Come un “luna park”

Dalla prima lettera ai Tessalonicesi di san Paolo, apostolo (4, 1-18) Fratelli, vi preghiamo e supplichiamo nel Signore Gesù: avete appreso da noi come comportarvi in modo da piacere a Dio, e così già vi comportate; cercate di agire sempre così per distinguervi ancora di più. Voi conoscete infatti quali norme vi abbiamo dato da parte del Signore Gesù. Perché questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione: che vi asteniate dalla impudicizia, che ciascuno sappia mantenere il proprio corpo con santità e rispetto, non come oggetto di passioni e libidine, come i pagani che non conoscono Dio; che nessuno offenda e inganni in questa materia il proprio fratello, perché il Signore è vindice di tutte queste cose, come già vi abbiamo detto e attestato. Dio non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santificazione. Perciò chi disprezza queste norme non disprezza un uomo, ma Dio stesso, che vi dona il suo Santo Spirito.

Oggi la nostra riflessione parte da questo breve stralcio di San Paolo, il quale ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo della teologia del Sacramento del Matrimonio, non tanto o solamente per l’alto tenore del contenuto, ma anche per la modalità con cui tale contenuto viene inserito nella vita concreta delle persone. Paolo infatti, sapeva partire dal dato oggettivo di ciò che trovava dinanzi a sé, per portare ad un livello più alto la vita della comunità che incontrava. E’ per questo motivo che alcune allusioni o riferimenti al contesto culturale e sociale dell’epoca ci risultano un po’ anomale o estranee, ma dobbiamo sapere che Tessalonica era città importante e trafficata, con intensi commerci, caratterizzata da prosperità ma anche da corruzione.

Sapendo come fosse Tessalonica a quel tempo si capisce come mai Paolo insista molto sulla purezza e sul pudore, sulla santificazione del corpo, a vantaggio di tutta la persona. In particolare la nostra riflessione si concentra su una frase : Perché questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione: che vi asteniate dalla impudicizia, che ciascuno sappia mantenere il proprio corpo con santità e rispetto, non come oggetto di passioni e libidine, come i pagani che non conoscono Dio.

Ad una prima lettura sembra un semplice richiamo alla purezza/castità, quasi una raccomandazione del padre spirituale ai propri figli, ma in realtà è più profondo di quanto appaia ad un primo sguardo. Paolo non sta dando una norma da seguire, quasi fosse la ricetta magica della purezza, non sta entrando nei particolari di regole e norme, non ancora, ma non perché esse non esistano o non siano importanti, ma perché sta mettendo le basi per tali regole e norme pratiche.

Un po’ come fanno i muratori quando operano una ristrutturazione, per cui non è sufficiente dare una ripulita ai muri e re-intonacarli, non si tratta di dare un bella rinfrescata alla facciata, ma si comincia verificando la tenuta delle fondamenta, e poi piano piano si completerà il resto, ma a partire dalle fondamenta. Se non si fa così il rischio è quello di avere una casa imbellettata ma con alto rischio di collasso.

Similmente Paolo riparte dalle fondamenta, dalla realtà dell’umana natura creata ad immagine di Dio, lo dice alla fine citando i pagani che non conoscono Dio. Li riporta all’origine del fine della creazione dell’uomo : Dio non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santificazione.

Come a dire che il corpo ha un ruolo fondamentale nella santificazione, non è un accessorio alla stregua di un optional, ma è un dato fondante dell’intera struttura umana, senza corpo non saremmo uomini, col solo corpo saremmo animali, siamo quindi spiriti incarnati.

Questo corpo è un dono e merita rispetto, non solo per il fatto che ci è stato dato in dono e non l’abbiamo scelto, ma perché se Dio ce l’ha donato per la santificazione è perché ci chiede di santificarci attraverso il corpo che abbiamo e non nonostante esso. E’ un mezzo ed insieme uno strumento di santificazione, d’altronde anche Gesù ha avuto bisogno di un corpo per salvarci sulla Croce, avrebbe potuto escogitare di salvarci anche solo col pensiero ma ha scelto di farlo col corpo.

In ultima analisi, il nostro corpo ha bisogno di essere trattato con cura e rispetto dapprima da noi stessi, ancor prima di esigerlo dagli altri; è necessario che facciamo pace col nostro corpo e ringraziamo Dio di questo corpo che abbiamo perché ci salveremo solo attraverso e con esso, senza il contributo del corpo per l’uomo non c’è salvezza poiché lo esige l’ontologia dela natura umana.

Cari sposi, quando vi chiedete come e cosa fare per testimoniare la bellezza del matrimonio cristiano cominciate a testimoniare dentro la relazione matrimoniale l’altissimo valore del vostro corpo e di quello del vostro coniuge; quando non saprete cosa dire ai giovani per cominciare il discorso sulla bellezza della castità potete dire come facciamo noi ai giovani fidanzati : Guardate che il vostro corpo ha la missione di trasmettere l’amore , non è un “Luna Park” in cui provare tutte le giostre.

Giorgio e Valentina

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Le emozioni autentiche nella coppia: la rabbia

Siamo giunti alla quinta emozione. Clicca qui per leggere quelle già pubblicate. Tra le emozioni autentiche, la rabbia è probabilmente quella più temuta. Spesso viene associata alla violenza, all’aggressività o alla perdita di controllo, e per questo viene repressa, negata o moralizzata. In molti contesti, anche spirituali, la rabbia è considerata qualcosa di sbagliato, incompatibile con l’amore e con la fede. Eppure la rabbia autentica è un’emozione primaria fondamentale, perché ha una funzione chiara: proteggere i confini e ristabilire la giustizia.

La rabbia autentica nasce quando un confine viene violato, quando subiamo un’ingiustizia, quando qualcosa di importante per noi viene calpestato. Non è distruttiva in sé. È energia. È forza vitale che si attiva per dire: “così non va”, “qui mi fai male”, “questo non è giusto”. Il problema non è la rabbia, ma ciò che accade quando non le diamo parola.

Molte persone hanno imparato presto che arrabbiarsi non era permesso. Da bambini hanno capito che la rabbia spaventava, disturbava, rompeva l’armonia. Così l’hanno repressa. Ma una rabbia repressa non scompare. Si trasforma. In Analisi Transazionale, quando la rabbia autentica non trova spazio, viene sostituita da emozioni parassite: risentimento cronico, sarcasmo, freddezza, rigidità morale, passivo-aggressività. La rabbia non detta diventa veleno lento.

Nella vita di coppia questo passaggio è decisivo, anche se spesso viene sottovalutato. Molti conflitti non esplodono perché uno dei due è “troppo arrabbiato”, ma perché non lo è mai apertamente. La rabbia viene trattenuta in nome della pace, dell’armonia, dell’idea che “per amore è meglio lasciar correre”. Si evita il confronto per non ferire, per non creare tensioni, per non rischiare di rompere qualcosa. Ma ciò che viene trattenuto non si dissolve. Si accumula lentamente, giorno dopo giorno, e finisce per trovare altre vie di uscita.

Quando la rabbia non può essere detta, si trasforma. Diventa silenzio punitivo, distacco emotivo, freddezza, ironia corrosiva, rigidità morale. A volte si sposta sul corpo: il desiderio si spegne, il contatto diventa evitato o meccanico. Altre volte si manifesta in scoppi improvvisi e sproporzionati, che sorprendono l’altro e sembrano “venire dal nulla”. In realtà non vengono dal nulla, ma da una lunga serie di rabbie non ascoltate.

La rabbia autentica, quando viene riconosciuta e detta, non distrugge la relazione, la chiarisce. Dire “sono arrabbiato” non è un’accusa né una dichiarazione di guerra. È una presa di posizione che afferma: “qui c’è qualcosa che conta”, “qui mi sento ferito”, “qui il legame è importante abbastanza da non essere lasciato scivolare nel silenzio”. È un atto di responsabilità emotiva, non di aggressività.

Una coppia matura non è quella che non litiga mai, ma quella che sa litigare bene. Litigare bene significa restare sul comportamento e non sulla persona, parlare di ciò che fa male senza umiliare, esporsi senza colpire, ascoltare senza difendersi subito. Significa permettere alla rabbia di fare il suo lavoro: rimettere ordine, ridefinire i confini, proteggere la relazione dal logoramento silenzioso. Dove la rabbia autentica trova spazio, il legame può diventare più vero e più solido.

Dal punto di vista dell’Analisi Transazionale, la rabbia autentica è strettamente legata al Sé Bambino libero: è l’energia che permette di affermare sé stessi senza distruggere l’altro. Quando il Bambino non è autorizzato a sentire rabbia, spesso prende il comando il Genitore critico o l’Adulto iperrazionale. Ma senza rabbia sana non esistono confini chiari, e senza confini l’intimità diventa confusione o invasione.

Anche sul piano spirituale la rabbia viene spesso fraintesa. Si confonde la mitezza evangelica con la passività, la carità con il silenzio, il perdono con la rinuncia alla verità. Ma nei Vangeli Gesù non è privo di rabbia. Si indigna davanti all’ipocrisia, si oppone a ciò che opprime, rovescia i tavoli quando la giustizia viene profanata. Non è una rabbia impulsiva, ma giusta, orientata, al servizio della verità. Questo ci dice che la rabbia non è il contrario dell’amore, ma può esserne una forma esigente.

Esiste però anche una rabbia difensiva, che non nasce da un confine violato nel presente, ma da ferite antiche non elaborate. È la rabbia che esplode fuori misura, che attacca la persona invece del comportamento, che non cerca chiarezza ma sfogo. In questo caso la rabbia non protegge, ma ferisce. Per questo è fondamentale il discernimento: la rabbia autentica chiede ascolto e azione, quella difensiva chiede guarigione.

Imparare a riconoscere la rabbia autentica significa imparare a darle parola e direzione. Non urlare, non reprimere, ma esprimere. Significa dire: “questo mi fa male”, “qui mi sento calpestato”, “ho bisogno che questo cambi”. Nella coppia, quando la rabbia viene accolta senza giudizio e senza controattacco, diventa una risorsa preziosa. Permette di rimettere ordine, di ridefinire i confini, di evitare che il legame si logori nel silenzio.

La rabbia autentica non distrugge l’amore. Lo custodisce. È il segnale che qualcosa di vivo sta cercando spazio. Dove la rabbia viene ascoltata, la relazione può crescere in verità. Dove viene negata, l’amore rischia di trasformarsi in rassegnazione o in guerra fredda. La maturità affettiva e spirituale non consiste nel non arrabbiarsi, ma nel sapere perché ci si arrabbia e come dirlo.

Antonio e Luisa

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Beatitudini, vie di felicità già da ora

Cari sposi, come sapete, ogni evangelista ha avuto un’ispirazione speciale per parlare di Gesù a un gruppo concreto di persone e con il linguaggio adeguato al suo auditorio. In quest’anno liturgico la Chiesa ci pone dinanzi la narrazione di Matteo. Egli, a differenza degli altri, con il suo Vangelo si rivolge ai cristiani provenienti dall’ebraismo, motivo per cui continuamente cita i Profeti, per sottolineare che Gesù realizza le promesse fatte da Dio a Israele. Nel vangelo odierno, qui è particolarmente importante il collegamento tra Cristo e l’Antico Testamento, difatti dal contesto si comprende che Matteo presenta il Signore nientemeno che come il nuovo Mosé, il Sinai risulta essere il Monte Tabor e le Tavole dell’Alleanza diventano le 8 beatitudini.

Se prima di Cristo la Legge aveva la funzione di indicare una via sicura per restare nell’Alleanza, ora è Dio stesso che ci mostra, con la sua persona e il suo stile di vita, come vivere in relazione con Lui. Perciò le beatitudini non sono altro che la carta di identità di Gesù! Gesù è il povero di spirito, il mite, il pacifico, il perseguitato…In questo modo abbiamo non solo un modello di vita ma un amico, un compagno di viaggio che ci aiuta passo dopo passo a incarnare questi Suoi modi di essere.

Tra le beatitudini ce ne sono due che comprendono tutte le altre: la povertà di spirito con la sequela delle opere di giustizia, di umiltà, di mitezza, di purezza, di misericordia, di preoccupazione per la pace; e poi la persecuzione, subìta per amore di Cristo.

Vorrei spendere allora una parola su come gli sposi possono vivere la povertà del cuore e l’eventuale persecuzione per essere di Cristo. Se la povertà in spirito è, come insegna Papa Francesco, la condizione di radicale libertà: “In questo sta la vera libertà: chi ha questo potere dell’umiltà, del servizio, della fratellanza è libero. A servizio di questa libertà sta la povertà elogiata dalle Beatitudini” (Angelus, 5 febbraio 2020), allora il povero è colui che confida totalmente e radicalmente in Dio ed in questo sperimenta di avere tutto.

Gli sposi hanno il dono di una Presenza che li fortifica e li accompagna sempre. Quindi la povertà sta nel riconoscerLa, nel venerarLa, nel coltivarLa e non darla per scontata o sapere (con la mente) che c’è ma farci i conti ogni giorno. Questo, per la coppia, ha risvolti concreti: l’abbandono alla Provvidenza nel gestire l’economia familiare, la rinuncia ad ogni competizione con il coniuge e da ogni preoccupazione per fisico, accettandosi per ciò che siamo e non possiamo cambiare e liberandosi da ogni nuovo idolo quale salute, posizione sociale, opinione altrui… La coppia povera accoglie i doni ricevuti dal Signore e li fa fruttare, li mette all’opera e, all’occorrenza, sa chiedere aiuto, anzitutto al Signore e poi alle persone giuste che Lui mette sul nostro cammino.

Ma vediamo l’altra grande beatitudine di cui ci parla Gesù: la persecuzione per la giustizia. Sembra che parlare di martiri evochi un passato lontanissimo, quando in realtà al giorno d’oggi è un fatto molto più ricorrente dei tempi passati. C’è solo da chiedersi fino a quando, nella nostra bella Italia, godremo la libertà di professare la fede. Ma comunque anche da noi una coppia cristiana può essere “perseguitata” perché vive la coerenza al Vangelo, perché educa i figli in un certo modo, perché prega, perché accoglie, perché si apre alla vita… il volto della “persecuzione” in un paese come il nostro è soprattutto l’esclusione, la derisione, la calunnia alle spalle. Da qui che, la tentazione di “essere come tutti” e di restare nel quieto vivere è forte e alle volte può essere causa di mediocrità e di doppie vite tra privato e pubblico. Solo un rapporto profondo con Cristo è l’ancora di salvezza che ci mantiene fedeli anche in questi momenti difficili e ci dona quella parola giusta per essere noi stessi ovunque ci troviamo.

Cari sposi, ringraziamo il Signore per averci donato già tante coppie che hanno incarnato le Beatitudini e sono stelle nel cielo dei Santi e riflettono su di voi la luce di Cristo Sposo. La loro concretezza e semplicità sono un invito a non mollare mai nel cammino di fede in 3, contando sempre sulla Grazia che il matrimonio incessantemente vi concede.

ANTONIO E LUISA

Un giorno mi sono accorto che stavo vivendo il matrimonio come una prova da superare: essere all’altezza, non deludere, mostrarmi forte. Dentro, però, ero stanco, continuamente in ansia. Durante una passeggiata ho detto a mia moglie che avevo paura di non bastare. Nessun discorso spirituale, solo verità. Ci siamo fermati, in silenzio. Ho sentito che non dovevo dimostrare nulla, né a lei né a Dio. Da allora provo a non inseguire ideali irraggiungibili: salute perfetta, immagine giusta, approvazione altrui. Ogni sera affidiamo ciò che siamo, non ciò che vorremmo essere. È così che la Presenza ci educa alla povertà vera.

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Dio non arriva dopo la crisi. Ci sta dentro.

Quando una crisi arriva, la prima reazione è quasi sempre la stessa: aspettare che passi. Che si sistemi. Che qualcosa o qualcuno rimetta a posto i pezzi. Anche nella vita di fede funziona così. Pensiamo che Dio intervenga dopo, quando il dolore si è calmato, quando il caos ha trovato un ordine, quando finalmente torniamo respirabili. È un’idea rassicurante, ma non è cristiana.

La fede cristiana non nasce dall’esperienza di un Dio che arriva a cose risolte. Nasce dall’incontro con un Dio che entra nella frattura, che attraversa la notte, che sceglie di stare proprio lì dove noi vorremmo scappare. La crisi, allora, non è solo un problema da risolvere. È un luogo teologico. Un luogo in cui Dio si rende presente in modo spesso più vero, anche se meno consolante.

La crisi, infatti, non è semplicemente un momento negativo. È un passaggio evolutivo. Arriva quando una forma di vita non regge più, quando ciò che prima funzionava smette di funzionare, quando le soluzioni abituali non bastano. Nel matrimonio questo accade spesso: l’amore idealizzato lascia spazio alla realtà, i ruoli si incrinano, le aspettative non trovano più risposta.

In quel momento nasce una tentazione forte: aggiustare in fretta per tornare come prima. Rimettere a posto, tappare le falle, recuperare l’equilibrio precedente. Ma la crisi autentica non chiede di tornare indietro. Chiede di attraversare. Di lasciare ciò che non è più vitale. Di accettare che qualcosa debba morire perché altro possa nascere. Per questo la crisi non va solo risolta. Va abitata. Perché è lì che emergono le verità taciute, le ferite negate, i bisogni non ascoltati. Ed è proprio lì che Dio sceglie di stare.

Il Vangelo di Emmaus è forse il racconto più potente per comprendere questo dinamismo. Due discepoli camminano insieme, ma sono delusi, stanchi, svuotati. Hanno creduto, hanno sperato, hanno investito tutto, e ora sentono di aver perso. Non stanno litigando, ma non stanno nemmeno vivendo. Camminano, ma senza futuro. È l’immagine di tante coppie. Non si sono lasciate, ma si sono smarrite. Continuano il percorso, ma senza desiderio. Parlano, ma solo del passato. La crisi non è esplosa: si è sedimentata.

Gesù si avvicina e cammina con loro. Non li corregge subito, non li rimprovera, non offre soluzioni rapide. Sta. Ascolta. Entra nella loro delusione. E soprattutto non cancella il dolore, ma lo interpreta. Rilegge la loro storia alla luce di qualcosa di più grande, senza negarne la ferita. Questo è decisivo. Dio non elimina la crisi, la trasforma in luogo di comprensione. Non ripara semplicemente la relazione, la converte.

Noi vorremmo tornare come prima. Dio, invece, vuole portarci più in profondità. La logica del Vangelo non è quella della riparazione, ma della trasformazione. Dopo Emmaus, i discepoli non tornano alla vita di prima. Tornano a Gerusalemme diversi. Con un cuore che arde, con uno sguardo nuovo, con una fede meno ingenua e più incarnata. Così accade anche nel matrimonio. Dopo una crisi attraversata davvero, non si ritorna alla versione iniziale dell’amore. Si entra in una forma più vera, più sobria, meno idealizzata. Un amore che ha perso l’illusione, ma ha guadagnato profondità. Un amore scelto, non solo sentito.

