Il Sacro Cuore vs. Matrimonio – Atto I

Cari amici,

il mese di giugno è tradizionalmente dedicato al Sacro Cuore di Gesù. Per questo motivo mi è parso di poter “osare” con voi e cercare quale legame ci può essere con la vostra vita nuziale, quale insegnamento con il sacramento del matrimonio.

Mi ha sorpreso rifletterci sopra, perché il Sacro Cuore, nonostante sia una devozione che forse ad alcuni di voi può sembrare sdolcinata o dal sapore nonnesco, a ben vedere ha un grande e profondo senso matrimoniale. Vediamo di questa festa oggi un primo aspetto, lasciando tra 15 giorni l’altra dimensione.

Partiamo anzitutto dal significato biblico del cuore. L’ebreo concepisce il cuore come l’«interno» dell’uomo, in un senso molto più lato. Oltre ai sentimenti (2 Sam 15, 13; Sal 21, 3; Is 65, 14), il cuore comprende anche i ricordi e le idee, i progetti e le decisioni, e ancora: nell’antropologia concreta e globale della Bibbia, il cuore dell’uomo è la fonte stessa della sua personalità cosciente, intelligente e libera, il centro delle sue opzioni decisive, quello della legge non scritta (Rm 2,15) e dell’azione misteriosa di Dio (Leon Dufour, Dizionario biblico).

Per potermi spiegare meglio vi ricordo come sia nata questa festa. Tutto iniziò in un paesino al sud-est della Francia, Paray-Le-Monial, all’interno di un convento di suore della Congregazione delle Visitandine. Suor Margherita Maria Alacoque la notte del 27 dicembre 1673, nella cappellina del monastero vede Gesù, giovane, bellissimo, che le sorride e le porge il Suo Cuore, fiammeggiante e splendente racchiuso nella mano. In seguito, Lui le dice: “Il mio divino Cuore è così appassionato d’amore per gli uomini, che non potendo più racchiudere in sé le fiamme della sua ardente carità, bisogna che le spanda. Io ti ho scelta per adempiere a questo grande disegno, affinché tutto sia fatto da me”. Inoltre, durante la visione, suor Margherita Maria vide che Lui, continuando a porgerle il Suo Cuore, aggiunse queste stupende parole: “Almeno tu, amami!”.

È impressionante che Gesù ci doni in questo modo il suo amore! Così aveva fatto con san Pietro sul lago di Tiberiade: “Pietro, mi ami tu?”. Il Cuore divino di Gesù chiama il nostro cuore! Qui c’è l’essenza nuziale della Solennità della festa appena celebrata.

Per tutte voi coppie c’è stato un momento di fortissima passione, di slancio totale verso l’altro, in cui la persona amata era la più importante in assoluto al mondo. Sappiamo bene che quei momenti non possono durare sempre. Tuttavia, il passare del tempo non è il nemico dell’amore e in questa festa vediamo quale sia il segreto della perseveranza.

Gesù per prima cosa dona il suo Cuore e solo in un secondo momento chiede a cambio il medesimo atteggiamento di donazione. Nel matrimonio voi coppie siete chiamate a fare lo stesso: a vivere in un atteggiamento perenne di dono, di offerta, di regalo di sé, gratuitamente e liberamente. E certamente che ci si aspetta il contraccambio ma che esso non sia la prerogativa. Come dice Papa Francesco: “l’amore, quanto più è intimo e profondo, tanto più esige il rispetto della libertà e la capacità di attendere che l’altro apra la porta del suo cuore” (Francesco, Amoris Laetitia, 99).

Non è esagerato dire che tutte voi, care coppie, con il sacramento del Matrimonio avete il Sacro Cuore dentro di voi! Non esagero! Non farò la fine di Savonarola o di Giordano Bruno! Sentite cosa dice San Giovanni Paolo II: «Lo Spirito, che il Signore effonde, dona il cuore nuovo e rende l’uomo e la donna capaci di amarsi come Cristo ci ha amato. L’amore coniugale raggiunge quella pienezza a cui è interiormente ordinato, la carità coniugale» (Familiaris consortio, 13).

Vi invito a riflettere su questa verità e a rendere grazie al Signore che vi ha arricchito e benedetto di un così grande dono. Basta solo che collaboriate alla grazia che è già in voi e lasciate che quel Cuore di Gesù, che batte adesso al vostro ritmo, sia libero di amare in voi.

Padre Luca Frontali

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Quanto vale la tua vita? – “Sposi&Spose di Cristo”

..di Pietro e Filomena “Sposi&Spose di Cristo”..

Carissimi, oggi condividiamo con voi un piccolo racconto tratto dal nostro libricino: “7 piccoli racconti verso Pasqua”.

Da poco abbiamo vissuto la Solennità del Corpus Domini, ma forse troppo presto dimentichiamo la grandezza di questo Mistero che si intreccia con la nostra esistenza.

Buona lettura, il Signore vi dia Pace!

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Il tiepido sole di primavera non aveva ancora sciolto la neve ed il ghiaccio sulla strada era ancora duro. Anche il silenzio del bosco raggelava maggiormente i freddi e tristi pensieri di Katharina. Il suo fiato era l’unico elemento ancora caldo e si trasformava in vapore appena uscito dalle narici. I suoi occhi blu avrebbe voluto chiuderli una volta per tutte. Tradita dal suo uomo, ora lei aveva deciso di tradire la vita per gettarsi nella morte. “Se lui non mi ama allora non valgo nulla”, ripeteva nel suo cuore spezzato.

Ad essere spezzato fu ad un tratto anche quell’angosciante silenzio.

Ivan il cieco attraversava il bosco sulla suavecchia slitta di legno mezzo marcio trainata da dodici paia di lupi ansimanti; correvano nel freddo della steppa e si affannavano per tornare a casa con il loro padrone.

Ivan il cieco era uno di cui si poteva ben affermare che non sai di dove viene né dove va. Ed eccolo spuntare apparentemente dal nulla tutto ricoperto di brina gelata che gli intirizziva la barba dividendola in sette lunghe ciocche. Ivan aveva gli occhi neri e immobili.

Passando accanto alla donna, di colpo si lanciò dalla slitta e afferrò Katharina per i polsi, ed entrambi caddero sulla neve. Ivan avvicinò la sua faccia a quella della ragazza che ora tremava dal freddo e dalla paura. Il cieco puntò i suoi occhi nudi su quelli freddi della ragazza e dopo aver raccolto tutto il fiato che aveva in corpo le urlò a squarciagola: “Donna! Sai quanto vali tu!? Tu vali il Corpo ed il Sangue di Cristo!!!Intendi Donna!? Quanto vali tu!? Tu vali il Corpo ed il Sangue di Cristo!!! Comprendi Donna quanto vali tu!? Tu vali la stessa vita di Dio! Tu vali il Corpo ed il Sangue di Cristo!!!“.

Poi di fretta le lasciò cadere i polsi e si tirò su affannosamente mentre la tosse quasi lo soffocava. Diresse le sue mani verso la slitta e vi si aggrappò; lanciò un urlo e i suoi lupi ripresero la furibonda corsa verso casa e in quella confusione di latrati e vento Ivan il cieco pareva scomparire nell’orizzonte cristallino.


Katharina lentamente si rialzò pima sulle braccia e poi sulle gambe. Ora guardava altrove e timidamente versò una lacrima. Fu la prima dopo lunghi anni di tormento. Una lacrima calda solcava il suo viso bianco come la neve.

E la primavera quell’anno iniziò ad arrivare, la Pasqua era vicina.

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Dal Vangelo secondo Marco 5, 35-43

Mentre ancora parlava, dalla casa del capo della sinagoga vennero a [dire al capo della Sinagoga]: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, continua solo ad aver fede!». E non permise a nessuno di seguirlo fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava. Entrato, disse loro: «Perché fate tanto strepito e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». Ed essi lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della fanciulla e quelli che erano con lui, ed entrò dove era la bambina. Presa la mano della bambina, le disse: «Talitàkum», che significa: «Fanciulla, io ti dico, alzati!». Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare; aveva dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. Gesù raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e ordinò di darle da mangiare.

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Grazie, Pietro e Filomena.

“Fare” l’amore, teoria e pratica. Ultima parte

Riprendo il discorso di ieri (clicca qui per leggere l’articolo) rivelando quali sono le doti corporee che consentono di “fare bene” l’amore e come l’episodio del servizievole Jesus mi ha ispirato per capirle bene.

Inizio con un po’ di teoria, ma prometto che sarò breve, per gli approfondimenti rimando ancora agli articoli o meglio ai libri di Antonio e Luisa. Poniamo l’assunto che le doti corporee espressive dell’amore siano tre: sentimento, tenerezza e dolcezza. Non sono opzionali, ci devono essere tutte e devono essere tutte coscientemente sviluppate e maturate. Il sentimento è il desiderio ardente di andare verso l’amato, di averlo vicino, di renderlo felice; si tratta di una forza travolgente che esige di entrare in intimità con l’altro, può anche spingere a sacrificarsi per l’altro. La tenerezza è una forza altrettanto travolgente ma speculare alla prima, cioè un aprirsi all’altro in un dono esclusivo d’amore, esprimendo tutta la propria forza di seduzione dedicata solo all’amato per attirarlo a sé, abbandonandosi a lui e arricchendo così ogni gesto d’amore di comunicazione intima. La dolcezza infine è un modo di esprimersi con delicatezza ed armonia che arricchisce e rende autentici i gesti di sentimento e tenerezza.

Mi spiegarono questo (molto meglio di così) durante la preparazione al matrimonio, ma in quel momento avevo aspetti più delicati ed urgenti da affrontare e non mi curai di approfondire fino in fondo la questione. Avevo maggiormente chiare le doti di sentimento e tenerezza, che da sole raffiguravano le dinamiche del corteggiamento, inoltre mi davano già solo queste, l’idea di una armoniosa completezza, consideravo quindi la dolcezza qualcosa di buono ma sottinteso. Questo all’inizio… dopo qualche anno ho sviluppato un po’ di sensibilità (sì, capita anche ai maschi) e mi sono accorto che un forte sentimento e una splendida tenerezza non bastavano, anzi ognuna di queste doti in me o in Valeria potevano avere momenti alti e bassi, ed anche quando si verificavano da parte di entrambi contemporaneamente non era garantito che nascessero momenti di unione profonda e viva partecipazione d’amore, c’era proprio qualcosa che mancava, forse la dolcezza in fondo faceva la sua parte importante, forse addirittura era più importante delle altre due.

Tentando di capire mi inventai pure una metafora, quella del turibolo, dove ci sono tre elementi: il carbone, il turibolo stesso e l’incenso. Il carbone e il turibolo rappresentano il sentimento e la tenerezza, l’uno è ardente e l’altro è accogliente, l’uno maschile e l’altro femminile, uno selvaggiamente forte e l’altro gentilmente decorato. L’incenso rappresenta la dolcezza, quel qualcosa che dentro i primi due e grazie ad essi sparge profumo benedicente, ovvero fonde le prime due qualità dandone piena realizzazione. Senza l’incenso il turibolo sarebbe solo una bella sfera che brucia ma non scalda e magari puzza anche un pochino.

Tutto questo però era solo una bella immagine, non avevo capito ancora niente, non avevo ancora risposto alla domanda: che cos’è la dolcezza? È qui che l’episodio del servizievole Jesus raccontato ieri mi ha aiutato: ho immaginato un Gesù talmente pieno d’amore per noi sposi che si farebbe così umile da servirci al tavolo se, in quel momento, fosse il solo modo in cui possiamo capire quanto ci ama. È questa la semplice spiegazione, ecco cos’è la dolcezza: un linguaggio per comunicare con l’amato!

La dolcezza è un linguaggio, non il tuo ma quello dell’altro, quello che all’altro permette di capire quanto lo ami, è qualcosa che richiede di concentrarsi sull’altro a tal punto che si riesce a capire di che cosa l’altro ha bisogno in ogni momento. Richiede impegno e il coraggio di farsi umili senza nessun timore, richiede di mettere al primo posto l’altro e di onorarlo. Cosa sarebbe infatti il solo sentimento senza dolcezza? Un atto eroicamente romantico ma attento a sé stesso, un vano desiderio di gridare ai quattro venti il proprio amore. E la tenerezza senza dolcezza? Non sarebbe far splendere il proprio fascino perché sia ammirato? Non sarebbe anch’essa autoreferenziale? Senza dolcezza, che orienta genuinamente e umilmente verso l’altro sia il sentimento che la tenerezza, non ci sarebbe vera comunicazione d’amore e la nostra graziosa danza di corteggiamento sembrerebbe un bel turibolo scintillante, che brucia ma non scalda e forse puzza anche un pochino.

Ranieri e Valeria

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“Fare” l’amore, teoria e pratica. Prima parte

Ok, ho fatto il furbo col titolo, in effetti non è proprio un articolo sul sesso, almeno non in modo diretto, ma sulle doti corporee che danno un volto all’amore, l’eros c’entra eccome ma queste doti abbracciano tutta quanta la relazione d’amore. Comprendere queste dinamiche e farle proprie è importantissimo per “fare bene” l’amore, cioè per vivere in modo naturale, pieno e autentico la propria relazione d’amore, tutti quanti però siamo più o meno condizionati da una visione distorta ed egoistica dell’amore perciò abbiamo bisogno di un po’ di aiuto. Sulle pagine di questo blog Antonio e Luisa hanno pubblicato articoli splendidi che invito a rileggere, con spiegazioni precise e ricche su ogni dote, quello che voglio raccontare però è il percorso personale di come sono passato dalla teoria, ovvero dalle caritatevoli lezioni di padre Raimondo Bardelli, alla pratica di far mie queste dinamiche d’amore nella vita matrimoniale. In questo percorso c’è stato un episodio fortuito e memorabile che mi ha dato un esempio e uno spunto di riflessione per riuscire a capire bene fino in fondo.

Successe durante una bellissima vacanza di qualche anno fa: io e Valeria avemmo una fortuna sfacciatissima perché ci accaparrammo un last minute per il Messico di quelli che non esistono più. Pagammo la vacanza circa un terzo del normale e ci trovammo in un enorme villaggio a cinque stelle, con piscine, spiagge e ristoranti, trattamento tutto compreso, la foresta tropicale e la spiaggia caraibica completavano una vacanza veramente di lusso. Eravamo sposati da un anno e non avevamo ancora figli pur desiderandoli, naturalmente l’atmosfera non favoriva granché la dimensione spirituale, eravamo sì riusciti con un po’ di fatica ad trovare una messa, ma a parte questo ce la spassavamo quanto più si potesse. Una sera andammo a cena in uno dei lussuosi ristoranti, indossando i nostri abiti migliori e la convinzione di essere dei gran fighi, dopotutto gli altri turisti erano quasi tutti americani molto sovrappeso e sentirsi snelli e fighi era facile… bei tempi!

Eravamo seduti al tavolo sfogliando il menù atteggiandoci un po’ quando giunse il cameriere che con molta gentilezza ci disse qualcosa in spagnolo che io non capii, sostanzialmente ci salutò, ci chiese cosa volevamo da bere e si allontanò. Da lì in poi la serata cambiò: alzai lo sguardo dal mio menù e vidi che Valeria aveva qualcosa che non andava, anche lei alzò gli occhi dal menù con un’espressione imbarazzata. Mi preoccupai, forse la cena non era compresa nello scontatissimo prezzo del viaggio? Forse eravamo capitati nel ristorante vegano? Con voce bassissima mi chiese: − Hai sentito cosa ha detto?No…che ha detto?Buonasera, il mio nome è JESUS e sono qui per servirvi!….Cioè mi vuoi dire che lui si chiama Gesù?!? E ha proprio detto “sono qui per servirvi”?!? Sapevo che non si era sbagliata, capiva lo spagnolo molto meglio di me, quindi mi resi conto di una cosuccia: mentre “Jesus” era venuto al mio tavolo, per servirmi, io bello bello sfogliavo il menù, mi atteggiavo a figo e non avevo neanche capito quel nome. Debbo solo a Valeria il fatto di essermi reso conto e di avermi permesso di riflettere in seguito. Naturalmente la cena andò avanti ma tutto si era fatto assurdo e buffo: avere proprio quel cameriere era imbarazzante, insomma, immagina di avere davanti a te “Jesus” che ti chiede − Tu cosa desideri? −, ci vuole un bel coraggio a rispondere − Linguine allo scoglio! − Sì, fu anche comico, dovetti sforzarmi per non dire Rendiamo grazie a Dio, invece di un semplice Gracias ogni volta che ricevevo i gentilissimi e normalissimi gesti di servizio. Un buon effetto che ci fece da subito quella cena fu quello di farci essere superbi e fighi, certo, non ci è mai passato per la mente che quello fosse JESUS o un suo inviato speciale, ma questo divertente episodio ci risvegliò quel tanto da farci ricordare di essere molto amati come sposi, e fummo veramente grati di avere intorno tutta quella bellezza che la natura ci offriva in modo generoso.

Questo episodio, che ad altri potrebbe far nascere ore e ore di riflessione con decine di spunti sugli episodi evangelici, a me ha fatto accendere una lampadina particolare, spiegandomi in modo semplice e chiarissimo una in particolare tra le doti corporee che servono per “fare bene” l’amore, ma spiegherò tutto quanto domani nella seconda parte.

Ranieri e Valeria

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Un accampamento per noi !

La Liturgia ci ha presentato ieri alcuni versetti del Salmo 34, sono uno più bello dell’altro e sarebbe bello approfondirli tutti ma siamo costretti a fare una cernita nella speranza di essere d’aiuto a molte coppie :

Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode. Io mi glorio nel Signore: i poveri ascoltino e si rallegrino. […] Ho cercato il Signore: mi ha risposto e da ogni mia paura mi ha liberato. Guardate a lui e sarete raggianti, i vostri volti non dovranno arrossire. Questo povero grida e il Signore lo ascolta, lo salva da tutte le sue angosce. L’angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono, e li libera. Gustate e vedete com’è buono il Signore; beato l’uomo che in lui si rifugia.

Avrete notato come il focus delle azioni non sia sull’uomo che invoca l’aiuto dall’Alto, ma è su Dio. Si avverte come l’uomo bisognoso di aiuto si rifugi nel Signore e Lo benedica invece di piangersi addosso chiedendosi che fine abbia fatto Dio.

