«Il re disse a Ester, mentre si beveva il vino: “Qual è la tua richiesta? Ti sarà concessa. Che desideri? Fosse anche metà del regno, sarà fatto!”. Ester rispose: “Ecco la mia richiesta e il mio desiderio: se ho trovato grazia agli occhi del re e se piace al re concedermi ciò che chiedo e soddisfare il mio desiderio, venga il re con Aman al banchetto che preparerò per loro; domani farò secondo la parola del re”» (Est 5,6-8).
La maturità nell’amore non consiste nel non provare emozioni, ma nel saperle ascoltare senza lasciarsi dominare, scegliendo il momento e il modo giusto per dire la verità. Clicca qui per leggere i moduli precedenti.
Ester ha compiuto il passo più rischioso: è entrata dal re senza essere stata chiamata. Assuero le ha teso lo scettro d’oro e le ha assicurato che avrebbe accolto la sua richiesta. Tutto sembra pronto. Questo sarebbe il momento più naturale per denunciare Aman e domandare la salvezza del proprio popolo. Eppure Ester non lo fa. Invita il re e Aman a un banchetto. Durante quel banchetto, il re le domanda nuovamente che cosa desideri e le promette ancora una volta che la sua richiesta sarà esaudita. Anche allora Ester attende. Organizza un secondo banchetto e rimanda al giorno seguente la rivelazione decisiva.
Perché non parla immediatamente? Il testo non ci permette di conoscere con certezza tutto ciò che accade nel suo cuore. Possiamo però riconoscere che Ester non si lascia governare dall’urgenza. Non scambia la forza con la precipitazione e non confonde la sincerità con il bisogno di dire tutto subito. Dopo avere trovato il coraggio di entrare, deve ora trovare la sapienza di aspettare. Esiste un tempo per parlare e un tempo per tacere. Non ogni silenzio è paura e non ogni parola immediata è coraggio.
Ester porta dentro di sé emozioni fortissime. Il suo popolo è stato condannato allo sterminio. Davanti a lei siede l’uomo responsabile di quella minaccia. Potrebbe essere travolta dalla rabbia, dal disgusto e dall’ansia. Potrebbe accusare Aman davanti al re, pretendendo una decisione immediata. Invece mantiene la propria lucidità. Non nega ciò che prova, ma non permette alle emozioni di scegliere al posto suo il momento e il modo di agire.
Questa è una capacità fondamentale anche nella vita di coppia. Le emozioni sono preziose perché ci comunicano qualcosa di noi e di ciò che stiamo vivendo. La rabbia può segnalarci che un nostro confine è stato violato. La paura può avvertirci della presenza di un pericolo. La tristezza ci racconta una perdita. La gioia ci indica ciò che ci nutre e ci fa sentire vivi. Le emozioni, però, sono messaggeri: non sempre devono diventare immediatamente azioni. Sentire rabbia non ci obbliga a gridare. Provare paura non significa dover fuggire. Essere tristi non ci condanna a chiuderci. Avere un’emozione è diverso dal lasciarle il governo delle nostre parole e dei nostri gesti.
L’Analisi Transazionale ci aiuta a comprendere che la maturità non consiste nel reprimere il nostro mondo emotivo, ma nel riconoscerlo, nominarlo e integrarlo. Quando siamo travolti da un’emozione, può prendere il comando il nostro stato dell’Io Bambino. Non si tratta necessariamente di qualcosa di negativo: il Bambino custodisce sensibilità, spontaneità, desiderio e creatività. Ma quando una ferita antica viene riattivata, possiamo reagire come se fossimo nuovamente piccoli, indifesi e senza alternative.
Una parola del coniuge può allora sembrare una condanna. Un suo silenzio può essere vissuto come un abbandono. Un disaccordo può trasformarsi nella prova che non siamo amati. La situazione presente si mescola alle esperienze del passato e la nostra reazione diventa molto più intensa di quanto il fatto, da solo, giustificherebbe. Può intervenire anche il Genitore Critico, con il suo bisogno di giudicare e sentenziare: «Sei sempre il solito», «Non cambierai mai», «Una moglie dovrebbe…», «Un vero marito non farebbe…». In quel momento non stiamo più cercando di comprendere ciò che è accaduto. Stiamo processando l’altro.
