«Poi Ester parlò di nuovo alla presenza del re, gli si gettò ai piedi e lo supplicò, con le lacrime agli occhi» (Est 8,3).
Come Ester, anche nel matrimonio siamo chiamati a custodire la speranza, rispettare i tempi del cambiamento e continuare a compiere piccoli passi concreti, anche quando i frutti tardano ad arrivare. Clicca qui per leggere i moduli precedenti.
Aman è stato smascherato e condannato. Mardocheo ha ricevuto l’anello reale che prima apparteneva al nemico dei Giudei. Ester ha finalmente rivelato la propria identità e il re le ha donato i beni di Aman. Sembrerebbe il momento del lieto fine. Eppure il pericolo non è ancora terminato. Il decreto di sterminio emanato contro i Giudei porta il sigillo del re e, secondo la legge persiana, non può essere semplicemente revocato. Aman non c’è più, ma le conseguenze del male che ha messo in movimento continuano a esistere. La sua persona è stata fermata, ma il suo progetto continua a viaggiare attraverso le province dell’impero.
Questo particolare rende il racconto straordinariamente realistico. Non basta avere scoperto la causa del male perché tutte le sue conseguenze scompaiano immediatamente. Non basta smascherare una menzogna perché le ferite da essa prodotte guariscano nello stesso istante. Non basta chiedere perdono perché la fiducia ritorni subito come prima. Ester deve tornare dal re. Si getta ai suoi piedi, piange e lo supplica di impedire l’attuazione del piano preparato da Aman. Aveva già rischiato la vita entrando senza essere chiamata.
Aveva già pronunciato la verità e ottenuto la condanna del nemico. Ora deve ricominciare a chiedere. Avrebbe potuto pensare: «Ho già fatto tutto ciò che potevo. Perché devo espormi ancora?». Invece non si lascia scoraggiare dal fatto che la prima vittoria sia incompleta. La speranza di Ester non è un sentimento vago. È una forza che le permette di rimanere fedele al proprio compito anche quando la soluzione tarda ad arrivare. Il re non può cancellare il primo editto, ma autorizza Ester e Mardocheo a scriverne un altro. I Giudei potranno radunarsi e difendere la propria vita. I segretari vengono convocati, il nuovo decreto viene tradotto nelle lingue delle centoventisette province e i corrieri partono sui cavalli del re. Soltanto quando la notizia raggiunge le città, la paura comincia a trasformarsi in gioia. La svolta è avvenuta, ma deve ancora attraversare distanze, lingue e territori. La salvezza è stata decisa a palazzo, eppure occorre tempo perché ogni persona minacciata possa venirne a conoscenza.
Anche nella nostra vita esiste spesso una distanza tra il momento nel quale qualcosa comincia a cambiare e quello nel quale ne vediamo pienamente i frutti. Questo accade soprattutto nel matrimonio. Una coppia può prendere una decisione importante: chiedere aiuto, interrompere una dinamica distruttiva, iniziare un percorso, ricominciare a pregare o scegliere il perdono. Quella decisione è una svolta reale, ma non elimina immediatamente tutto ciò che si è accumulato nel tempo. Il cuore ha tempi che non possono essere forzati.
Una moglie può aver perdonato sinceramente il marito, ma avere ancora bisogno di tempo per tornare a fidarsi. Un marito può aver compreso un proprio errore, ma continuare a ricadere occasionalmente nei vecchi automatismi. Due sposi possono aver imparato un modo nuovo di comunicare e ritrovarsi ancora, durante una discussione, a ripetere le parole e le reazioni di sempre. Questo non significa necessariamente che il cambiamento sia falso. Significa che la decisione può essere immediata, mentre la trasformazione richiede tempo.
L’Analisi Transazionale ci aiuta a comprendere l’importanza di tollerare la frustrazione. La frustrazione nasce dalla distanza tra ciò che desideriamo e ciò che la realtà, in questo momento, ci permette di ottenere. Desideriamo essere compresi subito, guarire rapidamente, vedere l’altro cambiare e ricevere una risposta proporzionata agli sforzi compiuti. Quando questo non accade, sentiamo rabbia, tristezza, impazienza o scoraggiamento. Tollerare la frustrazione non significa negare queste emozioni. Significa riuscire a sostenerle senza trasformarle immediatamente in un gesto impulsivo, in una sentenza definitiva o nella rinuncia a ciò che per noi è importante.
Il nostro Bambino interiore può reclamare: «Lo voglio adesso!». Se abbiamo chiesto perdono, pretendiamo di essere immediatamente assolti. Se abbiamo compiuto un gesto di tenerezza, ci aspettiamo che l’altro risponda nello stesso modo. Se ci siamo impegnati per qualche giorno, vogliamo vedere subito un cambiamento nella relazione. Quando questo non avviene, il Bambino ferito può concludere: «Non serve a niente», «Non cambierà mai», «Non gli importa davvero di me». Il Genitore Critico può aggiungere: «Se fossi abbastanza importante, l’altro avrebbe già capito», oppure: «Dopo tutto quello che ho fatto, mi deve una risposta».
