Attenti a non scivolare

E’ inutile negarlo: sposarsi in Chiesa non mette al sicuro da un fallimento nella relazione matrimoniale. Quante separazioni e quanti divorzi anche tra chi ha scelto il sacramento piuttosto che un matrimonio civile o una convivenza. Ci sarebbero milioni di cose da dire sulla consapevolezza che tanti sposi hanno maturato al momento delle nozze, ma non è questo il centro del mio articolo di oggi. Oggi voglio trattare delle cause che si innescano nella relazione e che se individuate per tempo possono evitare una rottura definitiva tra i due sposi. Sarebbe bello che il giorno del nostro matrimonio si concludesse la cerimonia come nei film della Disney ma non funziona così. E vissero felici e contenti è una missione che dobbiamo cercare di perseguire ogni giorno con il nostro impegno e con tutta la nostra volontà.

1 Pigrizia

Era un problema più del passato che di oggi, ma ancora adesso è una mentalità che si può insinuare nell’atteggimento dei due sposi. Quando si era fidanzati si faceva di tutto per far piacere all’altro. Si usciva quando si era stanchi, si andava a teatro o a fare shopping. Si andava a fare al tifo alla sua partita di calcetto. Si faceva di tutto per compiacere l’altro. Dopo il matrimonio piano piano si smette di farlo. La relazione e l’altro vengono dati per scontati, ormai ci sono e sono nostri. Magari ci si trascura anche nell’aspetto e nel corpo. Ecco questi atteggiamenti sono sbagliatissimi. Certo nel matrimonio ci sono molte più responsabilità, più impegni, spesso ci sono i figli, ma tutto questo non può essere una giustificazione alla nostra pigrizia! Mai dare la persona amata per scontata. Non ci appartiene mai! Dobbiamo impegnarci ad essere sempre amabili, cioè ad essere attraenti! Non significa che l’altro non ci ami comunque ma non è detto che lo faccia. L’amore gratuito e incondizionato fa parte del matrimonio ma può essere un obiettivo da raggiungere e non un dato acquisito subito.

2 Egoismo

L’egoismo fa un po’ parte di noi. C’è la tendenza, anche e soprattutto nelle relazioni affettive, a mettere al centro di tutto noi stessi e i nostri bisogni e desideri. Il matrimonio per funzionare deve educarci a smussare questo egocentrismo e a spingerci ad aprirci sempre di più verso l’altro e verso i suoi bisogni. Solo così il matrimonio può funzionare. Anche l’innamoramento, se ci pensiamo, non è sempre amore. L’innamoramento in realtà è molto egoista. Al centro dell’innamoramento non c’è l’altro ma ciò che l’altro ci fa provare. Il centro siamo noi. Nel matrimonio serve l’amore cioè l’impegno a donarci completamente per il bene dell’altro. Tutta un’altra cosa!

3 Corte continua

Di soliro questo problema va a braccetto con la pigrizia. La nostra relazione è come giardino e solo se lo coltiveremo giorno dopo giorno non ci troveremo nel deserto relazionale e potremo davvero fare esperienza del paradiso, certo con tutti i limiti della nostra condizione umana, imperfetta e mortale ma è comunque un’esperienza meravigliosa che vale molto più della fatica che costa perchè è arricchita della Grazia di Dio. Quindi prendiamoci cura della nostra relazione con piccoli gesti, ma quotidiani. Tenerezza, attenzione, ascolto. Basta poco: una telefonata, un sorriso, uno sguardo, un abbraccio, un bacio, un incoraggiamento, un complimento, ecc. ecc. Potrei proseguire per ore. Sono tutti mattoncini che saldano la nostra relazione.

4 I figli

I figli sono pezzi di cuore, come si dice a Napoli, ma sono anche un grande pericolo per la coppia. Se non si presta attenzione possono diventare totalizzanti, possono occupare tutti i nostri pensieri e richiedere tutte le nostre energie. Smettere di essere sposi per fare solo i genitori è l’errore più grande che possiamo fare. Prendetevi dosi di noi. Non sentitevi in colpa. Lo fate per voi, ma anche per i vostri figli. Ci sono tanti modi. Uscite a cena, fate una passeggiata, restate in casa, ma cacciate i figli dai nonni. E poi parlate. Ma parlate davvero. Parlate di ciò che avete nel cuore. Vietato parlare dei figli o degli impegni. Parlate di ciò che siete. Parlate del vostro amore, della vostra relazione, delle vostre difficoltà e anche della vostra bellezza. Questo dialogo d’amore è meraviglioso. Rigenera, rivitalizza, salda l’unione e i cuori. Spesso è preludio ad una intimità fisica autentica, vero dono dell’uno per l’altra. Un’esperienza che donerà doni e frutti incredibili nei giorni a venire. Donerà pace, pazienza, unità, intimità e tanto altro. Degli amici hanno un modo tutto loro di farlo. Un giorno al mese, quello del loro matrimonio, organizzano una cenetta a lume di candela, in casa. La cosa bella è che i figli, adesso un po’ cresciuti, li aiutano. Preparano la tavola con le candele e i fiori e poi felici vanno a letto presto. Sanno che quella è la sera dei loro genitori. Dove i loro genitori si ritrovano per dirsi quanto si vogliono bene e quanto siano grati per quanto si sono donati vicendevolmente. I figli si nutrono di quell’amore. Ne hanno bisogno tantissimo.

5 Dialogo

Il dialogo è fondamentale per tenere in vita una relazione e renderla sempre più bella e rigogliosa. L’amore di amicizia tra gli sposi non è meno importante dell’eros o del servizio. Senza l’amicizia anche l’eros e l’agape diventano espressioni d’amore difficili e non desiderate. Se non c’è intimità del cuore fatta di dialogo profondo dove noi sposi apriamo il nostro cuore all’altro/a, dove raccontiamo le nostre fatiche, le nostre gioie, i nostri dolori, le nostre paure, insomma tutto quello che abbiamo nel cuore, presto o tardi, smetteremo di desiderarci e di cercarci anche fisicamente. Come in un circolo vizioso che ci porta sempre più lontani l’uno dall’altra. Invece è importante trovare tempo ogni giorno per parlare almeno un po’ di noi tra noi. Io e Luisa cerchiamo di trovare sempre tempo per parlare. Ce lo cerchiamo perchè lo riteniamo una priorità.

Antonio e Luisa

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Un corso sorprendente

Barbara ed io siamo da poco tornati da Angolo Terme in provincia di Brescia. Abbiamo partecipato ad un week end davvero sorprendente. Un corso rivolto alle coppie cristiane ma dove non si è soltanto pregato ma si è affrontata la relazione a 360 gradi, anche dal punto di vista sessuale. Per me è stata una scoperta di tante cose che non conoscevo. Dialogo e sesso sono due dei temi che in assoluto creano più difficoltà agli sposi. Per questo è’ stata una grande benedizione partecipare al week end “Come sigillo sul cuore” organizzato da Intercomunione delle famiglie, dove Barbara ed io abbiamo appreso tanto dell’essere sposi. Ci siamo messi a nudo nelle nostre difficoltà matrimoniali, e abbiamo pregato mettendo tutte le nostre difficoltà nelle mani di Dio, in particolare durante una adorazione guidata molto intensa.

Come dicevo il dialogo è uno dei punti che spesso manca, perché presi dai fatti della vita, dalle dinamiche della famiglia, si trova il tempo per tutto tranne che per parlare con il proprio coniuge. Un marito, la sera del sabato, durante il momento di condivisione tra noi uomini, ha raccontato che la moglie lo voleva lasciare perché lui a parte il lavoro non aveva mai tempo per lei e lei invece cercava il dialogo. La sua risposta è stata immediata: partecipare al week end, pubblicizzato sui social e dal blog matrimoniocristiano, per seminare una rinascita nel dialogo. E’ incredibile come tutti abbiamo gli stessi problemi di dialogo, sia gli sposi novelli, sia gli sposi di lunga data. Naturalmente anche mia moglie ed io abbiamo problemi di dialogo, non si riesce mai a trovare il tempo per stare insieme e parlare solo di noi.

Noi siamo due missionari non abbiamo figli naturali, ma occuparsi di una comunità che accoglie 600 persone in difficoltà, ti riempie il tempo e la sera arrivi sfatto e non riesci nemmeno ad alzare un braccio. Ma il problema è di tutti, chi ha figli ha le stesse dinamiche, non riesce a ritagliarsi il tempo per il dialogo e devo dire che, sapere che tutti abbiamo lo stesso problema è confortante, non ti senti solo. Ancora più bello è stato sapere dai nostri “educatori” di Intercomunione che si possono trovare tante soluzioni per stare insieme, anche solo buttare la spazzatura insieme e attardarsi quei dieci minuti e parlare con l’altro. Organizzarsi con i familiari (genitori e fratelli o sorelle) o un baby sitter per farsi tenere i figli e quindi prendersi uno o più giorni per stare insieme come sposi. Il consiglio è di trovare almeno uno spazio settimanale dove abitare la coppia. Anche noi, abbiamo difficoltà a lasciare la missione, specie mia moglie, che ha tutti impegni fissi con la spesa delle persone in difficoltà, ma bisogna staccare e farsi sostituire per seminare nel nostro rapporto sponsale. Bata capire che è importante ed organizzarsi. Qui la parola di Dio ci viene in aiuto: Genesi 2,3 “Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò, perché in esso Dio si riposò da tutta l’opera che aveva creata e fatta.” Il nostro riposo deve essere il dialogo, l’amore, il custodire la bellezza e la forza di essere sposi cristiani.
Ci è stato detto che bisogna ogni giorno serbare il nostro rapporto con gesti di tenerezza, corteggiando il proprio sposo o sposa, avendo cura del proprio aspetto per donarsi al proprio coniuge. Quindi dobbiamo imparare che, come mettiamo tanto impegno in tutte le cose che facciamo, dobbiamo sforzarci nel volere bene al nostro sposo/a con gesti quotidiani concreti. Il matrimonio va curato, il nostro sposo/a in Cristo è la persona che abbiamo scelto per la vita e quindi ogni giorno va coltivato.  Altra cosa che dobbiamo capire è che siamo molto diversi e che le nostre diversità vanno accolte, con l’aiuto determinante della preghiera quotidiana, le opere di carità e anche dal digiuno; la fede in Cristo deve essere la nostra roccia e la nostra misericordia. Sono stati tanti i temi snocciolati, ma altro nodo è stato l’amore tra coniugi, si è analizzato come sia importante il corteggiamento e la tenerezza. I preliminari, in particolare per le donne ma non solo, sono fondamentali. E’ strano dirlo ma non è scontato. Tra noi uomini sì è notato quanti danni fa la pornografia, che ti insegna tante dinamiche sessuali fasulle. La pornografia inquina la vista, i comportamenti, Distrugge la tenerezza che è fondamentale per entrare in sinergia con la propria moglie e per arrivare piano piano al rapporto completo. 

Anche qui, durante la condivisione, ho raccontato che da ragazzo mi sono educato sessualmente con i giornaletti pornografici, e come me tanti. Adesso, è addirittura più facile con i siti porno ovunque facilmente raggiungibili. La pornografia diventa un rifugio dai momenti di crisi, quasi come una finestra di libertà. In realtà di libertà non ce n’è nei siti pornografici, ma sono una vera e propria gabbia che ti diseduca ad incontrati con tua moglie, basando il rapporto solo su un amplesso sempre più distaccato e aggressivo. Ho capito che ogni volta che ci colleghiamo ad un sito porno ci allontaniamo da nostra moglie, distruggendo la nostra originaria idea di amore consegnateci da Dio, che rispetta i tempi femminili e ci chiede comunione e non trasgressione.

Uno dell’equipe ha raccontato come sulla spiaggia, durante le vacanze concluse da poco, avesse incontrato tante ragazze giovani (che potevano essere sue figlie) in tanga che lo attiravano sessualmente. Ciò gli ha inquinato lo sguardo, non riusciva più a vedere e desiderare la moglie come prima. Moglie che non poteva competere con quei corpi perfetti. E’ stata questione di poco tempo poi si è riappropriato di uno sguardo capace di scorgere la bellezza della moglie che non è solo un corpo ma una persona fatta di tanto altro. Ho capito che il cambiamento deve partire da noi sposi cristiani

Riccardo Rossi

“Gli sposi vivranno della loro fede”

Cari sposi,

che bello pensare se San Paolo avesse indirizzato l’odierna Epistola proprio a voi al posto del suo figlio spirituale Timoteo! Se mai fosse stato così, allora il celebre passaggio diventerebbe: “Figli miei, ricordatevi di ravvivare il dono di Dio che è in voi mediante la benedizione delle mie mani”. Ravvivare la grazia del dono del sacramento nuziale non si esaurisce solo nel ricordarsi ogni anno la data del matrimonio, o baciarsi gli anelli a vicenda tutte le sere, o tenersi teneramente per mano quando si cammina per strada… tutte cose belle ed encomiabili, che sicuramente vi aiutano. Vorrei mettere in luce un altro aspetto sotteso a tutte le letture di oggi e che vi appartiene, sicuro che vi può donare un nuovo slancio.

Dice Papa Francesco giustamente che il dono del sacramento, la grazia nuziale, “non è una «cosa» o una «forza», perché in realtà Cristo stesso «viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio” (Amoris Laetitia 73). Quando pensiamo a un dono subito la mente va a un bel pacco regalo, con nastri e fiocchi dorati. Ma il dono nuziale consiste piuttosto, come appena visto, in una relazione speciale, un legame distinto e “superiore” con Cristo, un nuovo rapporto a tu per tu con una Persona Vivente. Tale rapporto con Gesù per voi sposi è definito dal Magistero come distinto e “superiore” al Battesimo perché non siete già solo figli amati ma ora, oltre a ciò, siete rivestiti anche di un’ulteriore capacità di amare e di amarvi. Non più un solo dono personale, quale il Battesimo, la Cresima, l’Ordine, ma un bene condiviso che vi lancia verso una particolare capacità di donarvi.

Perché è così? Perché la grazia del matrimonio è una specificazione del Battesimo – “il sacramento del matrimonio riprende e specifica la grazia santificante del battesimo” (Familiaris Consortio 56), cioè è un continuare a crescere e progredire nel dono di essere diventati figli nel Figlio. Gli apostoli nel Vangelo di oggi sentono il forte bisogno di venire fortificati e accresciuti nella loro fede vedendo l’esempio di Gesù e la missione che Lui stava deponendo nelle loro povere e fragili mani. Ugualmente voi, quando un giorno vi siete innamorati e avete capito che nella vostra storia vi era un Disegno più grande di voi stessi, avete appunto bisogno di crescere continuamente nella fede che il matrimonio vi colloca nel cuore del Progetto di Dio di rendere manifesto il Suo Amore nel mondo, ben oltre l’avere figli e stare assieme.

Detto questo, bisogna ricordare che ciò vale da parte di Dio, è quello che Lui fa per voi, è la dimensione discendente da Lui a voi. Ciò nonostante, il dono non schiaccia nessuno di voi, non obbliga ad alcun comportamento, non priva minimamente la vostra libertà. Piuttosto vi mette nelle condizioni ottimali di corrispondere e tocca a voi riappropriarvi del dono, vivendo in stretto contatto con Gesù Sposo. È qui ci aiuta il finale della prima lettura del profeta Gioele: “il giusto vivrà della fede”. Per voi sposi si declina proprio come lo stare in relazione profonda con Cristo e per ravvivare così ogni giorno il dono ricevuto. Cari sposi, per la grazia ricevuta, siete in una tale relazione esperienziale con Cristo che, se lo volete e Glielo permettete, potete davvero vivere con lo Sposo ogni giorno, ravvivando e maturando il dono di un amore che Lui vi ha fatto.

ANTONIO E LUISA

Noi vorremmo soffermarci invece sulle parole servi inutili. Inutile, senza utile, gratuito. Tutto ciò che facciamo deve essere gesto d’amore gratuito senza pretendere nulla in cambio. Solo così quel servizio sarà donato e appagante per noi. Fare per dovere o per forza costa molta più fatica, perchè non ci riempie il cuore e non è vissuto come dono, ma come obbligo. Il dono nutre il rapporto d’amore e la relazione con l’altro o con i figli. L’obbligo, invece, distrugge il rapporto. Il dono è bello di per sé, l’obbligo, invece, alimenta pretese e confronti. Solo se ci riconosciamo servi inutili, saremo capaci di essere dono e servizio per la nostra famiglia.

Santa Teresa di Lisieux e la “piccola via”

Cari sposi,

oggi celebriamo la festa di Santa Teresa di Lisieux (1873-1897), la giovane carmelitana francese, divenuta, al pari di San Francesco Saverio, compatrona dei missionari. Parlarne in un articolo di blog è davvero molto complesso data la sua gigantesca statura spirituale ma cercherò di evidenziare alcuni tratti che spero siano di grande luce e profitto per voi coniugi.

Uno dei punti che ha reso Santa Teresina famosa non solo nella Chiesa cattolica ma anche tra i non credenti è senza dubbio la “piccola via” o anche “l’infanzia spirituale”. Teresa era l’ultima di 5 sorelle, entrò in Carmelo prima dell’età consentita per uno speciale privilegio del Papa Leone XIII. Elementi che hanno contribuito a considerare la piccolezza come un elemento distintivo della sua vita. Ma in cosa consiste veramente questa piccolezza che lei ha evidenziato così tante volte? Lasciamo che sia nientemeno che Papa Benedetto a spiegarcelo:

Così si esprime anche nelle ultime righe della Storia di un’anima: «Appena do un’occhiata al Santo Vangelo, subito respiro i profumi della vita di Gesù e so da che parte correre… Non è al primo posto, ma all’ultimo che mi slancio… Sì lo sento, anche se avessi sulla coscienza tutti i peccati che si possono commettere, andrei, con il cuore spezzato dal pentimento, a gettarmi tra le braccia di Gesù, perché so quanto ami il figliol prodigo che ritorna a Lui» (Ms C, 36v-37r). «Fiducia e Amore» sono dunque il punto finale del racconto della sua vita, due parole che come fari hanno illuminato tutto il suo cammino di santità, per poter guidare gli altri sulla stessa sua «piccola via di fiducia e di amore», dell’infanzia spirituale (cf Ms C, 2v-3r; LT 226) (Udienza 6 aprile 2011).

La piccola via è pertanto il sapersi veramente figli amati di Dio e arrivare a vedere il Suo amore a partire dalle più piccole cose di ogni giorno. È stata lei stessa ad affermare che la piccola via non è altro che il vivere santamente la vita quotidiana (cfr. Manoscritto B, 3v).

