ricevere: mi donò una benedizione da cui, ancora oggi, mi sento protetto e confortato nel suo indelebile ricordo. Non io diedi qualcosa a lui, ma lui diede tutto a me: mi diede la regalità di chi cerca e sa gioire quando trova, perché il regno di Dio è proprio questo…

“quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte”.

Luca 15, 9-10

Ringrazio questo amico per aver condiviso la sua esperienza di Dio fatta molti anni fa e, rispettandone l’anonimato, ne traggo spunto per capire il valore, il prezzo e il costo di una casa misericordiosa e magnanime. Qual è il prezzo della dramma, il suo valore che vedremo contraddistinguere la missionarietà di ogni coppia, di ogni famiglia e di ogni uomo?

La dramma era una moneta di conio greco, probabilmente della zecca stabilita da Alessandro Magno ad Acco, nel nord della Palestina ed aveva l’equivalente valore di un denaro. E’ interessante considerare come la didramma, cioè due dramme, era l’equivalente del mezzo siclo, la cifra con cui veniva pagata la tassa del Tempio. Il libro del Deuteronomio, dando le norme relative al contributo per il Tempio, sottolinea il fatto che, se la distanza tra l’abitazione e il Tempio fosse stata troppa, la decima avrebbe dovuto essere convertita in denaro, per non portare un peso troppo grande durante il viaggio. Ribadisce inoltre, di andare verso il posto che Dio ha scelto! (Cf. Dt 14,24-25).

La donna del vangelo perde una dramma e, pur avendone altre nove, rivoluziona tutta la casa, spazza a fondo, dopo aver acceso una lampada. Entrando nel testo la donna assume l’atteggiamento di chi è determinato a perseguire un fine e non smetterà finché questo non sia portato a compimento. Perché tale determinazione?

Fra Andrea Valori

Continua….

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Come Mary Poppins !

Il Vangelo odierno continua a raccontare cosa ha fatto/detto Gesù nelle ore seguenti alla moltiplicazione dei pani e dei pesci che abbiamo ascoltato Domenica. Riportiamo solo l’ultima frase, che è quella che ci interessa : << E la gente del luogo, riconosciuto Gesù, diffuse la notizia in tutta la regione; gli portarono tutti i malati e lo pregavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello. E quanti lo toccarono furono guariti. >>.

Apparentemente sembra una semplice narrazione di eventi come un qualunque diario quotidiano, un po’ come tentiamo di fare noi quando ci facciamo i “selfie” col cellulare, e poi creiamo un post su Facebook con la foto di dove siamo e cosa stiamo facendo. Ecco…. l’evangelista Matteo ci ha regalato un post di duemila anni fa…. per dirla alla vecchia maniera… un fermo-immagine. Quest’oggi vorremmo invitarvi ad usare la magia della fantasia …. ve la ricordate Mary Poppins quando entra nel dipinto ? Ecco, speriamo che la fantasia non vi abbia abbandonato e proviamo ad entrare in questo fermo-immagine…. eeeee….oplà… il gioco è fatto ! Ci siete anche voi ? Bene.

Noi sposi siamo quella “gente del luogo” (Gennésaret)… che dobbiamo fare ? Dobbiamo riconoscere che quel tizio è Gesù e diffondere la notizia in tutta la regione. Come ? Con il nostro matrimonio vissuto… noi abbiamo la possibilità, ma è anche una missione/compito, di diffondere in tutta la regione che è arrivato Gesù, non solo… che è presente …. che non è un Dio che sta seduto sulle nuvolette a guardarsi lo spettacolo degli umani… è vivo ed opera. E’ realmente presente negli sposi in forma spirituale, ma ancor di più lo è nell’Eucarestia dove è veramente, realmente e sostanzialmente presente in corpo, anima e divinità…. cioè noi dovremmo fare come quella gente che diffonde la notizia che Gesù non è lontano, è qui in mezzo a noi. Dove ? Nel nostro matrimonio sperimentiamo la sua presenza ma dovremmo attirare la gente a Messa perchè è lì lo stesso Gesù che camminava a Gennèsaret.

E poi ? ….”gli portarono tutti i malati “… sposi carissimi, quante persone frequentiamo che sono malate? E’ ovvio che non ci riferiamo in primis alle malattie corporali…. quante persone deluse dalla vita, tristi, abbandonate a se stesse, depresse, succubi di stati d’ansia continui, in preda ad attacchi di panico frequenti, mangiati dalla rabbia, rovinati dal rancore, dall’odio, dalla gelosia, dalla bramosia del potere, ecc… Abbiamo il compito di portare questi malati da Gesù, ed ogni coppia userà una strategia particolare ispirata dallo Spirito Santo. Il Vangelo è chiaro… tutti quelli che toccarono il lembo del mantello di Gesù furono guariti, non alcuni sì e altri no… tutti !

Gesù non e un medico che procede per tentativi con le cure, Lui fa sempre le diagnosi giuste e conosce la cura giusta perché…… la cura è Lui stesso.Coraggio, allora, sposi ! Ora che sappiamo qual è il nostro compito, non dobbiamo far altro che saltar fuori dal dipinto sempre alla maniera di Mary Poppins e buttarci nella realtà sicuri che tutti saranno guariti.

Giorgio e Valentina.

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Senza per sempre non c’è matrimonio

Una delle caratteristiche del matrimonio cristiano che più mi affascina ed è, ai miei occhi, la più grande è l’indissolubilità, cioè il-per-sempre. Non che la fedeltà, l’unicità, la fecondità e la socialità siano meno importanti, ma l’indissolubilità è qualcosa che davvero mostra l’amore di Dio.

L’indissolubilità spaventa, sembra una richiesta troppo difficile, sembra una catena che può imprigionare. E’ davvero così? Ci sono solo ombre? Oppure la luce che si sprigiona dalla decisione di amare per sempre è così brillante da dissipare anche le ombre? In altre parole, varrebbe la pena di rinunciare al per-sempre solo perchè potrebbe essere faticoso da confermare giorno dopo giorno? Sono domande importanti. Domande da porsi.

La Chiesa non vuole imprigionarci in dogmi o richieste assurde. La Chiesa ha a cuore il nostro cuore. La Chiesa desidera mostrarci la verità di Cristo. La Chiesa ci offre la possibilità di amarci in pienezza. In pienezza, non tirando al ribasso. Non dobbiamo accontentarci di un amore che non chiede tutto, perchè alla fine dei conti chi ama con il braccino corto, tirandosi indietro, non ama davvero.

Una delle basi dell’amore è la gratuità. Tutti i pedagogisti sono concordi nel dire che i nostri figli hanno bisogno di sentirsi amati sempre. Perchè sono loro e non perchè si comportano bene, sono bravi a scuola e non fanno guai. Siete d’accordo? Ecco lo stesso vale nel matrimonio. L’indissolubilità l’abbiamo scritta dentro. Desideriamo con tutto il cuore una persona che ci voglia bene perchè siamo noi. Non perchè facciamo qualcosa o ci comportiamo in un determinato modo. Sentire di doversi meritare l’amore dell’altro è terribile. Non lo percepiamo come amore. Dentro abbiamo questo desiderio grande di essere amati perchè siamo noi e per sempre.

Ecco perchè quando incontriamo Dio la nostra vita svolta. Gesù ci sa guardare così. Ci ama nonostante conosca le nostre parti peggiori e non se ne vergogna ma ci guarda come le persone più belle del mondo.

L’indissolubilità è proprio questo. Replicare in una relazione umana questo sguardo divino. Sapere che Luisa per me ci sarà sempre qualsiasi cosa io possa fare è davvero qualcosa che riempie il cuore. Paradossalmente sapere che lei ci sarà comunque non mi porta ad approfittarmene, ma il suo amore donato per sempre mi aiuta a tirar fuori il mio meglio e mi dà la forza di combattere e smussare i miei lati meno belli. Giorno dopo giorno, sorriso dopo sorriso, sguardo dopo sguardo.

Un matrimonio che lascia vie di fuga quando l’altro/a non è più come lo vorremmo magari è più facile e meno impegnativo, ma non permette di amare davvero e soprattutto di sentirsi davvero amati.

Antonio e Luisa

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La Sua Grazia ci sazia

In quel tempo, quando udì della morte di Giovanni Battista, Gesù partì su una barca e si ritirò in disparte in un luogo deserto. Ma la folla, saputolo, lo seguì a piedi dalle città.
Egli, sceso dalla barca, vide una grande folla e sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
Sul far della sera, gli si accostarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare».
Ma Gesù rispose: «Non occorre che vadano; date loro voi stessi da mangiare».
Gli risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci!».
Ed egli disse: «Portatemeli qua».
E dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci e, alzati gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli li distribuirono alla folla.
Tutti mangiarono e furono saziati; e portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati.
Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Matteo 14, 13-21

Il Vangelo di oggi è fantastico. Tutta la Parola lo è. Questo però mi permette di riflettere sull’importanza della Grazia e dell’importanza di mettersi alla sequela di Gesù. Avete mai letto questo Vangelo in chiave sponsale? Il Vangelo parla ad ogni uomo. In qualsiasi condizione egli si trovi. Quindi parla anche a noi sposi.