Lo stato dell’Io Adulto, invece, è capace di riconoscere la distanza tra desiderio e realtà senza perdere la speranza. Può dire: «Ciò che desidero è importante, ma non posso costringerlo ad accadere nei tempi che ho stabilito. Posso continuare a fare la mia parte, osservare i piccoli cambiamenti e verificare ciò che è realmente possibile». L’Adulto non rinuncia all’obiettivo, ma rinuncia alla pretesa di controllarne completamente i tempi. Ester desidera la salvezza del suo popolo. Non si accontenta della caduta di Aman e non finge che il problema sia risolto. Allo stesso tempo, accetta che la soluzione debba attraversare un processo: scrivere un nuovo decreto, sigillarlo, tradurlo e farlo arrivare in tutto l’impero.
La pazienza della speranza è proprio questa: custodire la direzione anche quando il cammino è più lungo del previsto. Nella coppia la difficoltà più grande non è sempre compiere un gesto eroico. Spesso è ripetere ogni giorno piccoli gesti che sembrano non produrre risultati visibili. Continuare a salutarsi con tenerezza. Trovare un momento per parlarsi. Non restituire una parola cattiva. Ricostruire gradualmente l’intimità. Cercare nuovamente il corpo dell’altro con rispetto. Tornare a pregare insieme anche se, all’inizio, ci si sente impacciati o lontani.
Vorremmo che un’unica conversazione risolvesse anni di incomprensioni. Vorremmo che una richiesta di perdono cancellasse immediatamente la memoria del dolore. Vorremmo che l’iscrizione a un percorso o l’inizio di una terapia trasformassero subito la relazione. La realtà, però, cresce quasi sempre lentamente. La fiducia non ritorna perché viene pretesa, ma perché viene nutrita da comportamenti affidabili ripetuti nel tempo. La tenerezza non si riaccende per comando, ma attraverso attenzioni che rendono nuovamente sicuro l’incontro. Il dialogo non migliora perché abbiamo imparato una tecnica, ma perché scegliamo molte volte di ascoltare prima di difenderci. Tollerare la frustrazione significa restare dentro questo processo senza svalutare i piccoli passi.
Questo non vuol dire accettare qualsiasi cosa. La pazienza cristiana non è passività e non obbliga a tollerare violenza, tradimenti ripetuti, manipolazioni o comportamenti che mettono in pericolo la dignità e la sicurezza. In queste situazioni sperare può significare proprio porre un limite, cercare protezione, chiedere aiuto e lasciare che l’altro affronti le conseguenze delle proprie scelte. La pazienza non consiste nel permettere al male di continuare indisturbato. Ester attende, ma agisce. Prega, parla, insiste e utilizza l’autorità ricevuta per proteggere il proprio popolo.
Esiste anche una frustrazione legata ai tempi diversi dei due coniugi. Uno comprende subito ciò che sta accadendo, mentre l’altro ha bisogno di più tempo. Uno desidera parlare immediatamente, l’altro deve prima mettere ordine nelle proprie emozioni. Uno sente di aver già superato una ferita, mentre l’altro ne porta ancora le conseguenze. Amare significa anche non chiedere all’altro di guarire alla nostra velocità. Possiamo accompagnarlo senza sostituirci a lui, incoraggiarlo senza pressarlo e riconoscere i suoi progressi senza fingere che tutto sia già risolto. Possiamo anche comunicare con chiarezza i nostri limiti: «Comprendo che tu abbia bisogno di tempo, ma ho bisogno di vedere passi concreti», oppure: «Non sono ancora pronto a fidarmi come prima, ma desidero continuare a costruire».
La speranza autentica vive insieme alla verità. Nel capitolo ottavo assistiamo gradualmente a un cambiamento di atmosfera. Ester piange ai piedi del re. Poi vengono convocati gli scribi. I corrieri partono. Infine, nelle province raggiunte dal decreto, nascono luce, letizia, esultanza e onore. Il dolore non viene negato: viene attraversato fino a trasformarsi in festa. Tra le lacrime di Ester e la gioia del popolo c’è un percorso.
Anche Dio opera spesso così nella nostra vita. Noi desideriamo una risposta immediata, mentre il Signore prepara una strada. Vorremmo vedere subito la conclusione, mentre ci viene chiesto di abitare fedelmente il passaggio. Scambiamo facilmente l’attesa per assenza, ma il tempo non è necessariamente un luogo vuoto. Può diventare lo spazio nel quale la grazia matura ciò che non potrebbe nascere attraverso la fretta. La speranza cristiana non consiste nel convincersi che tutto andrà esattamente come vogliamo. Consiste nel credere che, anche quando il risultato non è ancora visibile, possiamo continuare a compiere il bene senza consegnarci alla disperazione.