Che valore ha tutto ciò per voi sposi? Pare a prima vista un tipico modo di vivere la fede solo per chi entra in un monastero e non mette più il naso fuori. Eppure, è l’esatto contrario. Papa Francesco ci ha insegnato che “gli sposi, infatti, in forza del Sacramento, vengono investiti di una vera e propria missione, perché possano rendere visibile, a partire dalle cose semplici, ordinarie, l’amore con cui Cristo ama la sua Chiesa” (Udienza 2 aprile 2014).

È nella vita ordinaria che lo Spirito Santo, il Quale ha consacrato la vostra unione, agisce e fa meraviglie. Non siete chiamati ad allontanarvi dal lavoro, dalle faccende domestiche, dal prendervi cura dei genitori anziani, dall’educare i bambini, ecc. Ma è in essi che passa la vostra via alla santità. Solo grazie allo Spirito Santo, la vostra promessa può trasformarsi in passi semplici e quotidiani per far crescere l’amore. Ecco la vostra “Piccola via”, fatta di gesti e azioni concrete, che diventa una luce e un faro per chi vi vede.


Mi permetto in conclusione di consigliarvi un prezioso strumento spirituale che può farvi entrare ancora di più in questa verità, che Santa Teresina ha così mirabilmente vissuto. Si tratta di un percorso per voi sposi, ideato da Don Renzo Bonetti che appunto si è ispirato alla nostra Santa: “La piccola via degli sposi cristiani” in cui sono presentate in maniera semplice e sintetica le principali verità sul matrimonio in modo che le possiate conoscere, gustare, contemplare e mettere in pratica, sia come singola coppia che come percorso condiviso con altri sposi. Santa Teresa di Lisieux sia la vostra compagna di viaggio su questa strada che porta infallibilmente in Cielo.

padre Luca Frontali

Festività degli Arcangeli

Ieri ricorreva la festività degli Arcangeli e il mio pensiero è andato subito alla giornata precedente in cui si è svolta la riunione dei catechisti della nostra diocesi. Prima riunione per me che con gioia ho risposto alla chiamata estiva del sacerdote che mi ha chiesto la disponibilità ad impegnarmi in questo importante ministero. Ricomincio dal primo anno comunioni, dovrò accompagnare i bambini e le famiglie a passi importanti come la prima confessione e poi la prima comunione.

Ho pensato alla figura degli Arcangeli in quanto il catechista, con il suo mandato, aiuterà i bambini e starà loro accanto nello scoprire la parte più nascosta e vera di loro stessi. Li aiuterà a scoprire quel meraviglioso disegno che Dio ha progettato per ognuno di loro. Buona parte di quei volti, che magari ho già incontrato in Oratorio, diventeranno ancora di più familiari. Veniamo da anni difficili dove i bambini e i ragazzi sono stati spesso davanti ad un PC, anche per seguire il catechismo. Dobbiamo ammettere che non è stato facile e c’è solo da rendere Grazie a Dio se qualcosa è riuscito ad arrivare anche tramite uno schermo.

Quest’anno si ricomincia con una bella novità: abbiamo la gioia di avere tra i tanti catechisti anche una coppia di neo sposi. E’ stato particolarmente importante perché è bello vedere come una giovane coppia abbia deciso di buttarsi e mettersi in gioco, di aprirsi alla vita anche in questo modo. Anche questa è fecondità. Il mandato da catechista è in realtà un duplice mandato, in quanto ci si occupa non solo dei bambini ma dell’intero nucleo familiare. È un vero e proprio mettersi a servizio per la famiglia intera. Spesso avremo davanti nonni, genitori anche con nuovi partner, genitori single, ma tutti con un unico obiettivo: la felicità del proprio figlio. Il desiderio comune di condurre il bambino verso il migliore amico Gesù. Ci sarà naturalmente chi è più disponibile e chi magari è più tiepido rispetto alla fede, ma il bello della semina sta proprio lì. Sarà l’inizio di una scalata in montagna dove si è tutti in cordata e pronti a sostenersi. Per concludere vi lascio la preghiera del Catechista, così, se lo desiderate, potete pregare per tutti noi. Ve ne saremo grati perchè ne abbiamo bisogno.

Grazie Signore per l’immensa fiducia che riponi in noi affidandoci questi fanciulli e questi ragazzi. Tu che ci hai chiamati ad essere i tuoi testimoni donaci la forza di rispondere a questo tuo invito con enorme felicità ma anche con quella umiltà che tuo Figlio ci ha insegnato. Rendici docili all’azione del Tuo Spirito perché possiamo essere veramente in grado di mettere la Tua Parola davanti ad ogni cosa anche ai nostri pensieri e alle nostre convinzioni. Fa’che non viviamo i nostri incontri come un obbligo, un imposizione e un peso rischiando di fare appassire questi splendidi fiori che hai messo tra le nostre mani. Rendici invece capaci di affrontare questa vocazione mettendoci tutta la gioia la voglia di fare e l’amore neccessario per poter trasmettere il lieto messaggio rendendolo credibile anche e soprattutto con le nostre azioni e le nostre opere. Donaci la consapevolezza che non sono le conoscenze e i contenuti che ci rendono buoni catechisti, ma che Tu sei la nostra vera guida il nostro Padre immensamente buono e generoso capace di darci quello slancio in più di cui abbiamo bisogno l unico in grado di rivestirci di meraviglia come i gigli del campo che nella loro grande umiltà di figli si affidano totalmente a Te con la certezza che Tu Signore donerai loro l’unica cosa di cui hanno.

Vi aspettiamo se volete nella nostra pagina Facebook Abramo e Sara, nel nostro canale Telegram e WhatsApp. Per chi è di Roma se ci vuole incontrare ci trova alla Parrocchia di San Giuseppe al Trionfale. A presto

Simona e Andrea.

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Come sigillo sul cuore. Firenze 18-20 novembre

Ciao carissimi visto il tutto esaurito del week end appena concluso ad Angolo Teme all’inizio di settembre e vista la disponibilità del gruppo Intercomnunione di Firenze e di don Gianni Castorani ad ospitarci ed accompagnarci siamo lieti di proporvi una nuova data del week end: Bagno a Ripoli (Fi) dal 18 al 20 novembre.

Cosa tratteremo nel corso? E’ un corso che io e Luisa abbiamo frequentato più di vent’anni fa e ci ha cambiato la vita in meglio. Dopo questo corso abbiamo capito cosa significa essere sposi, come nutrire il nostro rapporto, quali sono i pericoli da evitare. Come vivere non solo un matrimonio vero, ma soprattutto, un matrimonio felice. Pregheremo, adoreremo, parleremo, insegneremo, ma non solo. Ci saranno tanti momenti per la coppia. Marito e moglie avranno tanto tempo per dialogare su quei temi che cercheremo di provocare. Si parlerà di amore, di tenerezza, di Grazia, di intimità fisica, di cura, di servizio.  Si parlerà dell’amore naturale degli sposi e dell’amore perfezionato dal sacramento. Si parlerà di intimità come una vera liturgia e dell’amplesso come gesto che rinnova un sacramento. Il tutto sarà guidato da noi, ma non solo. Un’equipe di cinque famiglie vi accompagnera coadiuvata da don Gianni

Permettetemi un’ultima considerazione. Cosa ha questo corso di diverso rispetto a tante altre proposte simili che si possono trovare nella Chiesa? Credo che la nostra proposta si inserisca in una dimensione che nella Chiesa è poco approfondita: la dimensione del corpo e sessuale. Ci siamo accorti che tanti problemi della coppia nascono proprio dalle difficoltà in ambito sessuale. Noi daremo ampio spazio alla sessualità. Perché l’amplesso degli sposi non solo è un gesto meraviglioso che unisce tantissimo e che genera vita, ma è un vero gesto liturgico e sacro.

Per informazioni 3476590395 (Daniela)

Per prenotare martinid2000@yahoo.com

La castità ha bisogno di una meta

Sto scrivendo con Luisa il nuovo libro. Un testo dove cercheremo di approfondire il matrimonio nella sua dimensione regale. Come ho già più volte scritto il matrimonio è un sacramento che si fonda sul nostro battesimo, come del resto tutti i sacramenti. Il battesimo ci permette di essere re, sacerdoti e profeti con Gesù. In due libri già pubblicati, Luisa ed io abbiamo approfondito il nostro essere profeti e sacerdoti ed ora stiamo completando l’analisi con l’ultima dimensione. Noi siamo re. Siamo re quando sappiamo alzare lo sguardo e smettere di essere ripiegati su noi stessi.

E’ sbagliato quindi cercare di essere felici? No nient’affatto. E’ sbagliato legare la nostra felicità ai nostri sentimenti. Lo dice benissimo don Luigi Maria Epicoco in un suo libricino L’amore che decide. Noi abbiamo un oceano dentro. Un oceano fatto di sentimenti, emozioni e, don Luigi aggiunge giustamente, anche le nostre personali ferite che cercano di influenzarci. Corriamo il rischio di restare ripiegati su tutto questo bagaglio perdendo di vista quello che davvero conta per la nostra felicità e per dare senso a tutto: la destinazione. A volte viviamo come non ci fosse una destinazione. Viviamo alla giornata cercando di trovare la gioia in quei piaceri, spesso illusori ed effimeri, che possiamo avere nel dare soddisfazione alle nostre emozioni e ai nostri sentimenti. A volte, se parliamo di sesso, ai nostri semplici impulsi ormonali. Una dimensione davvero basica. Che povertà! Poi però non cerchiamo la nostra meta e se non la cerchiamo non la trovaremo mai. Capite la sofferenza dei nostri tempi? Il card. Biffi aveva descritto benissimo tutto questo apostrofando la sua Bologna come sazia e disperata. Siamo così. Cerchiamo di saziarci di piacere ma poi siamo disperati perchè non troviamo il senso della nostra esistenza. E più non troviamo senso e più abbiamo bisogno di cercare un anestetico fatto di piaceri. Diventa un circolo vizioso.

Da tutto questo ci può salvare la nostra vocazione. Prendere quindi coscienza che abbiamo un destino. Non intendo certo il fato cioè qualcosa di ineluttabile che dobbiamo accettare, ma un progetto su di noi che dobbiamo scoprire ed accogliere. Solo questa ricerca può aiutare a trovare un senso a questa vita. Vasco Rossi nella sua famosissima canzone Un senso diceva: Voglio trovare un senso a questa vita anche se questa vita un senso non ce l’ha. Solo prendere coscienza di avere una vocazione, cioè una meta può aiutarci a vivere la castità in ogni stato di vita. Io sono cresciuto con le canzoni di Vasco perchè ero disperato come lui. Poi ho trovato Luisa e la mia vocazione. Avere una meta può aiutare tutti. Può aiutare i fidanzati, i consacrati, le persone che hanno orientamento omosessuale. Tutti! La castità indica che abbiamo compreso che vale la pena scegliere di agire per il bene, e se necessario in modo diverso da ciò che ci spinge a fare il nostro mondo emotivo.

Alla fine è tutto qui. La nostra vita è fatta di scelte. La mia storia con Luisa è fatta di scelte. Non sempre scelte grandi, ma anche continue piccole scelte. Il fatto di non avere rapporti prima del matrimonio. Pensate che non ne avessi voglia? E’ stata una fatica enorme per me. Eppure Luisa ed io abbiamo scelto di aspettare. Il fatto di non guardare pornografia dicendo di no quando ne avevo voglia. Il fatto di non uscire durante la pausa pranzo con quella collega che mi piaceva. Il fatto di smettere di usare gli anticoncezionali. Per me è stato faticoso rinunciare ad avere rapporti in certi giorni, avevo voglia di usare il preservativo ma ho scelto di fare altro, ho scelto con Luisa quello che faceva bene alla relazione e non quello che volevo.

Se ho avuto la forza di fare tutte queste piccole ma costanti scelte è perchè avevo una meta. Luisa ed io abbiamo sempre cercato di costruire la nostra relazione affinché fosse nella gioia in questa vita e ci aiutasse entrambi ad arrivare pronti alla vita eterna, all’incontro con Cristo.

Ora, sul secondo punto non posso metterci la mano sul fuoco, anzi so di avere ancora tanto da cambiare in me, ma sul primo punto ho sperimentato di aver fatto la scelta giusta. Luisa ed io siamo sposati da vent’anni e la nostra relazione è più viva che mai. La desidero immensamente, la nostra intimità è bellissima, molto più di quando ci siamo sposati. Questo non perchè siamo particolarmente bravi o abbiamo talenti particolari. Tutt’altro. Questo perchè abbiamo fatto la nostra scelta e, ogni volta che abbiamo scelto per il bene e non per la voglia del momento, abbiamo aggiunto un tassello in più alla nostra relazione. Siamo cresciuto un po’ di più. L’amore, come ho già avuto modo di scrivere, è una scelta. Con questo articolo ho cercato di spiegare come questa scelta sia fatta di tante piccole scelte quotidiane. Non è un concetto astratto ma molto concreto ed ordinario. Per questo il nostro essere re passa dal controllo delle nostre emozioni. La libertà non è abbandonarci a tutto ciò che vogliamo fare. Quella è piuttosto una schiavitù. La libertà, quella del re, è fare la cosa giusta. Se sarà piacevole bene, se ci costerà fatica meglio, perchè ci aiuterà a diventare sempre più quell’uomo o quella donna che siamo.

Antonio e Luisa

Tocca a noi!

E’ inutile prenderci in giro: in Italia, paese cattolico e in cui risiede il Papa, la famiglia è sotto attacco da tutti i punti di vista e non ci sono iniziative che la tutelino e si prendano cura dei singoli membri, dalla nascita alla morte. In particolare le pastorali della famiglia sono spesso ferme per vari motivi e non riescono a intercettare e aiutare le persone in difficoltà. Credo che noi cristiani dovremmo darci un po’ una svegliata di fronte a questa sfida storica e soprattutto noi sposi dovremmo impegnarci in prima persona (mettendoci anche la faccia) per cambiare la situazione.

Solo che siamo bravi a delegare, specialmente quando sono necessari sacrifici e tempo, oppure quando rischiamo qualcosa (ad esempio paura di essere derisi/offesi) e questo lo facciamo in tutti gli ambiti, anche nelle amicizie e nel lavoro: quante volte diciamo “Pensaci tu”, oppure “Io non riesco, non ho tempo”. Ci sono cose che non possiamo più delegare, né rimandare: io sono profondamente convinto che nei prossimi anni la trasmissione della fede avverrà sempre più grazie alle famiglie (piccola chiesa domestica) che si troveranno a gestire anche chiese e strutture, vista la mancanza di vocazioni sacerdotali e religiose. Se non siamo noi (per noi intendo tutti quelli che credono nel Sacramento del matrimonio) a testimoniare l’amore con cui Dio ama l’umanità attraverso gesti concreti e tangibili, chi lo deve fare? I sacerdoti? Il Papa? Le suore? No, non è più il tempo di tirarsi indietro: certamente dovremo impegnarci molto e non sarà facile andare contro corrente, ma in questo ci aiutano i santi, che hanno scelto di portare fino in fondo quello in cui credevano, anche se questo li ha portati alla morte.

In particolare a noi separati fedeli probabilmente nessuno punterà mai una pistola alla tempia, come purtroppo accade ogni tanto ai cristiani nel mondo: lo Spirito Santo ci ha condotto su una strada non a caso, ma per un motivo ben preciso, per dare il nostro contributo e la nostra testimonianza, anche se questo potrebbe significare un lento martirio. Io rimango sempre colpito dal fatto che, nonostante la Fraternità Sposi per Sempre sia una realtà piccola e sicuramente contro corrente, arrivano sempre persone nuove (spesso con già un cammino di fede alle spalle); non è così scontato e se non fosse un’opera di Dio, sarebbe già morta da tempo!

Quindi sposi, datevi da fare nelle parrocchie, prendete iniziative, organizzate incontri, momenti di preghiera e di riflessione, inseritevi nei corsi per fidanzati, parlate con i preti, con il vescovo, create relazioni con le associazioni del territorio….insomma, se davvero ci credete, lasciatevi spingere dallo Spirito! Buona testimonianza!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

In coppia al Rinnovamento nello Spirito

Alessandra ed io abbiamo da poco ripreso i nostri incontri di preghiera, il martedì sera con il gruppo locale del Rinnovamento nello Spirito Santo. Abbiamo partercipato all’incontro di apertura del nuovo anno pastorale, per questo c’è stata la Santa Messa animata da tanti canti, come piace a noi. Lo scorso anno abbiamo partecipato in modo poco frequente, in quanto Pietro era ancora piccolino, ma da quest’anno abbiamo iniziato a portarlo con noi. Certo, mia moglie Alessandra a volte è dovuta uscire con lui perché faceva troppi versetti, ma va bene così. Quest’anno al gruppo si è aggiunta un altra coppia di sposini con una bimba circa del età di Pietro quindi le mamme riescono a intrattenerli e a farli stare calmi quando sono fuori.

Il Vangelo era quello del granello di senape (Lc 17, 3b-6), il sacerdote celebrante, durante l’omelia, ci ha detto che è bello lasciarsi guidare dal Signore, perché noi pensiamo di essere soli nelle nostre scelte e che molto dipenda dal caso, ma in realtà è lui che fa da navigatore alla nostra famiglia. Un Vangelo che sembra scelto di proposito, ma non è stato così. La responsabile del nostro gruppo e questo frate che ha celebrato la Santa messa non si erano messi d’accordo sul giorno in base al Vangelo, il frate aveva libero quel giorno e il gruppo si è adeguato. Non poteva essere scelto Vangelo più adatto.

Durante la predica il sacerdote ha parlato dell’importanza dei laici che si impegnino per portare la loro testimonianza di fede in un mondo che non vuol sentire parlare di Gesù. Ha aggiunto che non basta pregare e cantare, ma che quelle preghiere e quei canti si devono poi trasformare in una lode continua al Signore Gesù nella vita di tutti i giorni con le nostre azioni. La nostra testimonianza sarà quindi vera solo se saremo autentici, non ipocriti e senza artifici.

Tre anni fa abbiamo creato il nostro canale YouTube, era nostra abitudine recitare il Santo Rosario insieme e abbiamo pensato di condividere con gli altri quei momenti di preghiera. Solo di recente abbiamo sentito la chiamata ad essere mandati a due a due, proprio per portare nel mondo un messaggio d’amore, il Suo! Abbiamo offerto quella Santa messa per il nostro matrimonio e la nostra coppia, affinché il Signore Gesù con l’intercessione del arcangelo Raffaele, che invochiamo tutte le sere pregandolo ai piedi del nostro talamo, possa realizzare i suoi magnifici disegni in noi e su di noi. Come diceva Madre Teresa di Calcutta: siamo delle matite nelle sue mani.

Dopo l’esposizione del Santissimo Sacramento, il sacerdote ci ha fatti mettere in fila, (Alessandra con Pietro in braccio) per ungerci con dell’olio che una consorella ha portato con sè dal suo pellegrinaggio in Terra Santa. Mentre il sacerdote mi ungeva per un istante ho chiuso gli occhi perché volevo immergermi nel immagine di Gesù che mi guariva, che toccava con mano tutte le mie ferite per dirmi che sono preziose ai Suoi occhi, che possono diventare strumento di Grazia.

