Questo è mio e non te lo do !


In queste settimane estive la Liturgia insiste sul tema del “pane vivo disceso dal cielo” con i discorsi di Gesù ed i suoi miracoli. Leggiamo una parte parte del Vangelo proposto ieri :

Dal Vangelo secondo Matteo ( Mt 14,13-21 ) Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui». E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati : dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Su questi temi la Chiesa con il suo Magistero è ricchissima e quindi non inventiamo niente di nuovo, ma cerchiamo solo di “girare la frittata” in chiave sponsale, grati ai tanti predicatori che si spendono ( e si sono spesi nei secoli ) per proclamare in tutte le salse la bontà, la santità, le meraviglie, le bellezze, la grandiosità, la sublimità dell’Eucarestia, cioè di quel “pane vivo disceso dal cielo” a cui accennavamo all’inizio.

Ci sembra opportuno soffermarsi sulla risposta di Gesù, quel “portatemeli qui“. Vogliamo ricordare l’importanza di riconoscere di avere tra le mani quel poco che, se resta in mano nostra, rimane tale, se invece viene dato a Gesù, ci penserà Lui a moltiplicarlo e ne farà pure avanzare dodici ceste. Detta così è semplice e sbrigativa, ma alla resa dei conti, sappiamo essere ben più complicata la faccenda.

Ci soffermeremo su due atteggiamenti : la lagna e la “avarizia spirituale“.

Per non sentire le lagne dei lettori, cominceremo a trattare la lagna. Quante volte incontriamo coppie di sposi che si lagnano in continuazione : …ecco, noi non siamo così bravi come voi ( voi, chi ? ), noi non guadagniamo tanto, noi non abbiamo tutto questo ( quale ? ) tempo, noi non abbiamo tanta fede come voi ( …ancora voi, chi ? ), noi non abbiamo doni straordinari come voi ( ..siamo fissati con questo voi, eh ? ), noi non abbiamo ecc……. d’accordo abbiamo capito, ma invece cosa avete ? Qualcosa ce l’avrete pure voi come tutti gli sposi nel sacramento, o no ?

Coraggio sposi, cominciate a fare un elenco di quello che già avete, cominciate ad aprire lo zaino della vostra vita a due, del vostro matrimonio sacramento, cominciate a sbirciarvi dentro e troverete anche voi i vostri 5 pani e 2 pesci.

Abbiamo una casa piccola… usatela nella grazia di Dio e diventerà una Reggia di Caserta in mano al Signore.

Abbiamo mezz’ora al giorno libera… usatela nella grazia di Dio e vi scorderete le lancette dell’ora.

Abbiamo solo uno stipendio… ringraziate Dio nella sua Grazia e la Provvidenza non tarderà a farsi viva alla porta.

Abbiamo solo doni semplici… coltivateli in grazia di Dio e diventeranno carismi per la Chiesa intera.

Cari sposi, non vi ricordate quella Parola : “A chi ha, sarà dato; invece a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha.” ? Quindi, il problema della sterilità spirituale del nostro matrimonio è da attribuirsi a Dio o siamo noi che ci fidiamo sempre troppo poco della Parola di Dio ?

In realtà, il problema non consiste nella Parola che è fin troppo chiara, ma siamo noi sposi che spesso siamo avari spiritualmente, ed ecco che è arrivato il momento di affrontare il secondo atteggiamento sopracitato.

La ” avarizia spirituale” è come un freno a mano sempre tirato mentre pretendi di viaggiare a 130 Km/h in autostrada oppure è come stirare 200 camicie col ferro da stiro spento . Non importa quanto è lunga la lista di ciò che trovate nel vostro zaino del matrimonio, non importa se avete 2 pani e 5 pesci, o se invece avete 1 pane e 1 pesce, oppure anche 20 pani e 3300 pesci, il problema è che la avarizia spirituale non ci consente di consegnare tutto, ma proprio tutto, quello che troviamo nello zaino a Gesù senza pretese, senza lagne, ma con gratitudine e ferma fede/fiducia, ci penserà poi Lui a compiere il miracolo della moltiplicazione facendo addirittura avanzare 12 ceste piene.

L’unico atteggiamento richiesto da Gesù è : ” portatemeli qui ! “.

Cari sposi, coraggio ! Il Signore Gesù aspetta solo questo da noi, la consegna gratuita, poi ce ne sarà in abbondanza per noi e per la Chiesa intera perché Lui è uno sprecone in questioni di amore.

Giorgio e Valentina.

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La compagnia del cigno: temi grandi risposte piccole

Eccomi di nuovo a commentare la serie televisiva “La Compagnia del Cigno”. Perchè perdere tanto tempo ad analizzare una fiction TV? Me l’avete chiesto in tanti. Semplicemente perchè i nostri ragazzi si nutrono di queste cose e le serie TV sono, in certo senso, lo specchio della nostra società. Possiamo davvero comprendere tanto. Nel primo articolo mi ero soffermata sulla morale sessuale, figlia della rivoluzione del ’68 e avevo accennato al fatto che i rapporti fuori del matrimonio sono all’origine dell’instabilità delle relazioni uomo-donna. Da questa instabilità: separazioni, divorzi, contraccezione, aborti. Tutto questo si vede nella Compagnia del Cigno, la cui mentalità è quella fluida che nasce proprio dal ’68. Fluidità che doveva garantire libertà e invece porta solo precarietà. Cominciamo dall’aborto.

Nella prima stagione, il maestro Luca Marioni e sua moglie Irene sono in crisi a causa della morte della figlia, a seguito di un incidente. Dopo un periodo di separazione, tornano insieme e lei resta incinta. In un primo momento Irene decide di abortire, perché ha troppa paura, non riesce a credere di nuovo alla felicità. Luca reagisce molto male (anzi molto bene, dimostrando di essere un vero uomo): prima l’accusa di ignorare il fatto che lui è il padre; poi le intima di andarsene da casa, se non cambierà idea. Irene non cambia idea e va a stare da un’amica.

Il colloquio tra lei e il ginecologo è un capolavoro di politicamente corretto. Lui vorrebbe parlarle, ma lei si irrigidisce subito, teme di avere davanti un obiettore con scrupoli di coscienza e afferma che abortire è un suo diritto, che esiste una legge dello stato italiano. Lui la rassicura: non è un obiettore, l’aborto è garantito per legge, lui ha praticato tante “interruzioni di gravidanza” proprio per garantire questo diritto (sic!) Ciononostante, vuole essere sicuro che lei faccia la scelta giusta per lei (non per il bambino!). Sapendo che lei ha perso una figlia e temendo che lei voglia abortire per paura, le dice che non si rinuncia a un figlio per paura (ma, io mi chiedo, chi abortisce, non lo fa sempre per paura?). Irene gli conferma che, se facesse nascere suo figlio, avrebbe paura di tutto e non sarebbe una buona madre. Lui le chiede scusa e lei, offesa, lo accusa di avere approfittato della sua solitudine e fragilità per farle la morale (una critica agli operatori dei centri di aiuto alla vita?). Quella sera Luca, sconvolto, tenta ancora di fermare la moglie: “Da fidanzati mi avevi promesso che non mi avresti mai fatto soffrire e ti avevo creduto: un coglione, un vero coglione!”. Finalmente, Irene decide di non abortire, ma da Luca vuole rassicurazioni che tutto andrà bene. Lui saggiamente le dice che non può, che bisogna rischiare, che lui vuole questo bambino, ma si rende conto che la decisione spetta anche a lei.

Nella seconda stagione, Matteo e Sofia per una volta non usano il profilattico e lei resta incinta. Segue una riunione di famiglie, quella di Matteo e quella di Sofia, durante la quale la madre di lei chiede ai due giovani di pensarci bene, prima di scegliere di tenere il bambino (sic!). Già, il problema della scelta, della decisione della donna, che continuamente ritorna in queste due vicende. Ho pensato subito alle parole della serva di Dio Chiara Corbella Petrillo a proposito dell’aborto (che le avevano prospettato dal momento che la sua bambina non sarebbe sopravvissuta fuori dall’utero materno): Alla base della decisione di abortire c’è una menzogna tanto forte ed efficace quanto più nascosta ed inespressa. La menzogna dell’alternativa. Se aspetto un figlio, sono sua madre, non posso più scegliere, sono sua madre anche se una legge dello stato mi permette di ucciderlo. Posso solo scegliere di essere madre di un figlio vivo o di un figlio morto, ma sarò sua madre per sempre.

Altro argomento trattato in modo politicamente corretto è la separazione dei genitori. Robbo e la sorellina ne sono le vittime. La loro madre piange tanto, perché i suoi figli soffrono e Robbo ingenuamente le chiede come mai non si possa tornare alla vita di prima. Lei risponde che non è più possibile, perché ormai è irreversibilmente innamorata di un altro uomo. Love is love! In seguito, si scopre che il primo a tradire era stato il padre. Come reagiscono i due ragazzini? Con filosofia: abbiamo scoperto che anche i nostri genitori commettono errori, che non sono perfetti. Questa saggia reazione non mi sembra realistica, piuttosto mi sembra quella che qualunque genitore separato si auspicherebbe da parte dei figli.

Per essere politicamente corretta, la serie televisiva non poteva tralasciare omosessualità, transessualità e bisessualità, nonché l’omofobia. Ne scriverò in un altro articolo.

Luisa

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Solo l’amore (nuziale) è credibile

Con il massimo rispetto per il grande Urs Von Balthasar che nel 1965 scrisse appunto questa breve opera teologica, “Solo l’amore è credibile”, mi permetto di interporre l’aggettivo “nuziale”. Lo faccio sotto la spinta del Vangelo di oggi. E mi spiego.

Gesù ha fatto tanti miracoli e di diverso tipo per mettere in chiaro la sua autorità e così rendere accettabile la sua Parola, il suo Messaggio. Ma è giunto il momento del grande salto… ora manca il rush finale che è appunto l’Eucarestia. I miracoli sono stati una lunga preparazione al grande segno dell’Eucarestia; la fama, la popolarità, il grado di accettazione raggiunto da Gesù sanando e guarendo, moltiplicando pani e pesci era un propedeutico per render capibile e accettabile che Dio che rimane in mezzo a noi per sempre con il suo Corpo, Sangue, Anima e Divinità nell’Eucarestia.

Ma appunto, Gesù rimane tra noi solo con l’Eucarestia? Evidentemente no. Vi è un altro sacramento permanente che ci mostra che Lui è tra noi, vive in mezzo a noi ancora nel 2021. Siete voi coppie che avete tale dono, il dono di ri-presentare Gesù ancora oggi.

Come dissero i vescovi italiani, nei circoli minori in preparazione ad Amoris Laetitia, “La grazia non agisce solo nel momento della celebrazione del sacramento del matrimonio, ma accompagna gli sposi durante tutta la vita, poiché è sacramento permanente in analogia con l’Eucarestia” (Relazioni dei Circoli minori del Sinodo per la famiglia, 12 ottobre 2015).

Perché allora ho voluto parafrasare quel titolo di un libro? Perché nel Vangelo alle centinaia di persone che chiedevano a Gesù un segno palpabile e visibile tale da diventare degno di fede una volta per tutte, Lui ha dato l’Eucarestia.

Ma oggi ci sono non centinaia ma milioni di persone che inconsapevolmente ancora chiedono, anelano, aspirano ad avere ancora un segno tangibile della Presenza di Dio nella loro vita. Sanno qualcosa di Dio ma non Lo riescono a gustare. Per la stragrande maggioranza di loro l’Eucarestia è un arcano irraggiungibile, essi vedono campanili e chiese ma non conoscono affatto Chi è presente in essi.

Eppure, tutti costoro vedono voi coppie, vi hanno come vicini di casa, colleghi di lavoro, forse amici di infanzia, compagni di palestra, ecc.

Voi siete il segno che può rendere credibile l’amore, perché voi contenete la Presenza di Gesù analogamente all’Eucarestia.

Dinanzi a quel Corpo dato per Amore sulla Croce, il centurione esclamò: “veramente costui era Figlio di Dio” (Mt 27, 54). Oggi quante persone potrebbero ripetere quella frase! Adattata al loro modo di esprimersi e di pensare, ma identica nella sostanza: “veramente l’Amore esiste, Dio esiste, perché questi due, non so come, ma si amano in un modo diverso”, perché vedono due che diventano un solo corpo per amore e continuano a donarsi per amore, pur con tutte le loro limitazioni e fragilità, pur nella grande diversità di caratteri e modi di fare. Io tante volte l’ho pensato in cuor mio vedendo molti di voi: qui c’è un amore diverso, c’è qualcos’altro rispetto al volersi bene… e queste testimonianze mi hanno fatto credere che davvero l’amore esiste.

In un mondo che ha paura di amare fino a perdersi, di rinunciare per amore, di soffrire per amore… voi avete la grazia per mostrare quanto è bello donarsi per amore e così portare fuori dalle Chiese l’Eucarestia con le vostre vite.

Per tutto questo, ve lo ripeto: solo l’amore nuziale è credibile. Cari sposi, provateci ancora una volta, non tiratevi indietro per scoraggiamento o sfiducia. Fidatevi di Chi vi ha dato consapevolmente questo dono e ve lo ha dato conoscendovi dall’eternità.

ANTONIO E LUISA

Quello che scrive padre Luca è bellissimo ma è anche un’esortazione esigente e che spaventa anche un po’. Vivere l’amore nel modo proposto da don Luca non è semplice, non viene sempre spontaneo, è frutto di un impegno solenne che ci siamo presi il giorno delle nostre nozze. Frutto del nostro impegno e, non dimentichiamolo, della Grazia di Dio. Amarci senza riserve, in modo incondizionato, totale e gratuito. Amarci sponsalmente significa questo. Un modo di amare che è davvero un segno luminoso nel mondo in cui viviamo, che è sempre più incapace di gratuità e di dono. Una società che si nutre di emozioni e di sensazioni e dove c’è sempre meno posto per il sacrificio. Un mondo che ti educa a pensare da egoista e spesso da narcisista.

Gli sposi cristiani dicono altro. Dicono che la gioia più grande viene dal sapersi aprire all’altro e dal saper decentrare lo sguardo verso il bene dell’altro. Questo cambia tutto. Gli sposi capaci di perdonare, capaci di prendersi cura, capaci di mettere il bene dell’altro davanti al proprio, sono davvero qualcosa di estremamente affascinante e che attrae tanto.

Un’ultima nota personale. Fare esperienza di questo amore prima di tutto converte proprio noi sposi. L’ho già scritto altre volte. Mia moglie mi ha sorpreso proprio per la sua volontà e la sua capacità di amarmi sempre anche quando non me lo sarei meritato per il mio atteggiamento. Questo suo amore mi ha permesso di comprendere il modo in cui Dio stesso mi ama. Certo con tutti i limiti che Luisa conserva, ma con una forza incredibile che non poteva venire se non dal sacramento stesso. Lì ho davvero compreso quanto mia moglie fosse bella e io fortunato ad averla accanto. Lì è cominciato il mio vero percorso per incontrare e relazionarmi con Gesù perchè lei mi ha mostrato il volto di Gesù nel suo amore verso di me.

Amatevi senza riserve e senza condizioni e sarete strumento di conversione per gli altri e soprattutto anche per voi.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 14

Una volta giunto all’altare, il sacerdote compie le dovute riverenze/inchini all’altare del Sacrificio, se passa davanti al Tabernacolo farà la genuflessione di adorazione, quando c’è una solennità è prevista anche l’incensazione dell’altare e/o ad una statua/effige della Madonna o di qualche altro santo celebrato in quella specifica occasione, nonché incensazione alla Croce, ed una volta terminati questi gesti si rivolge al popolo convenuto.

Vi siete mai chiesti perché il sacerdote non esca dalla sagrestia come un vip che esce dalle quinte dandosi in pasto agli applausi ed alle ovazioni del pubblico ? Perché prima fà le riverenze all’altare ed agli altri oggetti sacri ?

La motivazione sta nel fatto che il primato è di Dio e deve rimanere tale… ricordate il primo e più grande comandamento, citato anche da Gesù ? “Amerai il Signore Dio tuo con tutta l’anima, con tutto il cuore, con tutte le forze, con tutta la mente e il prossimo tuo come te stesso.” Quindi il primato è di Dio, quello poi che si compie come atto d’amore verso gli altri dovrebbe essere la manifestazione, il riflesso, l’incarnazione, la testimonianza dell’amore verso Dio, che è la fonte dell’amore, anche di quello verso il prossimo.

E così il sacerdote ci dà l’esempio di come orientare anche la nostra relazione sponsale : prima l’amore verso Dio e poi verso il nostro consorte… dove prima e dopo non sono necessariamente avverbi da vivere in modo cronologico ma sono da intendere in una gerarchia di importanza ; il prima di Dio non può ignorare le istanze del mio consorte. Lo rendiamo esplicito con un esempio concreto e molto semplice, quasi grottesco : se vedo il mio consorte subire un attacco allergico ed è in shock anafilattico non posso ritardare il suo soccorso perché devo finire di recitare il Rosario o le litanie… quando avrò finito allora lo soccorrerò ! Sicuramente quando avrò finito le litanie e il Rosario avrà finito anche lui/lei… di respirare per sempre però ! In questo caso il mio amore verso Dio si esprime nel soccorso al mio coniuge.

Proseguiamo nei rituali : è interessante notare che il sacerdote dà un bacio all’altare del Sacrificio prima di iniziare la S. Messa, certamente è un bacio di venerazione, devozionale e simbolico, ma ciò non dà in alcun modo il permesso al sacerdote di farlo in malo modo o distrattamente, ancor meno di non farlo ; tutto questo affinché il bacio del corpo sia l’esternazione di ciò che avviene nell’anima.

Ma non vi viene in mente un altro bacio prima di un Sacrificio ? Il nome di Giuda Iscariota non vi dice niente ? Quel bacio ha segnato la storia per sempre.

