«Non preoccuparti, fratello; partirà sano e salvo e tornerà da te.» (Tb 5,21)
In questo tredicesimo modulo sul libro di Tobia affrontiamo il controllo. Amare davvero non è trattenere per paura, ma restare liberi scegliendosi anche nell’incertezza. Clicca qui per leggere i moduli già pubblicati.
C’è una scena nel libro di Tobia che non ha nulla di spettacolare, ma è tra le più vere. Non ci sono miracoli. Non ci sono guarigioni. C’è un padre che lascia partire il figlio e non sa cosa accadrà. Tobi è cieco. Ha già perso tanto. La vita lo ha esposto, ferito, ridimensionato. E ora deve lasciare andare Tobia, l’unico figlio, l’unico appoggio, l’unica sicurezza concreta rimasta. Non è solo una partenza. È una prova interiore.
La reazione è profondamente umana: paura, ansia, bisogno di controllo. Tobi vorrebbe trattenere, verificare, assicurarsi che tutto vada bene. Fa domande, cerca garanzie, ha bisogno di sapere chi accompagnerà suo figlio, dove andrà, cosa farà. Non è mancanza di fede. È amore attraversato dalla paura.
E qui si gioca un passaggio decisivo anche per gli sposi: la differenza tra amare e trattenere. Nel matrimonio questa dinamica è più presente di quanto si pensi. Non solo nei figli, ma nella relazione stessa. Si trattiene l’altro quando si ha paura di perderlo. Si controlla quando ci si sente insicuri. Si cerca di prevedere, gestire, limitare, per non essere esposti. Ma l’amore non cresce nel controllo. Cresce nella libertà.
Dal punto di vista dell’Analisi Transazionale, qui si vede bene la tensione tra attaccamento e autonomia. Il Bambino interiore ha bisogno di sicurezza, di vicinanza, di stabilità. Ma quando questa esigenza diventa dominante, può trasformarsi in dipendenza o controllo. Il Genitore, invece, può irrigidirsi in regole e paure: “Deve andare così”, “Non puoi sbagliare”, “Non posso lasciarti andare”. L’Adulto sano è quello che tiene insieme le due cose: riconosce il legame, ma permette il movimento.
Tobi è chiamato proprio a questo passaggio: fidarsi senza controllare tutto. Non è facile. Perché fidarsi significa accettare di non sapere. Significa accettare che l’altro farà esperienze che non puoi gestire. Significa lasciare spazio alla crescita, anche al rischio. E questo, interiormente, fa paura. Quante coppie vivono questo nodo senza accorgersene. Uno dei due controlla. L’altro si sente soffocato. Uno dei due chiede rassicurazioni continue. L’altro si allontana. Uno dei due trattiene per paura. L’altro vive quel trattenere come mancanza di fiducia.
E così, paradossalmente, proprio ciò che dovrebbe tenere unita la relazione – il legame – diventa ciò che la irrigidisce. Amare non è trattenere. È permettere di andare. Ma attenzione: permettere di andare non significa distaccarsi emotivamente. Non significa indifferenza. Non significa “fai quello che vuoi, non mi riguarda”. È qualcosa di molto più maturo: restare legati senza controllare. Nel testo, Raffaele interviene proprio su questo punto. Non elimina la paura di Tobi. Non lo rimprovera. Gli offre una parola che apre: “Tornerà”. È una parola che non dà controllo, ma dà fiducia. Questo è il tipo di presenza che aiuta una coppia a crescere. Non quella che toglie la fatica, ma quella che rende possibile attraversarla.
Nel matrimonio, lasciare andare significa permettere all’altro di essere se stesso, di avere spazi, tempi, pensieri, relazioni, senza viverli come una minaccia. Significa accettare che l’altro non è sotto il tuo controllo. E questo non indebolisce il legame: lo rende più vero. Molte crisi di coppia nascono proprio da qui. Non da mancanza d’amore, ma da un amore troppo carico di paura. Un amore che vuole garantire, proteggere, evitare ogni rischio. Ma così facendo, blocca. Il rischio, invece, fa parte della crescita. Anche nel matrimonio.
Lasciare andare significa anche accettare che l’altro cambierà. Che non resterà come all’inizio. Che farà scelte, attraverserà fasi, vivrà passaggi che non puoi prevedere. E il compito non è impedirlo, ma restare in relazione mentre accade. Questo richiede una grande maturità interiore. Perché implica lavorare sulla propria ansia. Sulla propria paura di perdere. Sul bisogno di controllo. Serve il passaggio verso un Adulto integrato: una parte di sé che sa stare nell’incertezza senza crollare, che sa amare senza possedere.
Tobi, alla fine, lascia partire Tobia. Non perché è tranquillo. Ma perché sceglie di fidarsi più di quanto ha paura. Questa è fede adulta. Non l’assenza di paura, ma una scelta dentro la paura. E questo è un passaggio fondamentale anche per gli sposi: imparare a non bloccare l’altro per sentirsi sicuri. Perché la sicurezza vera non nasce dal controllo. Nasce dalla fiducia. E la fiducia non è certezza che tutto andrà bene. È decisione di restare aperti anche quando non si può controllare tutto.
Nel matrimonio, Dio non elimina il rischio. Ma sostiene questo passaggio. Aiuta a non trasformare la paura in controllo. Aiuta a trasformarla in fiducia. E forse la forma più matura dell’amore è proprio questa: restare legati senza trattenere, accompagnare senza invadere, fidarsi senza vedere tutto. Tobi lascia andare. E proprio lì, senza saperlo, comincia la guarigione. Perché a volte il primo miracolo non è ciò che accade fuori, ma ciò che smettiamo di trattenere dentro.
Antonio e Luisa
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