Perseveranza e misericordia

La seconda lettura di ieri (Romani 15, 4-9) mette in evidenza due differenti atteggiamenti del cuore. Entrambi importanti nella nostra relazione con i fratelli e naturalmente con nostro marito o nostra moglie. Cosa afferma? Analizziamo un pensiero alla volta.

E il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti ad esempio di Cristo Gesù, Ecco questo è la nostra prima “missione” che ci affida Dio attraverso la Sua Parola. Noi saremo riconosciuti come Suoi solo se saremo perseveranti. Se saremo cioè fedeli. Fedeli come lo è stato Cristo. Guardando noi si dovrebbe comprendere qualcosa del modo di amare di Dio. Quindi fedeltà! Noi sappiamo benissimo che la fedeltà è alla base di ogni matrimonio sacramento. Noi promettiamo di amare l’altro nella gioia e nel dolore. Nella gioia non c’è problema. Ma nel dolore? E nel dolore di chi? Perchè se il dolore è dell’altro magari viene anche quasi naturale stare accanto alla persona amata ma se il dolore è il nostro? Se ci tocca fare fatica stare accanto a quella persona? Quella persona che si rivela non essere quella che ci aspettavamo. Cosa facciamo? Dio ci chiede di essere perseveranti perchè la vera gioia non viene da quello che io posso ricevere dall’altro ma viene da come mi dono all’altro. Essere perseveranti significa amare da Dio e amando da Dio significa incontrarLo. E’ da lì che viene la vera gioia e la pace del cuore che è data dalla presenza di Dio e dalla consapevolezza che tutto ha un senso anche se non sempre lo comprendiamo.

Le nazioni pagane invece glorificano Dio per la sua misericordia, come sta scritto: Per questo ti celebrerò tra le nazioni pagane, e canterò inni al tuo nome. Ecco il secondo atteggiamento: essere misericordiosi. Avete notato? Il primo, la perseveranza, è rivolto a chi già conosce Dio, mentre questo, la misericordia, è rivolto ai pagani, a chi è lontano da Dio e non lo conosce? Perchè questa differenza? Semplicemente perchè la misericordia è il biglietto da visita di Gesù. Chi non lo conosce resta attratto e affascinato dal suo amore misericordioso. Così è per noi sposi. Noi siamo perfetti non perchè non sbagliamo mai. Quanti errori commettiamo. Quanti difetti abbiamo. Quante fragilità ci contraddistinguono. Eppure possiamo essere perfetti nell’amore. Proprio nella misericordia. Nella capacità di andare oltre gli errori. Nella capacità di perdonarci. Nella capacità di donarci. Nella capacità di ricominciare e di far risorgere la nostra relazione. Quindi se anche litigate, se commettete errori l’uno verso l’altra, ma poi siete capaci di perdonarvi e di ricominciare, siete perfetti in ciò che davvero conta. Ricordate che ogni perdono dato e ricevuto diventa nutrimento per la relazione. Diventa gratitudine e ringraziamento.

Ora, tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché in virtù della perseveranza e della consolazione che ci vengono dalle Scritture teniamo viva la nostra speranza. Questo versetto in realtà viene prima degli altri ma a me piace metterlo in fondo perchè sintetizza una verità grande. Se nel nostro matrimonio riusciamo ad essere perseveranti e misericordiosi l’uno verso l’altra ecco che saremo l’incarnazione della speranza. Speranza per noi prima di tutto. Per i nostri figli. Perchè ci sentiremo parte di un amore capace di affrontare ogni situazione, di un amore che non muore. E poi saremo speranza per tutti. Perchè non c’è nulla di più bello che credere nell’amore eterno. Amore eterno che è Dio. Ecco perchè ne abbiamo così desiderio e nostalgia. Perchè noi siamo creati ad immagine di quell’amore.

Antonio e Luisa

Cristo, la vostra comfort-zone

Cari sposi,

tanto tempo fa ho trascorso un periodo di 3 anni in Messico, svolgendo un’attività pastorale con i giovani, ancora da seminarista e in preparazione al sacerdozio. In quel periodo non sono mai tornato a casa e mi tenevo spesso in contatto con la famiglia per telefono o mail. Per me sono stati anni lunghissimi, in cui la nostalgia si è fatta sentire parecchio. Finito quel tempo, ricordo con esattezza il viaggio a casa, la smania di prendere l’aereo, il conto alla rovescia per riabbracciare i miei cari. Tanto per dire, conservo ancora il biglietto d’aereo Città del Messico-Roma!

Il Vangelo di oggi è un po’ così, perché inizia con un riferimento a Isaia, un passaggio gravido di significato. Difatti, i capitoli dal 40 al 55 sono un tutt’uno ed hanno un messaggio profetico ben preciso: “stiamo per tornare tutti a casa, a Gerusalemme”. Sta parlando a nome di tutti una singola persona di cui non sappiamo il nome, ma solo che si rifà al modo di profetare di Isaia stesso (alla faccia del Copyright). Il momento storico è il 538, a Babilonia, quasi 70 anni dopo il tragico esilio e di lì a poco, Ciro, re dei Persiani, concesse a tutti gli Ebrei di tornare nella loro patria. Si spiega allora il clima di grande gioia, speranza e consolazione che pervade sia la prima che la seconda lettura: “A casa! Si torna a casa, la prigionia, l’esilio, la lontananza dalla nostra terra è finita!”

Un ebreo non poteva non commuoversi con questi ricordi, sebbene non li avesse vissuti in prima persona, talmente forte era quell’esperienza da formar parte per sempre della memoria collettiva e della mentalità diffusa del popolo. Come mai allora Giovanni è così duro? Perché bastona a destra e a manca? Non è forse il momento di gioie e far festa? Occhio, Giovanni sa che il suo momento è arrivato, che la sua missione sta per finire perché il Figlio di Dio è ormai prossimo a rivelarsi. Da qui, l’ultimo monito, il più forte e dirompente: convertitevi. Non è che si sono sbagliati quelli della CEI a mettere questo brano qui e non in Quaresima? Il fatto è che sia quei signori là, ma anche io, noi, tendiamo a cercare istintivamente la comfort zone, una situazione che ci infonde certezza, sicurezza, agio. Non sto demonizzandola, semplicemente che nella fede questo può portare lontano da Cristo, può trasformarci addirittura in atei verniciati di credenti.

Una coppia cristiana può vivere in apparenza vicina al Signore, ma quanto sa di essere in un legame dipendente da Lui? Quanto cerca un rapporto vivo con Gesù? Lo sappiamo bene, possiamo fare della fede il kit di pronto soccorso non appena un figlio, un genitore o la nostra salute si mettono male… è lì che picchia duro il Battista. Non facciamo di Cristo un satellite che ogni tanto ci gira attorno ma viviamo con Lui ogni giorno, in una relazione vitale di amicizia, fatta di dialogo, di offerta, di supplica, di condivisione… Cari sposi, credo proprio che lo spirito di questa domenica di Avvento si possa riassumere bene in quell’espressione di Amoris Laetitia: “concentrarsi in Cristo” (AL 317). Mettete Cristo al centro del vostro rapporto di amore, fatelo partecipe assieme, di modo che anche quella speranza, letizia e consolazione di cui abbiamo parlato, faccia parte dei vostri cuori. Concludo con un brano celeberrimo di S. Anselmo di Aosta (1033-1109), un bell’esempio di come porsi davanti a Cristo in questo tempo di preparazione al Natale:

Guarda, Signore, esaudiscici, illuminaci, mostrati a noi. Ridònati a noi, perché ne abbiamo bene: senza di te stiamo tanto male. Abbi pietà delle nostre fatiche, dei nostri sforzi verso di te: non valiamo nulla senza te. Insegnami a cercarti e mostrati quando ti cerco: non posso cercarti se tu non mi insegni, né trovarti se non ti mostri. Che io ti cerchi desiderandoti e ti desideri cercandoti, che io ti trovi amandoti e ti ami trovandoti” (Proslògion, Cap. 1, 100).

ANTONIO E LUISA

Io me lo chiedo spesso. Che rapporto ho con Gesù? Come è la mia fede? E’ forte o è debole? E’ una casa costruita sulla roccia oppure è una capanna senza fondamenta pronta a sfaldarsi ai primi venti? Io ho paura, lo ammetto. Ho paura di essere tutto fumo e poco arrosto. Per questo guardo ai santi. In particolare Luisa ed io ci affidiamo a Chiara Corbella. Lei, una giovane moglie e mamma, ci ha mostrato la strada. Ci ha fatto vedere che si può affidarsi fino alla fine al Signore. Ci ha mostrato anche come si fa: è necessario nutrire sempre la nostra relazione con Gesù. Sono convinto che lei è riuscita a vivere come ha vissuto perchè si è preparata. Si è preparata crescendo nell’intimità con Gesù. Lei ed il marito Enrico hanno sempre messo Gesù al centro della vita e del matrimonio. Certe scelte, prese nella difficoltà e nella sofferenza, non nascono dal nulla ma vanno preparate prima. Come fai nella difficoltà ad affidarti ad una persona che non conosci e con la quale non hai maturato una vera amicizia e una fiducia incondizionata? Quindi approfittiamo di questo avvento per prepararci sempre meglio ad affrontare ogni cosa bella o brutta con Gesù accanto.

Domenica e famiglia: un connubio possibile /49

La pace del Signore sia sempre con voi. ( Il popolo risponde: ) E con il tuo spirito. ( Poi, secondo l’opportunità, il diacono, o il sacerdote, aggiunge: ) Scambiatevi il dono della pace. ( E tutti si scambiano vicendevolmente un gesto di pace, di comunione e di carità secondo gli usi locali. Il sacerdote dà la pace al diacono o al ministro. Il sacerdote quindi prende l’ostia, la spezza sopra la patena e ne mette un frammento nel calice, dicendo sottovoce: ) Il Corpo e il Sangue del Signore nostro Gesù Cristo, uniti in questo calice, siano per noi cibo di vita eterna. ( Intanto si canta o si dice: ) Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi. Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi. Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, dona a noi la pace. ( Oppure in canto: ) Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis. Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis. Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem. ( Se la frazione del pane si prolunga, l’invocazione si può ripetere più volte; l’ultima invocazione si conclude con le parole: dona a noi la pace [dona nobis pacem]. )

La pace invocata nella frase precedente ora viene anche vissuta e scambiata reciprocamente con un gesto simbolico del corpo. Purtroppo anche in questo momento vengono compiuti numerosi abusi liturgici con sacerdoti e fedeli che fanno il giro della chiesa per salutare tutti per non parlare di danze e balli e canti allegri quasi fosse una festa umana, sembra di essere al ristorante di una festa di nozze. Attenzione però che la questione non è smorzare gli entusiasmi, non è essere inflessibili rispetto alle norme, non è fare gli anaffettivi e freddi per non mostrare le proprie emozioni, non è questione di gusti personali, neanche di bon-ton, non è che a noi non piaccia fare festa in compagnia, non siamo degli asociali… la vera questione è che non siamo ad una cena di classe per una bella rimpatriata!

La pace che ci scambiamo ce l’ha guadagnata col suo sacrificio un uomo inchiodato nella sua carne su una croce romana, ed ora Egli è presente sull’altare nascosto sotto le specie del pane e del vino, come un agnello sgozzato, e guarda caso questo uomo è pure Dio! Probabilmente quel famoso Venerdì sotto la Croce non si stava consumando allegramente un aperitivo dell’happy hour con lo spritz e le patatine e le olive, anzi… ci risulta che sotto la croce stavano alcune donne piangenti, tra cui Sua Madre che soffriva di un dolore atroce. La pace che ci scambiamo è quella che viene dal riconoscersi peccatori perdonati, peccatori ai quali è stato risparmiato il supplizio della Croce perché su quella Croce meritavamo di esserci inchiodati noi al posto del Figlio di Dio.

Le famiglie conoscono bene questo moto dell’anima: quello della riconoscenza dei sacrifici che un altro ha fatto per noi. Ci sono tante mamme che decorano la tavola domenicale con la tovaglia ricamata con tanto amore dalla nonna tra i dolori di mani artritiche oppure tanti papà che fanno la manutenzione alla casa costata tanti anni di sacrifici e rinunce al nonno. E guai a chi maltratta quella tovaglia, provate ad usarla come canovaccio per pulire per terra e vedete se riuscite a farla franca… giustamente dovreste fare i conti con la ciabattata ad ore dodici! Oppure provate a prendere a picconate gli stipiti della casa o del garage e vedete se non avvertite del bruciore quando vi arriva da dietro uno scapaccione di quelli sonori! Giustamente la mamma inviterà tutti i commensali a godere della bellezza dei ricami costati tante ore alla nonna mentre invece il papà chiederà il rispetto e la dovuta accortezza nell’uso della casa costata sacrifici al nonno.

Care famiglie, queste esperienze le dobbiamo portare con noi quando siamo a Messa perché lì sull’altare c’è ben più della tovaglia ricamata dalla nonna e molto più della casa costata anni di sacrifici al nonno: c’è la nostra salvezza! Se trattiamo con rispetto e devozione le cose buone di questo mondo costate sacrificio, come la tovaglia e la casa, perché non dovremmo trattare almeno con altrettanto rispetto e devozione le cose buone del Cielo che, al contrario di quelle terrene, sono eterne? Inoltre, le cose buone della terra ce le hanno procurate altre creature mentre le cose buone del Cielo ce le ha procurate il Creatore stesso, per questi motivi la prossima Domenica allo scambio della pace le famiglie sapranno sicuramente comportarsi adeguatamente serbando rispetto e senso del sacro.

Subito dopo lo scambio della pace c’è la recita o il canto dell’ Agnello di Dio durante il quale la Chiesa non si stanca di ripeterci quanto appena ricordato poc’anzi, e cioè il fatto che la pace ci viene da un sacrificio, da Colui che come un agnello sacrificale è stato offerto e si è offerto per noi. Ci permettiamo di fare una piccola menzione riguardo la traduzione in italiano del verbo latino “tollis”, non perché siamo esperti di latino ma perché ci sembra che restando più fedeli al significato originale si possano cogliere sfumature che aiutano il cammino di fede.

In italiano quel “tollis” è diventato “togli” ma in realtà Gesù non ha tolto il peccato, ma lo ha vinto. Se avesse tolto il peccato dal mondo non si spiegherebbe perché noi dopo 2000 anni siamo ancora peccatori. Forse quel “togli” fa riferimento più alla sua azione misericordiosa, nel senso che al peccatore pentito il Signore elargisce il Suo perdono, e al peccatore suona come se il peccato fosse tolto. Se però usiamo una traduzione più corretta la frase suonerebbe circa così : Agnello di Dio che prendi su di te i peccati del mondo, ecc.. ” oppure: “Agnello di Dio che togli i peccati del mondo prendendoli su di te, ecc…” avremmo una frase forse meno cantabile o meno poetica però più corretta.

Nella Passione, Gesù si è caricato come peso su di sé i nostri peccati, li ha presi in carico, se li è addossati su di sé come fa un agnello sacrificale o il capro espiatorio che subisce al posto degli uomini l’ira divina. Con la medesima intenzione Gesù si è lasciato inchiodare su quella croce affinché insieme alle Sue Sante mani e ai Suoi Santi piedi fossero inchiodati anche i nostri peccati. San Paolo ci insegna che ““Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece (oppure lo trattò da) peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio” (2 Cor 5:21)… praticamente ciò che è successo a Gesù sulla croce è successo anche al peccato: come Gesù è stato inchiodato anche il peccato è stato inchiodato; come Gesù è morto sulla croce così anche il peccato è morto sulla croce.

Ma Gesù è risorto poi, mentre il peccato è rimasto sconfitto inchiodato su quella croce, sconfitto dalla risurrezione di Gesù.

Coraggio famiglie, anche se siamo caduti in basso coi peccati da sentirci indegni del perdono del Signore, non temiamo perché Lui è morto sulla Croce proprio per quella colpa, ma noi dobbiamo riconoscerci peccatori e batterci il petto quando cantiamo o recitiamo l’Agnello di Dio. Il perdono di Dio ci dona la forza di perdonarci a vicenda in famiglia.

Giorgio e Valentina.

E se l’attesa del piacere fosse essa stessa (parte del piacere)?

E se l’attesa del piacere fosse essa stessa (parte del piacere)?

L’estate andiamo sempre al mare. Due settimane, quando va proprio bene tre. Aspetto quel momento tutto l’anno. Riuscite a immaginarlo? Cinquanta settimane ad aspettare quei quindici giorni di mare. E Natale? Vogliamo parlare di Natale? Adoro Natale. Lo aspetto tutto l’anno. Trecentosessanta quattro giorni di attesa. Trecentosessanta cinque, negli anni bisestili. Eppure, è un’attesa ampiamente ricompensata. E del matrimonio non ne parliamo? Il giorno tanto sognato, magari dopo anni di fidanzamento. E finalmente arriva. Il giorno del coronamento. Quello in cui ci giuriamo amore eterno.

E il sesso? No, col sesso no. Per quello non si può attendere, dice il mondo. Quello va consumato il più presto possibile. Magari già al primo appuntamento. Comunque, entro il terzo. Così recitano le regole non scritte del galateo amoroso, nel mondo moderno. Anche se questo tizio qua tu lo conosci appena. Non hai idea se ci sarà un altro appuntamento. Se avrai voglia di vederlo di nuovo. Perché mica hai ancora deciso se ti piace o no. Ma intanto, già che ci sei, potresti andarci a letto. Che male c’è? E poi, lui un po’ se lo aspetta. Così fan tutte, direbbe Mozart. E tu? Perché vuoi fare quella stramba? Non sarai mica vergine? Cioè, non di segno zodiacale. Proprio vergine-vergine. Vergine che non ha mai… Vergine che non ha ancora… no dai, non è possibile. E invece.

Diciamo subito una cosa: una volta era più semplice. Esisteva un confine netto, quasi invalicabile, fra castità e sessualità. Il confine, il fotofinish della verginità, era il matrimonio. Tagliato quel traguardo, si cominciava a esplorare anche l’intimità fisica. D’altro canto, a quel punto era anche la cosa più naturale del mondo: si era una carne sola. Poi è arrivata la modernità. Sinonimo di rivoluzione sessuale. Sinonimo di proposte indecenti a cui non puoi dire di no. Perché sennò sei bigotta. Sei frigida. Sei un po’ bacata. Aggiungete pure aggettivi spregevoli a piacere.

Credetemi, le donne sessualmente più libere sono le cattoliche. Non è una provocazione. Se la libertà vuol dire poter scegliere, le uniche rimaste a scegliere sono loro. Quelle che non hanno paura di dire di no. La castità è una cosa incomprensibile per i più. E molto fraintesa. Viene dipinta come una innaturale e crudele rinuncia. Una sofferenza inutile. Perché l’istinto è buono per definizione. E va sempre soddisfatto. La nostra è una cultura bulimica, che fa scorpacciate di tutto. Di cibo, di droga, di oggetti. E, naturalmente, di sesso. La gente ne consuma così tanto, così spesso, che ogni tanto ne fa indigestione. Lo chiamano “calo del desiderio”. Metà degli psicologi che conosco ci si paga il mutuo, col calo del desiderio dei suoi pazienti. Non c’è niente di male nel sesso. Questa idea che ai cattolici il sesso non interessi, che addirittura ci faccia un po’ schifo, è una bugia. Una delle tante, inventate dalla propaganda del nemico (l’altra è che siamo gente noiosa, invece ho amici credenti, con cui mi faccio un mare di risate).

