Un amore al contrario… o forse no

In questo ultimo periodo ci contattano spesso giornali e televisioni per interviste. La cosa ci fa super piacere chiaramente, ma c’è spesso una difficoltá iniziale: l’idea della famiglia fantastica. Questo entra in grande contrasto con l’opinione dei vicini di casa e dei nostri amici, oltre che con la realtá. Ho come l’impressione che tutti cerchiamo la ricetta di un amore romantico a tutti i costi, di un innamoramento folgorante almeno iniziale.

Di solito quello che ho sempre sentito in giro tra le amiche, in parrocchia, in televisione o per strada è sempre questa immagine di coppie che partono a mille e, con il passare degli anni, arrivano a dieci all’ora quando va bene e non si separano. Ogni volta che ci chiedono di raccontare la nostra storia quasi mi sento a disagio. Per noi è diverso. Noi siamo partiti a dieci all’ora e prendiamo, piano piano, tra qualche brusca buca e qualche lavoro in corso, sempre piú velocitá. Tutti mi dicevano che con il passare degli anni, soprattutto dopo il matrimonio, tutto sarebbe cambiato, forse lentamente, ma poi “si perde quel desiderio di stare insieme, di cercarsi, si affievolisce la passione; vedrai che fatica sará sopportarlo!” mi dicevano. Sull’ultimo punto, “vedrai che fatica sopportarlo!”devo dire che non si sbagliavano, ma su tutto il resto invece la nostra storia mi pare un amore al contrario.

L’amore se non cresce muore

Padre Giovanni nel fidanzamento ci ripeteva sempre questa frase: “l’Amore se non cresce muore”. Insomma non si campa di rendita. Non si puó dormire a sette cuscini pensando che un giorno, enne anni fa, ci siamo innamorati e quindi andrá bene perché tra di noi è scoppiato l’amore. Questo dura finché dura o fino a quando non scopri che tuo marito ti tradisce.

Per noi la partenza del nostro fidanzamento è stata un po’ incasinata. Provavo profonda stima per Francesco dal giorno in cui l’ho conosciuto. Anche fisicamente non mi dispiaceva affatto (è un grandissimo figo!), peró ero molto focalizzata sul capire se ero chiamata ad una vita consacrata e questa era la mia urgente prioritá. Mi dispiace dirlo, ma per me iniziare una storia con Francesco era la mia prova del nove per dimostrare a me stessa e a padre Giovanni che potevo entrare in convento.

Dopo qualche mese di esplicito corteggiamento da parte di Francesco decidiamo di incontrarci a Roma. Finalmente una sera, dopo una bellissima passeggiata in centro con quell’atmosfera fresca di inizio settembre, ci diamo un indimenticabile bacio. MA giá il giorno dopo Francesco pensa di aver fatto la cavolata a mettersi insieme ad una “ragazzina di diciassette anni” e vuole lasciarmi. A fermarlo è il vangelo del giorno che ascoltiamo andando a messa un po’ tristerelli:

Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e calate le reti per la pesca».Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti».Lc 5, 4-5

Ricordo la nostra prima telefonata da fidanzati. Francesco viveva a Zurigo, in Svizzera, ed io in Basilicata. Dopo pochi giorni da quel primo bacio indimenticabile e da quel vangelo fortissimo io gli dico: “Voglio essere sincera con te. Non ti illudere troppo di questa storia perché nel cuore ho il desiderio grande di consacrarmi”. Ricordo benissimo quegli attimi di silenzio di Francesco tipici di chi ha appena preso una tranvata tra capo e collo. Povero il mio ruvido! Insomma potete capire che grande innamoramento iniziale abbiamo vissuto. Piú che farfalle nello stomaco c’erano bruchi mangia tutto.

Riscelgo te come mio sposo

Sembra un po’ da sfigati. Agli occhi di tutti e anche agli occhi miei sembrava aver saltato una tappa bella. Ma siamo sicuri che ci si puó innamorare solo e per forza all’inizio di una storia? Bisogna partire per forza da questo punto? Perché io sto vivendo un grande innamoramento dopo anni di matrimonio, tre figli e una in arrivo, sei traslochi, quattro nazioni, tre lingue nuove imparate e tante crisi tragiche ed estenuanti. Sará un amore al contrario il nostro o forse semplicemente un amore che cresce con il tempo un passo alla volta?

Per me l’innamoramento sta nascendo dalla fatica di aver riscelto Francesco. Mi spiego meglio: ci siamo sposati tredici anni e mezzo fa quando io avevo vent’anni; oggi ne ho trentaquattro. Oggi non sono la stessa persona di allora. Oggi sono una donna e non piú una ragazzina. È stato necessario, e per niente scontato, riscegliere l’uomo che mi sta accanto. Questa volta la scelta è stata piú consapevole, piú matura e piú rischiosa perché giá all’interno di un matrimonio, con dei figli e delle responsabilitá. Questa riscelta ha innescato un innamoramento nuovo mai provato, una libertá nuova, una gioia profonda. È stato un passo rischiosissimo pormi questa domanda, ma obbligato per vivere in veritá la nostra relazione.

Forse noi due siamo sempre un po’ al contrario e di questo spesso ne portiamo il peso, ma riguardo a questo punto, riguardo all’amore, invece è bello essere al contrario. È bello vedere come si cresce nell’amore, ci si rinnamora, ci si corteggia nuovamente e si ha sempre di piú il desiderio di stare insieme. Non è qualcosa di idilliaco perché mio marito rompe e rompe veramente, come rompe lui nessuno. È solo il risultato di un continuo camminare, di non arrendersi ai lavori in corso e alle buche burrascose, è un’intimitá costruita passo dopo passo e che non è stata quasi mai spontanea e immediata.

Per me le coppie belle sono quelle che lottano a denti stretti e non si arrendono mai, quelle coppie che si vede che sono acciaccate, ma non mollano l’obiettivo di vivere una vita piena con l’altro. Sono coppie che vanno avanti a suon di perdono, di discussioni interminabili, perdite di sonno e ginocchia piegate davanti a Dio. Di coppie cosí e di coppie al contrario ne conosciamo tante. Se le avessi conosciute prima credo che la mia idea di matrimonio sarebbe stata da sempre un’idea felice. Oggi sono qui a raccontare una storia tra tante storie sudate e felici.

Non mi resta che augurarvi di innamorarvi al contrario e di ascoltare le vostre storie.

Alessandra e Francesco di 5p2p

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Non abbiamo più bisogno della fedeltà?

La fedeltà è ancora un valore? Il matrimonio, che è l’istituto giuridico oltre che un sacramento che più la rappresenta, è ancora qualcosa di importante e fondante la società e la nostra vita? Alcuni sottovalutano il valore della fedeltà. Addirittura una senatrice del PD nel 2017 ha avanzato una proposta per abolire l’obbligo di fedeltà nel matrimonio civile. L’obbligo di fedeltà, secondo la senatrice Cantini, sarebbe il retaggio di una visione ormai superata e vetusta del matrimonio, della famiglia e dei doveri e diritti tra coniugi. Sarebbe quindi un costrutto culturale e non un’esigenza del cuore umano. Ho fatto un esperimento. Potete provare anche voi se volete. Ho cercato i sinonimi di fedeltà in google. Il risultato è stato molto interessante. Ne riporto alcuni: lealtà (s.f. inv.), dedizione (s.f. inv.), costanza (s.f. inv.), assiduità (s.f. inv.), tenacia (s.f. inv.), rispetto (s.f. inv.), deferenza (s.f. inv.), credibilità (s.f. inv.), corrispondenza (s.f. inv.)

Pensateci ognuno di questi sostantivi ci può svelare una diversa prospettiva da cui guardare la fedeltà.

La lealtà ci riporta alla legge. Deriva infatti dal latino legalem, legale, secondo la legge. La persona leale è colei di cui ti puoi fidare, è una persona che antepone la promessa all’io. L’egoismo è una brutta bestia, ma la persona leale riesce a trarre forza e motivazione per opporvisi nella promessa matrimoniale. Così che il vincolo del matrimonio non è catena che imprigiona, ma corda di sicurezza, a cui attaccare il nostro moschettone, che impedisce di farci precipitare.

La dedizione è arrendersi all’amore. Deriva dal latino deditionem. E’ l’atto di darsi vinto. La dedizione è l’atteggiamento di chi è capace di arrendersi all’amore. E’ la qualità della persona che depone le armi, che si mette al servizio, che non pesa ciò che dà con ciò che riceve. La dedizione è l’unica sconfitta che permette di vincere.

La costanza, l’assiduità e la tenacia sono tutte qualità che ci ricordano che la fedeltà non è spontanea, non è naturale. Non viene facile. Costa fatica. Quando ci sposiamo promettiamo di amarci e onorarci tutti i giorni della vita. Non tutta la vita. Non basta. Serve rafforzare il concetto. Ogni giorno la fedeltà implica un combattimento spirituale da affrontare e vincere. Ogni giorno.

Il rispetto e la deferenza richiamano il mistero. Queste due caratteristiche della fedeltà ci ricordano che l’altro è prezioso. Ci ricordano che ci ha donato la sua vita affinché noi potessimo prendercene cura e non usarla a nostro piacimento per poi gettarla quando non è più funzionale al nostro piacere. Spesso ci si lascia motivando la scelta con la mancanza di amore. Non ti amo più. Sarebbe più corretto dire: Non mi servi più. Non mi dai più quelle emozioni e sensazioni di prima. Questo non è amore. Non c’è fedeltà in questo atteggiamento, ma solo una relazione basata sul commercio e sul profitto. Anche deferenza è un termine molto interessante. Deriva dal latino de-ferre, portare giù. Potremmo azzardare di tradurlo con inginocchiarsi davanti al mistero del dono totale che riceviamo. Riconoscere nel matrimonio qualcosa di grande.

La credibilità e corrispondenza ci ricordano che la fedeltà non si dimostra solo a parole. Serve che la parola sia abbinata all’agire. Nel rito del matrimonio esistono due diversi momenti entrambi necessari e fondanti il rito e il sacramento. C’è la promessa di amare l’altro in modo totale e per sempre, ma non basta. Il sacramento si conclude ed è efficace solo con il primo rapporto fisico. La promessa del dono totale che si concretizza nell’unione dei corpi. Non basta quindi promettere di amare, ma serve che il nostro corpo diventi parola d’amore fedele. Che il nostro corpo sia mezzo per esprimere la tenerezza, la cura e il servizio dell’uno verso l’altra.

La fedeltà è un valore da cui possiamo prescindere quando ci avventuriamo in una relazione d’amore? A voi la risposta.

Antonio e Luisa

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I lampionai…….

Nella solennità del Corpus Domini ci viene proposta la lettura 1Cor 11,23-26 la quale ripercorre le parole di Gesù nell’Ultima Cena. Ebbene, su questi versetti ci sono intere biblioteche che approfondiscono il tema partendo da vari punti focali, ma vorremmo qui proporvi di concentrarci su di un particolare che ci ha stupito questa volta nella meditatio.

Perché sia gli evangelisti che S.Paolo quando raccontano la Passione tralasciano particolari (che potrebbero soddisfare la nostra sete investigativa: tipo con quante frustate hanno flagellato Gesù), e non omettono mai che è stato tradito ? Per di più sembra che ci trovino un certo gusto nello specificare che era uno dei Dodici, scelti personalmente da Gesù dopo un’intera notte in preghiera….ma su quest’ultimo dettaglio vi rimandiamo ai futuri articoli.

Torniamo invece per un attimo a focalizzare la scena. Era notte…già perché nel cuore di Giuda Iscariota era scesa la notte. La notte biblica evoca sempre un’altra notte ben più oscura e tenebrosa. Per capire meglio dobbiamo analizzare cosa succede nella notte esterna: tutto appare diverso, i contorni non sono nitidi, ciò che è piccolo sembra grande, ciò che è grande sembra insormontabile, anche se la via è sgombra la paura di trovare ostacoli ti fa immaginare ciò che non c’è. Ecco una prima chiave di lettura per noi : nel cuore di chi tradisce si susseguono tutti questi stati d’animo, queste sensazioni, queste paure descritte per la notte esterna in un turbinio frenetico al quale è difficile resistere se non si è allenati.

Un cuore visto così non ci può lasciare indifferenti, a maggior ragione se è quello dell’amato/a. Un cuore così merita uno sguardo compassionevole, è un cuore che ha bisogno di aiuto, necessita di una luce che definisca meglio i contorni, una luce che determini la giusta grandezza delle cose, una luce che guidi i passi sulla via sgombra da ostacoli. Anche Gesù non è rimasto indifferente al cuore di Giuda. Proprio nella notte in cui veniva tradito (quindi lo sapeva benissimo) Gesù si dona. Si dona, cioè? Non si risparmia, e non fa calcoli opportunistici sul ne vale la pena?, ma al contrario offre; offre a Giuda il primo boccone, un po’ come quando noi alla festa di compleanno diamo la prima fetta al festeggiato; offre a Giuda l’opportunità di riscattarsi, di cambiare. Gesù lo chiamerà amico (dopo il bacio traditore), quella parola tanto cara a Gesù, sì perché dentro questa parola c’è un mondo di misericordia, di dolci rimproveri alla coscienza, di seduzione del cuore.

Carissimi sposi, anche noi facciamo come Gesù quando il nostro amato/a ci delude, ci fa arrabbiare perché non cambia mai, ci ostacola, ci tiene il muso, ci tradisce (non perché vada con un altro/a ma perché tradisce la fiducia riposta in lui/lei). Forse il nostro amato/a non ha bisogno subito di un dito puntato accusatore, magari invece ha semplicemente bisogno di luce nel suo cuore. Ha bisogno del primo boccone del festeggiato, ha bisogno di sentirsi dire che lui/lei è migliore di quello che ha fatto, ha bisogno di essere sedotto dalla freschezza di una luce nuova e viva . E allora c’è bisogno di LAMPIONAI del cuore che portino nel buio del cuore la luce di Gesù.

Buona luce a tutti. Giorgio e Valentina.

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Nel deserto per scoprire l’abbondanza

In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevan bisogno di cure.
Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla, perché vada nei villaggi e nelle campagne dintorno per alloggiare e trovar cibo, poiché qui siamo in una zona deserta».
Gesù disse loro: «Dategli voi stessi da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente».
C’erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai discepoli: «Fateli sedere per gruppi di cinquanta».
Così fecero e li invitarono a sedersi tutti quanti.
Allora egli prese i cinque pani e i due pesci e, levati gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò e li diede ai discepoli perché li distribuissero alla folla.
Tutti mangiarono e si saziarono e delle parti loro avanzate furono portate via dodici ceste.

ll Vangelo di oggi è fantastico. Tutta la Parola lo è. Questo però mi permette di riflettere sull’importanza della Grazia e sull’importanza di mettersi alla sequela di Gesù.

Avete mai letto questo Vangelo in chiave sponsale? Il Vangelo parla ad ogni uomo. In qualsiasi condizione egli si trovi. Quindi parla anche a noi sposi.

Gesù prova compassione per la folla. Gesù prova compassione per ognuna di quelle persone. Gesù prova compassione per me e per la mia sposa. Vuole aiutarli. Vuole aiutarci. Non lo fa con tutti. Il Vangelo è chiaro. Sono in un deserto. La nostra vita può diventare un deserto. Deserto di intimità, deserto di tenerezza e affettività. Deserto come incomprensione e solitudine. Quante coppie vivono esperienze così? Non solo. Da un altro evangelista sappiamo che sono passati tre giorni. Tre giorni che quelle persone seguono Gesù mentre compie miracoli e sono affascinate da Lui. Non a caso si parla di tre giorni. Tre giorni come il tempo che passa tra la morte in croce e la resurrezione. Questa Parola ci dice che Gesù ci può aiutare, ma noi dobbiamo seguirlo anche quando viviamo il deserto e le tenebre sembrano avvolgere la nostra vita. Allora avviene il miracolo nella nostra vita. Come detto più volte il sacramento non è una magia, ma una forza che necessità della nostra fede e della nostra volontà di accogliere lo Spirito Santo. Chi in quei tre giorni pur assistendo ai miracoli di Gesù non è restato, se ne è andato lontano da Gesù, non potrà usufruire della forza rigeneratrice di Cristo. Gesù vorrebbe aiutare tutti. Non può. Solo chi si affida ed è perseverante può essere sanato. Certo quelle persone che si sono allontanate possono tornare e Gesù è pronto a riaccoglierle. La fatica di attraversare il deserto devono però farla.

