Questo articolo nasce da una conferenza stampa. Una conferenza con protagonista un giocatore di calcio. Clicca qui per ascoltarla. Ci sono momenti in cui la vita costringe a fermarsi. Non perché manchino le forze, ma perché improvvisamente diventa chiaro che non tutto ha lo stesso peso. È in uno di questi momenti che si colloca la storia di Giangiacomo Magnani, una storia che ha poco a che fare con il calcio e molto con l’amore, la fragilità e le priorità vere.
Durante l’estate, nel pieno della preparazione sportiva, Magnani ha ricevuto una notizia che ha cambiato tutto: sua moglie Eleonora aveva un serio problema di salute. Da quel momento, il tempo ha assunto un’altra densità. Agosto, racconta, è stato forse il periodo più difficile della loro vita: visite, esami, attese, paure che non si possono aggirare. In quel contesto non si trattava più di decidere cosa fosse conveniente, ma cosa fosse giusto.
La scelta di fermarsi, di mettere in pausa il lavoro e la carriera, nasce da lì. Non da un calcolo, ma da un’esigenza profonda: esserci. Stare accanto alla persona amata non con soluzioni, non con parole altisonanti, ma con la presenza nuda e concreta. A volte basta questo: il silenzio condiviso, un abbraccio, il pianto che non ha bisogno di essere spiegato.
In una cultura che esalta la performance, la continuità, il “non mollare mai”, questa decisione appare controcorrente. Eppure è proprio qui che la storia si fa universale. Quando la vita colpisce, non chiede eroismi spettacolari, ma fedeltà. Chiede di restare, anche quando restare costa.
Nei mesi successivi, mentre la malattia seguiva il suo percorso, Magnani ha vissuto una delle lezioni più dure e più vere: la perdita del controllo. Abituati a programmare, a gestire, a prevedere, ci scopriamo improvvisamente dipendenti da ciò che non possiamo governare. La vita diventa più grande di noi. E questo, paradossalmente, ci rimette al nostro posto.
È in questo spazio che emerge la figura di Eleonora, la vera protagonista di questa storia. Magnani lo dice senza esitazioni: tutto ciò che ha fatto lo deve a lei. In mesi segnati dalla prova, non l’ha mai sentita lamentarsi. Mai una recriminazione, mai quel “perché a me?” che sarebbe stato umano, comprensibile, quasi inevitabile. Lei ha continuato a guardare avanti, a tenere alta la testa, a vivere il presente con una serenità che non nega il dolore ma non si lascia schiacciare da esso.
Questa forza silenziosa ha avuto un effetto dirompente. Ha ribaltato le prospettive. Ha mostrato che l’amore non è solo sostegno emotivo, ma educazione reciproca. Nella relazione autentica, si cresce anche – e soprattutto – attraverso la prova. Ci si insegna a vivere, non con prediche, ma con il modo di stare nella realtà.
Magnani racconta che questa esperienza lo ha costretto a rivedere la “classifica” delle cose importanti. Quante energie sprechiamo per problemi che, alla luce di una vera emergenza, rivelano tutta la loro fragilità? Quante volte trasformiamo colline in montagne, dimenticando ciò che davvero conta? La malattia non è stata cercata, ma è diventata una maestra severa e necessaria.
Il ritorno alla normalità – al lavoro, alla routine, agli impegni – arriva solo dopo l’intervento conclusivo della moglie. E anche questo ritorno non è vissuto come un traguardo, ma come una tappa. Nulla è “risolto” nel senso pieno del termine: resta l’attesa, resta la speranza, resta la consapevolezza che la vita va vissuta comunque, in ogni contesto.
In questa storia il lavoro non viene demonizzato, ma ricollocato. È importante, sì. È dignitoso, necessario, persino appassionante. Ma non è assoluto. Quando entra in conflitto con l’amore, con la famiglia, con la cura della relazione, deve saper fare un passo indietro. Non per perdere valore, ma per ritrovarlo. La lezione che emerge è semplice e radicale: senza relazioni vere, senza legami che reggono nella prova, tutto il resto si svuota. L’amore non elimina la sofferenza, ma le dà un senso. E quando questo accade, anche i momenti più duri possono diventare luoghi di crescita, di verità, di vita piena.
È una lezione che va oltre il calcio. È una lezione che parla a tutti.
Antonio e Luisa
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