La serata si è conclusa pescando dei bigliettini, modellati con una tecnica ad origani con trascritto il passo del Vangelo che avevamo ascoltato. Tornando a casa abbiamo ripensato alla parole del sacerdote: noi tutti abbiamo conosciuto questa realtà per un motivo ben preciso, non siamo qui per caso – e ancora: per realizzare qualunque progetto occorre prima scavare le fondamenta come per costruire una casa, e le fondamenta sono lo spirito della vita.

Vieni Santo Spirito manda a noi dal cielo un raggio della Tua luce e benedici la nostra coppia affinché possiamo sempre fare la volontà del Padre. Amen.

Riccardo e Alessandra

Ma perché succedono tutte a noi?

Dal libro di Giobbe (Gb 3,1-3.11-17.20-23) Giobbe aprì la bocca e maledisse il suo giorno. Prese a dire: «Perisca il giorno in cui nacqui e la notte in cui si disse: “È stato concepito un maschio!”. Perché non sono morto fin dal seno di mia madre e non spirai appena uscito dal grembo? Perché due ginocchia mi hanno accolto, e due mammelle mi allattarono? Così, ora giacerei e avrei pace, dormirei e troverei riposo con i re e i governanti della terra, che ricostruiscono per sé le rovine, e con i prìncipi, che posseggono oro e riempiono le case d’argento. Oppure, come aborto nascosto, più non sarei, o come i bambini che non hanno visto la luce. Là i malvagi cessano di agitarsi, e chi è sfinito trova riposo. Perché dare la luce a un infelice e la vita a chi ha amarezza nel cuore, a quelli che aspettano la morte e non viene, che la cercano più di un tesoro, che godono fino a esultare e gioiscono quando trovano una tomba, a un uomo, la cui via è nascosta e che Dio ha sbarrato da ogni parte?».

La prima lettura di oggi è fra quelle pagine della Bibbia che mal si digeriscono e che facciamo fatica a riconoscerla classificata come Parola di Dio, eppure anch’essa lo è, ma come possiamo allora provare a digerirla? La prima cosa intelligente da fare è quella di contestualizzarla, cioè non dobbiamo compiere lo sbaglio di estrapolare qua e là parti della Parola di Dio senza capirne il contesto più ampio.

Lo stesso lavoro dobbiamo farlo per questo brano di Giobbe, il quale si trova a vivere una vera e propria vessazione demoniaca, una prova durissima da parte di Dio. Ma andiamo con ordine: Satana sfida Dio e Gli chiede il permesso di tormentare il Suo servo Giobbe perché desista dall’essere uomo retto e integro, timorato di Dio; il Signore concede a Satana il potere di vessarlo e tormentarlo… cominciano così i guai per il malcapitato Giobbe.

Questo brano si riferisce al giorno in cui il nostro sbotta con i suoi tre amici fidati, i quali sono convinti che la condizione del poveretto sia un castigo divino causato per un suo peccato nascosto, dopo 7 giorni coi propri amici, l’ottavo giorno il poveretto si sfoga lanciandosi in questo lamento nei confronti del Signore, un brano che occupa da solo l’intero capitolo 3 del libro.

Questo atteggiamento sembra non consono per un uomo chiamato “mio servo” dallo stesso Signore, uomo di fede integra e retto nell’agire, insomma un vero modello da imitare… eppure ad un certo punto sembra non tenere botta, non regge il colpo, più che la liberazione dai tormenti della carne invoca la morte come liberazione definitiva sicuro di riposare nel Signore.

Per comprendere appieno questo brano dobbiamo vedere in lui la prefigura del Salvatore (guarda caso anche Lui è chiamato il servo di Dio, l’uomo retto e integro), infatti Giobbe si trova ad affrontare questa pena da solo, non compreso né dalla famiglia né dagli amici, che anziché consolarlo lo pungolano con l’idea che in fondo queste pene se l’è andate a cercare lui stesso a causa di un suo peccato nascosto… similmente anche Gesù affronta la Passione da solo, ed anche lui è innocente ma percosso da Dio come se fosse un malfattore, anzi la Scrittura dice che Dio lo trattò da peccato.

Ed anche Gesù ad un certo punto sbotta con il Suo Padre quando è da solo nell’orto degli Ulivi, le forze della natura umana non ce la fanno a sopportare ma ritrova la forza per affrontare tutto quando decide di fare la volontà del Padre. Se anche Gesù ha provato questo stato d’animo, l’ha fatto da una parte per mostrarci come si affrontano le varie croci della vita, dall’altra la sua sofferenza è stata vicaria, (cioè al posto nostro) ed in ultimo perché non avessimo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità.

Dobbiamo però puntualizzare com’è questo sfogo di Giobbe (simile e prefigura di quello di Gesù), poiché se da un lato rivela un certo grado di intimità col Signore, solo tra amici intimi infatti ci si lascia andare con una certa animosità quasi irruente, per l’altro lato invece dimostra di non arrabbiarsi col Signore accusandolo di essere l’artefice della sofferenza, ma si limita a chiederGli il perché. Quanti sposi vivono le varie croci con questo stato d’animo?

Giobbe esige un perché dal Signore perché la propria coscienza non gli rimprovera nulla, nonostante l’odio di Satana si scateni contro di lui, egli rimane di animo integro e invoca la morte fisica sicuro di riposare in pace, di trovare la requie del giusto in quello che conosciamo come Paradiso. Certamente Giobbe aveva in grande stima questa vita ed il suo grande valore altrimenti non si sarebbe comportato rettamente, ma questo sfogo nasconde anche una fede certa nell’aldilà della pace eterna dei giusti.

Certamente ci risulta difficile legittimare un tale modo di esprimersi con il Signore, ma dobbiamo anche considerare che Giobbe è sfinito, lo dichiara lui stesso, ed è sicuro di trovare riposo in Dio poiché la sua coscienza è retta. Sicuramente anche a noi sarà successo di fare una sfuriata nei confronti di Dio, ma quanti di noi possono invocare la morte fisica sicuri del riposo eterno? Giobbe non teme di morire perché la sua coscienza non gli rimprovera nulla, ma noi?

Se in un giorno di arrabbiatura invocassimo anche noi la morte piuttosto che la sofferenza, ed il Signore dovesse ascoltarci, saremmo così sicuri di andare dritti in Paradiso? Non è che forse noi, a differenza di Giobbe, abbiamo qualche peccato che la coscienza ci rimprovera? Non ci viene mai il dubbio che le sofferenze forse ce le siamo procurate da soli con i nostri peccati?

Questo brano di Giobbe, come vedete, è in grado di suscitare non poche riflessioni. Ma la più importante è ricordarci quanta sofferenza il Signore Gesù abbia patito al posto nostro e per il nostro bene; Gesù è il “nuovo Giobbe” potremmo dire, cioè Colui che patisce ingiustamente, Lui che era Il Giusto per eccellenza, Lui che era il vero Agnello di Dio (l’agnello è appunto una figura innocente e docile), Lui che sebbene vicino alla morte fisica era tranquillo poiché la Sua coscienza non Gli rimproverava nulla, anche Lui sferzato da Satana con i suoi squadroni infernali, anche Lui abbandonato, solo e non compreso nemmeno dalle persone più vicine, e nonostante tutto ciò continua imperterrito la Via Crucis e si lascia inchiodare su quell’infame patibolo che è la Croce.

Tutto questo (e molto di più che nemmeno riusciamo ad immaginare) a vantaggio di chi? Di noi, di noi sposi, per donarci una nuova vita, per subire Lui al posto nostro ciò che meritiamo noi con i nostri peccati.

Cari sposi, quando arrivano le sofferenze, non allontaniamoci dal Signore quasi fossimo offesi dal Suo apparente menefreghismo, ma, al contrario, avviciniamoci ancora di più a Lui, perché il Signore ci scruta come quando il maestro controlla che il proprio allievo esegua il lavoro secondo quanto insegnato. Gli sposi sono particolarmente attaccati, in questo periodo storico, dalle brigate infernali, perché essi ricordano a Satana ciò che l’ha fatto dannare: non accettare che Dio si facesse uomo… inoltre gli ricordano sempre che Colui che l’ha sconfitto, che è risorto dalla morte, è nato da donna, è nato in seno ad una coppia di sposi, in una famiglia… ecco perché ci ha tanto in odio, ma noi sposi abbiamo la Grazia e quando arrivano i momenti bui, dobbiamo invocare la vicinanza del Signore e della Sua dolcissima Madre.

Coraggi sposi,

chi semina nel pianto raccoglierà nel giubilo !

Giorgio e Valentina.

Monastero wifi di Roma. – 3000 persone in cammino.

Ieri si è svolto a Roma il Quarto Capitolo Generale del Monastero wifi dedicato alla Confessione. Per chi non lo conoscesse, il monastero è nato dall’intuizione di Costanza Miriano e delle sue amiche, con l’idea di riunire le persone desiderose di pregare insieme. Un’occasione di incontro e preghiera da affiancare a quanto offrono già parrocchie e movimenti. Questa è solo una breve sintesi, ma per i più curiosi consiglio di leggere il suo blog dove è descritta con esattezza la genesi di questa bellissima iniziativa. Io e mio marito Andrea abbiamo conosciuto Costanza attraverso i suoi libri che il mio padre spirituale mi fece leggere come preparazione al matrimonio, perché non ero rimasta soddisfatta dei canonici incontri del corso prematrimoniale. Mi mancava qualcosa e nei suoi libri trovai un riscontro importante. Costanza scriveva della vita vera e quotidiana che da sposata avrei dovuto affrontare. Cose del tipo addormentarsi durante un adorazione dopo una giornata di lavoro o imparare a conciliare i ritmi tra il lavoro e gli impegni in parrocchia, perché è indispensabile trovare un giusto equilibrio. Ho imparato infatti che se si supera il confine vuol dire che si sta scappando da qualcosa, magari dal marito. Quindi possiamo dirvi che i libri di Costanza sono un punto luce per i neo sposi e non solo. Almeno per noi lo sono stati.

Di libro in libro siamo arrivati a conoscere Costanza di persona. E’ anche grazie a lei e al Monastero wifi di Roma che il nostro progetto Abramo e Sara ha visto muovere i primi passi. La bellezza di questa iniziativa si capisce dai frutti. Si torna a casa carichi di gioia, di speranza e di tanta spensieratezza, perché i primi che si divertono a stare con noi sono proprio i sacerdoti che salgono sull’altare non solo per offrirci delle catechesi ma anche per condividere una parte della loro vita.

Il tema di quest’anno, come già scritto, è stato la Confessione ed è stato importante vedere ed ascoltare sacerdoti che ci hanno ricordato l’importanza di questo sacramento. Non solo per noi fedeli ma anche per loro stessi, perché stare nel confessionale è un mezzo importantissimo per entrare in relazione. Don Massimo Vacchetti ha raccontato che una volta divenuto parroco organizzò una giornata dedicata alla confessione per i suoi parrocchiani, perché li voleva conoscere veramente nel profondo, in questo mi ha ricordato molto il nostro padre spirituale. È una Grazia grande incontrare un sacerdote che dona il suo tempo per confessare le persone e che lo fa con Amore, quell’Amore che viene da Dio, dal suo incontro personale con Dio nella Preghiera personale e comunitaria. Ci sono rimaste impresse queste sue parole: la confessione è una dichiarazione d’amore, prima di tutti i peccati che ho compiuto confesso , o Cristo che ti amo.

Ieri eravamo in 3000, sorprende sempre vedere così tante persone che si mettono in cammino perché bisognose di essere curati dal miglior medico, da Dio dispensatore di Misericordia e Grazia sempre abbondanti. Quest’anno è stato particolare perché è capitato proprio pochi giorni dopo il mio compleanno ed è stata l’occasione per rivedere tutto il nostro cammino compiuto fino ad ora per arrivare dove siamo. Come ad esempio scrivere su questo blog o essere stati intervistati da Radio Maria. Ieri, durante la Messa, pensavo anche a tutto il dolore e risentimento accumulato negli anni per non essere potuta diventata mamma, ma nello stesso tempo, se non ci fosse stato quel dolore, non avrei fatto tutto ciò che inaspettatamente ho visto realizzarsi. Compreso il progetto Abramo e Sara. Cerchiamo di stare accanto alle persone che incontriamo, sempre ricordando loro che i dolori piano piano si superano e che è bellissimo tornare in parrocchia. La comunità parrocchiale è importante.

Per concludere vi lasciamo il titolo di un libro da leggere di C.S Lewis Il Cristianesimo così com’è. Se n’è parlato ieri con Padre Maurizio Botta. Un libro tra l’altro che mi fece leggere il mio padre spirituale come formazione. Un libro da rileggere sempre nella vita.

Vi aspettiamo se volete nella nostra pagina Facebook Abramo e Sara, nel nostro canale Telegram e WhatsApp. Per chi è di Roma se ci vuole incontrare ci trova alla Parrocchia di San Giuseppe al Trionfale. A presto

Simona e Andrea.

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Ricchi e poveri

Cari sposi,

nelle letture di oggi a prima vista il Signore pare indirizzarci esclusivamente ad essere generosi con chi è difficoltà economica, a fare offerte, a riservare un tempo per la Caritas, ecc. tutte cose giuste, in particolar modo vista la situazione attuale. Ma c’è anche una dimensione nuziale sottesa nella liturgia, un aspetto che magari a prima vista può passare inosservato.

Il ricco epulone e Lazzaro possono diventare, simbolicamente, anche due modi di comportarsi nei coniugi. Difatti, l’uomo ricco disdegna questo povero e nemmeno si accorge di lui, ne prova ribrezzo al punto da non rendersi conto della sua indigenza.

Può accadere anche nella vita coniugale che le povertà relazionali, le proprie fragilità e debolezze, come anche i peccati personali diventino motivo di biasimo, di irrigidimento e in fin dei conti di allontanamento mutuo. Succede così che un difetto, magari ignorato o volutamente ridimensionato nel fidanzamento o nei primi anni assieme, poi si trasformi in fonte di litigi furibondi e così la nostra povertà di fa diventare estranei, può generare indifferenza reciproca. Esattamente come fece il ricco con il povero Lazzaro.

Non è un caso però che in tali situazioni c’è chi, dei due, si crede quello ricco, cioè al di sopra, superiore all’altro, senza pecche rischiando di vedere il coniuge con uno sguardo distaccato e svalutante. Ecco il peccato del ricco epulone: una cecità del cuore che gli ha impedito di cogliere tutto il bene ma anche i bisogni, le aspettative dell’altro. Dice papa Francesco circa l’atteggiamento tra coniugi:

“Avere gesti di attenzione per l’altro e dimostrazioni di affetto. L’amore supera le peggiori barriere. Quando si può amare qualcuno o quando ci sentiamo amati da lui, riusciamo a comprendere meglio quello che vuole esprimere e farci capire. Superare la fragilità che ci porta ad avere timore dell’altro come se fosse un «concorrente». È molto importante fondare la propria sicurezza su scelte profonde, convinzioni e valori, e non sul vincere una discussione o sul fatto che ci venga data ragione” (Amoris Laetitia, 140).

Possiate guardarvi sempre così, come persone povere e fragili ma immensamente amate da Dio Padre. Il matrimonio diventa così l’occasione costante di donarsi a vicenda questo sguardo divino, in cui non scompaiono di certo i nostri limiti ma sono accolti grazie alla Misericordia e alla bontà che ci provengono dal Signore.

ANTONIO E LUISA

Sempre consapevoli della nostra povertà e miseria umana, ci siamo affidati con fede e riconoscenza al nostro Dio. E’ sempre stato un sostegno, una presenza viva, una persona a cui chiedere, con cui arrabbiarsi e da ringraziare. Il nostro cuore non è mai stato pieno di noi, perché conoscevamo la nostra pochezza. Così da due persone cresciute piene di complessi, di ferite e di paure è nata una famiglia che non si tira indietro, che si è aperta alla vita concependo 5 figli (di cui uno, Giò, è già in cielo ad attenderci e a fare il tifo per noi), che ha avuto i momenti difficili, di aridità, di incomprensione, ma non abbiamo mai fatto affidamento sulle nostre forze, avremmo fallito prima e peggio degli altri. Ci siamo affidati a Dio, abbiamo creduto in Lui, alle sue promesse e tutto è passato, ritrovandoci più forti di prima.

Dio vuole rivelarsi ad ognuno di noi. Rivelarsi cioè riversarsi, farsi conoscere. Nella Bibbia la conoscenza implica un entrare nell’altro, divenirne parte. Dio vuole fare questo con noi, sta a noi riconoscerci poveri, per far posto a Lui e alla sua Grazia.

Domenica e famiglia : un connubio possibile /44

( Con la destra si batte il petto, mentre dice : ) Anche a noi, tuoi ministri, peccatori, ( e con le braccia allargate, prosegue : ) ma fiduciosi nella tua infinita misericordia, concedi, o Signore, di aver parte alla comunità dei tuoi santi apostoli e martiri : Giovanni, Stefano, Mattia, Barnaba, [ Ignazio, Alessandro, Marcellino, Pietro, Felicita, Perpetua, Agata, Lucia, Agnese, Cecilia, Anastasia ] e tutti i tuoi santi; ammettici a godere della loro sorte beata non per i nostri meriti, ma per la ricchezza del tuo perdono.

Proseguiamo nell’approfondimento della grande Preghiera Eucaristica I: dopo aver affrontato la parte che ricorda le anime purganti, la Chiesa non si stanca di chiedere, per bocca del ministro ordinato, la sorte beata dei santi in Paradiso. Perché tanta insistenza?

La Chiesa pellegrina sa che la vera meta della nostra vita terrena è il Paradiso, ma per “conquistarlo” dobbiamo corrispondere alla misericordia del Signore passando da questa “valle di lacrime” che è la nostra conversione. Ecco spiegato il motivo della menzione iniziale “Anche a noi, tuoi ministri, peccatori[…]“. Le lacrime si riferiscono non solo alle pene di questa vita, ma anche e soprattutto alle lacrime del pentimento, una grazia specialissima che dobbiamo costantemente chiedere al Signore. La consapevolezza della nostra condizione umana (ossia di peccatori) non ci deve mai abbandonare, ma nello stesso tempo essa non deve essere un peso, un macigno che schiaccia il nostro slancio verso la santità, poiché abbiamo la certezza che “tutto è grazia”, siamo sicuri quindi che la misericordia di Dio colmerà i vuoti che lasciamo noi, arriverà là dove i nostri limiti ci fermano.