Questo bacio rituale ha, tra le altre intenzioni, quella di riparare al bacio traditore di Giuda Iscariota con un bacio di profonda venerazione… quanto è salutare infatti che il sacerdote, mentre bacia l’altare, si ricordi di quel bacio nel Getsemani dato poco prima di cominciare il Sacrificio della Croce, così da avere una ammonizione verso se stesso prima di cominciare il Sacrificio dell’altare badando di non essere a sua volta un traditore ( perché poi dovrà ri-baciare l’altare alla fine della Messa ).

E noi sposi, quale occasione migliore per fare una diagnosi sui nostri baci ? I nostri baci sono solo simbolici o sono l’incarnazione del nostro amore e del nostro affetto ?

Abbiamo quindi l’occasione di vivere questi primi momenti della S. Messa interrogandoci sui nostri baci, cioè sulla manifestazione corporea del nostro amore vicendevole. Troppo spesso vediamo coppie di sposi che non si scambiano mai in pubblico nemmeno uno sguardo di tenerezza, non si fanno mai una carezza l’un l’altro, un gesto affettuoso o di attenzione, un bacetto anche sfuggevole… può darsi che siano cresciuti da bambini in un ambiente un pochino “asettico”… oppure sono troppo pudici… ogni coppia ha la propria storia, ma si percepisce quando tra i due non ci sono scambi affettuosi di tenerezza… non si danno mai un bacio neanche per sbaglio !

L’amore/l’affetto va alimentato giorno dopo giorno altrimenti prima avvizzisce e poi muore. Possiamo testimoniarvi che è meglio darsi 30 baci sfuggevoli tutti i giorni (magari quei giorni che stiamo insieme senza l’incombenza del lavoro ) che scambiarsene solo due intensi al giorno, perché anche quelli sfuggevoli dicono il nostro affetto ed insieme lo alimentano… anche noi nella vita ordinaria ci vediamo solo la mattina e la sera ( dopo le 22 anche ), però non manchiamo mai di scambiarci baci/abbracci al mattino per fare il pieno ed alla sera dobbiamo rifocillarci dei baci/abbracci non dati durante il giorno … e ritorna il sereno.

Cari sposi, come sono i nostri baci, come quello di Giuda Iscariota o come quelli che Maria Maddalena diede ai piedi di Gesù ?

Per concludere, ripensando al bacio che il sacerdote dà all’altare del Sacrificio, accenniamo ad una tematica sponsale che approfondiremo più avanti : il nostro altare del sacrificio, l’altare sopra il quale noi ci doniamo interamente al nostro consorte, l’altare sopra il quale noi ci diciamo l’un l’altro “questo è il mio corpo per te” è il nostro letto matrimoniale. E come lo trattiamo il nostro letto matrimoniale ? Diventa forse il luna park dei figli oppure è trattato con devozione e delicatezza ? Riempiamo di “baci” il nostro altare/letto matrimoniale oppure lo trattiamo come un campo incolto ?

Coraggio sposi carissimi, approfittiamo di questa Domenica per riempire di baci l’amato/a .

Giorgio e Valentina.

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Portare i pesi gli uni degli altri

“Ma te l’ho detto che è così, che tu non mi capisci, che lo shampoo anti-forfora non va bene per lavarsi i piedi!”.

Lui le rispose: “Ma che dici, mia madre lo faceva usare sempre a mio padre quando finivamo il sapone fatto in casa! E dovevi vedere che piedi puliti e profumati che aveva! Noi a casa mia…noi, eh eh…noi si che sapevamo vivere! Non voi, anzi…non tua madre…che poi che ne capiva lei se era sempre fuori casa! Che ne poteva capire di shampoo antiforfora e rimedi economici e naturali!”.

E la discussione potrebbe andare avanti all’infinito! A rinfacciarsi cose assurde e a difendere posizioni indifendibili.

Mariti contro mogli, che più che alleati nel bene, sembrano essersi sposati per avere qualcuno più vicino per poterlo insultare meglio.

Cosa succede?

Forse è il momento per la coppia di fermarsi un momento, guardarsi negli occhi e fare ritorno al “Principio”, quando si era uno per l’altra.

Agli inizi dell’avventura matrimoniale, quando l’altro era la terra da difendere e da amare a costo della propria vita.

Tornare a quel “Principio” dove ci si riconosce di essere stati creati per “abbandonare il proprio padre e la propria madre per unirsi all’altro e diventare una cosa sola, una sola carne”. 

Nel bene e nel male.

C’è bisogno di tornare a quel principio e imparare a volersi bene per ciò che si è, e per onorarsi per quanto si è.

Per fare questo bisogna chiedere aiuto al Signore…per imparare ad amarsi veramente e profondamente…per tornare anche oggi ad essere ciò che nel matrimonio si è diventati: una cosa sola.

“Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo.”

(Lettera ai Galati 6,2)

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La teologia del corpo è la vera body positivity

Da un po’ di tempo a questa parte i social sono invasi dalle espressioni body positivity e body positive, a suon di post a cura delle star e dei vip più famosi. Funziona così: donne più o meno popolari, che normalmente non disdegnano filtri e ritocchini, mettono in luce un loro difetto, o presunto tale, per normalizzare l’imperfezione dei corpi e promuovere l’accettazione del proprio corpo da parte dei followers. Da Arisa in costume che mostra i suoi rotolini (certo quel costume non aiuta cara), a Chiara Ferragni che, in mancanza d’altro, sbandiera un’impercettibile traccia di cellulite sulla coscia.

Questo vero e proprio movimento, nato una decina di anni fa soprattutto per sdoganare una bellezza oversize, ma poi allargatosi ad ogni tipo di caratteristica corporea, ha un nobile intento, ovvero “sfidare i canoni e i pregiudizi della società sui corpi, considerandoli tutti ugualmente belli/utili/degni nella loro diversità”.

Iniziativa lodevole, soprattutto nell’era dei social, dove le immagini hanno un ruolo così imponente da incidere in maniera drammatica sulle ragazzine in fase di crescita, che si confrontano con una frequenza esponenzialmente più alta rispetto a 10 anni fa, con immagini di corpi standard, a costo di un impatto fortissimo in termini di inadeguatezza, autostima e immagine di sé.

Come ogni realtà umana però, tale movimento non è esente da contraddizioni e lati oscuri.

Innanzitutto, nel clima culturale in cui viviamo, riguardo al corpo c’è un evidente “cortocircuito politically correct”, che emerge appena tocchiamo la sfera sessuale: curioso che si incoraggino i giovani ad accettare il proprio corpo per ciò che riguarda difettucci estetici ma, parallelamente, si dica loro che, se non si sentono a loro agio nel loro corpo maschile o femminile, è giusto e doveroso cambiare genere.

Perché il corpo va accettato per ciò che riguarda acne, smagliature e kg di troppo, ma non per ciò che concerne il proprio sesso?

Un altro lato oscuro riguarda la salute: se io peso 170 kg ma mi piaccio, che problema c’è? C’è in realtà il problema della salute, ovvero del rischio di sviluppare problemi cardiovascolari, metabolici, articolari, respiratori, e tanto altro che sappiamo. Per cui promuovere questo atteggiamento tout court rischia di sdoganare stili di vita contrari alla salute.

E allora, dato che ogni ragionamento solo umano ad un certo punto arriva ad un vicolo cieco, pare che ultimamente si stia passando alla Body Neutrality, un nuovo approccio che si commenta da solo: qui “l’estetica del corpo viene messa da parte in favore di una visione diversa in cui la fisicità non è poi così importante”. L’aspetto del corpo viene svuotato di ogni rilevanza perché “ciò che conta è la funzionalità del corpo e la sua capacità di sostenerci o portarci in luoghi meravigliosi”.

Che dire di fronte a tutto ciò? Mi è inevitabile riconoscere come la teologia del corpo sia molto oltre queste mode, sia una prospettiva in grado di illuminare il tema del corpo in maniera profonda, chiara, pulita, inequivocabile e soprattutto senza arrabattarsi in contraddizioni senza via di uscita.

Come pormi di fronte al mio corpo? Come considerarlo? A cosa serve? L’aspetto estetico conta o non conta? Fino a che punto accettarmi come sono e fino a che punto tentare di cambiare qualcosa?

Di fronte a queste e ad altre domande cruciali, fondamentali, belle, la teologia del corpo risponde con una grande semplicità e chiarezza: il tuo corpo è un dono.

Detto in altre parole: il tuo corpo ha origine in un Altro (l’ombelico ce lo ricorda costantemente) e ha come fine un Altro.

È estremamente semplice ma occorre spendere qualche parola in più.

Il tuo corpo ha origine da un Altro: sì, tu sei stato pensato, tu sei stata pensata, da Dio così come sei, corpo e spirito. Tu sei stato/a chiamato/a all’esistenza come persona, ovvero in quell’unità inseparabile di corpo e anima che ti definisce come essere unico e irripetibile. E il tuo corpo ha ugual peso rispetto alla tua anima, se pensi che sia meno importante sei fuori strada. Questo perché è attraverso il tuo corpo che vivi, che agisci nel mondo, che sei riconoscibile dagli altri: è attraverso il tuo corpo insomma che si manifesta la tua persona. Quindi il corpo è importante perché tu sei importante! Questo è un punto cruciale: l’accettazione del proprio corpo non è mai legata solo al corpo, ma riguarda sempre qualcosa di più profondo che attiene l’accettazione della propria persona.

Ma c’è di più. Dio ti ha creato come maschio o come femmina. Ti ha donato un modo particolare di esprimere la tua persona. È allo stesso tempo un dono e una missione. È un dono in potenza, è una missione che sta a te sviluppare, far crescere e maturare. Che ne stai facendo della tua mascolinità? Ti sei fatta carico della tua femminilità? Attenzione, questo discorso non ha nulla a che fare con gli stereotipi di genere, ma solo con il fatto che nella mascolinità c’è un modo particolare di amare e nella femminilità un altro. E ha anche a che fare con il fatto che la tua vocazione prende, letteralmente, corpo da questa dimensione profondissima della tua identità, perché è quella parte di te che ti attira fuori, che ti chiama ad incontrare il differente da te, è quella parte che ti muove verso l’Amore.

E allora, abbraccia fino in fondo la tua mascolinità, la tua femminilità, per fare della tua persona un dono bello per qualcuno.

E qui arriviamo al punto successivo. Qual è il senso del mio corpo (e quindi della mia persona)? Essere un dono per qualcuno. Da questa prospettiva allora non ci sono scuse: abbi cura di te. Dai valore a quello che sei, dai valore al tuo corpo che esprime la tua persona nella certezza di essere un dono unico e insostituibile.

Da qui la risposta a tante domande. Esempio banale e banalizzato: dovrei dimagrire qualche kg? Dipende! Tu come ti senti? Senti di darti valore? Ti piaci? Ma soprattutto qui il fine è anche l’Altro: se sono un dono per mio marito, (attuale o ancora da incontrare) sono un dono bello per lui? O mi sto trascurando?

Questo cambia completamente la prospettiva perché tante volte dietro al “mi piaccio così come sono” e “devo piacere così come sono” si nascondono inconsapevoli alibi per non darci valore, per non prenderci la responsabilità della nostra bellezza.

E allora, tentando una conclusione: il tuo corpo sei tuAmato così come sei, chiamato a essere un dono per qualcuno, attraverso la tua mascolinità o femminilità. Senza questa prospettiva non c’è body positivity che tenga senza cadere in contraddizioni e incoerenze. Senza questa prospettiva il body positive è solo un’ennesima risposta parziale a domande molto profonde che riguardano sì il corpo, ma in quanto dimensione imprescindibile della nostra identità ed esistenza.

Se desideri andare più a fondo nel mistero del tuo corpo, ti consigliamo di leggere il libro che abbiamo scritto: IL CIELO NEL TUO CORPO.

Tommaso e Giulia

Articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2021/07/la-teologia-del-corpo-e-la-vera-body-positivity/ 

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“Mamma, papà… Baciatevi!”

Ho notato una cosa a dir poco sconvolgente: esponiamo continuamente i nostri bambini a scene di violenza, nei film, nei TG, nelle nostre case…, mentre invece la tenerezza, la dolcezza e l’Amore sembrano dei tabù, cose da nascondere ai loro occhi!

Lo so cosa state pensando: ma noi abbracciamo i nostri bimbi, li baciamo, gli dimostriamo il nostro Amore con le coccole.

Sì, certo, non ne ho dubbi!

Ma tra di voi? Tra moglie e marito? Tra mamma e papà?
Un giorno ho chiesto a mia figlia di 4 anni se le piacesse vederci mentre ci abbracciamo e ci facciamo le coccole, lei ha risposto: “Sì, tanto”. Allora le ho chiesto perché e lei ha risposto: “Perché siete innamorini!”.

Vedere l’Amore tra la mamma e il papà dà un’identità ai nostri figli; non hanno solo bisogno di saperlo ma anche e soprattutto di vederlo con i loro occhi.

Loro sono il prodotto e il risultato del vostro Amore, sono un Dono! Dimostriamoglielo!

C’è qualcosa tra i genitori. È al centro e li tiene coesi.
Qualcosa che è il frutto di questa unione, che è composto da elementi di entrambi ma che allo stesso tempo è qualcosa di nuovo e diverso.
Rappresenta i figli, certo. Ma non solo.
Rappresenta quello che è il primo vero figlio della coppia.
Il “Noi”.
I figli sono figli di quel Noi.

Ma c’è di più: vivere la tenerezza in famiglia, vedere gesti d’Amore impregnati di dolcezza e purezza matrimoniale favorisce anche un sano sviluppo sessuale che sarà caratterizzato dal rispetto verso il proprio corpo e quello dell’altro.

Quindi: mamme, papà…baciatevi!

Suona Familiare – Arianna e Kevin.

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Un re che si nasconde…

Riprendiamo un piccolo passaggio del Vangelo di Domenica scorsa che narra della moltiplicazione di 5 pani d’orzo e 2 pesci operata da Gesù, eccovi la frase finale :

( Gv 6, 1-15 ) … Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

Apparentemente sembra che Gesù tenda a contraddirsi di quando in quando, ma in realtà scopriremo che non è così. Infatti oggi, come altre volte, rifiuta il titolo di re e si ritira in luoghi solitari, però non lo rifiuterà più dal giorno del suo ingresso trionfale a Gerusalemme ( quello che noi celebriamo la Domenica delle Palme ), ossia dall’inizio della Sua Passione in poi.

Perché allora Gesù si comporta così ?

Potremmo fare mille ipotesi, ma ci sembra giusto lasciarci aiutare dai grandi santi per poi trarre insegnamenti per la nostra vita matrimoniale, infatti sant’Agostino spiega come il demonio avesse il sospetto che Gesù fosse il Figlio di Dio ma non ne avesse la certezza… un indizio si cela nella domanda che Satana pone a Gesù durante le tentazioni nel deserto : “Se sei il Figlio di Dio, gettati giù […] “.

In pratica è come se Gesù avesse un asso nella manica ( la sua Passione, Risurrezione e Glorificazione ) e facesse di tutto per nasconderlo all’infernale nemico, compreso rifiutare dalle folle il titolo di re ; Gesù quindi aveva una tattica come quella dei campioni di scacchi che studiano le mosse dell’avversario e preparano il terreno per la mossa finale da scacco matto. Ed anche per questo motivo non si può dire che Gesù subì passivamente tutto ciò che ha vissuto nella Passione, era invece il momento in cui stava tirando fuori l’asso nella manica e mettendo in atto la sua ultima mossa per lo scacco matto a Satana.

Questo aiuta noi sposi a vedere e trovare in Gesù l’unico che ci può trarre fuori dai pericoli, l’unico Salvatore, l’unico Redentore, l’unica via di uscita in quanto Egli non ha vinto sul Demonio per un colpo di fortuna dell’ultimo istante, come la fortuna del principiante, no ! Ha vinto attraverso la Passione perché quella era la strategia fin dagli inizi ; il diavolo si era illuso di aver ucciso l’uomo più santo che avesse mai calcato questa terra non sapendo che fosse Dio, il Figlio di Dio.

E così succede anche a noi perché il diavolo tenta di batterci con le tentazioni, le prove, le malattie, le sofferenze come ha fatto con Gesù, ma noi dobbiamo tirar fuori l’asso dalla manica, che è proprio Gesù. Cari sposi, ci sono momenti nella vita matrimoniale in cui ci viene la tentazione di gettare la spugna, di mollare tutto e andarsene, ci sono momenti in cui ci si chiede il perché ci siamo sposati con quella persona, ci sono momenti in cui la strada da fare con la propria croce sulle spalle sembra interminabile… non arrendiamoci , mai ! Per dirla con il profeta Sofonia (3,14-18) :

[…[ non lasciarti cadere le braccia! Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente.

Se vogliamo vincere questi momenti dobbiamo far ricorso a Chi questi momenti li ha già vinti, dobbiamo rivolgerci al vincitore, a Colui che ha dato scacco matto al dragone infernale , dobbiamo affidarci ai consigli, alle sapienti cure, alle mani forti del Figlio di Dio che è il nostro asso nella manica.

Abbiamo visto come Gesù rifiuti il titolo di re, ne abbiamo capito l’importanza ma ora vediamo anche un’altra motivazione, sarà Gesù stesso a darla quando risponderà a Pilato : “Il mio regno non è di questo mondo”. Infatti il mondo sul quale vuole regnare il Signore, è il nostro stesso cuore, la nostra anima, la nostra vita, il nostro matrimonio.

Ci sentiamo così bravi e onnipotenti a volte da sentirci in grado di fare e disfare a nostro piacere le relazioni, i problemi con i figli, le liti con il coniuge, la gestione del tempo libero, la gestione sana anche delle nostre finanze… fermiamoci un attimo per chiederci : in tutti questi frangenti quali regole seguo, con quali leggi mi confronto ? Chi è il vero re della mia vita, cioè la mia bussola di orientamento nelle varie scelte che la vita mi pone di fronte ?

Ci sono tanti sposi che si autoproclamano re e regine di se stessi, delle proprie scelte, si fanno le leggi da se stessi, si danno le regole da se stessi, destinando così la loro vita al fallimento perché la condizione umana è fragile, limitata, passeggera, turbata.