Diverse coppie di sposi forse stanno vivendo delle situazioni di difficoltà, di fatica più o meno grande e si sentono come abbandonate a se stesse, ebbene, sembra che anche il salmista abbia passato dei momenti di sconforto, di buio, ma… come comincia la sua preghiera ? “Benedirò il Signore in ogni tempo”… perché ? Lo spiega nei versetti seguenti raccontando di come il Signore non abbia mai disatteso le sue speranze, perciò Lo benedice e Lo loda in ogni tempo, anche nel tempo della prova.

Forse molte coppie stanno vivendo delle paure di vario tipo, ed hanno bisogno di una parola di speranza, di un incoraggiamento, la Parola di Dio viene loro incontro ancora una volta confermando che il Signore libera da qualsiasi tipo di paura, così come testimonia il salmista.

Ci sono numerosi passi nella Bibbia che raccontano la vita dell’uomo come una battaglia, una battaglia contro forze nemiche pressanti e continue, senza sosta, non-stop, 24H, nemici che non riposano, che non hanno requie, perché il loro intento è rubare la nostra anima a Dio, rubarla alla nostra vera casa, il Paradiso, insomma… i Santi insegnano che le nostre tentazioni terminano 5 minuti dopo la nostra morte. Capito l’andazzo ?

Sembra una situazione da cui non ci sia via di scampo, non vi sia rimedio, eppure anche in questo Salmo la Parola di Dio ci rassicura perché Egli non farà mancare il suo aiuto al povero che grida a Lui, per coloro che Lo temono non bada a spese.

Quando si combatte una battaglia, c’è bisogno di un punto strategico di appoggio, di una postazione sicura, di un rifugio protetto in cui si possa recuperare le forze perdute nello scontro, rifocillarsi e recuperare nuove munizioni e/o armi.. e sapete come si chiama questo sito ? Nel gergo bellico si dice accampamento.

Infatti, il Signore sa bene che la battaglia a cui siamo sottoposti è ardua, ed è per questo che manda il suo potente aiuto : “[…] L’angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono, e li libera. “.

Cari sposi che state vivendo nella prova, nell’angoscia, nella tribolazione, abbiate fiducia nel Signore. Non preoccupatevi nell’immediato delle armi del nemico, le quali sono appunto angoscia, tristezza e altro, ma dapprima preoccupatevi di temere il Signore, perché il Suo angelo, dice il Salmo, costruisce un accampamento intorno a noi. Capito ? un accampamento ! Ma non un accampamento qualunque, ma un’accampamento da far invidia alle forze armate di qualsiasi nazione sotto questo cielo ! Con cibi e bevande spirituali di prim’ordine ; ristori con una dieta calibrata sulle necessità particolari di ogni coppia ; armi e munizioni ad personam, cioè personalizzati a seconda dei nemici e delle nostre capacità ; posti letto simili alle nuvole per recuperare le forze perdute nella lotta ; rifugio sicuro contro le insidie del nemico satanico.

Gli aiuti del Cielo sono molteplici : gli angeli e gli arcangeli, i santi protettori, le anime del Purgatorio, i sacramentali, la Vergine Maria, le indulgenze, le novene, i Sacramenti e qualsiasi altro aiuto che proviene dalla infinita fantasia di Dio, però… c’è una condizione che il Salmo mette in evidenza perché dice che il Signore libera solo quelli che Lo temono. Ma che significa temere Dio ?

Lo affronteremo la prossima settimana.

Coraggio sposi battaglieri, per questa settimana cominciamo a riconoscere la strada per tornare al nostro accampamento, l’Angelo del Signore ci sta aspettando !

Giorgio e Valentina.

Amoris Laetitia. 3 – Il mio amato è mio e io sono sua.

Ma Gesù, nella sua riflessione sul matrimonio, ci rimanda a un’altra pagina del Libro della Genesi, il capitolo 2, dove appare un mirabile ritratto della coppia con dettagli luminosi. Ne scegliamo solo due. Il primo è l’inquietudine dell’uomo che cerca «un aiuto che gli corrisponda» (vv. 18.20), capace di risolvere quella solitudine che lo disturba e che non è placata dalla vicinanza degli animali e di tutto il creato. L’espressione originale ebraica ci rimanda a una relazione diretta, quasi “frontale” – gli occhi negli occhi – in un dialogo anche tacito, perché nell’amore i silenzi sono spesso più eloquenti delle parole. E’ l’incontro con un volto, un “tu” che riflette l’amore divino ed è «il primo dei beni, un aiuto adatto a lui e una colonna d’appoggio» (Sir 36,26), come dice un saggio biblico. O anche come esclamerà la sposa del Cantico dei Cantici in una stupenda professione d’amore e di donazione nella reciprocità: «Il mio amato è mio e io sono sua […] Io sono del mio amato e il mio amato è mio» (2,16; 6,3).

Amoris Laetitia punto 12

Approfondiamo proprio il capitolo due di Genesi. Dio, attraverso quei versetti, ci sta dicendo che la stessa relazione con Lui, o qualsiasi altra cosa su questa terra, non possono colmare il senso di vuoto, la grande solitudine che l’uomo ha nel cuore. In questa vita l’uomo ha bisogno di un aiuto. La Bibbia traduce così. Il significato della parola ebraica, in realtà, è molto più forte. E’ l’alleato che viene in soccorso e salva da morte certa. La relazione con la donna permette all’uomo di sfuggire alla morte. Questo termine è così forte che in tutta la Bibbia è attribuito a Dio stesso quando interviene per salvare il Suo popolo. La solitudine mette a rischio la stessa esistenza dell’essere umano. Non solo Dio pensa a un aiuto, ma questo aiuto deve essergli simile. Il termine ebraico indica qualcosa di molto più complesso. Indica una creatura che gli sia opposta, che sta davanti all’uomo e lo guarda, faccia a faccia. Non solo, qualcuno che racconta di lui. Un aiuto con cui entrare in relazione, in dialogo. Che sappia mettere in luce l’alterità, la reciprocità e la complementarietà.

Ogni persona è l’altro. Genesi ci dice come siamo fatti. Siamo esseri relazionali. Senza relazione moriamo. Questi versetti ci stanno dicendo che siamo fatti per essere amore e l’amore è possibile solo nella relazione. Siamo ad immagine di Dio e anche Dio è relazione nella Trinità. Nel matrimonio viviamo in profondità e in pienezza questo desiderio di incontrare un altro che sia complementare e diverso. Un tu che ci sia diverso.

Fateci caso: solo dopo aver ricevuto la donna come dono da parte di Dio l’uomo, finalmente uscito dalla sua solitudine, parla. Cosa dice? Dice in estrema sintesi: lei è me. Lei è da me. Siamo della stessa natura. Dio ci ha fatto uguali, della stessa pasta, ma differenti e complementari. Perchè proprio dalla nostra complementarietà potesse nascere una comunione profonda che diventa alleanza. Comunione che viene manifestata nella concretezza del corpo sessuato di un uomo e di una donna. Comunione che si manifesta nell’essere una sola carne e nel generare nuova vita che è fatta della nostra unione. I figli hanno il DNA di entrambi i genitori.

Una precisazione importante. La Bibbia nella parte conclusiva afferma: i due saranno una sola carne. Ci dice che questa profonda unità nella diversità, l’essere una sola cosa non è un processo che avviene subito, ma è qualcosa che può avvenire in un percorso di crescita e di progressione. E’ un compito meraviglioso da realizzare nel tempo. E’ un po’ la finalità del matrimonio. Una relazione tra un uomo e una donna uniti da Dio che durante tutta una vita insieme imparano ad entrare in una relazione che investe tutte le loro persone in mente, volontà, anima e corpo per farle diventare sempre più una carne sola, una persona sola. Anche per l’unione fisica degli sposi segue questa dinamica. Spesso sento dire che con il tempo ci si stanca di fare l’amore sempre con la stessa persona. Tutte scemenze. Per chi nel matrimonio fa esperienza di questa sempre maggiore comunione fare l’amore diventa sempre diverso e sempre più bello perchè quel gesto esprime nel corpo una comunione sempre più profonda dei cuori.

Spostiamoci ora sull’ultima parte del punto di Amoris Laetitia. In Genesi troviamo scritto che Dio disse alla donna dopo la caduta: Verso tuo marito sarà il tuo desiderio, ma egli ti dominerà. Questo passo esprime benissimo il dramma della caduta. La perdita dell’ordine naturale che impedisce all’uomo di essere capace di amare e di donarsi senza egoismo, senza voler possedere, mettendo la sua sposa prima di sè. Naturalmente vale anche il discorso inverso della donna verso l’uomo. L’egoismo travestito di amore. Il dominio travestito di amore. 

Nel matrimonio possiamo invertire questo atteggiamento. Possiamo convertirlo. Cambiare direzione. Ed è proprio il Cantico che ci dice che è così. Nel Cantico accade qualcosa di stupefacente. Si riprende esattamente lo stesso sostantivo di Genesi, come a voler evidenziare la stretta connessione tra i due passi, ma si cambia completamente prospettiva. C’è una guarigione. C’è un ritorno alle origini. C’è la capacità di sconfiggere il peccato originale. Il peccato originale che è morte. Vedremo più avanti, sempre nel Cantico, come l’Amore sia forte come la morte. Ecco! Qui accade esattamente questo. L’amore sconfigge la morte del peccato originale. Troviamo infatti scritto: il suo desiderio è verso di me. Questa volta è lui a desiderarla e non a dominarla e lei è felice perchè vuole essere tutta del suo amato. Capite che differenza. In Genesi al desiderio si risponde con il dominio. Tu ti offri e io ti prendo e ti faccio mia. Nel Cantico cambia tutto. Tu ti offri e io ti accolgo in me e ti faccio dono di ciò che sono, di tutto ciò che sono. Che bello! Noi possiamo essere questo, possiamo recuperare questo nel nostro matrimonio e renderlo davvero un luogo dove è bello stare. Possiamo grazie a Colui che con il suo amore ha sconfitto la morte. Possiamo grazie a Gesù recuperare l’ordine delle origini attraverso il sacramento del matrimonio.

Antonio e Luisa

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Ti vorrei mangiare

Nel corso della mia (ancora non lunga) vita sacerdotale vi confesso di aver vissuto una creta trasformazione nel mio rapporto con l’Eucarestia. Ricordo agli inizi in seminario il mio modo di stare davanti a Gesù nel Tabernacolo era solenne, ieratico. Sentivo forte il senso di Mistero, di Assoluto. L’adorazione era qualcosa di straordinario, sentivo la magnificenza e maestosità di quel momento.

Negli anni ho potuto integrare a questo sguardo, certamente giusto dal punto di vista teologico, un atteggiamento più semplice, più intimo e cordiale: Gesù è lì davanti a me come amico, come il mio confidente, vuole e chiede che Lo lasci entrare nel mio cuore e nella mia mente.

Cosa ha fatto scattare in me tutto ciò? Di sicuro lo Spirito Santo. E penso proprio che Lui si sia servito di tante coppie di sposi che ho incontrato suo mio percorso per farmi gustare la sua Presenza viva.

Perché dico questo? Perché è chiaro il parallelo tra Sposi ed Eucarestia sotto diversi aspetti. Papa Benedetto per questo diceva: “L’Eucarestia, sacramento della carità, mostra un particolare rapporto con l’amore tra l’uomo e la donna, uniti in matrimonio” (Esortazione apostolica Sacramentum caritatis, n° 27). In tutto questo panorama meraviglioso, io oggi mi vorrei soffermare sul fatto che entrambi sono un “Corpo dato per amore”.

A volte celebro da solo nella cappellina della mia comunità, è una stanza piccola, raccolta, silenziosa. Per me è una delizia dire Messa lì, mi godo proprio quel tempo tutto da solo con Gesù. Questo mi permette di soffermarmi su alcuni aspetti che mi aiutano a capire il senso dell’Eucarestia e in tutto ciò anche il vissuto di tante coppie amiche mi arricchisce ulteriormente.

Guardo l’altare e vedo la tovaglia bianca e il corporale. Subito penso alle lenzuola di un letto a due piazze. Gesù è lo Sposo che si offre a me nella Messa.

Penso alla Messa che è un continuo dialogo tra noi e Gesù, un dialogo di amore, proprio come avviene nell’atto coniugale.

Contemplo il momento della Comunione come il culmine dell’amore, quando avviene il dono reciproco dei corpi: io ricevo Lui e Lui viene in me.

Quando penso alla festa di oggi, non posso non riandare a quegli sposi che hanno condiviso come il loro amore vicendevole sia stato così intenso da giungere spesso a dirsi: “vorrei mangiarti da quanto ti amo”.

Ecco, Gesù nell’Eucarestia nel fondo vuole dirci proprio così: “mangiami, ti amo infinitamente che voglio stare dentro di te, a contatto con il tuo cuore, con la tua intimità”.

A tale proposito, come ha scritto stupendamente don Carlo Rocchetta: “L’eucarestia edifica la relazione nuziale degli sposi, la modella e la ripropone ogni volta allo loro esistenza” (La mistica dell’identità nuziale, pag. 92).

Che significa questo? Che voi sposi partecipando alla Messa, e anche adorando l’Ostia Santa, state rendendo possibile il dono di Gesù alla Chiesa in voi, per voi e con voi. State dando le chiavi di casa a Gesù perché abiti in voi e vi conceda di amare al suo modo. Il fatto è che forse non ve ne rendete conto tutte le volte ma lo Spirito eccome che lavora dentro di voi perché sia così!

La festa di oggi è quindi un’occasione perché vi sia chiaro che Gesù Eucarestia, lo Sposo della vostra coppia, è Colui che sostiene ogni giorno il vostro amore, Colui che vi aiuta a crescere nella relazione sponsale e colui che vi rende presenza Sua nel mondo.

Per cui cari sposi, grazie per tutte le volte che siete Eucarestia in uscita, pur con tutti i limiti che naturalmente abbiamo. Io prete posso solo celebrare Messa in chiesa, ma siete voi che portate la Messa in casa, in macchina, al lavoro, ovunque siate. Per tutto questo Gesù vi è immensamente grato e riconoscente.

ANTONIO E LUISA

Grazie a padre Luca per questa bella testimonianza. Padre Luca scrive: Contemplo il momento della Comunione come il culmine dell’amore, quando avviene il dono reciproco dei corpi: io ricevo Lui e Lui viene in me. Per me e Luisa è proprio così. E’ qualcosa che va però “conquistato” nel tempo. Più siamo cresciuti nel volerci bene nella nostra vita di tutti i giorni, più abbiamo imparato a donarci e ad accoglierci in piccoli gesti di cura e di tenerezza, e più la nostra intimità è diventata bella e piena. Davvero io sorrido quando sento esperti dire che il sesso ha bisogno di novità e che il matrimonio è la tomba dell’amore.

E’ verissimo che molte coppie dopo un po’ di tempo smettono di fare l’amore. Ci sono diversi studi al riguardo. Il problema non è però il matrimonio, ma l’incapacità di prendersi cura della relazione e di trasformarla in una comunione sempre più profonda. Fare l’amore con Luisa è sempre più bello perchè siamo, ogni giorno che passa, sempre più un noi e ciò che rende l’amplesso meraviglioso è proprio la nostra comunione di una vita intera che ci siamo donati vicendevolmente.

Termino con un passaggio del prossimoo libro che Luisa ed io abbiamo in rampa di lancio (uscirà ad ottobre):

Noi sposi cristiani possiamo comprendere come vivere la sessualità alla luce dell’Eucarestia. Viverla quindi nel dono totale all’altro come Gesù si è donato per noi. È vero anche viceversa. Possiamo comprendere la grandezza dell’Eucarestia, del dono di Dio per noi, facendo esperienza del dono del nostro coniuge. La sessualità ci può introdurre nella pienezza del dono eucaristico.

Domenica e famiglia : un connubio possibile / 10

Ora che abbiamo preso posto in chiesa, che fare ? Abbiamo davanti alcune possibilità : guardarci intorno per ammirare le varie suppellettili religiose ed opere artistiche/architettoniche… controllare che tra i presenti ci siano i nostri amici/conoscenti e salutarli con cordialità… picchiettare il piede per terra in segno di impazienza… sfogliare il libretto dei canti dall’inizio alla fine per ingannare il tempo… commentare la goleada in Champions del nostro campione… chiedere al vicino se ha gradito la canzone vincitrice la finale di Sanremo della sera precedente… assicurarsi di avere spento il telefono e magari controllare se è arrivato un ultimo messaggio… verificare che i nostri figlioli siano sempre nel nostro campo visivo altrimenti rientreremmo tra le persone ad alto rischio di attacchi di panico… oppure… potremmo anche inginocchiarci, chiudere gli occhi ed iniziare a pregare !

A noi l’ardua scelta… è ovvio che ogni decisione porta con sé benefici e svantaggi, quindi secondo voi qual è la più opportuna, quella con i maggiori frutti di bene ? Non vogliamo darvi troppi indizi per non influenzarvi nella scelta, però se è vero che si raccoglie ciò che si semina, questi momenti prima dell’inizio della S. Messa sono la nostra “semina spirituale”.

Abbiamo già trattato del riscaldamento del nostro motore spirituale, di come non possiamo partire a freddo e sperare in prestazioni da Formula 1… per molte famiglie però la preparazione che comincia già da casa è ancora in fase di studio/sperimentazione, per cui oggi ci concentreremo sulla preparazione immediata alla S. Messa.

Quando ci prepariamo per un viaggio, siamo soliti organizzare tutto nei minimi dettagli, altrimenti rischieremmo di perdere il treno o l’aereo, ed è così che arriviamo molto in anticipo all’aeroporto o alla stazione ferroviaria per gli ovvii motivi ; similmente potremmo considerare la S. Messa un po’ come se fosse un treno per le realtà celesti, cosicché arriveremmo con un’adeguato anticipo alla stazione ferroviaria del Cielo per cominciare a vedere su quale binario passi il nostro treno, quali siano le fermate/coincidenze, controlleremmo di essere in regola coi biglietti e così via.