Gesù prova compassione per la folla. Gesù prova compassione per ognuna di quelle persone. Gesù prova compassione per me e per la mia sposa. Vuole aiutarli. Vuole aiutarci. Non lo fa con tutti. Il Vangelo è chiaro. Sono in un deserto. La nostra vita può diventare un deserto. Deserto di intimità, deserto di tenerezza e affettività. Deserto come incomprensione e solitudine. Quante coppie vivono esperienze così? Non solo. Sono passati tre giorni. Tre giorni che quelle persone seguono Gesù mentre compie miracoli e sono affascinate da Lui. Non a caso si parla di tre giorni. Tre giorni come il tempo che passa tra la morte in croce e la resurrezione. Questa Parola ci dice che Gesù ci può aiutare, ma noi dobbiamo seguirlo anche quando viviamo il deserto e le tenebre sembrano avvolgere la nostra vita. Allora avviene il miracolo nella nostra vita. Come detto più volte il sacramento non è una magia, ma una forza che necessità della nostra fede e della nostra volontà di accogliere lo Spirito Santo. Chi in quei tre giorni pur assistendo ai miracoli di Gesù non è restato, se ne è andato lontano da Gesù, non potrà usufruire della forza rigeneratrice di Cristo. Gesù vorrebbe aiutare tutti. Non può. Solo chi si affida ed è perseverante può essere sanato. Certo quelle persone che si sono allontanate possono tornare e Gesù è pronto a riaccoglierle. La fatica di attraversare il deserto devono però farla.

Mi immagino insieme alla mia sposa nei momenti difficili che abbiamo attraversato. Momenti in cui ci sentivamo poveri, miseri, senza forze e senza una soluzione chiara alla difficoltà del momento. Abbiamo scelto di restare saldi a Cristo e al matrimonio, via privilegiata per incontrarlo. Abbiamo dato a lui tutto ciò che avevamo. Ben poca cosa. Qualche pane e qualche pesce. Quel poco di amore, di volontà, di perseveranza e di speranza che avevamo. Lui ne ha fatto tanto. Ne ha fatto pane spezzato. Pane spezzato l’uno per l’altra. Ci ha nutrito così tanto che abbiamo avuto il desiderio di condividere con tutti questa bellezza e questa grandezza del nostro Dio.

Antonio e Luisa

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Il sesso nel matrimonio è più vero.

Giovanni Paolo II nella sua bellissima teologia del corpo ha evidenziato qualcosa di fondamentale. Non mi viene in mente un passaggio dove lo esprima chiaramente, ma è una dinamica che si percepisce in tante sue riflessioni. Il matrimonio è il sacramento del corpo. Non è però solo questo. E’ il sacramento della redenzione del corpo. C’è una differenza etica, sostanziale. Cercherò di spiegarmi meglio.

San Giovanni Paolo II ci insegna che non possiamo fare esperienza di Dio se il nostro cuore è chiuso. Se il nostro cuore è indurito dall’egoismo, dal peccato, dalla lussuria e da tutti quegli atteggiamenti che fanno dell’altro/a una persona da usare e sottomettere a noi, e non una persona da incontrare in una relazione d’amore.

Il sesso è uno degli ambiti dove più di tutti possono manifestarsi l’egoismo e l’istinto di possedere ed usare l’altro a nostro piacimento. Chi ha il cuore chiuso è ripiegato su di sè, è incapace di donarsi e incontrarsi davvero con l’amato/a. Certo, spesso infiocchetta il tutto di finta tenerezza e romanticismo. Ma è qualcosa di falso. Spesso non è neanche consapevole della falsità del suo amore.

Giovanni Paolo ci dice che il matrimonio può essere un sacramento di redenzione anche in questo ambito. L’eros, incanalato in una relazione oblativa (donativa), come è quella nuziale, diventa vero desiderio di incontro. La vita di tutti i giorni fatta di servizio, di cura reciproca e di gesti carichi di tenerezza e di riguardo, dovrebbe diventare educativa. Con il tempo e con la Grazia di Dio, noi sposi dovremmo riuscire ad uccidere l’egoismo che ci attanaglia il cuore. Piano piano il nostro sguardo dovrebbe decentrarsi dall’io al tu. Dovremmo essere sempre più capaci di “guardare” l’altro/a e desiderare il suo bene prima del nostro. Uso il condizionale perchè sovente non viviamo il nostro matrimonio dando tutto. Una relazione sponsale vissuta davvero fino in fondo non può che cambiarci in meglio e renderci sempre più capaci di donarci.

Tutto questo lo portiamo anche nell’incontro intimo. Saremo sempre più capaci di liberarci dall’egoismo e dalla lussuria e l’amplesso sarà sempre più un vero incontro tra noi sposi, e ci permetterà sempre più di fare esperienza di Dio. Per questo gli sposi che vivono l’amore sponsale in pienezza non si stancano di fare l’amore. Sarà ogni volta più bello perchè loro saranno sempre più capaci di amarsi.

Così, la vita di tutti i giorni fatta di tanti piccoli gesti nutre il desiderio erotico e l’eros vissuto come incontro profondo nutre il desiderio di amare il nostro coniuge nella vita di tutti i giorni. Un circolo che ci permette di perfezionare sempre più il nostro amore e ci avvicina sempre più a Gesù.

Antonio e Luisa

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E’ giusto che lei provi un senso di colpa?

Oggi parliamo di sensi di colpa. Mi ha scritto una sposa chiedendomi di aiutarla a capire come affrontare il senso di colpa. Lei sposata si è lasciata corteggiare da un altro uomo. Non solo si è sentita gratificata e ha provato piacere nelle attenzioni del collega. Lei si è resa conto del pericolo e ha troncato tutto. Ha voluto anche parlarne con il marito per metterlo al corrente e per scusarsi con lui.

E’ giusto che lei provi un senso di colpa? Direi di si. C’è già un piccolo tradimento nel suo atteggiamento. Ha spostato l’attenzione dalla relazione matrimoniale ad un’altra relazione. Il suo senso di colpa deve essere però costruttivo e non distruttivo. Cosa voglio dire? Il senso di colpa è una cosa buona quando suona come un campanello d’allarme. Lei si resa conto che stava ricercando l’attenzione e la cura che desiderava non più nel marito, ma in una persona terza. Questo l’ha convinta a cambiare rotta e ridirigere il suo sguardo verso lo sposo. Non basta però. Ora deve, anzi devono insieme lei e il marito, riflettere e meditare sul perché lei sia incorsa in questo pericolo, tentazione, debolezza, chiamatela come volete. Molti tradimenti e poi separazioni nascono così. Devono riflettere bene; questo pericolo scampato è un segno che qualcosa nel loro rapporto è da mettere a posto.

Spesso accade che la vita ordinaria di una famiglia porti a darsi per scontati. Pian piano ci si perde di vista e si scivola nell’assenza di dialogo amoroso. Dialogo fatto di gesti di tenerezza e cura vicendevoli. Ecco, questa situazione può essere un’occasione per mettere apposto le dinamiche di coppia, per ricominciare a guardarsi con gli occhi della persona che ama e che ci tiene all’altro/a. Quello che poteva essere un pericolo mortale per la coppia può trasformarsi in un inizio di rinascita e rinnovamento. Sta alla coppia approfittarne.

Quando invece il senso di colpa non va bene? Quando è distruttivo. Quando, il rischio c’è, ci si identifica con quel comportamento che abbiamo avuto. Questa sposa si sente sbagliata perché ha assecondato un comportamento sbagliato. Nulla di più dannoso. Noi commettiamo errori, cadiamo in piccole e grandi tentazioni, ma non siamo quegli errori. Possiamo con le nostre scelte porre rimedio, o quando non è possibile almeno cambiare atteggiamento è imparare da quegli errori. La sposa, che mi ha scritto sentendosi cattiva per il suo comportamento, dovrebbe fare una bella confessione per sentirsi rigenerata e preziosa agli occhi di Dio, e poi dovrebbe concentrarsi maggiormente sulla sua reazione positiva che ha evitato che quel piccolo tradimento potesse diventare qualcosa di più grave e forse irreparabile. Quella sposa dovrebbe concentrarsi ora non sul suo comportamento sbagliato, ma sulla causa che lo ha provocato. Questo è il modo per affrontare in modo vincente un senso di colpa, questo è il modo per ripartire più forte e con più convinzione rispetto a prima.

Antonio e Luisa

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Piccolo resto.. Non avere paura!

«Aumenta la nostra fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe.

In tempi di CORONAVIRUS mi piace partire da questa parola. La modalità con cui Dio opera nelle vite e nel mondo parte sempre da piccole cose. Questa parola, ad esempio, fa riferimento ad un minuscolo granellino di senapa capace addirittura di sradicare un gelso dalle proprie radici terrene e trapiantarlo nei fondali del mare.

Questo granellino potrebbe essere la nostra fede, semmai credessimo e ci sforzassimo di tendere a ciò. Del resto il Signore non ci sta chiedendo di avere fede come la montagna dell’Everest ma esattamente il contrario, Lui parte sempre dal piccolo, Lui non ci chiede mai ciò che non potremmo dare, Lui vorrebbe solo un piccolo granellino di senapa.

E noi fatichiamo a darglielo perché spesso non sappiamo neppure dove trovarlo. Se anche lo trovassimo forse non sapremmo riconoscerlo. Come questo minuscolo virus che nessuno ancora sa da dove sia partito, come sia partito e soprattutto…..perché è partito? Non bastava tutto ciò di “male” che già abbiamo?

Diverso tempo fa ho ascoltato una persona che, ad un certo punto della sua veneranda età, è stata colpita da una malattia. Avendo avuto la “disgrazia” di incappare nella sottoscritta ho offerto a lei l’unica arma che conosco per sconfiggere il male: GESÙ CRISTO! Questa persona non ha mai voluto fare esperienza di Dio nella sua esistenza, anzi lo ha sempre contrastato, sebbene non lo conosca, come colui da cui prendere le debite distanze. Solo che l’essere umano, nel momento in cui sta per affogare, si rivolgerebbe a chiunque purché possa trovar il minimo respiro e così, in extremis, non avendo risposta alcuna da altri “oracoli” già consultati, mi chiese aiuto sfogando la sua disperazione.