Carissimi sposi, dobbiamo tornare a riconoscere che da soli non andiamo tanto lontano ; abbiamo necessità urgente di abdicare al nostro fantomatico trono in quel regno dove noi siamo i fautori delle nostre stesse leggi, ne siamo gli esecutori ed infine siamo anche i giudici di noi stessi , e la corte delibera sempre che siamo innocenti e veniamo sempre assolti, guarda caso !

Sposi cristiani, chi è il vero re del nostro cuore, della nostra vita, del nostro matrimonio ?

Se la risposta non è Gesù, c’è parecchio da lavorare. Coraggio allora, rimbocchiamoci le maniche e abdichiamo a noi stessi prima che sia troppo tardi.

Se la risposta è Gesù, bene, MA dobbiamo riconfermare ogni santo giorno questa nostra appartenenza a questo re che regna da un trono di amore : Gesù.

Giorgio e Valentina

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La Compagnia del Cigno educa ad un amore falso

Qualche tempo fa commentai la serie televisiva di successo “Doc. Nelle tue mani”, evidenziandone gli aspetti critici. Oggi mi concentro su un’altra serie televisiva di successo arrivata alla seconda stagione: “La Compagnia del Cigno”. Questa serie presenta certamente aspetti positivi ma ne ha alcuni molto negativi. Quelli positivi che ho rilevato sono tre: l’amore per la musica, soprattutto la grande musica classica; l’amicizia tra un gruppo di adolescenti che frequentano il conservatorio Giuseppe Verdi di Milano; il maestro e direttore d’orchestra Luca Marioni. È lui a creare la Compagnia del Cigno, convinto che i ragazzi siano fragili e che abbiano bisogno del sostegno di amici fidati. Luca Marioni ha un caratteraccio (viene infatti soprannominato il bastardo), ma tiene molto ai suoi allievi, ai quali fa capire con le buone e soprattutto con le cattive che i risultati si ottengono con il sacrificio, che il talento non basta, che le difficoltà non devono diventare alibi per lasciar perdere.

Vi chiederete che cosa c’entra questa serie TV con la spiritualità di coppia di cui si parla nel nostro blog? C’entra, perché la “Compagnia del Cigno” racconta alcune storie d’amore in cui tutti i componenti della compagnia sono coinvolti. Nella prima stagione, dopo alcune traversie, Domenico e Barbara si mettono insieme e così fanno Matteo e Sofia. Sara fa sesso senza impegno con tutti i ragazzi che le piacciono. Grazie a lei Matteo dà il suo primo bacio vero e, sempre grazie a lei, Rosario fa sesso per la prima volta nei locali del conservatorio. In altri locali, sempre la stessa sera, fanno sesso anche Domenico insieme a Barbara e Matteo con Sofia. Insomma diciamo che non ci pensano troppo. L’unico che non riesce a fare sesso nella prima stagione è Robbo, ma nella seconda riesce a soddisfare il suo desiderio molto più comodamente dei suoi amici: ogni sera a casa sua con la sorellastra (la figlia del compagno della madre). Ovviamente, l’intesa sessuale è sempre perfetta e soprattutto le ragazze mostrano un sorriso estasiato. Questo appagamento del corpo e del cuore che gli attori e le attrici devono manifestare è veramente sconcertante. D’altronde, televisione e cinema insegnano da tempo che basta l’attrazione fisica e il consenso per rendere il rapporto sessuale un’estasi.

Nella mia esperienza e in quella di tante altre donne non è stato così: l’intesa sessuale è un obiettivo da raggiungere dopo anni di matrimonio che, grazie a Dio, è indissolubile. Proprio perché è indissolubile, il matrimonio consente di provare e riprovare, senza scoraggiarsi, senza pensare che ormai è tardi, che il tempo è scaduto. Quanto male fanno ai giovani queste narrazioni fasulle del sesso come qualcosa di meraviglioso subito e sempre! Quanta inadeguatezza devono invece provare molti ragazzi (soprattutto ragazze), quando, giovanissimi, fanno sesso inconsapevoli di quello che stanno facendo. Quanta delusione, quante bugie per nasconderla, quanto dolore, che a volte diventa cinismo…

Un accenno ai genitori è doveroso. Nella seconda stagione, i locali del conservatorio sono l’alcova di Rosario e di Anna, la cui relazione è osteggiata dalla madre di lei. Gli altri genitori, invece, sono molto molto comprensivi. Quelli di Sara le permettono di fare sesso con Pietro nella sua camera, mentre loro sono a casa. Sono talmente felici che Sara abbia finalmente un ragazzo fisso, che bussano delicatamente alla porta della figlia e invitano a cena Pietro, il quale decide tranquillamente di fermarsi, allettato dal menu. Nella prima stagione, la mamma di Barbara scopre che la figlia sta facendo sesso nella sua camera con Domenico e la mamma di Sofia scopre che il figlio Andrea lo sta facendo con Sara. Entrambe reagiscono in modo molto discreto: la prima allontanandosi in punta di piedi e la seconda abbassando la voce per chiedere chiarimenti a Sofia. In tutto questo, l’unica preoccupazione della prima è che la figlia non si confida più con lei, mentre l’unica preoccupazione della seconda è che il figlio potrebbe essersi portato a casa una escort per dimenticare di essere malato di tumore. La mamma di Robbo, il quale ogni notte scivola nel letto della sorellastra, si arrabbia un po’ di più, ma poi capisce che è lei che fa fatica ad ammettere che il suo bambino è diventato grande. L’unica che si arrabbia davvero è la mamma di Anna che impedisce alla figlia di frequentare Rosario, ma ci pensa la mamma del ragazzo ad aprirle gli occhi: i due innamorati fanno sesso a scuola, nei bagni, dove capita. Morale: è inutile che i genitori si oppongano, i figli fanno sesso molto presto ed è meglio che lo facciano comodi a casa, piuttosto che scomodi altrove. Comunque, la mamma di Anna si arrabbia solo perché questa storia d’amore potrebbe distogliere la figlia dallo studio del canto. Nessun genitore dice una timida parola di prudenza sulle malattie veneree, sulle possibili gravidanze, sull’opportunità di aspettare a fare sesso. Aspettare? E Perché? Anzi, appena la mamma di Rosario si accorge che il figlio sedicenne ha fatto sesso per la prima volta, esulta felice, mettendolo in imbarazzo.

Nel 1978 Raffaella Carrà cantava: Com’è bello far l’amore da Trieste in giù, l’importante è farlo sempre con chi hai voglia tu. Questa è la “gioiosa” morale sessuale, figlia della rivoluzione del ’68, mostrata dalla Compagnia del Cigno. Nessuno in questa serie televisiva propone ai ragazzi qualcos’altro, qualcosa di meglio, di più bello, di più vero. Nessuno propone loro la castità. Ho sentito suggerire la castità solo in un’altra serie tv anche questa di successo: Che Dio ci aiuti. Consiglio di suor Angela, come a dire che certe proposte possono provenire solo da religiosi. Il mondo fa altro. Ma quanti genitori propongono la castità ai loro figli al giorno d’oggi? La rivoluzione sessuale del ’68 ci ha contagiato tutti, per cui quasi nessuno s’interroga più sull’opportunità o meno dei rapporti sessuali fuori del matrimonio. Eppure, è soprattutto a causa della propagazione di questi che si è diffusa l’instabilità delle relazioni uomo-donna. Da questa instabilità: separazioni, divorzi, contraccezione, aborti. Dalla diffusione dei rapporti sessuali fuori del matrimonio è scaturita anche la normalizzazione dell’omosessualità (non dei rapporti omoerotici): se un ragazzo e una ragazza fanno l’amore al di fuori del matrimonio, se il rapporto sessuale non è finalizzato alla formazione e alla conservazione della famiglia, perché non possono farlo due ragazzi o due ragazze? È solo una questione di gusti. La serie televisiva “La Compagnia del Cigno” presenta tutto questo e anche di più. Lo scriverò in un altro articolo.

Luisa

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Istituiamo il “fecondometro”

Gesù fa un miracolo che prepara la strada all’istituzione dell’Eucarestia. Lui vuole mostrare a tutti la incommensurabile generosità con cui si donerà totalmente, in corpo e anima, prima nell’Ultima Cena e poi sul Golgota. Questo il senso principale della Parola di oggi. Applicandola a voi coppie, questo passaggio non può non esprimere un rimando alla fecondità a cui Gesù vi chiama. Come è stato fecondo Gesù nel donarsi a noi, anche voi lo siete per la grazia del sacramento.

Parlerò quindi di fecondità di coppia, ma non unicamente riguardo al numero di figli. Su questo argomento già Antonio e Laura hanno scritto un bell’articolo un paio di anni fa, dal titolo “Fecondità oltre la fertilità, nella coppia e nella famiglia

Parto dalla verità che la coppia è chiamata, in forza del sacramento, ad essere feconda a 360°, in senso sia materiale che spirituale. Prima di essere chiamati a fare qualcosa, pensate che voi avete ricevuto il dono di essere icona, riflesso di Gesù che ama. Se questo vi entra in cuore, allora inizierete a generare vita, a creare relazioni vere, sincere in casa e fuori casa, diventerete un punto di riferimento, un esempio per altri, verrete osservati con curiosità e stupore da altri, vi cercheranno per un consiglio, un confronto… vi pare poca tale fecondità?

Coppie così ce ne sono e brillano nella parrocchia o in un quartiere come fari di notte e sono i puntelli su cui si radica la Chiesa. E tutto questo senza includere necessariamente i figli biologici.

Crescere nell’amore di coppia, crescere nel diventare un riflesso di Gesù che ama la sua Chiesa. Questo è l’autostrada su cui voi coppie siete chiamate (e ripeto: avete già la grazia in voi, coltivatela) a correre. La prima fecondità è comunicare l’amore di Gesù, di parteciparlo al coniuge, ai figli e a chi si sta accanto. Siatene consapevoli e allenatevi con piccoli gesti perché l’amore di Cristo sia presente in voi.

Guardate che bello quanto dice Giovanni Paolo II: “La fecondità è il frutto e il segno dell’amore coniugale, la testimonianza viva della piena donazione reciproca degli sposi «II vero culto dell’amore coniugale e tutta la struttura familiare che ne nasce senza trascurare gli altri fini del matrimonio, a questo tendono, che i coniugi, con fortezza d’animo siano disposti a cooperare con l’amore del Creatore e del Salvatore, che attraverso di loro continuamente dilata e arricchisce la sua famiglia» («Gaudium et Spes», 50).

E poi anche: “La fecondità dell’amore coniugale non si restringe però alla sola procreazione dei figli, sia pure intesa nella sua dimensione specificamente umana: si allarga e si arricchisce di tutti quei frutti di vita morale, spirituale e soprannaturale che il padre e la madre sono chiamati a donare ai figli e, mediante i figli, alla Chiesa e al mondo” (Familiaris Consortio 28).

Tempo estivo, tempo di ferie, di maggior libertà e occasioni per pensare alla propria vita. Sia un momento per soffermarvi a riflettere e pregare su quanto Amore di Dio state moltiplicando in voi e attorno a voi, su quanto siete fecondi. Con i “piccoli passi possibili” su questa strada arriverete lontano.

ANTONIO E LUISA

Grazie padre Luca per queste parole che ricalcano e confermano quanto il nostro padre spirituale ci diceva sempre: se in una parrocchia ci fossero almeno 5 coppie di sposi che vivono bene il loro sacramento quella parrocchia sarebbe capace di affascinare, attrarre ed evangelizzare. Una coppia di sposi che è capace di credere e di vivere pienamente la loro vocazione è un motore potentissimo per tutta la comunità.

Ci sentiamo di aggiungere solo una raccomandazione. Non sacrificate la coppia per fare altro. Sappiamo bene che spesso le persone attive in parrocchia o nei movimenti spesso esagerano. Fanno sempre di più. Per tanti motivi: perchè sentono la responsabilità, perchè il parroco o i responsabili non sanno essere equilibrati e chiedono sempre un impegno maggiore, e anche perchè tanti trovano nel servizio alla comunità quella gratificazione che non riescono a trovare in famiglia, nella coppia.

Attenzione! Va bene offrire il nostro tempo e il nostro impegno. Per essere cosa buona e giusta, però, deve essere un’esigenza che nasce dall’amore matrimoniale. Il matrimonio deve essere sorgente per sentire e nutrire il desiderio di condividere l’amore con gli altri e non un modo per sostituire l’impegno matrimoniale con altro che ci gratifica maggiormente.

Viviamo bene il nostro matrimonio e poi doniamo l’amore fecondo che si genera nella nostra unione sponsale al mondo. Solo così sarà gradito davvero a Dio!

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Facciamo quattro chiacchiere assieme 2: il senso del sesso

Cari sposi,

spero che l’estate sia un momento di riposo per tutti voi. L’altro articolo di quindi giorni fa era intitolato: la contemplazione del sesso. Stupirsi della bellezza di ciò che abbiamo ricevuto da Dio e di come tutto quello che siamo, maschi o femmine, possiede un dono grande nella differenziazione corporea, psicologica e spirituale.

Oggi vorrei fare questa seconda breve chiacchierata in cui vorrei chiedevi: qual è il senso del sesso?

A dire il vero bisognerebbe domandarsi prima: ha un senso il sesso? Ripetiamo che per sesso intendiamo tutto ciò che distingue l’uomo e la donna nelle loro caratteristiche a tutti i livelli. Il sesso non è ridotto all’ambito genitale ma questa dimensione è una delle tante che compongono la nostra sessualità.

Ebbene, si può dire che la sessualità che è in noi abbia un senso, una direzione, un significato? E se questo è vero, allora chi ci può dare una spiegazione alle nostre domande? Proviamo a cercarla negli insegnamenti della Chiesa e nella Parola di Dio.

Una prima risposta la troviamo in questo testo: “La sessualità quindi non è qualcosa di puramente biologico, ma riguarda piuttosto il nucleo intimo della persona” (Pontificio consiglio per la famiglia, Sessualita’ Umana: Verità e significato, 3)

E qual è il nucleo intimo della persona? È la nostra immagine e somiglianza a Dio Trinità. “Facciamo l’uomo a nostra immagine… maschio e femmina lo creò” (cfr. Gen 1, 26). Ecco il nucleo intimo che è in ciascuno di noi e che è riflesso appunto nella nostra mascolinità e femminilità.

Di conseguenza anche l’aspetto genitale, ripeto, spesso confuso con quello sessuale ha tale significato, è un riflesso della bellezza della nostra origine.

Voi sposi siete chiamati a vivere la vostra vita sponsale mettendo in risalto la bellezza di essere maschi e femmine e in particolare tale bellezza può emergere nella vostra vita intima. Ci avete mai pensato che ciò fa parte della vostra missione di sposi? Mettere in luce, aiutare il vostro coniuge a diventare un grande uomo, una grande donna?

Il Cantico dei Cantici lo esprime molto chiaramente. Se da un lato in esso vediamo frequenti riferimenti a far gioire ed anche godere l’amato e l’amata, senza nascondere affatto il senso erotico, dall’altro poi questo stesso amore si eleva spiritualmente e nell’ultimo capitolo si dice: “forte come la morte è l’amore, tenace come il regno dei morti è la passione: le sue vampe sono vampe di fuoco, una fiamma divina!” (Ct 8, 6). La fiamma divina è il rimando alla nostra immagine e somiglianza, anche per quanto riguarda la sfera erotica della nostra sessualità. Come direbbe Papa Benedetto qui si vede come “Quanto più ambedue (eros e agape), pur in dimensioni diverse, trovano la giusta unità nell’unica realtà dell’amore, tanto più si realizza la vera natura dell’amore in genere” (Benedetto XVI, Deus Caritas Est, 7). L’amore che viene da Dio, ossia l’agape, la carità, si unisce all’eros umano, ed assieme rivelano la vera natura dell’amore che è dono totale di sé, di tutto sé stesso, cioè appunto di ogni dimensione sessuale umana, corpo e anima. Questo in definitiva è il vero senso del sesso.

Un bravo professore di teologia quando ci spiegava questi temi ci diceva: “ma come è possibile? Se la sessualità è fatta per unire l’uomo e la donna e portarli a Dio, come mai gli sposi ne fanno un cattivo uso e finisce per dividerli e far perdere la fede?”.

Vi invito a meditare, a “ruminare” queste verità, a non temere di parlarne tra voi a fondo. Che ciò che siete, con le vostre differenze sia un dono, non un ostacolo; che i vostri corpi, nel dono reciproco e nell’atto di amore, vi portino ad assaporare la bellezza di Dio, le sue “vampe divine”.

Padre Luca Frontali

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Non facciamo come le galline

Secondo la tradizione il Levitico è stato scritto da Mosè in persona. Sono norme e regole rivolte principalmente ai sacerdoti per rendere culto gradito a Dio. Il testo sacro narra l’Alleanza che Dio stabilì col suo popolo e come il suo popolo deve accogliere questa alleanza. Nel Levitico troviamo tantissime norme e precetti. Ad un certo punto Mosè parla al popolo per conto di Dio e dice: Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello. Per noi sposi, sappiamo bene, il fratello più vicino è il nostro coniuge. Mi soffermo sul verbo covare. Chi cova? La gallina cova il suo uovo. Il covare ha due finalità principalmente. Prima di tutto serve a proteggere l’uovo. Ecco! Noi facciamo lo stesso con il risentimento. Lo proteggiamo. Ci sono comportamenti dell’altro/a che non sono accettabili. Il risentimento che io sento verso di lui/lei non solo è giusto, è sacrosanto. Nessuno mi può dire che sbaglio ad essere risentito/a con lei/lui. Nessuno mi può dire che sbaglio a provare rancore. Se l’è meritato. Nessuno me lo può dire, neanche Dio. Per questo proteggo il mio rancore e non permetto allo Spirito Santo di penetrare e distruggerlo. Non permetto allo Spirito Santo di trasformare quel risentimento in misericordia, in occasione per amare chi non lo merita.

