«Ester non aveva rivelato né il suo popolo né la sua origine, perché Mardocheo le aveva ordinato di non rivelarli».
(Ester 2,10)
Ester è entrata nel palazzo del re. La sua vita sta cambiando rapidamente. La ragazza ebrea, orfana, cresciuta da Mardocheo, si trova improvvisamente immersa in un mondo completamente diverso dal suo. Un mondo fatto di potere, bellezza, competizione, regole e aspettative. Ester piace. Trova favore. Viene accolta. Ma c’è qualcosa di lei che nessuno conosce. Ester nasconde le proprie origini. Non dice da dove viene. Non dice a quale popolo appartiene. Non racconta la propria storia. Obbedisce a Mardocheo, che le ha ordinato di tacere.
Non possiamo leggere questa scelta con categorie troppo semplici. Ester non sta necessariamente mentendo. Sta attraversando una fase delicata della propria storia e custodisce una parte di sé che, in quel momento, non può ancora mostrare. Più avanti arriverà il momento in cui dovrà rivelare chi è veramente. E quella rivelazione cambierà tutto. Questo passaggio, però, ci permette di porci una domanda molto seria: quanto ci conosce davvero la persona che abbiamo sposato?
Non mi riferisco ai segreti esteriori. Mi riferisco alle stanze interiori che abbiamo imparato a chiudere. Tutti, in qualche modo, impariamo presto ad adattarci. Un bambino comprende molto velocemente quali comportamenti sono accettati e quali no. Impara che, quando si comporta in un certo modo, riceve carezze, approvazione e riconoscimento. Quando invece esprime alcune emozioni, alcuni bisogni o alcuni desideri, può ricevere disapprovazione, distanza o rifiuto. Così comincia ad adattarsi.
In Analisi Transazionale possiamo parlare del Bambino Adattato, quella parte di noi che ha imparato a modificare il proprio comportamento per rispondere alle richieste dell’ambiente e ottenere accettazione o evitare conseguenze negative. L’adattamento non è necessariamente qualcosa di negativo. Senza capacità di adattamento sarebbe impossibile vivere con gli altri. Il problema nasce quando l’adattamento diventa una prigione. Quando non modifichiamo più soltanto alcuni comportamenti, ma iniziamo a nascondere ciò che siamo. Allora costruiamo una maschera.
C’è chi ha imparato a essere sempre forte. Chi è diventato quello che non ha mai bisogno di niente. Chi deve essere sempre disponibile. Chi non può arrabbiarsi. Chi deve far ridere tutti. Chi deve risolvere i problemi degli altri. Chi deve essere perfetto. Chi ha imparato a non piangere. Chi ha deciso, molto tempo fa, che mostrare un bisogno significa diventare vulnerabile e quindi rischiare di essere ferito. La difficoltà è che spesso portiamo queste maschere anche nel matrimonio.
All’inizio della relazione può sembrare tutto più semplice. Cerchiamo naturalmente di mostrare il meglio di noi. Vogliamo essere amabili, interessanti, desiderabili. Cerchiamo di conquistare l’altro. Poi ci sposiamo. Passano gli anni. Arrivano il lavoro, i figli, le preoccupazioni, le difficoltà economiche, le incomprensioni, le delusioni e le ferite.
Ed ecco che la maschera diventa sempre più pesante da portare. Il marito che ha sempre voluto mostrarsi forte non riesce a dire alla moglie: «Ho paura». La moglie che ha imparato a prendersi cura di tutti non riesce a dire: «Sono stanca. Questa volta ho bisogno che qualcuno si prenda cura di me». L’uomo che ha paura del rifiuto non riesce a dire: «Quando non mi cerchi fisicamente mi sento poco desiderato». La donna che ha imparato a non disturbare non dice: «Quella cosa che hai fatto mi ha ferita».
Così due persone possono vivere insieme per anni e conoscersi sempre meno. Dormono nello stesso letto. Crescono gli stessi figli. Pagano lo stesso mutuo. Vanno alla stessa Messa. Magari pregano anche insieme. Eppure alcune parti profonde della loro umanità restano nascoste. Il problema della maschera è che inizialmente ci protegge, ma con il tempo ci separa. Ci protegge dal giudizio, ma ci impedisce di essere conosciuti. Ci protegge dal rifiuto, ma ci impedisce di sperimentare l’accoglienza. Ci protegge dalla vulnerabilità, ma ci condanna alla solitudine. Perché si può essere profondamente soli anche dentro un matrimonio.
