Cari sposi, siamo nel cuore del tempo pasquale e siamo invitati a continuare ad assimilare ancora una volta l’evento più importante della nostra vita. La domanda che risuona nel cuore e che vogliamo condividere è: cosa mi ha lasciato il Triduo Pasquale nella vita? Cosa ha cambiato di me?
In questo senso, oggi la Parola ci sfida in modo speciale perché Gesù parla di pace e tutto ciò cade in un momento che di pace sembra non avere proprio nulla. Ma se facciamo attenzione al contesto del Vangelo, ci accorgiamo che Gesù non era in una situazione così distante dalla nostra: Lui sta rincuorando gli apostoli, mitigando un clima di paura, per l’appunto quando nel suo cuore albergava solo tristezza e angoscia per la sua morte imminente.
Gesù dice ai Dodici: “Non sia turbato il vostro cuore” (Gv 14,1). Il verbo greco originale non parla semplicemente di uno stato d’animo ma del risultato di uno sconvolgimento, di un crollo dei punti di appoggio. Essere turbati è una condizione in parte passiva dinanzi a qualcosa che ci ha travolti. Ci dice il Catechismo che: “La pace è dono di Dio, è affidata alla libertà responsabile degli uomini» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2304). Ecco allora che la pace che Gesù offre non dipende dall’assenza di conflitti esterni ma dalla certezza di essere amati dal Padre.
Ma allora come fa a rassicurarci Gesù? La risposta sta nella sua Parola: “Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi” (Gv 14,3). Il problema che minaccia il cuore è la paura che non ci sia un posto per noi, che non ci sia una dimora, una casa sicura. Sant’Agostino lo aveva già intuito: “Ci hai fatti per te, e il nostro cuore è senza pace finché non riposa in te” (Confessioni, I, 1). Questa “inquietudine nativa” di cui parla il Vangelo non è un difetto ma è la struttura dell’anima umana, aperta all’infinito e che nulla di materiale, per quanto affidabile e solido, può gratificare.
Come sposi, portate pure voi questa stessa inquietudine nella vita coniugale, magari ci si aspetta che il matrimonio acquieti e guarisca la solitudine, che il coniuge riempia ogni vuoto e renda felici; eppure, la Chiesa ci ricorda che solo Dio è la risposta ultima al cuore umano e il vostro amore è una strada verso il Padre, non la Mèta definitiva. Che bello quanto ci ricorda San Giovanni Paolo II:
“Questa comunione coniugale affonda le sue radici nella naturale complementarità che esiste tra l’uomo e la donna, e si alimenta mediante la volontà personale degli sposi di condividere l’intero progetto di vita, ciò che hanno e ciò che sono: perciò tale comunione è il frutto e il segno di una esigenza profondamente umana. Ma in Cristo Signore, Dio assume questa esigenza umana, la conferma, la purifica e la eleva, conducendola a perfezione col sacramento del matrimonio: lo Spirito Santo effuso nella celebrazione sacramentale offre agli sposi cristiani il dono di una comunione nuova d’amore che è immagine viva e reale di quella singolarissima unità, che fa della Chiesa l’indivisibile Corpo mistico del Signore Gesù.” (San Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio, n. 19).
Gesù non ci dà una mappa, non ci fa passare per scorciatoie facili perché quando Tommaso chiede: “Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?” (Gv 14,5), la risposta di Gesù è tassativa nella sua semplicità: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6). La strada che ci indica è la stessa che percorre Lui perché quando una coppia incontra Cristo, quando ha memoria di Lui, allora la strada cambia, sebbene sia difficile. L’unica cosa che conta è restare con Lui, costi quel che costi.
Seguire Cristo è come affidarsi a una buona guida alpina. Non serve conoscere ogni sentiero: basta mettere i piedi dove li mette Lui, le mani dove le mette Lui. Lentamente, si arriva in vetta. Questa è la risposta profonda alla nostra inquietudine: seguire Cristo è ciò che ci tirerà fuori dalla confusione, dai nostri tentativi maldestri di trovare da soli la strada.
Cari sposi, il vostro matrimonio è una delle forme concrete in cui Dio vi sta portando verso di Sé. Ogni momento della vita coniugale – la gioia, la fatica, la tenerezza, il perdono – è una strada verso il Padre. Perciò non perdeteLo mai di vista, restate con Lui e nella vostra casa ogni giorno, potrete rendere presente il volto del Padre.
ANTONIO E LUISA
Gesù non dice solo “vi mostro la strada”, ma “io sono la via”. Questo cambia tutto. Non è un modello da imitare a distanza, è una presenza da accogliere dentro la relazione. È verità, perché in Lui vediamo cosa significa amare davvero: donarsi, perdere per ritrovarsi, restare anche quando costa. Ma è anche vita, e qui tocchiamo il punto più concreto per la coppia. Se pensiamo che l’altro ci basti, che il senso si chiuda nel “noi due”, prima o poi ci svuotiamo. Diventiamo mendicanti d’amore, sempre in attesa che l’altro ci riempia. E l’altro non ce la fa.
Solo se l’amore attinge a Cristo diventa sorgente e non richiesta continua. Solo se Lui è dentro, non ci consumiamo ma ci generiamo. Questa è la verità: non basta amarsi, bisogna lasciarsi amare da Lui per imparare ad amare davvero.
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