E se vi dicessi che nella Bibbia troviamo indicazioni preziose persino su come vivere i preliminari di un rapporto sessuale? Qualcuno potrebbe scandalizzarsi. Eppure basta aprire il Cantico dei Cantici per scoprire una realtà sorprendente: Dio non ha paura del desiderio degli innamorati. Non ha paura dei loro corpi, dei baci, delle carezze, dei profumi e del piacere di stare vicini.
Siamo abituati a leggere il Cantico come un’immagine dell’amore di Dio per Israele e, nella tradizione cristiana, di Cristo per la Chiesa. È una lettura bellissima. Ma prima di tutto questo libro racconta l’amore tra un uomo e una donna: un amore concreto, appassionato, sensuale. Se proprio quel linguaggio è entrato nella Scrittura ed è diventato capace di parlarci anche di Dio, significa che l’eros umano non è qualcosa di sporco. È una realtà buona, chiamata a diventare dono.
Tutto comincia con un bacio
Il poema si apre con una richiesta della donna: «Mi baci con i baci della sua bocca!» (Ct 1,2). Non comincia con l’unione sessuale, ma con il desiderio di un bacio. E il bacio non è un dettaglio trascurabile: dice attrazione, vicinanza, ricerca dell’altro. È già un linguaggio d’amore.
A volte noi sposi rischiamo di considerare tutto quello che precede la penetrazione come un semplice passaggio tecnico, qualcosa da sbrigare per arrivare finalmente al rapporto. Ma un incontro intimo non dovrebbe essere una corsa verso il traguardo. I preliminari sono già parte dell’amore che ci stiamo donando: baci, abbracci, parole, sguardi e carezze preparano il corpo, certo, ma soprattutto aiutano le persone a incontrarsi davvero.
Uno sguardo che raggiunge il cuore
Lo sposo racconta che l’amata gli ha rapito il cuore «con un solo tuo sguardo» (Ct 4,9). Che meraviglia! Prima ancora del contatto fisico, c’è uno sguardo capace di far sentire l’altro scelto, desiderato, prezioso. Pensiamo a quanto cambia l’intimità quando il marito non cerca semplicemente il corpo della moglie, ma si ferma a guardarla, a farle un complimento, a farle capire che è proprio lei che desidera. E naturalmente vale anche il contrario: anche un uomo ha bisogno di sentirsi cercato e amato, non soltanto disponibile.
La risposta sessuale non è identica per tutti. Spesso la donna ha bisogno di più tempo per raggiungere un’eccitazione fisica confortevole; stress, stanchezza, età e situazione emotiva possono cambiare molto le cose, per entrambi. Per questo la tenerezza non può essere una formalità. Serve ascolto. Serve il desiderio di capire come sta l’altro, non solo che cosa vogliamo noi.
La bellezza di tutto il corpo
Nel quarto capitolo lo sposo contempla gli occhi, i capelli, la bocca, il collo e il seno dell’amata. Poi esclama: «Tutta bella sei tu» (Ct 4,7). Nel settimo capitolo la descrizione si allarga dai piedi ai fianchi, al ventre, ai seni e al volto. Non c’è una bellezza ridotta a due o tre zone del corpo: c’è una persona intera, guardata con meraviglia.
Questa è una lezione concreta soprattutto per chi vive la sessualità in modo sbrigativo. Se cerchiamo soltanto una stimolazione rapida, rischiamo di saltare tutto il resto e di far sentire il coniuge usato, anziché amato. Il Cantico, invece, sembra invitarci a sostare: contemplare, accarezzare, scoprire. Non per eseguire una sequenza obbligatoria, ma per lasciar parlare l’affetto attraverso il corpo.
Profumi, sapori e parti intime: l’amore coinvolge i sensi
Qui arriviamo a un aspetto che spesso preferiamo sorvolare. Il Cantico non parla soltanto di occhi e sorrisi. Parla di labbra, lingua, miele, latte, aromi, frutti, giardini e sorgenti. «C’è miele e latte sotto la tua lingua» (Ct 4,11), dice lo sposo. Il gusto e il profumo diventano immagini dell’attrazione amorosa. Il corpo dell’altro è desiderato, non soltanto ammirato da lontano.