Questo però richiede un passaggio difficile: smettere di chiedere a Dio di sistemare l’altro. E iniziare a chiedergli di trasformare noi. La crisi diventa luogo teologico quando smette di essere solo un problema e diventa una domanda: che tipo di amore sto vivendo? Chi sto diventando dentro questa relazione? Quale verità sto evitando?

Dio non arriva alla fine del processo come un premio. È già lì, nel mezzo, spesso silenzioso, ma presente. Non per evitare la ferita, ma per farne una soglia. Nel cristianesimo nulla di vero nasce senza passare da una morte. E nessuna crisi è inutile, se attraversata nella verità. Dio non arriva dopo. Ci sta dentro. E aspetta che smettiamo di fuggire per accorgercene.

Antonio e Luisa

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Tobi perde la vista: quando nella coppia non ci si vede più

Nei versetti che analizziamo oggi accade un dramma nella vita di Tobi. Tobi diventa cieco. Clicca qui per leggere gli articoli già pubblicati.

Caddero sui miei occhi i loro escrementi ancora caldi, che mi produssero macchie bianche, e dovetti andare dai medici per la cura. Più essi però mi applicavano farmaci, più mi si oscuravano gli occhi, a causa delle macchie bianche, finché divenni cieco del tutto.  (Tb 2,10)

La cecità di Tobi non arriva all’improvviso come un castigo. Arriva dentro una giornata normale. Dentro la stanchezza. Dentro un gesto buono. Aveva appena finito di seppellire un morto. Tobi dorme. È stanco. Ha fatto il bene. E proprio mentre riposa, qualcosa cade sui suoi occhi e lo rende cieco. Il testo non cerca spiegazioni morali. Non dice che Tobi ha sbagliato. Dice semplicemente che la fragilità entra mentre vivi, non solo quando sbagli.

Questo è un passaggio decisivo anche per gli sposi. Molte coppie non “perdono la vista” perché non si amano più, ma perché sono stanche. Perché hanno dato tanto senza riuscire a fermarsi. Perché hanno retto più di quanto potevano. Quando nella coppia non ci si vede più, raramente è cattiveria. È fatica non elaborata.

Si vive sotto lo stesso tetto, si condividono le giornate, i figli, le responsabilità. Eppure qualcosa si spegne. Non si riconoscono più i gesti dell’altro. Le parole sembrano sempre fuori posto. Gli sguardi non si incrociano più davvero. È come se l’altro fosse lì, ma non arrivasse.

La Bibbia è sorprendentemente realistica. Non idealizza Tobi. Non lo descrive come un eroe sempre lucido. Lo mostra vulnerabile. E questa vulnerabilità non riguarda solo gli occhi, ma la capacità di leggere la realtà.

Dal punto di vista psicologico, quando una persona è sotto stress prolungato, l’Io Adulto – quello che osserva, valuta, comprende – si indebolisce. Al suo posto prendono forza stati dell’Io contaminati:
– un Genitore critico che giudica, accusa, irrigidisce
– oppure un Bambino ferito che si chiude, si difende, reagisce.

Non è una scelta consapevole. È una difesa. Così nella coppia iniziano dinamiche che fanno male, ma che hanno una radice profonda. Si interpreta tutto come attacco. Si risponde in automatico. Si smette di ascoltare davvero. Non perché non si voglia amare, ma perché non si ha più spazio interiore.

Tobi, diventato cieco, dipende dagli altri. Questo cambia gli equilibri. Cambia il modo di stare nella relazione. Anche nel matrimonio accade così: quando uno dei due attraversa una fatica profonda – fisica, emotiva, spirituale – l’equilibrio di coppia si sposta. E se non se ne prende consapevolezza, nasce il risentimento.Non sei più quello di prima.” “Non mi capisci.” “Devo fare tutto io.” Sono frasi che spesso non parlano di disamore, ma di sovraccarico.

La cecità di Tobi ci dice che esiste una cecità emotiva: non vedere più il bene dell’altro, non riconoscere più le intenzioni, non riuscire più a distinguere tra ciò che è dell’altro e ciò che è la mia ferita. Questa cecità è una difesa. Serve a non sentire troppo. A non crollare. Ma alla lunga isola.

Qui è importante dirlo con chiarezza agli sposi: non è cattiveria: è fatica non elaborata. Quando non ci si vede più nella coppia, la tentazione è colpevolizzare. Dare etichette. Ridurre l’altro a un problema. Ma così si alimenta il Genitore critico, interno ed esterno, che irrigidisce tutto.

La Bibbia, invece, ci invita a un passo diverso: riconoscere la stanchezza. Dare un nome al dolore. Fermarsi prima che la distanza diventi abitudine. Tobi non nasconde la sua cecità. Non fa finta di nulla. Questo è già un primo atto di verità. Anche nella coppia, il primo passo non è “aggiustare”, ma dire che non si vede più. Ammettere che qualcosa è cambiato. Che si è stanchi. Che si ha bisogno.

Quando l’Adulto può tornare a parlare – anche solo per dire “non ce la faccio” – si apre uno spazio nuovo. Non di soluzione immediata, ma di realtà condivisa. Il libro di Tobia ci insegna che Dio non entra nella coppia quando tutto è chiaro, ma quando si accetta di essere ciechi insieme. Quando si smette di fingere lucidità. Quando si rinuncia all’idea di dover reggere sempre.

Vivere insieme senza riconoscersi è una delle sofferenze più grandi nel matrimonio. Ma non è una condanna. È spesso un segnale. Un invito a rallentare. A rileggere. A chiedere aiuto. La cecità di Tobi non è la fine della storia. È l’inizio di un cammino diverso. Anche per gli sposi può essere così.

Non sempre il problema è l’altro. A volte è la fatica che non abbiamo avuto il coraggio di guardare.

Antonio e Luisa

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“C’eravamo tanto amati”

“C’eravamo tanto amati”. Oltre ad essere il titolo di un celeberrimo film degli anni Settanta, è una frase che sa di nostalgia, di promesse sussurrate e di fotografie ingiallite dal tempo. Sa pure di una ferita che brucia nel presente. La fine, parrebbe definitiva, del matrimonio tra Alice Campello e Álvaro Morata ha colpito molti più cuori di quanto si voglia ammettere. Non solo perché erano una coppia giovane, bella, apparentemente solida, spesso indicata come esempio di famiglia unita. Che si era riconciliata e sembrava veramente disposta a ricominciare in vista del “per sempre” della promessa nuziale. Ma perché quando si spezza un matrimonio, soprattutto uno così esposto e raccontato, non si rompe solo una storia privata: è un po’ come se si incrinasse una sorta di “speranza collettiva”.

In un’epoca in cui l’amore viene spesso ridotto a sentimento passeggero o a compatibilità momentanea, la loro unione sembrava dire altro. Sembrano i portavoce del “si può”, anche oggi, anche sotto i riflettori, anche con il peso delle fragilità personali, del lavoro, delle aspettative. Per questo la notizia della separazione non è solo cronaca rosa: è una domanda aperta rivolta a tutti noi, e in modo particolare a chi crede che il matrimonio non sia un contratto a tempo determinato, ma un sacramento.

Dal punto di vista cattolico, il matrimonio non è semplicemente il coronamento di un amore umano, ma un segno visibile di una grazia invisibile. È una vocazione, una strada stretta e luminosa insieme, sulla quale due persone si promettono fedeltà “nella gioia e nel dolore”. È Proprio nel dolore, infatti, che si misura la verità più profonda di quel sì. Non sono i soldi, la fama, la ricchezza, la visibilità mediatica a far da collante. Il chiacchierato – e troppo spesso finto e superficiale – mondo vip ce li dimostra spesso.

In questo blog non si fa gossip; si analizza, si ragiona, si riflette, si prega. Allora, ancora una volta, i fatti di cronaca diventano il mezzo per qualcosa di più, per spingersi oltre le chiacchiere e andare al nocciolo, andare al centro della fede. Non dobbiamo, allora, dimenticare che dietro ogni separazione c’è una storia che non conosciamo fino in fondo. Ci sono ferite, silenzi, stanchezze, incomprensioni che si accumulano come polvere negli angoli dell’anima. Ci sono fragilità psicologiche, pressioni esterne, paure antiche che riemergono. Ridurre tutto a un fallimento morale sarebbe non solo ingiusto, quanto limitato e limitante e non certo cristiano. Gesù, davanti alle cadute umane, non ha mai scelto la condanna, ma lo sguardo misericordioso.

Sarebbe altrettanto sbagliato, però, normalizzare la fine di un matrimonio come se fosse un passaggio neutro, inevitabile, privo di conseguenze. Non possiamo e non dobbiamo abituarcene. Non perché siamo dei moralisti. Non perché vogliamo giudicare. Ma perché il Vangelo ci chiama a parlare della Verità nella carità. E, dunque, non si può negare che un amore che finisce lasci sempre macerie, soprattutto quando ci sono figli, quando c’è una famiglia che aveva imparato a chiamarsi “noi”. La sofferenza non va né spettacolarizzata né anestetizzata. Va attraversata, con rispetto e con verità.

Forse la vicenda Campello-Morata ci interroga proprio qui: sulla nostra capacità di sostenere l’amore nel tempo. Siamo ancora disposti a credere che l’amore non sia solo emozione, ma decisione rinnovata ogni giorno? Che il matrimonio non sia la celebrazione di due perfezioni, ma l’alleanza di due fragilità affidate a Dio? E che, quando necessario, chiedere aiuto non sia una sconfitta, ma un atto di umiltà?

Come credenti, non possiamo limitarci al commento o al pettegolezzo. Siamo chiamati alla preghiera. Preghiera per loro, perché possano trovare pace, verità e bene, soprattutto come genitori. Preghiera per tutte le coppie in crisi, spesso invisibili, che lottano in silenzio tra le mura di casa. Preghiera anche per la Chiesa, perché sappia accompagnare senza sconti ma senza durezza, con quella carità che, come affermava San Paolo, “tutto crede, tutto spera” (1 Cor 13, 7).

C’eravamo tanto amati” non deve diventare solo l’epitaffio di una storia finita. Può essere anche un monito e un appello. A custodire l’amore quando è fragile. A non darlo per scontato quando sembra forte. A ricordare che, anche quando un matrimonio si spezza, Dio non smette di cercare i suoi figli tra le crepe del loro dolore. Perché nulla, nemmeno una fine, è definitivamente perduto agli occhi di Dio.

Fabrizia Perrachon

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Fidanzate Virtuali: Rischi e Riflessioni di Papa Leone XIV

Nel Messaggio per la LX Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali (24 gennaio 2026), Papa Leone XIV offre una lettura lucida e profondamente antropologica del nostro tempo. Il Pontefice mette in guardia da una tecnologia che, invece di accompagnare il desiderio umano di relazione, rischia di sfruttarlo fino a snaturarlo. Quando la comunicazione non è più apertura all’altro ma diventa costruzione di un mondo “a nostra immagine e somiglianza”, allora non solo il singolo si impoverisce, ma viene ferito anche il tessuto sociale, culturale e persino politico delle nostre comunità.

Papa Leone XIV osserva che una tecnologia capace di catalogare i nostri pensieri, anticipare i nostri desideri e restituirci solo ciò che ci rassomiglia finisce per creare un vero e proprio “mondo di specchi”. In questo spazio riflettente l’altro scompare, e con lui la possibilità dell’incontro autentico. Senza l’accoglienza dell’alterità – ricorda il Papa – non può esserci né relazione né amicizia. È una diagnosi che intercetta una delle derive più inquietanti dell’attuale sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Negli ultimi tempi, infatti, stanno prendendo piede applicazioni che permettono di creare fidanzate virtuali su misura. Questi strumenti promettono una compagnia digitale ideale: una figura femminile generata dall’IA che risponde ai desideri, alle esigenze e perfino ai capricci di chi la utilizza. Dietro questa tendenza apparentemente innocua si nascondono però profondi rischi antropologici, psicologici e spirituali, che riflettono le fragilità della nostra epoca.

La caratteristica più inquietante di queste relazioni virtuali è la loro assoluta asimmetria. La fidanzata digitale non ha volontà propria, non dice mai di no, non mette in discussione, non chiede nulla in cambio. È l’esatto opposto di ciò che Papa Leone XIV indica come comunicazione autentica: uno spazio in cui l’altro resta altro e proprio per questo mi educa, mi provoca, mi fa crescere. Come osserva lo psicoterapeuta Alberto Pellai, “l’amore vero nasce dal confronto con l’altro, dalla capacità di accogliere ciò che non comprendiamo e di lasciarci cambiare dalla relazione”. Una relazione senza alterità non è amore, ma narcisismo.

La costruzione di un partner su misura risponde al desiderio di controllo assoluto, profondamente radicato nella società contemporanea, dove l’autodeterminazione è spesso idolatrata come sommo bene. Ma l’amore autentico, come insegna il cristianesimo, non è dominio bensì dono reciproco. San Giovanni Paolo II, nella Mulieris Dignitatem, ricorda che la comunione delle persone si realizza nella mutua donazione di sé, non nella riduzione dell’altro a mero oggetto di soddisfazione.

Dietro la crescente attrazione per le relazioni virtuali si nasconde una profonda solitudine. Molti uomini, soprattutto giovani, faticano a vivere rapporti reali perché temono il rifiuto, il conflitto, la frustrazione che ogni relazione autentica inevitabilmente comporta. Preferiscono contesti in cui non rischiano di sentirsi sbagliati, messi alla prova o non abbastanza. La società della performance e dell’efficienza ha disabituato alla pazienza e alla vulnerabilità, spingendo a cercare relazioni “sicure”, dove non si è mai contraddetti e non si deve negoziare il proprio posto.

Il filosofo Fabrice Hadjadj osserva che l’amore è esattamente l’opposto della tecnologia, perché richiede tempo, attesa, rischio e persino sofferenza. Le app di fidanzate virtuali offrono invece una simulazione di intimità istantanea, in cui l’altro non chiede crescita, non espone al fallimento, non costringe a uscire dalle proprie difese interiori. Ma questa apparente protezione, nel tempo, impoverisce il cuore e rende sempre più difficile sostenere relazioni reali.

Dal punto di vista morale e spirituale, questo fenomeno diventa una vera scuola di chiusura relazionale. Abituarsi a un rapporto in cui l’altro esiste solo per confermare, compiacere e rassicurare rafforza dinamiche interiori infantili, dove il bisogno viene prima della responsabilità e il disagio viene evitato invece che attraversato. L’amore, così, non è più un luogo di crescita ma uno spazio di anestesia emotiva.

Papa Francesco, nell’Amoris Laetitia, ricorda che non esiste amore senza libertà e non c’è libertà senza la capacità di rinunciare a qualcosa di sé per il bene dell’altro. Dove tutto è programmato per non contraddirmi mai, non solo la libertà si spegne, ma si indebolisce anche la capacità di stare in relazione con persone reali, che non possono essere controllate né previste.

Eppure, dietro il successo di queste applicazioni, si cela anche un desiderio buono e profondo: il bisogno di sentirsi accolti senza condizioni, visti senza essere giudicati, degni di amore anche nella propria fragilità. È il desiderio di uno sguardo benevolo che molti non hanno sperimentato o che temono di perdere nel confronto reale.

La cultura digitale intercetta questo bisogno ma lo soddisfa in modo immaturo, evitando il passaggio decisivo: crescere nella capacità di stare in relazione senza fuggire quando emergono il limite, la frustrazione o il conflitto. Come ricorda Luigi Maria Epicoco, l’amore non è mai perfetto: è una promessa fragile da custodire giorno dopo giorno, accettando di non essere sempre confermati ma di essere comunque amati.

La sfida indicata da Papa Leone XIV è dunque educativa e pastorale. Famiglia, scuola e Chiesa sono chiamate a testimoniare che l’amore vero è faticoso e vulnerabile, ma proprio per questo è reale. In un mondo che moltiplica illusioni tecnologiche sempre più seducenti, la fedeltà concreta di relazioni imperfette resta il segno più credibile che solo l’incontro con l’altro, diverso da me, può salvare la nostra umanità.

Antonio e Luisa

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Le primizie offerte a Dio

Dal libro del Deuteronomio (26, 1-19) In quei giorni Mosè parlò al popolo dicendo: «Quando sarai entrato nel paese che il Signore tuo Dio ti darà in eredità e lo possiederai e là ti sarai stabilito, prenderai le primizie di tutti i frutti del suolo da te raccolti nel paese che il Signore tuo Dio ti darà, le metterai in una cesta e andrai al luogo che il Signore tuo Dio avrà scelto per stabilirvi il suo nome. Ti presenterai al sacerdote in carica in quei giorni e gli dirai: Io dichiaro oggi al Signore tuo Dio che sono entrato nel paese che il Signore ha giurato ai nostri padri di darci. Il sacerdote prenderà la cesta dalle tue mani e la deporrà davanti all’altare del Signore tuo Dio e tu pronunzierai queste parole davanti al Signore tuo Dio: […] Ora, ecco, io presento le primizie dei frutti del suolo che tu, Signore, mi hai dato. […] Tu hai sentito oggi il Signore dichiarare che egli sarà il tuo Dio, ma solo se tu camminerai per le sue vie e osserverai le sue leggi, i suoi comandi, le sue norme e obbedirai alla sua voce. Il Signore ti ha fatto oggi dichiarare che tu sarai per lui un popolo particolare, come egli ti ha detto, ma solo se osserverai tutti i suoi comandi; egli, quanto a gloria, rinomanza e splendore, ti porrà sopra tutte le nazioni che ha fatte e tu sarai un popolo consacrato al Signore tuo Dio com’egli ha promesso».

Oggi prendiamo la nostra riflessione dal libro del Deuteronomio, abbiamo estrapolato alcune frasi risparmiandovi dei pezzi che sono solo descrittivi ed entrano in dettagli che nulla tolgono al nucleo, il quale altro non è che una serie di norme date da Mosè al popolo su varie questioni. E quelle sopra riportate fanno proprio al caso nostro perché mettono in luce l’azione sacerdotale.

Quando leggiamo brani di questo tipo non dobbiamo fermarci alle singole azioni poiché sono molto lontane da noi per tempo, cultura, società, mentalità, ma dobbiamo considerarle inserite nel contesto loro proprio; non dobbiamo correre il rischio di giudicare il contenuto di tali testi con i nostri parametri odierni, ma dobbiamo capire il cuore che muove (in questo caso) Mosè nel prescrivere tali rituali, dobbiamo innanzitutto capirne l’intenzione iniziale altrimenti prendiamo dei grossi granchi.

