Ci sono difficoltà nella vita intima di una coppia di cui si parla poco. Non perché siano rare, ma perché toccano una parte molto delicata della relazione. Spesso uno dei due coniugi desidera sperimentare gesti, pratiche o modalità viste nei video pornografici, mentre l’altro prova disagio, si sente forzato oppure percepisce che qualcosa, in quel modo di vivere la sessualità, non corrisponde alla verità del loro amore.
Il problema non riguarda soltanto ciò che si fa. Riguarda soprattutto il significato che quel gesto assume all’interno della relazione. Un medesimo comportamento può essere vissuto in un clima di tenerezza, rispetto e ascolto oppure trasformarsi in una forma di pressione, di dominio e di utilizzo dell’altro. La domanda fondamentale, quindi, non dovrebbe essere: «Questa cosa si può fare oppure no?». La domanda più profonda è: «Quello che stiamo vivendo ci unisce davvero? Ci fa sentire amati, accolti e rispettati?».
La pornografia educa esattamente nella direzione opposta. Non insegna l’incontro, ma la prestazione. Non mostra persone che si ascoltano, ma corpi che devono produrre eccitazione. La donna, in particolare, viene spesso rappresentata come sempre disponibile, entusiasta di qualsiasi proposta e pronta a soddisfare ogni desiderio dell’uomo. Non esistono stanchezza, timore, pudore, sensibilità personale o bisogno di sentirsi al sicuro. Esiste soltanto una finzione costruita per eccitare chi guarda.
Il problema è che, a forza di osservare quelle immagini, si può finire per considerarle normali. L’uomo può convincersi che tutte le donne desiderino vivere la sessualità in quel modo e che il rifiuto della moglie sia segno di freddezza, chiusura o mancanza d’amore. La donna, dal canto suo, può cominciare a pensare di essere inadeguata, incapace di soddisfare il marito o responsabile della sua frustrazione.
Questa dinamica è molto pericolosa, perché introduce nella camera da letto una presenza estranea. L’incontro non avviene più davvero tra marito e moglie, ma tra la moglie reale e le immagini che il marito porta nella propria mente. Il corpo della sposa viene confrontato con altri corpi. La sua sensibilità viene misurata sulle reazioni recitate dalle attrici. Il desiderio non nasce più dalla contemplazione della persona amata, ma da un copione imparato altrove.
La sessualità coniugale, invece, dovrebbe essere un linguaggio. Attraverso il corpo diciamo all’altro: «Ti accolgo. Ti scelgo. Mi dono a te. Voglio il tuo bene». Quando questo linguaggio viene deformato, il corpo può arrivare a dire qualcosa di molto diverso: «Tu mi servi. Ho bisogno che tu faccia questo per soddisfarmi. Il tuo disagio viene dopo il mio piacere».
In quel momento non siamo più nel dono, ma nell’uso. Per questo è fondamentale imparare a parlare di come ci si sente. Non basta dire: «Non voglio farlo». È importante, quando possibile, provare a raccontare ciò che accade dentro: «Quando mi chiedi questa cosa mi sento usata», «Ho la sensazione che tu non stia cercando me, ma una scena che hai visto», «Ho bisogno di sentirmi amata, non messa alla prova», «Ho paura che il mio corpo non sia più un luogo di incontro, ma uno strumento per il tuo piacere».
Allo stesso modo, chi riceve questo rifiuto deve imparare a non viverlo immediatamente come un rifiuto della propria persona. La moglie può rifiutare un comportamento senza rifiutare il marito. Può amare profondamente il proprio sposo e, proprio perché lo ama, desiderare una sessualità più vera, più rispettosa e più capace di comunione. Il dialogo, però, non può diventare una trattativa in cui uno insiste finché l’altro cede. Il consenso estorto dalla paura, dal senso di colpa o dal timore di essere abbandonati non è un vero consenso. Dire sì soltanto per evitare che il coniuge si arrabbi, si allontani o cerchi altrove non costruisce intimità. Al contrario, lascia ferite profonde. Il corpo compie un gesto, ma il cuore si ritrae.
Anche spiritualmente questo è decisivo. Nel matrimonio cristiano il corpo dell’altro non è una proprietà. È una persona affidata al nostro amore. Il sacramento non autorizza a pretendere, ma chiama a donarsi. San Paolo invita gli sposi a una reciproca appartenenza, ma questa reciprocità non può mai essere separata dall’amore di Cristo, che non possiede, non forza e non umilia. Cristo ama consegnando se stesso, non utilizzando l’altro.
L’unione degli sposi trova la sua pienezza quando il piacere non viene eliminato, ma inserito dentro un bene più grande. Il piacere è bello quando nasce dall’incontro. Diventa povero quando viene inseguito separatamente dalla persona. La vera intimità non si misura dalla quantità delle esperienze, dalla trasgressione o dalla capacità di imitare ciò che si vede sullo schermo. Si misura dalla possibilità di sentirsi nudi senza sentirsi esposti, desiderati senza sentirsi consumati, accolti senza paura di essere forzati.
Occorre allora tornare a guardarsi. Non soltanto durante l’atto sessuale, ma nella vita quotidiana. Tornare alle carezze che non pretendono nulla, ai baci che non sono l’inizio obbligato di una prestazione, alla tenerezza, alle parole, al tempo dedicato alla coppia. Il desiderio autentico cresce dove una persona si sente vista.
Per alcune coppie sarà necessario anche chiedere aiuto. Quando la pornografia è diventata abituale, quando il dialogo si trasforma sempre in litigio o quando uno dei due vive una pressione continua, può essere utile rivolgersi a un professionista competente e rispettoso della visione cristiana della persona. Non per stabilire chi ha ragione, ma per liberare la relazione da copioni che la stanno avvelenando. L’intimità più piena non è quella in cui si fa tutto. È quella in cui nessuno dei due ha paura di dire ciò che prova. È quella in cui il corpo dell’altro viene custodito come una terra sacra. È quella in cui il piacere non diventa mai più importante della persona amata. Perché fare l’amore non significa usare il corpo dell’altro per stare bene. Significa cercare insieme un bene che permetta a entrambi di sentirsi amati, rispettati e sempre più uniti.
Antonio e Luisa
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