Ci sposiamo in mutande per farci rivestire di Cristo.

Il matrimonio è rivestito di regalità. Il matrimonio è amore che diventa visibile. Ciò è evidente e concreto. Traspare da tutta la persona amata che abbiamo accanto. Non so come spiegarmi bene. Cercherò di farlo con una immagine forse un po’ irriverente. Noi ci sposiamo nudi. Anzi in mutande. Non parlo dell’abito materiale. Per quello c’è gente che spende anche cifre a 4 zeri, ma si sposa comunque in mutande. Perchè il nostro cuore lo è. Durante il rito lo Spirito Santo prepara per noi degli abiti sontuosi. Vuole rivestirci di Cristo stesso. Vuole rivestirci della regalità di Cristo. Vuole rivestirci come figli di re. Questo però non basta. Tante coppie, che si sono sposate davanti ad un sacerdote, che hanno celebrato un sacramento, restano in mutande o rivestite di stracci. Ciò che fa la differenza è il desiderio e la volontà di accogliere quegli abiti da re. Re al modo di Gesù, quindi abiti di un re che si fa servo e che si sacrifica completamente per la sua regina (e viceversa). Ora dopo 17 anni di matrimonio vedo la mia sposa rivestita di una regalità meravigliosa. Spero che anche lei mi veda in questo modo e non ancora in mutande. In questi anni si è donata innumerevoli volte in attenzioni, in tenerezza, in servizio, in cura, in sopportazione, in pazienza. Si è donata senza riserva alcuna. Mi ha sempre messo al centro del suo amore. Ciò non significa che è riuscita sempre. La sua volontà non è mai venuta meno. Ognuno di questi gesti l’ha resa ai miei occhi sempre più bella e preziosa. Ognuno di questi gesti ha permesso allo Spirito Santo di rivestirla e di renderla sempre più meravigliosa. Almeno ai miei occhi. Passa il tempo ma non la sua bellezza. Una bellezza autentica, non costruita sui canoni, sulla giovinezza e sulle misure, ma sull’amore. L’unica bellezza autentica che non teme il passare del tempo. Tanti non si sposano perchè concentrano l’attenzione solo su di sè. Perchè dovrei impegnarmi per sempre e incastrarmi? E se poi non funziona? Il rischio c’è non lo nego. L’amore è anche rischio. Va cambiata però prospettiva. Ho imparato a riflettere in altro modo. Concentro l’attenzione su di lei. Tutto cambia. Lei ha impegnato la sua vita con me. Lei ha deciso di donarsi totalmente a me, di amarmi ogni giorno. Cosa ho fatto per meritarmi così tanto? Pensare alla relazione matrimoniale in questo modo cambia tutto, ti permette di arrenderti a un mistero grande di una alterità che liberamente si fa tua senza condizioni e senza nessun limite se non tutto quello che può darti. Il matrimonio è davvero un mistero grande. Non puoi comprenderlo fino in fondo, ma solo contemplarlo con profonda riconoscenza.

Antonio e Luisa

Il Pollice verde per la Felicità coniugale

..di Pietro Antonicelli e Filomena Scalise.

Carissimi siamo in primavera, ed è l’ora di mettere mani nell’orto..della nostra vita matrimoniale!

Oggi, infatti, vi daremo 8 piccoli consigli pratici per un buon raccolto!

Cosa si coltiva? Scopritelo!

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Primo passo possibile:

Predisporre il terreno della vostra vita ad accogliere i semi della felicità prestando attenzione all’esposizione: serve molta Luce di Dio!

Secondo passo possibile:

Zappettate accuratamente con la volontà e la voglia di partire…di andare lontano insieme al vostro coniuge percorrendo insieme piccoli passi possibili.

Terzo passo possibile:

Dopo aver ripulito il terreno del cuore dalle erbacce dell’incredulità e della diffidenza, e dissodato dalle pietre dell’indifferenza e delle paure, create dei solchi profondi a tal punto da permettere ad un seme delicato, come quello della Gioia piena, di mettere radici stabili.

Quarto passo possibile:

Iniziate la semina della Parola di Dio e della Eucarestia, innaffiando il terreno con la preghiera personale e di coppia.

Dedicate tempo anche ad una buona comunicazione tra voi, che vada oltre il semplice comunicarsi cose da fare, ma che preveda anche il chiedere al coniuge: “Come stai? Come posso aiutarti ad essere felice oggi?”

Quinto passo possibile:

Avendo scelto di coltivare la Santità, ora cercate di tenerla viva.

Come? Seguendo la persona di Cristo, innaffiando costantemente con l’impegno concreto nell’Amore, e ripulendo il luogo dalle solite erbacce che cresceranno intorno, dando così Libertà e spazio a quanto state coltivando: la Vita Vera.

Sesto passo possibile:

Abbiate cura del vostro orto matrimoniale anche quando sembrerà che non stia accadendo nulla di importante. Infatti, così come per tutte le cose buone della terra, i frutti migliori richiedono tempi lunghi per spuntare, crescere e maturare.

Nella certezza della Speranza, continuate a lavorare il vostro orto poiché, anche se non le vedete, pian piano sotto la terra le radici si stanno espandendo.

Custodite il vostro orto dalla grandine dei pericoli inutili e zappettate sempre con cura, aggiungendo ogni giorno il concime della preghiera e della buona comunicazione.

Settimo passo possibile:

Ecco spuntare il germoglio della Carità nella vostra famiglia! Ora il vostro lavoro è visibile, chiamate tutti ad ammirare e a gioire con voi!

Prendete per mano i vostri amici, e, una volta portati vicino ad ogni piantina, potete sussurrare al loro orecchio: “All’ombra dell’amore tra me ed il mio coniuge potrete trovare riparo anche voi!”.

Ottavo passo possibile:

Ogni giorno ripetete tutto il processo dall’inizio alla fine e dalla fine all’inizio…date pure libero sfogo alla fantasia e fidatevi dello Spirito Santo; e nella gioia e nella consapevolezza della Comunione con il Signore Gesù, potrete sfamare il mondo con le vostre mani…unite.

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…e ora all’opera…buon raccolto a tutti…a piccoli passi possibili!

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Grazie,

Pietro e Filomena

La vita è oggi!

Cosa manca veramente?

Ci manca la consapevolezza della della vita eterna, la certezza che siamo attesi alla Casa del Padre. Il nostro esserci, la vita che ci è data in dono, è la grandissima opportunità di essere un ponte perché qualcuno, a noi affidato e mai preteso, possa passare oltre.
Questo ponte ha un tempo, un prima nel mondo in cui siamo stati creati e un poi nella comunione tra il cielo e la terra. Quando ricordiamo i fatti e gli avvenimenti che ci hanno ferito, che comportano sofferenza, che gravano come un macigno, condizionando tutta la nostra persona e che sovente generano rabbie, risentimenti e orgoglio, dimentichiamo un aspetto fondamentale che ci appartiene: dovremo morire!
Questa morte fisica, sulla terra che calpestiamo quotidianamente, cerchiamo di sfuggirla, di non volerla mai contemplare. Difficilissimo che prendiamo a braccetto l’idea della “sorella morte”. Poi, dinanzi al mancare di una persona, sia essa a noi cara, ma anche uno sconosciuto, spesso ci troviamo pronti a ricercare un colpevole, colui a cui “affibbiare” il motivo di quella morte, pronti anche a fargliela pagare duramente, non sempre a giusta ragione. Ci vuole un bel cammino per arrivare ad accettare che che il Padre ha posto la morte al termine della nostra vita terrena. La morte “distrugge”. Quale immenso dolore perdere quella sola carne che il sacramento del matrimonio ha costituito. Mio marito Giorgio, per un periodo della nostra vita, tutte le sere, prima di addormentarci, aveva preso l’abitudine di dirmi: «Ti Amo». Lo faceva perché, all’idea che la morte sarebbe potuta arrivare in qualunque momento, non voleva perdere l’occasione di aver detto alla propria amata la frase che spesso difficilmente si esprime con tanta espansione. Un «ti amo» detto ora, adesso, oggi!

Quale folle strappo è la perdita di un figlio.
Quale dolore lasciare andare un genitore.
Quale fatica abbandonare l’amico che la malattia ha consumato giorno per giorno.
Quale pazzia l’uccisione violenta.
Quale  cecità l’omicidio attraverso l’aborto
Quale mistero la fine per martirio……
Perché parlare di questo? Per la grande, irripetibile occasione della vita che  ci appartiene! La vita è oggi, ora, adesso. Cosa posso fare adesso, ora, oggi?
TUTTO
Comprendo la chiamata e la missione che ho? Innanzitutto c’è Dio e poi… Sono una moglie? Un marito?  C’e il mio coniuge.  Sono una madre? Un padre? Ci sono i figli.
Sono figlio? Ci sono i genitori, Sono sorella? Ci sono i fratelli. Sono al lavoro? I colleghi e chi mi è affidato. In questo esistere e partecipare della vita donata può darsi che io debba:
Perdonare? Che io trovi l’occasione perché poi….potrebbe essere tardi! Cambiare stile di vita? Che io lo faccia perché non sia troppo tardi; Tacere? Che io comprenda la necessità prima che sia troppo tardi…avendo parlato troppo; Parlare? Si, a volte quella parola sarebbe necessaria….meglio al momento opportuno che mai… Forse io devo……
Ecco, Che ognuno possa riempire  questi  puntini di sospensione in  ciò che è necessario essere o fare oggi, adesso, ora, cioè prima che arrivi un punto in cui il passato rimanga troppo irrisolto. Dall’ultimo puntino è possibile andare a capo di una vita piena, riconciliata, amata, arricchita, salvata ma soprattutto eternamente Santa.
Non è detto che tutto questo sia facile però è percorribile e realizzabile.
Basta comprenderlo e volerlo cosicché nulla, ma proprio nulla, potrà impedire che l’amore vero trionfi. Donaci o Signore oggi, ora, adesso ciò che può essere fatto prima che sia troppo tardi. Che ciascuno possa vivere la vita donata secondo il perché della stessa.
Tutto il resto ci sarà dato in abbondanza!

-Cristina Righi-

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Le famiglie di Gesù: una meraviglia nella tempesta.

Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me.
Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla.

Il Vangelo di oggi ci tocca particolarmente. Si, lo so. Lo dico sempre di tutti i Vangeli che commento. Il Vangelo è così. Non ti può lasciare indifferente. Se lo fa, significa che lo avete letto solo con la testa e non con il cuore.

Non abbiamo scampo! Cosa ci dice? Che se non portiamo frutto saremo tagliati. Che anche se portiamo frutto saremo comunque potati, per portarne di più. Ci dice che siamo puri per la Parola che Gesù ci ha donato. La Parola è lui stesso. Per finire, giusto per rafforzare il concetto, Gesù afferma: Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla.

Quanto è vero!! Cerchiamo di capirci, però. Quando una famiglia, una coppia, si accorge se il tralcio a cui è legato il proprio matrimonio è vivo o è invece seccato?

Quando le cose vanno bene? No! Quando tutto fila liscio non ci rendiamo conto di nulla. Basta la nostra miseria, la nostra umanità fragile e ferita. Ci bastiamo, si sosteniamo spinti dalla forza dei sentimenti, delle sensazioni, delle emozioni. Ci sentiamo, per certi versi, onnipotenti. Siamo padroni della nostra vita, del nostro matrimonio. Abbiamo tutto sotto controllo. In questi momenti, in cui l’amore prende la forma di un cuore pulsante, tutto sembra facile. Non ci serve la vite. Il tralcio si basta. Crede di poter vivere staccato dalla sorgente della sua vita.

Poi, presto o tardi, arrivano le carestie, i temporali, le gelate. Quel tralcio, che pensava di bastarsi, non riesce più a nutrirsi e a proteggersi da solo. Le tempeste della vita ci toccano tutti. Sofferenze, crisi, lutti, divisioni e abbandoni, possono minare il nostro matrimonio. Ogni coppia di sposi ha le sue cadute, ha colpi della vita che appesantiscono la relazione e la rendono difficile da condurre in salvo. L’amore smette di essere un cuore pulsante e prende la forma di una croce. La coppia non si basta più. I pesi sono troppo gravosi per sostenerli. Serve la forza, il sostegno della vite. Bisogna tornare alla sorgente, alle radici della nostra unione e attingere lì. Bisogna tornare a Gesù Cristo che è salvezza e vita.

Non tutti sono capaci di tornare alla sorgente purtroppo. Chi ha vissuto un matrimonio lontano da Cristo e dalla Sua Legge, donataci dalla sua Chiesa, inevitabilmente seccherà. Non perchè un Dio cattivo lo punisce, ma perchè non si è educato a vivere alla presenza di Cristo e a chiedere il suo aiuto.

Chi, invece, ha aperto sempre più il cuore a Gesù, allo Spirito Santo, cercando di vivere un matrimonio nella verità degli insegnamenti della Chiesa e nutrendo la sua relazione dell’amicizia con Gesù nella preghiera e nei sacramenti, in quei momenti di forte difficoltà non perirà. Al contrario, porterà più frutto. Penso ai tanti sposi lasciati e comunque fedeli alla promessa. Che esempio e testimonianza grande! Penso agli sposi che accudiscono e accompagnano il coniuge all’incontro con Cristo nella malattia. Quanta tenerezza e cura! Penso agli sposi che accolgono un figlio diverso, malato o disabile. Quanta fecondità nella loro vita. Ci sono tanti esempi che potrei fare. Gesù non trasforma tutto in un cuore, in qualcosa di bello e desiderabile. La malattia, la sofferenza e i colpi della vita, nessuno li vuole. Gesù la croce non la toglie. Ti dà, però, la forza di portarla e di testimoniare, così, un amore che salva e che attira. Quante persone sono state affascinate e avvicinate a Gesù dalla storia di Chiara ed Enrico. Chiara Corbella non desiderava soffrire e morire. Desiderava una vita normale con suo marito. Chiara ha però accolto la croce e l’ha vissuta sostenuta da una pace e una forza non umane. Chiara ed Enrico avrebbero dovuto seccare per il colpo ricevuto. Invece stanno portando tantissimo frutto perchè erano una cosa sola con la vite. Gesù era in loro e con loro.

Pensiamoci e contempliamo la meraviglia della forza delle famiglie che sanno abbandonarsi a Gesù!!

Antonio e Luisa

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L’amore è più croce o più cuore?

La croce non piace. Sempre più persone vorrebbero eliminarla dai luoghi pubblici. Non è vero che non piace perchè non è rispettosa di chi crede in un altro dio. La croce dà fastidio anche a tanti cristiani. Non lo ammetteranno, ma è così. La croce è fuori moda. La croce è scandalosa. La croce ci ricorda che amare significa anche, a volte, abbracciarla. La croce appesa al muro ci mette con le spalle a quel muro. Ci ricorda un Dio che ne ha fatto il suo trono d’amore. Ci ricorda che l’amore è fatica, che l’amore è una scelta, che l’amore ci chiede tutto. Ci chiede di morire a noi stessi. Ci chiede di perdonare tutto. La croce è segno dell’amore di Gesù. Ho letto da qualche parte che l’amore non ha la forma del cuore, ma della croce. Il cuore segno del sentimento e la croce segno della volontà. Gesù non sarebbe mai salito su quella croce per sentimento. Lo ha fatto per volontà. Per fare la volontà del Padre e per salvare tutti noi. Allora non è amore il suo? Oppure è l’Amore? Cosa ci insegna la croce? Ho pensato di mettere a confronto l’idea del mondo con l’idea di Dio sull’amore e sul matrimonio. Due concetti molto distanti tra loro.