Le dissi ovviamente che avremmo potuto fare tante cose a patto di cominciare una relazione personale col nostro più grande AMICO che non aspettava altro di poter intessere questa “amicizia” e proposi, intanto, una profonda confessione e una preghiera di guarigione sulla malattia in questione. Questo sarebbe stato soltanto l’inizio di un rapporto amicale, così come quando due persone qualsivoglia desiderano conoscersi. Poi doveva iniziare tutto ciò che comporta l’affidarsi.

Chi mi ha già sentito parlare sa, che dico sempre, che Gesù Cristo, appunto come un amico, più lo frequenti e più lo conosci e più lo conosci e più potrà entrare nel tuo cuore e operare in te ciò che di più profondo possa realizzarsi, soprattutto la cosa più importante: LA TUA SALVEZZA, PER SEMPRE!

Dopo la preghiera di guarigione occorreva tutto il resto e soprattutto entrare in amicizia con Gesù, nutrirsi di LUI e confidare che, facendo sempre la sua volontà, potesse comunque iniziare una relazione d’aiuto. Una qualsivoglia preghiera di guarigione e poi niente più è come un atto magico qualunque. Dio non può salvarti senza di te, ci insegna il grande S.AGOSTINO!

Ma la bellezza di Dio è la libertà con cui ci tratta e mai ci obbligherebbe a seguirlo per forza. Così, dopo un po’ di tempo, quando la malattia non è passata, quella persona se l’è presa di più con il Padre Eterno, inquietandosi di non essere stato ancora guarito…. Eppure ciò che ci viene chiesto è semplicemente un granellino di senapa.

Ecco cosa può fare un minuscolissimo prodotto della natura che Dio ha fatto per noi ma spesso ne rimaniamo insensibili e vorremmo che tutto fosse affidato ad altri e basta. Un minuscolo virus è stato capace di annientarci in tutti i sensi, ma un minuscolo granellino di senape avrebbe il potere di agire ed ascoltare ogni singola richiesta e potrebbe regalarci la cosa più importante: LA FEDE!

In nome della paura obbediamo ai comandi, anche per evitare le relative contravvenzioni, ma in nome della fiducia non siamo interessati a seguire l’Uomo di Galilea. Se Dio chiedesse a ciascuno di noi di abbandonare il rapporto con il peccato per liberare tutto il mondo lo faremmo? Eppure in tempo di coronavirus è aumentato, ad esempio l’uso degli strumenti pornografici, i siti, gli adulteri, lo spaccio di sostanze stupefacenti….lo stiamo sentendo da tutti i telegiornali. Tra l’altro i Tg trasmettono ciò che vogliono….pensate a quante altre cose nascoste nelle tenebre che non abbiamo saputo.

Vorrebbero persino cambiare il progetto originario voluto dal CREATORE perché, in realtà, l’odio è per LUI. Ciò che disturba è esattamente il progetto generativo della VITA. Se Dio ha voluto sin dall’inizio che due differentissime persone, l’uomo e la donna, diventassero una sola carne e per suo dono fossero capaci di generare vite su vite….chi sei tu creatura che vuoi tanto tenacemente opporti a questo meraviglioso progetto? Da chi sei ingannato per contrastare l’AMORE ONNIPOTENTE? Perché vuoi sostituire tutto con il tuo “laboratorio”?

Tutti hanno (giustamente) paura di morire di Covid-19. Non tutti però si indignano di tutto l’altro male di cui l’uomo si sta facendo portatore.

Tutti indossano mascherine, spesso anche quando non dovrebbero. Non tutti indossano le armi della fede per convertire il proprio cuore.

Tutti mangiano ( o quasi). Pochi digiunano (per offerta di salvezza).

Tutti rispondono in modo ideologico Pochi danno la loro vita per il bene dell’umanità.

Tutti… Pochi….

E rimarrà quel piccolo resto che, trovando un minuscolo granellino di senapa, lo agguanterà, lo guarderà e urlerà al gelso del peccato del mondo «Spostatiiiii»!

Aumenta la nostra fede Signore Gesù e liberaci dal peccato che ci opprime, ci annienta, opacizza le coscienze e si ripercuote sui più deboli!

Piccolo resto non avere paura, Dio è con te e ti offre il suo prezioso GRANELLINO DI SENAPA!

Cristina.

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L’amore è davvero l’inizio di una nuova era

Dopo aver commentato Chiaro di luna (qui) e Fango (qui) non resistiamo a fare qualche riflessione a partire anche da Nuova era, brano che ci piace un sacco, non solo per il valore della canzone, energica e romantica allo stesso tempo, ma soprattutto perché, come spesso capita, Jovanotti riesce ad evidenziare alcuni tratti dell’amore capaci di risuonare profondamente nella nostra vita.

Se hai fatto l’esperienza di innamorarti e di essere ricambiato lo sai bene: l’amore è veramente «l’inizio di una nuova era», niente appare più come prima, è come una nuova creazione.

Non stiamo parlando del “colpo di fulmine”, ma del momento in cui una persona con tutto il suo essere, ovvero i suoi pensieri, il suo modo di fare, il suo corpo, la sua sensibilità… inaspettatamente ci appare sotto una luce nuova e non esce più dal cerchio delle nostre attenzioni. È il momento in cui ci sembra possibile e tanto desiderabile “gettare un ponte” verso il mondo dell’altro, un mondo distante e misterioso come lo è ogni uomo da ogni donna, ma allo stesso tempo estremamente attraente. È il momento in cui scopriamo che anche l’altra persona desidera tutto questo e il ponte gettato da entrambi diventa incontro dei cuori.

È qualcosa che ci trascende: un’altra persona prende dimora nel nostro cuore senza che possiamo farci nulla. A te magari piacevano le ragazze bionde, ma questa ragazza dai capelli mori, inspiegabilmente, è entrata nel tuo cuore. È come un «fermo immagine del mondo», perché tutto ciò che prima contava, d’improvviso appare sfuocato rispetto a lei. Tu vorresti pensare ad altro, vorresti provare a studiare, a fare sport… ma il pensiero di lei ti accompagna costantemente, la cerchi, le scrivi, e saresti pronto a «grandi imprese» pur di godere della sua presenza.

È una straordinaria e fondamentale esperienza di decentramento: tu, che prima ti sentivi al centro del mondo, che organizzavi tutto in funzione dei tuoi bisogni e delle tue voglie, improvvisamente ti trovi a mettere davanti un’altra persona. Non un corpo da usare o su cui fantasticare, ma una persona tutta intera nella sua verità, con il suo «cuore che batte» e che fa battere anche il tuo.

È il mistero dell’amore che risuona «come un tamburo che annuncia la vittoria», la vittoria sull’egoismo e sul possesso, e ci apre a fare della nostra vita un dono a qualcuno diverso da noi.

Ma al medesimo tempo questa esperienza ci rivela a noi stessi, svela la nostra preziosità. Fino al giorno prima, in noi c’era sempre qualcosa che non andava, non ci sentivamo mai pienamente all’altezza degli altri e delle cose, ma ora che scopriamo di essere entrati nel cuore di un’altra persona, di essere per lei desiderabili e unici al mondo, intuiamo anche il nostro inestimabile valore.

È un mistero di meraviglia: quell’attesa del cuore che prima non sapevamo spiegare, e tentavamo in molti modi di saziare, improvvisamente si compie in un’estasi che non si riesce a comunicare. Ci scopriamo unici e insostituibili proprio per quella stessa persona che portiamo nel cuore.

Ed il cuore esulta in una gioia mista a timore: «Stiamo pensando alla stessa cosa io e te, nello stesso momento. Lo senti, lo sento…».

Qualcuno dice che «è una reazione chimica», i filosofi parlano di un «eterno movimento», in fondo non c’è una spiegazione logica, eppure siamo io e te trasfigurati nell’amore, avvolti da qualcosa che ci supera e che non si riesce mai pienamente a comunicare, lo sento io e lo senti tu.  

Ed è incredibile, perché la vita, improvvisamente, prende un senso e un sapore nuovo che prima non aveva, e questo incontro dei cuori dischiude ai nostri occhi un orizzonte di bellezza.

È esperienza di infinito, è assaggio di eternità, perché entrambi sogniamo che il nostro amore sia per sempre, che non abbia mai fine.

È un’esperienza rivoluzionaria perché svela anche in nostro destino: vivere l’uno per l’altro. Ad entrambi infatti appare straordinariamente bello e desiderabile stare insieme, condividere tutto, condividere la vita.

L’Amore crea, l’amore attrae, l’amore chiama. Sentiamo allora la chiamata ad essere «una cosa sola» ad essere «Due sillabe della stessa parola»: a dire insieme una parola di vita al mondo, senza appiattirci, senza fonderci, ma ognuno col suo dono proprio insieme all’altro.

È insomma esperienza di Dio. Dio che è Amore e che ci apre a partecipare all’amore, Dio che supera i nostri rigidi schemi e scompagina le nostre piccole convinzioni per rivelarci il senso di una vita piena vissuta nel dono reciproco.

È per questo che sperimentarlo, ci fa sentire «un poeta, anzi di più un profeta» perché amandoci possiamo annunciare la bellezza di Dio che è amore e che dona sé stesso perché possiamo avere vita.

Facilmente, di fronte a questa lettura, qualcuno scrollerà le spalle pensando alla fase dell’innamoramento giovanile, apice della passione e ormai sbiadito ricordo, distante anni luce dall’ordinario ménage famigliare… E se invece di essere il vertice dell’amore, l’esperienza dell’innamoramento fosse un preludio, un’anticipazione della gioia che attende gli amanti nella loro vita?

