Se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori (Salmo 127).
Quando ci siamo sposati, pensavamo che in virtù del Sacramento tutto sarebbe andato per il meglio. Purtroppo non siamo riusciti a costruire confini chiari con le nostre famiglie d’origine. È stato più facile venir meno all’impegno di custodirci e sostenerci reciprocamente, con quella cura e quella pazienza che ogni nuovo inizio richiede. A volte diventava difficile perfino riconoscere e occupare il proprio posto nella nuova casa e nella nuova famiglia che stavamo costruendo insieme. Ad ogni ingerenza delle nostre famiglie, anziché accogliere e riconoscere i nostri sentimenti, abbiamo imparato a chiuderci.
Ci siamo ritrovati ben presto a vivere insieme, ma non a condividere ciò che ognuno viveva, né gioie, né paure, né tanto meno la genitorialità. Uno si occupava soprattutto degli aspetti materiali, mentre l’altra cercava di impedire che il nucleo familiare si sgretolasse. A tenere insieme tutto restavano una fede ancora fragile e una pazienza tenace, sufficienti però per non smettere di provarci. La pandemia è stata per noi una “grazia” che ci ha permesso di allontanarci da tutti, così siamo stati da soli con i nostri figli, è stato come un mettere ordine e pian piano abbiamo potuto vedere i vuoti lasciati, anche se entrambi no ne avevamo piena consapevolezza.
Esausta di percepirmi scontata nel ruolo di accudimento e non accettando più di farmi carico da sola della responsabilità della nostra famiglia, con determinazione ho proposto al mio sposo di partecipare al weekend di Retrouvaille di cui avevo sentito parlare molti anni prima. Per noi quell’inizio è stato un reset, abbiamo imparato a dirci anche le cose più spiacevoli, a prenderci del tempo come coppia, a dirci grazie per ogni piccolo momento.
La scorsa primavera abbiamo accolto l’invito di partecipare ad un fine settimana a Loreto, un incontro annuale offerto a quanti hanno concluso il programma, incontro a cui partecipano coppie provenienti da tutta Italia. Quale gioia, quando mi dissero: “Andremo alla casa del Signore” (Salmo 122).
Arrivare a Loreto, accompagnati da tutta la famiglia Retrouvaille è stato prendere consapevolezza che dobbiamo darci da fare per costruire la fiducia tra di noi e che dobbiamo imparare a sostenerci vicendevolmente. Entrare nella Santa Casa, poggiare pian piano la mano su quelle pareti è stato un invito a lasciarsi andare, chinare il capo sfiorando le mura è stato un trovare riparo dove il cuore sussurra: “riposa: sei a casa“.
Pian piano è tornato alla mente il vangelo proclamato anche nel giorno del nostro matrimonio: Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia (Matteo 7,25), Questo versetto ci ha ricordato che all’origine di ogni chiamata c’è Dio e che a Lui possiamo affidarci, consegnando le nostre gioie, le nostre fatiche e anche le nostre fragilità. Non siamo soli, né come persone né come coppia e famiglia: Egli è la roccia alla quale vogliamo rimanere saldamente ancorati.
Abbiamo compreso che si può anche andare avanti arrancando, limitandosi a sopravvivere giorno dopo giorno. Ma è grazie all’accompagnamento di una comunità che sostiene e prega che possiamo ritrovare il coraggio di confermare le nostre scelte e di spendere davvero la vita per esse. È ciò che è accaduto a noi quando abbiamo incontrato gli amici di Retrouvaille. Dio si fa prossimo ad ognuno di noi attraverso il fratello che ci mette accanto, attraverso la comunità che cammina, inciampa, soffre, ma soprattutto si offre. Abbiamo potuto costatare anche noi che nessuno si salva da solo, e che un matrimonio ferito, può gioire ed essere grato anche guardando le proprie ferite, così come possiamo guardare alle ferite che Gesù ha mostrato ai Suoi discepoli dopo la Resurrezione.
La crisi non è stata la fine; per noi è diventata, in qualche modo, una grazia, che ancora oggi ci invita a non restare piegati sotto il peso delle difficoltà. Ci ha insegnato ad abbandonarci nelle mani di Dio e a lasciarci sostenere dalla comunità, soprattutto quando il cammino si fa più faticoso. Oggi, con sentimenti di affetto, compassione e gratitudine, ci incoraggiamo reciprocamente ad attraversare le nostre paure e ad accogliere anche i nostri dolori, senza fuggirli. Consapevoli di non essere soli, continuiamo a camminare insieme, con lo sguardo rivolto a quel fiorire che, nonostante tutto, ci attende.
E a chi si troverà a leggere queste parole vogliamo lasciare un incoraggiamento: non abbiate paura di chiedere preghiere, ogni giorno e soprattutto per quelle situazioni che facciamo fatica persino a guardare. Abbiate il coraggio di lasciarvi raggiungere e accompagnare con pazienza, anche là dove le ferite fanno ancora male. Retrouvaille significa proprio “ritrovarsi”. Ed è ciò che sta accadendo anche a noi: continuiamo a ritrovarci come coppia, riscoprendo ogni giorno la chiamata che ci unisce e, nello stesso tempo, riconoscendoci figli amati da Dio Padre, custoditi da un amore più grande delle nostre fragilità.
con gioia Nunzio e Maria Grazia (Retrouvaille Italia)
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