Io guardo Lui, e Lui guarda me!

Ieri Papa Francesco ha proposto una catechesi meravigliosa. Una catechesi sulla preghiera contemplativa. Cosa significa contemplare? Perchè essere capaci di contemplare è così importante per noi sposi.

Il Papa si riferisce nella sua catechesi in particolare alla preghiera contemplativa, alla nostra relazione personale con Gesù. Per noi sposi c’è però una seconda dimensione. Una seconda lettura che non esclude la prima ma la integra e le dona ancora più ricchezza è significato.

La preghiera contemplativa è quella che, usando le parole del Papa, “Io guardo Lui, e Lui guarda me!”. È così: nella contemplazione amorosa, tipica della preghiera più intima, non servono tante parole: basta uno sguardo, basta essere convinti che la nostra vita è circondata da un amore grande e fedele da cui nulla ci potrà mai separare.

Nella preghiera contemplativa c’è una relazione chiaramente sponsale. Nella preghiera contemplativa ci riconosciamo amati da Gesù. Guardati e amati. Guardati nella nostra miseria, nelle nostre fatiche, nelle nostre contraddizioni e amati. Gesù ci vede bellissimi e ci desidera ardentemente. Questo sguardo di Gesù ci permette di aprire il cuore e di essere capaci di osservare tutto ciò che è attorno a noi con degli occhi diversi, ci permette di avere uno sguardo contemplativo. Cosa significa? Ce lo spiega ancora il Papa: Essere contemplativi non dipende dagli occhi, ma dal cuore.

Vivere una relazione con Gesù ci permette di guardare con occhi diversi il mondo che ci circonda. Dice ancora il Papa: Si può contemplare guardando il sole che sorge al mattino, o gli alberi che si rivestono di verde a primavera; si può contemplare ascoltando una musica o il canto degli uccelli, leggendo un libro, davanti a un’opera d’arte o a quel capolavoro che è il volto umano… 

Capite dove voglio arrivare? Possiamo riuscire a guardare nostro marito o nostra moglie con gli occhi del cuore, con uno sguardo contemplativo, e tutto cambia. Non vedremo più solo un corpo, un corpo che magari, con gli anni che passano, appassisce e si sforma. Vedremo non con gli occhi ma con il cuore. E quel corpo diventerà parte concreta di una bellezza profonda fatta di una vita d’amore che noi sposi ci siamo scambiati in una vita insieme. Saremo capaci di guardare il corpo dell’altro e vederlo trasfigurato dall’amore, trasfigurato dalla bellezza di una persona che si è donata a noi totalmente, senza riserve o condizioni, di una persona che è stata capace di tenerezza, di perdonarci, di prendersi cura di noi, di starci sempre accanto.

E’ così che quel corpo anche dopo anni di matrimonio appare ancora bellissimo. Perchè siamo capaci di contenplarlo e di guardarlo con gli occhi del cuore. Questo è il segreto del matrimonio. Il segreto di una bellezza che non sfiorisce e che profuma di Cielo. Un vescovo parlando alle coppie disse che lo Spirito Santo è il cosmetico più efficace. Lo è davvero. Una persona che ama è sempre bellissima per chi è amato.

Come dice il Papa la contemplazione è Io guardo Lui, e Lui guarda me! Nel matrimonio questo dualità si allarga e si trasforma in trinità (l’amore di Dio non è mai per due ma sempre per tre) Io guardo Lui, e Lui guarda me! Questo mi permette di guardare la mia sposa con il Suo sguardo.

Termino con la chiusa della catechesi:

C’è un’unica grande chiamata nel Vangelo, ed è quella a seguire Gesù sulla via dell’amore. Questo è l’apice, è il centro di tutto. In questo senso, carità e contemplazione sono sinonimi, dicono la medesima cosa. San Giovanni della Croce sosteneva che un piccolo atto di puro amore è più utile alla Chiesa di tutte le altre opere messe insieme. Ciò che nasce dalla preghiera e non dalla presunzione del nostro io, ciò che viene purificato dall’umiltà, anche se è un atto di amore appartato e silenzioso, è il più grande miracolo che un cristiano possa realizzare. E questa è la strada della preghiera di contemplazione: io Lo guardo, Lui mi guarda! Questo atto di amore nel dialogo silenzioso con Gesù fa tanto bene alla Chiesa.

Fa tanto bene alla Chiesa e al matrimonio aggiungo io.

Antonio e Luisa

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Il litigio di coppia e come uscirne.

Tu non litighi mai vero? Tu non ti sei mai scornato con tua moglie? Il vostro matrimonio è tutto rose e fiori da non doversi mai dare spiegazioni? Preoccupati! 

Si hai capito bene preoccupati! 

Un amico frate all’inizio del nostro fidanzamento, quando lo andavamo a trovare ci chiedeva solo una cosa, non come state? Ma: vi state scornando? Vi siete scornati? Avete litigato? 

Era un frate gufo? Be l’abito era marrone scuro, ma non tifava che ci lasciassimo, ed essendo un frate, che ci poteva guadagnare? 

Ma allora perché quella domanda? Perché il litigio di coppia è importante? è importante viverlo? attraversarlo? 

Il litigio nella coppia è quel venerdì santo, in cui purtroppo ci gettiamo le mancanze, i tradimenti di Giuda, i rinnegamenti di Pietro, i nostri gesti d’amore non fatti, le dimenticanze, gli errori che la vita ti porta a compiere. In quel venerdì c’è il tradimento e il pentimento di Giuda (Mt 27,3-4) che torna dai sacerdoti, e vuole ribarattare l’amore. In quel venerdì c’è la vergogna di Pietro che voleva amare ma non è stato capace ed è scivolato davanti alla paura, alla tentazione, al cornuto che gli offriva tutte le facili tentazioni davanti a cui un normale umano, è normale che caschi. In quel venerdì santo c’è il silenzio della morte, c’è quel silenzio che si prova solo quando ci si accorge di aver perso una persona amata, dove non esiste scorciatoia, conforto, medicina che ti risolleva. 

Nel litigare ritroviamo quindi il tradimento, il tentativo di rimediare, la vergogna, la paura, il silenzio, la fuga. 

E allora? Perché allora il litigio è importante? Perchè ci mostra per quello che siamo, ci mostra nei nostri punti deboli. Ma soprattutto perché è attraversando quel venerdì, quel litigio, quella morte, che oggi noi celebriamo la Pasqua, che noi celebriamo la vita. Non si può pensare di vivere una relazione da famiglia del Mulino Bianco; a volte purtroppo le differenze, gli sbagli, ci portano a litigare, ci portano a mostrare quel lato del cuore ferito e arrabbiato che deve compromettersi per vivere con un altro io che non è come lui. Meno male allora che mostriamo quel lato di noi che è realtà vera, non mascherata dai nostri pensieri, sentimenti, gesti. È forse da questo mostrarsi per ciò che siamo veramente che si possono costruire relazioni con una solida base. 

Non so se hai capito, ma ti stiamo dicendo: che se ieri hai litigato con tua moglie, È una cosa buona. C’è una Pasqua che attende proprio te. 

Ok, ma se ieri ho litigato con mia moglie, ora che faccio? 

Questa sera torno dal lavoro con dei fiori? La porto fuori a cena? Torno e mi inginocchio e le chiedo scusa? Faccio io il cambio dell’armadio o le pulizie i prossimi sabati? 

Più o meno! Come vedi sappiamo già che per farsi perdonare bisogna amare di più. Bisogna che ci sia quella richiesta di perdono, accompagnata da un gesto che prova a rilanciare l’amore. 

Diciamolo in modo più corretto: 

Per uscire da un conflitto bisogna guardare a quanto l’altro ha fatto di bello per me. Solo così rincorro la voglia di amarlo di più, solo riconoscendo l’amore che l’altro mi ha donato e non l’errore che ho visto, posso ripartire ad amare e sanare quella ferita. 

Per uscire da quel litigio, devi provare non a guardare quell’errore, non a guardare che si è dimenticata di farti da mangiare, che non ti ha sentito mentre gli dicevi quella cosa, che si è rivelato un orso insensibile, che ti dà poche attenzioni, o che lascia la cucina in disordine o il bagno sporco. 

Ma fai come al lavoro: c’è un errore sul computer? spegni e riaccendi. Funziona nel 95% dei casi. Ossia stacca e riparti, riaccendi guardando alle cose belle che ha fatto per te. Resetta, cancella l’errore e ricarica tutto il programma, ma quello che funziona. Il computer non ricaricherà l’errore, non farlo neanche te. 

Prima di arrivare a quell’errore, a quella dimenticanza, a quella caduta, ci sono tanti gesti d’amore precedenti che tu non vedi. Perché il giorno rosso sul calendario lo notiamo tutti, ma quelli blu sono addirittura cinque e non li notiamo mai. 

Solo spostando lo sguardo su quanto amore ti ha provato a dare, e non hai visto, riesci ad uscire subito da quell’arrabbiatura, dal quel litigio. 

Non fare lo sbaglio di rivangare, da un errore andare a prendere tutti gli altri errori passati, quegli scheletri nell’armadio, che tu hai messo e non hai chiarito, non usare quel litigio per puntare il dito, perché non è dando i pugni allo schermo del computer che risolvi il problema. Anzi forse lo peggiori. Spegni e riaccendi. 

Ci piace pensare quel momento di conflitto quando sei arrabbiato, come a un teatro dove ad un certo punto cade la quinta e ti trovi davanti le foto del bello vissuto insieme, i gesti d’amore, il filmino del matrimonio, le immagini del parto o dei figli, e quell’arrabbiatura che ti faceva eruttare, si congela. 

Solo allora forse puoi con coscienza comprendere che 

Lui non è il suo errore. 

Lei non è il suo errore. 

Non è facile, perché l’errore brucia, perché l’errore toglie memoria del bello vissuto insieme. Non è facile perché quel muro che cade con la scritta, “scherzi a parte ti amo davvero” non c’è nella realtà, deve esserci nella tua testa! 

Se vuoi uscire da un litigio classico casalingo quotidiano con tua moglie, con tuo marito, non restare fisso sull’errore ma butta giù quel muro e guarda all’amore ricevuto appeso dietro e non visto. 

Se guardi all’amore, uscirai dal litigio volendo amare di più. È quello che è successo a Gesù con Pietro. Non guardare a Pietro ma a Gesù. È Gesù che è stato tradito ma ha saputo posare lo sguardo su Pietro che lo aveva rinnegato, ricordando quanto Pietro aveva fatto con Lui. L’ha saputo guardare amandolo. Avete visto cosa è successo a Pietro? Colui che ha rinnegato è diventato lo sposo più grande. Ci vuole l’impegno di entrambi. Giuda traditore di Gesù, al contrario di Pietro non ha voluto più incrociare lo sguardo di Gesù. Ma Gesù che è amore lo guardava con gli stessi occhi di misericordia, di perdono. Ci vuole che chi tradisce chieda perdono e si lasci ri-amare, e chi è tradito non guardi all’errore ma all’amore e doni misericordia.

Certo poi è importante riflettere sul litigio, dialogare, conoscersi, ascoltarsi, crescere e cercar di non ripeterlo. Ma alla base c’è un amore misericordioso che guarda all’amore e non all’errore! 

Ecco amore misericordioso, che non si vive quindi solo nel confessionale, che non è solo un dogma della chiesa, ma che parte dal concreto vivere, da due sposi, dal perdono in casa tra moglie e marito, tra e con i figli, con gli amici. È importante che la riconciliazione si viva dalla casa, che fin dalle mura domestiche si utilizzi la parola “perdono”. 

Concludiamo qua, perché lo spunto crediamo sia ben ricco. Per capire al meglio questo articolo l’unico modo è litigare! Quindi buon litigio!! 

Ps. Non serve un grande tradimento, basta il piccolo litigio quotidiano.


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Facciamo un ripasso !

Ieri è stata la festa dei due Santi Apostoli Filippo e Giacomo ( il minore ), e la Chiesa ci ha proposto un brano dal capitolo 14 del Vangelo di Giovanni, di cui riportiamo poche righe :

In quel tempo, disse Gesù a Tommaso: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: Mostraci il Padre? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? 

Gesù sta facendo agli Apostoli tutto un discorso sul Padre e del rapporto che c’è tra loro due, ma sembra che stia parlando al vento. Ci immaginiamo l’espressione di Filippo e degli altri Apostoli tra l’attonito e lo stupito, mentre Gesù continua col suo discorso, che sembra voler dire : ” Ma che cavolo stai dicendo, Gesù ? “. Filippo prende la parola, forse facendosi coraggio a nome di tutti, e pone una domanda apparentemente ingenua, ma anche rivelatrice, a Gesù.

Oh, quanto ci somigliano questi Apostoli ( prima della Pentecoste ) ! Non è forse vero che anche noi spesso ascoltiamo un milione di prediche, duecentomila catechesi, un podcast al giorno del nostro sacerdote di riferimento, o chissà cos’altro, ma poi ,se passato al setaccio, ci resta ben poco di tutto ciò, tanto che a volte scadiamo nella domanda di Filippo ? Va bene, Gesù, tu ci ami tanto…. tu ci perdoni…. tu sei misericordioso….. tu sei il Buon Pastore…. ma tutto ciò cosa c’entra con la mia vita ? Io non ti vedo Gesù…. e tantomeno vedo il Padre…. tu continui a parlarci di misericordia…. e quindi cosa cambia per la mia vita ? Riassumendo, cosa ci resta in tasca di tutti i tuoi discorsi Gesù ?

Sembra che Filippo non ne possa più di sentir parlare del Padre con tutte quelle similitudini che usa Gesù , come se volesse tagliar corto il discorso perché richiede troppa concentrazione, troppo impegno personale….. Gesù caro, non puoi smetterla con tutti questi giri di parole e mostrarci il Padre ? Sono discorsi difficili i tuoi , Gesù, e ci sta fumando il cervello …. mostraci il Padre che così la tronchiamo qui !

Apparentemente sembra una domanda un po’ ingenua, sempliciotta, quasi forzata dalla impazienza di vedere lo sbocco dell’insegnamento del Maestro. Ma Gesù, con la dolcezza ferma che lo contraddistingue, da un lato rimprovera Filippo e dall’altro smaschera la vera natura della sua domanda.

Come quando l’insegnante, visto l’esito infausto di una verifica di classe alla fine di un argomento, si vede costretto suo malgrado a fare il ripasso di tutto l’argomento : ragazzi, qui ci vuole un bel ripasso !

Ci sono tante coppie di sposi che vivono un po’ come Filippo : i tuoi discorsi Gesù, sono difficili da digerire…. ma noi abbiamo troppe cose a cui pensare : la casa, il lavoro, i figli, l’impegno in parrocchia, l’apostolato…. caro Gesù, stai dicendo delle cose troppo alte per noi…. noi in fondo non vogliamo diventare santi, a noi basta volerci bene…. e fare un po’ di bene al prossimo… e così via.

Cari sposi, per andare al Padre bisogna necessariamente passare da Gesù, il quale non fa sconti sulle verità della vita. Gesù è esigente perché la posta in gioco è l’eternità e la felicità già su questa terra. Gesù esige quindi dagli sposi che essi si formino costantemente alla sua scuola ; che si impegnino nel conoscerlo sempre di più, sempre meglio e sempre più intimamente.

Così come cresciamo nella conoscenza reciproca per amarci sempre meglio tra sposi, così abbiamo il dovere di crescere nella conoscenza di Gesù…. come possiamo dire di amare chi non conosciamo ?

Coraggio sposi, il tempo del ripasso è appena cominciato ! Impegniamoci dunque nella conoscenza di Gesù, che abita già in noi in forza del sacramento del Battesimo e del Matrimonio, perché non ci accada di sentirci dire da Gesù, come a Filippo : “Da tanto tempo sto con voi , sposi, e voi non mi avete conosciuto ?”

Giorgio e Valentina.

La vite senza tralci non dà frutto

Vorremmo tornare sul Vangelo di ieri. C’è una bella provocazione che noi sposi dovremmo approfondire e soprattutto vivere. Io sono la vite, voi i tralci. Questa affermazione che troviamo nel Vangelo di Giovanni sicuramente l’avrete ascoltata decine se non centinaia di volte.

