Le tappe della consacrazione nuziale

Ho da poco iniziato la lettura del libro “La consacrazione nuziale” (padre Luca Frontali – Porziuncola). E’ un libro non semplicissimo, ma che vale davvero la pena leggere. L’autore, che scrive anche su questo blog, offre una riflessione molto ampia e documentata sulla consacrazione degli sposi che avviene attraverso le nozze. In questo articolo vorrei soffermarmi su un capitolo di questo testo davvero interessante. Padre Luca ci offre una panoramica su quelle che, secondo la teologia cattolica, sono le tappe della nostra consacrazione di sposi. Cercherò di offrirvi una sintesi, spero abbastanza chiara, con l’aggiunta di alcune mie riflessioni.

La chiamata di Dio. Tutto nasce con una chiamata. La vocazione cosa è se non la risposta ad una chiamata? In questo caso c’è una peculiarità. La chiamata non è singola ma è doppia. Un uomo e una donna sono chiamati insieme per divenire una sola carne. Tutto nasce da una chiamata che attraverso il sacramento e il dono oggettivo dello Spirito Santo, diventa percorso di salvezza e di santità per entrambi gli sposi. Lo Spirito Santo, possiamo leggere nel testo, già opera nel cuore dei due prima del matrimonio. Nel fidanzamento, tempo di conoscenza e di decisioni, lavora nel cuore dei due innamorati, in modo da far luce e instillare il desiderio di una scelta definitiva. E’ lo Spirito Santo che ci conduce al matrimonio. Ciò è naturalmente più agevole quando i due futuri sposi cercano di amarsi nella verità e nella castità.

La separazione. La consacrazione matrimoniale presuppone una separazione. Questo passaggio è molto facile da intuire, ma non sempre facile da operare. C’è bisogno di lasciare la famiglia di origine, il nostro vecchio io per divenire uno nuovo capace di formare un noi. Ciò sarà possibile solo, come leggiamo dalla Genesi, se saremo capaci di lasciare nostro padre e nostra madre, cioè il nostro essere figlio per diventare marito o moglie. Nel matrimonio ci portiamo la nostra storia. Se siamo fatti così, se pensiamo in un determinato modo, ciò è frutto del contesto e della famiglia nei quali siamo cresciuti. Non rinnegare il passato quindi, ma neanche dobbiamo farne un assoluto. L’incontro con l’altro significa mettere in gioco il nostro modo di pensare con il suo per farne una nuova stirpe, come dice Dio ad Abramo. Per farne uno nuovo che non è il mio e non è il suo ma è il nostro, una nuova via frutto di una nuova unione. Un modo di pensare arricchito della storia di entrambi.

Il conferimento del dono. Padre Luca ci chiede di uscire da una visione contrattualistica del matrimonio. Non stiamo stipulando un contratto ma stiamo celebrando un sacramento. Ogni sacramento implica un dono oggettivo che è l’effusione dello Spirito Santo su chi lo riceve. In questo caso i due sposi ricoprono il doppio ruolo di celebranti/offerenti e di offerta. Donano sè stessi. Tutto di sè. Dio, attraverso lo Spirito d’Amore trasforma e trasfigura l’amore dei due sposi e li rende capaci di mostrare il Suo Amore. Si può dire che il matrimonio non appartiene più ai due celebranti ma diventa sacro cioè diventa di Dio. Chi vede il modo di amarsi dei due sposi dovrebbe scorgere Dio. Non è sempre così, ma potrebbe essere per tutti così. Dipende da noi da quanto lasciamo spazio a Dio nella nostra vita e nel nostro cuore.

La missione. Ogni chiamata di Gesù diventa consacrazione e ogni consacrazione ha come conseguenza una missione. Dio ci ha chiamato, ci ha rivestito dei suoi doni, per inviarci nel mondo con una missione ben precisa: mostrare il Suo Amore. Come è il Suo Amore? E’ una comunione feconda. Come nella Trinità. Più saremo capaci di vivere in comunione tra noi, nel dono reciproco, e più saremo fecondi. Fecondi in senso ampio. Più saremo capaci di generare sempre vita-amore, generare cioè nuovo amore, anche quando non è possibile, per tanti motivi, generare vita biologica. Più saremo fecondi e più saremo dentro la nostra missione. Più saremo nella nostra missione e più saremo nella pace e nella pienezza.

Comprendete quanto la nostra consacrazione matrimoniale diventi la realtà più importante della nostra vita? Tutto il resto viene dopo. Dio ci chiede di vivere un matrimonio santo perchè è lì che ci giochamo tutto. Il resto verrà di conseguenza. Bon cammino.

Antonio e Luisa

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Perché bisognerebbe guardare SEX EDUCATION

Speriamo che non vi stupisca questo titolo: è provocatorio sì, ma non ironico!

La proposta è questa: perché invece di rimpiangere i tempi andati in cui la tv passava solo programmi del tenore di Rin Tin Tin Pippi Calzelunghe, non accettiamo la sfida di guardarlo con gli adolescenti per aiutarli a dare un nome alle cose?

Crediamo infatti valga la pena esplorare la cultura in cui vivono oggi i ragazzi per entrare nel loro mondo, per essere preparati rispetto ai loro riferimenti, per iniziare lì, dove sono loro, dai luoghi (reali e virtuali) che frequentano, a mettersi in dialogo, a porre loro delle domande, a riflettere insieme a loro.

Certo, dobbiamo mettere da parte il nostro giudizio e il nostro “gusto”, ma se vogliamo dialogare con le giovani generazioni è indispensabile non svalutare o credere di sapere già che non c’è nulla di buono in una serie come Sex Education: piuttosto, raccogliamo la sfida e cerchiamo degli spunti di riflessione che, come vedremo, non mancano affatto. Anzi, crediamo sia prezioso guardarlo innanzitutto come adulti, perché ci mette molto in discussione rispetto al nostro ruolo e al nostro esempio, e poi guardarlo con i ragazzi per offrire chiavi di lettura che già ci sono, basta solo rivelarle, farle emergere in un confronto aperto.

Insomma, abbiamo guardato la prima serie di Sex Education (quindi le nostre riflessioni sono limitate a questo) e vorremmo proporre qualche spunto di riflessione.

L’argomento, manco a dirlo, è la sessualità e le domande ad essa connesse nell’età dell’adolescenza. Il punto di vista è quello dei ragazzi e l’impatto è piuttosto crudo perché il tema è affrontato in modo diretto ed esplicito senza troppi romanticismi.

Da un lato può apparirci esagerato, dall’altro purtroppo le vicende attorno a cui è costruito ogni episodio sono sfacciatamente verosimili: la vita degli adolescenti, infatti, non è abitata solo da scuola e amicizia, ma anche da revenge porn, esperienze sessuali precoci, pornografia e bullismo, e la cronaca ne è un’infelice testimone.

In un certo senso la telecamera qui svela ciò che di solito rimane privato, clandestino, celato dietro le porte chiuse delle camere o dei bagni, ma che esiste, più o meno diffusamente. Non solo oggi, ma anche ai nostri tempi, se siamo onesti. Insomma, è vero che il focus è centrato sul sesso, ma di per sé è vero anche che è in adolescenza che ci si approccia per la prima volta all’attrazione sessuale, alle sensazioni del corpo e ci si ritrova carichi di curiosità e interesse, impazienti di capire meglio e di sperimentare. Non importa se sei un chierichetto dall’età di 6 anni o se sei un’innocente ragazza casa e chiesa: con quella roba lì ti ci devi confrontare. E purtroppo, dobbiamo ammetterlo, è raro che, in questo confronto, i ragazzi trovino disponibilità al dialogo, compresi gli ambienti cristiani.

E allora già il titolo stesso sarebbe da commentare: quale educazione sessuale stiamo dando ai ragazzi? Ma ancora prima: la stiamo dando? A chi, gli adolescenti che conosciamo, possono porre le loro domande in merito? Sono interrogativi che ci fanno sentire probabilmente in difetto, eppure è cruciale rifletterci, perché la sessualità è un argomento centrale in adolescenza, e i ragazzi non vanno lasciati soli nell’approcciarsi a questo aspetto della vita così prezioso e delicato.

Non siamo ingenui, sappiamo molto bene che l’obiettivo dei produttori di questa serie non è certo educativo, eppure questo titolo suo malgrado dà voce ad un’emergenza in corso: ormai da decenni la sessualità non è più un tabù, ma non basta questo perché sia vissuta bene (sul quale sia il bene poi dovremmo intenderci chiaramente).

Il vero dramma della serie, a nostro avviso, è che mancano gli adulti, tanto che le domande, le fatiche, i problemi che riguardano la sessualità sono rivolte non a uno dei tanti adulti che popolano la serie, ma ad un pari, Otis.

E con un po’ di coraggio potremmo chiederci se è così anche nella realtà.

Il ruolo degli adulti nella serie colpisce davvero tanto. Se in apparenza il tema principale è la sessualità, il tema di sottofondo, ma che emerge continuamente, è la crisi degli adulti.

Nessun adulto positivo. Nessuno con cui confrontarsi. Anzi, adulti problematici le cui difficoltà e irrisoluzioni pesano sulla vita dei loro figli. Le scene che mi hanno fatto stare peggio guardando le puntate non sono state quelle di sesso esplicito; no, le scene più drammatiche sono i comportamenti dei genitori verso i figli. C’è una certa accuratezza psicologica nel tratteggiare la psicologia e la dinamica relazionale da cui può provenire un bullo, e anche l’ansia da prestazione di Jackson che si sente un trofeo per la madre, che non a caso lo ha concepito in provetta, ovvero proprio come un suo prodotto, di cui lei è l’artefice.

Insomma, per dirla in sintesi, c’è una chiara assenza di padri e madri in grado di esercitare il loro ruolo con sapienza e maturità.

E anzi, le due figure che rappresentano “Il Padre” e “La Madre” ne sono in realtà una versione distorta, o peggio ancora, inscenano due estremi negativi della paternità e della maternità.

Il personaggio del preside, infatti, nonché padre di Adam, è enfatizzato proprio dal ruolo che occupa, quello di preside, ovvero di chi ricopre un ruolo di autorità ed è al vertice di una responsabilità educativa verso i giovani. Peccato che sia un personaggio del tutto negativo, esercita l’autorità ma manca di autorevolezza e di spessore, e proprio per questo non riesce a relazionarsi se non imponendosi e svalutando e umiliando gli altri.

Il personaggio della sessuologa, nonché madre di Otis, è colei che incarna la cura, non solo perché madre, ma anche per mestiere. Questa cura però può diventare dannosa nel momento in cui non lascia andare, invade, controlla. La sessuologa poi è interessante anche per un altro motivo: è la figura supposta sapere sul sesso, e infatti sa, ma allo stesso tempo non sa. Non sa cioè il significato, il senso della sessualità: non basta infatti sapere nozioni tecniche e letteratura scientifica per trovare la connessione tra felicità e sessualità.

Inoltre, a modo suo, la serie fa intuire delle verità, se le sappiamo leggere: la sessualità non è una funzione separata dalla persona e dalla relazione. Esistono le disfunzioni sessuali e hanno un significato, non sono da curare come una malattia ma scoprendo cosa ci dicono, cosa raccontano di quella persona e della sua storia.

Infine, anche la scena più eticamente discutibile, quella dell’aborto, può essere preziosa proprio perché si presta ad un dialogo con i ragazzi: che sentimenti prova Maeve? Come mai è arrivata a questa decisione? Poteva essere evitato questo momento? Come si comportano le persone intorno a lei? Dove sono gli adulti e se ci sono come si comportano?

Speriamo di non essere fraintesi, semplicemente crediamo che nell’approcciarsi al tema della sessualità bisogna rifuggire il più possibile la rigidità e il “bigottisimo” perché già questi comunicano un vissuto. Saper invece ascoltare e poterne parlare con agio e morbidezza, pur tenendo saldi i propri principi, crediamo sia una chiave essenziale per il dialogo con le nuove generazioni e non solo.

Giulia e Tommaso

Articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2021/11/perche-bisognerebbe-guardare-sex-education/

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Centurioni moderni.

Ieri la Chiesa ci ha fatto ascoltare un brano dal Vangelo di Matteo :

(Mt 8,5-11) In quel tempo, entrato Gesù in Cafàrnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava e diceva: «Signore, il mio servo è in casa, a letto, paralizzato e soffre terribilmente». Gli disse: «Verrò e lo guarirò». Ma il centurione rispose: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Pur essendo anch’io un subalterno, ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa». Ascoltandolo, Gesù si meravigliò e disse a quelli che lo seguivano: «In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande! Ora io vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli».

Questo incontro col centurione è abbastanza conosciuto, in quanto la frase di quest’ultimo : “Signore, io non sono degno…ecc…” è la stessa che recitiamo a Messa prima di ricevere l’Eucarestia, dove però la parola servo è stata sostituita dalla parola anima. Questo centurione è stato, ed è, per tutti un esempio lampante di grande fede nel Signore, sì da fare in modo che la sua stessa frase fosse ripetuta da tutti i cristiani a Messa ; da notare che nella Messa ordinaria questa frase viene recitata una volta sola da tutti, ma nel rito antico questa frase viene ripetuta 3 volte dal sacerdote da solo e altre 3 volte dai fedeli, quindi questo centurione è stato imitato da milioni di persone per innumerevoli volte : la Chiesa ha preso sul serio il commento di Gesù che loda la fede di quest’uomo !

Su questo tema della fede i nostri sacerdoti spendono già molte prediche che non serve rimarcarne l’importanza su queste pagine, inoltre il Magistero della Chiesa è talmente ricco che c’è l’imbarazzo della scelta su quale scritto e di quale autore santo ; ci limitiamo a mettere in luce che la fede è uno dei 3 doni del Battesimo, ma essa è come un seme che ha bisogno di cure quotidiane per crescere e sviluppare tutto il potenziale racchiuso al suo interno.

La nostra riflessione verterà su un atteggiamento di Gesù che Matteo riassume così : “Ascoltandolo, Gesù si meravigliò…”. Riecheggiano nella mente le numerose persone che abbiamo sentito lamentarsi col Signore perché, a detta loro, non li ascolta… oppure l’altra categoria di persone che manco ci prova a rivolgersi al Signore, convinta che Lui non abbia tempo di ascoltare le loro istanze in quanto avrebbe problemi ben più grandi da risolvere, come la fame nel mondo o le varie guerre, piuttosto che “ascoltare le mie richieste“.

In questi due atteggiamenti si rivelano due modi diversi di esprimere una medesima deficienza di fede, e ribadiamo di non ci volerci sostituire ai grandi Dottori della Chiesa nell’insegnamento sulla fede per colmare questa deficienza, però vogliamo tentare di aiutare queste persone, o queste coppie di sposi che vivono così, semplicemente donando loro una visione un po’ diversa di Gesù ; forse la loro mancanza di fiducia nel Signore deriva dal fatto che hanno una visione distorta su di Lui oppure non ne hanno affatto una perché mai nessuno ha mostrato loro la bellezza di Gesù.

Anche nella Palestina di 2000 anni fa c’erano grandi problemi sociali, politici, economici : la Palestina era infatti una regione del grande Impero Romano, le classi sociali dirigenti erano corrotte ed avide, molti israeliti ormai non ci speravano quasi più nella venuta del famoso Messia… ecc… eppure Gesù si ferma ad ascoltare un centurione. Un centurione : un soldato dei conquistatori, un nemico di Israele, probabilmente non israelita e neanche Giudeo, non uno scriba, non un maestro della legge giudaica, uno straniero quindi, un cittadino dell’Impero Romano (forse un italiano ?).

Già da questa primo focus possiamo intuire che a Gesù non importi molto da che parte arrivi la preghiera, l’importante è che arrivi da un cuore umile, disposto a credere di più nella potenza di Gesù che nelle proprie forze. Quanti sposi non si rivolgono a Gesù solo perché si sentono stranieri nei suoi confronti ?

Cari sposi, il Signore ha ribadito più volte di essere come il medico che viene per guarire i malati, i sani non hanno bisogno del medico. Se vi sentite malati nel cuore, se avvertite che nella vostra relazione ci sono atteggiamenti da guarire, il medico giusto a cui rivolgersi è Gesù ! E più siete lontani o stranieri o malati, e più Gesù ha desiderio di starvi vicino, di farvi cittadini del suo regno, di guarirvi. Non abbiate timore, ma con coraggio imitate il centurione del Vangelo.

Gli evangelisti hanno descritto Gesù che più volte ascolta con pazienza le persone, non è indifferente agli altri proprio perché ha fretta di portare il Suo Regno nel mondo, ha urgenza di cambiare i cuori. E’ quasi commovente la descrizione che Matteo fa dell’atteggiamento del Signore, pare di vedere la scena con questo centurione : abituato a comandare cento uomini, sempre posizionato in prima linea, per dare dimostrazione del proprio coraggio ed impeto ai propri soldati, eppure davanti a Gesù si umilia e riconosce che Gesù ha qualcosa in più che lui non ha. Nonostante la dura vita militaresca ed i sacrifici che essa comporta, quest’uomo non aveva perso l’uso del cuore, infatti dimostra affetto e solidarietà verso un suo servo, manco fosse un suo familiare. E la buona notizia è che Gesù lo ascolta nel profondo, non solo, va oltre e si meravigliò, dice il Vangelo.

Cari sposi, che bello se il Signore si potesse meravigliare di tante coppie come si è meravigliato per quel centurione. Gesù quindi, non solo è un ottimo ascoltatore che non si limita all’uso delle orecchie ma ascolta i desideri del nostro cuore, è anche capace di stupirsi di noi, di meravigliarsi di noi. Chi lo avrebbe mai detto ? Abbiamo un Dio che si aspetta meraviglie da noi !

La prima meraviglia che Gesù si aspetta da noi sposi è che riconosciamo umilmente di non essere gli autori del nostro amore, ma che quello che ci scambiamo è solo un segno di un amore che ci precede e ci sostiene, l’amore di Dio.

W gli sposi centurioni !

Giorgio e Valentina.

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Avvento. Una preghiera concreta

Oggi vorrei tornare sulla Parola della liturgia di ieri, prima domenica di Avvento. Lo voglio fare prendendo spunto dalla riflessione del Santo Padre Francesco nell’Angelus domenicale. Una riflessione molto interessante e che ci provoca tantissimo:

“Vegliate”, la vigilanza. Fermiamoci su questo aspetto importante della vita cristiana. Dalle parole di Cristo vediamo che la vigilanza è legata all’attenzione: state attenti, vigilate, non distraetevi, cioè restate svegli! Vigilare significa questo: non permettere che il cuore si impigrisca e che la vita spirituale si ammorbidisca nella mediocrità. Fare attenzione perché si può essere “cristiani addormentati” – e noi sappiamo: ce ne sono tanti di cristiani addormentati, cristiani anestetizzati dalle mondanità spirituali – cristiani senza slancio spirituale, senza ardore nel pregare – pregano come dei pappagalli – senza entusiasmo per la missione, senza passione per il Vangelo. Cristiani che guardano sempre dentro, incapaci di guardare all’orizzonte. E questo porta a “sonnecchiare”: tirare avanti le cose per inerzia, a cadere nell’apatia, indifferenti a tutto tranne che a quello che ci fa comodo. E questa è una vita triste, andare avanti così… non c’è felicità lì.