Mi immagino insieme alla mia sposa nei momenti difficili che abbiamo attraversato. Momenti in cui ci sentivamo poveri, miseri, senza forze e senza una soluzione chiara alla difficoltà del momento. Abbiamo scelto di restare saldi a Cristo e al matrimonio, via privilegiata per incontrarlo. Abbiamo dato a lui tutto ciò che avevamo. Ben poca cosa. Qualche pane e qualche pesce. Quel poco di amore, di volontà, di perseveranza e di speranza che avevamo. Lui ne ha fatto tanto. Ne ha fatto pane spezzato. Pane spezzato l’uno per l’altra. Ci ha nutrito così tanto che abbiamo avuto il desiderio di condividere con tutti questa bellezza e questa grandezza del nostro Dio.

Antonio e Luisa

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Sposi, icona della Trinità

La recente solennità della Santissima Trinità è stata occasione per rimettere in discussione la nostra coppia di sposi nel sacramento. Ci siamo fatti alcune domande.
In cosa si distingue la visione di Dio cristiana da quella delle altre religioni cosiddette monoteiste? Quali caratteristiche contraddistinguono una dinamica amorosa? Quali atteggiamenti dobbiamo imitare delle dinamiche che esistono tra le Divine Persone della
Santissima Trinità?
Innanzitutto noi cristiani crediamo che Dio sia essenzialmente Amore (ce lo svela S. Giovanni in 1Gv 4,7-12), quindi Dio non può essere una sola persona perché sarebbe un egoista e non avrebbe avuto dentro di sé l’impulso alla Creazione (su cui riversare il proprio Amore traboccante e straripante) perché l’egoista basta a se stesso. Questa visione cristiana è consolante per noi, povere creature, che a volte, spinti dalla frenesia di mille faccende da sbrigare, ci chiediamo il perché siamo al mondo; ebbene, c’è una buona notizia : Dio ci ha pensati fin dall’eternità, e poi ci ha creati e voluti qui ed ora nel tempo giusto per ciascuno di noi, con le caratteristiche che ognuno di noi vive nella propria originalità. Altro che il caso!
Quindi una dinamica d’amore si articola nella presenza di tre fattori: un amante, un amato e l’amore che intercorre tra i due. Nella Trinità l’amante è il Padre, l’amato è il Figlio, e l’amore che i due si scambiano è così potente e forte che è una Persona: lo Spirito Santo.
Ma come interagiscono tra loro queste tre Divine Persone? Nella Sacra Scrittura ci sono numerosi
esempi, ne prenderemo solo alcuni tra i tanti. Il Padre quando parla, nel Battesimo di Gesù e nella Trasfigurazione, parla del Figlio amato. Il Figlio non fa altro che fare la volontà e parlare del Padre , tant’è vero che la preghiera che Lui stesso ci ha insegnato è il Padre nostro, un egoista avrebbe insegnato qualcosa tipo “ Gesù mio…”. E lo Spirito Santo parla degli altri due: durante la Pentecoste accende d’ardore la lingua di Pietro che parla di Gesù il crocifisso Salvatore; S. Paolo poi ci dice che lo Spirito ci fa dire “Abbà, Padre”.
Ecco quindi quali sono le dinamiche che caratterizzano la relazione amorosa all’interno della Santissima Trinità: ognuno parla bene dell’altro, l’attenzione non è su se stessi, il focus è sull’amato, lo stile gioioso è nel fare la volontà dell’altro, testimoniare l’amore per l’altro.
Quante volte, troppe, nelle nostra quotidianità, incontrando persone esterne a noi due ci lamentiamo del nostro coniuge, spesso gli altri diventano lo sfogo per potersi liberare di pesi che da tempo avremmo voluto scaricarci; purtroppo non siamo più abituati a quel dialogo profondo, che ci permetterebbe di trovare insieme una soluzione a questa o quella difficoltà interna alla coppia.
Invece che bello sarebbe se in ogni posto che frequentiamo potessimo parlare bene del nostro coniuge ! Dovremmo diventare dei seminatori di benedizioni in giro per il mondo, per contrastare questa aria pesante e soffocante che circola di divisione, di permalosità, di continui litigi, di forti contrasti, di rancori, di cupidigia.
Il nostro rapporto di coppia spiccherebbe il volo se spostassimo l’attenzione sull’amato/a, sulle cose che all’altro/a piacciono; dovremmo poter dire all’amato/a : “conta pure su di me, cosa posso fare oggi per poter realizzare i tuoi desideri ? ”.
Non dobbiamo dimenticare che uno dei compiti di noi sposi nel sacramento è quello di rendere visibile l’amore di Dio per l’uomo e l’amore di Cristo per la Sua Chiesa.
Ogni persona che ci incontra dovrebbe aver voglia di conoscere il nostro coniuge, è quella sensazione di stupore che si prova quando si incontra una persona della quale tanto ci hanno parlato e bene. Dovremmo essere come delle nuvole cariche e gonfie di benedizioni da far piovere dal cielo; oppure come una moka di caffè sul fuoco che piano piano impregna del suo aroma tutta la stanza.
Scopriamo così che la Santa Trinità non è una realtà che non ha niente a che fare con noi, ma al contrario ci abita. Buon cammino.

Giorgio e Valentina

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La via dell’Umiltà

..di Pietro Antonicelli e Filomena Scalise

“Mio marito non viene a fare shopping con me…io mi arrabbio e gli tengo il muso…e lui mi segue”.

“Mia moglie non vuole parlare di altro se non di figli…io allora la umilio con qualche parolaccia…le faccio credere che non vale nulla e lei allora cerca di parlare di altro”.

Quanti altri esempi si potrebbero fare e sicuramente ciascuno di voi ne ha in mente qualcuno.

A volte la realtà delle cose non ci piace. Vorremmo cambiare le situazioni, vorremmo che ci fosse gioia in famiglia, vorremmo che i nostri figli ci ascoltassero di più…vorremmo……vorremmo…………

E allora mettiamo in atto tutta una serie di comportamenti più o meno coercitivi (dallo stimolare nell’altro i sensi di colpa…fino a picchiarlo in alcuni casi) affinché la realtà si pieghi secondo il nostro volere.

Le ricette per modificare i comportamenti delle persone non mancano…soprattutto quando ci crediamo paladini del bene, del vero e del giusto…e ci eleviamo a salvatori delle situazioni e delle persone.

Quante ricette.

Quante ricette abbiamo per salvare il pianeta, per salvare le anime, per salvare gli animali, per salvare i matrimoni, per salvare le piante, per salvare gli oceani, per salvare le parrocchie, per salvare le amicizie, per salvare i gatti sugli alberi, per salvare l’economia globale, per salvare i rifugiati, per salvare i rapporti con i suoceri, per salvare gli embrioni congelati, per salvare i mobili antichi dai tarli, per salvare i ragazzi dalle nuove e vecchie dipendenze, per salvare l’albo degli avvocati, per salvare lo schermo dello smartphone, per salvare gli ornitorinco dall’estinzione (quale sarà il plurale di ornitorinco??), per salvare i ricordi, per salvare i bambini dai trafficanti di organi, per salvare l’arte, per salvare l’ozono, per salvare quello che ti pare…

Vi sveleremo un segreto. Se in queste ricette c’è l’ingrediente “bastone”…il risultato sarà una schifezza.

Una volta un prete mi disse: “Fratello, nessuno si converte con le bastonate”.

Questa frase mi ha fatto pensare e alla fine ho capito che qualsiasi cosa tu voglia salvare…in realtà…solo la mitezza, la preghiera, la cura, l’ascolto, la dolcezza, la simpatia, la comprensione, la gentilezza….solo questi ingredienti possono aprire dei varchi per far passare l’unico che può salvare veramente qualcosa o qualcuno: il Signore Gesù Cristo.

E allora mi torna in mente e nel cuore quel bel dialogo de Lo Hobbit in cui Gandalf si rivolge a Galadriel e le dice:

“… Saruman ritiene che solo un grande potere riesca a tenere il Male sotto scacco…ma non è ciò che ho scoperto io. Io ho scoperto che sono le piccole cose, le azioni quotidiane della gente comune che tengono a bada l’Oscurità. Semplici atti di gentilezza e amore…”

E allora con la nostra gentilezza in famiglia, con la cura del dialogo con nostro marito o con nostra moglie…con la dolcezza di un ascolto vero che possiamo offrire al nostro coniuge…con la tenerezza dei gesti quotidiani da cui può nascere una bella intimità sponsale tra i coniugi…con la preghiera a volte silenziosa fatta nel nascondimento del cuore per i nostri cari….solo così apriremo varchi al Signore!

E allora camminando per la via dell’umiltà spalancheremo le porte del cuore dell’altro.

Impariamo da Gesù…da Colui che è Mite ed Umile di Cuore.

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Grazie,

Pietro e Filomena

La lucerna del corpo è l’occhio

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano;
accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano.
Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore.
La lucerna del corpo è l’occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce;
ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!»

Il Vangelo di domani ci riguarda più di quello che possiamo pensare. Ci riguarda come sposi e come persone. Parte tutto dallo sguardo! Siamo capaci di amare? C’è una cartina tornasole che può dircelo: il nostro sguardo. Se vogliamo essere sposi capaci di amare la nostra sposa dobbiamo purificare il nostro sguardo. Sarò più chiaro: dobbiamo smetterla con la pornografia. La dipendenza da pornografia è una vera e propria patologia che impedisce una vita normale. Quella però è solo la punta dell’iceberg. Le statistiche sono impietose. E’ appena uscito il Rapporto Censis-Bayer sui nuovi comportamenti sessuali degli italiani In Italia i consumatori abituali. Le abitudini sessuali degli italiani sono descritte in modo molto preciso. Per questo la situazione delineata è ancora più scoraggiante. Aleteia  ha pubblicato un articolo molto interessante al riguardo. Vi riporto solo uno stralcio.

La pornografia si è ormai affrancata dalla sfera del proibito, dello scandaloso, della perversione, per diventare protagonista di una serie di pratiche molto diffuse nella sessualità quotidiana, anche delle coppie stabili, grazie alla facilità dell’accesso on-line, gratuito e di massa. Il 61,2 % dei 18-40enni fruisce di video porno in solitaria, il 25,2 % li guarda in coppia, il 31,2% riceve immagini pornografiche da una persona specifica,il 25,9% invia immagini porno

Capite che povertà? Vi confesso con vergogna che da ragazzo ne ho fatto largo uso anche io. Ho sperimentato nella mia vita come questa pratica possa davvero inquinare lo sguardo. Ho dovuto fare fatica e pian piano recuperare la mia purezza. L’ho fatto per la mia sposa e l’ho fatto per me. Perchè? Fruire dei contenuti hard, è evidente, non può consentirmi uno sguardo di meraviglia verso la mia sposa, ma uno sguardo che vuole usare e prendere.  Nel mio fidanzamento con Luisa ho rischiato più volte di rovinare tutto e perderla proprio per il mio sguardo, e di conseguenza per il mio atteggiamento con lei,  incapace di rispettare il suo desiderio di castità. Avevo lo sguardo del ladro, non del re. Uno sguardo che poi nel matrimonio diventa ancora più decisivo. Lo sguardo del re è uno sguardo di meraviglia, è uno sguardo carico di Eros, ma non solo, è uno sguardo che permette alla sua sposa di sentirsi bella, la più bella, e che permette all’amata di sentirsi a proprio agio davanti al proprio sposo anche se denudata, perchè lo sguardo non viola la sensibilità della stessa facendola sentire aggredita, ma, al contrario, ne esalta la femminilità e accresce in lei il desiderio di incontrare il proprio sposo sempre più profondamente con tutto il suo corpo e tutta la sua anima. Lo sguardo prepara la donna all’unione totale con lo sposo. La Chiesa non nega con moralismo l’eros e la corporeità degli sposi, ma li esalta in un contesto di purezza e verità che nulla hanno di volgare e pornografico.

L’uomo, attraverso uno sguardo casto ed erotico nello stesso tempo, non si limita a guardare un corpo, ma il suo sguardo vorrebbe penetrare nell’anima della donna in profondità, per realizzare un’esperienza di bellezza e stupore.

Uno sguardo casto permette tutto questo e, solo purificando il nostro sguardo da pornografia diretta o indiretta, riusciremo a guardare con gli occhi del re la nostra donna e farla sentire bella e femminile e non solo un oggetto di piacere.

Uno sguardo inquinato viola la donna e, presto o tardi, rovinerà uno dei momenti più intensi e belli del matrimonio, l’amplesso fisico, limitando tutto a un superficiale piacere fisico. Non riuscendo a vedere oltre il corpo, gli sposi non riusciranno a vivere quella esperienza di bellezza e di pienezza che  non solo è possibile, ma è da ricercare.

Cosa vogliamo essere per nostra moglie, il re che la fa sentire preziosa e desiderata o il ladro che viola la sua intimità per soddisfare le proprie voglie?

Se riconoscete di avere questo problema e volete recuperare una pienezza e una verità meravigliose nella vostra vita non perdete tempo,  contattate i nostri cari amici dell’associazione Puri di Cuore. Vi aiuteranno ad uscirne e a vivere finalmente nella gioia il matrimonio e l’amplesso fisico.

Antonio e Luisa

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Due metà di una stessa mela! E’ proprio così?

Oggi prendo spunto da una riflessione di Robert Cheaib che potete leggere nel suo libro Il gioco dell’amore. Robert scrive:

Una delle cause di rottura o, almeno, di infelicità delle coppie è l’illusione di completezza. Questa illusione è per forza abbinata e abbonata alla delusione e a un senso perenne di mancanza, semplicemente perchè non esiste all’universo un essere capace di completarti.

Adesso posso leggerla con più serenità, senza sentirmi turbato da queste parole, come invece sarebbe accaduto all’inizio del mio percorso matrimoniale.

E’ stato un percorso di crescita, una maturazione che nel matrimonio mi ha permesso di spostare il centro della mia dipendenza dalla creatura al Creatore, dall’imperfezione alla perfezione e dal finito all’infinito. Attenzione, queste parole non vogliono disprezzare la mia sposa, io la amo e la ammiro profondamente, ma vogliono liberarla da una responsabilità e da un peso che non può sopportare. Se fosse lei a completarmi, non servirebbe il sacramento del matrimonio, basterebbe il nostro amore umano e naturale. All’inizio lei era il mio tutto, anche la mia fede tiepida e fragile dipendeva da lei, dalle sue spinte e dalla sua convinzione. Questo era profondamente ingiusto. Cercare di riempire il mio vuoto, la mia insoddisfazione, la mia ricerca di senso e di infinito, nella mia relazione con lei era fallimentare in partenza. Anche quando le cose andavano nel migliore dei modi e magari non potevo desiderare di più di quello che avevo, c’era sempre un malessere e una sofferenza in fondo al cuore. Non era per sempre, avrei potuto perdere tutto in qualsiasi momento. Non sappiamo cosa ci presenterà il domani, possiamo solo vivere il presente, con la consapevolezza che il presente non dura che un attimo prima di essere già passato. Con il trascorrere del tempo,e anche grazie a quella mia dipendenza iniziale, ho però trasformato la mia prospettiva verso di lei. Ho finalmente incontrato Cristo e ho trovato in lui quello che Luisa non avrebbe mai potuto darmi. Ho trovato in lui una prospettiva eterna e infinita che, in definitiva, è ciò a cui il nostro cuore anela, essendo noi creati a immagine e somiglianza di Dio che è eterno ed infinito. Piano piano mi sono liberato della dipendenza dalla mia sposa. Ho liberato anche lei di un peso che alla lunga sarebbe stato insopportabile, o ameno mal sopportato. Solo quando ho trovato la mia completezza in Gesù, Salvatore della mia vita, ho potuto donarmi in libertà alla mia sposa. Solo quando ci si dona per arricchire l’altro/a e non per riempire una nostra povertà, allora il matrimonio svolta, diventa una gara a prendersi cura dell’altro/a e a metterlo al centro delle nostre attenzioni. E allora comprendi il miracolo. Attraverso questa liberazione dall’altro/a e questo mettersi al suo servizio, a farsi dono, l’altro/a diviene porta di accesso per incontrare Colui che ti dona la pienezza e la vita. Attraverso lo sposo e la sposa incontriamo Gesù che prima non scorgevamo perchè il nostro sguardo era diretto verso il centro sbagliato, verso appunto la creatura e non il Creatore. La mia sposa mi completa con la sua femminilità e alterità, ma non può e non deve rispondere al mio desiderio di infinito amore. E io se le voglio bene non devo caricarla di questo fardello. Solo Dio può e aspetta solo un nostro cenno per darci tutto.