I cattolici non condannano il sesso, non ne hanno paura. Sanno, come diceva Fulton Sheen, che il corpo non può donarsi, se l’anima non si dona. Che il sesso, fuori da una relazione di vero e profondo amore, è solo ginnastica. (del suo bellissimo libro sul matrimonio, ho parlato qui: https://annaporchetti.it/2022/11/10/lamore-cose/) La castità non è privazione ma attesa. Come col Natale. E’ consapevolezza che non ogni momento è quello giusto. Che arriva il tempo per ogni cosa. La verità è che, oggi, non vogliamo più attendere. Lo facciamo mal volentieri, vorremmo tutto e subito. Desideriamo soddisfare i nostri desideri, appena si presentano. Ogni lasciata è persa. E se invece l’attesa del piacere, fosse essa stessa (una parte) del piacere? Basterebbe capire che, in fondo, l’attesa delle cose belle non ci ammazza.

Attendiamo con trepidazione il nostro compleanno per essere festeggiati, la finale di Champions per vedere la nostra squadra vincere o il concerto del gruppo preferito, che non abbiamo mai ascoltato dal vero. Tutta la vita è fatta di traguardi, intervallati da lunghe, talvolta lunghissime attese. La castità è l’attesa che precede il piacere, acuisce il desiderio. Lo rende più puro, più consapevole. L’amore frutto di attesa non è solo un istinto da soddisfare, è una scelta, una decisione, un gesto che mette insieme la parte razionale e quella emotiva, il cuore e la testa, l’anima e il corpo. Richiede disciplina ed è per questo che forma la volontà. La castità ci protegge da noi stessi, dall’istinto animale ed egoistico che ci porterebbe a usare l’altro come mezzo per soddisfare i nostri desideri e non come fine per crescere umanamente e spiritualmente. Il sesso coniugale è un frutto dell’amore. Quello vero. Come ogni frutto, va colto al momento opportuno, quando è maturo. Un frutto acerbo ci lascerebbe un sapore aspro. Per questo l’attesa è essenziale, è preparazione a cogliere il meglio. Gabriel Garcia Marquez, premio Nobel per la letteratura (mica una mezza calza con all’attivo un manualetto e un blog, come me), racconta che Florentino Ariza attese Fermina, la donna che amava, per cinquantun anni, nove mesi e quattro giorni. Per questo il suo romanzo: “l’amore ai tempi del colera” è una grande storia d’amore e non una lettera strappalacrime a una qualunque posta del cuore, scritta da una donna sedotta e abbandonata.

Chi ama davvero, non teme l’attesa del piacere… sa che essa stessa ne è parte!

Il bellissimo romanzo di Gabriel Garcia Marquez, Nobel per la letteratura, si trova qui: https://amzn.to/3gysHWd

seguimi sul blog: www.AnnaPorchetti.it. il mio libro si trova qui: https://amzn.to/3VqM5nu

Gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce.

E’ passato qualche giorno ma desidero tornare sulla seconda lettura di domenica scorsa, la prima domenica di Avvento. Ci torno perchè si tratta di una lettura di poche righe ma che condensa tantissimo. Possiamo trovare tutto ciò che possiamo fare per prepararci al meglio al Natale. San Paolo scrive ai Romani è afferma:

Fratelli, è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie. Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri.

Poche righe ma densissime. Cercherò ora di analizzare punto per punto.

Fratelli, è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti. Cosa intendeva dire Paolo? Era convinto che la venuta del Signore fosse ormai imminente e con queste parole voleva spronare i cristiani a comportarsi come tali. Non è una lettura scelta a caso. L’Avvento è l’annuncio della ormai prossima venuta del Signore, della Sua discesa sulla Terra. Accade ogni anno nel Natale. E come ogni anno queste parole di Paolo tornano attuali. L’Avvento è uno dei momenti forti. Dove, dopo settimane di torpore spirituale, ci viene data una bella sveglia! Non è forse così? Io ogni volta che arriva l’Avvento sento il peso della quotidianità che tra tante cose da fare mi allontana dalla mia vita spirituale, mi rende difficile una relazione adeguata con Gesù. Mi sento come quella sposa che trascura lo Sposo. Non ho sbagliato ad usare il femminile. Noi siamo sposa di Cristo essendo parte della Chiesa. Quindi non sprechiamo questo tempo. Prepariamoci al Natale con un cuore aperto a Gesù e con momenti dedicati alla preghiera e alla contemplazione. Bastano pochi minuti al giorno.

La notte è avanzata, il giorno è vicino. Quando la nostra anima è nella notte? Quando è lontana da Dio. Io ricordo bene il tempo in cui facevo fatica ad abbandonarmi a Gesù. Avevo tutto: salute, lavoro e amici ma mi mancava la luce. Mi mancava quell’amore che illumina e scalda il cuore dell’uomo. Facciamo memoria del tempo in cui siamo stati nelle tenebre per scegliere di non tornarci. Alla fine dipende da noi! Sta a noi scegliere tra ciò che offre il mondo e ciò che offre Dio.

Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a orge e ubriachezze, non fra lussurie e impurità, non in litigi e gelosie. Questi versetti rivelano ciò che dobbiamo mettere al centro del nostro impegno. Noi sposi in particolare verso il nostro coniuge e la nostra famiglia. E’ l’unico modo per accogliere bene Cristo nella nostra vita. Cerchiamo di essere onesti. Cerchiamo quindi di mantenere le nostre promesse matrimoniali. Cerchiamo di amare l’altro sempre, quando è facile e quando non lo è. Cerchiamo di donarci completamente a nostra moglie o nostro marito cercando il suo bene prima del nostro. Cerchiamo di essere trasparenti l’uno con l’altro. Di non fare cose di cui ci vergogneremmo se rivelate alla persona amata. Attenzione a lussuria e impurità! Cerchiamo quindi di vivere una sessualità santa mettendo al centro del rapporto sessuale la comunione e non il mero piacere fisico. Lasciamo fuori dalla nostra vita la pornografia che distrugge la nostra capacità di scorgere la bellezza integrale della persona che abbiamo accanto. Non ubriachiamoci. L’ubriacatura non è solo quella alcolica. Ci sono le emozioni che ci possono annebbiare la mente. Cerchiamo di controllare la nostra rabbia e i nostri istinti. Cerchiamo di non ferire con le nostre parole e con i nostri atteggiamenti l’altro. Non lasciamoci travolgere dalle emozioni ma manteniamo sempre il controllo di noi stessi.

Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri. Questa frase non significa che dobbiamo imparare a vedere il corpo come qualcosa che vale meno dello Spirito. Nulla di tutto questo. Il significato è molto più profondo. Ci viene chiesto di mettere la volontà e il discernimento al di sopra di quelle che sono le passioni. Solo così il nostro corpo sarà un mezzo per dare concretezza e visibilità all’amore. Solo così saremo capaci di farci dono l’uno per l’altra senza che emozioni e sentimenti ci possano allontanare dal bene. Perchè a volte fare la cosa giusta può costare fatica. Gesù non è stato contento di finire in croce ma lì è rimasto per fare la volontà del Padre che era anche la Sua. Lì è rimasto per amarci con tutto sè stesso.

Antonio e Luisa

I moderni paladini dell’amore

Oggi ho deciso di condividere sul blog una bellissima testimonianza. Non lo faccio per farmi bello o per vantarmi. Anche perchè non ho nessun merito se non quello di aver restituito quanto io ho ricevuto in passato. Lo faccio per promuovere questa esperienza perchè sono convinto che possa fare tanto bene alle coppie di sposi. Vi aspettiamo alla prossima edizione di Come sigillo sul cuore. (qui un breve video di presentazione di una edizione passata). Presto posterò la nuova data e il luogo. Ora lascio la parola a Patti e Lello una bellissima coppia di Salerno.

Lo scorso weekend è stato davvero intenso e ci ha lasciato una forza ed un’energia unica, davvero inspiegabile. Siamo stati ospiti di don Gianni Castorani nel Monastero dello Spirito Santo a Bagno a Ripoli e siamo stati accompagnati da sostenitori e divulgatori del matrimonio cristiano. Luisa Antonio, Daniela Davide e le altre coppie che hanno organizzato questo evento sono, senza dubbio, persone ricche di spiritualità,  frutto di un vero percorso cristiano. Sono donne ed uomini normali con figli e problemi quotidiani, non supereroi o gente che studiato per diventare influencer o motivator, stile Oprah Winfrey,  sono come noi, come  la maggior parte delle coppie che si ritrova a vivere il problema dei figli ribelli,  dell’organizzazione del tempo, della stanchezza del rapporto che a volte tutti possiamo avvertire e che ci lascia senza capacità di risposta.

Ma qual è il loro segreto, cosa li rende così speciali? L’amore!

L’amore verso il Signore, l’amore verso la vera condivisione e la convinta applicazione di alcuni insegnamenti, trasmessi da padre Raimondo Bardelli, li ha motivati ad organizzare incontri periodici attraverso l’istituzione dell’Intercomunione delle Famiglie. Raimondo, come lo chiamano loro, era un frate Cappuccino di origine emiliana che insegnava a fidanzati e sposi come vivere pienamente l’unione coniugale.

Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne. Genesi 2:23-24.

Una carne sola allude con evidenza all’unione fisica degli sposi. Dunque noi come sposi siamo chiamati ad essere uniti e questa unione si sublima nell’incontro sessuale, definito ecologico, lontano da inquinamenti dovuti alla pornografia e suoi derivati. I moderni paladini dell’amore, ci piace definirli così, ci hanno invitato ad usare piccoli stratagemmi per attuare la felicità di coppia, come il semplice atto di guardarsi negli occhi per qualche minuto durante il giorno. Questo gesto così semplice può portare frutti enormi, aiuta a mettersi a nudo davanti al coniuge, ad abbassare tensioni ed ansie accumulate durante il giorno. Abbracciarsi, coccolarsi diventa un rituale, un momento essenziale per sopire i conflitti.

Il matrimonio diventa un’esperienza da conquistare ogni giorno, da vivere in ogni momento con attenzione e purezza d’animo. Il corpo, a partire dagli occhi è il nostro mezzo per comunicare l’amore e soprattutto un modo per riattualizzare e rinnovare il sacramento del matrimonio. Parlare di fare l’amore non come tabù, come spesso ci è stato trasmesso, ma come espressione di una promessa d’amore. Un amore che trionfa e che rende più forti, perché insieme è meglio.

In conclusione abbiamo imparato molto e leggeremo ancora tanto, ma considerando quando è accaduto nel mondo in questi ultimi tre anni COVID, guerra e crisi economica:la famiglia rimane l’unica oasi di vita felice e spetta a tutti noi difenderla e proteggerla.

Patti e Lello Ventre

Tutti all’ombra.

Dal libro del profeta Isaìa (Is 4,2-6) In quel giorno, il germoglio del Signore crescerà in onore e gloria e il frutto della terra sarà a magnificenza e ornamento per i superstiti d’Israele. Chi sarà rimasto in Sion e chi sarà superstite in Gerusalemme sarà chiamato santo: quanti saranno iscritti per restare in vita in Gerusalemme. Quando il Signore avrà lavato le brutture delle figlie di Sion e avrà pulito Gerusalemme dal sangue che vi è stato versato, con il soffio del giudizio e con il soffio dello sterminio, allora creerà il Signore su ogni punto del monte Sion e su tutti i luoghi delle sue assemblee una nube di fumo durante il giorno e un bagliore di fuoco fiammeggiante durante la notte, perché la gloria del Signore sarà sopra ogni cosa come protezione, come una tenda sarà ombra contro il caldo di giorno e rifugio e riparo contro la bufera e contro la pioggia.

Il tempo dell’Avvento comincia con la lettura di molti brani del profeta Isaia che preannunciano la venuta del Signore Gesù e descrivono la Gerusalemme futura, il Paradiso. Naturalmente le immagini usate da Isaia riflettono la cultura e il tempo in cui scrive, perciò non dobbiamo stupirci se nomina animali o piante a noi sconosciuti o descrive paesaggi a noi ignoti, quello che ci interessa è il fatto che ciò che viene descritto è una situazione quasi surreale (soprattutto nei capitoli seguenti) ma bella, serena e pacifica.

Abbiamo sicuramente già sentito decine di omelie e richiami di tanti sacerdoti che descrivono il tempo forte dell’Avvento esortandoci a viverlo in pienezza; la Chiesa è premurosa verso i suoi figli e, conoscendo la dura cervice di cui siamo portatori, non si stanca di farci rivivere ogni anno questo tempo sperando che le sollecitazioni esterne aiutino i moti dell’anima. In particolare oggi vorremmo soffermarci sulla seconda parte di questo brano, quando Isaia cita la nube di giorno e il fuoco notturno: rifugio e protezione per ogni evenienza. Nei tanti seminari, incontri di approfondimento, corsi e convegni a cui partecipiamo si ascoltano sempre delle testimonianze pubbliche di conversione oppure delle storie in privato di persone che hanno incontrato il Signore in mille modi e nelle più disparate occasioni.

Le vie del Signore non sono le nostre vie” : sobbalza subito alla mente questa verità, ed è proprio questa l’esperienza che facciamo quando sentiamo le tante e diverse testimonianze di fede vissuta e/o trovata/ri-trovata. Se si facesse una ricerca per trovare in quanti modi il Signore viene descritto all’interno della Bibbia si rimarrebbe stupiti della fantasiosa ricchezza di similitudini ed immagini con le quali l’uomo descrive la sua esperienza di Dio. Isaia non si tira indietro in quanto a linguaggio figurativo e fa di questo linguaggio una sua caratteristica, ma ovviamente la nostra non vuole essere una fredda analisi linguistico/letteraria, ma un’introduzione al tema, poiché dobbiamo capire le motivazioni che stanno alla base dell’immagine della nube e del fuoco, immagini che sicuramente nascono dall’esperienza stessa di Isaia. In quella terra il caldo diurno rende difficile la vita umana, e talvolta impossibile, col tempo però l’uomo ha imparato a proteggersi dalla calura che non dà tregua, il sole fa sentire la sua forza specialmente nelle zone desertiche, bisogna esser preparati con la giusta dose d’acqua, con il giusto riparo dai raggi che scottano altrimenti si rischia grosso; sicuramente questi disagi hanno segnato la vita di fede del profeta ed il suo rapporto con Dio.

Ci sono tante coppie di sposi che vivono la stessa esperienza del sole desertico: sempre stressate dalle mille faccende, la vita che conducono (e che spesso subiscono loro malgrado) li costringe a “stare sempre sul pezzo”, sempre all’erta, non si fa in tempo a finire una faccenda che già si è catapultati in quella seguente, in un turbinio che non dà tregua fino a che non si trova requie con la testa sul cuscino (forse). Questo stile di vita impatta anche sulla vita spirituale, sull’anima, la quale si convince che la vita è tutta qui, nello sbrigare le mille faccende, e pian piano, giorno dopo giorno, si perde il contatto con l’eternità, si perde la consapevolezza del nostro destino finale… una vita così non trova requie nemmeno con la testa sul cuscino, perché mentre il corpo cerca tranquillità per riposare, immediatamente la coscienza fa sentire il proprio richiamo, e ci si chiede non tanto se si è riusciti a far tutto, ma ci si chiede quale sia il senso di tutto questo affannarsi.

Isaia ci aiuta e ci indica che il Signore è la nostra protezione contro il caldo martellante come fanno una nube o una tenda con la loro ombra, il Signore è l’unico che ci fa dormire tranquilli perché dà senso al nostro correre, anzi il senso è Lui stesso, il senso ultimo delle nostre giornate e il senso che dona nuovo entusiasmo e nuovo coraggio per affrontare le sfide di ogni giorno. Cari sposi, se vi sentite come chi sta sotto il sole cocente senza tregua, procuratevi dei momenti durante la giornata per ripararvi all’ombra del Signore, è l’unico che può donarvi il refrigerio a cui anelate, le faccende da sbrigare non spariranno come per magia, ma all’ombra del Signore anche la mente si fa più nitida, i pensieri si districano meglio, ritroverete nuova forza per affrontare le sfide che vi attendono.

Purtroppo ci sono anche coppie che vivono come in una bufera, nel freddo o nella pioggia, ed anche per loro il Signore è protezione e rifugio come lo è il fuoco contro il freddo. La vita sponsale è una sfida continua, a volte si affrontano i problemi con la giusta determinazione ma tante altre volte prendono il sopravvento l’abitudine all’altro/a e la stanchezza, mentre la relazione diventa quella bufera dove imperversano freddo e pioggia. Cari sposi, se siete in un momento di intemperie, non scoraggiatevi, ma lasciatevi riscaldare dal Signore; Lui sa riscaldare un cuore infreddolito dal gelo dell’indifferenza, dall’egoismo; Lui sa ridare vita ad un cuore intirizzito da una relazione “antartica”, ma bisogna stare vicino al fuoco per riceverne il calore, altrimenti più vi allontanerete dalla fonte e più sarà il vostro matrimonio a pagarne il caro prezzo.

Care spose, se vivete accanto ad un “orso bianco”, sappiate che sotto la sua morbida pelliccia c’è tanto caldo, ma bisogna avvicinarlo con cautela e tanta tenerezza, basta conoscerne i gusti. Cari sposi, se vivete con la “foca artica”, sappiate che non ha orecchie esterne ma possiede un ottimo udito, soprattutto in materia sentimentale ed affettiva, quindi è meglio che i vostri gesti dicano del vostro amore tenero verso di lei perché il suo udito non la ingannerà.

Buon cammino di Avvento.

Giorgio e Valentina.

Il tuo volto, Signore, noi cerchiamo!