Queste parole del Papa non sono solo delle belle parole, vanno concretizzate nella nostra carne, nella nostra vita, nella nostra storia personale e matrimoniale. L’Avvento non ci chiede solo maggior tempo da dedicare alla preghiera. La preghiera può essere anche qualcosa di sterile se poi non diventa vita. L’Avvento ci chiede di trasformare tutto ciò che facciamo in preghiera. Il Papa ci chiede passione per il Vangelo. Ci chiede di metterci il cuore. Il cuore che custodisce ciò che siamo. Il Papa ci chiede radicalità. Quindi questo Avvento può essere l’occasione che ci serviva per riscoprire la radicalità della nostra scelta matrimoniale.

Concretamente come dare nuovo slancio alla nostra relazione sponsale? Vi suggerisco due piccoli esercizi quotidiani, da aggiungere alla preghiera personale e di coppia, che possono aiutarvi a trasformare la vostra vita in preghiera e a prepararvi al meglio in vista del Natale.

  • Ringraziare. Ogni mattina ringraziate l’altro perchè per un altro giorno è ancora lì con voi, ha scelto per un altro giorno di condividere la sua vita con voi e di donarvi ancora il suo amore, il suo tempo, il suo corpo. Non è scontato. Non è dovuto. Lo fa solo per amore. Ogni sera cercate di ricordare almeno tre motivi per cui ringraziare l’altro. Ce ne sono molti di più, ma per chi non è abituato sarà un buon esercizio trovarne anche solo tre. Ringraziare è uno dei segreti di un matrimonio felice.
  • Fare di più. Spesso viviamo il nostro impegno familiare come un peso, come un dovere da assolvere. Non come un privilegio. Non come un modo per donarci e per vivere la nostra vocazione fino in fondo, dando tutto. Questo atteggiamento non fa bene. Questo atteggiamento alla lunga può schiacciare e può davvero rendere la vita matrimoniale difficile. Lo dico per esperienza personale. Per questo l’esercizio che vi propongo può aiutarvi tanto. Ogni giorno, oltre tutto quello che già fate, trovate qualche gesto di servizio che donate solo per sollevare la persona amata. Ad esempio se l’altro si occupa di solito di lavare i piatti lo fate voi. Lo fate solo per amore. Solo per godere del piccolo sollievo che avete regalato all’altro. Questo può aiutarvi a comprendere la bellezza di farvi dono l’uno per l’altra.

Spero che questi piccoli consigli possano esservi di aiuto e vi auguro un santo e proficuo tempo di Avvento.

Antonio e Luisa

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Le due nostre lampade accese, aspettando lo Sposo

“Siamo saliti insieme su questa collina
Glielo avevamo promesso
di amarci per tutti i nostri giorni
aspettavamo di vederLo arrivare da lontano
sempre con le lampade accese giorno e notte
sognavamo di vederLo insieme…”

Così Enrico e Chiara Petrillo hanno firmato questa poesia dopo un pellegrinaggio a Medjugorje. Hanno voluto dare questo senso alla loro vita di coppia ed è meraviglioso il loro esempio.

Oggi inizia ufficialmente l’Avvento, è un periodo che riflette il senso della vita: il tempo che passa, ogni attimo, minuto, ora ci avvicina non alla morte, come disse Heidegger, ma a Cristo. Pensiamo che il tempo scorre ma verso una destinazione che è Gesù, il Quale non solo sta aspettandoci ma ci viene incontro, Lui si è già messo in viaggio per primo per stare con noi. Dunque, queste 4 settimane sono il simbolo di tutta la nostra vita cristiana.

Ma per voi sposi c’è una caratteristica particolare, voi avete una marcia in più perché, grazie al Sacramento, voi camminate assieme verso Gesù, voi state camminando allo stesso passo verso la medesima mèta. Il matrimonio è un cammino spirituale in due.

Perché spesso non è così? Prima di tutto c’è la perenne diversità uomo/donna che si riflette anche a livello spirituale e poi, come ci dice il Vangelo, ci sono le distrazioni. O quelle cercate o quelle che ti piovono addosso. Nel primo caso, come diceva il buon Pascal con il suo divertissement, ci focalizziamo su quello che ci fa uscire dalla noia, dallo stress, dalla sofferenza, senza però risolvere un bel niente. Nel secondo caso sono le mille cose da fare oggi, la fretta a cui siamo costantemente soggetti e che ci ruba l’attenzione alle cose più importanti. Avete presente quando apri una pagina web e ti si aprono da ogni parte pubblicità, add-in e plug-in vari tanto da far fatica a leggere? Di certo il Covid & Co. non aiuta in tutto ciò ma crea ancora più confusione.

Eppure, c’è un grande “ma” da porre. Non possiamo arrenderci davanti a questo scenario. È la vostra vita di sposi che è in ballo. Il Signore ci offre ancora una volta un tempo speciale per prepararci, per andare all’essenziale, per vegliare con Lui, per ascoltarLo con più attenzione.

Il mio consiglio per questo Avvento è che sia il momento per iniziare a vivere o per fare ancor meglio un momento di preghiera di coppia, sia la Lectio, il Rosario, la lettura del Vangelo, la lode spontanea… fate come volete, nel modo a voi più consono, cercando momenti e luoghi adatti, ma fatelo. “Vegliate in ogni momento pregando” esprime proprio il senso di sforzo, di fare un po’ di più del normale per accoglierLo nel momento presente.

Ho iniziato con Chiara ed Enrico, dicendo che loro hanno voluto vivere il loro matrimonio così, come una lunga attesa e veglia per incontrare Gesù, lo Sposo della loro relazione. È commovente vedere che così è stato fino alla fine, difatti le ultime parole scritte assieme sono proprio state: “Siamo con le lampade accese. Aspettiamo lo Sposo”. Buon cammino di Avvento.

ANTONIO E LUISA

L’Avvento è uno dei due periodi forti dove la Chiesa, con la sua sapienza e con il suo materno amore, ci invita a preparare il cuore. Ne abbiamo un profondo bisogno. Non so voi, io e Luisa siamo presi da mille preoccupazioni in questo periodo. Scuola, lavoro, pandemia, restrizioni, imprevisti. Arriviamo a sera sempre stanchi morti. Anche trovare il tempo per scrivere questi articoli sta diventando un problema. La Chiesa con l’Avvento ci sta chiedendo di fermarci, di trovare del tempo per contemplare la bellezza di Gesù nella nostra vita. E attraverso la bellezza di Gesù, di un Dio che si fa bambino e viene ad abitare il nostro mondo, la nostra vita e la nostra unione, contemplare la bellezza che io sono con Luisa, che lei è con me e che siamo insieme. Quanto siamo belli l’uno per l’altra. E non perchè somigliamo a chissà quale attore o attrice ma perchè ci vogliamo bene e l’amore è la cosa più bella che c’è. Certo con tutti i nostri limiti ed errori ma la bellezza c’è. Abbiamo però bisogno di fermarci per contemplarla e per meravigliarci ancora di come Gesù è capace di rendere nuove tutte le cose anche il nostro matrimonio. Buon avvento, siete bellissimi, fermatevi a contemplare Gesù per ammirare anche la bellezza che voi siete.

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4 settimane di gravidanza spirituale

Iniziamo domani l’Avvento. È un tempo forte di grazia, cioè un periodo di valore pedagogico in vista del Natale.

La Madre Chiesa ci invita per questo motivo a renderlo un tempo di felice attesa ma anche di penitenza e digiuno, da qui il fatto che il colore liturgico sia viola e che non si canti il Gloria le domeniche proprio come durante la Quaresima.

Tralascio qui ogni argomentazione sul fatto che il 25 dicembre sia realmente il giorno della nascita di Gesù, ci sono vari articoli interessanti in materia e ne segnalo solo uno.

Piuttosto mi sono fatto la domanda: ma qual è la peculiarità per voi sposi? C’è un vostro modo particolare per viverlo? Penso che lo capiamo a partire dalla consapevolezza di cosa sia l’Avvento per poi vedere quanto abbia a che vedere con il matrimonio.

Il Mistero dell’Incarnazione è la verità più sconvolgente della nostra fede. Che Dio infinito e onnipotente abbia preso la nostra natura umana, la nostra carne così limitata, fino alle sue ultime conseguenze e senza marcia indietro, questo nessuno l’aveva mai seriamente affermato, semmai ipotizzato o sperato.

Se pensate che l’Ebraismo e l’Islam lo confutano apertamente e altre religioni nemmeno lo tengono in considerazione. Addirittura, agli inizi del cristianesimo sorsero eresie (il Docetismo e più in generale la Gnosi, per citarne alcune) che negavano a Gesù una vera corporeità. Cristo per 33 anni avrebbe finto di vivere in mezzo a noi, dissolvendosi come un fantasma all’ora di morire.

Quando parlo ai fidanzati metto sempre sul chi va là i futuri mariti preparandoli allo shock di vedere trasformarsi non solo fisicamente la moglie ma anche psicologicamente, affettivamente per attendere un figlio, con le varie conseguenze sulla relazione. Voi mamme avete questo dono, di sapervi trasformare per accogliere una nuova vita, avete una consapevolezza innata di cosa implichi la gestazione.

Ma siete altrettanto consapevoli, papà e mamma, che portate Gesù nel vostro amore? Lo sapevate di essere gravidi di Gesù nella vostra relazione? Ve l’hanno mai detto che la Seconda Persona della Trinità abita nel vostro amore? Da quando vi siete promessi fedeltà e lo Spirito Santo ha sigillato la vostra unione è così: lo Sposo è con voi ogni giorno.

Cari sposi, se volete prepararvi spiritualmente al Natale in questi 40 giorni va benissimo fare la corona di Avvento o il calendario con le finestrelle o leggere qualche libro ben fatto (consiglio “Tu scendi dalle stelle… ed è Natale” del Card. Comastri, o “Il mistero del Natale” di Edith Stein). Ma è altrettanto importante che coltiviate nella preghiera la consapevolezza di essere portatori di Gesù, di averlo con voi sacramentalmente.

Sarebbe un controsenso il 25 festeggiarlo nella Messa senza che lo avete celebrato prima nella vostra coppia. Maria, la nostra Mamma celeste, che per prima ha portato Gesù per nove mesi, vi aiuti a prepararvi al Natale ed essere fieramente consapevoli di portare anche voi Gesù come sposi cristiani.

Padre Luca Frontali

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“Specchio Specchio” – Sposi&Spose di Cristo

…di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

C’era una volta la solita Regina di Biancaneve che si guardava nello specchio stregato e da lui voleva sapere chi fosse la più bella del reame.

C’era, anche, un marito che al mattino ci restava parecchio male quando guardandosi allo specchio dopo il risveglio, rischiava di restarci secco per lo spavento nel vedere le rughe del suo viso e la pancia in aumento.

C’era, infine, una moglie che dopo ore ed ore dal parrucchiere innanzi ad uno specchio, tornava a casa piangendo perché aveva avuto il tempo di guardare che punto di non ritorno avessero ormai raggiunto le sue occhiaie.

Poi qualcuno inventò i filtri sullo smartphone e vissero tutti contenti, credendosi belli.

Ma non tutti sanno che una volta la moglie dalle profonde occhiaie ed il marito dal risveglio “da paura”, si guardarono negli occhi.

Come in uno specchio, allora, iniziarono a rimandare l’immagine dell’altro. A rimandare solo una parte dell’altro, senza rifletterlo…e senza riflettere sulle parole da usare.

Allora, guardando solo ai difetti, iniziarono:

“Che occhiaie grandi che hai” disse lui.

E lei, come il lupo cattivo di #cappuccettorossianamemoria rispose: “E’ per guardarti meglio…e anche perché muoio di sonno, sono stanca, non ho un minuto mai per me e in questa casa sono l’unica che fa qualcosa, perché…” .

Ed andò avanti a parlare con rabbia a quello specchio che aveva il volto di suo marito.

Poi, dopo 45/50 minuti buoni di monologo, disse a suo marito: “Che brutta faccia che hai” .

E lui, sempre come il lupo di cui sopra, ribatté urlando: “E’ perché lavoro tutto il giorno e mi spacco la schiena fuori casa con la pioggia e con il sole, e perché i miei colleghi sono una massa di strAMBI…e mi fanno mobbing…e…” .

E anche lui andò avanti a rimbrottare contro quello specchio che lo aveva messo davanti ai suoi limiti.

Poi si fermarono, arrabbiati, aprirono i loro profili social e cercarono disperatamente consolazione e conforto nei “like”, nell’approvazione di qualche sconosciuto che approvasse la loro immagine taroccata.

Ma dal mondo social non giunse nessun like, Facebook ed Instagram erano bloccati e caddero nello sconforto più totale.

Decisero, di nascosto l’uno dall’altra, di andare a trovare la regina cattiva di Cenerentola in cerca di qualche narcisistico consiglio.

Quando giunsero al castello (Biancaneve ormai si era fatta una vita, ndr) trovarono la regina che piangeva disperata e, tra l’altro, scoprirono che entrambi di tanto in tanto andavano a fare visita alla perfida regina che con cattiva freddezza dispensava ricette di falsa bellezza.

Ma come detto, ora la regina piangeva.

Lo specchio, ormai stufo, le aveva confermato che era la più bella del reame e a lei non restava nessuno da odiare.

La vecchia regina disse: “Mi sono resa conto di aver sbagliato tutto! Anziché chiedere al mio specchio di aiutarmi a vedere ciò che di bello avevo in me, l’ho tormentato per anni chiedendogli di fare paragoni tra me e le altre donne…e ora sono brutta, acida e più cattiva che mai!!!”.

Al che marito e moglie si guardarono negli occhi, scoprendosi curiosi di capire se l’altro vedeva qualcosa di bello in lui.

Iniziarono a chiedersi l’un l’altro di raccontare cosa vedesse di bello, e cosa lo aveva fatto innamorare…e stranamente restarono stupiti dalle loro risposte.

Il marito infatti elencò diversi aspetti di lei che lo avevano portato tanto tempo fa a chiederle di sposarlo…e molti punti di quell’elenco lei li aveva sempre reputati come odiosi difetti.

Stessa cosa capitò a lui, quando, ad esempio, si sentì dire da sua moglie che le piaceva tremendamente quella sua pancetta che aveva messo su e che non riusciva a far calare anche se si ammazzava con la corsa tutti i giorni.

Abbassarono finalmente la guardia nei confronti dell’altro…smisero di chiedere conferme su cose che non c’erano e iniziarono ad ascoltarsi e ad ascoltare.

Capirono che i loro difetti potevano essere punti di partenza per migliorarsi…a volte limiti invalicabili, a volte nei che creavano fascino.

E furono contenti. Contenti delle proprie occhiaie ereditate per la stanchezza che deriva dalle faccende quotidiane, contenti delle rughe che nascono col tempo e le fatiche. Furono contenti di guardarsi negli occhi, imperfetti e pur amabili.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

L’arte del matrimonio

Due sposi che celebrano un matrimonio, che celebrano il sacramento del matrimonio, sono convinti che tutto andrà bene. Non si sposerebbero se non fosse così. Quasi tutti i matrimoni ormai sono liberi. E’ una scelta non più obbligata, non più dettata da motivazioni culturali o conseguente al rispetto di una tradizione. Non più. Chi si sposa lo fa perchè vuole farlo. Magari non è pienamente consapevole di cosa significhi, ma vuole farlo. Se poi i due sposi celebrano un sacramento con fede e nella convinzione che Gesù stia davvero partecipando in prima persona, credono di poter davvero sperimentare una relazione meravigliosa e unica attraverso quella scelta definitiva e radicale che stanno compiendo davanti al sacerdote e all’assembrea.

Ed è davvero così, ad una condizione però. Che i due sposi non credano di poter accollare tutto il lavoro a Gesù. Lo Spirito Santo eleva l’amore naturale dei due sposi. Lo Spirito Santo perfeziona e potenzia l’amore dei due sposi. Un amore che però ci deve essere e che deve essere custodito ed aumentato nel lavoro quotidiano. La matematica ci insegna che zero moltiplicato per qualsiasi numero dà sempre zero. Quindi se i due sposi non curano quella relazione giorno per giorno lo Spirito Santo non potrà evitare sofferenze e allontanamenti che possono portare fino a separazioni e divorzi. Tanti matrimoni, anche celebrati sacramentalmente, partiti con tante buone intenzioni e tante speranze nel cuore, poi falliscono miseramente.

Non è questione di fortuna, non è questione di chimica o tantomeno di destino. No, nulla di tutto questo. Noi sposi siamo artefici in prima persona della qualità della nostra relazione. Gesù opera, ma solo insieme a noi. Lui mette tutto il Suo amore che diventa nostro, ma noi dobbiamo mettere il nostro povero, limitato e incoerente amore. Dobbiamo mettere tutto quello che abbiamo e solo dopo Lui può fare il miracolo. Come alle nozze di Cana, dove i servi riempirono le giare di acqua, per permettere a Lui dii trasformare quell’acqua in vino. Il matrimonio è costruito sullo Spirito Santo ma anche sulla nostra fede, sul nostro impegno, sulla nostra volontà, sulla nostra perseveranza. Sulla cura giornaliera e tenera dell’uno verso l’altro Lo spiega benissimo Wilferd A. Peterson nel suo bellissimo componimento.

L’ARTE DEL MATRIMONIO di Wilferd A. Peterson
La felicità nel matrimonio non è qualcosa che semplicemente accade.
Un buon matrimonio deve essere creato.
Nel matrimonio le piccole cose sono le grandi cose.
É non essere mai troppo vecchi per tenersi per mano.
É ricordarsi di dire “Ti amo” almeno una volta al giorno.
É non andare mai a dormire arrabbiati.
É non dare mai l’altro per scontato;
il corteggiamento non dovrebbe finire con la luna di miele,
dovrebbe continuare nel corso degli anni.
É avere un senso reciproco di valori e obiettivi comuni.
È stare insieme di fronte al mondo.
É formare un cerchio d’amore che riunisce tutta la famiglia.
É fare le cose l’uno per l’altro, non nell’atteggiamento del dovere o del sacrificio, ma nello spirito di gioia.
É dire parole di apprezzamento
e dimostrare gratitudine in modi gentili.
Non è cercare la perfezione l’uno nell’altro.
É coltivare la flessibilità, la pazienza, la comprensione e il senso dell’umorismo.
É avere la capacità di perdonare e dimenticare.
É dare l’un l’altro un’atmosfera in cui ognuno può crescere.
É trovare spazio per le cose dello spirito.
È una ricerca comune per il bene e il bello.
É stabilire una relazione in cui l’indipendenza è uguale,
la dipendenza è reciproca e l’obbligo è vicendevole.
Non è solo sposare il partner giusto; è essere il partner giusto
É scoprire cosa il matrimonio può essere, al suo meglio.