Antonio e Luisa

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Tensione d’amore

Come l’immagine della Santissima Trinità ti può aiutare a cogliere il mistero dell’Amore di Dio, e come puoi riportare questa esperienza nelle tue relazioni. Per tentare di raccontare la relazione fra Padre, Figlio e Spirito Santo, puoi pensare ad una vorticosa relazione d’amore che supera la tua intelligenza e razionalità, ma che ti può ispirare se pensi a questa relazione come una continua tensione positiva di affetto e tenerezza.

La rarissima Trinità triandrica dentro la Piaggia Colombata (che piace tanto al cardinale Bassetti)-2.jpg

Il Vangelo di questa domenica ti ricorda che la relazione con gli altri, la comunione e l’intesa con le persone che ti circondano è una delle cose più importanti che c’è nella tua vita, perché ti fa bene quando vivi relazioni d’affetto sincero e dolcezza. Invece nel conflitto, nella divisione e nel litigio c’è un contrasto che spesso e volentieri ti porta a soffrire, soprattutto se non li trasformi nell’occasione di una relazione d’amore più profonda con chi ti circonda. Non è una questione morale, non ha niente a che vedere con un comando coercitivo in cui devi andare d’accordo con tutti, ma si tratta dell’urgenza di amare ed essere amati. Non c’è niente di più bello, di più grande e di più complicato su questa terra. Ora volendo mettere il mare in una buca di sabbia, puoi pensare alla Trinità come Dio Padre, di cui il Figlio è la perfetta immagine di Amore. La tensione d’amore che c’è dal Padre (generatore) verso il Figlio (generato) è il cuore dello Spirito Santo (S. Agostino). Ogni cosa nella tua vita è fatta bene, è benedetta, e fa parte di quel cammino che ti porta all’Amore di Dio per te. Tu ora non lo capisci, e il senso di certi passaggi o di certe fatiche ti sfugge perché pensi che siano storture che non ci dovevano essere, punizioni ingiuste. Invece sono l’occasione di avvicinarti sempre di più ad un mistero incredibile, inafferrabile e vertiginoso che è l’Amore di Dio per te. Perché la vita è apprendimento continuo e non sei mai arrivato del tutto, c’è sempre qualcosa da capire, da approfondire, perché è proprio quella mancanza che ti spinge alla relazione con gli altri e alla ricerca di senso, al rapporto con un Dio Padre che ti custodisce. Lo Spirito Santo, che è fuoco dell’amore fra il Padre e il Figlio, ti guida in questo cammino di Sapienza, delizia del Signore, per aiutarti a dipanare la matassa, a trovare la strada giusta per te, a intravedere un ricamo prezioso in quei punti incomprensibili della tua vita o della tua storia e ottenere quella comprensione e quella crescita di cui in quel momento hai bisogno. Ma non si tratta semplicemente di ottenere risposte, ma di gustare una relazione bellissima, intensa, tenera, profonda che ti rigenera il tuo modo d’essere. È come una mano grande e benevola dietro la schiena che ti sostiene e ti incoraggia. Il mistero della Trinità ti ricorda che le tue relazioni sono lo spazio privilegiato in cui la potenza e la forza dell’Amore di Dio si possono manifestare oggi. Nella tensione della relazione IO-TU c’è la scoperta più profonda di sé e dell’Amore, che si manifestano pienamente nella Santa Trinità, relazione per eccellenza fra Padre, Figlio e Spirito Santo. Per farla concreta, è nella relazione con tua moglie, nella tensione con tuo figlio, nell’essere protesa verso tuo marito che si rivela l’Amore crocifisso e risorto di Cristo (apoteosi della rivelazione dell’Amore del Padre). Crocifisso e Risorto, significa che le ferite e la morte che puoi vivere in queste relazioni sono solo di passaggio, perché il fine è manifestare l’Amore, quello che da la vita a te e a chi ti circonda. La croce di Cristo senza risurrezione renderebbe vana la nostra fede. Perciò non scappare dalla relazione, non ti perdere nella relazione, non la idolatrare, ma trasformala nell’occasione di conoscere meglio te stesso, l’altro, di amarti di più, di amare l’altro di più. La Santissima Trinità ti svela la meta delle tue relazioni, del tuo matrimonio, che è la TENEREZZA.

Claudia e Roberto

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Ti farò mia sposa per sempre

Guardavo i miei figli questa sera. Si ripete sempre la stessa storia. Sempre pronti a notare e far notare ingiustizie vere o presunte che hanno subito. Perchè devo apparecchiare? L’ho già fatto ieri. Perchè devo mettere in ordine? Non sono stato io ma lui a lasciare tutto in giro. Questa è la giustizia del mondo, l’hanno imparata bene o forse l’hanno scritta dentro, giustizia che probabilmente anche noi genitori trasmettiamo loro perchè anche noi ne siamo influenzati. Chi commette l’errore deve pagare. Per noi è così. Ma non è così per Gesù. Gesù ci insegna che lui, innocente e puro, paga per noi. Lui ci ha riscattato a caro prezzo. Non aveva colpe ed è morto per permettere a noi, che di colpe ne abbiamo tante, di vivere. Questo è l’amore. L’amore è ingiusto per il mondo, ma è giustissimo nella logica di Dio. E allora impariamo a pagare per il nostro sposo e la nostra sposa. Impariamo a non condannare il nostro coniuge per i suoi errori, ma prendiamoli su di noi e amiamolo di più. Solo così il matrimonio assume un senso e diventa credibile. Assume significato anche la fedeltà di chi resta fedele nonostante il tradimento del coniuge. Incredibilmente ingiusto per il mondo, ma giusto se considerato nella logica di Gesù. Si ama così tanto da pagare gli errori dell’altro. Così il sacrificio diventa gesto elevato a Dio e amore salvifico per il coniuge.

Siamo tutti dentro questa logica della giustizia del mondo, Gesù ci chiede di convertire il nostro cuore ed imparare ad amare con la sua logica, terribilmente ingiusta ma la sola che appartiene all’amore. C’è una storia della Bibbia che ci può aiutare a comprendere meglio tutto questo. E’ la storia di Osea. E’ strana la storia di Osea. Osea sposa Gomer. Osea è un uomo provato dalla vita e dal suo matrimonio. Sua moglie Gomer lo tradisce. Sua moglie Gomer si prostituisce. Osea non risponde con l’ira e la vendetta. Osea medita e legge la sua storia alla luce di quella di Dio. Scopre così che la sua situazione è molto simile a quella che Dio vive con il suo popolo Israele, che è sposa infedele. Il profeta Osea è profondamente colpito dalla fedeltà di Dio verso un popolo che lo ha tradito innumerevoli volte. Dio fedele alla promessa, Dio fedele all’amore. Dio che continua ad amare la sua sposa. Dio che continua a cercarla, a perdonarla, a richiamarla e a riattirarla a sè. Questo è l’amore autentico, questo è l’amore di Cristo e questo è l’amore che gli sposi cristiani possono e devono testimoniare con la vita. Concludo con un passo del libro di Osea che mi piace molto:

Ti farò mia sposa per sempre,
ti farò mia sposa
nella giustizia e nel diritto,
nella benevolenza e nell’amore,
ti fidanzerò con me nella fedeltà
e tu conoscerai il Signore.

Gli sposi che perdonano e che pagano per l’altro fanno esattamente questo. Fanno conoscere il Signore all’altro e al mondo intero. Lo fanno conoscere nel loro agire e mostrando una gratuità dell’amore che può salvare e portare ad una resurrezione vera.

Antonio e Luisa

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Quid est veritas?

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.
Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future.
Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annunzierà.
Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l’annunzierà».

La Verità! Quid est veritas? – domanda Pilato a Gesù. Mi immagino Pilato alzare l’occhio incuriosito, ma per riabbassarlo subito pensando che quel galileo che ha innanzi è un sognatore, un illuso, un idealista. Lui non può credere a quell’uomo. Lui che ne ha passate tante. Lui che ha visto l’ingiustizia e la violenza trionfare più volte. Lui che ha il cuore indurito dalla vita. La verità non esiste e se esiste non viene ascoltata e ricercata. Non siamo un po’ come Pilato anche noi? Il mondo, la violenza, le guerre, le malattie, l’egoismo, i muri, le divisioni non rischiano di renderci cinici? Non rischiano di farci perdere la speranza? Noi abbiamo il nostro matrimonio che ci può salvare da tutto questo. Il matrimonio è un luogo privilegiato dove lasciare libertà di azione allo Spirito Santo, dove imparare ad amare e a lasciarsi amare, dove ammettere che da soli non ce la si fa e dove sperimentare il bene che vince sul male. Dove sperimentare il perdono che vince sul peccato. Dove sperimentare la comunione che vince sul personalismo. Dove sperimentare che dare è altrettanto bello (se non di più) del ricevere. Così giorno dopo giorno lo Spirito ci parla attraverso l’altro/a, ci plasma, ci cambia, ci perfeziona, ci insegna e ci rende sempre più partecipi dell’Amore. Io non sono lo stesso. Il tempo e il matrimonio mi hanno cambiato profondamente ed è cambiata la mia percezione del matrimonio. Mi sono sposato perché Luisa mi piaceva (e mi piace tuttora) e perchè mi faceva stare bene. Con lei stavo bene. Con il tempo questa ha smesso di essere la motivazione principale. Ora l’importante è che lei sia felice. Il suo amore mi ha condotto a desiderare il suo bene prima del mio. Credo che il Vangelo ci voglia insegnare proprio questo: non siete capaci di comprendere tutto e solo facendo esperienza dell’amore potrete aprirvi sempre più perfettamente all’Amore. All’Amore che è Gesù, all’Amore che è via, vita e VERITA’.

Antonio e Luisa

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Un abbraccio per ricominciare

Due coniugi sentono il desiderio di abbracciarsi solitamente quando sono in armonia e in pace tra di loro. Don Rocchetta dice che questo non vale per i cristiani. I cristiani devono trovare la forza nella Grazia del sacramento di abbracciare lo/a sposo/a anche quando vedono nell’altro un nemico, quando le cose non vanno bene, hanno litigato e sono in disarmonia. Non è scontato riuscire in questo, ma noi sposi cristiani abbiamo la Grazia, non dimentichiamolo. Siamo razionali, a volte troppo razionali e non riusciamo a perdonare quando veniamo feriti o litighiamo e pensiamo di aver ragione. Rocchetta ci ricorda che risentimento provoca risentimento in un cerchio che non si interrompe fino a quando uno dei due non lo rompe con un gesto di perdono. Il perdono ha tre benefici principali: uno affettivo che ci permette di ricostruire una relazione con il coniuge, uno cognitivo che ci permette di superare la concezione dell’altro/a come avversario/a e uno comportamentale che permette di passare da un atteggiamento di chiusura a uno nuovo di collaborazione e di ricerca del bene. Cito testualmente quanto Rocchetta scrive nel suo bellissimo testo “Abbracciami”:

Il perdono non banalizza l’amore; al contrario, lo rinnova e purifica la tendenza di ognuno di noi a buttare sull’altro la responsabilità di quanto ci accade.

Concedere il perdono non è un segno di debolezza, ma di forza: la forza di una fiamma tenace come la morte, che le grandi acque non possono spegnere e che valgono più di qualunque ricchezza (Ct. 8, 6-7)

E’ quindi importante perdonare subito senza aspettare che sia l’altro/a a farlo per primo, fregandocene di chi ha ragione, l’abbraccio di perdono è un gesto di vita mentre il non abbraccio è un gesto di morte.

Un abbraccio è capace di cancellare ogni risentimento, di ridare nuova forza e linfa al rapporto di coppia.

Perché per perdonare il gesto più adatto e significativo è l’abbraccio?

Perdono, ci ricorda don Carlo , è un dono perfetto, infatti, il suffisso “per” in latino implica la pienezza e il compimento.

Non c’è nulla di meglio di un abbraccio, perché con tutto il corpo comunichiamo il desiderio di ricostruire il rapporto che si è rotto e comunichiamo la disponibilità a ricominciare con più forza e voglia di prima.

Antonio e Luisa

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Lo Spirito Santo e i tappeti in salotto

Abbiamo appena celebrato la Pentecoste e qui a Crotone l’altro giorno soffiava un forte vento nonostante siamo ormai in estate.

Strana cosa il vento.

Nelle città di mare come la nostra a volte soffia talmente forte che oltre a vortici di polvere e cartacce, vedi roteare anche qualche “cane per l’aia” 🙂

Anche adesso c’è vento e allora ho ripensato a quando ci siamo sposati e ai regali che ci hanno fatto:

Tappeti, scope…ma nessuno ci ha regalato salsicciotti para spifferi.

Forse i nostri amici e parenti si sono sentiti un po’ a disagio quando hanno pensato (sono sicuro che almeno lo hanno pensato)…di regalarci una scorta di salsicciotti para-spifferi: da quelli che si mettono stesi sotto le porte a quelli da apporre sotto le finestre.

Ti chiedo: “Come mai, amico e parente, mi regali oggetti per pulire (le scope) e per nascondere (i tappeti)…ma poi non pensi al vento che quando inizia a soffiare fa alzare tutta quella polvere che io e mia moglie quotidianamente e metodicamente celiamo sotto i tappeti?”

Noi siamo molto abituati a mettere tutto sotto il tappeto…ma devi regalarmi un para-spifferi che non renda vano il mio e nostro lavoro certosino.

Eppure il prete che ci ha sposati qualcosa ci aveva accennato circa questo Vento di tramontana che soffia nella vita dei Cristiani.

Massssìì!!! Ora ricordo!

Il giorno del nostro matrimonio col nostro “SI” abbiamo spalancato la finestra del nostro cuoricino alla Santissima Trinità…

Il che vale a dire che oltre alle prime due Persone (garbate) della Santissima Trinità (il Padre e il Figlio…sono davvero due Persone Divine “a modo”)…la terza Persona della Trinità…è un po’ meno a modo.

Questa Persona non fa altro che soffiare…ed è Ella stessa “Soffio”“Alito”“Vento”…che non sai da dove viene e dove va! 

Ed è così che da quel giorno noi cerchiamo continuamente e accuratamente di posizionare ogni minimo granellino di polvere, ogni cartaccia, ogni sacchetto di plastica e anche qualche cane sotto al tappeto della nostra casa…

…ma questa Terza Persona della Trinità soffia…soffia….soffia e ci scapiglia, ci strucca, ci mette innanzi agli occhi tutto quel disordine che a fatica cerchiamo di tenere nascosto.

Capita che spesso durante la giornata inizio a dirmi: “ma quanto sono bravo, ma quanto sono bello, ma quanto sono simpatico” e poi arriva Lui che soffia e si alzano i tappeti ed esce fuori tutta la schifezza che ho nascosto compreso il povero cane che rotea nell’aia travolto dal turbinio delle Sante correnti.

Ed è di nuovo tutto da rifare…ma poi – per grazia – ricordo ancora le parole del prete che ci ha sposati, il quale dice che se vuoi liberarti di tutta la spazzatura non devi nasconderla, ma devi buttarla via!

Spesso lo Spirito Santo ci mette davanti agli occhi le nostre polveri sottili e tossiche certamente non per farci deprimere ma per capire che abbiamo molto da buttar via…molto di cui liberarci…molto di cui possiamo fare a meno: i peccati.

E possiamo fare questo senza paura…possiamo andare dalla seconda Persona della Trinità -che opera nei sacerdoti- e dirgli: “Guarda, amico mio, ho tutta questa spazzatura che sotto i tappeti non ci vuole stare…e poi spesso sulle dune di sacchetti che faccio girare per casa ci inciampa mia moglie e sulle cartacce ci scivolano le mie figlie…ora – caro Gesù – consegno tutto a te!!!”

E allora vedrai che la tua casa tornerà a brillare e ringrazierai tutti quegli amici e parenti che non ti hanno mai regalato un para-spifferi contro lo Spirito Santo…e grazie a loro Lui (che non è molto garbato, ma sicuramente è un tipo simpatico) soffia dove vuole e ti rende una persona ogni giorno più viva, più bella, più santa!!!

“Vieni Santo Spirito, vieni!!!”

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Grazie,

Pietro e Filomena

Le beatitudini degli sposi cristiani

Ringrazio Cristina Righi, che molti di voi conoscono, per queste bellissime beatitudini. Cristina è intenzionata a farne un testo per un canto dedicato agli sposi cristiani, intanto ne approfitto per condividerle con voi e scrivere un mio breve commento. Ne è nato un articolo a quattro mani. Il testo di Cristina è scritto in grassetto, il mio commento in corsivo.