Cari sposi, avete mai provato a pregare insieme lo Sposo utilizzando le parole dei salmi? I salmi sono stati, e lo sono ancora oggi, la preghiera principale dei nostri fratelli ebrei; anche Gesù (in quanto ebreo) pregava attraversi i salmi e anche per noi cristiani sono diventati la preghiera ufficiale infatti vengono regolarmente utilizzati nella liturgia eucaristica e nella liturgia delle ore. Pregando in coppia il salmo 26 eleviamo al nostro Sposo una fondamentale richiesta poiché “Di te ha detto il nostro cuore: «Cercate il suo volto», il tuo volto, Signore, noi cerchiamo. Non nasconderci il tuo volto…” (v 8-9)

Come sposi cristiani che, mediante il sacramento delle nozze siamo stati immersi nell’ amore di Cristo, ci è stata data la grazia di “vedere”, ogni giorno, il volto di Dio nel volto del coniuge per poi, a nostra volta, mostrarlo agli altri. Soffermiamoci quindi a contemplare il volto dell’Amato mettendoci innanzitutto uno di fronte all’altro per vedere, sentire e parlare con Colui che non si nasconde ma a noi si “mostra”, perché in mezzo a noi è sceso. Guardandoci reciprocamente negli occhi cerchiamo di penetrare nel nostro intimo in quanto, come spesso si sente dire, gli occhi sono lo specchio dell’anima. Un’ espressione che sta ad indicare che spesso sono gli occhi a rivelare veramente chi siamo, come stiamo, cosa c’è dentro di noi. O ancora come leggiamo nel vangelo di Matteo, “La lampada del corpo è il tuo occhio. Quando il tuo occhio è semplice, anche il tuo corpo è luminoso; ma se è cattivo, anche il tuo corpo è tenebroso. Bada dunque che la luce che è in te non sia tenebra”. Lo sguardo che ci scambiamo come sposi deve essere pieno di tenerezza e carità, come quello di Gesù, traboccante di compassione affinché sciolga ogni resistenza, difesa, pregiudizio, separazione, paura…e soprattutto impariamo a guardarci partendo dal cuore. Solo così i nostri occhi, liberi da ciò che potrebbe offuscarli, si possono posare benevoli sui fratelli in modo tale che nessuno, direbbe S. Francesco, «dopo aver visto i nostri occhi, se ne torni via senza il nostro perdono» (FF 235)
Breve momento di coppia:
1) guardandoci negli occhi, ripetiamoci sottovoce il bellissimo passo del Cantico dei Cantici “Quanto sei bella/o, amata mia/o, quanto sei bella/o! I tuoi occhi sono colombe”.
2) contemplando gli occhi di un’icona del Volto di Cristo insieme rivolgiamogli le parole del Salmo 138:
Signore, tu ci scruti e ci conosci…
Ancora informi ci hanno visto i tuoi occhi
e tutto era scritto nel tuo libro;
i nostri giorni erano fissati,
quando ancora non ne esisteva uno…
Scrutaci, Dio, e conosci il nostro cuore,
provaci e conosci i nostri pensieri…
e guidaci sulla via della vita


Ma il Signore può rivelarsi a noi anche mediante l’ascolto. Quando “apriamo” le orecchie per ascoltarci stiamo dando spazio alla voce del nostro coniuge. Certamente l’ascolto è una delle basi del dialogo: quando un coniuge parla, l’altro sta in silenzio per ascoltare. Ma per noi c’è un ascolto che viene ancor prima: dobbiamo imparare ad “ascoltarci con il terzo orecchio”, quello dell’empatia, immedesimandoci nei sentimenti dell’altro, cercando di “sentire” ogni situazione come il nostro coniuge la sente. Anche se questo non è sempre facile, impariamo ad ascoltare come Gesù che, dopo essersi ritirato nel silenzio per “aprire” l’orecchio alla volontà del Padre, era ed è pronto ad accogliere ogni grido perché per lui ogni persona merita attenzione.
Breve momento di coppia:
1) Avvicinandoci all’orecchio del coniuge, ci sussurriamo sottovoce il bellissimo passo del Cantico dei Cantici:
O mia colomba,
che stai nelle fenditure della roccia,
nei nascondigli dei dirupi,
fammi sentire la tua voce,
perché la tua voce è soave

2) contemplando un’icona del Volto di Cristo ripetiamo nel silenzio del nostro cuore le parole del Salmo 116:
Noi ti amiamo Signore perché hai udito la nostra voce…
Poiché hai teso l’orecchio verso di noi,
noi ti invocheremo per tutta la mia vita


Infine i sentimenti dello Sposo possono giungerci attraverso le parole del nostro coniuge. Per questo è necessario che dalla nostra bocca escano parole che annuncino la bellezza divina di cui, come sposi, siamo portatori. Come dicevamo prima, oltre all’ascolto, l’altra base del dialogo sono le parole: alcune volte però abbiamo sperimentato che le nostre parole sono incapaci di modellarsi sulle sfumature dei nostri pensieri, sui battiti del nostro cuore. Allora ricorriamo alla Parola, ci facciamo guidare dal modo di parlare di Gesù: le sue parole erano e sono parole che creano vita; che orientano, illuminano, tracciano strade, chiamano, seminano, abbattono le chiusure. Insomma sono “parole di vita eterna” che possono donare eternità a tutto ciò che portiamo nel cuore.
Breve momento di coppia:
1)Sfiorandoci con le dita le labbra, l’un l’altro, esprimiamo la bellissima espressione del Cantico dei Cantici:
Come nastro di porpora le tue labbra, la tua bocca è piena di fascino” e scambiandoci un tenero bacio ci ripetiamo “Mi baci con i baci della Sua bocca
2) baciando l’icona del Volto di Cristo insieme cantiamo le parole del Salmo 119:
Lampada per i nostri passi è la tua parola, luce sul nostro cammino. Limpida e pura è la tua promessa e noi tuoi servi l’amiamo


Carissimi sposi, ecco che ora possiamo guardarci con occhi nuovi, con gli occhi di Gesù. Non stanchiamoci mai di contemplare il Suo volto maestoso e dolce nel contempo; non stanchiamoci mai di cercare il Suo sguardo, quello sguardo che vuole trasformarci, vuole farci diventare simili a Lui. È importante scoprire che siamo davvero chiamati a lasciarci trasformare dall’amore di Dio, anche e solo attraverso le piccole cose, gli incontri quotidiani, nonostante i nostri sbagli e le nostre debolezze umane. Ecco che così l’amore di Dio prende carne in noi, diventa testimonianza di vita sponsale e ci porta a continuare a lodarlo, sempre con le parole del Salmo 26: “Siamo certi di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi” (v 13). Buon cammino d’Avvento alla ricerca del Volto di Dio nel piccolo bambino di Nazareth.
Daniela & Martino

Occhi nuovi per scoprirTi in mezzo a noi

Cari sposi,

ci siamo, è arrivato di nuovo l’Avvento. In un batter d’occhio è iniziato il “rush” finale di questo 2022 e sembra quasi udire ancora Lucio Dalla cantare “L’anno che verrà”. La liturgia della Parola di oggi ci mette davanti a due grandi movimenti: uno più dinamico, il mettersi in viaggio verso una mèta e uno più statico, il preparare sé stessi a un incontro.

Nel primo caso, si tratta del pellegrinaggio per eccellenza, gli Shalosh Regalim che ogni pio ebreo, fino ai tempi di Gesù, era invitato a fare 3 volte all’anno a Gerusalemme. Nel secondo caso, siamo noi a dover cambiare noi stessi per essere pronti ad accogliere un Ospite unico e particolarissimo. Due moti che in definitiva convergono nel viaggio interiore, nel “in te ipsum redi” di Sant’Agostino (De vera religione, XXXIX, 72). I percorsi spirituali di guarigione e di trasformazione non sono meno impegnativi di pellegrinaggi e spostamenti chilometrici, ce lo insegnano tanti santi quali appunto Sant’Agostino, Sant’Ignazio, San Charles de Foucauld…

Tutti questi movimenti coincidono appunto in un viaggio che nel fondo è la ricerca del Volto di una Persona. Sia l’andare che l’accogliere cercano proprio di trovare e incontrare Qualcuno. La domanda ora è se vediamo così il Natale, se in esso c’è l’anelito verso l’abbraccio con il Signore o solo una ricorrenza importante da celebrare, che nel fondo non mi cambia la vita. Come sposi, il Natale vi ricorda che è Cristo da cercare assieme. Voi sposi siete invitati a unirvi in questo sforzo di vigilanza reciproca per andare in coppia incontro a Cristo che già viene a cercarvi. Mi piace offrirvi, per la vostra meditazione, questo testo di Papa Francesco:

“Questo è vegliare! Il sonno da cui dobbiamo svegliarci è costituito dall’indifferenza, dalla vanità, dall’incapacità di instaurare rapporti genuinamente umani, dell’incapacità di farsi carico del fratello solo, abbandonato o malato. L’attesa di Gesù che viene si deve tradurre, dunque, in un impegno di vigilanza. Si tratta anzitutto di meravigliarsi davanti all’azione di Dio, alle sue sorprese, e di dare a Lui il primato. Vigilanza significa anche, concretamente, essere attenti al nostro prossimo in difficoltà, lasciarsi interpellare dalle sue necessità, senza aspettare che lui o lei ci chiedano aiuto, ma imparare a prevenire, ad anticipare, come fa sempre Dio con noi” (Angelus, 1° dicembre 2019).

Quanti spunti concreti vi pone tale riflessione! Accogliere Gesù anzitutto nel coniuge, divenire più accoglienti nel rapporto con lui, porre attenzione alle parole, i gesti, venire incontro alle difficoltà. Il Signore vi invita in definitiva a iniziare proprio da lì la vostra preparazione di Avvento. Vi invito quindi ad approfittare di questo tempo forte di grazia, per ottenere da Gesù la grazia di avere occhi nuovi, uno sguardo diverso sul coniuge, tale da saper cogliere in lui e nella vostra coppia la presenza del Risorto, dell’Emmanuele, il “Dio con voi”.

ANTONIO E LUISA

Il matrimonio è quella palestra che non ti permette di fare troppa filosofia nella vita. Il matrimonio non permette di avere una fede astratta ma ti riporta continuamente alla concretezza della carne, la carne della persona che Dio stesso ti ha posto accanto il giorno delle nozze. Ecco in questo Avvento cerchiamo di fare due semplici “esercizi”. Trsformiamo la nostra preghiera in gesti concreti per nostro marito o nostra moglie. Gesti di tenerezza, di servizio, di ascolto. E poi troviamo almeno pochi minuti ogni giorno per guardarci e per riscoprire di nuovo, nella contemplazione reciproca, quanto siamo belli, perchè cari sposi noi siamo tutti una meraviglia, dobbiamo solo riscoprirlo.

Coppia, va’ e ripara la mia Chiesa

Cari sposi,

siamo alle porte dell’Avvento, tempo di attesa e di preparazione per la Solennità della nascita di Gesù. Il Vangelo di domani è tutto proiettato sulla vigilanza dell’arrivo del Figlio dell’uomo e, in definitiva, su come stiamo spendendo questa nostra breve e fugace vita.

Mi piacerebbe soffermarmi un attimo con voi su un aspetto per noi drammaticamente urgente e importante. Chi più e chi meno, vi state rendendo conto di come la nostra fede stia soffrendo un fenomeno di ritirata generale. Ovunque vi giriate, movimenti, associazioni, parrocchie, seminari… ovunque, troverete i segni della decadenza: meno fedeli a Messa, meno vocazioni, meno offerte a cui corrispondono più scandali mediatici contro la Chiesa, più segni di aderenza ad altre religioni, più intolleranze al crocefisso, ecc. Non sono disfattista, tuttavia questi segni si susseguono oramai con un ritmo tambureggiante ed è cieco chi non se ne rende conto.

Tuttavia, voi coppie avete il segreto per donare vita e speranza proprio a questa Chiesa oramai giunta alla terza età. Infatti, coppie come voi, all’inizio dell’era cristiana e spesso in mezzo a persecuzioni, hanno cominciato a vivere la fede in casa, a trasmetterla a vicini, a dare semplice testimonianza… e a poco a poco, come il lievito che fa aumentare l’impasto, hanno cambiato il mondo pagano in una società sempre più cristiana. Voi siete di nuovo la speranza! Non ci saranno congregazioni religiose a salvarci, come in passato (Francescani, Gesuiti…), non saranno la santità dei sacerdoti e delle suore a cambiare radicalmente la rotta, benché questo certamente sia indispensabile! Il peso specifico della Chiesa è dato da voi sposi, che con il dono del matrimonio, avete la grazia di generare figli di Dio e di creare relazioni belle, autentiche, sane tra famiglie. Questo è l’humus da cui germoglia la Chiesa!

Cosa può impedirvi di fare tutto ciò? Forse un senso di inadeguatezza, il sentirvi indegni per sbagli o difetti, la pigrizia di fare qualcosa di nuovo. Nel Vangelo di domani si legge: “mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti” (Mt 24, 38). Quante coppie credenti mangiano, bevono… cioè, vanno a Messa, pregano, sono fondamentalmente bravi nella loro vita ordinaria… ma non si rendono conto che questo modello di Chiesa sta affondando sotto i colpi di una società secolarizzata e laicista che ha piazzato esplosivi proprio nei suoi punti nevralgici (vita, famiglia, educazione…)!

Care coppie, questo Avvento 2022 è unico e distinto. Non è uguale a quello degli anni passati, nel senso che il Signore ci chiede una nuova vigilanza, una nuova cura e attenzione. Difatti, Gesù sta chiedendo sempre più a voi coppie: “va’ e ripara la mia chiesa”, come lo disse 8 secoli fa a San Francesco. Riparare la Chiesa vuol dire dare vita alla vostra chiesa domestica (Amoris Laetitia 67), cioè vivere consapevolmente con Gesù Risorto che abita nella vostra relazione di amore e che tramite voi vuole donarsi ad altri. Cari sposi, oramai al termine di questo anno chiedetevi: siamo consapevoli siamo di essere Presenza viva del Signore? Quanto contempliamo e lodiamo tanta bellezza che è in noi? Cerchiamo di nutrire la nostra spiritualità nuziale? Ci sforziamo di accogliere altri per donare anche a loro tanta grazia e bellezza?

Andiamo quindi con gioia incontro a Gesù, l’Emmanuele, il Dio-con-noi, che ancora una volta vuole entrare nella nostra casa e diventare nostro commensale per condividerci la sua vita e la sua gloria.

padre Luca Frontali

Tutta colpa di Bridget Jones!

Tutta colpa di Bridget Jones! Lo dico davvero. È lei la nostra peggiore nemica.

Perché, diciamocelo, con le altre, le regole del gioco erano chiare. Metti Ingrid Bergman, protagonista del film Casablanca. O via col vento, con la bellissima Rossella (Vivien Leigh). O, per stare ai tempi d’oggi, Insonnia d’amore (sono una grande fan di Meg Ryan). Lì c’è una donna splendida che si innamora del protagonista e lui è bellissimo, valoroso, sincero. Ha un sacco di qualità. Lui è il principe azzurro, che più azzurro non si può. È chiaro fin dall’inizio che ci sarà un lieto fine. L’uomo di turno, non potrà che perdere la testa per lei. Lei non potrà che innamorarsi follemente di lui. I due non potranno che sposarsi. Di lì in avanti scatterà il “vissero felici e contenti”.

Dai, quei film mica li guardiamo per sapere come andranno a finire. Lo sappiamo benissimo. Come nelle favole, in queste pellicole romantiche, l’amore fra i due protagonisti vince sempre. Non importa quante peripezie i due dovranno affrontare. Quanti equivoci, colpi di scena, coincidenze dovranno superare. Alla fine, lui si inginocchierà e le chiederà di sposarlo. E lei non esiterà nemmeno per un secondo. Né se lo farà ripetere. Perché in verità, non aspettava altro. Capirai, chi si farebbe sfuggire il Mister Giusto che ogni donna sogna di incontrare? È chiaro, queste storie ci piacciono, ma non è che le prendiamo del tutto sul serio. Voglio dire, chi di noi si è mai sentita la Rossella O’Hara della situazione? Chi di noi si è illusa di essere protagonista di una storia in cui tutto è perfetto? Quelle sono favole, mica la vita vera. Questo noi lo sappiamo. Almeno, In linea di principio era così. Poi venne lei. Credetemi, è tutta colpa sua. Colpa di Bridget Jones.

Lei non somiglia nemmeno per sbaglio alla bellissima Ingrid, a Meg, a Vivien. Bridget è una ragazza che non brilla. Ha un lavoro banale, è in perenne lotta con la bilancia, piena di buoni propositi disattesi. Beve troppi cocktail e spende troppo per vestiti che non le donano e indossa mutandoni della nonna. Non ha niente e dico niente che la possa far passare per un’eroina romantica, di quelle designate al trionfo dell’amore. Bridget è una di noi. In qualcosa forse anche un po’ meno di noi. È una sprovveduta che fa tutti gli errori che si possono fare nella sua situazione. Prima va a letto con il suo capo, bellissimo, fascinosissimo e di successo, che per di più è un donnaiolo. Poi va in crisi perché scopre che lui non cambierà. Infine, si innamora di un uomo che non sembra ricambiarla. Uno che sembra un po’ troppo per lei. Anche lui bellissimo, fascinosissimo e di successo. Eppure, Bridget riesce a conquistarlo. E, dulcis in fundo, persino il suo capo donnaiolo scopre di volerla, contro ogni possibile aspettativa.

Bridget, una ragazza ordinaria, fa perdere la testa non a un solo principe azzurro, ma a due. Impresa eccezionale, mai riuscita nemmeno alle migliori eroine romantiche della letteratura e del cinema. Ecco, ditemi se non è un inganno. Nel caso di Cenerentola e delle sue versioni cinematografiche moderne, ci godiamo la storia, ma lo sappiamo benissimo, il principe azzurro non esiste.  Invece, una come Bridget vorrebbe farci credere che esista. Anzi, che, per ciascuna di noi, ce ne sia più d’uno. E che qualunque ragazza possa trovarlo e addirittura scegliere quello che preferisce, in una vasta offerta di uomini tutti egualmente belli, perfetti e innamorati. Sono illusioni pericolose. Perché non c’è alcuna possibilità che le cose vadano davvero così. Se una donna passa la giovinezza ad aspettare che arrivi proprio lui, un uomo perfetto, che non sia neanche un grammo meno di un autentico principe azzurro, rischia di ritrovarsi da sola. Delusa e amareggiata.

Non c’è nulla di più insano che coltivare un’aspettativa irrealizzabile. Passare gli anni migliori a paragonare uomini in carne ed ossa con un ideale irraggiungibile. Nessun uomo, per quanto a posto, serio, lavoratore, di sani principi e magari di gradevole aspetto, reggerà mai il confronto con il prodotto della nostra idealizzazione romantica. Invece ci sono donne che arrivano a pensarlo. Per colpa di Bridget Jones e della sua vicenda ingannevole. Credono che abbia ragione lei, Bridget Jones, che si debba puntare all’ideale. Che lei sia un esempio. In fondo, se ce l’ha fatta lei, ce la possiamo fare tutte. Guai ad accettare un uomo comune. Un Medioman che non si conformi alle nostre elevatissime aspettative. Meglio lasciarlo andare, l’uomo carino e di buon cuore, conosciuto in ufficio, a una festa, presentato da amici galeotti. Tanto possiamo ambire a qualcosa di meglio. Abbiamo l’imbarazzo della scelta. Appena dietro l’angolo, ci saranno quarantaquattro principi azzurri in fila per sei con il resto di due. Tutti lì per noi.

Sarebbe invece più utile, oltre che intellettualmente onesto, riconoscere che al mondo ci sono per lo più uomini normali. E che, udite udite, un uomo normale può rendere la donna che ama (e che lo ama) profondamente felice. Anche se non ha mai posseduto nemmeno un fazzolettino azzurro, né è mai stato una somma di virtù cavalleresche. Eppure, si può incontrare un giovanotto per bene, con cui condividere l’impegno di amarsi e onorarsi, che significa soprattutto rispettare l’altro e adoperarsi per il suo bene. Credetemi, Medioman batte il principe azzurro 10 a zero. Lui, almeno, esiste davvero. Il film è tratto dal libro: Il diario di Bridget Jones che si trova su Amazon: https://amzn.to/3TWXutt

Anna Porchetti

seguimi sul blog: www.AnnaPorchetti.it. il mio libro si trova qui: https://amzn.to/3VqM5nu

Vieni nel mio cuore.

Oggi vi racconteremo un incontro di preghiera che abbiamo vissuto insieme alla comunità della Parrocchia di San Tarcisio al Quarto Miglio. Come ci è venuto in mente di andare proprio lì? Semplicemente accogliendo l’invito di una locandina dove era raffigurato un dipinto della Madonna che scioglie i nodi. Un invito esteso a tutti, anche a te che stai leggendo questo articolo,anzi se sei di Roma cogli al volo l’occasione e vai . Fidatevi di noi. Ne vale la pena, ci sarà un incontro una volta al mese. Un impegno gestibilissimo anche nella nostra quotidianità frenetica, traffico compreso.