Lo stato dell’Io Adulto ci permette invece di accogliere l’emozione senza esserne sequestrati. Si domanda: «Che cosa sto provando?», «Che cosa ha suscitato questa emozione?», «Quanto appartiene a ciò che è accaduto oggi e quanto alla mia storia?», «Qual è il bisogno nascosto sotto questa reazione?», «È questo il momento giusto per parlarne?».
L’Adulto non mette a tacere il Bambino e non elimina il Genitore. Li ascolta, verifica la realtà e sceglie una risposta adeguata al presente.
Anche nella coppia possiamo imparare l’arte di aspettare. Ci sono confronti che non dovrebbero iniziare quando siamo stanchi, quando uno dei due sta uscendo per andare al lavoro, quando i figli sono presenti oppure quando la rabbia è così intensa da non permetterci più di ascoltare. Dire: «Questa cosa è importante, ma vorrei affrontarla quando saremo entrambi più tranquilli» non significa fuggire dal problema. Significa custodire il dialogo.
Naturalmente, l’attesa può diventare anche una forma di evitamento. Possiamo rimandare continuamente una conversazione per paura del conflitto, lasciando che la distanza cresca. Per questo una pausa autentica deve contenere anche un impegno: «Ne parliamo questa sera», «Domani, dopo cena, ci prendiamo mezz’ora per noi». Ester non rinuncia alla propria richiesta. La rimanda a un momento preciso e prepara il luogo nel quale poterla esprimere. Aspettare il momento giusto non significa attendere il momento perfetto, perché potrebbe non arrivare mai. Significa scegliere una condizione sufficientemente buona per dire la verità senza trasformarla in un’arma.
Molte discussioni matrimoniali diventano distruttive non tanto per l’argomento affrontato, quanto per il momento e il modo scelti. Una moglie conserva per tutta la giornata una delusione e la comunica al marito quando lui è ormai esausto. Il marito si sente aggredito e risponde male. Lei interpreta quella risposta come la conferma che a lui non interessa ciò che prova. Il contenuto iniziale viene dimenticato e inizia una nuova battaglia.
Oppure uno dei due pretende una risposta immediata: «Dimmi adesso che cosa pensi», «Dobbiamo chiarire subito». Ma l’altro potrebbe avere bisogno di tempo per comprendere ciò che sente. Concedere quel tempo non significa accettare il silenzio indefinito; significa riconoscere che le persone elaborano le emozioni in modi e tempi diversi.
Ester ci insegna anche che il modo in cui prepariamo una conversazione può favorire o ostacolare l’ascolto. Il banchetto crea uno spazio relazionale diverso dalla sala del trono. Non elimina la gravità della questione, ma prepara un contesto nel quale la richiesta potrà essere ascoltata. Nella coppia possiamo fare qualcosa di simile. Una verità delicata può essere detta dopo avere creato vicinanza, non nel mezzo di una lite. Possiamo sederci l’uno davanti all’altra, spegnere il telefono, usare un tono calmo e iniziare dicendo: «Vorrei parlarti di qualcosa che per me è importante. Non voglio accusarti, ma aiutarti a capire ciò che sto vivendo».
Anche le emozioni hanno bisogno di un nome. Dire «sto male» spesso non è sufficiente. Sono triste, impaurito, arrabbiato, deluso, geloso, solo, confuso? Più sappiamo riconoscere con precisione ciò che proviamo, meno avremo bisogno di scaricarlo sull’altro. Un’emozione nominata diventa più comprensibile e più facile da condividere. Gestire le emozioni non vuol dire diventare distaccati. Ester non è fredda. La sua attesa nasce dall’amore per il suo popolo e dalla consapevolezza della posta in gioco. Proprio perché ciò che deve dire è importante, rifiuta di sprecarlo in un gesto impulsivo. La padronanza di sé non spegne la passione: la orienta verso il bene.
