Cari sposi, nell’epoca del trionfo del politically correct e delle denunce legali per usare i termini “erronei” nel riferirsi ad una persona, oggi vediamo un Gesù a cui non eravamo abituati e che ci lascia sbalorditi. Gesù, la persona più mite pur nel mezzo della sua Passione, la più accogliente con i peccatori, il più paziente e comprensivo nei confronti dei difetti altrui… qui sembra abbandonarsi ad un livore, assimilabile piuttosto alle frange più estreme del fariseismo dell’epoca.
Osserviamo da vicino la scena: Gesù è galileo, originario di una terra confinante con il Libano e quindi con zone abitate da popoli di religione ed etnie distinte dagli Ebrei. Ciò nonostante, ha voluto sconfinare da quelle parti con i suoi apostoli e, siccome la fama lo precede, ecco una donna disperata accorrere da Lui confidando che possa operare la guarigione della figlia. Chi scrive ha già visto la frustrazione e l’angoscia di chi non ha più strumenti per aiutare una persona amata, afflitta da questo male.
Cosa avremmo fatto tutti noi di istinto? Per lo meno accogliere empaticamente il dolore di questa donna e cercare di fare il possibile. Ma Gesù qui ha ben poco di sentimentale, invece assume un atteggiamento duro e freddo, arrivando ad apostrofarla di “cagnolino”, cioè di “pagana” con un evidente senso dispregiativo. Perché Gesù si comporta così?
Intuiamo che nulla sta accadendo a caso, ma che tipo di insegnamento vuole dare? Gesù ha davanti a sé gli apostoli, quelli che dovranno condurre la prima chiesa e da buon “allenatore” vuole far toccare con mano che essere cristiani è una cosa seria, che richiede sacrificio, lasciare tutto per essere di Cristo, saper rinunciare a quanto cozza con il Vangelo. In altri termini, Gesù sta alzando l’asticella per far capire la misura alta del dono di essere cristiani e che non basta una semplice parola per diventarlo.
Ma c’è di più: Gesù sta spremendo la “fede” di questa donna, sfidandola a dare il meglio di sé e ad abbandonarsi davvero a Lui. Ed ecco la meraviglia: l’esigenza di Gesù ottiene il suo frutto. Questa donna, con un atto di umiltà di altissimo valore, si fida ciecamente della Parola di Gesù e con la sua insistenza ottiene due grazie: la fede, lei che nemmeno era ebrea, e la liberazione dal maligno di sua figlia.
Così, gli apostoli – e noi con tutti loro – abbiamo così davanti agli occhi il frutto dell’abbandono in Dio: un gesto di totale fiducia nei confronti di Cristo che non guarda e non si ferma alla propria miseria ma sa lasciarsi cadere nelle Sue braccia ottenendo ben di più di quanto possiamo sperare. Dice al riguardo Papa Francesco: “Ecco la concretezza della fede, che non è un’etichetta religiosa, ma un rapporto personale con il Signore. Quante volte si cade nella tentazione di confondere la fede con un’etichetta! La fede della donna non è fatta di galateo teologico, ma di insistenza: bussa alla porta, bussa, bussa; non è fatta di parole, ma di preghiera” (Angelus, 20 agosto 2023).
Cari sposi, in ogni coppia esistono nodi e lacci con il male, più o meno radicati. Vi invito a non cercare altrove le soluzioni ma anzitutto correre da Gesù, bussare con fiducia e dirGli: “Signore, se Tu vuoi, puoi guarirmi!”. Siate certi che è esattamente quello che Lui vuole, creare una relazione intima con voi sposi che vi farà toccare con mano che Egli ha un cuore compassionevole, misericordioso verso i nostri peccati, i nostri sbagli, i nostri fallimenti e che può liberarvi veramente e donarvi la libertà dei figli di Dio.
ANTONIO E LUISA
Questa Parola stamattina ci tocca come sposi perché racconta una donna che non pretende, non fugge e non si offende. Resta lì e dice semplicemente: «Signore, aiutami!». Quante mattine iniziano così anche nel matrimonio. Ci svegliamo stanchi, con qualcosa rimasto in sospeso, una preoccupazione per i figli, una distanza che non sappiamo colmare. Vorremmo una soluzione grande e immediata. Invece, a volte, Dio ci offre una briciola: una parola buona, un abbraccio, il caffè preparato dall’altro, la possibilità di ricominciare senza aver chiarito tutto. Quella donna ci insegna a non disprezzare le briciole. Quando c’è amore, anche poco può diventare nutrimento. Oggi vogliamo cominciare così: senza pretendere che tutto sia perfetto, ma accogliendo il bene possibile. Una carezza, una telefonata, un “scusa”, una preghiera insieme. Signore, aiutaci a riconoscere le briciole di grazia che oggi farai cadere sulla nostra tavola.
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