Non sappiamo se Jovanotti ha mai letto Solov’ëv, ma questo straordinario autore russo ci offre un’affascinate chiave per superare questo “luogo comune”.

Egli sostiene infatti, che la visione ideale che gli amanti hanno l’uno dell’altro durante l’innamoramento non è un’illusione, bensì una rivelazione della bellezza definitiva per cui Dio li ha creati. Egli vede quindi nell’innamoramento un appello reciproco che gli amanti si rivolgono: «amami perché io diventi così come tu mi stai vedendo!». Innamorarsi sarebbe quindi una promessa della bellezza che attende gli amanti se accettano la scommessa di vivere l’uno per l’altro uniti nell’amore.

Siamo convinti che ascoltare Jovanotti cantare questo appassionato inno all’amore per sua moglie, a cinquantanni suonati, sia la conferma più bella che non si tratta solo di illusioni giovanili, ma che l’amore, se ci crediamo fino in fondo, mantiene le sue promesse: si dilata, cresce, matura e non può finire perché la sua sorgente è in Dio.

Sì, l’amore è davvero l’inizio di una nuova era. Grazie Lorenzo.

Articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2020/07/lamore-e-davvero-linizio-di-una-nuova-era-ft-jovanotti/

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Nonna, che orecchie grandi che hai !

Il Vangelo di oggi : << In quel tempo, Gesù congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!» >>.

Nei giorni scorsi abbiamo già avuto modo di riflettere su questa parabola, quindi oggi non ci addentreremo in essa, piuttosto ci lasceremo stuzzicare da due particolari.

1 – Gesù entrò in casa e i suoi discepoli gli si avvicinarono …

2- chi ha orecchie, ascolti.

Pronti ? Via….

1 – Gesù entrò in casa… ci sono dei momenti in cui Gesù rigetta il frastuono e il caos della folla e si ritira in disparte con i discepoli più intimi alla ricerca del silenzio e della tranquillità. Sarà perchè anche lui come tutti i maschi ha questo bisogno intrinseco per rigenerarsi e ricrearsi…. sarà che non tutti portavano la mascherina anti-virus e quindi evitava gli assembramenti…. potrebbe anche darsi che la casa è sinonimo di intimità, di relazioni cuore a cuore, di spazio riflessivo, di stabilità… comunque per non restare superficiali, cioè in superficie, i discepoli guarda caso lo seguono. Sposi belli, impariamo da Gesù : la nostra casa deve diventare il luogo dell’intimità anche con Gesù; la nostra casa deve diventare il luogo delle relazioni cuore a cuore e non solo l’ufficio dove decidiamo chi e cosa deve fare perchè la logistica ha la sua importanza nella buona riuscita di una conduzione familiare ! La nostra casa deve diventare lo spazio ove poter riflettere; la nostra casa deve diventare il luogo della stabilità…. in sostanza il nostro matrimonio deve diventare tutte queste cose affinché la casa sia solo la prolunga nello spazio di ciò che è il nostro matrimonio ! Ma poi….. e qui viene il bello…. i suoi discepoli gli si avvicinarono… la nostra casa deve diventare il luogo dove favorire l’avvicinarsi a Gesù per ascoltarlo, dove i discepoli trovano spazio e tempo per Gesù, non dobbiamo ostacolare questo! Come ? Cominciamo col decidere di dedicare uno spazio che favorisca questo : immagini sacre, crocifissi, un Bibbia sempre aperta a portata di consultazione, statue sacre, insomma…. farne il centro vitale della casa….. certo che se il centro della nostra casa diventa il mobile che sostiene il Re-Tv dell’ultima generazione con 1742 funzioni smart, sarà la televisione il re della nostra casa/vita .

2 – chi ha orecchie ascolti…. non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire ! Certo che se dopo tutti questi stimoli che ci dà Gesù direttamente, il quale non fa sconti, parla chiaro di dannazione eterna, di diavolo, di angeli che separano i buoni dai cattivi, e noi restiamo ancora indifferenti…. beh allora non possiamo lamentarci se la nostra vita e il nostro matrimonio sembra sempre la solita minestra/zuppa…. la vita sembra perdere sapore, niente ha valore, tutto pian piano perde senso…. Sposi belli, ve la ricordate la storia di Cappuccetto Rosso ? Ecco … a forza di avvicinarci a Gesù per ascoltarlo, a forza di entrare in casa con Lui per ascoltarlo, a forza di passare ore ad ascoltare la sua voce, ci devono venire le orecchie grandi come il lupo camuffato da nonna cosi che la gente che ci incontra intuisca che ascoltiamo sempre Gesù e ci dica come Cappuccetto Rosso: che orecchie grandi che hai ! E noi : è per ascoltare meglio Gesù.

Buon ascolto sposi.

Giorgio e Valentina.

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Alla mia sposa

Mi hai donato tutto.
La tua tenerezza
per sentire l’amore.
La tua fragilità
per imparare ad essere responsabile.
La tua imperfezione
perché io la possa amare.
La tua inadeguatezza
perché la mia non mi sia troppo pesante.
La tua fortezza
per non sentirmi mai debole.
La tua femminilità
che mi stupisce e mi sorprende sempre.
La tua fecondità
per dare carne e vita al nostro amore.
I tuoi giorni
per dare senso ai miei.
Il tuo sguardo
per allargare il mio orizzonte.
Le tue sofferenze
perché possa consolarle.
Le tue parole
perché possa ascoltarle.
Il tuo perdono
per sentirmi rigenerato.
I tuoi sguardi
per sentirmi desiderato.
Il tuo abbandono
per sentirmi disarmato.
Il tuo corpo,  i tuoi baci e la tua anima
per sentirmi parte di te.
Tutto di te
per fare esperienza di Dio in una sua creatura.

Antonio

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Il matrimonio è il nostro tesoro!

In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo.

Per la terza domenica di fila la liturgia ci offre una Parola che parte dal campo. Prima la parabola del seminatore, poi la zizzania ed ora il tesoro nel campo. Il campo naturalmente siamo noi, è la nostra vita. Sopratutto il campo sono le nostre relazioni, o meglio, come riusciamo a vivere l’amore nelle nostre relazioni. La nostra relazione più importante è naturalmente il matrimonio.

Cosa significa quindi questa parabola? A me sembra molto chiaro. Il nostro matrimonio è una scelta radicale. Una di quelle scelte che ti chiedono tutto. Ci chiede di rinunciare a tutto. Nulla sarà più importante del nostro matrimonio. Solo Dio, che ne è l’origine e il fine.

Ciò non significa che non potrò più coltivare i miei interessi o giocare le mie partite di calcetto. Non significa che mia moglie non potrà più uscire con le amiche ogni tanto. Rinunciare non è questo. Rinunciare significa mettere ogni cosa al suo posto.

Significa valutare ogni scelta in relazione alla nostra relazione sponsale. Significa che se mi offrono un lavoro più gratificante, che mi richiede però di sacrificare il tempo della famiglia, mi tengo quello che ho, anche se mi piace meno. Significa rinunciare a frequentare determinate persone, se queste possono mettere in pericolo la mia relazione. Significa essere pronto a litigare con i miei genitori, se questi si intromettono troppo e destabilizzano la mia famiglia. Significa rinunciare al mio orgoglio per un bene più grande. Significa rinunciare alla pornografia se ne faccio uso. Insomma, ognuno di noi ha i suoi “idoli” dai quali fatica a steccarsi

Significa, in sintesi, riconoscere nel mio matrimonio il tesoro più grande che Dio mi ha fatto. Riconoscere nel mio matrimonio l’occasione di vivere una vita piena, l’occasione di sentirmi completamente uomo o completamente donna. Significa riconoscere nel matrimonio quel luogo dove posso realizzare la mia vita ed imparare ad mare sempre più e sempre meglio. Significa riconoscere nel matrimonio la mia vocazione e la mia strada verso la salvezza e la santità. Nulla in questa vita vale di più e per questo sono pronto a lasciare tutto se necessario.

Antonio e Luisa

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Cinema & teologia del corpo: Jojo Rabbit

Chi di voi ha visto Jojo Rabbit? Se non lo avete visto, il consiglio è di rimediare al più presto.

È un film bellissimo, esilarante e serio, profondo e divertente. A noi è piaciuto talmente tanto che dopo averlo visto al cinema con i nostri nipoti, siamo tornati a vederlo anche in questi giorni, sotto le stelle, in uno di quei cinema all’aperto di paese, deliziosi e un po’ all’antica.

Dopo aver frequentato i corsi di Christopher West negli USA al TOB INSTITUTE, ogni tanto, quando guardiamo un film, cerchiamo i “semi del verbo”. Christopher infatti ad ogni corso propone sempre la visione di un film, ma non una pellicola a tema religioso, tipo Gesù di Nazareth o I dieci comandamenti, bensì un film hollywoodiano, “insospettabile” per così dire, dove chiede di prestare particolare attenzione ai messaggi profondi che si possono cogliere, che rimandano alla fede e alla teologia del corpo. Proprio come abbiamo letto domenica infatti, è convinto che grano e zizzania crescano inevitabilmente assieme, e che quindi, piuttosto che rigettare ciò che è “mondano”, valga piuttosto la pena riconoscere in ogni cosa i semi del verbo, piccole tracce di verità che si possono cogliere anche al di là di quello che è l’intento consapevole del regista o dello sceneggiatore.

Jojo Rabbit da questo punto di vista ci è sembrato particolarmente stuzzicante.