La seconda finalità è nutrire. La gallina che cova non solo protegge ma nutre con il suo calore l’uovo. Così facciamo noi. Quando siamo risentiti/e verso di lei/lui non cerchiamo di disinnescare la miccia. Al contrario cominciamo a rimuginare. Pensiamo a tutte quelle volte che già lo/la abbiamo perdonato/a. Già perchè difficilmente perdoniamo davvero. Al momento giusto sappiamo bene rinfacciare torti veri o presunti “perdonati” in passato. Perchè in realtà non perdoniamo davvero. I “reati” non vengono perdonati ma condizionati. Un po’ come le condanne penali. Ti perdono ma se me ne combini un’altra paghi questa e quella. Capite bene che questo non è perdono. Il rancore c’è ancora dentro che lavora. Se coviamo tutto questo risentimento arriverà il momento in cui tutto esplode e lì diremo e faremo cose di cui poi magari ci pentiremo, ma ormai il danno sarà fatto. Avremo ferito la persona che avremmo dovuto amare.

Ecco perchè è importante non covare l’odio, non proteggerlo e non nutrirlo. Aprire le porte del nostro cuore allo Spirito Santo. Aggrapparci alla forza del nostro sacramento che è Grazia. Solo così saremo capaci di perdonare davvero, di annientare quel risentimento, quel rancore che abbiamo dentro. Disinnescarlo prima che diventi odio, prima che ci divida, prima che rovini tutto. E poi facciamo memoria. Non del male però. Del bene. Di tutte le volte che l’altra persona ci ha voluto bene, ci ha protetto, si è donata e ci ha servito. Non meritiamo di essere trattati male, ma non diamo per scontato di dover essere trattati bene. Quando ciò accade ringraziamo l’altro/a e custodiamo nel cuore quella gratitudine.

Antonio e Luisa

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Fare l’amore quel tabù intimo segreto della coppia

Viviamo per amore, nasciamo da un gesto d’amore, siamo fatti per amare. 

Ma guai a pensare di parlare di amore. 

Ma guai a pensare di parlare circa come tu coppia vivi la tua sessualità. 

È un segreto personale, da camera nuziale chiusa a chiave, in cui il mio io, le mie conoscenze, si incontrano con le sue. E forse in un dialogo, cerchiamo un dono reciproco dei corpi. 

Sicuramente c’è una sfera intima in cui è giusto che la coppia custodisca il suo amore. 

Ma ci siamo accorti, dopo qualche anno di fidanzamento e altrettanti di matrimonio, come si rischia di cadere in un tabù misterioso che non aiuta la crescita della coppia, che anzi può far nascere delle fatiche, perché chiusi in noi stessi ci impoveriamo. È solo aprendoci che riusciamo ad affrontare il cammino della vita, insieme ad altri fratelli, insieme alla madre Chiesa. 

A volte si rischia, per esempio, di portare da soli la fatica di un figlio che non arriva, che rischia di trasformare il gesto d’amore più bello in una pretesa. In un amare per avere, in un’ansia da prestazione. In un fare l’amore anche se non ne ho voglia, solo perché desidero un figlio. 

Oppure si rischia di vivere la fatica di non desiderare altri figli in quel momento, ma con il desiderio di vivere comunque l’unione con il mio compagno. Come fare? Cosa usare? 

Questi pensieri crediamo che tutti li facciano o li abbiano fatti, se si cerca di vivere una relazione d’amore totale, sia che noi siamo fidanzati, conviventi o sposati da 1 a 5 a 10 anni di matrimonio. 

Son argomenti che toccano tutti, forse anche i single che già pensano a come vivere la sfera sessuale quando saranno in coppia. 

Riguardano tutti, ma nessuno ne parla. 

Proviamo ad analizzare le nostre fonti di informazione:

I mass media: hanno una visione/comunicazione dell’amore da “isola dei famosi” o da “uomini e donne”,  ma di come vivere l’amore in una relazione sana d’amore sponsale?  ..scartati.

Il web: lo possiamo identificare come lo strumento dove riceviamo un’educazione sessuale hot. Strumento che amplifica le fantasie sessuali strumentalizzando il corpo altrui. Scartiamo anche quello. 

La Chiesa: ecco forse la Chiesa potrebbe aiutarci a vivere la sessualità, ma in realtà si fatica nell’ambito ecclesiale ad affiancare le coppie in questa tematica. .. da rivedere. 

La scuola: offre un’infarinatura sulla sessualità in età adolescenziale. .. da rivedere. 

E allora? Non ne parla quasi nessuno. 

Eppure interessa tutti, tutti forse avrebbero bisogno di parlarne. 

Forse ne parla qualche pagina social bella, qualche influencer dell’amore che esce allo scoperto e apre uno spiraglio nel tabù del sesso, dell’amore. 

Fra di noi, fra te e tua moglie, fra di noi coppie di amici, coppie di sposi se ne parla?

O siamo tutti già maestri, pertanto non serve aprire l’argomento? Non serve parlarne con nessuno. 

O quello che succede in camera mia, è affar mio? E non ne parlo con nessuno.

O forse nessuno fa più l’amore? Quindi sarebbe un tema superato.

O forse si ha talmente tanta paura e vergogna da non approfondire la conoscenza. 

Ma di cosa precisamente diciamo che non se ne parla? .. non di come si fa l’amore, ma di come vivere un amore bello, fecondo responsabile. 

Per esempio non si parla di metodi naturali. Non si parla della teologia del nostro corpo. Non si parla del ciclo della donna, che è la prima conoscenza basilare che ci aiuta a conoscere tutto della vita: ci insegna l’attesa, ci insegna il cambiamento, ci insegna la bellezza e la complessità del corpo femminile, ci insegna come siamo creati ad immagine di Dio. 

Ci insegna che il corpo ci è dato per amare! 

Dio ci ha dato il corpo per amare! 

Il fare l’amore è il gesto più alto del dono sponsale, dell’unione tra un uomo e una donna, è il gesto più alto che rivela come uno sposo ama la sua sposa, è il gesto che nella coppia rivela il volto di Dio! Rivela l’amare, rvela il donare la vita all’altro. 

È un gesto bellissimo! È un gesto che ci dona un piacere enorme! È un gesto che genera vita! È un gesto che ci rende creatori! È un gesto che ha risvolti enormi per il mondo. Nostro figlio, tuo figlio, sono nati da quel gesto d’amore, la vita va avanti grazie a quello.

Capite che la Chiesa stessa non è contro l’amore, contro il fare l’amore! 

La difficoltà è riconoscere, sapere come amare bene! Come fare bene l’amore. 

Per la responsabilità di non avere altri mini vulcani scatenati per casa, cediamo alla logica di non farlo più o di farlo male. 

Oppure alll’opposto, credere che basta farlo per avere un bambino. Mi sposo, faccio l’amore e ho un bimbo. No! 

Forse per qualcuno è così. 

Ma spesso, molto spesso, nella società attuale si fatica a concepire perché non si conoscono i tempi del corpo della donna, le fasi fertili e non.  

Nel mese di maggio abbiamo avuto l’occasione di partecipare a delle serate formative sui metodi naturali, e vorremmo dirvi quanta bellezza c’è, quanta guida sana a poter vivere l’amore sapendo quando poter generare vita -con la grazia di Cristo. E quando posso vivere il dono totale di amore con il mio sposo, con la mia sposa, sapendo di amarlo, sapendo di donarmi a lei, a lui, in modo totale e responsabile.

La responsabilità del non fare l’amore non è per noi cristiani. 

La responsabilità creata con strumenti anticoncezionali non permette di vivere un amore totale, maschera, strumentalizza, limita, ostacola il fare l’amore. 

In un mondo dove si cerca sempre più il rispetto per la natura, dove spopola il diventare vegani, o il mangiar sano, dove facciamo campagne per la raccolta differenziata, dove usiamo sempre meno plastica, dove produciamo auto ecologiche, che uso facciamo del nostro corpo? 

Viviamo dei rapporti sessuali con strumenti artificiali e non naturali. 

In un modo dove si fanno giornate e ci si spende a favore del femminismo, per una parità di genere uomo e donna, le donne cercano di non avere più il ciclo, perché è faticoso, è una rottura, è un limite. Donne che non vogliono esser donna. 

Ogni volta che arriva il ciclo nella donna è un miracolo che si compie. Ogni volta che avviene un ciclo nella donna, è il corpo umano femminile che piange un ovulo non fecondato, una vita non data. Per quello quel cambiamento di umore. 

Va bene. Potremmo continuare e continuare.. già qualcuno ha scritto libri bellissimi.. torneremo in argomento magari più in là. 

Quello che vorremmo farvi arrivare è di rendere il vostro gesto d’amore occasione di dialogo, di crescita, di scambio. 

Cercate un buon maestro di metodi naturali. Parlate con altre coppie su questi argomenti. 

Scriveteci per confronti, per raccontarci come la vivete il vostro amore, ci farebbe piacere leggere le vostre storie, dialogare con voi. 

A presto 

Anna Lisa e Stefano – Cercatori di bellezza


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LA TORAH…UNA LEGGE CHE TI TOCCA IL CUORE!

Dio parlò tutte queste parole dicendo! Es20, 1

Questa traduzione letterale del versetto introduttivo alle 10 Parole, rilascia subito la forza di quanto si vuole esprimere. Dio non dice qualcosa, Dio grida che ha solo un modo di parlare, il suo modo è QUESTO! Parlarti di sé con le tue parole, cioè la TORAH!

La legge che la tradizione ebraica conosce come TORAH, dischiude in sé il dissolversi di ogni equivoco, poiché tale parola viene da una derivazione del verbo Y’ARAH che significa “centrare il bersaglio”. L’intima accezione sponsale della TORAH si scopre nella grande cura che Dio ha per il particolare. Una persona che custodisce la legge, non ha la saccente presunzione di azzeccarle tutte, ma è colui che prende su di sé la fatica di toccare il cuore dell’altro che ha accanto, magari ammettendo di aver paura o di non riuscire ad essere come vorrebbe.

Toccare il cuore dell’altro è un atto nobile che non si inventa o viene per caso, ma nasce da una preghiera coraggiosa che sa piangere, supplicare, stringere i denti e ringraziare quando tutto ti dice di mettere la parola fine. La Torah tocca il cuore di ogni uomo che prega entrando nel Tempio che è il cuore della persona che ama con le parole del Salmo 117:

Io ho amato poiché il Signore ha voluto ascoltare la mia supplica, ha piantato per me il suo orecchio nel giorno in cui io lo invocherò.

Il Signore contempla le nostre suppliche, e pianta il suo orecchio come si pianta una tenda, come venne piantata la tenda dell’Alleanza e del Convegno. Il Signore conficca il suo ascolto nel terreno duro del nostro non sentirsi capiti, per sostenere una dimora che possa fare da atrio ad un incontro tra due debolezze che non hanno altra forza se non ascoltarsi, e cioè toccarsi il cuore!

 È una benedizione per un uomo avere una donna da cui farsi toccare il cuore attraverso l’arte del sostegno e della fiducia.

È una benedizione per una donna aver un uomo che sia quel picchetto, quel tirante grazie al quale la sua bellezza possa dispiegarsi interamente, poiché semplicemente accolta e preceduta in ogni bisogno.

La TORAH non è solo centrare un bersaglio ma ancor prima il verbo Y’ARAH significa condurre\guidare.

La coppia è una TORAH poiché diventa pienamente sé stessa quando non si fonda su un aut aut selettivo, ma quando la gradualità del condurre assume l’errore, la debolezza e la fragilità come norma del vivere e dell’amare. Non si è veramente veloci finche le tue gambe non si sono rialzate dopo una caduta, non si è veramente fedeli finche non hai fatto della misericordia il tuo unico vanto, non si è veramente forti finche non si è incappati nella nostra debolezza.

L’incontro con ciò che non vorremmo mai incrociare nella nostra vita sembra un imprevisto difficilmente esorcizzabile dalla vita di ogni coppia. Anche il vangelo sembra documentare un tale sgradito compagno di viaggio qual è l’imprevisto. A Cana di Galilea quella giovane coppia non aveva di certo organizzato tutto affinchè alla fine il vino mancasse, e pure è mancato. Anche nell’imprevisto Gesù pianta il picchetto del suo ascolto seguendo l’invito della Madre. Alcuni dicono che nel contesto del vangelo, Gesù sia il vero sposo, e sicuramente lo è. Ma se Gesù assume il ruolo dello sposo, gli sposi del vangelo da chi sono significati? È bello pensare che quegli sposi siano simboleggiati dai servitori che avevano attinto l’acqua, i quali avevano ascoltato la Parola di Gesù, e che vengono così descritti da Giovanni:

                                ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua Gv 2, 9

Si! Quei servi possono diventare icona di ogni coppia che ascolta la Parola del Signore e che sanno, l’uno per l’altra, vedere il miracolo che l’altro\a non riesce a vedere. Quella sposa e quello sposo che davanti ad un pianto disperato per un figlio che sta male, per un fallimento lavorativo, per una rabbia e ferita del passato, sa vedere in chi soffre il miracolo di cui egli stesso si è innamorato e annunciargli ciò che non riesce a vedere: che lui vale molto di più!

Questo è attingere l’acqua, sapere di aver visto un miracolo, questo è toccare il cuore….questa è la Torah! La Parola con cui l’Amore ha deciso di parlare!

Fra Andrea Valori

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Quanto entusiasmo !

Abbiamo letto con molto interesse l’articolo di Padre Luca e ci ha suscitato un’ulteriore riflessione. Ci piace in particolare l’inizio di questo brano, ed è così che proviamo ad entrare con la fantasia nel racconto.

In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare.

Gesù aveva mandato in missione gli apostoli a due a due con delle istruzioni sull’evangelizzazione e dando loro poteri soprannaturali ; dopo un tempo imprecisato ecco che i missionari tornano dal Maestro con tanto entusiasmo raccontandoGli tutti i prodigi da loro compiuti.

Ci immaginiamo il trambusto che causò l’euforia del momento attorno a Gesù… in effetti ci tornano in mente le numerosissime volte in cui noi rivediamo le figlie alla fine della giornata e siamo costretti a dare dei turni per parlare affinché ognuna abbia il proprio tempo per raccontare tutto… succede poi che la figlia che sta raccontando spesso venga interrotta dalla sorella che termina in modo sbrigativo la frase al posto suo, ansiosa che venga il proprio turno… probabilmente Gesù potrebbe aver vissuto un momento simile di parapiglia tra i suoi Dodici, pare che poi altri discepoli si siano aggregati per curiosare, ed ecco quindi che Gesù esorta i suoi a riposare un poco.

E’ interessante notare la risposta di Gesù al fervore dei Dodici ; non viene riportata nessun altra risposta se non quella messa in luce anche nel citato articolo di Padre Luca. Ma perché Gesù non fa come noi genitori, che, di fronte all’entusiasmo delle figlie, ascoltiamo quasi divertiti i vari racconti ?

Proviamo ad immaginare la coppia che torna galvanizzata da un ritiro spirituale, da un corso di evangelizzazione, da una missione di volontariato in parrocchia, da un’opera caritatevole e “corre da Gesù” a raccontarGli tutto con l’entusiasmo travolgente dei Dodici, e Gesù ? …Venite in disparte…

Ammettiamolo… preferiremmo un Gesù che risponde : ma dai, che bello… racconta…. e che poi ancora incalza : foooorte, e poi cos’è successo ?…

E invece ci troviamo di fronte ad un Maestro che sembra quasi smorzare l’entusiasmo dei suoi, ma c’è una motivazione in questa risposta apparentemente fredda ed insensibile, perché Gesù invece si dimostra ancora una volta attento alle esigenze dei suoi apostoli/discepoli ; Egli sa bene che l’apostolato richiede sacrifici in termini di tempo ed energie spese per gli altri e quindi invita i suoi a recuperare le forze perdute.

Ma se fosse solo questo il motivo, Gesù si dimostrerebbe nient’altro che un bravo maestro, un bravo capo che conosce bene i limiti dei suoi subalterni , aiutandoli ad essere pronti alla prossima missione concedendo loro il giusto tempo per il meritato riposo.

Ed invece li invita a venire in disparte con Lui perché il vero riposo e Lui stesso.

Cari sposi, dobbiamo imparare che quando sentiamo il bisogno di riposarci non dobbiamo solamente riposare il corpo e l’anima seguendo i preziosi consigli di padre Luca, ma abbiamo sempre più la urgente necessità di comprendere più nel profondo che il nostro vero riposo è Gesù.

Gesù è la pace, Gesù è la vera pace, Gesù è la vera pillola che stabilizza la nostra pressione spirituale, ed è una pillola che va bene sia per chi soffre di ipertensione che per chi soffre di bassa pressione spirituale.

Dobbiamo imparare che ogni giorno possiamo tornare da Gesù per raccontarGli le meraviglie che abbiamo visto con i nostri occhi e lodarLo per questo perché siamo stati Suoi strumenti, ed è una cosa buona e giusta, ma non dobbiamo mai dimenticare che tutto ciò che siamo riusciti a fare, lo dobbiamo ancora a Lui e non alle sole nostre forze umane.

Cari sposi, prima di buttarci a capofitto in una nuova avventura di apostolato, torniamo davanti al Tabernacolo per riposare con Lui, per trovare riposo in Lui ; abbiamo costantemente bisogno di ricalibrare la nostra bussola per non rischiare di diventare noi il riferimento di noi stessi, ecco perché la scelta migliore è quella di tornare da Gesù per raccontare a Lui cosa abbiamo fatto grazie ai Suoi doni, ma soprattutto per ricaricare la nostra anima, per restare un po’ in disparte con Lui a godere della sua presenza, per ricalibrare la nostra antenna sulle frequenze della Sua voce, per “riposare in santa pace” dice l’indovinatissimo detto popolare… appunto… perché la pace è Gesù e se non è santo Lui !

Sposi belli, ogni volta che sentite il bisogno di riposo, cominciate col pronunciare il nome soavissimo di Gesù, Lui che è il vero riposo, di sicuro qualcosa si smuoverà nel cuore !

Buon riposo.

Giorgio e Valentina.

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Ardere d’amore senza bruciarsi!

Che bello il versetto che troviamo nella lettura di mercoledì scorso: 

Es 3,2-3…Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè pensò: «Voglio avvicinarmi a osservare questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?». …

La curiosità di Mosè che si avvicina, perché non crede ai suoi occhi, perché ha davanti a se uno spettacolo unico. Un roveto, un cespuglio in fiamme 🔥 che non brucia, che arde sì ma che rimane intatto nella sua forma. 

