C’è una parte del nostro corpo che accompagna ogni istante della nostra vita e che, paradossalmente, non possiamo vedere direttamente: il nostro volto. Possiamo guardare le nostre mani, le nostre gambe, il nostro petto. Possiamo abbassare gli occhi e osservare quasi tutto il nostro corpo. Ma non possiamo guardare il nostro viso senza qualcosa che ce lo restituisca: uno specchio, una fotografia oppure, in modo molto più profondo, lo sguardo di un’altra persona. Forse non è soltanto una curiosità anatomica. Forse racconta qualcosa di profondamente umano: non possiamo conoscere completamente noi stessi da soli.
San Paolo usa proprio l’immagine dello specchio quando scrive: «Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia» (1Cor 13,12). Il contesto parla della conoscenza di Dio, ma l’immagine è straordinariamente evocativa anche per comprendere le nostre relazioni. Oggi conosco soltanto «in parte». Anche me stesso. Abbiamo tutti una rappresentazione di chi siamo. Pensiamo di essere generosi, pazienti, disponibili, oppure magari incapaci, egoisti, fragili. Ma questa immagine non coincide necessariamente con tutta la verità. Ci sono aspetti di noi che possiamo scoprire soltanto quando entriamo in relazione.
La psicologia sociale conosce da tempo qualcosa di simile. Si parla di reflected appraisal: l’immagine che abbiamo di noi viene influenzata anche dal modo in cui immaginiamo di essere percepiti dagli altri. La ricerca suggerisce inoltre che questo processo assume un peso particolare proprio nelle relazioni più intime: quanto più una persona ci è vicina, tanto più profondamente elaboriamo ciò che pensiamo essa veda in noi. Il matrimonio, da questo punto di vista, è uno degli specchi più potenti che esistano.
Da fidanzato potevo convincermi di essere una persona molto paziente. Poi arriva la vita insieme. Arrivano la stanchezza, i figli, le incomprensioni, le aspettative deluse. Ed ecco che mia moglie riesce a mostrarmi una parte del mio volto che io non avevo mai visto. Non perché me la provochi. Perché la relazione la rende visibile. È una distinzione fondamentale.
Quando il coniuge tocca una nostra fragilità, spesso pensiamo: Se tu non fossi così, io non reagirei in questo modo. In realtà quella reazione racconta qualcosa che era già dentro di noi. L’altro non sempre crea la ferita: qualche volta semplicemente la illumina. È qui che la relazione può diventare luogo di crescita oppure campo di battaglia. Posso arrabbiarmi con lo specchio perché mi mostra una macchia sul volto. Oppure posso usare quello specchio per pulirla.
Nella coppia accade continuamente. Il modo in cui reagisco al silenzio dell’altro, alla sua critica, alla sua distanza, alla sua richiesta di attenzione può rivelare paure antiche: non sono importante, non sono abbastanza, prima o poi mi abbandonerai, devo meritarmi il tuo amore. Sono copioni che spesso portiamo con noi molto prima di incontrare nostro marito o nostra moglie. La relazione li porta alla luce.
Ma esiste anche il movimento opposto. L’altro non ci mostra soltanto ciò che deve essere guarito. Può mostrarci una bellezza che noi non riusciamo più a vedere. Ci sono persone cresciute sentendosi incapaci che scoprono, attraverso l’amore del coniuge, di essere affidabili. Persone convinte di non essere desiderabili che imparano lentamente ad accogliere il proprio corpo attraverso uno sguardo che le contempla con amore. Persone abituate a sentirsi inutili che scoprono di essere preziose perché qualcuno continua a scegliere la loro presenza.
Non dobbiamo però trasformare il coniuge nel giudice della nostra identità. Sarebbe pericoloso. L’altro può aiutarci a conoscerci, ma non decide quanto valiamo. La nostra identità più profonda precede qualsiasi giudizio umano. La Scrittura lo dice attraverso un’immagine ancora più forte: il volto dell’altro può diventare luogo nel quale intravedere il volto di Dio. Quando Giacobbe incontra nuovamente Esaù teme la vendetta del fratello che aveva ingannato. Invece Esaù gli corre incontro, lo abbraccia e lo accoglie. Giacobbe allora pronuncia parole sorprendenti: «Vedere il tuo volto è stato per me come vedere il volto di Dio, poiché tu mi hai accolto con benevolenza» (Gen 33,10). Il volto dell’altro diventa volto di Dio quando invece della condanna troviamo misericordia.
Credo che questo possa accadere anche nel matrimonio. Quando conosco le fragilità di mia moglie e continuo a guardarla con amore, le sto restituendo un’immagine di sé che forse da sola non riesce più a vedere. Quando lei conosce le mie incoerenze ma non mi riduce ai miei errori, mi permette di intravedere qualcosa dello sguardo di Dio. Paolo scrive ancora che, contemplando il Signore «a viso scoperto», veniamo trasformati progressivamente nella sua stessa immagine (2Cor 3,18). È bellissimo: lo sguardo non serve soltanto a conoscere. Lo sguardo può trasformare. Anche quello degli sposi.
Posso guardare mia moglie ricordandole continuamente ciò che non è. Oppure posso guardarla aiutandola a diventare ciò che è chiamata ad essere. Posso usare ciò che conosco delle sue fragilità per ferirla oppure per custodirla. E lei può fare lo stesso con me. Forse Dio ha permesso che non potessimo vedere direttamente il nostro volto anche per ricordarci qualcosa: nessuno basta completamente a se stesso per conoscersi. Abbiamo bisogno di uno specchio. Abbiamo bisogno degli altri.
E, nella vita matrimoniale, abbiamo soprattutto bisogno di imparare a guardarci con uno sguardo sufficientemente vero da non nascondere le ferite e sufficientemente misericordioso da non identificarci con esse. Perché qualche volta, guardando il volto della persona che abbiamo sposato, possiamo scoprire qualcosa di lei. Ma qualche volta, attraverso i suoi occhi, possiamo finalmente vedere anche il nostro volto.
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