Il mondo dice che l’amore è solo passione e sentimento. Dio dice che passione e sentimento sono cosa buona, ma l’amore diventa pieno e autentico  quando riesce ad andare oltre ed è capace di sacrificio.

Il mondo dice che il sesso è sempre positivo se desiderato da entrambi. Dio dice che il sesso è benedetto quando è espressione di un’unione sponsale. Una sola carne segno di un cuore solo.

Il mondo dice che  basta l’amore e non serve sposarsi. Dio ti dice che solo nel matrimonio troverai la forza per amare sempre.

Il mondo dice che il peccato non esiste. Dio ti dice che se vivi nel peccato sei già morto anche nel matrimonio.

Il mondo ti dice che lui/lei deve meritarsi il tuo amore. Dio ti dice che è davvero amore solo quando è gratuito ed immeritato.

Il mondo ti dice che la legge di Dio ti rende schiavo e ti impedisce di essere felice. Dio ti dice che solo accogliendo la Sua legge potrai essere libero anche d’amare.

Il mondo ti dice che sarai felice se farai di te il centro. Dio ti chiede di fare dell’altro il centro del tuo amore e solo se ti spenderai per gli altri potrai trovare anche il centro della tua gioia.

Il mondo dice che l’amore per sempre non esiste. Dio vi dice: “Cari sposi: mostrate al mondo che si sbaglia. Mostrate che amarsi per sempre è possibile ed è anche un’esperienza meravigliosa”

 

Antonio e Luisa

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Gli amici sono matite di Dio nella mia storia.

Ho sempre provato avversione per le mie fragilità e per la sofferenza. Forte, tenace e apparentemente indistruttibile, se soffi su certi punti mi sembra di frantumarmi. Tante volte nella mia storia sono stata convinta di dover affrontare le difficoltà da sola, ma la vita grazie a Dio me lo ha impedito, donandomi degli amici speciali che sono entrati intimamente in relazione con quei fatti faticosi che io volevo solo vomitare o nascondere.

Coppia-abbracciata.jpg

Tante volte scrivo che senza gli amici, e nei potrei elencare moltissimi di più delle dita di una mano, io non ce l’avrei mai fatta ad affrontare certe cose. Ho avuto FRATELLI che mi hanno sostenuto, abbracciata, incoraggiata, che hanno pianto con me quando le cose erano irrisolvibili. Ho avuto SORELLE che mi hanno ascoltata, consigliata, che mi hanno fatto vedere chi ero e chi potevo essere nonostante tutto. Mi hanno fatta ridere sdrammatizzando le situazioni più orribili e mi sono state vicino in silenzio. Non è possibile farcela da soli. ABBIAMO BISOGNO DELL’ALTRO. Nella mia fede cristiana ho scoperto che certi amici sono lo strumento preferito di Dio per farmi sapere quanto mi ama e quanta fiducia lui abbia in me. Non puoi portare avanti un matrimonio da solo. Hai bisogno di una rete di amici, di belle coppie volte al bene (non senza problemi), di saldi valori, di fede. Ci sono alcune coppie speciali che amo particolarmente che sono state dei pilastri nel mio matrimonio, perché con loro ci potevamo confidare, confrontare, sfogare. Sentire che certi problemi che vivevamo non eravamo i soli a sperimentarli. Ero alleggerita nel constatare che le parole grosse (…e a volte qualche piatto) volavano anche a casa degli altri. Scegliteli bene gli amici da avere accanto, diceva il nostro padre spirituale, perché quando arriva pioggia, vento, grandine e neve nel tuo matrimonio, tu possa trovare in loro sicuro riparo. Quel riparo che poi ti da la forza di uscire e affrontare le intemperie. Spesso pensi che non sia il caso di confidarti con altre persone su quella crisi che stai vivendo con tuo marito o con tua moglie, su quel problema con i tuoi figli. Se sei maschio è peggio, perché a quanto pare i maschi faticano molto più di noi a confidarsi. Pensi che chi ti sta vicino ha i suoi problemi e di certo non puoi anche mettergli addosso i tuoi pesi. Ma invece forse è una scusa raccontata a noi stessi per giustificare un senso di vergogna; il fatto che abbiamo paura di fare vedere all’altro le nostre fragilità, le nostre sofferenze, i limiti, le zone più oscure. Non ti privare di uno dei regali più belli che si possa ricevere e fare: la CONDIVISIONE. La condivisione è una potentissima arma d’amore contro un terribile mostro che sta alla base della maggior parte dei problemi: la SOLITUDINE. La solitudine è bastarda, perché amplifica le ferite e gli ostacoli. Il vero problema dei problemi è la solitudine. Perché qualsiasi complicazione tu stia vivendo se sei circondato da gente che ti vuole bene stai a trequarti del percorso. Mani, gambe, menti e cuori si moltiplicano e ti viene una forza che non pensavi di avere. Circondati di amici che credono nelle tue potenzialità e vedono le tue risorse, perché da soli nulla si può superare. La condivisione aggiunta alla forza dello stare INSIEME, al desiderio di cambiare, in alcune circostanze può salvare la vita. Come è stato per me prima di conoscere Roberto, dopo il mio matrimonio, con la nascita dei bambini: quando i figli non arrivavano, quando Davide è nato prematuro e pesava un chilo e cinquecento grammi, quando Roberto sembrava emigrato con la mente e il cuore in un altro mondo, nelle mie gravidanze a rischio, nella fatica di dare gli esami coi figli piccoli, nel disinteresse di mio marito, nella solitudine di avere la mia famiglia a settecento chilometri di distanza, la dislessia, l’epilessia. In ogni ferita, l’oro dell’amore di amicizie speciali sanava e riempiva le fenditure di quel vaso rotto che era il mio cuore. GRAZIE AD OGNUNO DI VOI, matite di Dio nella mia storia.

Claudia e Roberto

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L’amore matrimoniale è fatto di carezze.

Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri.
Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri».

Questo Vangelo si presta a diverse riflessioni. Anche per quanto riguarda l’amore sponsale. Oggi mi voglio soffermare su una caratteristica dell’amore di Cristo. Gesù ci ama di un amore tenero. Il matrimonio è il sacramento della tenerezza. Gli sposi imparano l’uno dall’altra ad amarsi con tenerezza. Ho capito una cosa importante. Dio mi ha affidato una missione, mi ha comandato  affinché  io mi impegni ogni giorno per essere epifania del suo amore tenero per la mia sposa.

Più saprò essere tenero con lei, più imparerò ad esserlo (anche questo è un cammino di crescita) e più lei si sentirà amata da me e da Dio attraverso di me.

Di seguito riporto una riflessione di Carlo Rocchetta  che spiega concretamente cosa significhi amare con tenerezza, quale sia il linguaggio della tenerezza:

Per arrivare a questa situazione di sentirsi amati ed apprezzati, esiste il linguaggio delle carezze, la tenerezza è una polifonia di carezze. Dalle carezze deriva un messaggio di riconoscimento prezioso.

Isaia 43, 1-7: tu sei prezioso ai miei occhi, ti stimo e ti amo. La carezza è anche quella verbale, simbolica, non solo gestuale. Quando non ci sono carezze fra gli sposi si crea un senso di solitudine. L’altro o diventa un estraneo o si crea una stato di rivincita o di malessere tale che porta con sé rabbia, collera, tristezza. Lui non mi porta mai un fiore…lei è sempre negativa…. Così facendo si viene a creare un senso di solitudine e l’impressione che tutto sta per finire. La carezza è un riconoscimento che mi rassicura. Tutti abbiamo delle insicurezze. Tra marito e moglie è indispensabile darsi sicurezze. Una carezza in più non fa mai male!! Le carezze possono essere: verbali, gestuali, comportamentali e simboliche.

Le carezze verbali sono l’uso della parola: sei bellissima, sei straordinaria.. uccide più la lingua che la spada… Non si pensa che colpendo l’altro si colpisce se stesso. Le donne si ricordano ogni parola! anche nei momenti di ira o rabbia, facciamo in modo che le parole non siano macigni. Quando i due litigano non si ascoltano più.

Le carezze gestuali sono il tono della voce, lo sguardo, il sorriso, il bacio, l’abbraccio. Bisogna educarsi all’arte delle carezze gestuali. Quasi sempre vanno di pari passo con le carezze verbali. Sono parole non dette ma che a volte sono altrettanto eloquenti. Atti che fanno sentir bene il coniuge.

Le carezze comportamentali sono quelle collaborazioni, quel modo con cui si cerca insieme di mettere a posto la casa, di aiutare i figli. Atti concreti con cui ci si mette in sintonia con l’altro, si collabora con l’altro (il marito a volte arriva dal lavoro e si butta in poltrona).

Le carezze simboliche sono tutti i doni, quei piccoli segni che caratterizzano la vita della coppia. Il matrimonio è caratterizzato da doni: lista delle nozze, lo scambio degli anelli nuziali. Occorre che anche durante il matrimonio ci siano quei doni, quei simboli che facciano sentire bene il coniuge (portare un fiore alla moglie..). Il regalo non ha un valore solo materiale ma simbolico. Si è interessato a me.. Ha cercato quel regalo per me. È importante per gli sposi regalarsi una sorpresa ogni tanto, se no la vita di coppia diventa una monotonia, una routine sempre uguale.

L’unica condizione di questa polifonia di carezze è che siano carezze vere, incondizionate. Il do ut des non è vera carezza. A volte quando il marito vuol fare l’amore diventa tutto carezzevole, tutto moine. La moglie che ha capito il trucco si rifiuta. Se fosse carezzevole sempre sarebbe diverso… Quelle sono carezze condizionate.

Antonio e Luisa

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Rimasero soltanto loro due: la misera e la misericordia.

Alcuni giorni fa il Vangelo del giorno riproponeva l’episodio dell’adultera. Un episodio molto conosciuto e che si presta alle più svariate interpretazioni. Bellissima la riflessione di Sant’Agostino. Sant’Agostino probabilmente si sentiva particolarmente toccato da questo episodio, considerato che lui è stato particolarmente adultero con il suo corpo. Anche io mi sento particolarmente toccato da questo episodio. Credo anche molti di voi che leggete. Quante volte siamo stati adulteri con il nostro corpo. Quante volte non ce ne siamo serviti per amare, ma per ricercare un piacere fine a se stesso o solo mascherato d’amore. Sant’Agostino ci dona una riflessione meravigliosa. Una volta che Gesù ha zittito e disperso gli accusatori della donna con la semplice frase Chi di voi è senza peccato, scagli per primo una pietra contro di lei, resta solo con la peccatrice. In quel momento di eternità Sant’Agostino riconosce l’incontro decisivo che può cambiare la vita ad ognuno di noi. Sant’Agostino dice: Rimasero soltanto loro due: la misera e la misericordia.  In una frase ha sintetizzato il senso della vita umana. La peccatrice ha incrociato lo sguardo di Cristo. Non l’ha incrociato in un momento qualsiasi. Ha incontrato Cristo quando era a terra, nella polvere, condannata dagli uomini, forse lei stessa si condannava e non si perdonava quella vita lontana dalla verità dell’amore. Lì avviene il miracolo. Lì l’adultera non evita solo la morte per lapidazione. Lì l’adultera nasce a vita nuova. Era spiritualmente morta e Gesù le ridona vita. Le ridona la verità di se stessa. Le ridona dignità e regalità. Lo fa solo con uno sguardo. E’ bastato lo sguardo di un innamorato. Lo sguardo di Dio che va oltre la miseria e la fragilità dell’uomo e riesce a vederne la bellezza costitutiva, che è fatta da Dio, fatta ad immagine di Dio. Mi piace immaginare l’adultera che sentendosi guardata così in un istante riacquista la vista. Lo sguardo di Cristo le rende d’improvviso evidente la falsità dello sguardo dell’altro. Lo sguardo della persona che fino a poco tempo prima condivideva il letto con lei. D’improvviso si è resa conto che ciò che stava vivendo non era amore. Si è sentita, probabilmente per la prima volta, profondamente amata e desiderata. Non per il suo corpo o per quello che poteva fare e dare, ma perchè era lei. Gesù amava lei senza chiederle nulla in cambio. Questo è lo sguardo che io e Luisa abbiamo imparato a scambiarci. Anche quando non sono l’uomo perfetto e mostro le mie fragilità e le mie durezze, lei non smette mai di guardarmi con lo sguardo di Cristo. Uno sguardo che va oltre la miseria e diventa misericordia. Uno sguardo che tocca profondamente il mio cuore. Uno sguardo che mi permette di innamorarmi di lei sempre di più e di ringraziare Dio per avermela donata. 

Antonio e Luisa.

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Maria non fa rima con Eutanasia

..di Pietro Antonicelli e Filomena Scalise dal Blog “Sposi&Spose di Cristo”:

Ogni anno qui a Crotone potete assistere ad una processione davvero significativa.

E’ il mese di maggio, mese per eccellenza che noi cristiani dedichiamo alla Beata Vergine Maria. Molte sono state le sue apparizioni in questo mese.

Apparizioni straordinarie che hanno cambiato la vita di molte persone.

Ma oggi vi raccontiamo qualcosa di estremamente ordinario.

Dicevamo che a Crotone nel mese di maggio si vive la devozione alla Beata Vergine Maria venerata col titolo di “Regina di Capocolonna” e tutta la città il secondo sabato del mese accompagna la grande Icona della Madonna che viene trasportata a spalla presso l’ospedale della città.

Non ci passa per caso, l’Icona viene portata volutamente in ospedale per far visita agli ammalati.

Come dicevo nulla di straordinario. Maria esce dalla chiesa per andare a far visita agli ammalati.

E’ una madre. Quale madre non andrebbe a far visita a suo figlio se fosse in ospedale.

E’ una discepola di Cristo, quale discepolo di Cristo non mette in pratica le parole di Cristo?

In realtà Maria è tra i pochi a praticare le parole di suo figlio e a compiere le opere di misericordia corporale tra cui c’è anche “……visitare gli infermi…..”.

Quale gioia per un ammalato vedersi confortato dalla presenza della Madre di Dio. Quale sollievo nell’anima e nel corpo.

Ma veniamo a noi.

L’altro giorno sentivo nuovamente parlare di proposte speciali per l’uomo libero di oggi. Leggi “giuste” che fanno rabbrividire nel loro essere così asettiche.

L’altro giorno sentivo ancora qualcuno proporre anche in Italia l’eutanasia.

Non vogliamo entrare nel merito della questione per un motivo particolare: la sofferenza è e riamane un mistero.

Chi ha fede in Cristo sa che la sofferenza può diventare uno strumento di redenzione non solo per sé stessi, ma anche per il mondo.

La stessa Beata Vergine Maria a Fatima invitava i pastorelli ad offrire le sofferenze per la salvezza altrui.

Ma chi non crede di questa sofferenza che se ne fa? A cosa giova soffrire? A chi?

Ma forse, in realtà, non è questo il solo aspetto che porta a giustificare l’eutanasia per un non credente.

Guardiamoci intorno.

Secondo un  nostro superficialissimo e stupidissimo parere, uno degli elementi che rafforza il fascino dell’eutanasia, ovvero della morte, è la solitudine in cui viviamo quotidianamente; anzi, l’isolamento – che è ancora peggio – ossia la sempre più significativa assenza di qualcuno (o più di qualcuno) con cui stabilire relazioni profonde, legami belli.

Spesso la nostra esistenza si gioca in quattro mura di case in cui sempre meno viviamo con amore e all’esterno in cui sempre meno viviamo con amore.

Le relazioni significative, quelle vere per cui ti giochi la vita sono sempre meno.

Perché? I motivi sono tanti…forse rincorriamo il benessere a vari livelli e abbiamo dimenticato che è la ricerca del bene che ti porta a stare veramente, profondamente, inesorabilmente bene; mentre la ricerca del benessere fine a sé stesso ti porta velocemente a stare male.