Ed è così che in chiesa, il nostro binario è quello della nostra vita, ma non in senso generico, ma proprio la mia vita, la mia moglie, il mio marito, la mia famiglia, i nostri figli, i nostri nipoti, il mio lavoro, la mia casa, le mie occupazioni, i miei hobby, i miei pensieri, le mie preoccupazioni, i miei desideri, i miei progetti, i miei limiti, le mie fatiche, le mie fragilità, i miei peccati, la mia intelligenza, la mia volontà, i miei affetti, la mia sessualità, la mia sensibilità, la mia mascolinità, la mia femminilità, la mia paternità, la mia maternità… insomma tutto noi stessi senza eccezioni. Sembra gravoso come bagaglio, ma perché serve tutto ciò ?

Perché Dio si è fatto vero uomo in Gesù Cristo e da quel momento in poi non esiste realtà della natura umana che possa essere considerata estranea all’incarnazione di Dio… i teologi direbbero che tutta la realtà umana può essere Cristificata… cioè imbevuta, impregnata, intrisa, inzuppata, pervasa, impastata da e di Cristo.

E’ con questa consapevolezza che ci inginocchiamo appena preso il nostro posto e cominciamo a lasciar decantare tutto il rumore delle cose di questo mondo raccontando a Dio Padre qualcosa di noi, non che Lui non le sappia, ma siamo noi ad aver bisogno di percepire la Sua presenza amorevole ed accogliente. Spesso ci sentiamo dire “…ma io non so cosa dire per pregare…”, questa è solo una scusa perché pregare è impegnativo, cogliamo questa fatica e facciamola diventare preghiera, ad esempio :

” Signore, non so che dirti, ma almeno sono qui per ascoltare una parola di conforto… Ti ho lasciato fuori dalla mia vita e dal mio matrimonio per tanto tempo, ma adesso sono qui per capire Chi sei Tu e chi sono io davvero… Tu sai che questa settimana ho avuto questa fatica e queste preoccupazioni, aiutami a superarle… Tu sai che questa settimana aspetto l’esito di quell’esame medico, mandami un aiutino per restare sereno/a… questa settimana sono caduto in questo peccato a causa della mia fragilità, perdonami… ma intanto Ti ringrazio che anche oggi sono vivo e posso venire qui davanti a Te per fare come i bambini che aspettano solo di essere presi in braccio dal papà, prendimi in braccio Padre Santo…”.

Ognuno nel profondo del proprio cuore può cominciare a presentarsi al Signore così com’è… ciò che importa non è lo stato in cui siamo, ma il fatto che ci presentiamo al Re dei Re riconoscendo che siamo solo creature umane e Lui è Dio, questo è il primo passo, non sarà l’unico da compiere, ma è quello indispensabile per cominciare un rapporto con Lui.

Affinché ognuno abbia questa possibilità è necessario osservare il silenzio esterno, la compostezza dei gesti, la sobrietà ma anche la dignità nei vestiti ( sia maschi che femmine ), la discrezione nell’accomodarsi al posto… insomma dobbiamo fare in modo di non diventare causa di distrazione per gli altri.

Sappiamo già che molti si chiederanno cosa fare con i bimbi piccoli… ecco alcuni piccoli suggerimenti (non vincolanti) che potrebbero essere di aiuto ai genitori :

innanzitutto i bimbi ci copiano in tutto, e quindi se i genitori in chiesa usano dei modi diversi, stanno in silenzio, i piccoli poco a poco imparano che stare in chiesa NON è come stare al parco giochi, ma per ottenere ciò bisogna che gli stessi genitori si comportino di conseguenza… noi abbiamo portato in chiesa a Messa le nostre figlie fin dalla prima domenica fuori dall’ospedale, addirittura la terza è uscita di Domenica e siamo andati a Messa prima di tornare a casa, una delle Messe più emozionanti per la famiglia… se aspettate di portarli in chiesa la prima volta a 6 anni sarà un disastro… non dobbiamo pretendere che i bambini facciano gli adulti, dobbiamo invece pretendere che gli adulti facciano gli adulti e non gli animatori turistici durante la S. Messa. I bambini sono dei grandi osservatori, sono dei formidabili scrutatori del mondo che li circonda, perciò bisogna escogitare una soluzione per trovare una posizione che non li obblighi a vedere solo dei pantaloni e poco più… se provassimo a metterci alla loro piccola statura noteremmo che di quello che succede sull’altare non si vede un fico secco… quindi la fantasia del genitore attento saprà ispirare le scelte giuste per ogni figlio.

Coraggio cari sposi, che domani sarà una nuova Domenica, basta volerlo !

Giorgio e Valentina.

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“Amore mio, Gesù non vuole che io ti ami” ovvero “Ma che stai a dì?” – Sposi&Spose di Cristo

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

Disse lui: “Il Vangelo di oggi  me lo stampo e me lo metto in tasca!”

“E perchè mai dovresti andare in giro con un pezzo di carta in tasca?” , domandò lei.

Lui non le rispose…non perché fosse dispettoso, ma semplicemente perché i mariti  hanno due orecchie speciali che filtrano tutte le frasi delle mogli…a maggior ragione quelle che finiscono con un punto interrogativo.

Sta di fatto che diversi mesi dopo, il giorno del loro anniversario di matrimonio, il marito fuggì di casa e andò a chiedere ad un monastero di essere accolto come novizio.

Allora sua moglie, che come tutte le mogli ha in dotazione un radar particolare per captare tutte le trovate originali dei mariti, accorgendosi della sua assenza e alterandosi alquanto per non aver trovato nessun regalo di anniversario (ovvero nessuna ennesima borsetta) decise di telefonare a suo marito.

Il marito, che ancora era in trattative col monaco portinaio e non aveva avuto il tempo di rinunciare a tutti i suoi averi tra cui lo smartphone, sentì squillare e rispose a sua moglie.

Lei lo incalzò proferendo alcune frasi che iniziavano con “Dove” e terminavano con “borsa”.

Lui allora mise la mano in tasca e lesse quanto era stampato sul foglietto: “In quel tempo Gesù disse alla folla che lo seguiva: Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo(…)”. Poi aggiunse: “Vedi cara…io oggi volevo stare con te, a maggior ragione che è anche il nostro anniversario di matrimonio. Avevo anche comprato un regalino per te e volevo portarti a cena fuori; ma Gesù in questo passo del Vangelo pare che….” sospirò e aggiunse “Gesù non vuole che io ti ami!!!”. E detto questo interruppe la telefonata e si mise a piangere.

Il monaco portinaio che aveva ascoltato tutto, diede una sberla al marito, lo prese per un orecchio e lo trascinò verso la sua auto. Aprì lo sportello e ce lo buttò dentro e prima di lasciarlo andare gli urlò che Gesù non si sarebbe mai sognato di “mettersi tra moglie e marito” come un intruso, come uno da preferire per tradire il coniuge…ma che Gesù doveva essere messo tra moglie e marito affinché il rapporto di amore tra moglie e marito fosse di qualità superiore! Gesù avrebbe dato bellezza al loro stare insieme, e soprattutto non avrebbe mai impedito loro di stare insieme…e – a quel punto il monaco gli sputò in un occhio-  gli disse: “guarda che se non metti Gesù al primo posto nella tua vita, non saprai mai donare la tua vita a tua moglie!!! E ora vai, bischeraccio!!! Corri da tua moglie e dille che l’ami…e che vorresti amarla come Gesù stesso l’ama! E non farti più venire strane idee ascetiche!!!!!” 

…morale della storia: non far arrabbiare i monaci.

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Grazie, Pietro e Filomena.

L’atto di dolore degli sposi

Oggi proseguiamo il discorso sul perdono iniziato con l’articolo di ieri (che ha suscitato moltissimo interesse con pareri discordanti tra favorevoli e contrari). Oggi osserviamo il perdono dalla parte di chi ha commesso il male e ha ferito l’amato/a. Per scrivere questo articolo ci siamo avvalsi di un bellissimo testo che abbiamo scoperto casualmente. Si tratta di Tessitori di felicità edito dalle Paoline.

Cosa abbiamo imparato da questo libro? Abbiamo scoperto che le varie fasi del perdono sono racchiuse magistralmente de quella preghierina che recitiamo dopo il sacramento della riconciliazione: l’atto di dolore. Riscriviamolo in chiave sponsale. In questo caso io Antonio mi rivolgo a Luisa. Ognuno metta il nome della persona che ha accanto.

  • Mia cara sposa e amata
  • mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati,
  • perchè peccando ho meritato i tuoi castighi,
  • e molto più perchè ho offeso te, infinitamente buona e degna di essere amata sopra ogni cosa,
  • Propongo con il tuo santo aiuto di non offenderti mai più
  • e di fuggire le occasioni prossime di peccato
  • Signore misericordia perdonami

Mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati. Come prima cosa, per iniziare un percorso di perdono e di riconciliazione, è importante ammettere l’errore. E’ importante non solo sentire il pentimento, ma esprimerlo all’altro/a con le nostre parole. Luisa che ha subito il mio male ha bisogno di sentirsi capita nel suo dolore e tanto più si renderà conto che il male che le ho procurato fa star male anche me, quanto più si sentirà compresa .

Perchè peccando ho meritato i tuoi castighi e molto più perchè ho offeso te, infinitamente buona e degna di essere amata sopra ogni cosa. Verrebbe da pensare che Dio castiga chi commette il male. Dio mi castiga per il male che ho fatto a Luisa? In realtà questa è una visione un po’ sorpassata. Non è Dio che ci castiga ma sono le nostre stesse azioni che hanno delle conseguenze. E’ lo stesso male che io ho commesso che mi procura esso stesso dei castighi. Fare del male ad una persona che amiamo significa rompere, o quanto meno indebolire, quel legame che ci unisce a lei. Significa per me perdere in parte o completamente l’intimità e la fiducia che Luisa nutriva nei miei confronti. Devo accettare le conseguenze del mio gesto e cercare per quanto è in mio potere di riparare ai miei errori in modo concreto e non solo a parole.

Propongo con il tuo santo aiuto di non offenderti mai più. Attenzione! Non prometto ma propongo, perchè sarebbe una promessa che non sono sicuro di poter mantenere. La mia fragilità resta e io continuerò a commettere errori con lei e con tutti gli altri. Però propongo cioè mi impegno a mettercela tutta per non farlo.

Di fuggire le occasioni prossime di peccato. Spesso i miei errori sono causati da una serie di situazioni o scelte che possono essere evitate. Mi viene in mente il caso di una persona che ha lasciato la sua testimonianza anche su questo blog. Usciva tutti i giorni durante la pausa pranzo con la stessa collega e pian piano si è innamorato di lei. Certo che non c’è nulla di male ad uscire a pranzo con una collega ma può, e su questo dobbiamo essere molto prudenti, diventare un’occasione di peccato. Evitiamo di doverci trovare a mettere alla prova la nostra fortezza. Potremmo anche perdere. Facciamoci furbi e fuggiamo le tentazioni.

Signore misericordia perdonami. In questo caso ci rivolgiamo contemporaneamente a Dio e all’altro. E’ importante chiedere perdono anche a Dio perchè affidarci alla Sua misericordia ci può aiutare a perdonare noi stessi. Sappiamo di essere “difettosi” in tante cose, ma Dio ci ama immensamente anche così, e questa certezza ci deve dare la forza per perdonarci e per chiedere il perdono a nostra moglie o a nostro marito. Accettando anche il fatto che magari l’altro/a non sarà in grado di perdonarci subito e che forse ci vorrà del tempo per riacquistare la bellezza del legame che con il nostro agire abbiamo un po’ rovinato. Dipende molto da quello che abbiamo fatto. Ci sono piccoli perdoni quotidiani che si superano facilmente e ci sono perdoni molto più difficili da donare. D’altronde lo dice la stessa parola. Per-dono. Il perdono è un regalo che viene fatto a chi in quel momento non ha nulla per meritarlo se non il pentimento.

Antonio e Luisa

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Il matrimonio perfetto è fatto di perdono perpetuo

Luisa ed io abbiamo già scritto molte volte di quanto sia importante saper perdonare in una relazione profonda, totalizzante e lunga come quella matrimoniale. Siamo così fallaci! Naturalmente non solo noi, ma tutti gli sposi del mondo sbagliano. Certo ci sono quelli più o meno virtuosi, ma la perfezione non esiste. Mai promettere cose del tipo non ti farò mai soffrire, non potete mantenerlo. Siamo tutti corrotti dal peccato originale che ci porta a non comportarci sempre bene nei confronti l’uno dell’altra. Possiamo impegnarci quanto vogliamo ma siamo caduti e cadremo ancora nel peccato innumerevoli volte. Peccheremo e ci feriremo attraverso i nostri pensieri, le nostre parole, le nostre opere e le nostre omissioni, come ammettiamo candidamente e forse anche un po’ superficialmente, ogni domenica nell’atto penitenziale.

Ci feriamo l’un l’altro, in modo più o meno profondo tantissime volte. Un matrimonio che funziona non è quello abitato dalla perfezione e dalla mancanza assoluta di errori e di peccati. No! Per nulla! Il matrimonio che funziona è abitato dal perdono e dalla misericordia reciproca. Si potrebbe quasi dire che il matrimonio è assimilabile a un perdono perpetuo. Il perdono nutre la relazione e la sorregge come una delle colonne portanti. Quindi voi che magari pensate di essere un disastro siete invece una meravigliosa coppia capace di accogliersi vicendevolmente nelle fragilità e imperfezioni che ognuno di voi due inevitabilmente mostra. Ed è meraviglioso così.

Il perdono è prima di ogni altra cosa un atto di volontà. Io desidero perdonare Luisa e lei desidera perdonare me. Questo vale per le piccole ferite di ogni giorno ma anche per quelle più gravi e profonde. La volontà ci deve sempre essere. Il matrimonio si fonda sulla nostra promessa nuziale dove ci siamo impegnati ad accoglierci sempre nella gioia e nel dolore. Una promessa di amore incondizionato. Badate bene non si parla di emozioni e sentimenti ma semplicemente di decidersi ad amare sempre. Questo è il primo e imprescindibile passo verso l’altro per un perdono completo.

Perdonare significa riconoscere l’altro come prezioso ma fragile. Riconoscere nella fragilità dell’altro un’opportunità per rilanciare e per rendere la relazione più forte e più bella di prima. Il perdono genera in chi lo riceve gratitudine ed amore. Possiamo testimoniarlo nella nostra personale storia, ma credo che ognuno di voi possa confermare.

So già le obiezioni. Alcuni di voi diranno: Io voglio perdonare ma non riesco! Quello che mi ha fatto è troppo grave. Questa è l’esperienza di tanti soprattutto quando accadono, appunto, fatti gravi. Come può essere ad esempio un tradimento. Come fare? Naturalmente non esistono ricette preconfezionate. Qui si tratta di mettere mano alla nostra umanità ferita. E’ molto faticoso. Spesso si tratta di affrontare tanto dolore e di dover elaborare un vero e proprio lutto. Tutto parte dalla nostra libertà. Dobbiamo essere liberi di andare oltre il male che l’azione di nostro marito o nostra moglie ci sta causando. Andare oltre i sentimenti e le emozioni. Per fare questo serve tempo. Il perdono non si può pretendere proprio perchè spesso l’altro non è pronto. Riuscire a perdonare (davvero) significa attraversare un processo interiore che ci permette di dissociare il peccato che ci ha fatto del male dal peccatore che lo ha commesso. L’altro non è il suo gesto o la sua mancanza, L’altro è una meraviglia nonostante il suo errore che magari è molto brutto. Perdonare non è quindi dire Ti perdono con le parole, ma è la capacità di riacquistare lo sguardo di Dio verso l’altro. Uno sguardo benedicente. Riuscire di nuovo a guardarlo con la meraviglia di Dio. Riuscire quindi a fidarci ancora dell’altro. Quanto accaduto resta vivo nella nostra memoria ma non fa più male. Si trasforma in amore. In capacità di rilanciare. Non tutti riescono certo ma tutti ne abbiamo le capacità. Soprattutto noi sposi.

Comprendete bene che il sacramento del matrimonio ci può sostenere ed aiutare molto. C’è un dono dello Spirito Santo che è la grazia sacramentale che è proprio questo. E’ l’aiuto concreto di Dio che ci permette di andare oltre ogni difficoltà e ogni dolore. Per perdonare serve quindi tanta preghiera e tanto abbandono a Dio affidando a Lui le nostre sofferenze e la nostra incapacità ad andare oltre il male subito.

Serve quindi tempo, volontà e grazia. Ci sono ferite che possono distruggere la relazione. E’ vero. Conosciamo tanti matrimoni falliti per questo. E’ altrettanto vero, e noi conosciamo tante storie che lo confermano, che da un male subito o dato può scaturire un bene più grande. La relazione può risorgere proprio grazie al perdono!

Non smettiamo quindi di chiedere a Dio la forza di perdonare e di sentirci perdonati. Ne va della nostra gioia e del nostro matrimonio.

Antonio e Luisa

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Basta un autografo ?

Ecco il Vangelo che la Chiesa ci ha presentato ieri :

( Mc12, 13-17 ) In quel tempo, mandarono da Gesù alcuni farisei ed erodiani, per coglierlo in fallo nel discorso. Vennero e gli dissero: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno, ma insegni la via di Dio secondo verità. È lecito o no pagare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare, o no?».  Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse loro: «Perché volete mettermi alla prova? Portatemi un denaro: voglio vederlo». Ed essi glielo portarono.  Allora disse loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Gesù disse loro: «Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio».
E rimasero ammirati di lui.

Questo episodio è molto famoso anche tra i non cristiani e qualcuno conosce addirittura a memoria la risposta di Gesù senza sapere chi l’abbia pronunciata, tanto essa è divenuta celebre. Evidentemente Gesù era un VIP della sua epoca, lo si intuisce tra le prime righe di questo brano, ma anche in altri Vangeli ; forse era divenuto famoso per i miracoli, ma anche per le frasi ed effetto, tipo quella di questo brano.