Di solito, però, si affronta in una sola direzione. Gesù è la vite e noi siamo i tralci. Noi abbiamo bisogno di essere uniti alla vite per non perdere forza e nutrimento. Per non seccare.

C’è un’altra prospettiva però che viene approfondita poco. La vite ha bisogno dei tralci per dare frutto. Dio ha deciso di non fare tutto da solo ma di servirsi di noi. Questa affermazione di Gesù avviene durante la sera dell’ultima cena. Gesù è lì con i suoi discepoli. Sa che uno lo ha tradito, sa che Pietro lo rinnegherà. Conosce tutte le debolezze e le incoerenze di quegli amici eppure parla in questo modo. Voi siete i tralci e avete bisogno di me ma anche io che sono vite, che sono la radice di ogni cosa ho bisogno di voi per dare frutto.

Non è un messaggio meraviglioso? Anche per noi sposi? Non importa che siamo fatti così, che abbiamo innumerevoli limiti e difetti. Non importa che sbagliamo tante volte tutti i giorni. Non importa che ci sentiamo così inadeguati nelle nostre relazioni. Gesù ha bisogno di noi e si fida di noi. Siamo i suoi tralci e i frutti possono maturare solo attraverso il nostro adererire a Lui e al Suo amore. Questo vale per la coppia e nella coppia.

Per la coppia. Quante coppie di sposi sono riuscite ad essere fecondissime per gli altri nonostante abbiamo dovuto lottare quotidianamente con problemi e con i loro limiti. Quante coppie sono riuscite a superare crisi e momenti complicati e sono riuscite a riemergere ancora insieme, perchè convinte che l’amore e il bene sono sempre un po’ più forti del male che ci può essere nel mondo e nei loro cuori. C’è una frase che mi è rimasta in testa tratta dal cortometraggio Il circo della farfalla: Più grande è la lotta e più glorioso sarà il trionfo. Sono proprio le coppie che sembravano spacciate, che possono essere le più belle e le più luminose per il mondo. Quelle di cui Dio si commuove e che danno frutti abbondanti. Se siete una coppia così, se vi sentite pieni di contraddizioni e vi vedete più incasinati delle altre coppie, non mollate. E’ il momento di affidarvi a Gesù e potrete diventare uno di quei tralci carichi di succosissimi grappoli d’uva. Perchè se affrrontate la tempesta con Gesù nessun male potrà essere abbastanza forte da affondarvi.

Nella coppia. Dio ha bisogno di noi per portare i suoi frutti a nostro marito o a nostra moglie. Ha bisogno delle nostre mani per portare le sue carezze. Ha bisogno delle nostre parole per portare il suo incoraggiamento. Ha bisogno del nostro lavoro per costruire la sua casa nella nostra famiglia. Ha bisogno dei nostri corpi per mostrare all’altro il suo amore totale e tenero. Tra noi i frutti possono essere davvero abbondanti e il matrimonio una relazione bellissima, ma Gesù ha bisogno di noi per rendere il Suo amore concreto e visibile. L’uno ha bisogno dell’altra e viceversa. Ci chiede solo di mettere quello che possiamo, anche se magari è poco o ci sembra poco. Il resto, il miracolo lo farà lui.

Avanti tutta cari sposi non facciamo gli avari con i gesti d’amore. Diamo tutto e sarà sempre abbastanza perchè Gesù metterà quello che manca alle nostre forze o alle nostre capacità e vi meraviglierete di ciò che sarete in grado di fare l’uno per l’altra.

Antonio e Luisa

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Voglio una vita… vedrai che vita, vedrai

Quando penso alla potatura, la mia mente mi riporta a lunghi pomeriggi di febbraio passati a guidare il trattore mentre i miei fratelli e gli operai di mio papà tagliavano i rami dei peschi. Mamma quanto freddo! E quanta noia per me lì al volante! Ma io non immaginavo che senza quelle incisioni le pesche non sarebbero poi diventate a luglio così grandi e succose, non sapevo che sarebbero rimaste piccole come palline da ping-pong e di conseguenza invendibili sul mercato.

Inoltre, ignoravo quanta saggezza ci vuole nel potare, per questo mio papà sceglieva bene gli operai, non è roba da tutti, perché non si taglia a casaccio ma con un criterio ben preciso, per potenziare l’albero in modo che ogni ramo dia il massimo di sé.

Mi sorprende come Gesù sia riuscito a condensare in semplici realtà campagnole delle verità valide per tutti i tempi, presenti e futuri! È proprio un genio il Signore!

Anche la coppia è un bell’albero di pesche o di mele o di kiwi, metteteci la frutta che volete. Ma sempre richiede la potatura, altrimenti il risultato poi sarebbe solo un prodotto secondario, quasi di scarto.

Vi siete mai chiesti come coppia: quali frutti si attende da voi il Signore? Che vita vuole farvi condurre? Un po’ come la domenica scorsa in cui Gesù si presenta come il nostro Pastore, ritorna la grande domanda: quale missione ben precisa Dio ha pensato per noi due e quali frutti si attende? Chi ha saputo esplicitare molto bene tale interpellanza è stato San Giovanni Paolo II nella Familiaris Consortio. Guardate che chiarezza! “In tal senso, partendo dall’amore e in costante riferimento ad esso, il recente Sinodo dei vescovi ha messo in luce quattro compiti generali della famiglia: 1) la formazione di una comunità di persone; 2) il servizio alla vita; 3) la partecipazione allo sviluppo della società; 4) la partecipazione alla vita e alla missione della Chiesa” (FC 17).

Il Signore cerca questi frutti nella vostra coppia e famiglia, li cerca come lo fece quella volta avvicinandosi a un fico (cfr. Mc 11, 12-21). Sta trovando una comunità di persone unite e che si vogliono bene incondizionatamente? Coglie in voi l’apertura alla vita nella vostra intimità? Vi vede aperti agli altri, anche al di fuori della vostra famiglia? Siete partecipi nella vita ecclesiale? Ecc. ecc.

Non so voi care coppie ma quando penso alla mia missione di sacerdote vedo che il mio “ego” ci si mette di mezzo e vuole tirare indietro, come quando metti la prima senza accorgerti di avere il freno a mano tirato. Oppure come una mongolfiera, che vorrebbe spiegare il volo ma ha ancora legati i sacchi di sabbia.

Ecco allora perché il Signore parla di potatura. È in realtà una liberazione e un aumento di forza che Lui genera in noi. Il problema, lo sappiamo bene, è che fa male, causa sofferenza come la causa alla pianta potata.

Ora che sono a Roma sto conoscendo di più la figura di don Andrea Santoro (1945-2006), la cui causa di beatificazione è iniziata da tempo. Nella sua biografia “Lettere dalla Turchia”, don Andrea racconta un fatto significativo. Un giorno andò in curia vescovile, a San Giovanni in Laterano, per presentare il suo progetto di missione in Oriente. Mentre attendeva il suo turno poteva udire i giardinieri che stavano lavorando giù nel cortile interno e potavano gli alberi. Quei “zac, zac, zac” subito divennero preghiera nel suo cuore: “Il Signore mi vuole potare perché dia più frutto”. E infatti, la sua vita “potata” è diventata molto più feconda.

Ricordo tempo fa, in un incontro con Don Fabio Rosini, lui faceva notare come il suo stato di salute non ottimale fosse motivo di un “reclamo” nei confronti del Signore, del tipo: “Ma non mi potresti dare un po’ più di salute se vuoi che Ti serva meglio?”. Eppure, concludeva, “si vede che il Signore adesso vuole così”.

La potatura è davvero misteriosa, segue una logica che non ci appartiene. Tentare di spiegarla è fallimentare, sappiamo solo che porta a un bene maggiore. Tuttavia, il viverla (e non solo patirla) è legge evangelica e per questo vi do un consiglio, anzi due, in base a come vi trovate spiritualmente.

Se ti senti forte e saldo, allora puoi dire con S. Ignazio di Loyola (1491-1556): “Prendi, Signore, e ricevi tutta la mia libertà, la mia memoria, la mia intelligenza e tutta la mia volontà, tutto ciò che ho e possiedo; tu me lo hai dato, a te, Signore, lo ridono; tutto è tuo, di tutto disponi secondo la tua volontà: dammi solo il tuo amore e la tua grazia; e questo mi basta”.

Se non riesci a dire così e tremi dinanzi a quelle cesoie in mano a Gesù, allora vi invito piuttosto a dire con S. John Henry Newman (1801-1890): “Conducimi tu, Luce gentile, conducimi nel buio che mi stringe, la notte è scura la casa è lontana, conducimi tu, Luce gentile. Tu guida i miei passi, Luce gentile, non chiedo di vedere assai lontano mi basta un passo, solo il primo passo, conducimi avanti, Luce gentile. Non sempre fu così, te non pregai perché tu mi guidassi e conducessi, da me la mia strada io volli vedere, adesso tu mi guidi, Luce gentile. Io volli certezze dimentica quei giorni, purché l’amore tuo non mi abbandoni, finché la notte passi tu mi guiderai sicuramente a te, Luce gentile”.

Offerta piena e abbandono fiducioso sono due atteggiamenti stupendi per porsi davanti alla potatura che Dio vuole compiere in voi e nella vostra coppia. Temere è umano, al tempo stesso abbiate fiducia che il Buon Pastore, il Divino Agricoltore sa molto bene quello che sta operando nella vostra vita e vi vuole dare molto di più di quanto immaginiate.

ANTONIO E LUISA

C’è una santa che ci affascina particolarmente. In realtà non è ancora santa ma siamo sicuri lo diventerà presto. Si tratta di Chiara Corbella Petrillo. Una santa che noi in famiglia consideriamo cara e a cui ci affidiamo per la sua intercessione. Chiara è per noi così affascinante proprio per come ha saputo essere docile a quanto le è accaduto. Incredibile come lei e il marito siano stati capaci di accogliere tutto nella loro vita e hanno vissuto tutto alla presenza di Gesù che loro non hanno mai sentito lontano. Questo ha permesso loro di diventare una luce per tutto il mondo.

Dovremmo imparare da Chiara ed Enrico. Spesso nella preghiera chiediamo a Gesù qualcosa che noi desideriamo o che riteniamo che sia importante. Nella preghiera chiediamo quello che noi abbiamo deciso sia giusto per la nostra vita e per il nostro matrimonio. Non che sia sbagliato avere dei desideri e delle prospettive ma forse nella preghiera dovremmo chiedere anche di avere la capacità e l’abbandono di accogliere la volontà di Dio. Come diceva Chiara quando pregava Gesù: dammi la grazia di vivere la grazia.

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Maria Sposa 1.0.

Cari sposi,

iniziamo oggi una miniserie in tre appuntamenti, ahimè non di Netflix (non vedo l’ora esca la seconda stagione di “Lupin, il ladro gentiluomo”) su Maria Sposa.

Che significa per lei essere sposa? Apparentemente sembra un po’ scontato chiamarla così ma è anche un titolo poco usato eppure assolutamente proprio e confacente alla sua vita.

Prima di iniziare faccio due premesse di tipo generale così poi, spero, sarà tutto più chiaro:

Per prima cosa, noi vogliamo avvicinarci a Maria in uno spirito veramente ecclesiale. Non basta un atteggiamento affettuoso o a volte anche un pochino sentimentale. Maria è una mamma che tutti amiamo ma è, al tempo stesso, un grande esempio, una Mamma che ci aiuta ad imitarla.

Dico questo non da me, è San Paolo VI ad affermarlo nell’Esortazione Apostolica Marialis Cultus del 1967. In un passaggio dice: “Innanzitutto, la Vergine Maria è stata sempre proposta dalla Chiesa alla imitazione dei fedeli […] perché, nella sua condizione concreta di vita, ella aderì totalmente e responsabilmente alla volontà di Dio (cfr Lc 1,38); perché ne accolse la parola e la mise in pratica; perché la sua azione fu animata dalla carità e dallo spirito di servizio; perché, insomma, fu la prima e la più perfetta seguace di Cristo: il che ha un valore esemplare, universale e permanente” (Marialis Cultus, 35).

Quindi Maria è una Mamma che portiamo nel cuore, che ci ama con tutta sé stessa e contemporaneamente ci sforziamo di mettere in pratica il suo stile di vita: ascolto della Parola, obbedienza al piano di Dio su di noi, umiltà, carità, ecc.

In secondo luogo, quando parliamo di “sposo, sposa” non ci stiamo riferendo solo a una condizione di una parte della vita umana, che normalmente inizia attorno ai 30 anni di età. Essere sposi e spose è prima di tutto una qualità esistenziale e antropologica, propria di qualsiasi persona. Cioè, è Dio stesso che ci ha resi “sponsali, nuziali”. In che senso lo dico? Dire che siamo sponsali equivale a dire che siamo stati creati dall’Amore divino e per amare con tutto noi stessi. “Se Dio chiama tutti alle nozze con sé, anche affrontare il discorso sulle realtà delle nozze umane vuol dire trovarsi comunque davanti al Mistero nascosto nei secoli” (G. Mazzanti, Teologia sponsale e sacramento delle nozze, 13). Dio vuole “sposarci” sul serio, vuole una unione piena con ciascuno di noi ed è per questo che ci ha resi “sposabili”. Lo dicono molto bene questi due santi: “Noi siamo uniti a Cristo, che è inseparabile dal Padre. Ma pur rimanendo nel Padre resta unito a noi. In tal modo arriviamo all’unità con il Padre” (S. Ilario di Poitiers, Sulla Trinità, Lib. VIII); “Tu infatti, Trinità eterna, sei creatore e io creatura; e ho conosciuto – perché tu me ne hai data l’intelligenza, quando mi hai ricreata con il sangue del Figlio – che tu sei innamorato della bellezza della tua creatura. O abisso, o Trinità eterna, o Deità, o mare profondo! E che più potevi dare a me che te medesimo?” (S. Caterina da Siena, Ringraziamento alla Trinità, Cap. 167).

Saremo uniti a Dio solo se amiamo come Lui ci insegna e in questo Maria è maestra. Alla luce di questo allora Maria è sostanzialmente, esistenzialmente sposa! Lo è ben prima di ricevere la visita dell’Arcangelo Gabriele. Inoltre, Maria, in quanto sposa, è vergine e vuole esserlo tutta la sua vita.

Ora capisci perché è stato così, la verginità non è stato un rifiuto di impegnarsi sul serio, Maria non era una timidina che arrossiva e si vergognava di essere guardata dai maschi, non era un’adolescente che si sconvolgeva se il suo aspetto fisico non veniva apprezzato. Vergine significò voler essere tutta di Dio, e non di un uomo solo. Ed era così perché aveva compreso bene cosa c’era nel suo cuore, aveva colto la radicale chiamata ad amare solo Dio e ad essere unita a Lui per sempre.

Per tutto ciò, quindi, Maria può diventare sposa perché prima vuole essere vergine! In quanto “ella è e rimane aperta perfettamente verso questo «dono dall’alto»” (Giovanni Paolo II, Redemptoris Mater, 8), in quanto la sua verginità era piena ricerca e disponibilità verso l’Amore vero che poi lei poté donarsi e accoglierlo.

Spero che ora ti sia più chiaro perché Maria acconsentì a Dio nell’Annunciazione. Lo fece perché Lei vide che il Signore la stava guidando alla stessa mèta, allo stesso fine del suo intimo desiderio. Lei voleva l’unione piena con Dio ed Egli le ha mostrato che l’avrebbe ottenuto non più da sola ma tramite una famiglia.

Ecco perché Maria Sposa è un modello sia per i coniugati che per i consacrati, perché il suo essere Sposa è legato al suo essere Vergine ed entrambe le condizioni sono le facce della stessa moneta: l’essere sposi, chiamati a ricevere e donare amore.

Cari sposi, impariamo da Maria ad avere sempre questo cuore aperto al Signore, ad essere disposti ad accogliere il Suo amore. Questa è la nostra forza, questo è indispensabile se vogliamo donarci a chi il Signore ha messo sulla nostra strada.

Buon mese di maggio e che sia un tempo di crescita nell’amore, presi per mano da Maria!

Padre Luca Frontali L.C.

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Willy, barbone di san Pietro – “Sposi&Spose di Cristo”

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

Per oggi nel Blog di Antonio&Luisa non vi parleremo di matrimonio, ma siamo qui a raccontarvi una storia.