Ed è così che ci ritroviamo svuotati ed abbastanza incapaci di amare e lasciarci amare. Soli ed isolati.

Facciamo un esempio: quante volte abbiamo sentito dire dagli anziani: “nessuno viene a trovarmi”?

Quante volte se siamo stati ricoverati in ospedale per lunghi periodi abbiamo ricevuto visite?

La gente non ha tempo per fare visite. Ti manda un whatsapp e pensa che basti questo. Beh, almeno un whatsapp può essere qualcosa…meglio di niente.

Dicevamo che Maria durante la processione del secondo sabato di Maggio, qui a Crotone, fa visita agli ammalati.

E lo fa per ricordare a tutti noi che gli ammalati si vanno a trovare, che agli ammalati si sta vicino, che agli ammalati bisogna volergli bene.

Ed è qui che noi che ci diciamo cristiani siamo interpellati! Non gli atei…ma noi cristiani!

Come si combatte la voglia di eutanasia? Offrendo la vita per i fratelli che stanno male. Accogliendoli in casa propria? Perché no.

Immaginati solo in un letto di ospedale a vita. Vuoi vivere o morire?

Immaginati in un letto di ospedale o in una casa in cui ci siano persone che ti curano, persone che ti fanno sentire il loro calore e affetto, persone che ti vengono a trovare: in questo caso vorresti vivere o morire?

Beh, la risposta non è semplice.

Ma forse con più probabilità se noi cristiani “operassimo le opere” di misericordia corporale e spirituale, forse meno gente vorrebbe morire.

Forse (è solo un’opinione) se noi discepoli di Cristo ci impegnassimo a desiderare, a costruire relazioni (non istituzioni ma relazioni!!!) fraterne…allora forse ad essere dolce (eu) non sarebbe la morte (tanasia)ma dolce… sarebbe la vita.

E allora….“Santa Madre di Dio, in questo mese di Maggio a Te dedicato aiutaci a ristabilire relazioni fraterne tra noi esseri umani, ricordaci che nei piccoli gesti, nello stare insieme, nell’abbraccio del coniuge, nel sorriso dell’amico c’è una promessa di vita eterna che Gesù ha promesso a coloro che amano come ha amato Lui.

Amen.

Piccolo promemoria per essere felici:

Opere di misericordia corporale

  1. Dar da mangiare agli affamati.
  2. Dar da bere agli assetati.
  3. Vestire gli ignudi.
  4. Alloggiare i pellegrini.
  5. Visitare gli infermi.
  6. Visitare i carcerati.
  7. Seppellire i morti.

Opere di misericordia spirituale

  1. Consigliare i dubbiosi.
  2. Insegnare agli ignoranti.
  3. Ammonire i peccatori.
  4. Consolare gli afflitti.
  5. Perdonare le offese.
  6. Sopportare pazientemente le persone moleste.
  7. Pregare Dio per i vivi e per i morti.

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Grazie

Il contrario di amore è commercio

Spesso i miei articoli sono indigesti. Raccontano un amore sponsale grande, ma non certo un amore facile. Paolo VI lo gridava già decenni fa: Il cristianesimo non è facile, ma è felice. Non può appagarsi di giovani mediocri, non può essere vissuto in maniera qualunque; o lo si vive in pienezza, o lo si tradisce!

Se cercate facili giustificazioni e qualcuno che vi dia ragione non avete che da scegliere. Troverete alleati in famiglia, tra gli amici e anche tra alcuni sacerdoti. Troverete moltissime persone che vi daranno ragione e vi diranno che fate bene a non accettare una relazione che non sia totalmente appagante. Non certo io. Quali sono le vostre obiezioni? Lui non si merita niente, lei non è accogliente, lui ha un’altra, lei è fredda, lui non mi capisce, lei mi ha lasciato.

Avrete anche ragione, non lo metto in dubbio. L’altro/a non è perfetto e magari, concedetemi il francesismo, è proprio uno/a stronzo/a. Quindi cosa vogliamo fare? Piangerci addosso o cogliere questa occasione per svoltare? Per fare quel salto di qualità che ci può rendere veri cristiani, cioè imitatori di Cristo. Non significa accogliere la sofferenza come dono di Dio. Se l’altro è uno stronzo non è Dio ad averlo fatto stronzo, ma una sua mancanza, fragilità, peccato, ferita, chiamatela come vi pare. L’amore solo se reciproco non è un concetto di amore cristiano. Per quello non serve un sacramento e non serve la morte di Cristo in Croce. Se condizionate il vostro amare l’altro all’amore che ricevete in cambio non state amando davvero. State semplicemente usandovi a vicenda. Il contrario di amore è commercio. E’ dare un valore al vostro amare. Ne vale la pena? Vi riempite vicendevolmente il vuoto del vostro cuore. Il vuoto affettivo e il vuoto sessuale. Siete voi al centro. Sono io al centro. Perchè anche io non mi pongo come maestro, ma come uomo che vive in questo mondo con tutte le sue fragilità e difficoltà. Cristo ci salva anche da questo. Noi sposi siamo come due serbatoi vuoti o pieni a metà. Cerchiamo l’uno nell’altro quella sorgente per riempirci. Così facendo però ci riempiamo di nulla se i nostri serbatoi sono vuoti, oppure prosciughiamo l’altro per riempire il nostro se pieni a metà. Capite che così le cose non funzionano. Nel rito del matrimonio non esiste la parola se. Ognuno dei due sposi fa una promessa solenne: prometto di amarti e onorarti, di esserti fedele sempre. Sempre e non fino a quando tu farai altrettanto. Questo è l’amore incondizionato, questo è l’amore di Cristo, questo è l’amore che salva e che illumina. Per questo nel rito è aggiunta la frase: con la Grazia di Dio. Michel Quoist (importante presbitero e scrittore) scriveva: Amare, non è prendere un altro per completarsi, bensì offrirsi ad un altro per completarlo. 

Questa affermazione va spiegata  perchè qui sta tutta la differenza tra chi ama secondo Cristo e chi ama secondo il mondo. Come fare? Attingere all’unico amore che non delude, che non si esaurisce e che è davvero gratuito. Attingere allo Spirito Santo nei sacramenti e alla relazione con Gesù che diventa persona amica e conosciuta. Sto facendo una fatica enorme. Vi confesso un mio grande limite. Io credo in Gesù, ma non ho una vera relazione con Lui. Faccio fatica a pregare ad adorarlo, a sentirlo vicino e amico. Il mio padre spirituale mi sta aiutando in questa mia difficoltà perchè senza una vera relazione con Cristo il mio matrimonio non sarà mai libero. Cercherò sempre in mia moglie colei che deve riempire i miei vuoti. Finchè non troverò Dio in una relazione autentica farò di mia moglie il mio dio. All’inizio lo era. Ora con tanta fatica le cose stanno cambiando. Quello che vi voglio dire è che finchè vi lamentate di ciò che vostro marito o vostra moglie non vi dà state sbagliando bersaglio. Non sarò io a darvi corda. Se volete davvero trasformare il vostro matrimonio in qualcosa di diverso dovete cambiare ciò che significa il vostro matrimonio. Dovete farvi una domanda: chi è al centro della mia vita? Chi o cosa dà senso alla mia vita? Se ciò che dà senso e pace alla vostra vita è l’amore del vostro sposo (o sposa) significa che avete sostituito Dio con lui/lei. Significa che ne avete fatto il vostro idolo. Gli idoli chiedono la vostra vita e non la danno. Solo Dio dà senza chiedere nulla. Vi state illudendo e state sbagliando tutto. Quella persona non potrà mai essere colei sulla quale costruire la vostra felicità, anche solo per il fatto che potete perderla in qualsiasi momento. E’ mortale e finita. Se invece troverete la risposta alla vostra sete di amore e di eternità in Gesù allora il vostro matrimonio diventerà luogo dove restituire quell’amore a Gesù che è presente nell’altro e nel matrimonio stesso. Non sarà più l’altro a dover riempire il vostro serbatoio perchè sarete attaccati all’acqua corrente dello Spirito Santo che è inesauribile ed infinitamente buona. Allora non avrete bisogno per riempirvi di attingere al serbatoio dell’altro ma sarete pronti a riempirlo del vostro quando l’altro si troverà a secco e non potrà o non vorrà darvi nulla.

Antonio e Luisa

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I due vampiri (sciocchi)

Ci sono state occasioni in cui mi sono trovato spiazzato, dove ho capito che anche dopo anni di corsi, insegnamenti e riflessioni in cui avevo chiarito ogni dubbio sulla sessualità e sulla sua meravigliosa bellezza, addirittura anche dopo averla vissuta in pienezza, non potevo ancora ritenermi al sicuro da errori e questo mi ha sorpreso e imbarazzato.

Immaginiamo la situazione: sto parlando con un amico, un collega o anche un conoscente simpatico e la conversazione prende l’argomento sesso. È una di quelle volte in cui non spuntano fuori volgarità (succede raramente purtroppo) capita invece che si parli con intelligenza e rispetto, quindi si apprezzano le considerazioni dell’altro e si crea una certa confidenza, sentendosi liberi di parlare.

La magia finisce quando il confidente, magari tentando di darsi l’aria della persona navigata, enuncia quale legge universale ed inconfutabile che «beh, ovviamente… due persone adulte e consenzienti sono libere di fare ciò che gli pare!», enunciato che arriva subito dopo qualche nefandezza esplicita o dopo qualche pettegolezzo in cui altri hanno compiuto qualche violazione di sane regole morali. Cosa mi dà fastidio? In primo luogo l’insinuazione implicita che anch’io possa pensarla così, l’amicone infatti crede di lusingarti, facendoti capire che secondo lui anche tu sei una persona “navigata” ma soprattutto il fatto che questa “legge” possa essere considerata un pilastro della logica, come si può essere in disaccordo? Questo è il momento in cui mi verrebbe da prenderlo a sberle urlando «Ma che hai nel cervello!?» poi però penso che anche lui è umano, pieno di difetti e se magari qualcuno lo aiuta si accorge di quanto sbaglia e torna ad avere la testa a posto.

In genere chi enuncia questo “teorema degli adulti consenzienti” pretende che ciò sia accettato senza riserve, che tu accetti come evento legittimo e degno di rispetto qualunque gesto o qualunque comportamento i due mettano in pratica, anche il più scabroso, dopotutto i due sono d’accordo, quindi a nulla possono valere regole etiche, morali, né tanto meno religiose: i due sono d’accordo, questo basta. Qui però la questione non sta nella religione, nell’etica, né nella morale o nel personale disgusto che a questo punto si dovrebbe soffocare, il problema è nella trappola mentale in cui il “navigato” e i due adulti consenzienti sono caduti, scadendo in una povertà umana profondissima, trappola in cui è facilissimo cadere perché sembra legittimante: il consenso.

Il consenso da solo è pura illusione, ognuno dei due infatti non acconsente ad un progetto comune di amore, o perfino di desiderio, al contrario guarda solo a sé stesso, il consenso scambiato con l’altro serve solo a sbloccare l’accesso al proprio piacere, ma il piacere dell’altro in quel momento non fa parte dei propri piani, può anche non esistere. Io voglio il piacere, tu acconsenti e questo mi dà pieno diritto, quindi io prendo. Questo è il dialogo, o meglio il monologo che però detto in due illude di avere qualcosa in comune.

Prima o poi mi capiterà qualcuno con un po’ di spirito al quale possa rispondere: «Certo! Come due vampiri che si mordono nel collo a vicenda facendo a gara a chi succhia di più!» è questa infatti l’immagine che mi viene in mente: due illusi, concentrati così tanto su sé stessi e su quanto prendono da non accorgersi di quanto gli viene sottratto, ignorando volontariamente il fatto di soffrire e di valer poco per l’altro, al quale preme solo di sé.

Certo che se trovassi uno che non scappa dopo una battuta così allora insisterei: «A te non è mai successo? Hai mai avuto una storia che ti ha fatto sentire un po’ ladro? O sprecato? Che però racconti agli amici come se ci fosse da vantarsi? Ma come ti senti davvero a ripensarci?» sono certo che mi risponderebbe di sì, una storia così ce l’hanno un po’ tutti, forse allora inizierebbe a sospettare che si era ingannato e magari rifletterebbe su tante storie che gli sono state raccontate, a capire perché erano finite.

Questo già sarebbe molto buono, ma per convincerlo davvero dovrei raccontargli quanto di bello c’è nella mia storia: di quanto ho atteso imparando a conoscere sempre di più colei che sarebbe diventata mia moglie, imparando un linguaggio di sentimento, tenerezza, dolcezza che è ancora preziosissimo. Dovrei dirgli che io e lei ci incontriamo donandoci, regalandoci l’uno all’altra, cercando di accendere con delicatezza e rispetto il piacere del coniuge e non il proprio, compiacendosi già nel vedere la gioia della persona amata. Dovrei dirgli che solo in questo modo si può riceve dall’altro un piacere che sorprende sempre, che è travolgente, inebriante e che è davvero frutto di una volontà condivisa quindi veramente legittimo, anzi leale, è l’amore sponsale.

Quanto costa? Tutto! Se non ti spendi tutto non funziona. Si fa fatica? Certo! Devi renderti attraente per la persona che ami, devi farla sentire amata, devi soffocare ogni moto di egoismo, devi fare i conti con le sue richieste, devi correggere i tuoi errori mettendo da parte ogni orgoglio, devi sopportare tutti i difetti dell’altro e cercare compromessi, questo nella vita ordinaria di tutti i giorni. Però, quando avete fatto ognuno tutto questo per amore dell’altro e cercando il momento atteso vi incontrate, allora il tutto che avrai speso sarà niente in confronto a quello che ricevi: ogni carezza, ogni bacio, ogni gesto sarà un’opera d’arte e tu, immerso in questa sinfonia di bellezza saprai che la tua vita si sta realizzando pienamente.

Mi immagino cosa potrebbe pensare allora l’amico che mi ascolta, che domanda mi farebbe arrivati a questo punto: «Ma a te succede davvero sempre così?», questo mi spiazzerebbe e mi metterebbe in imbarazzo perché dovrei abbassare lo sguardo dicendo «Non è sempre stato così…», perché anche nel matrimonio succede di rivolgere l’attenzione a sé stessi, a ciò che si vuole, ignorando le attese e la sensibilità dell’altro, tornando sull’idea che si ha diritto al piacere. Naturalmente questo ci ritrasforma in quei vampiri sciocchi, che tentano disperatamente di prendere dall’altro ciò che non può essere preso ma che si può solo ricevere in dono, questo ferisce l’altro e sé stessi e naturalmente deturpa quella bellezza tanto sublime che abbiamo messo da parte.

Sarebbe proprio allora che mi verrebbe da prendermi a sberle, ripensando alle volte in cui ho rinunciato a quel paradiso di bellezza che avevo conosciuto per cercare un piacere povero e degradante; poi penso che anche io sono umano, pieno di difetti e se magari Dio mi aiuta, mi accorgo di quanto sbaglio e rimetto la testa a posto.

Ranieri e Valeria

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La soluzione è dire sempre si al nostro matrimonio

Se hai sperimentato la gioia della risurrezione di Gesù nella tua vita, significa che, in un fatto difficile della tua storia che sembrava decretare la tua “fine”, hai scoperto che il tormento non aveva l’ultima parola per te in quella vicenda. Questa è la nostra fede. Ma non tutti i giorni della tua quotidianità sono fatti di gioia, non tutta la tua settimana respira la risurrezione di Dio.