Come avrete notato, arrivano dei farisei e degli erodiani da Gesù, ma chi li avrà mandati ? Chi saranno mai questi misteriosi mandanti ? Noi pensiamo che siano i loro capi, i quali pensano di smascherare Gesù con delle domande a trabocchetto, ma Lui non si lascia circuire nemmeno questa volta ; e ci lascia, oltre all’insegnamento sul piano teologico, un esempio sul piano umano, perché dobbiamo imitare la Sua arguzia nelle risposte, infatti si smarca sempre dai tranelli con astuzia e rilancia la palla al mittente, il quale, non solo si sente smascherato, ma poi avverte di essere impreparato, sorpreso ed indifeso al gioco in contropiede di Gesù.

Ma se continuassimo così, rischieremmo di cadere nell’atteggiamento descritto alla fine del brano : “rimasero ammirati di lui “. E poi ? Tutto qua ?

Cioè….. si può analizzare la santissima umanità di Gesù, rimanendone stupiti, ammirati appunto, carpirne addirittura i segreti dell’umano agire, ma poi se di Gesù ci restasse solo questo, ci salveremmo ? Tutto questo ci dona la salvezza eterna ? Evidentemente no.

Quando invece si fa spazio a Gesù nel proprio cuore, nella propria vita, il Vangelo usa altre espressioni, del tipo : si convertirono lui e tutta la sua famiglia….. oppure… si fecero battezzare… oppure…. oggi la salvezza è entrata in questa casa….. altrimenti Gesù avrebbe detto ” oggi l’ammirazione per la mia persona è entrata in questa casa “, ma non la salvezza. L’ammirazione per Gesù è cosa buona e giusta, ma non è tutto, non basta. Non sarà la nostra ammirazione per Lui a salvarci dalla dannazione eterna, ma è Lui stesso la salvezza, infatti Gesù significa “Dio salva/Dio è salvezza”.

Si può ammirare tantissimo Gesù e finire all’Inferno, si può ammirare Gesù ma lasciarLo fuori dalla propria vita, si può ammirare Gesù ma non seguirne l’esempio di vita. Qual è dunque la svolta decisiva ?

Ci sono tantissimi sposi cristiani che ammirano Gesù, ma nelle scelte concrete di vita Gesù è il grande assente ; tante coppie ammirano Gesù ma non ne seguono l’esempio in ogni aspetto dell’umana natura ; tanti coniugi cristiani ammirano Gesù ma non si fanno suoi discepoli e quindi Lui non è il loro Maestro.

Cari sposi, siete stanchi del vostro matrimonio perché è sempre la solita minestra riscaldata ? Avete perso la freschezza dei primi tempi di matrimonio ? Fate entrare Gesù nella vostra vita personale e di coppia, accettate di non essere voi la salvezza di voi stessi, ma arrendetevi a Gesù, solo Lui salva.

Non accontentatevi di ammirare Gesù, non fate come i farisei e gli erodiani che se ne sono ritornati alla loro vita di prima… non accontentatevi di chiedere un autografo al Gesù Vip…. non è un fenomeno da “Walk of fame”.

Gesù vuole diventare tanto vicino a noi da diventare il nostro stesso respiro, ogni battito del nostro cuore, ed è possibile. Sì, è veramente possibile, perché a Dio nulla è impossibile…. anche riportare in vita dei matrimoni morti, ridare speranza a delle relazioni spente, ridare la gioia agli sposi che sono nella tristezza.

Coraggio sposi, aprite, anzi, spalancate le porte a Gesù !

Giorgio e Valentina.

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Amoris Laetitia. 2 – La coppia è la scultura vivente di Dio

La coppia che ama e genera la vita è la vera “scultura” vivente (non quella di pietra o d’oro che il Decalogo proibisce), capace di manifestare il Dio creatore e salvatore. Perciò l’amore fecondo viene ad essere il simbolo delle realtà intime di Dio

PUNTO 11 DI AMORIS LAETITIA

Partiamo subito con il botto. Siamo nel primo capitolo dell’esortazione. Capitolo intitolato Alla luce della Parola. Titolo emblematico per evidenziare come tutta la Sacra Scrittura sia in realtà anche una storia di famiglie. Una storia che racconta la presenza di Dio nella vita concreta e quotidiana di famiglie caratterizzate da tantissime contraddizioni. Non dobbiamo scoraggiarci quindi se anche la nostra famiglia è piena di queste contraddizioni e noi sposi non siamo perfetti. Dio ci dice che abita la nostra vita e la nostra relazione e che se noi, nonostante tutti i nostri limiti, ci affidiamo a Lui e alla Sua misericordia, saremo capaci di volerci bene e di perdonarci per ricominciare sempre. La Sacra Scrittura ci dice che il male non ha l’ultima parola e che noi siamo salvati e redenti grazie alla croce di Cristo.

Questo punto dell’Amoris Laetitia è particolarmente bello. Si parla di scultura. Una scultura contrapposta a quella del vitello d’oro. Ritorniamo all’Esodo.

Dio dice di sè rivolto a Mosè: il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà, Dio ripete continuamente lo stesso errore: si fida di noi, nel tempo e nella storia, nonostante le innumerevoli volte che lo abbiamo tradito. Nonostante i tanti idoli che ci costruiamo e che mettiamo al suo posto. Dio dona il suo amore al suo popolo, dona i suoi comandamenti, e il popolo d’Israele si costruisce un Idolo, tradendo l’amore di Dio. Mosè, in un impeto di rabbia scaglia le tavole della Legge contro l’idolo. A rompersi sono le tavole di pietra. Non l’idolo.

Non c’è nulla su questa terra che possa distruggere quell’idolo che abbiamo posto a guida della nostra vita. Le nostre convinzioni sbagliate, i nostri pregiudizi, i nostri vizi, il nostro modo di pensare spesso inquinato dalla menzogna. Non c’è nulla di umano che possa distruggere questa nostra corazza che ci impedisce di amare in modo autentico, di essere veri, di essere pienamente uomo e pianamente donna.

Cosa c’entra tutto questo con la Trinità, con l’essenza di Dio stesso? C’entra molto perchè ciò che può distruggere la nostra corazza di menzogna è l’amore, che non è qualcosa di terreno ma di divino. Nel matrimonio un uomo e una donna che si donano e si accolgono davvero riescono con il tempo, gradualmente, giorno dopo giorno a liberarsi di tutte le bugie e riescono a intravedere la bellezza dell’amore autentico e a farne esperienza.

Per questo l’immagine più aderente alla Trinità che possiamo trovare nella concretezza dell’umanità è proprio la coppia di sposi che si ama. Già perchè una coppia di sposi che si dona completamente all’altro/a in una relazione fedele, indissolubile, feconda, unica riesce a mostrare al mondo chi è Dio. Cioè come si amano le tre persone della Trinità.

Noi sposi possiamo rappresentare una scultura dove non è più raffigurato il nostro volto ma quello di Dio. Che meraviglia! E’ davvero un miracolo che due persone così limitate e fallaci possano essere l’immagine più aderente al volto misericordioso di Dio. Un Dio capace di amare ognuno di noi sempre, senza chiederci nulla in cambio e nonostante i moltissimi nostri tradimenti che sceglie sempre di sopportare e di perdonare. Questo è il matrimonio. Una relazione dove l’imperfezione e il peccato diventano occasione per perdonare e rilanciare. Dove il male si trasforma in occasione per fare il bene. Un po’ come avveniva nel medioevo e nel rinascimento. Un sovrano si faceva ritrarre da pittori e inviava diverse copie di quel dipinto a tutte le corti vicine e lontane. Noi possiamo essere come quel dipinto. Possiamo raccontare, seppur in modo molto limitato, la grandezza dell’amore di Dio. Dio sceglie nell’oggi di mostrarsi attraverso il nostro amore, Noi possiamo farlo, voi potete farlo, perchè l’immagine di Dio è impressa dentro ogni relazione unita dal sacramento, immagine impressa a fuoco dallo Spirito Santo.

Antonio e Luisa

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Geneticamente trinitaria

PADRE LUCA

Nel 2021 di quante famiglie parliamo? È evidente che, a livello sociologico, non si usa più solo famiglia al singolare ma le famiglie, i vari tipi di aggregazione familiare. Ma con questo non sto affatto avallando la cosa… sto solo prendendo atto di una realtà in corso.

Quindi si parla di: 1) famiglia nucleare, composta da un padre e una madre sposati e uno o più figli (propri o adottati) oppure da una coppia non sposata, ma convivente con figlio/i (unione di fatto); 2) famiglia allargata, in cui convivono nonni, genitori, figli, zii, cugini, ecc.; 3) famiglia monoparentale, dove un solo genitore (celibe, vedovo o divorziato) coabita con uno più figli; 4) famiglia ricomposta dopo una rottura di un legame precedente, per cui sono presenti i genitori affidatari con figlio/i o una coppia di genitori divorziati, risposati o semplicemente conviventi, con figlio/i di uno o di entrambi i coniugi; 5) famiglia omosessuale; 6) infine può darsi che diversi adulti e bambini vivano insieme in una comunità. Magari presto ci sarà chi proporrà altro ancora…

Noi cristiani cosa dobbiamo pensare quando vediamo tale panorama? Chi, ad oggi, proviene da una famiglia di papà e mamma e a sua volta ha voluto fondarne una simile, cosa deve aspettarsi dal futuro immediato?

La solennità che stiamo celebrando è assai importante in questo senso perché ci svela la realtà nel suo fondamento ultimo. È come se usassimo degli occhiali che ci permettessero di vedere le cellule e gli atomi del nostro corpo; oppure con essi potremmo osservare nitidamente il pianeta Nettuno; o se andassimo in crociera saremmo in grado di visualizzare il fondo dell’oceano…

La Trinità ci fa andare oltre ogni contingenza e apparenza. Essa è lo sfondo finale in cui esistiamo, è l’origine di tutto ciò che siamo, tocchiamo, vediamo, e in cui ci muoviamo. Il mondo, con tutte le cose cambianti che possiede, con tutti i suoi scenari mutevoli, può confonderci. In cambio, la Trinità è quell’ancora che ci tiene incollati al fondo del mare, pur nella sua tempesta più furiosa.

Per prima cosa la Trinità è la nostra “casa” da cui proveniamo tutti, è la nostra vera origine, ben prima di tutte le genealogie e ascendenze che siamo stati capaci di compilare. La Trinità è la sorgente della famiglia e della coppia. Senti che bello quanto dice Papa Benedetto:

“Chiamata ad essere immagine del Dio Unico in Tre Persone non è solo la Chiesa, ma anche la famiglia, fondata sul matrimonio tra l’uomo e la donna. In principio, infatti, «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: siate fecondi e moltiplicatevi» (Gen 1,27-28). Dio ha creato l’essere umano maschio e femmina, con pari dignità, ma anche con proprie e complementari caratteristiche, perché i due fossero dono l’uno per l’altro, si valorizzassero reciprocamente e realizzassero una comunità di amore e di vita. L’amore è ciò che fa della persona umana l’autentica immagine della Trinità, immagine di Dio. Cari sposi, nel vivere il matrimonio voi non vi donate qualche cosa o qualche attività, ma la vita intera” (Benedetto XVI, Omelia 3 giugno 2012).

E la Trinità è anche la “casa” a cui torneremo, verso la quale stiamo camminando inesorabilmente ogni giorno. Siamo usciti dalla Trinità e ad Essa torneremo, con il Suo aiuto: “Dunque, la solennità liturgica di oggi, mentre ci fa contemplare il mistero stupendo da cui proveniamo e verso il quale andiamo, ci rinnova la missione di vivere la comunione con Dio e vivere la comunione tra noi sul modello della comunione divina. Siamo chiamati a vivere non gli uni senza gli altri, sopra o contro gli altri, ma gli uni con gli altri, per gli altri, e negli altri… La Trinità, come accennavo, è anche il fine ultimo verso cui è orientato il nostro pellegrinaggio terreno” (Francesco, Angelus, 31 maggio 2015). 

Come è possibile quanto ho appena affermato? Quando Gesù nel Vangelo dice: “battezzandoli nel nome del Padre, Figlio e Spirito Santo” sta sottintendendo una verità meravigliosa che si applica anzitutto per il Battesimo ma analogamente anche per gli altri sacramenti e per il matrimonio ha un sapore tutto speciale.

“Nel”, in greco “εἰς”, significa compenetrazione, immersione in, entrare in comunione con. Quindi il Battesimo e gli altri sacramenti sono un aver parte alla vita trinitaria. Senza paura di sbandare, si può paragonare questo concetto a una trasfusione di sangue tra due persone, dopo la quale l’una possiede in sé qualcosa dell’altro e vi è una compartecipazione di un bene. Quindi con i sacramenti noi siamo già uniti a Dio, abbiamo “inserito la spina nella presa” e la grazia fluisce dentro di noi.

Per voi sposi questo è particolarmente vero perché “il modello originario della famiglia dev’essere ricercato in Dio stesso, nel mistero trinitario della sua vita” (Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie 6).

Cari sposi, so che tale accostamento fa venire capogiri e vertigini a più di uno di voi ma è proprio così “per grazia ricevuta” e non è una condanna alla frustrazione, tutt’altro! Vi rincuori che per i sacramenti continuamente siete “in” Dio e le fragilità sono sempre affiancate dalla straordinaria forza divina.

Perciò con voi benedico e lodo il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, che si riflette quotidianamente in ogni vostro gesto di amore. E di ciò, vi sono grato con tutto il cuore.

ANTONIO E LUISA

Approfittiamo della riflessione di padre Luca per informarvi che presto uscirà il nostro nuovo libro dove racconteremo proprio questo. Noi, un uomo e una donna, magari più limitati e problematici di tante altre persone, uniti dal sacramento del matrimonio possiamo insieme mostrare la Trinità.

Sembra davvero impossibile eppure Dio ha voluto così. Lui conosce bene il nostro cuore e i nostri limiti e per questo ci sostiene e ci ha fatto suoi attraverso il sacramento del matrimonio. E’ davvero un miracolo. Due imbranati, come siamo Luisa ed io, hanno nella loro relazione la capacità di mostrare l’amore di Dio. Come? Fidandoci, affidandoci e dando ciò che siamo e abbiamo senza riserve. Il resto lo farà Lui.

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Maria Sposa 3.0.

Cari sposi,

siamo arrivati all’ultima parte di questo breve excursus su Maria Sposa. Usando un termine da versioni di programmi di un computer, in Maria 1.0, ho evidenziato il primo aspetto della sponsalità di Maria: l’essere aperta dal Dono di Dio, sapersi amata da Lui e lasciarsi amare dal Signore.

Nel secondo momento, in Maria 2.0, ho parlato di come questa sua consapevolezza ha fatto sì che Lei volesse con tutto il Suo cuore donarsi al Signore e quindi vivere in pienezza la Verginità, appartenere solo a Dio, il Suo grande e unico tesoro. Il Signore, d’altro canto, nella sua infinita provvidenza e onnipotenza, ha rispettato quel desiderio grande e bello del suo cuore e difatti ha mantenuto la sua verginità accanto alla maternità.

La bellezza dell’amore è proprio questa, che può essere puro e integro aprendosi agli altri. L’amore non rimane mai chiuso in sé stesso, non è mai solipsista o narcisista. L’amore vero, quello che discende da Dio, è puro e fecondo, cioè dà vita, genera e rigenera sempre vitalità in sé e negli altri.

Ecco allora che per concludere toccherò il punto di Maria Madre. Siamo in tema perché lunedì scorso abbiamo celebrato la Memoria di Maria Madre della Chiesa e non è affatto un caso che cada proprio l’indomani della Solennità di Pentecoste. Lo Spirito, che ha formato Gesù in Lei, ora La rende perennemente Mamma di un popolo che non ha limite di numero e di paesi.

I riferimenti evangelici della prima parte sono stati: l’Annunciazione, poi la Visitazione e le nozze di Cana ed infine oggi è l’asse Betlemme-Golgota.

Chi ha capito quest’ultimo collegamento è stato il grandissimo artista Michelangelo. Una volta a Roma ebbi la grande grazia di essere tra i ministranti di Papa Benedetto nella Messa di Natale. Ero arrivato con molto anticipo per le prove e mezz’ora prima dell’inizio, ci fecero attendere proprio attorno alla Pietà, perché è da lì dietro che arriva il Papa per iniziare la processione fino all’altare. In tutto quel tempo ho avuto l’occasione davvero unica di contemplare da vicinissimo questa scultura dal valore spirituale immenso. Il volto di Maria è proprio quello di una giovinetta di 15 anni! Come mai l’artista l’ha plasmata così? Mi pare abbia ragione chi vede in tale scelta l’unione dei due momenti della nascita di Gesù e della “nuova” maternità di Maria sul Calvario.

Sotto la croce Maria diventa Mamma di ciascuno di noi quando Gesù le dice: “donna, ecco tuo figlio” (Gv 19,26). La Vergine e Sposa, ora diventa ancora Madre.

Come hanno scritto Mariateresa Zattoni e Gilberto Gillini, “Maria ha avuto due annunciazioni, in forza delle quali è rimasta incinta… la prima è avvenuta a nome dell’Angelo… la seconda avviene ai piedi della croce… Maria è di nuovo incinta di tutti noi, ci porta nel suo grembo” (R. Bonetti – F. Pilloni, La grazia del sacramento delle nozze, Cantagalli, 278).

Da ciò si evince che Maria vuole generare in noi Gesù. Lei si è preso l’impegno di essere madre nostra molto seriamente e vuole con tutto il suo Cuore Immacolato che diventiamo veramente amici di Gesù e Lo seguiamo concretamente nella vita.

Che significato ha questo per voi sposi? Che davvero vi amiate come Gesù ha amato la Chiesa. Che la vostra donazione reciproca profumi di Gesù: un amore che si perdona, che porta pazienza, che serve, che parla bene, che vive nella gioia, che sa anche soffrire… Maria non desidera altro per voi e sa bene cosa significhi perché lo ha vissuto con Giuseppe per tanti anni.

Per finire, vorrei solo ripetere alcune idee che spero vi aiutino a capire di che pasta siamo fatti. La sponsalità appartiene a tutti noi, fa parte del nostro essere persone, chiamate esistenzialmente ad amare ed esser amate.

Maria ci precede come grande e meraviglioso esempio di come si è sposi: si è sposi nella verginità, nel formare una famiglia, nel generare vita biologica o spirituale. La sponsalità quindi risiede nel “dono totale e sincero di sé stessi” (cfr. Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, 13).