Il film è ambientato in Germania durante la seconda guerra mondiale, all’epoca quindi del nazismo. Il protagonista del film infatti, un bambino di 10 anni, sta per partecipare ad un weekend di training per la gioventù hitleriana, di cui sta entrando orgogliosamente a far parte, tanto che ha per amico immaginario niente meno che Hitler, interpretato in maniera caricaturale nonché magistrale dal regista Taika Waititi.

«Oggi tu diventi un uomo» questo è quello che si dice Jojo prima di partire e questo è l’asse portante delle nostre riflessioni: cosa significa diventare un uomo? Questa è infatti una delle domande-chiave a cui vuole rispondere la teologia del corpo.

Al campo di formazione per giovani nazisti, diventare un uomo significa imparare ad usare il pugnale, la pistola e a lanciare una bomba a mano, significa odiare (gli ebrei), ma significa soprattutto imparare ad uccidere e a combattere per uccidere. La scena più significativa qui è quando Jojo viene preso in giro perché ritenuto codardo e deve dimostrare di non esserlo uccidendo un coniglio, cosa che non farà e che gli costerà l’appellativo di “Jojo coniglio” appunto.

Ma diventare un uomo è proprio questo?

Per diventare uomini c’è bisogno di confrontarsi con l’uguale (il maschile) e con il differente (il femminile), e questo film ci offre degli spunti molto interessanti su questo.

Jojo non ha il padre, che è impegnato al fronte, e nel rapporto con l’amico immaginario Hitler si avverte tanto il suo bisogno di una figura paterna con cui confrontarsi e che creda in lui. Nel vuoto della presenza reale però, tale figura immaginaria è idealizzata, tanto da rendere il piccolo Jojo un vero e proprio fanatico nazista desideroso di compiacere il suo Hitler.

Al campo di formazione incontra però una nuova figura maschile: il capitano Klenzendorf, personaggio pittoresco e discutibile a cui una menomazione fisica, dovuta ad una ferita di guerra, ha interrotto bruscamente i sogni di carriera militare e ridimensionato significativamente il feeling con l’ideologia nazista. Sarà lui che, a dispetto delle attese, nel corso del film si preoccuperà per Jojo, lo proteggerà, arrivando infine a fare un gesto dal profondo valore paterno: sacrificare la sua vita per quella del piccolo.

La madre (Scarlett Johansson) è la figura chiave per il piccolo Jojo, è lei a donargli nelle parole e nei fatti un prezioso insegnamento sull’amore. Nei dialoghi tra i due infatti lei gli consegna alcune frasi-chiave che spetterà a Jojo verificare e fare proprie nel corso della vita: «L’amore è la cosa più forte al mondo» e «La vita è un dono e dobbiamo celebrarla». Tali dichiarazioni non rimangono però frasi sospese e astratte, perché la madre ha accolto segretamente nella loro casa una ragazza ebrea, Elsa, testimoniando così con la sua stessa vita cosa significa l’amore e perché vale la pena vivere (qui non posso svelare oltre se non avete visto il film).

E sarà proprio nel rapporto con Elsa, di cui scopre di nascosto l’esistenza, che Jojo imparerà a fare i conti con la realtà dell’altro, che non è più un fantasma ideale contro cui combattere, ma è una persona concreta, con i suoi sentimenti e i suoi bisogni, e a cui infine si affezionerà fino ad innamorarsene.

Andando verso una conclusione, possiamo allora dire che questo film ci può regalare alcuni importanti spunti su cosa significa essere padri: insegnare a offrire la propria vita, e su cosa invece significa essere madri: insegnare ad accogliere la vita.

Grazie all’aver fatto esperienza di un padre e di una madre Jojo, alla fine del film, potrà finalmente liberarsi dell’amico immaginario Hitler, che non gli serve più, dato che ha sperimentato una paternità reale, ma soprattutto ha imparato cosa significa davvero diventare uomo.

Nelle ultime scene infatti, Jojo, che è innamorato di Elsa, può decidere se farle credere che la Germania ha vinto la guerra, trattenendola così con sé, oppure se dirle la verità, lasciandola libera di uscire dal suo nascondiglio, a costo di perderla. Jojo sceglie di dirle la verità e di lasciarla libera, dimostrando di aver imparato nonostante i suoi dieci anni e mezzo ad amare nel modo più sublime: mettere davanti la felicità dell’altro e lasciarlo libero.

Ecco cosa significa diventare uomo: imparare ad amare e fare ciò che si ha in potere di fare per amore, anche contro il proprio stesso interesse.

Articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2020/07/cinema-teologia-del-corpo-jojo-rabbit/

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Le foto brutte

..di Pietro e Filomena, Sposi&Spose di Cristo:

…Mi guardo intorno in casa…alle pareti ci sono un po’ di foto appese.

Guarda quella! C’è mia moglie con la nostra secondogenita tra le braccia. Sorridono. Come sono belle e che viso angelico hanno entrambe.

Ohi…guarda quell’altra! Eravamo al mare. Viso rilassato, abbronzati e che sorrisi smaglianti. E poi quella che abbiamo messo in soggiorno: è il giorno del nostro matrimonio…ci stiamo sposando. Quanta bellezza in una foto.

Tutto bello, molto bello. E’ tutto così presentabile e siamo orgogliosi di mostrarle ai nostri amici che vengono a trovarci.

Ma mi chiedo…dove sono le fotografie brutte?

Già, dove sono finite quelle in cui le nostre figlie sono sporche di cacca fino al collo e dove sono quelle mosse, quelle in cui sbuffiamo perché non riusciamo a stare fermi perché ci agitiamo perché stiamo litigando?

Sulle pareti nessuna traccia di queste foto.

Guardo nei cassetti…nulla. Non sono neanche qui.

Apro le foto sul PC…dove sono quelle in cui si vede che io e Filomena facciamo fatica a trovare un accordo sul come addobbare l’albero di Natale o quella in cui abbiamo pianto quando in 24 ore ci siamo ritrovati a lasciare la nostra casa dopo un forte terremoto ed abbiamo affrontato le tempeste del discernimento per capire dove o cosa il Signore ci stesse chiedendo?

Non si vedono sulle pareti addobbate quelle foto in cui ti sei sentito una schiappa alle Medie perché 4 bulli ti prendevano in giro…non ci sono, non le abbiamo stampate. Costa troppo stampare quelle foto in cui eri triste.

E quel momento in cui abbiamo saputo di un nostro figlio in cielo…non era degno di una foto? Non eravamo belli con le lacrime che inondavano il nostro cuore?

Eravamo belli, certamente.

Ma forse di tanta bellezza ci vergogniamo.

Ci vergogniamo di mostrare in questo mondo di plastica che siamo fatti di carne.

Che spesso siamo mossi e sfuocati, che il più delle volte la vita ti scatta foto al buio e senza flash…che gli occhi rossi non basta un’ APP per cancellarli.

Eppure guarda i santi, si…i santi. Sempre loro.

Ci sono dipinti (i più falsi) che li ritraggono in estasi e nella gloria di Dio…ma i più coraggiosi e fedeli li hanno ritratti nello sconforto.

Di san Francesco, ad esempio, a Greccio c’è un dipinto stupendo: è lui col fazzoletto che si asciuga le lacrime. Non sono lacrime di gioia, né di amore…sono le lacrime che i suoi occhi ammalati secernevano senza un motivo spirituale. Era una malattia.

Ti immagini farti scattare una foto mentre sei a letto con la febbre…mentre hai la cervicale infiammata. La appenderesti in corridoio?

Forse no, non ti riconosci se non nelle storie e nei filtri di Instagram…

…eppure allo specchio al mattino somigli ad Homer Simpson più che a Ken…i tuoi capelli di madre sono più simili nell’aspetto e nella tinta a quelli di Marge Simpson…più che a quelli della Barbie.

E i video? Ti faresti fare un video mentre litighi per un parcheggio o mentre fai a gara col tuo carrello della spesa per superare il vecchietto che alla cassa ci metterà un’ora per riempire di domande la cassiera?

Nel tuo processo di canonizzazione un giorno vorrai che i giudici al processo vedano solo le belle foto, i bei video…mentre sai cosa faranno i giudici? Intervisteranno la tua vicina di casa!

Non te l’aspettavi eh?

Come nascondere che urlavi come un forsennato con le tue figlie perché non volevano mettere le scarpe prima di uscire?

Come nascondere che i tuoi “rumori” casalinghi somigliavano più a quelli che senti nelle bettole di bassa leva, più che a quelli che ascolti a teatro quando danno l’opera?

Ti vergogni eh? Beh…a noi capita spessissimo. Vorremo dare un’immagine che in realtà è troppo lontana dalla nostra realtà.

C’è un modo, però, per superare la paura della foto brutta: come sempre guardare a Gesù.

Si, guarda…c’è la crocifissione.

C’è Gesù con i capelli spettinati, strappati…non guarda nell’obbiettivo ma guarda in basso. Nella sua bocca qualche dente è saltato per le bastonate che gli hanno dato. E’ un misto di sangue e terra. Ha le mani bucate e il fianco spaccato. Non riesce a venir bene in foto perché gli hanno messo chiodi anche nei piedi e non riesce a stare in piedi. A veder bene…non sta in piedi perché pende morto da una croce di legno piena di schegge e tarli.

Non è lo spettacolo più bello. Anzi? Non è forse questa la “foto” più bella che abbiamo di Cristo?

Non è pettinato, non brillano i suoi occhi blu di Zeffrirelliana memoria, non sorride, non è bello, non è presentabile, ma sta amando fino alla fine. E alcuni lo guardano e quello che vedono cambia la loro vita.