Capito cari sposi? Se le cose non funzionano bene tra di voi non smettete di pregare e di affidarvi a Gesù, ma non smettete neanche di rimboccarvi le maniche e fare di tutto per sanare le vostre ferite e per ridurre la distanza tra voi. Ricominciate a volervi bene nei piccoli gesti dii ogni giorno. Solo così Gesù potrà guarire voi e il vostro matrimonio.

Antonio e Luisa

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Gesù spogliato di tutto ma non dell’amore

Con oggi inizieremo una nuova serie di articoli dove cercheremo di approfondire la nostra regalità di figli di Dio che acquistiamo con il Battesimo e che nel matrimonio assume caratteristiche e finalità specifiche. La Chiesa ci insegna che con il sacramento del Battesimo assumiamo tre caratteristiche di Gesù. Diventiamo sacerdoti, profeti e re con Lui. Luisa ed io abbiamo già analizzato le prime due caratteristiche in altrettanti testi entrambi editi da Tau Editrice: Sposi sacerdoti dell’amore e Sposi profeti dell’amore. Gli articoli che da oggi inizieremo a pubblicare saranno la base per il libro conclusivo della trilogia iniziata nel 2019.

Essere sacerdoti nel matrimonio, abbiamo visto, significa in sintesi che possiamo farci dono l’uno all’altro come Gesù si è donato alla sua Chiesa sulla croce. Dono fino a dare la vita. Non solo; anche dono totale della nostra persona attraverso il corpo nell’amplesso fisico. Essere profeti significa mostrare l’amore di Dio al mondo. Amare come ama Dio. Ed essere Re? Cosa significa? Cercheremo di svelarlo articolo dopo articolo. Chi è il re? Nel nostro comune intendere il re è detto molto semplicemente colui che governa e che detiene il potere di un regno, colui al quale è riconosciuto onore e sottomissione. Prestate ora attenzione! La parola re è la radice di tante altre parole derivate da essa, come reggere, reggente, regista, gerente. Sono tutte parole che indicano qualcuno che ha la responsabilità e la gestione di qualcosa. Al tempo in cui la Bibbia fu scritta c’erano già i re. I re babilonesi e i faraoni erano conosciuti dagli stessi ebrei. Il re di quei regni era il tramite tra gli uomini e Dio. Spesso era considerato lui stesso come dio. Non esisteva, nei grandi regni antichi sorti nella zona limtrofa ad Israele, un solo dio, ma il re era dio insieme agli altri dei adorati. Gli ebrei erano un’eccezione.

Dall’uscita dall’Egitto e per i successivi 400 anni, gli Ebrei non ebbero mai nessun re. Perchè, nel loro credo, solo Dio poteva essere re. Anche quando gli Ebrei decisero di avvalersi finalmente di un re, fu sempre evidente e chiaro a tutto il popolo che quello era semplicemente un uomo, non era certamente come Dio nè paragonabile a Dio. Tutto questo è chiaramente dimostrato dal fatto che spesso in Israele i profeti sono presentati nelle scritture come i messaggeri di Dio, delle persone che spesso mettono in guardia il sovrano, a volte addirittura lo minacciano di castighi. Un atteggiamento inconcepibile in altre culture.

Veniamo ora al Vangelo, veniamo a Gesù. Gesù è il Re. Il re che regnerà per sempre. C’è un particolare non trascurabile che si comprende dal Vangelo: Gesù rifiuta di essere re alla maniera degli uomini. Basti pensare a quando Gesù esterna la sua regalità. Lo fa tre volte nel giro di pochissmi giorni. La prima con un gesto eclatante all’inizio della Sua Passione. Il primo episodio raccontato dai Vangeli in cui Gesù apertamente e pubblicamente mostra di accogliere la Sua regalità è l’ingresso a Gerusalemme il giorno delle palme. Viene acclamato come Re. Un re mite. Non si presenta su uno stallone, bardato a guerra, ma cavalca un asino. E’ un re umile. E’ il re dei piccoli. Dichiara una seconda volta di essere Re davanti a Pilato: Pilato lo interrogò: «Sei tu il re dei Giudei?». Ed egli rispose: «Tu lo dici».  La terza dichiarazione, quella più solenne della sua regalità, avviene sulla croce. Viene scritta nelle tre lingue conosciute. Era rivolta quindi a tutto il mondo. C’era il latino, la lingua dei potenti e di chi governava, c’era il greco, la lingua dei dotti e dei sapienti e c’era l’ebraico, la lingua del popolo.

Lì sulla croce Gesù è assiso sul Suo trono. Un trono difficilmente comprensibile per il nostro modo di pensare, ma che invece viene sorprendentemente riconosciuto come re da due diverse persone. Viene riconosciuto dal ladrone e viene riconosciuto dal centurione. Da cosa viene riconosciuto? Dal Suo atteggiamento. Gesù si comporta da re. Perdona coloro che lo mettono in croce. E’ più forte del loro odio. Non solo perdona, ma chiede perdono al Padre per coloro che lo stanno uccidendo, e lo fa con la forza di chi ha l’autorità per farlo. Di più: paga per loro. Gesù è stato spogliato di tutto. Le sue vesti sono state giocate ai dadi dai soldati romani. Sembra non possedere più nulla. In realtà ha mantenuto tutto ciò che davvero conta. Gesù non si lascia spogliare della sua dignità e non si lascia spogliare del Suo abbandono al Padre. Gesù non si lascia vincere dalla rabbia, dalla disperazione e dallo scoraggiamento, come invece capita spesso a noi. Per questo sulla croce Gesù ha la regalità del re. Non cede a quelle che sono le debolezze e le fragilità umane. Gesù continua ad amare anche sulla croce tanto da pensare ancora agli altri prima che a sè stesso.

Si comincia a delineare l’atteggiamento che noi sposi dovremmo possedere per mostrare la nostra regalità.

Antonio e Luisa

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Aguzzate la vista ! Trova le differenze e le somiglianze.

Vi riportiamo solo la prima parte del Vangelo di sabato scorso :

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 20,27-40) In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie». Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio.
 

E’ un brano poco noto e sicuramente non tra i più facili né digeribili, per questo ci soffermeremo solo sul punto centrale di questa prima parte della risposta di Gesù, la seconda parte non l’abbiamo riportata.

Per Gesù c’è una differenza tra i figli di questo mondo e i figli del regno dei cieli, gli uni prendono moglie e marito pensando che la vita sia tutta qui, gli altri invece sanno che una volta nell’aldilà ( e nella risurrezione finale ) saranno solo figli di Dio. Nella Bibbia sono innumerevoli i passi che ci ricordano la fugacità di questa vita e l’eternità di quella futura in Cielo, eccone alcuni esempi : passa la scena di questo mondopensate alle cose di lassùnon accumulate tesori sulla terra ma tesori in cielovado a prepararvi un posto nella casa del Padre mioIo faccio nuove tutte le cose.

Apparentemente il tema del Sacramento del Matrimonio e quello della vita eterna sembrano due temi che confluiscono in uno solo, poiché dentro il cuore umano c’è il desiderio di un amore eterno, come testimoniano anche i sadducei che pongono la questione a Gesù. Già da una prima analisi basilare scopriremo somiglianze e differenze.

Nel Catechismo il Sacramento del matrimonio è nella sezione dei “Sacramenti al servizio della comunione“, come a dire che è un sacramento che serve per aiutare gli altri a diventare santi, la santità personale la si raggiunge puntando a questo obiettivo. Si potrebbe anche spiegare che è un itinerario comune in cui i due sposi si aiutano vicendevolmente sulla via della santità ; molti sacerdoti spiegano anche, giustamente, che la vocazione alla santità è per tutti, e si realizza concretamente nel proprio stato di vita a cui il Signore chiama, nel nostro caso siamo sposi.

Il Sacramento del matrimonio quindi non può essere vissuto come un assoluto, ma come un aiuto alla santità. Certo, non è un aiuto da quattro soldi, non è un oggetto da saldi di fine stagione, ma è la vita di una vocazione particolare : quella di fare in qualche modo le veci di Dio presso il nostro amato/a.

Molti cristiani non disprezzano il matrimonio, però lo deprezzano. Non lo considerano un sacramento, pensano che sia solo uno “stare insieme a chi ti piace” e chiedere a Dio, non si sa bene perché, la sua benedizione. Perché mai Dio debba sentirsi obbligato a benedire due che si piacciono è cosa alquanto strana, quantomeno da definire. Bisognerebbe prima analizzare come intendiamo il piacere : a me potrebbero piacere situazioni/persone/azioni che sono immorali, ma per il solo fatto che solleticano i miei piaceri venerei non significa che esse siano lecite o moralmente accettabili o addirittura buone per la mia anima.

Ecco perché per vivere la vocazione alla santità nel Matrimonio non è sufficiente che i due si piacciano, non è sufficiente che lei/lui sia bello/a, non è indispensabile che i due abbiano gli stessi hobby, non è necessario che la pensino allo stesso modo sempre ed in ogni ambito, MA E’ NECESSARIO che puntino alla santità aiutandosi l’un l’altro nella realizzazione della propria mascolinità e femminilità.

Valentina mi sgrida sempre per come preparo le castagne, perché abbiamo due diverse scuole di pensiero sul giusto taglio da effettuare, il tipo e la durata di cottura… però, questo novembre, dopo 18 lunghi anni di agonie da castagna, la nostra relazione ha fatto un passo notevole in avanti poiché abbiamo trovato un terzo modo e, questa volta, comune, per la preparazione delle caldarroste… fermo restando che, in mancanza del coniuge nei paraggi, ognuno prepara le castagne a proprio modo, ci amiamo tanto lo stesso !

Ma quando questo meraviglioso viaggio intrapreso finirà, noi non saremo più marito e moglie così come lo intendiamo ora, in Paradiso l’altro non farà più nessuna vece di Dio ; non ci sarà più bisogno della mediazione del nostro amato/a per sentirsi amati da Dio poiché Dio stesso riempirà tutti i nostri bisogni, ma nello stesso tempo l’amore che ci siamo scambiati non andrà perso ma ne vedremo la vera fonte.

L’amore che ci scambiamo su questa terra è come se fosse lo stuzzichino dell’aperitivo, non è il pasto completo… in Paradiso non ci verrà nemmeno voglia di riassaggiare lo stuzzichino dell’aperitivo perché saremo seduti al banchetto eterno delle nozze eterne.

Cari sposi, nei nostri cuori ci sono questi aneliti di eternità che trovano la loro fonte nel nostro comune Creatore, e questi desideri devono sostenere la nostra quotidiana prova d’amore verso il/la nostro/a sposo/a. Quindi Gesù ci ha aiutato a svelare somiglianze e differenze tra questa vita (dentro questa meravigliosa vocazione del matrimonio) e la vita eterna dove vivremo il matrimonio eterno con il vero sposo.

Coraggio sposi carissimi, adesso siamo solo all’aperitivo, il bello deve ancora venire !

Giorgio e Valentina.

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L’indissolubilità l’abbiamo scritta dentro

Una delle caratteristiche del matrimonio cristiano che più mi affascina ed è, ai miei occhi, la più grande è l’indissolubilità, cioè il-per-sempre. Non che la fedeltà, l’unicità, la fecondità e la socialità siano meno importanti, ma l’indissolubilità è qualcosa che davvero mostra l’amore di Dio.

L’indissolubilità spaventa, sembra una richiesta troppo difficile, sembra una catena che può imprigionare. E’ davvero così? Ci sono solo ombre? Oppure la luce che si sprigiona dalla decisione di amare per sempre è così brillante da dissipare anche le ombre? In altre parole, varrebbe la pena di rinunciare al per-sempre solo perchè potrebbe essere faticoso da confermare giorno dopo giorno? Sono domande importanti. Domande da porsi.

La Chiesa non vuole imprigionarci in dogmi o richieste assurde. La Chiesa ha a cuore il nostro cuore. La Chiesa desidera mostrarci la verità di Cristo. La Chiesa ci offre la possibilità di amarci in pienezza. In pienezza, non tirando al ribasso. Non dobbiamo accontentarci di un amore che non chiede tutto, perchè alla fine dei conti chi ama con il braccino corto, tirandosi indietro, non ama davvero.

Una delle basi dell’amore è la gratuità. Tutti i pedagogisti sono concordi nel dire che i nostri figli hanno bisogno di sentirsi amati sempre. Perchè sono loro e non perchè si comportano bene, sono bravi a scuola e non fanno guai. Siete d’accordo? Ecco lo stesso vale nel matrimonio. L’indissolubilità l’abbiamo scritta dentro. Desideriamo con tutto il cuore una persona che ci voglia bene perchè siamo noi. Non perchè facciamo qualcosa o ci comportiamo in un determinato modo. Sentire di doversi meritare l’amore dell’altro è terribile. Non lo percepiamo come amore. Dentro abbiamo questo desiderio grande di essere amati perchè siamo noi e per sempre.

Ecco perchè quando incontriamo Dio la nostra vita svolta. Gesù ci sa guardare così. Ci ama nonostante conosca le nostre parti peggiori e non se ne vergogna ma ci guarda come le persone più belle del mondo.

L’indissolubilità è proprio questo. Replicare in una relazione umana questo sguardo divino. Sapere che Luisa per me ci sarà sempre qualsiasi cosa io possa fare è davvero qualcosa che riempie il cuore. Paradossalmente sapere che lei ci sarà comunque non mi porta ad approfittarmene, ma il suo amore donato per sempre mi aiuta a tirar fuori il mio meglio e mi dà la forza di combattere e smussare i miei lati meno belli. Giorno dopo giorno, sorriso dopo sorriso, sguardo dopo sguardo.

Un matrimonio che lascia vie di fuga quando l’altro/a non è più come lo vorremmo magari è più facile e meno impegnativo, ma non permette di amare davvero e soprattutto di sentirsi davvero amati.

Antonio e Luisa

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Vostre maestà marito e moglie!

Nel freddissimo febbraio 1945 il palazzo Livadja a Yalta, città della Crimea con vista al Mar Nero, ospitò la riunione dei vincitori della Seconda Guerra Mondiale: Roosevelt, Stalin e Churchill. Si trattava di decidere le sorti del mondo dopo lo sconvolgimento bellico, tra l’altro nemmeno concluso.

Il grande Papa Pio XII, che in tutti i modi aveva tentato di scongiurare il conflitto sei anni prima, ora mirava a dare il proprio contributo alla pace tra i popoli tramite i suoi nunzi apostolici. Si dice che Stalin, quando seppe di tutto ciò, affermò sarcasticamente: «E quante divisioni ha il Papa?».

Anche in quel caso si ripeteva la storia. La storia del Figlio di Dio, Onnipotente, la Seconda Persona fatta carne, che, dopo essere stato flagellato e con una corona di spine conficcata nel cuoio capelluto, se ne stava lì, tremante di dolore, dinanzi a Pilato e gli susurrava: “io sono re”.

Ma di che regno stiamo parlando? Quello comprato grazie a suon di miliardi di dollari? O che si affida a sterminati giacimenti di petrolio? Oppure fa leva su una schiera di F-35 o di satelliti spia?

Il Regno di Cristo si fonda su una cosa ben precisa: essere testimone alla Verità. Perciò, brevemente vediamo cosa intende dirci Gesù con questa frase.

Nel linguaggio corrente si dice vero un pensiero, una parola conforme alla realtà. Ma è vera anche una realtà che si svela, che è chiara, evidente per l’intelletto. Per i Greci verità era alètheia, cioè a-lethès = non nascosto e come per loro così anche per noi. La nozione biblica di verità però è diversa, perché si fonda su un’esperienza religiosa, quella dell’incontro con Dio. Mentre nella Bibbia la verità è anzitutto la fedeltà all’alleanza con Yahvé, nel Nuovo Testamento essa diventa la pienezza della rivelazione che ha fatto Gesù. Il verbo ebraico ‘amari, da cui è formato hemet ossia verità, significa alla lettera, essere solido, sicuro, degno di fiducia. La verità è quindi la qualità di ciò che è stabile, provato, ciò su cui si può costruire con sicurezza e qualcuno di cui ti puoi fidare incondizionatamente.

Perciò quando Gesù parla di verità fa riferimento alla fedeltà (hemet) e all’amore (hesed) di suo Padre. Di esse Lui è venuto a testimoniare, a esserne l’icona, la manifestazione.

Ma in un certo senso la parola verità per Gesù include l’accezione sia greca che ebraica. Difatti san Paolo è questo che ha in mente quando parla del Mistero Grande agli Efesini (cfr. Ef 5, 32). Gesù ha svelato il volto fedele, buono, misericordioso di Dio Padre e questo dono lo ha dato prima di tutto agli sposi.

Cari sposi, a questo punto è chiaro che per voi, battezzati e coniugati in Cristo, la regalità non può assolutamente essere dominio sull’altro. Se una certa cultura maschilista ha deformato l’immagine del matrimonio come il predominio del marito sulla moglie, oggi vediamo l’esatto contrario secondo un sedicente femminismo.

Ma non ci siamo in nessuno dei due casi. Solo Gesù può svelarci la chiave di lettura corretta del matrimonio. Voi sposi siete re, lo siete appunto grazie al battesimo e questa regalità viene specificata ancor di più nel matrimonio. Come essere re e regine? Lo sarete solo essendo essere testimoni a vicenda, della fedeltà e misericordia di Dio.

Vivrete la regalità battesimale e matrimoniale se svelerete “a partire dalle cose semplici, ordinarie, l’amore con cui Cristo ama la sua Chiesa” (Amoris Laetitia 121).

Come Gesù Sposo ci ha svelato quel Mistero Grande con tutto il suo amore smisurato per gli apostoli, per i poveri, per i piccoli, per i malati e sofferenti, così voi continuate a svelarlo, anzitutto tra di voi e nella vostra famiglia, sempre con i vostri piccoli gesti di donazione, di servizio, di fedeltà, di misericordia.

Così facendo voi siete quei re e regine di cui il mondo ha bisogno oggi, tanto bisogno! Grazie di cuore per provarci e riprovarci ogni giorno, benché non sia facile.