Dopo aver fatto questa piccola introduzione dobbiamo sempre considerare però che questa è Parola di Dio, non è un comune romanzo di umana fantasia, e questo ci aiuta a capire come Dio si inserisca nella storia umana mai con prepotenza, ma con delicatezza e pazienza, sapendo tollerare le (momentanee) storture (ovvero i nostri peccati) del suo popolo per portarlo passo dopo passo verso una nuova umanità liberandolo così dalle vecchie storture.

Ricorderete sicuramente il famoso film “Karate kid”, ebbene, all’inizio Daniel non era che un ragazzo insicuro di se stesso e con la passione per il karate, ma il maestro Miyagi vide già il campione che sarebbe divenuto, e così lo guida passo passo verso un nuovo Daniel, accettando e tollerando anche i piccoli fallimenti lungo il percorso che lo porterà a diventare il coraggioso ed intrepido Daniel-san, ed in questo è un perfetto esempio di come Dio ha fatto con il popolo di Israele.

Questo testo mette in luce l’azione sacerdotale, ma questo testo lo dobbiamo leggere nella luce del Nuovo Testamento, poiché Gesù è venuto per portare a compimento la vecchia legge, perciò lo leggeremo con questi nuovi occhi del Sacramento del Matrimonio e lo faremo in tre piccole tappe che descrivono tre azioni, tre movimenti.

Quando sarai entrato nel paese che il Signore tuo Dio ti darà in eredità e lo possiederai e là ti sarai stabilito, prenderai le primizie di tutti i frutti del suolo da te raccolti nel paese che il Signore tuo Dio ti darà, le metterai in una cesta e andrai al luogo che il Signore tuo Dio avrà scelto per stabilirvi il suo nome. Per gli sposi il paese in eredità è la Grazia del Sacramento del Matrimonio, ma questa Grazia non va gelosamente custodita sotto terra (alla guisa del famoso talento) ma bisogna raccogliere le primizie di questo nuovo paese per offrirle al Signore. Questo gesto di umiltà ci permette di riconoscere chi è il Signore e chi invece (noi) le creature che da Lui tutto ricevono senza merito.

Ti presenterai al sacerdote in carica in quei giorni sicuramente l’offerta più gradita al Padre è quella del Sacrificio della Santa Messa, ed in questo dobbiamo imparare a far celebrare delle Sante Messe solo per noi, solo per la nostra coppia, solo per crescere nella santità coniugale, anche senza aver per forza delle problematiche particolari, ma solo come ringraziamento e come atto di adorazione… non mancheranno Grazie particolari, ve lo possiamo testimoniare.

Dobbiamo anche imparare ad esercitare l’azione sacerdotale comune a tutti i battezzati, però va fatto nel modo giusto, donando le primizie. Molti infatti tengono per sé le cose belle della propria vita come se fossero i creatori di se stessi, lasciando così a Dio le magagne, le storture, le debolezze, le fragilità, invece Mosè ci insegna che a Dio si donano le primizie, le cose belle della nostra vita che poi sono ancora dono suo.

Il Signore ti ha fatto oggi dichiarare che tu sarai per lui un popolo particolaretu sarai un popolo consacrato al Signore tuo Dio com’egli ha promesso Cari sposi, noi siamo consacrati nell’amore matrimoniale come sacramento di Cristo l’uno all’altra, noi siamo per il Signore un popolo particolare, ci custodisce come con amore di predilezione, coraggio allora.

Giorgio e Valentina

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Le emozioni autentiche nella coppia: la paura

Tra le emozioni autentiche, la paura è forse quella che più facilmente viene giudicata come segno di debolezza. Viviamo in una cultura che esalta la sicurezza, il controllo e l’autosufficienza, e che guarda con sospetto chi ammette di avere paura. Anche in ambito spirituale la paura viene spesso mal compresa: si pensa che un credente non dovrebbe averne, come se la fede fosse una sorta di immunità emotiva. In realtà la paura autentica non è il contrario della fede, ma una delle sue porte più vere.

In Analisi Transazionale la paura è un’emozione primaria, universale, proporzionata al pericolo percepito e limitata nel tempo. Ha una funzione essenziale: proteggere la vita. Segnala che qualcosa è rischioso, incerto, potenzialmente minaccioso. Senza la paura l’essere umano sarebbe incosciente; con una paura sana diventa prudente. Il problema non è avere paura, ma non ascoltarla o, al contrario, esserne dominati.

Molti di noi hanno imparato presto a non mostrare la paura. Da bambini abbiamo capito che la paura non era accolta, che bisognava “farsi coraggio”, “non piangere”, “essere forti”. Così abbiamo iniziato a sostituirla con emozioni parassite più socialmente accettabili: controllo, razionalizzazione, iperresponsabilità, rigidità o molto spesso rabbia. Ma una paura non riconosciuta non scompare. Si trasforma in ansia cronica, in bisogno di controllo o in chiusura emotiva.

Dal punto di vista dell’Analisi Transazionale, quando la paura autentica non trova spazio, spesso il Sé Bambino resta solo davanti al pericolo percepito. L’Adulto non ascolta, il Genitore critica o minimizza. Nasce così una tensione interna che si riversa nelle relazioni. Molti comportamenti rigidi o aggressivi non nascono dalla cattiveria, ma da una paura non detta.

Nella vita di coppia la paura è un’emozione decisiva, anche se raramente viene nominata apertamente. Paura di perdere l’altro, di non essere all’altezza delle aspettative, di non essere scelti ogni giorno, di non contare davvero. Sono paure profonde, spesso antiche, che toccano il senso stesso del nostro valore. Proprio per questo fanno paura a loro volta: espongono troppo, rendono vulnerabili, mettono nelle mani dell’altro qualcosa di prezioso.

Dire “ho paura di perderti” o “ho paura di non bastarti” significa ammettere che l’altro ha un potere reale su di noi. Significa rinunciare all’illusione dell’autosufficienza. Per questo, in molte coppie, la paura non viene detta ma mascherata. Si traveste da controllo (“dove sei?”, “con chi sei?”), da gelosia, da richieste eccessive di conferme, da iperrazionalità o, al contrario, da silenzio e distanza emotiva. Ma quando la paura prende queste forme, la relazione inizia a soffrire: l’altro si sente soffocato o escluso, e il clima diventa difensivo.

La paura autentica, invece, quando viene detta, non indebolisce il legame, lo umanizza. Non è un’accusa, non è una pretesa, ma una richiesta di presenza. Dire la propria paura significa dire: “ho bisogno di te, ma non per controllarti, per camminare insieme”. Quando una persona si sente accolta nella sua paura, senza essere giudicata o corretta, smette lentamente di difendersi. Il bisogno di controllo si allenta, le difese si abbassano, lo spazio interiore si amplia.

La fiducia non nasce perché il pericolo scompare, ma perché non si è più soli ad affrontarlo. Una coppia diventa più solida non quando elimina ogni rischio, ma quando impara a portare insieme le proprie paure. È in questo spazio di verità condivisa che la relazione smette di essere un campo di battaglia e diventa un luogo sicuro, dove la fragilità non divide, ma unisce.

Dal punto di vista spirituale, la paura è pienamente presente nei Vangeli. Gesù non la nega. Nell’orto degli ulivi prova angoscia e paura profonda: “la mia anima è triste fino alla morte”. Non scappa, non la spiritualizza, non la corregge. La porta nella relazione con il Padre. Questo ci dice che la fede non elimina la paura, ma la attraversa. La fiducia non nasce dall’assenza di paura, ma dal non restare soli dentro di essa.

Eppure, anche nella Chiesa, talvolta passa il messaggio che la paura sia segno di poca fede. Si invita a “fidarsi di più” senza ascoltare davvero ciò che spaventa. Ma una paura non accolta non diventa fiducia. Diventa difesa. La spiritualità autentica non chiede di reprimere la paura, ma di affidarla.

Esiste, però, anche una paura non del tutto autentica, che non nasce da un pericolo reale ma da ferite non elaborate. È la paura che vede minacce ovunque, che anticipa il peggio, che impedisce l’intimità. In questo caso la paura non protegge, ma isola. Anche qui serve discernimento: la paura autentica chiede protezione, quella ferita chiede guarigione. Entrambe, però, meritano ascolto.

Imparare a riconoscere la paura autentica significa fare un passaggio interiore delicato ma decisivo: rinunciare all’illusione di bastare a se stessi. Dire “ho bisogno”, “ho timore”, “da solo non ce la faccio” non è un fallimento, ma un atto di verità. È riconoscere che la fragilità non è qualcosa da correggere o nascondere, ma una parte essenziale dell’essere umani. Molti adulti vivono la paura come una colpa, perché hanno imparato che essere forti significa non dipendere da nessuno. Ma la relazione nasce proprio lì dove questa maschera cade.

Nella vita di coppia, quando la paura viene nominata con sincerità e accolta senza giudizio, accade qualcosa di profondo. La relazione smette di essere un luogo di prestazione e diventa uno spazio sicuro. Non si tratta di eliminare la paura, ma di condividerla. È in questo scambio che nasce un’intimità autentica, fatta non di sicurezza assoluta, ma di fiducia reciproca. Non perché la paura sia bella o desiderabile, ma perché è vera. E solo ciò che è vero può creare legame.

La paura autentica non è il contrario della fiducia. È spesso il punto da cui la fiducia nasce. Dove la paura viene ascoltata, la relazione può diventare un luogo sicuro. Dove viene negata, la relazione rischia di trasformarsi in campo di battaglia o in rifugio apparente. La maturità affettiva e spirituale non consiste nel non avere paura, ma nel sapere dove portarla.

Antonio e Luisa

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Vocazione continua

Cari sposi, la Liturgia ci fa vivere in “slow motion” una serie di fatti accaduti e durati molto probabilmente poco tempo ma che noi viviamo in più domeniche. È il lasso di tempo che va dal Battesimo di Gesù all’inizio della sua vita pubblica con la chiamata dei primi discepoli.

La parola attorno a cui gira la Parola odierna è “conversione”, il passare dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita. La conversione non è mai facile, è un cambiamento radicale di un modo di essere che dura da anni, spesso innato. Ma Gesù ce lo sta chiedendo perentoriamente, il testo biblico usa un verbo in forma imperativa, non è un invito, come nel caso del giovane ricco, qui è un richiamo inderogabile.

Eppure, c’è una bella notizia perché, nel momento in cui Gesù ci sfida a cambiare vita, ci sta mostrando che comunque è con noi, ci è vicino per darci la forza di farlo e di perseverare. E se noi sovente siamo tentati di mollare, invece Gesù non si stanca mai di venirci appresso, di incontrarsi con noi e come se non bastasse, al contempo ci manda il Suo Spirito e ci affida a Maria, Sua Madre per aiutarci. Tutto ciò l’abbiamo visto nella vita di tanti santi di ieri e di oggi, da S. Francesco fino Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis.

Sentiamoci davvero noi quelle persone a cui Gesù oggi rivolge questa sfida. Se Cristo avesse svolto quel gesto di allora nel 2026 si sarebbe rivolto a persone nomali e semplici, proprio come noi: “Gesù comincia la sua missione non solo da un luogo decentrato, ma anche da uomini che si direbbero, così si può dire, «di basso profilo». Per scegliere i suoi primi discepoli e futuri apostoli, non si rivolge alle scuole degli scribi e dei dottori della Legge, ma alle persone umili e alle persone semplici, che si preparano con impegno alla venuta del Regno di Dio” (Angelus, 26 gennaio 2014).

Pertanto, siamo invitati a ricordare il giorno e l’ora, se possibile, della nostra conversione, del momento in cui abbiamo incontrato il Risorto e Lui ci ha chiamato a seguirLo. È davvero di capitale importanza fare tesoro delle circostanze in cui il Signore si è avvicinato e ha toccato la mia vita prima di tutto per ravvivare di continuo la certezza che Egli è con me e poi perché il Signore non smette mai di ripetere quel gesto, proprio perché vuole tessere con me una relazione di amore: “Anche oggi in questo momento, qui, il Signore passa per la piazza. Ci chiama ad andare con Lui, a lavorare con Lui per il Regno di Dio, nelle «Galilee» dei nostri tempi. Ognuno di voi pensi: il Signore passa oggi, il Signore mi guarda, mi sta guardando!” (Angelus, 26 gennaio 2014).

Un caso di chiamata alla conversione di coppia lo abbiamo nella vicenda di Emmaus. Tra i due discepoli in questione, quello non nominato è forse da intendersi come la moglie di Cleopa. Tale è l’opinione di due biblisti del calibro di Gianfranco Ravasi ne “Le sette parole di Maria” e di Renè Laurentin nel suo libro “Indagine su Maria”.

Anche in questo caso vi è un’evidente chiamata alla conversione, non in modo così esplicito come nella liturgia odierna ma altrettanto chiaro secondo il contesto. Questi sposi erano mesti e abbattuti per la morte di Cristo e il loro discepolato pareva essere giunto al capolinea. Per caso Gesù appare loro per rimproverarli? O Pietro li va a prendere con la forza? Oppure sono i sensi di colpa a farli tornare indietro? Nulla di straordinario li trasforma interiormente bensì vivono 3 esperienze del tutto simili a cui anche noi, dopo 2000, possiamo attingere: 1) Celebrano con il cuore l’Eucaristia; 2) Assimilano la Parola; 3) Vivono a contatto con la propria comunità.

Penso proprio che Gesù, passando dalle rive di tante coppie, giovani o meno giovani, ripeterebbe in tal modo la chiamata che ha rivolto a Pietro, Giovanni e Giacomo. Dice Giovanni Paolo II che “Dio ha chiamato gli sposi «al» matrimonio, continua a chiamarli «nel» matrimonio” (Familiaris consortio 51). Così, cari sposi, Gesù vi continua a chiamare ogni giorno e non si scoraggia davanti alle chiusure che gli possiamo opporre. Con la grazia del sacramento, possiate esprimere un “sì” generoso e pieno.

ANTONIO E LUISA

Una mattina qualunque, mentre facevo colazione con mia moglie, niente di speciale: bambini da preparare, lavoro che incombe, stanchezza addosso. A un certo punto mi sono accorto che Gesù stava passando proprio lì, sulla riva della nostra cucina. Non con parole solenni, ma con una domanda silenziosa: “Vuoi seguirmi anche oggi?” Non una chiamata nuova, ma la stessa, dentro il matrimonio. Anche quando rispondo male, anche quando mi chiudo. E Lui non se ne va. Resta. Mi richiama. E grazie al sacramento, posso ancora dire sì. Ogni giorno.

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La Vittima Ostile: quando il dolore taciuto diventa distanza

Siamo arrivati al sesto e ultimo stile di adattamento. Clicca qui per leggere gli altri. Tra tutti gli adattamenti di personalità descritti dall’Analisi Transazionale, quello della Vittima Ostile – chiamato anche passive-aggressive – è probabilmente quello che crea più solitudine.

Non è l’adattamento di chi fa rumore, di chi alza la voce o impone la propria volontà. È, al contrario, l’adattamento di chi ha imparato a soffrire in silenzio, a stringere i denti, a trattenere parole e lacrime perché, in passato, esprimerle non è servito o è stato persino pericoloso.

La Vittima Ostile non attacca apertamente. Si chiude. Non chiede. Si ritira. E dentro, lentamente, cresce un risentimento che diventa la sua unica forma di protezione. Il suo messaggio di copione è semplice e durissimo: “Non chiedere aiuto. Gli altri ti feriscono. Proteggiti da solo.”

Nel matrimonio questa dinamica è particolarmente delicata, perché crea una distanza che l’altro spesso non sa come attraversare.

Chi vive questo adattamento è una persona estremamente sensibile. Sente molto, forse troppo. Coglie sfumature che altri non vedono, percepisce mancanze, silenzi, incoerenze. Ma proprio perché sente così tanto, ha imparato a non esporsi. Ha imparato che dire ciò che prova non cambia le cose. E allora tace.

Nel quotidiano matrimoniale questo si manifesta in modi sottili: un silenzio che dura più del necessario, un “va bene” che non convince, un’ironia che punge, una distanza emotiva che sembra punizione ma in realtà è difesa. Non è cattiveria. È dolore non detto.

Spiritualmente, la Vittima Ostile assomiglia a quei salmi che iniziano con una domanda trattenuta: “Fino a quando, Signore?” Ma invece di diventare preghiera, quella domanda resta chiusa nel cuore, trasformandosi in amarezza.

Questo adattamento nasce quasi sempre da una storia in cui la vulnerabilità non è stata accolta. Un bambino che ha provato a dire ciò che sentiva e non è stato ascoltato. Che ha chiesto e non ha ricevuto. Che ha mostrato rabbia ed è stato rimproverato. Che ha pianto e si è sentito di troppo.

Così ha imparato che chiudersi era più sicuro. Che non dipendere dagli altri era una forma di sopravvivenza. Che fidarsi esponeva al dolore.

Nel matrimonio, però, questa strategia — che un tempo ha salvato — rischia di diventare un muro. Perché l’altro non riesce ad avvicinarsi, non capisce cosa succede, si sente respinto senza sapere perché. E spesso reagisce male, confermando involontariamente la paura originaria della Vittima Ostile: “Vedi? Non puoi fidarti.”

Dal punto di vista cristiano, questa dinamica è profondamente umana, ma non è la strada della vita piena. Dio non chiede di proteggersi dal mondo chiudendo il cuore, ma di affidarlo. E l’affidamento è sempre un rischio. Anche per Cristo.

Gesù conosce il dolore del non essere ascoltato, dell’essere tradito, del restare solo. Eppure non ha scelto il silenzio rancoroso. Ha parlato, ha pianto, ha affidato il suo spirito. La Vittima Ostile, nel suo cammino, è chiamata proprio a questo passaggio: dalla difesa alla fiducia, dal silenzio alla parola.

Amare una persona con questo adattamento richiede pazienza, costanza e una presenza che non si stanca. Non serve incalzarla con domande, né forzarla a parlare. Serve piuttosto creare uno spazio sicuro, dove la parola non viene giudicata, minimizzata o usata contro.

Chi vive accanto a una Vittima Ostile deve imparare a leggere i segnali silenziosi, a non prendere la chiusura come disamore, a non rispondere alla distanza con altra distanza. È fondamentale dare tempo, rassicurare, mostrare con i fatti che la relazione regge anche le emozioni difficili. Perché per chi ha questo adattamento, dire la verità è sempre stato un rischio.

Il cammino di crescita della Vittima Ostile non è diventare più espansiva o più “forte”. È imparare che può parlare senza essere ferita. Che può dire: “Sto male”, senza che questo distrugga l’altro. Che può esprimere rabbia senza perdere l’amore.

È un cammino lento, spesso accompagnato da paura. Ma è anche un cammino profondamente spirituale: passare dalla solitudine difensiva alla relazione fiduciosa. Dal “me la devo cavare da solo” al “posso appoggiarmi”. Nel Vangelo, questo passaggio ha sempre la forma di una mano tesa. Non di una pressione. Non di una pretesa. Solo una presenza che resta.

