«Egli aveva allevato Adassa, cioè Ester, figlia di suo zio, perché era orfana di padre e di madre. La giovane era bella di aspetto e avvenente nella persona. Alla morte del padre e della madre, Mardocheo l’aveva presa come sua figlia.» (Est 2,7)
Iniziamo oggi il primo modulo che ci propone il Libro di Ester. Clicca qui per leggere l’introduzione. Ci sono persone che, entrando in una stanza, sembrano attirare immediatamente l’attenzione. Hanno sicurezza, carisma, presenza. Poi ci sono persone che passano quasi inosservate. Persone normali. Persone che non si sentono particolarmente speciali. Persone che, se dovessero descriversi, probabilmente inizierebbero dai propri limiti piuttosto che dalle proprie qualità. Ester appartiene a questa seconda categoria. Quando inizia il racconto biblico non è una regina. Non è una leader. Non è una donna famosa. Non è una persona potente. È una ragazza ebrea che vive lontano dalla propria terra, rimasta orfana molto presto e cresciuta dal cugino Mardocheo. Nulla lascia immaginare che Dio abbia in serbo per lei qualcosa di straordinario. Eppure è proprio da qui che parte la sua storia.
Questa è una delle costanti più sorprendenti della Bibbia. Dio sembra avere una particolare predilezione per le persone che non si considerano all’altezza. Mosè balbetta e cerca di sottrarsi alla missione che gli viene affidata. Geremia si sente troppo giovane per parlare a nome di Dio. Davide è il figlio che nessuno avrebbe scelto. Pietro è impulsivo, fragile e pieno di contraddizioni. Maria è una ragazza sconosciuta di un piccolo villaggio della Galilea. Ester entra perfettamente in questa schiera. Forse perché Dio non cerca persone perfette. Cerca persone disponibili.
Noi invece ragioniamo spesso in modo diverso. Pensiamo che per essere amati dobbiamo essere più belli, più intelligenti, più preparati, più competenti. Pensiamo che per essere scelti dobbiamo meritare la scelta. Pensiamo che il nostro valore dipenda dalle prestazioni, dai risultati o dall’approvazione degli altri. Questa convinzione può diventare particolarmente forte nelle relazioni affettive e nel matrimonio. Molti uomini e molte donne entrano nella vita di coppia portandosi dentro una domanda silenziosa che raramente viene pronunciata ad alta voce: “Sarò abbastanza?“. Sarò abbastanza interessante? Sarò abbastanza bravo come marito? Sarò abbastanza attraente come moglie? Sarò abbastanza capace come padre o come madre? Sarò abbastanza per meritare l’amore dell’altro? A volte queste domande rimangono nascoste per anni, ma continuano a influenzare il modo in cui viviamo la relazione.
Quando ci sentiamo profondamente inadeguati tendiamo a cercare continue conferme. Abbiamo bisogno che l’altro ci rassicuri costantemente. Ci preoccupiamo eccessivamente di ciò che pensa di noi. Oppure, al contrario, diventiamo ipercritici verso noi stessi e incapaci di riconoscere il bene che c’è nella nostra vita. Altre volte ancora indossiamo una maschera. Mostriamo una versione costruita di noi stessi perché abbiamo paura che, se l’altro vedesse davvero le nostre fragilità, smetterebbe di amarci.
L’Analisi Transazionale definisce queste convinzioni profonde come parte del copione di vita. Il copione è una sorta di programma inconscio che costruiamo nei primi anni della nostra esistenza e che continua a influenzare le nostre scelte da adulti. Uno dei copioni più diffusi è proprio questo: “Non sono abbastanza”. Non sono abbastanza bravo. Non sono abbastanza importante. Non sono abbastanza desiderabile. Non sono abbastanza degno di essere amato. Molte persone non formulano mai queste frasi in modo esplicito, eppure vivono come se fossero vere.
Le riconosciamo dai comportamenti. Chi vive questo copione tende a minimizzare i propri successi, fatica ad accogliere i complimenti e si paragona continuamente agli altri. Ha la sensazione di dover dimostrare qualcosa per meritare affetto e attenzione. Anche nella coppia questo può diventare fonte di sofferenza. Una moglie può interpretare ogni distrazione del marito come la conferma di non essere abbastanza importante. Un marito può vivere ogni critica come la prova del proprio fallimento. Piccoli eventi quotidiani vengono letti attraverso una lente che deforma la realtà. Non vediamo più ciò che accade davvero. Vediamo ciò che il nostro copione ci porta ad aspettarci.
Ester avrebbe avuto molte ragioni per sentirsi inadeguata. Era orfana. Apparteneva a un popolo straniero. Non aveva potere. Non aveva particolari garanzie sul proprio futuro. Eppure la sua storia dimostra una verità fondamentale: Dio non definisce le persone a partire dalle loro mancanze. Noi spesso ci identifichiamo con ciò che ci manca. Dio guarda ciò che possiamo diventare. Noi vediamo le ferite. Dio vede le possibilità. Noi vediamo i limiti. Dio vede la chiamata.
Pensiamo a quanto questo sia importante nel matrimonio. Quando guardiamo il nostro coniuge, cosa vediamo? Vediamo soprattutto ciò che manca? Vediamo i difetti, gli errori, le fragilità e le incoerenze? Oppure riusciamo a vedere la persona che sta ancora diventando? L’amore autentico ha questa straordinaria capacità: vede oltre il presente. Non nega i limiti e non finge che non esistano, ma non li considera l’ultima parola.
Dio fa così con Ester. E dovrebbe essere anche il modo in cui gli sposi imparano a guardarsi reciprocamente. Molte coppie soffrono perché smettono di vedere il bene possibile e iniziano a vedere soltanto ciò che non funziona. L’amore invece continua a credere nella crescita. Continua a credere che la storia non sia finita. Continua a credere che una persona sia molto più grande delle sue paure, dei suoi errori e delle sue fragilità. Forse oggi anche tu ti senti un po’ come Ester all’inizio del racconto. Forse guardi la tua vita e vedi soprattutto ciò che manca. Forse ti senti in ritardo rispetto agli altri. Forse ti sembra di non essere all’altezza delle responsabilità che hai. Forse pensi di non essere il marito o la moglie che avresti voluto essere. La Parola di Dio ci invita a cambiare sguardo.
Prima ancora di diventare regina, Ester era già preziosa. Prima ancora di compiere qualcosa di grande, era già amata. Prima ancora di dimostrare il proprio valore, era già scelta. Lo stesso vale per ciascuno di noi. Il nostro valore non nasce dalle prestazioni. Non nasce dai successi. Non nasce dall’approvazione degli altri. Nasce dall’essere figli amati di Dio. Ed è proprio quando iniziamo a credere davvero a questa verità che il copione del “Non sono abbastanza” comincia lentamente a perdere il suo potere. Scopriamo che Dio non chiama i perfetti, ma persone normali. Persone fragili. Persone ferite. Persone che spesso dubitano di se stesse. Persone come Ester. Persone come noi.
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