ANTONIO E LUISA

Per essere re, come Gesù è re, dobbiamo recuperare, custodire e sviluppare due valori: la dignità e la libertà.  Gesù è Re perchè la Sua legge è la legge dell’amore. Il re ha una missione: essere sale e lievito. Essere quindi luce. Essere testimone. Il re è capace di mostrare la bellezza di Dio e della Sua Legge.  Il re  sa perdonare, non perchè sia debole e non sia capace di combattere e di lottare, ma perchè il perdono è uno dei gesti che più di tutti rappresentano la sua regalità. Il perdono è colmo di libertà e di dignità. La vendetta fa male a chi la perpetra e a chi la subisce. Per questo se mia moglie mi fa del male io resto re e la perdono continuando a farle del bene. Perchè sono libero da quel male che mi ha fatto. Perchè sono degno, nonostante ciò che lei può aver fatto o detto. La mia regalità viene da Dio. Nessuna persona, neanche mia moglie o mio marito, può distruggerla. Questo significa essere davvero liberi e degni. La mia dignità viene da Dio e non da mia moglie o da mio marito.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 22

Una volta finita la lettura del Vangelo segue l’omelia, ecco le istruzioni segnate sul Messale :

L’omelia fa parte della liturgia ed è vivamente raccomandata: è infatti necessaria per alimentare la vita cristiana. Essa deve consistere nella spiegazione o di qualche aspetto delle letture della Sacra Scrittura, o di un altro testo dell’Ordinario o del Proprio della Messa del giorno, tenuto conto sia del mistero che viene celebrato, sia delle particolari necessità di chi ascolta. L’omelia di solito sia tenuta personalmente dal sacerdote celebrante. Talvolta, potrà essere da lui affidata a un sacerdote concelebrante e, secondo l’opportunità, anche al diacono; mai però ad un laico.

Ovviamente non abbiamo l’intenzione di insegnare ai sacerdoti come tenere le loro omelie, desideriamo però aiutare tutti i lettori, sacerdoti e non, a riscoprire il ruolo della omelia affinché essa sia di aiuto alla fede di tutti.

Le omelie non sono e non devono diventare il centro della Messa, però potremmo paragonarle ad una padella o ad un frullatore di cucina : essi non sono il cibo, non possono sostituirsi al cibo; essi però ci aiutano a cucinarlo, sono indispensabili nella preparazione delle nostre ricette poiché senza di essi il cibo non si cucina e noi non possiamo mangiarlo, non possiamo gustarne il vero sapore e non possiamo nutrirci.

Infatti, tantissime omelie sono divenute famose da entrare a pieno diritto nel novero dei grandi classici della lettura cristiana e parte del patrimonio del Magistero della Chiesa, si pensi ad esempio alle Omelie di San Giovanni Crisostomo, oppure possiamo anche citare il Vangelo di Marco, il quale, secondo gli studiosi, non è altro che la raccolta organica delle prediche di San Pietro fatta dal suo “segretario” Marco.

Inoltre, ci sono state persone che hanno cambiato vita dopo aver ascoltato una predica ben fatta : è il caso famoso di Sant’Agostino ( d’Ippona ), il quale si convertì grazie alle prediche di Sant’Ambrogio ( il rinomato vescovo di Milano ) ; potremmo anche citare la predica di San Pietro nel giorno di Pentecoste, descritta nella Bibbia nel capitolo 2 del libro degli Atti degli Apostoli, alla fine della quale ben tremila persone chiesero il Battesimo.

Questi esempi dei santi devono spronare i nostri sacerdoti affinché le loro omelie siano quello che la padella è per il cibo, cioè non possono sostituirsi al cibo vero ( ricordiamo che il vero cibo della omelia è la Parola di Dio ), ma sono lo strumento necessario affinché questo cibo possa diventare mangiabile e nutrire la nostra anima, il nostro cuore. Ma qual è il segreto delle prediche di quei famosi santi ?

La risposta più ovvia è : la loro santità. Vogliamo quindi spronare, esortare i nostri sacerdoti lettori, affinché si impegnino con tutto loro stessi per diventare ogni giorno sempre più santi ; ce lo avranno ripetuto mille volte che la santità è per tutti, è un dovere di tutti i battezzati al di là del proprio stato di vita, ebbene, oggi vogliamo essere come un boomerang che ritorna indietro dal suo lanciatore : cari sacerdoti, impegnatevi, sforzatevi ogni giorno con tutto voi stessi per diventare sempre più santi, noi sposi abbiamo bisogno della vostra santità per masticare e nutrirci della Parola di Dio affinché il nostro matrimonio splenda di fronte agli uomini. Quando predicate dovreste vederci come vostri ambasciatori nel mondo ; se volete che il mondo creda, dovete infiammare i nostri cuori con le vostre prediche facendo in modo che noi crediamo e ci convertiamo, così da diventare a nostra volta testimoni nel mondo dove viviamo.

Coraggio sacerdoti carissimi, non conformatevi alla mentalità di questo mondo che vi vuole collusi con le nuove ideologie anticristiane, voi siete stati consacrati non per un cristianesimo all’acqua di rose, ma per essere, agire, parlare “In persona Christi“.

Per noi sposi il compito non è meno arduo, poiché la nostra preghiera deve sostenere i nostri sacerdoti, dobbiamo invocare continuamente lo Spirito Santo affinché li illumini nel predicare la Parola di Dio, e mentre invochiamo lo Spirito di Dio per loro dobbiamo chiedere al medesimo Spirito di renderci docili all’ascolto della Sua Parola ; quando le parole dell’omelia giungono ai nostri orecchi dovrebbero essere dei dardi infuocati dello Spirito Santo che sciolgono anche il più duro dei cuori e col loro calore scaldano le nostre vite. Inoltre, non dobbiamo mai dimenticare che il sacramento dell’Ordine e quello del Matrimonio sono come due remi di una medesima barca, l’uno aiuta l’altro. Come ?

Pensiamo, per esempio, solo al fatto che i sacerdoti, prima di essere stati consacrati, hanno vissuto in una famiglia, sono quindi figli. E spesso il loro modo di esercitare il sacerdozio, di rapportarsi con i loro parrocchiani è influenzato dal loro vissuto, da come hanno visto papà e mamma rapportarsi con gli altri, dal modo in cui affrontavano gli eventi tristi e gioiosi della vita, dal loro stile di preghiera.

Cari sposi, noi abbiamo un compito onorifico ma anche oneroso : quello di crescere i nostri figli con un esempio di vita cristiana santa, può darsi che tra i nostri figli maschi ci siano dei chiamati alla vita sacerdotale, ci auguriamo che siano sempre di più, e questo dipende anche dalla nostra collaborazione al disegno che Dio ha su ciascuno dei nostri figli. La nostra vocazione è quella di favorire l’incontro con Gesù, perciò dobbiamo avere cura che i nostri figli ascoltino tante omelie e catechesi, dobbiamo avere cura delle loro anime, ci sono stati affidati dal Padre affinché ce ne prendiamo cura.

Coraggio sposi, questa Domenica abbiamo un’opportunità : quella di pregare per la santità dei nostri sacerdoti, che deve poi riflettersi nelle loro omelie, senza dimenticare di ringraziare il Signore per il dono dei sacerdoti.

PS : Il Messale indica che la omelia non sia fatta mai da un laico (cioè da una persona che non è sacerdote) perché il sacerdote agisce In persona Christi, quindi chi fa l’omelia, è Cristo stesso attraverso la persona del sacerdote… da qui si capisce l’importanza della santità del sacerdote stesso.

Giorgio e Valentina.

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“..una dolce, cattiva strada..” – “Sposi&Spose di Cristo”

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”

Canzoni che ci “entrano nella testa” ce ne sono tante, dal tormentone estivo alla musichetta della pubblicità.

Ma ecco che l’altra sera, distrattamente, ci siamo ritrovati a canticchiare una vecchia canzone di De Andrè: “La cattiva strada”.

Non sappiamo se la conoscete…è molto carina ed orecchiabile ed evoca delle vere e proprie immagini mentre la si ascolta.

A noi, ad esempio, ha sempre fatto pensare ad una persona in particolare…

Il fatto che il protagonista di questa storia messa in musica parli poco, per la sottile e malinconica ironia che caratterizza i suoi gesti, per il fatto che alcuni decidono di seguirlo. Beh, ci ha fatto pensare alla figura di Gesù di Nazareth.

“Ma come?” direte voi, “può mai una canzone che ha un titolo come questo, parlare di nostro Signore?”. Insomma, dite quello che volete, ma le immagini che ci evoca sono queste 

In fondo sappiamo tutti, ma difficilmente lo ammettiamo, che quella che Gesù ha proposto agli uomini è una “dolce follia”, è una cattiva strada se la leggiamo con gli occhi di noi che abbiamo una mentalità così profondamente “economista”!

Quale folle proporrebbe mai la via dell’ “andarci a perdere”?

Chi sarebbe così ingenuo da dire “ti amo” anche dopo essere stato tradito??? Solo un innamorato esente da retoriche sentimentaliste.

Una strada cattiva eh?

Ecco qualche verso della canzone:

E quando poi sparì del tutto
a chi diceva “È stato un male”
a chi diceva “È stato un bene”
raccomandò “Non vi conviene venir con me dovunque vada…”

Eccola, la “convenienza”. Anzi, la sconvenienza.

E noi? Così abituati a fare i conti? Noi, così invogliati a cercare l’ultima offerta, il “Last Minute” esistenziale??

Noi, che ci sentiamo ricchi solo se possediamo, come possiamo accogliere la voce di uno che dice che “sei ricco se ti doni”?

Ecco perché anche il cantautore afferma che l’esempio di quest’uomo per alcuni “è stato un male”. Non conviene seguirlo.

“Ma allora, perché seguirlo su questa cattiva strada?”, direte ancora voi (però, ne fate di domande!!!)… e noi, facendo riferimento alla canzone, così vi rispondiamo:

…c’è amore un po’ per tutti
e tutti quanti hanno un amore
sulla cattiva strada
sulla cattiva strada.

…E’ proprio così, sulla strada dell’Amore totale proposta da Gesù…c’è amore per tutti perché quando percorriamo quella strada Gesù ci è vicino.

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Fate elemosina tra voi?

Pochi giorni fa si è celebrata la giornata mondiale dei poveri ad Assisi. Per l’occasione anche papa Francesco, sempre attento a questa tematica, si è recato ad Assisi. Mi vorrei soffermare su un passaggio del suo discorso pronunciato nella Basilica di Santa Maria degli Angeli. Un discorso non rivolto certamente agli sposi, ma che si può leggere anche in chiave sponsale. Il papa ha affermato:

Dicevo che siamo venuti per incontrarci: questa è la prima cosa, cioè andare uno verso l’altro con il cuore aperto e la mano tesa. Sappiamo che ognuno di noi ha bisogno dell’altro, e che anche la debolezza, se vissuta insieme, può diventare una forza che migliora il mondo.

Questa riflessione del Papa mi piace moltissimo. Non esiste solo la povertà materiale. Esistono tantissime povertà anche spirituali, umane e caratteriali. Quante volte il nostro coniuge è povero nel suo modo di relazionarsi con noi. Quante volte sbaglia. Quante volte cerca di succhiare la nostra ricchezza per riempire i suoi vuoti. Esattamente come siamo poveri noi. Allora cosa fare? Nelle parole del Papa c’è un insegnamento grandissimo.

Spesso noi, quando incrociamo un povero, facciamo dell’elemosina. L’elemosina sia chiaro è una cosa buona e giusta. Nasconde però un’insidia. Chi fa l’elemosina mantiene una certa distanza da chi la riceve. Chi fa l’elemosina si pone in una posizione di superiorità rispetto a chi la riceve. Chi riceve l’elemosina può sentirsi umiliato da come la riceve. A volte si fa l’elemosina per sentirsi a posto con la coscienza e per avere una gratificazione personale più che per aiutare l’altro che viene percepito come qualcuno inopportuno, perchè ci mette di fronte ad una situazione che ci provoca qualche imbarazzo. Pensate ai vari poveri che incontrate lungo la strada. Almeno io, lo ammetto, non sempre sono felice di incontrarli e non sempre sono ben disposto. A volte faccio fatica a sopportare la loro insistenza.

Questo atteggiamento non è cristiano. Fare l’elemosina in questo modo può essere di aiuto a chi è nel bisogno ma non fa bene spiritualmente a chi la fa. Il Papa chiede un cambio di prospettiva. Ci chiede d passare dal fare un’elemosina al condividere la nostra ricchezza con l’altro. E qui arriviamo a noi cari sposi. In una coppia solitamente c’è uno dei due più avanti nel cammino di fede, più perseverante, più forte spiritualmente. Questo può creare pericolosi squilibri nella relazione. La fragilità dell’altro può essere sopportata come un’elemosina piuttosto che essere accolta come un’occasione per condividere ciò che noi siamo e che possiamo dare per sostenere.

Se verrà accolta come un’elemosina il nostro perdono e la nostra accoglienza sapranno di falso. Ci sentiremo superiori di fronte alla debolezza dell’altro e ci sentiremo bravi a differenza dell’altro. Ci porremo di fronte alla sua debolezza come una persona che la tollera. Che quindi tollera l’altro. Le parole saranno fredde, scostanti e di rimbrotto. L’altro si sentirà umiliato e non accolto. Nonostante a parole staremo perdonando, il nostro sguardo dirà altro.

Se verrà invece accolta come una condivisione cambierà tutto. La sua debolezza diventerà nostro impegno. La sua difficoltà troverà posto nel nostro cuore. L’altro si sentirà forte della nostra forza. Rinvigorito dal nostro perdono e curato dal nostro sguardo. Non ci sarà umiliazione, ma desiderio di restituire quell’amore gratuito appena ricevuto. Desiderio di essere riconoscente verso il perdono immeritato ricevuto.

Sappiate accogliere quindi le vostre povertà reciproche come ha affermato il Papa e come ci ha insegnato madre Teresa:

Signore, quando ho fame,
dammi qualcuno
che ha bisogno di cibo;
quando ho sete,
mandami qualcuno
che ha bisogno di una bevanda;
quando ho freddo,
mandami qualcuno da scaldare;
quando ho un dispiacere,
offrimi qualcuno da consolare;
quando la mia croce diventa pesante,
fammi condividere la croce di un altro;
quando sono povero,
guidami da qualcuno nel bisogno;
quando non ho tempo,
dammi qualcuno
che io possa aiutare per qualche momento;
quando sono umiliato,
fa che io abbia qualcuno da lodare;
quando sono scoraggiato,
mandami qualcuno da incoraggiare;
quando ho bisogno
della compressione degli altri,
dammi qualcuno che ha bisogno della mia;
quando ho bisogno che ci si occupi di me,
mandami qualcuno di cui occuparmi;
quando penso solo a me stesso,
attira la mia attenzione su un’altra persona.

Antonio e Luisa

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Guarda quel cuore ferito e va lì

Ieri la liturgia proponeva il Vangelo di Luca relativo all’episodio di Zaccheo. E’ bello riprenderlo perchè può insegnarci tanto.

In quel tempo, Gesù entrato in Gerico, attraversava la città.
Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco,
cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura.
Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là.
Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua».
In fretta scese e lo accolse pieno di gioia.
Vedendo ciò, tutti mormoravano: «E’ andato ad alloggiare da un peccatore!».
Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto».
Gesù gli rispose: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo;
il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

Luca 19, 1-10

Siamo tutti Zaccheo. Abbiamo tutti dentro qualcosa di marcio, qualcosa di cui ci vergognamo. Noi siamo bravi a trovare mille giustificazioni ma dentro di noi conosciamo bene le nostre miserie, debolezze, fragilità e i nostri peccati.

Capita, però, qualcosa di inaspettato, insperato. Gesù attraverso gli occhi di una persona ti guarda e ti dice: sbrigati! Devo venire a casa tua. La casa, segno dell’intimità e della quotidianità. La casa, immagine della famiglia e di una relazione intima e profonda. Quella persona che ti guarda così è il tuo sposo, la tua sposa. Tu, profondamente indegno, accogli nella tua casa, nella tua vita, nel tuo cuore, questa persona; e accogliendo lei accogli Cristo, che attraverso il sacramento del matrimonio viene ad abitare la tua unione d’amore. Lo sguardo d’amore di quella persona ti cambia dentro e accade qualcosa di incredibile. Tu, così debole e fragile, ti alzi in piedi (risorgi) e converti la tua vita. La salvezza entra nella tua vita grazie a Gesù e a quella persona che ne è stata tramite, perchè nel matrimonio Gesù preferisce non manifestarsi direttamente a te, ma lo fa attraverso lo sposo o la sposa che ti ha messo accanto. Il matrimonio è così quando vissuto fino in fondo. Noi sposi siamo come Zaccheo, ma possiamo anche portare Gesù all’altro. Possiamo guarire le nostre ferite lasciando spazio a Gesù nel nostro amore in modo che il nostro sguardo sull’altro sia sempre più aderente allo sguardo che Gesù ha su di lui/lei.

Papa Francesco commentando questo brano evangelico durante una delle sue omelie a Santa Marta disse:

Zaccheo viene guardato con gli occhi di Dio, cioè da chi non si ferma al male passato, ma intravede il bene futuro. Gesù non si rassegna alle chiusure, ma apre sempre nuovi spazi di vita. Non si ferma alle apparenze ma guarda il cuore. Qui ha guardato il cuore ferito di quest’uomo. Ferito dal peccato, dalla cupidigia, da tante cose brutte. Guarda quel cuore ferito e va lì.

Io sono Zaccheo, sono salito sul sicomoro perchè ero attratto da Gesù anche se non lo conoscevo e Lui mi ha guardato, attraverso lo sguardo di una donna. Da lì è iniziato il mio cammino che spero mi conduca alla salvezza insieme a Luisa che Gesù mi ha posto accanto ormai 18 anni fa.

Antonio e Luisa

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Cosa succede ?

Vi riportiamo le prime frasi del brano di Vangelo di ieri :

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 18,35-43) Mentre Gesù si avvicinava a Gèrico, un cieco era seduto lungo la strada a mendicare. Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse. Gli annunciarono: «Passa Gesù, il Nazareno!». 
Allora gridò dicendo: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!».

In questi giorni la Chiesa ci fa ascoltare ripetuti brani evangelici che narrano dei miracoli di Gesù, forse per prepararci a vivere la grande solennità di Cristo Re, cosicché da aiutarci a comprendere che davvero Gesù è chi afferma di essere, e così confermare che Egli ha il potere su tutto il creato, compresi i demoni e le malattie.

Su questo brano ci sono numerose catechesi dei Padri della Chiesa che ci aiutano a riconoscerci nella figura di questo cieco, così anche noi, come lui, dobbiamo gridare a Gesù di aver pietà di noi affinché ci guarisca da una cecità molto più pericolosa e dannosa di quella fisica. Oggi noi però vogliamo concentrarci su di un particolare che potrebbe sfuggire ad una lettura frettolosa, e cioè il fatto che la gente che va da Gesù crea un tale trambusto da incuriosire il cieco, il quale alla fine chiede che cosa succeda.

Se la gente fosse passata silenziosamente senza disturbare, probabilmente il cieco non si sarebbe accorto di nulla e non sarebbe guarito. Proviamo a sostituire la parola “gente” con la parola “gli sposi in Cristo” oppure con “i cristiani che abitano nel mio paese”. Nei nostri villaggi, quartieri, città, paesi, condomini, famiglie, parenti, conoscenti, amici, ci sono tanti “ciechi” che mendicano, cosa mendicano ? Mendicano un po’ di compassione, solo un poco d’aiuto, ma quanti chiederebbero la guarigione ?