In tutto ciò risalta e risplende in noi quell’imprinting, il “marchio di fabbrica”, quel segno intimo che veniamo da un Dio che è Comunione di Persone, le Quali sono solo e sempre Dono di Sé all’Altro, e che siamo davvero Immagine e Somiglianza della Trinità.

Vi auguro che questo mese di maggio, mese mariano, lasci un segno nella vostra vita personale e di coppia e siamo davvero in cammino con Gesù su questa strada meravigliosa che Lui vi ha regalato.

Padre Luca L.C.

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Lo Spirito Santo soffia, soffia, soffia – “Sposi&Spose di Cristo”

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

Strana cosa il vento.

Nelle città di mare come la nostra a volte soffia molto forte e crea vortici di polvere e cartacce. Un bel pasticcio per i netturbini.

Anche adesso c’è vento e allora ho ripensato a quando ci siamo sposati e ai regali che ci hanno fatto:

Tappeti, scope…ma nessuno ci ha regalato salsicciotti para spifferi.

Forse i nostri amici e parenti si sono sentiti un po’ a disagio quando hanno pensato (sono sicuro che almeno lo hanno pensato)…di regalarci una scorta di salsicciotti para-spifferi: da quelli che si mettono stesi sotto le porte a quelli da apporre sotto le finestre.

Ti chiedo: “Come mai, amico e parente, mi regali oggetti per pulire (le scope) e per nascondere (i tappeti)…ma poi non pensi al vento che quando inizia a soffiare fa alzare tutta quella polvere che io e mia moglie quotidianamente e metodicamente celiamo sotto i tappeti?”

Noi siamo molto abituati a mettere tutto sotto il tappeto…ma devi regalarmi un para-spifferi che non renda vano il mio e nostro lavoro certosino.

Eppure il prete che ci ha sposati qualcosa ci aveva accennato circa questo Vento di tramontana che soffia nella vita dei Cristiani.

Massssìì!!! Ora ricordo!

Il giorno del nostro matrimonio col nostro “SI” abbiamo spalancato la finestra del nostro cuoricino alla Santissima Trinità…

Il che vale a dire che oltre alle prime due Persone (garbate) della Santissima Trinità (il Padre e il Figlio…sono davvero due Persone Divine “a modo”)…la terza Persona della Trinità…è un po’ meno a modo.

Questa Persona non fa altro che soffiare…ed è Ella stessa “Soffio”“Alito”“Vento”…che non sai da dove viene e dove va! 

Ed è così che da quel giorno noi cerchiamo continuamente e accuratamente di posizionare ogni minimo granellino di polvere, ogni cartaccia, ogni sacchetto di plastica e anche qualche cane sotto al tappeto della nostra casa…

…ma questa Terza Persona della Trinità soffia…soffia….soffia e ci scapiglia, ci strucca, ci mette innanzi agli occhi tutto quel disordine che a fatica cerchiamo di tenere nascosto.

Capita che spesso durante la giornata inizio a dirmi: “ma quanto sono bravo, ma quanto sono bello, ma quanto sono simpatico” e poi arriva Lui che soffia e si alzano i tappeti ed esce fuori tutta la schifezza che ho nascosto compreso un povero netturbino che rotea travolto dal turbinio delle Sante correnti.

Ed è di nuovo tutto da rifare…ma poi – per grazia – ricordo ancora le parole del prete che ci ha sposati, il quale dice che se vuoi liberarti di tutta la spazzatura non devi nasconderla, ma devi buttarla via!

Spesso lo Spirito Santo ci mette davanti agli occhi le nostre polveri sottili e tossiche certamente non per farci deprimere ma per capire che abbiamo molto da buttar via…molto di cui liberarci…molto di cui possiamo fare a meno: i peccati.

E possiamo fare questo senza paura…possiamo andare dalla seconda Persona della Trinità -che opera nei sacerdoti- e dirgli: “Guarda, amico mio, ho tutta questa spazzatura che sotto i tappeti non ci vuole stare…e poi spesso sulle dune di sacchetti che faccio girare per casa ci inciampa mia moglie e sulle cartacce ci scivolano le mie figlie…ora – caro Gesù – consegno tutto a te!!!”

E allora vedrai che la tua casa tornerà a brillare e ringrazierai tutti quegli amici e parenti che non ti hanno mai regalato un para-spifferi contro lo Spirito Santo…e grazie a loro, Lui (che non è molto garbato, ma sicuramente è un tipo simpatico) soffia dove vuole e ti rende una persona ogni giorno più viva, più bella, più santa!!!

“Vieni Santo Spirito, vieni!!!”

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Grazie, Pietro e Filomena.

Cavalieri e dame

Capita spesso che noi cristiani siamo apostrofati in modo dispregiativo e canzonatorio come medievali. Beh forse nel modo di concepire il corteggiamento e la relazione uomo-donna un po’ lo siamo davvero e lo dico con orgoglio.

Io mi sento realizzato e contento quando riesco a rendere felice la mia sposa. Desidero proteggerla e custodire la sua gioia. Un’idea sicuramente che nasce nell’amor cortese della Provenza medievale. Amore raccontato da trovatori, poeti e cantastorie. Amore che racconta di dame e cavalieri. In realtà non è corretto dire che questo concetto di amore nasce in quel tempo. E’ un amore che racconta il desiderio profondo di ogni uomo, il desiderio di essere cavaliere per la propria sposa. Non è questione di stereotipi o di costruzione culturale. Certo la cultura dei vari popoli ha concretizzato in modo diverso questa esigenza naturale dell’uomo. E’ un’inclinazione naturale. Un uomo si sente tale quando riesce a rendere felice la propria sposa. Anche nel nostro mondo contemporaneo secolarizzato questo desiderio costituisce il cuore di ogni uomo. Molti non sanno riconoscerlo e per questo non sono felici. Magari hanno tante relazioni affettive e sessuali, ma non sono felici. Cercano sempre di più perchè cercano male. Cosa significa essere cavalieri oggi? Non ci sono draghi o singolar tenzoni da vincere. Oggi essere cavalieri significa custodire e proteggere il nostro matrimonio. Un cavaliere vuole custodire il suo matrimonio come ciò che di più prezioso possiede.

Un cavaliere è capace di fare un passo indietro. E’ capace di mettere la sua sposa e la sua relazione davanti a se stesso. Davanti alle sue esigenze. Il cavaliere è pronto a morire per la sua sposa. Morire all’egoismo. Il suo piacere viene dopo il bene della sua sposa. Il cavaliere è capace di rinunciare, se quella rinuncia può portare giovamento, gioia e bene alla sua sposa. Il cavaliere è capace di morire all’orgoglio. Il cavaliere non considera ogni critica come delitto di lesa maestà. Accetta la sua fragilità e la sua imperfezione. Sa che l’orgoglio genera risentimento e incomprensioni. Per questo lo rifugge. Avere ragione (sempre che l’abbia) non è la cosa più importante. Il cavaliere è capace di passare sopra il male ricevuto e sa perdonare.

Il cavaliere sa rompere il vaso di nardo nella sua relazione. Non è avaro. Sa valorizzare la sua dama ogni giorno. E’ rivestito non di armatura, ma di tenerezza. Il cavaliere sa di non poter pretendere amore dalla sua sposa. Sa che l’obbligo non fa parte dell’amore. Per questo desidera corteggiare la sua sposa ogni giorno e così, portarla ad avere il suo stesso desiderio che lui nutre per lei. Il cavaliere non vuole mendicare un incontro intimo con la sua sposa, ma vuole condurla a quell’incontro come culmine di una relazione d’amore che non si è mai interrotta. Vuole essere accolto come re e non come mendicante.

Un cavaliere mantiene sempre uno sguardo di meraviglia verso la sua sposa. Per questo non vuole guastare il suo sguardo con la pornografia. La pornografia rende ciechi. Lo diceva già la Chiesa tanti anni fa. Non diceva scemenze. Certo è un’affermazione che va declinata. E’ un’immagine. La pornografia e la sessualità consumata fine a se stessa rendono le persone incapaci di avere uno sguardo puro, limpido. Rendono noi sposi ciechi e incapaci di avere uno sguardo che vada in profondità. Uno sguardo che riesca a contemplare la propria sposa come persona nella sua interezza. Non solo come un corpo, o peggio come un pezzo di carne, ma come una persona che esprime attraverso il corpo una bellezza trasfigurata dalle doti dello spirito e della mente. Un corpo trasfigurato dal cuore.

Tutte le donne, che lo ammettano o meno, desiderano sposare un cavaliere. Solo che di cavalieri ce ne sono pochi. Tutti possono però diventarlo. Per me è stato così. Questo desiderio è nato dentro me durante il matrimonio con Luisa. E’ stata lei a trasformarmi da ranocchio a principe. Come? Lo spiega bene Costanza Miriano:

L’uomo si innamora quando ha al suo fianco una donna profondamente bella, che non si lamenta e che non cerca di cambiarlo: una donna spiritualmente profonda, che lo faccia innamorare nella più completa libertà, una donna capace di accoglierlo in tutto, che si fida della sua virilità nell’affrontare il mondo. Quello che arriva in cambio è straordinario: dedizione totale e disponibilità al sacrificio da parte dell’uomo.

Auguri dame! Far si che vostro marito si trasformi in un cavaliere dipende anche da voi. E voi mariti impegnatevi a fondo in questo. Ne avrete il centuplo in gioia e bellezza.

Antonio e Luisa

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Amoris Laetitia. 1 – Un documento frutto di un cammino.

Questo è il primo articolo di una serie che Luisa ed io abbiamo deciso di pubblicare su Amoris Laetitia. Scelta suffragata da uno specifico sondaggio che abbiamo proposto attraverso i nostri canali social e che ci è sembrato confermare un interesse di fondo verso questo documento. Un documento conosciuto solo per alcuni aspetti problematici e divisivi, ma non nella sua parte più interessante per noi sposi: la relazione. E’ un documento così poco conosciuto che Papa Francesco ha ritenuto necessario indire un anno intero di studio sulle riflessioni raccolte in questa esortazione. Anche noi, senza pretese di avere particolari competenze se non la semplicità della coppia che cerca di far tesoro dei consigli che il Papa propone, cercheremo di portare il nostro piccolo contributo.

Prima di addentrarci negli argomenti e nei vari punti dell’Amoris Laetitia, è importante comprendere come il papa è arrivato a scriverla. Oggi intendiamo raccontare come nasce e cosa è Amoris Laetitia. Amoris Laetitia è tecnicamente una esortazione apostolica post sinodale. Significa che Amoris Laetitia nasce al termine di un sinodo sulla famiglia. Anzi dopo due sinodi sulla famiglia.

E’ fondamentale quindi, per capirci qualcosa, fare una cronostoria delle tappe che hanno portato alla pubblicazione del documento il 19 marzo del 2016. Tutto inizia nel 2013 quando il papa spiazza un po’ tutti indicendo un sinodo sulla famiglia. La famiglia è sempre stato un tema difficile e nella nostra Chiesa contemporanea lo è ancor di più. Perchè allora il papa ha scelto un tema tanto divisivo e difficile? Il papa ha sicuramente notato un disallineamento tra il magistero e il sentire di tanti cristiani. E’ innegabile, e sotto gli occhi di tutti, che l’insegnamento della Chiesa non passa più. Le persone si sposano sempre di meno e hanno una vita sessuale totalmente distante dalla morale cattolica. Esiste uno scisma di fatto tra quanto la Chiesa propone e quanto la gente poi vive effettivamente nelle proprie relazioni affettive. Anche tra i cristiani praticanti.

Il Papa ha compreso che non serve più calare dall’alto una morale e delle regole che la maggior parte delle persone non riesce più a comprendere. Serve una nuova evangelizzazione che da un lato riesca a far sentire accolta ogni persona e dall’altro riesca a far comprendere come la proposta cristiana sia la più bella e la più piena. Senza nascondere tutta la fatica di una relazione profonda e radicale come quella matrimoniale. Parlare di peccato non convince più quasi nessuno ed è una modalità che non funziona più. Ciò che può attrarre l’uomo del nostro tempo è la bellezza di una scelta rispetto ad un’altra. E’ importante parlare alla nostalgia che ogni persona ha nel cuore di sperimentare un amore autentico e non invece far leva sull’obbligo di rispettare scelte morali e regole incomprensibili. Una scelta fatta non per paura ma perchè è la più affascinante. Esattamente come per la fede. Scegliamo Gesù non perchè abbiamo paura dell’inferno ma perchè Gesù è il migliore di tutti ed è bellissimo stare con Lui.

Attenzione. Nessuno mette in dubbio che esista una verità e una morale. Nessuno mette in dubbio il matrimonio indissolubile e fedele tra un uomo e una donna. Il papa semplicemente prende atto di una situazione. Si rende conto che una dottrina non più accolta e sentita parte concreta della vita delle persone diventa qualcosa di lontano e di astratto che serve a poco. Insomma c’è un problema e il papa ha deciso di affrontarlo.

E’ stata proprio questa preoccupazione che ha motivato il Papa. Non esiste quindi una volontà di modificare la dottrina e il magistero, ma esiste il desiderio di avvicinare le persone e di rendere l’insegnamento della Chiesa qualcosa che l’uomo di oggi può accogliere e sentire parte della propria vita, qualsiasi sia il suo stato: single, sposato, vedovo, separato e anche risposato. Non significa dire che tutto vada bene, ma significa dire ad ogni persona che Dio continua ad amarla e che ognuno di noi può intraprendere un cammino di perfezionamento e di avvicinamento a Gesù, qualsiasi sia il suo stato di vita.

Sono stati quindi indetti due sinodi. Uno nel 2014, sotto la forma di sinodo straordinario dal tema Le sfide pastorali della famiglia nel contesto dell’evangelizzazione, e uno nel 2015, sotto la forma ordinaria dal tema La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo.

Al termine di questi due sinodi il papa ha recipito le conclusioni dei padri sinodali, giunte al termine di una discussione libera e franca, e le ha fatte proprie sintezzandole ed ordinandole in un documento riassuntivo, che è proprio l’esortazione apostolica Amoris Laetitia.

In sintesi che documento è? E’ un insieme molto corposo di numeri ordinati e suddivisi per grandi temi, dove il papa affronta il matrimonio e più in generale la morale cristiana inerente la sessualità e le relazioni. L’esortazione si suddivide in capitoli, i quali affrontano argomenti diversi e non obbligatoriamente legati tra loro. Ogni capitolo è come un piccolo libro indipendente. Nei prossimi articoli cercheremo di approfondire quei numeri e quei capitoli che secondo noi sono particolarmente belli, interessanti e significativi.

Antonio e Luisa

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B.V.M. , La Madre per eccellenza…

Ieri è stata una festa molto importante : Beata Vergine Maria, Madre della Chiesa. E per celebrarla è stato scelto un brano dalla Passione secondo Giovanni ( cap 19, 25-34 ) :

In quel tempo, stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé. […]

I Padri ed i Dottori della Chiesa, commentando questo brano evangelico, sottolineano come Maria sia divenuta Madre della Chiesa, la quale è rappresentata dal discepolo Giovanni, e quindi per approfondimenti su questo tema vi rimandiamo agli scritti dei Santi, per ora ci basti citare l’antico adagio scritto da S. Luigi Maria Grignion de Montfort : Ad Jesum per Mariam….. a Gesù attraverso Maria, quindi si arriva a Gesù solo passando da Maria, perché è piaciuto a Dio di entrare nel mondo attraverso Maria e quindi non è una scelta della Chiesa, ma è stata una scelta di Dio…. a noi il compito solo di vivere questa scelta con tutte le meravigliose conseguenze che questa felice scelta comporta.

Torniamo a noi, non perché il tema di Maria Madre della Chiesa sia di seconda classe, ma perché questi articoli non hanno uno scopo catechetico, ma si occupano della realtà coniugale in primis… ci accorgeremo come Maria è anche Madre delle coppie, Madre degli sposi cristiani in quanto facenti parte della Chiesa.

Perché sotto la Croce ci sono solo donne ? Facciamo qualche ipotesi : gli evangelisti vogliono mettere in risalto la viltà degli Apostoli (tranne Giovanni che è giovane e forse un po’ sprovveduto), i quali se la sono data a gambe mettendo quindi in risalto come dal giorno della Pentecoste essi siano, al contrario, divenuti impavidi grazie all’azione dello Spirito Santo …. oppure…. era doveroso per Gesù sperimentare l’angoscia e la tristezza dell’abbandono degli amici nel momento più tragico perché lo sentissimo più vicino a noi come uomo… oppure…. era necessario che Gesù affrontasse la Passione da solo per dimostrarci cosa significhi fare la volontà del Padre fino in fondo… oppure…. era necessario che gli Apostoli rimanessero vivi perché altrimenti dopo la Risurrezione non avrebbero evangelizzato il mondo cominciando il grande cammino avventuroso della Chiesa… oppure… perché le donne erano praticamente trasparenti per quella società, quindi nessuno avrebbe badato a loro… può darsi che siano vere tutte quante insieme ad altre non citate, ma noi ne aggiungiamo una di stampo familiare.

Sotto la croce ci sono le donne, o meglio, ci stanno le donne, o meglio ancora, stanno in piedi sotto la Croce. Possiamo solo immaginare quanto abbia potuto essere straziante per la Madonna assistere alla Passione del Figlio, eppure sceglie di restare perché anche solo l’incrociarsi degli sguardi potesse infondere coraggio a Gesù, potesse esserGli di conforto, potesse comunicare la sua com-passione col Figlio….. pensiamo che per Gesù, la presenza silenziosa di Sua Madre (insieme a quella di altre donne) possa essere stato tutto questo aiuto che siamo riusciti a decifrare in poche parole ma sia molto di più quello che non abbiamo colto e non riusciremo mai a cogliere perchè il legame tra Gesù e Maria è personalissimo e intimo.

Pensando a questa scena straziante non possiamo dimenticare tutte quelle donne che hanno vissuto scene simili nei campi di battaglia, negli ospedali militari in guerra, o chissà quali altre situazioni di dolore straziante… le donne sempre presenti. Perché ?