Quando la Vittima Ostile inizia a fidarsi, accade qualcosa di sorprendente: il risentimento si scioglie, il silenzio diventa parola, la distanza si trasforma in intimità. Non perché il dolore sparisca, ma perché non è più portato da soli. E allora anche questa ferita — come tutte le ferite accolte nella verità — diventa un luogo in cui la grazia può finalmente entrare.

Antonio e Luisa

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La fiaba delle carezze: amore e riconoscimento

Questa fiaba nasce per raccontare, in modo semplice e simbolico, una verità profonda: nel matrimonio le carezze positive sono nutrimento essenziale dell’amore. Ogni persona ha una fame di riconoscimento, e senza carezze – parole, gesti, attenzioni – anche l’amore più sincero rischia di inaridirsi. Attraverso una storia, questa fiaba vuole mostrare come le carezze autentiche, gratuite e quotidiane possano diventare il linguaggio concreto della tenerezza, riflesso dell’amore di Cristo nel sacramento del matrimonio.

C’era una volta, in un piccolo villaggio ai piedi di una collina luminosa, una casa con una porta azzurra. Non era una casa speciale per grandezza o ricchezza, ma tutti dicevano che, quando si passava davanti, si respirava pace. In quella casa vivevano Elia e Miriam, sposi da molti anni.

La collina che sovrastava il villaggio si chiamava Monte delle Carezze. Si raccontava che, sulla sua cima, crescesse una sorgente invisibile: non dava acqua, ma riconoscimento. Chi beveva da quella sorgente imparava ad amare davvero.

All’inizio del loro matrimonio, Elia e Miriam non conoscevano il segreto del Monte. Si volevano bene, certo, ma spesso si sentivano stanchi, non visti, come se qualcosa mancasse. Miriam, a volte, pensava: “Faccio tanto, ma nessuno se ne accorge”. Elia, dal canto suo, sentiva un vuoto che non sapeva spiegare: “Sono qui, ma è come se non contassi abbastanza”.

Un giorno, bussò alla loro porta una donna anziana, con un mantello chiaro e uno sguardo profondissimo. «Sono la Custode delle Carezze», disse. «Ogni cuore umano ha fame. Non di pane, ma di riconoscimento». Li invitò a sedersi e tracciò quattro segni sul tavolo. «Queste», spiegò, «sono le carezze. Senza di esse l’amore si spegne, anche se le persone restano insieme».

La prima carezza era fatta di parole. La Custode disse: «Le parole costruiscono o distruggono. Quando dici: “Ti vedo, ti apprezzo, sei preziosa”, l’altro fiorisce». Da quel giorno, Elia iniziò a dire a Miriam: «Grazie per quello che fai» e Miriam rispose: «Mi fai sentire al sicuro». Non erano frasi solenni, ma vere. E qualcosa cambiò.

La seconda carezza non aveva voce. «È lo sguardo, il tono, la mano che cerca l’altra», spiegò la donna. Miriam cominciò a sorridere a Elia quando rientrava stanco. Elia imparò ad abbracciarla senza motivo. Scoprirono che un gesto sincero può guarire ferite che le parole non sanno toccare.

La terza carezza viveva nelle azioni. «L’amore», disse la Custode, «si vede in ciò che fate l’uno per l’altra». Elia iniziò a preparare il caffè al mattino. Miriam si prendeva cura di lui nei giorni difficili. Non come dovere, ma come dono. Ogni gesto diceva: “Tu conti per me”.

La quarta carezza era invisibile ma potentissima. «Sono i segni simbolici», spiegò la donna. «Un fiore, un biglietto, una sorpresa. Dicono: ti penso anche quando non ci sei». Miriam trovò un giorno una lettera sotto il cuscino. Elia ricevette un piccolo sasso a forma di cuore, con scritto: “Casa”.

La Custode però li ammonì: «Attenzione. Le carezze muoiono se diventano scambio. Se ami solo per ottenere, l’altro lo sente». Spiegò loro che esistono carezze condizionate e carezze libere. Solo queste ultime fanno crescere. Prima di andarsene, disse ancora: «Gesù vi ha dato un comandamento nuovo: amarvi come Lui vi ha amati. Questo significa amare per primi, senza calcoli».

Da quel giorno, Elia e Miriam non furono perfetti. Ma avevano imparato il linguaggio della tenerezza. Quando uno dei due si chiudeva, l’altro offriva una carezza. Quando il silenzio faceva paura, una parola gentile apriva uno spiraglio. La casa dalla porta azzurra rimase semplice, ma divenne un segno per il villaggio. Perché dove le carezze sono vere, l’amore di Cristo passa, silenzioso e concreto.

E così, ancora oggi, si dice che chi impara l’arte delle carezze non solo custodisce il proprio matrimonio, ma diventa luce per il mondo.

Antonio e Luisa

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Santi Sposi e sposi santi

Ma … Santi Sposi o sposi santi? No, non è soltanto un gioco di parole né un banale indovinello. È la verità del sacramento matrimonio vista dalla prospettiva del Padre. Di cui è bello parlare proprio in questi giorni in cui la Chiesa contempla uno degli eventi più silenziosi e decisivi della storia della salvezza: lo sposalizio tra Maria e Giuseppe.

Nessun clamore, nessuna folla, nessuna parola riportata dai Vangeli. Eppure, in quell’unione custodita nel nascondimento di Nazaret, Dio ha scelto di entrare nella storia affidandosi a un matrimonio. Non a un’idea astratta di amore, ma a una promessa concreta, fatta di fedeltà, di responsabilità, di quotidianità condivisa. Maria e Giuseppe, i Santi Sposi, ci rivelano che la santità può abitare le stanze semplici di una casa, il lavoro di ogni giorno, il silenzio delle scelte difficili.

Il loro matrimonio non fu un rifugio romantico, piuttosto una vocazione esigente. Giuseppe accolse Maria e il mistero che portava nel grembo ponendosi ciecamente nelle mani di Dio. Un mistero che forse non comprendeva fino in fondo. Ma fidandosi di Dio più che dei propri timori, ha detto anche lui il suo “fiat”, dopo quello della sua sposa.

Maria, dal canto suo, visse il sì totale al Signore senza sottrarsi al sì concreto a uno sposo, a una vita familiare reale, con tutto ciò che comportava. In loro vediamo un amore che non cerca se stesso e si apre a una missione più grande. Il loro legame non fu un ostacolo alla santità, ma il luogo stesso in cui la santità prese forma.

Per questo il titolo “Santi Sposi e sposi santi” non è solo una bella espressione devozionale, ma una verità profondamente cristiana. Non solo per loro ma per tutti gli sposi. Quindi, anche per noi. Maria e Giuseppe sono santi perché sposi, e sposi santi perché hanno vissuto il matrimonio come via di obbedienza, di dono e di amore.

Il loro esempio smaschera una tentazione sempre attuale: pensare che la santità sia riservata a pochi eletti, lontani dalla fatica delle relazioni, o che il matrimonio sia una vocazione di “serie B” rispetto alla vita consacrata. Al contrario, l’unione sponsale è una chiamata totale e totalizzante alla santità, un cammino in cui due persone imparano, giorno dopo giorno, ad amare come Cristo ama la Chiesa.

Ogni matrimonio celebrato davanti a Dio, porta in sé questa stessa promessa. Non è solo un patto umano, ma – appunto – un sacramento, cioè un segno efficace della grazia. Gli sposi non sono lasciati soli davanti alle sfide della vita, alle incomprensioni, alle fragilità, al peso del tempo. La grazia del sacramento agisce proprio lì, nelle ferite che chiedono pazienza, nelle rinunce che educano il cuore, nel perdono che ricostruisce.

La santità coniugale non è assenza di difficoltà, ma fedeltà dentro le difficoltà, è scegliere l’altro ogni giorno, anche quando l’amore sembra stanco, anche quando il silenzio pesa.

Il 23 gennaio, giorno in cui si ricordano i Santi Sposi, diventa così richiamo dolce e forte per tutte le coppie. Ricorda che il matrimonio non è semplicemente “funzionare insieme”, ma camminare insieme verso Dio. Che la casa può diventare una piccola Nazaret, dove il lavoro, la preghiera, l’educazione dei figli e persino le preoccupazioni trovano senso alla luce della fede. Che essere sposi santi non significa vivere una vita perfetta, quanto piuttosto lasciare che Dio entri nella storia concreta di una coppia e la trasformi dall’interno.

Guardando Maria e Giuseppe, noi sposi di oggi possiamo ritrovare la speranza. Possiamo scoprire, o riscoprire, che la santità non chiede gesti straordinari, ma cuori disponibili. Che Dio continua a scegliere il matrimonio come luogo in cui farsi presente, come spazio in cui l’amore umano può diventare riflesso dell’amore divino.

I Santi Sposi, Maria e Giuseppe, non sono un modello irraggiungibile, sono una promessa viva: anche oggi, anche qui, anche nella fragilità, noi sposi siamo chiamati a diventare santi, insieme. I Santi Sposi e gli sposi santi, allora, sono modello e followers della stessa meraviglia: l’amore di Dio che, attraverso la vita terrena, vuole tutti nella beatitudine eterna, mariti per mano delle proprie mogli e mogli per mano dei propri mariti.

Fabrizia Perrachon

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Misericordia e verità: la sfida dei divorziati risposati

Chi segue la pagina sa che io sono direttamente coinvolto. Sono separato ma non riaccompagnato. Ho scelto la fedeltà.

Quando si va a vedere come funzionano le pastorali della famiglia in Italia, si trovano situazioni completamente diverse, in particolare per quanto riguarda l’accompagnamento delle persone separate.

È vero che ogni diocesi ha le sue situazioni e caratteristiche, ma è anche vero che in molti casi manca una preparazione adeguata per fronteggiare quello che sta succedendo alle famiglie; inoltre c’è anche tanta confusione su come rispondere a situazioni cosiddette “irregolari”, come nel caso di coppie risposate e riaccompagnate.

Ogni volta che si parla di comunione ai risposati o riaccompagnati, emergono sempre le stesse frasi, ripetute come slogan: “Gesù mangiava con i peccatori”, “Amoris Laetitia lo permette”, “La Chiesa deve essere inclusiva”. Sono frasi vere a metà, ed è proprio la mezza verità che diventa menzogna.

Qui non stiamo discutendo di regolamenti ecclesiastici o di strategie pastorali, stiamo parlando di salvezza eterna e quando è in gioco l’eternità, non ci si può permettere ambiguità.

Gesù mangiava con i peccatori, sì, ma per convertirli: nessuno di loro è rimasto uguale dopo averlo incontrato. All’adultera non dice: “Va tutto bene”, ma “Va’ e non peccare più”.

Oggi invece rischiamo di predicare un Gesù addomesticato, che consola senza convertire, che accoglie senza chiedere nulla, che perdona senza passare dalla croce. Ma quel Gesù non è quello del Vangelo.

Amoris Laetitia parla di discernimento, di cammino, di coscienza formata, di responsabilità, non parla mai di automatismi, né di diritti acquisiti. Chi usa Amoris Laetitia per giustificare una vita che resta oggettivamente in contraddizione con il Vangelo del matrimonio, vuol dire che non ha letto tutte quelle pagine in cui l’indissolubilità viene ribadita molte volte e nemmeno tutti i precedenti documenti della Chiesa.

La domanda decisiva non è “Posso fare la Comunione?”, ma “Mi sto convertendo?”. Perché allora dobbiamo chiederci con onestà: arrivare a fare la Comunione è un traguardo o un punto di partenza? Se è un punto di arrivo, non serve a niente, se è un punto di partenza, può, in casi molto specifici, diventare un aiuto reale, ma solo se non mente sulla verità.

Una misericordia che non chiama al cambiamento non salva, inganna; è come dire a uno che sta annegando: “Tranquillo, l’acqua è bassa”, mentre affonda. Ma proprio per questo la misericordia non può essere svuotata di verità. Dire a una persona: “Va tutto bene così, fai quello che vuoi, tanto Dio perdona” non è misericordia, è una menzogna pericolosa, questo non aiuta nessuno a cambiare vita.

I sacerdoti che fanno un uso sbagliato della misericordia si assumono una responsabilità enorme, da far tremare le gambe, perché quando parlano, lo fanno come rappresentanti della Chiesa e chi li ascolta ha il diritto di fidarsi.

Se un sacerdote rassicura una coscienza senza guidarla nella verità, il conto non verrà chiesto prima di tutto a chi si è fidato, ma a lui: del danno fatto, delle anime confuse, delle coscienze anestetizzate. I sacerdoti sono un dono immenso, un dono senza il quale la nostra vita cristiana semplicemente non esisterebbe così come la conosciamo. Senza di loro non avremmo la Santa Eucaristia, non avremmo i sacramenti, non avremmo quella Presenza reale che sostiene ogni giorno il nostro cammino di sposi, di genitori, di uomini e donne chiamati alla santità.

Esistono santi sacerdoti, ne ho incontrati, uomini che davvero danno la vita per gli altri, che si consumano nel silenzio, nella fedeltà, nell’offerta quotidiana. Ma i sacerdoti sono anche uomini e come tali portano con sé limiti, ferite, storie personali. Ci sono sacerdoti modernisti, altri che mettono tutto sotto la categoria della “misericordia”, altri ancora che vogliono fare gli psicologi, gli analisti, i counsellor; poi ci sono quelli che si trascinano grandi ferite, magari non guarite, che inevitabilmente influiscono sul loro modo di accompagnare.

E proprio perché li amo e li riconosco come dono, sento il bisogno di dire con chiarezza che cosa, come sposo cristiano, io chiedo a un sacerdote. Io non cerco principalmente un consiglio. Non cerco un’analisi transazionale. Non cerco qualcuno che mi aiuti a “stare meglio” abbassando l’asticella del Vangelo. Quello che domando è molto più scomodo, chiedo:
Insegnami a stare in croce.
Insegnami a morire a me stesso per il bene di mia moglie e a risorgere.
Fammi capire come posso vivere cristianamente questa situazione.
Insegnami che senso ha quello che mi sta succedendo e come posso trasformarlo in qualcosa di buono.

Perché a scendere dalla croce o a evitarla, sono bravissimo da solo, non ho bisogno di aiuto per questo, è l’istinto più naturale che ho. Ogni giorno mi viene spontaneo fuggire, giustificarmi, cercare scorciatoie, difendere il mio ego, proteggere le mie ferite. Ma io non voglio un cammino in discesa, non voglio un matrimonio di compromessi. Non voglio una fede che mi faccia semplicemente stare un po’ meglio.

Io voglio la santità, voglio imparare ad amare come Cristo ama la Sua Chiesa, voglio che il mio matrimonio diventi davvero via di salvezza, anche e soprattutto quando costa, quando fa male, quando passa dalla croce. Per questo ho bisogno di sacerdoti che non abbiano paura della croce, anche perché non esiste una vita senza sperimentare il dolore, la sofferenza e il lutto.

Ho bisogno di sacerdoti che mi dicano: “Resta, offri, ama, muori a te stesso, fidati di Cristo.” Perché solo così, misteriosamente, arriva anche la risurrezione. Preghiamo per i nostri sacerdoti, amiamoli, sosteniamoli, ma non smettiamo di desiderare e di chiedere guide che ci insegnino a vivere il Vangelo nella sua radicalità, anche dentro il matrimonio, anche dentro le ferite, anche dentro la croce. Perché è lì che passa la Vita.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Fisso nel cuore

Dal libro del Deuteronomio (6, 4-25)In quei giorni, Mosè parlò al popolo dicendo: «Ascolta, Israele: Il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte. […] Quando in avvenire tuo figlio ti domanderà: Che significano queste istruzioni, queste leggi e queste norme che il Signore nostro Dio vi ha dato? tu risponderai a tuo figlio: Eravamo schiavi del faraone in Egitto e il Signore ci fece uscire dall’Egitto con mano potente. Il Signore operò sotto i nostri occhi segni e prodigi grandi e terribili contro l’Egitto, contro il faraone e contro tutta la sua casa.[…]

Questa è la lettura proposta oggi nell’Ufficio Divino, dalla quale abbiamo estrapolato poche frasi che però ci sembrano le più significative per noi sposi. Innanzitutto dobbiamo notare che colui che fa questa serie di esortazioni non è semplicemente un leader carismatico, non è il top-influencer del popolo che stava compiendo l’Esodo, ma è il mediatore tra Dio ed il suo popolo. Per comprendere meglio la figura di Mosè bisogna che lo vediamo per ciò che rappresenta: è una prefigura del Salvatore, infatti Gesù viene descritto più volte come il nuovo liberatore di Israele, come un novello Mosè, Gesù stesso parlerà non solo di Mosè ma anche della manna del deserto.

Se immaginiamo le stesse frasi sulla bocca di Gesù allora tutto il brano prende una nuova forma. Naturalmente quello che a noi sposi interessa è tutta la parte riguardante il ruolo dei genitori come primi catechisti dei propri figli e tutti quei riferimenti alla consueta vita familiare. E fin qui nulla da eccepire se non evidenziare come i primi testimoni che i figli guardano con occhio critico ma anche molto severo siamo proprio noi sposi e genitori.

Ovviamente questo ci obbliga ad un serio esame di coscienza circa l’educazione cristiana impartita ai nostri figli ma nonostante questo argomento sia della massima importanza non è il nocciolo della questione.

A noi pare invece che il centro non sia nell’elenco delle esortazioni sul come testimoniare la propria fede in famiglia (…quando sarai sedutoquando camminerai… ecc…), il centro è nella prima parte della frase: Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore.

E’ da questa parte del testo che si sviluppano poi i consigli e le esortazioni seguenti, come a dire che se questa è la premessa allora giocoforza la tua testimonianza sarà quando sei seduto, quando sei in piedi, quando dormi, quando mangi, ed in qualsiasi altro atto quotidiano.

Leggendo in modo superficiale questo testo si potrebbe pensare di prendere appunti su quando devo trasmettere la fede ai figli, così da non tradire la fiducia di Mosè, o meglio, di Gesù che è il nuovo Mosè. Ma le cose non stanno proprio così.

Quando le nostre figlie sono tornate da un’esperienza di Campus giovanile con un comunità di suore francescane, avevano il volto raggiante, sprizzavano gioia da tutti i pori, era palese che avessero dentro un fuoco che ardeva, non c’era bisogno di comandarle a bacchetta al fine di renderci partecipi della loro esperienza, trasudava da ogni gesto, ad ogni parola, ad ogni sorriso.

La bocca parla dell’abbondanza del cuore: se nel tuo cuore c’è miseria e meschinità allora dalla tua bocca uscirà solo quello, se nel tuo cuore c’è tempesta uscirà tempesta, se nel tuo cuore c’è l’amore per Dio allora uscirà quello.