Le parole iniziali di questa parte sono rivolte in particolar modo al sacerdote che celebra la Messa, il quale agisce certamente “in persona Christi, ma nel medesimo tempo non deve mai dimenticare di essere un ministro indegnamente consacrato, le sue mani sono state consacrate in primis per la salvezza altrui e non per la propria. La santità personale del sacerdote cresce nella misura in cui la sua vita si “adegua” alla sua consacrazione. E’ per questo motivo che si fa menzione di alcuni santi, quasi a spronare il sacerdote all’imitazione delle virtù di questi santi dei primi secoli.

Alcuni si chiedono come mai siano citati questi e non altri santi. Questa preghiera è molto antica e quindi i santi nominati sono di quel periodo storico, ma forse l’intenzione con cui non sono stati cambiati lungo i secoli si deve al fatto che dobbiamo sempre fare memoria delle radici della nostra fede, abbiamo il dovere di non dimenticare da dove arriva la nostra fede (che è apostolica abbiamo recitato nel Credo): essa è stata tramandata dagli Apostoli alle prime comunità cristiane, via via poi è stata confermata e testimoniata da questi santi citati (e migliaia di altri non menzionati), per poi arrivare ai nostri antenati che l’hanno trasmessa ai nostri bisnonni, che l’hanno trasmessa ai nostri nonni, che l’hanno trasmessa ai nostri genitori, i quali l’hanno trasmessa a noi che stiamo facendo lo stesso con i nostri figli. E’ una lunga catena di fede che ci lega finanche ai santi del primo secolo, in particolar modo ci sembra doveroso ricordare per noi genitori Felicita e Perpetua alle quali dedicheremo un prossimo articolo.

La preghiera termina poi con le parole consolanti della nostra fede divina e cattolica: ammettici a godere della loro sorte beata non per i nostri meriti, ma per la ricchezza del tuo perdono. La nostra vita può essere anche una valle di lacrime, sia per i tormenti nella carne sia per quelli spirituali, può essere una vita breve ma pura e casta come quella di San Domenico Savio o della Beata Imelda Lambertini, può essere una vita cominciata nel peccato e convertita come quella di S. Agostino, oppure lunga e ricca di miracoli e di opere pie come quella di S. Pio da Pietrelcina o S. Teresa di Calcutta… ma tutte queste splendide anime godono la visione beata di Dio nel Paradiso non per i loro tanti meriti, ma per la ricchezza del perdono del Signore.

Sono in Paradiso non per i loro meriti, ma con i loro meriti, poiché anche in Paradiso non saremo tutti uguali, c’è una gerarchia anche là, altrimenti che ne sarebbe della divina Giustizia? Forse a molti suonerà strana questa gerarchia tra i salvati, ma in effetti quanti di noi possono affermare con onestà di pregare per tante ore ogni giorno tante quante ne pregava S. Teresa di Calcutta? O quanti possono testimoniare di compiere gli stessi digiuni di S. Padre Pio? Quanti si mortificano nel corpo come facevano i due fratellini Santa Jacinta e San Francisco Marto? Quanti possono dire di vivere le stesse virtù nel numero e nella stessa intensità di S. Giovanni Bosco?

Certamente in Paradiso avremo tutti lo stesso premio che è Dio stesso, la sua visione beata, e questo ci soddisferà in eterno in un gaudio senza fine poiché ci riempiremo di Dio, ma non ci riempiremo tutti in egual misura, ci riempiremo a seconda della capacità di ciascuno; se avremo lavorato su questa terra per dilatare sempre di più il nostro cuore affinché diventasse gigantesco per contenere Dio (vedi gli esempi dei santi di cui sopra), allora Dio riempirà questo cuore gigantesco fino all’orlo per l’eternità, ma se avremo lavorato poco il nostro cuore assomiglierà ad un bicchierino da caffè, allora Dio riempirà fino all’orlo quel bicchierino da caffè. Il problema quindi non sta nella Giustizia di Dio, ma nella misura/capacità del nostro cuore, della nostra anima… e questa misura dipende dai nostri meriti personali.

Dio è infinito e non ha problemi a riempire un cuore gigantesco oppure un cuoricino piccolo come un bicchierino da caffè, Lui è fedele e riempirà il nostro cuore di sé stesso fino all’orlo per tutta l’eternità, sicché il nostro cuore non avrà più bisogno di altro perché avrà già Tutto.

Coraggio famiglie, impegniamoci ogni giorno per dilatare sempre di più il nostro cuore per Dio cominciando con la preghiera per eccellenza della Domenica : la S. Messa.

Giorgio e Valentina.

A volte ci allontaniamo per piccoli errori ripetuti

Prendeteci le volpi, le volpi piccoline che guastano le vigne, perché le nostre vigne sono in fiore. (Ct 2,15)

Si tratta di un versetto tratto dal Cantico dei Cantici. Io e Luisa abbiamo scritto un libro su questo meravioso testo dell’Antico Testamento. Quindi si tratta di un passo che abbiamo già affrontato altre volte nei nostri articoli. Ho scelto di tornarci perchè sono parole troppo belle che offrono davvero una prospettiva importante da cui partire per riflettere sulla nostra relazione. Le piccole volpi sono un’immagine fantastica. Le piccole volpi non sembrano essere un pericolo. Così carine, così piccoline. Eppure proprio le piccole volpi possono distruggere la vigna. Possono distruggere la nostra relazione.

Le piccole volpi sono tutti quegli atteggiamenti che consideriamo in fin dei conti veniali, poco importanti, quasi banali, ma che possono, quando vengono reiterati nel tempo e diventano abitudine, spogliare la relazione di intimità, di complicità e di gioia. Possono allontanarci. Attenzione quindi, non si scherza su queste cose. Vi cito alcuni comportamenti che sono delle vere piccole volpi che attentano la nostra vigna.

Non incoraggiarlo/la mai. Solitamente se ci sposiamo è perchè la persona che abbiamo scelto non ci piace solo fisicamente. Abbiamo anche grande stima di lei/lui. E’ importante il suo parere. Una delle ricchezze dell’essere coppia sta proprio nel poter condividere la gioia e i successi con l’altro/a e trovare una spalla su cui appoggiarsi e magari anche piangere quando ci sono fallimenti o sofferenze. Essere indifferenti a tutto questo, al mondo interiore dell’altro/a non lo/la fa sentire amato/a. Peggio ancora se siamo sempre pronti a criticare gli errori e siamo invece meno attenti a sostenere con una buona parola. Ecco la prima piccola volpe.

Cerca di cambiarlo/la in tutti i modi. Si, l’altro/a mi piace, ma sarebbe meglio se fosse un po’ diverso/a, se cambiasse quell’atteggiamento che proprio non mi piace, se non continuasse a pensare in un certo modo. Insomma se fosse come dico io. Ogni tanto, ammettiamolo, abbiamo la tentazione di fare questi pensieri. Come tutte le persone di questo mondo ha dei difetti. Non basta! Spesso usiamo dei mezzucci per ottenere ciò che vogliamo. Facciamo leva sul senso di colpa. Con il risultato che quando si affronterà una discussione su quel suo difetto l’altro/a si sentirà giudicato/a, non amato/a, attaccato/a, ci vedrà come un “nemico” e non come un alleato. Si chiuderà e fuggirà ogni occasione di dialogo su quell’argomento. Ci terrà nascosti i suoi sentimenti e i suoi errori. Creando di fatto una barriera tra noi e lui/lei. Solo accogliendolo/a nel suo essere com’è senza pretesa di cambiarlo/a l’amato/a sentirà il desiderio di attenuare i suoi difetti. Non per costrizione o sfinimento ma per amore. Ricordate, poi, che se la plasmate a vostra immagine poi non sarà più la persona di cui vi siete innamorati/e. Insistere per cambiarlo/a è una grande piccola volpe. Attenzione. Cacciatela per tempo dalla vostra vigna.

Non dire mai quanto è bello/a e bravo/a. Non so perchè ma esiste un ambito in cui spesso siamo molto avari. Dovremmo dirci più spesso l’uno all’altra quanto siamo belli, quanto ancora ci piacciamo e quanto ci desideriamo. Non dovremmo perdere occasione per fare un complimento. Cose semplici: Che buono il risotto che hai cucinato. Oggi sei proprio bella! Grazie per aver risolto quel problema con la banca, io non avrei saputo da che parte cominciare. Cose molto semplici ma che ripetute nella nostra quotidianità costruiscono la nostra casa comune. Costruiscono la nostra relazione. Invece spesso perdiamo tante occasioni dando per scontato tante cose. Dando per scontato il nostro amore. Questa si che è una piccola volpe enormemente pericolosa. Non a caso nel rito matrimoniale promettiamo di amarci tutti i giorni della vita proprio per evidenziare come l’amore abbia bisogno di essere confermato ogni giorno.

Bastonatelo/a ogni volta che sbaglia. Nella nostra relazione gli errori dell’altro/a ci sono stati, ci sono e ci saranno sempre. D’altronde non sbaglia solo lui/lei. Anche noi ne commettiamo a dozzine. Ci può stare avere delle discussioni e dei litigi ma mai mettere in discussione la persona e il rispetto per la persona. E’ importante riuscire a dividere l’errore da chi lo commette. Solo così potremo essere di aiuto e sostegno. Solo così l’altro/a avrà desiderio e non paura di confidarsi con noi, senza fare l’errore di tenere nascosti i suoi sbagli. Non è perfetto/a. Per fortuna che non è perfetto/a. Come dico spesso a Luisa: grazie a Dio non sei perfetta! Altrimenti come farei a dimostrarti il mio amore se te lo meritassi sempre? Naturalmente vale anche viceversa.

Questi sono dei piccoli comportamenti sbagliati che sembrano, presi singolarmente, banali e sopportabili. In realtà con il tempo possono causare grandi problemi di coppia. Possono portare fino al fallimento della relazione. Cacciate quindi le piccole volpi. Basta poco.

Antonio e Luisa

Zero Passi – La nostra esperienza in casa famiglia

Oggi abbiamo pensato di rispondere a delle domande che ci sono arrivate in questo periodo riguardanti i nostri giovani e l’ esperienza che abbiamo avuto nelle case famiglia Simpatia e L’ albero. Spesso ci scrivete che provate una sana invidia verso di noi, perché abbiamo trovato la nostra strada o comunque la nostra vocazione specifica all’interno del matrimonio. Beh indubbiamente arrivare dove siamo arrivati non è stata certo una passeggiata romantica al chiaro di luna, ci sono stati giorni di estrema sofferenza, quella che ti toglie anche l’aria da respirare.

Noi, prima ancora di sposarci quando eravamo fidanzati, già avevamo in mente l’idea di avere un figlio nostro e uno adottato o in affidamento, quindi è stato un passo quasi naturale per noi giungere in casa famiglia Simpatia, una casa di accoglienza per ragazzi qui di Roma. L’esperienza in casa famiglia, c’è da premettere, è un’esperienza a cui si deve arrivare ben consapevoli che il ragazzo o la ragazza che vi verrà affidato ha la propria storia personale. Probabilmente ha anche qualche parente prossimo con cui imparare a relazionarsi e, ricordate sempre, che la famiglia originaria va sempre rispettata. Si diventa un faro per l’intero nucleo familiare e non solo per il ragazzo.

La nostra avventura è iniziata quattro anni fa, ed è stata una strada veramente in salita. Per iniziare ci è stata affidata una femmina, mentre io prediligo i maschi. A differenza di mio marito non avevo nulla in comune con questa ragazza, neanche una serie su Netflix. Questa ragazza si chiama Alice ed è arrivata da noi dopo un iter lungo con lo psicologo della casa famiglia che ci ha seguito per affidarci il ragazzo più adatto. Alice entrò nelle nostre vite come un temporale estivo, inaspettatamente. Mi sono sempre chiesta, anche scherzando con lo psicologo, come mai dopo tutte quelle sedute alla fine ci era stata assegnata proprio colei che dista anni luce caratterialmente da me. Io e lei siamo come il giorno e la notte, nel vero senso della parola. Lei, come buona parte dei giovani, tende a vivere la notte a rimanere sveglia, e io invece ovviamente la notte ad una certa ora mi addormento.

È stato faticoso entrare in relazione con lei, non solo per le sue ferite da sanare, ma perchè abbiamo dovuto entrare in relazione anche con la madre, figura che giustamente vedeva, almeno all’inizio, me e Andrea come un pericolo, come qualcuno che voleva rubare l’amore della figlia. Non è stato così, anzi il nostro ruolo primario è stato quello di creare un legame sano fra di madre e figlia. Quello di aprire entrambe alla bellezza della vita comunitaria.

Sono stati anni particolari, c’è stata la pandemia che ha reso ancora più difficile l’instaurarsi di un legame. Per la sicurezza e i protocolli sanitari ovviamente noi non potevamo accedere in casa famiglia quindi avevamo come unico mezzo, per stare accanto ad Alice, il telefono. Grazie a lei abbiamo scoperto ancora di più che non è scontato nella vita avere qualcuno che ti scrive un banale buongiorno o semplicemente ti dice buongiorno o ti chiede come stai. Spesso e volentieri c’è chi ha queste fortune e non se ne rende neanche conto. Frequentare la casa famiglia ti porta ancora di più alla consapevolezza che un figlio è un dono da condividere e accompagnare, non da considerare come una proprietà privata. Noi in questo momento stiamo accompagnando Alice nel suo percorso di autonomia, dove rimani a zero passi da lei, quel giusto spazio per tenderle la mano se ne avrà bisogno. Come quando si attraversa un fiume e bisogna camminare sui sassi per giungere all’altra sponda.

Entrare in relazione con i giovani, noi personalmente nel nostro cuore non sentiamo la differenza tra Alice e gli altri ragazzi dell’oratorio, è qualcosa di unico, che non ha prezzo, è la cosa più bella che ci poteva capitare, quindi osate anche voi e non abbiate paura o timore. Alcune volte è vero che ci sono giornate in cui ti senti di aver parlato al vento, giorni in cui ci saranno quei contrasti in cui fai fatica a non pensare ma chi me l ha fatto fare, giorni in cui prepari la tavola e spariscono senza neanche avvisare, giorni in cui ti scrive vi devo parlare è successa una cosa, giorni in cui dovrai mettergli in tasca quel ritaglio di sole nei momenti di tristezza per quel fidanzato idolatrato che ( fortunatamente) l’ha lasciata.

I giovani hanno bisogno di coppie come punti di riferimento per la vita. Hanno bisogno di qualcuno che sia lì ad ascoltare i loro sogni, i loro dubbi, di condividere insieme una semplice pizza margherita. Fatevi avanti e se ne avete voglia vi aspettiamo il prossimo anno in vacanza con noi. A presto!

Vi aspettiamo se volete sul nostro canale Telegram, la pagina Facebook Abramo e Sara e a grande richiesta si è aggiunto il canale WhatsApp.

Simona e Andrea

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Maria regina della famiglia ci ha condotto a ritrovarci

Come sapete Barbara ed io ci occupiamo di aiutare fratel Biagio nella gestione della sua missione. Questo ci ha però causato problemi nel tempo. Problemi di coppia, troppe cose da fare in missione tanto da non riuscire mai a trovare il tempo per noi. Tanta stanchezza e spesso anche conflitto tra noi. Parlando con un amico, Antonio con cui collaboro per il blog matrimoniocristiano.org, mi ha proposto di partecipare con Barbara, ad un week end organizzato da Intercomunione delle famiglie con un interessante titolo: Come Sigillo sul Cuore… Un cammino nelle profondità della nostra chiamata all’amore sponsale. Non sapevamo se potevamo partecipare, lasciare il nostro impegno quotidiano, come già scritto siamo due missionari laici, per la Comunità di Speranza e Carità di Palermo che accoglie 600 persone in difficoltà, ma alla fine il buon Dio e il nostro desiderio di metterci in discussione ha prevalso e siamo partiti alla volta di Angolo Terme in provincia di Brescia, dove si teneva il mini-corso.

Arrivato il giorno dell’inizio del seminario, siamo partiti con l’areo da Palermo e siamo arrivati a Bergamo dove abbiamo trovato ad attenderci Antonio, che aveva incastrato tutti in vari impegni per venirci a prendere. Poco dopo in auto siamo andati a prendere la moglie di Antonio, Luisa, e poi insieme ci hanno portato a Ghiaia di Bonate dove nel 1944 ci sono state le apparizioni di Maria Regina della Famiglia. Lì siamo rimasti molto colpiti, un brivido è corso sulle nostre schiene, perché, una volta entrati in questo piccolo luogo di preghiera, nella raccolta cappella vi è un quadro della Madonna molto particolare e ispirato. Maria Regina dal volto sorridente e con la corona in testa, tiene nelle sue mani, chiuse sul proprio petto in modo amorevole, due colombe nere. Antonio e Luisa ci spiegano che le due colombe che guardano in due direzioni opposte, sono il simbolo del conflitto tra sposi, esse però rimangono buone e in pace tra le mani sante di Maria, davanti la corona del rosario che pende dal braccio della Madonna. Tutto in intorno al quadro, dove è raffigurata la Madonna, dei raggi avvolgenti che ci fanno avvertire la presenza di Dio che abbraccia tutti noi e ci protegge, se abbiamo l’umiltà di affidarci a Lui.

Una gioia grande è corsa nei nostri cuori alla vista di questa immagine della Madonna, abbiamo sentito tutto il suo amore per noi, che veglia sul nostro matrimonio. Al nostro matrimonio, sei anni fa, avevamo regalato a tutti i nostri invitati un santo rosario, perché sapevamo che pregare Maria ci aveva unito per donare le nostre vite totalmente ai poveri. La gioia continuava ad essere nei nostri cuori mentre scoprivamo e visitavamo questa cappella, dove vi è un bel quadro della Sacra Famiglia e tanti ex voto di miracoli ricevuti da tanti fedeli che hanno invocato Maria Regina della Famiglia. Antonio e Luisa ci hanno provvidenzialmente chiesto di pregare il santo rosario e tutti insieme lo abbiamo recitato. A seguire ci hanno offerto il pranzo e poi ci hanno fatto conoscere la loro bella famiglia, insomma possiamo dire che ci hanno avvolti nella loro accoglienza amorevole.
La sera abbiamo cominciato a partecipare al mini-corso tenuto dall’equipe di Intercomunione delle famiglie. Da subito si è capito che ci avrebbe fatto molto bene perché le loro erano testimonianze vere che raccontavo le reali difficoltà di ogni coppia di sposi cristiani che decidono di mettersi completamente nelle mani di Dio. E’ diventato subito chiaro che il dialogo, il rapporto con la sessualità erano nodi su cui si intrecciano tutte le famiglie. Luisa, che è ginecologa, ha raccontato alcune semplici dinamiche e nozioni fisiologiche. Ha trattato del desiderio e di come questo sia maggiore per gli uomini per una questione ormonale, di come spesso ci si approcci in modo sbrigativo all’intimità anche nel matrimonio senza imparare a corteggiarsi e a vivere il rapporto in modo graduale come necessitano le donne per arrivare all’eccitazione. Luisa, avendo raccolto tantissima esperienza con le sue pazienti, ci ha raccontato una dinamica molto importante. Quando la donna entra in menopausa si apre una nuova sfida per i due coniugi. Il desiderio sessuale della donna cade a picco. Luisa da un consiglio alle pazienti e indirettamente ai loro mariti: di vivere quella nuova situazione come un invito a corteggiarsi di più. Affinchè il desiderio relazionale possa compensare la mancanza di desiderio ormonale. Tante le perle di saggezza cristiana ed esperienziali che ci hanno donato in questo corso, anche perché nessuno di noi ha avuto un’educazione sessuale né dai genitori, né a scuola, nessuno ci ha insegnato ad essere sposi cristiani. Momenti importanti sono state la Messa, e in particolare un’adorazione eucaristica, a cui il sacerdote, Padre Luca, ha voluto regalarci un momento speciale. Ad ogni coppia di sposi che era inginocchiata, a turno, davanti l’altare, si è messo in mezzo coprendoci con un manto e donandoci parole ispirate dallo spirito santo. Tornati a casa abbiamo fatto nostri i consigli del seminario. Io ho ripreso a corteggiare mia moglie, ad essere più gentile e proprio questa domenica abbiamo recuperato i nostri spazi. Ogni giorno dobbiamo amarci e venirci incontro l’uno con l’altro, con l’ausilio fondamentale di Maria Regina della Famiglia, così resisteremo a tutti gli attacchi del demonio e alle tentazioni per dividerci.
Riccardo Rossi  

Il matrimonio sia tenuto in onore in tutte le cose. E il talamo sia incontaminato.

Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo, se invece muore produce molto frutto” (Gv 12, 24-26)


Era esattamente l’11 settembre 2021, avremmo dovuto presenziare a questo corso che dava il “tutto esaurito”, mentre all’epoca il buon Dio ci volle a dare testimonianza di Sè durante il pellegrinaggio Famiglie della Liguria. Da questa Parola di verità partiva il nostro ringraziamento a Dio, versetto nel quale facevamo memoria di quanto Dio ci avesse voluto bene e di come desse misteriosamente senso alle nostre giornate.


Ad un anno di distanza e con 3 figli piccoli al seguito, sempre più stanchi rispetto all’anno scorso, quantomai assetati di bere alla Fonte d’Acqua Viva, il Signore ci ha fatto la grazia di richiamarci sul Tabor e partecipare a questa edizione di “Come sigillo sul cuore” per darci ulteriore prova della Sua fedeltà. Mio marito ed io siamo differenti, per lui le cose vanno bene in fin dei conti, lui pensa che ci si debba anche accontentare nella vita esaminando ciò che si ha, e questo è corretto in linea di principio. Io invece tra i due, sono quella che sente il bisogno di movimento, di una continua tensione verso l’Alto (e l’altro, il mio prossimo).

Così durante l’adorazione, il Signore non ha indugiato nel donarci una Parola, programmatica a ben giudicare, dalla quale ripartire una volta terminato il corso: “Il matrimonio sia tenuto in onore in tutte le cose. E il talamo sia incontaminato. (…) Infatti Egli ha detto: Io non ti lascerò mai né ti abbandonerò” (Ebrei 13, 4-5). A onor del vero gli argomenti trattati non ci erano nuovi del tutto, ma l’approfondimento di quelli che sono i 5 pilastri del matrimonio naturale (unicità, indissolubilità, fedeltà, fecondità, socialità), la condivisione di coppia e il rimetterci alla presenza di Gesù Eucaristico con il nostro tutto e il nostro niente, ci hanno ridato respiro e parole per saperci ri-definire. L’aver preso consapevolezza poi dell’essere Chiesa, perchè i nostri dolori e le fatiche del quotidiano non son poi tanto distanti da quelli che vivono altre coppie di sposi, ci hanno sempre più aperto gli occhi sull’importanza del quinto pilastro, la socialità, per farci gustare la bellezza e il senso della condivisione nel camminare insieme verso Cristo.

E di questa Chiesa, quale profeta a Suo nome, padre Luca ci ha ridonato un’immagine bellissima del Crocifisso, restituendoci il senso di quel “Svuotò sè stesso” (cfr. Filippesi 2,7) riferito a Cristo e poi a noi sposi, i quali, nell’unione, rendiamo vivo e attuale il sacramento del matrimonio. Spesso, bene, anzi meglio, come ci è stato declinato nei frutti della corte continua, ossia di un corteggiamento perenne, fatto di tenerezza (non tenerume!) e di sguardi, di un amore casto (cioè pulito, libero dall’avidità degli occhi e dai danni della pornografia), che in fin dei conti è davvero quello che il nostro cuore desidera. Fare l’amore in pienezza facendo uso dei metodi naturali per vivere le cose di Dio… da Dio!


Scopo del matrimonio è far felice l’altro e lo esperimento tutte le volte che dò il massimo, per e con amore, anche quando cucino un uovo al tegamino! E come diceva Santa Teresina del Bambin Gesù (la cui immaginetta è la terza volta che prova a fuoriuscire dalla Bibbia, forse forse affinchè io la legga): “Amare è dare tutto, è dare sè stessi!. E se lo dice lei che è patrona delle missioni, sappiamo quale sia la nostra.


E così, con il desiderio di non sprecare tutto il bene seminato e ricevuto in questi giorni, ripartiamo dal nostro quotidiano, grati a Dio per le porte che ci aprirà e le famiglie con cui cammineremo, ben sapendo che lo Sposo è con noi e che Maria ci copre con il Suo manto! Allelujah!

Marina e Antonio

Dove siamo chiamati a stare

Sei dove sei chiamato a stare: questa consapevolezza di essere nella strada di Dio dona una pace veramente autentica. Così è stato per noi, Giada e Giacomo, sposati da tre mesi (dopo due anni di fidanzamento). È stata una celebrazione bellissima: il coro della Gioventù Francescana dove abbiamo camminato, le nostre famiglie, i nostri amici più cari, il sacerdote che ci ha accompagnato. Tutto parlava di festa quel giorno e ne sentiamo il profumo ancora oggi, ancora adesso che nel Matrimonio si è aperta una strada nuova! Eh già, perché il fidanzamento è una cosa, il Sacramento matrimoniale un’altra. Questa novità non possiamo perdercela: altro che convivenza, c’è da custodire con forza il Matrimonio, come uno scrigno da cui estrarre i nostri tesori.
Abbiamo vissuto il periodo da fidanzati in castità. Avete presente il telepass? Ecco, la castità prematrimoniale è un ottimo telepass. Ti fa arrivare prima alla meta, ti fa arrivare meglio. Dimezzi i tempi, abbatti l’orgoglio, le maschere, attraversi le tue ‘selve oscure’ e ti ritrovi a guardare stelle che neanche potevi immaginare. Non è facile, ci vuole tanto coraggio, oggi più che mai (d’altronde, se fosse facile, forse dovremmo farci due domande sulla relazione stessa). L’obiettivo di un fidanzamento è fare verità: capire se Dio ci ha pensati per l’eternità con quella persona, se siamo chiamati a stare insieme oppure se così non è. Da cristiani, la Chiesa già ci propone (da secoli) uno strumento infallibile, decisamente efficace, anche se tanto bistrattato. Noi non avremmo potuto compiere il grande passo senza aver intrapreso questa via, anzi, molto probabilmente le cose si sarebbero complicate. Non è facile fare chiarezza quando ti trovi diviso fra ciò che fai e ciò che il tuo corpo dice. È una specie di stillicidio, per cui con la corporeità ti dichiari dono totale per l’altro, ma con i fatti non ti comprometti fino in fondo.
Con dispiacere, abbiamo visto come la castità prematrimoniale sia una via poco battuta anche dai cristiani
stessi, che sulla sfera della sessualità preferiscono fare orecchie da mercante, scegliendo forse senza discernere. Chissà se sapessero che ricchezza trascurano! Proprio per questo, spesso le coppie cristiane su questa strada sentono tanta solitudine. Ancora di più i single, che si sentono strane chimere per aver abbracciato questa scelta e averla resa un fattore essenziale nelle proprie relazioni.

Da single, anche io ho sperimentato questo doloroso isolamento (reso ancora più acuto dal fatto che proprio in Chiesa non trovavo chi ne parlasse o appoggiasse questa strada!) e come me, sto scoprendo, tanti, tantissimi altri ragazzi e ragazze. La spinta a parlarne e incoraggiare a parlarne ha dato spazio a “Ne senti la voce”, una paginetta Instagram che ho creato prima del Matrimonio e che mi ha permesso di dare sfogo ad un’esigenza sempre più grande, che non riuscivo a trattenere: provare ad annunciare la bellezza della castità (in ogni stato di vita), creando un luogo dove la solitudine non avrebbe trovato posto, sostituita dalla condivisione fraterna. Non vi dico i frutti che sta dando, io stessa ne sono stupefatta: raccolgo tante testimonianze di castità vissuta e ho conosciuto virtualmente persone in cammino, sul serio, che si fidano della Chiesa (perle rare!) e provano davvero a mettere in pratica questa obbedienza.

Spesso mi ringraziano per l’evangelizzazione che sto portando avanti (seppur con tanti limiti): ecco, non ho mai pensato di stare evangelizzando, il mio intento voleva essere puramente diffondere una Parola che la Chiesa proclama da secoli e che ho visto, concretamente, cambiare vite. Eppure è così, ogni tanto mi soffermo a pensarci. Evangelizzare, portare Gesù, incoraggiare l’incontro con Lui, che poi è l’unica cosa che ti cambia la vita (non la castità). Ho messo dunque anche questo progetto nelle Sue mani, perché come è iniziato sulla scia di tante grazie, così finisca quando Egli vorrà. Nel frattempo, ringrazio Dio per mio marito (a cui farò una sorpresa con queste righe!): ogni volta che ti guardo mi stupisco che il Signore mi abbia voluto donare tanta bellezza, dentro e fuori, e non posso che ingraziare per tanta grazia quotidiana.

Giada e Giacomo (Ne senti la voce)

Non è proprio all’acqua di rose!

Ecco la prima lettura nella Messa di ieri:

Dal libro dei Proverbi (Prv 3,27-34) Figlio mio : non negare un bene a chi ne ha il diritto, se hai la possibilità di farlo. Non dire al tuo prossimo : «Va’, ripassa, te lo darò domani», se tu possiedi ciò che ti chiede. Non tramare il male contro il tuo prossimo, mentre egli dimora fiducioso presso di te. Non litigare senza motivo con nessuno, se non ti ha fatto nulla di male. Non invidiare l’uomo violento e non irritarti per tutti i suoi successi, perché il Signore ha in orrore il perverso, mentre la sua amicizia è per i giusti. La maledizione del Signore è sulla casa del malvagio, mentre egli benedice la dimora dei giusti. Dei beffardi egli si fa beffe e agli umili concede la sua benevolenza.

Il libro dei Proverbi viene spesso sottovalutato, considerato solo come una raccolta di saggi consigli utili per tutte le circostanze della vita, viene sminuito come se fosse un libro di saggezza meramente umana, ma se la Chiesa ha deciso di elevarlo a Parola di Dio non possiamo leggerlo solo sul piano orizzontale del nostro limitato vivere terreno, ma c’è una dimensione verticale che spesso viene nascosta tra le trame delle frasi e altre volte viene esplicitata come succede in questo brano in cui viene citata la benedizione del Signore nei confronti del giusto ed anche la Sua maledizione per il malvagio.

Siccome questo libro parla ad un popolo con una cultura che non ama molto gli arzigogolamenti, il messaggio più immediato e di facile comprensione è quello che se si desidera avere la benedizione del Signore bisogna seguire le indicazioni date, altrimenti si subisce la maledizione da parte sua. Come a dire “uomo avvisato, mezzo salvato” , tanto per restare in tema di proverbi.

Lungo il nostro cammino abbiamo incontrato tante coppie che fanno fatica a comprendersi reciprocamente, non tanto per la già evidente differenza che portano il maschile e il femminile, quanto per la mancanza di dialogo profondo, quel dialogo che aiuta gli sposi a scoprire l’altro/a nel suo modo di agire, di reagire, di vivere una situazione sia essa piacevole o non, ci fa scoprire in pratica il mondo interiore dell’altro/a.

E questo dialogo profondo aiuta non solo chi ascolta ma anche colui/colei che si svela, perché aiuta a riporre la propria fiducia nell’altro sempre di più, in un crescente “abbraccio” nell’altro, ci si abbandona l’uno nelle mani dell’altra sempre più in profondità.

Ricordiamo sempre come i due sposi diventino (e sono chiamati a divenirlo sempre di più) un solo corpo, una sola anima ed un solo cuore; sembra una frase da cioccolatini, da romanticoni di fronte ad un tramonto con una pioggia di petali di rose, ma in realtà la Chiesa ci insegna che i due non sono una mera somma di due individualità, non sono nemmeno una società di due “gestori della logistica”, non sono neanche due che semplicemente si vogliono bene e si stanno simpatici per non invecchiare da soli, non sono due che vanno d’accordo su tutto cosicché ognuno sfrutti l’altro per le doti che mancano a sé stesso. No! Per essere e fare questo non è necessario sposarsi, basta essere due persone di buona volontà, così come si riesce a far “funzionare” un reparto/ufficio al lavoro, si può benissimo far “funzionare” una convivenza tra due persone magari con figli, ma così però non si è sposi.

Essere sposi è ben altro, è molto di più, anzi, è ontologicamente un’altra realtà, non è questione di opinioni, tantomeno di cultura, né di periodi storici, è questione di sostanza, di essenza.

Mentre si leggono questi versi di Proverbi ci si potrebbe rasserenare circa il fatto che essi siano norme buone da rispettare nei rapporti verso il prossimo ( se Dio vorrà un giorno vedremo cosa ci racconta Gesù di questa storia del “prossimo”), e qui siamo soliti pensare ai colleghi, ai vicini di casa, ai parenti, alle amicizie, alle persone in coda al supermercato, alla cassiera, al gruppo di mamme della scuola, al gruppo dei catechisti, ai volontari di questa o quella associazione… tutto ciò è buono e nobile, bello e giusto, ma ci pensiamo mai che il più prossimo ce l’abbiamo in casa, e che l’abbiamo anche sposato?

[…] non negare un bene a chi ne ha il diritto, se hai la possibilità di farlo. Non dire al tuo prossimo: «Va’, ripassa, te lo darò domani», se tu possiedi ciò che ti chiede. […] I due sposi hanno il dovere di essere fedeli, ed è un dovere che deriva dalla natura stessa del matrimonio non solo dalle proprie promesse fatte solennemente il primo giorno di nozze, ma questa fedeltà non è solo un dovere dell’uno, ma diventa diritto dell’altro. Naturalmente questa fedeltà deve essere integrale: è una fedeltà che comprende la fedeltà del mio pensiero, dei miei sguardi, delle mie azioni, delle mie parole, e va vissuta aldilà del comportamento dell’altro… praticamente è una fedeltà “all inclusive”. Quanti sposi negano al proprio consorte il diritto alla fedeltà? E lo stesso discorso vale per l’unicità e per l’indissolubilità matrimoniale. Quanti negano al proprio sposo o sposa questo bene prezioso che è l’unicità? Quanti negano all’altro il diritto all’indissolubilità? Spesso invece cadiamo nel tranello del mondo che vuole svilire il matrimonio, ad allora neghiamo a noi stessi e all’altro la fedeltà o l’indissolubilità.

Fin dal primo corso fidanzati ci insegnarono a non andare a letto “litigati”, cioè a non addormentarci prima di essersi riconciliati e perdonati vicendevolmente (“Non tramonti il sole sulla vostra ira” Ef4,26 ). Purtroppo qualche volta ci siamo cascati pure noi in questo tranello dell’orgoglio, ma il giorno dopo siamo stati tanto male che ci è sembrato di vivere una giornata infernale, e di fatto è così, perché dentro il cuore alberga l’inferno quando c’è la ripicca, la vendetta, la superbia… senza perdono il cuore si atrofizza.

Cari sposi, quando litighiamo tra noi, non aspettiamo mai domani, non dobbiamo mai dire al nostro coniuge “[…] «Va’, ripassa, te lo darò domani», se tu possiedi ciò che ti chiede.[…] , se la Parola ci dice di agire così con il prossimo, a maggior ragione bisogna agire così col proprio consorte. Abbiamo già “in tasca” il perdono, la fedeltà, abbiamo l’unicità, l’indissolubilità.. basta controllare bene nelle “tasche” del nostro sacramento che c’è già tutto questo… e molto di più.

Coraggio sposi, il Signore ha inventato il matrimonio per fare di noi quel capolavoro che aveva in mente fin dall’eternità. Non lasciamoci ingannare dal mondo, la vita che ci offre il mondo punta al ribasso e ci chiede poco impegno; il matrimonio in Cristo invece non è mica all’acqua di rose, chiede tutto ma offre ancora di più oltre ogni immaginazione!

Giorgio e Valentina.

Veniamoci incontro!

Uomo e donna insieme sono una forza della natura. Lo ha detto bene Jovanotti in una sua canzona Il più grande spettacolo dopo il big bang siamo noi, io e te. E’ davvero così. Quella creatura che Dio mi ha posto accanto quanto è bella, quanto è affascinante. E più la conosco e più lo è. Nonostante a volte sia pesante, pedante, mi faccia innervosire, non la capisca. Eppure è bella ma proprio perchè resta un mistero. Più passano gli anni e più è così. Perchè mi permette di entrare in lei, nel suo modo di essere e di pensare ed è molto affascinante. Finito questo panegirico della mia Luisa, che però non è piaggeria ma mi sgorga dal cuore, arrivo all’argomento di quest’articolo. Siamo differenti, vediamo di venirci incontro.

Tra le problematiche più frequenti in una coppia consolidata di sposi ne ho notata una che riguarda davvero tante coppie. Lui e lei si lamentano di due atteggiamenti dell’altro che danno fastidio. Lui di solito ha un lavoro impegnativo. Che porta via diverse ore ed energie ogni giorno. Lei lavora meno fuori e si dedica maggiormente alla cura della casa e dei figli. Alcune volte lavora solo in casa. Non voglio fare degli stereotipi ma spesso è così. Poi ci sono naturalmente eccezioni ma non sono la normalità. Ebbene cosa accade? La moglie ha bisogno di parlare. Non è un capriccio. Ne sente proprio la necessità. Nostra moglie non vuole solo metterci al corrente di quanto è successo, dei problemi, degli impegni ecc. ecc. La donna raccontando la sua quotidianità ci sta raccontando non dei fatti ma come ha vissuto quei fatti. Si sta aprendo emotivamente, ci sta dicendo quello che ha provato, le sue sofferenze, le sue gioie. Nel problema che ci racconta non c’è un fatto ma c’è lei. Così se ci racconta che il piccolo è caduto e si è fatto male ci vuole trasmettere la sua preoccupazione di quel momento e magari la solitudine di dover affrontare quell’imprevisto, seppur piccolo, da sola. Ho fatto un esempio stupido ma vale per tutto. E da noi non si aspetta una soluzione, almeno non sempre, ma che comprendiamo il suo stato d’animo. Si aspetta condivisione ed empatia.