Quante coppie di sposi in crisi stanno mendicando ? E quanti, tra questi, chiederebbero di guarire a Gesù, se solo sapessero che Lui sta passando nella loro vita ? Molti invece si accontentano dei nostri, pur preziosi, aiuti, che però hanno il sapore di tappabuchi, non sono risolutivi, poiché l’unico medico è Gesù.

Quante famiglie disastrate mendicano ? E quante, tra queste, chiedono la guarigione a Gesù ? Molte si accontentano degli aiuti, forse perché non sanno che c’è un medico che può guarirle definitivamente.

Ma perché tutte queste situazioni non chiedono a Gesù di essere guarite, non è che forse non sanno di Gesù ?

Spesso veniamo abituati a curare i sintomi delle malattie, cosa buona e giusta, ma chi pensa ad eliminare definitivamente la causa di queste malattie ? Analogamente, quando altre coppie di sposi mendicano aiuti noi dovremmo fare come quella gente del vangelo : dovremmo fare un trambusto tale da incuriosire i “ciechi” che lo avvertono, sicché ci domandino : “Cosa succede ? Dove state andando ?”.

Purtroppo ci sono troppe coppie di sposi in Cristo che non fanno alcun rumore, che pensano che la loro fede sia un fatto intimistico e privato, ma se la gente del vangelo non avesse fatto tutto quel baccano, il cieco non avrebbe incontrato Gesù e non sarebbe guarito dalla sua cecità. Oppure, proviamo ad immaginare se la gente avesse risposto al cieco : “No, tranquillo, non sta succedendo niente, stanno solo guardando lo spettacolo di un funambolo” … o risposte simili… il cieco avrebbe lo stesso cercato la guarigione da Gesù ? Certo che no, ovviamente.

Quindi la guarigione per quel cieco è cominciata quando si è accorto del trambusto, poi si è informato sul perché di tale agitazione e grazie alla risposta della gente ha scoperto della presenza di Gesù.

Cari sposi, dobbiamo imitare quella gente del vangelo quando andiamo da Gesù, cioè dobbiamo essere sposi che, quando serve, senza vergogna, si dimostrano appartenenti a Gesù, quelli che ci frequentano dovrebbero sospettare che siamo di Gesù. Quant’è triste il venerdì il saluto dei cristiani che rispondono “Buon week-end“… quasi mai si sente “Buona Domenica“…”Buona Festa dell’Assunta“…”Auguri di una santa Domenica” o saluti simili… inoltre si sente pure : “Che fate Domenica ? “… “Cosa hai fatto ieri ?“… vi sfido a trovare dei cristiani che rispondano “Andremo/siamo stati a Messa… oppure alla processione della Madonna….del Corpus Dominial pellegrinaggio in quel Santuario…ecc… è stata bellissima la S.Messa/la processione/il pellegrinaggioperchè non vieni anche tu con la tua famiglia una volta ?

Dobbiamo riscoprire la dignità di appartenere a Gesù, e quando ci troviamo di fronte ai “ciechi mendicanti” dobbiamo avere la semplicità dei bambini : “Andiamo ad incontrare Gesù, vieni anche tu, da Lui troverai ristoro per la tua anima, Lui è il vero medico a cui puoi chiedere di guarire !”… sì care famiglie, l’aiuto che possiamo dare noi è prezioso e doveroso, ma non può essere risolutivo, fintanto che non portiamo le persone dal vero medico o lasciamo che lo incontrino attraverso di noi, queste persone resteranno mendicanti e non guariranno mai.

Coraggio sposi, è giunta l’ora di diventare annunciatori di una buona novella : Gesù.

Annunciatori come quella gente del vangelo che non si è posta il problema se il cieco rifiutasse o no l’annuncio, intanto hanno annunciato Gesù, poi il resto lo fa lo Spirito Santo nel cuore delle persone. Questo è un modo per essere fecondi nella Chiesa e nel mondo, coraggio famiglie !

Giorgio e Valentina.

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La sessualità alla luce del mistero nuziale

L’unione sessuale, vissuta in modo umano e santificata dal sacramento, è a sua volta per gli sposi via di crescita nella vita della grazia. È il «mistero nuziale». Il valore dell’unione dei corpi è espresso nelle parole del consenso, dove i coniugi si sono accolti e si sono donati reciprocamente per condividere tutta la vita. Queste parole conferiscono un significato alla sessualità, liberandola da qualsiasi ambiguità. 

Queste parole sono state scritte da Papa Francesco. Esattamente le trovate al punto 74 dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia. Sto leggendo un libro molto interessante. Si tratta de La mistica dell’intimità nuziale di don Carlo Rocchetta. Cosa possiamo comprendere da quanto il Papa scrive? Ci viene in aiuto don Carlo. Essenzialmente quattro insegnamenti.

  1. L’unione sessuale nel matrimonio è positiva. Si supera la vecchia credenza che la sessualità vissuta sia qualcosa di negativo. Certo si è capito da tempo. Giusto però sottolinearlo visto che fino a non tanti decenni fa i sacerdoti consigliavano gli sposi di astenersi dall’Eucarestia se avevano avuto un rapporto sessuale. Papa Francesco libera completamente questo gesto da ogni ambiguità e gli dona la giusta dimensione e considerazione. L’amplesso non solo non è negativo, ma al contrario è via di crescita nella vita della grazia. In parole semplici apre il cuore degli sposi sempre più perchè possa sempre più accogliere dentro di sè lo Spirito Santo, la Grazia di Dio. E’ un gesto sacramentale.
  2. L’unione sessuale va vissuta in modo umano e santificata dal sacramento. Un po’ quello che noi abbiamo sempre cercato di raccontare in questo blog e nel nostro libro. L’unione sessuale degli sposi è santa ed è aperta alla grazia di Dio quando vissuta in modo umano. Cosa significa? Non deve contraddire la dignità e l’identità dei due sposi. Don Carlo evidenzia come solo la persona umana viva l’amplesso in modo frontale e non da tergo come gli altri animali. Ciò significa che la persona umana non risponde soltanto ad un istinto, ma concretizza nell’unione intima dei corpi una relazione profonda che già vive nel cuore.
  3. L’unione intima è via di salvezza. Leggere l’unione intima degli sposi come mistero nuziale, scrive don Carlo, significa attribuire a questo gesto una chiave storico-salvifica. Significa collegarlo alla coppia delle origini, alla caduta e alla redenzione da parte di Cristo sulla croce. Ciò significa non solo che l’intimità fisica, di due sposi battezzati e uniti sacramentalmente in matrimonio, acquista una nuova dimensione redenta e salvata, ma che i due sposi unendosi partecipano alla salvezza del mondo, in quanto sono immagine dell’amore di Cristo per la sua Chiesa. Partecipano concretamente all’amore che fruisce tra Gesù e la sua Chiesa
  4. Il sacramento rende l’unione intima diversa da tutte le altre. Grazie al sacramento l’unione intima degli sposi è assunta onticamente nella relazione Cristo-Chiesa. Ciò che rende l’unione intima degli sposi diversa e molto più bella e piena di qualsiasi altra sta proprio in questo suo significato profondo. Nel matrimonio questo gesto diventa segno e concretizzazione di ciò che i due sposi si sono promessi e donati nel sacramento: un amore che dà tutto e durerà per sempre.

Capite ora che differenza c’è tra chi fa sesso e chi vive questo gesto d’amore in modo autentico? Capite come questo gesto per gli sposi possa essere davvero un’esperienza mistica e di Grazia?

Antonio e Luisa

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Crisi, alba di una rinascita

Non so quanti ricorderanno la data del 29 maggio 2012. Di sicuro chi all’epoca, come me, abitava in zona nord Italia avrà ben presente la forte scossa di terremoto che danneggiò soprattutto la bassa modenese.

Un mio amico lavorava in un capannone industriale; ai primi sussulti, una trave di varie tonnellate si schiantò, sfiorandolo a mezzo metro… Che era successo? Semplicemente che la costruzione non era stata pensata con criteri sismici e di conseguenza le travi erano semplicemente appoggiate sui piloni, anziché fissate.

La Parola di questa domenica, sin dalla prima lettura, ci può turbare alquanto per lo scenario apocalittico. Tuttavia, i toni usati e le immagini impiegate non sono che in sintonia col momento liturgico. Siamo infatti alla penultima domenica del Tempo Ordinario e la prossima è la solennità di Cristo Re dell’Universo. Per questo tutto il tono del discorso ruota attorno a due poli: il fine e la fine della storia che coincidono in Cristo.

Vorrei concentrarmi sul fatto che Cristo è il nostro fine esistenziale, Lui è il nostro Alpha e Omega, inizio e compimento. Siamo nati a sua immagine e alla comunione piena con Lui siamo chiamati ad andare, come ha insistito Von Balthasar.

Ma che succede però? Che noi ci costruiamo un mondo a nostra immagine e somiglianza, a nostro gusto e piacimento, a nostra misura. È fatica lasciarci guidare concretamente e nel dettaglio dallo Sposo, dallo Spirito Santo. Le nostre vite vanno di corsa e questa frenesia ci espone lentamente a chiudere prima gli occhi, poi orecchi e infine il cuore al Signore che ci chiama a seguirLo.

Cosa accade, il più delle volte, quando viviamo così? Che il Signore, non per cattiveria, non per sadismo, non per prepotenza, bensì per pura misericordia permette che avvengano le crisi. Sul momento però ci sembra di piombare in un tornado e perdiamo il senso dell’orientamento. È vero, si può stare molto male. Ma nel fondo il Signore ha voluto solo mettere in crisi il nostro modo di essere cristiani, di essere coppia, di essere genitori….

Se, però, prendiamo la parola “crisi” e la svisceriamo, troviamo qualcosa di interessante: “crisi deriva dal verbo greco krino = separare, cernere, in senso più lato, discernere, giudicare, valutare. Nell’uso comune ha assunto un’accezione negativa in quanto vuole significare un peggioramento di una situazione”. Invece, andando oltre la facciata, si vede che essa ha un lato assai positivo, perché diventa: “un momento di riflessione, di valutazione, di discernimento e può trasformarsi nel presupposto necessario per un miglioramento, per una rinascita”. Così un laico, esperto di etimologie.

            Mi colpisce questo perché è esattamente quanto diceva la settimana scorsa il Papa alle coppie dell’Associazione Retrouvaille: “questo è molto importante, non dobbiamo spaventarci della crisi. La crisi ci aiuta a crescere… dalla crisi si può uscire, a patto che si esca migliori”.

            Don Fabio Rosini, agli inizi del suo libro “L’arte di guarire”, spiega come appunto la guarigione, metafora di ogni cambiamento in positivo, sia mentale, spirituale, fisico, emotivo… parte dal presupposto che noi si vive adagiati in poltrona, cercando di sistemare comodamente il didietro nel modo più rilassante e sperando di poter vivere così il maggior tempo possibile. Però il Signore lo sa e allora permette le crisi, persino quelle coniugali, in modo che siamo sollecitati a guarire, a crescere, a metterci veramente alla Sua sequela.

            Mentre vi stavo scrivendo, ho ricevuto una chiamata da una cara amica, sposata da qualche anno. Conosco il suo percorso di vita e di coppia, sono al corrente delle “crisi” passate, così come di quella in corso. Senza che, ovviamente, le raccontassi di quanto stavo componendo, lei riepiloga il discorso con un “sono le doglie del parto”. Ma è proprio così. Nella mente di Dio la crisi, pure nel matrimonio, vorrebbe essere sprone di una rinascita, di una risurrezione.

            Vi auguro, perciò, di guardare alle vostre crisi come una palla da prendere al balzo, in cui far discernimento e, con la grazia di Dio e la vicinanza di persone che vi vogliono bene, poter diventare sposi in cammino, seguendo Gesù.

ANTONIO E LUISA

Non so voi, ma per noi la crisi non ha mai avuto un significato positivo. Mi viene in mente la fatica, la sofferenza, i litigi, la distanza. Eppure se ci ripenso bene la crisi è sempre stata DECISIVA. Non perchè sia bello soffrire. Soffrire fa SCHIFO. Non è quello che pensiamo io e Luisa e non credo lo pensi neanche padre Luca.

La crisi è benedetta per un altro motivo. Ti mette davanti alla tua imperfezione, al fatto che il matrimonio basato solo sulle mie forze e quelle di Luisa non funziona. La crisi ti mette a nudo e ti permette di guardarti con tutta la tua povertà. In questi casi o scappi e molli tutto o rilanci. Per rilanciare devi però mettere mano a tutte le tue ricchezze. Devi cercare ricchezze dove non le cercavi prima, raschiando il barile. E li forse ti rendi conto di quanto sia importante Gesù per la tua vita e per il tuo matrimonio.

Più ci penso e più capisco come le nostre crisi ci abbiano sempre avvicinato un po’ più l’uno all’altro e a Gesù. La crisi è come un bivio. Sta a noi se prendere la strada che ci allontana sempre più o invece quella che ci avvicina. Scegliete bene.

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Confermati da Pietro: accompagnare le ferite nuziali

Carissime coppie,

oggi sono qui a condividervi una grande gioia che il Signore mi ha donato lo scorso 6 novembre. Ero presente quando il Papa ha ricevuto in udienza privata diverse centinaia di coppie dell’associazione Retrouvaille con i loro figli.

Il regalo non è stato unicamente vedere Pietro nella persona di Francesco – già essere vicino a lui è un grande dono – ma soprattutto sentire la sua conferma nella fede e missione di tutte queste persone profondamente toccate dalla crisi e dalla sequela di ferite. Come ha detto Francesco: “«Ferite» è una parola-chiave per voi, fa parte del vocabolario quotidiano di Retrouvaille”. Eccome se lo è! Sono testimone di quello che hanno vissuto tanti di loro e che per questo considero fratelli e sorelle nel cammino. Anzi, dirò di più, il Signore mi ha mostrato il mio cammino personale nel sacerdozio grazie a vari segni legati alle coppie ma uno particolarmente eloquente è stato grazie alla testimonianza di perdono di una coppia di Retrouvaille.

Come ha detto il Papa, e lo sottoscrivo pienamente: “Oggi c’è tanto bisogno di persone, di coniugi che sappiano testimoniare che la crisi non è una maledizione, fa parte del cammino, e costituisce un’opportunità”.

Un’opportunità per cosa? Per rimettersi in gioco se ci si è smarriti nel matrimonio, per andare in profondità nella relazione coniugale, se piombati nella mediocrità e nel grigiore. Quante coppie vivono una vita matrimoniale fatta di compromessi, di patti di non aggressione, di “limiti di velocità” per non urtare la sensibilità altrui. La crisi mette a soqquadro i nostri rammendi precari e fa vedere che l’amore vero va oltre quello che ci immaginavamo un tempo, è un dono totale di sé reciprocamente scambiato.

Come scriveva Chiara Corbella a suo figlio Francesco: “Per quel poco che ho capito in questi anni posso solo dirti che l’Amore è il centro della nostra vita, perché nasciamo da un atto d’amore, viviamo per amare e per essere amati, e moriamo per conoscere l’amore vero di Dio. Lo scopo della nostra vita è amare ed essere sempre pronti ad imparare ad amare gli altri come solo Dio può insegnarti”.

Perciò il Papa ci ha parlato di Gesù Risorto come immagine dell’amore che da ferito, o magari proprio morto, riprende vita. Solo morendo a noi stessi nella coppia possiamo vivere un amore coniugale che va oltre criteri umani e mondani, un amore grande che solo Gesù può donarci.

Da ultimo il Papa ha invitato ad accompagnare chi è ancora “indietro” nel cammino, chi sta ancora sanguinando e soffre: “accompagnare vuol dire «perdere tempo» per stare vicino alle situazioni di crisi. E spesso ci vuole molto tempo, ci vuole pazienza, rispetto, ci vuole disponibilità… Tutto questo è accompagnare”.

Bello, no? Fin qui vi siete seduti a guardare la scena che vi sto descrivendo come davanti alla TV. Ma care coppie quanto detto finora non è Copyright di Retrouvaille. Ognuno di voi è chiamato, in forza del Battesimo e del Matrimonio, a diventare segno vivo, esempio luminoso di guarigione per sé e per alte coppie, siete chiamati a generare comunione sponsale ovunque siate! Vi prego: non limitatevi al sagrato della vostra parrocchia.

Un grande sacerdote scrittore, Henry Nouwen (1932-1996), molto noto per la sua opera “L’abbraccio benedicente”, ci ha lasciato un altro libro altrettanto importante dal titolo “Il guaritore ferito” sul ruolo salvifico del sacerdote, sempre e comunque avvolto dalla propria debolezza.

Per voi sposi vale lo stesso discorso. La potenza di amore che è nei vostri cuori deve fare sempre i conti con le mille sfumature di egoismo. Ma siete chiamati in questo mondo a diventare profeti di un altro Amore, quello che risiede in voi e che, come seme, deve crescere lentamente nella quotidianità e nei gesti di amore, tenerezza e comprensione.

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La Preghiera: un atto di fiducia – “Sposi&Spose di Cristo”

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

Durante il passato Lock-Down insieme alle altre due coppie di #Influencer dell’#Amore, abbiamo avviato un ciclo di dirette dal titolo “3 Coppie 2.0”.

Tra i temi che abbiamo affrontato, con un buon riscontro da parte di tante persone che ci hanno seguito, c’è stato anche il tema della Preghiera.

Ecco qui un estratto del nostro intervento:

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Per poter parlare di preghiera, vogliamo guardare a Gesù.

Nel Vangelo vediamo che gli interventi di Gesù sulla preghiera sono veramente tanti e diversi.

Spaziano dal contenuto della preghiera cristiana, alla necessità che sia fatta con il cuore e non solo con le labbra, o di viverla nell’unità ed umiltà.

Tra le varie Sue indicazioni troviamo l’invito alla preghiera incessante, di pregare sempre, senza stancarsi mai.

Se gli altri aspetti sono più chiari, sulla “preghiera continua” possono nascere delle perplessità: cosa vuol dire pregare sempre senza stancarsi mai?

Il punto da comprendere è questo: la preghiera nasce quando ci si fida di Dio, ci si fida del fatto che il Signore ascolta certamente le nostre preghiere.

La parabola del giudice disonesto (Luca 18,1-8) dice in soldoni: se un giudice che non ha riguardo di nessuno arriva ad aiutare la vedova che lo stressa…immagina Dio, che invece ti ama, quanto si prende cura di te ed ascolta quello che gli dici.

Ad esempio: un bambino chiede continuamente cose ai suoi genitori perché si fida di essere ascoltato. Se non si fida del genitore, difficilmente chiede qualcosa.

Quindi la preghiera incessante nasce da qui: dalla fiducia che io ho nel Signore.

Se so che mi ama, allora gli parlerò e gli aprirò il mio cuore.

Ma come possiamo pregare senza stancarci e con la fiducia del bambino che si rivolge ai suoi genitori? Come possiamo sapere che Dio ci ama?

La preghiera è innanzitutto relazione, dialogo con il Signore.