L’incontro si è svolto nel classico orario serale delle 21, un orario che ricorda molto la gioiosità della vita sociale parrocchiale di un mondo pre-pandemia. Siamo arrivati che io stavo ancora canticchiando, per la felicità di Andrea, la canzone di Ultimo “Vieni nel mio cuore“. Ormai, se ci leggete da un po’, avrete capito che non solo mi piace Ultimo, ma i suoi testi per me sono un mezzo per intercettare e per dialogare con i giovani che il Signore mi permette di accompagnare. Onestamente la canzone di Ultimo mi ha fatto sempre pensare a quell’invito che ci viene fatto per andare in chiesa. Pensateci bene, quante volte ci è stato detto fin da bambini: venite a messa che vi fa bene! Se state leggendo questo blog, probabilmente state cercando anche voi Qualcuno che vi venga a dire le stesse cose!

Vi devo confessare che, entrando in chiesa, siamo riusciti ad assistere alle prove canore delle suore francescane che intonavano la super hit delle canzoni di chiesa “Vieni Spirito“. Una delle nostre preferite tra l’altro. Un invito costante ad un incontro atteso. Scoprire di essere amati .Così come siamo, con tutte le nostre imperfezioni. È stato un incontro vivo, dove i sacerdoti hanno reso viva ogni parola che pronunciavano, non erano semplici parole lette su una fotocopia. È stato l’inizio di un viaggio di formazione spirituale da compiere insieme. Abbiamo imparato a pregare insieme. Quante volte magari ci capita di pregare un pochino come un disco rotto? A memoria, dimenticando il senso delle parole che stiamo pronunciando? O peggio ancora stiamo seduti in chiesa ma con i pensieri altrove? Oppure che ci troviamo seduti in chiesa controvoglia, solo perché rivestiamo un “ruolo” all’interno della parrocchia rimpiangendo di non essere acasa a guardare Netflix? Tali pensieri, mentre ci accostiamo alla preghiera, sono anche dei tentativi di distrazione da parte del Maligno. Si, esiste Noi ci crediamo. E bisogna mantenere alta la guardia e giocare di difesa per schivare l’ avversario più temuto per tutti noi.

Nel nostro viaggio spirituale abbiamo degli alleati fantastici che sono Gesù e Maria. Solo dedicando del tempo per stare insieme a loro potremo farcela. Dio può agire nella nostra vita e sciogliere tanti impedimenti che abbiamo dentro di noi e che neanche ci accorgiamo di avere il più delle volte. Prendete me, ad esempio, vi ricordate che in un articolo passato vi ho raccontato che non pregavo più? Che non entravo più in chiesa perche mi sentivo sbagliata e difettosa? Non sapevo dove collocarmi in una comunità parrocchiale. E uno non è che ci nasce con questi pensieri è che spesso ti ci conduce il mondo esterno che ti fa credere che vai bene solo se sei perfetto. E nella mia testa la perfezione significava avere una famiglia numerosa con figli da accompagnare ai sacramenti. Tali pensieri sono stati da apripista per la depressione. La depressione rende fragile il matrimonio perché il marito soffre nel vederti stare male. Diventa il tutto un gioco a favore del Maligno. Diventa un combattimento vero e proprio, la cui unica arma che mi ha permesso di andare a segno è stato il Rosario. Lasciate stare maghi, letture delle mani,guide astrologiche, servono solo a stare peggio.

Vi dovete ricordare che ogni vostro difetto, vizio, stortura della vita non cancella che la vostra vita è valso il sangue di Cristo. Quando vi sentite persi, depressi, che non sapete dove andare e cosa fare, ponete il vostro sguardo sulla Croce. Prendete un crocifisso in mano. Toccatelo dove ci sono i chiodi. Pensate al martello che batte con forza sui chiodi, ne vale ancora di stare a soffrire da soli? Avete un alleato che ha sofferto per voi è che vi sta dicendo io sono qui. Sto accanto a te.Ti ho donato anche una madre a cui puoi chiedere tutto tramite la preghiera. Vieni nel mio cuore che c’è un posto migliore, proprio come canta Ultimo. Vi lascio con la Preghiera a Maria che scioglie i nodi. Per me è stata importantissima.

Vergine Maria, madre che non hai mai abbandonato un figliolo che grida aiuto, Madre le cui mani lavorano senza sosta per i tuoi figli tanto amati, perché sono spinte dall’amore divino e dall’infinita misericordia che esce dal tuo cuore, volgi verso di me il tuo sguardo di compassione, guarda il cumulo di nodi che soffocano la mia vita. Tu conosci la mia disperazione e il mio dolore. Sai quanto mi paralizzano questi nodi e li ripongo nelle tue mani . Nessuno neanche il demonio può sottrarmi dal tuo aiuto misericordioso. Nelle tue mani non c’è modo che non sia sciolto. Vergine madre con la grazia e il tuo potere di intercessione presso tuo Figlio Gesù, mio Salvatore ricevi oggi questo “nodo” (nominarlo se possibile) per la gloria di Dio ti chiedo di scioglierlo e di scioglierlo per sempre. Spero in te. Sei l’ unica consolatrice che il Padre mi ha dato. Sei la fortezza delle mie deboli forze, la ricchezza delle mie miserie, la liberazione da tutto ciò che mi impedisce di essere con Cristo. Accogli la mia richiesta. Preservami, guidami, proteggimi. Sii il mio rifugio. Maria che scioglie i nodi prega per noi.

Vi aspettiamo come sempre se volete sulla nostra pagina Facebook Abramo e Sara e i nostri canali social WhatsApp e Telegram e per chi è di Roma ci trova presso la parrocchia di San Giuseppe al Trionfale.

Vi aspettiamo se volete nella nostra pagina Facebook Abramo e Sara, nel nostro canale Telegram e WhatsApp. Per chi è di Roma se ci vuole incontrare ci trova alla Parrocchia di San Giuseppe al Trionfale. A presto

Simona e Andrea.

Canali social del blog

Le spine del matrimonio

Quando si arriva (purtroppo) a una separazione, sarebbe necessario fermarsi almeno per un po’ di mesi a riflettere su quello che è successo e sulle cause che hanno portato a un epilogo così triste. Non serve a nulla pensare cose del tipo: “Se mia moglie avesse avuto un atteggiamento diverso, anch’io mi sarei comportato diversamente”, perché è solo un tentativo di diminuire il senso di colpa. E’ un’analisi che in alcuni casi dovrebbe coinvolgere altre persone esperte in materia, come consulenti familiari, psicologi e assistenti spirituali, perché non sempre da soli si riescono a comprendere i problemi che non abbiamo mai risolto e le ferite spesso provenienti dalla nostra famiglia di origine. Infatti a volte si creano delle dinamiche che si ripetono continuamente e tendiamo a fare sempre gli stessi errori: poco tempo fa mi sono ritrovato a parlare con una ragazza di 40 anni al terzo divorzio, continuare su questa linea credo sia davvero triste e distruttivo per se’ stessi e per le persone che ci stanno intorno, in particolare per i figli.

Spesso la gente non si prende questo importante tempo di riflessione dopo la separazione, ma comincia a uscire e a frequentare altre persone, rischiando così di fare ulteriori danni. La responsabilità di una separazione quasi mai è al 50%, in genere è sbilanciata da una parte e comunque nessuno dei coniugi può considerarsi esente da colpe (avremmo potuto sicuramente fare meglio, diversamente o con più cura e attenzione). Inoltre la decisione di separarsi viene proposta e portata avanti raramente di comune accordo, ma è uno dei due a prendere l’iniziativa.

A suo tempo, ma continuo a farlo anche oggi, ho riflettuto molto sulla mia storia d’amore e sulle cause che l’hanno portata al fallimento (ricordo che il fallimento è solo umano, con Dio non può fallire!). Sono arrivato alla conclusione che non basta amare, è necessario anche essere amabili, perché ho tanto amato mia moglie, ma non è stato sufficiente. Faccio un esempio: se prendo in mano un fiore, con dei bellissimi colori e profumato, mi viene da pensare: “Ma che bello questo fiore!”. Immaginiamo invece che questo fiore sia pieno di spine e che, appena lo prendo in mano, mi punga: in questo caso mi viene da pensare: ”Accidenti a questo fiore, che brutto!”. Ecco, può succedere, anche involontariamente, che siamo noi il fiore che suscita negli altri una certa reazione.

Così, quante volte non ho ascoltato mia moglie! Quante volte ho svalutato le sue idee, il suo lavoro e il suo modo di pensare! Quante volte sono stato scontroso e addirittura l’ho presa in giro, non immedesimandomi nel suo malessere, nei suoi problemi, nei suoi dubbi, nelle sue difficoltà e nelle sue paure! Potrei continuare a fare altri esempi, ma credo sia chiaro questo: è fondamentale non solo amare il coniuge, ma lavorare su noi stessi, sui nostri difetti e sul nostro carattere in modo da essere amabili, accoglienti e poter così costruire una relazione davvero autentica, sincera e reciproca! 

Ettore Leandri (Fraternità Sposi per Sempre)

Immolato, ma in piedi!

Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo ( Ap 5,1-10 ) Io, Giovanni, vidi nella mano destra di Colui che sedeva sul trono, un libro scritto sul lato interno e su quello esterno, sigillato con sette sigilli. Vidi un angelo […] Uno degli anziani mi disse: «Non piangere; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli». Poi vidi, in mezzo al trono, circondato dai quattro esseri viventi e dagli anziani, un Agnello, in piedi, come immolato; aveva sette corna e sette occhi, i quali sono i sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra. […] Giunse e prese il libro dalla destra di Colui che sedeva sul trono. E quando l’ebbe preso, i quattro esseri viventi e i ventiquattro anziani si prostrarono davanti all’Agnello, avendo ciascuno una cetra e coppe d’oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi, e cantavano un canto nuovo : «Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai riscattato per Dio, con il tuo sangue, uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione, e hai fatto di loro, per il nostro Dio, un regno e sacerdoti, e regneranno sopra la terra».

Continua la lettura di passi dall’Apocalisse, questa volta abbiamo tagliato molto le parti perché vogliamo focalizzare l’attenzione solo su un particolare che ci aiuterà nella vita di sposi. Innanzitutto vorremo farvi notare come queste visioni siano ricche di figure fantasiose ma che sono molto simboliche poiché Giovanni ama usare questa forma di scrittura. Ma veniamo subito al dunque, la figura su cui vogliamo porre l’attenzione oggi è l’Agnello sgozzato, o immolato a seconda della traduzione, ma è la stessa cosa perché per immolare un agnello (secondo i rituali sacrificali ebraici) bisogna sgozzarlo. E qui non si fa fatica ad attribuire al Cristo questa simbologia dell’agnello, sappiamo benissimo che Gesù è chiamato anche Agnello di Dio fin dai suoi esordi pubblici, quando il Battista lo addita così il giorno dopo del famoso Battesimo, descritto nel Vangelo di Giovanni, lo stesso autore dell’Apocalisse.

Ormai da tanti anni in una parrocchia del Bresciano viene allestito un famoso presepio vivente davvero spettacolare poiché è stato ricostruito un paesino della Palestina, un borgo con case, locande e botteghe artigiane, c’è pure il castello di Erode, i figuranti sono tutti vestiti con abiti tipici, e poi ci sono i pastori con le bestie, da ultimo ovviamente c’è una coppia di sposi con un infante (non la stessa ovviamente, ma diverse a turno) a rappresentare la Sacra Famiglia. Tra i pastori, quello che attira molto l’attenzione è quello che dà l’agnellino in braccio ai bambini, è un’esperienza tutta da ricordare per i piccoli ma anche per mamma e papà che non si lasciano sfuggire l’occasione per una foto ricordo ma soprattutto la parte migliore è quella di accarezzarlo per sentirne la morbidezza. Visitiamo questo bel presepio da 20 anni, ma ciò che ci impressiona ogni volta è la docilità dell’agnellino che si lascia accarezzare senza neanche un belato.

Dopo aver vissuto questa esperienza abbiamo finalmente capito cosa intendesse Giovanni quando scrive di Gesù come l’Agnello di Dio ; infatti Gesù si è lasciato immolare con la docilità con cui quell’agnellino sta in braccio ai bambini e si lascia toccare e accarezzare da essi senza neanche un belato, e così fece Gesù: non aprì bocca come agnello condotto al macello (Is 53,7). Nonostante l’agnellino passi da un bambino all’altro e venga un po’strapazzato dalla manine ansiose di toccarlo, non si arrabbia mai. Avete mai visto un agnello arrabbiarsi? Neanche Gesù si arrabbiò durante la Passione, nonostante le torture subite, è stato grazie a questa esperienza che abbiamo capito un pochino di più la Passione del Signore.

In questo brano, Gesù viene descritto “Agnello in piedi, come immolato (sgozzato)“. Avete mai visto un agnello sgozzato in piedi? Se prendiamo l’agnellino dalle manine dei bambini e lo portiamo a sgozzare, nel giro di pochissimo cadrà stecchito al suolo e non si rialzerà mai più. Gesù invece è sì un agnello sgozzato, ma ritto in piedi: è un linguaggio simbolico che dice che Gesù è risorto (ritto in piedi) ma porta sul Suo corpo glorificato i segni della Passione (sgozzato). Ed è proprio questo Agnello sgozzato che è degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, grazie alla Sua Passione. Gesù viene descritto poche righe prima come “il leone della tribù di Giuda” che ha vinto, però non è il leone ad aprire i sigilli, ma è l’agnello. Perché Gesù affronta la Passione con la forza del leone e risorge con tale forza, ma vince con la forza del perdono dalla Croce, vince con la passione vicaria, vince con la dolcezza del Suo Amore. Cari sposi, è questa l’immagine a cui noi siamo chiamati ad assomigliare: l’agnello immolato ma ritto in piedi.

Quando vogliamo far risorgere la nostra relazione sponsale dobbiamo necessariamente essere “sgozzati”, epurati cioè dai nostri peccati, dai nostri egoismi, con la docilità ed il silenzio dell’agnello che soffre per amare, soffre per poter risorgere, e quando risorgerà (per Grazia di Dio) sarà ritto in piedi ma con i segni della sofferenza poiché essa è un passaggio obbligato, se lo è stato per il Signore che era purissimo, perché dovremmo esserne esenti noi che non siamo proprio un esempio di purezza?

Coraggio sposi, ci aspetta un bel cammino di Avvento per ritrovare la docilità dell’agnello e la forza del leone per affrontare la sofferenza.

Giorgio e Valentina.

La nostra imperfezione è immagine della perfezione di Dio

Poi udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino. (Genesi 3,8)

Perchè i due si sono nascosti? Dio è cattivo? Dio è un Padre che fa paura? Dal comportamento che hanno Adamo ed Eva sembra proprio di sì. Chiunque non conosce il nostro Dio e legge questo passo non può che farsi questa idea. In realtà questo passo della Genesi cela una verità che ci caratterizza tutti. Adamo ed Eva come sapete ci rappresentano, possiamo identificarci con loro. L’uomo e la donna si nascondono non perchè Dio sia cattivo e vendicativo, ma perchè si specchiano nello sguardo di Dio. Trasferiscono il malessere che il peccato ha generato in loro nello sguardo di chi li guarda. Dio non li guarda con malignità, ma con quello sguardo di amore misericordioso che Gesù ha incarnato perfettamente. E allora?

Non è Dio che mi sta giudicando, ma sono io che di fronte all’amore di Dio provo vergogna e paura. Paura di perdere quell’amore e vergogna di esserne indegno. Questo è il sentimento di Adamo ed Eva che viene descritto nel versetto che ho riportato. Questo è quello che caratterizza tutte le persone. Quando amiamo e siamo amati da qualcuno e tradiamo questo amore proviamo paura e vergogna. Quando tradiamo la fiducia proviamo paura e vergogna. Questo vale in tutte le relazioni, a partire chiaramente da quella con Dio. Vale anche per il nostro matrimonio.

Cosa c’entra tutto questo discorso? C’entra tantissimo. Dio non smette di amare i suoi figli. Non smette di amare l’uomo e la donna. La condanna verso Adamo ed Eva non è una sentenza ma semplicemente una presa di coscienza che Dio offre all’uomo. Sta dicendo che proprio per la loro umanità imperfetta ma libera andranno incontro a sofferenze ed errori. Sta a loro trasformare i limiti in opportunità.   

Questo vale sempre. Vale anche e soprattutto per il matrimonio.  I limiti diventano occasione. E’ capitato che io abbia dovuto confessare alla mia sposa alcuni miei comportamenti sbagliati. Ho provato esattamente vergogna e paura. Lei è stata capace di non giudicarmi, di guardarmi con gli occhi di Dio. Questo ha trasformato tutto. La vergogna si trasforma in riconoscenza. La paura in voglia di ricominciare. La rottura in nuova sorgente di amore gratuito. Genesi racconta come siamo fatti. Non possiamo pensare di recuperare una perfezione che non abbiamo mai avuto. O meglio: possiamo essere perfetti nella nostra imperfezione quando lasciamo spazio a Dio nella nostra vita, nella nostra relazione e nella nostra famiglia.

Il matrimonio è immagine dell’amore di Dio che è perfetto. Non perchè siamo perfetti noi sposi, ma perchè la nostra imperfezione, i nostri errori, i nostri limiti e le nostre debolezze, quando vissuti nell’abbandono a Dio e nella Grazia di Dio, sono motivo per perdonare, per amare gratuitamente e senza merito alcuno il nostro coniuge. Questo è l’amore misericordioso di Dio. Questo è quell’amore di cui noi sposi siamo chiamati ad essere immagine.

Antonio e Luisa

Per acquistare i nostri libri L’ecologia dell’amore – Sposi sacerdoti dell’amore – Sposi profeti dell’amore

“O Signore nostro Dio, incoronali di gloria e di onore”

Cari sposi,

il vangelo di oggi ci riporta sul Golgota e ci pone ancora una volta ai piedi della croce sulla quale Gesù sta donando la vita per ciascuno di noi. A nostro fianco ci sono Maria, Sua Madre, la Maddalena e Giovanni. Assistiamo sgomenti, esterrefatti, paralizzati da tanto dolore e sofferenza proprio in Colui che ci ha amati dall’eternità ed è lì non è per sé stesso ma per noi. Vorrei focalizzarmi su una semplice frase del Vangelo che contiene un senso immenso per ogni credente ma in modo particolare per voi sposi ed è: “Se tu sei il Re dei Giudei, salva te stesso!”. Gesù stavolta non risponde non tanto perché non potesse – e sappiamo la sofferenza indicibile di un crocefisso di trovare il fiato anche solo per dire una parola – quanto perché non c’era bisogno: il Suo restare lì era già la risposta più esauriente. Proprio perché Gesù rimane sulla Croce dimostra che è il Figlio di Dio. Come mai sto dicendo questo? Se c’è uno che poteva evitare o almeno alleviare il dolore era proprio Gesù, il Dio fatto uomo, contava infatti su tutta la sua Onnipotenza per farlo, eppure non ha voluto. In effetti, l’amore di Cristo è stato talmente grande da restare, da rimanere in Croce per tre ore e infine da morire su di essa, consapevolmente e liberamente.

Questo rivela che solo chi sa possedersi, chi è padrone di sé, chi sa cosa vuole fare della sua vita, può amare davvero, può donarsi agli altri, può decidere come esprimere questo amore. Qui stiamo balbettando qualcosa sulla regalità di Cristo, una condizione che Lui ha regalato a ciascuno di noi a partire dal Battesimo e in voi sposi è stata rafforzata nel Matrimonio. Mi è molto piaciuta la sottolineatura che i nostri fratelli orientali fanno del matrimonio. Al di là del fatto che è un’unione legale tra uomo e donna, esso significa il riconoscimento da parte della Chiesa dell’unione che Dio ha già operato nelle vite degli sposi. Vale a dire che è la loro partecipazione misteriosa, alla dimensione divina del Regno di Dio, in cui Cristo è unito per sempre alla Chiesa.

