Quando si parla di matrimonio cristiano si sente spesso ripetere quella frase della Scrittura che dice che l’uomo e la donna diventeranno una carne sola. È una parola molto bella, ma anche molto impegnativa. Di solito la pensiamo nei momenti più luminosi della vita di coppia: quando c’è sintonia, quando ci capiamo senza bisogno di troppe parole, quando tutto sembra scorrere con naturalezza, quando viene facile sperimentarla nel fare l’amore.
In quei casi è facile sentire che davvero siamo una cosa sola, ma la verità è che siamo una carne sola anche quando litighiamo. Lo siamo anche quando non ci capiamo, quando emergono differenze di carattere, quando il difetto dell’altro diventa motivo di fatica o d’irritazione e addirittura quando, per vari motivi, i coniugi devono separarsi: proprio in quei momenti il matrimonio ci chiede di fare un passo più profondo nell’amore. Nella vita di coppia capita a tutti di scontrarsi con alcuni limiti dell’altro, a volte sono piccoli difetti, altre volte aspetti del carattere che ci fanno davvero soffrire.
Magari uno dei due è impulsivo, mentre l’altro avrebbe bisogno di più calma, oppure uno è molto preciso e l’altro vive tutto con maggiore leggerezza. Ogni tanto uno sente il bisogno di parlare e chiarire subito, mentre l’altro si chiude nel silenzio. Quando queste differenze emergono, la tentazione più comune è quella di iniziare una lotta per cambiare l’altro. Quante volte ci capita di ripetere frasi come: “Perché sei sempre così?” oppure “Possibile che non riesci a cambiare?”. Senza accorgercene entriamo in una logica di accusa, come se il problema fosse tutto dall’altra parte. In quei momenti smettiamo di ragionare come marito e moglie e iniziamo a ragionare come due persone separate che difendono il proprio punto di vista.
Eppure, se davvero siamo diventati una carne sola, allora anche il limite dell’altro non è qualcosa che posso guardare semplicemente dall’esterno. Non significa che sia colpa mia, ma significa che la vita dell’altro ormai è intrecciata alla mia. Non posso più dire semplicemente “questo è un problema tuo”, in qualche modo diventa anche qualcosa che riguarda la nostra vita insieme. Quando questo sguardo cambia, cambia anche il modo in cui cerchiamo di aiutare l’altro a crescere. C’è, infatti, un modo molto diverso di correggere chi amiamo: non è quello di puntare il dito o di ripetere continuamente la stessa critica, è piuttosto quello di assumere il difetto dell’altro come se fosse anche un po’ mio. Significa dire nel cuore: se mia moglie fa fatica in questo, io posso portare con lei questa fatica; se mio marito ha questo limite, io posso aiutarlo con pazienza senza farlo sentire continuamente sotto accusa.
Questo atteggiamento non vuol dire giustificare tutto o rinunciare al dialogo e nemmeno fingere che i problemi non esistano: significa però non mettere l’altro sotto processo, non trasformare ogni difetto in una condanna. Con il tempo ho capito che quando mi concentro solo sul difetto dell’altro, quel difetto sembra crescere sempre di più ai miei occhi, diventa l’unica cosa che vedo. Quando invece provo a guardarlo con uno sguardo di amore, succede qualcosa di diverso: quel limite diventa un’occasione per esercitare la pazienza, per imparare l’umiltà, per crescere nella comprensione reciproca. Spesso accade anche qualcosa di sorprendente: l’altro cambia più facilmente quando si sente accolto, non quando si sente continuamente giudicato.
Il matrimonio però non riguarda soltanto noi due, non è solo una realtà privata fra le quattro mura di casa. Con il sacramento del matrimonio gli sposi diventano qualcosa di più, cioè una piccola cellula viva della Chiesa. La nostra relazione non costruisce solo la nostra felicità o la nostra famiglia, ma contribuisce anche a edificare il corpo della Chiesa. Per questo il modo in cui viviamo le difficoltà, i conflitti e perfino i difetti reciproci ha un valore che va oltre la nostra casa. Quando due sposi imparano a perdonarsi, a portare insieme le fragilità e a non trasformare i limiti dell’altro in una condanna, stanno annunciando qualcosa del Vangelo; stanno mostrando che l’amore può essere più forte dell’egoismo, che la misericordia può vincere sul giudizio.
In questo senso il matrimonio diventa davvero una pietra che costruisce la Chiesa: in poche parole, se io scelgo il bene, questo va a beneficio di tutti; purtroppo è vero anche il contrario. Infatti, se davvero il corpo della Chiesa è uno solo, allora anche il male che faccio si ripercuote sugli altri, come succede ad esempio quando con la punta di un dito prendiamo una “scossa” che attraversa e fa male a tutto il nostro corpo. Basta guardare quando accade qualcosa di brutto, come una separazione, il male si propaga ai figli, ai nonni, ai parenti e agli amici; quando invece accade qualcosa di bello, come ad esempio la nascita di un figlio, ecco che la gioia si diffonde ai fratelli e sorelle, ai nonni, ai parenti e agli amici.
Il matrimonio non è fatto di teorie, ma di giornate storte, stanchezza, incomprensioni e caratteri diversi che devono imparare a convivere. Accogliere l’altro con i suoi limiti non significa rassegnarsi al male, ma credere che l’amore può lavorare nel cuore dell’altro e, nello stesso tempo, nel nostro, perché spesso, mentre siamo concentrati nel voler cambiare il coniuge, scopriamo che Dio sta lavorando soprattutto dentro di noi.
Essere una carne sola non significa essere perfetti o andare sempre d’accordo, ma camminare insieme anche nelle fragilità. Quando uno cade, l’altro lo sostiene, quando uno è più debole, l’altro porta per un po’ più peso (e a volte anche tutto). Ed è proprio così che il matrimonio diventa davvero un sacramento, un luogo dove l’amore di Dio prende forma nella vita di ogni giorno. Non si resta insieme perché si è trovata la persona perfetta, ma perché si è deciso ogni giorno di amare una persona imperfetta. È questa scelta quotidiana, fatta di pazienza, perdono e tenerezza, che trasforma due vite in una sola storia d’amore destinata a crescere nel tempo.
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Ettore Leandri
Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)