Ogni relazione ed ogni dialogo nascono da un incontro: non posso parlare e dialogare con qualcuno se non l’ho incontrato.

Uno dei luoghi per incontrarlo, ad esempio, è la Parola di Dio. La Chiesa ci dice che la Bibbia è Parola Creatrice…nella Bibbia infatti non troviamo fredde informazioni, ma è Dio stesso che parla proprio a te che leggi, e quella Parola, se la accogli, può trasformare il tuo cuore!

E’ cosa ti dice questa Parola di Dio? Ti dice che sei figlio amato, desiderato, custodito.

Sei un diadema regale nella mano di Dio (cfr. Isaia 62, 3)

…proprio tu, così come sei, con i tuoi peccati, i tuoi difetti, i tuoi pregi.

Chi permette alla Parola di Dio di entrare nel nostro cuore e di trasformarlo? Questa è la prerogativa dello Spirito Santo, terza persona della SS Trinità.

Ma questa Trinità dove opera? Dove posso trovarla?

E’ proprio lì, nella tua giornata, nella tua casa, nella tua famiglia, nelle tue relazioni, anche in quelle faticose che ti sembrano un disastro.

La Trinità è già all’opera…come dice una preghiera eucaristica (nella Messa), lo Sprito Santo “fa vivere e santifica l’Universo”…dunque la Sua opera è concreta, è visibile, tocca a noi saperla vedere e riconoscere.

La preghiera dunque è relazione con la SS Trinità.

Entrando in relazione con la SS. Trinità io inizio a scoprirmi amato, imparo a chiedere con la fiducia di figlio e posso vedere come lo Spirito Santo è all’opera nella mia vita.

Con la preghiera allora ho la possibilità di godere di tutto questo. Come abbiamo già detto Dio già ti ama…già opera nella tua vita…e con la preghiera tu puoi farne eseperienza!

Ma tutto questo cosa produce nella tua vita, nella vita di coppia e nelle relazioni in generale?

La relazione con Dio ti insegnerà ad amare…amare sempre di più come Lui stesso ti ama. A donarti, a donare la tua vita senza riserve così come vedrai fare a Lui ogni volta che si dona a te.

Ciò che conta nella vita è amare e lasciarsi amare

CHIARA CORBELLA PETRILLO

…ed è proprio questo che si impara a fare nella preghiera.

Godere della relazione con Dio e del Suo amore ci aiuta a nutrirci di Lui e non più delle persone: quante volte ci siamo ritrovati a chiedere felicità e vita  a chi ci sta affianco.

Ma una persona, che sia ad esempio nostro padre o nostra madre, nostro marito o nostra moglie, o siano nostri figli…una persona non può darci questa pienezza che cerchiamo…poiché solo Dio può colmare in abbondanza questo grandissimo bisogno di vita vera che abbiamo.

Allora come possiamo pregare incessantemente senza stancarci?

Possiamo farlo vivendo il nostro quotidiano rimanendo nella relazione fiduciosa con il Signore. Quindi la preghiera dà la forma e prende la forma della nostra vita quotidiana.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Essere sposi significa condivdere gioie e dolori

Nel matrimonio cristiano, quando è vissuto nell’autenticità del dono e nella verità del sacramento, accade qualcosa di meraviglioso. E’ un qualcosa che si ottiene a caro prezzo, con un costante impegno, con l’abbandono a Dio, con la consapevolezza che ci saranno cadute e momenti di scoraggiamento, ma anche, con la certezza di poter contare sulla misericordia e sul perdono di Dio e della persona amata.

Accade che piano piano, giorno dopo giorno, riesci a vedere il tuo coniuge e la tua relazione con gli occhi di Dio. La Chiesa e il Papa non insistono forse col dire che la relazione sponsale è immagine di quella trinitaria? Ecco questa ne è la prova e una manifestazione concreta di una verità trascendente. Cosa significa guardare il coniuge con un nuovo sguardo, con lo sguardo di Dio? Nella mia esperienza significa essenzialmente due cose.

Significa com-patire e con-gioire. Condividere gioie e pene. Significa sentire le gioie, i successi, le gratificazioni, i momenti importanti che la persona amata vive e percepisce in lei, come qualcosa che ci appartiene e che sentiamo un po’ anche nostro, perchè il nostro sposo o la nostra sposa abitano il nostro cuore. Significa anche piangere e condividere la sofferenza per le cadute, gli errori, gli insuccessi, i fallimenti e la sofferenza del nostro coniuge. A volte dobbiamo farci cireneo. Dobbiamo reggere con lui/lei la croce. Consorte, nel bene e nel male, in salute e malattia, in ricchezza e povertà, finchè morte non ci separi, citava una vecchia formula del rito matrimoniale.

Nell’amicizia le gioie si moltiplicano e i dolori si dividono e come dice il Papa, l’amore sponsale è una forma di amicizia particolare e più profonda e completa delle altre. Guardare con gli occhi di Dio significa anche giudicare il nostro coniuge con l’atteggiamento e la modalità di Dio. Siamo naturalmente portati a giudicare tutto e tutti, ma non al modo di Dio. Giudichiamo con superbia, super, di chi si mette sopra. Spesso facciamo di noi il centro e ci sentiamo in diritto di condannare chi si comporta come noi non faremmo (o crediamo che non faremmo) o fa qualcosa di diverso da quello che noi riteniamo giusto. Dio non fa così, Dio sta in alto, ma proprio perchè sa di essere molto più di noi, scende e si mette al di sotto di noi. Dio vede ciò che ci fa bene e ciò che ci fa male, e vuole condurci verso il bene, perchè il nostro male e la nostra infelicità lo rattristano e lo toccano profondamente. Per amore si abbassa e con noi, aspettando i nostri tempi e la nostra volontà, si rialza riportandoci in alto con Lui.

Il giudizio diventa così via di salvezza e non di condanna. Anche nel matrimonio accade, o dovrebbe accadere la stessa cosa. Si impara a non mettersi in alto a sparare sentenze e condanne, che non aiutano, ma affossano ancora di più l’amato. Se ci accorgiamo di qualche errore e fragilità del nostro sposo o della nostra sposa dobbiamo avere la forza e la pazienza di abbassarci, e con tanta tenace tenerezza aiutarlo/a a rialzarsi. Servirà magari ingoiare bocconi amari, subire umiliazioni e dover accettare ingiustizie, ma questa è l’unica via che può aiutare una persona a risorgere, è la via della croce. Dio ci ha messo accanto ad una persona non per trovare in lui/lei la nostra felicità, ma per trovare nell’amore verso l’altra persona una via privilegiata per arrivare a Lui che è sorgente e meta della nostra vita e che è il solo che può dare senso e pienezza a tutto.

A volte non è semplice tutto questo. A volte costa fatica e non si vede subito un risultato positivo. Non dobbiamo però abbatterci. Noi abbiamo una grande possibilità. Possiamo con la nostra presenza aiutare la persona amata: possiamo accogliere le sue pene per alleggerirla, possiamo ascoltarla e consigliarla per dipanare dubbi, possiamo abbracciarla per donare calore quando sente il freddo della vita, possiamo inginocchiarci sulle sue cadute per rialzarci insieme, possiamo dirle quanto sia bella quando perde sicurezza in se stessa. Noi sposi siamo mezzo privilegiato di Dio. Dio attraverso di noi ama, abbraccia, sostiene, perdona l’altro. Attraverso tutto questo possiamo arrivare insieme all’abbraccio eterno con Gesù

Antonio e Luisa

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Gli sposi sono come i due ladroni

Stavo ascoltando una conferenza sui Promessi Sposi tenuta da Franco Nembrini. In particolare Nembrini stava trattando il tema della misericordia. Il perdono di Renzo nei confronti di don Rodrigo morente a causa della peste. Non sto a raccontarvi le riflessioni di Franco Nembrini anche se meriterebbero più spazio dato la bellezza di ciò che l’autore ha raccontato. Vi lascio il link se avete desiderio di ascotare tutta la conferenza.

Quello che mi interessa proporre alla vostra attenzione è solo una affermazione che ho ascoltato e mi ha colpito immediatamente. Franco Nembrini ha semplicemente detto che non esiste la persona brava. Non lo è lui, non lo sono io e non lo sei neanche tu che stai leggendo. Accanto a Gesù sulla croce c’erano solo due ladroni. Tutta l’umanità è rappresentata da quei due ladroni. Siamo dei ladroni anche noi.

Pensiamoci bene! Spesso ci sentiamo bravi per tutto quello che facciamo. Probabilmente è anche vero che facciamo tanto e che ci impegniamo nella nostra relazione. Ciò non significa però che non siamo anche noi ladri. Ci sono tanti modi per esserlo. E anche se non fate il male, difficile ma può succedere ad alcuni, pensate a tutte le omissioni commesse nella vostra vita di coppia. Tutte le volte che non avete fatto o detto qualcosa per l’altro. Quante volte, così facendo, avete sottratto amore all’altro. Queste sono le omissioni. Sottrarre amore all’altro. Quell’amore che abbiamo promesso di riservare al nostro coniuge tutti i giorni della nostra vita.

Io, lo dico senza voler sembrare superbo, cerco di amare Luisa con tutto me stesso. Cerco di amarla come vuole lei eppure, se mi ci metto un attimo a pensare, trovo ancora tantissime mancanze ed omissioni. Ogni giorno. Senza contare le volte che ancora accadono dove con il mio atteggiamento e con le mie parole la ferisco. Quanta imperfezione ancora in me. E sempre ce ne sarà.

E’ importante riconoscere di essere un ladrone. E’ importante per accettare che lo sia anche nostro marito o nostra moglie. Se io mi sentissi a posto non sarei capace di accogliere le fragilità dell’altro. Sarei incapace di farlo e mi sentirei superiore credendo di meritarmi più di quella persona che ho accanto.

Franco Nembrini fa un passo in più nel suo discorso. Non basta rendersi conto di essere un ladrone. Bisogna essere capaci di guardare Gesù e di chiedere la Sua misericordia, il Suo perdono Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo Regno!. Tra i due ladroni solo uno lo fa e la risposta di Gesù è incredibile. In verità ti dico: Oggi sarai con me in Paradiso. Il primo a mettere piede in Paradiso è un ladrone.

Capite come cambia tutto? Anche il nostro matrimonio può essere anticipo di quel paradiso. Non perchè smettiamo di essere ladroni ma perchè guardiamo a Gesù crocifisso e domandiamo a Lui misericordia per tutti i nostri peccati, per gli errori, per il male che commettiamo e anche, e mi rivolgo ai più “santi” tra noi che non pensano di non sbagliare mai, anche a tutte le omissioni.

Come scrive benissimo San Bernardo di Chiaravalle ne I quattro gradi dell’amore

Il cristiano, “partendo dalla propria miseria mediterà su quella di tutti gli altri (marito o moglie). Dio ci lascia nei nostri difetti, perché comprendiamo quelli degli altri. Infatti noi e gli altri siamo fatti della stessa pasta. Di qui una unica conclusione appare possibile: come io ho compassione delle mie miserie personali e non mi condanno, così non potrò mai assumere atteggiamenti severi nei confronti del fratello che pecca (marito o moglie), dovrò essere aperto ad un indefinito perdono. Tu sei un malato grave e non potrai non aver compassione del fratello che è malato come te. Infatti “solo un malato può comprendere e avere compassione di un altro malato “. I cristiani “partendo dalle proprie sofferenze imparano a compatire quelle degli altri”.

Questo atteggiamento positivo verso le debolezze nostre e dell’altro ci permette di leggere la nostra relazione con occhi diversi. Ci permette di meravigliarci e di ringraziare l’altro per tutte le volte che riesce ad amarci pur con tutti i suoi limiti. Ci permette di mettere in evdenza l’impegno e le cose buone piuttosto che gli errori. A volte siamo bravissimi a notare le mancanze e meno a dire grazie per l’amore che riceviamo. Ricordate che nulla è dovuto e nulla è scontato e spesso il bene che riceviamo costa fatica ed impegno all’altro che cerca di andare oltre i suoi limiti. Ringraziamolo e tutto sarà più bello.

Antonio e Luisa

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Solo uno ritorna ?

Ci lasceremo interrogare da un brano del Vangelo abbastanza famoso, lo sentiremo domani a Messa :

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 17,11-19) Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

Per capire meglio questo brano dobbiamo sapere che tra samaritani e giudei non scorreva buon sangue in quanto i giudei si sentivano il “popolo eletto” e disprezzavano perciò i samaritani ritenendoli “stranieri“, anche Gesù infatti apostrofa il samaritano guarito come straniero. Inizialmente si rimane un poco stupiti che questa volta Gesù non tocchi i malati, ma li mandi dai sacerdoti, però agendo così mostra rispetto per la Legge di Dio, secondo la quale sono i sacerdoti ad avere il compito di dichiarare guarite le persone che non sono più affette da lebbra ; solo dopo che il sacerdote si è pronunciato possono tornare a vivere tra le persone sane. Questi sono solo alcuni dati che ci aiutano ad inquadrare la scena dentro la realtà in cui avviene, e sono di aiuto per capire le dinamiche che si sviluppano dentro i cuori.

Avviciniamoci ancora un poco alla scena per notare che un lebbroso solo è “straniero” ossia samaritano, da cui si deduce che gli altri nove siano giudei, quindi facenti parte del “popolo eletto” ; l’evangelista Luca ha la caratteristica di raccontare episodi in cui donne e stranieri/pagani fanno bella figura con Gesù rispetto ai giudei. Quest’ultimi, spesso, vivevano il loro essere “popolo eletto” con altezzosità, non con un sano orgoglio, ma con una forma di superbia, non come un’elezione immeritata, ma come un diritto acquisito e quindi si ponevano nei riguardi di Dio come dei creditori e non come dei debitori.

Ecco perché questi nove non se tornano a ringraziare Gesù : pensavano che la loro guarigione fosse un loro diritto e quindi Gesù non avrebbe fatto altro che dare loro ciò che era un diritto in quanto “popolo eletto“, mentre il samaritano partiva da una posizione svantaggiata, sentendosi uno “straniero“, di conseguenza la guarigione non gli spettava di diritto ed avverte la misericordia di Dio riconoscendola come tale.

Fin qui sembrerebbe un analisi abbastanza razionale senza grossi scossoni. Però vi invitiamo a tornare ad inizio pagina per rileggere quel brano sostituendo le parole “lebbrosi” con le parole “coppie di sposi”.

Da quale lebbra dobbiamo chiedere a Gesù di guarire, noi sposi ?

Quale è la “buona notizia” nascosta in questo brano ?

Cercheremo di rispondere a questi interrogativi brevemente ma senza fare sconti, e sostituendo gli sposi ai lebbrosi. Un buon punto di partenza sta nel fatto che ci sono sposi che riconoscono di essere malati e di aver bisogno di Gesù, e tra questi ci sono anche sposi “stranieri“, cioè sposi lontani da percorsi di fede o di ordinaria vita di grazia, e questo è un dato confortante, perché forse gli “stranieri” chiedono aiuto a Gesù come ultima spiaggia oppure sono stati ben consigliati dagli altri sposi. E questo già ci aiuta nel capire che forse nella nostra vita conosciamo sposi “stranieri” che vediamo malati e possiamo portarli da Gesù.

Avete notato però che i lebbrosi si tengono a distanza da Gesù cosicché devono parlare a voce alta ?

E’ proprio questo che succede alle coppie di sposi “lebbrosi” : la nostra lebbra spirituale è una malattia/condizione che ci tiene a distanza da Gesù, e che ci costringe a gridare a Lui. Quando la lebbra spirituale si insinua nell’animo di una coppia, essa perde il contatto con Gesù, ma inevitabilmente lo perde anche con la società, i lebbrosi infatti erano isolati dalla società.

Quell’intorpidimento spirituale che ci fa trattare Dio come nostro debitore è una lebbra :

  • siamo nati senza deciderlo e ci ci sentiamo i padroni della nostra vita e quindi padroni del nostro coniuge ;
  • siamo battezzati e ci sentiamo noi i fautori della nostra fede, come se avessimo capito tutto solo noi a tal punto che ci chiediamo come abbia fatto la Chiesa a sopravvivere senza di noi per quasi due millenni e facciamo noi i salvatori del nostro coniuge ;
  • ne combiniamo di tutti i colori, ma quando “parliamo” con Dio invece della lista dei nostri peccati, Gli mostriamo la lista dei nostri “presunti diritti” e “meriti” sicché esigiamo la paga, la sua riconoscenza, e così non chiediamo mai perdono al coniuge perché sarebbe troppo denigrante per noi farlo ;
  • ci siamo sposati in Cristo, ma Lui è il terzo incomodo, invece di essere il “Number One” ;
  • ecc… ecc… ecc…

Con questi atteggiamenti nel cuore molti sposi vanno da Gesù a chiedere delle grazie, e si sentono sicuri che Gesù li premierà dei loro meriti con la grazia richiesta, a volte Dio la concede per intenerire il loro cuore, per saggiare la loro fede, ma molti si comportano come i nove lebbrosi che non tornano indietro a ringraziare, sicuri che Dio, del resto, stia semplicemente dando loro ciò che è giusto in base ai propri presunti meriti, e si fanno creditori di Dio.

Ma perché a Gesù piace questa riconoscenza/gratitudine del samaritano ?

Perché essa ci educa a smantellare la nostra presunzione, la nostra superbia, ed a riconoscere che dipendiamo da Lui per ogni nostro respiro : ad ogni respiro dovremmo ringraziare del respiro precedente perché il tempo è un dono. Dobbiamo chiedere al Signore di guarire la nostra lebbra spirituale, che ci tiene lontani da Lui, dai fratelli e tra noi sposi. E questo atteggiamento si riversa nella coppia.

Cari sposi, noi vi invitiamo a recuperare la riconoscenza e la gratitudine tra sposi ed insieme a Dio : prima di addormentarvi stasera, abbracciate il vostro amato/a e ringraziatelo/a per tutte le faccende che ha sbrigato, per tutti i gesti di affetto e di vicinanza che vi ha dimostrato, per i tanti servizi e sacrifici che ha svolto per la coppia, per la casa e per la famiglia ; per la pazienza che ha mostrato nel sopportare le nostre debolezze, i nostri sbagli, i nostri difetti. La riconoscenza/gratitudine ci aiuta a spostare il baricentro da noi stessi per diventare debitori verso il nostro coniuge … al corso prematrimoniale ci insegnarono a dirci reciprocamente “Grazie che ti sei donato/a tutto a me” dopo ogni atto di intimità coniugale : neanche in quel frangente niente va preteso e nulla ci è dovuto perché deve restare un atto libero e gratuito di amore, e vi possiamo testimoniare la libertà e la gioia che dona questo Grazie, una gioia liberante perché ogni più piccolo gesto è vissuto come un dono ricevuto oltre e nonostante i personali limiti.