È proprio per questa partecipazione, come ha sottolineato il Concilio Vaticano II, che voi sposi appunto siete coinvolti in tale unione (Cfr. Lumen Gentium 11) e grazie ad essa Cristo vi dona un modo nuovo di essere re, sacerdoti e profeti. In particolar modo nelle nozze questo viene evidenziato dal rito dell’incoronazione quando il celebrante ponendo sui capi dei nubendi dice: “O Signore nostro Dio, incoronali di gloria e di onore”. La corona che idealmente ricevete nel matrimonio è segno di gloria e onore, due parole gravide di un senso cristiano estremamente profondo. La gloria e l’onore sono parole sinonime nel mondo biblico. Per Gesù non significano il successo di aver fatto tutto bene, di aver lavorato in modo efficace e redditizio, non consistono nell’aver aggiunto plusvalenza alla propria impresa o essersi fatto un nome in ambito lavorativo. La gloria e l’onore sono la fecondità spirituale derivante dal dono della propria vita e Gesù ambisce ad esse e ne fa dono a voi sposi grazie al sacramento. Quanto onore e gloria ha ricevuto Gesù da quell’infamante morte in croce! Parimenti, quanto onore e gloria vi donate vicendevolmente ogni volta che decidete di amarvi con un amore oblativo come quello di Gesù!

L’onore e la gloria di Gesù derivano dall’appartenere al Padre, dalla sua dignità assoluta di Figlio amato ed Egli non vede l’ora che anche voi sposi ne siate pienamente consapevoli. Siete re, cari sposi, quando vi trattate come figli amati del Padre, quando i vostri gesti sono il riflesso della certezza di essere un riflesso per l’altro di un Amore superiore. Così, da quel momento voi avete una capacità di amare che attinge direttamente dal Cuore stesso di Gesù sulla Croce, in grado di diventare un dono reciproco per l’altro, anche quando la sensibilità è totalmente contraria e avversa. Perciò il dono regale nel matrimonio si manifesta nell’autocontrollo e nella vittoria sul peccato per dominare voi stessi e diventare dono a vicenda e per i vostri figli. Re e regine allo stile di Gesù nel donarvi intenzionalmente e deliberatamente lo stesso onore e la stessa gloria che ardeva nel Suo Cuore.

Per concludere, vi condivido che mi ha colpito il fatto che l’Esortazione apostolica Familiaris Consortio di san Giovanni Paolo II è stata firmata proprio il giorno di Cristo Re del lontano 1981. Lo interpreto come un segno che il suo insegnamento si possa considerare come un grande approfondimento dei tre doni battesimali (re, sacerdote e profeta) che in voi sposi sono vissuti e interpretati in modo originale. Per questo vorrei finire questa mia riflessione con l’ultimo paragrafo:

Cristo Signore, Re dell’universo, Re delle famiglie, sia presente, come a Cana, in ogni focolare cristiano a donare luce, gioia, serenità, fortezza. A Lui, nel giorno solenne dedicato alla sua Regalità, chiedo che ogni famiglia sappia generosamente portare il suo originale contributo all’avvento nel mondo del suo Regno, «Regno di verità e di vita, di santità e di pace, verso il quale è in cammino la storia” (Familiaris Consortio, 86).

ANTONIO E LUISA

Non voglio aggiungere molto alle parole di padre Luca che sono già così belle ed intense. Vorrei solo testimoniare cosa significa per me essere re nel matrimonio. E’ qualcosa che non ho compreso subito ma mi è servita tanto la relazione con Luisa. Essere re non ha nulla a che fare con il possedere Luisa, con assoggettarla ai miei desideri e al mio modo di pensare. Nulla di tutto questo. E badate che non è scontato capirlo. Tanti matrimoni falliscono proprio perchè l’altro non è come vorremmo che fosse. Attenzione. Io ho scoperto il mio essere re nel momento in cui ho deciso di abbandonarmi all’amore. Quando ho combattuto il mio egoismo e mi sono messo al servizio dell’amore, al servizio quindi di Luisa. Certo sbagliando ancora tantissime volte ma adesso so quello che voglio. Essere re significa avere lo sguardo di Gesù che è lì sulla croce e non pensa a sè stesso ma alle persone che ha accanto. Pensa a Maria e Giovanni affidandoli uno all’altra e pensa al buon ladrone. E’ quello sguardo che manifesta la sua regalità. E noi? Siamo capaci di quello sguardo?

Domenica e famiglia : un connubio possibile /48

(Solo il sacerdote, con le braccia allargate, continua:) Liberaci, o Signore, da tutti i mali, concedi la pace ai nostri giorni, e con l’aiuto della tua misericordia vivremo sempre liberi dal peccato e sicuri da ogni turbamento, nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro salvatore Gesù Cristo. (Congiunge le mani.)

Questa preghiera continua, sviluppa ed allarga l’ultima domanda del Padre Nostro esplicitandone meglio i contenuti, nella versione originale è più ricca facendo menzione della Madonna e dei Santi nonché specificando che i mali sono quelli passati, presenti e futuri ; nella nuova traduzione sopra riportata è stata fatta la scelta di abbreviare e sintetizzare molte preci. Nella prima parte di questa preghiera si parla di turbamento, traduzione italiana dell’originale “perturbatione“. Non chiede di liberarci dalle paure come qualche sacerdote azzarda inserendo abusivamente parole personali qua e là secondo il proprio gusto (cosa peraltro vietata esplicitamente dalle regole liturgiche ). L’originale latino può avere diverse accezioni come “disturbo, confusione e disordine” ma non “paura”. Il Signore ha voluto provare sulla propria pelle la paura nella Passione, perché mai il Padre dovrebbe toglierla a noi se nemmeno è stata risparmiata al Figlio di Dio?

I turbamenti a cui si riferisce sono quelli causati dal Maligno. Naturalmente il Battesimo ci ha ridato la vita di Grazia, ma ci ha lasciato le conseguenze del peccato originale, per cui non siamo immuni dalle concupiscenze, dalle tentazioni e dagli influssi diabolici… a quale sicurezza si riferisce la preghiera quando dice “sicuri da ogni turbamento”? La sicurezza di appartenere al Signore se si resta in Grazia di Dio, di stare nella “squadra del Vincitore”, per cui possiamo resistere agli assalti del nemico infernale non senza fatica e sudore e volontà, ma certi che contro di noi nulla può il tentatore se siamo in Grazia di Dio… è una dura lotta, è una battaglia che non ci abbandonerà fino alla morte, quando finalmente potremo riposare (non a caso lo chiamiamo eterno riposo) se vinceremo l’ultima e decisiva battaglia finale restando forti nella fede nel Figlio di Dio e sicuri nell’intervento della Sua Misericordia.

(Il popolo conclude la preghiera con l’acclamazione:) Tuo è il regno, tua la potenza e la gloria nei secoli.

Questa acclamazione acquista una forza ed un fascino tutto particolare se si canta con vigore soprattutto nelle Messe solenni, ancora una volta è tutto il popolo che unisce la propria voce alla perenne lode delle schiere beate del Paradiso.

(Il sacerdote, con le braccia allargate, dice ad alta voce:) Signore Gesù Cristo, che hai detto ai tuoi apostoli: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace», non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa, e donale unità e pace secondo la tua volontà. ( Congiunge le mani. ) Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. (Il popolo risponde:) Amen.

Fino a questo momento tutte le preghiere della Messa erano rivolte al Padre tranne questa che si rivolge direttamente al Figlio per invocare la pace; e si rivolge proprio a Colui che è La Pace, chiamato anche il Principe della Pace, Colui che riappacifica con il Suo sangue gli esseri della terra e quelli del cielo, ma la pace che porta Gesù NON è la pace che dà il mondo. Spesso il mondo intende la pace come la semplice assenza di guerre, ed in parte la comprende, ma la pace che dà Gesù è tutt’altra, è la riconciliazione dell’uomo con Dio. Quando l’uomo è riconciliato con Dio il suo cuore vive nella pace perché è stato perdonato, gli è stata usata misericordia, e se rimane in Grazia di Dio non esiste nulla che possa portar via dal cuore la pace di Cristo. Quando le famiglie hanno Cristo, hanno già tutto.

Care famiglie, concludiamo lasciandovi un breve scritto di S. Teresa d’Avila, diventato anche un canto famoso, che dice di questa pace del cuore:

In spagnolo : Nada te turbe, nada te spante, quien a Dios tiene nada le falta. Nada te turbe, nada te spante, solo Dios basta.

In italiano : Niente ti turbi, nulla ti spaventi, a chi ha Dio nulla manca. Niente ti turbi, nulla ti spaventi, solo Dio basta.

Cantatela in famiglia quando tutto sembra andare storto, oppure recitatela spesso perché Gesù è la nostra pace.

Giorgio e Valentina.

Non voglio fare certe cose. Sono bigotta?

Ciao Antonio e Luisa. Vorrei restare anonima. Una domanda molto personale. Mio marito mi chiede, durante il sesso, di fare cose che non mi piacciono e non penso siano sane. Il sesso anale è una di queste. Lui dice che io sono bigotta e che tutti fanno queste cose. Cosa posso fare?

Carissima c’è sicuramente un problema. Se tuo marito nell’intimità non trae soddisfazione dall’unirsi a te, ma da pratiche sempre più spregiudicate e, consentimi, deviate, c’è un problema. Non sei bigotta. Neanche io voglio fare il bigotto, quello che giudica i comportamenti sessuali delle persone, solo perchè si discostano da quello che prescrivono i manuali di morale. Non credo neanche che i manuali in questione trattino così nello specifico questi argomenti. Almeno io non ne sono a conoscenza. C’è però una domanda fondamentale che ogni coppia si deve porre. Lo deve fare per la propria felicità e realizzazione.

Abbiamo desiderio di unirci all’altro, di vivere un’esperienza meravigliosa attraverso il corpo che ci faccia sperimentare fusione e comunione , oppure cerchiamo altro?

Cerchiamo di mettere in pratica delle fantasie che abbiamo nella nostra testa, fantasie generate e nutrite da tutta la “cultura” pornografica che ci circonda e che spesso cambia e influenza in modo radicale la nostra idea di sessualità e di sesso? Detto in altre parole: l’unione intima con l’altro è il fine oppure un mezzo attraverso cui possiamo dare concretezza a quanto abbiamo visto fare da altri? Detto ancora in modo più chiaro: 

vogliamo amare o usare l’altro?

Dopo tutta questa premessa permettimi di arrivare ad una ovvia conclusione. Chi cerca di usare l’altro per ricercare il solo piacere nell’atto sessuale, non ne sarà mai pienamente soddisfatto e cercherà di andare sempre un po’ più oltre per sperimentare nuove modalità. Anche nei matrimoni, lo so per certo, è sempre più presente il sesso anale, perfino, in certi casi, lo scambio di coppia, oppure altro ancora. Non trovando una soddisfazione che può venire solo da un rapporto vissuto per unirsi in una comunione profonda all’altro, si cercherà di andare sempre un po’ oltre, illudendosi di avvicinarsi a un piacere da cui ci si sta invece allontanando. Non di rado questo modo di vivere la sessualità porterà la coppia nel tempo all’astinenza e al deserto sessuale. Spesso a lasciarsi. Perchè si rimane delusi e, solitamente, ci si accusa a vicenda.

Faccio un esempio. La nostra amica Luisa è ginecologa. Molto spesso ci rivolgiamo a lei per chiedere consigli ed aiuto quando non sappiamo bene cosa rispondere a certe domande. Lei ci ha confidato che sono sempre di più le donne che durante le visite si lamentano del marito o del compagno. Una lamentava l’insistenza del marito ad avere un rapporto anale con lei. Siate sinceri/e: secondo voi lui voleva unirsi a lei oppure usarla per mettere in pratica fantasie pornografiche? Io non credo ci siano dubbi.

Quindi tornando alla tua domanda ti rispondo chiaramente. Abbi la forza e il coraggio di dire no. Lo devi fare per te, per lui e per la vostra relazione. Parla con lui, iniziate un vero percorso insieme di recupero, che vi porti a vivere il rapporto per quello che è: la modalità più bella e più concreta che abbiamo noi sposi per esprimere attraverso il corpo l’unità dei nostri cuori. Riappropriatevi di una sessualità sana dove il piacere non viene da pratiche sempre più spregiudicate (piacere effimero, che dura molto poco e che non soddisfa mai fino in fondo, se e quando c’è) ma dal vostro amore che viene nutrito in una relazione fatta di tenerezza, cura e dono reciproco. Non c’è nulla di più bello che vivere un rapporto intimo che si consuma (si porta a compimento) nell’abbraccio dei corpi e nello sguardo reciproco che arriva dritto al cuore dell’altro. Questo è il vero piacere, molto più grande di un orgasmo provocato da una fantasia, che non unisce ma che rende sempre più soli e distanti.

Antonio e Luisa

Per acquistare i nostri libri L’ecologia dell’amore – Sposi sacerdoti dell’amore – Sposi profeti dell’amore

Piccolo diario spirituale di una coppia di neosposi

Siamo Andrea e Consuelo una coppia di sposi. Questo articolo è il primo che scriviamo per il blog. Vorremmo con questa riflessione, e con le prossime che ci saranno, condividere pensieri in libertà. Come vivono due sposi novelli dei nostri tempi il matrimonio e più in generale la fede? Come vivere nella propria comunità? Come rispondere alla nostra vocazione? Quanto è importante sentirci piccola chiesa nella grande Chiesa di Gesù? Questo è il filo conduttore con il quale vorremmo contribuire al blog matrimoniocristiano. Vorremmo condividere un piccolo diario spirituale raccontando le nostre sensazioni, emozioni, difficoltà e gioie. Sperando che nella nostra esperienza tanti possano riconoscersi e sentirsi meno soli e dentro un cammino condiviso.

Fatta questa premessa possiamo concentrarci sulla riflessione di oggi. Ci è stato chiesto, dopo pochi giorni dall’aver ricevuto il mandato di catechisti dal nostro parroco, di scrivere una meditazione sul quinto mistero della luce del Santo Rosario (l’istituzione dell’Eucarestia) che avremmo recitato insieme a bambini e genitori del catechismo di quest’anno. Io e Consuelo, come abbiamo già scritto, siamo sposati da poco più di un mese e già siamo stati chiamati a svolgere questo importante ministero come catechisti dello stesso gruppo di bambini nella parrocchia in cui ora abitiamo. Come primo articolo per il bellissimo blog di Antonio e Luisa, che ci hanno molto aiutato negli ultimi mesi di fidanzamento soprattutto, vorremmo condividere con voi la nostra meditazione che abbiamo scritto e letto in questo rosario coi bambini e genitori di catechismo. Per noi è stata un’esperienza importante,una delle prime che abbiamo fatto insieme come sposi. Per questo abbiamo scritto la nostra piccola meditazione con tanta emozione. Ecco la nostra piccola riflessione:

L’Eucarestia è il dono di sé stesso che Gesù fa a noi in ogni Santa Messa. Non andare a Messa, in particolare la domenica e le altre feste solenni, significa non dire grazie a Dio Padre per l’immenso dono che ci ha fatto nel consegnarci il suo Figlio, Gesù Cristo, nato-vissuto-morto-risorto per noi. Beato giovane Carlo Acutis, tu che hai ben compreso i misteri di questo amore, tu che sei stato catechista esemplare, coerente e impeccabile, prega per noi.

Pochi giorni dopo il rosario io e Consuelo abbiamo svolto, il primo incontro di catechismo coi bambini. È stato molto emozionante vederli all’ingresso della chiesa parrocchiale e spiegare loro le varie parti della chiesa, insegnargli che atteggiamento avere in chiesa, raccontare l’importanza del silenzio, fare il segno della croce, leggere i primi versetti del Vangelo di Marco, pregare insieme. Alcuni di loro vorrebbero fare i chierichetti, altre cantare nel coro delle bambine della domenica a Messa. Sentiamo già la ricchezza di essere in questo cammino. Speriamo con il tempo di vivere in modo sempre più fecondo il nostro amore e la Grazia che scaturisce dal sacramento. È importante per la nostra personale salvezza e ci auguriamo possa essere una piccola goccia di amore e concorrere alla bellezza della nostra Chiesa. Chiediamo a chi sta leggendo questo articolo, per cortesia, di dire una preghiera per noi, per svolgere come Dio vuole, questa piccola missione che ci è stata affidata. Ve ne saremo infinitamente grati. Al prossimo articolo.

Andrea e Consuelo

La crisi di mezza età può rovinare tutto

La crisi di mezza età esiste. Io credevo fosse una specie di leggenda metropolitana, di modo di dire. Non credevo fosse qualcosa di reale che colpisce moltissimi uomini. Spesso tra i 40 e i 50 anni. Padre Francesco che da un po’ ci segue me l’ha sempre preannunciata. Mi ha sempre detto che anche io probabilmente avrei prima o poi dovuto affrontare questo momento di crisi. Mi sono informato con amici psicologi e sul web e sembra che sia una situazione molto comune.

Come d’abitudine non voglio fare quello perfetto. Questo blog funziona proprio perchè abbiamo deciso con Luisa di mettere in piazza, diciamo così, anche le parti meno belle di noi, le nostre difficoltà e le nostre fragilità. Io ho 47 anni e credo di essermi trovato, e forse ancora un po’ ci sono, nel mezzo di questa crisi. Fortunatamente ho costruito una relazione forte e bella con Luisa. Ho avuto modo di prepararmi. Quindi non mi ha colpito in modo troppo forte. Ma la percepisco abbastanza.

Cosa succede a me e a tanti altri uomini che si trovano verso i 50? Ho deciso di scrivere questo articolo perchè spesso le donne non se ne rendono conto e i mariti si vergognano un po’ a parlarne. Succede che tutto d’un tratto, non in modo graduale ma improvvisamente, ed è questo che ci fa particolarmente barcollare nelle nostre sicurezze, prendiamo coscienza di stare invecchiando. Non siamo più i ventenni che credevamo di essere. Voi direte bella scoperta. Eppure è un trauma. Questa consapevolezza arriva e ti colpisce. Rischia di affondarti. Non siamo più quelli di prima e il nostro corpo ce lo dice.

Per la donna non è così. Lei vive continuamente il cambiamento sul proprio corpo. Ne prende consapevolezza più gradatamente e prima di noi. La donna ha un orologio biologico che la tiene ancorata alla realtà del tempo che passa. Le mestruazioni, il ciclo, la fertilità e poi il lento ma costante “declino” verso il climaterio e la menopausa, la preparano.

Non vedete quanti uomini sulla cinquantina tendono ad “impazzire”? Cominciano a vestirsi e parlare in modo giovanile cercano divertimenti e fuga dalla realtà. Non sono impazziti. Sono semplicemente entrati in questo periodo necessario per fare quel salto di qualità che va fatto. Un periodo necessario ma pericoloso. Quanti matrimoni saltano per queste situazioni non comprese. Per dei colpi di testa. La coppia diventa il primo problema dell’uomo in crisi. Quella donna che ha accanto d’un tratto non è più così desiderabile, non si sente più ardere di desiderio verso di lei. Inizia a non sopportare i segni del tempo sulla moglie. Questo perchè la moglie diventa uno specchio. Questa è psicologia non è una mia supposizione. E’ studiata. Nel corpo della moglie scorge i suoi difetti, il suo invecchiamento.