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Perché ci sono momenti di difficoltà in cui ti sembra di non cavare un ragno dal buco, come gli apostoli che pescano tutto il tempo e non tirano su neanche un pesce. Gesù lo vede che ci sono momenti della nostra vita in cui non abbiamo più cibo sostanzioso, che siamo alla deriva, in grosse difficoltà e non è indifferente. Nel Vangelo di ieri, ad un certo punto arriva un tizio (che loro neanche riconoscono) che gli dice di provare a gettare le reti dalla parte destra della barca. Il suggerimento è quanto meno assurdo, perché non è che se uno non trova i pesci dalla parte sinistra della barca poi a destra li trova. La fiducia contro ogni logica li ricompensa di una pesca esagerata che è così abbondante da poter spaccare le reti, che però reggono. Se stai vivendo una crisi o una sofferenza particolare nel tuo matrimonio o relazione di coppia, il senno ti direbbe di arrenderti, tirare le reti in barca e cambiare aria. Trovarti un’altra compagna, o un altro marito. E invece Gesù ti dice di fare una cosa insensata. Ti invita a cercare la soluzione del crollo dentro al matrimonio e non fuori: rimani in quella crisi, prendi questo dolore come un’occasione di pesca abbondante anche se sembra tutto arido, perché lì Gesù si manifesta stanne certo. Al mio matrimonio non gli dava due lire nessuno. La crisi nel tempo testimoniava la fatica di due storie troppo difficili da mettere insieme. Eppure dopo dieci anni di fatica, scontro, ferite, cadute e sollevamenti, amore e odio, quando meno ce lo aspettavamo ci siamo ritrovati a tirare su le reti della nostra relazione, e non erano più vuote, ma piene di ottimo cibo nutriente da condividere non solo fra noi, ma anche con tutta la comunità di famiglie e persone intorno. Da questa abbondanza nasce l’attività di evangelizzazione Amati per Amare. Il Vangelo di questa domenica è un dono speciale che ci ricorda che il Signore Gesù è presente col Suo Amore nei nostri matrimoni e nelle nostre vite. Ma senza la nostra risposta la relazione con Lui non può fiorire, ma soprattutto il Suo Amore senza il nostro si, non si può manifestare a chi ci sta accanto. Le tre domande a Pietro sono una bellissima espressione del corteggiamento di Dio per l’uomo. La risposta di Pietro una dichiarazione d’amore e di fedeltà all’amato Gesù. Come se Gesù dicesse sappi che il mio amore ci sarà sempre, ma ho bisogno anche del tuo. La polarità bisognosa di Dio parte dal desiderio di una relazione intima con ciascuno di noi ed eleva me e te ad una dignità inestimabile. Il tuo Dio ha bisogno di te, del tuo amore, dei tuoi sentimenti, della tua risposta positiva a questo affetto, per manifestare la Sua Gloria. Cosa significa per me oggi voler bene a Gesù nel mio matrimonio e nella mia famiglia. È come se Gesù ti chiedesse oggi se gli vuoi bene, se lo ami, perché senza di te non si può fare. La tua risposta d’amore segna l’inizio di una missione, di un mandato in cui l’unico intento è annunciare a tutti la Salvezza di Dio per la propria vita.

Claudia e Roberto.

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Fidanzamento lungo matrimonio corto

C’è una consuetudine sempre più predominante tra i nostri giovani, anche cristiani. Una consuetudine assurda secondo me. Spesso i fidanzamenti durano più dei matrimoni. In Spagna c’è addirittura una massima che dice: Fidanzamento lungo matrimonio corto. Papa Francesco ha affrontato diverse volte questo problema e in un’occasione di queste ha detto:

In realtà, quasi tutti gli uomini e le donne vorrebbero una sicurezza affettiva stabile, un matrimonio solido e una famiglia felice”. “La famiglia è in cima a tutti gli indici di gradimento fra i giovani”, l’analisi di Francesco: “Ma, per paura di sbagliare, molti non vogliono neppure pensarci: pur essendo cristiani, non pensano al matrimonio

Tantissime coppie vivono fidanzamenti decennali e poi, quando finalmente decidono di sposarsi, il loro matrimonio non regge e presto fallisce. Come è possibile? Il matrimonio non dovrebbe essere qualcosa di più solido? Non voglio generalizzare. Ogni persona e ogni relazione è diversa dalle altre. Credo però che spesso ci sia una dinamica comune a tante storie. Credo che la risposta sia in realtà semplice, comprensibile dal comportamento stesso dei due sposi. Spesso i giovani non si sposano, perchè ci sono reali problemi economici e lavorativi. Non voglio negarlo, ma non è solo questo. C’è qualcosa di più profondo. Qualcosa che tocca il desiderio nascosto nel cuore di ogni uomo e di ogni donna. La paura della scelta definitiva. La paura e l’incertezza che l’altro non sia quello giusto. La paura e l’incertezza di non essere altezza di quell’impegno e della persona che si ha accanto. Moltissimi giovani credono che la convivenza sia importante per preparare il matrimonio.  Per testarsi e mettersi alla prova.  Con queste premesse è normale che poi, quando i due finalmente decidono di fare il grande passo, le aspettative di entrambi sono altissime e insostenibili. Si rendono presto conto che il matrimonio non ha portato quella perfezione che si aspettavano. L’altro/a non è perfetto. La relazione non è perfetta.  Il sogno che gli sposi hanno coltivato per anni resta appunto un sogno, la realtà è altro. Il matrimonio diventa così una doccia fredda. Si svegliano dal sogno e si trovano in una realtà che è un incubo. C’è una grande differenza di prospettiva tra chi si sposa dopo un fidanzamento breve e chi dopo un lungo. E’ solo una mia supposizione, sostenuta però da tante storie che ho ascoltato. Chi opta per un fidanzamento breve non pretende la perfezione. Sa bene che non potrà mai conoscere l’altro/a  fino in fondo e che non potrà mai avere tutto sotto controllo. Quello che gli interessa è solo l’averlo/a scelta per iniziare un percorso. Non è ancora stato raggiunto nulla. Tutto è da costruire giorno per giorno. Il bello è proprio questo: essersi scelti senza chiedere il certificato di garanzia e il diritto di reso. Non c’è pretesa ma accoglienza dell’altro e della sua diversità.  Chi si sposa senza aver mai convissuto e senza aver mai consumato prima dovrebbe in realtà andare incontro ad un maggior rischio di fallimento. Le statistiche dicono l’opposto. I divorzi sono in costante aumento come lo sono i matrimoni preceduti da convivenza. La verità è un’altra. Quando siamo disposti a donarci completamente ad una un’altra persona in modo consapevole, ma senza che l’altro debba prima dimostrare di meritarci, stiamo compiendo un gesto di autentico amore che scalda nel profondo il cuore della persona amata. Io e Luisa ci siamo sposati dopo 16 mesi di fidanzamento. Se avessi dovuto prima convivere per dimostrarle di essere degno di lei mi sarebbe rimasto un dubbio. Mi sarei portato nel matrimonio l’idea di dovermi meritare costantemente il suo amore per non perderla. Naturalmente lo stesso vale per anche per lei. Invece tra noi è diverso. Io so che lei mi ama gratuitamente e senza condizioni. L’essere accolto da lei senza riserve e senza condizioni mi ha profondamente toccato il cuore il giorno del matrimonio e continua a farlo ogni giorno che Dio ci concede. Questo ha fatto nascere in me il desiderio radicato, e di conseguenza la volontà, di non venire mai meno alla promessa solenne di quel giorno di tanti anni fa che rinnovo ogni mattina. Cerco di meritarmi il suo amore non per paura di perderla, ma per restituirle quella gratuità che lei liberamente ha deciso di offrirmi 6158 volte fino ad oggi, una per ogni giorno  del nostro matrimonio. La soluzione è quindi una sola: non assecondare la paura, ma affrontarla e vincerla con l’aiuto delle persone e di Dio. Non ha caso Lui è il primo che ci ama sempre e comunque. Solo assaporando un amore davvero gratuito, senza che ci sia riserva alcuna, l’uomo e la donna possono riempire il loro cuore e possono così far sbocciare matrimoni meravigliosi.

Antonio e Luisa

 

Il matrimonio si costruisce sulla relazione, non sul legame.

Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.
Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. Io e il Padre siamo una cosa sola.

Siamo alla quarta domenica di Pasqua, quella tradizionalmente dedicata al buon pastore. Gesù buon pastore. Questo brano del Vangelo è sintetizzato dalla prima frase: Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Frase sulla quale è bene soffermarsi per capirla bene. Don Fabio Rosini la spiega benissimo. Le pecore seguono il pastore perchè lo conoscono. Perchè ascoltano la sua voce. Noi siamo le pecore. Perchè vi siete sposati? Solo per rispettare una regola, una morale, una legge? Se è così preparatevi a fallire. Presto o tardi vi sentirete soffocare da una relazione scelta per questo motivo. Oppure perchè vi siete sentiti conosciuti e avete accolto e ascoltato Gesù in una relazione personale con Lui? Se è questo il caso anche il matrimonio diventa luogo per incontrare Gesù. Anche le ferite diventano occasione di sperimentare l’amore di Dio. Anche le fragilità e le asprezze del coniuge diventano motivo per alzare lo sguardo a Gesù. Il matrimonio può resistere a qualsiasi tempesta, ma solo se noi, povere pecore, restiamo dietro il nostro buon pastore. Gesù non è pastore che vuole tenerci legati a Lui, non usa cani o catene per non farci scappare. Non funziona. L’amore deve essere lasciato libero per essere amore. Allora Lui ci sta dicendo di ascoltarlo. E ascoltandolo ci chiede di innamorarci di Lui. Solo così non ci perderemo. Il nostro matrimonio è vincente (anche nella sofferenza e nell’abbandono) quando lo costruiamo come relazione e non come legame. Come risposta d’amore a un Dio che ci ama sempre e comunque e non come sottomissione ad una legge di un dio padrone e ingiusto. La differenza è tutta qui. Nel matrimonio i nostri cuori sono diventati uno solo pur restando due. Senza essere fusi e legati. Questo è il miracolo del matrimonio. Il legame c’è ma non si vede. Il legame è la relazione. Il legame è la vita dell’uno che diventa parte del cuore dell’altro. Così si è uno pur restando due. Così è anche il legame delle tre persone di Dio Trinità. Coniuge deriva dal latino cum e iugus. Portare lo stesso giogo, condividere la stessa sorte. Portare lo stesso giogo. Mi piace questa immagine. Perchè il giogo, alla luce, di quanto scritto fino ad ora, non è qualcosa che limita, ma qualcosa che sostiene e dà forza. Lo sposo e la sposa con il matrimonio sono uniti dal giogo, che non imprigiona, ma al contrario dà forza e ti rende non più solo a portare il carico, ma pone al tuo fianco qualcuno con cui condividerne il peso. Il carico è la vita, le sofferenze, le cadute, i fallimenti, ma anche le vittorie e le gioie. Lo sposo e la sposa uniti dal giogo non si guardano negli occhi. Non si chiudono in una relazione esclusiva. Per procedere devono guardare avanti, guardale l’obiettivo, la meta. Guardare lo Sposo di entrambi. Guardare Cristo. Il buon pastore.

Antonio e Luisa

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Dalla morale sessuale alla nostalgia per l’amore vero.

Sto leggendo l’esortazione post-sinodale Christus Vivit. Un documento rivolto ai giovani che si trovano spesso confusi e spaesati in una società che propone stili di vita e stili sessuali lontani, prima ancora che dalla morale cristiana, da quello che il cuore di ogni essere umano, giovane o maturo che sia, desidera ardentemente. Parole molto forti. Leggete cosa scrive il Santo Padre al punto 81 dell’esortazione:

I giovani riconoscono che il corpo e la sessualità sono essenziali per la loro vita e per la crescita della loro identità. Tuttavia, in un mondo che enfatizza esclusivamente la sessualità, è difficile mantenere una buona relazione col proprio corpo e vivere serenamente le relazioni affettive. Per questa e per altre ragioni, la morale sessuale è spesso «causa di incomprensione e di allontanamento dalla Chiesa, in quanto è percepita come uno spazio di giudizio e di condanna»

Cosa ci vuole dire? Sono sbagliati i nostri giovani? Certamente no! Desiderano ancora ardentemente una relazione affettiva e sessuale autentica. Spesso non sanno ascoltare, se non aiutati, il loro cuore, ma il loro cuore non può funzionare diversamente. Sono fatti per amare e per essere amati. E’ sbagliata la società? Alcuni diranno di sì, altri di no, ma in realtà non è davvero importante saperlo. La società è così. La Chiesa deve prenderne atto e trovare la modalità migliore per riportare i giovani alla verità sul loro corpo e sulla sessualità. Quindi ciò che ci sta dicendo il Papa è che spesso ad essere sbagliata è la Chiesa? Non certamente nel suo magistero e negli insegnamenti sulla morale. Quelli sono meravigliosamente veri, posso testimoniarlo con la mia vita e il mio matrimonio. E’ sbagliato il modo. E’ sbagliata la pastorale, detto con un linguaggio clericale. Le persone tutte, e in particolare i giovani, sono stanche di maestri che dicono ciò che è giusto e ciò che non lo è. Sono stanche di divieti. Non puoi avere rapporti prima del matrimonio, non puoi masturbarti, i rapporti orali non vanno bene, niente anticoncezionali e così via. Senza motivare questi divieti se non con il peccato. Non si può minacciare di incorrere in un peccato più o meno grave e minacciare di inferno. Forse un tempo, ma ora no. Attenzione non dico che tutte quelle belle abitudini che ho elencato siano cosa buona e giusta. Tutt’altro! La Chiesa non può più permettersi di usare le parole devi o non devi. Non funziona. Allontana solo i giovani dalla Chiesa. I sacerdoti lo sanno e spesso decidono di evitare questo genere di argomenti per non avere problemi. Anche questo è un atteggiamento sbagliato! La Chiesa non deve rinunciare ad insegnare ai giovani come diventare pienamente uomo e pienamente donna, e la sessualità è un argomento imprescindibile per questa finalità. Come fare allora? Serve una rivoluzione copernicana. Dobbiamo passare dal devi e non devi al vuoi essere felice oppure vuoi accontentarti della miseria relazionale che hai ora? La carta vincente non è vietare determinati gesti o determinate modalità di vivere la sessualità, ma raccontare, testimoniare e rendere conto con la nostra vita che la proposta della Chiesa è la più bella, è l’unica che permette una gioia che è piena. Per questo non servono tanto i maestri quanto i testimoni. Servono sposi felici e realizzati che sappiano toccare il cuore dei ragazzi, che provochino in loro quella nostalgia di un amore autentico e pieno che è radicata nel cuore dei giovani. Allora sì, che si potrà spiegare perchè i rapporti prima del matrimonio sono una menzogna, perchè la masturbazione è una illusione di impossessarsi di un piacere che è destinato a far parte di una comunione e non di una solitudine. Non a caso questo gesto, passato il piacere di pochi secondi, lascia sempre sensazioni negative e non positive. Allora sì che si può raccontare come l’incontro intimo, per essere un vero incontro d’amore, non può prescindere dall’essere unitivo e aperto alla vita (attenzione non significa che vada ricercato un figlio ad ogni rapporto). Per questo il sesso orale non può essere amore ma uso dell’altra persona. Per questo si può raccontare come gli anticoncezionali pongano una barriera invisibile, ma altamente divisiva tra gli sposi e non permettano un dono totale e un’accoglienza totale dell’altro/a. Solo chi ha provato nella propria vita tutto questo può testimoniarlo e raccontarlo in modo credibile.