Cari sposi, il fulcro sta proprio nel fatto che i precetti del Signore (ovvero il Suo amore per noi e la nostra risposta d’amore per Lui) devono stare fissi nel nostro cuore (sede della volontà) altrimenti possiamo anche leggere tutti i manuali del perfetto genitore o del perfetto catechista ma invano.

Coraggio allora, lasciamo che l’amore di Dio penetri nel nostro intimo, a tale scopo quanto è utile soffermarsi ancora a venerare la statuina di Gesù bambino nel presepio, infatti il presepio si metterà via il 2 Febbraio, abbiamo tempo.

Giorgio e Valentina

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Le emozioni autentiche nella coppia: il disgusto

Oggi la terza emozione. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. Tra le emozioni autentiche, il disgusto è probabilmente la meno nominata, soprattutto nella vita di coppia. Spesso viene percepito come qualcosa di inaccettabile, quasi vergognoso, perché sembra contraddire l’idea di amore come accoglienza totale. Eppure, in Analisi Transazionale, il disgusto è un’emozione primaria con una funzione precisa e fondamentale: proteggere l’integrità della persona. Segnala che qualcosa viene vissuto come invasivo, contaminante o non più compatibile con i confini profondi dell’individuo.

Molti partner faticano a riconoscere il disgusto perché temono che nominarlo significhi ferire l’altro o mettere in discussione il legame. Dire “questa cosa mi respinge”, “questo gesto mi fa stare male”, “non mi sento al sicuro in questo modo” espone a un rischio relazionale elevato. Così il disgusto viene represso, razionalizzato o trasformato in silenzio. Ma un disgusto non ascoltato non scompare. Rimane sotto traccia e, nel tempo, si manifesta come distanza emotiva, freddezza, ritiro del desiderio o ironia difensiva.

È fondamentale distinguere il disgusto autentico dal disprezzo, perché pur sembrando simili producono effetti profondamente diversi nella relazione. Il disprezzo svaluta l’altro, lo umilia, lo riduce a qualcosa di inferiore o indegno. È un’emozione che rompe il legame perché nega la dignità della persona. Il disgusto autentico, invece, non nasce dal voler ferire, ma dal bisogno di proteggere. Non dice “tu non vali”, ma “questa modalità non mi fa bene”.

Il disgusto autentico segnala che un confine è stato superato o messo a rischio. Chiede una rinegoziazione dei confini fisici, emotivi, sessuali e spirituali, senza accusare né colpevolizzare. Quando viene riconosciuto e ascoltato, il disgusto permette alla relazione di tornare in un luogo sicuro, dove l’intimità non è invasione e l’amore non diventa sacrificio forzato. Quando invece viene negato o giudicato, la persona impara a difendersi chiudendosi: il corpo si ritrae, il desiderio si spegne, la comunicazione si irrigidisce. Non per cattiveria, ma per sopravvivenza emotiva.

Dal punto di vista dell’Analisi Transazionale, il disgusto è strettamente legato al rispetto del Sé Bambino. È l’emozione che protegge dalla violazione, dall’invasione, dall’essere costretti a tollerare ciò che fa male “per amore”. Molte persone, soprattutto nelle relazioni affettive e matrimoniali, hanno imparato a ignorare il proprio disgusto per non deludere, per non creare conflitti, per non essere accusate di egoismo. Ma l’amore che chiede di rinnegare i propri confini non è amore maturo. È adattamento.

Nella vita di coppia il disgusto riguarda spesso l’intimità, non solo sessuale ma anche emotiva. Può emergere quando l’altro invade spazi personali, quando usa parole o gesti che feriscono, quando forza tempi, ritmi o modalità che non sono condivisi. In questi casi il disgusto segnala che l’intimità sta diventando invasione. Se non viene ascoltato, il corpo stesso prende distanza: il desiderio cala, il contatto diventa meccanico, la relazione perde calore.

Dal punto di vista spirituale, il disgusto è un’emozione che spesso viene moralizzata o repressa, soprattutto nei contesti cristiani. Si è diffusa, talvolta in modo silenzioso, l’idea che amare significhi sopportare tutto, accettare tutto, perdonare sempre e comunque, anche quando questo comporta il sacrificio di sé. Ma questa non è la logica del Vangelo. Nei Vangeli vediamo Gesù provare un disgusto profondo davanti a ciò che profana la verità: quando entra nel tempio e trova uno spazio di preghiera trasformato in mercato, non resta indifferente. Quel gesto non nasce dall’impulsività, ma dal rifiuto netto di una contaminazione: il sacro ridotto a strumento, la relazione con Dio piegata al potere e al profitto.

Gesù mostra disgusto anche davanti all’ipocrisia, quando denuncia chi “pulisce l’esterno del bicchiere” ma resta marcio dentro. Non tutto è accoglibile, non tutto è sano, non tutto può essere spiritualizzato. Questo ci dice che anche il limite fa parte dell’amore maturo. Il cristianesimo non chiede l’annullamento della persona, ma la sua piena fioritura.

Dire “questo non mi fa bene”, “questo mi ferisce”, “qui mi fermo” non è mancanza di misericordia, ma esercizio di verità. Il disgusto, quando è autentico, diventa un alleato del discernimento spirituale: segnala che qualcosa non è in sintonia con la dignità della persona, con il rispetto del corpo, con la verità della relazione. Anche il “no”, quando nasce da questa verità, può essere una forma profonda di amore, perché protegge sia chi lo dice sia chi lo riceve da una relazione che rischia di diventare distruttiva.

Esiste però anche un disgusto difensivo, che non nasce dalla violazione di un confine reale ma da ferite non elaborate. È il disgusto che respinge l’intimità per paura di essere toccati nel punto fragile. In questo caso il disgusto non protegge, ma isola. Per questo è importante discernere: il disgusto autentico chiede rispetto, quello difensivo chiede guarigione. Entrambi, però, meritano ascolto.

Imparare a riconoscere il disgusto autentico significa imparare a dire dei “no” che non chiudono, ma proteggono. Significa restituire dignità al corpo, alle emozioni, alla storia personale. Nella coppia, quando il disgusto viene nominato con rispetto e accolto senza giudizio, può diventare un’occasione di crescita profonda. Non perché sia piacevole, ma perché è vero.

Il disgusto autentico non è il contrario dell’amore. È uno dei suoi guardiani. Dove il disgusto viene ascoltato, l’amore può restare vivo senza diventare invasivo. Dove viene negato, l’amore rischia di trasformarsi in sacrificio silenzioso. E nessuna relazione può fiorire a lungo su un sacrificio che non viene mai detto.

Antonio e Luisa

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Attenti allo Sposo!

Cari sposi, dopo aver vissuto il lungo periodo dall’Avvento al Natale, tutto centrato attorno al Mistero dell’Incarnazione, ora è tempo di tornare alla vita di tutti i giorni, alla nostra routine condita di una consapevolezza maggiore che Dio è in mezzo a noi, sempre.

Il tempo ordinario ricomincia dal momento in cui Gesù esce dal suo “anonimato” di Nazareth ed inizia la vita pubblica, fatta di predicazione e miracoli. La scena che contempliamo oggi è proprio di un Cristo ancora sconosciuto, un falegname– non si sa bene perché –un po’ attempato ma assai attraente, che non si era ancora deciso a sposarsi.

Giovanni quando lo vede poteva tranquillamente dire: “ciao cugino, come stai? Da quanto tempo non ti vedevo!” Eppure, con l’esclamazione “Ecco l’Agnello di Dio” sta rivelando un tono sapienziale, di uno che sta vedendo molto oltre l’apparenza.

In realtà, la confessione di Giovanni è un modo umile e sommesso di dire: “Ecco il Messia”. L’immagine dell’agnello sta a significare che il ruolo di liberatore, intravisto in Gesù, non sarà quello immaginato e tanto atteso dalla stragrande maggioranza degli Ebrei dell’epoca, un re allo stile di Davide che avrebbe ridato l’indipendenza politica a Israele. Piuttosto lo stile messianico di Gesù è quello cantato e preannunciato dal profeta Isaia, motivo per cui la prima lettura ne riprende il tema: Gesù sarà un Messia servo, un Messia umile, che si lascerà immolare come accadeva agli agnellini nel Tempio a Gerusalemme.

Fin qui il senso generale delle Letture, ma dietro ad esse soggiace anche un chiaro riferimento nuziale. Sappiamo, sempre dall’evangelista Giovanni, che il Battista poco dopo si riferirà esplicitamente a Gesù come lo Sposo che dà inizio al “matrimonio mistico” con la Chiesa e difatti, dopo il battesimo al Giordano, il primo segno di Cristo sarà compiuto proprio a Cana, durante un banchetto di nozze.

Quindi, che ha da dire tale proclamazione messianica a voi sposi? Il primo aspetto è che Gesù viene verso Giovanni, e in un senso più generale, è Lui a venire verso di voi sposi. Lo dice chiaramente il Concilio: “il Salvatore degli uomini e sposo della Chiesa viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio” (Gaudium et spes, 48). Nel sacramento nuziale Gesù ogni

giorno esce incontro a voi per rallegrarvi, per consolarvi, per rafforzarvi. Gesù è sempre attivo in voi sposi, che ne siate consapevoli o meno. Ancora una volta il Signore non si smentisce: prima viene il dono, prima Lui fa il regalo anche se non lo meritiamo e nemmeno Glielo abbiamo chiesto. Gesù è così, è il suo stile di volerci bene.

In secondo luogo, Giovanni lo addita come Agnello, quindi come salvatore. È l’azione di chi riconosce un bene ricevuto, una grazia accaduta nella sua vita e non può tacere e fa finta di nulla. Giovanni è consapevole che la sua vita è cambiata fin da quell’incontro quando sia lui che Gesù erano ancora nelle rispettive pance delle loro mamme. La sua vita è stata trasformata in un segno prodigioso per tante persone che hanno trovato nel Battista l’occasione di diventare migliori. Ecco allora che Giovanni lo dice: “è Lui la persona che state cercando in realtà, non sono io”. Così, anche gli sposi hanno la vocazione di essere luce per gli altri, iniziando da loro stessi, dai propri figli. Essere luce che brilla non di lucentezza propria ma riflesso di quella di Cristo.

Dice Papa Franceso: “perché ci siamo soffermati a lungo su questa scena? Perché è decisiva! Non è un aneddoto. E’ un fatto storico decisivo! Questa scena è decisiva per la nostra fede; ed è decisiva anche per la missione della Chiesa. La Chiesa, in ogni tempo, è chiamata a fare quello che fece Giovanni il Battista, indicare Gesù alla gente dicendo: «Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!». Lui è l’unico Salvatore! Lui è il Signore, umile, in mezzo ai peccatori, ma è Lui, Lui: non è un altro, potente, che viene; no, no, è Lui!” (Angelus, 15 gennaio 2017).

Cari sposi, tutto quel che è accaduto a Giovanni si ripete ogni giorno nella vostra vita, perciò questo Vangelo vi aiuta ad esserne consapevoli e ad imparare ad accogliere Gesù che vi viene verso e a renderlo presente nella vostra relazione.

ANTONIO E LUISA

Ricordo un giorno in cui qualcuno ci ringraziò per una testimonianza fatta in modo semplice, quasi imperfetto. Tornando a casa dissi a Luisa: “Ma noi cosa abbiamo fatto, in fondo?”. E lì ho capito qualcosa di Giovanni il Battista. Lui sapeva che la sua vita era segnata da un incontro avvenuto prima ancora di scegliere, prima di capire. Non era lui la luce, ma indicava la Luce. Anche nel matrimonio accade così: quando gli altri vedono un bene possibile, non è merito nostro. È Cristo che passa, e noi — come sposi, come genitori — siamo solo il riflesso. Una luce che non nasce da sé, ma rimanda sempre a Lui.

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Il ribelle. Quando la libertà diventa difesa.

Siamo giunti a quinto e penultimo stile di adattamento. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. Tra gli adattamenti di personalità dell’Analisi Transazionale, quello del Ribelle è forse il più visibile. È lo stile che reagisce, che si oppone, che contesta. Non ama sentirsi incasellato, guidato, corretto. Ha bisogno di spazio, di autonomia, di sentirsi libero. E nel matrimonio questo può diventare tanto una risorsa quanto una fonte di forte tensione.

Se vivi accanto a un coniuge Ribelle, probabilmente lo conosci bene: fa resistenza alle regole, mal sopporta le richieste percepite come imposizioni, reagisce male ai “devi” e ai “bisogna”. A volte sembra fare il contrario di ciò che gli viene chiesto, anche quando in fondo sarebbe d’accordo. Non perché non ami, ma perché odia sentirsi controllato.

Dietro questo stile non c’è superficialità o egoismo. C’è quasi sempre una storia. Il Ribelle è spesso un bambino che ha respirato un clima rigido, giudicante o poco accogliente. Ha imparato presto che per non soccombere doveva opporsi. Che per esistere doveva differenziarsi. Il suo copione interiore suona così: “Non farmi comandare”, “Non lasciarti ingabbiare”, “Se cedo, perdo me stesso”. La ribellione è diventata la sua strategia di sopravvivenza.

Nel matrimonio questo adattamento porta una forza vitale potente. Il Ribelle è spesso creativo, intuitivo, capace di rompere schemi sterili. Non si accontenta di relazioni formali o tiepide. Vuole verità, intensità, autenticità. Porta movimento, passione, energia. È quello che smaschera le ipocrisie, che non si rassegna a una vita di coppia “per abitudine”. E questo è un dono enorme, soprattutto in un mondo che tende alla mediocrità affettiva.

Spiritualmente, il Ribelle custodisce qualcosa di prezioso: il rifiuto dell’idolatria delle regole. Ricorda che l’uomo non è fatto per la legge, ma la legge per l’uomo. È allergico ai formalismi vuoti, alle pratiche senza cuore, alle imposizioni che non parlano alla vita. In questo senso, può essere una provocazione salutare anche nella fede.

Ma come ogni dono, se non è abitato dalla grazia, può diventare una ferita. Quando la ribellione non è più a servizio della verità ma della difesa, il Ribelle rischia di trasformare la libertà in opposizione costante. Può faticare ad assumersi responsabilità stabili, a restare fedele nelle difficoltà, a tollerare la frustrazione. Ogni richiesta viene vissuta come un attacco. Ogni limite come una minaccia. Ogni richiamo come una sconfitta.

Il coniuge può sentirsi così: stanco di dover “scegliere le parole”, di camminare sulle uova, di temere reazioni sproporzionate. Può percepire il Ribelle come imprevedibile, poco affidabile, talvolta infantile. Eppure, dietro quell’opposizione c’è quasi sempre paura di essere annullato. Paura che amare significhi perdere se stesso.

Spiritualmente, il Ribelle assomiglia molto al figlio maggiore o al giovane ricco: desidera la vita, ma fatica ad affidarsi. Vuole restare libero, ma non ha ancora scoperto che l’amore vero non toglie libertà, la compie. Il Vangelo non chiede obbedienza servile, ma una obbedienza filiale, che nasce dalla fiducia, non dalla costrizione.

Se hai sposato un Ribelle, il tuo ruolo è delicato e decisivo. Non puoi guidarlo con il controllo, perché lo irrigidisci. Non puoi cambiarlo con la forza, perché lo perdi. Ma puoi diventare uno spazio in cui la libertà non è minacciata. Alcune attenzioni sono fondamentali: evita il linguaggio delle imposizioni, spiega il senso delle richieste, non usare il ricatto emotivo. Riconosci apertamente il suo bisogno di autonomia. Valorizza la sua originalità senza ironia. Mostragli che la relazione non è una gabbia, ma una casa.

Il Ribelle cresce quando scopre che può restare se stesso dentro il legame, non contro il legame. Quando capisce che dire “noi” non significa cancellare l’“io”. Quando sperimenta che la fedeltà non è una prigione, ma una scelta libera rinnovata ogni giorno.

Il suo cammino di maturazione non è diventare docile o sottomesso. È imparare una libertà più profonda: quella di restare. Di attraversare i conflitti senza fuggire. Di obbedire non per paura, ma per amore. Spiritualmente, è il passaggio dalla ribellione alla figliolanza: non più contro il Padre, ma con il Padre.

Quando questo accade, il Ribelle diventa una forza straordinaria nel matrimonio: non un distruttore di regole, ma un custode dell’essenziale. Non uno che scappa dai legami, ma uno che li sceglie con tutto se stesso. Un uomo o una donna finalmente liberi, perché capaci di amare senza difendersi.

Antonio e Luisa

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L’amore ha ricominciato a parlare

Dove tutto era silenzio e tutto sembrava perduto, l’amore ha ricominciato a parlare

Siamo Giancarlo e Rossella e siamo sposati da 10 anni. Quando ci siamo conosciuti eravamo ragazzini, con tanti sogni da realizzare, aspettative e mille idee che ci frullavano per la testa. Dopo qualche mese dal nostro primo incontro, abbiamo deciso senza esitazioni di iniziare un cammino insieme: convivere sotto lo stesso tetto, sempre più convinti del legame profondo che ci univa.

Il pensiero di arrivare al matrimonio e di creare una famiglia era per noi l’obiettivo primario; davanti a questo ci sentivamo speranzosi e gioiosi, come un bambino intento a scartare i regali di Natale.

I primi anni di matrimonio sembravano scorrere velocemente: giorni bellissimi e colmi d’amore. I nostri sogni e progetti, pian piano, prendevano forma tra sacrifici, giornate di gioia e risate, ma anche momenti vissuti con fatica e, talvolta, con il timore di non riuscire a farcela. Dopo qualche anno di matrimonio e i primi sogni realizzati, decidemmo di arricchire la famiglia. Poco dopo venne alla luce la nostra primogenita, Giorgia.

ROSSELLA

Da quel momento tutto iniziò a cambiare velocemente e le nostre vite scorrevano piacevolmente. I rumori suonavano in modo diverso, come una melodia che faceva da colonna sonora alle nostre giornate. Dopo qualche anno la famiglia crebbe ancora e, con l’arrivo di Giulia, le emozioni divennero sempre più belle e imprevedibili.

Con il passare del tempo, però, il ruolo di genitori diventò sempre più impegnativo e assorbente. Senza nemmeno accorgercene, ci ritrovammo a vivere la nostra relazione con aloni di disagio e monotonia. Il nostro tempo era fatto solo di responsabilità, impegni e attività, spesso difficili da gestire, e a volte ci sembrava di affrontare sfide più grandi di noi.

Il lavoro, le esigenze quotidiane e lo stress accumulato ci portarono lentamente a vivere un rapporto di routine. Le nostre giornate sembravano tutte uguali: si andava avanti per abitudine. Ogni discussione si trasformava in lunghi silenzi che duravano giorni, senza mai arrivare a una vera conclusione.