Gli uomini sono diversi. Tornano a casa, dopo una giornata di lavoro, e non hanno nessuna voglia di parlarne. Non credono sia importante farlo. L’uomo tornato a casa ha solo un desiderio: staccare la spina e rilassarsi. Stare un po’ da solo. Entrare in quella che nel gergo si chiama caverna. La mia caverna può essere andare a correre, quella di un altro fare l’orto. Altri guardare una serie su Netflix, leggere, fare una passeggiata, giocare alla play. Ci sono moltissimi modi ma noi uomini abbiamo bisogno della caverna.

Cerchiamo quindi di venirci incontro. Prima di tutto accettando che siamo differenti e che abbiamo necessità differenti. Come accettarlo? Nel dialogo di coppia. Diciamocelo quello di cui abbiamo bisogno. L’altro non ci arriva da solo. Poi, se è vero che ci vogliamo bene come diciamo, rispettiamo le nostre necessità. Se lo sappiamo sarà più semplice farlo. Luisa sa che quando torno a casa ho bisogno di tranquillità. Ed io so che non posso approfittarmene. Non posso stare troppo nella mia caverna. Poi vi assicuro che noi maschietti saremo molto più predisposti ad ascoltare. Lo dobbiamo fare perchè lei ne ha bisogno. Anche se ci dice sempre le stesse cose. Capito? E senza guardare ne frattempo il telefono o la tv. Attenzione e condivisione. Così vi assicuro che avrà anche più desiderio di fare l’amore. Vi conviene!

Coraggio non è sempre facile vivere con quella personcina che avete accanto ma è meraviglioso. Non la cambierei mai per farla simile a me. Sai che noia sarebbe!

Antonio e Luisa

Coltivare l’indivisibile

Chi non ha una idea, seppur vaga di cosa sia l’atomo?

Sorprende pensare che un concetto così fondamentale di fisica nucleare sia stato già pensato nel V secolo a.C. da filosofi quali Democrito e Lisippo. Essi, senza microscopi a scansione o laboratori sofisticati, erano giunti a capire che in natura ogni cosa poteva essere divisa e scissa in più parti, ma solo fino a un certo punto. Vi era poi un limite oltre il quale ci si doveva fermare: l’atomo ossia letteralmente “ciò che è indivisibile”. Che acume! In effetti quello che loro intuirono a livello fisico, vale benissimo a livello affettivo ed esistenziale: anche nel nostro cuore vi è un ultimo spazio, intimo e recondito, che è indivisibile, perché solo si può condividere con una persona sola.

Gesù parla proprio di questo nel Vangelo di oggi. Ci mostra che esiste questa dimensione dentro di noi perché non è pensabile appartenere a più persone se non a Una sola. Voi sposi vi siete innamorati a vicenda, vi siete promessi fedeltà e appartenenza ma forse non eravate pienamente consapevoli che in quel momento, dinanzi all’altare, stavate entrando in una relazione piena e unica non tanto con il vostro coniuge quanto con Gesù stesso, lo Sposo della vostra vita. A ben vedere, il matrimonio è un appartenersi reciproco per diventare, come una sola carne, appartenenti a Dio Padre in Cristo. Lo dice bene Papa Francesco quando scrive:

Nella reciproca accoglienza e con la grazia di Cristo i nubendi si promettono dono totale, fedeltà e apertura alla vita, essi riconoscono come elementi costitutivi del matrimonio i doni che Dio offre loro, prendendo sul serio il loro vicendevole impegno, in suo nome e di fronte alla Chiesa” (Amoris Laetitia, 73).

Questo è il linguaggio dei mistici, i quali anelano solo e unicamente ad essere una sola cosa con Dio, come è il caso di Santa Teresa d’Avila, Santa Caterina da Siena, Santa Brigida…

È molto interessante leggere “Il Castello interiore” di Santa Teresa d’Avila in cui mostra la vita spirituale di un cristiano come il procedere dentro a un castello, cosa assai normale per una persona del 1500. Dagli spazi più esterni, come il cortile, le scale, i saloni, si passa alla parte più interna nella quale vive solo un signore che è Cristo.

Per voi sposi, coltivare l’appartenenza indivisibile a Cristo non è alienarsi dal coniuge ma tutto il contrario! È restare in relazione a Colui che è l’autore dell’amore che provate per vostro marito e moglie. Quando la vita spirituale è genuina, diventa la ricerca di un Volto che mi ama, allora di conseguenza il rapporto nel matrimonio ne trae beneficio, perché si sta toccando l’origine, la fonte da cui esso nasce. Quel Gesù che tu ami, si veste dei tratti del coniuge e ti chiama a donarti a lui e ricevere da lui una relazione di amore vero.

Cari sposi, Gesù vi invita a scegliere Lui ogni giorno, a metterLo al centro della vostra vita. Come disse Papa Benedetto: “non abbiate paura di Cristo! Egli non toglie nulla, e dona tutto. Chi si dona a lui, riceve il centuplo” (Benedetto, Omelia 24 aprile 2005).

ANTONIO E LUISA

Vorrei riprendere le parole di padre Luca e leggerle alla luce di quella che è la mia relazione con Luisa e alla luce di tante persone che ho avuto modo di ascoltare in questi anni. Come si cresce nell’amore verso l’altro? Permettendogli di essere sempre più il nostro tutto? I ragazzi cosa scrivono quando sono innamorati? Tu sei tutta la mia vita. Sei il mio universo. Bellissimo, no! Ma è amore vero? Può essere davvero amore quello? Detto in altre parole, se l’altro diventasse davvero il mio tutto io sarei libero di amarlo nella verità o farei di tutto per tenerlo vicino, anche quello che so essere sbagliato e che non fa bene alla relazione? In realtà no! Quello del sei tutto per me è un amore immaturo. L’amore sponsale mi chiede un lavoro diverso per maturare. Io prometto di volere bene a Luisa e per questo cerco di creare un confine con lei. Una parte di me del mio cuore deve appartenere solo a Dio. Quella parte che mi fa sentire amato e prezioso. Solo così saprò amare Luisa davvero, senza che il mio comportamento sia condizionato dal suo. E’ una vita che cerco di creare questa indipendenza da lei. All’inizio della mia relazione, lei era davvero il mio tutto. E’ vent’anni che lavoro su di me e cerco di nutrire la mia fede per staccarmi da questa dipendenza. E più riesco e più sono capace di amarla. E voi?

Matrimonio immagine dell’Eucarestia: chi l’ha mai detto?

Cari sposi,

domani, 17 settembre, la Chiesa festeggia un santo vescovo e teologo, San Roberto Bellarmino (1542-1621). Fu un uomo di straordinaria intelligenza e virtù, membro della Compagnia di Gesù, vescovo poi cardinale e partecipante al Concilio di Trento. Una delle sue opere più famose, le “Controversie”, titolo dovuto alle polemiche che erano in atto con la nascente chiesa protestante, contiene un celebre riferimento al matrimonio in relazione all’Eucarestia. Vorrei citarlo ora perché è una pietra miliare nell’approfondimento sia teologico che spirituale del sacramento delle nozze:

Il sacramento del matrimonio si può considerare in due modi: il primo mentre si celebra, il secondo mentre perdura dopo che è stato celebrato. Giacché è un sacramento simile all’Eucarestia, la quale è sacramento non solo mentre si fa ma anche mentre perdura. Perché, fin quando i coniugi vivono, la loro comunione è sempre il sacramento di Cristo e della Chiesa”.

Anzitutto vi invito a leggerlo e rileggerlo più volte perché questa verità va capita nella meditazione, nella contemplazione. Non basta la nostra testolina ma ci vuole il cuore e soprattutto lo Spirito Santo che ci porti ad una intelligenza superiore. Umilmente vi vorrei sottolineare due aspetti che mi sembrano semplicemente stupendi:

1) Siete presenza viva di Cristo.

Già l’accostarvi all’Eucarestia per il fatto che perdura una Presenza, dovrebbe lasciarvi senza fiato. Avete capito bene, Gesù vive nel vostro amore dal momento della celebrazione del sacramento. Siccome è avvenuta una vera e propria consacrazione dello Spirito Santo (cfr. Gaudium et Spes 48, Familiaris Consortio 56, Amoris Laetitia 74) sul vostro amore. Da quel momento Lui cammina con voi. Sentitevi, quindi, come i discepoli di Emmaus, magari distratti e con mille pensieri per altre cose, ma sapete che Lui è lì con voi sempre, ne siate consapevoli o meno.

2) Siete riflesso di un Amore più grande del vostro.

Siete sacramento, cioè segno sensibile ed efficace dell’amore che Cristo ha per la Chiesa. Ossia, avete la capacità di donare la vita, di morire in croce per l’altro. Gesù vi ha dato il dono, evidentemente sta a voi metterlo a frutto. Vuol dire che ogni vostro gesto di amore contiene quello di Dio. Con quale cura e attenzione bisogna che vi amiate! Non è più solo una faccenda tra voi due, ma Dio stesso si è coinvolto nella vostra relazione.

Mi fermo qui. Vorrei invitarvi ad approfondire voi ulteriormente, certo che, come ha scritto Papa Francesco in Amoris Laetitia: “una comunione familiare vissuta bene è un vero cammino di santificazione nella vita ordinaria e di crescita mistica, un mezzo per l’unione intima con Dio” (n° 316). Appunto, nella misura in cui vivete la comunione con Gesù e tra di voi, che andate dentro con il cuore e la preghiera a questa verità, a questo stretto legame che vi unisce all’Eucarestia, sono sicuro che arriverete a vette mistiche di unione con Gesù.

Padre Luca Frontali

Ma come ti vesti?! (teologia del corpo edition)

Vi ricordate il programma di Real Time condotto da una superchic Carla Gozzi e da Enzo Miccio? Nel corso di ogni puntata i due conduttori esaminavano il guardaroba della protagonista, ritenuta vestirsi male o con capi non adatti alla sua fisicità, e la aiutavano a realizzarne uno più alla moda e capace di valorizzare il suo aspetto.

Ecco, è da un po’ che rifletto sul tema dell’abito e quest’estate tale argomento si è ripresentato più volte, sia chiacchierando con alcune ragazze più giovani e condividendo insieme osservazioni e sensazioni personali, ma anche osservando l’abbigliamento estivo sfoggiato con molta nonchalance dalla teenager di oggi.

Sebbene non sia praticamente mai oggetto di catechesi o evangelizzazione, la questione del vestito non è da poco: l’abito non è affatto un dettaglio frivolo, non è una questione superficiale, l’abito infatti “presenta” la persona, manda un messaggio, dice cosa penso di me, cosa penso del mio corpo, come mi guardo e come voglio essere guardata.

È quindi un tema che riguarda in maniera profonda l’identità e qui lo esaminerò dal punto di vista femminile, il che non vuol dire non tener presente la prospettiva maschile, anzi.

Ancora una volta la teologia del corpo mi ha offerto le chiavi di lettura più illuminanti, a mio avviso, per districarmi in quest’ambito e, a partire da essa, desidero condividere 4 punti che Carla Gozzi ed Enzo Miccio definirebbero “Mai più senza”, ovvero quei riferimenti da tenere sempre presenti e che in questo caso, non riguardano caratteristiche estetiche, ma piuttosto coordinate di base più profonde, che la filosofia chiamerebbe antropologiche, ovvero riguardanti l’essenza dell’essere umano-persona.

Punto 1: Il corpo è sacramento della persona

Questo significa che il corpo rende visibile l’incomunicabile mistero della persona: detto in altri termini, il corpo manifesta la persona, che è unità inscindibile di anima e corpo. Da ciò deriva che il corpo ha altissima dignità, non è un involucro muto, non è parte della persona, ma è la persona, è sua diretta espressione. Per questo motivo tutto ciò che riguarda la parte visibile di me, compreso il mio modo di vestire, parla di me, di come mi penso, di come mi sento. Se allora, siamo d’accordo sul fatto che ogni persona è preziosa, unica e irripetibile, anche il modo di vestire è chiamato a riflettere questa preziosità, questa unicità.

Ricordiamoci che siamo figlie di Dio, figlie di Re e siamo innanzitutto rivestite del Suo Amore, per questo motivo siamo autorizzate e possiamo autorizzarci a vestirci bene, a essere belle, a valorizzarci. Anzi, solo sulla base di questo presupposto il nostro essere belle prende pieno significato e valore.

Come avrete capito insomma, questo primo punto smonta direttamente tutti quegli atteggiamenti di svalutazione del corpo e del proprio aspetto fisico che spesso hanno preso piede in diversi ambienti cattolici. In certi contesti “parrocchiosi” ad esempio, mi facevano notare anche alcune giovani, se ti trucchi e ti vesti carina quasi ti senti in colpa perché temi che gli altri pensino che vuoi essere appariscente o che sei vanitosa.

Oserei dire che la prospettiva va proprio ribaltata: sminuirsi e svalutarsi con il proprio modo di vestire non è rendersi merito come persone, come figlie di Dio. Anche per questo il termine modest fashion spesso usato nel mondo cattolico non mi è mai particolarmente piaciuto (anche se comprendo cosa significhi), anzi lo ritengo proprio infelice perché l’aggettivo modesto, secondo la Treccani, è sinonimo di dimesso, senza pretese, umile… e da qui ad anonimo e sciatto la strada è breve.

Punto 2: Sei creata come femmina e lì c’è un dono per te e per gli altri

È proprio così, Dio ci ha creato femmine dando forma non solo al nostro corpo, ma anche alla nostra psiche (come pensiamo, come ci relazioniamo) e addirittura anche al nostro spirito, cioè la parte più profonda di noi, il nostro modo di amare. È bello pensare che Dio mi ha creato in quanto donna perché la mia femminilità fosse un dono e perché il mio modo di amare fosse caratterizzato da quelle sfumature di tenerezza e cura che solo la femminilità sa incarnare.

Nel guardaroba allora dico sì a gonne, vestiti, capi svolazzanti e colorati, gioelli… insomma tutto ciò che è marcatamente femminile e che renda evidente una differenza con il mondo maschile. Non sto dicendo che dobbiamo essere tutte leopardate come Costanza Miriano (ognuno ha i suoi gusti) o tutte agghindate come se fossimo sul set di Un diavolo veste Prada, ma che per ciascuna, rispettando il proprio stile, sia importante un tocco di femminilità.

Mi sembra infatti un valore aggiunto testimoniare anche attraverso l’abbigliamento che l’essere donna è bello, che la femminilità è una caratteristica profonda della mia identità in cui mi riconosco appieno, pur nella mia specificità e modalità, e che non mi toglie nulla, anzi, è proprio l’identità profonda che Dio ha scelto per me e per la mia missione nel mondo.

Punto 3: Dio affida ad ogni donna la dignità di ogni uomo (e viceversa naturalmente)

Cosa significa abiti femminili? Provocanti e seducenti? Quanto è opportuno che sia lunga (o corta) la gonna? E quanto profonda la scollatura? Al mare in bikini e micro-brasiliana sì o no?

Qui permettetemi una citazione che smonta ogni questione di questo tipo e va dritta al punto. Chi conosce la teologia del corpo sa che Giovanni Paolo II commenta la famosa frase: “Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore” e mette in luce un fatto molto vero: per effetto della concupiscenza (leggi ferita del peccato originale) ognuno di noi è incline a guardare l’altro come qualcuno da usare/possedere, e c’è quindi bisogno di una redenzione del cuore che renda puro anche il nostro sguardo.

Allora – dice Giovanni Paolo II – Cristo in questo brano di Vangelo “assegna come compito ad ogni uomo la dignità di ogni donna; e contemporaneamente (sebbene dal testo ciò risulti solo in modo indiretto) assegna anche ad ogni donna la dignità di ogni uomo”.

Che vuol dire? Prendiamo il caso della moda mare di questi ultimi anni. Mi ricordo di un uomo sposato, cattolico, che aveva scritto su FB denunciando il tipo di costumi che portano le ragazze oggi, con lato B molto scoperto diciamo, perché non lo aiutavano rispetto alla sua personale lotta per la purezza. Ricordo anche la risposta di una signora che gli recriminava il fatto che un uomo, se davvero fosse integro, non dovrebbe neanche fare certi tipi di pensieri.

Ecco, Giovanni Paolo II dice non solo che è necessaria una lotta per la purezza, perché il cuore dell’uomo (e della donna) è ferito ontologicamente su questo punto. Ma poi responsabilizza entrambi dicendo: uomo, tu sei responsabile della dignità della donna; donna, tu sei responsabile della dignità dell’uomo.

La dignità riguarda il fatto che la persona è sacra, ha un valore inestimabile e non può mai essere ridotta ai suoi soli attributi sessuali.

Per noi donne essere responsabili della dignità dell’uomo può significare molte cose, ma, prima di tutto, significa essere consapevoli di questa ferita di cui l’uomo-maschio porta conseguenze in modo peculiare per ciò che riguarda lo sguardo sul femminile. Siamo chiamate ad aiutarlo nella lotta per la purezza dello sguardo, facendo sì che il suo sguardo, quando si posa su di noi, incontri sempre il mistero di una persona e non un’esposizione di mercanzia. Infatti, soltanto uno sguardo che vede nell’altro qualcuno e non qualcosa è uno sguardo pienamente all’altezza della dignità dell’essere uomo.

Siamo quindi custodi gli uni degli altri, custodi dello sguardo che si posa su di noi, custodi della nostra piena dignità di persone. Ciò non significa ovviamente indossare un burqa o una muta da sub, ma essere consapevoli che a seconda dell’abito che indossiamo possiamo custodire o meno chi ci guarda. Il pudore, ultimo punto, riguarda proprio questa custodia.

Punto 4: Pudore e nudità

Immaginate, uscendo dalla doccia, di essere sorprese dallo sguardo di uno sconosciuto alla finestra e immaginate la vostra reazione: vi coprireste immediatamente, ma non la faccia, bensì i vostri attributi sessuali. Diverso sarebbe se estrasse vostro marito da cui vi sentite profondamente amate.

Perché questa differenza di reazioni? Il pudore secondo GPII è una reazione difensiva naturale della persona che è portata a nascondere i propri attributi sessuali quando essi finiscono sotto lo sguardo di qualcuno che può ridurci esclusivamente ad essi, svilendo la dignità del nostro essere persona. Si tratta di un moto spontaneo di custodia che avviene perché ogni persona ha in sé il desiderio innato di essere amata, non di essere usata.