Il nostro libro L’ecolgia dell’amore sta avendo un grande successo proprio perché è aderente a quanto scrive il Papa e quanto i giovani vogliono. Nessuna predica o filippica, ma è solo un racconto, il racconto di una meraviglia. Il racconto di una sessualità vissuta alla presenza di Cristo. Lasciatemelo dire non c’è nessun’altra proposta che il mondo possa offrire che possa reggere il confronto. Una meraviglia da scoprire, vivere e testimoniare per i nostri figli e per tutte le future generazioni.

Antonio e Luisa

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La giusta distanza e la giusta vicinanza.

..di Pietro Antonicelli e Filomena Scalise:

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Capita spesso che la “distanza” o la “vicinanza” diventino motivo di litigio tra gli sposi.

A tal proposito vi racconteremo una storia…buona lettura!

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…C’era una volta…

Cenerentola che aveva appena smesso di litigare con Rino (Rino è il diminutivo di Principe Azzurro, ndr).

Cenerentola gli aveva rimproverato che da quando si erano sposati le cose erano cambiate…e gli disse tra le lacrime:

“Rino, ricordi quella sera che ballammo insieme e tu mi stringevi forte a te…non volevi più lasciarmi andare e a mezzanotte mi slogai una caviglia mentre correvo verso la carrozza e persi la mia scarpetta…ma ora non lo ricordi più…non mi stai più così vicino come una volta…sei così distante…”

Rino, che non era uno molto loquace, le replicò:

“Cenerè, mammamia come sei appiccicosa…famme respirà”

(Rino…non era solo diminutivo di Azzurrino…ma anche di burino…).

Lei pianse.

Lui no. E andò a giocare a calcetto con i suoi amici “rini” mentre lei restò a casa a lavare i pavimenti e a lucidare la pentola…(non a caso tutti la chiamavan’ Cenerentola).

Poi per voglia di sfogarsi telefonò al suo padre spirituale e gli raccontò quanto accaduto.

Il suo padre spirituale era il famigerato nonché ricercato Fra’ Tack.

Il Frate per rispondere al cellulare, si rannicchiò sotto ad una quercia per nascondersi dallo Sceriffo di Nottingham che lo stava inseguendo.

Poi rispose e si fece attento per ascoltare lo sfogo di Cenerentola.

Lei piangeva e piangeva e si lamentava e si lamentava…e alla fine il Frate, che ne frattempo aveva ripreso a correre per fuggire dalle grinfie dello sceriffo di Nottingham, soggiunse con l’affanno:

“Carissima figliola…ti capisco. La distanza che a volte viene a crearsi tra gli sposi fa male e fa piangere. Ma ti darò un consiglio: prega.” 

“Prega, prega…solo questo sapete dirmi Fra’ Tack! Cosa devo dire al Signore? Che mi faccia stare vicina vicina a mio marito?”, chiese un po’ seccata la povera Cenerentola.

No, cara Cenerentola, dì al Signore che tu e tuo marito avete un po’ di problemi con le distanzetu avresti sempre il desiderio di tenerlo vicino, lui invece scappa…”

“E’ proprio così!!!”, urlò al telefono Cenerentola.

Riprese il frate: “Allora, carissima figliola, dì al Signore che tu e tuo marito avete bisogno di vivere nella giusta distanza…o, se preferisci, dì che avete bisogno della giusta vicinanza!”

“Non capisco Fra’ Tack! Cosa volete dire?”

“Vedi, tutte le persone hanno questo tipo di difficoltà…alcuni sprecano una vita intera a rincorrere l’altro coniuge, mentre quello scappa impaurito.

“Ma di cosa può aver paura Rino…di me?”

“Non lo so di cosa ha paura Rino…ma lo stesso si potrebbe dire di te…forse lo vuoi troppo vicino perché hai tu qualche paura…ma non è questo il punto!”

“E qual è?” domandò Cenerentola…

“Vedi…probabilmente tu cerchi in lui qualcosa che lui non può darti…tu lo vuoi vicino perché, magari, ti rassicuri, ti dia quel calore, ti offra quella pace…insomma…ti gratifichi…ma dimentichi che lui non è il tuo sposo per questo! La tua pace, la tua gioia profonda può dartela solo Gesù!

Rino è tuo marito e non è Dio…mentre Gesù, che avete messo al centro nel matrimonio che avete celebrato…Lui si, Lui è Dio e solo lui può darti ciò che veramente il tuo cuore desidera!”

“Continuo a non capire”, disse Cenerentola (Che era sì una brava donna…ma era anche poco sveglia).

Al che Fra’ Tack – stanco sia per le spiegazioni, sia perché non ce la faceva più a correre mentre lo Sceriffo di Nottingham lo inseguiva con le manette – replicò: “Gesù è la giusta distanza e la giusta vicinanza tra te e tuo maritose metterete Gesù al centro della vostra relazione tu non divorerai Rino e Rino non fuggirà più da te…

…Gesù è la giusta, l’equa, la perfetta vicinanza che vi custodirà, che farà funzionare il vostro matrimonio.

…E allora, Cenerè, amatevi in Cristo vuol dire questo: tra te e Rino…ci dev’essere uno spazio…e in quello spazio dovete far dimorare Cristo…Lui farà il resto! Lui vi insegnerà ad abitare sia nell’intimità che nella lontananza…”

E fu così che cenerentola capì un po’ di più sulla relazione con suo marito…comprese che il matrimonio cristiano è qualcosa di speciale…poiché Gesù è lo Sposo degli sposi…e Lui non delude…mai.

E fu così che da qual giorno, Rino e Cenerentola vissero felici, contenti e con Gesù al centro tra loro due.

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Dio ti vede per quello che sei: una meraviglia.

Una delle ferite più dolorose con cui l’uomo deve fare i conti è la menzogna, che si porta dentro fin dai tempi di Adamo ed Eva, che Dio ti tende delle trappole. La sensazione o il pensiero che prima o poi Dio ti fregherà, se non ti sta già imbrogliando, e che di Lui non ci si può fidare.

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A maggior ragione se stai attraversando una crisi personale o matrimoniale, hai la sensazione di aver sbagliato tutto, aver preso delle cantonate e magari metti pure in dubbio la tua fede e la tua relazione con Dio. Dio diventa lo schermo bianco dove proietti quel genitore aguzzino che ti porti dentro, e pensi che se davvero ti lasciassi penetrare dallo sguardo di Dio fino alle tue zone d’ombra, Egli si vergognerebbe di te, così come tu ti biasimi e ti accusi. Ma questo non è Dio. Sappi che ogni volta che ti parte un giudizio duro e nefasto verso te stesso o gli altri, quella voce non viene da Dio, viene dal demonio. Il senso di colpa non è di Dio, il senso di responsabilità si. Il linguaggio dello Spirito Santo, che è fermo e potente, esprime la verità su di te sempre con incoraggiamento, supporto, sostegno, come un coach che mai smetterà di credere nella possibilità che tu possa fiorire e portare frutto. Il Vangelo di oggi spiega e racconta chi è Dio. E non è facile per l’uomo poter credere a tutto questo amore, senza la minima fregatura, senza che prima o poi ne dovrà pagare il prezzo. Per certi versi perché ci portiamo dentro un’idea dell’amore di Dio da centro benessere, privo di scomodità e fastidi. E per altri fronti perché non ci siamo abituati a questa qualità di amore. Se hai avuto dei genitori freddi che non ti hanno abbracciato o coccolato, se ti arrivano abbracci e tenerezze in abbondanza ti danno fastidio, quasi ti urtano, ti fanno male, perché non sono familiari, non ci sei abituato. Così l’uomo non è abituato all’Amore straripante di Dio, e spesso prenderne consapevolezza fa male. Ma non è un dolore fine a se stesso, ma una di quelle fitte utili a purificare dalle sozzure una ferita che rischia di infettarsi. Il Signore Gesù Cristo con la sua venuta, una cosa sola desidera portare a compimento: la possibilità per TUTTI di essere salvati attraverso l’amore, non la legge o la morale, ma l’amore di un atto potente che renda testimonianza di quanto Dio ci tiene a te. Nella crocifissione di Gesù si rivela l’amore di Dio, nella sua Risurrezione si manifesta la Potenza di Dio. Ma credere a questo amore è un problema per l’uomo, perché significa “mettere sotto la luce di Cristo le nostre povertà” (D. Fabio Rosini), accettare di essere un vuoto umile che la luce dell’Amore di Dio può riempire e in figura Christi manifestare la Sua Gloria attraverso gesti, parole e sguardi di affetto e bene a chi ti circonda. Nei momenti di peggiore crisi nel mio matrimonio non so quante volte ho pensato che quel 8 dicembre 2005 avessimo tutti preso una grossa cantonata, che tutti i corsi e percorsi fatti fossero stati una gran presa per i fondelli. La cosa che più mi faceva male era sentire preti, frati e suore che mi dicevano che il matrimonio ahimè era questo, e che mi dovevo incollare sta croce e sopportare ogni abuso andando avanti. Ma ti pare che il Signore Gesù Cristo mi ha creato semplicemente per sopportare e stringere i denti? Ma credi davvero che una crisi matrimoniale sia solo un sassolino appuntito dentro la scarpa che ti ricorda che devi patire, devi soffrire e devi morire!!! La menzogna che l’incontro con Dio fosse stata una fregatura mi distruggeva. Se c’è una cosa che mi ha insegnato Don Fabio Rosini che non dimenticherò mai è questa: una cosa sola devi temere, di perderti Dio nella tua vita! Ma io Dio l’ho conosciuto. L’ho incontrato. Io mi fido di Lui. E facendo memoria, in quei momenti bui, di chi era Dio per me ho trovato me stessa e la fiducia nella nostra relazione. Mi sono messa in cammino combattendo la buona battaglia dell’Amore sposale, che mi chiamava a crescere, a fare salti di qualità, cambiamenti, a riprendermi la mia libertà perduta. LIBERTA’. Sentirmi libera. Libera di restare, libera di amare mio marito da una posizione adulta non da bambina vittima e fregnona. Mentre io e Roberto facevamo verità su di noi, su chi eravamo, sulle nostre ferite, i limiti, sulle nostre proiezioni, il nostro matrimonio andava verso la LUCE, e si caricava di una forza mai vista prima. Quella luce è l’amore di Cristo per me Claudia, per Roberto. Ci ricorda che siamo chiamati a progetti altissimi, pervasivi e impegnativi per lasciare a questo mondo il profumo del suo Amore, su noi stessi, la nostra famiglia, i nostri figli e sugli altri. Spesso la mattina faccio colazione sul balcone di casa mia, ed è un momento tutto speciale per me prima della maratona giornaliera. E medito e rifletto sul fatto che sono una miracolata, che la mia vita poteva sprofondare nella depressione, che il mio matrimonio poteva spaccarsi per l’egoismo e la rabbia. Penso a tutti i traumi della mia infanzia che avrebbero potuto annientarmi. E invece sono qui, sul balcone di casa mia, a guardare quella fetta di cielo azzurrissimo sovrastato dai palazzi di cemento, a ricordarmi che l’Amore di Dio vince sempre e su ogni cosa se lo desideri ardentemente nella tua vita e non ti arrendi mai di cercarLo.

Claudia e Roberto

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Avevamo eliminato Dio dalla nostra intimità

Quando mi sono sposata 26 anni fa, pensavo che fosse l’occasione per fare qualcosa di grande per Dio. Voglio dire, stavo per sposare un uomo davvero carino e speravamo di costruire una grande famiglia insieme. Saremmo stati una grande squadra!

Quindi mi sono immediatamente data da fare per creare un ambiente accogliente per la famiglia, trovare un nuovo lavoro, imparare a fare i lavori di casa, per non parlare di cucinare, e oh! sì c’era anche il sesso, che purtroppo per me era diventato l’atto finale da compiere prima di stramazzare sul letto, per raggiungere il vero obiettivo della giornata: dormire a sufficienza. Tuttavia, con l’aggiunta al cocktail di tre figli nello spazio di quattro anni, ne avevo spesso abbastanza con il sesso ed ero pronta a trovare una soluzione per gestirlo e ridurlo al minimo. A causa di una combinazione di stanchezza e paura di rimanere di nuovo incinta, non stavo più al gioco. In realtà l’unica soluzione per tenere buono mio marito era  rinunciare al mio piacere e usare gli anticoncezionali ad ogni costo. Avevo provato i metodi naturali nei primi anni, ma mio marito non era molto coinvolto, anzi non lo era per niente. Era roba da donne! Da parte mia, non ero in grado di fare nemmeno una lista della spesa in maniere costante e precisa, figuriamoci tenere conto dei giorni fertili! Un vero disastro. Così sono iniziati dieci anni di vita sessuale tecnicamente assistita: avevamo finalmente trovato il kit di sopravvivenza.

Sebbene avessimo eliminato Dio dal letto matrimoniale, non lo avevamo eliminato dalle nostre vite. Guardando indietro, vedo chiaramente come il Suo amore per noi sia rimasto fedele. Fin dal mio primo figlio avevo desiderato una femmina e con tre energici maschietti mi ero sentita abbandonata e sola. Tanti mi consolavano dicendomi “la prossima sarà una bimba”. Eppure, tra le quattro mura della nostra vita familiare, i nostri tre ragazzi cominciarono ad essere anzi divennero gli occhi teneri di Dio su di noi. Il mio cuore si stava allargando piano piano. Quando é arrivato il quarto maschio, abbiamo pianto tutti e cinque di gioia. La guarigione era iniziata.

Qui voglio essere brutalmente onesta, essere intima con mio marito fino a quel punto è stato per lo più un dovere coniugale. L’atto in sé creava un legame tra noi, una specie di complicità nella vita, confortante e solidale. Tuttavia ero ancora sicura che il piacere sessuale fosse prevalentemente una cosa da maschi. Ma… il sesso non doveva essere fantastico? Nemmeno  mio marito era felice in quel periodo, che durò ben più di dieci anni. Vedeva che non ero coinvolta e questo non aggiungeva nulla alla sua virilità. Quindi dove stavamo sbagliando? La verità era che non avevamo invitato Dio a fare parte della nostra vita intima. Il giorno del nostro matrimonio l’atto sessuale é stato il Suo regalo di nozze  e l’avevamo aperto senza chiedere il Suo consiglio. Quando un uomo ama una donna, non può essere soddisfatto del proprio piacere, come se fosse un ladro nella notte. Dopo quel lungo periodo di stagnazione, avvenne – dapprima in mio marito e poi anche in me – un imprevisto risveglio spirituale e della vita di preghiera che ci travolse. E poi un seminario di una intera settimana sulla Teologia del Corpo di Giovanni Paolo II fu l’inizio di un meraviglioso percorso di scoperta.

Ricordo che un giorno prendendo tra le mie mani quelle di mio marito, cominciavo a rendermi conto che le differenze tra noi erano la chiave per la nostra connessione. Così invece di lamentarmi di tutti i suoi limiti, contemplavo tutto ciò che quelle mani avevano fatto per il nostro matrimonio, lanciando i bambini in aria e afferrandoli ogni volta, grazie a Dio!; quanti risotti di qualità preparati in grande quantità, quante volte avevano tenuto il volante durante quei 1800 km di guida attraverso l’Europa, in Irlanda, anno dopo anno, senza mai stancarsi… tutto questo per me e per noi. E ho pianto. Lentamente tutto è diventato intimo e pieno di significato. Un nostro amico una volta ci ha detto “la parola salva la famiglia”, quindi affinché la parola ci salvasse, dovevamo condividere quelle parole, confidando che l’altro coniuge le avrebbe accolte, facendone tesoro e, se necessario, perdonando ciò che stava accadendo tra noi. E quelle parole avrebbero collegato le nostre menti, le nostre anime e i nostri corpi. A volte quelle parole erano una semplice lode a Dio, l’uno per l’altro. Avere una buona vita sessuale, sarebbe stata la conseguenza del conoscere l’altro e dell’invitare Dio a benedire quella conoscenza, senza  la quale qualsiasi sforzo sessuale e ogni piacere sarebbero stati di breve durata.