La costante lontananza di Giancarlo da casa per lavoro la vivevo con grande difficoltà. Mi sentivo sola e inadeguata. Questi sentimenti diventarono sempre più presenti, fino a farmi disprezzare quella vita e il mio sposo. In me iniziò a farsi strada l’idea dell’evasione e della separazione.

Mi sentivo sola e disperata, non mi sentivo ascoltata né capita. Un giorno conobbi per caso un uomo che mi apprezzava e mi ascoltava. Mi sentii sollevata nel sapere che qualcuno riusciva a comprendermi. Per un anno vissi una doppia relazione, incosciente del male che stavo arrecando alla mia famiglia.

Il giorno in cui decisi di confessare tutto a Giancarlo ero pronta ad affrontare la separazione. Ricordo una lite furiosa e tanta sofferenza tra noi. Ma una voce interiore, inaspettata, mi incoraggiava a non distruggere tutto ciò che avevamo costruito. Mi sentivo come se qualcuno mi stesse offrendo un’altra possibilità, come se mi venisse concesso di salvare la nostra unione e la nostra famiglia.

Oggi sono ancora grata al Signore per avermi fatto incontrare un’amica che mi parlò di Retrouvaille. Entusiasta, ne parlai subito con Giancarlo e prendemmo la decisione più saggia: provare a salvare il nostro matrimonio.

GIANCARLO

La mancanza di comunicazione con Rossella mi aveva portato a rifugiarmi nel lavoro e, soprattutto, lontano da casa, ignaro delle responsabilità che tra le mura domestiche si stavano accumulando. Anche la nostra intimità era diventata un ricordo lontano, limitata e ridotta più a sfoghi che a veri momenti di tenerezza.

La crisi fu profonda. Le litigate erano frequenti, fino ad arrivare, con grande sofferenza, alla decisione della separazione. Quella sera decidemmo comunque di cenare insieme alle nostre figlie. Dopo cena, Rossella andò in camera da letto e lì si lasciò andare a un lungo pianto liberatorio. Mi chiese di abbracciarla e in quell’istante capimmo che il nostro amore non poteva finire in quell’abbraccio. Quello non poteva essere il nostro addio.

Dopo qualche giorno, in un presidio ospedaliero, Rossella si ritrovò tra le mani un volantino e venne a conoscenza dell’associazione Retrouvaille. Mi chiamò per dirmelo e, dopo esserci confrontati, decidemmo di partecipare senza farci troppe domande.

ROSSELLA

Arrivammo al weekend con sentimenti contrastanti: passavamo dalla speranza allo sconforto, con la paura di rimanere delusi e di ricadere nelle stesse abitudini di prima. Il programma ci sembrò subito interessante. Pian piano il dialogo iniziò a incidere positivamente nel nostro rapporto di coppia: ci aiutava a comprendere meglio i nostri sentimenti e ci spingeva a rimettere al centro la nostra relazione e il nostro matrimonio. Abbiamo ricominciato a vivere e a ritrovare quella complicità che si era persa. È stato sorprendente ritrovarsi.

GIANCARLO

Abbiamo iniziato a dialogare su ciò che non andava nella nostra relazione. Anche la nostra intimità è cambiata. Abbiamo iniziato a mettere in pratica gli strumenti che Retrouvaille ci aveva messo a disposizione: strumenti che in realtà avevamo già, ma che per vari motivi non riuscivamo a utilizzare. Così abbiamo deciso di non arrenderci.

Oggi anche i nostri figli crescono in un ambiente più sereno e accogliente, dove si dialoga e dove ogni giorno condividiamo emozioni e sentimenti. Il cammino di guarigione è ancora lungo, ma uniti possiamo farcela. La nostra storia non è una fiaba e non termina con “vissero felici e contenti”. Abbiamo la consapevolezza che c’è ancora da lavorare. Sappiamo che non ci siamo incontrati per caso, ma che il Signore ha per noi, come coppia e come famiglia, un progetto ben preciso. Il nostro non è un sentimento infantile, ma un legame forte, da custodire e difendere giorno dopo giorno.

Giancarlo e Rossella (Retrouvaille Italia)

Il malcostume di non rispondere

Viviamo in un tempo in cui la comunicazione è diventata immediata, istantanea, onnipresente. Ogni persona ha in tasca un telefono capace di collegarla al mondo intero, di ricevere e inviare messaggi, immagini, parole, emozioni, richieste. Eppure, mai come oggi si sperimenta il silenzio. Non il silenzio benefico della contemplazione o della pausa necessaria alla riflessione, ma quello freddo, impalpabile e disinteressato di chi non risponde. È il nuovo malcostume del nostro tempo: il non rispondere.

Non rispondere a un messaggio, a una mail, a una telefonata non è un semplice gesto neutro o una dimenticanza innocua; è spesso l’espressione di un atteggiamento più profondo, di una cultura della distrazione e dell’indifferenza che si è insinuata nel tessuto delle relazioni. Di tutte le relazioni, tra coniugi, genitori e figli, parenti, amici, colleghi, conoscenti. Tutti, insomma, personalmente e professionalmente parlando.

Si vive immersi in mille notifiche, ma si perde il senso della reciprocità. L’altro diventa un’icona sullo schermo, una presenza sfocata, un contatto da ignorare. Ci si abitua all’idea che il tempo e l’attenzione siano beni esclusivamente nostri, da concedere o negare a piacimento. Ma quando la disponibilità a rispondere scompare, si spezza un filo sottile che tiene insieme la dignità della persona e il rispetto per gli altri.

Il non rispondere, in fondo, è una forma di potere. È il potere di chi sceglie di non riconoscere l’altro, di chi decide che l’altrui voce non merita ascolto. A volte si giustifica con la fretta, con lo stress, con l’idea che «Tanto, non c’era nulla da dire». Ma il silenzio che segue a una domanda, a un saluto, a un gesto di comunicazione non è mai neutro: pesa, lascia una ferita. Chi attende una risposta non cerca solo informazioni, ma riconoscimento. Rispondere significa dire: «Ti ho ascoltato, ti vedo, esisti per me». Non rispondere equivale a dire: «Non ho tempo per te, non conti abbastanza, non vali la mia attenzione». È una piccola morte della relazione, una sottile forma di disamore. Quando avviene tra fidanzati o coniugi, poi, è davvero terribile.

Dal punto di vista cristiano, questo malcostume assume una gravità ancora maggiore. Il Vangelo è, in fondo, una storia di risposte: Dio parla, l’uomo ascolta e risponde, e in questo dialogo nasce la salvezza. Quando Dio chiama Abramo, Abramo risponde “Eccomi” (Gn 22, 1). Quando Maria riceve l’annuncio dell’angelo, risponde “Avvenga di me secondo la tua parola” (Lc 1, 38). Tutta la vita cristiana si fonda sulla capacità di rispondere: a Dio, agli altri, ai genitori, al coniuge, ai figli, a chi incontriamo nella vita. Il cristiano che non risponde, che si sottrae al dialogo, che lascia l’altro sospeso nel vuoto di un messaggio ignorato, tradisce in piccolo quella vocazione alla relazione che è l’anima stessa della fede. Non rispondere significa non incarnare la Parola, che è sempre comunicazione, incontro, reciprocità.

In ambito di coppia, poi, questo malcostume può diventare devastante. La relazione amorosa vive di parole e gesti ma soprattutto di presenza. Non rispondere, nel contesto affettivo, non è solo una mancanza di cortesia quanto piuttosto una ferita profonda all’intimità e alla fiducia. Quando uno dei due tace, smette di partecipare alla costruzione del “noi”. Il silenzio diventa muro, e dietro il muro cresce l’incomprensione.

La non-risposta può essere un modo per punire, per difendersi, per affermare un’autonomia malintesa, ma alla fine lascia solo vuoti che difficilmente si colmano. L’amore, come la fede, vive del “sì” quotidiano, del rispondere anche quando è difficile, anche quando non si ha voglia. Chi ama non si sottrae: ascolta, partecipa, si espone.

Eppure, in questo panorama di silenzi e notifiche ignorate, resta una speranza. Ogni volta che scegliamo di rispondere — anche solo con poche parole, con un «ti ho letto», con un segno di attenzione — restituiamo umanità alla comunicazione. Rispondere è un atto di rispetto, un gesto di gratuità, una piccola forma di carità quotidiana. È dire all’altro: «Tu conti, la tua parola ha raggiunto il mio cuore». Ma anche, più semplicemente: «Tu vali. Il mio tempo, il mio rispetto, la mia considerazione».

Forse è proprio da qui che può ripartire la civiltà del dialogo: da una mail a cui non lasciamo morire in archivio, da una chiamata che scegliamo di richiamare, da un messaggio a cui dedichiamo un minuto di attenzione.

In un mondo che si illude di comunicare sempre, il vero miracolo è tornare a rispondere. Perché rispondere significa essere presenti, e la presenza è la più autentica forma d’amore. In fondo, anche Dio, quando l’uomo Lo invoca, risponde. E chi si fa immagine di Dio non può far altro che fare lo stesso: dare una risposta, sempre, con il cuore.

Fabrizia Perrachon

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Convivenza e matrimonio: la differenza che non vogliamo più vedere

Molti cristiani oggi dichiarano di credere nei sacramenti, di partecipare all’Eucaristia, di sentirsi parte della Chiesa. Eppure, quando il discorso arriva al matrimonio, affermano con disarmante tranquillità che “in fondo non c’è molta differenza tra convivenza e matrimonio”. È una frase detta spesso per non ferire, per non giudicare, per risultare accoglienti. Ma è una frase che tradisce una profonda confusione, perché non è neutra: è teologicamente incoerente, spiritualmente fragile e psicologicamente difensiva.

Convivenza e matrimonio non sono due stili diversi della stessa scelta. Sono due logiche differenti, due modi opposti di intendere l’amore, il legame e la responsabilità. Metterli sullo stesso piano significa non comprendere — o non voler più comprendere — cosa sia un sacramento.

Il punto teologico: o il sacramento cambia la realtà, oppure no

Il matrimonio cristiano non è una festa ben riuscita, né una cornice religiosa per un amore già esistente. È un sacramento, cioè un’azione concreta di Dio nella storia. Dire che non fa differenza equivale a dire che Dio non agisce realmente attraverso segni visibili. Ma se questo è vero per il matrimonio, allora dobbiamo essere coerenti fino in fondo: perché dovrebbe essere vero per il Battesimo? Per la Riconciliazione? Per l’Eucaristia?

Qui emerge un’ipocrisia sottile ma diffusa: difendiamo i sacramenti che non mettono in discussione il nostro stile di vita, ma relativizziamo quelli che chiedono una scelta pubblica, definitiva, irrevocabile. Non è apertura mentale. È incredulità selettiva. È credere solo fin dove non costa.

Il punto spirituale: alleanza o prova generale

Dal punto di vista spirituale, la convivenza resta sempre una relazione reversibile. Anche quando è sincera, affettuosa, stabile, conserva una porta socchiusa. Il matrimonio, invece, nasce come alleanza. Non come garanzia di felicità, ma come atto di fiducia nella grazia.

Dio non ama l’uomo “finché funziona”. Dio stringe un’alleanza irrevocabile. Quando due sposi si promettono per sempre, non stanno affermando di essere migliori degli altri, ma stanno dicendo che scelgono di affidarsi a qualcosa che li supera. La convivenza cerca soprattutto compatibilità; il matrimonio accetta la chiamata alla conversione. E questa differenza è decisiva.

Il punto psicologico: Adulto o Bambino adattato

L’Analisi Transazionale aiuta a leggere ciò che spesso non si dice. Molte convivenze funzionano secondo una logica di Bambino adattato: “finché sto bene resto”, “se diventa troppo difficile me ne vado”, “se non funziona vuol dire che non era quello giusto”. È una struttura relazionale che tutela, protegge, ma non espone.

Il matrimonio, invece, chiama in causa lo stato dell’Io Adulto: responsabilità, decisione, capacità di stare nel conflitto senza fuggire. Per questo dire che convivenza e matrimonio sono equivalenti spesso è una razionalizzazione elegante per non affrontare la paura dell’impegno. Non è libertà. È evitamento mascherato da maturità.

Il punto simbolico e comunitario: privato o pubblico

La convivenza resta un fatto privato. Il matrimonio è un atto pubblico, davanti a Dio e alla comunità. Questo passaggio non è un dettaglio burocratico, ma un atto simbolico potentissimo: l’amore smette di essere solo “mio” e diventa luogo di responsabilità, testimonianza, servizio.

Quando si elimina questa dimensione pubblica, l’amore resta confinato nell’emozione. Non entra nella storia. Non diventa segno. Non diventa parola detta al mondo.

L’ipocrisia finale: credenti a metà

Il nodo, alla fine, è tutto qui. Non possiamo continuare a dirci credenti, sacramentali, figli della Chiesa, e allo stesso tempo affermare che il matrimonio non faccia differenza. Non è una posizione neutra. È una contraddizione interna.

Se il matrimonio non trasforma nulla, allora Dio non trasforma nulla. E se Dio non trasforma nulla, la fede diventa solo un linguaggio simbolico, una spiritualità decorativa, una tradizione emotiva. Il problema non è chi convive. Il problema è chi convive dentro la fede fingendo che la fede non chieda nulla.

La verità, per quanto scomoda, è semplice: o il matrimonio è sacramento, oppure siamo noi a non credere davvero nei sacramenti. E a quel punto, sì, anche l’Eucaristia rischia di diventare solo pane.

Antonio e Luisa

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La forza di amare è in noi stessi

Dalle «Regole più ampie» di san Basilio il Grande, vescovo (Risp. 2, 1; PG 31, 908-910) L’amore di Dio non è un atto imposto all’uomo dall’esterno, ma sorge spontaneo dal cuore come altri beni rispondenti alla nostra natura. Noi non abbiamo imparato da altri né a godere la luce, né a desiderare la vita, né tanto meno ad amare i nostri genitori o i nostri educatori. Così dunque, anzi molto di più, l’amore di Dio non deriva da una disciplina esterna, ma si trova nella stessa costituzione naturale dell’uomo, come un germe e una forza della natura stessa. Lo spirito dell’uomo ha in sé la capacità ed anche il bisogno di amare. L’insegnamento rende consapevoli di questa forza, aiuta a coltivarla con diligenza, a nutrirla con ardore e a portarla, con l’aiuto di Dio, fino alla sua massima perfezione. […] Diciamo in primo luogo che noi abbiamo ricevuto antecedentemente la forza e la capacità di osservare tutti i comandamenti divini, per cui non li sopportiamo a malincuore come se da noi si esigesse qualche cosa di superiore alle nostre forze, né siamo obbligati a ripagare di più di quanto ci sia stato elargito. Quando dunque facciamo un retto uso di queste cose, conduciamo una vita ricca di ogni virtù, mentre, se ne facciamo un cattivo uso, cadiamo nel vizio. […] Nella stessa nostra costituzione naturale possediamo tale forza di amare anche se non possiamo dimostrarla con argomenti esterni, ma ciascuno di noi può sperimentarla da se stesso e in se stesso. […]

Abbiamo estrapolato diverse frasi da questo scritto di san Basilio perché ci sono sembrate adatte alla vita matrimoniale, benché questa catechesi abbia più un taglio spirituale non sarà fuori luogo riportarla nell’alveo del matrimonio.

Infatti questo scritto insiste molto sulla natura dell’uomo come creatura uscita dalle mani di Dio che è Amore, e se ci soffermiamo un attimo a pensarci non possiamo che riconoscere che è così. Infatti chi di noi ha chiesto di venire al mondo? Chi può dire di aver compilato una richiesta per essere creato? Nessuno, poiché la nostra esistenza è il fatto concreto che qualcuno ci ha voluto bene, anche per chi non crede risulta impossibile dimostrare la non esistenza di Dio. Ma senza avventurarci in ragionamenti filosofici che ci porterebbero lontano ci basti sapere che il moto di amare ed il desiderio di essere amati è innato nella natura umana aldilà delle epoche e delle credenze religiose.

E san Basilio insiste proprio su questo aspetto dimostrando che la spinta naturale verso la bellezza è costitutiva dell’uomo in quanto uomo, e non ha a che fare con la propria cultura o con l’educazione ricevuta; ogni uomo, per esempio, rimane incantato dinanzi ad un bel tramonto o ad un panorama immenso, e si ferma ad ammirare perché quella bellezza che sta contemplando è un richiamo, quasi fosse nostalgia di casa.

Di quale casa ha nostalgia l’uomo? Della casa da cui proviene e cioè il cuore di Dio Creatore.

Cari sposi, quando a volte ci assale la tentazione di lamentarci del nostro coniuge perché ci appare non amabile, ricordiamoci che noi siamo costituiti con la capacità di amarlo/la. A volte ci viene più facile gettare la spugna: “ecco, non sono capace di amarlo/la, non riesco ad accettarlo/la, non ce la faccio, ecc… tutte scuse!

Sono tutti appigli per autoassolverci del disimpegno che mettiamo nella relazione matrimoniale. Siccome è più comodo, allora siamo facili a trovare mille cavilli pur di esentarci dalla fatica di amare, e così troviamo le attenuanti, risultato? Il coniuge resta non-amato.

Ma san Basilio ci sprona a cercare la forza dentro noi stessi, non è impossibile, sicuramente in alcune situazioni risulta difficile, ma difficile non è sinonimo di impossibile.

Coraggio allora cari sposi, in questo Gennaio facciamo in modo che il freddo non entri anche dentro i nostri cuori, e che non raffreddi il nostro matrimonio. Scongeliamo i freezer dentro di noi e scaldiamo il nostro coniuge con l’amore, come diceva uno slogan famoso: we can!

Giorgio e Valentina

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Le emozioni autentiche nella coppia: la gioia.

Siamo giunti alla seconda emozione. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. Tra le emozioni autentiche, la gioia è forse quella che più facilmente viene confusa. Spesso la identifichiamo con l’euforia, con l’entusiasmo momentaneo o con una sensazione di benessere continuo. Anche nella vita cristiana talvolta si parla di gioia come di uno stato da mantenere a tutti i costi, quasi un dovere spirituale. Ma la gioia autentica non è un’emozione permanente né una maschera da indossare. È un’esperienza profonda, reale, che nasce quando qualcosa di buono ci raggiunge davvero.

In psicologia la gioia è un’emozione primaria, universale, proporzionata all’evento che la genera e limitata nel tempo. Non invade la persona né la rende cieca, ma la apre. È una risposta sana all’incontro, al riconoscimento, alla sensazione di essere al posto giusto, con la persona giusta, anche solo per un momento. La gioia autentica non è rumorosa per forza, spesso è silenziosa. Non chiede di essere mostrata, ma abitata.