Alcuni vedono un uomo morto, altri vedono un uomo che ha capito che la vita va donata fino all’ultimo graffio, all’ultima goccia di sangue.

Ancora oggi ci sono persone che innanzi a quella “foto” trovano la via della felicità e comprendono che somigliando a quell’uomo in quella fotografia brutta…possono essere felici.

Va a guardarti allo specchio: a chi somigli? Somigli al tuo idolo bello e pulito o al tuo Cristo, sporco, innamorato, morto e risorto?

Buona visione.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Gesù a Betania: difendere la coscienza dell’amato/a (2 parte)

Cominciamo da come entra Marta nel binomio dialogico Maria-Gesù: “Allora si fece avanti” v.40. L’espressione che racconta l’intervento di Marta è articolata attraverso il verbo epistasa al participio aoristo, il quale indica una priorità dell’azione di Marta sulla scena, in cui si pone come predominante. Questa predominanza assume i toni dell’imponenza, epistasa significa letteralmente imporre.

Marta si impone sulla coscienza di Maria e sul suo intimo dialogo col Signore, autoconsegnandosi una potestà che nessuno, se non Dio stesso, può avere. L’imporsi di Marta sfocia, poi, nel suo rivolgersi a Gesù con un vocativo kyrie o Signore! Marta si rivolge verso Gesù con una certa solennità: Signore[1], ma Chi nella Scrittura chiama e dona una vocazione è Dio e non l’uomo.

Marta si sta mettendo al posto di Dio, quasi decidendo come Gesù, il Signore, debba essere nei confronti di Maria, come Maria debba essere nei confronti di Gesù; cerca di gestire il sacro che c’è tra l’uomo e Dio, inscatolandolo nella paura di non riuscire a far tutto e di non poter controllare la situazione. Spesso nella coppia questo abuso di potere relazionale si materializza nella dinamica del ricatto e ancor peggio nel ricatto psicologico: “Non t’importa nulla-non ti importa nulla di me!”.

Questa espressione succitata è il rimporvero che Marta fa a Gesù, nel greco si usa verbo melo cioè darsi pensiero, legato dall’accadico malaku che significa “prendere una decisione”.

Colei che a Betania era la padrona di casa, decide a posto di colei che cerca un intimità col Signore, Marta pecca di misericordia perché è convinta di sapere qual è la cosa giusta, non capisce che uno dei più grandi atti d’amore è consentire a chi ami di scegliere, fare delle scelte che forse non condividi, ma rimanere un porto sicuro per chi ami, senza condizionamenti da il vangelo ci mette in guardia  “Dille dunque che mi aiuti”.

In Marta emerge un altro condizionamento presente a Betania nel ministero protettivo verso la coscienza: la paura.

 E’ palese la paura di lasciare libertà di scegliere, la quale presuppone la paura di lasciare libertà di sbagliare, ma che è principio di ogni cammino di coscienza[2] anche e soprattutto all’interno della vita del singolo all’interno della coppia. Marta, nella sua paura, non solo vuole avere tutto sotto controllo, ma ha bisogno di decidere su cosa e su come Maria sta facendo. Questo è grave, soprattutto, perché in quel momento l’oggetto in questione non è un pasto da cucinare, ma è il rapporto dialogante tra la coscienza redimente di Cristo e la coscienza bisognosa di amore particolare di Maria. 

L’aggressione-invasione che Marta opera sta nel voler controllare il rapporto tra Gesù e Maria e tutto ciò che ne è intimamente connesso. Questo abuso può avvenire per tutti coloro che esercitano che prima di esercitare un autorevolezza data dall’amore, impostano un autorità data da diritti che non hanno. Spesso il tarlo della coppia è la mancanza di dialogo, la difficoltà di affrontare questioni spinose che riguardano, il rapporto, la sessualità o l’educazione, si crede che l’altro debba aprirsi a tutti i costi e che il non riuscire a manifestare i propri pensieri sia una colpa. Nulla di più sbagliato, poiché l’apertura d’animo e di coscienza dei propri dubbi, difficoltà, rancori e desideri, sono da considerare doni da accogliere con umiltà e non pagamenti da strappare con supponente e arrogante presunzione.

Altra aggressione invasiva che notiamo a Betania è introdotta dall’evangelista, descrivendo le parole di Marta verso il Maestro: “Dille dunque che mi aiuti”.    Marta interviene verso Gesù e Maria proprio mentre i due stanno parlando e cerca di interrompere quell’azione, ordinando a Gesù di dare inizio ad altra. Appare quasi che l’aiuto richiesto sia un pretesto al fine di interrompere quel colloquio tra Maria e Gesù, che è Maestro e Parola allo stesso tempo. Il dialogo a tre si sviluppa attraverso un intervento indiretto da parte di Marta, verso Maria che la sorella però ascolta rimanendo in silenzio immobile.

Potremmo dirci: “Ma perche non l’ha presa da parte chiedendole semplicemente una mano?”. Tale modalità, un po’ grossolana, quando viene usata nelle relazioni intime, crea nella coscienza, il terrore dell’ aut aut “se fai questo vai bene, se non fai questo non vai bene”, facendo leva sul senso di colpa e sullo scrupolo di avere un rapporto con Dio diverso da come l’altro vorrebbe.

Marta non sembra saper aspettare i tempi di Dio, ma nonostante ciò Maria non risponde, né si “sottomette”: si difende, non lasciando entrare la sorella nella sua relazione con il Signore. Il delirio decisionale e controllante di Marta sfocia nel dover decidere con chi la coscienza della sorella debba interfacciarsi, nel controllare di cosa si parli e con chi: “tu non devi parlare con lei, lei non deve parlare con te!” Gesù difende la libertà e la coscienza di Maria, compiendo un atto di misericordia verso Marta impedendole di compiere il più efferato dei crimini: ferire la coscienza.

Ogni sposo e sposa ha insito nella sua vocazione carismatica il dono di poter difendere la coscienza di chi ama a volte proteggendola proprio dalla persona stessa, invischiata purtroppo nel facile inganno di credere di non saper amare abbastanza e sentire per questo il senso di colpa che puo essere lenito da un semplice sguardo che ti ascolta.


[1] Cf. M. Crimella, Con me in Paradiso, p. 41.

[2] Cf. Amoris Letitia 305.

Fra Andrea

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Braccio di Ferro e gli spinaci

Questa domenica la Parola di Dio è stata molto eloquente nel presentarci un Padre tenero, giusto giudice, misericordioso che concede il pentimento, paziente, lento all’ira e fedele. E potremmo continuare l’elenco che finirebbe solo quando la lingua italiana non riesce più ad esprimere questo Infinito. Quelli che ci dicono che la Santa Messa è sempre la solita solfa proprio facciamo fatica a capirli…. basta solo ascoltare attentamente la Parola proclamata…. magari suggeriamo di rileggerla con calma e lentamente a casa… gli strumenti non ci mancano… bastano pochi click.

Con queste letture uno ha da lavorarci minimo per tutta la settimana… altro che la solita solfa… certoooo….. se il cuore è vestito con l’impermeabile, tutta l’acqua che scende dal Cielo scivola via e non penetra per dissetare un cuore ostinato a restare secco e arido.

In particolare ci ha colpito il brevissimo brano tratto dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani : << Fratelli, lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio. >>.

Avete mai conosciuto qualcuno che vi abbia mai confessato : << Non so come pregare , non so cosa dire …. >> ? A queste persone noi rispondiamo così : ….. comincia proprio così…. mettiti davanti al tabernacolo e riconosciti umilmente davanti a Lui per quello che sei… e cioé che non sai come pregare e non sai che dire…. poi arriverà l’aiuto dall’Alto…. una parola tira l’altra. Poi se proprio….. comincia con Pater, Ave, e Gloria il resto arriverà.

Un saggio musicista mi insegnò : << …devi suonare tutti i giorni, perchè : se non suoni per un giorno ti accorgi solo tu, se non suoni per due giorni si accorgono quelli che suonano con te, se non suoni per tre giorni se ne accorgono tutti ! >> . Tranquilli, non abbiamo cambiato argomento…. era solo un esempio trasportato dalla vita personale…. così come a suonare s’impara suonando a pregare s’impara pregando senza la fretta di arrivare subito ai risultati dei santi mistici con le visioni.

San Paolo ci ha rassicurato…. tranquilli siamo deboli in quanto uomini, ma lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza. Per Dio quindi non fa problema la nostra debolezza, l’ha già messa in conto, infatti lo Spirito è lì pronto per entrare in azione… se quindi per Dio non è un problema, perché ne facciamo noi un problema ? Attenzione a non usarla come scusa per non pregare… sarebbe meschino.

Nella coppia può succedere che uno dei due incontri questa difficoltà nel pregare, come possiamo aiutarlo/la ? Semplicemente stando vicino a lui/lei non come “esperto in tecniche di preghiera” ma come l’altra metà della coppia che ha cominciato il primo passo…. esattamente come in un corpo il primo passo lo comincia solo una gamba…. e poi l’altra la segue…. così deve essere anche nella preghiera e nelle preghiera di coppia… perché il cammino di fede dell’uno “contagia” in qualche modo anche l’altro/a e lo sprona con dolcezza e tenerezza a muovere la gamba per far fare il passo all’intero corpo.

Dobbiamo imparare a fare come Braccio di Ferro, cioé ? Cosa faceva quando si sentiva debole ? ricorreva agli spinaci…. così anche noi sposi….. ci sentiamo deboli ? ricorriamo ai nostri spinaci spirituali : lo Spirito Santo, che è Lui che ci fa nascere il desiderio di pregare perché è Lui stesso che vuole pregare attraverso di noi con gemiti inesprimibili… coraggio basta fare il primo passo.