Le risposte possono essere diverse, ma sicuramente una è il fatto che Gesù è maschio e quindi per quanto perfetto ed indefettibile in ogni suo aspetto della natura umana ( quella che tra gli esperti viene definita la santissima umanità di Cristo Gesù ), ci ha manifestato la paternità di Dio Padre….. ma noi, povere creature molto limitate e fragili, avevamo bisogno di vedere manifesta anche la maternità di Dio : ecco che Dio si è inventato Maria, la creatura perfetta Immacolata e Santissima.

Non è un caso che sarà proprio quel ragazzo sotto la Croce a descrivere quella scena, da adulto, in questo bellissimo brano tratto dal suo Vangelo ; sicuramente a Giovanni è rimasta impressa la scena per gli evidenti motivi della straordinarietà dell’evento, ma non si è dimenticato di menzionare le donne… si può facilmente intuire che siano state queste donne, soprattutto la Madonna, a rassicurare il giovane, a tenerlo stretto a sé, a confortarlo, a sopportarne le lacrime ed il dolore…. le donne spesso dimostrano un coraggio ed una tempra che i maschi se le sognano.

Abbiamo fatto tutti esperienza di quando (magari da bambini) si sta male per una qualche sofferenza, e la prima cosa che cerchiamo, non è la soluzione per cancellare/annullare il nostro dolore, ma qualcuno che ci com-patisca, cioè che porti con noi il peso di quella sofferenza cosicché sia un poco più sopportabile : questo è il ruolo tipico delle mamme.

Care spose, vi invitiamo a riscoprire questa vostra meravigliosa caratteristica, tutta femminile ; è una maternità da vivere sia come spose nei confronti dei vostri sposi, sia da mamme nei confronti dei figli che vi sono stati donati. Affidatevi ad una super mamma, alla Madre delle madri, a colei che è la Madre per eccellenza, all’unica porta per accedere a Gesù, vi insegnerà a vivere da fidanzate (per chi ancora lo è), da spose e da mamme e grazie alla vostra femminilità/maternità farete gustare ai vostri cari un’anticipo di Paradiso, la consolazione di Dio, la tenera maternità di un Dio che ha affidato alle vostre cure alcune sue creature perché si fida di voi.

Coraggio carissime spose, è l’ora di assomigliare alla Madre per eccellenza, la Beata Vergine Maria, Madre della Chiesa.

Giorgio e Valentina.

Lo Spirito Santo, questo sconosciuto

A Pentecoste contempliamo il dono dello Spirito Santo alla Chiesa.

Ma che cos’è lo Spirito Santo e cosa opera nell’uomo?

Non so voi, ma normalmente le letture che abbiamo sentiamo dare in molti cotesti sono più o meno di questo tenore: è quel supplemento di grazia che ci serve per essere veri cristiani, testimoni credibili della fede, quel supplemento di grazia che porta in sé sette doni fondamentali per la nostra vita di fede. È quel vento che riempie le nostre vele e conduce la nostra vita, è quel fuoco che illumina, riscalda e purifica…

Più o meno l’immagine che ne risulta è sempre quella di un qualcosa di esterno a noi che arriva a darci una sorta di super poteri. Quasi che lo Spirito Santo sia una specie di super-energetico, un “Supradyn spirituale” che ci serve per credere di più, amare di più, testimoniare di più ed essere cristiani come si deve.

Questa, lo confessiamo, era anche la nostra idea fino ad alcuni anni fa. Ma è proprio così? Lo Spirito Santo è davvero una specie di sostanza dopante a livello spirituale? Un additivo fondamentale per pulire gli iniettori del nostro motore spirituale?

Non possiamo nascondere che spesso e volentieri le nostre invocazioni, benché belle e toccanti, ci orientano in questa direzione: «manda il tuo Spirito» , «vieni Spirito Santo», «soffia su di noi» , «scendi Spirito Santo», «riempici di te»… A volte, addirittura, sembriamo rasentare quasi l’immagine di una “pseudo-possessione”: «Invochiamo la tua presenza»,  «Spirito Santo prendi tu il comando», «vieni in me»…

Certo queste suppliche fanno emergere la nostra sincera attesa di una fede viva ed appassionata, il nostro profondo bisogno di forza, di luce, di pace in una quotidianità fatta di tentennamenti e debolezze.

Ma crediamo che questo modo di guardare al dono dello Spirito Santo racconti solo una piccola parte della storia. Come ha detto una volta Papa Francesco, forse davvero «lo Spirito Santo sempre è un po’ lo sconosciuto della nostra fede».

Oggi nel Vangelo sentiamo Cristo dire che manderà il Paraclito, ma spesso dimentichiamo che queste parole sono pronunciate prima della sua Pasqua. Col battesimo tutti noi siamo stati immersi nella sua Pasqua, siamo stati generati ad una nuova vita nello Spirito Santo e da quel giorno in noi palpita la vita di Cristo, la vita dei figli di Dio. Come ci ricorda San Paolo: «lo Spirito di Dio abita in voi… avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: “Abbà, Padre!”». (Rm 8)

Lo Spirito Santo è l’amore del Padre e del Figlio è una relazione d’amore nella quale siamo stati accolti il giorno del nostro battesimo. È la relazione fondante della nostra vita perché siamo figli di Dio, fratelli tutti. I doni dello Spirito Santo allora, non sono super poteri che ricadono misteriosamente su qualcuno sì e qualcuno no, ma sono frutto che sboccia da questa relazione.

Diceva Giovanni Paolo II nel suo messaggio per la VI giornata mondiale della gioventù: «Lo Spirito Santo, vero protagonista della nostra filiazione divina, ci ha rigenerati a una vita nuova nelle acque del Battesimo. Da quel momento egli “attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio”».

Allora possiamo davvero invertire la prospettiva: lo Spirito Santo è già in noi.

Lo Spirito Santo non è lassù tra le nubi che attende un’invocazione speciale, una formula magica, per degnarsi di scendere tra noi. Egli abita nei nostri cuori, dimora nei nostri corpi. Non è lui che deve scendere, ma siamo noi che dobbiamo discendere nell’intimo del nostro cuore per scoprire questo dono, sì: discendere per ascendere.

Come ricordava sapientemente Papa Francesco: lo Spirito Santo è Dio attivo in noi, che fa ricordare. Dio che fa svegliare la memoria. Lo Spirito Santo ci aiuta a fare memoria per fare tesoro della storia di salvezza che il Padre sta scrivendo con noi. (meditazione mattutina del 13 maggio 2013)

Che bello sapere che non dobbiamo aspettare più nulla, che questo dono è già vivo in noi.

E non facciamoci fregare da errate interpretazioni di San Paolo, lo Spirito Santo e i suoi frutti non sono mai in opposizione al corpo, il nostro corpo è tempio dello Spirito Santo. Quando San Paolo parla della carne e dei suoi desideri, non si sta riferendo banalmente al corpo né al desiderio sessuale, ma al fatto che il nostro cuore, piaccia o meno, è un terreno di battaglia tra lo Spirto di Dio che ci ha resi figli e ciò che San Paolo chiama “carne” ovvero la concupiscenza, la durezza di cuore dell’uomo vecchio ferito dal peccato originale che si chiude alla figliolanza, e pretende di essere autosufficiente fabbricandosi la sua felicità.

Si, lo Spirto Santo è già in noi!

Oggi allora, riscopriamo insieme questo dono grande, questa vita d’amore che è già in noi, magari sepolta sotto tante paure e preconcetti, ma che attende solo di incontrarci. Lasciamoci ispirare allora dalle parole di Sant’Agostino, che pieno di Spirito Santo, fa memoria della sua storia di salvezza e ci parla di questo mistero vivo in noi:

Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai. Sì, perché tu eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Eri con me, e non ero con te. […] Quando mi sarò unito a te con tutto me stesso, non esisterà per me dolore e pena dovunque. Sarà vera vita la mia vita, tutta piena di te.

Tommaso e Giulia

Articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2021/05/lo-spirito-santo-questo-sconosciuto/

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Dio non più fuori ma dentro di noi

PADRE LUCA

Chi ricorda la celebre scena di “Non ci resta che piangere”, quando Mario (Massimo Troisi) e Saverio (Roberto Benigni) vogliono insegnare a Leonardo da Vinci cosa sia il treno? Saverio la mette facile: “Il treno, du’ binari, ma lunghi eh” e Leonardo è un po’ perso.

Se davvero avessimo mostrato a Leonardo il progetto del Frecciarossa 1000, cosa ci avrebbe capito? Con tutto il suo genio, sicuramente più di me ma non penso che poi sarebbe riuscito a combinare qualcosa di serio.

Nell’ultima cena, Gesù dice ai suoi: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso”. Se Gesù l’avesse fatto sarebbe successo come nel film… Vi immaginate i poveri apostoli a sentire parlare delle Due Nature di Cristo in una Sola Persona, o il Dogma dell’infallibilità del Papa o di questioni di bioetica circa lo statuto ontologico dell’embrione…? San Pietro probabilmente sarebbe stato il primo a fare uno dei suoi commenti a caldo.

Ma poi Gesù prosegue e dice una cosa bellissima: “Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità”. Lo Spirito completa l’opera di Gesù.

Sul matrimonio Gesù non è che abbia speso tante parole in effetti. C’è chi ha dubitato che sia un sacramento visti i pochi accenni di Gesù ma in realtà Lui ha fatto l’essenziale con la Sua Presenza a Cana nel terzo giorno… e lì si rivela come lo Sposo, come il nuovo Adamo.

Ma è lo Spirito che porta quella verità a pienezza. È lo Spirito che rende Una Sola Carne due persone così diverse per cultura, carattere, stile di vita, idee…

Lo Spirito fa una cosa straordinaria: rende una sola carne ma al tempo stesso distinti il marito e la moglie. Vi rendete conto che è esattamente quello che succede nella Trinità?

È nello Spirito che il matrimonio umano osa diventare immagine della Trinità. Ecco una delle cose che Gesù ha omesso volontariamente di dire nell’Ultima Cena agli apostoli. È questa la trasformazione che la coppia riceve nel giorno delle nozze: una nuova Pentecoste su di loro.

Sentite che bello il rito al riguardo: “trasfigura, Padre, quest’opera che hai iniziato in loro e rendila segno della tua carità. Scenda la tua benedizione su questi sposi, perché, segnati col fuoco dello Spirito, diventino Vangelo vivo tra gli uomini.”

Lo Spirito vi ha trasfigurato, ha dato una nuova forma al vostro amore ed ora esso “contiene” Dio.

Sappiamo che Dio è ovunque, che ha una Presenza specialissima nell’Eucarestia. Ma è altrettanto vero che Dio è “dentro” l’amore sponsale grazie al ruolo dello Spirito Santo.

Se ci fosse tra noi Don Tonino Bello, vi chiamerebbe “’agenzie periferiche della Trinità”.

Care coppie, anche oggi contemplatevi nello Spirito, che Lui vi guidi e vi conduca ad una sempre maggior consapevolezza di chi siete nella Chiesa.

E lasciatevelo dire, anche se qualcuno di voi magari non ci crede: contenete più Dio voi di un magnifico paesaggio della natura!

Buona festa di Pentecoste!

ANTONIO E LUISA

Anche quest’anno la Pentecoste è arrivata  al momento giusto. E’ stato per tutti un periodo difficile, di grande stress e insicurezza. Per questo la Pentecoste è una festa liturgica importantissima. Per questo è importante venga ogni anno. Ci ricorda che non siamo soli. Ci ricorda che il nostro matrimonio è abitato da Gesù e che lo Spirito Santo è stato effuso in noi con il sacramento del matrimonio ed è continuamente effuso in noi in ogni gesto d’amore che ci regaliamo vicendevolmente.

Lo Spirito Santo è dono che ci permette di farci a nostra volta dono. Lo Spirito Santo prende le nostre lingue, la mia e quella della mia sposa. Due lingue diverse incomprensibili per l’uno e per l’altra.  Non ci si capisce e si resta chiusi ognuno con il desiderio di essere compreso, ma non quello di capire l’altro.  Lo Spirito Santo prende queste nostre lingue e le trasforma nell’unica lingua universale, la lingua dell’amore che è dono di sè e accoglienza dell’altro/a.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 9

Una volta che ci siamo prostrati alla presenza del Re dei Re siamo invitati a prendere posto tra i banchi. Anche questo gesto potrebbe sembrare solo di ordinaria utilità ma può diventare un’occasione di bene. Su questo punto non c’è una precisa indicazione ufficiale da parte degli organi ecclesiali circa quali posti siano meglio di altri o siano riservati ad alcune categorie di persone. Perciò ci limiteremo a dare indicazioni di tipo pastorale pur non essendo noi pastori/parroci ; sono semplicemente frutto di esperienze come genitori, come catechisti, come meri spettatori di alcune scene, come osservatori, ed anche come bambini a nostra volta.

Alcune regole basilari sono da rispettare tanto sull’autobus quanto in chiesa, quindi le persone più fragili ed in evidente difficoltà sono quelle che devono avere la nostra massima attenzione ed avere la priorità negli spostamenti e nelle problematiche di tipo logistico.

Ma perché la scelta di un banco piuttosto che un altro può diventare un’occasione di bene ? Non soltanto per compiere gesti di buona educazione che faremmo anche fuori dalla chiesa, ma anche per dare testimonianza.

Poniamo il caso di una famiglia che mandi i tre figlioletti nel banco con gli altri compagni di catechismo, poi il papà si piazza vicino alla statua di S. Padre Pio da Pietrelcina perché devotissimo al conterraneo santo pugliese, mentre la mamma si pone nel banco posto davanti all’altare minore della Madonna di Lourdes, di cui è devotissima, vicina alle amiche mamme che da quell’angolatura possono tenere sott’occhio i figli ed estrarre il famoso #fazzolettochesololaborsadellamamma# in caso di bisogno per l’inaspettatissimo bisogno del fazzoletto da Messa del bambino.

Abbiamo usato appositamente i termini papà e mamma perché molte coppie, quando sono a Messa o comunque quando ci sono i figli, si dimenticano (cancellano, fanno un reset) di essere sposi ; si spogliano dei vestiti da marito e da moglie e appena arrivano sul sagrato vestono i panni del papà e della mamma. Perché si comportano così ? Ovviamente la risposta sarebbe molto articolata e complessa nell’affrontare tutte le dinamiche relazionali di coppia e non è il nostro obiettivo, ma possiamo solo dare una visione, certamente limitata, in chiave educativa : sicuramente i figli si sentono più al sicuro se mamma e papà sono una cosa sola come coppia perché avvertono che la loro identità di figli sta nel provenire da quell’unica realtà, l’unione d’amore tra mamma e papà. I figli avvertono quando i genitori si sdoppiano come se avessero due personalità, e si sentono confusi, disorientati ; avvertono che i genitori si sforzano di fare il bravo papà che dà il buon esempio la domenica mattina e la mamma premurosa anche tra i banchi della chiesa…. ma poi fuori dalla chiesa ed in casa non si nomina Dio neanche per sbaglio…. ecco perché poi la fede non sboccia in questi bambini ed una volta finita l’epoca del dovere tra Catechismo e Messa domenicale, tutto sfuma.

Queste sono solo piccole indicazioni che non vogliono catalogare nessuno, ma vogliono mettere in evidenza il fatto che se vogliamo trasmettere la fede ai nostri figli, innanzitutto dobbiamo ri-scoprire, riappropriarci e approfondire il nostro essere coppia in Cristo.

Un bravo prete ci insegnò che l’80/90% dell’educazione sta nel vivere profondamente il sacramento del matrimonio ( l’essere coppia in Cristo quindi ), il resto sono solo bazzecole.

Come sarebbe bello invece se questa famiglia stesse nello stesso banco, e, come un corpo solo, si alzasse, si sedesse, si mettesse in ginocchio : i due genitori vicini e i figli a lato, non i figli in mezzo a dividere i genitori…. anche l’occhio vuole la sua parte e quindi anche la posizione dice qualcosa di noi. Sappiamo che spesso i figli, per svariati motivi, non stanno nel banco con i genitori, ma almeno la coppia potrebbe stare insieme a Messa.

Che grande testimonianza sarebbe ! Ricordiamoci che la testimonianza per gli altri è anche un dolce obbligo, non sempre servono le parole, a volte bastano i gesti, gli sguardi, i modi gentili, la dolcezza di un’attenzione…. cade la borsa alla moglie e il marito con tanta premura la raccoglie… il bimbo piccolo dorme in braccio un po’ dal papà e un po’ dalla mamma…. e così via, ogni coppia ha la propria originalità.

Questa Domenica, cari sposi, possiamo cominciare a rivedere il nostro stare in chiesa con la nostra famiglia, è un primo passo.

Buona e santa Domenica.

Giorgio e Valentina.

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“E ti vengo a cercare” – Sposi&Spose di Cristo

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

“E ti vengo a cercare, anche solo per vederti o parlare…”

FRANCO BATTIATO

Qualche giorno fa Franco Battiato, celebre cantautore italiano, ci ha lasciato. Se n’è andato in silenzio, con la sua gentilezza e sobrietà di sempre.

A molti i suoi testi non piacciono, ma qui, più che fare recensioni ci interessa sottolineare una cosa che in questi giorni salta agli occhi sui social; ovvero in tanti stiamo scrivendo sulle nostre Home di Facebook alcune frasi tratte dalle sue canzoni.

E, a quanto pare, le parole d’amore – in queste citazioni – non mancano.

Tempo fa una nostra amica ci disse: “Se un ragazzo un giorno mi dovesse dedicare La Cura di Battiato…sicuramente lo sposerei!”

Già, come non farsi commuovere ascoltando quelle parole di un desiderio che supera “le correnti gravitazionali” per l’amato.

Ma veniamo a noi, alla nostra quotidianità, ai nostri “sbalzi d’umore” e alle nostre relazioni d’amore che ci pare non siano assolutamente al riparo dall’invecchiamento, dalla fatica, dalla noia.

Dicevamo poco fa che ci colpisce vedere la gente che trascrive (oggi sui diari virtuali, ieri sui diari di scuola) frasi d’amore, parole che accendono il cuore…parole che vorremmo dire e che spesso non diciamo o che vorremmo ascoltare ma non ci vengono dette.