Anzi. Vi presentiamo una persona, un amico. Il suo nome è Willy, morto qualche anno fa.

Quella che segue è un po’ la sua storia letta con i nostri occhi. Occhi che hanno immaginato alcune cose su di lui, occhi che lo hanno visto nelle sere fredde di inverno, per le strade di Roma…quelle strade su cui abbiamo dormito anche noi per diverso tempo.

Vi presentiamo Willy, Barbone di San Pietro.

Buona lettura:

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“Confessatevi…andatevi a confessare…confessatevi…”.

Con la erre moscia e con questa esortazione che aveva il suono di una cantilena, il vecchio Willy accoglieva i pellegrini che si mettevano in fila per entrare in San Pietro a Roma.

In realtà non rivolgeva a tutti questa raccomandazione, ma la sua bocca con la dentiera ballerina diceva “Confessatevi…andatevi a confessare…” solo quando vedeva passare preti, religiosi o religiose. Nessuno si offendeva nel sentirsi rivolgere queste parole e forse a stento qualcuno riusciva a sentire ciò che diceva poiché Willy non alzava la voce.

Anni ed ancora anni vissuti sui marciapiedi della Capitale con un crocifisso legato ad uno spago sul petto, e poca altra roba tenuta in un carrellino per la spesa. Era tutto ciò che possedeva.

“Io faccio parte di una congregassion in Belgio, poi tra qualche annò tornerò ilì” mi raccontò un giorno.

Non ricordo se sarebbe voluto tornare nella sua patria e nella sua congregazione per fondare un movimento religioso di monaci di strada, ma questo era quello che forse avevo capito io, o quello che mi sarebbe piaciuto capire.

Era bello il vecchio Willy. Non mi fraintendete.

La sua bellezza fisica lasciava un po’ a desiderare. Intorno ai settanta anni quando l’ho conosciuto. Un tipo fiammingo , molto magro con un paio di occhiali enormi con lenti molto spesse che sul viso gli stavano un po’ obliqui. Una dentiera che gli ballava costantemente e l’accento del suo paese di origine, il Belgio per l’appunto.

La prima volta che l’abbiamo incontrato voleva offrirci un sacchetto di mele mezze marce che gli avevano regalato ma che per via della “sdentatura” non poteva mangiare.

L’ho incontrato lì la prima volta, vicino San Pietro, mentre portava avanti la missione, che non si sa chi gli aveva affidato.

Tempo dopo, col freddo, era ancora lì a ricordare l’importanza di riconciliarsi col Signore e con i fratelli con quel suo modo santamente bizzarro.

Era un barbone Willy? Era un perdigiorno? Era un vecchio punk? Era un vecchio pazzo?

Per me era ed è un santo.

Come un punk, come un barbone e in fondo come un matto e un vagabondo il mondo nel suo cuore girava alla rovescia.

E le sue priorità non erano certo quelle di chi arranca nel mondo per affermare il proprio ego. Non affermava un bel niente il buon vecchio Willy e quando lo vedevi potevi farti una risata per gli strumenti inadeguati che aveva per portare avanti la sua missione: scarsa salute, solitudine, un carrellino, un cappotto d’inverno, un rosario in tasca, il viso di chi nella vita ha conosciuto persone anche importanti, ma che per lui erano solo persone e non personaggi. Forse per questo era un santo, e almeno per me lo è.

Le sue gambe da anziano non si poggiavano sulle logiche mondane, ma camminavano perché credevano nel Signore.

Poi Willy è morto e l’hanno seppellito con i Principi nel Cimitero Teutonico alle spalle del Vaticano; Willy con i principi, che forte!

Io seppellito lì mi sentirei importante, ma penso che Willy non veda intorno alla sua tomba dei principi, ma solo persone. Willy era uno semplice, che guarda alla sostanza e non alle forme.

Un giorno al nostro vecchio amico capitò una di quelle cose che ti capitano solo se vivi per strada, dove la gente comune, specialmente quella per bene, lascia andare i propri freni e pensa di poter dire qualsiasi cosa al barbone di turno.

Quella sera Willy si era adoperato alla meglio per ripararsi dalla pioggia e tutto rannicchiato su sé stesso si faceva calore col suo stesso fiato e si sfregava le mani al riparo di un balcone. Era quasi mezzanotte e un signore con l’ombrello gli passò accanto. Un lampione dava alla scena un che di pittoresco.

Quest’uomo con l’ombrello aveva anche un cilindro e voi provate ad immaginare uno vestito di tutto punto, con le scarpe lucide che si ferma accanto ad un vecchio barbone in penombra e con quello inizia una conversazione molto interessante.

A Willy dal cappotto sbucava il crocifisso legato allo spago e allora quello con l’ombrello che aveva il cilindro nero e lucido sulla testa gli disse come se parlasse ad un vecchio amico guardando il nostro vecchio dall’alto della sua schiena diritta: “Che ci fa un barbone come te con un simbolo religioso al collo?”

E Willy, che non aveva capito bene la domanda disse: “Simbòlo di ccosa?” e quello riprese: “Si, quel crocifisso! Quello che hai legato al collo! A che ti serve?”

E Willy prendendo il crocifisso e chiudendolo in una mano replicò: “Questo qui non mi serv’ a niente, sonno io che spero di servir’ a Lui!” esclamò Willy facendo come sempre attenzione quando pronunciava la “R” per non sparare la sua dentiera per terra.

L’uomo elegante si incuriosì e gli disse: “Cosa vuoi dire barbone? Che uno come te può avere sentimenti religiosi? Pensi di amare Dio?” e Willy aprendo le mani con i suoi guanti di lana grigi e mezzi logori disse: “Ah, puoi ben dirlo amico mio! Je amo Jesù!”

“E perché mai ami questo tuo Dio?”

“Io…amo il Segnor parché ascolta il grido dela mia preghierà!”

La pioggia continuava a cadere sull’ombrello dell’uomo col cilindro che disse dopo una breve pausa: “Beh, da come sei ridotto non si direbbe che questo Dio ascolti proprio le tue preghiere…sei un rottame!” E si mise a ridere.

Willy chiese allora a quell’uomo alto: “Fors’ tu sà cosa chiedo a Jesu?”

“E cosa si deve chiedere ad un Dio se non che le cose ti vadano bene?! Che fai? Tu chiedi che le cose ti vadano male? Non sarai così pazzo!” poi eccitato dalle sue stesse parole aggiunse “Per me è lecito chiedere a Dio salute e denaro! Se è lui che ci ha creati, allora deve anche mantenerci, in tutti i sensi! Altrimenti sai cos’è questo tuo Dio? È come un padre o una madre snaturata! Ecco cos’è! Metter al mondo delle creature per poi lasciare che alcuni muoiano di fame, che altri vengano uccisi, che altri ancora vivano per strada come vivi tu…come lo definisci tu un Dio che permette tutto ciò? Dimmelo vecchio!”

E Willy nella sua lingua Italo Belga replicò: “Amo il Segnor’ parché se glielo chiedò mi dona le Suo Santo Spirito affinché si possa compiàre nella mia carn’ malandatta la Sua Santa Volontè!”

“Ahahahah! Sei matto del tutto, vecchio! Sentiamo! Quale sarebbe la sua volontà?!” e mentre diceva “sua volontà” goliardicamente faceva un inchino verso il cielo tenendo con una mano l’ombrello e con l’altra pizzicandosi il lato esterno dei pantaloni. Poi aggiunse: “Forse questo padrone di cui parli vuole che tu viva così, come un cane randagio?”

Willy si alzò piano piano appoggiandosi ai gradini freddi su cui sedeva. Poi si aggiustò il cappello di lana sulla fronte e puntò i suoi occhi azzurri che teneva dietro agli occhiali obliqui sul naso negli occhi del suo interlocutore col cilindro e col suo accento belga disse:

“No mon amis, le Segneur desiderà che io voglia bene anche ad uno sciocco come tù!”.

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Salmo 114

Amo il Signore, perché ascolta

il grido della mia preghiera.

Verso di me ha teso l’orecchio

nel giorno in cui lo invocavo.

Mi stringevano funi di morte,

ero preso nei lacci degli inferi,

ero preso da tristezza e angoscia.

Allora ho invocato il nome del Signore:

“Ti prego, liberami, Signore”.

Pietoso e giusto è il Signore,

il nostro Dio è misericordioso.

Il Signore protegge i piccoli:

ero misero ed egli mi ha salvato.

Ritorna, anima mia, al tuo riposo,

perché il Signore ti ha beneficato.

Sì, hai liberato la mia vita dalla morte,

i miei occhi dalle lacrime,

i miei piedi dalla caduta.

Io camminerò alla presenza del Signore

nella terra dei viventi.

SALMO 114

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Grazie, Pietro e Filomena.

Che fatica litigare!

Abbiamo già trattato diverse volte il conflitto nella coppia. Oggi vorrei soffermarmi non sulla parte più esteriore del conflitto. Non in quello che possiamo fare o dire l’uno verso l’altro. Non parlo di piatti tirati, di urla o di semplice discussione. No, nulla di tutto questo. Oggi vorrei evidenziare la parte più interiore del conflitto, quella che non si vede ma che agisce dentro di noi.

Quando litighiamo non è mai un momento bello. Litigare e entrare in conlitto, diciamocelo pure, è faticoso. Genera sentimenti negativi e accresce malessere e nervosismo. Nessuno ha desiderio di entrare in conflitto. Vorremmo tutti che la nostra relazione fosse sempre animata dalla concordia e dalla pace. Sappiamo bene che non è possibile. Sappiamo che siamo diversi e che quando due sensibilità e due prospettive magari opposte si incontrano è inevitabile entrare in conflitto e scontrarsi. Fa parte della relazione e del matimonio.

Non ci piace comunque e quindi il conflitto ci tocca interiormente. E’ qualcosa che di solito ci induce a riflettere e a cercare di capire come evitare che in futuro si ripeta.

Il conflitto può innescare alcune reazioni psicologiche. Possiamo decidere di rinunciare al nostro punto di vista. Una rinuncia comunque non “sana” e indolore. Cominciamo ad accumulare frustrazione e una sensazione di non essere liberi di gestire determinate situazioni come vorremmo. Insomma non è il massimo della condizione. Alla lunga interromperemo ogni dialogo e divverremo sempre più indifferenti a quanto ci viene detto dall’altro.

Oppure possiamo annullarci e fare nostra l’idea che ciò che conta è avere come fine della nostra vita quello di avere lo stesso modo di vedere e di pensare del nostro coniuge. Convinti che questo porterà pace, serenità e renderà la nostra coppia magnifica. Che bello pensare le stesse cose e avere le stesse idee. Sembra davvero il massimo. Peccato che non sono le idee della coppia ma quelle del nostro coniuge. Anche questo alla lunga ci porta in una condizione di dipendenza affettiva. Siamo pronti ad accettare qualsiasi cosa pur di non turbare l’equilibrio della nostra relazione.

Allora? Qual è il modo corretto? Vivere il conflitto come un’opportunità. Un’opportunità di comprendere come poter calibrare e perfezionare la nostra relazione sempre di più. Che non significa accogliere una delle due possibilità che ho descritto sopra. No, per nulla. Significa tornare alla nostra scelta originaria di sposarci. Sposandomi mi sono assunto l’onere e l’onore di rinunciare a parte della mià libertà di decidere e di fare come mi pare per condividere scelte e atteggiamenti con la mia sposa o con il mio sposo.

Questo significa che saremo capaci di spostare lo sguardo da quelle che sono le nostre esigenze e punti di vista a quelli dell’amata/o. Davvero esercitarsi giorno dopo giorno a spostare lo sguardo può aiutarci ad affrontare il conflitto in modo diverso. Se ognuno di noi sposta lo sguardo sull’altro sarà capace di coglierne le fatiche, le difficoltà, i pensieri e le dinamiche che lo portano a comportarsi in un deteterminato modo diverso dal nostro. Questo è l’inizio per instaurare un dialogo costruttivo che può portare a propendere per l’idea di uno dell’altro o addirittura una terza via che è frutto del noi, di una coppia capace di mettersi in ascolto reciproco e per questo una coppia vincente.

Antonio e Luisa

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L’amore va educato e preparato.

Abbiamo già raccontato in altri articoli che la castità prematrimoniale dipende (non è sempre così ma lo è in grandissima maggioranza) dalla donna.

Non vogliamo dare delle responsabilità eccessive solo ad una delle due parti. Non vogliamo giustificare l’uomo. Vogliamo cercare di mettere in evidenza come uomo e donna siano diversi. Sono diversi anche nel modo in cui si approcciano ad una relazione.

Siamo davvero diversi. Non sono solo stereotipi o luoghi comuni. Non è solo una convenzione culturale che spinge l’uomo ad essere cacciatore. Si forse un po’ c’è anche quello, ma non è solo quello. E’ qualcosa di molto più profondo. Si sente spesso dire che l’uomo pensa solo al sesso. In realtà non è così. Un uomo quando inizia una relazione con una donna non pensa solo al sesso. Pensa all’amore. Desidera, che ne sia consapevole o meno, sperimentare l’amore dato e ricevuto. L’uomo desidera l’amore quanto la donna. Il problema, se di problema si tratta, è che per l’uomo questo passa immediatamente dal sesso. L’uomo sente il bisogno di passare dal sesso per aprire poi il cuore all’emotività e all’amore.

La donna no! La donna sente il bisogno inverso. Sente il desiderio di essere appagata emotivamente per poi sentirsi pronta per aprirsi alla sessualità con il partner. Arriviamo ora ad una coppia di fidanzati cristiani che desidera vivere un fidanzamento nella verità, e nell’attesa di donarsi nel corpo solo quando si saranno donati nel cuore con la promessa matrimoniale.

La dinamica è chiara. Tanto più il fidanzato si sentirà attratto e innamorato e tanto più vorrà fare esperienza d’amore con lei, e per lui esperienza d’amore significa esperienza sessuale. Per cui una prima considerazione importante. Care fidanzate non considerate il vostro lui come rozzo e superficiale se ha questo tipo di impulsi e se prova a concretizzarli. Per lui cercare un rapporto sessuale è sinceramente il suo modo di amare. Sinceramente ma non nella verità.

Perchè allora non accontentarlo? Sappiamo bene che la sincerità delle intenzioni non significa sempre verità dei gesti poi compiuti. C’è un esempio che mi pare molto calzante. I nostri figli credono sinceramente di non poter fare a meno di quello smartphone o di avere Fifa 21 (videogioco di calcio) non appena viene messo in commercio. Ne sentono sinceramente il bisogno. Ma è vero? Non è forse meglio farli attendere un po’ di tempo per far capire loro che i veri bisogni sono altri e che possono benissimo vivere senza Fifa 21? Non è forse vero che, se devono sudarsi l’agognato oggetto del desiderio e attendere un po’, lo apprezzano poi molto di più?

Abbiamo semplificato molto, ma le dinamiche non sono tanto diverse. L’uomo sente fortissimo questo desiderio di intimità fisica. Diventa quindi fondamentale che la fidanzata sappia dire di no. Alcune donne potrebbero obiettare che anche loro ne hanno desiderio. Certo è vero. E’ diverso però. Il primo desiderio per la donna non è il sesso ma sentirsi al centro dell’amore e delle attenzioni dell’amato. Il desiderio sessuale nasce da questo. Per l’uomo invece tutto parte dal desiderio sessuale. Quindi per lui è molto più difficile attendere. Non basta quindi che la donna sappia dire di no. L’uomo potrebbe sentirsi non amato. L’incontro sessuale per l’uomo ha anche un grande valore psicologico. Serve a farlo sentire apprezzato e degno di fiducia. Per lui questo è importantissimo. L’uomo pensa: se lei fa sesso con me significa che sono importante per lei. Quindi se non fa sesso con me significa che non le piaccio abbastanza.