Coraggio sposi, la riconoscenza/gratitudine ci educa alla libertà e alla fiducia in Gesù, perché c’è solo un medico che può guarire la nostra lebbra spirituale : Gesù. Sentite il vostro matrimonio malato di lebbra spirituale ? Gridatelo a Lui.

Giorgio e Valentina.

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Perchè tradire? Per povertà

Ieri scorrevo, come spesso succede, i vari post condivisi dalle pagine che seguo su facebook. La mia attenzione è stata catturata da un articolo pubblicato da primabergamo.it (un portale di informazione). In questo articolo viene ripresa una recente indagine condotta dal sito incontri-extraconiugali.com. Da questa indagine si evince che la mia città, Bergamo, è sul podio per quanto riguarda un poco invidiabile primato: quello delle più alte percentuali di tradimento.

Il premio per la città italiana degli amori infedeli lo vince Roma. Al secondo posto c’è Napoli, mentre Bergamo chiude il podio dei centri urbani con le più alte percentuali di tradimento. A certificarlo è un’indagine condotta dal sito internet Incontri-ExtraConiugali.com, che fornisce una fotografia sul desiderio di evasione degli italiani.

Il dato più interessante è dato però i numeri:

Secondo gli analisti del portale d’incontri extraconiugali la propensione al tradimento è nuovamente in crescita: in Lombardia riguarderebbe il 73,5% dei cittadini. Ma cresce anche l’età di chi si lascia tentare da scappatelle nel rapporto di coppia: l’età media attuale è di 45 anni per gli uomini e di 36 anni per le donne. «I più inclini in assoluto a tradire il coniuge rimangono però i maschi cinquantenni 

Io non so come siano arrivati a determinare questi dati. Sinceramente la percentuale di persone che sarebbero dedite, o almeno aperte, al tradimento mi sembra davvero elevata. Credo però che questa ricerca possa essere comunque una base interessante per alcune brevi provocazioni che desidero lanciarvi

Il tradimento non è più un tabù

Inutile nasconderlo. Questi numeri, per quanto mi sembrano un po’ gonfiati, esprimono un dato di fatto di cui dobbiamo prendere coscienza. Molti non sanno cosa sia il matrimonio. Molti si sposano con un’idea sbagliata. Ci si sposa con l’idea che l’altro debba renderci felici. Debba riempire tutti i nostri vuoti e debba soddisfare tutte le nostre esigenze affettive e sessuali. E se non lo fa? Sono libero di cercarle altrove. Questi non sono ragionamenti che si fanno in modo conscio e consapevole. Sono modi di pensare radicati in noi che abbiamo assimilato da tutto il mondo che ci circonda, dalla società e spesso dalla famiglia di origine. Insomma, la promessa matrimoniale dove ci impegniamo ad essere fedeli sempre è spesso recitata come una formula vuota. Nel nostro cuore ci impegniamo ad essere fedeli fino a quando l’altro ci farà stare bene. Fino a quando ci converrà. Non si spiegherebbero altrimenti tutte le separazioni e i divorzi che avvengono anche in ambito cattolico. Per lo stesso motivo si tradisce. Quando la relazione con l’altro diventa difficile, problematica e non più soddisfacente, si cerca altrove quel calore che viene a mancare. Invece di impegnarsi a fondo per sistemare quegli aspetti che non funzionano nella relazione e nella sessualità con il coniuge, si preferisce soddisfarsi con altri. Sicuramente più facile che mettersi in gioco. Papa Francesco ha espresso i suoi dubbi diverse volte. In Amoris Laetitia ha espresso la necessità di rivedere i corsi di preparazione al matrimonio. Oggi non sono funzionali e non servono a nulla. In un’altra occasione ha addirittura parlato di un catecumenato permanente per il sacramento del matrimonio che riguarda la sua preparazione, la celebrazione e i primi tempi successivi. Pensiamoci. Come ha sapientemente affermato don Manuel Belli durante una recente diretta facebook sul sacramento del matrimonio, non si può più comprendere il sacramento del matrimonio senza una fede consapevole. Perchè impegnarmi e sacrificarmi per l’altro? Posso farlo solo alla luce della croce di Cristo. Il matrimonio non è il luogo dove prendere per riempire il mio cuore povero, ma il luogo dove riempire l’altro della ricchezza che la fede mi dona.

Uomini e donne tradiscono ad età diverse

Perchè questa differenza di età tra maschio e femmina? Sicuramente c’è una già differenza oggettiva sull’età di quando uomo e donna contraggono matrimonio. Secondo le statistiche 35,6 anni per gli uomini e 32,9 anni per le donne. Qui però il divario è più elevato. Come se la donna arrivasse prima e l’uomo successivamente. Io mi sono dato una spiegazione. Le motivazioni del tradimento sono diverse. La donna cerca in altri uomini quello che il marito non sa o non vuole darle. Queste donne cercano più che altro di colmare una solitudine, una lacuna sentimentale, sessuale. Sono a volte delle mogli abbandonate dai mariti. Abbandonate in senso per l’appunto sessuale e/o sentimentale. Allora attraverso il tradimento trovano quello che cercano senza destabilizzare il loro matrimonio. Gli uomini? La maggior parte di loro arriva al tradimento verso i cinquanta. Quando iniziano a sentirsi “vecchi”. Cominciano a vedere i segni sul corpo del tempo e sentono di non essere più forti e attraenti come si sentivano solo fino a pochi anni prima. Vedono la propria sposa invecchiare. Per questo entrano in crisi e credono che una storia con caratteristiche adolescenziali possa ridare loro la passata giovinezza. Una botta di vita che spesso è solo illusoria. Anche quando sembra restituire davvero un perduto vigore, ma si rimanda solo il problema. Alla fine dovranno fare i conti con la vita.

Conclusione

Il matrimonio, cari sposi, è la vostra occasione. E’ la vostra occasione per vivere fino in fondo. E’ la vostra occasione per imparare a donarvi l’uno all’altra, a sacrificarvi l’uno per l’altra. E’ la vostra occasione per imparare a perdonarvi e ricominciare. E’ la vostra occasione per non buttare la vostra vita. E’ la vostra occasione per imparare ad essere fedeli sempre. E’ la vostra occasione per imparare a donarvi in tutto e per tutto. Se vi impegnerete a fondo e vi donerete senza riserve troverete in casa quella persona che vi farà assaporare la bellezza del sesso e la pienezza che ne deriva. Una bellezza che nessun altra persona potrà mai farvi provare perchè quella che vi può dare vostro marito o vostra moglie è arricchita da una relazione totale e da un sacramento che apre all’amore di Dio. Un’esperienza unica e irraggiungibile con un’altra persona che non condivide vita e sacramento con voi. Capite quale povertà ci sia dietro queste trasgressioni?

Antonio e Luisa

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Amore grande, piccoli gesti

Questo Vangelo mi ricorda sempre quella volta in Messico in cui mi trovai a confessare una vecchietta indigena. Eravamo nel pieno di un’attività missionaria in Settimana Santa con tanti giovani. Non ricordo in quale località sperduta nel bel mezzo della sierra ma sì ho tuttora dinanzi ai miei occhi quell’anziana, scalza, pelle color caramello, con una bellissima treccia poggiata sulla spalla e il suo abito tradizionale dai bordi fucsia. Parlando a fatica spagnolo aprì il suo cuore a Dio e alla fine, dalla gratitudine mi mise in mano un peso. Aveva camminato kilometri di saliscendi nella selva per trovare il perdono del Signore e per aggiunta mi stava regalando un po’ del suo niente. Mi sono sentito davvero come Gesù che osserva la scena di oggi.

Eppure, cari sposi, la chiave di lettura odierna non è un invito alla liberalità, bensì un chiaro ed evidente richiamo nuziale. Difatti, tale scena, collocata tra la serie di controversie a Gerusalemme e l’inizio della Passione è una sorta di anticipo di quello che accadrà fra non molto. Cioè, che Gesù sta per donare alla sua Sposa, la Chiesa, tutto di sé; sta arrivando l’ora, il momento del dono totale che Lui farà in Croce, anticipandolo nell’Eucarestia.

Il fatto che stia additando questa anziana ai discepoli Gesù significa che questo è il modo con cui Lui vorrà amare: non risparmiandosi, non trattenendo nulla ma regalando ogni cosa di sé, tutto sé stesso. Questo è il modo di amare di Cristo Sposo, il modo nuziale di voler bene di Gesù.

Non mi pare affatto un caso che, giusto per questo motivo, il matrimonio cristiano sia sempre meno “di moda”. Riporto le testuali parole di una VIP, convivente con un’altrettanta persona molto in vista. Alla domanda del giornalista: “ma perché non te lo sposi?” la risposta è stata: “il matrimonio potrebbe disturbare il mio senso di indipendenza”. Fa pensare tanto, forse è questo lo spauracchio per tanti giovani e meno giovani che fa evitare il matrimonio, preferendogli altre forme di convivenza più “light”, per timore a perdere la tanto anelata libertà. Ma, attenzione! Si può vivere sotto lo stesso tetto, con l’anello al dito, e comunque mantenere condotte da Peter Pan e forse questa è la menzogna più pericolosa in cui voi sposi cristiani potete scivolare, magari senza rendervene conto.

Cosa vuol dire dare tutto per voi coniugi? Come ci si può porre tale problema quando tanti di voi avete anni alle spalle, avete generato figli e vi siete spesi faticosamente per la famiglia?

Esiste davvero il pericolo di non dare tutto? Ebbene sì. Un mio confratello, grande direttore spirituale e conoscitore del cuore umano, diceva: “all’inizio si è tanto generosi con Dio e Gli si dà tutto ma poi, crescendo, diventando adulti, la tentazione più forte è lentamente e impercettibilmente riprendersi a pezzettini quel dono iniziale”.

Nel mio piccolo posso solo dirvi che ha la sacrosanta ragione! E qualcosa mi dice che questo possa accadere pure a voi sposi… L’età adulta è contraddistinta da una maggiore capacità di autodeterminazione, in più molto influisce il senso di abitudine e di routine che può raffreddare e intorpidire la capacità di amare.

Come mantenere integra la propria donazione totale? Come contrastare la nostra tendenza al ribasso? Penso a un grande atteggiamento di fondo, che è imbattibile nei risultati.

Amare nel sacrificio e con il sacrificio. Non è forse vero che scansiamo quello che ci dispiace? Quello che mi scoccia? Provate a cercare queste occasioni, sempre partendo da piccoli gesti.

Provate a pensare le volte che avete vissuto con amore qualcosa di costoso, quando avete amato consapevolmente nonostante sentivate rigetto e disgusto. Quelli sono i passi in avanti nella relazione, quelle sono in definitiva le due monetine che ogni giorno regalate a Gesù. In fin dei conti il vostro tutto dato per amore passa da quel “a poco a poco” dato per amore. Non sono questi per caso i “piccoli passi possibili” di cui parlava Chiara Corbella?

Papa Francesco si riferisce proprio a questo atteggiamento quando, all’inizio di Amoris Laetitia, riassume il fine di tutta l’opera: “Questa esortazione la intendo come una proposta per le famiglie cristiane che le stimoli a stimare i doni del matrimonio e della famiglia, e a mantenere un amore forte e pieno di valori quali la generosità, l’impegno, la fedeltà e la pazienza” (AL 6).

Sono certo che tutti voi, cari sposi, volete, sognate, anelate ancora oggi quell’amore grande e bello di cui parla il Papa, una vita coniugale piena fino alla fine, feconda e carica di frutti per voi e gli altri. Ecco quindi che Gesù, proprio per questo, ci ricorda con le sue parole che ogni giorno dobbiamo donarGli i nostri spiccioli di sacrificio con cui alimentiamo il nostro tesoro di amore.

E grazie sempre per provarci e riprovarci ogni giorno senza stancarvi!

ANTONIO E LUISA

Cosa dire di questo Vangelo? Voglio prendere spunto dalla prima lettura che integra quanto ha già sapientemente scritto padre Luca. C’è una vedova che non ha più nulla, nè per lei nè per il figlio. In quel momento arriva il profeta Elia che le chiede di dividere con lui anche quel poco che gli è rimasto: un po’ di farina e un po’ di olio per fare una focaccia. Lei senza lamentarsi lo fa ed in cambio ottiene che la farina e l’olio non finiranno più. Capite il senso? Io ripenso ai primi anni di matrimonio quando ho passato una pesante crisi. Sposato da poco e due figli piccoli. Ho sbarellato. Luisa non solo non mi ha mai accusato ma mi ha amato teneramente con quel niente che io le davo. Ha messo tutto. Ha messo la sua farina e il suo olio. Farina che richiama il pane, il pane spezzato, il sapersi donare, e l’olio, che ci ricorda l’unzione. Luisa in quel momento, dando tutto ciò che aveva e che io non avevo, stava rendendo sacra la nostra relazione con il suo agire e con la sua volontà di donarsi per prima e sempre. Ed io l’ho amata, l’ho ammirata e sono voluto andare alla sua stessa fonte, da Gesù. E tutto è cambiato anche per me. Grazie a Luisa che è stata capace di dare tutto senza aspettarsi nulla.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 21

La liturgia della Parola trova il suo culmine nella proclamazione del Vangelo, infatti si sta in piedi come stanno sull’attenti i soldati quando parla il loro capitano/generale, inoltre spesso si usa l’incenso per onorare appunto la Parola del Signore e ci si segna tracciando con un dito il segno di croce sulla fronte, sulla bocca e sul petto mentre si acclama : “Gloria a Te, o Signore”. Quale significato ha questo gesto ?

Innanzitutto dobbiamo sapere che è un gesto antico, nato probabilmente fuori dalla Liturgia vera e propria, ma poi ha avuto un impatto talmente positivo per la fede dei cristiani da entrare a far parte dei gesti liturgici ed è rimasto vivo fino ai giorni nostri proprio in virtù del fatto che è carico di simboli essenziali ma vitali, non va perciò banalizzato né fatto con superficialità.

Già il fatto che si usi la croce come segno ci dice già che è un tratto distintivo dei cristiani, ci dice inoltre che la Croce, la Parola e il Vangelo sono strettamente uniti ; infatti abbiamo già capito come la Parola sia in ultima analisi Gesù, il Verbo fatto carne, e che Lui ha parlato con un ultimo gesto, la Passione, che noi riassumiamo nella Croce, con questa decisione Gesù ci ha dimostrato di essere e di fare ciò che dice, ciò che è scritto nel Vangelo, quindi la “buona notizia” del Vangelo è proprio Gesù stesso. Possiamo riassumere, con un linguaggio semplice, che dire “la Parola di Dio”, “la Croce” ed “il Vangelo” è come dire “Gesù”, sono interscambiabili perché dicono chi è Gesù ma anche cosa ha fatto e continua a fare per amore nostro.

Passiamo ora all’analisi del gesto, compiendolo è come se dicessimo le seguenti parole : <<La Tua Parola Signore, sia nella mia mente, sulle mia labbra e nel mio cuore >>…wow, che carino… penseranno i sentimentaloni… ci dispiace deluderli ma non è un gesto dal sapore romantico, tantomeno sentimentale, è un gesto di fede che, se compiuto bene e con fede, ci fa avanzare nel cammino spirituale.

Nel capitolo precedente abbiamo visto che la Parola di Dio è una mensa alla quale nutrirci e trovare ristoro… bene, con l’analisi di questo gesto approfondiamo il discorso e vedremo che è proprio un cibo spirituale.

Il gesto si divide in tre parti : sulla fronte, sulla bocca e sul petto.

  • Con il segno di croce sulla fronte noi diciamo di volere che la Parola di Dio sia nella nostra mente, ma come fa ed entrarvi ? Attraverso la lettura e l’ascolto, ma la lettura/ascolto della sola Messa domenicale si rivelano insufficienti, poiché spesso la liturgia della Parola non viene valorizzata da chi è preposto alla “regia” cerimoniale, e non di rado l’ascolto è distratto e, nel peggiore dei casi, addirittura selettivo. Selettivo significa che si ascolta solo ciò che piace o che solletica i nostri sensi, ciò che invece richiede sforzo e conversione entra da un orecchio ed esce dall’altro ; spesso non si ascolta ciò che chiede di far morire le nostre vecchie, cattive e malsane abitudini, perché in fondo fa male morire a sé stessi e riconoscere i propri peccati. Ma torniamo al nostro gesto sulla fronte. La lettura/ascolto è una condizione che deve diventare quotidiana ; ogni giorno possiamo leggere il Vangelo della Messa feriale anche se siamo impossibilitati a parteciparvi, i mezzi tecnologici di oggi sono di grande utilità in questo caso ; oppure è sufficiente anche solo una frase che ci ha colpito del Vangelo domenicale, ce la segniamo così da poterla rileggere ogni giorno della settimana. A proposito della lettura : è meglio leggere la Parola ad alta voce così come facciamo per qualsiasi altra cosa che dobbiamo tenere a mente… se leggiamo ad alta voce il pin del Bancomat per fissarlo nella memoria, non è forse un pochino più importante la Parola di Dio da fissare nella mente ? Leggendo la Parola ogni giorno e/o più volte al giorno pian piano essa entrerà nella nostra mente, nei nostri pensieri… un piccolo trucco è quello di leggerne una frase prima di addormentarsi cosicché al mattino sia la prima cosa che ci torna alla mente e possiamo continuare per il resto della giornata e farla rimbalzare nei nostri pensieri e , se possiamo, anche recitarla a voce così da ascoltarla.
  • Con il segno di croce sulla bocca noi diciamo di volere che la Parola di Dio sia sulla nostre labbra. Quando la Parola risuonerà nella nostra mente con disinvoltura, quando essa farà parte dei nostri pensieri, quando l’avremo riletta a voce tante volte, allora potrà sgorgare con facilità dalle nostre labbra, allora essa entrerà a far parte ufficialmente del nostro vocabolario, oltre al fatto che usiamo la bocca per leggerla a noi stessi. Come sarebbe bello se dalle labbra di tanti cristiani uscissero spesso frasi della Parola di Dio anziché maldicenze, parolacce, bestemmie, calunnie, volgarità, oscenità… come sarebbe più bello il mondo se lo sfiduciato potesse sentirsi dire parole di incoraggiamento da Dio attraverso le nostre labbra, se il sofferente trovasse parole di conforto, se il misero trovasse parole di misericordia, se il cattivo trovasse parole di perdono… sembra un’utopia ? Non lo è, e forse molti di noi hanno già fatto questa esperienza ritrovando forza, coraggio e vigore nelle parole di un sacerdote, di una suora, di un monaco, di una sposa o di uno sposo, i quali pare non parlino da se stessi… è proprio quella la sensazione che si ha quando si ha di fronte una persona sulle cui labbra riaffiora la Parola di Dio… non parlano da se stessi… e talvolta, ci è capitato, per grazia ricevuta, di essere noi la bocca di Dio per qualche fratello/sorella, avevamo la sensazione che le parole uscissero ma senza che avessimo preparato un discorso, ed improvvisamente facevamo anche citazioni dalla Parola di Dio perfette per quella situazione… questo significa il segno di croce sulla bocca.
  • Da ultimo il segno di croce sul petto, con esso diciamo di volere che la Parola di Dio sia nel nostro cuore. Questo è il tassello finale, dapprima la Parola deve risuonare nella nostra mente per poter riaffiorare sulle nostre labbra, ma tutto ciò perderebbe senso se essa, non cambiasse qualcosa nel nostro cuore, vale a dire nella nostra vita, nelle scelte che facciamo, nello stile di vita che decidiamo, nella conversione che decidiamo di mettere in atto. Se vogliamo che la Parola sia viva e non lettera morta, dobbiamo desiderarlo e invocare lo Spirito del Signore affinché la Sua Parola apra la nostra mente (nel senso più largo del termine), esca dalle nostre labbra e metta radici nel nostro cuore affinché sia essa stessa a guidare le scelte di vita. Se, ad esempio, freno l’impeto di ira e di rivalsa sul fratello che mi ha offeso e decido di perdonarlo sempre e comunque, non può essere solo perché ho deciso di fare il bravo per “sentirmi a posto con la coscienza”… sarebbe ancora un atto egoistico di auto-soddisfazione premiandomi sul podio dei bravi… se invece ho sempre presente nella mente, nei pensieri, nella memoria la Parola di Gesù che invita a perdonare sempre (nonché del suo esempio durante la Passione), e l’ho sempre ripetuta con le mie labbra fino a che ha messo radici nel mio cuore, allora il perdono che ne scaturisce sarà la semplice e più naturale conseguenza dell’azione della Parola di Dio, la quale vivifica ciò che era morto, ridona vita ad un cuore avvizzito dall’egoismo e dalla vendetta.