Il problema nasce quando la gioia viene confusa con l’obbligo di stare bene. In molti contesti, anche ecclesiali, passa l’idea che un cristiano “vero” debba essere sempre gioioso, sorridente, grato. Ma una gioia imposta diventa una forma sottile di negazione emotiva. Se non posso essere triste, non posso nemmeno essere davvero gioioso. La gioia autentica nasce solo in un cuore che ha fatto spazio anche al dolore.

L’Analisi Transazionale insegna che, quando una persona non può vivere la gioia autentica, spesso la sostituisce con emozioni parassite: eccitazione, euforia, iperattività, bisogno continuo di stimoli. È una gioia agitata, che non riposa, che ha bisogno di essere continuamente rinnovata perché non affonda le radici. La gioia autentica, invece, è stabile pur essendo temporanea. Non dipende dal controllo né dalla performance, ma dal contatto.

Anche sul piano spirituale questo è decisivo. Nei Vangeli la gioia non è mai scollegata dalla realtà. Gesù non chiede ai suoi di essere felici a comando. Parla di una gioia “piena”, che nasce dall’essere amati, dal sentirsi scelti, dal rimanere. È una gioia che attraversa anche la fatica, non la nega. Per questo la gioia cristiana non è euforia, ma pace profonda.

Nella vita di coppia la gioia autentica è spesso fragile e silenziosa. Non coincide con i grandi momenti, ma con quelli ordinari: sentirsi visti, riconosciuti, desiderati. È la gioia di tornare a casa e sentirsi accolti, di ridere insieme senza motivo, di condividere una stanchezza senza vergogna. Quando una coppia perde la capacità di riconoscere e nominare queste gioie semplici, inizia lentamente a inaridirsi.

Molti partner fanno fatica a condividere la gioia perché, paradossalmente, la gioia è un’emozione che espone quanto, e a volte più, del dolore. Dire “sto bene con te” significa rendersi vulnerabili, riconoscere che l’altro ha un potere reale su di noi. C’è chi teme di non essere ricambiato, chi ha paura di sembrare dipendente, chi è cresciuto imparando a non mostrare ciò che sente per non rischiare una delusione. In questi casi la gioia viene trattenuta, vissuta in silenzio o ridotta a qualcosa di scontato. Ma la gioia non condivisa, nel tempo, si spegne. Non perché venga meno il bene, ma perché manca il contatto.

Dire “sono felice con te”, “mi fa bene stare con te”, “mi sento a casa quando ci sei” non è mai neutro. Sono frasi che non accusano e non chiedono nulla, e proprio per questo mettono a nudo. Espongono il cuore senza difese, senza contratti impliciti. Eppure è proprio questa esposizione che nutre il legame. Una coppia cresce non solo quando attraversa il dolore insieme, ma anche quando impara a nominare il bene che c’è, senza paura di perderlo.

La gioia autentica è infatti profondamente relazionale. Non è solo un’emozione interna, privata, ma un’esperienza che si intensifica quando viene rispecchiata. Quando l’altro accoglie la mia gioia, la riconosce, la custodisce, quella gioia si amplia e mette radici. Quando invece viene ignorata, minimizzata o data per scontata, lentamente si ritira. In molte coppie la gioia non viene detta perché “tanto si vede”, “tanto è ovvio”. Ma ciò che non viene detto, spesso, nel tempo scompare o perde forza.

Esiste anche una gioia difensiva, che serve a coprire ferite non elaborate. È la gioia ostentata, sempre esibita, quella che non tollera il silenzio né la profondità. È una gioia che ha bisogno di essere vista, confermata, applaudita. La gioia autentica, invece, non ha paura del silenzio. Non ha bisogno di dimostrare nulla. È una gioia che riposa, che non compete, che non si giustifica. È la gioia di chi si sente a casa, anche senza doverlo spiegare.

Imparare a vivere la gioia autentica significa imparare a riconoscere il bene ricevuto e a permettersi di restare lì, senza fretta. Significa accettare che la gioia non è continua, ma vera quando arriva. Nella vita spirituale come in quella di coppia, la gioia non è una meta da raggiungere, ma un dono da accogliere. E come ogni dono, chiede solo una cosa: di essere abitato, non posseduto.

Antonio e Luisa

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Segni particolari: amati da Dio Padre

Cari sposi, poche settimane fa mi è apparso un video su Instagram che mostrava la celebrazione di un Battesimo, svoltosi in un carcere statunitense. Il novello cristiano era detenuto per una serie di omicidi, e non appena ha ricevuto il battesimo, è uscito dalla vasca gridando a gran voce e piangendo: “Signore voglio vivere nel tuo amore e abbandonare la mia vita di peccato!”.

Testimonianze come questa ci aiutano a capire la grandezza del Dono ricevuto nel Battesimo. Tra l’altro confermate dal fatto che negli ultimi anni, in particolar modo in occasione della Pasqua, stanno aumentando i catecumeni soprattutto nei paesi che, per primi, hanno avviato una rapida secolarizzazione, come del resto nei paesi di tradizione musulmana.

Viene da chiedersi: com’è possibile nel XXI secolo, con tutti i problemi riscontrati nella Chiesa, che ci siano persone, specie giovani, che vogliono esserne parte, spesso mettendo a repentaglio la propria vita? Se questa non è una prova “tangibile” dell’esistenza dello Spirito Santo, non so cosa altro pensare.

Abbiamo udito nella Liturgia odierna che “Dio non fa preferenze di persone”, che siamo tutti chiamati a formare un’unica grande famiglia con Lui. Questo è solo uno dei frutti del Battesimo, assieme alla remissione di ogni peccato e a diventare figli amati. Ecco perché essere cristiani attrae, come diceva un Padre della Chiesa, perché è un “diluvio” di amore di Dio che ci travolge:

Guardate lo strano diluvio, più grande e più prezioso del diluvio che venne al tempo di Noè. Allora l’acqua del diluvio fece perire il genere umano; ora invece l’acqua del battesimo, per la potenza di colui che è stato battezzato, richiama alla vita i morti (San Proclo, vescovo di Costantinopoli, Discorso per l’Epifania, 7, 1-3; PG 65, 759).

Il diluvio è simbolicamente la conseguenza del peccato ma il “diluvio” di Grazia ne è ben superiore! E di questo sono i santi a testimoniarcelo. Noi in genere siamo vittime di una strana equazione: dolore, sofferenza, solitudine = Dio non mi ama, Dio non esiste. Vi invito a leggere la famosa “Lettera a Natalino” della Venerabile Benedetta Bianchi Porro (1936-1964) in cui condivide la tremenda durezza della sua malattia a un giovane amico e mette in luce una fede incrollabile nella bontà e provvidenza di Dio Padre.

Per questo vi invito a concentrarvi su un’unica frase presa dal Vangelo di oggi: “Questi è il Figlio mio, l’amato”. Ecco il senso del nostro Battesimo perché, se il Padre parlò così riferendosi a Gesù, è altrettanto vero che, nel Battesimo, noi veniamo resi figli nel Figlio. Quindi il Padre vede Gesù in ciascuno di noi e ci tratta così, ci considera davvero suoi figli!

È solo con lo Spirito che possiamo fare esperienza di cosa davvero significano quelle parole, che tocchiamo con mano che sono rivolte a ciascuno di noi e non rimangono una bella verità astratta.

Tornando a voi sposi, che bello sarebbe un matrimonio in cui tutti e due i coniugi hanno fatto l’esperienza di essere amati e se la scambiano vicendevolmente, arricchendosi e crescendo nel tempo assieme.

Questo fa capire la logica che unisce il Battesimo al matrimonio, due sacramenti che devono andare per forza “a braccetto” perché fondati sulla realtà che l’amore si può donare se si è ricevuto prima. Ecco allora che Papa Benedetto ci spiega bene il nesso tra Battesimo e Matrimonio:

La scelta della parola «nel nome del Padre» nel testo greco è molto importante: il Signore dice «eis» e non «en», cioè non «in nome» della Trinità – come noi diciamo che un viceprefetto parla «in nome» del prefetto, un ambasciatore parla «in nome» del governo: no. Dice: «eis to onoma», cioè una immersione nel nome della Trinità, un essere inseriti nel nome della Trinità, una interpenetrazione dell’essere di Dio e del nostro essere, un essere immerso nel Dio Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, così come nel matrimonio, per esempio, due persone diventano una carne, diventano una nuova, unica realtà, con un nuovo, unico nome (“Lectio Divina” del Santo Padre Benedetto XVI, 11 giugno 2012).

L’essere totalmente immersi nell’Amore di Dio è la chiave da cui partire e ripartire ogni giorno per amarsi nel matrimonio, per rendere concreta nella coppia quella totalità di cui già facciamo parte con Cristo.

Tutti noi cristiani siamo chiamati a percorre questa strada, un continuo appropriarci della nostra condizione filiale e un incessante dono agli altri di quanto abbiamo e siamo. La bella notizia è che sia il Battesimo che il Matrimonio sono fonti di grazia senza misura e tramite essi il Signore Gesù continua a camminare con voi sposi ogni giorno.

ANTONIO E LUISA

Ogni giorno mi accorgo che, se non riparto dall’Amore di Dio, il mio matrimonio si riduce a sforzo, a contabilità, a difesa. Quando invece mi lascio immergere davvero in Lui, qualcosa cambia: non devo creare l’amore, lo ricevo. Nel Battesimo ho scoperto di essere figlio; nel Matrimonio imparo a donare ciò che sono, non ciò che mi avanza. Anche quando siamo stanchi o feriti, la grazia non si esaurisce. Cristo cammina con noi, ci precede e ci rialza. Da lì ripartiamo, ogni giorno, per amarci nella totalità.

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Cari genitori, i vostri figli rinnovando … raccontano anche la vostra fede

Riprendendo con questo articolo (dopo la serie sul sacramento del battesimo) le riflessioni mistagogiche sull’Iniziazione Cristiana avvio il ciclo sul mistero della Confermazione. È mio intento condividere delle considerazioni che mettano in luce il tempo che intercorre dal giorno del battesimo al giorno della cresima come un tempo di custodia della grazia battesimale ad opera della Comunità ecclesiale, in tutti i carismi e i ministeri, ed in particolare della chiesa domestica, nel suo ministero coniugale e nelle relazioni fraterne.

Pensiamo il rito della Confermazione come un mosaico di tre scene liturgiche. Ora mi soffermo sulla prima scena quando il cresimando, insieme a tutta la comunità, rinnova le promesse battesimali. Il vescovo chiede di rinunciare «a satana e a tutte le sue opere e seduzioni» e di professare la fede «in Dio, Padre onnipotente … in Gesù Cristo … nello Spirito Santo». Il vescovo poi, al termine della professione, dà il suo assenso proclamando la fede della Chiesa.

In questa scena il cresimando racconta la realtà nella quale finora è stato immerso: «Siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio» (1Cor 6,11).

In questa prima scena l’assemblea, ascoltando le parole del cresimando, vede pure l’accompagnamento generativo ricevuto dalla comunità ecclesiale, i racconti della fede che finora il cresimando ha ricevuto soprattutto dalla chiesa domestica di cui è membro.

La fede è stata un dono che ci è giunto in molti casi dalle mani delle nostre madri, delle nostre nonne. Loro sono state la memoria viva di Gesù Cristo all’interno delle nostre case. È stato nel silenzio della vita familiare che la maggior parte di noi ha imparato a pregare, ad amare, a vivere la fede. È stato all’interno di una vita familiare, che ha poi assunto la forma di parrocchia, di scuola e di comunità, che la fede è giunta alla nostra vita e si è fatta carne. È stata questa fede semplice ad accompagnarci molte volte nelle diverse vicissitudini del cammino. Perdere la memoria è sradicarci dal luogo da cui veniamo e quindi non sapere neanche dove andiamo. Questo è fondamentale, quando sradichiamo un laico dalla sua fede, da quella delle sue origini; quando lo sradichiamo dal Santo Popolo fedele di Dio, lo sradichiamo dalla sua identità battesimale e così lo priviamo della grazia dello Spirito Santo (papa Francesco, Lettera al card M. Ouellet per l’America Latina, 19/3/2016).

L’accompagnamento generativo non si è arrestato all‘ora di catechismo’ in preparazione immediata alla celebrazione. Il cresimando sin dal giorno del battesimo ha preso parte al cammino della comunità sospinta dal canto della fede. «Canta e cammina» diceva S. Agostino, per significare la fede del popolo quando cammina. Il cresimando ha preso parte, tra i pericoli e le tentazioni, al canto della bontà di Dio che è stato fedele alle sue promesse. Il popolo fedele «canta per alleviare le asprezze della marcia … Ma che significa camminare? Andare avanti nel bene e progredire nella santità» (Sermo 256).

Ogni battezzato è accompagnato in vario modo dall’intero popolo di Dio verso il sacramento della Confermazione. Le relazioni rigenerate nella fede in Gesù Cristo sono le modalità più contagiose per la singola persona. Pensiamo al ministero del catechista, e a tutti i ministeri con cui il cresimando entra in relazione dal giorno del suo battesimo, e pensiamo a tutte le partecipazioni liturgiche cui ha aderito: sono relazioni ecclesiali contagianti se ‘cantate’ al ritmo della liturgia familiare che fuggono dal circolo ristretto dei più intimi, dal comodo privato, e scelgono il rischio dell’incontro con il fratello, con le sue gioie e i suoi dolori, le sue angosce e le sue speranze, così come accade in ogni ambiente domestico.

Per evangelica sincerità è giusto non tacere sulla presenza di alcune fragilità nelle relazioni ecclesiali (parrocchiale e familiare) quando scandalizzano e allontanano dal cammino vero la Confermazione. A mo’ di esempio: religione fai da te, forme di sincretismo in ordine alla dottrina e alla morale, partecipazione liturgica occasionale, ignoranza della Scrittura, la mondanizzazione dei ministeri ecclesiali (operatori pastorali, ministeri ordinati e laicali).

A questo punto è giusto riconoscere che, mediante coloro che rinnovano le promesse, assistiamo al superamento della debolezza e alla testimonianza della potenza di Dio. In quel percorso faticoso della fede dovrà giocare un ruolo fondamentale la famiglia di appartenenza (sarebbe auspicabile poter citare anche il ministero dei padrini del battesimo). Facendo ri-credere il cresimando nell’Amore si rinnova la grazia matrimoniale della chiesa domestica. 

Don Antonio Marotta

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L’Iper-Adattato: quando l’amore diventa silenzio

Oggi affrontiamo il quarto stile di adattamento: l’Iper-Adattato. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. Se vivi accanto a un coniuge Iper-Adattato, potresti faticare persino a dargli un nome. Non è conflittuale, non impone, non alza la voce. Anzi, spesso sembra andare bene tutto. Si adatta, osserva, capisce al volo cosa serve, cosa è richiesto, cosa è meglio non dire. È una presenza discreta, gentile, capace di smussare gli angoli e rendere la vita più semplice. Sembra il partner ideale. Ma non è tutto oro ciò che luccica. Ed è proprio per questo che l’Iper-Adattato è uno degli adattamenti più invisibili… e più rischiosi.

Dietro questo stile, quasi sempre, c’è una storia antica. Un bambino che ha imparato presto che essere se stesso non era sempre sicuro. Che esprimersi poteva creare tensioni, delusioni, disapprovazione. Così ha sviluppato un copione silenzioso: “Non disturbare”, “Non creare problemi”, “Sistemati tu, così gli altri stanno bene”. Crescendo, questo diventa un modo di stare al mondo: adattarsi per non perdere il legame.

Nel matrimonio, questo adattamento porta doni reali. Un partner Iper-Adattato è spesso dolce, intuitivo, profondamente attento all’altro. Sa accogliere, sa fare spazio, sa leggere i bisogni senza che vengano detti. È capace di armonizzare, di evitare scontri inutili, di prendersi cura delle fragilità del partner con una delicatezza rara. Molte coppie funzionano anche grazie a questa attitudine, che rende la quotidianità più fluida e meno conflittuale.

Spiritualmente, questo tratto assomiglia molto alla mansuetudine evangelica: una forza gentile, non violenta, capace di custodire la relazione. Ma – come ogni dono – anche questo può diventare una trappola se non nasce dalla libertà. Quando l’adattamento è guidato dalla paura e non dall’amore, il rischio non è il conflitto… è la sparizione di sé.

È importante, qui, distinguere l’Iper-Adattato dal Compiacente o Pleaser (vai a riprendere l’articolo se non lo ricordi). Possono sembrare simili, ma sono profondamente diversi. Il Pleaser compiace per amore: desidera sinceramente rendere felice l’altro, anche a costo di esagerare. L’Iper-Adattato, invece, non lo fa per piacere, ma per sicurezza. Non cerca la gratificazione del partner, ma l’assenza di tensione. Potremmo dirlo così: il Pleaser si perde nell’altro; l’Iper-Adattato si perde per non farsi vedere. Spiritualemente, il Pleaser esagera nel dono; l’Iper-Adattato rinuncia all’identità.

Nel tempo, questa rinuncia lascia segni profondi. Per evitare discussioni o dispiaceri, l’Iper-Adattato può smettere di esprimere i propri bisogni, dire “sì” quando dentro sente “no”, minimizzare ciò che prova, adattarsi costantemente all’umore del partner, nascondere desideri e sogni perché “meno importanti”. A forza di rinunciare, perde il contatto con ciò che sente davvero. E questo non esplode quasi mai in rabbia: esplode in tristezza, distanza, senso di vuoto. L’Iper-Adattato non fa rumore quando soffre. Si spegne. E spesso il coniuge se ne accorge tardi, perché “andava tutto bene”.

Spiritualmente, questa dinamica è lontana dal Vangelo. Dio non chiama a scomparire, ma a esistere. Gesù, mite e umile, non è mai stato un uomo che si adattava per paura: sapeva dire di no, sapeva nominare il male, sapeva custodire la propria identità. L’amore cristiano non chiede di annullarsi, ma di donarsi nella verità.

Se hai sposato una persona Iper-Adattata, il tuo ruolo è decisivo. Puoi diventare per lui o per lei un luogo sicuro, una terra promessa in cui essere finalmente vero. Questo richiede alcune attenzioni concrete. Chiedi il suo parere senza dare per scontato che “gli vada bene tutto”. Invitalo con delicatezza a dire ciò che sente, senza incalzarlo. Accogli le sue parole anche quando sono scomode, senza punirlo emotivamente. Non approfittarti – neppure inconsapevolmente – della sua flessibilità. Rassicuralo, con i fatti più che con le parole, che la verità non mette in pericolo la relazione. Valorizza i suoi desideri come un dono per il matrimonio, non come un problema da gestire.

L’Iper-Adattato si apre quando sente che non deve temere la tua reazione. Quando scopre che la sua identità non disturba, ma arricchisce.