Una situazione quindi non positiva. Una situazione che potrebbe frustrarlo, scoraggiarlo e allontanarlo. Come fare quindi? Care fidanzate amatelo teneramente. Ci sono tanti modi per far sentire la vostra vicinanza e il vostro desiderio per lui. Castità non significa aridità e anaffettività. Tutt’altro. La castità è preparazione del terreno. La relazione è al centro sempre e il dono di sè può avvenire in tanti modi diversi senza arrivare al sesso. Fatelo sentire importante per voi in tanti altri modi. Al centro delle vostre attenzioni. Questo, piano piano, dovrebbe spingerlo ad aprirsi a parlare altri linguaggi dell’amore non finalizzati al solo sesso. Capite come il tutto diventa così più vero e più ricco? Come anche il desiderio sessuale non viene frustrato ma custodito, accresciuto e perfezionato? Come si possa davvero cominciare a considerare l’incontro sessuale come il più meraviglioso e grande dei gesti con cui gli sposi possono farsi dono vicendevole e non come un semplice modo di provare piacere ed emozioni forti?

Il fidanzamento diventa così una vera educazione reciproca all’amore. Non solo ci si conosce meglio e si riescono ad affrontare diverse situazioni di conflitto, che con il sesso potrebbero essere anestetizzate e messe in secondo piano (poi tranquilli che nel matrimonio saltano fuori), ma si impara a vivere l’amore in tutte le sue manifestazioni. Per l’uomo diventano belli e appaganti anche gesti che non siano l’amplesso fisico e per questo si impegnerà a parlare il linguaggio della tenerezza sempre. Per lei invece sarà più comprensibile il mondo maschile, che non è fatto di animali assetati di sesso, ma di persone costituite in modo diverso che cercano di amare ed essere amate esattamente come lo cerca lei. Per questo sarà anche più empatica e comprensiva a concedersi quando non ne avrà tutto il desiderio, ma comprenderà che per lui può essere il modo giusto per sentire l’amore della sposa e ricaricarsi emotivamente e psicologicamente.

Quando ci si conosce e si cerca di far funzionare le cose diventa tutto più semplice e più bello. Il fidanzamento è servito ad educare i due sposi a spostare lo sguardo dai propri bisogni al bene dell’altro e di tutta la relazione. A volte sarà lui che farà un passo in più verso la sensibilità femminile altre volte sarà lei a farlo. Questo è il gioco meraviglioso di due persone che cercano di rendere la vita dell’altro più bella e piena. Tutto questo diventa evidente in un matrimonio maturo. Non diciamo certo che due sposi possano vivere di rendita, perchè la relazione va nutrita ogni giorno, ma possono trarre tanta forza e bellezza proprio dal modo in cui si sono educati nel fidanzamento. Un’educazione che si può poi recuperare anche nel matrimonio, ma dove sarà tutto più difficile.

Antonio e Luisa

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Un pizzico di sale

La Chiesa continua in questi giorni a presentarci il tema del Buon Pastore ed anche ieri ci è stato proposto questo tema riportando una parte del capitolo 10 del Vangelo di San Giovanni, del quale vi riportiamo solo una frase fiduciosi che troverete il tempo di leggere il resto del capitolo :

 Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei. ( cap. 10,5 )

Naturalmente sappiamo che un versetto spesso non è sufficiente per affrontare una tematica, bisogna vedere il contesto in cui la frase è stata detta da Gesù, i destinatari originali, la mentalità degli uditori e così via, però a noi ha dato da pensare questo versetto. Facciamo una breve presentazione : Gesù sta autoproclamandosi Buon Pastore facendo vari esempi dalla vita reale dei pastori mettendoli a confronto con i mercenari, i ladri, gli estranei, ed in questo versetto cita proprio quest’ultimi, spiegando agli ascoltatori che le pecore non li seguono perché non li conoscono.

E’ evidente che se Gesù è il Buon Pastore, le pecore del suo gregge siamo noi battezzati. Ora, se è vero che le pecore, come spiega Gesù, seguono solo il pastore e non l’estraneo in quanto conoscono il primo ma non il secondo, ci siamo chiesti : perché mai molti sposi cristiani seguono gli estranei e non seguono Gesù ?

Perché molti sposi cristiani seguono quelli che non entrano nel recinto passando dalla porta, ma seguono quelli che vi entrano come ladri ? Sono dei fanatici del brivido, del rischio ?

Da notare che i ladri stanno in mezzo al gregge, ma non sono passati dalla porta. E più avanti Gesù spiega di essere Lui stesso la porta, quindi Lui è sia il Buon Pastore sia la porta del recinto del gregge; ed oggi Gesù ci parla attraverso la Chiesa Cattolica, il suo Magistero, la sua Tradizione e le sue norme. Come facciamo quindi, noi povere pecorelle di questo gregge, a riconoscere se quello che ci sta dinanzi è un estraneo/ladro/brigante travestito da pastore ? Ci rendiamo conto che il discorso sarebbe lunghissimo e complicato, in queste poche righe ci limitiamo a suggerire qualche spia di allarme che dobbiamo imparare a riconoscere come tale, faremo solo qualche esempio.

Sicuramente la parte più difficile da districare è il fatto che questi estranei/ladri/briganti ce li troviamo già in mezzo al gregge, sono degli infiltrati, camuffati da pastori, da guardiani del gregge. Ecco allora che nel gregge troviamo persone che ci vogliono convincere che il divorzio non è più un peccato, ma : …. lo devi a te stesso/a perché anche tu hai diritto a rifarti una vita …… hai diritto alla felicità, a trovare qualcuno che ti ami davvero …. una scappatella fa bene alla coppia, cosa vuoi che sia, se è solo sesso ? non c’è mica amore e quindi non è un vero tradimento…. eccetera…

Oppure troviamo nel gregge altre persone che ci vogliono inculcare che l’aborto è un diritto : … per la salute della mamma …. hai diritto a riposare un po’, hai già tre figli…. sei troppo giovane….. adesso pensate a divertirvi, poi si vedrà…. una vita malata non è una vita degna, tanto soffrirebbe lo stesso, meglio risparmiargli (al nascituro) tanta sofferenza…. non avete neanche un lavoro stabile, una casa vostra…. pensa alla carriera adesso …. eccetera…

O ancora troviamo nel gregge persone che vogliono farci credere che per vivere da bravi cristiani sia sufficiente “volersi bene” e farsi un segno di Croce alla mattina ed uno alla sera … oppure ci vogliono impegnati in qualche iniziativa caritatevole o di volontariato, trascurando così la coppia, la famiglia, la preghiera e magari la S. Messa domenicale, illudendoci che i veri cristiani sono quelli che si adoperano per gli altri, non quelli che pregano con le mani giunte…. di conseguenza le suore di clausura non avrebbero nessun ruolo e sono considerate delle “palle al piede” della Chiesa e della società, oppure, vengono considerate delle pavide che fuggono dal mondo e si isolano per evitare di affrontare i problemi veri della gente.

Prossimamente tratteremo di questo legame strettissimo tra la castità matrimoniale e la verginità/castità per il Regno dei Cieli…. capiremo che disprezzare l’uno significa disprezzare l’altro.

Cari sposi, ci chiediamo quindi se : chi non ci parla mai di conversione, di peccato, di penitenza, di digiuno, della Santa Confessione, dell’Eucarestia, della misericordia di Dio, del Suo perdono dato ai peccatori pentiti, del perdono da donare e chiedere sempre nel Matrimonio, della S. Messa come sacrificio, della Croce di Gesù sofferta per amor nostro e al posto nostro, del rapporto strettissimo che c’è tra Eucarestia e Matrimonio, dei Comandamenti, della Giustizia di Dio, dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso, di Gesù come l’unica via d’uscita anche in un matrimonio faticoso ……. lo possiamo definire pastore che è passato dalla porta ( cioè Gesù ) oppure lo vediamo come estraneo ?

Ma noi sposi , sappiamo riconoscere la voce di Gesù come il nostro Buon Pastore che non ha esitato a dare la sua vita per salvare noi pecorelle ? Speriamo di sì , altrimenti abbiam bisogno di una visitina da un buon otorino.

Giorgio e Valentina.

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Pane spezzato uno per l’altra

Oggi voglio ritornare sull’episodio dei discepoli di Emmaus. Cosa sappiamo di queste persone? Erano due e uno di questi si chiamava Cleopa. Non sappiamo altro. Ci sono però degli indizi che possono farci pensare che quei due discepoli non fossero due uomini ma un uomo e una donna. Fossero una coppia di sposi. Quali sono questi indizi? Nella tradizione ebraica era normale, in caso di coppia di sposi, nominare solo l’uomo. Quindi la descrizione evangelica è completamente aderente al modo di pensare degli ebrei. Alcuni studiosi parlano della moglie di Cleopa come una delle donne presenti sotto la croce. In realtà non lo sappiamo. Non possiamo dire che fossero una coppia ma non possiamo neanche escluderlo. E’ sicuramente bello pensarlo.

I due erano in cammino. Come lo siamo noi. Come lo sono tutte le coppie di sposi. Erano in cammino ma erano tristi. Gesù era morto. Si erano fidati di Lui. Avevano creduto che fosse proprio il Messia e il Salvatore. Magari avevano anche assistito a dei miracoli. Eppure era tutto finito. Avevano visto morire Gesù e con Lui erano morte tutte le loro speranze.

Come succede a tante coppie di sposi. Si sposano. Tanto sentimento. Un matrimonio meraviglioso dove sinceramente affidano se stessi all’altro e la relazione a Gesù e poi? Poi arrivano le sfide. Arrivano magari i figli che sono una benedizione ma sono anche uno tsunami per gli equilibri della coppia. Piano piano la quotidianità diventa sempre meno bella. Non si riesce più a scorgere quella meraviglia che si è, come persone e come coppia. Non si scorge più la maraviglia del noi. La bellezza, le aspettative, la gioia sembrano morte come è morto Gesù. Quindi c’è tristezza. La vita diventa pesante e sempre più lontana da Gerusalemme, la città della pace e della pienezza. Nel Vangelo si dice che Emmaus dista circa sette miglia da Gesrusalemme. Sette un numero molto significativo per gli Ebrei ,ma anche sette come gli anni che comunemente vengono riferiti alla prima vera crisi matrimoniale.

Eppure Gesù c’è, cammina con loro, ma non lo riconoscono, presi come sono da loro stessi. Ripiegati sulle loro rivendicazioni e aspettative disattese. Gesù cammina con loro ma non cambia le cose. Non riesce a donare loro forza e sostegno. Perchè questo? Perchè Gesù aspetta che i due aprano il cuore e, solo dopo averlo fatto, anche i loro occhi potranno riconoscerlo. Così è il sacramento. Lo Spirito Santo è lì per sostenerci e darci forza, tanta forza, ma attende che il nostro cuore si apra per accoglierlo. Finchè siamo ripiegati su di noi non avremo la capacità di aprire il cuore.

Quando finalmente lo riconoscono? Quando Gesù spezza il pane. Questo gesto ha sicuramente una doppia valenza. Ci ricorda l’Eucarestia e ci ricorda l’importanza di farci pane spezzato per l’altro. Gesù Eucarestia che rimanda alla forza del sacramento ma non basta. Serve anche la capacità di donarci e di decentrare il nostro sguardo verso l’altro, cioè serve il nostro impegno personale. Solo così, facendoci pane spezzato e nutrendoci di Eucarestia, saremo capaci di riconoscere la presenza di Gesù nel nostro matrimonio. Riconoscerlo anche nelle fatiche e nei momenti più difficili.

Sappiamo poi come è finita. Gesù è morto ma è poi risorto. Così può essere il nostro matrimonio. Può sembrare morto per tanti motivi ma se vissuto dai due sposi come pane spezzato allora potrà risorgere esattamente come è accaduto per Gesù e due sposi potranno finalmente dire come i discepoli di Emmaus: Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino.

Antonio e Luisa

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Sposi fai da te? No Alpitour? Ahi ahi ahi…

PADRE LUCA FRONTALI

Corso Emmaus: introduzione

Perdonatemi se spesso nei miei articoli sono così sfacciatamente nostalgico degli anni ’80. Mi spiace per chi legge e non li ha vissuti, non sa cosa si è perso… Non che io lo abbia fatto in pieno data la mia età, però ho molte reminiscenze che spesso piacevolmente riemergono nella memoria.

Quella celebre pubblicità ritraeva due incauti sposi che si avventuravano in paesi esotici arrabattandosi tra dune di sabbia e foreste pluviali in cerca del luogo dove pernottare finché arrivava il beduino di turno a rimproverarli per la loro scarsa organizzazione.

Scherzi a parte, però questo sembra il modus vivendi di tante coppie cristiane. Hanno celebrato il sacramento, qualche volta la panca della chiesa l’hanno pure loro scaldata ma alla fin fine questo Gesù dove si trova nel ménage quotidiano? Oppure, per chi è credente, per chi ci tiene a Gesù, lo ha nel cuore, questo Gesù quanto conta alla fine nella propria vita?

S. Fedele da Sigmaringa (1577-1622), un santo cappuccino tedesco, morto martire per la fede in Svizzera e che ieri abbiamo celebrato, scriveva così: “Oh, Gesù dolcissimo e unica speranza dell’anima mia, perché ti sei allontanato da me? Dove ti sei nascosto, o buon Gesù? Io ti cerco da lungo tempo, e pure non ti trovo. Come avviene, o Gesù soavissimo, che sei dentro di me e fuori di me, stai ai miei fianchi, alla mia destra e alla mia sinistra, e ancora non ti scopro? O Gesù! Qual è la causa, che essendo dentro di me con la tua potenza e presenza, tuttavia con la grazia sei lontano da me, misero peccatore? O Gesù, è chiaro il motivo: non ho cercato Te. Cercai me. Ma d’ora in poi voglio cercare unicamente Te”.

Gesù c’è eccome nella nostra vita! È più presente del sole che splende in cielo ma se poi non Lo ascolto…?

Vi condivido, cari amici, che uno dei peccati che più confesso, assieme alle omissioni, è proprio il non ascoltare la Parola. Leggerla, meditarla ma poi fare di testa mia. Ossia, mi pento sempre di non seguirLo come dovrei.

Della Parola di oggi vi segnalo due brevi passaggi. Il primo è quando Gesù dice “Io sono il buon pastore” e poi “La pietra scartata dai costruttori è divenuta la testata d’angolo”.

C’è un bel legame tra le due immagini: pastore e pietra angolare. Il legame è dato dal loro ruolo essenziale e insostituibile, dalla loro funzione imprescindibile. In un gregge ci possono essere 10, 100, 500 pecore e non fa molta differenza, ma non può mancare il pastore altrimenti le pecore non riuscirebbero a vivere. Idem in un edificio fatto di pietre e mattoni, come si usava una volta, la pietra angolare era uno dei pilastri su cui poggiava il peso di tutto l’edificio e senza di essa non poteva reggersi.

Domanda: ha Gesù tale ruolo nella tua vita di coppia? O sei sposo al modo del “turista fai da te”?

La presenza di Gesù come Sposo della coppia non è una realtà «magica», sentimentale ma nemmeno domenicale o a periodi in base a come mi sento. È una vera relazione di amore e amicizia che va accolta ogni giorno. Gesù, per il sacramento delle Nozze, vive da Risorto la vostra relazione e ogni volta che vi sforzate di vivere in comunione, lì c’è anche Gesù. Quindi quando curate la relazione con Gesù nella la preghiera, nell’ascolto della Parola e con i Sacramenti state anche migliorando l’unità fra voi perché più vicini alla vera sorgente dell’Amore.

Cari amici, vi auguro di cuore di scoprire e riscoprire continuamente quanto è bello avere vicino a noi Gesù e il coraggio e l’umiltà di starGli dietro ogni giorno.

ANTONIO E LUISA

Crediamo che la fortuna del nostro matrimonio sia stata proprio quella di aver compreso che da soli avremmo fatto solo disastri. Da quando ci siamo sposati abbiamo cercato di mettere Gesù al centro della nostra vita. Al centro del nostro matrimonio. Non così tanto per dire. In modo molto concreto.

Come? Essenzialmente in due modi. Accogliendo la Sua Legge attraverso l’insegnamento della nostra Chiesa e atteverso la preghiera intesa come relazione con Gesù.