Beati noi perché,
Tu Signore non hai scherzato nel prenderti cura del nostro SI

Il matrimonio è un mistero grande. Richiama la croce e l’amore di Cristo per ognuno di noi. E’ immagine dell’amore di Dio

Beati noi perché,
La Tua gelosia ci ha riscattato dai peccati più gravi

Tu Gesù ci ami così tanto che ci hai voluto per te, non solo come persone, nella nostra individualità unica e irripetibile, ma anche come coppia. Anche il nostro amore è tuo. Lo hai fatto tuo mondandolo dai nostri peccati e dalla nostra piccolezza e miseria.

Beati noi perché,
lasciammo le nostre forze e ci abbandonammo al Tuo solo aiuto

Solo riconoscendo che da soli non possiamo farcela, potremo comprendere che il nostro matrimonio non è sostenuto dalle nostre poche forze, ma che ci sei tu che sostieni quasi tutto il peso rendendoci capaci di amare e di amarci come da soli non avremmo mai potuto.

Beati noi perché,
In ogni risveglio quotidiano, anche distratti dal ringraziarTi, siamo sostenuti sempre e comunque

Tu sei fedele sempre e comunque. Non aspetti di essere ricambiato da noi. Lo fai perchè siamo noi e non perché noi facciamo qualcosa per te. Aiutaci ad amarci così anche tra noi sposi. Rendici capaci di un amore che non aspetti l’altro, che sia incondizionato a ciò che l’altro fa o non fa e che sia quotidiano, rinnovato ogni volta che ci svegliamo nello stesso letto.

Beati noi perché,
Ci usi come strumenti per educare i figli che sono Tuoi e non nostri

Aiutaci a comprendere che i nostri figli non sono nostri ma sono tuoi. Aiutaci a ricondurli a te. Questo è liberante. Sapere che anche se siamo genitori imperfetti, che commettono errori tutti i giorni, loro sono tuoi che sei Padre perfetto e che li ami in modo pieno come noi non riusciremo mai.

Beati noi perché,
Abbiamo TE, senza di che non potremmo far nulla

Aiutaci a capire che anche quando riusciamo a fare qualcosa di buono e grazia al tuo aiuto. Non permettere mai che montiamo in superbia e crediamo di poter fare a meno di te.

Beati noi perché,
Con continue sollecitudini sappiamo che l’unica cosa che conta è arrivare ad una morte Santa e Te la chiediamo con tutto il cuore.

Il nostro matrimonio è soprattutto un percorso per imparare ad amare e ad essere amati. Imparare a farci sempre più dono e ad accogliere il dono dell’altro/a. La meta è una morte santa per abbandonarci al tuo abbraccio eterno.

Beati noi per il nostro NOI

Cristina e Giorgio
Sposi in Cristo

(Commento Antonio De Rosa)

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Perché mai il mio servo mi abbandona per andare in cerca di Me?

Introduco questa breve riflessione con una storia tratta dal libro Abbracciami di don Carlo Rocchetta.

Viveva con la moglie e un figlio in una grande città. Da tempo gli frullava per la testa l’idea di ritirarsi in un luogo solitario per potersi dedicare completamente al culto di Dio. Una notte l’uomo decise di partire, riflettendo tra sé: Chi mai mi ha trattenuto tanto dal partire? Nel silenzio Dio gli sussurrò: Io, non lasciare tua moglie e tuo figlio. Abbracciali! Ma l’uomo non volle ascoltare. La moglie intanto dormiva, con il figlio stretto al seno. L’uomo li guardò e pensò: Chi siete voi che mi avete ingannato per tanto tempo? – Essi sono Dio mormorò la voce, ma egli era sordo. Il bimbo fece un piccolo gemito e si strinse ancora di più alla mamma. Dio ripeté: Non andartene, non lasciare tua moglie e tuo figlio. Abbracciali! Ma egli, incurante, prese le sue cose e se ne uscì di casa, mettendosi in cammino nel buio della notte. Dio lo guardò con tristezza e sospirando disse: Perché mai il mio servo mi abbandona per andare in cerca di Me?

Questa breve storia è molto significativa e si presta a varie letture. Quella che voglio dare io è forse la meno grave, ma la più comune. Tantissimi cristiani praticanti rischiano questa deriva. Cercano Dio nei gruppi di preghiera e nei pellegrinaggi. Frequentano le sacrestie più dei sacerdoti. Si sentono realizzati negli incarichi sempre più importanti che ricoprono in parrocchia, in curia o nei vari movimenti. Tutto questo li porta a sacrificare il luogo privilegiato dove possono incontrare Dio: il loro matrimonio, la loro relazione sponsale. Spesso mi è capitato di riscontrare una grande ipocrisia. Molti nascondono, dietro il desiderio buono di rendere culto a Dio e di servirlo nella comunità, l’incapacità e la non volontà di santificarsi impegnandosi nel matrimonio. Quasi lo considerassero meno importante. La motivazione reale è che curare una relazione quotidiana, totale ed intima come il matrimonio costa tanta fatica. Queste persone tanto sono ferventi fuori tanto sono fredde in casa. Tanto si impegnano fuori tanto si disimpegnano in casa. Tanto sono pronti a sacrificarsi fuori in mille attività tanto si scansano in casa. Attenzione! Servire la comunità trova significato solo se è frutto dell’amore sponsale che diventa fecondo ed esonda le mura di casa per essere condiviso con i fratelli. Non quando diventa modo per giustificare il deserto che si vive nell’intimità della coppia e modo per gratificarsi fuori dell’amore sponsale. Questo non sarà mai culto gradito a Dio e via di santificazione per noi.

Antonio e Luisa

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Non è mai tardi per germogliare

Caro lettore, tu puoi “germogliare” in qualsiasi momento, anche ora!

Ti sembra strano? Ti sembra tardi?

Eppure puoi germogliare,  puoi rinnovare il tuo cuore e te stesso, puoi.

Anche se hai una “certa età” e ti sei etichettato con un grande “ormai”… puoi germogliare. Anche se ti sembra a volte o spesso di essere troppo “schiacciato” o rassegnato a sofferenze, prove, e problemi che secondo te tolgono del tutto la tua libertà per reagire  (e scegliere) diversamente a ciò che stai affrontando.

Si, puoi germogliare.

Anche se non ti perdoni alcuni errori, e ti sembra di non riuscire a fare cose buone, e forse hai una idea di te come persona che non sa fare molto, che non sa amare, che sbaglia troppo spesso. Si, puoi germogliare.

“Anche se”…mettici ogni situazione che ritieni nella tua vita e su te stesso un grande “ormai”, un “è tutto inutile”, un “impossibile”….e aggiungici poi la frase: “posso lo stesso germogliare”… perché è così, è davvero così.

Il germogliare che intendo io non riguarda il cambiare con una bacchetta magica e sicuramente situazioni ed eventi o problemi che hai davanti e nella tua vita, non riguarda un tuo poter diventare perfetto, non riguarda non avere più fatiche, dolori, preoccupazioni, incomprensioni e problemi, o momenti di scoraggiamento.

No.

Riguarda il germogliare, nel senso di cambiare, con piccoli grandi “passi”, (che sono possibili anche se a volte a te non sembra proprio) qualcosa di te e del tuo cuore, dei tuoi pensieri, tanto o poco, ma cambiare per essere più libero, più sereno, più felice: pensa che bello poter davvero guardare con occhi e cuore nuovo ciò che sei e che vivi, gli altri e Dio, pensa che bello poter fare scelte più vicine a ciò che sei veramente, nel profondo di te, fare scelte che ti portano ad amare e quindi a immergerti in una libertà, gioia e pace interiore profonde, che sanno convivere in te anche in mezzo e contemporaneamente a “tempeste”, problemi, paure, dolori…

Cambia la parola “ormai” con “posso”, e cambia in te la parola “impossibile, è tardi”, con “è possibile”…è possibile che tu ci riesca, è possibile che tu possa guardare, scegliere e affrontare qualcosa e te stesso in un modo diverso, più bello e vero. In cosa puoi germogliare? Il germogliare riguarda un po’ tutti gli aspetti di te e della tua vita. Un primo modo secondo me per permetterti di germogliare è iniziare a fare piccole scelte nuove, diverse, in qualche aspetto della tua vita e con gli altri: ad esempio, se non hai mai o quasi mai chiamato tu per primo qualcuno, forse per timore di non essere accettato, se da tanto tempo non parli più con qualcuno, ed eviti di interagire con chi ti ha ferito, preferendo chiuderti ed escluderlo dicendo a te stesso che “lui/lei lo sa il male che mi sta facendo o mi ha fatto, e se mi volesse bene o fosse pentito/a si muoverebbe per primo, mi cercherebbe, cambierebbe, smetterebbe di avere quegli atteggiamenti verso di me”, se da tempo ignori qualcuno perché non si comporta con te come vorresti, perché non ti viene incontro per primo, se da tempo conservi nel tuo cuore rancore, rabbia, per qualcuno, puoi fare qualcosa di diverso.

Puoi “stupire” di gioia e libertà  te stesso ritrovando nel tuo cuore e nella tua vita  la voglia, la curiosa amorevolezza per conoscere di più e davvero gli altri, anche chi ti ferisce o sembra ignorarti, anche chi secondo te è “solo” fatto in quel modo, anche coloro dei quali pensi che “tanto non ci si può aspettare di più, sono cattivi, strani, egoisti”; puoi decidere di fare piccoli grandi gesti di attenzione, aiuto, vicinanza, e puoi decidere di farli senza prima aspettare (potrebbe passare molto tempo a volte) che tu sia del tutto sereno, in pace, bravo, capace, perché puoi decidere che può bastare un “granellino di senape” di volontà di amore, di voglia di fare diversamente dalle solite reazioni che scegli e che fanno male prima di tutto a te, e puoi cosi darti la libertà e la gioia di scoprire e sperimentare che spesso nasce e germoglia in te serenità, pace, amore, gioia, anche “mentre” inizi a costruire “strade nuove” per raggiungere gli altri e renderti raggiungibile da loro, si anche raggiungibile, perché forse a volte sei convinto che ti esprimi già abbastanza chiaramente, sia su chi sei e sia su cosa vuoi e su cosa ti ferisce, e forse a volte dai per scontato che gli altri se ti vogliono davvero bene o ci tengono un po’ a te sappiano già come interagire con te, come “raggiungerti”….

Ma spessissimo gli altri, come succedete anche a te, a me, a ognuno di noi, sono a volte ripiegati in loro pensieri, distrazioni, obiettivi, desideri, e quindi ciò che per te è evidente, chiaro, scontato, certo, visibile, di te e di ciò che fai, potrebbe non essere guardato e colto con evidenza, con chiarezza e stessa interpretazione e comprensione da parte degli altri, anche da coloro per te affettivamente importanti. Siamo esseri umani, solo Dio sa davvero sempre capirci subito e chiaramente, tutti gli altri, compresi noi stessi, hanno bisogno di essere “coccolati” e ricoccolati con una amorevole nostra pazienza di farci nuovamente conoscere, esprimerci, comunicare e dialogare anche su ciò che per noi è importante, e su quale significato c’è per noi nei vari aspetti e situazioni della vita, senza spazientirci ogni volta che l’altro o gli altri non ci capiscono, o interpretano in un altro modo, e accettando con amore e pazienza che hanno anche loro  il diritto di avere tempi, gusti, desideri, abitudini, modalità e priorità diverse dalle nostre, non per cattiveria o indifferenza o dispetto verso di noi, ma perché sono diversi, creature amate come noi, e dalle quali possiamo imparare cose, modalità e aspetti nuovi della vita e dell’essere se stessi. Anche questo è germogliare!

Caro lettore, da quanto tempo non costruisci gioia, serenità, da quanto tempo aspetti prima che siano gli altri o l’altro a farti sentire felice, capace, amato? Da quanto tempo non provi a germogliare facendo qualcosa di diverso dal solito “copione” che usi ogni giorno in determinate situazioni e con le persone e te stesso, perfino con Dio? Ognuno ha il nostro “personale” copione, che sembra più facile, veloce, meno faticoso e più efficace da usare con se stesso, con gli altri e perfino con Dio….ma spesso così invece di germogliare ci avvizziamo un po’, ci irrigidiamo, e ci perdiamo tutti tanto, tantissimo della possibilità di dare più bellezza, colore, gioia e pace alla nostra vita e agli altri…

Puoi germogliare.

Puoi per esempio decidere che quelle stesse cose, gesti, azioni ripetitive che devi fare ogni giorno, in famiglia, al lavoro, con gli altri, in un gruppo, e dovunque, risplendano di una luce e di un senso nuovo, che porta frutto, in modi misteriosissimi a volte e non evidenti, ma reali, realissimi: puoi metterci cioè amore, e non solo noia o senso del dovere. Puoi germogliare.

Puoi decidere di avere un atteggiamento e sguardo diverso verso le tue perdite, le perdite che nel corso della vita tutti purtroppo dobbiamo vivere: può essere la perdita di una età giovane, la perdita della salute, la perdita di persone care, può essere la perdita di tempi, occasioni e abitudini a cui eravamo abituati, per noi consolidate  e che avevamo deciso in noi che fossero per noi rassicuranti,  e senza le quali crediamo di non poter più essere sereni e fare altro.

Puoi germogliare. Puoi decidere per esempio di guardare gli altri in un altro modo, non per accaparrarti la loro attenzione o per far vedere quanto sei preoccupato ( che spesso all’esterno sembra solo un tuo essere imbronciato, respingente  e chiuso), ma per guardarli come li guarda Dio, con amore, con nuova speranza, con fiducia. Puoi decidere di parlare e agire in un modo diverso, con meno parole distruttive, anche a volte per attirare l’attenzione su di te, o parole amare, provocatorie, e puoi invece decidere di parlare evidenziando il bene e la bellezza di una persona, anche con chi, per esempio con te o in un gruppo, sta parlando alle sue spalle con la scusa che “deve far capire” quanto è spiacevole, strana egoista quella determinata persona: e tu invece puoi fare una scelta diversa:  puoi evidenziare il bene e la preziosità di fondo  di quella persona assente, esprimendo per esempio   il dubbio che potrebbe non avere cattive intenzioni, e facendo  cosi ciò che piacerebbe  fosse fatto per te se qualcuno parlasse male di te alle tue spalle con qualcuno, con la scusa di “avvisarlo” su di te.

Puoi germogliare.

Puoi per esempio decidere di fare qualcosa di diverso con la tua famiglia, con i tuoi figli, con i tuoi parenti, amici, conoscenti, qualcosa che non sia solo un distratto sguardo a loro alzato da un cellulare o computer da cui ti vuoi far distrarre, ma puoi giocare, parlare, costruire, passeggiare, o fare piccoli passi, concreti o interiori, per interagire con te stesso, con gli altri e con Dio in un modo diverso. Puoi germogliare, e per esempio decidere che la tua vita non è solo quell’insuccesso, quel “non risolto”, ma è anche molto, molto di più.

Puoi germogliare.

E Finalmente permetterti di farti conoscere davvero, anche nella tua tenerezza, gioia, amorevolezza, nella tua capacità di comprendere, aiutare, ascoltare, senza aspettare di ricevere tu per primo tutto questo, ma decidendo di gustarti la libertà interiore di amare senza dipendere dal fatto se gli altri ti amano, ti salutano, ti apprezzano e ti considerano o no. Puoi germogliare.

Puoi decidere di dire parole nuove, puoi decidere di cercare tu per primo una persona che vorresti sentire o vedere, anche se è passato molto tempo…. Puoi germogliare, e puoi decidere di capire se davvero Dio è quel dio poco vicino, che vuole solo annullarti o darti dolore, o assente che a volte sei convinto o tentato di credere: puoi decidere di andare alla “caccia al Tesoro”, mettendoti anche ad amare come ci chiede Lui per il nostro bene (un amare che non dipende da se sei sereno, senza problemi, con l’umore giusto, o da quanto e se sei già amato, capito, cercato, ascoltato), e  puoi cosi darti la immensa gioia di scoprire e sperimentare chi è davvero  Dio e che Tesoro è, che Amico e Alleato, che Padre è anche per te, e che è sempre con te davvero, anche quanto credi di essere solo ad affrontare tutto.

Puoi germogliare.

