«Aman vide che Mardocheo non s’inginocchiava né si prostrava davanti a lui e fu pieno d’ira» (Est 3,5).
In questo modulo il protagonista è ancora Aman. Partiremo dalla sua reazione per riflettere sulla tentazione di rispondere al male, reale o anche solo percepito, facendo a nostra volta del male.Clicca qui per leggere i moduli precedenti.
Ci sono guerre che cominciano da cose piccolissime. Una parola pronunciata male. Un gesto che interpretiamo come mancanza di rispetto. Un’attenzione che aspettavamo e che non è arrivata. Una risposta fredda. Uno sguardo che ci sembra indifferente. Apparentemente nulla di grave. Eppure, se quella piccola ferita trova dentro di noi un terreno già fragile, può cominciare a crescere fino a diventare qualcosa di molto più grande.
È quello che accade ad Aman. Mardocheo non si inchina davanti a lui. Tutti gli altri lo fanno. Aman gode di prestigio, potere e riconoscimento. Potrebbe ignorare quell’unico uomo che non gli rende omaggio. Potrebbe relativizzare. Potrebbe domandarsi perché Mardocheo agisca in quel modo. Potrebbe persino affrontarlo direttamente. Non fa nulla di tutto questo. Si lascia invece invadere dall’ira. La sproporzione è impressionante. Un uomo non si inchina e Aman decide di distruggere un intero popolo. La ferita iniziale viene ingigantita fino a diventare una guerra.
Anche nella coppia succede qualcosa di simile, naturalmente su scala diversa. Quante nostre discussioni nascono davvero dal motivo per cui stiamo litigando? A volte discutiamo per i piatti lasciati sul tavolo, per un messaggio non mandato, per cinque minuti di ritardo, per una spesa fatta senza avvisare. Eppure sappiamo bene che non stiamo litigando davvero per quei piatti, per quel messaggio o per quei cinque minuti. Dietro può esserci qualcosa di molto più antico. “Non ti importa di me.” “Non mi consideri.” “Devo sempre fare tutto io.” “Non sono importante per te.” “Non mi rispetti.” La situazione presente tocca una ferita precedente e improvvisamente la reazione diventa molto più intensa dell’evento che l’ha provocata.
L’Analisi Transazionale ci aiuta a comprendere questo meccanismo attraverso il concetto di copione. Durante la nostra crescita elaboriamo convinzioni profonde su noi stessi, sugli altri e sulla vita. Non sono necessariamente pensieri consapevoli. Sono piuttosto conclusioni emotive: “Non posso fidarmi”, “Prima o poi mi abbandoneranno”, “Devo difendermi”, “Se non mi faccio rispettare sarò schiacciato”. Quando un evento presente tocca una di queste convinzioni, possiamo reagire non soltanto a ciò che sta accadendo oggi, ma anche a tutto ciò che quella situazione rappresenta per noi. Per questo una frase innocua può diventare devastante. Il marito dice: “Stasera sono molto stanco”. La moglie sente: “Non desidero stare con te”. La moglie dice: “Preferisco pensarci domani”. Il marito sente: “Quello che dici non mi interessa”. Le parole reali sono una cosa. Il significato che attribuiamo loro può essere completamente diverso.
Aman non riesce più a vedere Mardocheo semplicemente come un uomo che compie una scelta. Lo vede come qualcuno che minaccia il suo valore e la sua autorità. E quando l’altro diventa una minaccia, nasce facilmente la tentazione della vendetta. Il copione di vendetta può assumere forme molto sottili nella vita matrimoniale. Non significa necessariamente desiderare consapevolmente il male dell’altro. Spesso è molto più semplice: “Mi hai ferito? Allora adesso sentirai anche tu quello che ho provato io”. Cominciano così piccole restituzioni. Tu non mi hai cercato? Io non ti cerco. Tu sei stato freddo? Io sarò ancora più fredda. Tu mi hai criticato davanti agli altri? Alla prossima occasione ti farò fare una brutta figura. Tu hai rifiutato il mio gesto di tenerezza? Quando sarai tu a cercarmi, troverai una porta chiusa. Non lo diciamo apertamente. A volte non lo confessiamo neppure a noi stessi. Ma dentro compare una sorta di contabilità affettiva: hai fatto questo, quindi adesso io posso fare quest’altro. Ed è proprio qui che una piccola ferita comincia a diventare una guerra.
La vendetta promette una forma di giustizia, ma quasi mai produce giustizia. Produce invece un’altra ferita. L’altro reagisce. Noi reagiamo alla sua reazione. In poco tempo nessuno ricorda più dove tutto sia cominciato. Quante coppie conoscono questa esperienza? Si parte da un episodio banale e dopo venti minuti si stanno tirando fuori errori commessi dieci anni prima. Non si parla più dell’oggi. Entra in scena l’archivio matrimoniale. “Tu fai sempre così.” “Anche quella volta da tua madre…” “E quando eravamo in vacanza?” “Tu invece cosa hai fatto tre anni fa?” A quel punto non stiamo più cercando di comprenderci. Stiamo cercando munizioni. La memoria, che dovrebbe custodire il bene ricevuto, diventa un deposito di armi.