Accogliere la Sua Legge ha significato per noi vivere la nostra relazione nella castità. Castità prima del matrimonio e castità dopo il matrimonio. Astinenza prima del matrimonio e apertura alla vita dopo. Apertura alla vita nella responsabilità utilizzando i metodi naturali. Tante volte abbiamo testimoniato come una delle abitudini che secondo noi impoveriscono di più gli sposi è proprio l’uso di anticoncezionali. Non stiamo a ripeterci vi lasciamo un link ad un articolo specifico.

Il secondo punto riguarda la preghiera. Preghiera intesa non come recita del rosario o altre preghiere recitate. Naturalmente serve anche il rosario soprattutto ora che stiamo per entrare nel mese di Maggio. Intendiamo, in questo caso, una preghiera a più ampio raggio. Significa offrire. Offrire il nostro servizio, la nostra cura reciproca, il nostro perdono e la nostra tenerezza come preghiera. Sembra una scemenza ma in relatà rende tutto più leggero. Anche la fatica assume un valore diverso. Più bello. Anche quando l’altro non si comporta benissimo il nostro donarci comunque è sostenuto proprio da questo significato più grande. L’altro non se lo merita? Lo faccio per Gesù che invece mi ha amato così tanto sempre anche quando ero io a non meritare nulla.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 7

Nel nostro percorso siamo ormai giunti idealmente sul sagrato della chiesa, anzi abbiamo già affrontato il saluto iniziale che apre la Santa Messa, ma vorremo fare qualche passo indietro insieme con voi per scoprire o riscoprire gesti antichi e sempre nuovi. Oggi parleremo dell’Acqua Santa.

Quando entriamo in una chiesa, il primo oggetto che troviamo aldilà del portone d’ingresso è sicuramente l’acquasantiera ; e dopo la doverosa genuflessione ( di cui ci occuperemo più avanti ), il primo gesto che siamo invitati a fare è quello di fare devotamente il segno della Croce con l’Acqua Santa. Ma perché proprio con l’Acqua Santa ?

L’Acqua Santa ( detta anche Acqua Benedetta ) è l’elemento naturale che ci ricorda l’Acqua Santa del Battesimo con cui veniamo “lavati” dal peccato originale ; ci ricorda anche il Battesimo di Gesù nelle acque del Giordano ; l’acqua poi è strumento, segno e simbolo di purificazione ; così anche di vita, la beviamo perché ci è necessaria… insomma, l’acqua porta con sé diversi significati e simbologie che ci aiutano a vivere meglio…. non a caso Gesù l’ha scelta per il Battesimo.

Essa è un sacramentale non è un sacramento, cioè la sua efficacia dipende in certa misura dalla disposizione del fedele…. insomma, se usata con fede è un rimedio potentissimo per le varie occasioni della vita, l’insegnamento della Chiesa Cattolica è che fare devotamente il Segno della Croce con l’Acqua Santa porta innumerevoli benefici per il corpo e per l’anima : Essa spaventa i demoni, ottiene il perdono dei peccati veniali, può liberare da incidenti, da vari pericoli e può guarire anche malattie.

La Chiesa, nella sua saggezza bimillenaria, ha sempre tenuto in grande considerazione i cosiddetti sacramentali, perché essa è nata nelle famiglie, nelle case, le famose chiese domestiche ; e sa bene che l’essere cristiano investe ogni aspetto della vita, a cominciare dall’ordinarietà delle famiglie, da quell’inesorabile ripetersi ciclico dei doveri quotidiani …. ed è così che sono nate le preghiere/benedizioni a cura del capo-famiglia prima e dopo il pasto, all’inizio e alla fine del giorno, e così via per ogni avvenimento dell’umana esistenza.

Infatti un oggetto che non mancava in casa dei nostri nonni è sicuramente l’Acquasantiera : lungi dall’essere trattata alla stregua di un talismano o di un portafortuna ( pratiche peccaminose ), ad essa si faceva ricorso ogni qualvolta si avvertiva la necessità di sentire vicina la presenza di Dio, il suo aiuto ; si usava spesso ogni volta che si usciva o si entrava per chiedere a Dio la benedizione lungo il tragitto all’andata e come ringraziamento e protezione al ritorno entro le mura domestiche.

Nella nostra famiglia abbiamo sempre una fornitura adeguata di Acqua Santa, per le varie ricorrenze : ad esempio ci segniamo prima di cominciare la recita quotidiana del Rosario ; l’abbiamo usata spesso con le figlie piccole perché dormissero sonni tranquilli ; ce la portiamo per un viaggio lungo ; se ci svegliamo di soprassalto per un incubo notturno ( a volte architettato dal maligno che lavora sempre H24 ) non esitiamo a segnarci e pregare l’Angelo Custode che ci aiuti a riprendere sonno facendo sogni di Paradiso ; la usiamo per benedire le stanze della casa in varie occasioni come a Pasqua, Natale, capodanno, Epifania ; se arrivano persone bisognose la si usa per cucinare ; segniamo la persona della famiglia che ha una necessità particolare… insomma, la Chiesa che ci è madre ci mette a disposizione tanti strumenti/opportunità per far crescere ed alimentare la fede e la vita di Grazia e noi abbiamo imparato a sfruttarne la ricchezza.

Ma dove si acquista l’Acqua Santa ? Non si compra già santa : basta prendere della comune acqua e portarla da un sacerdote qualsiasi che la benedice attraverso un formulario specifico…. se in questo tempo troviamo nelle chiese le acquasantiere vuote per i noti problemi igienici/sanitari, possiamo sempre portarla da casa e chiedere al sacerdote di benedirla prima o dopo la S. Messa, e la Domenica successiva ce la portiamo da casa già benedetta. Semplice e funzionale, no ?

Santa Bernadette, la veggente delle famose apparizioni della Madonna a Lourdes, per assicurarsi inizialmente che la visione della Signora non fosse opera di Satana, prese una bottiglia con l’Acqua Santa e cominciò a spruzzare a più riprese la visione così da farla scomparire nel caso si fosse trattato di un inganno demoniaco, infatti i demoni scappano se bagnati dall’Acqua Santa…. come quando si immerge la prima patatina nell’olio bollente, così “friggono” i demoni se toccati dall’Acqua Santa.

Cari sposi, dobbiamo riscoprire queste sante abitudini già da domani, ci aspettiamo che da domani le nostre chiese siano invase da centinaia di bottigliette d’acqua pronte per essere benedette dopo la S. Messa…. se avete qualche parroco recalcitrante si può intenerirlo chiedendo ad ogni bambino del catechismo di portare la propria bottiglietta da casa : catechisti organizzatevi !

Avere a disposizione sempre la Benedizione di Dio attraverso l’Acqua Santa non è cosa da poco.

Giorgio e Valentina.

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IRRIVERENTE TESTIMONIANZA VOCAZIONALE

Una bella testimonianza di un prete che ci piace molto. E’ di Bergamo come noi ma lo abbiamo conosciuto attraverso i social. Vi consigliamo di dare un’occhiata al suo canale Youtube Scherzi da prete. Merita.

Sono prete da 12 anni, ma non sono mai stato in parrocchia perchè sostanzialmente fino ad oggi ho studiato. Mi è capitato di benedire una quindicina di matrimoni, tutti di persone amiche e con cui sono abbastanza in confidenza. Per impostare una conversazione carina con gli sposi di solito domando: “Ma cosa ti ha fatto innamorare di lui/lei?“. Se la domanda è posta a tutti e due gli sposi insieme, la risposta più gettonata è: “Lo sguardo/gli occhi, il sorriso, mi ha fatto ridere, la profondità, la simpatia”. Se la domanda è posta solo a lei, senza lui, la risposta più gettonata è: “Lo sguardo/gli occhi, il sorriso, mi ha fatto ridere, la profondità, la simpatia”. Se la domanda è posta solo a lui, senza lei, ma al corso fidanzati, la risposta più gettonata è: “Lo sguardo/gli occhi, il sorriso, mi ha fatto ridere, la profondità, la simpatia, la dolcezza”. Se la domanda è posta solo a lui, senza lei, ma mentre beviamo una birretta, la risposta più gettonata è: “Ha un bel sedere”.

Alle mie caste orecchie sacerdotali questa risposta è sempre sembrata un po’ troppo irriverente. Insomma, provenivo da anni di seminario di testimonianze vocazionali. Eh sì, perché te le chiedono solo quando sei in Seminario: fino a quando sei in seminario tutti pensano che sei diventato prete per uno slancio di generosità, sei un esempio per i giovani, sei il figlio e il nipote che tutti vorrebbero, sei carino e coccoloso, con la faccia bella sorridente e appartieni a quella specie rara più dei panda, ossia i seminaristi. Quando diventi prete, fai parte di quei 48mila parassiti che evidentemente sono diventati preti per questioni legate all’8 per mille, e sei quello che non vuole sposare i gay, non vuole far fare il padrino alla cresima al cugggggino divorziato, non vuole far mettere la canzone di Vasco Rossi al funerale, chiede al massimo due assenze al corso fidanzati altrimenti non è valido, fa prediche troppo lunghe, ecc… E della tua testimonianza vocazionale frega niente a nessuno.

E tra l’altro tu sei contento di questo, ma lo dico tra un attimo. Torniamo alle mie caste orecchie da sacerdote novello: insomma, fino a pochi mesi prima giravo le parrocchie della diocesi a dire che sono entrato in Seminario perchè affascinato dalla radicalità del Vangelo, dal desiderio di donarmi incondizionatamente ai fratelli, dall’altezza dell’eucaristia. Il mio pezzo preferito era: “Vi auguro di trovare qualcosa che vale più della vita, per cui dareste la vita: se lo avete trovato, la vostra vita è salva. Io l’ho trovato”. Standing Ovation: quando arrivavo a questo punto delle testimonianze vocazionali, con voce studiata e pausa suadente, le nonne mi guardavano con lo sguardo: “Ti prego, diventa mio nipote!”. E, non voglio esagerare, ma 20 anni fa con 30 chili di meno e tanti capelli in più, vedevo anche sguardi che dicevano: “Ti prego, sposami!”. No vabbè, forse qui ho esagerato un po’. E insomma, dopo anni di testimonianze vocazionali sublimi e altissime,… eddai, come fai a dirmi che la tua vocazione matrimoniale è iniziata perchè lei aveva un bel sedere!?

Poi questi amici li conosco: vedi storie semplici di fedeltà, di dedizione incondizionata ai figli, di caos ma di voglia di stare insieme. Quando vai a trovarli, vedi pezzi di vita bella e vissuta, di fede schietta e genuina. Entri in case che non sanno di incensi e non sono dorate, ma sono belle, vere, rocciose come la vita quotidiana, che non fa sempre carezze ma che è solida. E il vangelo diventa scegliere come passare il tempo, come gestire i soldi, come aiutare il vicino o quell’associazione in cui vi siete conosciuti, voglia di leggere una cosa che tiene viva la fede tra il lavoro e la gestione di 3 bambini, organizzarsi per andare a messa con i piccoli, voglia di far fare all’amico prete quattro chiacchiere con il figlio preadolescente. Voglia di prendersi cura del gruppo adolescenti o di tornare a fare i capi scout. E… quanta strada da quel bel sedere! (che comunque rimane tale… con approvazione ecclesiastica).

E allora mi fermo un attimo, dopo 12 anni di prete. Io non lo so se sono andato in Seminario perchè affascinato dalla radicalità del Vangelo, dalla voglia di servire, dall’altezza della liturgia. Io ero un goffo preadolescente figlio unico, ma abbastanza dotato sui pensieri. Sono andato in Seminario a 14 anni appena compiuti. All’oratorio ero sempre un riferimento, fuori no. In seminario avrei trovato un po’ di compagnia in più e, sì, caspita, lo dico: sarei diventato uno che comanda! Perchè a me piaceva quando all’oratorio mi riconoscevano come un capetto e potevo comandare. Quando tornavo a casa dal seminario, ero orgoglioso dell’upgrade fatta: ero IL seminarista. Scansatevi proprio! Mi gongolavo degli sguardi delle signore della messa prima che mi vedevano come il nipote che avrebbero sempre voluto, e ci tenevo a essere una sorta di “vecchio saggio” del gruppo di amici. Cioè, io non ero come gli altri: raccoglievo tutte le confidenze di tutti, e se c’ero io i genitori erano contenti. Poi ho sempre avuto un po’ di sindrome da primo della classe, o giù di lì: il primo 29 preso a un esame è stato dopo il dottorato in teologia, e dopo la laurea triennale in filosofia, a quota circa 100 esami. In storia del cristianesimo ho preso 29, ci ho sofferto per tre giorni. Cioè: così bravo e intelligente, Dio aveva fatto proprio un grande affare a chiamare me!

L’ho pensato un po’ di anni! Sapevo fare tutto! Dove andavo in parrocchia ero apprezzato, a scuola una bomba, non mi hanno nemmeno fatto mai stare in comunità in teologia, perchè mi hanno sempre fatto fare l’assistente ai ragazzi più giovani (e dentro di me ho sempre letto questa cosa come il fatto che, insomma il Seminario per me era un pro forma). Insomma… che differenza c’è tra chi si è preso bene per una per il suo bel sedere, e la mia “vocazione” sostenuta da motivi non più nobili di quella cosa che viene prodotta dal sedere? Una differenza c’è: che essere attratto da un sedere è molto più sano che tutti i motivi che mi hanno spinto ad andare in seminario. L’ho capito un po’ di anni dopo, e per quello adesso sono contento di non dovere fare testimonianze vocazionali: così non sono costretto a mentire. Sono andato in seminario per orgoglio, invidia, gelosia, debolezza, paura del giudizi, senso di inferiorità. Dai, parliamo anche delle donne. Io in terza media, quando sono andato in Seminario, ero stra-preso bene per una ragazzina che avevo conosciuto al lago. Ma sentivo una vergogna enorme, diciamo quella da preadolescente, ma un po’ di più. Poi più o meno ogni 10 anni mi capita di innamorarmi, o giù di lì. Le prime due volte io sono proprio scappato. Cioè, non è vero che l’ho fatto per Gesù, per la Madonna, per i santi, per il Regno, per la dedizione. Una di queste due volte la ragazza in questione ha fatto un passo anche lei, e io mi sono spaventato.

Cioè, finché è tutto nella mia testa è anche una cosa molto romantica, ma questa voleva tempo, spazio, pezzi della mia libertà, voce in capitolo, voglia di guardare anche dietro la mia corazza. No, troppo difficile. Una bella patina di celibato su tutto, con tanti pensieri spirituali, e via! Il grande assente in tutto questo? Il Signore. Che assente non era. Io ricordo come fosse ieri il 17 luglio del 2006. Penso sia stata la prima volta che l’ho incontrato. Stavo facendo gli esercizi spirituali. E tutto si è sgretolato. Come una bomba alla base del castello. Il marcio l’ho visto tutto insieme in un colpo. E poi ci ho messo qualche anno a rivederlo tutto e a provare a conviverci. Stavo facendo il mese ignaziano, e avevo chiesto (lo aveva detto la guida spirituale, e io sempre obbediente l’avevo fatto, ma senza nemmeno sapere cosa stessi facendo) il dono delle lacrime. Eh, mi ha preso proprio in parola il Signore. Quanto ho pianto in quei giorni! Ma tantissimo! Ho visto la banalità di cui mi stavo attorniando. Ho capito il mio peccato, l’ho proprio realizzato. Ho visto come il Vangelo era una sorta di esoscheletro di una personalità brutta, rachitica, piena di ferite. Poi mi ha preso per mano una persona con cui avrò un debito eterno di riconoscenza: mi ha insegnato a pregare, e a non avere paura.

Sono uscito dal seminario: ho iniziato a lavorare, ho fatto l’università. La preghiera ho iniziato a cercarla perchè io una dolcezza del genere non l’avevo mai sentita: il Signore mi aveva sempre usato misericordia. In quegli anni passato a costruire una corazza, il Signore mi stava educando alla battaglia. Ho iniziato ad avere amici non seminaristi. Ero insegnate di religione in una scuola: l’ultima ruota del carro, il più giovane, inesperto, nemmeno avevo finito l’università. Prendevo il treno il mattino alle 6.55 per andare in università, come tanti altri. Non avevo più difese. Ed era bellissimo. Mi sono innamorato per la terza volta nella mia vita, e questa volta non mi sono difeso. La cosa bella di quel periodo è stata la scoperta del gratis, dell’amore, della grazia, del di più, della quotidianità condita di queste cose, della misericordia che sola guarisce ferite e permette di togliere armature. Davvero nulla di speciale, ma tanto odore di quotidiano. A un certo punto ho capito che al Signore non interessava assolutamente nulla se io diventassi o meno prete. Niente. Mi è parso di capire che volesse un figlio. Lì mi sono sentito libero di diventare prete. Perchè è l’essere figlio che ti tiene in piedi, non l’essere prete. E ho scoperto che il Signore era estremamente contento quando io ero innamorato, e lì ho pensato che ero libero di preferirlo.