All’improvviso ho iniziato a capire per la prima volta quanto la Chiesa ama le donne, e che Dio vuole che facciamo completamente parte del dono dell’intimità e del piacere. Dopotutto, siamo i principali collaboratori nella procreazione e non possiamo venire dopo nell’atto sessuale. Al contrario, mentre nel rapporto abbiamo la possibilità di più momenti di piacere, gli uomini ne hanno solo uno. A volte considero questo una sorta di compensazione per il dolori del parto. È come arrivare a toccare le stelle più spesso, spinte in un soffio nell’eternità.

Allora, dove avevamo sbagliato? Se l’atto sessuale è un dare e un ricevere parte di noi stessi, allora tutto il nostro giorno diventa un atto sessuale. Tutta la nostra giornata diventa una canto, un Cantico dei Cantici, un tango di passi guidati in armonia. Ma mentre durante il giorno una donna troverà molti momenti in cui le viene chiesto di dare, è durante il momento dell’intimità che all’uomo viene chiesto di essere un eroe di generosità. La sessualità pura è come raggiungere la vetta della montagna e vedere tutta la creazione nella sua gloria. È l’uomo che deve condurre la donna in alto e non lasciarla ai piedi della montagna. La donna, una volta che sa di potersi fidare dell’uomo può finalmente lasciarsi portare. Quel lasciarsi portare é frutto d’una fiducia costruita nei pazienti gesti quotidiani d’amore. Tenendoci per mano in cima a quella montagna, abbiamo aperto il nostro regalo di nozze ed era molto più bello di quanto si potesse immaginare. Più e più volte. Era la sorpresa che Dio aveva preparato il giorno delle nozze, ed è tutto merito suo: è Lui che fa grandi cose in noi.

Michelle

Articolo gentilmente concesso dal blog montedivenere.org  Qui l’articolo originale

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Non perchè sono bravo io ma perchè sono scarsi loro

Ogni tanto, quando ho tempo, mi piace guardare programmi di inchiesta. In particolare mi piacciono quelli che raccontano la nostra società. Quindi con un’impronta più sociale che politica. In questo periodo mi capita di guardare Prima dell’alba, programma trasmesso da Rai 3 e condotto da Salvo Sottile. In questa trasmissione il giornalista ci conduce nella notte delle città italiane e ci presenta la vita e il lavoro di alcune persone. Lavori notturni come quello del panettiere o del metronotte. Tante storie e testimonianze di vita.

Alcuni giorni fa, seguendo questa trasmissione, sono stato catturato da una storia in particolare. Tra i lavori notturni raccontati quella sera c’era il gigolò. Non voglio soffermarmi su valutazioni morali su quel lavoro. Non è quello che mi interessa. Mi interessa maggiormente analizzare quello che questo gigolò ha raccontato. Questo gigolò si chiama Roy, e Salvo Sottile lo presenta come uno dei più richiesti in Italia. Persona normale, tra i 40 e i 50. Il giornalista gli chiede il perchè del successo che Roy conferma di riscuotere tra le donne, molte delle quali sposate.

Sentite la risposta di Roy, la riporto esattamente come l’ha detta il gigolò. E’ un pugno nello stomaco per tanti mariti incapaci di prendersi cura della propria sposa:

La tipologia delle tue clienti?

In linea di massima la fascia dai 35 ai 50 anni. Queste cercano più che altro di colmare una solitudine, una lacuna sentimentale, sessuale. Sono a volte delle mogli abbandonate dai mariti. Abbandonate in senso sessuale e/o sentimentale. Allora attraverso il mio mestiere trovano quello che cercano senza destabilizzare il loro matrimonio

Quanto prendi?

Dalle 500 alle 1000 euro per una sera 2/4 ore.

Ti è mai capitato che qualcuna si innamorasse di te?

Si, capita spessissimo. Non perchè sono bravo io ma perchè sono scarsi loro (i loro mariti ndr). Io sono un uomo normale però, occupandomi di lei al 100%, facendole delle carezze, toccandole la mano, spostandole i capelli, sono tutti atteggiamenti dove la donna si infatua di te, perchè lei poi è arsa di queste cose.

La deludi poi?

Si, la deludo. Perchè, quando c’è di mezzo il denaro, piano piano si delude da sola. Lei spera che in un futuro magari io possa uscire con lei gratis, ma questo non avviene mai e quindi capisce che l’innamoramento è solo da una parte.

Ho deciso di registrarmi questo video e di usarlo prossimamente per descrivere cosa intendo per corte continua e come questa sia assolutamente necessaria per mantenere vivo una relazione matrimoniale. Vi rendete conto? Le clienti di quest’uomo sono sicuramente economicamente benestanti. Non potrebbero altrimenti spendere 500 euro per 4 ore. Sono ricche di denaro, ma poverissime di ciò che davvero conta. Sono delle mendicanti d’amore. Mendicanti di attenzioni, di tenerezza e di cura. Pronte a pagare per averle. Salvo poi rivelarsi essere tutto solo un’illusione e per questo restano deluse. Perchè loro cercano qualcuno che le ami gratuitamente, per quello che sono e non per quello che fanno. In questo caso per quello che pagano. I mariti dove sono? A cosa pensano? Basterebbe davvero poco per mantenere vivo il nostro matrimonio. Come dice Roy. Una carezza, una tenerezza, una telefonata. Lui lo ha capito. Purtroppo tanti mariti no! Sveglia! Vi lascio con le parole di Papa Francesco che confermano e fanno la sintesi di tutto questo articolo:

Il matrimonio è come una pianta. Non è come un armadio, che si mette lì, nella stanza, e basta spolverarlo ogni tanto. Una pianta è viva, va curata ogni giorno: vedere come sta, mettere l’acqua, e così via. Il matrimonio è una realtà viva: la vita di coppia non va data mai per scontata, in nessuna fase del percorso della famiglia. Ricordiamoci che il dono più prezioso per i figli non sono le cose, ma l’amore dei genitori. E non intendo solo l’amore dei genitori verso i figli, ma proprio l’amore dei genitori tra loro, cioè la relazione coniugale.

Antonio e Luisa

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Sposi re e regina. Introduzione.

Abbiamo appena completato un percorso che, attraverso il Cantico dei Cantici, ci ha condotto ad approfondire la nostra dimensione sacerdotale di sposi. Rinfreschiamoci un attimo la memoria. Attraverso il battesimo noi diventiamo re, sacerdoti e profeti come Gesù. Gesù ci dona queste sue prerogative divine. Essere sacerdoti nel matrimonio, abbiamo visto, significa in sintesi che possiamo farci dono l’uno all’altro come Gesù si è donato alla sua Chiesa sulla croce. Dono fino a dare la vita. Essere profeti, vedremo con il prossimo percorso che concluderà la trilogia, significa mostrare l’amore di Dio al mondo. Essere Re? Cosa significa? Cercheremo di svelarlo pian piano in questa serie di articoli che comincia oggi. Chi è il re? Nel nostro comune intendere il re è colui che governa, colui al quale è riconosciuto onore. Andiamo oltre. La parola re diventa parte di altre parole come reggere, reggente, regista, gerente. Questa riflessione tornerà utile. Sono tutte parole che indicano qualcuno che ha la responsabilità e la gestione di qualcosa. Al tempo in cui la Bibbia fu scritta c’erano già i re. I re babilonesi e i faraoni erano conosciuti agli stessi ebrei. Il re era il mediatore tra gli uomini e Dio. Spesso era considerato lui stesso come dio. Non esisteva un solo dio e il re era dio insieme agli altri dei presenti. Gli ebrei erano un’eccezione in questo. Dall’uscita dall’Egitto e per circa 400 anni non ebbero nessun re. Perchè solo Dio poteva essere re. Anche quando gli Ebrei decisero di avvalersi di un re, fu sempre evidente e chiaro a tutti che quello era un uomo, non era Dio. Tutto questo è chiaramente dimostrato dal fatto che spesso in Israele i profeti sono presentati nelle scritture come messaggeri di Dio, persone che mettono in guardia e sgridano il re. Inconcepibile in altre culture. Questo è quanto l’antico testamento mette in evidenza. Veniamo ora al nuovo, veniamo a Gesù. Gesù è il re. Il re che regnerà per sempre. C’è un particolare non trascurabile che si comprende dal Vangelo: Gesù rifiuta di essere re alla maniera degli uomini. Quando Gesù accoglie la sua regalità? All’inizio della passione. Il primo episodio raccontato e pubblico in cui Gesù apertamente accoglie la sua regalità è l’ingresso a Gerusalemme il giorno delle palme. Un re mite. Non si presenta su uno stallone, ma cavalca un asino. E’ un re umile. E’ il re dei piccoli. Dichiara di essere re davanti a Pilato. La dichiarazione solenne della sua regalità avviene sulla croce. Avviene nelle tre lingue conosciute. Era rivolta a tutti. C’era il latino la lingua dei potenti e di chi governava, c’era il greco la lingua dei dotti e dei sapienti e c’era l’ebraico la lingua del popolo. Lì sulla croce Gesù è assiso sul suo trono. Un trono difficilmente comprensibile per il nostro modo di pensare, ma che invece viene sorprendentemente riconosciuto come re ben in due occasioni. Viene riconosciuto dal ladrone e viene riconosciuto dal centurione. Da cosa viene riconosciuto? Gesù si comporta da re. Perdona coloro che lo mettono in croce. E’ più forte di loro. Non solo perdona, ma chiede perdono al Padre per coloro che lo stanno uccidendo e lo fa con la forza di chi ha l’autorità di farlo. Gesù non si lascia spogliare della sua dignità. Gesù non si lascia vincere dalla rabbia, dalla disperazione e dallo scoraggiamento come invece capita spesso a noi. Per questo sulla croce Gesù ha la regalità del re. Non cede a quelle che sono le debolezze e le fragilità umane.

Si comincia a delineare l’atteggiamento che noi sposi dovremmo possedere per mostrare la nostra regalità. Alla prossima.

Antonio e Luisa

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Io sono il mare, lei il cielo!

In camera nostra c’è una foto, una dell’album delle nozze, che fu scelta tra tante per fare l’ingrandimento (era compreso nel prezzo), quindi la selezionammo tra le migliori e alla fine fu eletta “miss album”. Sebbene non sia una di quelle immagini super glamour alle quali ci abituano facebook instagram e via dicendo, si è sempre meritata tutta la mia ammirazione.

Naturalmente ci siamo io e Valeria “sposini” e ci sono anche aspetti buffi, tipo la mia chioma lunga che allora mi sembrava fighissima (ora sembrerei un rocchettaro in pensione) o il fatto che per superare i 35 centimetri di statura che ci separano io sto seduto alla staccionata e lei e quasi in punta di piedi e anche altri dettagli privati che per averli vissuti mi fanno ancora sorridere.

Però mettendo da parte l’umorismo si vedono due sposi innamorati, che si baciano di un bacio vero (fu un vero bacio, io c’ero e posso testimoniare), un promontorio, cespugli selvatici, steccati e sentieri che diradano, insomma non è che tieni una foto in camera per anni se non ti piace, anzi la guardi spesso. Ecco, io l’ho osservata tante volte, tantissime, al punto che alla fine mi sono chiesto: “Perché torno sempre a guardarla? E’ sempre la stessa foto, ci sono sempre le stesse cose e io le ricordo tutte, eppure…”

Eppure nella foto c’era anche qualcosa di importante che non riuscivo da afferrare, qualcosa di significativo che era in perfetta armonia con i due sposi e che contribuiva alla celebrazione delle nozze. Stendo un velo pietoso su quanto tempo che mi ci è voluto, ma non era facile: quello che non riuscivo a vedere era proprio in bella mostra, anzi erano due elementi dominanti nell’inquadratura: il mare e il cielo. Ok, li avevo visti subito s’intende ma questi due elementi, ora che capivo, erano talmente essenziali e rappresentativi per me e Valeria che quell’immagine da allora in poi mi è sembrata quasi un’icona, comunque il mare e il cielo dovevano proprio esser lì e in quel modo.

In che modo? È soprattutto quello che mi ha fatto capire, è talmente sorprendente che ancora torno a guardare la foto meravigliato: quel giorno la linea dell’orizzonte non c’era! Mare e cielo si fondevano in una sfumatura l’uno nell’altro come a volersi abbracciare, baciare. È allora che mi sono detto: «Siamo noi! Si! Io sono il mare e lei è il cielo!».

Assicurando che in quel momento ero sobrio e che ho solitamente un’indole modesta, quindi evito di andare in giro a paragonarmi alle grandi potenze della natura, vorrei chiarire: io sono tra quei romanticoni che starebbe ore a fissare il cielo, mi affascina e meraviglia sempre in ogni stagione; Valeria invece non può vivere senza il mare, credo abbia una specie di necessità biologica di respirarne il profumo. Mi sono quindi immaginato io e lei in questo quadro allegorico in cui interpretiamo mare e cielo, guardandoci innamorati, desiderosi di toccarci e baciarci e ho scoperto tante somiglianze: come il mare e il cielo sono l’uno solido e l’altro etereo io tendo maggiormente alla fisicità, lei più all’emotività. Come il cielo è imprevedibile nonostante tutte le previsioni del tempo più evolute, anche con lei non ho mai e poi mai la certezza di come mi si mette la giornata (e la cosa mi è sempre piaciuta). Come il mare sia solitamente rilassante con tutte le sue tonalità di blu ma può far paura quando è in tempesta, così è per me che sono sempre pacioso e indulgente, ma che divento “indesiderabile” quando raramente mi arrabbio. Una cosa però è la più azzeccata di tutte: il mare e il cielo non li puoi separare, sono sempre insieme, sia alle Hawaii che ai poli e sebbene siano distinti si toccano sempre all’orizzonte.

Quindi ero lì, contentissimo, che riguardavo la foto con una nuova consapevolezza quando una nuova domanda, senza darmi neanche il tempo di mettermi in posa di autocompiacimento, mi gela: “e LUI dove sta?” Già! Io e Valeria se siamo sposi lo dobbiamo a Dio, che oltre a crearci, a creare lei in modo così meraviglioso, ci ha fatti incontrare e innamorare, ci ha dato come a pochi la grazia di conoscere la grandiosa bellezza alla quale saremmo stati destinati con il sacramento del matrimonio, che attraverso gli insegnamenti amorevoli di Padre Raimondo Bardelli ci si è rivelato in modo cristallino, Lui non poteva mancare nella nostra foto preferita, doveva esserci.

C’era. Era un elemento fondamentale per la foto, anzi, nessuna foto sarebbe possibile se non ci fosse: era la luce! La luce del sole, che illuminava il mare e il cielo donandogli tutti i loro colori, illuminava il promontorio con gli steccati, i sentieri e i cespugli selvatici ma più di tutto illuminava i due sposini che si stavano baciando di un bacio vero. Tutto era al suo posto l’icona era completa.

Cosa potrei dire che non sia già stato detto nelle innumerevoli metafore che identificano la luce con la presenza di Dio? Solamente che quella luce non è mai mancata tra me e Valeria, che ci ha sempre seguito con amore fedele nel nostro cammino, sia nei momenti peggiori, quando noi eravamo cielo grigio e mare gelido e illuminando i nostri difetti ci invitava a correggerli, sia nei momenti gioiosi, quando ci sentivamo belli, splendidi e vertice del creato, arricchiti dei doni dei figli, dei fratelli, della bellezza della natura che ci circondava e della quale facevamo parte.