Tutto ciò è problematico. Può rovinare tutto. Io ci sono dentro e mi succede, fortunatamente non spesso, di avere questi pensieri verso mia moglie. Quest’estate ad esempio mi è successo forte. Nel vedere in spiaggia tante giovani donne con corpi belli e sodi sono entrato in crisi e non sono riuscito per un periodo a vedere la bellezza di mia moglie. Ora ne parlo tranquillamente ma lì per li mi sono un po’ spaventato. C’è anche una soluzione. Il matrimonio stesso è la soluzione. Mia moglie non mi piace in determinati momenti? E’ lì che sono chiamato a donarmi più di prima. Ad abbracciarla e a mantenere quel contatto fisico che è fondamentale. A volere l’intimità con lei. Certo all’inizio non mi viene spontaneo ma lo faccio perchè Luisa è l’amore per me ed in lei, attraverso la nostra relazione, posso fare un’esperienza incredibile. Sempre. Con la tenerezza, con il dono e la cura reciproca, è più facile riuscire a scorgere di nuovo la bellezza della mia sposa. Perchè lei è bella, è meravigliosa. Sono io che non riesco sempre a vederla come tale. Il problema non sta in lei ma in me. E’ importante prenderne coscienza per poi non nascondere questo problema ma affrontarlo e superarlo. Fondamentale la complicità e l’alleanza tra sposi. Bisogna parlarne. E’ necessario che nostra moglie diventi il nostro più importante sostegno. Noi uomini dobbiamo quindi parlarle sinceramente e le nostre spose devono accogliere questa difficicoltà senza offendersi e prenderla sul personale. Perchè, come ho già scritto, il problema non sono loro.

Solo così questa crisi di mezza età può essere l’occasione per affrontare e curare quelle ferite che ancora ci portiamo dietro. E’ l’ultima grande battaglia con noi stessi (quello che mi ha sempre detto padre Francesco e lui ne ha seguiti tanti di mariti), la battaglia che ci permetterà di diventare persone migliori e risolte nei nostri nuclei di morte che ancora abbiamo. Io ho la fortuna di avere una moglie meravigliosa che mi rende il compito più facile standomi accanto e sopportando i miei limiti. Questo mi permette di continuare a vederla meravigliosa. Ricordate: impegnatevi a fondo per il vostro matrimonio è la ricchezza più grande che Dio vi ha dato.

Antonio e Luisa

Per acquistare i nostri libri L’ecologia dell’amore – Sposi sacerdoti dell’amore – Sposi profeti dell’amore

Sposi, non abbiate paura, aprite, anzi, spalancate il cuore a Cristo!

Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo (Ap 3,1-6.14-22) <<Io Giovanni, udii il Signore che mi diceva: […] All’angelo della Chiesa che è a Laodicèa scrivi: “Così parla l’Amen, il Testimone degno di fede e veritiero, il Principio della creazione di Dio. Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca. Tu dici: Sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla. Ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo. Ti consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, e abiti bianchi per vestirti e perché non appaia la tua vergognosa nudità, e collirio per ungerti gli occhi e recuperare la vista. Io, tutti quelli che amo, li rimprovero e li educo. Sii dunque zelante e convèrtiti. Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. Il vincitore lo farò sedere con me, sul mio trono, come anche io ho vinto e siedo con il Padre mio sul suo trono. Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese”>>.

Questa settimana la Chiesa ci propone la lettura di vari brani tratti da un libro che non è molto usato nelle catechesi, come se fosse una miniera poco usata ma che contiene moltissimi insegnamenti e verità di fede. Ci sembra utile sottolineare che le visioni raccontate in questo libro san Giovanni le ebbe con molta probabilità durante la prigionia, ma soprattutto forse durante momenti di preghiera intensa nel giorno del Signore, in quella che noi chiamiamo Messa Domenicale. Abbiamo volutamente tagliato il testo perché non bisogna mai mettere troppa carne sul fuoco, infatti già il brano riportato necessita di essere preso a piccole dosi ma masticato bene.

Ci concentreremo su due spezzoni di frasi che apparentemente sembrano slegate tra loro, ma che in realtà si compenetrano a vicenda.

<<Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca.>> Sono parole perentorie, che non lasciano spazio a fraintendimenti, sono parole infuocate d’amore, che vogliono scuotere l’animo umano per destarlo dalla tiepidezza in cui molte anime vivono.

Noi spesso commettiamo peccati nel nascondimento, lontano da occhi indiscreti, nel segreto del nostro cuore con i nostri pensieri, oppure nel segreto delle nostre stanze, col favore del buio, delle tenebre, perché in fondo ci illudiamo che nessuno ci veda, soprattutto ci autoconvinciamo che nessuno lo sappia; mentre invece possiamo nascondere tutto a tutti ma non a Dio, Lui conosce persino i nostri più piccoli e reconditi pensieri, nulla sfugge al Creatore, ed in questa frase ce lo ricorda con tanta chiarezza casomai avessimo a dimenticarlo.

In seconda battuta poi, ci mette in guardia dalla tiepidezza dell’anima che non permette gli slanci della santità ma si accontenta e si bea dei risultati raggiunti dandoci l’illusione di essere arrivati a chissà quale grado di santità! Ed è così che molte coppie di sposi cristiani si accontentano della Messa Domenicale senza provarvi il gusto di parteciparvi almeno una volta infrasettimanale… altre si accontentano della omelia della Domenica come unica fonte di catechesi… molti sono gli sposi che si limitano ad un segno di croce alla mattina ed uno alla sera senza mai provare ad andare oltre… ci sono tante occasioni per uscire dalla tiepidezza: ritiri per coppie, seminari su un tal argomento, week-end di spiritualità, cenacoli di preghiera, cicli di conferenze e/o catechesi, libri di spiritualità e di vita cristiana per tutti i gusti, le Quarantore di adorazione Eucaristica, tridui dei morti, novene in preparazione a qualche solennità, processioni… e chi più ne ha più ne metta; la vita cristiana non ha nulla da invidiare a nessun’altra realtà in quanto a varietà di scelta pur nella medesima strada.

La vita cristiana dei fratelli nella fede assomiglia ad un viaggio in famiglia… c’è chi è impegnato alla guida, chi cerca sulla cartina la strada giusta, chi si gode il panorama fiducioso dell’autista, chi altrettanto fiducioso dorme sul sedile posteriore, chi sta attento alla guida pronto a richiamare l’autista alla prudenza, chi è impaziente di arrivare ed ogni due minuti chiede a che punto si è, chi caccia fuori dal finestrino la testa per godere del vento in faccia, chi ama accendere il condizionatore e chi preferisce il vento tra i capelli, chi ama le soste all’autogrill e chi preferisce fare lunghe tratte e fermarsi solo quando necessario, chi ama cantare per ammazzare il tempo e chi vuole ascoltare la musica alla radio, chi non parla mai e chi non sta mai zitto… MA tutti sullo stesso veicolo per lo stesso viaggio verso la stessa meta, con le stesse intenzioni ma con approcci diversi.

Cari sposi, il Signore non ci vuole tiepidi, Lui ci ha scelti come Suoi ambasciatori nel mondo per dire con il nostro amore sponsale che Lui ama sempre e comunque l’uomo e che Cristo e la Sua Chiesa sono inseparabili. Ma per portare a termine questo compito ha bisogno di sposi forti nella fede, tenaci e temperanti, virtuosi e coraggiosi, uniti in un solo cuore ed un solo corpo come la Chiesa è unita al Cristo poiché ne è il Suo corpo mistico.

Il Signore ci vuole portare sempre più in alto in ogni senso: << Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. >>; è un chiaro, dolcemente pressante, invito ad aprire questa famosa porta del cuore, la quale ha solo la maniglia all’interno. Il Signore è rispettoso e non la forzerà mai, poiché la maniglia è solo all’interno solo noi possiamo aprirla quando ci decidiamo a farlo. Ma la parte più bella è che quando noi la apriamo Lui viene e cena con noi; questa cena è simbolica poiché si rifà alla cena che si era soliti fare per siglare un patto di alleanza tra l’ospite e l’invitato, o comunque invitare a cena qualcuno è simbolico di aprire la nostra vita all’invitato, di voler costruire un rapporto o di consolidarlo… e Gesù usa questa immagine della cena per dire tutto ciò, perché non vede l’ora di entrare nel nostro cuore e diventarne il Re.

Coraggio sposi, non lasciamoci ingannare dal mondo che ci vuole appiattire tutti allo stesso livello, con la dittatura del pensiero unico ci rende schiavi del suo potere con delle catene infernali mentre invece Gesù ha spezzato queste catene con la Sua Risurrezione.

Sposi, non abbiate paura, aprite, anzi, spalancate il cuore a Cristo!

Giorgio e Valentina.

Per acquistare i nostri libri L’ecologia dell’amore – Sposi sacerdoti dell’amore – Sposi profeti dell’amore

Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo (e nella tua coppia)!

Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo! Recita una famosa frase di Gandhi. Ebbene da diversi anni ho preso alla lettera questo prezioso pensiero. Anche per questa frase sono diventato un missionario e mi occupo dei poveri nella Missione di Speranza e Carità che ospita in gratuità 600 persone fragili. Il motore principale è certamente la fede che ho in Cristo, ma di fatto, essendo molto impegnato ad “aggiustare” il mondo, ho tralasciato la persona che mi è più prossima cioè mia moglie. Prima del matrimonio, da fidanzato la corteggiavo quasi quotidianamente, ero molto tenero e cercavo di farle diversi piccoli ma continui regali come fiori o dolcini.

In realtà, l’inclinazione a lasciarmi coinvolgere da tanti pensieri e problemi mi appartiene da sempre. Tutto questo coinvolgimento nella missione mi ha portato pian piano a dimenticare la buona pratica di corteggiare Barbara. Preso dalle cose da fare nella vita missionaria e soprattutto l’ho data per scontata e ho investito con il contagocce nel nostro rapporto d’amore. In realtà ho sbagliato, perché, come ho appreso dal corso Intercomunione delle famiglie, il rapporto d’amore va coltivato ogni giorno, con gesti di tenerezza, doni, pensieri. Se riflettiamo bene il nostro prossimo, più prossimo, è proprio nostra moglie, ma per cambiare ciò che è intorno a noi dobbiamo cambiare noi stessi. Che senso avrebbe essere importante in missione, fare tante belle cose per i poveri, e avere accanto mia moglie che non è soddisfatta, che non sente la mia presenza e il mio aiuto nelle sue povertà e nei suoi bisogni? Che senso avrebbe avere riconoscimenti in missione e poi avere accanto una moglie indifferente?

Quante volte leggiamo di persone potenti che pur avendo tutto, passano da un matrimonio all’altro senza trovare mai un minino di pace, Qui ci viene in aiuto la parola di Dio, Matteo 19,4-6 “Egli rispose: “Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne? Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto.Di questi tempi ci si separa sempre di più, a volte per sciocchezze, perché non si sa affrontare una prova o perché si trova una persona che sembra più affasciante. Quindi quando ho sentito le testimonianze di Antonio e Luisa e di altri educatori del corso di Intercomunione delle famiglie, che dicevano che ogni giorno occorreva manifestare il proprio amore al coniuge anche sforzandosi perché non sempre viene naturale, sono rimasto colpito. Devo dire che queste parole, assieme ai vari spazi di preghiera molto intensi, al momento di condivisione tra mariti, hanno irrigato il mio spirito e, una volta tornato a Palermo, mi sono detto: “ma perché davo fare vincere le incomprensioni e aspettare che sia sempre lei a fare la prima mossa verso di me?”

Inoltre, sempre durante il corso, ci hanno spiegato quanto le donne gradiscano essere corteggiate, avere tenerezze continue, parole solo in apparenza scontate a banali, come un semplice come sei bella, invece sono intrise di verità profonde.  Mi sono detto: “divento io il cambiamento che voglio nella coppia, comincio da me!” Quindi ho cominciato a corteggiare mia moglie prendendo una volta una bella rosa di plastica, altre volte fiori e piantine grasse che tanto ama. Nel portarle il caffè le ho preparato un bel vassoio con un fiore, accompagnato da biscottini. Insomma ogni giorno cerco di scriverle un pensiero, o di prepararle una sorpresa. Cose molto semplici ma che possono cambiare la relazione. Mi sono ripromesso di avere almeno un momento al giorno per farle sentire il mio amore, mi sforzo di essere più paziente, di essere più gioioso. Devo dire che mi viene più facile essere gioioso perché il pensiero di farle un regalo, inventarmi qualcosa, mi fa avere un umore positivo, ed è proprio vero che amare fa bene. Devo dire che mia moglie si è accorta del mio cambio di umore e quindi anche lei è più serena e tante volte in più scherziamo e ridiamo come sciocchi abbracciandoci, ma con la gioia nel cuore per questa maggiore serenità ritrovata.

Naturalmente questa nuova visione arriva da una consapevolezza che l’amore va coltivato, quindi ho cominciato a leggere libri sulla coppia, ma soprattuttoho iniziato a pregare con ancora più intensità, a digiunare e compiere opere buone e ho chiesto a Dio la forza per essere io il cambiamento nella coppia. E devo dire che ho posto bene le mie speranze, d’altronde il salmista ci dice nel salmo 120, 1-2 :  “Alzo gli occhi verso i monti: da dove vi verrà l’aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore egli ha fatto cielo e terra”. Nonostante i mille pensieri che ho ogni giorno per le persone che chiedono aiuto, per le persone che hanno bisogno ma sono violente e che devo calmare, per i politici che devo sentire per questo o quel problema da risolvere, per le interviste che servono a scuotere le coscienze ma anche a dare speranza, ho sempre uno o più pensieri per Barbara mia moglie e devo dire che è sicuramente una grazia di Maria Regina della Famiglia che ci custodisce e che mi aiuta a non dimenticare la cura di mia moglie. Affidiamoci alla Madonna, ma noi mettiamoci di impegno e buona volontà per essere noi quel cambiamento intorno a noi, con il nostro sposo/a, ma anche per fare incontrare la fede a quante più persone possibili. E noi sposi, solo amandoci con tutto il cuore, possiamo essere testimonianza concreta dell’amore di Dio su questa terra e regalare speranza. Se poi pratichiamo anche con frequenza la carità, ci mettiamo in cammino verso la santità!

Riccardo Rossi

Assicura la tua casa

Cari sposi,

di recente conversando a cena con una coppia giovane, ho fatto una domanda provocatoria: “quando è stata la volta che lui ti ha deluso?” Al che si sono guardati intensamente ma non riuscivano a proferir parola. Ecco a voi una coppia ancora nel bel mezzo della favola dei primordi. Gli apostoli stanno decantando al Maestro gli splendori del Tempio di Gerusalemme (come se non ne conoscesse fino all’ultimo ogni granello di polvere…). Ed in effetti un po’ di ragione per essere orgogliosi del loro centro spirituale gli apostoli ce l’avevano. Il Tempio di cui parla il Vangelo era il cuore della vita religiosa e politica degli Ebrei. Non esiste per noi cristiani nulla che ci faccia accostare tale edificio a qualcosa di nostro, non regge nemmeno il paragone con San Pietro perché da come leggiamo nel libro dell’Esodo (cfr. Es 35, 34-35) il Signore abita la parte più interna, “poggia i suoi piedi” sul coperchio dell’Arca dell’Alleanza. Forse, per farcene un’idea, immaginate con quale fede e sacralità visiteremmo l’unica chiesa al mondo contenente l’Eucarestia! Questo per far capire la fierezza e considerazione di ogni un pio israelita al pensare al suo grande e maestoso luogo di culto. Ebbene, quel tempio costruito già dopo il ritorno dall’esilio di Babilonia e sontuosamente ampliato dal re Erode nel 64 a.C., fu totalmente distrutto per volere dell’imperatore romano Tito nel 70 d.C. e da allora non rimase che solo un muro di contenimento, ad oggi comunemente chiamato “muro del pianto”.

Un bel paragone della vita di coppia! Si inizia con tanto fervore e gioia per poi scivolare nella crisi o in un grigiore apatico. Oppure fino alla distruzione di tutto. Ma che è successo a quel tempio di cui si parla nel Vangelo? È stato demolito per sempre per mano delle Legioni romane? Sì ma solo in apparenza, perché il tempio non era fatto solo di pietre, per quanto ben squadrate, intagliate e sapientemente assemblate tra loro, ma poggiava in realtà su Cristo. Il cuore del Tempio, sia quello ebraico, come le nostre chiese, hanno al loro centro la Presenza di Dio. Possono venire rase al suolo ma Cristo rimane e rimarrà sempre la pietra d’angolo, il pilastro inamovibile che nessuna mano d’uomo potrà scalfire. Dice in modo solenne il Concilio Vaticano II che voi sposi “partecipate e significate il mistero di unità e di fecondo amore che intercorre tra Cristo e la Chiesa” (Lumen Gentium 11). Essere parte e contenere il significato di un Amore così grande è senza dubbio la roccia incrollabile che tiene in piedi il vostro edificio spirituale che è appunto il matrimonio.

Ecco allora che voi coppie siete chiamate a costruire il vostro edificio su questo caposaldo. Lunedì con Antonio e Livia si è tenuta la consueta serata di Matrimonio Cristiano, stavolta in compagnia di Alessandra Lucca. Tra le tante cose dette, una cade proprio a fagiolo. Alessandra ha testimoniato come nella sua vita di coppia ci sono stati tanti crolli ma sotto lei e Francesco c’erano solide fondamenta – Cristo appunto – di modo che un crollo, dicasi delusione, amarezza, insoddisfazione, tribolazione, prova… non possono mettere la parola fine a una coppia, a una famiglia. Cari sposi, Gesù nel Vangelo in definitiva vuole darvi tanta speranza e sicurezza che avendo Lui al centro della relazione potete affrontare tutte le situazioni negative elencate ma restare saldi.

ANTONIO E LUISA

In questo caso non posso che raccontare come io abbia visto tutto quello raccontato da padre Luca concretizzato nella mia vita. Come ho già testimoniato tante volte, i primi anni di matrimonio non sono stati per noi facili. Luisa non ha dovito solo occuparsi di due bambini piccoli (all’epoca ne avevamo due) ma anche della mia negatività. Ha dovuto sopportare anche il mio malessere. Mi sentivo stretto in quella vita carica di responsabilità, di stress e di impegni, e riversavo su di lei tutta la mia frustrazione. Quando nei vari incontri tiriamo fuori questa storia le viene immancabilmente chiesto perchè non ha messo in discussione la nostra relazione. Lei risponde con un’affermazione tanto semplice quanto disarmante: sapevo che la mia vita me la giocavo nel matrimonio. Non ho mai messo in discussione Antonio e lui non ha mai messo in discussione me. Avevamo entrambi la consapevolezza che la soluzione andava cercata nella coppia perchè lì c’era Gesù e non fuori da essa. L’abbandono ci avrebbe reso solo più deboli e fragili.

