Il sesso nel matrimonio può essere uno dei luoghi più belli del dono reciproco. Può diventare tenerezza incarnata, comunione, consolazione, gioia e appartenenza. Può essere quel linguaggio del corpo attraverso il quale marito e moglie si dicono: «Sono qui. Ti accolgo. Mi fido di te. Mi dono a te». Ma proprio perché l’intimità sessuale tocca una zona così profonda e vulnerabile della persona, può anche essere deformata e trasformarsi nel suo contrario. Non più dono, ma potere. Non più incontro, ma dominio.
Siamo abituati a pensare al dominio sessuale soltanto nelle sue forme più evidenti e violente. Certamente esistono situazioni gravi nelle quali uno dei due impone comportamenti, pretende pratiche non desiderate, non ascolta la paura o il disagio dell’altro. Il matrimonio non autorizza nessuno a trattare il corpo del coniuge come una proprietà. Il dono reciproco pronunciato il giorno delle nozze non trasforma l’altro in un oggetto sempre disponibile. Esistono però anche forme più sottili di dominio, spesso difficili da riconoscere. Si può usare il sesso per ottenere approvazione, per comprare la pace, per evitare un conflitto, per ricompensare, punire, trattenere l’altro o farlo sentire continuamente in debito.
La domanda da farsi non è quindi soltanto: «Abbiamo rapporti sessuali?». La domanda più profonda è: «Che cosa facciamo della nostra intimità? Quale dinamica relazionale mettiamo in scena attraverso il corpo?». Pensiamo, per esempio, a quando il sesso diventa una forma di ricatto implicito. Non necessariamente vengono pronunciate frasi esplicite. A volte basta un clima: se fai quello che voglio, ti concedo vicinanza; se mi contraddici, ti tengo a distanza. Il corpo smette così di essere il luogo della gratuità e diventa una moneta di scambio. Anche la tenerezza viene amministrata come un premio.
Naturalmente bisogna essere molto prudenti. Nessuno è obbligato ad avere un rapporto sessuale in qualsiasi momento e in qualsiasi condizione. Esistono stanchezza, malattia, ferite, crisi, periodi difficili e differenze nel desiderio. Rispettare un no è parte dell’amore. Il problema nasce quando il rifiuto non è più l’espressione sincera di una condizione personale, ma viene intenzionalmente utilizzato per colpire, educare, controllare o vendicarsi. «Così impari». «Dopo quello che hai fatto, non ti avvicinare». Sono dinamiche nelle quali il corpo viene arruolato dentro il conflitto. Non si parla della rabbia, della delusione o del dolore. Li si agisce attraverso la distanza sessuale. È una modalità molto potente perché va a colpire una zona sensibile dell’altro: il bisogno di sentirsi desiderato, accolto e scelto.
A volte accade anche il contrario. Il sesso viene usato per impedire il vero dialogo. Dopo un conflitto, invece di affrontare ciò che è successo, si cerca immediatamente l’intimità fisica. Può sembrare una riconciliazione, ma non sempre lo è. Il corpo può diventare un modo per mettere a tacere il problema. Si cerca una fusione momentanea senza attraversare la fatica della verità. Fare l’amore può certamente aiutare una coppia a riconciliarsi, ma non dovrebbe diventare un anestetico. Se ogni conflitto viene coperto dal sesso senza ascolto, comprensione e assunzione di responsabilità, la ferita resta lì. Il corpo dice pace, ma il cuore non è ancora arrivato alla pace.
C’è poi un altro modo di dominare: imporre all’altro il proprio modello di sessualità. Succede quando una persona considera legittimi soltanto i propri tempi, le proprie modalità, la propria frequenza e le proprie aspettative. L’altro viene progressivamente educato ad adattarsi. L’intimità autentica, invece, ha bisogno di ascolto. Non esiste vera comunione quando uno occupa tutto lo spazio e l’altro impara a scomparire.
Anche nell’intimità possono emergere copioni antichi e modalità relazionali disfunzionali. C’è chi ha imparato che, per non essere abbandonato, deve compiacere. Chi deve sempre controllare. Chi non riesce a chiedere tenerezza direttamente e la pretende attraverso il sesso. Chi usa il desiderio dell’altro per sentirsi potente. Chi dice sempre sì perché ha paura che un no provochi il rifiuto. Dietro molti comportamenti non c’è necessariamente cattiveria consapevole. Ci sono spesso paura, insicurezza, bisogno di conferma e ferite non elaborate. Questo, però, non significa che tali dinamiche vadano giustificate. Vanno riconosciute e affrontate.
Una persona può usare inconsapevolmente il corpo per dire: «Dimostrami che valgo». Oppure: «Voglio farti sentire quello che ho sentito io». Oppure ancora: «Ho paura che tu mi lasci e quindi devo tenerti legato a me». L’intimità sessuale porta spesso alla luce la verità della relazione. Per questo non basta parlare di tecniche, frequenza o compatibilità. Bisogna imparare a parlare di ciò che si prova. «Quando mi cerchi solo in quel momento, mi sento usata». «Quando mi rifiuti senza spiegarmi nulla, mi sento escluso». «Quando insisti, mi sento non ascoltata». «Quando non prendi mai iniziativa, mi sento indesiderato».
Queste conversazioni possono essere faticose, ma a volte sono molto più intime di tanti rapporti sessuali. Per noi cristiani esiste poi una domanda ancora più radicale: il mio corpo è davvero un dono oppure lo sto usando come uno strumento? Sto cercando il bene dell’altro oppure sto cercando di ottenere qualcosa dall’altro? Il sesso degli sposi ha una dignità altissima proprio perché può diventare espressione del dono di sé. Ma un gesto non diventa automaticamente santo soltanto perché avviene dentro un matrimonio. Anche nel matrimonio il corpo può mentire. Può dire «mi dono» mentre interiormente sta dicendo «ti uso», «ti compro», «ti punisco», «ti controllo».
La castità coniugale serve anche a questo: a liberare la sessualità dal possesso. Castità non significa avere meno desiderio, ma imparare ad amare anche attraverso il desiderio. Significa chiedersi: «Sono capace di desiderarti senza divorarti? Di rispettare i tuoi tempi? Di dire ciò di cui ho bisogno senza ricattarti? Di accogliere una tua difficoltà senza trasformarla immediatamente in un’accusa?». Anche chi rifiuta continuamente l’intimità dovrebbe interrogarsi con sincerità, non per colpevolizzarsi ma per comprendere: «Sto proteggendo un limite reale o sto punendo? Sto vivendo una difficoltà che non riesco a raccontare oppure sto usando la distanza per avere il controllo?». E anche chi desidera maggiormente dovrebbe chiedersi: «Sto cercando davvero mia moglie o mio marito, oppure sto soltanto cercando una risposta al mio bisogno? Riesco ancora a vedere la persona oppure vedo soltanto ciò che vorrei ricevere?».
La guarigione comincia quando il corpo smette di essere un campo di battaglia. Quando non deve più vincere nessuno. Quando il sesso non serve a ottenere, trattenere, controllare, punire o dimostrare. Quando due sposi possono tornare a dirsi con libertà: «Non voglio dominarti e non voglio essere dominato. Voglio incontrarti». Perché il contrario del dominio non è la passività. È il dono. E il dono autentico non prende possesso dell’altro. Gli fa spazio, lo ascolta, lo rispetta e lo desidera nella sua libertà.
Solo allora il corpo può tornare a dire la verità dell’amore: «Sono qui per te, non contro di te. Sono qui con te, non sopra di te».
Antonio e Luisa
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