Adesso, ricordando tutte le volte che ho sentito Dio presente nella nostra vita matrimoniale, mi vengono a mente solo cieli luminosi e se penso a quanto amo e desidero la mia sposa torno a guardare quella foto in cui il mare e il cielo si fondono insieme come se volessero abbracciarsi e baciarsi.

Ranieri e Valeria

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Cos’è il paradiso? L’abbraccio degli sposi.

Cosa è il paradiso? Come è? Domanda difficilissima. Tanti mistici e veggenti dicono di esserci stati. Non so se sia vero oppure no. Non è importante adesso. Certo è che quando lo hanno descritto hanno usato immagini molto terrene. L’unico modo per rendere l’idea di cui potevano avvalersi. Noi sposi non abbiamo bisogno di ascoltare i racconti di queste persone. Noi sposi possiamo fare esperienza reale del paradiso. Per pochi secondi, ma esperienza di vero paradiso. Dice il mio parroco che questa terra non è il luogo della pienezza, la pienezza appartiene solo al Cielo, ma possiamo farne esperienza. Sono d’accordo. Possiamo trattenere la gioia piena per un attimo prima di vederla scivolare via. Come? Possiamo farne esperienza nell’incontro intimo. Credete che stia esagerando? Seguitemi nel discorso. L’unione sessuale nel racconto jahwista della Genesi è identificata con la conoscenza. Non a caso Maria quando risponde all’angelo dell’annunciazione, avendo questa consapevolezza nella tradizione del suo popolo, dice Come è possibile? Non conosco uomo. Conoscenza come incontro intimo tra un uomo e una donna. Don Carlo Rocchetta ci insegna che, secondo la tradizione semitica, questa conoscenza è collegata direttamente a Dio Creatore. Sicuramente perchè in quella concezione di conoscenza c’è la possibilità di partecipare alla creazione del Dio della vita attraverso il concepimento, ma non è solo questo. L’incontro intimo tra un uomo e una donna. uniti sacramentalmente in matrimonio, apre al trascendente. Cosa significa? Che nel dono totale dei cuori  e dei corpi i due sposi fanno un’esperienza, del tutto unica e specifica del loro stato, di Dio. Incontrano Dio nella loro relazione. Quindi fanno esperienza di paradiso. Paradiso che sappiamo essere la visione beatifica di Dio. Stare alla presenza di Dio. Sembra un concetto molto astratto. Mi rendo conto che è così. E’ difficilissimo raccontarlo. Sono altrettanto convinto però che gli sposi cristiani possano capire bene quello che ho cercato di dire. Se noi sposi siamo capaci di donarci completamente l’uno all’altra, in modo ecologico (umano), casto e rispettoso delle nostre sensibilità. Se riusciamo a vivere in questo modo il nostro rapporto intimo potremo fare una vera esperienza di Dio in quel dono reciproco. Quando? Quando una volta finito il rapporto  ci abbandoniamo all’abbraccio finale. Abbraccio che significa comunione profonda e condivisione perfetta del piacere e dell’unione appena sperimentati. In quell’abbraccio abbiamo tutto, facciamo esperienza della pienezza, non ci manca nulla. Per un attimo abbiamo tutto. C’è Dio tra noi e lo sentiamo in modo molto concreto e sensibile. Tanto che spesso scende anche qualche lacrima. Un’esperienza di cielo sulla terra. Poi si torna sulla terra, ma permangono i frutti di quell’incontro d’amore. Frutti che resteranno nel nostro cuore e ci doneranno  forza e nutrimento per affrontare al meglio le sfide della vita e per amarci meglio e di più.

Antonio e Luisa

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La cura che cura: Cristo crede in te

..di Pietro Antonicelli e Filomena Scalise

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Un paio di anni fa per Natale ci hanno regalato una minuscola pianta grassa…poverina, era ricoperta di qualche schifezza tossica di color rosso.

Chi l’aveva rivestita di quella sostanza lo aveva fatto per renderla più bella, per renderla più in tinta con il color rosso che a natale “fa tanto” babbo natale più che Gesù Bambino.

Ed è così che la bellezza naturale della piantina veniva soffocata da artifici cosmetici.

Nonostante tutta questa preparazione, era poi stata dimenticata in una stanza per due settimane senza molta luce e senza acqua. Poi qualcuno l’ha scovata e ha detto: “Ah, questa piantina è per voi! Buon Natale!”

Il suo valore economico sarà stato pari a 0,49 centesimi…ma abbiamo creduto nelle potenzialità di questa piantina e l’abbiamo tenuta provando a darle un futuro.

Per prima cosa l’abbiamo ripulita alla meglio dalla sostanza rossa, le abbiamo dato un po’ d’acqua e messa alla luce del sole.

Ebbene quella piantina da 4 soldi oggi è ancora sul nostro balcone, è diventata più grande, sta facendo nuove foglie e soprattutto ci sta deliziando con dei fiorellini bellissimi!

Sembrano campanelle…campane di Pasqua, come quelle che annunciano la Risurrezione del Signore Gesù.

Ed è ciò che è successo proprio per la nostra piccola piantina. Con un po’ d’acqua e un po’ di luce sarebbe sopravvissuta…ma non è bastato questo: abbiamo “creduto in lei”…ed oggi è risorta, è bellissima!

Forse è quanto accade anche a noi dai giorni del fidanzamento fino ad ogni giorno del matrimonio.

Ci fidanziamo e siamo tutti carini, appariscenti…rivestiti di strati di cosmesi, cercando di farci belli per piacere all’altro.

Poi entriamo nel matrimonio e ci rendiamo conto che le maschere non solo non durano, ma ci soffocherebbero se ad un certo punto qualcuno non ce ne liberasse!

E’ il nostro coniuge che ha questo compito tanto importante quanto faticoso: aiutarci ad essere liberi da tutti quei trucchi che adottavamo per far innamorare qualcuno di noi.

Questo processo è lungo, e spesso i coniugi non si accorgono neanche di quanto possano fare bene all’altro semplicemente essendo sé stessi, coi propri pregi e i propri difetti.

Ora che siamo sposati e non servono più quei trucchi bisogna che lascino il posto alla bellezza vera che ci abita…a quella bellezza di cui, a volte, ci vergogniamo anche.

Dal desiderio di essere amati gli sposi devono passare all’amare. Dall’innamoramento bisogna passare all’amore.

E questo passaggio può essere doloroso.

Alcuni si erano sposati per avere qualcuno che li facesse ridere e invece si ritrovano a dover asciugare le lacrime dell’altro.

Qualcuno si è sposato per avere qualcuno che lo facesse sentire importante e invece si trova a dover fare da “supporter” al coniuge che spesso si deprime.

E’ una sfida grande che non si vince con le proprie forze.

Non si può vincere con le proprie forze.

E’ possibile vincerla solo ricordandosi che c’è qualcuno che crede veramente in te…

Solo quando scopri che c’è qualcuno che ti ama molto più di quanto ti ama il tuo coniuge e molto molto molto di più di quanto tu pensi di amare il tuo coniuge.

E’ possibile vincere solo quando vedi coi tuoi occhi che Gesù crede così tanto in te che si è giocato la sua stessa vita scommettendo sulla bellezza di cui è capace la tua.

Se scopri tutto questo allora sarai come la nostra piantina sul balcone.

…Smetterai semplicemente di sopravvivere e ti ritroverai a risorgere ogni giorno.

…Smetterai di “tirare a campare” e ti ritroverai a mettere su nuovi germogli.

…Smetterai di far finta di essere bello e ti ritroverai a tirar fuori dal tuo cuore una bellezza così radiosa che commuoverà te stesso per primo.

Gesù ti ama e crede in te.

Fanne memoria nella preghiera e fanne esperienza nell’Eucarestia…e fiorirai.

E fiorirà anche la tua vita ed il tuo matrimonio!

Coraggio, Gesù crede in te…e le campane suonano Alleluja!!!

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Nessuno ti chiamerà più Abbandonata

Nessuno ti chiamerà più Abbandonata,

né la tua terra sarà più detta Devastata,

ma tu sarai chiamata Mio compiacimento

e la tua terra, Sposata,

perché il Signore si compiacerà di te

e la tua terra avrà uno sposo. (Is 62, 4)

Da poco trascorsa la festa della misericordia, ed entrati nel clima pasquale è interessante capire come Pasqua e misericordia siano due sostegni dell’amore di coppia che si incammina verso un amore sponsale nel suo continuo divenire.

Is 62,4 Inizia con le parole “lo iamar”-non ti chiameranno, ma anche non ti caricheranno più di un nome che non è il tuo. Questa alterità del termine ebraico ci conduce ad una  realtà fondante dell’amore sponsale: è necessario un passaggio, una pasqua, rompere degli indugi perché la persona che ho davanti non può e non deve deve essere devastata dall’abbandono. Ci sono molti modi di abbandonare una persona, spesso molto più velenosi di quello fisico. Si può abbandonare qualcuno quando lo si lascia da solo con ciò che sappiamo ha da dirci, lo possiamo lasciare da solo con ciò che non vogliamo sentire da lei o da lui, possiamo abbandonare quando ormai non ci interessa più che l’altro pensi bene di noi e cioè dica: tu sei il mio compiacimento-hefiz ba.

Il passaggio dell’amore sponsale, la Pasqua della coppia avviene quando i due smettono semplicemente di dire-amar l’altro e iniziano a chiamarsi-qarà. Questo verbo indica l’invocare di Dio, con cui Egli chiama a se, chiama alla santità.

Se Dio sceglie l’uno per essere amore nell’altro, questa scelta e questo amore hanno modo ben preciso: essere delizia come lo è la terra ed essere signore.

La terra di Israele è bella proprio perché composta da tante realtà dove si possono trovare molteplici modi per vivere e dove esistono numerosi contraddizioni come pianure verdeggianti e colli aspri e brulli. Questa è immagine della persona che ha in se innumerevoli volti e anche contraddizioni, e amarla significa vedere e accogliere che dietro un pregio si nasconde un difetto, ed entrambi vengono dalla stessa realtà: quella terra, quella persona, quel tu che ho scelto di amare e che Dio ha scelto di amare.

Questa delizia del cuore racconta la sponsalità che qui in ebraico è detta col termine baal-padrone. Essere misericordiosi vuol dire essere padroni dell’altro, di ogni cosa che è, e quindi assumersene la responsabilità: Essere padroni senza possesso. Questa è una vera reciproca padronanza dove ci si sente custoditi, non abbandonati, dove si ha la gioia di incontrarsi nella difficoltà  e la forza di rialzarsi insieme entrando nel mistero di fango e misericordia che l’altro è davanti a Dio.

Fra Andrea Valori

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Il mio matrimonio non è il paradiso ma la porta per entrarci.

Sposando tua moglie o tuo marito, hai promesso di consacrarti a Dio attraverso l’amore a questo uomo, a questa donna, tutta la vita. Quanto è complicata e ardua l’avventura del matrimonio vista in quest’ottica di vita! Ma quanto è alto e sorprendente questo progetto esistenziale. Si tratta di una qualità straordinaria della relazione con l’altro, in cui il centro non è tanto il partner, ma il desiderio di incontrare Cristo Gesù nel tuo sposo, nella tua sposa. Il Vangelo di oggi ci parla del Regno dei Cieli. Cosa è il regno dei Cieli nel nostro matrimonio. Il Paradiso nel mio matrimonio si è realizzato quando il centro della mia vita è stata la mia relazione col Signore nelle cose e non più i difetti o le mancanze di Roberto. Il frutto di questa relazione e dell’incontro con Dio è un pieno d’amore esagerato per me stessa in cui io esisto, sono preziosa e sono l’amata. Questa dotazione d’amore è un olio inestinguibile che mi terrà sempre pronta in ogni cosa della mia storia con Roberto e con i miei figli, con l’unico fine di incontrare la Salvezza di Dio per me e le persone che mi circondano. Per amare tua moglie tutta la vita ti ci vuole un equipaggiamento esagerato che ti aiuti ad entrare nei suoi tempi e nella sua sensibilità, oltre la concretezza e la praticità, sintonizzarti con quegli aspetti emotivi che per te sono spesso incomprensibili. Per amare tuo marito ogni giorno ti ci vuole una scorta dolcezza, pazienza e affetto che ti porti a valorizzarlo ed apprezzarlo oltre ogni tua pretesa disattesa. Tocca organizzarsi e sapere aspettare, perché il tempo di Dio non sono i tempi della tua e della mia fretta, del tutto e subito. Le vergini stolte non se l’aspettavano che ci volesse tutto questo tempo all’arrivo dello Sposo, la volevano cotta e mangiata! E anche io tante volte mi sono sentita così nel mio matrimonio, pretendendo ora e adesso quei cambiamenti e quelle trasformazioni che invece, per essere autentiche e profonde, richiedevano tempo. Sono stolta se mi baso solo sui miei desideri e sulla mia realtà per relazionarmi con gli altri, perché questo mi bloccherà e ostacolerà nel sintonizzarmi con mio marito e i miei figli. Se uso solo le mie coordinate per relazionarmi con chi mi circonda, l’altro non sempre rientrerà nei miei parametri e questo mi frustrerà enormemente facendomi sentire delusa e scontenta. Ma questo è il salto di qualità che porta il Paradiso in un matrimonio: usare tutti gli equipaggiamenti e le dotazioni possibili per mettere a disposizione della mia relazione di coppia tutto ciò che sono e che ho, una grande riserva di beni, per entrare in un incontro d’amore per cui vale la pena mettere in ballo ogni cosa. Ci ho impiegato dieci anni, ma ho fatto proprio centro ad investire molto e tutto in questo incontro con mio marito, perché attraverso la relazione con lui ho incontrato l’Amore di Dio per me e la Sua salvezza per la mia storia. Non è possibile improvvisare in un matrimonio, occorre prepararsi per crescere nella relazione col tuo sposo, con la tua sposa e incontrare il Signore nelle cose. A volte il Signore ti chiede un salto di qualità, una novità, un cambiamento in cui entrare, una sfida da cogliere. Tu che farai. Sii saggio e prudente, e utilizza il tempo per prepararti a questo incontro speciale con il tuo partner e con Dio, e il frutto sarà sempre e solo l’AMORE PIENO.

Claudia Viola

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Il mistero nuziale nell’unione intima

L’unione sessuale, vissuta in modo umano e santificata dal sacramento, è a sua volta per gli sposi via di crescita nella vita della grazia. È il «mistero nuziale». Il valore dell’unione dei corpi è espresso nelle parole del consenso, dove i coniugi si sono accolti e si sono donati reciprocamente per condividere tutta la vita. Queste parole conferiscono un significato alla sessualità, liberandola da qualsiasi ambiguità. 

Queste parole sono state scritte da Papa Francesco. Esattamente le trovate al punto 74 dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia. Sto leggendo un libro molto interessante. Si tratta de La mistica dell’intimità nuziale di don Carlo Rocchetta. Cosa possiamo comprendere da quanto il Papa scrive? Ci viene in aiuto don Carlo. Essenzialmente quattro insegnamenti.