Puoi decidere di valorizzare gli altri invece di criticarli e notare solo i loro difetti e sbagli, puoi decidere di aiutare qualcuno che sbaglia e che non ti capisce smettendo di punirlo, rimproverarlo con durezza, per paura che non capisca e non cambi, puoi aiutarlo mettendoti accanto a lui davvero, amandolo, aiutandolo a correggersi dove sbaglia, con empatia e sincerità, e accettandolo anche quando non vuole capire, correggersi o ascoltarti, anche quando non vuole cambiare: succede anche a te a volte di non voler cambiare, correggerti, ascoltare,  e in quei casi come ti senti se qualcuno vuole farti cambiare per forza, o correggerti con durezza e vendette? Puoi germogliare: puoi decidere per esempio di non dare più concentrazione e importanza al tuo atteggiamento ripiegato su te stesso, togliendoti dalle responsabilità e da ciò che potresti fare perché ti senti l’unico a soffrire e impotente e senza risorse interiori  finché non risolvi prima i tuoi problemi, ma puoi decidere di mettere da parte per amore il tuo ripiegamento interiore per dare spazio agli altri, e usare la tua creatività per dare attenzione, costruire strade nuove e belle per comunicare con gli altri e gli altri tra loro.

Puoi germogliare. Come? Decidendo sostanzialmente di amare, e amando, nel momento presente, dando importanza ad ogni momento presente.

Puoi germogliare: puoi decidere per esempio , quando sbagli o ferisci qualcuno, di ricominciare subito ad amare, di chiedere scusa tu per primo, puoi decidere di non far passare troppo tempo per fare pace, per capire e farti capire con amore.

Puoi germogliare, e decidere di perdonare te stesso, non perché sei perfetto,  non perché non sbagli, ma perché…sei amato, sei amatissimo, sempre, anche ora, in questo momento, nel punto esatto del tuo cuore e della tua vita in cui ti trovi. Puoi germogliare, soprattutto se non conti soprattutto solo sulle tue capacità o sulla tua bravura, perché prima o poi sarai deluso dalle tue imperfezioni e dalle imperfezioni degli altri. Puoi germogliare non perché sei perfetto, non perché sei buono, non perché sei capace o più sensibile o bravo degli altri, ma puoi germogliare perché…Dio ti ama. Dio ti ama davvero. Anche ora. Anche in passato. Anche nel futuro, sempre e per sempre. Dio è l’unico che sa fare nuove tutte le cose, anche il nostro cuore, ogni istante, spesso siamo noi che non ce ne accorgiamo anche perché non Gli crediamo veramente, non lo crediamo veramente possibile, soprattutto se stiamo vivendo dolori e problemi. Nel nostro modo di pensare, spesso crediamo che si possa cambiare, migliorare, amare, germogliare solo se siamo sereni, senza problemi e imprevisti da affrontare contemporaneamente, solo se non ci sentiamo schiacciati da “tempeste” che ci sembrano a volte più forti di Dio e della possibilità che abbiamo di amare anche in quei momenti e periodi. Ma Dio, è meraviglioso, ci ama più di quanto crediamo, ed è l’Unico che sa far germogliare noi e la nostra vita, la tua vita, anche contemporaneamente” a dolori, problemi, tempeste, anche contemporaneamente a contraddizioni e incoerenze nostre  e degli altri. Fidati di Lui! Anche quanto hai paura, anche quando non Lo capisci, anche quando ti credi solo. Fidati, e ricomincia ad amare, ricomincia a germogliare, Con Dio è sempre possibile, anche ora: “Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? ” (Isaia, 43, 19).

Francesca Bisogno

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Le parole del satiro giullare ovvero: come trovare un insegnamento nelle situazioni più improbabili

L’aneddoto

Una bella domenica di maggio (naturalmente non era il 2019) partimmo con gli amici per una gita fuori porta: arrivammo a Siena e da lì iniziammo un tragitto con destinazione Castel del Piano, sul Monte Amiata, che percorremmo in gran parte con un caratteristico treno a vapore; arrivati a destinazione trovammo il paese addobbato a festa e noi eravamo pronti a goderci tutto quanto: la gastronomia, l’aria fresca, la splendida giornata di sole (che in quel maggio lì c’era veramente) e i mercatini pieni di curiosità locali.

Lungo le stradine del borgo si susseguivano un’infinità di bancarelle colorate, piene di luccicanti oggetti di artigianato, di salumi, formaggi e di vino locale; da parte nostra non vedevamo l’ora di assaggiare e comprare un po’ tutto quindi eravamo sparpagliati in giro come a caccia, ignorando volontariamente il fatto che quando si gira tra le bancarelle più che cacciatori si è prede.

Valeria camminava curiosando avanti a me di qualche metro, se non ricordo male ero rimasto indietro assaggiando un bel cacio stagionato, quando ecco che da dietro un banco di ninnoli e gingilli spunta uno tipo assurdo: come se Rovazzi si fosse vestito un po’ da Jack Sparrow e un po’ da Bob Marley, impettito come un galletto e sorridente come Pulcinella, reduce probabilmente da un generoso assaggio di vino e chissà che altro. Il fenomeno dunque si porta in mezzo alla strada, si guarda intorno e volgendosi verso Valeria, che sembrava camminare da sola, esclama «Lo sai che hai degli occhi bellissimi?»

Nei sei secondi successivi sono successe un po’ di cose: ho inspirato e irrigidito ogni muscolo, guardando la schiena di Jack-Rovazzi-Marley come un boscaiolo guarda un pioppo secco, Valeria si volta e vede il mezz’uomo in primo piano e me sullo sfondo, considerando che sono 1,90 per 110 Kg direi che è come se sullo sfondo avesse visto Bud Spencer arrabbiato, quindi sorride pensando “Voglio proprio vedere come te la cavi adesso…”. Al che il giullare capisce chissà come che qualcosa non va, si volta lentamente, mi vede, spalanca gli occhi e con una vocina stridula esclama: «Anche tu hai degli occhi bellissimi!!!» e scappa come un ladro. Poi ho espirato, fine dei sei secondi.

La reazione dei primi minuti

Naturalmente ero arrabbiato, anche un po’ con me: avevo quel sentimento infantile che spinge a dimostrare tutta la virilità possibile umiliando l’avversario con una dimostrazione di forza, ma non avevo compiuto nessun “gesto eroico”. Con lui ero arrabbiatissimo e ogni minuto che passava lo ero ancor di più, ripetevo tra me e me: “Ha osato apprezzare gli occhi della mia sposa! Gli occhi!” Pensavo agli occhi di Valeria, così straordinariamente belli, una vera e propria opera d’arte, anzi la più bella di tutte le opere d’arte. Dopotutto l’autore, nostro Signore, non si può superare, hai voglia a disegnare, scolpire o dipingere, i suoi occhi non si possono copiare. Ma la cosa peggiore è che il balordo si era permesso di apprezzarli senza conoscerli, non li aveva mai visti addormentarsi, desiderare, pregare, ridere o piangere, non li aveva visti quando lei era diventata madre, non c’era quando in quegli occhi ho visto spegnersi l’amore per me (Dio non voglia che li riveda mai più così) e quando di nuovo mi dicevano “ti amo!”, ma soprattutto solo io al mondo avevo visto quegli occhi quando, un passo prima di entrare in chiesa, lei mi ha detto «Eccomi, sei davvero sicuro?» e prendendo tutta sé stessa, si donava a me. Una cosa è certa: in quel momento ho visto l’orizzonte più vasto e meraviglioso che un uomo possa vedere, pensare che un pagliaccio qualunque avesse solo pensato di affacciarsi a sbirciare mi mandava in bestia. Dopo un po’ mi era montata una rabbia tale che ero sul punto di tornare indietro, grazie a Dio invece non ho fatto nulla e in fin dei conti la fuga era stata un’umiliazione sufficiente.

Cosa ho capito dopo mooolto tempo

Quando qualcosa ti tocca nell’orgoglio ci ripensi tante volte, anche a distanza di tempo e se la rabbia dei primi minuti non c’è più continui lo stesso a ripensare all’episodio che ti ha dato tanto fastidio, così anch’io ho avuto tante occasioni per pensare a quello che era successo e mano a mano è venuta fuori una cosa del tutto inaspettata: ho capito che dietro a quelle parole c’era una lezione per me, o meglio, una spiegazione pratica, “basic”, di una lezione che non avevo capito bene.

Una delle lezioni più difficili e affascinanti di padre Raimondo Bardelli sul matrimonio prende a modello le parole di San Paolo per descrivere il sommo vertice dell’amore coniugale nel sacramento: “Non sono più io che vivo, ma tu vivi in me!” e devo dire che sebbene affascinato da quest’immagine ho sempre pensato di non avere abbastanza amore per raggiungere questa incredibile comunione d’amore. Non ho mai dubitato dell’opera che Dio ha compiuto nella nostra vita, regalandoci tutti gli aiuti e le qualità soprannaturali adatte a raggiungere il più perfetto amore sponsale, però di fronte a quell’immagine mi son sempre chiesto “ma come ci posso arrivare?”.

Ed ecco una spiegazione, che era arrivata nel modo più improbabile: un giorno mi son chiesto: “Come ha fatto a capire che ero dietro di lui? Non era neanche lucido, si è girato e mi ha riconosciuto come marito, poi quella battuta sui miei occhi… ma come ha fatto?, vuoi vedere che l’amore che lega me e Valeria, che ci fa sentire tanto uniti e vicini, è talmente forte che si vede da fuori? Che basta guardare negli occhi dell’uno per riconoscere lo sguardo dell’altra? E come se ognuno fosse un po’ nell’altro!” Allora ho capito e ho ringraziato il Signore perché è certo grazie a Lui che si stava e si sta tuttora realizzando questa fusione d’amore, certo, è un percorso, non ho ancora raggiunto la meta ma se anche un satiro giullare un po’ brillo riesce ad accorgersi di questo vuol dire che sono sulla buona strada e spero che mi sia concesso ancora di accorgermi di quanto l’amore sta realizzandosi in noi.

La Pentecoste degli sposi

Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo.
Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano.
Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro;
ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d’esprimersi.

Lo Spirito Santo che potentemente scende sugli apostoli e sulla Madonna riuniti nel cenacolo cinquanta giorni dopo la resurrezione di Gesù. Sono uniti, come a ricordarci che lo Spirito scende su tutta la Chiesa, allora come oggi. Scende sulla Chiesa, sposa di Cristo, su ognuno di noi, sulle nostre famiglie piccole chiese e sulle nostre comunità. Lo Spirito Santo scende e ci trova rinchiusi, impauriti, pieni di domande, nella tenebra. Abbiamo paura, aprire le finestre significa mostrarci e non lo vogliamo. Lo Spirito Santo ci trova inermi e incapaci di sostenere il peso della vita e della famiglia. Quante volte ci capita di sentirci incapaci di rispondere alla chiamata di Dio nella nostra vita e nel nostro matrimonio? A me sinceramente capita spesso. Mi capita spesso di sentirmi incapace di amare la mia sposa e di educare i miei figli. Mi capita spesso di sentirmi troppo poco, troppo imperfetto e in difetto, e tutto questo rischia di travolgermi e di farmi mollare. Anche quest’anno la Pentecoste arriva  al momento giusto. Sono in un periodo di grande stress e fatica. Troppe cose. Ogni imprevisto rischia di scompaginare tutto. Per questo la Pentecoste è una festa liturgica importantissima. Ci ricorda che non siamo soli. Ci ricorda che il nostro matrimonio è abitato da Gesù e che lo Spirito Santo è stato effuso in noi con il sacramento del matrimonio ed è continuamente effuso in noi in ogni gesto d’amore che ci regaliamo vicendevolmente. La Pentecoste ci ricorda che non siamo soli, che siamo una famiglia abitata da Dio piccola chiesa ma che trae la sua forza dalla grande Chiesa. Solo nella Chiesa di Gesù, con i sacramenti, la Parola, la verità del magistero  e tutti i fratelli in cammino con noi, possiamo accogliere lo Spirito Santo nei nostri cuori e farci incendiare da esso. Nel cenacolo erano tutti presenti come a ricordare che lo Spirito trova spazio quando c’è unità. Ed è così che lo Spirito di Dio scende nelle nostre famiglie come vento di perdono, e come fuoco che salda e trasforma il nostro buio in luce, la nostra debolezza in capacità di accogliere, i nostri dubbi in abbandono fiducioso, e ci da la forza di aprire le finestre e affrontare il mondo con la consapevolezza di essere ben poca cosa, ma di aver un compagno invincibile che non ci abbandona e che non tradisce mai. Con Lui, con il suo sostegno potremo arrivare alla salvezza. Lo Spirito Santo è dono che ci permette di farci a nostra volta dono. Lo Spirito Santo prende le nostre lingue, la mia e quella della mia sposa. Due lingue diverse incomprensibili per l’uno e per l’altra.  Non ci si capisce e si resta chiusi ognuno con il desiderio di essere compreso, ma non quello di capire l’altro.  Lo Spirito Santo prende queste nostre lingue e le trasforma nell’unica lingua universale, la lingua dell’amore che è dono di sè e accoglienza dell’altro/a. Termino con una strofa di un canto del rinnovamento che secondo me esprime benissimo la Pentecoste:

Spirito di Dio scendi su di noi.
Spirito di Dio scendi su di noi.
Fondici, plasmaci, riempici, usaci.
Spirito di Dio scendi su di noi.

Antonio e Luisa

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Sposi re e regine 5) Il corpo esprime l’amore.

Entriamo ancora più nel concreto. In che modo si esercita la castità coniugale? In due modi specifici. Il primo è attraverso il dominio di sè. Esercitando tutte quelle capacità umane per impedire che la parte negativa di me stesso prenda il sopravvento sulle mie azioni,  e che quindi io non riesca a vivere l’amore in pienezza e come vorrei. Frenando e contrastando in sintesi tutte le pulsioni negative contrarie all’amore. Se io sono una persona tendenzialmente irosa e non mi applico a frenare la lingua e magari anche le mani, non posso essere casto nella mia relazione. Non sto vivendo l’amore, ma sto seguendo una pulsione che è contraria all’amore. Se sono una persona particolarmente sensibile al richiamo sessuale e vedo passare una donna particolarmente scoperta, non posso essere casto se comincio a fantasticare e protraggo lo sguardo su quella donna. Anche in questo caso mi sto abbandonando ad una pulsione contraria all’amore verso la mia sposa. E’ importante capire che non è la pulsione in se stessa ad essere un male. Il male è assecondare quella pulsione e non metterle un freno con la forza di volontà che abbiamo e che dobbiamo usare. Questo è il primo aspetto della castità, l’aspetto negativo. Ci viene chiesto di mettere un freno a qualcosa. C’è un secondo aspetto. Questa volta positivo. Un aspetto propositivo che ci vede impegnati a far crescere l’amore. Dobbiamo impegnarci fattivamente e quotidianamente ad esprimere con il corpo (in modo che sia trasmesso e manifestato all’altro/a) l’amore che è presente nel nostro cuore. Il corpo è il mezzo espressivo dell’amore. Molti non hanno ben chiara l’importanza del corpo e pensano all’amore più bello e puro come qualcosa di prevalentemente spirituale. Non è così. Nel matrimonio lo è ancora meno. Vi porto un semplice esempio. Se siete una coppia mettetevi in piedi vicini e di spalle, ma senza toccarvi ed ora senza parlare provate ad esprimervi amore. Riuscite a trasmettere amore all’altro e a sentire l’amore dell’altro? Sicuramente no. Il corpo è importante tanto quanto lo spirito. L’amare certamente prende energia dal cuore, nel nostro mondo interiore, negli affetti e nella volontà, ma se poi non è manifestato attraverso un corpo, rimane lettera morta, rimane desiderio di amore, ma non amore. E’ un’illusione.Un amore senza il corpo non è un amore che si possa dimostrare e rendere concreto. La castità non è altro che l’armonia che costruiamo tra il nostro cuore e il nostro corpo per esprimere in maniera autentica, bella e convincente l’amore all’altro/a.

Antonio e Luisa

Articoli precedenti della serie Sposi re e regina

Introduzione  Gesù ci rende liberi e degni Avevi fame e ti ho sfamato

Per gli sposi la castità non è astinenza

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“Tra moglie e marito non metterci….la suocera!!!”

Carissimi,

oggi vi raccontiamo una storiella per invitarvi a riflettere con un sorriso su alcune questioni molto importanti.

Una riguarda le famiglie di origine che diventano suoceri e suocere. Per molte famiglie i genitori sono una risorsa…e lo sono realmente.

Ma c’è sempre da imparare dalla Bibbia…anche quando ad esempio in Genesi 2,24 ci dice che «L’uomo lascerà suo padre e sua madre, si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola».