Allora il pudore è una parola preziosa da riscoprire: non è vergogna del corpo, non è nemmeno “pudicizia”, ma è il desiderio di suscitare amore, rispetto per l’integrità della nostra persona, e non di suscitare, al contrario, uno sguardo che spersonalizza, che oggettivizza, perché focalizzato solo sugli attributi sessuali.

A questo proposito, per quanto riguarda l’abbigliamento è interessante che Karol Wojtyla puntualizza che non è soltanto la quantità di pelle che scopriamo a definirne la moralità del vestito, quanto piuttosto la situazione/funzione dell’abito, e anche il tipo di relazione tra le persone coinvolte.

Ci sono infatti situazioni oggettive che richiedono che il corpo sia in parte scoperto, ad esempio, dice il papa: “Non è contrario fare il bagno in costume, ma è impudico portarlo per strada e nel corso di una passeggiata”, e qui va da sé che dovremmo mettere molto in discussione la moda attuale, e che non vale dire passivamente che la moda di oggi è questa e che si trovano solo vestiti così. Non è un fatto su cui si può sorvolare perché, a questo punto lo abbiamo capito, in gioco non c’è solo il vestito, ma la dignità della persone.

Infine ci sono situazioni, come ad esempio la relazione tra sposi, in cui la nudità, parziale o totale, non solo è pienamente rispettosa della dignità della persona in virtù dell’amore, che cambia lo sguardo sull’altro, ma potremmo dire che è anche necessaria. Infatti la mascolinità e la femminilità espressi anche nel corpo, permettono e alimentano l’amore tra i coniugi, che non è certamente solo platonico, ma vive di tutte le dimensioni della persona.

In conclusione, il tema dell’abbigliamento è complesso, vasto e cruciale in merito alla nostra identità nel senso più profondo del termine. Non è mai una questione solamente estetica, ma è sempre anche morale, ovvero oggetto di una scelta per il bene. Sarebbe bello allora se il vestito non prendesse forma solo dalla moda del momento o dal caso, ma dalla consapevolezza di tutto ciò che manifesta e significa e dalla convinzione che anche il nostro corpo e il nostro abbigliamento possono evangelizzare oppure no.

Giulia e Tommaso

Articolo originale sul blog Teologia del corpo & more

Un Dio che si rispetti non mi può volere infelice.

Oggi permettetemi un articolo un po’ diverso dal solito. Mi sono immaginato il cristiano medio italico davanti al matrimonio. Ho provato a ragionare con la mentalità del nostro tempo. Non che io mi creda migliore. Semplicemente ho avuto la grazia di incontrare persone che mi hanno fatto capire e una moglie eccezionale. Altrimenti sarei anche io dentro questo modo di pensare. Ne è uscito un quadro direi desolante dove il sacramento non è che un rito senza sostanza. Dove love is love. Finchè c’è il love naturalmente. Dove la promessa non sono che parole vuote, dette senza consapevolezza. Quanti si sposano davvero convinti di voler restare sempre e comunque, anche se l’altro li abbandonasse? Credo molto pochi.

Ho appena finito il corso prematrimoniale. Una rottura di scatole. Non vedevo l’ora finisse. Non ci ho capito nulla. Certo che ne hanno dette di cose. Ho solo una domanda: perchè mi devo sposare in chiesa? No perchè non so se ne vale davvero la pena. L’amore cristiano è davvero qualcosa di strano. Questo Gesù che per amore di gentaglia che non merita nulla, che lo tradisce, si lascia umiliare, picchiare e addirittura uccidere sulla croce. Lo fa per amore e, secondo la nostra fede, attraverso questo amore che viene offerto a chi ne è indegno, redime e salva il mondo. E’ ben strana questa cosa. Non è finita qui. Fosse solo questo. Gesù pretende che anche noi facciamo altrettanto. Chiede ad ognuno di noi di amare in quel modo. Ma siamo matti! Un Dio che si rispetti non mi può volere infelice. Figurati se il matrimonio può essere una croce. No! Non se ne parla. Se non sono felice mollo tutto e cerco altrove. D’altronde Dio a cosa serve? A rendermi felice. E allora come la mettiamo?

Il bello è che chiede proprio a noi sposi di amare così. Lo chieda ai suoi preti! E invece no. Lo chiede in particolare a noi sposi. Bella fregatura insomma averci appioppato il compito di essere icona di Dio, immagine del Suo amore. E si! Come se io fossi un povero cretino che accetta di salire in croce per amore. Scusa Gesù nessuna allusione a te, sia chiaro. Tu puoi, sei Dio, ma io sono un povero uomo. Io voglio essere felice, mi accontento di poco. Vorrei trovare una donna che mi faccia stare bene, che sia disponibile, che quando ho voglia faccia l’amore con me, che mi cucini bene, che mi lasci guardare le partite di Champions senza chiedermi di aiutarla a piegare le lenzuola (sembra lo faccia di proposito, arriva sempre in quel momento). Insomma voglio una donna che mi dia tutto quello che mi manca senza rompere troppo. Non voglio stravolgere la mia vita.

L’amore non è forse questo? Stare bene insieme. Naturalmente stare bene insieme significa che sto bene io. D’altronde l’amore è quella cosa che non puoi governare. Ti viene e così come è venuto se ne va. Non ti amo più, non sento più nulla. Non è colpa mia. Forse è colpa tua che non sei più quella di prima. Non sei quella che credevo tu fossi. Sei sempre insoddisfatta, dici che non ti faccio sentire amata, che non mi prendo cura di te. Cosa pretendi? Devo lavorare e poi lasciami respirare un po’. E poi la dico tutta, è passato qualche anno e non sei più così bella. Non hai più quel seno sodo, è diventato un po’ cadente. E in viso si vede qualche ruga e in testa i capelli bianchi. No non va bene così! Merito di meglio. Ho provato a volerti bene ma proprio non riesco più. Meglio lasciarci.

Non so a voi ma questa breve descrizione a me è sembrata un incubo. Eppure la mentalità di oggi è questa. Ho esagerato, ne ho fatto una descrizione caricaturale, ma è così che il mondo ci porta a pensare. Io, io e poi ancora io. Il MIO matrimonio è buono fino a quando l’altro MI fa stare bene. Il matrimonio è uno strumento come altri per il MIO benessere psicofisico. Come spesso è la fede. La fede va bene finchè mi dà qualcosa. Così il matrimonio. Se le difficoltà sono maggiori rispetto alle gioie e allora non ne vale la pena. Ci devo guadagnare. Se trovo di meglio perchè no?

Perchè invece il matrimonio cristiano è diverso, è diventa davvero un mezzo di salvezza? Badate bene non ho detto di gioia. Non ho detto gioia perchè il matrimonio può anche essere causa di sofferenza e di dolore. La croce è li a ricordarcelo. Ho detto DI SALVEZZA! Il matrimonio cristiano ci permette di imparare a donarci. Ci permette di non avere una vista miope. Il miope vede benissimo gli oggetti vicini, sè stesso, ma fa fatica a mettere a fuoco l’altro, la persona amata. Ecco il matrimonio è come se fosse un paio di occhiali che ci permette di focalizzarci sulla persona che abbiamo accanto e sul suo bene. Prima del nostro. E questo cambia la vita, la vita dell’altro che si sente amato in modo gratuito ed incondizionato e anche la mia che in quel dono imparo ad essere chi sono davvero e in quel dono incontro Gesù. Capite che cosa grande è il matrimonio? Uscendo da me stesso trovo chi sono davvero.

Ecco se per voi il matrimonio non può mai essere croce, non sposatevi in chiesa. Convivete, sposatevi civilmente ma non in chiesa. Stareste facendo solo una sceneggiata. Il sacramento ti chiede di amare tutta la vita. Come fate a prometterlo se non pensate che l’amore che date all’altro e a Dio sia un atto di volontà prima che un sentimento, e che a volte significa abbracciare la croce. Sposarsi in Cristo è rischioso ma nulla riempie la vita come dare tutto per amore.

Antonio e Luisa

Riaccompagnati e risposati. Il punto di vista di uno sposo abbandonato e fedele.

Oggi voglio parlare di un argomento spinoso, che ha diviso e divide purtroppo molte persone all’interno della Chiesa: la comunione alle persone riaccompagnate o risposate, che poi spesso sono i nostri coniugi.

Io credo che una discussione su questo tema sia sbagliata, perché l’obiettivo non è fare la santa comunione, ma andare in Paradiso. Quindi si tratta di capire quale sia il bene dell’altra persona e quali aiuti possa avere per crescere. Nel 2016 nella mia diocesi (Arezzo) avevamo organizzato un cammino pastorale per i riaccompagnati e risposati: mi ricordo che al primo incontro erano tanti e dopo circa mezz’ora uno di loro alzò la mano e chiese se avrebbero potuto fare la comunione; la risposta del sacerdote fu negativa e dalla volta dopo non è venuto più nessuno.

E’ chiaro che se si considera la santa comunione  un diritto e non un dono immeritato, si parte subito male: spesso sento dire “Dio è venuto per i peccatori”, è verissimo, ma non esiste nessuno al mondo che si “meriti” la comunione: ricevere Dio, ci rendiamo conto? Neanche se facessi il missionario o pregassi ininterrottamente tutta la vita! Perché quello che ho ricevuto è molto superiore a quello che potrei contraccambiare. Quanto vale un mio respiro o un battito di cuore? Quanto sarei disposto a pagare per una giornata in più di vita?

Su Amoris Laetitia, nel famoso capitolo ottavo e nelle note è scritto che in alcuni casi i risposati e riaccompagnati possono ricevere i Sacramenti: la cosa non mi disturba, anche perché viene sottolineato che dovrebbe avvenire in seguito ad un cammino in cui si riconosce di aver sbagliato e si vanno a migliorare i rapporti verso il coniuge e i figli e non è un “tana libera tutti”. Io vorrei che tutti andassero in Paradiso e se la comunione può aiutare un fratello, ben venga! Non siamo mica a scuola in cui c’è invidia verso chi viene promosso con un aiuto da parte dei professori. Qui stiamo parlando di vita eterna e d’altra parte la parabola dei 10 talenti mi sembra chiara: alla fine della giornata chi ha lavorato tutto il giorno prende quanto chi ha lavorato 1 ora soltanto. E’ ingiusto o siamo felici perché nostro fratello ha ricevuto anche lui la nostra stessa paga? L’amore è ingiusto, altrimenti si chiama commercio o amore prostituito, io ti do una cosa e tu me ne dai un’altra.

Dio è misericordia e nessuno di noi potrà andare in Paradiso senza la Sua Misericordia, nessuno, nemmeno il Papa: è un dono, un regalo. Ma è altrettanto vero che io non posso dare una pacca sulle spalle a mio fratello e dirgli fai quello che vuoi, tanto Dio ti perdonerà tutto, perché non cambierebbe niente. Io non so se andrò in Paradiso, lo spero tanto, ma di sicuro ho ricevuto tanto e sono chiamato a dare tanto. Probabilmente un mio fratello che ha vissuto in un altro Paese, magari non cattolico, che non ha  avuto genitori cristiani, non ha incontrato santi sacerdoti come me, sarà chiamato a fare molto meno. Io cerco di seguire il Vangelo e la strada (stretta) che viene indicata, (e sul matrimonio Gesù non avrebbe potuto usare parole più chiare), ma è probabile che per altre strade si giunga alla stessa meta; ma io non posso certo saperlo e neanche mi azzardo a esprimere giudizi o a dare consigli.

Infine una cosa che nessuno dice, ma che secondo me è molto importante, sono le conseguenze sui figli e sui giovani: già sono duramente provati e feriti per la separazione, che testimonianza vogliamo lasciare loro? Attenzione al messaggio che può passare. Se le persone riaccompagnate possono accedere ai Sacramenti, allora due giovani che si vogliono bene, sono fidanzati e fanno l’amore prima di sposarsi, fanno qualcosa di meno grave, perché non hanno promesso amore eterno davanti agli uomini e soprattutto a Dio (Se si tollerano e giustificano rapporti sessuali con altre persone e con un Sacramento valido, allora si tollerano e giustificano a maggior ragione tutti i rapporti sessuali al di fuori del matrimonio). Quando andiamo a ricevere la santa comunione dovremmo avere i brividi, cosa che non mi capita e anzi, quando mi sento “a posto”, cerco di ricordarmi che le prostituite mi passeranno davanti nel Regno dei cieli e così mi ridimensiono.

Ettore Leandri

Un master di altissimo livello!

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi (1Cor 12,12-14.27-31a) Fratelli, come il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito. E infatti il corpo non è formato da un membro solo, ma da molte membra. Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra. Alcuni perciò Dio li ha posti nella Chiesa in primo luogo come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri; poi ci sono i miracoli, quindi il dono delle guarigioni, di assistere, di governare, di parlare varie lingue. Sono forse tutti apostoli? Tutti profeti? Tutti maestri? Tutti fanno miracoli? Tutti possiedono il dono delle guarigioni? Tutti parlano lingue? Tutti le interpretano? Desiderate invece intensamente i carismi più grandi.

Questo è un testo di San Paolo famoso perché si parla spesso della Chiesa come il corpo mistico di Cristo e si fa riferimento a questo brano nelle varie omelie/catechesi, mettendo in evidenza come Cristo sia il capo del corpo e noi sue membra. E questo paragone del corpo è talmente azzeccato che lo capisce chiunque, basta rileggersi l’intero capitolo 12 nel quale S. Paolo si sofferma su qualche membro del corpo espandendo ed esplicitando con esempi, cosicché da sgombrare ogni eventuale dubbio.

Qualcuno si starà chiedendo il perché della nostra riflessione visto che è un argomento abbastanza intuitivo, ed in effetti ad una lettura superficiale basterebbe ricordare ad ogni membro della Chiesa che il proprio posto è importante per il buon andamento di tutto il corpo, nonostante il proprio apporto sembri insignificante e piccolo se visto in se stesso.

Da questa semplice analisi possiamo già trovare un’applicazione per gli sposi: molti di essi spesso si demoralizzano, si sconfortano perché sono tutti presi dalle faccende domestiche, compreso l’accudimento di figli/parenti e perdono l’orizzonte di tutto il corpo di Cristo.

Abbiamo incontrato mamme/spose che non si sentono realizzate a restare a casa per fare le mamme e le spose perché hanno studiato tanto, hanno 2 o 3 master, prima di sposarsi avevano una professione di alto livello, e così si sentono sminuite se devono restare a casa a fare “solo” la mamma e la sposa. Per la logica di questo mondo sono delle donne insignificanti, ma non è affatto così. Innanzitutto l’accudimento dei figli è un investimento sociale poiché essi sono il futuro della società, se l’accudimento riguarda persone malate è altrettanto un risparmio per lo Stato poiché questi malati non sovraffollano le strutture del Sistema Sanitario Nazionale che è già abbastanza stressato; e questi sono solo semplici ragionamenti sul piano meramente orizzontale, ma c’è molto di più sul lato della fede.

Se la fede non diventa vita non è vera fede, ma si ha l’illusione di credere, ecco perché in ogni circostanza dobbiamo sempre chiederci come collocare questa stessa esperienza all’interno del cammino di fede, della nostra vita spirituale. Non possiamo illuderci di vivere una dicotomia tra la vita reale e la vita di fede. Alla fine della vita ciò che conta è se abbiamo atteso alla nostra vocazione in modo degno e santo: in altre parole è la santità la nostra vera realizzazione.

Quando ero (Giorgio) un giovane ragazzo speravo che la mia professione fosse fare il musicista illudendomi per tanti anni, ma stavo inseguendo un sogno (non cattivo e malvagio in sé), e per fare questo stavo perdendo di vista la mia vocazione, mi ero buttato a capofitto in questo sogno non avendo più energie da investire nella mia vera realizzazione. Dopo diversi tentativi ed illusioni mi accorsi che il sogno non andava riposto in un cassetto chiuso, ma provai a “regalarlo” al Signore, e Lui lo inserì nel progetto che Dio aveva sulla mia vita. Fu così che il talento musicale regalatomi dal Signore si rivelò una delle strade privilegiate per la mia salvezza, fu grazie ad esso (per esempio) che conobbi Valentina, la mia sposa in Cristo. Vi ricordate quando il Signore dice nel Vangelo che avremo il centuplo già quaggiù? Io ho ricevuto davvero il centuplo ma ho dovuto rinunciare ai miei progetti per il Suo progetto che si è rivelato molto più grande e più ambizioso del mio.

E così può succedere a quelle spose e mamme di cui sopra, perché il Signore di noi non butta via niente, ma volge tutto secondo i suoi piani se noi ci fidiamo, di noi butta via solo il peccato, anche se in realtà il Signore usa anche il male per ottenere un bene più grande. Care spose e mamme, la vostra prima preoccupazione non deve essere quella della carriera e della vostra autodeterminazione in qualsivoglia attività professionale, se la vita vi sta chiedendo per un certo periodo di tempo di essere spose e mamme, non è già un’investimento per il Paradiso sufficiente? La vostra sposa e mamma di riferimento, la Madonna, non ha forse vissuto la sua sponsalità e la sua maternità a fianco di S. Giuseppe e nell’accudimento della casa e del bambino Gesù? Lei avrebbe potuto vantare titoli ben maggiori di 50 lauree e master messi insieme, come ad esempio essere la Madre di Dio, oppure l’Immacolata sempre Vergine, eppure ha preferito la strada del nascondimento nella doverosa quotidianità.

Non vi basta essere spose e madri? Dio vi ha fatto il dono speciale della maternità, vi ha fatto compartecipi della Sua opera creatrice, vi ha affidato un suo figlio (il vostro sposo) perché lo amiate insieme a Lui e al posto Suo ; vi ha poi affidato dei pargoletti perché si fida di voi per mostrare loro il Suo volto materno… non vi basta? Avete una dignità altissima, Dio si fida di voi per riportare nel mondo la pace, la tenerezza, la dolcezza, l’accoglienza, avete in voi la culla della vita che nemmeno gli angeli hanno.

Coraggio spose, coraggio mamme. La vostra dignità non è nelle realizzazioni di questo mondo ma nella realizzazione del progetto di Dio su di voi, avete da affrontare un nuovo master molto più impegnativo degli altri.

Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo!

Giorgio e Valentina.

Giovani Wannabe

Vi avevamo lasciato con l’ultimo articolo dove eravamo con gli zaini pronti per partire per la Baita, per la vacanza comunitaria. Oggi siamo nuovamente a casa a Roma. Che dire indubbiamente è stata una vacanza di cui ne sentivamo il bisogno, non solo per fuggire dalla canicola romana, in Trentino si stava benissimo con le felpe, ma ancor di più per il clima umano.