Non tutto ciò che tarda è perduto. Ci sono semi che lavorano a lungo sotto terra prima di diventare visibili. Ci sono parole che il coniuge comprende soltanto dopo molto tempo. Ci sono perdoni che inizialmente sembrano fragili e che, scelta dopo scelta, diventano una nuova libertà. Ci sono crisi che non si risolvono con un gesto spettacolare, ma attraverso una fedeltà quotidiana fatta di piccoli passi.
Il nuovo decreto parte dal palazzo, ma deve ancora raggiungere ogni provincia. Così può avvenire nella nostra relazione: la decisione di ricominciare è stata presa, ma deve ancora raggiungere le parole, gli sguardi, il corpo, la gestione del tempo, il modo di discutere e le ferite più profonde. Non scoraggiamoci se il cambiamento non è ancora arrivato in ogni provincia del nostro matrimonio.
La pazienza della speranza ci permette di riconoscere che qualcosa può essere già iniziato anche se non è ancora compiuto. Ci insegna a non giudicare l’intera storia sulla base di una giornata difficile, di una ricaduta o di una risposta che tarda. Ester non smette di sperare perché la vittoria è incompleta. Continua ad agire finché la notizia della salvezza raggiunge il suo popolo. La sua attesa non è vuota: è abitata dalla responsabilità, dalla perseveranza e dalla certezza che il male non debba avere l’ultima parola. Le svolte più profonde non sempre arrivano improvvisamente. A volte cominciano in un giorno preciso, ma diventano visibili soltanto dopo una lunga fedeltà.
Per dialogare insieme
- Quale cambiamento nella nostra relazione sto aspettando da molto tempo?
- Quando i risultati tardano, tendo a diventare impulsivo, accusatorio, scoraggiato oppure a rinunciare?
- Pretendo qualche volta che tu comprenda, cambi o guarisca secondo i miei tempi?
- Quali piccoli segni mi mostrano che qualcosa tra noi sta già migliorando, anche se il percorso non è ancora concluso?
- In quale situazione ho bisogno di essere paziente e in quale, invece, devo porre un limite o chiedere aiuto?
- Quale gesto concreto possiamo ripetere con fedeltà durante le prossime settimane senza pretendere un risultato immediato?
Scegliete un cambiamento che entrambi desiderate. Trasformatelo in un piccolo impegno realistico e verificabile: dieci minuti di dialogo al giorno, una serata senza telefoni, una preghiera insieme, un gesto quotidiano di tenerezza oppure un incontro con una persona competente. Stabilite un tempo nel quale verificare il percorso, evitando di giudicarlo ogni giorno sulla base dell’umore del momento.
Per pregare
Signore Gesù, insegnaci la pazienza della speranza. Noi vorremmo vedere subito i frutti dei nostri sforzi, ricevere risposte immediate e guarire rapidamente da ciò che ci ha feriti. Quando il cambiamento tarda, proteggici dallo scoraggiamento. Quando una ricaduta sembra cancellare tutti i passi compiuti, aiutaci a non giudicare l’intera storia da un solo momento. Quando la frustrazione ci spinge ad accusarci o ad abbandonare il cammino, donaci la forza di fermarci e tornare alla realtà. Come Ester, rendici capaci di insistere senza perdere la mitezza, di attendere senza diventare passivi e di agire senza pretendere di controllare tutto. Donaci la saggezza di distinguere la pazienza dalla rassegnazione. Non permettere che utilizziamo la fede per giustificare il male, l’abuso o l’assenza di responsabilità. Insegnaci a porre confini quando sono necessari, a chiedere aiuto e a proteggere la dignità che Tu hai donato a ciascuno di noi. Aiutaci a rispettare i tempi dell’altro. Fa’ che non pretendiamo una fiducia non ancora ricostruita, un perdono imposto o una guarigione accelerata. Rendici affidabili nei gesti, coerenti nelle scelte e perseveranti nell’amore. Apri i nostri occhi sui piccoli segni di bene che stanno già nascendo: una parola pronunciata con maggiore dolcezza, un ascolto più attento, una difesa che lentamente si abbassa, una carezza ritrovata, il desiderio di pregare nuovamente insieme. Signore, raggiungi ogni provincia del nostro matrimonio. La Tua grazia entri nei nostri pensieri, nelle emozioni, nelle parole, nel corpo, nelle ferite e nelle abitudini quotidiane. Ciò che abbiamo scelto nel cuore diventi progressivamente vita concreta. Quando ci sembra che nulla stia cambiando, ricordaci che il seme cresce anche sotto la terra e che non tutto ciò che tarda è perduto. Donaci una speranza paziente, capace di piangere senza disperare, di attendere senza fermarsi e di continuare a compiere il bene anche quando il frutto non è ancora visibile. Fa’ che un giorno, rileggendo questa stagione della nostra vita, possiamo riconoscere che la svolta era già cominciata mentre ancora pensavamo di stare soltanto aspettando. Amen.
Antonio e Luisa