Sono tornato in Seminario e di lì a poco sono diventato prete. Quando mi sono sentito libero di riconoscere che anche io alla fine avevo iniziato tutto perchè mi piacevano cose non più nobili di un sedere, anzi molto meno. Ma li dentro ne è venuto del bene. Sono diventato prete perchè mi sembra che così possa mettere in gioco un po’ di cose che sono e perchè mi sembrava il modo migliore per me di vivermi da figlio. Ma la vocazione è il giorno in cui la chiesa ti dice: “Noi scegliamo questo figlio per il presbiterato”. Sì, alla fine sono diventato prete perchè c’è bisogno di preti. E gli anni di seminario mi sono serviti a una sola cosa: a capire che non ero obbligato a diventare prete. Ma il Vangelo mi ha reso libero per scegliere di farlo. Ecco, visto che nessuno mi chiede mai la mia testimonianza vocazionale, la faccio allo stesso in preparazione alla giornata vocazionale. Che non è la giornata in cui chiedere a Dio di obbligare qualcuno a fare cose, ma è la giornata in cui pregare perchè ci sentiamo liberi di preferirlo.

Don Manuel Belli

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Coltivare…il Matrimonio – “Sposi&Spose di Cristo”

..di Pietro e Filomena“Sposi&Spose di Cristo”..

Carissimi siamo in primavera, ed è l’ora di mettere mani nell’orto..della nostra vita matrimoniale!

Oggi, infatti, vi daremo 8 piccoli consigli pratici per un buon raccolto!

Cosa si coltiva? Scopritelo!

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Primo passo possibile:

Predisporre il terreno della vostra vita ad accogliere i semi della felicità prestando attenzione all’esposizione: serve molta Luce di Dio!

Secondo passo possibile:

Zappettate accuratamente con la volontà e la voglia di partire…di andare lontano insieme al vostro coniuge percorrendo insieme piccoli passi possibili.

Terzo passo possibile:

Dopo aver ripulito il terreno del cuore dalle erbacce dell’incredulità e della diffidenza, e dissodato dalle pietre dell’indifferenza e delle paure, create dei solchi profondi a tal punto da permettere ad un seme delicato, come quello della Gioia piena, di mettere radici stabili.

Quarto passo possibile:

Iniziate la semina della Parola di Dio e della Eucarestia, innaffiando il terreno con la preghiera personale e di coppia.

Dedicate tempo anche ad una buona comunicazione tra voi, che vada oltre il semplice comunicarsi cose da fare, ma che preveda anche il chiedere al coniuge: “Come stai? Come posso aiutarti ad essere felice oggi?”

Quinto passo possibile:

Avendo scelto di coltivare la Santità, ora cercate di tenerla viva.

Come? Seguendo la persona di Cristo, innaffiando costantemente con l’impegno concreto nell’Amore, e ripulendo il luogo dalle solite erbacce che cresceranno intorno, dando così Libertà e spazio a quanto state coltivando: la Vita Vera.

Sesto passo possibile:

Abbiate cura del vostro orto matrimoniale anche quando sembrerà che non stia accadendo nulla di importante. Infatti, così come per tutte le cose buone della terra, i frutti migliori richiedono tempi lunghi per spuntare, crescere e maturare.

Nella certezza della Speranza, continuate a lavorare il vostro orto poiché, anche se non le vedete, pian piano sotto la terra le radici si stanno espandendo.

Custodite il vostro orto dalla grandine dei pericoli inutili e zappettate sempre con cura, aggiungendo ogni giorno il concime della preghiera e della buona comunicazione.

Settimo passo possibile:

Ecco spuntare il germoglio della Carità nella vostra famiglia! Ora il vostro lavoro è visibile, chiamate tutti ad ammirare e a gioire con voi!

Prendete per mano i vostri amici, e, una volta portati vicino ad ogni piantina, potete sussurrare al loro orecchio: “All’ombra dell’amore tra me ed il mio coniuge potrete trovare riparo anche voi!”.

Ottavo passo possibile:

Ogni giorno ripetete tutto il processo dall’inizio alla fine e dalla fine all’inizio…date pure libero sfogo alla fantasia e fidatevi dello Spirito Santo; e nella gioia e nella consapevolezza della Comunione con il Signore Gesù, potrete sfamare il mondo con le vostre mani…unite.

…e ora all’opera…buon raccolto a tutti…a piccoli passi possibili!

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Grazie, Pietro e Filomena.

Occhio a quel prete, potrebbe essere bello!

Domenica prossima, domenica 25 aprile è una giornata speciale! È la giornata per le vocazioni. Ma questo articolo è per te famiglia! 

Cosa ha da centrare una famiglia con la giornata per le vocazioni? .. la solita richiesta di preghiera per le vocazioni che da sempre ci viene proposta? 

No, Noi vorremmo portarti più in là, oltre. Perché una famiglia non ha solo la preghiera da portare nella sua opera evangelizzatrice per la Chiesa nella giornata per le vocazioni. 

Nei giorni pasquali ci siamo accorti che c’è qualcosa di bellissimo che sta vicino a noi, che è complementare alla nostra bellezza di famiglia, che è immagine di Gesù: il sacerdote! 

Il sacerdote? Nooo! Come il prete? Bello il prete? Ma Il prete quello anziano, quello stanco, quello brontolone, quello che fa quella predica lunga, quello con cui fai fatica a .., quello che non ha voluto… Etc.??? 

Sì! Quel prete! Quel sacerdote!

Ma proviamo ad essere più chiari ad aprire di più le braccia perché sennò le sorelle monache chi le sente! Più che il prete, è proprio la bellezza della vocazione all’ordine, al sacerdozio che racchiude in sè una bellezza che dobbiamo saper cogliere come famiglia! Che dobbiamo amare e testimoniare! Certo forse non è semplice da vedersi, purtroppo è da tanti anni che non la vediamo quella bellezza, e quindi stanno rimanendo le vecchie guardie, a volte anziane, a volte piene di incarichi, oppure a volte troppi giovani e inesperte per parrocchie grandi. 

Nessuno di noi può negare quanto sia importante, bello, di primaria importanza aver un sacerdote che spezza il pane per noi, che trasforma quotidianamente il corpo e il vino in corpo e sangue di Cristo, che ci assolve dai peccati, che amministra i sacramenti, che ci dona parole vive di salvezza, che ha “l’incarico”, di gridare dall’altare nella veglia delle veglie: “Cristo Signore è risorto”, vinta è la morte! 

Guardatelo sotto questa prospettiva di bellezza, il consacrato è colui che per primo annuncia la Pasqua

Lui lo vive nella sua vocazione, nel suo amare Cristo sposo, ci dona parole di speranza vere. In questo tempo particolare che stiamo vivendo la Chiesa con i consacrati ha sempre parlato di speranza, ha sempre predicato Cristo vincitore e Salvatore. Quella vocazione che magari critichiamo, che magari non è come ce l’aspettiamo, che non ci dice quel che vorremo sentirci dire, è testimonianza di vita! I nostri fratelli e sorelle ordinati non appendono lenzuoli alle finestre con la scritta “andrà tutto bene”, predicano per vocazione la speranza, l’accoglienza, l’amore, la vita. Anche là dove c’è la morte, proprio là dove Cristo muore, proprio là in ogni nostra morte, fatica, difficoltà, funerale, il religioso ci raggiunge con parole di speranza, con parole che ci ridonano vita! Wow che bellezza! 

L’ordine è una vocazione che testimonia un amore bellissimo, eppure le vocazioni calano, da anni. Eppure in pochi giovani si affacciano alle porte dei conventi o dei seminari. 

Forse ci spaventa l’ordine, forse anche a noi famiglie viene chiesto di pregare per una vocazione che un po’ spaventa, che ci fa paura. Vocazione non per me, non per chi mi sta vicino. Guai ad avvicinarci a conoscere di più l’Amore, guai ad avvicinarci di più a conoscere la vita di un religioso. 

La Chiesa ci chiede spesso di pregare per le vocazioni. Noi perdonateci, ma vorremmo andare oltre: voi sposi, avete mai detto che bello fare il prete ai vostri figli? agli amici? Avete mai guardato con occhi di bellezza a quella vocazione? Non solo al fraticello di quel paese dove scorrono latte e miele perché vai in vacanza una volta l’anno e là è tutto sempre più bello. 

La vocazione del sacerdote è la vocazione all’amore grande. Se la vocazione di noi famiglie, di noi sposi, è la vocazione che testimonia concretamente nei gesti l’amore di Dio, fatto uomo e donna, comunità, chiesa piccola, chiesa domestica; la vocazione religiosa è colei che ci guida, ci aiuta a conoscere lo Sposo della Chiesa. Molte coppie hanno imparato ad amare da preti, frati e Suore, molti giovani frequentano corsi sull’amore dove ad insegnare l’amore ci sono dei consacrati. Te credo! Se Gesù è amore, e loro si consacrano all’amore grande di Gesù, qualcosa ne sapranno. O no? Eppure ci fa paura, sogniamo tutti l’amore per sempre, ma con un uomo, non con l’Amore con la A maiuscola. Quell’amore che tu sogni è lo stesso, la strada per raggiungerlo è una sola, sia che scegli la consacrazione sia che scegli il matrimonio. I conventi sono le scuole dove si impara l’amore di Gesù. Perché si studia la Parola, si prega, si vive in totale dono per la comunità, si impara il servizio, l’ascolto, si impara a fare spazio all’Amato nel cuore. La famiglia nella sua casa, è scuola di amore fatto carne, parola carne, amore fatto di gesti concreti, amore che si dona tutto, amore che genera vita. Due sposi donano i loro corpi in un gesto di amore totale, il sacerdote spezza quel pane e vino per la comunità, fondamento anche per quell’uomo e donna. 

Capite la bellezza, l’amore che si cela dietro ad entrambe le vocazioni? Vocazione al matrimonio o all’ordine. 

Quanto noi famiglie guardiamo e parliamo dell’altra vocazione raccontandone bellezza? Forse troppo poco diciamo della bellezza dei preti. E quanto forse il sacerdote racconta la bellezza del matrimonio? 

A spiegare la giornata vocazionale, ci vorrebbero non solo consacrati che dicono che è bella la loro “professione”.. (ognuno parla in genere bene della sua). Ma sposi che inneggiano all’altra vocazione, genitori di consacrati che testimoniano come il figlio si sia realizzato nell’amore, uscendo di casa per andare a conoscere Gesù l’amore vero. E viceversa, a spiegare il matrimonio e a risollevarlo dalla crisi di cui parlano i media, ci vogliono cartelli di bellezza negli oratori, coppie chiamate ad essere lampade per la comunità, non a prestare servizi come singoli alle realtà parrocchiali. 

Sarebbe bello che la giornata per le vocazioni sia celebrazione della bellezza del matrimonio, quanto dell’ordinazione sacerdotale. 

In questa domenica vorremmo sconvolgere la vostra prospettiva, chiedendovi di non affidarvi solo alla preghiera, che da se’ può valer già tutto, ma di riconoscere che anche quella vocazione è una via bella per i nostri figli. Riconoscere che è una strada che ci realizza nell’amore! Perché si impara a vivere l’amore! 

Non si può da sposi amare solo la vocazione all’amore matrimoniale, bisogna riuscire ad amarle entrambe e testimoniar la bellezza vicendevolmente. 

Non c’è solo da pregare per le vocazioni, ma da dire bene, dire il bello. 

Che bello vedere un giovane che ha sentito la chiamata di avvicinarsi di più a conoscere l’Amore, che non è rimasto fermo al bar ad attendere che entrasse dalla porta, ma gli è corso incontro. 

Abbiamo tanti amici poi che nel cammino di discernimento in postulato hanno riconosciuto che erano fatti per un amore più esclusivo e hanno fatto un passo indietro, son tornati a casa. Ma son tornati a casa, capaci di amare! 

Domenica non preghiamo solo perché qualcuno bussi al seminario, ma accogliamo la bellezza di quel consacrato, dono per noi, e testimoniamo la sua vocazione all’amore. 


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Credete che questa bellezza è anche per voi.

Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho».
Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi.
Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?».
Gli offrirono una porzione di pesce arrostito;
egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.

Vorrei tornare sul Vangelo di domenica scorsa. Perchè? Perchè mi ha fatto pensare moltissimo. E’ arrivato solo due giorni dopo che abbiamo proposto alcune riflessioni su Amoris Laetitia ad un gruppo di Bologna che ci aveva contattato. Un incontro che non è è andato proprio benissimo. Per alcuni di loro abbiamo mostrato poca sensibilità mostrando la bellezza del matrimonio. Secondo queste persone è necessario avere pudore nel presentare la bellezza, perché anche la bellezza può far male a chi fa fatica, a chi non ha un matrimonio meraviglioso. Insomma anche la bellezza può essere percepita come una clava che picchia e non come balsamo di speranza.

La risposta ce l’ha data Il Vangelo. Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano. Ciò che impediva agli apostoli di credere era solo una cosa: era troppo bello per essere vero!

Così è anche per noi oggi. Non riusciamo a credere che il matrimonio, abitato da Gesù e sostenuto dallo Spirito Santo, possa essere davvero così bello come la Chiesa ci propone. E’ troppo bello credere che esista un amore che sia proprio così radicale, che sia indissolubile, che sia fedele, che sia gratuito e incondizionato. Non è possibile! Perchè proprio io dovrei farcela? Qualcuno potrebbe pensare che Antonio e Luisa riescono, perchè sono bravi loro, perchè sono stati fortunati a incontrarsi, perchè c’è stata “la giusta congiunzione astrale“. Qualcuno potrebbe pensare che non può essere così per tutti. Qualcuno potrebbe dubitare che Antonio e Luisa davvero vivano quello che raccontano.

Amoris Laetitia è una lettera colma di bellezza e di speranza. Noi vogliamo dirlo senza falso pudore e senza vergogna: il matrimonio è meraviglioso. La notizia è che non siamo perfetti. La notizia è che non solo non siamo perfetti, ma che siamo partiti peggio di tantissimi altri.

Luisa era piena di blocchi e di ferite e per questo non riusciva ad aprirsi affettivamente. Io, Antonio, mi nutrivo quasi quotidianamente di pornografia, e non vedevo l’ora di realizzare su Luisa tutte le mie fantasie. Eravamo questi. Due poveretti che da soli avrebbero combinato ben poco e che hanno avuto la grazia (immensa e immeritata, come tutte le grazie) di incontrare Gesù grazie a un uomo di Dio, il cappuccino Padre Raimondo Bardelli (1937 – 2008), il quale ha preso molto sul serio le catechesi di San Giovanni Paolo II sulla Teologia del corpo e le ha diffuse, portando speranza a noi giovani, feriti e disillusi.

Non dobbiamo aver paura di dire che il matrimonio è per tutti. Il matrimonio è una meraviglia possibile a tutti. Non è solo per una élite di persone. Solo per quelli bravi. No, è proprio per tutti. Affidatevi a Gesù, non abbiate paura. Credete che questa bellezza è anche per voi. Non smettete di crederci e impegnatevi a fondo per farla andare bene. Molte volte le relazioni muoiono e i matrimoni saltano proprio perchè non si crede più che possa essere possibile vivere una relazione bella. Si comincia a pensare di aver sposato la persona sbagliata. Non si lotta fino in fondo. Si molla, perché non ci si crede più.

