Siamo arrivati a pochi giorni dalla Pasqua, dentro la settimana più importante per noi cristiani. La Settimana Santa non è solo memoria: è il cuore della nostra fede, il punto da cui tutto parte e verso cui tutto ritorna, perché, diciamocelo con sincerità, se Gesù non fosse morto e risorto per noi, molte delle cose che viviamo, anche nel nostro matrimonio cristiano, perderebbero il loro senso più profondo. Saremmo forse solo “brave persone”, magari anche generose, ma senza quella speranza che cambia tutto, la vittoria sulla morte.
Invece la verità è un’altra: tutti noi, prima o poi, dobbiamo fare i conti con la morte, ma noi cristiani lo facciamo con uno sguardo diverso, lo facciamo alla luce della resurrezione, con lo sguardo rivolto al Paradiso. In questa settimana, ogni gesto di Gesù è carico di significato, nulla è lasciato al caso, non c’è improvvisazione.
Dall’ultima Cena, con quella sconvolgente lavanda dei piedi e l’ultimo tentativo di salvare Giuda, fino alla cattura, il processo, il cammino verso il Calvario, la crocifissione. Gesù segue un “copione”, ma non nel senso freddo del termine: è il disegno d’amore del Padre, che Lui accoglie e vive fino in fondo, fino al “Tutto è compiuto”.
Anche la trasfigurazione sul monte Tabor, quando Gesù parla con Mosè ed Elia, non è solo un momento di gloria, è come se stesse “ripassando” ciò che sarebbe accaduto, punto per punto, perché alla morte (soprattutto a una morte così), non si può arrivare impreparati. E questo vale anche per noi, anche per la nostra vita di sposi, non possiamo permetterci di aspettare passivamente. Nel Vangelo di Giovanni leggiamo questa frase un po’ misteriosa: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono” (Gv 8,28). Per “innalzare” Gesù intende la crocifissione.
“Io Sono” allude proprio al nome che Dio ha rivelato a Mosè in Esodo 3,14: Dio disse a Mosè: “Io sono colui che sono!”. E aggiunse: “Così dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi”. Per tanto tempo ho interpretato queste parole pensando semplicemente a ciò che Gesù compie sulla croce come Figlio di Dio, ma un mio caro amico, Padre Lorenzo, un cappuccino esperto di lingue antiche e moderne, mi ha aperto uno sguardo nuovo. Mi ha parlato del Titulus Crucis, cioè di quella tavoletta posta sopra la croce.
Si trattava di un’iscrizione voluta da Pilato, secondo il diritto romano, per indicare la colpa del condannato: “Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum”, Gesù Nazareno re dei giudei. La conosciamo bene come acronimo, I.N.R.I., riportata nella maggior parte dei crocefissi; era scritta in tre lingue, ebraico, greco e latino.
Ma la cosa affascinante riguarda proprio la versione ebraica: pare che la traduzione ebraica della frase “Gesù Nazareno re dei giudei” fosse composta da quattro parole le cui iniziali, lette da destra verso sinistra, formavano il tetragramma sacro YHWH, cioè il nome di Dio, il nome impronunciabile, “Io Sono”, che veniva sostituito con Adonai (Signore). Se questa interpretazione fosse vera (sappiamo bene che non possiamo averne certezza assoluta), ci troveremmo davanti a qualcosa di sconvolgente. Sarebbe come vedere Gesù in croce con sopra scritto “Dio”.
Per gli ebrei che si trovavano lì intorno deve essere stato scioccante vedere una scritta del genere su una croce che sosteneva Chi da sempre diceva di essere Dio. Questo aiuterebbe a comprendere anche un altro dettaglio del vangelo: i capi dei sacerdoti chiedono a Pilato di cambiare la scritta, di correggerla: “Non scrivere Il re dei giudei”, ma Egli ha detto: Io sono il re dei giudei”. Ma Pilato risponde in modo secco, quasi infastidito: “Quello che ho scritto, ho scritto”, come se, senza saperlo fino in fondo, avesse proclamato una verità più grande di lui.
Quindi, molto probabilmente, il motivo per cui i sacerdoti chiesero a Pilato di modificare l’iscrizione è stato proprio l’essersi accorti che il titulus crucis conteneva un’altra prova schiacciante su chi era realmente Gesù e questa è anche la testimonianza che la vera identità di Gesù come Dio si mostra pienamente e chiaramente proprio sulla croce. E’ incredibile come tutti i dettagli siano stati preparati con cura, Gesù non è arrivato impreparato alla croce.
E noi? Non possiamo vivere il matrimonio, la fede e la vita improvvisando, abbiamo bisogno di prepararci, di formarci, di pregare, di restare uniti a Cristo, perché quando arriveranno le nostre “croci”, sarà proprio lì che potremo scoprire chi è davvero Gesù. E forse, anche noi, guardando la nostra vita segnata dalla prova, potremo dire: “Adesso so chi sei. Tu sei l’Io Sono. Tu sei Dio e sei con me”.
Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)
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