Ci ha sempre colpito questo passo biblico, perché per noi quel roveto rappresenta una storia d’amore, ha rappresentato il fidanzamento. Rappresenta l’amare l’altro. 

In che senso? 

L’amore che tu nutri per una ragazza da fidanzato, l’amore che nutri per tuo marito da sposa, l’amore che puoi nutrire anche per i figli, è un amore che deve ardere, che deve essere fuoco 🔥, fiamma viva che incendia il cuore. Il cardinale Delpini, in una predica di qualche anno fa parlava di giovani con il fuoco dentro, una bellissima predica musicata dal coro Elikya. 

Ecco questo fuoco 🔥 dentro che dobbiamo avere in una relazione d’amore, se lo guardiamo con lo sguardo esterno di Mosè è un fuoco che arde, ma non consuma. 

Nella vita pratica, forse direte, che in verità ci si consuma eccome ad amare. Con i figli ci si rende conto di quanto ci si consuma a far notti in bianco, a rincorrerli anche quando si è stanchi, il corpo purtroppo inizia spesso anche a mandarci segnali di logoramento intenso: vedi i capelli bianchi, le occhiaie, i chili persi.

Eppure: è guardandoci dall’esterno del nostro rovo d’amore che possiamo constatare che non ci stiamo consumando ma stiamo rivelando il volto di Dio, stiamo rivelando l’amore, stiamo dando luce, e vivendo un miracolo che spinge Mosè ad avvicinarsi per vedere questo grande spettacolo, che è l’amore! 

L’amore non consuma ma dona vita, dona forza. 

Sapete bene che è così anche nella vita pratica, quando il sorriso di quel bimbo che ti tien sveglio la notte è un integratore di massima potenza, che la mattina ti trasforma in super papà o wonder mamma. 

Sapete bene che un gesto d’amore del vostro sposo è un’iniezione d’energia che parte dal cuore e dona forza al corpo. 

Sapete bene che un messaggio della fidanzata che ti invita ad uscire è urlo di gioia che risana ogni fatica. 

Ecco allora la bellezza dell’amore: ardere senza consumarsi ma donando la vita, diventando quel grande spettacolo di bellezza per Mosè. Diventando presenza dell’amore di Dio, volto dell’amore di Dio! 

Che bello pensare che ad attirare l’attenzione di Mosè ci poteva essere una coppia di sposi che ardeva ma non si consumava. Bellissimo! 

Quel fuoco è per noi simbolo dell’amore, dell’amore che non brucia che non soffoca, che non stringe a se, ma che ti insegna ad amare in modo libero e liberante, che non trattiene per se, con il rischio di bruciare la relazione. Fuoco che ti fa mettere in luce le parti più belle di te e dell’altro, che ti fa dire “quella persona mi ha reso più uomo/donna” ma non posso possederla. Fuoco che tiene alta la tensione del cuore, l’amore che tende all’altro, che tiene scaldato il cuore, non lasciando che l’amore si spenga, si raffreddi. Che bello che Dio abbia scelto l’immagine di un roveto che arde ma non brucia per attirare l’attenzione del condottiero Mosè! 

Molto spesso ci sentiamo stanchi, bruciati, cenere fredda, (con cui non ci fai neanche una grigliata).. forse dovremmo allora guardar da fuori il nostro amore a chi lo diamo, come lo diamo o addirittura se è amore. Dobbiamo stare attenti a non farci consumare dalla società e dai suoi ritmi, dal lavoro, da tutto ciò che non è bene ma ci toglie vita. 

Dobbiamo stare attenti a non vivere relazioni che son come un fuoco di paglia, senza struttura, che si bruciano in fretta. 

L’estate è tempo di vacanza, è tempo di riposo. 

Sia tempo per guardare alla nostra storia da fuori con gli occhi di Mosè, e riconoscere la bellezza! Riconoscere che l’amore non consuma, ma arde! Alimentiamo allora il nostro fuoco, il nostro roveto di coppia. Perché possiamo ardere di bellezza, luce fiamma viva d’amore. 

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Venite in disparte e riposatevi (ma con i vostri figli)

Corso Emmaus: introduzione

Una volta, visitando una coppia di amici con due bambini piccoli e tanto vivaci la moglie mi disse: “non è che la Chiesa permette di andare in ferie senza figli?”

Date le circostanze estive mi pare lecito lasciarci interpellare da questo vangelo che cade a fagiolo in questo periodo e domandarci: come riposa una coppia? In particolare, penso proprio alle coppie oberate di responsabilità, tra figli, genitori anziani, lavoro, tante preoccupazioni materiali, ecc.

Eh già, come si dice dalle mie parti in Romagna, “è finita la bazza”, di quando si era giovani sposi e si poteva fare tutto come prima.

Come vivere davvero questo riposo, tra l’altro strameritato per la congiuntura storica che viviamo?

Premetto che ben venga tutto ciò che è salutare in termini di dormire bene, mangiare sano e fare sport. Ma se rimanessimo a questo livello dove finisce il nostro “sale” cristiano? Cosa aggiungeremmo di particolare a un mondo che non fa altro che parlare di wellness?

Credo che alla domanda principale ci siano due grandi risposte. La prima è che si riposa nel senso vero quando si vive tutta l’ordinarietà avendo una relazione sponsale forte. Cioè dove l’intesa ma anche il sano litigio conditi di vero dialogo, più una vita spirituale forte rendono la coppia capace di affrontare in modo positivo le sfide quotidiane senza cedere a tentazioni di frustrazione o a lesioni nel rapporto. Come dice il libro del Qoèlet: “Meglio essere in due che uno solo, perché otterranno migliore compenso per la loro fatica. Infatti, se cadono, l’uno rialza l’altro” (Qo 4, 9).

Inoltre, il vero riposo si ha quando si riesce a dare un senso spirituale a quello che si fa, si riesce a vedere la Presenza della mano del Signore in mezzo alle vicissitudini, seppur complicate e faticose. In questo senso si esprimeva Giovanni Paolo II: “Il riposo assume così una tipica valenza sacra: il fedele è invitato a riposare non solo come Dio ha riposato, ma a riposare nel Signore, riportando a lui tutta la creazione, nella lode, nel rendimento di grazie, nell’intimità filiale e nell’amicizia sponsale” (Giovanni Paolo II, Dies Domini 16). Nelle fatiche lodarLo, ringraziarLo, offrirGli ogni cosa, e mi colpisce che il Papa chiami questa proprio un’amicizia sponsale, sebbene il testo non faccia particolarmente riferimenti agli sposi.

Anche Papa Francesco aggiunge altri dettagli molto concreti: “La gioia matrimoniale, che si può vivere anche in mezzo al dolore, implica accettare che il matrimonio è una necessaria combinazione di gioie e di fatiche, di tensioni e di riposo, di sofferenze e di liberazioni, di soddisfazioni e di ricerche, di fastidi e di piaceri, sempre nel cammino dell’amicizia, che spinge gli sposi a prendersi cura l’uno dell’altro: «prestandosi un mutuo aiuto e servizio»” (Amoris Laetitia 126).

E poi il Papa alza incredibilmente il tiro e mostra lo sfondo “mistico” di questo riposo allo stile familiare: “D’altra parte, i momenti di gioia, il riposo o la festa, e anche la sessualità, si sperimentano come una partecipazione alla vita piena della sua Risurrezione. I coniugi danno forma con vari gesti quotidiani a questo «spazio teologale in cui si può sperimentare la presenza mistica del Signore risorto»” (Amoris Laetitia 318). Qui sta in definitiva il sale cristiano, quando il nostro riposo parte dal Signore e torna a Lui.

Cari sposi, davvero vi auguro un vero riposo sia domenicale ma anche vacanziero; spero che a poco a poco riusciate a raggiungere questa qualità di riposo, anzitutto del cuore, dell’anima, oltre che del corpo e della mente.

ANTONIO E LUISA

Le vacanze nascondono una grande insidia: credere che finalmente sarà diverso. Finalmente ci riposeremo. Quando si ha una famiglia, magari con figli piccoli, non è proprio così. I figli sono sempre quelli, con l’aggiunta che cambiano i ritmi, che si stravolgono le abitudini e che si va a stare in una abitazione più piccola (che sia la camera di hotel o la casa affittata). Se ci pensate bene aumenta la scomodità. La vacanza rischia di diventare una bomba dove frustrazione e malcontento esplodono. Allora si comincia a gridare, rinfacciare, litigare. Quelle che dovevano essere settimane di paradiso diventano un inferno.

Io, Antonio, sono caduto completamente in questo fraintendimento. Sapete perchè? Perchè durante i primi anni di matrimonio vivevo tutto come un impegno, come un peso. I figli erano un peso. In vacanza mi illudevo che la situazione potesse cambiare. Sono dovuto invece cambiare io. Come? Scoprendo la bellezza della vita di tutti i giorni. Piena di impegni, imprevisti e di fatica ma anche di senso. Senso che non trovavo quando vivevo solo per me stesso. Solo scoprendo la bellezza della vita di tutti i giorni a casa nel quotidiano, anche le vacanze avranno tutto un altro significato. Non saranno più una fuga da una vita pesante, ma giorni dove allentare i ritmi e godersi quella famiglia che è si faticosa ma anche il tesoro più grande che ho.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 13

Ora che abbiamo visto un pochino più da vicino la processione iniziale, possiamo cominciare a vedere se i gesti e le ritualità che viviamo nella S. Messa siano da relegarsi alla chiesa oppure possano in qualche modo aiutarci anche nella vita quotidiana.

Uno dei segnali evidenti che possa essere davvero così è quella esortazione che viene posta alla fine della S. Messa : “La Messa è finita , andate in pace “, come a dire che il rito è terminato ed ora tocca a noi tradurre in vita concreta ciò che nel rito abbiamo vissuto e celebrato. Cosa c’azzecca la fine della Messa quando ancora stiamo analizzando le prime battute ? La Liturgia è un “continuum spazio temporale”, non ha dei compartimenti stagni ; essa è ricchissima di gesti, simbologie e segni che, per esigenze di comprensione umana, sono stati suddivisi, ma in realtà sono un’unica Liturgia, è la natura umana che ha bisogno di suddividere, catalogare, evidenziare, frazionare, frammentare, perché le realtà celesti sono troppo per noi e quindi abbiamo bisogno di “assaggiarne” un pizzico alla volta e quel “bocconcino” ci sembra già così enorme.

Infatti per accorgerci di quanto ha da insegnare alla nostra vita matrimoniale la processione iniziale, dobbiamo cominciare a viverla bene in chiesa per poterla rimodulare, rimodellare su misura per la nostra coppia ; è un lavoro che può comportare rinunce, ma la gioia profonda che ci lascia dopo è incomparabile alle fatiche fatte.

Abbiamo visto come questa processione assuma dei connotati intensi per via del sacrificio di Gesù sulla croce e non si riduca ad un semplice spostamento dalla sagrestia all’altare, inoltre abbiamo imparato come il sacerdote agisca in “persona Christi” e non sia solamente un ministro che sta compiendo dei riti.

Se ci pensiamo bene, anche nelle nostre case abbiamo una “processione iniziale” ; non è forse vero che prepararsi ogni mattina per andare a compiere il nostro lavoro è un sacrificio ? Non è forse vero che il nostro dovere quotidiano, se vissuto bene e santamente, diventa un sacrificio da offrire al Padre celeste ? E non è altrettanto vero che, da quando siamo stati battezzati, in noi abita la Trinità Santissima ?

Certo, il marito quando si prepara per il lavoro non ha una veste liturgica come quella del sacerdote, probabilmente la sua veste è la tuta dell’operaio, forse quella del fabbro o del falegname, forse invece del turibolo con l’incenso tiene in mano la cazzuola da muratore, forse invece dovrà vestire con la cravatta perché è un dirigente d’azienda… non importa il vestito, ma se esce di casa con la consapevolezza che non esce da solo, ma che si porta con sé la Trinità Santissima ed inoltre sa di andare a fare la volontà del Padre, cioè diventare santo compiendo il proprio dovere di marito e padre, non è una “processione iniziale” ?

Sicuramente la moglie non uscirà di casa con distrazione e leggerezza, ma si sarà assicurata probabilmente che la lavastoviglie o la lavatrice abbiano finito il loro ciclo per quando rientrerà, forse anch’essa indosserà abiti comodi se lavora come operaia in qualche fabbrica e dovrà curarsi che i capelli siano raccolti in una cuffia, oppure controllerà, da brava insegnante, se nella borsa ci siano tutti i compiti corretti che deve restituire agli alunni stando attenta a non uscire in ciabatte, oppure dovrà curare bene la piega dei capelli e verificare la corretta stiratura della camicia da dirigente, se invece lavora alla cura della casa indosserà un grembiule quando cucina o una tuta per pulire i pavimenti… non importa cosa indossa, ma ciò che conta è che sia fatto per amore e con amore, vissuto come un sacrificio da offrire al Padre per il bene della persone che ama.

Da domani, quando vediamo il nostro consorte che si prepara, pensiamo alla “processione iniziale” ed invece di vedere una persona che combatte freneticamente contro il tempo scorgeremo che lì c’è la presenza di Gesù che si prepara per compiere un sacrificio.

Dovere come sacrificio ? Sì, infatti il sacrificio sommo di Gesù è stato morire a sé stesso per dare vita agli altri, e per Lui è stato un dovere perché ha detto e dimostrato di fare la volontà del Padre, non la propria, quindi è stato un dovere.

Similmente, quando noi ci prepariamo a compiere i nostri doveri abbiamo l’occasione di trasformare ciò che facciamo in sacrificio gradito a Dio ; per essere gradito a Lui però è necessario che lo compiamo senza brontolare, senza lamentele, ma con fervore ; se faremo così scopriremo che quello che per gli altri è visto come un peso, per noi diventa un sacrificio da offrire al Padre, assomiglieremo a Gesù perché moriremo a noi stessi per dare vita agli altri, cioè alla nostra famiglia.

Cari sposi, coraggio che da domattina guarderemo la nostra bella moglie con occhi diversi e il nostro bravo marito con più fierezza. Guardandoci l’un l’altra così sarà più facile per il marito salutare la sua sposa con un abbraccio tenero che infonde sicurezza, e per la moglie sarà più spontaneo offrire una carezza ed un bacio che suscita dolcezza.

Coraggio cari sposi, abbiamo tra le mani molto di più di ciò che vediamo.

Giorgio e Valentina.

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“Sono Wolf, risolvo problemi” – Sposi&Spose di Cristo

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

Suonano alla porta, i protagonisti aprono e si trovano davanti un tipo che dice: “Sono il signor Wolf, risolvo problemi”.

Accade in “Pulp Fiction”, film di Quentin Tarantino, in cui l’attore Harvey Keitel si presenta a casa di Jhon Travolta e Samuel L. Jackson dicendo di essere lì per risolvere un problema che hanno avuto con l’auto (e tanto altro)…chi ha visto il film ricorderà sicuramente. Pulp!

Questa scena però accade anche nelle nostre famiglie…anche nelle nostre coppie.

“Sono il signor Marito” oppure “Sono la signora Moglie”…”RISOLVO PROBLEMI”.

Capita, cioè, che nelle coppie ci sia spesso uno dei due che si senta in qualche modo investito di un dovere: quello di risolvere i problemi.

Quali? Tutti.

E’ vero che ci sono situazioni in cui la specializzazione nel risolvere un determinato problema ce l’ha uno dei due (ad esempio…spesso lei trova i calzini che lui non riesce a trovare e lui seda le liti tra i pargoli che si picchiano come Bud Spencer e Terence Hill).

Ma a volte ci sono coppie in cui uno dei due esagera davvero nel farsi strumento di salvezza dell’altro.

Ad ogni problema che si presenta è il primo ad alzare la mano per darsi in pasto alle belve del colosseo, per fare la spesa, per pulire casa, per fare la mamma anche del marito (o per fare il papà anche della moglie)…si sente super-man o wonder-woman…e pensa che tutto dipenda da lui/lei.

Spesso il coniuge che risolve tutti i problemi si ritrova con un coniuge che sta nella vita come un bambino col ciuccio in bocca. E allora si arrabbia con la sua dolce metà accusandola di essere immaturo/a, incapace, indolente, ecc…

E’ così preso/a dal risolvere i problemi che non si rende conto del grande problema che sta creando nella vita di coppia e in quella della famiglia…sostituendosi a tutti non lascia spazio all’altro.

La sua ombra è così grande sulla sua casa…che gli altri che ci vivono insieme non trovano più luce per crescere.

Se ci rendiamo conto di essere un po’ come questo Signor Wolf che risolve i problemi possiamo parlare con il nostro coniuge, possiamo metterci in discussione e ripartire dal dialogo, dal provare ad avere fiducia reciproca.

(Pensiamo che dopo aver letto queste due righe molti diranno: “eh…ma mio/a marito/moglie non ne vuol sapere di nulla, e allora faccio tutto io!”…ma ti chiediamo: “Oggi hai provato a vedere che anche tuo marito ha delle capacità e che se gli chiedi aiuto….magari dopo un po’ si sgancia dal divano e ti aiuta?!”…)

Infine chiediamo sempre l’aiuto al Signore Gesù…che ci aiuti a ricordare che solo Lui Salva…non noi.

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Grazie, Pietro e Filomena.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Quante occasioni perse!