Ed arriviamo alla Sacra Scrittura. Che c’entra con tutto questo la Sacra Scrittura, la Bibbia, la Parola di Dio?! Si, c’entra!

La Bibbia, infatti è piena di Parole e di avvenimenti che attestano che Dio ci ama, che “ci viene a cercare”, che supera “lo spazio e la luce” per farsi Uomo e darci la sua vita con amore.

Che grande dichiarazione d’Amore che ci fa il Signore! Che amore ci dichiara il Padre donandoci il Figlio! Che amore ci dichiara il Figlio donandoci lo Spirito Santo!

Da Dio, se apriamo gli occhi del cuore, possiamo dire che davvero abbiamo ricevuto tutto!

E allora…e allora arriva il momento di mettere in circolo questo amore (per citare Ligabue questa volta) e di far entrare la gentilezza, la tenerezza di un linguaggio buono nella propria vita.

Che vuol dire in concreto?

Spesso con le persone che amiamo abbiamo un linguaggio feroce, aggressivo, svalutante, cinico…e questo spesso diventa la causa di malattie non solo per la vita di coppia ma di tutte le nostre relazioni umane più importanti e significative, perché sono quelle che maggiormente vanno nutrite di parole buone, amorevoli.

Ci piacciono così tanto le canzoni d’amore…ci piace così tanto sentirci dire: “tu sei prezioso ai miei occhi” (Isaia 43)…ci piace così tanto dire: “io, avrò cura di te”!

E allora diciamolo al/alla nostro/a fidanzato/a…diciamolo al/alla nostro/a sposo/a! Diciamolo alle persone a cui vogliamo bene e che ce ne vogliono.

Diciamolo, perché dirsi l’amore è altrettanto importante quanto farlo. L’amore ci riporta sempre a Dio giacché, come cantava Battiato con Carmen Consoli, “tutto l’universo obbedisce all’Amore”.

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Grazie, Pietro e Filomena.

Contemplarsi come davanti all’Eucarestia

Devo imparare sempre di più a dire grazie! Guardando quella donna che ho al  mio fianco e che giorno dopo giorno continua a scegliermi. Il matrimonio ci ha reso uno senza farci perdere per questo la nostra unicità e la nostra differenza. E’ un vero mistero, è una realtà sacramentale, cioè una realtà operante e reale, seppur invisibile agli occhi.

Don Renzo Bonetti è arrivato a dire che con il sacramento del matrimonio avviene una nuova creazione. Non sono più quello di prima. Lo sono ma non lo sono perchè il mio destino e la mia vita vita sono legati ad un’altra persona, differente da me ma così uguale nella sua fragilità. Tanta roba. Forse troppa per capire davvero. Il matrimonio ci ha reso uno, non basta però tutta la vita per rendersene conto davvero ed esserne pienamente consapevoli. Ogni giorno che passa si comprende sempre un po’ di più, un po’ meglio e sempre più profondamente.

C’è però un grande rischio. Voglio scrivere proprio di questo. C’è il rischio di perdere lo sguardo capace di scorgere questa realtà. Di scorgere la bellezza e la meraviglia di una relazione che diventa dono di tutto. Dono del cuore, del tempo, del corpo. Che brutto dare una tale ricchezza per acquisita e scontata. Non essere più capaci di meravigliarsi e quindi di essere riconoscenti. E’ una critica che rivolgo anche a me stesso. Anche io spesso non ho tempo di meravigliarmi di questo grande dono. Sono preso da mille altre cose e mi perdo tra le tante incombenze da fare e tra i pensieri che mi riempiono la testa appena sveglio e non mi abbandonano fino a quando non crollo distrutto sul letto alla sera. Se il tempo non c’è devo farlo saltare fuori. Se non c’è la voglia devo farlo comunque. E’ importante che io “perda” tempo per contemplare la mia sposa, come se fosse l’Eucarestia, perchè in lei e nella nostra relazione c’è Gesù vivo e reale.

Solo così posso percepire la bellezza della mia sposa. La grandezza di questa unione che ci lega, ma che non ci imprigiona e ci rende liberi. Contemplare la solo persona con la quale riesco ad essere completamente libero di mostrarmi per quello che sono. Assaporare la meraviglia di sentirmi prezioso agli occhi di una persona che mi sceglie ogni giorno e che ogni giorno si dona completamente a me. Dirle grazie significa riconoscere che ho ricevuto un dono grande, spesso immeritato, di sicuro non dovuto. Un dono che si può accogliere, ma non pretendere. La nostra è un’alleanza che ci supera, un progetto che dà senso alla vita e che proietta oltre la vita. Un’alleanza che si fonda sulla differenza. Maschile e femminile che diventano non punto di rottura, ma amore fecondo che genera nuova vita e nuovo amore. E’ questa la redenzione del matrimonio. Una relazione che permette di trasformare la differenza in occasione di incontro e di amore e l’incontro in mistero che lascia sempre senza parole.

Quindi fermiamoci, guardiamo la persona che abbiamo sposato e diciamole grazie. Grazie per tutto ciò che fa, ma soprattutto per la persona che è e per chi mi permette di essere. Io l’ho fatto, e leggere la gioia nei suoi occhi mi ha confermato quanto sia importante farlo, pensarlo non basta.

Antonio e Luisa

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Coniuge o compagno? Non sono la stessa cosa.

Matrimonio e convivenza. Quante volte abbiamo già affrontato questo argomento su questo blog. Lo facciamo perchè serve. Perchè anche chi si professa cristiano spesso non comprende quale differenza ci sia concretamente tra questi due stati di vita. Oggi vorrei offrirvi alcuni spunti che vi possono permettere di riflettere, o di far riflettere, sulla differenza sostanziale che passa tra una convivenza e un matrimonio sacramento.

In tantissimi credono che il matrimonio sia solo un contratto. Ciò che conta è l’amore. Un cristiano non può fare questo tipo di osservazione. Il matrimonio non è un contratto. Il matrimonio è un sacramento. Sappiamo cosa è un sacramento? I sacramenti sono segni efficaci della grazia, istituiti da Cristo e affidati alla Chiesa, attraverso i quali ci viene elargita la vita divina (ccc 1131). Nei sacramenti quindi è Gesù stesso che si dà a noi e che ci rende partecipi di sè stesso e del Suo amore. Attraverso lo Spirito Santo possiamo sperimentare e vivere dello stesso amore di Gesù. Credete ancora che sia la stessa cosa? Nella convivenza possiamo amarci solo con le nostre capacità. Con il matrimonio possiamo amarci con il Suo amore. Spesso non ci crediamo neanche noi sposi e viviamo il matrimonio da poveri quando avremmo a disposizione un tesoro in grazia. Un tesoro che non usiamo perchè non crediamo e non chiadiamo.

Questione di parole. Due sposi sono chiamati coniugi mentre due conviventi sono compagni. Sembrano due parole molto simili, quasi dei sinonimi. Non è così! Basta andare alla radice delle due parole. Hanno un significato molto diverso. Compagno deriva da colui che ha il pane ( pani- ) in comune ( com ). Semplicemente quindi una persona con cui dividiamo e condividiamo i nostri bisogni. Bisogni di cibo certamente ma, in questo caso soprattutto, anche i bisogni affettivi e sessuali. Una persona che è funzionale alle nostre necessità. Qualcuno che ci serve. Il centro siamo noi e i nostri bisogni. E’ amore questo? Non lo so. Coniuge deriva dal latino cum e iugus. Portare lo stesso giogo, condividere la stessa sorte. Si può dire infatti anche consorte. Mi piace questa immagine. Lo sposo e la sposa con il matrimonio sono uniti dal giogo, che non imprigiona ma al contrario da forza e ti rende non più solo a portare il carico, ma pone al tuo fianco qualcuno con cui condividerne il peso. Il carico è la vita, le sofferenze, le cadute, i fallimenti, ma anche le vittorie e le gioie. Mi piace molto di più questa immagine rispetto al semplice compagno. Non so, a me sembra che compagno indica qualcuno a cui prendere quello che ci serve, mentre coniuge qualcuno a cui dare il nostro sostegno. Anche nelle parole possiamo trarre delle tracce di verità.

La convivenza si basa sulla scelta di amarsi e non su un obbligo assunto. Quante volte l’abbiamo sentita questa affermazione. Non è vera. E’ un modo per infiocchettare quella che in realtà è solo la nostra paura di una scelta definitiva. Una relazione che lascia vie di fuga, quando l’altro/a non è più come lo vorremmo, magari è più facile e meno impegnativa, ma non permette di amare davvero e soprattutto di sentirsi davvero amati. Nella libertà. Il nostro amore è sempre condizionato al giudizio nostro e dell’altro/a. Ne vale la pena? Mi conviene stare ancora con lui/lei? Queste sono le domande che in una relazione di convivenza gli sposi continuamente si pongono (magari in modo inconscio) per poi arrivare magari a dire un giorno: Non ti amo più! Questo non è amore, perlomeno non è l’amore autentico cristiano. E’ sentimento. E il sentimento si fonda sulla precarietà. Ciò che rende una relazione libera è proprio la promessa del per sempre che rende l’amore gratuito e incondizionato. Una vera scelta d’amore. Ci sarò sempre per te. Quando sarai meraviglioso/a e quando farò fatica a starti accanto! Che bello essere capaci di amarsi così! L’indissolubilità l’abbiamo scritta dentro. Desideriamo con tutto il cuore una persona che ci voglia bene perchè siamo noi. Non perchè facciamo qualcosa o ci comportiamo in un determinato modo. Sentire di doversi meritare l’amore dell’altro è terribile. Non lo percepiamo come amore. Dentro abbiamo questo desiderio grande di essere amati perchè siamo noi e per sempre.

Il per sempre imprigiona. Diceva San Giovanni Paolo II: Gli anelli nuziali indossati dagli sposi non sono che l’ultimo anello di una catena invisibile che li lega l’uno all’altra. Quindi è vero che il matrimonio è una catena. Si ma che rende liberi e non che imprigiona in una dinamica basata sull’egoismo e sul tornaconto personale. La catena non è solo qualcosa che può imprigionare, ma è qualcosa che può aiutare a custodire, proteggere ed evitare di cadere. Dipende dalla prospettiva che ognuno dà alla vita e al proprio matrimonio. Se la vita è un girovagare senza meta, di posto in posto, di esperienze, di piaceri e di sensazioni ed emozioni la catena diventa un limite. Lo diventa per forza. La catena non permette di correre la dove si vedono quelle luci e quella musica in lontananza. La catena diventa frustrante. Ma queste persone non hanno un progetto di vita. Vivono giorno per giorno. Per chi ha un progetto, una vetta da raggiungere, la catena diventa strumento di salvezza. La catena diventa corda che ci lega durante la salita. La corda che ci lega in cordata l’uno all’altro. Così quando il vento si fa forte, la neve ti ghiaccia il viso, le forze ti mancano e vorresti mollare, continui a salire perchè sei legato all’altro e perchè quella corda è sostenuta da colui che può tutto. Con la Grazia la salita non sarà mai troppo difficile. Ecco perchè non mi tolgo mai la fede dal dito. Non voglio neanche simbolicamente e per un momento staccarmi da quella catena che è salvezza, pienezza, senso e verità. E’ così che il nostro essere una sola carne (Gen 2, 24) riflette l’essere una sola cosa di Dio(Gv 17,21). Cioè la comunione del Padre del Figlio e dello Spirito Santo.

Spero di avervi fornito alcune interessanti prospettive. Il matrimonio è difficile ma è ciò che permette di amare davvero. Nella gioia e nel dolore.

Antonio e Luisa

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Guarda in su !

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 17,1-11a) :

In quel tempo, Gesù, alzàti gli occhi al cielo, disse:
«Padre, è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te. Tu gli hai dato potere su ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato.
Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare. [..] 

In questi giorni la madre Chiesa, nella sua saggezza, ci sta offrendo tutti quei passi evangelici in cui Gesù dà le ultime raccomandazioni ai propri discepoli, li incoraggia, li prepara all’evento della Croce, spiega loro le ultime parabole, racconta del rapporto tra sé ed il Padre, preannuncia eventi come la Sua Risurrezione e la Sua Ascensione, li rassicura anticipando loro che scenderà lo Spirito Santo a Pentecoste….. e così, giorno dopo giorno, la Chiesa Cattolica ci prende per mano così da essere introdotti poco a poco agli eventi che celebriamo nella Santa Messa nelle varie solennità di questo periodo dell’anno.

Faremo un percorso a ritroso nel brano perché dobbiamo contestualizzarlo per renderlo vivo per noi….. leggendo queste poche righe che vi abbiamo riportato, si denota come Gesù abbia ben chiaro il proprio compito, sa bene qual è il suo posto nella storia…. come un vero 007 direbbe : Ho una missione da compiere !

Inoltre, vi ricordate all’inizio dello stesso Vangelo di Giovanni, quando all’inizio della sua vita pubblica alle nozze di Cana, Gesù rispose a Sua Madre che la propria ora non era ancora giunta ? Ma in questo brano, a pochi giorni dalla Passione cosa dice ? ” Padre, è venuta l’ora ” …..finalmente ! sembra dire….. ecco qual era l’ora di cui parlava alle nozze di Cana ! ….. proprio come un agente 007 aspetta pazientemente il momento giusto per uscire allo scoperto ed acchiappare il colpevole per consegnarlo alla giustizia. Ebbene, Gesù rivela la propria identità di Salvatore ( guarda caso è il significato del nome Gesù ) proprio nell’affrontare la Passione, esce allo scoperto e consegna il colpevole , cioè il peccato e Satana, alla giustizia di Dio Padre.

Un ultima considerazione circa la vita eterna : per Gesù consiste nel conoscere l’unico vero Dio e Colui che ha mandato, Gesù Cristo. Sembra una frase da Catechismo, da usare sul murales dell’oratorio ( sarebbe bello ), ma in realtà ha una profondità che il murales non riuscirebbe a riprodurre neppure se fosse un’immagine in 3D… perché il verbo tradotto con l’italiano “conoscere” non ha solo il significato classico del nostro bell’idioma, ma va oltre, va più in profondità, indica una conoscenza di cuore, indica anche una comunione di corpo e di spirito….. come quando il tecnico della lavastoviglie azzecca subito il problema senza neanche smontarla prima, sostituisce solo il pezzo secondo lui guasto, sicuro che poi ripartirà come nuova…. tu lo guardi stupito, e lui ti risponde : “queste lavastoviglie le conosco bene, ne ho smontate e rimontate a migliaia” …. ecco, la conoscenza espressa nella Bibbia assomiglia a quella che il tecnico ha della lavastoviglie…. ma anche di più…. assomiglia anche alla conoscenza che Beethoven aveva delle proprie sinfonie perché erano talmente parte di sé da non riuscire più a capire dove finisse l’uomo Beethoven ed iniziasse la sua sinfonia, poiché essa diventava il suo respiro, il battito del suo cuore…. nelle analisi del sangue avrebbero trovato un pentagramma forse !

Ecco, cari sposi, cosa intende Gesù per conoscere Dio, e noi siamo dei privilegiati perché il nostro sacramento ha proprio come oggetto la santificazione dell’altro/a, cioè ? Aiutarlo nel cammino di santificazione che consiste nel conoscere sempre più e sempre meglio Dio già su questa terra come una sorta di antipasto della vera conoscenza eterna in Paradiso. Come ? Attraverso il mio essere sposo/a tutti i giorni della mia vita.

Ma io sono fragile , come faccio ? Dobbiamo imitare Gesù.

All’inizio del brano l’evangelista Giovanni annota : “In quel tempo, Gesù, alzàti gli occhi al cielo, disse: […] “, quindi dobbiamo anche noi alzare gli occhi al Cielo continuamente, ogni giorno, fatica dopo fatica, preghiera dopo preghiera, altrimenti il nostro sguardo si fissa sulle cose di quaggiù, come le galline, invece abbiam bisogno di alzare lo sguardo alle cose di lassù.

La bella lavanderina, che lava i fazzoletti…… guarda in su ! …… ricordate ?

Coraggio sposi, la filastrocca ci aiuta, in effetti Gesù ci ha detto di tornare bambini !

Giorgio e Valentina.

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Un solo corpo, un solo spirito.

Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo.

Oggi mi fermo su questo versetto tratto dalla Lettera di San Paolo agli Efesini. Faceva parte della seconda lettura della liturgia di ieri, domenica di Ascensione.

Perchè è così importante? Dice tantissimo a noi sposi. Certo vale per tutti. E’ certamente una frase rivolta alla Chiesa tutta. Noi sposi siamo però piccola chiesa domestica e possiamo leggere queste parole in modo particolare, come rivolte al nostro personale stato di vita. Siamo sposi cristiani. Siamo persone unite da un vincolo sacramentale. Non è qualcosa di legalistico ma qualcosa di sostanziale. Non siamo più quelli di prima. Le nostre vite, i nostri cuori e anche i nostri corpi sono legati indissolubilmente non da un contratto ma dal fuoco dello Spirito Santo. Come scriveva sapientemente san Giovanni Paolo II nella sua opera teatrale La bottega dell’orefice:

L’orefice guardò la vera, la soppesò a lungo sul palmo e mi fissò negli occhi. E poi decifrò la data scritta dentro la fede. Mi guardò nuovamente negli occhi e la pose sulla bilancia…. poi disse: “Questa fede non ha peso, la lancetta sta sempre sullo zero e non posso ricavarne nemmeno un milligrammo d’oro. Suo marito deve essere vivo – in tal caso nessuna delle due fedi ha peso da sola – pesano solo tutte e due insieme. La mia bilancia d’orefice ha questa particolarità che non pesa il metallo in sè ma tutto l’essere umano e il suo destino”.

Un solo corpo, un solo spirito. E’ davvero così! In Cristo siamo uno. Che non significa che Antonio non esiste più e diventa un qualcosa di diverso. Io resto Antonio con tutte la mia unicità. Luisa però diventa parte di me nel senso che la mia vita assume una nuova direzione. Riprendendo le parole di San Paolo, Non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me , noi sposi dovremmo arrivare a dire Non sono più io che vivo ma è il mio sposo, la mia sposa, che vive in me. Perchè la nostra vocazione è questa. Tanto più saremo capaci di far posto in noi alla presenza e al bene dell’altro/a e tanto più faremo posto a Gesù. Gesù desidera essere amato da noi attraverso la persona che abbiamo sposato.