Non voglio sottovalutare le situazioni e le sofferenze che spesso abitano le relazioni matrimoniali. So benissimo che le situazioni possono essere anche molto pesanti, a volte insostenibili. In alcuni casi, la separazione non solo è necessaria ma anche consigliata dalla Chiesa. Vi dico solo di NON smettere di credere che voi siete una meraviglia e che anche il vostro matrimonio può esserlo. Gesù è morto e risorto per salvare e redimere non solo noi poveri peccatori, ma anche il nostro matrimonio. Crediamoci! Lui ci crede! Non significa che non ci saranno fatiche, problemi, incomprensioni, nervosismi e tutte queste povertà che ci abitano, ma vuol dire che il male che possiamo farci non sarà mai superiore al bene, alla grazia e alla volontà di perdonarci e ricominciare. Ce la possiamo fare e ogni volta che superiamo crisi e difficoltà tutto sarà ancora più bello.

Concludo con le parole di Papa Francesco che sono per noi impulso e incoraggiamento:

Rendo grazie a Dio perché molte famiglie, che sono ben lontane dal considerarsi perfette, vivono nell’amore, realizzano la propria vocazione e vanno avanti anche se cadono tante volte lungo il cammino. A partire dalle riflessioni sinodali non rimane uno stereotipo della famiglia ideale, bensì un interpellante mosaico formato da tante realtà diverse, piene di gioie, drammi e sogni. Le realtà che ci preoccupano sono sfide. Non cadiamo nella trappola di esaurirci in lamenti autodifensivi, invece di suscitare una creatività missionaria.

Amoris Laetitia 57

Antonio e Luisa

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Gesù come un fornaio, condividi almeno la posizione !

Ieri ci è stato presentato un brano dal Vangelo di Giovanni molto interessante, ne riportiamo una parte :

Gv 6,22-29 Il giorno dopo, la folla, [..] . Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?». Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».

La folla, l’indomani di una moltiplicazione dei pani e dei pesci, cerca Gesù qua e là, alla fine Lo trova e Gli pone una domanda apparentemente ingenua, ma che in realtà rivela un atteggiamento del cuore : vogliono sapere il quando.

Cioè ? Vogliono sapere a che ora Gesù è arrivato ? E perché interessa il quando e non il come o il perché ?

Vogliono solo soddisfare la propria curiosità , ma per dare una risposta adeguata al loro affanno nel cercarlo di qua e di là ….. il problema quindi non è stato risolto nel trovare Gesù …. se avessero cercato Gesù per altro e non solo perché avevano trovato il fornaio gratis, se ne sarebbero usciti con un’esclamazione del tipo : “finalmente ti abbiamo trovato Gesù, senza te ci sentivamo smarriti, che bello averti ritrovato, quanta angoscia cercarti invano, ecc…“. Invece no, chiedono conto a Gesù, quasi che Lui debba scusarsi di non averli avvertiti circa il suo spostamento, l’itinerario, l’ora di partenza, l’ora di arrivo prevista, quanto traffico lungo il percorso, ecc…

A volte anche noi rimproveriamo Gesù perché non condivide la sua posizione con noi tramite Google maps !

Anche noi lo cerchiamo ? E per cosa ? Quali sono i veri motivi che ci muovono alla ricerca di Gesù ?

Quante coppie cercano Gesù, ma solo per soddisfare un bisogno contingente, e non come compagno permanente di vita, non come sole in mezzo al buio, non come acqua in mezzo al deserto, non come Vita della vita, non come Dio. Cari sposi, cerchiamo da Dio solo una prestazione ? Qualora questa prestazione venga erogata che ne facciamo di Gesù, lo rimettiamo nel ripostiglio ?

Vi incoraggiamo a prendervi dei momenti in questi giorni per voi due soli, per fare un check-up, chiedetevi : ci stiamo dando da fare nel nostro matrimonio per quel cibo che rimane per la vita eterna ? O siamo troppo presi dalla mille faccende da sbrigare ?

E succede anche che, a volte, Lo trattiamo alla stregua del fornaio gratuito. Infatti arriva puntuale la risposta di Gesù che, invece di scusarsi con noi perché non ci ha avvertiti, ci rimprovera con dolcezza smascherando la nostra vera intenzione.

Ma qual è il cibo che rimane per la vita eterna e che Gesù ci dà ? Non è che magari stia parlando dell’Eucarestia ? La moltiplicazione dei pani ( del giorno precedente ) era infatti solo un segno della Eucarestia, ci rivela l’evangelista.

Purtroppo sono tante le coppie di sposi cristiani che investono tantissimo in energie e tempo per le cose di questo mondo, per un cibo che non dura, ma non spendono altrettanto per il Regno di Dio, per il cibo che rimane per la vita eterna. E’ tempo ormai di far volare la mongolfiera del sacramento del nostro matrimonio , però è necessario liberarsi della zavorra che ci tiene ancorati a questo mondo. E’ tempo ormai che gli sposi cristiani prendano sul serio le parole di Gesù e la smettano di considerare Gesù come un consulente, come il saggio del villaggio. Le parole di Gesù come quelle di questo Vangelo non sono dei suggerimenti, sono degli imperativi.

Anche questa settimana abbiamo l’occasione di dare una svolta al nostro matrimonio ; proviamo a chiederci quanto tempo ed energie dedichiamo ogni giorno a Gesù rispetto alle cose ( seppur belle, nobili, necessarie, doverose ) di questo mondo. Vi invitiamo a fare un gesto ogni giorno di questa settimana : guardatevi negli occhi e ditevi l’un l’altro: <<quante energie e tempo oggi dedicherai/hai dedicato a Gesù ? >>.

Coraggio sposi, non abbiate paura , aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo !

Giorgio e Valentina.

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Cos’è la vocazione? Come si può definire una vita: pienamente realizzata?

Nell’affannosa ricerca del proprio posto su questa Terra, della vocazione, delle strada da percorre, tante volte si sbatte la testa, fino a perderla… Ma cos’è la vocazione?

C’è solo un’unica vera vocazione a cui è indirizzato l’uomo, ed è quella dell’amore:

«Il primo è: “Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c’è altro comandamento più importante di questi»

Amare gli altri e l’Altro, con i mezzi che Dio ci mette a disposizione.

Il matrimonio, la vita consacrata per cui non sono la vocazione, ma diventano MEZZI per raggiungere la vocazione dell’amore. Ogni giorno ci è data la possibilità di far della nostra vita un capolavoro, ogni minuto ogni istante speso su questa Terra deve essere la nostra vocazione da realizzare in pienezza. Non ci sono vite a metà, non realizzate: se non ti sposi, se non ti consacri, se non hai figli, se non ti laurei, se non diventi nonno, se non hai un lavoro, e tanti altri “se non…”.

Ogni vita vissuta nell’AMORE, È UNA VITA PIENA. Puoi essere sposato, consacrato, avere un lavoro, avere una laurea, avere figli, essere realizzato in ogni ambito della tua vita e non vivere neanche un secondo nella pienezza dell’amore.

Purtroppo l’uomo è troppo riduttivo e ingabbia tutto nei suoi limiti, che non sono quelli di Dio.
Pensiamo alla vita come a un ricetta preconfezionata: a 19 anni inizi l’università, a 25 ti laurei, a 28 ti fidanzi, a 30 ti sposi, ti trovi un lavoro stabile (posto fisso possibilmente), poi inizi a sfornare figli, poi ti sistemi in una casa tua, poi inizi a invecchiare, pretendi i nipoti, poi muori…
Probabilmente la vita ti porterà proprio a questo, ma che addirittura sia una pretesa e una regola prefissata da seguire e se non ci si riesce addirittura ci si dispera, è pazzia, pazzia tutta umana.

IL VENTO SOFFIA…

“Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito”

Ma oggi lo Spirito Santo è solo la somma di due parole, un gingillo, da inserire magari nelle omelie domenicali, ma quanti di noi viviamo trasportati e abbandonati al suo soffio?
C’è troppo timore di lasciar le redini a chi non vediamo, ma forse non vediamo perché poco preghiamo, perché poco ci relazioniamo con l’Altro. Non una preghiera fatta solo di parole, messe una di seguito all’altra, ma una preghiera che sia DIALOGO con Dio.
Pregare è un sinonimo di dialogo, quando si prega si dialoga con Dio, e Dio ci risponde, ci guida, ci indica… SOFFIA.
Non siamo disposti a dialogare con Dio, perché non lo conosciamo, non lo vediamo come un padre, un fratello, un amico, con cui confidarsi e aprirsi. Ma allora chiediamolo di conoscerlo, di fare esperienza di questa amicizia.

Amici apriamoci al soffio dello Spirito, non temiamolo, non ingabbiamolo nei nostri preconcetti e regole umane. Solo così la nostra vita sarà una VITA PIENA.

VIENI E SEGUIMI…

“Tu vieni e seguimi” Gesù non usa molte parole, forse ci aspetteremmo che ci dicesse “Vieni, seguimi, ti troverò una donna, poi un lavoro, poi ti farò prendere casa, poi ti darò dei bambini, poi ti farò perdere il lavoro, te ne darò un altro, ecc.”

NOO, “TU VIENI E SEGUIMI”, È L’ABBANONDONO IL SEGRETO. È l’abbandono alla DIVINA VOLONTÀ. È questa la vocazione cristiana, abbandonarsi a ciò che Dio mi proporrà, passo dopo passo, istante dopo istante, mettendoci tutto l’amore che lui ci donerà. Se capiamo questo, se lo iniziamo a vivere giorno dopo giorno, istante dopo istante, saremo SANTI, saremo REALIZZATI, vivremo DI UNA GIOIA PIENA. La santità sta tutta qui, non cerchiamola altrove. 

Daniele Chierico

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Amore, mi sono perso Gesù!

Care coppie, ma come vi capisco!!!

Avete i vostri figli in DAD mentre voi due nella stanza a fianco in smart working e di mattino casa vostra sembra la sala di controllo della Nasa. Ah, poi magari uno o entrambi i vostri genitori da vaccinare per cui chiama l’ASL (che non risponde mai) e tenta di prenotare; poi Fufi abbaia e vuole andare a spasso (e altro) due volte al giorno. Per i più attempati, l’appartamento è diventato la filiale del nido “Le apette” dove i vostri nipotini iperattivi scorrazzano abitualmente e sanno usare meglio il tablet di Zuckerberg; poi, aiuto! Forse arriva la patrimoniale di Draghi e notti insonni all’orizzonte! Poi riunioni di condominio su come igienizzare le maniglie dei portoni, poi uso di mascherine anche a Messa… altro che il ritornello di “Per dimenticare” degli Zero Assoluto!

La famiglia nella stagione 2020-2021 è proprio sotto stress. Gli astronauti che si allenano nella centrifuga a 20G sono meno provati.

Date le circostanze ma dove lo trovo Gesù in questa mia vita? Per parlare con Lui dovrei proprio scappare nella prima Certosa disponibile e vivere solo di ora et labora oppure mi ci vorrebbero due chiacchiere con Padre Maronno…

A volte sembra che tante coppie rifacciano l’esperienza di Emmaus… camminano per kilometri, si stancano, sono tristi, parlano di tante cose ma nel fondo Gesù l’hanno lasciato indietro, a Gerusalemme, tutto al passato, “credevano, pensavamo, speravamo…”.

Ma il Vangelo di oggi dice che “Gesù in persona stette in mezzo a loro”. Questo è proprio quello che succede nel matrimonio sacramentale. Anche oggi, stagione 2020-2021.

Lo so che vorremmo che la fede fosse sempre sensibile, capita anche a me. Ma la fede è anzitutto una certezza che sta al di sopra (o al di sotto) di ogni sensazione positiva tanto agognata: Gesù Risorto c’è nel sacramento del matrimonio ed è permanentemente con voi.

Senza voler essere esaustivo, il Vangelo odierno dà alcuni spunti molto belli su come trovare Gesù Risorto nella propria vita di coppia e in famiglia.

Gesù mostra le ferite della Passione. È un dato che ha fatto riflettere fior fiore di teologi da secoli: come mai Gesù Risorto ha ancora le 5 piaghe della Passione? Occhio, se le porta tali e quali in Cielo! Adesso che tu leggi, in Cielo Gesù le ha ancora! Questo vuol dire che non si può mai dissociare Passione da Risurrezione.

Una coppia di amici, sposi davvero bravi, mi condividevano l’altro giorno al telefono che adesso stanno vivendo un momentaccio con i figli adolescenti (ma dai? Strano!). Il parroco li aveva chiamati in parrocchia per una testimonianza ad altri sposi. Dato lo stato d’animo, avrebbero declinato molto volentieri, però poi sono comunque andati per obbedienza. Beh, il risultato è stato solo pace e gioia. Mettere a nudo il loro dolore e frustrazione ha fatto sì che il Signore agisse per mezzo di essi e sono tornati a casa la sera con un atteggiamento totalmente diverso, di vera letizia. Gesù Risorto tu lo trovi lì, nelle tue piaghe e ferite, non unicamente nell’idromassaggio in riva al mare a Playa del Carmen.

Gesù si mette a mangiare con loro. Gesù ama la condivisione piena, lo ha fatto tante volte con la moltiplicazione dei pani, con la pesca miracolosa. Lui vuole che il cibo sia fonte di incontro vero e sincero. E così anche in famiglia: a tavola non si può non condividere la vita personale, il vissuto, altrimenti sarebbe né più né che una mensa da pausa pranzo lavorativa. Che bello sentire di quella coppia di amici che ha educato i figli a raccontare a tavola un’esperienza bella e una difficile! I pasti possono essere un bel momento per vivere l’unità e la comunione vera, quella convivialità che Gesù Risorto aveva con i suoi discepoli.

Gesù spiega loro le Scritture. Non è una spiegazione qualsiasi, non si tratta di leggere le note a piè pagina nella Bibbia di Gerusalemme per entrare in sintonia con Gesù. Lui fa una cosa ben precisa: “aprì loro la mente”, cioè è in azione il dono dell’intelletto, il dono di scienza, il dono di sapienza. C’è non solo la bravura o quella spiegazione geniale da eruditi ma ci si arriva se si sta veramente in ascolto della Parola nello Spirito. Se non si facesse così Gesù ci direbbe “te capis nagot”, come spesso mi ripeteva all’epoca la mia santa nonna bergamasca controllando i miei compiti a casa.

Cerchiamo Gesù vivo nella Sua Parola, ogni giorno leggiamola, meditiamola, chiediamo luce a Lui per farla nostra, perché essa è “viva ed efficace” (Eb 4, 12) cioè porterà frutto in noi.

Cara coppia che stai sudando sette camicie in questo tempo difficile, forza, ricordati che vivete già da ora in cammino con lo Gesù Risorto, Sposo della vostra coppia. Vi lascio con un numero splendido di Papa Francesco, che riassume e supera in bellezza tutto quanto vi ho detto io finora:

Se la famiglia riesce a concentrarsi in Cristo, Egli unifica e illumina tutta la vita familiare. I dolori e i problemi si sperimentano in comunione con la Croce del Signore, e l’abbraccio con Lui permette di sopportare i momenti peggiori. Nei giorni amari della famiglia c’è una unione con Gesù abbandonato che può evitare una rottura. Le famiglie raggiungono a poco a poco «con la grazia dello Spirito Santo, la loro santità attraverso la vita matrimoniale, anche partecipando al mistero della croce di Cristo, che trasforma le difficoltà e le sofferenze in offerta d’amore». D’altra parte, i momenti di gioia, il riposo o la festa, e anche la sessualità, si sperimentano come una partecipazione alla vita piena della sua Risurrezione. I coniugi danno forma con vari gesti quotidiani a questo «spazio teologale in cui si può sperimentare la presenza mistica del Signore risorto»” (Amoris Laetitia 317).

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Botulino a lunghissima durata

Ho un confratello, molto simpatico, che è davvero esperto nelle gaffe. Ne ha un bel repertorio, è fatto così, gli vengono proprio spontanee. Una delle più esilaranti è stata quella di dare della nonna alla mamma di una ragazza appena laureata. Vedendo questa signora un po’ attempata e accanto a lei la giovane raggiante e incoronata di alloro, ha esclamato: “auguri Cecilia, che bello che sei qui con tua nonna in questo giorno di festa!”. Ma ahimè, era proprio la mamma… eh, sai com’è, le rughe ingannano, cosa ci possiamo fare? Prima o poi vengono a tutti, anche a Sophia Loren…

Ma esiste un tipo di botulino che ha una tenuta estremamente lunga, un botulino indenne perfino ai casi più disperati tipo Ozymandias e Matusalemme. È lo Spirito Santo, l’Unico capace di fare “nuove tutte le cose” (Ap 21, 5).