Qui Ester ci mette davanti una domanda scomoda: cosa facciamo delle nostre ferite? Non possiamo impedire completamente all’altro di ferirci. Anche nella coppia più bella ci saranno incomprensioni, mancanze, egoismi e parole sbagliate. Siamo due persone imperfette che cercano di amarsi. La questione decisiva non è quindi evitare ogni ferita, ma scegliere che cosa farne. Posso custodirla e alimentarla, oppure portarla alla luce. Posso usarla per accusare, oppure raccontarla. Posso trasformarla in una prova contro di te, oppure mostrartela come una parte fragile di me.
Dire: “Sei sempre egoista” è molto diverso dal dire: “Quando hai fatto quella cosa mi sono sentito poco importante per te”. Nel primo caso attacco la tua identità. Nel secondo ti permetto di entrare nel mio mondo interiore. Questo passaggio richiede molta maturità. Significa uscire dallo stato dell’Io Bambino ferito che pretende riparazione immediata e permettere all’Adulto di leggere ciò che sta succedendo. Significa domandarsi: ciò che sto pensando corrisponde davvero alla realtà? Il mio coniuge voleva realmente ferirmi? Sto reagendo alla situazione presente oppure a qualcosa di più antico? A volte scopriamo che la persona che stiamo combattendo non è davvero nostro marito o nostra moglie. Stiamo combattendo qualcuno del nostro passato attraverso di lui o attraverso di lei.
Il matrimonio diventa allora un luogo straordinario di conoscenza di sé. L’altro, proprio perché ci è vicino, riesce a toccare zone che nessun altro raggiunge. Può risvegliare ferite profonde, ma proprio per questo può diventare anche compagno di guarigione. A una condizione: che rinunciamo alla vendetta. Il Vangelo propone una logica completamente diversa. Gesù non ci insegna a restituire il male ricevuto, ma a interrompere la catena. Qualcuno deve decidere che quella ferita non produrrà un’altra ferita. Nel matrimonio quel qualcuno, qualche volta, dovrò essere io. Non perché l’altro abbia necessariamente ragione. Non perché debba accettare qualsiasi comportamento. Non perché il dolore non conti. Ma perché la comunione vale più della soddisfazione momentanea di aver restituito il colpo. Amare per primi significa anche questo. Dire dentro di sé: “Questa guerra finisce qui”.
Aman non riesce a farlo. Lascia che il proprio orgoglio trasformi Mardocheo in un nemico e il nemico in un intero popolo da distruggere. È un’immagine estrema, ma ci mostra ciò che può accadere quando non custodiamo il cuore. Le grandi crisi matrimoniali non sempre nascono da grandi eventi. Talvolta sono il risultato di centinaia di piccole ferite mai raccontate, mai perdonate e mai guarite. Per questo non dobbiamo avere paura delle ferite. Dobbiamo avere paura del rancore che lasciamo crescere intorno ad esse. Una ferita condivisa può diventare intimità. Una ferita nascosta può diventare distanza. Una ferita trasformata in vendetta può diventare guerra. Forse oggi la domanda più importante non è: “Che cosa mi hai fatto?”, ma: “Che cosa sto facendo io con ciò che mi hai fatto?”. È lì che comincia la nostra libertà.
Per dialogare insieme
- Quali sono le piccole situazioni che tra noi provocano reazioni molto più forti di quanto sembrerebbe necessario?
- Quando mi sento ferito, riesco a dirtelo oppure tendo a chiudermi, accusarti o restituirti il colpo?
- C’è qualche vecchia ferita che continuo a riportare nelle nostre discussioni?
- Quale frase interiore si attiva maggiormente quando mi sento trascurato o non rispettato? “Non sono importante”, “Non posso fidarmi”, “Sono solo”, “Devo difendermi”?
- In quali modi rischio di mettere in atto una piccola vendetta nei tuoi confronti?
- Che cosa potrei fare diversamente la prossima volta che mi sentirò ferito?
Provate a scegliere una ferita recente, possibilmente non troppo grave. Raccontatela senza discutere sui fatti. Chi parla provi a completare questa frase: “Quando è successo…, io mi sono sentito… e dentro di me ho pensato…”. L’altro ascolti senza difendersi e alla fine provi semplicemente a restituire ciò che ha compreso.
Per pregare
Gesù, conosci le nostre ferite, anche quelle che non sappiamo raccontare. Conosci le parole che ci hanno fatto male, le delusioni che abbiamo accumulato e le volte in cui abbiamo trasformato il dolore in rancore. Liberaci dal bisogno di restituire ciò che abbiamo ricevuto. Quando siamo tentati di far pagare all’altro la nostra sofferenza, ricordaci che siamo marito e moglie, non avversari. Donaci un cuore capace di distinguere ciò che sta accadendo oggi dalle ferite che portiamo dal passato. Aiutaci a non attribuire all’altro intenzioni che non ha e a non trasformare una mancanza in una condanna. Insegnaci a parlare prima che il silenzio diventi distanza, a chiedere prima che il bisogno diventi pretesa, a perdonare prima che la ferita diventi rancore. Quando il nostro orgoglio ci sussurra che dobbiamo vincere, ricordaci che nel matrimonio o vinciamo insieme oppure perdiamo entrambi. Donaci la forza di essere, qualche volta, colui o colei che interrompe la catena. Colui che non restituisce il colpo. Colei che pronuncia per prima una parola buona. Colui che sceglie di avvicinarsi. Fa’ che le nostre piccole ferite non diventino grandi guerre, ma occasioni per conoscerci più profondamente, accoglierci nelle nostre fragilità e imparare ogni giorno ad amarci come Tu ci ami. Amen.
Antonio e Luisa
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