Il suo cammino di crescita non è diventare egoista o ribelle. È molto più profondo: ritrovare la propria voce. Dire “questo sono io” senza scusarsi. Credere che la propria presenza non è un peso, ma una grazia. Spiritualmente, è il cammino dei figli: non si deve meritare lo spazio, lo si riceve. Quando questo accade, il matrimonio cambia volto. Non è più un luogo di mimetizzazione, ma di incontro. Non serve più scomparire per avere pace, perché la pace nasce dall’amore… non dalla paura.

Antonio e Luisa

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Che cuore grande hai … è per amarti meglio!

C’era una volta, e c’è ancora, una fiaba che tutti conoscono: quella di Cappuccetto Rosso. Come tutte le storie di un tempo, anche questa nasconde più di quel che mostra. Sotto il cappuccio rosso e il bosco pieno di insidie si cela una parabola sottile sull’amore, la fiducia, la paura, la tentazione e la redenzione. E se la leggessimo non come una fiaba per bambini ma come una metafora del cammino di coppia cristiano? Se quel “che occhi grandi hai” diventasse un dialogo d’amore, e quel lupo non solo una minaccia esterna ma anche la voce interiore che mina la relazione?

Cappuccetto Rosso parte con un dono tra le mani, una cesta da portare a qualcuno che ama. È l’immagine dell’amore che nasce: semplice, leggero, pieno di intenzioni buone. Come quando una coppia muove i primi passi, con la gioia di portare all’altro un “pane” e un “vino” simbolici — attenzioni, parole, tempo. Per arrivare alla casa della nonna, però, bisogna attraversare il bosco. E il bosco, nella vita di coppia, è tutto ciò che disorienta: la routine, la stanchezza, i giudizi, le distrazioni, le tentazioni dell’egoismo. Si parte con il cuore acceso e ci si ritrova a chiedersi perché si è usciti dal sentiero. Il bosco non è male in sé: è il luogo dove si cresce, dove si impara a distinguere le voci. Ma senza discernimento si può finire per ascoltare il lupo.

Il lupo, nelle relazioni, non sempre arriva ringhiando. A volte indossa il sorriso della superficialità, il fascino della novità, l’illusione di libertà. È quella voce che sussurra: Vai per un’altra strada, prenditi qualcosa per te, non sempre devi pensare all’altro. E come Cappuccetto, anche noi rischiamo di cedere. Qualcuno, effettivamente, ci casca.  Ci fermiamo a raccogliere fiori che non servono, a inseguire cose che distraggono… È la distrazione che nasce quando si smarrisce il centro, quando si dimentica che amare è cammino, non gita domenicale. Il lupo si nutre delle nostre dimenticanze.

Poi arriva la casa della nonna, che nella nostra versione è la casa del cuore. Lì ci aspettiamo di trovare rifugio, tenerezza, calore. Ma a volte, al posto della pace, troviamo il travestimento del lupo: la delusione, la fatica, la mancanza di dialogo. E allora iniziamo quel dialogo antico e sempre nuovo: “Che occhi grandi hai… che mani grandi hai… che bocca grande hai…” È un dialogo che tutte le coppie conoscono. È il momento in cui si guardano e si accorgono che l’altro non è più quello dell’inizio, che il volto dell’amato cambia, che il tempo plasma, che si diventa diversi.

Ed ecco qui la svolta cristiana cambia tutto. Perché il Vangelo insegna che non si ama un’idea dell’altro ma la sua verità viva, anche se talvolta ferisce, anche se spaventa. Quegli occhi grandi, quelle mani, quella bocca: tutto può essere segno del bene se lo si legge con carità. “Che occhi grandi hai…”. “È per vederti meglio, per comprenderti di più, per non perderti nel bosco”. “Che mani grandi hai…” “Sono per stringerti più forte quando hai paura”. “Che bocca grande hai…” “È per dirti con più coraggio la verità, anche quando costa”. In questa riscrittura l’amore non è divorato dal lupo ma redento: trasformato da paura in dono, da sospetto in intimità.

Ogni coppia attraversa i suoi boschi, incontra i suoi lupi, rischia i suoi silenzi. Tutto sta nel non restare soli nel bosco, nel chiedere aiuto a Dio, nel fidarsi di Dio, di amarsi in Dio. In questa nuova versione cristiana, l’amore non si salva da sé: serve un taglialegna, qualcuno che rappresenti la Grazia, la Provvidenza, la presenza di Dio che entra quando tutto sembra perduto.

È la vicinanza spirituale, la preghiera condivisa, l’Eucaristia vissuta insieme. È il taglialegna che non giudica ma libera, che apre il ventre del male e restituisce la vita. Perché la coppia cristiana non è una favola a lieto fine: è una storia di resurrezione quotidiana, di perdoni che scavano nel profondo, di fedeltà che risorgono anche dopo le ferite.

Che cuore grande hai…” direbbe allora Cappuccetto a quel compagno di cammino che, nonostante tutto, resta. E lui potrebbe rispondere, con un sorriso: “È per amarti meglio.” Non per amarti di più — perché l’amore vero non si misura — ma per amarti meglio, con più pazienza, più dolcezza, più preghiera, più consapevolezza. È questo il centro del cammino: lasciarsi allargare il cuore, lasciarlo diventare grande come quello di Dio, che non si stanca mai di cercare chi si perde nel bosco.

Forse, se oggi Cappuccetto Rosso fosse una coppia cattolica, la storia finirebbe così: “E vissero redenti e combattenti, nella gioia e nella fatica, sapendo che ogni giorno c’è un bosco da attraversare, un lupo da riconoscere e un cuore grande da custodire. Per amarsi meglio, per amarsi sempre, per amarsi in Dio.”

Fabrizia Perrachon

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Il matrimonio è un cammino dentro al tempo

Siamo così arrivati al 2026. Un numero che, di per sé, dice poco, ma che per molti porta con sé domande, bilanci, pensieri che magari durante l’anno teniamo a distanza. Il cambio di calendario ha questo effetto: ci costringe a guardare il tempo in faccia, a fare i conti con ciò che è passato e con ciò che ancora non sappiamo.

Mentre riflettevo su cosa scrivere in questi primi giorni dell’anno, mi sono accorto che il filo rosso che attraversa tante storie matrimoniali è proprio lui, il tempo; è curioso come, parlando di matrimonio, il tempo venga spesso dato per scontato.

Si parla di amore, di progetto di vita, di fede, d’impegno reciproco, tutti elementi essenziali, ma raramente ci fermiamo a riflettere su quanto il tempo incida concretamente sulla vita coniugale, nel bene e nel male. Eppure il tempo è il luogo in cui il matrimonio prende forma, cresce, si trasforma, a volte s’incrina, a volte si santifica.

Il tempo cambia le persone, cambia i ritmi quotidiani, le priorità, il corpo, l’energia, il modo di guardare se stessi e l’altro; cambia persino il modo di volersi bene. Il matrimonio cristiano è una vocazione che si gioca dentro il tempo, giorno dopo giorno, stagione dopo stagione.

Per gli sposi, questa è spesso una delle prime grandi fatiche da accettare: ci si sposa con un’idea chiara di sé e dell’altro, con un entusiasmo che sembra sufficiente per affrontare tutto, con un linguaggio comune che pare immutabile. Poi arrivano i figli, o magari non arrivano e questo diventa una ferita; arriva il lavoro che assorbe energie, arrivano le preoccupazioni economiche, la stanchezza, la routine e a un certo punto ci si accorge che l’altro non è più esattamente com’era prima.

Ma se siamo sinceri, dobbiamo ammettere che nemmeno noi siamo rimasti gli stessi, per fortuna: quando non cambia niente, vuol dire che non stiamo né salendo, né scendendo nella scala dell’amore. Ad esempio, in questi giorni di vacanza, ho potuto parlare chiaramente con una figlia, cercando di capire cosa non funziona e quindi farò tesoro di quello che ci siamo detti per migliorare la relazione con lei.

Qualcuno può pensare che se qualcosa è cambiato, allora si è anche rotto, come se il cambiamento fosse automaticamente una perdita. In realtà non tutto ciò che cambia è un peggioramento, a volte è semplicemente una trasformazione che chiede di essere attraversata, non evitata, non combattuta. Il matrimonio non è il tentativo di fermare il tempo o di cristallizzare una stagione felice, ma di camminare nel tempo insieme, accettando che la forma dell’amore cambi senza perdere la sua sostanza.

Ci sono stagioni in cui l’amore è spontaneo, leggero, quasi naturale e ce ne sono altre in cui diventa una scelta quotidiana, consapevole, a volte persino faticosa: non perché l’amore sia finito, ma perché è cresciuto e chiede un linguaggio nuovo, meno istintivo e più profondo. È proprio in queste stagioni che molti sposi si sentono smarriti, come se non riconoscessero più ciò che stanno vivendo, come se si chiedessero: È normale tutto questo?

Ed è proprio qui che la fede può fare la differenza, non come una soluzione magica che elimina i problemi, ma come uno sguardo più ampio sulla realtà. La fede ricorda agli sposi che il sacramento non li abbandona quando l’entusiasmo iniziale si affievolisce: resta, lavora in silenzio, continua ad agire anche quando non se ne percepiscono immediatamente i frutti. Per gli sposi, questo può essere un invito prezioso: non misurare il matrimonio solo in base a come ci si sente oggi, ma in base a dove si sta andando e, soprattutto, a Chi si è scelto di mettere al centro del cammino.

I separati fedeli invece testimoniano, spesso senza volerlo e senza cercarlo, che ciò che Dio unisce non è soggetto alle mode, alle stagioni della vita, né alle emozioni del momento: dicono che il matrimonio cristiano ha una profondità che va oltre il momento presente, oltre la fase che si sta attraversando.

Il tempo mette alla prova il matrimonio, è vero, ma non necessariamente per distruggerlo: spesso lo fa per purificarlo, per liberarlo dalle illusioni, per renderlo più vero e più essenziale (come accade a ogni vocazione autentica, che viene provata non per essere annullata, ma per essere approfondita). Il matrimonio cristiano non è una corsa contro il tempo, non è una lotta per “rimanere come siamo” o “tornare come prima”, è un cammino dentro il tempo, fatto insieme a Dio, accettando che alcune risposte arrivino lentamente e che alcune ferite richiedano pazienza.

Quando questo viene dimenticato, si rischia di confondere una fase difficile con una fine, una trasformazione con un fallimento, una crisi con la negazione di tutto ciò che è stato. Ed è spesso proprio lì, in quel tempo che sembra vuoto o sprecato, che Dio lavora di più, perché nel Vangelo il tempo non è mai solo qualcosa che passa, è sempre un luogo in cui Dio sceglie di rimanere con te e per questo è sempre un grande dono. Buon anno!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Riscoprire il Matrimonio Attraverso i Doni dei Magi

L’Epifania è la festa della manifestazione: Dio che si rende visibile, riconoscibile, adorabile. I Magi non arrivano per caso e non portano doni casuali. Oro, incenso e mirra non sono semplici omaggi orientali, ma parole simboliche, capaci di dire chi è quel Bambino e quale destino lo attende. Sono doni che parlano del mistero di Cristo, ma anche del mistero di ogni amore autentico. Per questo, se guardati con attenzione, diventano una chiave preziosa per comprendere anche il matrimonio cristiano.

Immagino Giuseppe mentre osserva quei doni. L’oro è immediato: è utile, concreto, rassicurante. Incenso e mirra, invece, sono più enigmatici. Non rispondono a un bisogno pratico, ma aprono una domanda più profonda. È spesso così anche nella vita di coppia: alcune dimensioni dell’amore sono facilmente comprensibili, altre richiedono tempo, maturazione, fede.

L’oro: la regalità del dono

L’oro è il dono dei re. Riconosce la regalità di Gesù, ma prima ancora afferma il suo valore assoluto. Psicologicamente, questo tocca un punto centrale di ogni relazione: la gerarchia delle priorità. Amare significa dire all’altro: “tu conti”, “tu sei importante”, “tu vieni prima di altro”. Nel matrimonio cristiano questa affermazione assume una forma radicale: il coniuge diventa la creatura più preziosa, seconda solo a Dio.

Sant’Agostino sintetizza tutto con una frase apparentemente provocatoria: “Ama e fa’ ciò che vuoi”. Non è un invito all’arbitrio, ma alla verità dell’amore. Quando l’amore è autentico, ordina tutto il resto. Molte crisi di coppia nascono proprio da un disordine delle priorità: lavoro, figli, famiglia d’origine o interessi personali finiscono per occupare il posto che dovrebbe essere custodito dal legame coniugale.

Papa Francesco lo ricorda con realismo: amare significa prendersi cura, costruire legami concreti che resistono alle tempeste. La regalità dell’oro non è dominio sull’altro, ma riconoscimento della sua dignità. È scegliere ogni giorno di non relegare il coniuge ai margini della propria vita emotiva.

L’incenso: il sacerdozio del matrimonio

L’incenso è il dono del sacro. Sale verso l’alto, indica una relazione che supera l’immediato. Teologicamente, richiama la dimensione sacerdotale di Cristo; spiritualmente, ricorda che il matrimonio è un sacramento. Dal “sì” in poi, l’amore degli sposi non è più solo loro: diventa luogo della presenza di Dio.

San Giovanni Paolo II parla del matrimonio come segno dell’amore tra Cristo e la Chiesa. Questo ha conseguenze concrete. Significa che i gesti quotidiani — una parola buona, una carezza, l’ascolto, la pazienza — non sono solo atti affettivi, ma azioni che costruiscono senso. Diventano liturgia della vita ordinaria.

Anche l’intimità fisica, in questa prospettiva, cambia profondamente significato. Non è consumo dell’altro, ma linguaggio del dono. È corpo che parla amore, fedeltà, appartenenza. Quando l’intimità perde questa dimensione sacra, spesso diventa luogo di distanza o di conflitto. Quando invece è vissuta come espressione di un amore donato, rafforza il legame e la sicurezza affettiva.

La mirra: il sacrificio dell’amore

La mirra è il dono più duro da accogliere. È legata alla morte, alla ferita, alla perdita. Eppure è proprio qui che l’amore si rivela nella sua verità più profonda. Amare significa essere disposti a morire: non fisicamente, ma interiormente. Morire al proprio egoismo, alle pretese, all’illusione di avere sempre ragione.

Dal punto di vista psicologico, questo è uno dei passaggi più difficili nella vita di coppia. Rinunciare al controllo, accettare la diversità dell’altro, tollerare la frustrazione senza trasformarla in accusa. San Francesco d’Assisi lo dice con chiarezza: “È dando che si riceve, è morendo che si risorge”. Nel matrimonio questo si traduce nella capacità di fare spazio all’altro, senza annullarsi ma senza imporsi.

Morire all’orgoglio significa anche accettare la fragilità: la propria e quella del coniuge. Il matrimonio non è il luogo della perfezione, ma della misericordia. Santa Teresa di Lisieux lo esprime con semplicità disarmante: “Amare è dare tutto e dare se stessi”. Amare l’altro nella sua unicità, non cercando di cambiarlo, ma accogliendolo come dono.

Alla luce dei doni dei Magi, il matrimonio appare per quello che è: una vocazione alta, che intreccia regalità, sacerdozio e sacrificio. Come Maria e Giuseppe hanno accolto quei doni senza comprenderli fino in fondo, così anche gli sposi sono chiamati a vivere il loro amore come un dono affidato, custodito nella grazia e offerto a Dio, giorno dopo giorno.

Antonio e Luisa

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Un presepio vivente

Dal Martirologio della Chiesa Cattolica. Solennità dell’Epifania del Signore, nella quale si venera la triplice manifestazione del grande Dio e Signore nostro Gesù Cristo: a Betlemme, Gesù bambino fu adorato dai magi; nel Giordano, battezzato da Giovanni, fu unto dallo Spirito Santo e chiamato Figlio da Dio Padre; a Cana di Galilea, alla festa di nozze, mutando l’acqua in vino nuovo, manifestò la sua gloria.

In questo meraviglioso periodo abbondano i presepi viventi, e si va da quelli semplici ma pieni di devozione a quelli che negli anni sono diventati elaboratissimi ma si è persa l’iniziale pia devozione, tra questi due estremi nel mezzo ci sta tutta la gamma di variabili compresi i due che la nostra famiglia ha visitato.

I presepi viventi sono un’esperienza affascinante per bambini e per adulti; così anche noi, inizialmente spinti dal fatto di avere ancora una figlia di quattro anni, ci siamo avventurati nella visita di ben due presepi viventi nello stesso giorno.

E’ un’esperienza che se vissuta con fede riesce a farti cogliere le realtà significate dietro i vari figuranti o le varie stazioni scenografiche, sta a noi saper custodire poi e meditare nel cuore ciò che la Grazia ha suscitato.

E come sempre, la Grazia ci sorprende quando meno ce l’aspettiamo, così già nel primo presepio abbiamo ricevuto un piccolo dono in una delle tante stazioni: una candelina fatta a mano con l’uncinetto ed allegato un foglietto. Fin qua pensavamo al fatto che la signora si fosse intenerita all’imbattersi di quegli occhioni teneri e coccolosi di nostra figlia, non avendo resistito le avesse fatto un dono di cortesia, ed invece sul foglietto c’era la citazione del Salmo 27(26) : Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò timore? ed una preghiera: Aiutami Signore ad essere come questa candela, la tua luce nel mondo.

Ci ha ricordato come spesso sottovalutiamo i gesti piccoli ma teneri, concreti ma densi di significato. Questo è il tempo giusto per recuperare questo aspetto nella nostra relazione di sposi.

Nel secondo presepio poi abbiamo notato la semplicità genuina della gente di campagna, quella con pochi fronzoli e tanta concretezza, una fede semplice fatta di sorrisi, di accoglienza sincera, insomma due presepi e due esperienze diverse.

Nostra figlia però ha colto una comunanza tra i due presepi viventi, il fatto cioè che nelle varie stazioni i figuranti lavoravano tranquilli ed in serenità, in armonia tra loro. Cosìcché l’altro giorno mentre le abbiamo chiesto di aiutarci in qualche piccola faccenda domestica, se ne uscì con questa frase: la nostra casa è come un presepio vivente, ognuno fa un lavoretto ma stiamo insieme.

Una frase folgorante uscita dall’innocenza di quattro anni, una frase che ha sciolto i nostri cuori come neve al sole, una frase che ha anche risolto l’enigma dell’articolo nel giorno dell’Epifania.

Cari sposi, le nostre case cristiane devono diventare come dei presepi viventi tutto l’anno, nella relazione sponsale che testimoniamo dobbiamo essere come la luce di una candela, una luce che non abbaglia ma che indica una presenza, e così anche nelle relazioni familiari lo stile deve essere quello di fare i “nostri lavoretti” in modo sereno ed in armonia tra noi perché consapevoli che nel nostro presepio vivente c’è la presenza della Sacra Famiglia. Auguri.

Giorgio e Valentina

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