Lasciare. E’ necessario un distacco con la famiglia e le abitudini di origine…per dar vita ad un nuovo ed originale nucleo familiare.

“Desatellizzarsi” ovvero non essere più un “satellite” che gira attorno al “Pianeta mamma-papà” è fondamentale per un cammino matrimoniale sereno.

Buona lettura a tutti…Pietro e Filomena.

+++

“Sai cucinare?” le domandò Brontolo.

“Certo, so fare anche la crostata di mele!” replicò Biancaneve!

“La crosmata di tele, la crostata di mele”, farfugliò Dotto mentre immaginava i manicaretti che le avrebbe preparato Biancaneve.

E già. Biancaneve è bella, ma la crostata di mele è buona.

Non tutti sanno però che Biancaneve un giorno preparò il suddetto dolce ma usò ingredienti diversi da quelli che sempre aveva utilizzato la mamma dei 7 nani, e fu così che nella piccola casetta in cui un tempo si era esclamato: “Come è bella Biancaneve!”, un giorno i nani capitanati da Brontolo e dal suo nasone, fecero udire ai passerotti e ai cervi del bosco parole del tipo:

“Ma tu non capisci niente di cucina!!!!!!!!!!! Nostra madre si che sapeva preparare la crostata di mele!!! Non come questa schifezza che hai preparato tu!!!!!!”.

E senza farla lunga, Biancaneve replicò alla squadra dei nani arrabbiati:

“Allora fatevela cucinare da vostra maAaAadre questa maledetta crostata di mele! Però ditele anche di venirvi a rammendare i calzini che IOOO vi lavo, a lucidare gli stivali che IOOOO vi lucido, a strofinare le pentole che IIIIOOOOO strofino e soprattutto a sopportarvi…piccola squadra di brontoloni e puzzolenti che non siete altro!!!”.

E dopo aver detto ciò, come tutte le protagoniste delle migliori favole, Biancaneve pianse e poi svenne.

I nani allora, che non avevano digerito né la crostata di mele, né la storia degli insulti inerenti la loro madre, misero la poverina in una teca di vetro e la buttarono fuori di casa, che ovviamente era di loro proprietà…ereditata dalla madre.

Dopo qualche ora Biancaneve incontrò il Principe Azzurro, lo sposò e si ritrovò poco dopo a preparare la crostata di mele per suo marito; ma anche qui, ancora una volta, l’aveva preparata con ingredienti differenti rispetto a quanto dettato dalla ricetta della Regina Azzurra (madre del principe, ndr) e anche lì, al palazzo reale, si udirono parole sconvenienti e inadeguate ad un luogo tanto nobile…..

Morale della favola n°1?

Tua moglie non potrà mai cucinare come cucinava tua “maAaAaAdre”, ma è proprio questo a cui siamo chiamati come sposi: amare la persona che abbiamo sposato senza paragonarla ai nostri genitori che erano certamente degli eroi e grandi cuochi, ma non sono loro che noi abbiamo sposato.

Morale della favola n° 2?

Non fossilizziamoci su quanto ci sembra un difetto del nostro coniuge, ma cerchiamo di avere su di lei/lui uno sguardo di tenerezza che sappia riconoscere i pregi e le qualità che inevitabilmente ha ricevuto dal Creatore. Biancaneve, ad esempio, canta benissimo e i 7 nani non sono così bassi…e il principe azzurro ha degli occhi bellissimi anche quando fa’  arrabbiare sua moglie.

Amare il proprio sposo, la propria sposa così com’è, senza fare paragoni con altre persone ed evitando le eccessive ingerenze dei relativi suoceri: ecco alcuni ingredienti giusti per una buona crostata di mele e per un bel matrimonio……

ed è allora che “VISSERO TUTTI FELICI & CONTENTI” 🙂

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Grazie,

Pietro e Filomena

Gli sposi sono immagine del bene che vince sul male

Domenica scorsa la nostra comunità parrocchiale ha festeggiato gli sposi che hanno raggiunto un numero di anni di matrimonio significativo. Il parroco durante la Messa ha dedicato loro parte dell’omelia. E’ partito indicando il crocifisso alle sue spalle e ha così iniziato una breve riflessione che vi riporto integralmente.

La morte di Gesù ci dice qualcosa di profondamente vero: tante volte il male vince. Tante volte la furbizia e l’egoismo hanno il sopravvento. Tante volte l’odio e la cattiveria trionfano. Anche noi cristiani, sconfortati dalla storia del mondo, dalla nostra piccola storia personale e da quello che alberga nel nostro cuore, siamo portati a credere che alla fine il male vince. La croce di Gesù ci dice il fallimento del Signore. Alla fine è finito lì. Si, ha avuto parole di perdono, di cura, ha fatto miracoli, ma alla fine è finito lì su quella croce. Noi cristiani sappiamo però che non finisce lì. Sappiamo che Gesù è risolto. Sappiamo che la morte non è l’ultima parola, che il male e l’odio sono sconfitti. Per questo noi andiamo a Messa. Fuori di qui, da questa chiesa, è facile pensare che il male sia più forte e vinca. Abbiamo bisogno della Messa per ricaricare le batterie, per incontrare Cristo crocifisso e risorto e ritrovare uno sguardo di speranza. La resurrezione ci ricorda due fedeltà. La fedeltà di Gesù per i suoi discepoli, per la sua Chiesa, per ognuno di noi. La fedeltà del Padre per il Figlio. Il Padre non permette che il Figlio resti nella tomba, ma lo fa resuscitare. Quindi la passione, la morte e la resurrezione raccontano una storia di fedeltà. Il Padre che non lascia che la morte corrompa il Figlio e la fedeltà di Gesù per i suoi amici, che non meritano il suo amore, ma lui continua ad amarli con misericordia e gratuità. Quindi cari sposi dichiarando il vostro volervi bene siete immagine di questo amore fedele. Una fedeltà dove davvero tutto cambia non perchè uno è perfetto, ma perchè si sente continuamente dire dall’altro diverso da lui: io continuo a volerti bene, nonostante i tuoi difetti e grazie ai tuoi pregi. Continuo ad esserti fedele.

La fedeltà matrimoniale attinge alla fedeltà di Dio. La Chiesa è santa e peccatrice proprio per questa dinamica. Ognuno di noi è peccatore, ma l’amore di Gesù gratuito e immeritato ci converte. Così tra gli sposi. Sono peccatori, ma l’amore gratuito dell’uno verso l’altra li chiama a conversione e alla santità. Il mondo cambia, il nostro matrimonio cambia, non perchè facciamo chissà cosa, ma perchè nonostante le fatiche continuiamo a volerci bene. Noi cambiamo quando ci sentiamo amati per quello che siamo e non per quello che dovremmo essere. Solo sentendoci amati così, troveremo la forza della conversione e di impegnarci a diventare ciò che possiamo essere. Diciamocelo chiaramente: se riuscite ad amarvi così è perchè attingete a Gesù, al suo amore fedele. Se dipendesse solo da voi durereste un giorno, una settimana e poi mollereste. Chi ve lo fa fare?

Concludo questa riflessione ricordandovi cari sposi che siamo tutti pellegrini. Il per sempre, l’amore che vi siete scambiati nel nome di Cristo, è per sempre anche per Dio. Io non so come sarà di là, ma so che se crediamo che l’amore è per sempre, Dio è fedele. Quindi vivrete la vedovanza, il momento della fatica e del lutto dopo 50, 60, 65 anni di matrimonio. Ricordatevi che la vostra meta è di là, oltre la morte, e che il vostro amore fedele di là sarà incoronato. Ripeto non so come, ma ho la certezza che il per sempre che vi siete promessi e che oggi rinnovate, sarà accolto da Dio e Dio è capace di strabiliarci con la sua fantasia e creatività. Certo è che l’amore che avete costruito di qua troverà un compimento meraviglioso di là. Buon anniversario!

Don Claudio

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A mio figlio

Al vederlo restarono stupiti e sua Madre gli disse: “Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io ti cercavamo angosciati”. Ed egli rispose: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro. Luca 2, 48-50

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La cosa non si spiega. O forse si. Più cresci, più per me è difficile lasciarti andare figlio mio. Darti la libertà emotiva di fare le cose a modo tuo, con i tuoi tempi, accogliendo ogni emozione, mentre ti educo a crescere. Darti la libertà di affrontare i tuoi errori, i blocchi, le chiusure, le cadute, le delusioni, i successi e i progressi. Darti il diritto di non sapere che emozioni stai provando, di non capirci nulla di quel marasma a confine fra l’essere bambino bisognoso di coccole e ragazzo forte e indipendente. La sera è nostra! Quando mi chiami implorante di sdraiarmi assieme a te sul tuo letto a parlare di tutto anche per mezz’ora. Mi chiedi la mia storia, mi fai domande sul passato di papà, mi chiedi di Dio, del perché siamo stati creati, chi ha inventato la scuola, chi ha costruito la prima casa. Amore mio non ho tutte le risposte. La maggior parte riguardano la mia storia e le mie esperienze personali, ma molte di queste non ti andranno bene perché tu dovrai trovare le tue. E poi alle dieci di sera amore mio è tardi sono k.o. e ho bisogno di rilassarmi per conto mio, ma tu non mi molli e mi chiedi di parlare ancora e ancora. A volte finisco addormentata accanto a te. A volte invece sono troppo stanca e ti respingo bruscamente dicendoti che ti basta un bacio e la buona notte. Siamo su un filo sottilissimo che ci guida entrambi verso una cosa difficilissima: CHI SEI TU. CHI SONO IOCONTE. Dodici anni fa quando ho saputo che c’eri non stavo nella pelle dalla gioia, anche perché forse non saresti potuto mai arrivare. Pensarmi senza figli mi straziava, ma nello stesso tempo ero certa che avremmo trovato il modo, io e tuo padre di portare vita. Ma invece tu sei arrivato come un regalo di natale inaspettato e incredibile. Nonostante il rischio di perderti ogni mese, ad un certo punto hai deciso di vivere e di nascere, ma un po’ prima del previsto. Trentaduesima settimana. Contrazioni. Distacco di placenta. Corsa in ospedale. Signora dobbiamo correre in sala operatoria. Ma io non sono pronta e piango. Ho paura. Per me, per la mia vita, per la tua. Mi sembra di prendere un sacco di sberle da ogni lato, ma devo lasciarmi andare, mollare il controllo e lasciare che i medici si prendano cura di noi. Ho cinque minuti per chiamare tuo padre per farlo correre in ospedale. Chiamo tua nonna, che dalla Sicilia con furore, ficca due mutande e due magliette in una valigia e arriva dritta nella mia stanza di ospedale –contro ogni regola di reparto- ancora prima che l’intervento sia finito. Nessuno può fermare una mamma siciliana, soprattutto la mia! Nasci nel subbuglio e nelle urla dei medici che imprecano come sia possibile che io sia arrivata in quelle condizioni. Io mi agito e comincio a piangere perché non ti sento appena ti tirano fuori. Ma è tutto apposto, stai bene, respiri da solo. Ma sei piccolissimo. Un kilo e mezzo per quarantaquattro centimetri. Ti portano in terapia intensiva e posso vederti solo l’indomani. Nonostante non riesca a riprendermi dall’anestesia e svengo e vomito di continuo, mi ostino a voler arrivare a quella cazzo di sedia a rotelle, perché devo vederti. Sei vivo e bellissimo. In quel momento sono ad un bivio: la depressione o la lotta. Io scelgo la lotta amore mio, tu uscirai di li e vivrai, anche perché sopra la tua culla termica c’è l’icona della Madonna. E lì, prendo una delle peggiori decisioni della mia vita per te: giuro che non dovrai mai più soffrire amore mio, perché stai già soffrendo tanto! Certo se la Madonna avesse detto queste parole su Gesù, a quest’ora stavamo tutti senza Salvezza. Perché il passaggio per me è proprio questo figlio mio: custodire nel mio cuore la certezza che dalle sofferenze e fatiche ed errori che attraverserai passa la tua salvezza, e forse anche la mia. Non è forse stato così anche per me?! A volte capisco di essere rimasta lì, al tuo kiloemezzo, e mi perdo tutto il resto, la tua forza, la tua creatività, la tua capacità di sorprenderci. MARIA SERBAVA TUTTE QUESTE COSE MEDITANDOLE NEL SUE CUORE. Voglio farmi ispirare da Lei, per maturare nel mio cuore che non sei roba mia, e che voglio lasciarti andare intimamente. Un giorno scriveremo un libro a quattromani come hai detto tu, e sarà un successo! Perché la storia dell’uomo è sempre un successo quando tende all’amore e alla ricerca di senso. TI AMO FIGLIO MIO E DI DIO.

Claudia Viola

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Ma tu non ti stufi di fare l’amore sempre con la stessa donna?

Oggi voglio raccontarvi la confidenza di un amico. Secondo me molto significativa e che può aiutarci a riflettere. Questo amico fa parte del Rinnovamento nello Spirito e non nasconde la sua fede neanche sul posto di lavoro. Questo lo rende una persona un po’ strana agli occhi degli altri. Strana ma che attira, perchè racconta di una scelta radicale e porta con sè la gioia e la luce di quella scelta. Ha circa  quarant’anni è sposato e ha 3 bambini. Un giorno un collega gli si avvicina e gli butta lì una domanda. Questo collega è suo coetaneo, ma non è sposato e vive di piccole storie e avventure. Gli butta lì: Ma tu non ti stufi di fare l’amore sempre con la stessa donna? Non è sempre uguale? Non ti stufi di lei visto che il tempo non può certo migliorarla, ma al contrario può solo renderla più vecchia e meno attraente?

Voglio condividere questa domanda perchè ritengo che sia comune a tanti uomini di questo tempo. Persone incapaci di andare oltre. Ora lascio il mio amico e la sua risposta e proverò a darne io una con la mia esperienza. Per poter rispondere a questa domanda bisogna capirsi su cosa significhi fare l’amore. Cosa significa per me. Non parlo ora di sacramento. Resto ad un livello prettamente umano. Fare l’amore è dare forma, sostanza, carne e vita a quanto abbiamo  nel cuore io e la mia sposa. Come posso stufarmi di questo? Ogni volta è diverso, perchè diverso è l’amore che ci unisce e che ci doniamo l’un l’altra. Ogni volta è più bello perchè il nostro amore è cresciuto e si è perfezionato con il tempo e con la nostra vita insieme. Ogni volta è più condiviso perchè più grande è la nostra capacità di entrare in comunione. Ogni volta che ci facciamo l’un l’altro dono di questo gesto portiamo dentro tutto. Portiamo le tenerezze, gli sguardi, le parole, la cura, le preghiere, l’anima, il corpo, i litigi e i perdoni, i silenzi e gli abbracci. Portiamo tutto, nulla resta fuori. Per questo questo gesto è sempre diverso, perchè noi siamo sempre diversi e ritrovarsi sempre uniti e desiderosi di essere un sol cuore e una sola carne è un’esperienza meravigliosa che riempie davvero il cuore. Più passa il tempo e più questo momento diventa bello e più il piacere diventa completo. Il piacere diventa sempre più completo e profondo. Non è più solo una semplice contrazione e azione neuromuscolare che dona un apice di piacere di qualche secondo, il cosiddetto orgasmo.  Il piacere più grande è quello di essere entrati l’uno nel cuore dell’altra e di aver sperimentato un’unità che nessun altra manifestazione dell’amore ti può dare. Sentirsi davvero di vivere nell’altro/a. Resta l’ultima obiezione: Ti piace anche se invecchia? Accipicchia se sì. Questo è un altro miracolo del matrimonio, di una relazione che ci vede invecchiare insieme. Io non la vedo sfiorire e imbruttirsi. Anzi mi appare sempre più bella. Non sto scherzando. Nonostante gli anni passano e mi rendo conto che la persona che ho al fianco fisicamente è cambiata, non è più la stessa di cui mi sono innamorato. Siamo invecchiati entrambi, ma ciò nonostante quella persona continua ad apparirmi bella, anche più bella di prima. E’ una realtà incomprensibile. I miei occhi vedono il tempo che passa nel corpo della mia amata, ma il mio cuore mi restituisce un’immagine sempre più di meraviglia. Ciò che vediamo non è mai oggettivo ma è sempre soggettivo, rielaborato dal nostro cuore e dal nostro cervello. Ciò che vediamo è un’insieme di esperienze, di sguardi, di gesti, di modo di essere e di rapportarsi, di intimità, di complicità, di amore che si è costruito in anni di rapporto e che ci mostrano l’immagine più vera di nostra moglie e di nostro marito, invisibile a tutti gli altri. Una bellezza che possiamo vedere solo noi, ma non per questo meno vera e meno importante.