  1. L’unione sessuale nel matrimonio è positiva. Si supera la vecchia credenza che la sessualità vissuta sia qualcosa di negativo. Certo si è capito da tempo. Giusto però sottolinearlo visto che fino a non tanti decenni fa i sacerdoti consigliavano gli sposi di astenersi dall’Eucarestia se avevano avuto un rapporto sessuale. Papa Francesco libera completamente questo gesto da ogni ambiguità e gli dona la giusta dimensione e considerazione. L’amplesso non solo non è negativo, ma al contrario è via di crescita nella vita della grazia. In parole semplici apre il cuore degli sposi sempre più perchè possa sempre più accogliere dentro di sè lo Spirito Santo, la Grazia di Dio. E’ un gesto sacramentale.
  2. L’unione sessuale va vissuta in modo umano e santificata dal sacramento. Un po’ quello che noi abbiamo sempre cercato di raccontare in questo blog e nel nostro libro. L’unione sessuale degli sposi è santa ed è aperta alla grazia di Dio quando vissuta in modo umano. Cosa significa? Non deve contraddire la dignità e l’identità dei due sposi. Don Carlo evidenzia come solo la persona umana viva l’amplesso in modo frontale e non da tergo come gli altri animali. Ciò significa che la persona umana non risponde soltanto ad un istinto, ma concretizza nell’unione intima dei corpi una relazione profonda che già vive nel cuore.
  3. L’unione intima è via di salvezza. Leggere l’unione intima degli sposi come mistero nuziale, scrive don Carlo, significa attribuire a questo gesto una chiave storico-salvifica. Significa collegarlo alla coppia delle origini, alla caduta e alla redenzione da parte di Cristo sulla croce. Ciò significa non solo che l’intimità fisica, di due sposi battezzati e uniti sacramentalmente in matrimonio, acquista una nuova dimensione redenta e salvata, ma che i due sposi unendosi partecipano alla salvezza del mondo, in quanto sono immagine dell’amore di Cristo per la sua Chiesa. Partecipano concretamente all’amore che fruisce tra Gesù e la sua Chiesa
  4. Il sacramento rende l’unione intima diversa da tutte le altre. Grazie al sacramento l’unione intima degli sposi è assunta onticamente nella relazione Cristo-Chiesa. Ciò che rende l’unione intima degli sposi diversa e molto più bella e piena di qualsiasi altra sta proprio in questo suo significato profondo. Nel matrimonio questo gesto diventa segno e concretizzazione di ciò che i due sposi si sono promessi e donati nel sacramento: un amore che dà tutto e durerà per sempre.

Capite ora che differenza c’è tra chi fa sesso e chi vive questo gesto d’amore in modo autentico? Capite come questo gesto per gli sposi possa essere davvero un’esperienza mistica e di Grazia?

Antonio e Luisa

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I wanna Know what love is….

Un piccolo spaccato di vita familiare, a cui ho dato il titolo di una canzone del 1983 auto confessando una certa età, inizia così: è martedì dopo Pasqua, sono le nove, stiamo per andare a Cattolica all’incontro nazionale dell’Intercomunione delle famiglie, quindi sono in ferie, Valeria è fuori per commissioni e la casa è a posto. Cioè magicamente si verificano tutte le condizioni necessarie per godermi un’oretta abbondante di divano / tablet / wifi. Quasi tutte le condizioni… La figlia grande urla dalla camera «Babbooooo, mi insegni a suonare la chitarraaaaa?» al che il figlio un microsecondo dopo ribatte «ee la insegni anche a meeeee?» faccio un’espressione tipo Ollio con la torta in faccia, sospiro guardando con tristezza il divano e dico «Ochèiiii, prendetele e portatele di quaaaaa», la figlia piccola viene silenziosa, i due chitarrodotati imbracciano gli strumenti (miei) e cominciano a far vibrare questa mattina festiva ma, no, non sono proprio “good vibrations” anzi, cominciano a litigare perché la chitarra elettrica non amplificata si sente poco, inoltre si susseguono a raffica le richieste di attenzione: lui è mancino e insiste per suonare al contrario, lei vuole che le mostri come si fa il “LA triste” (nuovo nome del LA minore), lui vuole che gli insegni “TA – TTA – TAAAAAN, TA – TTA – TATTAAAN” (il rif di Smoke on the water) e altre rumorose amenità. In tutto questo delirio la figlia piccola, che normalmente pianterebbe un casino micidiale perché lei è rimasta senza chitarra, prende un foglio e dice «Ora scrivo una canzone e poi te ci metti la musica», avrei già dovuto ringraziare il cielo lì per lì per aver scampato il confitto, ma il bello sarebbe venuto dopo. Mentre continuo a passare da una chitarra all’altra, vedendo svanire pian piano l’immagine di beatitudine divanesca, la piccola arriva sorridendo con il suo foglietto in mano, mi dice «Ora dovresti provare a metterci la musica così poi la canti a mamma», così prendo una chitarra, il foglietto e senza pensarci troppo butto giù qualche accordo (anche il LA triste, ormai era nell’aria) e canto quello che c’era sul foglio. Silenzio. Tutti mi ascoltavano meravigliati (anch’io francamente) era BELLISSIMA! Era sì il testo di un’ottenne, ma conteneva una dolcezza e un sentimento tanto autentici che avrei potuto cantarla a Valeria senza la minima traccia di umorismo, intendendo davvero ciò che dicevano quelle parole. Era una vera canzone d’amore. Avrei dovuto già dovuto ringraziare il Signore lì per lì, ma ci è voluto qualche giorno per capire cos’era davvero successo: la piccola non aveva solo chiesto di fare una cosa carina tra babbo e mamma aiutandomi con una fortunata ispirazione, lei mi aveva fatto una richiesta molto più profonda ed elevatissima, mi aveva chiesto di mettere in pratica un compito fondamentale degli sposi: essere esempio visibile, tangibile, concreto dell’amore di Dio. Lei aveva dato ascolto al suo piccolo cuore già assetato di amore, del grande amore, quello che abbiamo tutti nel nostro cuore di bambino; aveva tradotto in parole quello che pensava giusto che uno sposo dicesse alla sua sposa amatissima e mi aveva in pratica chiesto « Voglio sapere cos’è l’amore e voglio che tu me lo mostri». Non ho ancora cantato a Valeria, ora che ho un buon testo e so quanto è importante voglio trovare il momento giusto, dovrà esserci anche la piccola, così potrò dirle: «Vieni a vedere, è così che lo sposo può cantare alla sua amatissima sposa quella bella canzone che fa così…

Ranieri Gracci

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CANZONE

Noi siamo Tommaso

Tommaso era detto Didimo, gemello nella nostra lingua. Gemello di chi? Tutti noi siamo gemelli di Tommaso perchè ci comportiamo esattamente come lui. Tommaso non credeva quindi nella resurrezione? No, non è così. Tommaso credeva nella resurrezione, c’erano passi della scrittura che la preannunciavano, c’era una parte del popolo ebraico che la aspettava, aveva visto con i suoi occhi la resurrezione di Lazzaro. Cosa allora gli impedisce di credere? Ha visto il crocifisso. Sa che Gesù è stato picchiato, deriso, offeso, vilipeso, coronato di spine. Sa che è dovuto salire verso il Calvario, che è stato inchiodato ad una croce e che è morto. Non riesce a credere che da un male così grande si possa risorgere. Tommaso è esattamente come noi. Noi che non riusciamo a credere in Dio perchè nel mondo c’è il male, ci sono le guerre, i terremoti. Ci sono i bambini che si ammalano e muoiono. Noi vediamo tutto questo e non crediamo, perchè non è possibile che Dio sia presente dentro la nostra vita. Invece Gesù dice: “beati quelli che pur non avendo visto crederanno!”. Spesso anche nel nostro matrimonio non riusciamo a vedere la presenza di Cristo. Eppure lui c’è. C’è da quel momento che abbiamo pronunciato il nostro sì con la bocca e lo abbiamo confermato con il corpo nel primo rapporto fisico. Poi il tempo passa, iniziano i problemi, i litigi, le incomprensioni. La relazione sembra tutto fuorché santa. Eppure Gesù è sempre lì, fedele. La nostra infedeltà non corrompe la sua. Il suo amore e la sua grazia sono sempre a nostra disposizione. Tanti non ci credono più e mollano. Cercano nuove strade. Invece, senza giudicare chi non riesce, beate quelle donne e beati quegli uomini che credono anche se non vedono Dio nella loro storia, nel loro matrimonio. Beate quelle donne e quegli uomini che, anche se sono stati abbandonati e vedono la persona che ha promesso loro di amarli per sempre insieme ad un’altra persona, continuano ad abbandonarsi a Dio, perchè sanno che Lui c’è anche se non lo vedono. Beate quelle donne e quegli uomini perchè non hanno bisogno di vedere per credere, hanno dentro una promessa di Dio che custodiscono e che li conduce verso la verità e l’incontro con Gesù che salva e da senso ad ogni cosa, anche quello che adesso non si può comprendere.

Ho una seconda riflessione. Dopo l’arresto e la morte di Gesù gli uomini sono impauriti. Pietro rinnega, gli altri si nascondono. Si chiudono nel cenacolo pieni di paura. Troviamo solo Giovanni che resta sotto la croce. A restare sotto la croce, senza esitazione, sono invece le donne. Chi si reca al sepolcro mentre gli apostoli sono nascosti sono sempre le donne. Solo dopo, alla notizia della tomba vuota, Giovanni e Pietro corrono a vedere. La donna ha una forza e una fede che l’uomo spesso fatica a raggiungere. Quando la vita diventa difficile dietro un uomo che non molla c’è spesso una donna che lo sostiene. Non c’è nulla che mi dà più forza della consapevolezza di avere al mio fianco la mia sposa. La fede di mia moglie è per me forza, la fiducia della mia sposa è per me sostegno. L’abbandono a Cristo in ogni situazione è per me esempio e fonte di meraviglia e stupore. Sono grato a Dio per la mia sposa. Mi lascia senza parole pensare che una creatura come lei, più forte di me, perchè chi ha più fede ha anche più forza, si consegni e si affidi alla mia cura. Questo suo dono fiducioso mi dà una carica grandissima per tirare fuori il massimo e per cercare di essere degno del suo dono.

Antonio e Luisa

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L’amore scrive gli errori dell’altro sulla sabbia

Nella Bibbia c’è un insegnamento che noi sposi dovremmo scrivere e appendere in casa: la legge di Dio è scritta sulla pietra, il nostro peccato sulla sabbia. Noi spesso abbiamo un comportamento che è simile a quello dei farisei. Vorrebbero prendere l’adultera e lapidarla. Ucciderla colpendola con le pietre. Pietre che rimandano alla legge, al decalogo scritto dal dito di Dio sulle tavole di pietra. Quante volte anche noi sposi usiamo la legge di Dio come pietra da usare contro l’altro/a. Gesù invece non lo fa. Gesù si mette a scrivere sulla sabbia. Non lancia alcuna pietra contro l’adultera. Cosa ho imparato da tutto questo? La legge è scritta sulla pietra perchè noi potessimo costruire la nostra casa, il nostro matrimonio su di essa. Non per prenderla e darla in testa all’altro. La legge serve per costruire una relazione e non per distruggere l’altra persona. Noi sposi siamo spesso come l’adultera o come i farisei, A volte siamo come l’adultera perchè adulteriamo il nostro amore, mettiamo il nostro egoismo davanti alla relazione. Altre volte siamo come i farisei, pronti a giudicare e condannare l’altro non appena scivola in qualche debolezza o semplicemente sbaglia più o meno consapevolmente. Gesù ci ricorda che tante volte siamo stati l’adultera nei suoi confronti. Tante volte ci ha perdonato. Gesù vero Dio ha scritto nuovamente con il suo dito, ma questa volta sulla sabbia. I nostri peccati per Lui non sono altro che scritte sulla sabbia. Lui non giudica i nostri errori, ma ci guarda con quello sguardo dell’innamorato che vede la meraviglia della persona e non la zozzura del peccato. Lui ci indica la strada: l’adultera non è il suo peccato. Infatti nel Vangelo non troverete mai scritto l’adultera, ma una donna sorpresa in adulterio. Non l’avrebbe mai chiamata adultera Gesù. Non avrebbe mai limitato una persona al suo peccato. Gesù ha saputo guardare quella donna non con disprezzo, ma con lo sguardo dell’innamorato che scorge tutto il valore della sua amata. Ciò che siamo chiamati a fare noi sposi l’uno con l’altra. Il segreto che ho imparato nel mio matrimonio per essere capace di scrivere sulla sabbia le mancanze della mia sposa e non di lanciarle pietre, come magari facevo all’inizio della nostra storia insieme, è proprio essere capace di fare memomia. Memoria di tutte le volte che ho sentito l’amore misericordioso di Gesù su di me e sulla mia storia e memoria di tutte le volte che ho mancato nell’amare la mia sposa e lei mi ha perdonato. La cosa bella è che più passano gli anni e più la mia memoria si riempie di perdoni dati e ricevuti e questo mi lega sempre più alla mia sposa in una relazione toccata dalla fragilità e dagli errori e per questo capace di far sperimentare un amore gratuito e benedetto da Dio.

Antonio e Luisa

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Getta le reti sul tuo matrimonio

In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così:
si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli.
Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma in quella notte non presero nulla.
Quando gia era l’alba Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù.
Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No».
Allora disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non potevano più tirarla su per la gran quantità di pesci.
Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «E’ il Signore!». Simon Pietro appena udì che era il Signore, si cinse ai fianchi il camiciotto, poiché era spogliato, e si gettò in mare.
Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: infatti non erano lontani da terra se non un centinaio di metri.
Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane.
Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso or ora».
Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatrè grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si spezzò.

Il Vangelo di oggi mi riporta al percorso dei 10 comandamenti di don Fabio Rosini. Probabilmente per chi ha fatto quel corso dirò qualcosa che già sa. Cercherò di rielaborarlo in chiave sponsale. Pietro e altri discepoli sono usciti a pescare. Tutta la notte non hanno preso nulla. Tornano sconsolati quando un uomo gli chiede di tornare in mare e di gettare le reti a destra. Perchè un pescatore, che conosce il proprio lavoro, che sa come si pesca, che sa che di giorno è molto difficile pescare, decide di dar retta a quell’uomo. Per giunta che gli chiede di gettare le reti a destra. Cioè di lanciarle con il braccio sinistro, il più debole. E’ una richiesta assurda. Eppure Pietro lo fa. Lo fa e pesca una gran quantità di pesci. Ben 153 grossi pesci. Un numero non casuale. Nella Bibbia nulla è messo a caso. 153 erano i pesci allora conosciuti. Indica la pienezza. Solo dopo Pietro riconosce in quell’uomo il suo maestro Gesù. Questo racconto credo possa rappresentare la storia di resurrezione di tante coppie che non hanno voluto cedere al fallimento del loro matrimonio. A volte nel buio della vita non peschi nulla. Non raccogli nulla. Ti sembra di affannarti invano. Cominci a pensare che forse è meglio mollare, andarsene, accettare il fallimento. C’è qualcuno che però non molla. Ascolta quella promessa che ha fatto il giorno del matrimonio e si fida. Getta le reti a destra. Un’altra volta, anche se non capisce come questo possa cambiare le cose. Non riconosce in quella promessa il volto di Cristo. Non ne è capace in quel momento, ma lo fa comunque perchè non ha nulla da perdere. Ed è lì che Gesù può fare il miracolo. Può trasformare le reti vuote in reti colme di pesci. Può trasformare il deserto di una relazione in una rinascita e in una vita piena. Non è la prima volta che Gesù chiede di fare qualcosa di apparentemente folle. Ricordate le nozze di Cana? Se non ci fossero stati quei servi che riempirono le giare di acqua Gesù non avrebbe potuto tramutare l’acqua in vino e non ci sarebbe stata più gioia in quella festa di nozze. Ecco a volte la Chiesa sembra indicare per il nostro matrimonio una strada, un atteggiamento, un sacrificio, una pazienza, una sopportazione e una relazione che sembrano folli ai nostri occhi e quelli del mondo. Chi riesce ad andare oltre la follia apparente e ad ascoltare quanto Gesù dice attraverso la sua Chiesa può davvero sperimentare una gioia e una pienezza che pochi riescono a raggiungere. Una gioia data dalla resurrezione e dall’incontro con Gesù che finalmente saprà riconoscere.

Antonio e Luisa

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