Un solo corpo, un solo spirito. Non significa che Luisa sia mia. Che il suo corpo sia mio. Quante volte sentiamo di amori tossici dove uno dei due crede di aver diritto esclusivo ad avere tutto da parte dell’altro/a. Tanto da arrivare a volte a commettere violenza in nome di un presunto diritto acquisito. Il matrimonio non è questo. Non esiste nessun diritto. Esiste una promessa. La promessa di farci dell’altro/a. Tutto cambia! Io non ho nessun diritto su Luisa e non posso pretendere nulla. Non sarebbe più amore. Posso soltanto accogliere un dono. Posso accogliere Luisa che nella libertà si consegna a me, ed io a lei. Quando accade questa reciproca donazione è qualcosa di meraviglioso. Un amore vissuto nella libertà dei figli di Dio.

Un solo corpo, un solo spirito. Qui entra in gioco la sessualità matrimoniale. Noi siamo spiriti incarnati. San Paolo è molto chiaro. Non basta un solo corpo e non basta un solo spirito, una sola anima. Per avere una relazione d’amore autentica servono entrambi. Il matrimonio è proprio la relazione dove si può sperimentare un solo corpo e un solo cuore. Siamo uno. Luisa dal giorno delle nozze abita il mio cuore. C’era anche prima, ma non è la stessa cosa. Dopo le nozze ho promesso di essere suo per tutta la vita. La mia promessa diventa carne e si manifesta nell’incontro intimo. Nell’amplesso il nostro corpo sta dicendo sono uno con te. Il corpo diventa luogo di una comunione profonda dove l’invisibile diventa visibile e l’amore prende forma e concretezza. Qualcosa di meraviglioso che travalica il piacere fisico per diventare, quando vissuto autenticamente, un momento di eternità.

Dovremmo essere capaci di riflettere su queste verità, sulla grandezza della nostra unione e contemplare la nostra bellezza di sposi, Una relazione che, se vissuta nella dinamica pasquale del dono radicale e vicendevole, profuma di paradiso.

Antonio e Luisa

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Finché morte non ci unisca ancor di più

PADRE LUCA

Una volta ho celebrato un matrimonio di quelli in cui gli unici a rispondere erano gli sposi e il sagrestano. Il resto delle persone, comodamente seduto, conversava beato durante la Messa. Alla fine, mi si avvicina il padre della sposa, mi fa i rallegramenti e poi dice: “Padre, come mai non hanno detto la frase «finché morte non ci separi»”? Mi sarebbe venuto da chiedergli in quale puntata di Beautiful oppure di Dinasty l’aveva sentito… ma comunque gli ho risposto solo che non era previsto dal rito cattolico.

A proposito di rito ma andiamo a vedere esattamente cosa dice: “Io N., accolgo te, N., come mia sposa/o. Con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita”.

In effetti il matrimonio è per tutti i giorni della nostra vita e allora pare che la morte sia il termine di questo cammino assieme. Ma la festa di oggi, l’Ascensione, e la Resurrezione di cui essa è il compimento, ci dicono che la nostra vita continua, che “siamo nati per non morire mai più” come disse la Serva di Dio Chiara Corbella (1984-2012). Per questo il matrimonio sfocia in Cielo. Ma, attenzione! Non ho detto che il vincolo matrimoniale sia eterno, esso difatti è una grazia per questa vita. Tuttavia, la relazione nuziale non finisce, non si limita a questa vita.

Il Card. Raniero Cantalamessa dice a tale proposito: «Il matrimonio non finisce del tutto con la morte, ma viene trasfigurato, spiritualizzato, sottratto a tutti quei limiti che segnano la vita sulla terra, come, del resto, non sono dimenticati i vincoli esistenti tra genitori e figli o tra amici. In un prefazio dei morti la liturgia proclama: “Vita mutatur non tollitur”, la vita è trasformata, non tolta. Anche il matrimonio che è parte della vita viene trasfigurato, non annullato». (R. Cantalamessa, Gettate le reti. Riflessioni sui vangeli, Piemme 2001). Quindi, parafrasando la battuta del mio amico all’inizio, quella frase, che idealmente gli sposi si dicono, dovrebbe diventare: “finché la morte non ci unisca ancor di più”.

A questo riguardo anche Don Renzo Bonetti esprime lo stesso concetto: “Il tempo degli sposi ha valore di eternità, perché vive ed esprime il mistero della relazione di Dio con l’umanità” e anche “con il sacramento del matrimonio tutto il tempo e la vita degli sposi entrano già nell’eterno” e da ultimo: “le nozze degli sposi sono chiamate ad annunciare, a testimoniare, nei giorni che passano, le nozze già avvenute tra il Verbo di Dio e l’umanità”, (R. Bonetti, Come in terra così in cielo, Porziuncola, Assisi 2017). Mamma mia! Che vertigini! Ci avevate mai pensato che il vostro amore ha qualcosa di eterno? E non è scritto solo in un romanzo Harmony?

Se la vita nuziale ha già sapore di eternità e la morte unisce ancora di più gli sposi, che senso ha allora la festa di oggi? Cioè, dove ascenderete, che fine farete voi come sposi? Voi sposi salirete a una comunione ancora più alta di quella che state sperimentando oggi, voi passerete a vivere assieme a LA comunione per eccellenza: quella con Dio.

Dice il prefazio nella Messa di oggi: “Gesù non si è separato dalla nostra condizione umana, ma ci ha preceduti nella dimora eterna, per darci la serena fiducia che dove è lui, capo e primogenito, saremo anche noi, sue membra, uniti nella stessa gloria” (Prefazio della Messa di Ascensione). Sarete ancora più uniti a Lui in Cielo, un’unione che ora appena appena intuiamo, nel migliore dei casi.

Voi sposi siete a pieno titolo le membra di Gesù, la sua Sposa, il suo Corpo; ed oggi festeggiate il vostro ricongiungimento con lo Sposo, con il Capo.

Capite ora perché non ci sarà più bisogno del vincolo sacramentale? Perché Colui che vi lega e vi unisce è lo stesso Cristo. Il vincolo attuale è una misera ombra di Colui che sarà “tutto in tutti” (1 Cor, 15, 28). Ogni dimensione del vostro amore, tutta la vostra passione, le vostre emozioni, le vostre gioie saranno amplificate al massimo grazie alla presenza viva e reale, personale di Cristo e di tutta la Trinità in voi, attiva dentro di voi in una misura mai sperimentata prima.

Siccome Amoris Laetitia dice che voi sposi siete chiamati alla via mistica dell’unione con Dio (cfr. n° 316), adesso vi invito a fare una contemplazione della Parola e un esercizio.

L’esercizio che vi propongo è di provate a pensare a qualche momento di particolare intensità del vostro amore, quando vi è parso di toccare il Cielo con un dito. Cercate di visualizzare il più possibile quel momento, le circostanze, il motivo di quell’esperienza… Bene, quello è nulla in confronto con la potenza di amore che Cristo vi donerà in Cielo.

E perciò, provate poi a contemplare il vostro amore trasfigurato e in pienezza nella Vita con Dio e condividetevi le vostre riflessioni, i vostri pensieri: come sarà il nostro amore quando Cristo sarà tutto in noi? Come ci ameremo? Come ci abbracceremo? Come ci guarderemo di là?

Buona contemplazione, lo Spirito vi guidi e il Signore vi renda sempre più ferventi e pieni di gioia di essere assieme sulla via che porta Lassù.

ANTONIO E LUISA

Non avevamo mai considerato quanto ha scritto padre Luca. A pensarci bene però è vero, quando entreremo nella vita eterna saremo ancora più uniti tra noi. Ciò che ci porteremo dietro alla fine sarà l’amore e l’amore tra due sposi è tra i più profondi e completi. Nonostante il vincolo non ci sarà più.

Volevamo porre l’attenzione su un’altra realtà. C’è un momento in cui due sposi possono già su questa terra avere un assaggio della pienezza della vita eterna. L’abbraccio può essere un momento di paradiso, di ritorno alle origini, dove il peccato non aveva ancora corrotto i nostri cuori e tutto era puro, pieno e perfetto. L’abbraccio, e ricordate che l’amplesso è il più profondo e intimo abbraccio, anche se per pochi istanti può farci riassaporare l’infinito e la perfezione. Un istante che non vorremmo finisse mai. Un eterno presente dove non abbiamo bisogno di nulla se non di gustare quella pienezza meravigliosa. Non è forse questo il paradiso, un abbraccio eterno con Gesù.

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Maria Sposa 2.0.

Cari sposi,

continuiamo con il secondo appuntamenti su Maria Sposa. Nel precedente articolo ho esordito dicendo che Maria è Sposa anzitutto perché vuole essere Vergine, cioè vuol accogliere il dono di Dio, essere solo di Lui. Il momento clou di questa sua condizione è l’Annunciazione, quando Lei disse di sì al Signore, nonostante il “rimescolamento delle carte” nella sua vita. Ho quindi voluto sottolineare come tutto parte dal ricevere un Dono, dall’essere aperti ad accoglierlo. Questo aspetto è fondamentale per capire come Maria è Sposa e lo è anche prima dell’Annunciazione.

Ora facciamo un ulteriore passo in avanti e vediamo che il Signore ha fecondato il suo desiderio di amare molto concretamente in un luogo e con persone ben precise. Probabilmente Maria non avrebbe mai immaginato che un giorno sarebbe partita da Nazareth, un paesino di qualche centinaio di abitanti (senz’offesa ma mi viene in mente Frittole, del film “Non ci resta che piangere”); che avrebbe fatto più di una volta il giro di Israele da nord a sud; che sarebbe fuggita in fretta e furia in Egitto e che da anziana avrebbe preso una barca fino alla lontanissima Efeso…

Il Signore l’ha presa in parola, ha preso sul serio quel suo cuore grande e l’ha messa in condizione di amare davvero Gesù, Giuseppe, gli apostoli, i primi cristiani e tante tante persone che di sicuro l’hanno voluta incontrare e parlare con Lei.

Il punto qui è l’offerta: Maria si offre perché sa di essere amata, Maria si dona pienamente nel cammino su cui il Signore l’aveva messa perché “l’amore non si paga che con sé stesso” (san Giovanni della Croce).

Non so voi ma io quanti progetti sulla mia vita mi sono fatto! E tutte cose ottime, per carità! Ma, tanto per dire, ora il Covid è stato un po’ come l’onda marina che ha disfatto il tuo castello di sabbia, elaborato con tanta cura. È necessario ora, con realismo e pazienza, mettersi in ascolto di cosa vuole il Signore e come vuole che mi doni in queste nuove circostanze.

A Maria è successa una cosa simile, tante e tante volte nella vita e ugualmente si è offerta con amore e ha accolta la Volontà di Dio.

Due momenti lampanti in cui Maria si dona e si fa avanti sono: Ain Karim, quando visita sua cugina Elisabetta e poi Cana di Galilea, durante il matrimonio a cui lei e Gesù vennero invitati.

In entrambe le circostanze Maria fa due gesti di cura, di amore, di servizio senza essere stata interpellata, senza che nessuno glielo avesse chiesto. Visita sua cugina per mettersi a suo servizio negli ultimi mesi di gravidanza e forse anche dopo il parto; si accorge di una mancanza imbarazzante e imperdonabile al menù del banchetto nuziale e risolve magistralmente l’impaccio.

Essere sposa per Maria è questo: dare, donarsi, amare, servire, offrire, farsi avanti, mettersi a disposizione, ascoltare. È talmente grande il cuore di Maria che Gesù ha visto bene di farci entrare tutta la Chiesa e quindi ciascuno di noi con la nostra storia personale.

Cari sposi, impariamo da Lei ad amare, chiediamo la sua mediazione e intercessione se riscontriamo in noi ferite e chiusure per amare bene il nostro coniuge e la nostra famiglia. Chiediamole un cuore magnanimo e generoso come il Suo.

Padre Luca Frontali L.C.

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Maria non fa rima con Eutanasia – “Sposi&Spose di Cristo”

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

A Crotone, prima del Covid, ogni secondo sabato di Maggio, la Madre di Dio andava a far visita agli ammalati.
Vedere la sua immagine portata in ospedale ci ha fatto pensare che…

E’ il mese di maggio, mese per eccellenza che noi cristiani dedichiamo alla Beata Vergine Maria. Molte sono state le sue apparizioni in questo mese.

Apparizioni straordinarie che hanno cambiato la vita di molte persone.

Ma oggi vi raccontiamo qualcosa di estremamente ordinario.

Dicevamo che a Crotone nel mese di maggio si vive la devozione alla Beata Vergine Maria venerata col titolo di “Regina di Capocolonna” e tutta la città il secondo sabato del mese accompagna la grande Icona della Madonna che viene trasportata a spalla presso l’ospedale della città.

Non ci passa per caso, l’Icona viene portata volutamente in ospedale per far visita agli ammalati.

Come dicevo nulla di straordinario. Maria esce dalla chiesa per andare a far visita agli ammalati.

E’ una madre. Quale madre non andrebbe a far visita a suo figlio se fosse in ospedale.

E’ una discepola di Cristo, quale discepolo di Cristo non mette in pratica le parole di Cristo?

In realtà Maria è tra i pochi a praticare le parole di suo figlio e a compiere le opere di misericordia corporale tra cui c’è anche “……visitare gli infermi…..”.

Quale gioia per un ammalato vedersi confortato dalla presenza della Madre di Dio. Quale sollievo nell’anima e nel corpo.

Ma veniamo a noi.

L’altro giorno sentivo nuovamente parlare di proposte speciali per l’uomo libero di oggi. Leggi “giuste” che fanno rabbrividire nel loro essere così asettiche.

L’altro giorno sentivo ancora qualcuno proporre anche in Italia l’eutanasia.

Non vogliamo entrare nel merito della questione per un motivo particolare: la sofferenza è e riamane un mistero.

Chi ha fede in Cristo sa che la sofferenza può diventare uno strumento di redenzione non solo per sé stessi, ma anche per il mondo.

La stessa Beata Vergine Maria a Fatima invitava i pastorelli ad offrire le sofferenze per la salvezza altrui.

Ma chi non crede di questa sofferenza che se ne fa? A cosa giova soffrire? A chi?

Ma forse, in realtà, non è questo il solo aspetto che porta a giustificare l’eutanasia per un non credente.

Guardiamoci intorno.

Secondo un  nostro superficialissimo e stupidissimo parere, uno degli elementi che rafforza il fascino dell’eutanasia, ovvero della morte, è la solitudine in cui viviamo quotidianamente; anzi, l’isolamento – che è ancora peggio – ossia la sempre più significativa assenza di qualcuno (o più di qualcuno) con cui stabilire relazioni profonde, legami belli.

Spesso la nostra esistenza si gioca in quattro mura di case in cui sempre meno viviamo con amore e all’esterno in cui sempre meno viviamo con amore.

Le relazioni significative, quelle vere per cui ti giochi la vita sono sempre meno.

Perché? I motivi sono tanti…forse rincorriamo il benessere a vari livelli e abbiamo dimenticato che è la ricerca del bene che ti porta a stare veramente, profondamente, inesorabilmente bene; mentre la ricerca del benessere fine a sé stesso ti porta velocemente a stare male.

Ed è così che ci ritroviamo svuotati ed abbastanza incapaci di amare e lasciarci amare. Soli ed isolati.

Facciamo un esempio: quante volte abbiamo sentito dire dagli anziani: “nessuno viene a trovarmi”?

Quante volte se siamo stati ricoverati in ospedale per lunghi periodi abbiamo ricevuto visite?

La gente non ha tempo per fare visite. Ti manda un whatsapp e pensa che basti questo. Beh, almeno un whatsapp può essere qualcosa…meglio di niente.

Dicevamo che Maria durante la processione del secondo sabato di Maggio, qui a Crotone, fa visita agli ammalati.

E lo fa per ricordare a tutti noi che gli ammalati si vanno a trovare, che agli ammalati si sta vicino, che agli ammalati bisogna volergli bene.

Ed è qui che noi che ci diciamo cristiani siamo interpellati! Non gli atei…ma noi cristiani!

Come si combatte la voglia di eutanasia? Offrendo la vita per i fratelli che stanno male. Accogliendoli in casa propria? Perché no.

Immaginati solo in un letto di ospedale a vita. Vuoi vivere o morire?

Immaginati in un letto di ospedale o in una casa in cui ci siano persone che ti curano, persone che ti fanno sentire il loro calore e affetto, persone che ti vengono a trovare: in questo caso vorresti vivere o morire?

Beh, la risposta non è semplice.

Ma forse con più probabilità se noi cristiani “operassimo le opere” di misericordia corporale e spirituale, forse meno gente vorrebbe morire.

Forse (è solo un’opinione) se noi discepoli di Cristo ci impegnassimo a desiderare, a costruire relazioni (non istituzioni ma relazioni!!!) fraterne…allora forse ad essere dolce (eu) non sarebbe la morte (tanasia)ma dolce… sarebbe la vita.

E allora….“Santa Madre di Dio, in questo mese di Maggio a Te dedicato aiutaci a ristabilire relazioni fraterne tra noi esseri umani, ricordaci che nei piccoli gesti, nello stare insieme, nell’abbraccio del coniuge, nel sorriso dell’amico c’è una promessa di vita eterna che Gesù ha promesso a coloro che amano come ha amato Lui.

Amen.

Piccolo promemoria per essere felici:

Opere di misericordia corporale

  1. Dar da mangiare agli affamati.
  2. Dar da bere agli assetati.
  3. Vestire gli ignudi.
  4. Alloggiare i pellegrini.
  5. Visitare gli infermi.
  6. Visitare i carcerati.
  7. Seppellire i morti.

Opere di misericordia spirituale

  1. Consigliare i dubbiosi.
  2. Insegnare agli ignoranti.
  3. Ammonire i peccatori.
  4. Consolare gli afflitti.
  5. Perdonare le offese.
  6. Sopportare pazientemente le persone moleste.
  7. Pregare Dio per i vivi e per i morti.

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Grazie, Pietro e Filomena.