Voglio riprendere una riflessione del Papa, di un Angelus di qualche anno fa. Una riflessione rivolta ai giovani, in vista dell’allora imminente Sinodo a loro dedicato.  Una riflessione che calza anche per noi sposi. Il Papa disse:

Tante volte capita di sentire alcuni che dicono: ‘Io non faccio del male a nessuno’. E si crede di essere un santo. D’accordo, ma il bene lo fai? Quante persone non fanno male, ma nemmeno il bene, e la loro vita scorre nell’indifferenza, nell’apatia, nella tiepidezza. Questo atteggiamento è contrario al Vangelo […] È bene non fare il male, ma è male non fare il bene. Questo lo diceva sant’Alberto Hurtado

Mi è successo in questi giorni di ritrovare e rileggere per caso queste parole. Mi si è accesa una luce. Quante volte io potrei amare la mia sposa e non lo faccio? Quante volte mi lascio scappare delle occasione per mostrarle il mio amore, il mio desiderio, la sua preziosità? Ogni sposo/a dovrebbe farsi questa domanda. Non servirebbe un grande impegno. Solo un po’ di attenzione. Eppure, nonostante tutto, mi lascio sfuggire tantissime occasioni, occasioni che non ritorneranno. Ogni gesto d’amore e di attenzione è come un mattoncino che rende più salda la casa della nostra relazione. Non metterlo è come indebolirla e renderla più fragile. Non serve chissà quale fatica, solo un po’ di attenzione e di impegno. Ciò che ne avrete in cambio sarà il centuplo nella gioia della vostra relazione. L’amore è come una piantina che va nutrita e curata.

Quali sono le modalità per fare del bene alla persona amata e alla nostra relazione? John Grey, psicoterapeuta, scrittore e saggista americano, distingue ciò che può fare l’uomo da quello che è l’impegno per la donna. Quelle proposte dallo scrittore sono solo delle idee da prendere senza valore scientifico, hanno un valore puramente esemplificativo generale. Appaioino forse proposte anche un po’ stereotipate però è importante, secondo me, rifletterci sopra.

Un uomo nei confronti della moglie può attuare questi gesti o queste azioni:

  1. tornando a casa per prima cosa cercate, salutate e abbracciate la vostra sposa
  2. complimentatevi con lei per il suo aspetto
  3. regalatele dei fiori anche senza un motivo legato a date importanti
  4. abbracciatela spesso
  5. ditele “Ti amo” almeno due volte al giorno
  6. aiutatela quando la vedete stanca
  7. ringraziatela quando fa qualcosa per voi
  8. ogni tanto telefonatele anche dal posto di lavoro, magari solo per dirle “Ti amo”

Una donna verso il suo sposo può invece:

  1. non reagite quando commette un errore, dicendo “Te l’avevo detto”
  2. quando lui si chiude in se stesso (l’uomo ha bisogno di farlo) non fatelo sentire in colpa
  3. accoglietelo con il sorriso quando torna a casa
  4. non fatelo sentire un irresponsabile se dimentica di comprare qualcosa o perde le chiavi
  5. mostrate il desiderio di fare l’amore con lui

Quante di queste attenzioni io potrei avere e invece non ho? Queste o altre, sia chiaro. Ognuno sa cosa desidera l’altro. Alcune volte magari ci penso anche di metterle in pratica, ma restano dentro di me come lettera morta. Quando mi appare particolarmente bella con quel vestito o quel trucco, quando cucina qualcosa di particolarmente buono. Potrei dirlo, basta poco e non lo faccio. Perchè? Basta solo un po’ di attenzione. Con un po’ di attenzione potrei fare del bene alla mia sposa e alla mia relazione. Questo è un peccato. Questo è non curare il tesoro più grande che Dio mi ha affidato. Questo è non nutrire il mio amore. Non facciamo magari nulla di male, ma non far crescere il nostro amore è già un male. Pensateci!

Antonio e Luisa

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E’ solo calcio? C’è molto di più.

Stiamo vivendo giorni di euforia collettiva. Gioia vera di un popolo che si ritrova coeso grazie ad una squadra di calcio. Siamo campioni d’Europa e questo ci riempie di orgoglio, ci regala, inutile negarlo, delle emozioni belle e un senso di appartenenza che difficilmente riusciamo ad avere in altre circostanze. E’ qualcosa di irrazionale. Se ci pensiamo bene alla fine non sono che undici sportivi ben pagati che corrono dietro un pallone.

Ho letto, in mezzo a tanti post e commenti di festa e di giubilo, tanti altri che invece criticavano la troppa importanza data ad un evento del genere. Alla fine è solo sport. E’ solo calcio. Ci sono cose molto più importanti a cui pensare. Sono d’accordo che ci siano cose più importanti, ma non sottovaluterei per questo il messaggio di questa vittoria. Lo sport non è qualcosa di poco importante. Lo sport è sempre stato veicolo di valori fondanti per ogni popolo e nazione.

Cosa c’è dietro questa vittoria entusiasmante e inattesa, viste le premesse e il fallimento dell’Italia di Ventura? C’è tantissimo. Ci sono dinamiche e valori che hanno permesso ad un gruppo di essere il migliore, nonostante ci fossero rappresentative sulla carta più talentuose e più forti.

E’ importante parlarne, perchè spesso sono le stesse dinamiche che intervengono anche in un matrimonio. Luisa ed io ci siamo sempre detto tra noi, e anche durante le nostre testimonianze, che non siamo meglio di tanti altri. Se stiamo costruendo, mattone dopo mattone, un matrimonio bello e forte, non è perchè siamo meglio di tanti altri che invece hanno fallito, ma con l’aiuto della Grazia di Dio abbiamo operato delle scelte e queste scelte ci hanno permesso, almeno fino ad ora, di vincere la nostra personale coppa.

SPIFRITO DI SQUADRA

Mancini è stato bravissimo a creare un gruppo. La nostra nazionale non sembrava una selezione di giocatori provenienti da squadre di tutta Europa, ma era più simile ad una squadra di club dove c’è spirito, amalgama, unione di intenti. Qualcosa che si ottiene con la relazione e con il tempo. Insomma, Mancini ha permesso che tra i ragazzi ci fosse una vera amicizia sostenuta da un obiettivo comune e dall’aiuto vicendevole. Bellissime le parole del Chiello, il capitano, che davanti alle autorità, il giorno dopo la vittoria, ha affermato: Non ci siamo mai persi d’animo, anteponendo il bene del collettivo al singolo. Solo attraverso il gioco di squadra era possibile raggiungere un risultato così prestigioso. Se oggi siamo qui non è per un rigore segnato in più, ma perché abbiamo condiviso uno dei sentimenti più belli che c’è: l’amicizia. Non è così anche in un matrimonio? E’ importante avere un obiettivo comune che è la nostra personale salvezza. Arrivare alla fine della nostra vita portando in salvo la vita non solo nostra ma anche del nostro coniuge. E’ importante nel matrimonio essere, oltre che amanti e compagni di viaggio, anche migliori amici l’uno dell’altra. Diceva don Giussani che il matrimonio è farsi carico della salvezza dell’altro. E’ proprio così! Questo permette di affrontare le vicessitudini della vita e gli errori e le fragilità dell’altro con uno spirito di squadra dove si vince e si perde insieme. Non siamo più solo Antonio e Luisa. Siamo una squadra dove ci si aiuta e ci si sostiene e se l’altro sbaglia e subiamo un gol ci rialziamo e recuperiamo la partita insieme.

SACRIFICIO

I ragazzi di Mancini non sono arrivati lì, sul tetto d’Europa, da un giorno all’altro. Sono tutti ragazzi che sicuramente hanno tanto talento, ma che hanno coltivato e perfezionato le loro doti innate con il duro lavoro di ogni giorno. Lavoro tattico, fisico e atletico. Fin da bambini, sacrificando energie e tempo libero. Tutto per raggiungere un sogno e trasformare quello che era solo un divertimento in una professione. Le vittorie vanno preparate con sudore e sacrificio. Così è anche per gli sposi. Posso testimoniarlo personalmente. Il matrimonio mi ha cambiato, ha cambiato la mia relazione d’amore, ha cambiato lo sguardo sulla mia sposa e sulla mia vita. Il matrimonio è una palestra dove il coniuge e i figli sono diventati personal trainer esigenti, mi hanno chiesto esercizi continui per uscire da quello stato imprigionante in cui mi trovavo da sempre. Ho avuto la fortuna e la Grazia di avere un grande personal trainer. Mia moglie non ha mai forzato i carichi, ha sempre aspettato i miei tempi e non mi ha mai chiesto più di quello che comprendeva avrei potuto dare in quel momento. Anche e soprattutto nell’amore sponsale vale la regola di Chiara Corbella, quella dei piccoli passi possibili. A volte mi sentivo forte e ho provato a forzare i carichi, ad andare oltre ciò che potevo sopportare e nel giro di breve tempo sono caduto. Non bisogna aver fretta, il matrimonio è un percorso lungo, che dura tutta una vita (di solito!) e con piccoli passi, giorno dopo giorno, si possono raggiungere obiettivi impensabili all’inizio. Questi esercizi continui a cosa servono? Qual è l’obiettivo che il direttore della palestra (DIO) ha affidato al suo miglior personal trainer per me (la mia sposa)? L’obiettivo è liberarmi dai miei sentimenti. Don Luigi Epicoco, in un intervento che ha fatto in una scuola, disse qualcosa che mi colpì molto. Disse che i ragazzi spesso non hanno dei sentimenti ma sono quei sentimenti. Questo è profondamente vero. Anche il parlare comune è condizionato da questo modo di pensare. Sono arrabbiato, sono deluso, sono attratto, sono affamato, sono innamorato. Cosa significa questo? Significa che le sensazioni, le emozioni e i sentimenti che proviamo in un determinato momento sono così forti da fagocitarci, da identificarci completamente in ciò che sentiamo. Invece il matrimonio ti aiuta ad uscire da questa logica. Il matrimonio ti dice che puoi amare sempre. Puoi provare rabbia, delusione, frustrazione, aridità, ma con la Grazia del sacramento e la tua palestra quotidiana, sarai capace di sopportarne il peso, di non farti schiacciare e di fare sempre la scelta giusta. Riuscirai con sempre meno fatica (piccoli passi possibili) a mantenere sempre fede a quella promessa, perchè noi non siamo i nostri sentimenti, noi siamo uomini e donne capaci di amare come Dio anche se siamo fragili e abbiamo sentimenti che a volte vorrebbero  condurci da tutt’altra parte.

CONDIVISIONE

L’immagine più bella di questi europei è stata, a mio parere, l’abbraccio tra il Mancio e Gianluca Vialli. I due sono amici dai tempi della loro militanza nella Sampdoria. Parliamo degli anni a cavallo tra 80 e 90. Erano chiamati i gemelli del gol proprio per la loro intesa evidente. Si capivano a meraviglia e si trovavano ad occhi chiusi in campo, costruendo così, attraverso i loro fraseggi e la loro classe, tante vittorie per la loro squadra. Non si sono più lasciati. Hanno preso strade diverse. Vialli ha vinto una Champions con la Juve e poi è andato a giocare ed allenare in Inghilterra, Mancini è andato alla Lazio e poi ha allenato con ottimi risultati, vincendo anche la Premier con il Man. City. Eppure la loro amicizia è rimasta sempre molto forte. Anche se si vedevano poco. Rinsaldata dalla recente malattia di Vialli. Mancini lo ha fortemente voluto al suo fianco per questa sua avventura azzurra e quell’abbraccio ha un significato bellissimo: se sono qui è anche grazie a te, alla nostra storia insieme, alla nostra amicizia. In quell’abbraccio c’era tutto il desiderio di Mancini di trasmettere parte della sua gioia all’amico di sempre. Non è bellissimo anche per noi sposi? Io dico che questo atteggiamento significa guardare il coniuge con un nuovo sguardo, lo sguardo di Dio. Significa com-patire e con-gioire. Condividere gioie e pene. Significa sentire le gioie, i successi, le gratificazioni, i momenti importanti che l’amato/a vive e percepisce in lui/lei, come qualcosa che ci appartiene e che sentiamo un po’ anche nostro, perchè il nostro sposo e la nostra sposa abitano il nostro cuore. Significa anche piangere e condividere la sofferenza per le cadute, gli errori, gli insuccessi, i fallimenti e la sofferenza del nostro coniuge. A volte dobbiamo diventare il Cireneo. Dobbiamo reggere con lui/lei la croce. Consorte, nel bene e nel male, in salute e malattia, in ricchezza e povertà, finchè morte non ci separi, recitava una vecchia formula del rito matrimoniale. Nell’amicizia le gioie si moltiplicano e i dolori si dividono e, come dice il Papa, l’amore sponsale è una forma di amicizia particolare e più profonda e completa delle altre.

Quindi sì è vero. Tutto questo è solo sport, ma lo sport ha dentro di sè valori, dinamiche e insegnamenti che ne fanno qualcosa di meraviglioso ed educante. Qualcosa da cui anche noi sposi possiamo imparare tanto fin da bambini. Lo sport può in un certo senso prepararci alla vita e ad essere degli sposi felici.

Antonio e Luisa

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Un accampamento per i timorati

Avevamo trattato in un precedente articolo di come l’Angelo del Signore costruisca un accampamento intorno a quelli che temono il Signore ed abbiamo scoperto quali grandi vantaggi possiamo trarre da questo sito durante la battaglia della nostra vita. Il Salmo 34 , da cui eravamo partiti nella riflessione, chiosa così :

L’angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono, e li libera. Gustate e vedete com’è buono il Signore; beato l’uomo che in lui si rifugia.

Il Salmista quindi ci dà un’ulteriore aiuto con questa frase perché ci insegna che se vogliamo gli aiuti del Cielo bisogna che temiamo il Signore altrimenti saremmo degli illusi ; sì, perché illuderemmo noi stessi di farcela da soli con le nostre misere e poche forze meramente umane, ma le forze nemiche, anche quelle dell’ultimo demone in fondo alla scala gerarchica sono molto più grandi e forti di quelle del più grande uomo. In modo inversamente proporzionale, il più piccolo fra gli uomini, se ha Dio con sé, non ha nulla da temere neanche contro il primo dei demoni, perché Dio combatte per lui e qualsiasi forza nemica all’Onnipotente sarà da Lui schiacciata, vinta.

Nell’elenco catechetico dei doni dello Spirito Santo, il santo timor di Dio è messo alla fine, ma non per importanza, le ragioni sono solamente di tipo schematico ( parallele allo schema di Isaia ) e per facilitare l’assimilazione nella memoria da parte dei catecumeni.

Ma quanti di noi cresimati viviamo intensamente questo dono meraviglioso ?

Prima di rispondere dobbiamo vedere un poco più da vicino questo dono, e ci lasceremo aiutare da due santi che hanno scritto pagine intense sullo Spirito Santo : S. Giovanni Paolo II e S. Tommaso d’Aquino.

Il Papa si esprime così durante l’Angelus del 11/06/1989 :

Col Dono del timore di Dio lo Spirito Santo infonde nell’anima cristiana un senso di profondo rispetto per la legge di Dio e gli imperativi che ne derivano per la condotta cristiana, liberandola dalle tentazioni del “timore servile” e arricchendola invece di “timore filiale”, intriso di amore.

Ci sono tanti sposi cristiani che vivono la figliolanza di Dio come il figlio maggiore della famosa parabola del “Figliol prodigo”, cioè con quel “timore servile” che non li fa vivere da figli, forse stanno nella casa di Dio (la Chiesa) ma non ne fanno parte attivamente, sono solo iscritti all’anagrafe dei Battesimi e poco più. Una vita così lascia covare dentro il cuore un desiderio di affrancarsi dal Padre, visto come un ostacolo alla nostra “libertà” di “fare quello che voglio”. Ma chi non vive da figlio non si scopre nemmeno fratello, infatti due sposi che vivono così non hanno una relazione piena, felice, perché non si riconoscono neanche fratelli (in Cristo) tra loro… quindi la loro relazione sarà solo un tentativo di andare il più possibile d’accordo per “tirare avanti”.

Per capire meglio il “timore filiale” lasciamoci guidare da S. Tommaso d’Aquino :

Più si ama qualcuno e più si teme di offenderlo e d’essere privato della sua presenza.

Gli sposi che vivono in questa relazione filiale con il Padre, si lasciano guidare dalle amorevoli leggi del Padre perché esse sono per la Vita e non per la morte ; sicché si sforzano con la Grazia di Dio di vivere santamente la virtù della castità matrimoniale, per esempio, perché ne assaporano la pienezza di Vita ; vivono il perdono reciproco perché scoprono che se Dio perdona al mio coniuge una malefatta, chi sono io per non perdonarlo, sono forse più in alto di Dio da permettermi di non perdonarlo ? Gli sposi che vivono da figli di Dio si scoprono sempre più fratelli in Cristo e il loro matrimonio profumerà sempre più di santità.

Finiamo ancora con il Papa S. Giovanni Paolo II :

Da questo santo e giusto timore, coniugato nell’anima con l’amore di Dio, dipende tutta la pratica delle virtù cristiane, e specialmente dell’umiltà, della temperanza, della castità, della mortificazione dei sensi. Ricordiamo l’esortazione dell’apostolo Paolo ai suoi cristiani: «Carissimi, purifichiamoci da ogni macchia della carne e dello spirito, portando a termine la nostra santificazione, nel timore di Dio» (2 Cor 7,1).

Cari sposi, cominciamo a vivere il santo timor di Dio per godere della difesa di Dio, e quindi del suo accampamento in questa dura lotta contro il potere delle tenebre.

Coraggio sposi, nulla andrà perduto per chi teme Dio !

Giorgio e Valentina.

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Chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada.
Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera:
e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa.
Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me;
chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.

Chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; Questo vangelo è una bomba. Se non si comprende il messaggio di Gesù, è una Parola che mette a disagio, che infastidisce quasi. Ma come? Gesù è un Dio geloso, vuole essere il più amato? Vuole che tutti i nostri affetti, i nostri legami più importanti vengano dopo di Lui? Perchè? Davvero Gesù ci sta mettendo di fronte ad un aut aut? O con me o contro di me? In realtà la traduzione più corretta è un’altra: chi mette qualsiasi relazione al di là di me non è degno di me. Gesù non ci sta chiedendo di scartare qualcuno, ma al contrario, ci chiede di includere Lui. Anzi di più ancora: ci sta chiedendo di includere qualcuno nell’amicizia con Lui. Cambia tutto! Tutto l’orizzonte della relazione è diverso. Mi rendo conto che è qualcosa che non è semplice da capire, lo si può fare solo quando si sperimenta nella vita di tutti i giorni il vero significato di queste parole. Io l’ho capito grazie a Luisa.