Antonio e Luisa

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Sposi re e regine 4) Per gli sposi la castità non è astinenza

Dopo tre articoli introduttivi e generali possiamo ora cominciare ad entrare maggiormente in profondità nel significato della nostra regalità all’interno del matrimonio. Iniziamo a trattare la dimensione regale del sacramento del matrimonio. Abbiamo visto che regnare al modo di Gesù è principalmente servire. Nel matrimonio questo si concretizza nel servire l’amore sponsale. Tanto più noi sposi saremo capaci di amarci l’un l’altra come Gesù ci ama tanto più saremo re e regina del nostro matrimonio, della nostra famiglia e della nostra casa. A questo riguardo è giunto il momento di dare una prima concretezza alla nostra regalità nel matrimonio. Possiamo essere re e regina della nostra unione se siamo casti. Solo la castità vissuta può renderci liberi e degni nella nostra relazione e quindi rivestirci di regalità. La castità non è nulla di castrante o frustrante e nel matrimonio non si traduce nell’astinenza. La castità è tutt’altro.  La castità è crescere nell’amore in una relazione che sia sempre più vera, in una relazione dove le espressioni del corpo siano sempre più aderenti e rappresentanti quello che è lo stato del cuore. Nel matrimonio, per essere più chiari, significa non astenersi dall’amplesso fisico, ma al contrario impegnarsi a fondo perchè questo gesto diventi sempre più espressione d’amore. Cercherò di spiegarmi meglio. Quali sono le caratteristiche specifiche dell’amore coniugale che lo rendono diverso da ogni altro tipo di relazione e rendono l’amplesso fisico un gesto vero e casto? L’amore sponsale è un amore definitivo (dura per sempre), esclusivo (un uomo e una donna, tutti gli altri sono esclusi), totale (non coinvolge solo una parte di me, ma coinvolge tutta la mia persona in anima e corpo e tutta la mia vita) ed è fecondo (genera nuovo amore e nuova vita). Per me sposo, vivere in modo casto non significa altro che perfezionare sempre più queste caratteristiche. Significa quindi rinnovare la mia promessa ogni giorno (amore definitivo), significa non spostare il centro delle mie attenzioni da lei ad altra o ad altro (esclusivo), significa liberarmi dall’egoismo e dal peccato per donarmi sempre più completamente a lei in anima e corpo (totale) e significa avere uno sguardo, verso di lei e verso la relazione, aperto alla vita (fecondo). Essere casti non significa quindi rinunciare a qualcosa, ma al contrario significa vivere pienamente e in modo vero l’amore nella sua integrità e purezza. Tirando le conclusioni comprendete bene come la castità nel matrimonio non possa concretizzarsi con l’astinenza. E’ nell’amplesso fisico che gli sposi possono vivere in verità e in modo casto la loro relazione. L’amplesso è infatti espressione corporea di un dono totale, esclusivo, definitivo e fecondo.

Antonio e Luisa

Articoli precedenti della serie Sposi re e regina

Introduzione  Gesù ci rende liberi e degni Avevi fame e ti ho sfamato

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Lo sguardo che salva: solennità dell’Ascensione del Signore

Domenica abbiamo celebrato la solennità dell’Ascensione del Signore, soltanto uno dei nostri quattro figli si è dovuto recare alla Messa perché noi, insieme agli altri, abbiamo celebrato ieri nel pomeriggio, essendo stati padrini del nostro quarantaduesimo figlioccio di battesimo. Così Gabriele, è stato accompagnato per poi essere ritirato alla fine della celebrazione.

Prima di uscire da casa lui stesso mi ha detto: «mamma, ma tu ti fidi che io vada veramente in chiesa o magari fingo di andare alla messa?».

Questa domanda, è stata una buona occasione di insegnamento per entrambi.

Nel poco tempo del tragitto ho detto a Gabriele. Caro figlio mio, tu chi pensi rimarrebbe più male da questa fiducia tradita?

Voi cosa avreste risposto?

Perché nel fargli la domanda, io stessa, avrei pensato a Gesù, così come lo ha pensato Gabriele.

Subito dopo ho capito, invece, che l’unica a dispiacersi sarei stata io, l’umana della situazione. Certo, perché vedevo davanti a me quanto mi cuocesse la bugia e la presa in giro e quanto poco potere di controllo avrei avuto non essendo stata presente con lui.

Quando mio figlio è sceso dall’auto, proprio davanti alla chiesa, gli ho detto: «Gabri, che Dio ti benedica e apriti all’ascolto»

Da quel momento non potevo sapere se lui sarebbe o meno entrato in parrocchia per vivere, al modo di un quindicenne, la Santa Messa.

Fra me e me rimeditavo l’ascensione e il suo significato.

Pensavo quanto fosse importante il rapporto verticale con il Signore e quanto, guardare in alto, fosse necessario per poterci guardare in orizzontale, cioè tra di noi. Allora ho chiesto a Gesù chi fosse più dispiaciuto di un evento del genere, cioè di una fiducia che viene tradita dal comportamento altrui. Logicamente questo esempio di mio figlio va oltre, si estende a tutte le volte che nelle relazioni umane ci sia apre alla menzogna. Far credere all’altro che fai una cosa e invece ti comporterai in maniera totalmente diversa.
“Uomini di Galilea,
perché fissate nel cielo lo sguardo?
Come l’avete visto salire al cielo,
così il Signore ritornerà”. Alleluia. (At 1,11)

E allora ho preso ad esempio l’antifona di oggi e ho pensato allo sguardo.

È vero Signore, tu ci hai creato perché fossimo nella verità e la tua gioia risiede nella possibilità che noi abbiamo di essere veri ed autentici . Però spesso non ci riusciamo, accipicchia, addirittura facciamo anche il male che non vorremmo ma tu, salendo al cielo, ci hai lasciato lo sguardo.

Il tuo sguardo lo hai mostrato agli apostoli che ti hanno visto con i loro occhi, eppure Pietro ha mentito quando si è trovato alle strette ma tu, guardandolo, lo hai amato, tanto che al momento opportuno lui pianse amaramente, ma poi lo hai reso Roccia della Chiesa.

 ascensione di gesù al cielo

Spesso gli apostoli si guardavano sbigottiti non sapendo cosa fare o cosa credere, ma Tu gli hai raccontato parabole perché ascoltando vedessero.

Hai trasformato l’acqua in vino perché gli sposi di Cana, vedendo, capissero che senza di te la festa non sarebbe andata avanti.

Hai moltiplicato i cinque pani e i due pesci perché vedendo, tutti si sarebbero anche saziati, perché Tu Signore Intervieni nei quotidiani bisogni.

Salendo al cielo, oggi, come quel giorno sul monte con i tuoi undici, hai promesso che saresti stato con loro fino alla fine del mondo e cosa hai lasciato?

I loro occhi e l’incrocio dei loro sguardi, su ciò che avevano vissuto e su ciò che avrebbero visto in futuro.

Così sono tornata al mio Gabri e quando sono andata a riprenderlo lui stesso mi ha detto: «Cara mamma, oggi c’erano le prime comunioni e la Chiesa era piena, ma una cosa me la ricordo: Gesù ha potere su tutto!»

In effetti ho capito che aveva ascoltato il Vangelo, ma una cosa l’ho imparata questa mattina. Gesù non sarebbe rimasto poi tanto male se lui non fosse andato alla messa perché lo sguardo, con cui lo avrebbe attraversato, sarebbe stato quello che doveva giungere a me per sapere come guardarlo. Così ho cercato di amarlo, in qualunque caso, raccontando a Gabriele il prezzo della libertà e la gioia della verità, ringraziandolo di avermi fatto lui quella domanda , perché, come tutti sappiamo, la menzogna ci inquieta prima ancora che la mettiamo in atto.

Che lo sguardo sull’altro sia l’occasione per aiutarlo ad essere sempre migliore!

 

Cristina Righi

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Impariamo a ricordare il bene

Un sacerdote fu trasferito in una nuova parrocchia. Fu invitato a cena da una famiglia. Una di quelle che fanno tanto in parrocchia. Alla fine di quell’incontro volle fare una domanda ai due sposi prima di andarsene. Chiese se anche a loro ogni tanto capitava di litigare e se c’erano momenti di tensione e di crisi. Era rimasto infatti molto colpito dall’amore e dall’intesa che i due sposi trasmettevano a chi li guardava. Rispose prontamente lei: Certo che sì caro don, ma abbiamo un segreto. Il nostro tesoro. Detto questo scomparve in un’altra camera e fece ritorno con in mano un diario. Disse quindi al sacerdote: Vedi questo diario, qui annoto tutte le volte che mio marito mi ha voluto bene. Ogni volta che litighiamo vado in camera, prendo il diario, lo sfoglio e mi viene subito il desiderio di fare pace e di ricominciare.

Cosa ci insegna questo breve racconto? Diciamocelo! Siamo bravissimi a legarci al dito qualsiasi mancanza da parte dell’altro/a e siamo altrettanto bravi a dare per scontate tutte le volte che nostro marito o nostra moglie ci ama, ci dimostra il suo amore, fa qualcosa di gratuito, si fa servizio, si fa tenerezza e cura verso di noi. E’ importante invece che impariamo a ricordare il bene. Non semplicemente fare memoria, ma ricordare. Ricordare è un verbo molto più forte e significativo. Nella sua etimologia riporta al cuore dell’uomo. Al nostro cuore. Significa letteralmente richiamare nel cuore. Rendere attuale e presente il bene che l’altra persona ci ha gratuitamente donato. Con tutti i benefici, la bellezza, la forza, il nutrimento e la pace che quel gesto ci ha dato. Ricordare tutte le volte che la persona amata ci ha guardato con amore, tutte le volte che ci ha carezzato, tutte le volte che ci ha benedetto con le sue parole, tutte le volte che ci ha sostenuto con il suo ascolto, con i suoi consigli e con la sua presenza. Tutte le volte che si è donato/a e ha accolto il nostro dono nell’incontro intimo. Tutte le volte che ci ha perdonato e che ci ha permesso di sperimentare la bellezza di essere amati anche quando non lo meritiamo. Essere capaci di ricordare tutti questi momenti e tutti questi gesti è determinante. Significa costruire un tesoro da spendere all’occorrenza. Da spendere tutte le volte che l’altro/a non sarà capace di darci nulla, tutte le volte che ci sembrerà povero, tutte le volte che ci ferirà e che sarà difficile da amare. Tutte quelle volte attingiamo al ricordo del bene. Attingiamo al tesoretto del nostro matrimonio e sarà più facile non farci dividere da quel non amore, perchè l’amore c’è anche se non si vede e non si sperimenta in quel momento più o meno lungo. C’è in tutti questi gesti che custodiamo come un tesoro. Questa consapevolezza rende più semplice anche perdonare, amare sempre e ricominciare.

Antonio e Luisa

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Un’estate al mare. Salvezza e Anti-Cellulite

di Pietro Antonicelli e Filomena Scalise.

Sarà che nonostante tutto la bella stagione ormai arriva.

Sarà che il nostro amico Rocco, che insegna Farmacia all’Università, ha stupito sotto i miei occhi un gruppetto di donne preoccupate per la prova costume.

Sarà che tra poco si va al mare e io temo di dimenticarmi della vita eterna per pensare ai gelati da comprare…alle mie figlie da non dimenticare sotto al sole del sud…e alle birre da tenere al fresco…

Sarà tutto questo – forse – che mi ha fatto mettere sullo stesso piano due ambiti paralleli della vita, almeno… della vita delle donne: Salvezza e Somatoline (noto prodotto sciogli cellulite poco conosciuto dagli uomini che come me hanno mezzo metro di barba… anche sul cuore).

“Che c’azzecca?!” ripeteva l’allora magistrato Antonio Di Pietro agli imputati durante tangentopoli.

E anche io, spesso nel mio quotidiano vivere da comune marito e padre, mi sento imputato. Di cosa? Di questo, di quello… di tutti quei pensieri, parole, opere e omissioni di cui mi nutro fin dal risveglio.

Ma torniamo al nostro prof. Rocco.

“Ma sai come funzione la Somatoline?” dice all’improvviso il prof. Rocco alle donne astanti.

“Contiene due principi attivi: la levotiroxina e l’escina… Non so se vi è mai capitato di mettere delle palline di vetro in un sacchetto, riempendolo tutto e tastandolo vi accorgete che è tutto ‘curve curve’… La Somatoline vi unisce le palline, in questo caso di grasso, e vi si riduce l’effetto ‘curve curve’ delle molteplici palline, ma vi resta un’unica pallottola di grasso e l’effetto è liscio…”

…Seguono minuti di duro silenzio…

Con la coda dell’occhio leggevo tanta delusione sui volti femminili che mi circondavano. Un senso di smarrimento ed impotenza si impadroniva delle loro certezze, adesso che qualcuno aveva spiegato loro come funziona la Somatoline.

Ma a tutti, uomini e donne, spesso capita di pensare di essersi liberati di qualcosa definitivamente, e invece eccolo lì, appallottolato, forse meno visibile, ma c’è ancora. Quello di cui volevi disfarti è lì, e ti guarda, e tu lo guardi… e in questo gioco di sguardi… ti senti ancora al banco degli imputati de giudice Antonio Di Pietro.

“Che c’azzecca?!” ripete urlando il piccolo Di Pietro nella coscienza, pronto a farti notare che quei pensieri, parole, opere e omissioni non è che sono andate via solo perché hai pensato ad altro, ma sono ancora lì appallottolati come una cellula di grasso che decisamente stona d’estate, specie se come noi abitanti di Crotone vai al mare e ti metti (quasi) a nudo.

Ahi ahi ahi… Come se ne esce?

C’è una Somatoline della coscienza che faccia tacere quel diavoletto di un giudice con la toghetta che dice beffardo: “Hai usato qualcosa che è mio e me lo devi restituire!”?

Allorché rispondo sorpreso: “…Cosa cosa caro giudice!!? Io ho usato qualcosa di tuo? Quando!?”.

“Quando fai del male, usi sempre strumenti che sono miei… che ti credi? Oi scemo!” (insulta pure sto tizio… e lo fa in calabrese!!!).

Quando ti muove queste accuse, tu provi a scagionarti con stile… e a sproposito cominci a dirgli che hai usato la Somatoline dell’anima, che dimenticherai il male fatto e il male non ci sarà più…

“Oi scemo, la Somatoline non scioglie i problemi, li appallottola. Il tuo sentirti buono e bello non scioglie i tuoi peccati… vedrai che prima o poi i conti non tornano!”

…Che si fa? Caro prof. Rocco, mi hai buttato in questo pasticcio fatto di grasso e ora ti chiamo e mi aiuti ad uscirne!

E il prof.Rocco al telefono mi dice:

“Pietro, solo una cosa può sciogliere il grasso appallottolato sulla coscienza: il Preziosissimo Sangue di Cristo che è stato versato per te sulla Croce.

Vuoi immergerti in questo fiume ricostituente, rigenerante e – dal punto di vista spirituale – veramente dimagrante? Semplice! Vatti a confessare!

Quando su di te scende il perdono di Dio, allora il giudicillo spietato non ha più nulla da chiederti e la pallottola di grasso scompare!

Ma prima di salutarti voglio dirti una cosa scientifica: guarda che la tua pallottola di grasso spirituale non svanisce nel nulla, poiché questo è logicamente impossibile! Niente svanisce nel nulla!

Se oggi vai a confessarti e ne sei liberato… è perché quella pallottola di morte se la becca un altro al posto tuo. Ed è lui che paga il tuo debito a quel diavolo di accusatore. E sai chi è questo che si mette al tuo posto e si becca la pallottola?”

“Chi?” rispondo io.

E Rocco, prima di chiudere la telefonata, mi risponde: “Gesù!”.

 

E allora la mia lode salga a Te, Gesù…che ti fai carico dei miei peccati…e mi fai più bello fuori e dentro!!!

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Grazie,

Pietro e Filomena

Sposi re e regina. 3) Avevi fame e ti ho sfamato.