Sposi deboli ? Imitare Braccio di Ferro.

Giorgio e Valentina.

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Torniamo alle origini del nostro matrimonio!

I sacramenti sono uno strumento dirompente che abbiamo a disposizione e, in molti casi, ne facciamo scarso uso. Perchè questo? Perchè in fondo non ci crediamo tanto. Mi ci metto anche io che faccio una gran fatica ad entrare nella realtà trascendente dei sacramenti. Eppure, se ci pensiamo un attimo, essi sono davvero un dono immenso che Gesù ci ha dato. Traggono forza da Lui direttamente, dal Suo sacrificio sulla croce, dove ha pagato per tutti. Ha pagato per salvarci. Cosa significa salvarci? Significa ridonarci lo sguardo delle origini. In tutta la nostra vita. Lo sguardo di chi era in armonia con Dio Padre e con i fratelli. Ecco, Gesù è morto in croce per restituirci quello sguardo.

Questo è vero in ogni ambito della nostra vita. Lo è ancor di più nel matrimonio, perchè la relazione sponsale stessa è sacramento perenne dove Gesù è presente in modo reale e misterioso, in modo simile all’Eucarestia. Due sposi hanno questa grande possibilità di tornare ad avere l’uno per l’altra lo sguardo di Dio.

Ecco che quando ci sono problemi in famiglia o nella coppia spesso non torniamo alla fonte del nostro amore redento, che sono appunto i sacramenti. Spesso ci sentiamo soli nella nostra sofferenza. Quando c’è qualche problema più grave ricorriamo a psicologi o psicoterapeuti. Che va benissimo. E’ importante capire la causa psicologica delle nostre fragilità per poterle conoscere, limitare e curare. Ma non basta.

Come prima cosa dovremmo tornare alle origini della nostra relazione, che sono proprio i sacramenti. Accostarci all’Eucarestia per essere uno con Gesù, riconciliarci con Lui attraverso la confessione e quando possibile fare l’amore tra noi sposi, perchè quello è il nostro rito sacramentale specifico del matrimonio. Sono tutti modi per ritrovare quello sguardo delle origini indispensabile per vedere l’altro/a con lo stesso sguardo di Gesù, che nonostante il male subito ha continuato ad amare i suoi carnefici chiedendo a Dio di perdonarli. Fino all’ultimo.

Certo a volte sembra non servire. Ho in mente tanti amici che nonostante questo si sono separati. Un caro saluto a Giuseppe, Francesco, Ettore, Anna. Eppure ha funzionato anche per loro. Sì, perchè, attraverso i sacramenti, hanno riacquistato quello sguardo che ha permesso loro di trovare la pace nella sofferenza dell’abbandono (che c’è e resta) e sono riusciti ad amare nonostante tutto il loro coniuge che li ha abbandonati, offrendo la loro sofferenza per lui/lei. Non è un miracolo questo?

Antonio e Luisa

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Sposi: attenti alla zizzania!

In quel tempo, Gesù espose alla folla una parola: «Il regno dei cieli si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo.
Ma mentre tutti dormivano venne il suo nemico, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò.
Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania.

In questa domenica, la liturgia ci offre la parabola della zizzania. Domenica scorsa ci ha offerto quella del seminatore. Come a dare continuità al messaggio che possiamo trarre. In questa parabola il terreno è di quelli buoni. Il seme anche. Eppure c’è anche in questo caso qualcosa che guasta il nostro raccolto. I frutti della nostra relazione, del nostro matrimonio.

Questa parabola può insegnarci tanto. Noi che ci siamo sposati con l’idea che il nostro matrimonio sarebbe stato perfetto. Con l’idea che quella cerimonia tanto bella fosse l’inizio di una favola. Invece poi c’è la vita di tutti i giorni. Ci sono i problemi, le litigate, l’insofferenza ai difetti dell’altro/a, il dialogo che diventa difficile. Potrei proseguire all’infinito. Ogni coppia sa cosa rende difficile la propria relazione.

Penserete quindi che quella è la zizzania. No quella non è la zizzania. Quella è la vita. Quella è la relazione tra due persone imperfette e piene di difetti come siamo tutti noi sposi. La zizzania è la tentazione di fissare lo sguardo su quei problemi. La zizzania è pensare di aver sbagliato a sposare quella persona perchè non è perfetta, non è come noi credavamo fosse o non è diventata come noi avremmo voluto.

La zizzania è lasciare che i problemi soffochino la bellezza della nostra relazione. E’ non riuscire più a vedere i pregi dell’altro/a, a dare per scontato ciò che di buono lui/lei fa per noi. Questa è la zizzania che può infestare e magari uccidere la nostra relazione.

Cari sposi non lasciate che questa tentazione prenda il sopravvento. Cominciate a spostare lo sguardo dal problema alla bellezza. Rendete grazie a Dio e all’altro/a per quanto di buono l’altro/a fa, per i suoi gesti di tenerezza e di servizio, per il tempo che ci dedica.

Il problema si può risolvere, ma si deve prima di tutto depotenziare. Non renderlo più il re della nostra relazione. Spostarlo dal centro dei nostri pensieri. Solo così partendo dalla bellezza che c’è nella nostra relazione, (qualcosa di buono c’è sicuramente), potremo trovare la forza per cambiare qualcosa di noi e magari, con il nostro amore, far nascere nell’amato/a il desiderio di cambiare a sua volta qualcosa di sé. Sempre per amore. Perché nessuna nostra sfuriata potrà convincerlo/a a cambiare. Solo amandolo/a per quello che è potremmo instillare in lui/lei la volontà di ricambiare l’amore gratuito ricevuto.

Quindi forza sposi guardate il terreno del vostro matrimonio con occhi diversi. C’è la zizzania, è vero, ma c’è anche tanto frutto.

Antonio e Luisa

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L’intimità ha bisogno del suo tempo

Ci sono tanti libri e tanti esperti che ci raccontano come uomo e donna siano diversi. Sono diversi non solo nel corpo. Sono diversi nella psiche, nella sensibilità, nel modo di vivere anche la sessualità. Lo dice la scienza. Con il tempo e con questa attività di blogger improvvisati (che però sta diventando un secondo lavoro) abbiamo raccolto le confidenze di tante persone. Uomini e donne che hanno trovato in noi qualcuno a cui confidare problemi e preoccupazioni. Questo articolo è una risposta molto sintetica e generale ad un problema che abbiamo riscontrato essere comune a tanti.

Ci siamo accorti che spesso in ambito sessuale tanti problemi nascono proprio dalla diversità uomo-donna. Uomo e donna hanno difficoltà a comprendere come l’altro/a viva la sessualità. Soprattutto come ami viverla in modo diverso da lui/lei. Anche nei tempi. E non si tratta di un dettaglio. La donna ama i preliminari, ama sentirsi al centro delle attenzioni del proprio uomo. Ama essere accarezzata, baciata, toccata. Ama sentire parole dolci e cariche di desiderio nei suoi confronti. La donna ama il tempo dei preliminari.

L’uomo no. L’uomo ha spesso fretta. L’uomo durante il rapporto vuole andare subito al sodo. Per l’uomo spesso esistono due sole parti del corpo della donna che sono interessanti, anzi tre: sedere, genitali e seno. Per molti uomini durante il sesso non esiste altro. L’uomo spesso desidera la cosiddetta sveltina: pochi minuti e poco impegno.

Capite bene che così non va. La donna ha bisogno di altro. Ha bisogno di tempo che le faccia accrescere il desiderio e che le permetta di abbandonarsi al marito. Capite ora come nasce l’insoddisfazione sessuale? Certo è una delle molteplici cause. Importante però. Il tutto è spesso aggravato dalla mancanza di dialogo su questi temi. Per l’uomo se lei non dice nulla va tutto bene. Invece lei si sente sempre più lontana dal marito. Si sente usata. Si sente incompresa. Non si sente appagata da una sessualità di questo tipo.

Cosa fare allora? Se c’è un problema parlatene. E poi donne, abbiate il coraggio di dire a vostro marito cosa vi piace e cosa non vi piace. Voi mariti abbiate la sensibilità di comprendere come la donna abbia bisogno di essere amata e messa al centro anche durante il rapporto sessuale. Cercate di vivere dei preliminari lunghi. cercate di goderne e di abbandonarvi anche voi alla tenerezza. Non c’è bisogno di correre. Il sesso è bello quando è vissuto fino in fondo e per farlo serve il giusto tempo e anche il giusto impegno. Che cosa volete voi? Unirvi a vostra moglie o scaricarvi su di lei? E’ un po’ brutale detto così, ma rende l’idea.

Se sarete capaci di mettere l’altro/a al centro tutto sarà più bello. Tu donna sarai capace di apprezzare la fatica che l’uomo farà per non essere troppo precipitoso, per darti il tempo di cui hai bisogno, e tu uomo non correrai e cercherai di preparare al meglio la tua sposa godendo di tutto il suo corpo e non solo di tre parti di esso. Quello che entrambi ne avrete in cambio sarà una intesa meravigliosa che vi permetterà di sperimentare un piacere completo dato non solo dalle sensazioni del piacere fisico ma anche dal dono che siete stati capaci di farvi vicendevolmente.

Antonio e Luisa

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“Amore mio, Gesù non vuole che io ti ami” ovvero “Ma che stai a dì?”

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

Disse lui: “Il Vangelo di oggi  me lo stampo e me lo metto in tasca!”

“E perchè mai dovresti andare in giro con un pezzo di carta in tasca?” Disse lei.