La mia sposa ha sempre messo Gesù davanti a me, è sempre stato più importante Lui di me. Questo è stata la nostra salvezza come coppia e come uomo e donna. Quando l’ho conosciuta ero un ragazzo del nostro tempo, pieno di pornografia e di impulsi erotici e sessuali. Ero pieno di fantasie che volevo mettere subito in pratica con lei. Lei, seppur attratta da me, innnamorata e desiderosa di costruire qualcosa di importante con me, ha sempre detto di no, non ha mai assecondato questa mia richiesta, anche quando si faceva insistente. Abbiamo passato momenti difficili, dove lei si sentiva sbagliata, perchè tutto il mondo faceva l’opposto, ed io mi sentivo arrabbiato e represso perchè in definitiva non mi sembrava di pretendere nulla di strano. Lei, amando Gesù più di me, è riuscita a volermi bene in un modo che nessun altro era stato capace di fare. Grazie al suo no ho iniziato un percorso di guarigione e di purificazione che mi ha permesso di assaporare il vero gusto di un amore profondo e autentico. E’ riuscita a includere anche me nel suo amore verso di Gesù. Mi ha fatto incontrare Gesù attraverso di lei. Gesù, attraverso questa Parola, ci sta dicendo di amare nostra moglie o nostro marito attraverso di Lui. Impara da me come amarlo/a. Conducilo/a a me. Prendi da me la forza.

Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà. Non si tratta di una vita materiale. Si tratta di tutta la nostra vita intesa in senso molto più esteso. La bellezza, la pienezza, la spiritualità, la trascendenza, qualcosa che davvero va oltre il nostro essere vita biologica. Chi tiene per sè non troverà davvero ciò che conta. Chi vuole possedere perderà l’amore perchè l’amore non è possesso ma è solo da donare e da accogliere. Chi non è capace di donarsi completamente perchè ha paura di restare ferito e tradito non può che accontentarsi di una relazione che non è piena. Per questo esiste il matrimonio: la relazione sponsale è la realtà umana che più si avvicina alla realtà trinitaria di Dio. Perchè solo perdendo la nostra vita, cioè donandoci completamente l’un l’altra possiamo trovare Dio, possiamo trovare una relazione che davvero apre al divino. Certo è un rischio. Stiamo affidando la nostra vita ad una persona fragile, peccatrice, limitata e imperfetta come ogni creatura umana è, ma è un rischio che dobbiamo correre se vogliamo sperimentare già su questa terra un amore che apre a Dio.

Anche chi dovesse essere tradito, chi dovesse riporre la propria vita nelle mani di una persona che spreca quel dono sarà comunque vincente. Un perdente che vince perchè sarà una persona libera. Una persona che nella libertà continuerà ad amare chi non restituisce nulla di quell’amore. Perchè nella libertà deciderà di prendere la sua croce e di seguire Gesù. Le nostre croci possono darci la forza non di lasciare qualcosa ma di andare verso qualcuno. Non di lasciare il nostro sposo, la nostra sposa, ma di andare verso Gesù. Prendere ciò che siamo, le nostre sofferenze, le nostre vergogne e di farne una scelta. Scelgo di prendere tutto questo e di farne una manifestazione della Grazia di Dio. Ringrazio tante persone che testimoniano con la propria vita quanto ho scritto. Grazie Ettore, Giuseppe, Anna e tanti altri.

Antonio e Luisa

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La domanda sorge spontanea

“La domanda sorge spontanea”, direbbe il buon Antonio Lubrano leggendo il Vangelo di oggi. Quale domanda? Mi piacerebbe chiedere a ciascuno di voi e ascoltare la vostra risposta: qual è la missione specifica che avete ricevuto dal giorno preciso del vostro matrimonio?

Nella Chiesa, dopo due millenni, abbiamo raggiunto una grande chiarezza su cosa implica essere un missionario che evangelizza i popoli pagani, in cosa consista il ruolo del catechista, quali siano i compiti precisi del diacono oppure a cosa sia chiesto praticamente al sacerdote, ecc ecc.

Tuttavia, a me pare, che la medesima lucidità svanisca quando tale domanda è rivolta ai coniugi cristiani. Ripeto la domanda: qual è la missione di voi sposi nella Chiesa?

Andiamo al Vangelo. Gesù manda a due a due i suoi discepoli. Sapete bene che i numeri nella Bibbia non sono mai a casaccio, hanno sempre un valore simbolico. C’è chi ha visto in tale scelta un riferimento al matrimonio: gli sposi cristiani hanno una missione ben precisa che si staglia sullo sfondo di quella più generica di evangelizzare, di annunciare il Regno di Dio. La missione difatti si svolge nelle case e nel passaggio analogo di Luca si dice espressamente di non fermarsi per strada: la conversazione, l’incontro vero e proprio deve avvenire in casa, l’annuncio va fatto nell’intimità di un’abitazione dove si crea un rapporto più vero e confidente. Sono questi dei riferimenti sufficienti per capire che l’accostamento dei due agli sposi è lecito.

Come ben sappiamo Gesù non poteva dire tutto ai dodici, non intendeva sviscerare teologicamente ogni verità del Vangelo, a quello ci avrebbe pensato nei secoli a venire lo Spirito Santo effuso sulla Chiesa. Torniamo perciò alla domanda: quale missione hanno gli sposi in tutto ciò? Gesù ha dato l’avvio, domandiamoci ora come lo Spirito Santo intende concretizzare questo mandato?

Papa Francesco in Amoris Laetitia ci ha donato finalmente quella chiarezza necessaria affinché gli sposi abbiano una via sicura e certa su cui camminare: “Gli sposi, infatti, in forza del Sacramento, vengono investiti di una vera e propria missione, perché possano rendere visibile, a partire dalle cose semplici, ordinarie, l’amore con cui Cristo ama la sua Chiesa, continuando a donare la vita per lei, nella fedeltà e nel servizio” (Amoris Laetitia 121).

Quanto ci sarebbe da dire! Altro che articolo domenicale! Cari sposi come vorrei che contemplaste con fede, alla luce dello Spirito Santo, il significato di questa meravigliosa verità: avete ricevuto il dono, il “potere” di amarvi come Gesù ha amato la Chiesa e questo non uscendo dalla vostra realtà ordinaria ma vivendo la quotidianità. Ecco la vostra meravigliosa missione: tradurre in gesti semplici il “come Cristo ha amato la Chiesa”.

Con voi lodo il Signore per la grandezza e bellezza del regalo che vi ha fatto. Da sacerdote voglio solo spendere la mia vita per aiutarvi a esserne consapevoli e a viverla a fondo. Perciò di tutto cuore, buona missione e buon cammino.

ANTONIO E LUISA

Bellissime le provocazioni del Vangelo e di padre Luca. Vorremmo ora condividere con voi alcune righe del nostro nuovo libro che uscirà in autunno. Ci occuperemo proprio di questo tema. Ci occuperemo del nostro specifico compito, la nostra missione, la nostra profezia. Vi doniamo queste poche righe sperando vi possano essere d’aiuto.

Nessuno deciderà di sposarsi perché ha sentito una bella predica, ma forse deciderà di farlo se vedrà la gioia di due sposi realizzati. Come possiamo essere luce del mondo? Come essere profeti dell’amore? Lo siamo proprio perché siamo come siamo. Proprio perché facciamo fatica. Perché siamo pieni di difetti, di fragilità e di ferite. Una famiglia perfetta non potrebbe essere esempio per nessuno. Non sarebbe una profezia. Troppo inarrivabile. Un’immagine distorta della realtà. Non siamo in un film. Noi siamo esseri umani con tutto ciò che ne consegue. Ciò che ci può rendere davvero luce per il mondo e sale della terra è il modo in cui viviamo la nostra relazione. Come le nostre fragilità diventano occasione di accoglienza e di perdono. Di come la fatica diventa offerta per amore. Non siamo perfetti. Per fortuna non siamo perfetti, aggiungerei. Quante coppie sono luce per altre coppie senza che loro neanche lo sappiano e credono di non essere abbastanza. (Dal libro Sposi profeti dell’amore – Tau Editrice In uscita a ottobre 2021)

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Facciamo quattro chiacchiere assieme…

Cari amici sposi,

per gli articoli di luglio e agosto mi è parso opportuno toccare il tema della sessualità di coppia. Lo faccio consapevole di tutti i limiti (sono sacerdote, ho un approccio teorico…) ma credo che il dono di aver incontrato sposi con la voglia di essere veri cristiani e il dono della teologia del corpo non possa tenerli solo per me e quindi vorrei tanto condividere tutto ciò con voi.

Saranno pillole, quattro articoli in cui esporrò brevemente alcune verità essenziali e molto concrete che spero vi aiutino a cercare la bellezza e la verità che è già in voi.

Contempliamo il sesso

La prima chiacchierata l’ho voluta chiamare così: contempliamo il sesso. Intendiamoci, per sesso mi riferisco a tutta la persona, non solo agli organi genitali, nella sua differenziazione maschile e femminile a livello corporeo, psico-affettivo e spirituale, come ben lo spiega il “Dizionario su sesso, amore e fecondità” a pagina 870.

Siamo in estate, tempo di caldo, mare, stare all’aperto; il nostro corpo è più esposto degli altri periodi dell’anno… che ottima occasione per parlare di sesso!

Tuttavia, scordatevi che vi voglia dare lezioni pratiche. Vorrei piuttosto pormi da un punto di vista teologico, cioè dall’Alto. Si può contemplare il sesso? Ne vale la pena? Io penso proprio che ce ne sia un enorme ma enorme bisogno.

A prima vista sembrerebbe l’esatto contrario, difatti viviamo in un mondo ipersessualizzato, mai come oggi il sesso è stato ridotto ai genitali e tale approccio è onnipresente, fruibilissimo e alla portata di tutti, anche dei minorenni. Cose quasi impensabili solo 30 anni fa, senza andare al Medioevo.

Perché allora è urgente contemplare il sesso in un’epoca “sessualmente liberata”, prendendo spunto dal titolo di uno splendido libro di Thérèse Hargot?

Ve lo spiego con un paragone: immaginatevi chiunque potesse guidare nei circuiti di Formula le macchine ad alta velocità. A me, da buon romagnolo, piacciono i motori ma se mi venisse offerto di farmi due giri sulla Ferrari 812 GTS vi sono sincero: mi tremerebbero le gambe e ci penserei un bel po’ prima…

Il fatto è che la sessualità è una vera e propria Ferrari, noi conteniamo una potenzialità di amore nel nostro corpo, psiche e anima che non immaginiamo nemmeno. Per questa noncuranza se non spesso ignoranza o banalizzazione, “guidare” la sessualità porta più a infortuni che a una guida bella, veloce e sportiva ma anche comoda e piacevole.

Non è forse vero che ben pochi ci hanno dato un corso di guida prima di consegnarci le chiavi della Ferrari ed è per questo che il mondo è pieno di incidentati e magari pure noi più di una volta abbiamo tamponato?

Così, cari sposi, proprio per questo siete chiamati in modo speciale a essere contemplativi del sesso affinché cogliate tutto il senso che possiede e possiate “guidarlo” come Dio comanda. E da quale punto di vista si contempla? Da che angolo vi guarderete? Il mondo lo fa da quello edonista, spontaneista, emotivista. Cioè rimane solo al livello più esperienziale, del come si fa e del come ti senti nel farlo, di cosa provi, ecc… Ma non sa o non vuol sapere nulla d’altro, è solo un gioco, uno sballo.

Voi che in questo mondo ci siete a mollo 24 ore al giorno, che lo respirate a pieni polmoni, sarete in grado di guardare al sesso in un altro modo? Non potete rimanere lì, vi asfissiereste, avete bisogno di elevarvi. Perciò vi invito a contemplare il sesso con gli occhi di Chi lo ha creato. Non basta guardare i vostri corpi con il desiderio più innato o con i cinque sensi naturali. Avete bisogno di contemplarlo con gli occhi di Dio. Perciò in attesa del prossimo articolo, il consiglio è iniziare a contemplare il vostro corpo e vi suggerisco di andare a rivedere alcuni testi molto belli, magari sotto l’ombrellone o seduti in baita dopo una bella passeggiata.

Per prima cosa rileggetevi i capitoli 1 e 2 della Genesi, è sempre bene avere sulle labbra quella parole simboliche e profetiche che svelano la nostra origine. Poi vi consiglio lo straordinario libro di Giulia e Tommaso, “Il cielo nel tuo corpo”. Infine, vorrei che guardaste a un particolare di un’opera artistica di valore mondiale, il mosaico della Creazione del Duomo di Monreale. Soffermatevi sulla scena in cui Dio presenta Eva ad Adamo, è favolosa! Entrambi sono nudi e Dio è in mezzo a loro, prende per mano Eva la porge ad Adamo. Penso di avervi caricato abbastanza e la nostra chiacchiera finisce qui ma proseguirà puntualmente ogni quindici giorni mentre dura il Sol Leone. Buon riposo e buonissima contemplazione!

Padre Luca Frontali

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La fede ripescata in mare – “Sposi&Spose di Cristo”

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

Lo zio di mia moglie – che si chiama Massimo – l’altro giorno ha operato un prodigio: le sue mani hanno ripescato in mare sotto 10 centimetri di sabbia… la mia fede nuziale.

Ero lì che, tra un tuffo e l’altro, paravo una pallonata mentre mi dilettavo in una partita di pallanuoto improvvisata, quando a un certo punto – preso dalla tipica foga del gioco che rapisce in estasi noi maschi – mi è volato via l’anello.

Ha fatto un salto nell’aria mentre, girando su se stesso, è stato illuminato dal sole cocente della Calabria, lanciandomi un bagliore negli occhi. Poi l’ho visto inabissarsi nel mare trasparente, e a quel punto mi sono sentito come Frodo Baggins, nel Signore degli Anelli, nel momento in cui Sméagol gli stacca a morsi il dito prima di cadere nella lava del Monte Fato.

Il mondo mi è caduto addosso.

E a quel punto entra in scena l’eroe: zio Massimo si tuffa con maschera e boccaglio e si mette alla ricerca del prezioso oggetto e – come accadde nel romanzo – riaffiora dalle acque tenendo tra le mani “il mio Tessssoooorooo”!

Che gioia! Il mio anello, l’anello del potere, l’anello che ghermisce tutti i miei demoni, tutti i miei egoismi, tutti i miei individualismi… era nuovamente nelle mie mani e poco dopo al mio dito anulare.

La fede nuziale non è un semplice anello, è molto molto di più. Ha il potere di riportarti a vivere così come ha vissuto Cristo, ha il potere di ricordarti che non vivi più per te stesso, ma che la tua vita è unita a quella di un’altra persona. Ed è ciò che libera l’uomo dalla sua libertà. Sì, ho scritto proprio così: col matrimonio l’uomo viene liberato della sua libertà, per essere veramente libero.

Basti pensare a tutte quelle libertà che uno liberamente si prende, e che poi schiacciano l’uomo in una vera dipendenza cronica. Nel matrimonio si attuano pienamente quelle Parole del Signore Gesù: “…A che giova all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde se stesso?” (cfr. Lc 9,25) e ancora: “Chi salverà la propria vita la perderà, ma chi la perderà per causa mia, la troverà” (cfr. Mt 16,25).

Ed eccomi qui, sotto al sole cocente e in costume da bagno, con la Fede nuziale tra le mani, a ringraziare il Signore per avermi liberato da me stesso. Per avermi donato una moglie il cui zio sa recuperare gli anelli in mare.

Per avermi donato questo grande tesoro: il mio matrimonio, attraverso cui posso arrivare al grande tesoro che è Dio stesso.

Grazie zio Massimo, grazie Gesù.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Ri-conoscersi una meraviglia

Oggi vorremmo tornare sulle parole che il Papa ha rivolto ai fedeli durante l’Angelus di domenica scorsa. I Versetti del Vangelo erano quelli di Mc 6,1-6. Gesù non veniva riconosciuto dagli abitanti del suo stesso paese. Il Vangelo non cita il nome della località in cui si trova Gesù a predicare ma è ovvio che si tratti di Nazareth. All’epoca un villaggio di poche centinaia di abitanti dove tutti si conoscevano, pensavano di conoscersi. Prendendo spunto da questo episodio evangelico il Papa afferma:

Soffermiamoci sull’atteggiamento dei compaesani di Gesù. Potremmo dire che essi conoscono Gesù, ma non lo riconoscono. C’è differenza tra conoscere e riconoscere. In effetti, questa differenza ci fa capire che possiamo conoscere varie cose di una persona, farci un’idea, affidarci a quello che ne dicono gli altri, magari ogni tanto incontrarla nel quartiere, ma tutto questo non basta. Si tratta di un conoscere direi ordinario, superficiale, che non riconosce l’unicità di quella persona. È un rischio che corriamo tutti: pensiamo di sapere tanto di una persona, e il peggio è che la etichettiamo e la rinchiudiamo nei nostri pregiudizi. Allo stesso modo, i compaesani di Gesù lo conoscono da trent’anni e pensano di sapere tutto! “Ma questo non è il ragazzo che abbiamo visto crescere, il figlio del falegname e di Maria? Ma da dove gli vengono, queste cose?”. La sfiducia. In realtà, non si sono mai accorti di chi è veramente Gesù. Si fermano all’esteriorità e rifiutano la novità di Gesù.

Noi abbiamo trovato la riflessione di Papa Francesco bellissima e soprattutto molto interessante per noi sposi. In particolare la diversità che il pontefice evidenzia tra il significato di conoscere e quello di riconoscere. Quante volte noi crediamo di conoscere ormai l’altro/a e non siamo più capaci di riconoscerlo/a? Conoscere significa un po’ dare l’altra persona per scontata. E’ così, si comporta così, ha quel difetto, ecc. E’ normale, dopo un po’ di anni passati uno accanto all’altra, conoscerci sempre meglio. Proprio per questo è importante non credere di conoscere già tutto. Pensare di conoscere tutto significa non riuscire più a guardare l’amato/a con occhi di meraviglia e di stupore. Significa ingabbiare l’altro/a nei nostri schemi e nei nostri pregiudizi. Significa pensare di non aver più bisogno di “perdere” tempo a guardare l’altro.