Anche Gesù conosce questa libertà interiore. Nei Vangeli lo vediamo commuoversi, piangere, indignarsi e provare angoscia. Non è un uomo senza emozioni, ma un uomo che le vive pienamente senza esserne dominato. Nel Getsemani non nasconde la paura e il dolore, ma li porta davanti al Padre prima di affrontare ciò che lo attende. Per gli sposi cristiani, imparare a gestire le emozioni significa fare altrettanto: non negarle, non vergognarsene e non trasformarle in verità assolute. Possiamo portarle nella preghiera, lasciando che Dio ci aiuti a comprenderle. Possiamo domandarci non soltanto: «Che cosa sento?», ma anche: «Che cosa mi sta chiedendo l’amore in questa situazione?».
Tra l’emozione e l’azione esiste uno spazio di libertà. È lì che possiamo scegliere se ripetere il nostro copione oppure scrivere una risposta nuova. È lì che una reazione può diventare dialogo, una rabbia può diventare richiesta, una paura può diventare affidamento e una ferita può diventare occasione d’intimità. Ester sa che dovrà parlare. Non usa il banchetto per nascondersi, ma per prepararsi. La sua attesa non nasce dall’indecisione: è una forma di sapienza. Ci ricorda che non basta dire la verità; occorre anche imparare a dirla nel modo e nel momento che possano servire davvero l’amore.
Per dialogare insieme
- Quali emozioni mi portano più facilmente ad agire o parlare in modo impulsivo?
- Quando sono arrabbiato o spaventato, tendo ad attaccare, chiudermi, fuggire oppure pretendere una risposta immediata?
- Riesco a distinguere ciò che sta accadendo nel presente dalle ferite della mia storia?
- Quali sono i momenti peggiori nei quali affrontiamo abitualmente le questioni delicate?
- So concederti il tempo necessario per comprendere ed esprimere ciò che provi?
- C’è una conversazione importante che stiamo rimandando? Quale momento concreto possiamo scegliere per affrontarla?
Provate a concordare una regola per i momenti di forte tensione. Quando uno dei due si sente troppo agitato per continuare, potrà chiedere una pausa dichiarando anche quando riprenderà il dialogo. Durante la pausa, ciascuno provi a completare queste frasi: «Io provo…», «Questa emozione mi porta a pensare che…», «La mia paura è…», «Ciò di cui avrei bisogno è…». Quando tornerete a parlarvi, condividete queste risposte senza accusarvi.
Per pregare
Signore Gesù, Tu conosci ogni emozione che attraversa il nostro cuore. Tu non ci chiedi di nasconderla o di vergognarcene, ma di portarla alla luce perché possa essere compresa, purificata e orientata verso l’amore. Quando la rabbia ci spinge a ferirci, insegnaci a fermarci. Quando la paura ci suggerisce di fuggire, donaci il coraggio di restare. Quando la tristezza ci chiude, aiutaci a domandare vicinanza. Quando l’impazienza pretende una risposta immediata, rendici capaci di rispettare i tempi dell’altro. Come Ester, donaci la sapienza di riconoscere il momento giusto. Fa’ che la nostra attesa non sia una fuga e che le nostre parole non siano uno sfogo. Insegnaci a preparare il dialogo, a scegliere il tono adatto e a dire la verità senza trasformarla in un’arma. Guarisci le ferite antiche che rendono sproporzionate le nostre reazioni. Aiutaci a distinguere il coniuge che abbiamo davanti dalle persone che ci hanno ferito nel passato. Rendici adulti nella fede e nell’amore, capaci di ascoltare ciò che sentiamo senza esserne dominati. Signore, entra nelle nostre discussioni e crea tra noi uno spazio di libertà. Dove siamo abituati ad accusare, insegnaci a formulare una richiesta. Dove ci chiudiamo nel silenzio, donaci parole sincere. Dove reagiamo secondo vecchi copioni, mostraci una strada nuova. Fa’ che sappiamo attenderci senza abbandonarci, darci tempo senza allontanarci e affrontare ogni verità ricordando che l’altro non è il nostro nemico, ma la persona che ci hai affidato perché imparassimo ad amare. Donaci un cuore appassionato ma non impulsivo, sensibile ma non prigioniero delle emozioni, prudente ma non impaurito. Fa’ che ogni nostra parola sia pronunciata nel momento giusto e diventi strumento di comunione. Amen.
Antonio e Luisa