La donna, a sua volta, invita l’amato a entrare nel suo giardino e a mangiarne i frutti (Ct 4,16); l’uomo risponde di essere entrato nel giardino (Ct 5,1). Il giardino è una figura poetica della sua intimità: immagini che possono evocare anche la dimensione genitale dell’incontro. Sarebbe ingenuo fingere che in queste pagine non esista alcun riferimento erotico. Sarebbe però altrettanto scorretto trasformare ogni metafora in una descrizione precisa di una pratica sessuale.
Ciò che possiamo dire con sicurezza è che il Cantico celebra un amore vissuto con i sensi: la vista, il tatto, l’olfatto, il gusto e l’udito. I profumi della pelle, i baci, le carezze, le parole sussurrate, persino le parti più intime del corpo non sono, in sé, qualcosa di indegno. Sono parte della persona amata. Non tutto ciò che è possibile è automaticamente buono: il criterio resta sempre la reciprocità, il rispetto e il significato del gesto.
Il tempo dell’amore non si impone
La donna descrive così la vicinanza dell’amato: «La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi abbraccia» (Ct 2,6). Subito dopo ritorna l’invito a non risvegliare l’amore prima che lo desideri (Ct 2,7). Non è un manuale sui tempi dell’eccitazione, ma per noi sposi può diventare un richiamo prezioso: il desiderio non si comanda, l’intimità non si pretende.
Ecco perché i preliminari non dovrebbero essere considerati un optional, né una concessione fatta da chi ha fretta. Sono uno spazio di incontro, da vivere nella forma e nei tempi graditi a entrambi. E se un giorno uno dei due non desidera il rapporto, non c’è una prestazione dovuta. Amare significa anche sapersi fermare senza far pesare all’altro il proprio disappunto.
Anche la donna cerca e desidera
Nel Cantico la donna non aspetta semplicemente di essere raggiunta: chiama, cerca, desidera, invita. È soggetto del proprio amore. Questo dettaglio è importante per una cultura nella quale, ancora oggi, alcune mogli faticano a dire cosa piace loro e cosa invece le mette a disagio.
Parlatene, allora. Mariti, chiedete alle vostre mogli come vivono i vostri momenti intimi. Mogli, sentitevi libere di esprimere desideri e limiti, senza paura di deludere. E fate spazio anche ai bisogni e alle fragilità dei mariti. Non esiste una ricetta valida per tutti; esiste la possibilità di imparare il linguaggio unico della persona che abbiamo sposato. San Giovanni Paolo II, commentando il Cantico, ha parlato di un amore «di natura spirituale e sensuale insieme». È proprio questa unità che dobbiamo custodire: non un corpo senza cuore e neppure un sentimento disincarnato.
La camera nuziale può parlare di Dio
Mi emoziona pensare che Dio abbia voluto affidare a un poema così corporeo anche la possibilità di raccontare il suo amore. Non dobbiamo contrapporre la fede al piacere degli sposi. Il problema non è desiderare intensamente il proprio coniuge; il problema nasce quando il desiderio perde di vista la persona e vuole soltanto servirsi di lei.
Allora la domanda non è: quanto velocemente siamo arrivati all’orgasmo? Ma: ci siamo sentiti entrambi amati? Abbiamo saputo ascoltarci? Abbiamo goduto della vicinanza senza usarci?
Cari sposi, non abbiate fretta. Riscoprite la bellezza di un bacio lungo, di un abbraccio, di un corpo accolto con gratitudine. Il Cantico dei Cantici non ci consegna tecniche, ma qualcosa di più grande: ci ricorda che il corpo può parlare la lingua dell’amore. E quando a guidarlo è il dono reciproco, anche la tenerezza più concreta diventa una cosa buona, degna di essere vissuta senza vergogna e con gioia.
Antonio e Luisa.