E’ un attimo passare dal non credere di aver bisogno di guardare l’altro a non averne più desiderio. E’ il dramma di tante coppie di sposi che piano piano si perdono di vista, che perdono contatto ed intimità, proprio perchè pensano di conoscersi già benissimo e invece, col tempo, come in un piano inclinato, si allontanano sempre più fino a diventare due estranei. Non si conoscono più e non si riconoscono più. Per riconoscerci una meraviglia abbiamo invece bisogno di dedicarci tempo, attenzioni, cura, ascolto. Perchè nel riconoscerci un mistero, che non potremo mai possedere completamente, possiamo avere ri-conoscenza l’uno per l’altra. Riconoscere la bellezza, la ricchezza e la meraviglia che l’altro è. Dio ci vede meravigliosi proprio perchè non smette mai di cercarci e di prendersi cura di noi.

Voi cosa fate? Credete ormai di conoscervi oppure cercate di riconoscervi ogni giorno? Pensateci: ne va del vostro matrimonio e della vostra gioia.

Antonio e Luisa

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Lasciate che i bambini vengano a me!

13 Gli presentavano dei bambini perché li accarezzasse, ma i discepoli li sgridavano. 14 Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio. 15 In verità vi dico: Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso». 16 E prendendoli fra le braccia e ponendo le mani sopra di loro li benediceva.

Mc 10, 13-16

La rivoluzione educativa alla quale abbiamo assistito negli ultimi decenni ha portato finalmente a rivalutare la figura del bambino, addirittura a ribaltarla. Perché se per secoli i bambini hanno (abbiamo, non è passato così tanto tempo!) subìto il concetto di “scatola vuota” da riempire con nozioni, concetti e regole si è giunti finalmente al concetto di educare: derivato dal latino educĕre, ovvero “tirare fuori ciò che c’è dentro”, esprime perfettamente l’idea che il bambino abbia dentro di sé in potenza tutto ciò di cui ha bisogno.

Qual è però il legame col titolo di quest’articolo?

Quello che non salta subito all’occhio è che nel passaggio del vangelo di Marco viene presentato Gesù che non sta insegnando nulla ai bambini, ma semplicemente impone su di loro le sue mani per benedirli.

Inoltre, anche se non è specificato, è ragionevole pensare che fossero i genitori a condurre i loro bambini a Gesù. Questo ci fa capire perfettamente l’importanza di considerare i nostri figli non come una nostra “proprietà”, ma come dono prezioso che il Signore ci ha fatto affinché li custodiamo per poi renderli ed affidarli a Lui.

Perciò l’educazione dei nostri figli parte dal rispetto nei loro confronti in modo da trattarli come figli di Dio. Attenzione: il bambino va rispettato come individuo, senza trattarlo però come un “piccolo adulto”: infatti, a chi è come loro appartiene il regno di Dio perché hanno dentro sé la purezza e la pace.

Il bambino come Maestro di pace è anche al centro del pensiero di Maria Montessori, alla quale siamo grati per aver rivoluzionato la pedagogia.

Maria parla di “educazione per la pace”; lei sostiene che l’educazione è la nostra arma migliore per costruire una mentalità di pace ed è necessario formare il bambino per avere una nuova società fondata sui valori morali dell’individuo.

E qual è il modo migliore per arrivare alla c.d. “vera pace” se non quello di trasmettere la fede ai bambini? Maria Montessori se ne è occupata in alcuni suoi scritti sottolineando come la religione non è qualcosa da insegnare ma è come una piantina alla quale devono essere date le condizioni ottimali per poter crescere secondo i suoi tempi.

Nel bambino piccolo è necessario destare un amore spontaneo verso Dio. E come farlo? Facendo apprendere la religione, respirandola! A Messa, in casa, in famiglia…

I bimbi più piccoli (0-6 anni) hanno una forte e innata capacità di percepire il soprannaturale. Parliamo ai nostri figli di Dio che è Padre benevolo e amorevole, infondiamo in loro la consapevolezza e la certezza che Lui li ama. Possiamo farlo, ad esempio, insegnando loro a parlare con Dio spontaneamente e sempre: per ringraziarlo nella gioia, per essere consolati nella tristezza e per essere perdonati nell’errore.

C’è un aspetto poi molto importante che Maria Montessori ha evidenziato più volte: portiamo i bambini a Messa! Fin da piccolissimi! E ancor di più: ricreiamo lo stesso ambiente nella nostra casa! Ciò che Maria chiamava “l’ambiente preparato” a misura di bambino, può essere utilizzato anche per creare una Chiesa in miniatura con piccole sedie e piccoli inginocchiatoi, statue sacre ad altezza di bambino e una piccola dispensa dove posizionare tutti gli elementi presenti nella Bibbia (acqua, olio, vino…).

Molto altro si può fare per ricreare l’ambiente ideale ma quello della “Chiesa in miniatura” è un argomento che merita un approfondimento a parte in uno dei prossimi articoli.

“Io prego i cari bambini, che possono tutto, di unirsi a me per la costruzione della pace negli uomini e nel mondo”

Maria Montessori

Suona Familiare – Arianna e Kevin.

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Bisogno di cartina geografica ?

Ecco l’ultima parte del Vangelo di oggi :

Mt 9,32-38 […] Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!».

Sono poche parole ma potenti, come del resto lo sono sempre quelle evangeliche ; sono parole che, nella loro stringatezza, ci rivelano un Gesù che ha sempre i piedi ben piantati in terra, la Sua umanità ( peraltro santissima ) non è mai illusoria, non è mai vacua. Infatti, è un uomo che sente compassione, ci rivela il Vangelo, perché un uomo vero sa che la vita del corpo non è tutto, c’è molto di più nel cuore dell’uomo che nel suo corpo, vale molto di più ciò che muove l’animo di quello che muove il corpo, e Gesù vede la folla, ma va oltre a ciò che vede.

Non vede solo della gente stanca e affamata, vede persone disorientate nella vita, uomini che non hanno un obiettivo nella vita perché non è stato indicato loro un pascolo per le loro anime assetate ad affamate, è questo l’oltre che interessa a Gesù.

Avrete sicuramente intuito che quelle folle ci rappresentano, siamo noi quando siamo senza una guida.

Quanto è importante avere una guida nella vita !

Lo sanno bene quei fidanzati che pensano di fugare i loro dubbi circa il proprio matrimonio e non sanno che invece i dubbi si acuiranno fino all’estremo perché nessuno gliel’ha mai detto, vengono lanciati dentro la realtà matrimoniale come dilettanti allo sbaraglio.

Lo sanno bene quelle coppie che si sono preparate al matrimonio con un corso all’ultimo minuto, solo per avere un lasciapassare per il parroco, ma poi si sono sentite disorientate quando sono cominciati i primi problemi tra di loro e non sapevano a chi rivolgersi.

Lo sanno bene quelle coppie che vivono una malattia in famiglia, e si ritrovano sole con il proprio dolore ma senza una prospettiva d’eternità, di speranza.

Lo sanno bene quelle coppie che vivono una crisi nella loro relazione, ma non hanno coltivato una spiritualità di coppia che li possa sostenere, non hanno nessun aiuto per l’anima sofferente.

Queste sono solo alcune delle tante situazioni che affliggono il vasto mondo delle coppie senza un pastore, ecco perché Gesù ha sentito compassione, sapeva benissimo che senza una guida ci si perde. Certo, è un ragionamento abbastanza semplice e scontato se si parla di geografia, però vale anche nella vita ; molte persone invece, accendono il navigatore satellitare anche per percorrere la solita strada che li conduce al luogo di lavoro tutti i giorni, ma poi quando ci sono di mezzo le cose importanti della vita quali la relazione d’amore tra i due sposi, la famiglia, l’educazione ed il futuro dei figli, pensano di affrontarle con le sole proprie forze o con le risposte a corto raggio che dà il mondo.

Sì, perché il mondo non sa dare risposte a lungo raggio, ad ampio spettro, e non le può dare perché l’eternità non fa parte di questo mondo, la spiritualità ( in particolare quella cristiana ) viene ignorata, banalizzata, ridicolizzata… quando il mondo tenta di dare risposte si rifugia nel “clinicamente testato“, ne “la scienza dice“, nel “avete bisogno di uno psicoterapeuta“…. questo è il massimo che può dare questo mondo, ma c’è un “oltre“, c’è di più nel cuore dell’uomo.

Cari sposi, se non l’avete ancora fatto, correte subito a cercare un pastore d’anime che vi guidi ai pascoli sempre verdi e lussureggianti di Gesù, un pastore che non si metta al centro dell’attenzione ma che sappia mettere al centro sempre Gesù, che vi indichi sempre Gesù come esempio e meta, perché il vero Buon Pastore è Gesù, il sacerdote ne fa le veci.

La vita è troppo breve per sprecarla a rincorrere gli specchietti per le allodole del mondo, noi sposi abbiamo bisogno di sacerdoti che ci sappiano guidare verso i pascoli dove l’acqua è sempre fresca e zampillante, dove l’erba è sempre verde e rigogliosa, dove la nostra anima può riposare al sicuro dalle angustie della vita, dove le nostre ansie e preoccupazioni trovano riposo, dove tutti i nostri desideri trovano risposta.

Noi sposi abbiamo bisogno di pastori che ci diano delle regole da seguire, regole che ci impediscano di uscire dal recinto ; abbiamo bisogno di pastori che continuamente contino le proprie pecore e controllino che nessuna sia andata perduta ; abbiamo bisogno di pastori che continuamente controllino i recinti per verificarne la robustezza ; abbiamo bisogno di pastori che sappiano affrontare i lupi e che ci difendano dai ladri ; abbiamo bisogno di pastori che controllino che le pecore non siano malate… insomma, che si prendano cura di noi.

Gli sposi in Cristo sono una perla preziosa che la Chiesa deve custodire perché è sepolta nel proprio campo, non dobbiamo permettere alla Chiesa di vendere questo campo a nessuno.

Vi invitiamo a fare due gesti questa settimana : il primo è quello di andare insieme dal vostro sacerdote di fiducia oppure semplicemente dal vostro parroco ( magari questa domenica ) e chiedere una Benedizione su voi due, che vi imponga le sue mani consacrate sul vostro capo mentre pronuncia una preghiera di Benedizione… di sicuro vi chiederà almeno la motivazione di tale richiesta, e quale occasione migliore per esporgli le vostre fatiche del momento presente ?

Il secondo gesto è quello di pregare insieme come coppia per chiedere al Signore di farvi conoscere ( non per forza di persona ) un sacerdote che vi faccia da guida/pastore e nello stesso tempo per offrire i vostri figli maschi al Signore perché rispondano con generosità e slancio alla vocazione sacerdotale ( se è nella volontà del Padre ).

Coraggio sposi, abbiate fiducia nella Provvidenza e lasciate stare i navigatori satellitari del mondo.

Giorgio e Valentina

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E’ bello sposarsi ma ancor più bello è vivere sponsalmente con Gesù

Ci succede spesso di ricevere messaggi o di confrontarci con alcune persone single. Magari persone che hanno già un’età matura. Quando queste persone ci aprono il cuore e mettono a nudo le loro emozioni, spesso traspare tanta sofferenza, scoraggiamento e senso di abbandono. Perchè Dio mi tratta come una mezza persona? Perchè non posso avere anche io la gioia e l’esperienza di una relazione affettiva profonda come il matrimonio? Perchè Dio ce l’ha con me? Queste sono più o meno i messaggi che ci vengono lanciati.

E’ vero, noi non possiamo comprendere fino in fondo la sofferenza di questi fratelli e sorelle. Noi per loro siamo i fortunati. Meglio dire i “graziati”, in un contesto cristiano come il nostro. Abbiamo cioè avuto la grazia di trovarci e di sceglierci.

Ci sentiamo però di fare alcune considerazioni che sono valide per ogni persona, qualunque sia il suo stato di vita. Valgono per noi sposati, ma valgono anche per i sacerdoti e religiosi, per i single, per i vedovi, per i separati, per coloro che hanno un orientamento omosessuale ecc. ecc.

La nostra vita diventa piena quando scorre nella SPONSALITA’. Siamo tutte creature aperte alla sponsalità e possiamo viverla qualsiasi sia la nostra condiizione. Sponsalità con Gesù. Cosa significa? Significa sentirci amati da Dio. Certamente amati come da un Padre. Non basta però. Amati anche come uno sposo ama la sua sposa. C’è una differenza grandissima tra il sentirsi soltanto figli (che è già tantissimo) di un Padre tenero e misericordioso e il sentirsi un noi con Gesù. Significa fare esperienza di intimità con Dio. La stessa intimità che c’è nella Trinità. Un amore ancora più bello e completo. Un amore dove noi, non solo siamo gli amati, ma rispondiamo all’amore dello Sposo su un piano di parità, come la Sulamita del Cantico dei Cantici. Gesù arde di desiderio per ognuno di noi. Aspetta trepidante la nostra risposta al Suo amore. Vivere la nostra sponsalità può essere davvero liberante. Significa fare un cammino dall’io al noi, da pensare da solo a pensare in due, da vivere da solo a vivere in due: è un cammino bello. Quando arriviamo a decentrarci, allora ogni atto è sponsale: lavoriamo, parliamo, decidiamo, incontriamo gli altri con atteggiamento accogliente e oblativo.

Comprendete come tutta la nostra vita sia abitata dalla sponsalità con Dio? Ciò che ci può rendere felici non è quindi trovare una persona con cui condividere vita e letto. No! Chi ripone tutte le proprie aspettative solo su questo aspetto affettivo-relazionale poi, spesso, resta deluso. Perchè l’altro non sarà mai in grado di riempire il nostro cuore fino in fondo e di dare soddisfazione al nostro desiderio di infinito. Ci si sposa per donare il nostro amore e non per pretendere che l’altro si faccia carico della nostra povertà.

Tu che sei sposo o sposa. Leggi il tuo amore alla luce della sponsalità con Gesù e il tuo matrimonio sarà libero. Sarai libero di amare l’altro senza aspettarti nulla in cambio ma solo con il desiderio di rispondere all’amore di Gesù. Sarai libero di amare l’altro per quello che è e non per quello che fa e che ti dà. Un amore misericordioso e incondizionato. Sarai così capace di liberare l’altro dal compito impossibile di donarti una gioia piena ed infinità e di dare senso alla tua vita. Solo Dio può dartii questo. Il matriimonio non salva e può essere un inferno quando si carica di tutte le aspettative di felicità e di senso. La gioia più grande viene proprio dalla consapevolezza di star dando tutto, senza riserve, non da quello che riceviamo. Io Antonio ci ho messo anni per capirlo e ho rischiato davvero di rovinare tutto con Luisa.

Tu che sei single. Apri il cuore. Decentra le tue attenzioni da ciò che ti manca a ciò che sei. Trasforma il tuo desiderio di essere amato in dono di te. Ogni gesto che tu fai può essere sponsale. Ogni volta che ti accorgi del bisogno del fratello, ogni volta che sei pronto ad ascoltare e consolare. Ogni volta che ci sei con la tua presenza. Non sentirti una mezza persona. Se sei capace di donarti agli altri e di avere sempre uno sguardo amorevole, sei già una persona piena, sei una persona già pienamente realizzata. Cambia tutto! Chi è capace di vivere in questo modo non ha bisogno di un’altra persona per avere la pace del cuore. Chi non si piange addosso ma apre il cuore all’amore dello Sposo si riveste dell’abito nuziale ed è una persona con grande fascino per chi lo incontra. Luisa ha passato anni a sentirsi meno degli altri e poco desiderabile. Poi, quando si è aperta a Dio, è cambiato tutto. Io ho visto la sua bellezza perchè lei per prima la vedeva.

Tu che sei sacerdote o religioso. Gesù ti chiede di mostrare al mondo la tua sponsalità con Lui. La sponsalità con Gesù ti permette di farti pane spezzato con ogni fratello e con ogni sorella tu incontri lungo la strada. Probabilmente hai nel cuore quel passo del Vangelo che dice: Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Riesci a vedere in ogni persona, anche la più povera e la più misera l’immagine dello Sposo che tanto ti ama e tanto ti ha amato. Non hai bisogno di una donna o di un uomo accanto perchè Gesù ti basta.

Tu che sei persona con orientamento omosessuale. Vivere la sponsalità con Gesù ti permette di sentirti profondamente amato dallo Sposo. Ti fa sentire una persona capace di amare e di essere amata. Una persona capace di vivere quel desiderio d’amore che fa parte dell’umanità di ogni persona nel modo giusto. In modo che ogni tuo gesto sia per il bene dell’altro e non per usarlo. In modo che il corpo diventi mezzo per trasmettere amore e non per vivere una sessualtà che nulla ha a che vedere con la verità del dono d sé. Sei capace di castità e per questo di un amore e un’amicizia più veri e più grandi.

Tu che sei uno sposo abbandonato e fedele. Per il mondo sei un matto. Perchè restare fedeli ad una persona che ha fatto altre scelte e che magari vive una nuova relazione e una nuova vita? Non sei matto. Hai solo compreso come il tuo matrimonio sia prima di ogni altra cosa una risposta all’amore fedele di Dio. Gesù ha promesso con te il giorno delle nozze ed è ancora lì che come te crede in quella promessa e questo ti dona la pace della sposa che ama il proprio sposo. Incomprensibile, se non con gli occhi della fede. Ma ci sei tu che ci mostri come il matrimonio sia qualcosa che supera le nostre dinamiche umane e terrene. Un amore che profuma di autenticità proprio perchè capace di andare oltre il tradimento e il rifiuto dell’altro.

Ciò che cambia la vita non è il matrimonio e non è vivere relazioni affettive e sessuali, ma prima di ogni altra cosa è scoprire la nostra sponsalità con Gesù. Solo così saremo padroni del nostro corpo e saremo rivestiti di una ricchezza che non è di questo mondo e che non ci fa essere mendicanti d’amore. Siamo già rivestiti dell’abito nuziale, qualsiasi sia la nostra storia e il nostro stato personale di vita.

Antonio e Luisa

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