Per acquistare i nostri libri L’ecologia dell’amore – Sposi sacerdoti dell’amore – Sposi profeti dell’amore

Saremo giudicati sull’amore

Cari sposi,

siamo ormai in dirittura d’arrivo nell’anno liturgico, fra una settimana celebreremo la Solennità di Cristo Re dell’Universo. Se l’anno liturgico rispecchia l’iter della vita cristiana, allora tale ricorrenza ci ricorda che un giorno saremo tutti giudicati da Gesù, come ci ricorda il Simbolo di fede che professiamo ogni domenica. Quando eravamo a scuola, prima degli esami o interrogazioni, si usava prepararsi assieme tra compagni tentando di indovinare il tipo di domande, gli argomenti, gli eventuali trabocchetti dei prof, ecc. Qui non c’è nulla di tutto ciò, non serve, praticamente inutile perché la domanda già la sappiamo da molto tempo: l’esame a cui ci sottoporrà il Signore sarà sull’amore, sulla carità evangelica di cui Lui ci ha dato somma testimonianza. Ci sono due grandi punti di riferimento per “snocciolare” la carità che ci chiede Gesù, al contrario rimarremmo tutti con dei bei propositi ma non riusciremmo a scendere sul concreto.

Anzitutto c’è l’Inno alla carità di San Paolo (cfr. 1Cor 1, 4-7) e poi il Vangelo del Giudizio di Matteo 25. Nel primo caso vediamo che esso è stato esemplarmente commentato da Papa Francesco in Amoris Laetitia, specificamente nel Cap. IV, rappresentando il cuore di tutta l’esortazione apostolica. Come in un poliedro dai numerosi lati, ora enumero le grandi qualità della carità che Gesù per primo ha vissuto nei nostri confronti. Anzitutto nella Lettera di San Paolo troviamo che la carità ha tante implicanze: la pazienza, la benevolenza, l’umiltà, l’amabilità, la generosità, il perdono, il rallegrarsi per il bene altrui, la fiducia, la sopportazione; mentre nel Vangelo di Matteo, la carità soddisfa e parte dai bisogni primari come la fame, la sete, il coprirsi dal freddo, l’accoglienza, la vicinanza nelle difficoltà… entrambi i testi mostrano una carità molto concreta e al tempo stesso profonda, elevata, spirituale.

Penso sia per voi importante chiedervi spesso, fare un bell’esame di coscienza con l’aiuto dello Spirito Santo, su come state amando il coniuge, se vi ritrovate in queste caratteristiche o piuttosto la routine, la fretta, le distrazioni stanno opacando la qualità del vostro amore. Da osservatore esterno di tante coppie, penso proprio a quante occasioni vi offre la vita di coppia per praticare la carità! La vita coniugale è una palestra dalle mille sfaccettature per amare come Gesù ci ha amati. Ritengo che sia proprio bello per voi sposi sapere di poter seguire Gesù così da vicino, le occasioni davvero non vi mancano se le sapete vivere con il cuore, consapevolmente e con la giusta intenzione. Per chi volesse contemplare ancora più da vicino ogni singola caratteristica della carità sponsale vi invito a seguire le catechesi di Don Renzo Bonetti proprio a questo riguardo.

Cari sposi, vorrei davvero esprimervi tutta la mia stima e ammirazione per provarci e riprovarci ogni giorno a incarnare questo modo di amare, consapevole di quanta pazienza e sforzo richieda, in mezzo alle vostre mille occupazioni e preoccupazioni. Ma anche certo dei frutti eccellenti che può dare nella vostra relazione, nella vostra famiglia e attorno a voi.

Padre Luca Frontali

Per acquistare i nostri libri L’ecologia dell’amore – Sposi sacerdoti dell’amore – Sposi profeti dell’amore

Regaleresti un’auto al tuo fidanzato? E allora perchè il tuo corpo sì?

Oggi prendo spunto dalla bellissima diretta che Alessandra di 5p2p ci ha concesso solo pochi giorni fa. Dalle sue riflessioni molto schiette e dirette esce fuori sempre qualcosa si estremamente profondo. Parliamo di nuovo di castità. La domanda che pone Alessandra è molto semplice: voi sareste disposti a farvi garanti di un mutuo per una persona che conoscete da poco? Regalereste un’auto nuova al vostro fidanzato? Probabilmente, certo esistono sempre le eccezioni, rispondereste di no. Perchè? Perchè giustamente vi sembrerebbe un impegno eccessivo rispetto all’importanza della relazione che avete iniziato con quella persona.

La stessa cosa vale per il vostro corpo. Oppure credete che il vostro corpo valga meno di un’auto o del vostro conto in banca? Perchè se fosse così smettete pure di leggere questo articolo, non vi direbbe nulla di interessante. Se invece sapete che voi siete il vostro corpo. Sapete che il vostro corpo è parte di tutta la vostra persona e che non si può scollare dall’anima. Sapete che corpo ed anima formano infatti una cosa sola che siete voi, che sono io, che è ogni persona del mondo. Ecco, se credete questo, possiamo procedere con la riflessione.

Una piccola digressione personale. Quando incontrai Luisa ricordo bene che mi colpì un suo atteggiamento in particolare. Ero da poco con lei. La invitai a casa e dopo cena le chiesi di lavare i piatti. Lei mi disse di no perchè quella non era casa sua. Sembra una scemenza ma con il senno di poi ho capito che voleva lanciarmi un messaggio, racconta tanto di come sia stata costruita la nostra relazione. Non parliamo poi del sesso. Durante i primi mesi di relazione ci provai in ogni modo senza ottenere mai nulla. Per merito suo, sia chiaro. Io venivo da una delusione d’amore. Dopo aver corteggiato per mesi una ragazza, entrai in un vicolo cieco, nella cosiddetta friendzone. Dopo quella delusione incontai altre ragazze. Con alcune di queste mi rendevo benissimo conto che sarebbe bastato davvero poco per portarmele a letto. Non feci mai quel passo. Non volevo. Perchè mi sembrava qualcosa di troppo facile e non mi piaceva. Non ne ero consapevole ancora, non avevo un’alta moralità o chissà quale maturità. Semplicemente credevo di meritare di più. Percepivo in modo confuso come quel piacere di un momento non valeva il mio corpo. Ed ero consapevole che il corpo non andava dato così alla prima disposta a concedersi senza nessuna responsabilità o impegno. Il mio cuore mi diceva di aspettare. E ho fatto bene. Poi è arrivata Luisa che mi ha conquistato proprio con la sua consapevolezza e la sua richiesta di impegno. All’inizio mi piaceva ma come me ne piacevano tante. Mi ha conquistato per come si è relazionata con me. Questa è solo la mia esperienza ma ricalca perfettamente quello che ci ha raccontato Alessandra nella diretta social. Luisa ha voluto mantenere un contatto fisico proporzionale alla nostra compromissione nella relazione. Più ci prendevamo impegni reciproci e più poteva aumentare il contatto fisico. Fino ad arrivare al dono totale del corpo dopo il matrimonio. Abbiamo fatto esperienza di quello che ha raccontato Alessandra.

Alessandra ha affermato in modo molto semplice che esistono diversi gradi di responsabilità. Esistono le persone che conosciamo di vista, i conoscenti, gli amici, gli amici più intimi, il fidanzato/la fidanzata, il marito/la moglie. Ognuno di questi gradi comporta una responsabilità diversa. Alessandra lo racconta bene nel suo libro a cui vi rimando. Riporto velocemente l’esempio da lei proposto. Siamo solo amici e ci frequentiamo insieme ad altre persone. Abbiamo un livello di responsabilità l’uno verso l’altra molto basso quindi anche il contatto fisico è molto limitato. Non è forse così? Con il tempo magari ci conosciamo meglio, iniziamo a cercarci con lo sguardo, poi parliamo sempre di più, ci conosciamo meglio, iniziamo ad uscire solo io e te. Con l’aumentare della responsabilità aumenterà anche l’intimità fisica. Si passerà dal darsi un bacio sulla guancia a tenersi per mano, poi a baciarsi davvero. Insomma al crescere della responsabilità cresce anche l’intimità e il contatto fisico tra di noi. Fino ad arrivare al contatto fisico più completo e profondo che è l’amplesso. Amplesso che corrisponde alla responsabilità massima della relazione. Cosa significa? Dono la mia vita a te. Tutto di me e te lo dico con il corpo. Questa dovrebbe essere la dinamica di una relazione sana. Spesso invece le relazioni non seguono questa logica e succedono poi i casini e i problemi. Il sesso senza la responsabilità porta ad usarsi. La responsabilità senza un adeguato contatto fisico porta a vivere la relazione come solo dovere senza la gioia che lo dovrebbe accompagnare. In entrambi i casi la relazione soffre e spesso muore.

La castità dovrebbe essere affrontata con queste premesse e con queste riflessioni. Non serve nulla dire ai ragazzi, ai nostri figli, che fare l’amore prima del matrimonio è peccato mortale. Sai cosa gliene frega di un concetto così fuori dal tempo e per loro incomprensibile. Il peccato mortale esiste ma manca completamente la piena avvertenza. I giovani di oggi non credono di fare nulla di male a vivere il sesso in modo leggero e spensierato. Non sanno che in questo modo si incasinano la vita. Sta a noi cercare di rendere chiaro il concetto che sta dietro la richiesta della castità. come fanno da anni Alessandra e Francesco. Purtroppo spesso anche noi adulti, educatori, genitori, sacerdoti, non sappiamo come educare alla castità e spesso non ne comprendiamo neanche l’urgenza e l’importanza. Mi piace concludere con un pensiero tratto dal famosissimo romanzo Il gattopardo, da cui è stato tratto un film ormai entrato tra i classici del cinema italiano.

Quando furono diventati vecchi e inutilmente saggi i loro pensieri ritornavano a quei giorni con rimpianto insistente: erano stati i giorni del desiderio sempre presente perché sempre vinto, dei letti, molti, che si erano offerti e che erano stati respinti

Un modo molto poetico, forse un po’ antico ma per questo molto affascinante, di raccontare la castità. Il desiderio non finisce ma al contrario si continua ad alimentare proprio perchè non realizzato. Un desiderio che cresce fino al giorno delle nozze quando finalmente nel dono totale ci si può abbandonare anche all’amplesso che è immagine dei due cuori degli sposi fusi in uno. Come il loro corpo che diventa uno. La prima notte di nozze diventa così non qualcosa di già vissuto ma una novità che rappresenta l’inizio di una nuova vita e di un legame indissolubile.  Per noi è stato proprio così. Ed è quello che cerchiamo di testimoniare con la nostra vita e anche con i nostri articoli.

Antonio e Luisa

Per acquistare i nostri libri L’ecologia dell’amore – Sposi sacerdoti dell’amore – Sposi profeti dell’amore

Per sempre è scritto sui muri e nel cuore

Sarà capitato a tutti di viaggiare in auto e di leggere su qualche muro questa frase o una simile: “Ti amerò per sempre!”; tralasciando che non è buona cosa imbrattare i muri, rimane il fatto che mi ha dato modo di riflettere sull’innamoramento (interessante anche l’amore che i giovani si promettono chiudendo i lucchetti sul ponte Milvio a Roma). Io mi ricordo che da adolescente tornavo da scuola e se ero in ritardo per uscire con la fidanzata nemmeno mangiavo, tanto era importante; cioè a un bisogno primario come il mangiare o riposarmi, mettevo davanti qualcosa che per me era a un livello ancora superiore. Come mai è così bello essere innamorati? Come mai da innamorati anche una giornata piovosa di novembre risulta emozionante? In effetti non ho mai sentito dire a due persone: “Ti amerò per i prossimi 2 mesi”, oppure “Voglio rimanere con te fino a quando mi va”, perché quando siamo in questa dimensione vorremmo che il tempo si fermasse e che il nostro star bene durasse all’infinito, “Per Sempre”, appunto.

L’innamoramento, infatti, ha in se’ un’intuizione di pienezza, per questo è così travolgente: in quell’esperienza c’è qualche cosa dell’Assoluto, di divino. Tuttavia dovremmo innamorarci anche di Chi ci ha donato quella persona accanto e non si può parlare del “Per sempre” lasciando fuori Dio, perché non c’è la vera felicità. Quando escludiamo Dio dalla nostra relazione, rischiamo di sbagliare strada, perché non possiamo chiedere il “Per sempre” a chi non ce lo può dare (e d’altra parte neanche io lo posso dare). Non a caso in Paradiso non saremo più marito e moglie, semplicemente perché il “Per sempre” su questa terra è segno di quello che saremo, cioè saremo sposi di Qualcun altro che racchiude perfettamente il maschile e il femminile (quindi non avrebbe senso continuare il matrimonio terreno).

È bene notare che il “Per Sempre” non è solo il futuro, ma anche il passato, perché Dio è sempre stato innamorato dell’umanità: aveva dato in gestione il giardino dell’Eden e la terra da coltivare a Israele, anche se, in entrambi i casi, l’uomo non è rimasto fedele e per questo è stato cacciato. C’è un “Per sempre” all’origine, cioè non c’è solo davanti a noi, ma c’è dietro di noi: come Dio non ha abbandonato il suo popolo adultero, così Dio rimane fedele a tutta l’umanità, sua sposa, per sempre. Credo che i “Per Sempre” più belli siano quelli di Gesù crocifisso e quello di Maria sotto la croce (una delle pochissime persone rimaste), entrambi puri perché senza peccato, entrambi segno di Dio. Il “Per Sempre” non è quindi un’invenzione dell’uomo, un’ostinazione di alcune persone tradite o abbandonate che fanno una scelta controcorrente in un mondo consumistico in cui oggetti e persone si usano per un tempo limitato (quello che ci torna comodo), ma è alla base della storia della salvezza dell’umanità!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Amore fecondo

Benvenuti, iniziamo insieme un breve percorso a tappe in cui parleremo di sogni, chiamate, risposte, cadute e nuovi inizi, delle nostre vite e di quell’aspirazione profonda alla pienezza che ci abita e ci anima interiormente.

Racconti biblici…

Può sembrare complicato, per questo non lo faremo da soli. Per cercare di capire come Dio entra nella nostra storia portandola alla pienezza, useremo dei racconti. Perché? Perché i racconti  sono piacevoli e ci coinvolgono, spesso permettono di rispecchiarci, raccontano se stessi e noi contemporaneamente, ma, soprattutto, perché spesso si capiscono meglio delle nostre vite contorte e ingarbugliate e, se guardiamo bene, ci precedono, e ci aiutano a capire la nostra. In particolare useremo dei racconti biblici. Non perché siamo biblisti, per insegnare qualcosa a qualcuno, ma perché raccontano di Dio e dell’uomo, di come si relazionano: ci riconsegnano lo sguardo di Dio sulle avventure umane. Non tutte le storie che attraverseremo sono virtuose e volte al bene, a volte sono difficili, contorte,  dolorose, tormentate o semplicemente vili. Perché così è la storia dell’uomo. Non sono dei modelli, ma delle icone, che rimandano ai misteri più profondi e più grandi della vita.

La maggior parte delle storie che incontreremo hanno in comune l’esperienza dei protagonisti: sono coppie che, pur sterili, hanno generato figli nella carne. Ma le loro vicende hanno in comune una grande verità: i loro figli, prima ancora che frutto di una fertilità concessa dal Signore, sono frutto di una fecondità nata dall’incontro con il Signore. E’ questa fecondità che ci interessa. Ecco, allora, che invitiamo tutte voi coppie a camminare con noi!  Non  solo voi che vi confrontate con l’infertilità e siete desiderose di un figlio, perché essere fecondi o meno, non è questione soltanto di pance e di figli, attesi, pretesi o donati, essere fecondi significa prendere sul serio la propria chiamata, quella alla vita, all’amore, al dono, al morire a se stessi, al portare frutto. E questo riguarda tutti. Non solo le coppie, non solo gli aspiranti genitori, i futuri mamme e papà. Perché nella vita tutti siamo chiamati alla fecondità. Cominciamo insieme questo cammino.

Vocazione – fecondità – missione degli sposi.

 Nella vita, ognuno di noi porta nel cuore un desiderio di amore infinito, di cose grandi, di qualcosa che sia oltre il suo stato presente e quel desiderio non è sbagliato , è ciò che ci spinge e ci chiama a cercare un altro con cui condividere la vita. Per questo parliamo di vocazione. Ma per fare il passo successivo dobbiamo chiederci: ma poi quando abbiamo incontrato l’altro, quale direzione, quale progetto, quale storia costruire insieme? La domanda diventa: e adesso che si fa? Adesso ci costruiamo un nido caldo per proteggerci dal mondo e stare bene, sicuri, insieme? Ci guardiamo l’un l’altro per cercare negli occhi dell’altro qualcosa che disseti i nostri desideri profondi? La domanda diventa dunque: come essere fecondi? È il vivere a fondo la propria vocazione che fa scaturire la fecondità. Ma come avviene questo nello specifico degli sposi? Dopo l’ordinazione,  se un sacerdote non celebra la messa non porta avanti la propria missione, è facile da capire… ma gli sposi che fanno dopo la celebrazione delle nozze?

 “Siate fecondi e moltiplicatevi”

Per rispondere ci viene incontro il racconto stesso della creazione, dove in Genesi 1, 28 troviamo quel “siate fecondi e moltiplicatevi” con cui Dio ha dato un preciso mandato alla coppiaIn ebraico i due verbi usati sono parà e ravà. Il primo termine significa, alla lettera, “portare frutto”. Il secondo, invece, indica la “moltitudine” che, discendendo da Adamo ed Eva, sarà destinata a riempire la terra. Il moltiplicatevi, quindi, lascia poco spazio alle interpretazioni e alle varianti, il siate fecondi, invece, apre la coppia a tante strade diverse, perché la fecondità è la chiamata  a portare frutto secondo la vocazione specifica di ogni coppia. Ciò riguarda i fidanzati che cercano di capire che cosa significa il matrimonio, ma anche tutti gli sposi, perché ci riconsegna la missione stessa della coppia.

Missione degli sposi.

Ecco, la missione è frutto della vocazione. È “amare alla divina”, cioè fino a dare la vita. E non possiamo pensare a una missione degli sposi che non nasca dal loro essere sposi. Aprirsi ad essere fecondi è entrare nella consapevolezza che la nostra storia, il nostro matrimonio, che questo incontro che aspettavamo da sempre, non è fine a se stesso o per la nostra gratificazione, come scrive G. Ravasi “Sono appena spuntati all’essere e già il Signore assegna loro una missione, che è ‘immagine’ della sua: non vivere per sé, non chiudersi nel bozzolo autosufficiente del rispecchiamento reciproco, bensì aprirsi alla generazione e al mondo”. Troviamo ciò anche nel Catechismo della Chiesa Cattolica, CCC 1534:

CCC 1534 Due altri sacramenti, l’Ordine e il Matrimonio, sono ordinati alla salvezza altrui. Se contribuiscono anche alla salvezza personale, questo avviene attraverso il servizio degli altri. Essi conferiscono una missione particolare nella Chiesa e servono all’edificazione del popolo di Dio.

Sono ordinati alla salvezza altrui… se  contribuiamo alla nostra salvezza è attraverso gli altri! Allora accettare di diventare fecondi non significa fare i “preti in coppia”, ma significa accettare la sfida di uscire dal proprio terreno sicuro e rassicurante per aprirci oltre noi stessi. Concretamente siamo chiamati ad uscire dal nostro nido di coppia in cui, magari, ci siamo accomodati, in cui, forse, stiamo bene o magari male, ma in cui rischiamo di vivere un ripiegamento condiviso, di implodere. “Amarsi non è guardarsi l’un l’altro, ma guardare insieme nella stessa direzione”.

Bellezza della missione degli sposi.

Dio da sempre ha sognato una storia feconda con voi e per voi, oggi vuole riconsegnarvi questa  vostra bellezza, anche se ancora non la vedete tutta. Dio vuole ancora una volta restituirci la grandezza e la bellezza della missione cui ci  ha chiamati come sposi. Il mondo a volte sembra suggerirci la rassegnazione, l’evasione… noi invece vogliamo ribadire che c’è qualcosa di grande, nascosto in quel desiderio che portiamo dentro!