Proseguiamo con l’introduzione alla dimensione regale del matrimonio. Gesù ci insegna che regnare significa servire. Gesù non è venuto per essere servito, ma per servire. Servire Dio è regnare. Lo dicevano già i padri della Chiesa. Come si serve Dio? Servendo i fratelli, servendo i poveri e i piccoli. Servendo il prossimo. Servendo il più prossimo di tutti:il nostro sposo o la nostra sposa. Noi sposi non ci sposiamo per essere serviti, ma per servire. Non ci sposiamo per prendere dall’altro/a ma per donarci all’altro/a. Non ci sposiamo per essere felici, ma per rendere felice l’altro e da questa consapevolezza trarremo anche la nostra gioia e la nostra pace. Essere re e regina  significa compiere nel nostro matrimonio le opere di misericordia. Significa trasformare il nostro matrimonio nel luogo privilegiato dove amare Dio nell’altro/a:

Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.

Matteo 25, 35-40

 

Non era forse lei affamata? Affamata di tenerezza, di intimità, di essere amata, curata e ascoltata. Tutte le volte che mi sono accorto di questa sua fame e l’ho sfamata, sfamavo Gesù in lei e in noi.

Non era forse lei assetata, come lo siamo tutti? Assetata di senso e di una vita piena. Una vita che non fosse buttata. Insieme abbiamo cercato di costruire una famiglia unita, dove si può trovare un amore che dà senso e che apre alla sua fonte. Un amore che apre a Dio. Solo così si può spegnere la sete.

Quante volte si è sentita forestiera. Incompresa. Quasi parlasse una lingua straniera. Quante volte l’ho vista tornare a casa abbattuta e scoraggiata. Quante volte ho sentito le stesse storie, le stesse lamentele. La tentazione da parte mia è sempre quella di interromperla o di far solo finta di ascoltarla. Tanto dice sempre le stesse cose. Ma lei ha bisogno di dire quelle cose e di essere ascoltata e compresa. Ha bisogno di condividere e di trovare compassione e sostegno. Ha bisogno di sapere che almeno io desidero ascoltarla.

Quando l’ho rivestita? Non è facile rispondere a questa domanda. L’ho rivestita di meraviglia. Qualche volta, anzi spero più di qualche volta, sono riuscito a ritornarle attraverso il mio sguardo la sua bellezza, la sua unicità, la sua femminilità. Uno sguardo che non passa con gli anni, ma al contrario si rinforza. Uno sguardo fatto di desiderio, di riconoscenza e di meraviglia per l’appunto. L’ho rivestita del mio sguardo.

Malata e carcerata. Chi non è malato e carcerato? Chi non ha ferite e fragilità che rendono difficile una relazione. Chi non ha i pesi e i lacci che imprigionano e non permettono di aprirsi all’altro. Sofferenze, esperienze, pregiudizi e il peccato che abita la nostra esistenza rischiano di impedire l’apertura a un amore vero. Solo una relazione libera e dove si trova nella persona amata un sostegno, e non un giudice sempre pronto a rinfacciare ed evidenziare errori e imperfezioni, può aiutarci a guarire le ferite e a rompere le sbarre della prigione in cui noi stessi ci siamo rinchiusi.

Essere re e regina per noi sposi è essenzialmente questo. Una strada semplice da comprendere, ma non facile da realizzare.

Antonio e Luisa

Articoli precedenti della serie Sposi re e regina

Introduzione  Gesù ci rende liberi e degni

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Mi han tolto il mantello: la nostra testimonianza

Mi han trovato le guardie che perlustrano la città;
mi han percosso, mi hanno ferito,
mi han tolto il mantello
le guardie delle mura.
Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme,
se trovate il mio diletto,
che cosa gli racconterete?
Che sono malata d’amore!

Noi abbiamo avuto, a differenza di molti, la possibilità di iniziare il matrimonio con una preparazione solida; entrambi avevamo alle spalle un lungo fidanzamento finito, che ci aveva fatto maturare, entrambi avevamo fatto chiarezza sul fatto che intimamente desideravamo una storia d’amore per tutta la vita, inoltre innamorati persi come eravamo l’uno dell’altra, avevamo capito che volevamo fare il grande passo. A tutto ciò aggiungiamo l’aiuto di padre Raimondo Bardelli, una persona con un’incredibile preparazione e vastissima esperienza, che bilanciando un’indomita volontà e una delicatezza amorevole, seppe mettere in luce le nostre debolezze nascoste e ci permise di confrontarci profondamente su tutto, ma proprio tutto ciò che deve esser chiaro prima del matrimonio, ogni aspetto.

In pratica, facendo il parallelo con il capitolo del cantico, assoldammo molte guardie, ben addestrate e dotate delle armi migliori, il nostro matrimonio, costruito come una fortezza inespugnabile, splendida e luminosa, era in grado di farci sentire sicuri e sereni, non si poteva immaginare che qualcosa potesse minacciarlo.

Forti di questa sicurezza iniziammo la nostra vita insieme con la fresca gioia degli sposini e incontrammo i primi ostacoli solo dopo un paio di anni, cercando di diventare genitori. La nostra prima figlia arrivò dopo molto tempo e nell’attesa fummo messi alla prova. Il fatto che non arrivavano figli semplicemente quando lo si desiderava ci feriva, ci scoprimmo un po’ meno sicuri già in quel momento, ma la conferma del test di gravidanza fu un momento liberatorio, su di noi tornava a splendere il sole e vivemmo la nascita e i primi mesi come ogni coppia: travolti dalla gioia, allarmati di tutto e perennemente assonnati.

L’arrivo del secondo, dopo due anni, ci trovava già più preparati, non avevamo tutte le ansie dei genitori senza esperienza, ma dovevamo gestire la casa, il lavoro, il neonato e far da guida all’altra permettendole di affrontare la sua prima rivoluzione diventando sorella; insomma, gli impegni crescevano e noi facevamo molta fatica (avevamo scoperto un nuovo livello di “perennemente assonnati”) ma la fortezza del nostro matrimonio, nonostante tutto continuava ad essere fieramente solida e, grazie all’arrivo dei figli, ancor più ricca.

Fu l’anno successivo che arrivò la tempesta, quando Valeria, dando concretezza a quelle che per settimane erano stati solo suggerimenti e battute casuali, mi disse di volere un altro figlio, disse che era un desiderio ardente nel suo cuore ma che non poteva realizzarlo se anch’io non provavo lo stesso identico desiderio. La mia risposta fu che avevamo stabilito di avere almeno due figli e ci si era arrivati, che le difficoltà erano molte, che non ero certo di farcela economicamente e altre scuse del genere, in pratica che non avevo lo stesso desiderio. Questo fu il momento in cui si consumò la frattura tra di noi: lei vide trasformarsi il suo sposo in un uno sconosciuto che le mostrava indifferenza, si sentiva tradita dalla persona che fino ad allora l’aveva amata più di ogni altra perché io avevo ucciso quell’ardente desiderio di avere un altro bambino, l’avevo pugnalata al cuore.

Così a causa di quella ferita che le era arrivata tanto in profondità, il suo cuore ferito reagì e come strategia di sopravvivenza si chiuse diventando freddo, molto freddo. Lei cambiò così tanto che non la riconoscevo più, così come io ero cambiato per lei, lei lo era per me e anch’io vidi lei trasformarsi in una sconosciuta.

Ci trovammo all’improvviso fuori dalla fortezza, soli e disorientati, scoprimmo molto dolorosamente quanto ci mancasse ogni gesto d’affetto, imparammo che anche il più semplice e banale “ciao” detto nella fretta quotidiana, se chi lo dice ti ama, è un tesoro. Noi non avevamo più neanche quello, eravamo mendicanti, continuavamo la vita di tutti giorni nascondendo tutto ai bambini e questo ci feriva ancor di più perché i gesti affettuosi verso i figli erano in bella mostra davanti ai nostri cuori assetati. Le guardie stavano facendo il loro lavoro.

L’aiuto arrivò all’improvviso e dall’alto, quando una sera Valeria chiese agli amici del gruppo di Rinnovamento di pregare su di lei per tutta questa situazione angosciosa che ormai ci tormentava da settimane. Uno dei fratelli lesse un passo tratto dal Vangelo di Matteo “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me” e qui non esagero se dico che in lei avvenne un miracolo: ispirata da queste parole di Gesù capì, anzi ricordò che se vuoi veramente essere seguace del Cristo il suo amore per lui deve essere più grande di ogni altro, anche dell’ardente desiderio di avere un figlio e non solo capì questo, ma ricordò che Dio ha creato per gli sposi una via riservata ed esclusiva per realizzare questo amore: farsi amare attraverso il coniuge! Quindi in quel momento specialissimo donato a lei (e a me) Valeria visse un vero rinnovamento nello Spirito e sanata dal soccorso divino della Grazia sacramentale rinacque come sposa e il suo cuore si riaccese d’amore.

Quando tornò a casa mi bastò sentire il saluto per capire, quel semplice, banale ma benedettissimo “ciao” che detto così mi sembrò un coro angelico, così corsi ai suoi occhi dove trovai la più dolce conferma, ci abbracciammo stretti piangendo e dicendoci “Ti amo!” come meglio non si può dire. Quella notte ci addormentammo con una profonda pace nel cuore, un nuovo dono che arricchiva ancor di più il nostro matrimonio.

Successivamente la nostra vita è proseguita incontrando molti altri ostacoli, come tutti abbiamo avuto periodi sereni e felici alternati a momenti di angoscia e difficoltà, ma non siamo più stati così lontani tra di noi. Il Signore ci ha sempre amati e condotti ad amarlo attraverso il nostro coniuge in ogni momento, buono o cattivo, anzi, è stato nei momenti peggiori che ci siamo stretti ancor di più l’uno all’altra.

Ah! Dimenticavo: la nuova effusione d’amore di quel momento era troppo forte perché prima o poi non desse nuovi frutti, così dopo un po’ è arrivata un’altra piccola ospite, un’altra volta ci era stato fatto dono di una vita da custodire e poco importò che dovessimo tornare al “perennemente assonnati”, la nostra fortezza era solida, splendida e una volta ancora più ricca di gioia.

Ranieri e Valeria

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Padre nostro: la preghiera della coppia!

Padre nostro. Non inizia con Padre mio, ma con nostro. Il “Padre nostro” è una preghiera comunitaria è la Preghiera della coppia. Come coppia ci rivolgiamo al Padre, dicendo nostro, lo sentiamo di entrambi, percepiamo che non può esistere un Dio se questo Dio non diventa relazione, incontro con l’altro.

Che sei nei cieli. Dopo aver invocato il nostro Dio, il nostro Padre, ci ricordiamo del cielo, del Paradiso. Il matrimonio, ancor più di altre vocazioni, è fatta delle preoccupazioni della Terra: il lavoro e l’economia della casa, l’educazione dei figli, ecc. C’è il rischio che le tante preoccupazioni possano assorbire la coppia, così dimenticando che il fine ultimo non è questa Terra, ma la patria celeste. Gli sposi devono avere i piedi ben piantati in Terra (perché a volte c’è il rischio di uno spiritualismo fine a se stesso), ma lo sguardo verso il cielo.

Sia santificato il tuo nome. Santificare il nome del Padre, santificare significa ringraziare, rendere lode a Dio per le meraviglie che realizza nella nostra vita di coppia. La vita quotidiana degli sposi, rischia tante volte di diventare abitudinaria, non rendendoci più conto che se mangiamo tutti i giorni, abbiamo un lavoro, la salute, dei figli, l’amore non è merito della nostra miseria, ma merito della grazia sovrabbondante del Padre.

Venga il tuo regno. Una volta che il nostro cuore si è allargato con la lode a Dio, ecco che possiamo iniziare a chiedere. E cosa chiediamo? Il Suo regno! Ma qual è il regno del Padre nella famiglia? Sul regno di Dio si possono dire tante cose, ma abbiamo mai pensato quale regno Dio ha scelto per il suo figlio, all’inizio della Sua vita su questa Terra? Il Regno di Dio era l’umile e accogliente casa di Nazareth. E’ in quel regno fatto di amore, silenzio, preghiera, affidamento, accoglienza e lavoro quotidiano, che Gesù ha vissuto trent’anni della sua vita. Immaginate che Dio pazzo, ha affidato tutta la salvezza del mondo nel regno più fragile che possa esistere. Ma forse non era pazzo, ma cosciente che la sua potenza creatrice e salvatrice si sarebbe realizzata solo e solamente tramite una coppia di sposi. Questo ci deve convincere di quale potenza Dio ha rivestito la famiglia cristiana, ma a volte non ci accorgiamo di questa grande missione, perché vediamo il “Regno di Dio” sempre al di fuori, aldilà della nostra vita di coppia, della nostra vita familiare.

Sia fatta la tua volontà, come in Cielo così in Terra. La seconda richiesta è che si realizzi la volontà del Padre. La stessa volontà, che muove le schiere celesti, si realizza anche sulla Terra (come in cielo, così allo stesso modo accade in Terra). Una coppia di sposi, ricolma di fede, è una macchina da guerra contro le potenze del male, avendo una potenza profetica, guaritrice ed esorcistica che neanche immaginiamo. E’ in essa che si è rivelata la prima volontà creatrice del Padre. Ai nostri progenitori Dio ha affidato tutte le potenza della natura. Nella nostra natura decaduta questo non lo vediamo, ma attraverso la preghiera del “Padre Nostro”, noi chiediamo di essere rivestiti di questa potenza divina.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano. La terza richiesta è quella del pane, che materialmente è anche il pane che ci serve per vivere ogni giorno (le necessità materiali della vita), ma sostanzialmente è l’Eucarestia. Una coppia di sposi che riesce giornalmente a nutrirsi del corpo di Cristo, lega la propria vita indissolubilmente a Dio. Attraverso quel pane di vita, siamo in grado di supplire a tutte le nostre miserie, a tutte le nostre incomprensioni, a tutte le mancanze di amore, di perdono. Se manca il nutrimento materiale il corpo muore, se manca il nutrimento spirituale, muore lo spirito. Ma se muore lo spirito, muore la vita di coppia. Tante volte si sente parlare dai cattolici del sacramento del matrimonio, come una magia che cambia tutto… dopo il matrimonio possiamo star tranquilli, tanto poi ci pensa Dio. Questo è uno dei motivi del perché tanti matrimoni, anche di cattolici che credono fermamente nel rito del matrimonio, vanno a rotoli, e il Paradiso terrestre si trasforma nell’Inferno. Il primato della Grazia è indiscutibile, ma la Grazia nulla può davanti alla nostra libera volontà di metterci nei guai. Se non nutriamo il sacramento del matrimonio, con il nostro impegno giornaliero a seguire Gesù, anche il matrimonio cristiano fallisce. Come diceva S.Ignazio: «Agisci come se tutto dipendesse da te, sapendo poi che in realtà tutto dipende da Dio»

Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori. La quarta richiesta è il perdono. La preghiera si svolge sempre al plurale “rimetti a noi”. Rimetti i debiti che abbiamo contratto, sia tra noi coppia, sia tra noi e gli altri, sia anche tra noi e Dio. Non possiamo pensare di metterci davanti a Dio se non chiediamo il suo perdono, se non chiediamo di guarire le nostre mancanze. Mancare anche solamente un giorno a questa disposizione, accumula sporcizia, è come lo scarico di un lavandino, solamente quando poi si affoga, capiamo che cosa ci abbiamo buttato dentro per mesi o anni. Perdono che però diventa possibile solamente quando anche noi siamo disposti a perdonare le mancanze del nostro/a sposo/a e come coppia a perdonare le mancanze dei nostri fratelli. Questo diventa un esercizio quotidiano: ogni sera, prima di andare a dormire, mettiamoci davanti a Dio come coppia ed elenchiamo quelle che per noi sono state mancanze di amore e di incomprensione reciproca, perdoniamo e chiediamo di perdonarle/guarirle a Dio. Allo stesso modo se ci sono stati dei fatti o persone che ci hanno fatto del male e che ci turbano particolarmente il cuore, preghiamo perché Dio possa a sua volta perdonare, guarire e porre rimedio.

Non lasciarci indurre in tentazione. Infine chiediamo di non lasciarci nella tentazione. Con la tentazione dovremo fare i conti tutti i giorni, fino alla fine della nostra vita. Le tentazioni della vita di coppia sono tante, con questa richiesta noi chiediamo che si rinnovi la grazia del sacramento del matrimonio, chiediamo a Dio di non lasciarci nelle tentazioni della vita, ma di farsi prossimo per sostenerci nella battaglia.

Ma liberaci dal male. Liberaci da ogni male, e qui possiamo pregare in modo particolare se sentiamo che c’è un male che sta soffocando la nostra relazione, la nostra famiglia, le nostre relazioni con gli altri. E’ una vera e propria richiesta di esorcismo.