Questo accade quando penso: Se lui sapesse davvero come sono, forse non mi amerebbe più. Oppure: Se lei conoscesse davvero le mie paure, mi considererebbe debole. E allora continuo a recitare. Eppure l’intimità nasce esattamente nel movimento contrario. L’intimità non è semplicemente sapere molte cose dell’altro. Non è conoscere la sua password, sapere dove si trova o condividere tutti gli impegni della giornata. L’intimità nasce quando posso lentamente consegnarti la verità di me.
Posso dirti ciò di cui mi vergogno. Posso raccontarti ciò che temo. Posso ammettere che sono geloso. Che ho bisogno di una carezza. Che alcune volte mi sento inadeguato. Che ho paura di invecchiare. Che mi manca sentirmi desiderata. Che a volte sono arrabbiato con te. Che una parte di me ha paura di essere abbandonata. Questa è nudità.
Il matrimonio ci chiama proprio a questo: tornare, lentamente, verso quella condizione originaria descritta dalla Genesi, nella quale l’uomo e la donna potevano essere nudi senza vergogna. Non significa raccontare immediatamente tutto e senza discernimento. Non significa scaricare sull’altro ogni pensiero, ogni impulso e ogni emozione. La sincerità non è brutalità e l’autenticità ha bisogno di maturità. Significa, però, smettere di costruire la relazione su un personaggio.
Ester, in questa fase della storia, nasconde la propria origine. Ma arriverà un momento nel quale non potrà più farlo. Dovrà presentarsi davanti al re e dire, in sostanza: questa sono io. Questo è il mio popolo. Questa è la mia storia. Solo quando Ester rivelerà chi è veramente potrà compiere la propria missione. È un’immagine potente anche per noi.
Forse alcune parti di noi attendono ancora di essere portate alla luce. Non per essere esibite a tutti, ma per essere consegnate a chi ci ama. A volte nel matrimonio continuiamo a comportarci secondo strategie che abbiamo imparato molti anni prima di conoscere nostro marito o nostra moglie. Strategie che forse ci hanno aiutato a sopravvivere emotivamente nella nostra famiglia d’origine, ma che oggi ci impediscono di amare pienamente.
Da bambino ho imparato che per essere amato dovevo essere bravo. Da adulta continuo a cercare la perfezione e vivo ogni critica di mio marito come una minaccia alla mia identità. Da bambina ho imparato che chiedere non serviva. Da adulta mi aspetto che mio marito comprenda i miei bisogni senza che io li esprima e, quando non lo fa, mi sento non amata. Da bambino ho imparato che mostrare emozioni era da deboli. Da adulto, quando mia moglie mi chiede cosa provo, rispondo: «Niente». Poi mi stupisco perché tra noi non c’è più intimità.
Il lavoro personale e il cammino di coppia servono anche a questo: riconoscere le nostre maschere con misericordia. Non dobbiamo odiarle. Probabilmente, in qualche momento della nostra storia, ci sono servite. Ma ciò che ci ha protetto ieri può impedirci di amare oggi. La maturità consiste nel poter dire: Grazie, questa strategia mi ha aiutato quando non conoscevo alternative. Ma oggi posso scegliere.
Posso parlare. Posso chiedere. Posso dire di no. Posso piangere. Posso ammettere di avere paura. Posso lasciarmi aiutare. Posso essere imperfetto e restare degno d’amore. Anche la fede può diventare una maschera. Possiamo mostrare un matrimonio cristiano perfetto, sorridere nelle fotografie, parlare di famiglia, frequentare la comunità e avere paura di riconoscere che qualcosa tra noi non funziona. Ma Dio non salva le nostre rappresentazioni. Dio incontra la nostra verità.
Non dobbiamo presentarci davanti a Lui come la coppia che vorremmo sembrare. Possiamo presentarci come siamo: stanchi, innamorati, arrabbiati, grati, delusi, pieni di desiderio oppure incapaci di sentirlo, vicini o lontani. La grazia può lavorare solo dentro la verità accolta. Forse allora questo modulo può concludersi con una domanda da vivere insieme. Sedetevi uno davanti all’altra e chiedetevi: Quale parte di me faccio più fatica a mostrarti?
Non rispondete subito per l’altro. Non difendetevi. Non correggete. Ascoltate. Forse vostro marito vi dirà qualcosa che non immaginavate. Forse vostra moglie vi consegnerà una paura che porta dentro da anni. Accoglietela con rispetto. Perché quando una persona toglie una maschera davanti a noi ci sta facendo un regalo enorme. Ci sta dicendo: Questo sono io. Non il personaggio. Non ciò che vorrei essere. Non ciò che pensi che io sia. Io. Puoi restare con me? Forse una delle forme più profonde dell’amore matrimoniale consiste proprio nel rispondere: Sì. Resto. E voglio conoscerti ancora.
Antonio e Luisa
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