Lui non le rispose…non perché fosse dispettoso, ma semplicemente perché i mariti  hanno due orecchie speciali che filtrano tutte le frasi delle mogli…a maggior ragione quelle che finiscono con un punto interrogativo.

Sta di fatto che diversi mesi dopo, il giorno del loro anniversario di matrimonio, il marito fuggì di casa e andò a chiedere ad un monastero di essere accolto come novizio.

Allora sua moglie, che come tutte le mogli ha in dotazione un radar particolare per captare tutte le trovate originali dei mariti, accorgendosi della sua assenza e alterandosi alquanto per non aver trovato nessun regalo di anniversario (ovvero nessuna ennesima borsetta) decise di telefonare a suo marito.

Il marito, che ancora era in trattative col monaco portinaio e non aveva avuto il tempo di rinunciare a tutti i suoi averi tra cui lo smartphone, sentì squillare e rispose a sua moglie.

Lei lo incalzò proferendo alcune frasi che iniziavano con “Dove” e terminavano con “borsa”.

Lui allora mise la mano in tasca e lesse quanto era stampato sul foglietto: “In quel tempo Gesù disse alla folla che lo seguiva: Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo(…)”. Poi aggiunse: “Vedi cara…io oggi volevo stare con te, a maggior ragione che è anche il nostro anniversario di matrimonio. Avevo anche comprato un regalino per te e volevo portarti a cena fuori; ma Gesù in questo passo del Vangelo pare che….” sospirò e aggiunse “Gesù non vuole che io ti ami!!!”. E detto questo interruppe la telefonata e si mise a piangere.

Il monaco portinaio che aveva ascoltato tutto, diede una sberla al marito, lo prese per un orecchio e lo trascinò verso la sua auto. Aprì lo sportello e ce lo buttò dentro e prima di lasciarlo andare gli urlò che Gesù non si sarebbe mai sognato di “mettersi tra moglie e marito” come un intruso, come uno da preferire per tradire il coniuge…ma che Gesù doveva essere messo tra moglie e marito affinché il rapporto di amore tra moglie e marito fosse di qualità superiore! Gesù avrebbe dato bellezza al loro stare insieme, e soprattutto non avrebbe mai impedito loro di stare insieme…e – a quel punto il monaco gli sputò in un occhio-  gli disse: “guarda che se non metti Gesù al primo posto nella tua vita, non saprai mai donare la tua vita a tua moglie!!! E ora vai, bischeraccio!!! Corri da tua moglie e dille che l’ami…e che vorresti amarla come Gesù stesso l’ama! E non farti più venire strane idee ascetiche!!!!!” 

…morale della storia: non far arrabbiare i monaci.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Cosa è il matrimonio? La risposta è nei Promessi Sposi

E’ significativo il fatto che alcune delle parole più belle sul matrimonio siano state pronunciate da un religioso, Fra Cristoforo, che nel capitolo XXXVI de  I  promessi sposi pronuncia il discorso d’addio ai protagonisti:

“ – Tornate, con sicurezza e con pace, ai pensieri d’una volta, seguì a dirle il cappuccino: – chiedete di nuovo al Signore le grazie che Gli chiedevate, per essere una moglie santa; e confidate che ve le concederà più abbondanti, dopo tanti guai. E tu, – disse, voltandosi a Renzo, – ricordati, figliuolo, che se la Chiesa ti rende questa compagna, non lo fa per procurarti una consolazione temporale e mondana, la quale, se anche potesse essere intera, e senza mistura d’alcun dispiacere, dovrebbe finire in un gran dolore, al momento di lasciarvi; ma lo fa per avviarvi tutt’e due sulla strada della consolazione che non avrà fine. Amatevi come compagni di viaggio, con questo pensiero d’avere a lasciarvi, e con la speranza di ritrovarvi per sempre. Ringraziate il cielo che v’ha condotti a questo stato, non per mezzo dell’allegrezze turbolente e passeggiere, ma co’ travagli e tra le miserie, per disporvi a una allegrezza raccolta e tranquilla. Se Dio vi concede figliuoli, abbiate in mira d’allevarli per Lui, d’istillar loro l’amore di Lui e di tutti gli uomini; e allora li guiderete bene in tutto il resto.

Righe meravigliose. Queste parole di Fra Cristoforo sono una gemma incastonata in quel capolavoro che è l’opera più importante di Alessandro Manzoni. Siamo verso la fine del romanzo. La peste sta allentando la sua cupa morsa sulla città di Milano. Renzo e Lucia sono sopravvissuti all’epidemia che ha mietuto tantissime vittime. Tutto sembra procedere per il meglio. I due giovani si ritrovano al lazzaretto. C’è qualcosa che ancora impedisce la loro unione. Non è più don Rodrigo. E’ morto. C’è un impedimento forse ancor più difficile da superare. Lucia, nella drammatica notte passata al castello dell’Innominato, ha promesso alla Madonna di donarsi completamente a Lei nella verginità, in cambio della liberazione. Renzo è disperato. Non riesce a capacitarsi. Fra Cristoforo interviene e libera Lucia da quel voto. Dopo averla liberata la riconsegna a Renzo con questo bellissimo discorso che ho riportato all’inizio dell’articolo. Ricorda, almeno a me, per certi tratti, la vicenda biblica di Tobia e Sara.

Analizziamo pensiero per pensiero questo piccolo tesoro teologico.

  1. Chiedete di nuovo al Signore le grazie che Gli chiedevate, per essere una moglie santa; e confidate che ve le concederà più abbondanti, dopo tanti guai. La santità è un dono di Dio. Certamente. E’ anche un atto di volontà personale e un’inclinazione del cuore. Questo è altrettanto vero. Le difficoltà della vita non sono solo una disgrazia. Possono essere un momento di crisi che ci mette di fronte ad una scelta. Decidere per il bene e continuare a confidare in Dio con speranza, nonostante tutto, oppure arrendersi al male e alla disperazione. Quanto accaduto a Lucia l’ha condotta verso la santità perchè lei, con la Grazia di Dio, ha scelto sempre il bene.
  2. E tu, – disse, voltandosi a Renzo, – ricordati, figliuolo, che se la Chiesa ti rende questa compagna, non lo fa per procurarti una consolazione temporale e mondana, la quale, se anche potesse essere intera, e senza mistura d’alcun dispiacere, dovrebbe finire in un gran dolore, al momento di lasciarvi; ma lo fa per avviarvi tutt’e due sulla strada della consolazione che non avrà fine. Questa raccomandazione ci ricorda che il nostro coniuge non ci è posto accanto per farci felici, affinché debba riempire quel vuoto e quei bisogni affettivi e sessuali che avvertiamo. Solo in Dio possiamo trovare ciò che ci manca e solo sentendoci amati da Lui possiamo corrispondere a quell’amore. Nel matrimonio rispondiamo all’amore di Dio amando una sua creatura che diventa mediatrice tra noi e Lui. Ecco che la gioia non sarà più necessariamente dipendente e scaturente solo da ciò che riceviamo. Anche il dono che faremo di noi all’altro/a sarà sorgente di vita nuova, di amore e di senso. Tutto cambia. Il matrimonio cambia con questa prospettiva. Il matrimonio diventa così scuola per imparare ad amare. Ci prepara all’incontro d’amore con lo sposo, con Gesù.
  3. Amatevi come compagni di viaggio, con questo pensiero d’avere a lasciarvi, e con la speranza di ritrovarvi per sempre. Non dobbiamo guardarci negli occhi, come se il nostro orizzonte, il nostro tutto, sia limitato all’altro/a. Tenendoci per mano dobbiamo guardare all’orizzonte eterno che ci sta davanti. Camminando insieme, sostenendoci l’un l’altra dobbiamo percorrere quella strada tracciata verso la santità e la gioia eterna in Gesù.
  4. Ringraziate il cielo che v’ha condotti a questo stato, non per mezzo dell’allegrezze turbolente e passeggiere, ma co’ travagli e tra le miserie, per disporvi a una allegrezza raccolta e tranquilla. Questo passaggio si ricollega al primo punto. Il matrimonio si puntella sulla roccia nella fede, certamente, ma anche nella forza che si genera nell’affrontare le difficoltà insieme. Ciò che ci permette di sperimentare l’amore incondizionato e autentico dell’altro/a non si trova nella tranquillità dei periodi sereni, ma nelle acque burrascose dei momenti difficili. Quando amare diventa una scelta difficile ecco che la fedeltà alla promessa, il sostegno reciproco, la misericordia donata l’uno all’altra e lo sguardo che non smette mai di scorgere la bellezza della nostra unione, diventano cemento per la relazione.
  5. Se Dio vi concede figliuoli, abbiate in mira d’allevarli per Lui, d’istillar loro l’amore di Lui e di tutti gli uomini; e allora li guiderete bene in tutto il resto. Bellissimo anche questo passaggio. Se il vostro amore prende carne, si concretizza in una nuova creazione, in una una nuova vita, ricordatevi sempre chi vi ha creato e chi vi ha ri-creato in un noi, in un’anima e un cuore solo. Riconducete quella creatura alla sorgente di tutto, alla sorgente del vostro amore, alla sorgente dell’Amore. Questo è il matrimonio. Questa è la nostra strada verso la santità

Alessandro Manzoni ci ha regalato un momento di pura teologia. Lo ha fatto a suo modo. Con la bellezza che riesce a trasmettere con la sua scrittura. Lo ha fatto per mezzo delle parole di un frate cappuccino. Un consacrato a Dio che mostra agli sposi, consacrati anch’essi in modo diverso, il fine della loro vocazione: prepararsi alle nozze eterne con lo Sposo che non delude mai.

Antonio e Luisa

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