Ci sono parole che oggi sembrano quasi appartenere a un’altra epoca e una di queste è certamente “pudore”. Basta andare in giro, guardare una pubblicità o aprire i social per rendersi conto di quanto questa parola sia diventata scomoda, quasi imbarazzante. Mi capita spesso di discutere proprio su questo argomento, perché è diventata quasi una convinzione comune quella secondo cui ciascuno sarebbe completamente libero di andare in giro come vuole, anche nudo, se lo ritiene opportuno, mentre gli altri non dovrebbero avere nulla da dire e, soprattutto, non dovrebbero essere minimamente condizionati da ciò che vedono.
Io credo però che il problema sia molto più profondo e che, prima ancora di domandarci quanto una persona debba coprirsi, dovremmo domandarci che cosa succede dentro di noi quando incontriamo quella persona. Il pudore, infatti, non comincia dai vestiti, ma dallo sguardo. La domanda fondamentale è se siamo ancora capaci di vedere davanti a noi un uomo o una donna nella sua interezza, con una storia, una dignità, una libertà, una sofferenza, una vocazione e una bellezza che non possono essere ridotte al corpo, oppure se ci fermiamo proprio lì, al corpo, alla bellezza, alla capacità che quella persona ha di attirare il nostro desiderio.
Viviamo in una società nella quale il corpo viene continuamente mostrato, fotografato, modificato, pubblicizzato e trasformato in uno strumento attraverso cui cercare attenzione, approvazione e, sempre più spesso, anche denaro. Sui social sembra quasi che ciò che non viene mostrato non esista e che ogni momento della nostra vita debba necessariamente diventare un’immagine da condividere, commentare e sottoporre allo sguardo degli altri. Fotografiamo le vacanze, le cene, gli anniversari, i figli, i fidanzati e persino momenti che un tempo avremmo considerato semplicemente nostri. Dentro questo meccanismo anche il corpo è diventato qualcosa da esporre, quasi come se il nostro valore dipendesse dalla quantità di attenzione che siamo capaci di ottenere.
Ed è proprio qui che, secondo me, dobbiamo recuperare il significato vero del pudore. Il pudore ci ricorda che il corpo è così importante da non poter essere ridotto a un oggetto da mettere a disposizione dello sguardo di chiunque e, salvo situazioni particolari e ferite profonde, il pudore è qualcosa che appartiene in qualche modo alla nostra stessa esperienza istintiva.
Immaginiamo una scena molto semplice: una donna esce nuda dalla doccia e improvvisamente dalla porta del bagno entra un uomo che non dovrebbe trovarsi lì. Qual è la prima reazione spontanea? Cercare un asciugamano, coprirsi, proteggere il proprio corpo (naturalmente lo stesso vale per un uomo). Perché lo facciamo? Perché dentro di noi esiste la consapevolezza che alcune parti del nostro corpo sono intime, preziose, personali e non devono essere consegnate allo sguardo di chiunque, ma possono essere conosciute e contemplate solo in determinati momenti, dentro un determinato contesto e soprattutto dentro una relazione nella quale quella nudità assume un significato.
La Bibbia, su questo, è molto più profonda di quanto a volte immaginiamo: nel libro della Genesi leggiamo che Adamo ed Eva erano nudi e non provavano vergogna. Non perché il corpo fosse insignificante, ma esattamente per il motivo contrario: perché nell’originario progetto di Dio il corpo non era separato dalla persona e non era diventato uno strumento di possesso. La nudità non era ancora esposizione, perché l’uomo e la donna erano capaci di guardarsi senza trasformarsi reciprocamente in oggetti.
Poi arriva la frattura del peccato e cambia anche lo sguardo: una delle prime conseguenze che la Genesi racconta è proprio la vergogna della nudità. Non significa che il corpo sia diventato cattivo, perché il corpo continua a essere creatura di Dio e parte integrante della persona, è cambiato invece il modo con cui l’uomo guarda l’altro e si lascia guardare, è entrato il desiderio di possedere, di utilizzare, di prendere ciò che prima veniva ricevuto come dono. Per questo il problema non è semplicemente quello che mostriamo, ma il significato che attribuiamo al corpo e il modo con cui entriamo in relazione con il corpo dell’altro.
Qui credo che dobbiamo essere molto onesti, soprattutto noi uomini. Sentiamo spesso dire: “Se una donna si veste in un certo modo, è inevitabile che un uomo guardi”. Una donna può certamente scegliere con maggiore o minore pudore come presentarsi, ma io rimango responsabile di ciò che faccio con i miei occhi e con i miei pensieri. Non posso trasferire completamente sull’altra persona la responsabilità del mio sguardo. Se una donna si veste in modo provocante, questo non mi autorizza a guardarla come un oggetto, non posso pretendere che siano gli altri a risolvere la mia incapacità di guardare una persona come una sorella.
Tuttavia sarebbe altrettanto sbagliato andare all’estremo opposto e sostenere che il modo in cui ci vestiamo non comunichi assolutamente nulla. Il corpo parla e il modo in cui scegliamo di mostrarlo comunica qualcosa di noi, della nostra idea di noi stessi e anche del modo in cui desideriamo entrare in relazione con gli altri. Esiste una differenza tra essere belli ed essere continuamente messi in vetrina, tra valorizzare il proprio corpo e trasformarlo in uno strumento attraverso il quale ottenere attenzione, approvazione o desiderio.
Questo dovremmo insegnarlo molto bene ai nostri ragazzi: non basta dire loro “copriti” oppure “non guardare”, dobbiamo spiegare che il corpo fa parte della persona e proprio per questo merita rispetto, sia quando è il proprio corpo, sia quando è il corpo di qualcun altro.
Quanto della nostra intimità sentiamo il bisogno di rendere pubblico? Quanto abbiamo bisogno di essere guardati, approvati, desiderati e confermati dagli altri? Quante volte trasformiamo in contenuto qualcosa che fino a pochi anni fa avremmo considerato semplicemente nostro? Forse il problema della nostra epoca non è soltanto che mostriamo troppo il corpo, è che abbiamo progressivamente perso il senso del mistero, della riservatezza e della custodia. Abbiamo cominciato a pensare che tutto ciò che è bello debba essere mostrato e che tutto ciò che non viene condiviso con gli altri abbia quasi meno valore.
Un uomo e una donna sposati non hanno bisogno di rendere pubblico tutto ciò che appartiene alla loro intimità: ci sono gesti, parole, carezze, sofferenze, fragilità e momenti di tenerezza che appartengono soltanto a loro e che proprio per questo sono profondamente preziosi. L’intimità degli sposi non è un contenuto da pubblicare, ma un linguaggio del dono, perché è inserita dentro una relazione di amore, fedeltà e appartenenza reciproca. Quando tutto viene mostrato, alla fine rischiamo di non custodire più niente.
Abbiamo trasformato persino l’intimità in spettacolo e poi ci sorprendiamo se gli altri imparano a guardare il corpo soltanto come un oggetto. Abbiamo consegnato allo sguardo di tutti ciò che un tempo custodivamo e contemporaneamente ci lamentiamo perché quello sguardo non sa più riconoscere la persona.
Il pudore, allora, non è un semplice elenco di regole su quanto deve essere lunga una gonna o quanto deve essere scollata una maglietta, è molto più grande: il corpo è il linguaggio della persona, è parte della sua identità, è chiamato al dono e alla relazione.
Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)
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