Cari sposi, questa Domenica abbiamo la possibilità di re-imparare questo gesto per viverlo sempre più in profondità ed insegnarlo ai piccoli, che ci osservano sempre e, se vedono papà e mamma compiere questo gesto con serietà e fierezza, allora nascerà in loro il desiderio di imitazione.

Coraggio famiglie, la Parola di Dio dimori abbondantemente tra voi… per esempio al pranzo della Domenica il papà può chiedere ai figli quale frase li abbia colpiti della Parola che hanno ascoltato a Messa, cominciando lui stesso a raccontare cosa e perché lo ha colpito… è un modo semplice e a tratti divertente di far circolare la Parola di Dio in famiglia, la Domenica si deve differenziare anche per i discorsi che si fanno a tavola. Coraggio, basta iniziare !

Giorgio e Valentina.

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La fede in Cristo e i santi reumatismi

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

Condividiamo con voi una piccola riflessione scritta il 1° Novembre di qualche anno fa…come leggerete in questo testo….piove…e i reumatismi possono diventare santi

Buona lettura!!!

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Sarà che è un mese che sta piovendo e sarà che oggi è il 1°di Novembre…ma a me, oltre a venir fame (ma questa è un’altra storia) è venuta voglia di scrivere.

Come dicevamo: piove. Ha piovuto tanto e in questi giorni siamo stati costretti a volte a star chiusi in casa.

Ma che bello star chiusi in casa.

Che bello il tepore delle 4 mura che ti avvolgono, del divano che ti racchiude come un panino fa con la mortadella (o con il tofu se siete vegani)…che bello stare a casa mentre fuori piove e tu stai nella tua casetta che è stata costruita sulla solida Roccia.

Si, i tuoi parenti non si aspettavano che alla fine avresti deciso di sposarti e per giunta nessuno avrebbe scommesso un soldo bucato sul fatto che avresti pure iniziato un cammino di conversione prima di sposarti.

Ebbene si. Lo hai fatto. Hai fatto la cosa giusta…hai scelto la parte migliore…hai scelto Gesù…hai scelto di costruire il tuo matrimonio sulla Roccia che è Cristo stesso.

Bravo.

E sei li che ti guardi allo specchio e ti fai i complimenti per quanto stai riuscendo a diventare cattolico. Hai perfino indossato un maglioncino sulla camicia ultimamente. Mammamia che cattolicone che sei diventato.

Bravo.

Hai scelto la parte migliore…Bravissimo, ma hai tralasciato alcuni minuscoli dettagli.

Sei sulla Roccia, sei su Cristo che ti dice di seguirLo (ehmmmm….una Roccia che cammina e ti chiede di essere seguita avrebbe già dovuto metterti in guardia…..sei un pò tonto, ammettiamolo).

Ti sei innamorato di Gesù quando con le Beatitudini ti ha fatto sentire compreso…soprattutto hai pensato che almeno tutte le volte che qualcuno ti ha preso in giro perché hai le orecchie a sventola non lo ha fatto invano, ma è servito per aiutarti ad essere beato perché ti perseguitano.

Ma hai dimenticato che oltre alle coccole (poche) e alla stabilità (ancora meno…soprattutto quella mentale) che Gesù ti dona…la Roccia che cammina ti chiede anche di camminare sulle acque…

(pausa riflessiva….ci sei rimasto maluccio eh?)

E ti chiedi: Come sulle acque? Io ho costruito sulla solida Roccia e ora mi ritrovo a dover camminare sulle acque? E’ come se avessi comprato una casa sulle Dolomiti e mi ritrovassi invece a vivere in Laguna a Venezia??? (Me lo avevano detto che ero tonto…).

Ma che storia è mai questa? Voglio essere rimborsato!!!

Io volevo la stabilità: Sole/Cuore/Amore e adesso col diluvio che sta venendo giù devo assecondare mia figlia che vuole andare a fare una passeggiata e mi costringe a bagnarmi i piedi che sono più contento quando stanno così asciutti!!!?

Piove e devo andare con mia moglie a fare la spesa in quel supermercato che appena ci entro mi sento affetto da NOIAlgite mortale!!!

Viene giù l’acquazzone e devo: 1 – Consigliare i dubbiosi 2 – Insegnare agli ignoranti 3 – Ammonire i peccatori 4 – Consolare gli afflitti 5 – Perdonare le offese 6 – Sopportare pazientemente le persone moleste 7 – Pregare Dio per i vivi e per i morti (e queste cose posso farle anche comodamente dal mio divano…ma poi devo anche:1 – Dar da mangiare agli affamati 2 – Dar da bere agli assetati 3 – Vestire gli ignudi 4 – Alloggiare i pellegrini 5 – Visitare gli infermi 6 – Visitare i carcerati 7 – Seppellire i morti…

Ma insomma…in una parola: comodità addio!!!

Poi guardo il calendario…oggi è il 1° Novembre…festa di tutti i Santi e penso velocemente a qualcuno di loro e mi accorgo che sono persone strane…col cuore sulla Roccia e i piedi nell’Acqua…persone che hanno attraversato diluvi e temporali con i loro piedi, eppure erano stabili e il loro cuore al calduccio…persone che gli è venuta l’artrosi a furia di “Stareammmollo” nelle vicende del mondo eppure al momento di salutare la vita lo hanno fatto con gioia e in pace.

Penso a san Francesco, che è morto sulla terra umida di Ottobre a Santa Maria degli Angeli e immagino invece il suo cuore seduto stabilmente accanto al trono di Dio.

Che strano…forse il mio matrimonio – visto che mi sono sposato in Chiesa ed ho ricevuto un Sacramento – mi richiede questo: vivere facendomi venire i santi reumatismi, tipico effetto collaterale di un amore stabile su quella Roccia chiamata Gesù.

Tipico di chi segue il Signore ovunque, anche nelle mareggiate della vita.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Se manca il desiderio?

Ci tocca ripubblicare questo articolo. Perchè alla fine le problematiche che ci vengono poste sono sempre le stesse. Riceviamo spesso richieste di aiuto o di consigli da parte di mogli (sono quasi sempre loro) che hanno problemi nell’intimità con il marito. Non hanno voglia di fare l’amore. Nulla di patologico o fisiologico. In quel caso infatti servirebbe l’aiuto di un professionista o di un medico. Spesso non serve, la mancanza di desiderio è causata da alcune dinamiche che si possono riconoscere e modificare. E’ un tema che abbiamo già affrontato diverse volte. Crediamo però che ripetere possa servire. Abbiamo cercato di essere molto schematici per rendere più semplice la lettura Perchè dunque il desiderio cala o muore del tutto?

Le cause possono essere molteplici e complesse. Spesso esistono concause. La nostra intenzione non è quindi quella di dare una risposta esaustiva ed esauriente. Non abbiamo la presunzione di risolvere con un articolo problemi così delicati. Siamo però certi di poter dare delle piste su cui riflettere che possono essere molto utili.

Il desiderio non è solo ormonale. Il desiderio della donna è regolato sicuramente dagli ormoni. Estrogeni, testosterone (anche le ovaie delle donne lo producono) e progesterone. Quindi? Il desiderio dipende solo da questi parametri? Niente affatto. Esiste una componente psicologica e relazionale che può compensare il calo di desiderio ormonale. Importantissima quando giunge la menopausa, ma anche nelle altre stagioni della vita. E’ importante che l’amplesso diventi il vertice, il punto più alto, di una costante e continua attenzione e cura vicendevoli. Quando gli sposi si trovano nel talamo nuziale per celebrare il loro matrimonio non si presentano mai a mani vuote. Portano in dote tutta la loro vita. La ricchezza del loro amore concreto fatto di piccoli gesti di tenerezza, di perdono, di servizio, di ascolto. Fatto di abbracci dati e ricevuti. Fatto di una vita insieme vissuta nell’impegno a farsi dono l’uno per l’altra. Primo consiglio: non esiste solo il desiderio ormonale, ma esiste un desiderio che nasce dalla coppia stessa che va cercato, custodito e perfezionato.

Il desiderio cresce facendo l’amore. Uomo e donna sono differenti. Il desiderio maschile corrisponde soprattutto ad una pulsione, che proviene dall’interno, mentre quello della donna viene più che altro provocato, spesso dalla voglia e dall’eccitazione dell’amato. L’uomo accresce il suo desiderio attraverso pulsioni stimolate da tatto e vista. La donna è più complessa. Per la donna è fondamentale sentirsi desiderata e preziosa agli occhi del marito. Più l’uomo saprà trasmettere meraviglia e desiderio verso la sposa e più lei proverà, a sua volta, desiderio. Per questo è importante iniziare. Anche se magari non se ne ha molta voglia. Questo per quanto riguarda la donna. Per l’uomo è importante accettare questa diversità e viverla come una sfida. Cercare di amare la propria sposa corteggiandola per attirarla a sè. Non darla mai per scontata e che l’incontro intimo non diventi mai qualcosa di imposto. Siamo bravissimi a innescare sensi di colpa e sottili ricatti morali. Secondo consiglio: spose lasciatevi andare e apprezzate il desiderio di vostro marito (anche se vi sembra eccessivo); sposi non lasciatevi abbattere se lei non ha il vostro stesso desiderio e corteggiatela per attirarla a voi (anche se è impegnativo).

Cercate tempo di qualità. Non ricordatevi della vostra intimità solo dopo che avete fatto tutto il resto. Magari dopo mezzanotte quando lavoro, figli, casa, famiglia vi hanno tolto ogni energia e vi hanno trasformato in zombi che camminano. Come fate a credere che così possa essere un momento piacevole e riuscito? Spesso non vedrete l’ora che finisca per poter finalmente dormire. Vale per uomo e donna. Diventa un’obbligo da assolvere, un cartellino da timbrare. Così non funziona. Non è davvero piacevole per nessuno dei due. Almeno una volta al mese prendetevi del tempo di qualità. Prendetevi un permesso dal lavoro, un giorno di ferie, magari mentre i figli sono a scuola. Un modo per ritrovarvi e fare l’amore quando avete tutte le energie e siete connessi e concentrati. Vedrete che anche il desiderio ne guadagnerà moltissimo. Perchè poi vivere l’amplesso in questo modo sarà un’esperienza davvero bella e appagante e vi darà forza e perseveranza rinnovati per nutrire tutta la relazione. Terzo consiglio: non solo trovare il tempo ma che sia tempo di qualità.

Parlate con lui. Uomo e donna hanno sensibilità molto diverse. L’uomo spesso è inquinato da una “cultura” pornografica. Pensa che il piacere sia replicare quelle posizioni che ha visto nei video porno. Non vogliamo fare i bacchettoni. Nelle volte che nei corsi trattiamo questo ambito affermiamo sempre che non esistono regole precise. Ricordiamo che le uniche regole necessarie sono soltanto tre. La prima, e più importante, affinchè ci siano nel contempo l’apertura alla vita e l’aspetto unitivo, è naturalmente che l’eiaculazione avvenga in vagina. La seconda che consigliamo sempre è che ci si guardi negli occhi. Il rapporto è una relazione e non un uso del corpo dell’altro/a. La terza e ultima è, volendo vivere un momento di comunione, rispettare la sensibilità dell’altro/a. Se un gesto non piace non si deve fare. Voi donne avete la responsabilità, non solo il diritto, di dirlo e voi mariti avete il dovere di rispettare la sensibilità della vostra sposa. Non facciamo finta o ne soffrirà tutta l’intimità, il desiderio in primis. Come posso desiderare di fare qualcosa che non mi piace? Quarto consiglio: rispettate le vostre sensibilità diverse e parlate. Dite ciò che vi piace e ciò che non vi piace.

Antonio e Luisa

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Siete una meraviglia! Dovete solo crederci

Siamo di ritorno da un incontro durato tre giorni. Un incontro dove, con altre ventitre coppie, abbiamo approfondito il nostro essere profeti dell’amore. Essere cioè capaci di mostrare lo stesso amore di Gesù. San Giovanni Paolo II ha sintetizzato il profetismo degli sposi benissimo:

La famiglia è lo specchio in cui Dio si guarda e vede i due miracoli più grandi che ha fatto: donare la vita e donare l’amore.

La nostra missione di sposi passa quindi attraverso la vita di tutti i giorni. Una vita fatta di relazione, di lavoro, per chi li ha di figli. Una vita arricchita dalla presenza dell’altro, ma a volte anche appesantita da una relazione che non sempre ci permette di condurre la nostra barca sotto il sole caldo e con il mare calmo. Il nostro viaggio può trasformarsi in una navigazione in acque tempestose e difficili. Il matrimonio è questo e la nostra missione consiste proprio nel mostrare l’amore di Dio in ogni circostanza. Non sempre è facile, ma è sempre possibile, grazie allo Spirito Santo che abita il nostro matrimonio.

Perchè ho iniziato con questa premessa? Perchè da questo corso c’è una consapevolezza che mi porto a casa, più di altre bellissime cose che ci siamo detti e di cui abbiamo fatto esperienza. Cercherò di raccontarvela. Una persona al tavolo con noi, già durante la prima sera, a cena, ha domandato: perchè restiamo stupiti della bellezza delle coppie qui presenti e invece facciamo fatica a vedere la nostra coppia come altrettanto bella? Una domanda intelligente e interessante. In quel momento ho dato la mia opinione, come hanno fatto altri presenti, ma poi quella domanda mi è rimasta dentro come un seme. Probabilmente Gesù mi voleva provocare proprio su questo.

La risposta mi è arrivata verso la fine del corso. Una coppia ci ha chiesto un colloquio. Una coppia carica di fatica, di un passato con le famiglie di origine, di incomprensioni, di ferite che si sono inferti vicendevolmente, di muri posti nella relazione intima e quindi con l’aggravante di essere incapaci a donarsi nel corpo. Insomma una coppia fragile e imperfetta. Una coppia nella sofferenza. Eppure io più li ascoltavo, ma soprattutto più li guardavo e più ammiravo in loro una bellezza grande. Una bellezza che loro non riuscivano a scorgere. Una bellezza lì pronta a diventare luce per tanti. E mi è arrivata anche la risposta alla domanda della prima sera.

Loro non vedevano altro che i loro problemi. Loro erano sintonizzati sulla fatica della loro relazione, sui loro litigi, sulle loro miserie, sulla loro incapacità. Insomma vedevano la relazione dall’interno della loro coppia e della loro storia. Da quella prospettiva non riuscivano ad avere uno sguardo d’insieme. Io, da persona esterna, avevo una visuale diversa più ampia, vedevo l’orizzonte della loro storia. Cosa vedevo? Non mi hanno colpito le loro difficoltà e le loro miserie. In quelle non c’è nulla di straordinario. Anche io e Luisa abbiamo le nostre. Diverse ma comunque miserie. Ciò che mi ha colpito è altro. Vedevo lo sguardo di due persone molto consapevoli delle loro fragilità e dei loro limiti, ma altrettanto determinate a dare tutto per quella relazione. Altrettanto determinate a provare, almeno provare, a perdonarsi e ricominciare. Due persone disposte ad inginocchiarsi davanti a Gesù per offrire le loro sofferenze e per chiedere il Suo aiuto.

Loro erano concentrati sulla fatica io vedevo già il risultato di quella fatica. Lo vedevo e mi commuovevo. Loro, che si vedevano così piccoli e così brutti rispetto ad altre coppie, erano bellissimi, almeno ai miei occhi. Lì sono io che mi sono sentito piccolo davanti a loro, perchè non ho mai dovuto affrontare fatiche grandi come le loro. Loro sono stati profeti per me, perchè mi hanno dato conferma che ce la si può sempre fare. Sono venuti per farsi aiutare e in realtà sono loro che mi hanno dato tanto.

Coraggio, carissimi sposi che vedete la vostra famiglia così imperfetta e piena di limiti in confronto ad altre. Voi siete già una meraviglia. Ciò non significa che non fate e farete fatica o che la vostra relazione sarà sempre caratterizzata da concordia e complicità. Voi siete bellissimi perchè nonostante la fatica e i litigi siete capaci di perdonarvi e di ricominciare. Certo, alla fine a quella coppia abbiamo poi dato dei consigli pratici, ma sono sicuro che la loro volontà e la loro fede li hanno già salvati.

Voglio concludere con le parole che fra Cristoforo rivolge a Renzo e Lucia ne I promessi sposi. Due innamorati che finalmente dopo tutte le peripezie sono pronti a sposarsi. E’ una vera benedizione che il frate rivolge a Renzo e Lucia e con loro alla coppia che abbiamo ascoltato durante il corso e con loro a tutte le coppie del mondo:

Seguì a dirle (a Lucia ndr) il cappuccino: chiedete di nuovo al Signore le grazie che Gli chiedevate, per essere una moglie santa; e confidate che ve le concederà più abbondanti, dopo tanti guai. E tu, – disse voltandosi verso Renzo, – ricordati, figliuolo, che se la Chiesa ti rende questa compagna, non lo fa per procurarti una consolazione temporale e mondana, la quale, se anche potesse essere intera, e senza mistura di alcun dispiacere, dovrebbe finire in un gran dolore, al momento di lasciarvi; ma lo fa per avviare tutti e due sulla strada della consolazione che non avrà fine. Amatevi come compagni di viaggio, con questo pensiero d’avere a lasciarvi, e con la speranza di ritrovarvi per sempre.

I promessi sposi capitolo XXXVI

Antonio e Luisa

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