Io mi sono rilassata alla grande perché ho vissuto la preparazione alla vacanza senza voler sapere nulla, ho voluto l’effetto sorpresa. Non ho voluto sapere con quali famiglie saremmo stati ed ero ignara anche su quale sacerdote ci sarebbe stato. Come ho scritto nel precedente articolo, Lo scorso anno litigai con il nostro padre spirituale, gli dissi davanti a un bel piatto di carbonara: Tu cadi sempre in piedi, tu sei sicuro di tornare alla Baita, noi no. Nella Chiesa si pensa sempre ai ragazzi e mai alle coppie. Fu l’inizio del progetto Abramo e Sara che noi tre abbiamo creato. Ho maturato, soprattutto quest’anno, la consapevolezza che indubbiamente Andrea ed io stiamo bene così, nel senso che anche senza un figlio naturale, abbiamo Alice la nostra figlia affidataria e i ragazzi dell’oratorio che ci riempiono casa. Prima di partire, Alice ci ha spiazzato regalandoci una foto con noi e lei perché, usando le sue parole, siamo una famiglia.

Andrea invece ha vissuto la preparazione alla Baita in una maniera gioiosa, fremeva come se dovesse giocare la sua Roma. La cosa più importante di questa vacanza, come ho scritto all’inizio di questo articolo, è stato il clima di libertà e rispetto reciproco. Quando si è in tanti può capitare qualche disaccordo screzio e invece questa volta no. Andrea indubbiamente era avvantaggiato rispetto a me, perché alcuni di loro erano stati i suoi catechisti di quando era ragazzo. Per me invece è stato diverso, perché erano persone che conoscevo solo indirettamente, per i racconti di Andrea e per i racconti del nostro padre spirituale.

Infatti grazie a questa vacanza ho capito molte cose sia su di me che su Andrea. Per me è stata l’occasione di camminare da sola. Avevo il desiderio di ritagliarmi un momento privato per godermi il lago del Rifugio Nambino, quello stesso lago dove iniziai a capire che la PMA non era la giusta strada per noi. Andrea invece si è goduto l’escursione con i ragazzi. Ho lasciato che Andrea si godesse i ragazzi anche senza di me ed è stata la scelta più giusta, in quanto durante la vacanza mi ha confessato che si anche lui stava sperimentando nel suo cuore la bellezza dell’essere semplicemente solo in due, ma nello stesso tempo, accompagnando quei ragazzi, sperimentava la meraviglia di una paternità pensata appositamente per lui e nel modo più congeniale. Camminare con i ragazzi per i sentieri chiudendo la fila proprio come il buon pastore, che da dietro controlla con lo sguardo il gregge, è questo il senso più vero della paternità che altro non è che mettere in pratica ciò che ha sempre visto fare al nostro padre spirituale.

Ci si dimentica sempre che i figli non sono una nostra proprietà esclusiva, ma sono un dono da condividere e accompagnare per aiutarli a trovare la loro strada. Paternità significa tante cose. Vuol dire anche farsi prossimo di quell’amico in difficoltà, è anche potergli dire io ci sono se ne hai bisogno perché ti vedo stanco. Paternità è giocare con i ragazzi fino alle 2 di notte, ascoltando i loro racconti, i loro sogni e i loro dubbi sul futuro. Paternità è curare i germogli della semina di chi è passato prima di te e ti ha affidato il terreno. Paternità è pensateci voi ai ragazzi perché io non potrò essere sempre fisicamente accanto a loro

Ecco perché noi non abbiamo frequentato nessun corso che ci spiegasse il passaggio da fertilità a fecondità, perché l’abbiamo sperimentato sulla pelle ricevendo l’amore necessario da trasmettere agli altri. Speriamo che le nostre parole siano uno spunto per le altre coppie e per gli altri giovani che ci leggono. Nel prossimo anno è in cantiere una bellissima esperienza di vacanza. Se siete curiosi contattateci in privato sul nostro canale Telegram e sulla nostra pagina Facebook Abramo e Sara. A presto Simona e Andrea . Dimenticavamo il titolo dell’articolo è una canzone dei Pinguini Tattici Nucleari che i ragazzi cantavano durante le escursioni.

Ritrovarsi nella Misericordia

Cari sposi,

tutta la lettura di oggi ha un filo rosso unificante: la misericordia. È sempre fecondo tornare su questo argomento perché nella vita nuziale è di vitale importanza sapersi accogliere con misericordia. Tuttavia, il recente anno dedicato proprio a questo tema, motivo per cui ho scelto di usare il logo, ci ha aiutato a capire la profondità del tema: la misericordia è di più di un semplice perdono puntuale.

Il Vangelo oggi presenta 3 celeberrime parabole con cui Gesù vuole spiegare ai farisei, dettaglio fondamentale per capire tutto il senso delle stesse, il suo modo di comportarsi con le persone ritenute peccatori dalla mentalità comune. In queste tre scene c’è uno schema comune: qualcosa o qualcuno si perde e poi viene ritrovato, il che suscita una grande gioia.

In quanti modi ci si può perdere nel matrimonio! Può essere uno dei due o entrambi simultaneamente. Ci si può perdere in tanti modi: un allontanamento sessuale, un seguire i propri interessi (dal lavoro, agli hobby, agli amici…) a scapito della relazione, vivere nella routine il dialogo o l’intimità fino proprio a un tradimento affettivo e/o fisico…

Cosa ha di speciale la misericordia divina? Perché è più di un singolo atto di perdono? È un atteggiamento anzitutto, è un modo di essere di Dio, Lui è abitualmente misericordioso. Per essere più chiaro ancora: Dio è sovrabbondanza di Amore, è una fonte inesauribile di amore ed è per questo che guarda ai nostri peccati e alla nostra fragilità con uno sguardo premuroso e compassionevole. Nemmeno i nostri peccati possono superare la grandezza del suo Perdono. Vorrei citare un passaggio di Papa Wojtyła:

È significativo che i profeti nella loro predicazione colleghino la misericordia, alla quale fanno spesso riferimento a causa dei peccati del popolo, con l’incisiva immagine dell’amore da parte di Dio. Il Signore ama Israele con l’amore di una particolare elezione, simile all’amore di uno sposo (Cfr. per es. Os 2, 21-25 e 15; Is 54, 6-8) e perciò perdona le sue colpe e perfino le infedeltà e i tradimenti. Se si trova di fronte alla penitenza, all’autentica conversione, egli riporta di nuovo il suo popolo alla grazia (Cfr. Ger 31, 20; Ez 39, 25-29). Nella predicazione dei profeti la misericordia significa una speciale potenza dell’amore, che prevale sul peccato e sull’infedeltà del popolo eletto” (Giovanni Paolo II, Dives in Misericordia, 4).

Gesù è uno Sposo misericordioso che ha riempito il vostro amore nuziale di questa qualità, ha impregnato il vostro amore di Misericordia. Sta a voi saperla mettere in pratica e viverla quotidianamente. E qui di sicuro parte la solita ma anche comprensibile obiezione: “noi sposi non possiamo essere misericordiosi come Gesù lo è con noi, non siamo Dio… ci sono cose oggettivamente impossibili da perdonare”.

Non discuto la veracità di chi la pensa così ma vorrei solo che ognuno di voi sposi facesse l’esperienza di San Paolo nella Seconda Lettura. Difatti non si può arrivare a esercitare la Misericordia, non si può viverla nella coppia se prima ciascuno di voi (e mi ci includo come sacerdote) non ha toccato con mano che “mi è stata usata misericordia”.

Rileggete il testo di San Paolo, provate a pensare se anche per voi è così, se potete rileggere la vostra vita come ha fatto l’Apostolo delle genti. Se abbiamo conosciuto la Misericordia di Dio su di noi, se siamo stati anche noi, a modo nostro, il figliol prodigo, allora potremo donare Misericordia ed amare “alla Dio”. Nel caso contrario, prima o poi, finiamo per trattare il coniuge, quando sbaglia, come il fratello maggiore e mormorare come i farisei…

Cari sposi, vi auguro di immergervi nella Misericordia di Gesù, perché ogni volta che vi perdiate per il cammino, possiate, grazie ad Essa, ritrovarvi ancora di più.

ANTONIO E LUISA

Grazie a Dio Luisa ed io non siamo perfetti. Facciamo tanti errori. Perchè dico questo? Una persona perfetta non ha bisogno di essere perdonata e amata quando non se lo merita, perchè se lo merita sempre. Una persona perfetta non può accogliere l’altro. La perfezione rende impermeabili e questo Dio non lo vuole, perchè solo attraverso i nostri limiti può crescere la relazione e possiamo imparare ad amarci. Il nostro sposo, la nostra sposa, sono bellissimi così, così imperfetti, così limitati, così fragili. Attraverso le ferite della mia sposa posso entrare nel suo profondo e donarle il mio amore come balsamo che guarisce. Attraverso i suoi errori posso donarle il mio perdono, per farla sentire amata per chi è e non per ciò che fa. Attraverso i suoi limiti posso donarle la mia meraviglia, per farla sentire desiderata e bella anche così. Attraverso la sua fragilità posso farla sentire sostenuta e ascoltata, non sottovalutando ciò che mi confida, ma donandole tutta la mia attenzione. 

Domenica e famiglia: un connubio possibile /43

(Con le braccia allargate, dice : ) Ricordati, o Signore, dei tuoi fedeli [N. e N.] , che ci hanno preceduto con il segno della fede e dormono il sonno della pace. (Congiunge le mani e prega brevemente per quelli che vuole ricordare. Poi, con le braccia allargate, continua : ) Dona loro, o Signore, e a tutti quelli che riposano in Cristo, la beatitudine, la luce e la pace. (Congiunge le mani.)

Questa intercessione per i defunti è breve ma è densa nonostante le parole siano poche, perché la Chiesa ha sempre avuto una grande capacità di sintesi nel dire grandi verità usando solo le parole essenziali e precise; le parole delle preci usate da tanti secoli, soprattutto nella divina liturgia, sono puntuali e mai divaganti o peggio ancora nebulose, ma sono chiare e profonde nella loro semplicità.

In questo preciso momento si fa menzione dei defunti per i quali il sacerdote offre il divino sacrificio, ma non è detto che quando il sacerdote non nomini nessuno ad alta voce questo non avvenga, semplicemente i nomi non sono detti ad alta voce per vari motivi. Ma vediamo di addentrarci un poco in questa realtà dell’intercessione per i defunti.

Facciamo una brevissima introduzione: la nostra salvezza ce l’ha guadagnata Gesù sulla Croce e non ci salviamo grazie alle nostre opere ma con le nostre opere, cioè non sono le nostre opere a salvarci ma la misericordia del Signore, tuttavia le nostre opere (la nostra conversione) sono necessarie e meritorie. Infatti il ladrone pentito si è salvato non grazie alle proprie opere malvagie, ma grazie alla libera risposta personale, compiuta gli ultimi istanti della propria esistenza, alla chiamata alla conversione da parte di Gesù, il quale lo ha salvato nella Sua Infinita Misericordia.

Il Signore ci ha creato per il Paradiso, ossia esso è la nostra destinazione finale, la meta verso cui correre; ma il peccato è entrato in questo mondo con i nostri progenitori, cosicché in Paradiso non ci si va senza merito, cioè senza il nostro concorso, senza il nostro impegno a corrispondere alla Grazia. Questa vita terrena è solo un passaggio, ed è il tempo di compiere l’opera della nostra salvezza, cioè della nostra conversione, e se l’opera viene compiuta in questo mondo bene, altrimenti bisognerà concluderla in Purgatorio.

Le anime che sono in Purgatorio necessitano delle nostre preghiere per “velocizzare” la propria espiazione, per abbreviare la permanenza nel fuoco purificatore hanno bisogno di intercessori, cioè di qualcuno che si sacrifichi per loro e si interponga tra loro e la Giustizia divina quasi come a mitigare quest’ultima.

Per la liberazione di queste anime noi possiamo offrire sacrifici personali, penitenze e preghiere, e ciò è molto buono, santo e nobile, ma essendo opera umana non è nemmeno paragonabile al Sacrificio per eccellenza, cioè a quello del Figlio di Dio consostanziale al Padre. Le nostre opere di penitenza sono sante e meritorie, ma per quanto sante e pie resteranno sempre e solo umane e mai divine, mentre invece il sacrificio della S.Messa è opera di Dio, è opera di Gesù Cristo.

Perciò quando un sacerdote celebra una Messa per l’anima di un defunto, applica i meriti della Croce di Cristo a quell’anima.

Diverso invece è il caso in cui il sacerdote ricorda un defunto durante la S.Messa nelle proprie intenzioni di preghiera personale: sarà una preghiera grande e molto gradita al Signore ma non è la stessa cosa del fatto di applicare i meriti del sacrificio di Cristo per quell’anima.

Quindi è molto importante far celebrare tante Messe per i nostri cari defunti, oltre ad essere una delle 7 opere di misericordia spirituale (Pregare Dio per i vivi e per i morti), essa assolve a due compiti: il primo è quello di non dimenticarli sia sul piano umano che quello spirituale, ed il secondo è dimostrare loro che li amiamo ancora donando loro il massimo che possiamo per il massimo a cui già tendono. E non è indispensabile partecipare a quella Messa, potrebbe succedere di essere impossibilitati a parteciparvi non per nostra decisione, l’importante è che il sacerdote la celebri con diligenza.

Care famiglie, portiamo senza paura i nostri bambini alle Messe di anniversario per i nostri defunti, per esempio i nonni, i bisnonni, zii, parenti e amici cari; impareranno che tra noi e loro il legame è ancora forte, anzi lo è di più perché non ci sono più le limitazioni del corpo. Noi abbiamo ripetuto spesso alle nostre figlie che ora possono parlare e chiedere aiuto al nonno meglio di prima, perché ora il nonno non è più mezzo sordo… purché sia fatto con lo stile della e nella preghiera… ma se noi non insegniamo questo ai nostri figli, quando noi non ci saremo più chi farà celebrare Messe per noi?

Il Purgatorio non è una comoda sala d’aspetto, con la tv ed i fumetti per ingannare l’attesa, ma è un fuoco purificatore… purificante sì, ma pur sempre fuoco. Gli insegnamenti dei santi e le loro vite ci testimoniano che dobbiamo far di tutto per evitare il Purgatorio e finire dritti in Paradiso, ma se così non fosse chi pregherà per noi?

A volte basta una sola Messa per liberare le anime del Purgatorio, noi non lo sappiamo e ci affidiamo alla misericordia del Padre, ecco perché dobbiamo sempre continuare a far celebrare Messe per i nostri defunti ; se poi non dovessero servire loro, il Padre elargirà questi benefici come e dove vorrà, ma non andranno persi.

Molti si chiedono se serva dare un’offerta in denaro al sacerdote: la disciplina della Chiesa dice che non è obbligatorio a meno che la parrocchia/il santuario non decida altrimenti per necessità/urgenze di varia natura. E’ però vivamente consigliato per almeno 3 motivi: il primo è che privarsi del denaro è segno di mortificazione; secondariamente ci aiuta psicologicamente a dare importanza, ci aiuta a ricordare la data e ci sprona a parteciparvi; terzo motivo è che l’offerta in denaro è un gesto concreto di riconoscenza al sacerdote ed un aiuto per la sua sussistenza.

Giorgio e Valentina.

Pellegrini per fare esperienza della Bellezza

Da bambina andavo ogni estate in vacanza in Valle Vigezzo, trascorrevamo le vacanze a Santa Maria Maggiore, ma la messa della domenica era rigorosamente al Santuario di Re.

La storia della Madonna del Sangue risale al 1494, più precisamente alla sera del 29 aprile quando due amici scendendo dalla valle si recarono alla Bettola di Re per andare a svagarsi, ma il vino era come le ciliegie per loro, un bicchiere tirava l’altro e così, ormai alticci, decidono di sfidare altri giocatori al gioco della Piodella che consiste nel lanciare un sasso (la piodella) contro un tronco di legno per far cadere delle monete.

Uno di loro perde al gioco, si arrabbia e lancia il sasso contro l’immagine della Madonna, i giocatori scappano. Nel mentre arriva un signore che era solito passare di lì e toccare l’immagine della Madonna come segno di devozione e si rende conto che la Madonna stava iniziando a sanguinare, la notizia si sparge in fretta, vengono suonate le campane e chiamato il parroco che raccoglie in un calice il sangue della Madonna, i paesani asciugano il sangue con delle pezze ancora oggi conservate nella reliquia del santuario.

A Re sono custodite due pergamene antiche che testimoniano che il miracolo è veramente avvenuto, ma la testimonianza più viva sono i tanti pellegrini che giungono ogni giorno in questo santuario. Riccardo ed io abbiamo scelto di fare questo pellegrinaggio per rendere grazie alla Madonna per i tanti doni ricevuti e chiaramente anche per presentarle le nostre fatiche e sofferenze.

A Re sono presenti una sfilza di fiocchi nascita per grazia ricevuta, ci sono stati il mio e quello di mio fratello e adesso quello di nostro figlio Pietro. Abbiamo camminato per 16 km in totale. Mio marito era instancabile, d’altronde un alpino (è stato militare per un periodo) resta sempre un alpino, io (non essendo abituata a praticare sport) arrivata a Malesco avevo male dappertutto. Salire e scendere pendii ripidi è molto faticoso.

Abbiamo recitato il Santo Rosario e la preghiera al Cuore Divino di Gesù sia al andata che al ritorno. Una volta arrivati a Re il mio cuore scoppiava di gioia, questo pellegrinaggio è stato anche una bellissima metafora della vita, la preghiera ha alleggerito i miei sforzi, la mano di mia marito mi ha dato sicurezza e la fede mi spingeva a credere che c’è la avrei fatta e continuare a camminare. La preghiera mi faceva sentire meno pesanti i chilometri sotto i piedi.

Ci siamo confessati, abbiamo partecipato alla Santa Messa, ma non ero sicura di riuscire a tornare a piedi, ero tentata di prendere il trenino, ma lo avevo promesso alla Madonna e dovevo farcela! Mio marito è andato in farmacia a comprarmi dei cerotti per le vesciche sui piedi (se pur ho indossato scarponi da montagna mi sono venute lo stesso) e si è inginocchiato all’inizio del percorso per mettermeli sui piedi.

Abbiamo ripreso a camminare stanchi anche per il sole che picchiava parecchio quel giorno (eravamo partiti alle 14:00) parte del tragitto era in pineta e li abbiamo lodato il Buon Dio per la brezza frizzantina e le meraviglie del creato, ma poi arrivati a Malesco abbiamo dovuto proseguire sotto il sole e li abbiamo offerto con il cuore quella fatica: Maria Santissima offro a te queste fatiche in segno del mio amore e della mia devozione per te.

Dio incidenza ha voluto che proprio quando siamo arrivati a Re era appena arrivato un grande gruppo di pellegrini e hanno aperto la reliquia contenente il sangue della Madonna. È stata una grande Grazia perché non viene aperta spesso. È stata un esperienza meravigliosa, ci ha riempito il cuore di gioia, di forza vitale, è stato come abbracciare la Madonna.

Alessandra e Riccardo