E per gli sposi nel sacramento essere fecondi significa questo puntare in alto, significa essere padri e madri al di là della carne, significa testimoniare e mostrare l’amore di Dio che è padre e madre per tutti. Un amore “per sempre”,  nonostante tutto  e  per chiunque. [da MG 2014]

📌 In questo mese ti suggeriamo di soffermarti sui testi citati (Genesi 1, 28 – CCC 1534) per entrare nella consapevolezza della tua (e vostra!) chiamata e missione.

📌 Un aiuto… fissate una durata, decidete voi prima di iniziare quanto tempo avete a disposizione.

  • Mettetevi in preghiera invocando lo Spirito Santo, oppure ascoltando un canto, o facendo un tempo di lode. 
  • Quindi prendetevi del tempo (fissate la lunghezza!) da soli, per riflettere appuntandovi ciò che ritenete importante o volete condividere
  • Trovatevi insieme per ascoltarvi e condividere reciprocamente quanto emerge. Parlate a turno, tre o cinque minuti a testa, in prima persona (non per il coniuge!). Ascoltate senza interrompere e senza rispondere, accogliete ciò che l’altro vi consegna.

Buon cammino!

Maria Rosaria Fiorelli e Giovanni Gentili

Articolo scritto per Mogli & Mamme per vocazione che gentilmente ci hanno concesso di ripubblicarlo

Un popolo puro e sobrio.

Dalla lettera di san Paolo apostolo a Tito (Tt 2,1-8.11-14) Carissimo, insegna quello che è conforme alla sana dottrina. Gli uomini anziani siano sobri, dignitosi, saggi, saldi nella fede, nella carità e nella pazienza. Anche le donne anziane abbiano un comportamento santo: non siano maldicenti né schiave del vino; sappiano piuttosto insegnare il bene, per formare le giovani all’amore del marito e dei figli, a essere prudenti, caste, dedite alla famiglia, buone, sottomesse ai propri mariti, perché la parola di Dio non venga screditata. Esorta ancora i più giovani a essere prudenti, offrendo te stesso come esempio di opere buone: integrità nella dottrina, dignità, linguaggio sano e irreprensibile, perché il nostro avversario resti svergognato, non avendo nulla di male da dire contro di noi. È apparsa infatti la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo. Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone.

In queste settimane la Chiesa ci offre vari scritti paolini, che per noi sposi sono una fonte ricchissima, quest’oggi vediamo questo brano tratto dalla lettera che Paolo scrive al suo fidato discepolo Tito, che nonostante la giovane età viene messo dallo stesso Paolo a guida di Creta come vescovo. Tra i tantissimi insegnamenti scegliamo quello sulla sobrietà. E’ un tema uscito di moda dalle prediche domenicali, ed in questo articolo non ne faremo una catechesi per sostituirci ai sacerdoti, ma vogliamo delineare qualche tratto della sobrietà sicché da aiutare le coppie che ancora non la conoscono a pensare di cominciare a vivere questa splendida virtù.

Come tutte le virtù anch’essa necessita di sforzo, fatica, impegno, dedizione, coraggio, determinazione, rinnegamento di sé; non esiste virtù che risulti facile al primo colpo, che sia di semplice realizzazione… assomiglia un po’ all’allenamento che gli sportivi olimpionici mettono in atto giorno dopo giorno, fatica dopo fatica, per tanti mesi e anni fino a che arrivano a conquistare il podio…ebbene, quel podio è il risultato di anni di fatiche, non è stato calato dal cielo già pronto… anche i campioni “non nascono imparati“. Similmente quando vediamo una persona esercitare una virtù, non dobbiamo mai pensare che tali comportamenti siano connaturali per essa; e quasi mai sapremo e/o vedremo gli enormi sforzi e fatiche personali a cui si è sottoposta per possedere tale virtù poiché il cristiano virtuoso non sfoggia mai i traguardi raggiunti ma si sente sempre un passo indietro rispetto alla perfezione di sé.

La sobrietà viene anche chiamata moderazione perché non esiste un campo della vita umana in cui essa non possa essere esercitata: il vestire, il parlare, il guardare, l’ascoltare, il divertimento, la lettura, il riposo, la sessualità, il cibo e le bevande… insomma tutto ciò che riguarda il soddisfacimento degli appetiti sensibili e le esigenze naturali… per dirla in altri termini la morale ed il buon costume, scevri da ogni forma di eccesso e superfluo. La sobrietà ti fa gustare il piacere di un bel piatto di pasta alla carbonara senza fare il tris a tutti i costi per eccedere e cadere nel peccato di gola; la sobrietà si compiace di una doccia calda rilassante e rigenerante ma senza esagerare troppo altrimenti il piacere schiavizza; la sobrietà sa ascoltare delle spassosissime barzellette ma rinnega quelle scurrili e non le ascolta; la sobrietà sa godere del divertimento come momento ricreativo necessario rimanendo in tempi e modi morigerati ; la sobrietà sa apprezzare una buona birra ma non ti fa ubriacare; la sobrietà è prudente e parsimoniosa nell’uso del denaro ma non è avara; la sobrietà insegna agli sposi l’uso della sessualità senza scadere nella lussuria; la sobrietà aiuta l’uomo a vestirsi con elegante semplicità mettendo in risalto onestà e dignità; la sobrietà fa scegliere alla donna abiti che mettano in luce la sua dolcezza e la sua sensibilità materna senza scadere nella volgarità facendo di essa un oggetto sexy; la sobrietà sa parlare solo quando è necessario e non diventa mai scurrile né aggressiva.

Care coppie, la sobrietà deve diventare una caratteristica di noi che viviamo il Sacramento del Matrimonio, una sorta di cartellino di riconoscimento, ma come la si possiede? Vi sveliamo un trucco imparato dai santi: bisogna esercitare la virtù contraria al vizio che vogliamo eliminare. Innanzitutto bisogna decidersi risolutamente per il cammino di santità e chiedere l’aiuto della Grazia Sacramentale del Matrimonio. Concretamente poi bisogna cominciare con piccoli passi possibili, giorno dopo giorno senza mai venir meno all’impegno. Man mano che si progredisce nell’aspetto della sobrietà prescelta (per esempio il cibo), esso trascinerà dietro di sé automaticamente un altro aspetto, poi un altro ed un altro ancora, fino a che la sobrietà diventerà un modus vivendi. Coraggio sposi, l’autunno è tempo di lasciar cadere e morire le vecchie foglie per fare spazio alle nuove.

Chi ha orecchi per intendere intenda.

Giorgio e Valentina.

Per acquistare i nostri libri L’ecologia dell’amore – Sposi sacerdoti dell’amore – Sposi profeti dell’amore

Hanno toccato il fondo. Ora sono bellissime.

Ieri sono stato con Luisa ad un convegno. Questo convegno si è svolto all’interno di una comunità di recupero per ragazzi e ragazze che vengono da storie difficilissime, storie di dipendenza da droghe, storie di autolesionismo, storie di anoressia. Insomma situazioni molto pesanti. Perchè vi racconto questo? Perchè voglio condividere una bellissima emozione che abbiamo provato Luisa ed io. All’interno di questa comunità opera un’amica. Visto che eravamo lì abbiamo deciso di chiamarla per salutarla e per lasciarle il nostro ultimo libro. Lei non c’era. Ha voluto però raggiungerci (abita poco distante) per presentarci la comunità e gli ambienti dove le ragazze vivono e lavorano durante la giornata.

La sorpresa più bella doveva però ancora svelarsi. Ci ha presentato due ragazze. Due belle ragazze, entrambe molto giovani, avranno avuto sui vent’anni. Ci stavano aspettando perchè volevano conoscerci. Volevano conoscerci per ringraziarci. Perchè mai? Questa amica ha pensato di proporre loro un percorso sulla sessualità autentica, sull’amore e sulla castità. Sulla bellezza per offrire loro uno sguardo diverso dalla povertà relazionale in cui si erano trovate a vivere fino a quel momento. Per farlo si è avvalsa del nostro primo libro L’ecologia dell’amore. Queste ragazze erano lì per ringraziarci di aver scritto quel libro. Loro che venivano da storie di droga, dove avevano vissuto anche una sessualità disordinata, fatta di esperienze in cui sono state usate e che hanno lasciato ferite nel loro cuore, avevano trovato in noi qualcuno che dicesse loro quanto era bella un’intimità piena e autentica. Una intimità fatta di rispetto, di cura, di attesa. Anche di sacrificio. E che una bellezza così era anche per loro. Che non gli era preclusa questa strada.

Certo il percorso più importante lo hanno fatto nella comunità, grazie alla nostra amica e alle altre educatrici e operatrici. La fatica è stata soprattutto delle due ragazze. Ci commuove però pensare che un piccolo contributo possano averlo trovato anche nel nostro libro. Il libro è stato uno strumento per dare loro una speranza. Non avremmo mai pensato che la nostra testimonianza e la nostra piccola fatica di metterla su carta potesse arrivare tanto lontano. Davvero Gesù fa miracoli con il poco che possiamo offrire. Queste due giovani donne hanno trovato una conferma da parte di due sposi più maturi, che il mondo non fa schifo e che è ancora possibile trovare qualcuno che ti ama per quello che sei. Hanno compreso che sono una meraviglia. Non importa quello che possono aver fatto nella loro vita, non importano gli errori e i peccati che hanno commesso. Certo, errori e peccati feriscono lo spirito e portano sofferenza, ma loro sono state capaci di non ripiegarsi su quella sofferenza, ma quella sofferenza ha dato loro la forza di alzare lo sguardo ed incontrato quello di Gesù. E Gesù ti vede sempre bello o bella, anche se tu non credi di esserlo. Anche se il mondo ti giudica come la tossica, come la ragazza difficile e da chiudere in una comunità.

Ho visto in queste due ragazze uno sguardo che difficilmente si vede nei ragazzi. I miei figli non hanno quello sguardo. Loro hanno incontrato Gesù e questo fa tutta la differenza del mondo. Una di loro ci ha detto che dopo aver letto il libro ha maturato il desiderio di vivere la castità perchè sente finalmente di valere, di essere bella, e desidera trovare qualcuno che sia disposto a rispettarla e ad aspettarla. Ha capito, più di tanti giovani “normali”, come l’amore necessiti di rispetto e di pudore. Ha capito che la vera prova d’amore non sta nel vivere presto tutto, anche il sesso, ma sta nel saper attendere. La castità è la prova d’amore. E’ la prova che l’altro ci ama, ci rispetta e non ci vuole usare. E’ un po’ impaurita. Dice di non fidarsi più degli uomini. Chi può darle torto? Ha conosciuto solo ragazzi che hanno approfittato di lei, che ne fossero consapevoli o meno. Eppure ha voglia di rimettersi in gioco. Ha voglia di innamorarsi. Ha paura però di non essere capita, che l’altro non sia disposto ad accettare la sua richiesta di castità.

Luisa l’ha guardata e le ha detto: se dovesse andarsene non era quello giusto. Chi non è disposto a rispettarti ed aspettarti non ti sta amando davvero. E a perdere qualcosa sarebbe lui non te. Queste due ragazze sono bellissime. Perchè hanno capito quanto valgono e hanno compreso che non possono accontentarsi delle briciole. Sono figlie di Re, valgono il sangue di Cristo. Comprendere tutto questo loro valore le ha aiutate a vivere in modo diverso la vita e le relazioni. Queste due ragazze torneranno nel mondo (presto usciranno dalla comunità dopo 4 anni) con una bellezza che tante loro coetanee non hanno. Stavano perdendo tutto e invece hanno trovato tutto in Gesù, per questo non sono più disposte a svendersi a chi non le merita. Che bello quando si arriva a questa consapevolezza. Mi auguro di cuore possano essere testimoni e di aiuto ai giovani che incontreranno. Ci siamo lasciati con la promessa di incontrarci poi quando saranno fuori. Se avranno bisogno di un consiglio o solo di una buona parola noi ci saremo.

Queste due ragazze cercavano soltanto amore. Non l’hanno trovato e per questo si sono trovate ad accontentarsi. Si sono illuse che droghe e relazioni basate sul sesso potessero essere un surrogato di quel bisogno d’amore. Hanno toccato il fondo. Lì hanno incontrato Cristo che le ha guardate come nessun altro. Con tanta volontà e sofferenza sono risalite. Ed ora vogliono relazioni autentiche. Hanno compreso che, come hanno scritto gli amici Giulia e Tommaso, il cuore della castità non è tanto rimandare il dono di sé nel corpo, quanto imparare con gradualità a donarsi totalmente senza maschere e ad accogliere totalmente l’altro per come è. Forza ragazze siete bellissime e ora lo sapete!

Antonio e Luisa

Per acquistare i nostri libri L’ecologia dell’amore – Sposi sacerdoti dell’amore – Sposi profeti dell’amore

Appartenere è più che possedere

Cari sposi,

abbiamo appena celebrato i Santi e i fedeli defunti, quindi lo sguardo adesso è rivolto al cielo, al Dopo. Abbiamo sentito nel prefazio della Messa la celebre frase: “Vita mutatur non tollitur”, la vita non è tolta ma mutata. Questo vale anche per la vita degli sposi, difatti nella vita eterna la loro relazione coniugale non è tolta, stroncata, scissa ma semplicemente nuova nella modalità di espressione. In che senso? Nel senso in cui Gesù si è espresso rispetto alla novità che Lui stava portando nel mondo. Quando Lui ha detto che non veniva a togliere nemmeno una virgola alla Legge e ai Profeti ma solo a dare compimento, a condurre al loro vero senso (cfr. Mt 5, 17) può applicarsi anche, servatis servandis, all’amore nuziale. Cosicché l’amore coniugale di ogni singola coppia, nella Comunione con Dio, è elevato alla sua migliore espressione, a diventare quello che è chiamato ad essere.

Qui è bene non rendere terrena la vita eterna, infatti “le cose che occhio non vide, e che orecchio non udì, e che mai salirono nel cuore dell’uomo sono quelle che Dio ha preparate per coloro che lo amano” (1 Cor 2, 9). Quello che possiamo dire è che l’amore coniugale in Cristo arriverà alla massima capacità di una creatura umana. Vorrei lasciare la parola al Card. Raniero Cantalamessa che spiega egregiamente questo passaggio:

È possibile che due sposi, dopo una vita che li ha associati a Dio nel miracolo della creazione, nella vita eterna non abbiamo più niente in comune, come se tutto fosse dimenticato, perduto? Non sarebbe questo in contrasto con la parola di Cristo che non si deve dividere ciò che Dio ha unito? Se Dio li ha uniti sulla terra, come potrebbe dividerli in cielo? Può tutta una vita insieme finire nel nulla senza che si smentisca il senso stesso della vita di quaggiù che è di preparare l’avvento del regno, i cieli nuovi e la terra nuova?” (Intervista Zenit, 9 novembre 2007).

Ma in definitiva due sposi in Cielo che faranno? Mi sa che alcuni non siete del tutto convinti di quello che scrivo. Qui ci vuole sapienza e contemplazione per entrare in un’altra dimensione che non è più quella spazio-temporale, abbiamo bisogno dello Spirito per cogliere la novità che Cristo ha preparato per ciascuno di noi, in particolare gli sposi. Credo che una via che può gettare grande luce stia nel vedere la differenza di linguaggio che adottano i sadducei e quella di Gesù nella sua risposta. Mentre i primi utilizzano espressioni come “avere moglie, prendere moglie…”, Gesù va oltre tale concezione possessiva, difatti siamo sempre tentati di trasferire in Cielo le nostre sicurezze e i nostri diritti di proprietà. Come qui vogliamo la nostra moglie/marito, i nostri figli e tutto quello che pensiamo di aver conquistato solo per noi, di là non avrà più senso, perché non esisterà più il mio e il tuo, ma tutti saremo in Cristo. È semplicemente meraviglioso notare come Gesù si riferisca a suo Padre, come il Dio di qualcuno, è un Dio che si lega personalmente ad ognuno di noi, è un Dio che ci appartiene. Ma ci pensate quanto è bello questo!!! Non è possesso ma è una relazione di reciprocità che si vive nell’amore e nella libertà. Come non vedere in questo un riflesso genuino della Trinità stessa!

C’è un fatto avvenuto nella vita Santa Teresa di Avila, proprio nel monastero dell’Incarnazione. Lei stava scendendo le scale e vi trovò un bel bambino che le sorrideva. Teresa, sorpresa nel vedere un bambino all’interno della clausura, gli chiese: “E tu chi sei?”, al che il bambino rispose con un’altra domanda: “E chi sei tu?”. La Madre disse: “Io sono Teresa di Gesù”. Il bambino, con un sorriso ampio e luminoso, le disse; “Io sono Gesù di Teresa”. Il nostro Dio vuole unirsi a noi per sempre rispettando immensamente la nostra libertà. È questo il vero fondamento del matrimonio cristiano, per questo Lui vi concede il sacramento, perché siate specchio di questo modo di amare, di una piena appartenenza che a un tempo rispetta l’unicità dell’altro. Quando sarà Cristo stesso il nostro vero legame e vincolo, quando Cristo sarà unito pienamente a ciascuno di noi in Cielo allora saremo effettivamente e pienamente uniti gli uni agli altri. E laddove c’è stata una vera unione matrimoniale, sarà Cristo a rendere compiuto e sublime l’amore che adesso sperimentate con i limiti propri della vita presente. Cari sposi, in definitiva il vangelo di oggi ci insegna quanto è importante guardare non tanto alla fine della vostra vita di coppia quanto piuttosto al fine, all’obiettivo che Cristo vuole che raggiungiate assieme: la piena comunione in Lui, in modo che siate davvero uniti per l’eternità.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca ci ha offerto una riflessione meravigliosa. Io non ho le sue conoscenze teologiche però ho una certa esperienza di matrimonio. Ormai sono sposato con Luisa da vent’anni e credo di avere capito una cosa. Non con la testa ma con il cuore. E’ una consapevolezza che si è fatta sempre più chiara e nitida. Gesù non è geloso. Quando saremo nella vita eterna non avrà più senso un matrimonio. Il matrimonio è un modo che Dio ci offre per amarLo con la mediazione di un’altra persona. Detto in altre parole, nel dono che io faccio di me stesso a Luisa sto amando sicuramente lei ma sto amando anche Dio, ricambiando il Suo amore gratuito e che è all’origine di tutto. Quando saremo nella vita eterna, sempre che riusciremo a raggiungere il paradiso, saremo immersi in quell’amore infinito e la nostra gioia sarà nell’avere accanto quell’uomo o quella donna con cui abbiamo condiviso tutto nella nostra vita. Non ci sarà più il matrimonio ma ci porteremo tutto l’amore che ci siamo scambiati. Tutti i gesti di tenerezza, di cura, di intimità, di perdono, di ascolto, di presenza, di condivisione di gioie e dolori, tutte queste esperienze restano impresse in modo indelebile nel mio cuore. Il giorno della mia morte lascerò tutto qui in questa vita. Nella mia valigia porterò solo il mio cuore, l’amore dato e ricevuto e lei ne è parte integrante. Sono sicuro che il giorno del nostro matrimonio, il 29 giugno 2002, è iniziata una relazione che durerà per sempre.

Per acquistare i nostri libri L’ecologia dell’amore – Sposi sacerdoti dell’amore – Sposi profeti dell’amore