Ad ogni tempo pasquale mi chiedo sempre quale sia il frutto della Risurrezione per me, cosa cercare nella preghiera in questo periodo. Pace? Gioia? Speranza? Senza dubbio tutto è giusto, se ad ogni Pasqua io ottenessi definitivamente una di queste virtù sarei la persona più felice della terra. Eppure, da qualche tempo a questa parte lo Spirito Santo mi ripete spesso questa frase: “vivere da Risorti”.

Come si fa? Come posso mantenere questo atteggiamento?

Anzitutto significa vivere con il Risorto, stare con Lui. I 40 giorni tra la Risurrezione e l’Ascensione hanno di bello questo, che in essi Gesù viveva con gli Apostoli, pranzava, cenava, camminava con loro, si è fatto un sacco di conversazioni con loro, ha spiegato in lungo e in largo il Vangelo… Quando lo contemplo davvero mi emoziono e provo molta gioia spirituale.

Ma voi cari sposi, non siete poi così distanti. Per la grazia del Sacramento, voi incorporate una Presenza viva di Gesù Risorto, che dormiate, facciate running, guidiate la macchinaLui è sempre con voi. Ma non è una proiezione mistica, è realmente, sacramentalmente così. Ve lo dico con le parole di un santo teologo, S. Roberto Bellarmino (1542-1621): “Il sacramento del matrimonio si può considerare in due modi: il primo mentre si celebra, il secondo mentre perdura dopo che è stato celebrato. Dato che è un sacramento simile all’Eucarestia, la quale è sacramento non solo mentre si fa ma anche mentre perdura. Perché, fin quando i coniugi vivono, la loro comunione è sempre il sacramento di Cristo e della Chiesa” (R. Bellarmino, De Controversiis, cap. III).

Vi rendete conto? Siete simili all’Eucarestia!!! Voi, marito e moglie, “contenete” Gesù perennemente, di modo che il vostro amore può davvero essere sempre nuovo. Chi meglio di Lui può insegnarvi ad amare e ad aver la forza di ripetere le promesse matrimoniali ogni giorno?

E poi vivere da risorti è vivere con lo Spirito Santo. Il salmo 103 dice che lo Spirito “rinnova la faccia della terra”. Tutti noi siamo soggetti agli inesorabili processi biologici di alterazione e decadimento delle nostre funzioni vitali e sperimentiamo, prima o poi, un “rallentamento delle funzioni biologiche e da una diminuzione della resistenza dell’organismo” (Treccani, voce invecchiamento).

Ma nella vita spirituale non è così, anzi, crescendo nella vita di grazia e di virtù una persona può diventare più spirituale, crescere nel tempo, e ciò va esattamente contro il senso naturale delle cose. Non ti pare meraviglioso? Non è stupendo?

Da che mondo è mondo il passare del tempo porta tristezza, senso della finitezza delle cose, nostalgia del passato, caducità della vita. Non nego nulla di ciò e su questo ha scritto molto bene Leopardi: “Godi, fanciullo mio; stato soave, stagion lieta è cotesta. Altro dirti non vo’; ma la tua festa ch’anco tardi a venir non ti sia grave” (Leopardi, Canti, Il sabato del villaggio 50).

Ma nella vita dello Spirito non si può ragionare così perché si sta andando verso la propria Pienezza, non verso la fine.

Gli sposi posseggono un dono speciale di Spirito Santo che ha consacrato il loro amore e anche Egli può dare brio, vitalità, novità, freschezza in ogni fase della vita, anche nell’anzianità quando le forze umane vengono meno. Lo Spirito rende quell’amore coniugale consacrato più vero, più autentico, più vissuto.

Ho un ricordo stupendo della GMG del 2000 a Roma, era il giorno iniziale, il 15 agosto ed io ero in Piazza San Pietro ma San Giovanni Paolo II era in Piazza San Giovanni e stava dando il benvenuto ai giovani italiani prima di venire in Vaticano. Nei megaschermi vedevamo tutto, il Papa aveva già sul volto i chiari segni del Parkinson che lo stava rendendo sempre meno espressivo, lui che possedeva la scioltezza e vivacità dell’attore in gesti e parole. A un certo punto gli si illuminarono gli occhi e iniziò a sorridere in modo particolare. Come mai? Stava fissando un cartellone che diceva: “Il Papa, un giovane come noi”. Al ché lui rispose: “ma come può essere giovane il Papa se ha 80 anni?”. Beh, in effetti lo era eccome, ben più di tutti noi messi insieme in quel momento probabilmente, la sua santità di vita è riuscita a trasfigurare ogni sua ruga e tremolio senile, perché questa è la potenza dello Spirito quando prende piede in una persona.

Cari sposi, ricordatevi queste belle parole di Papa Francesco: “tale amore forte, versato dallo Spirito Santo, è il riflesso dell’Alleanza indistruttibile tra Cristo e l’umanità, culminata nella dedizione sino alla fine, sulla croce: Lo Spirito, che il Signore effonde, dona il cuore nuovo e rende l’uomo e la donna capaci di amarsi come Cristo ci ha amato” (Amoris Laetitia 120).

Di questo Spirito e della presenza del Risorto voi ne siete portatori. Vi auguro perciò di vivere da Risorti anche voi!

Padre Luca Frontali L.C.

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Bilbo Baggins e la Vocazione – “Sposi&Spose di Cristo”

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

Disse Gandalf“Stamattina non ho tempo di fare anelli di fumo. Cerco qualcuno con cui condividere un’avventura che sto organizzando ed è molto difficile trovarlo”.

“Lo credo bene! Siamo gente tranquilla e non sappiamo che farcene delle avventure. Brutte fastidiose scomode cose! Fanno far tardi a cena! Non riesco a capire cosa ci si trovi di bello!” disse il signor Bilbo Baggins e infilati i pollici sotto le bretelle fece un anello di fumo ancora più grande. (…) poi si sentì a disagio e anche un po’ seccato e aggiunse: “Buongiorno, non vogliamo nessuna avventura qui, grazie tante…”

TRATTO DA LO HOBBIT, DI J.R.R. TOLKIEN

Ci pensate?

A volte la vita ci si presenta innanzi con progetti incredibilmente affascinanti che promettono tesori e gloria e noi, obnubilati delle nostre certezze da 4 soldi, dalla grazia polverosa dei centrotavola della nostra casa, dalle abitudini alimentari che hanno i loro orari e ci tengono sazi e troppo indaffarati a digerire, dalla paura di sudare e di sporcare le nostre vesti che ormai puzzano di naftalina come il nostro cuore….la rifiutiamo e preferiamo star lì, a fare sbadigli, cerchi di fumo e a dirci quanti siamo bravi nel rispettare le regole (anche se intimamente ci crediamo affascinanti e spericolati come Indiana Jones).

Certo, sappiamo bene che vivremmo molte fatiche e potremmo rischiare di farci male e morire se partissimo per la strada che Gesù ci propone, ma da che mondo è mondo neanche nelle fiabe si è mai raggiunto un tesoro senza aver combattuto contro draghi, orchi e contro sé stessi.

Gesù passa nella vita di ciascuno, non solo per chiamare futuri preti e suore ma anche per chiamare futuri sposi. Lui chiama tutti all’avventura più avventurosa che una donna, un uomo (o uno hobbit se preferite) possa vivere.

Gli disse Gesù«Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi». Udito questo, il giovane se ne andò triste; poiché aveva molte ricchezze.

DAL VANGELO DI MATTEO 19, 21-22

E’ la proposta che fa a tutti i battezzati: uscire dalla propria “Comfort Zone” che somiglia ad una bara per scoprire la bellezza della vita viva, la gratitudine colma del sentirsi vivi, nella conoscenza del potere dell’amore, nell’amare sconfinatamente e nell’essere amati sconfinatamente da un Amore più grande di ogni “tesssssooooro”. Il Suo. Amore divino.

E se abbiamo già accettato la sfida e ci siamo messi in cammino?

Beh, Gesù bussa ancora alla tua porta caro sposo e cara sposa, alla tua porta caro sacerdote e caro consacrato, alla tua porta cara consacrata. Bussa. Non restare lì a conteggiare troppo quello che devi lasciare ancora una volta in termini di certezza umana…aggrappati al sogno di una vita più bella, più ricca, più strabenedettamente felice.

Buon viaggio Hobbit! Buon viaggio!

«Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me»

APOCALISSE 3,20

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Sappiamo solo prendere

Quanti di noi hanno paura! Paura di tante cose. Paura di non trovare la felicità. Paura di perderla quando credi di averla trovata. La paura è la più grande malattia del nostro tempo. Cerchiamo di esorcizzarla, di nasconderla, di cancellarla, di mascherarla. Abbiamo così tanta paura perchè non crediamo più in Dio. Non ci crediamo fino in fondo. Non crediamo che sia così innamorato di ognuno di noi. Non crediamo che ci abbia voluto, desiderato, plasmato. Non crediamo a quello che dice il Salmo:

Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre.  Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio; sono stupende le tue opere, tu mi conosci fino in fondo.

Non crediamo che abbia preparato per noi qualcosa di meraviglioso e di eterno. Per tanti è così. Per quasi tutti è così. Almeno per noi cristiani d’occidente. Come ebbe a dire il cardinal Biffi con una battuta illuminante: siamo sazi e disperati. E allora? Allora viviamo alla giornata. Viviamo per nutrirci di ogni sensazione forte. Ci nutriamo di ciò che prendiamo. Sappiamo solo prendere. Prendiamo il corpo di una donna come  l’ultimo modello di smartphone. Usiamo la vita delle persone con la stessa disinvoltura di un oggetto che ci appartiene.  Tutto è centrato su di noi e su quel vuoto che non si riempie mai. Il vuoto della paura di vivere e della pesantezza di una vita così, senza senso e senza speranza di infinito. Non ci doniamo mai completamente perchè possediamo così poco che non vogliamo perderlo. Così anche quando diamo qualcosa di noi non è mai gratuito. Vogliamo qualcosa in cambio. Qualcosa, possibilmente, di più grande. Qualcosa che ci porti un guadagno. Qualcosa che ci illude di poterci arricchire. Così anche quando ci doniamo in realtà stiamo prendendo. Così è nelle relazioni affettive. Anche in tanti matrimoni sacramento. Quella relazione vale finchè c’è qualcosa da prendere. Vale finchè, come in una partita doppia, l’avere è maggiore del dare. Finché c’è un utile. Così tante relazioni affettive d’amore diventano un mero contratto commerciale. Perchè di commercio si tratta. Commercio di sentimenti e di bisogni. Questa è la povertà delle nostre relazioni, dei nostri matrimoni. Finchè c’è un equilibrio tra quanto diamo e riceviamo la relazione regge. Quando l’equilibrio salta e una delle due parti non trova più utile proseguire tutto salta.

C’è un film che esprime splendidamente questo modo di vivere le relazioni. Si tratta di God’s not dead. Lei è una blogger di successo. Ha una vita piacevole e gratificante. Ha anche un fidanzato con cui vive un rapporto che sembra invidiabile. Scopre di essere malata di cancro. Questo dialogo è tratto dalla scena in cui lei informa lui della malattia appena scoperta e lui l’ha appena lasciata per questo.

Lei: Come puoi dirmi una cosa simile? Credevo che mi amassi.

Lui: Si, infatti. Ma tu stai rompendo il nostro patto. Cambiando gli accordi.

Lei: Così lo fai sembrare un contratto commerciale.

Lui: Cosa credevi che fosse?

Lei: Io credevo che fosse amore.

Lui: Beh cresci. Amore è la parola più usata e abusata dagli esseri umani, questa è la verità. E’ quello che diciamo quando vogliamo qualcosa, ci serve qualcosa e tu ne sei colpevole come chiunque altro. Ci siamo divertiti. Tu eri la mia giovane e sexi ragazza con un lavoro elegante, io ero il tuo ragazzo in carriera affascinante e di successo. Stavamo insieme perchè ognuno di noi aveva quello che voleva da questa relazione, e questo andava bene. In effetti è stato fantastico, ma adesso è finita.

Lei: Come ho fatto a non vedere questo in te?

Lui: Perchè hai visto quello che volevi vedere

Lei: Lo capisci che potrei anche morire?

Lui (mentre si alza e se ne va): Ah, mi dispiace per questo.

Per tanti, ma non per tutti, è così. Poi, come in un miracolo, incontri una persona diversa. Una persona che è capace di amarti senza fare paragoni, senza badare se dà più di quello che prende. Che ti ama così per quello che sei. Quando fai esperienza di questo amore autentico si accende la luce. Finalmente trovi la forza di credere perchè scopri che Dio esiste attraverso quell’amore gratuito che sa di infinito concretizzato e realizzato attraverso una creatura finita. Allora quella creatura ti sembra la più bella di tutte. Perchè l’amore parte dal cuore, ma si irradia nel corpo . Il suo corpo è trasfigurato dall’amore. L’amore che è Dio. Dio che è bellezza assoluta. E’ come avere uno sguardo photoshoppato. Così ebbe a definirlo, in modo molto chiaro e decisamente azzeccato, Papa Francesco. Riesci a fare esperienza di Dio attraverso quella creatura pur sapendo che non è lei il tuo Dio.  Questo è il matrimonio. Questo è il frutto di una mia riflessione, solitaria, davanti al Santissimo. Una riflessione che mi ha fatto sentire inadeguato, fragile, insicuro, pieno di difetti. Tutto questo e tanto altro. Proprio per tutto questo mi ha fatto sentire profondamente amato dalla mia sposa e, cosa ancor più bella, da Dio attraverso di lei.

Antonio e Luisa

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Il segreto di una coppia felice: fare l’amore dopo il matrimonio.

Mi è cascato l’occhio su un articolo che ho scovato durante una semplice ricerca attraverso Google. Un articolo tratto dal magazine on line + Sani + Belli, che si rivolge prevalentemente ad un pubblico femminile. Un magazine che tratta tutto ciò che riguarda il benessere psicofisico della persona.

Questo articolo mi ha incuriosito perchè offre una lettura semplicemente umana e relazionale su quanto la Chiesa propone da sempre: la castità. Una proposta spesso irrisa e considerata ormai desueta e sorpassata. Una proposta, come piace definirla ai progressisti nostrani, medioevale. Invece è una proposta vincente che noi non smetteremo mai di raccomandare e che può fare la differenza poi nel matrimonio. Non essere casti è un peccato, non solo perchè lo dice la morale cattolica, ma perchè non educa la coppia a vivere i gesti di tenerezza anche quando non sono finalizzati a concludersi con il rapporto sessuale.

L’autrice dell’articolo scrive:

Eppure, secondo una ricerca condotta dalla Brigham Young University’s School of Family Life, Utah (USA), e pubblicata sul “Journal of Family Psychology”, un matrimonio lungo e felice è possibile. Il segreto è nell’atteggiamento della coppia verso i rapporti pre-matrimoniali. Secondo lo studio condotto dal  professor Dean Busby su un campione di 2035 soggetti sposati, chi si astiene dal sesso prima delle nozze avrà maggiori possibilità di vivere un rapporto stabile e gratificante (+ 22%). La spiegazione è semplice: in base alla ricerca, le coppie che hanno demandato la scoperta sessuale alla prima notte di nozze, si sono concentrate maggiormente su altri fattori di conoscenza, come il dialogo, per instaurare un rapporto aperto e sincero, condividendo esperienze e sviluppando la capacità di risolvere i problemi in due.

Esattamente quello che noi abbiamo sempre cercato di spiegare con i nostri articoli. La castità è stata per noi quella marcia in più che ci ha permesso, con gli inevitabili alti e bassi, di costruire una relazione bella, che anche oggi, dopo diciotto anni di matrimonio, non è per nulla una relazione che si trascina svogliatamente ma è ancora viva e piena. Ancor più viva e piena di quando ci siamo sposati.

La castità prematrimoniale ci ha davvero aiutato a perfezionare la relazione a 360 gradi. E’ pazzesco come le nostre relazioni siano costruite sbagliate. Fin dall’inizio. Nel fidanzamento si sperimenta il sesso in tutte le sue manifestazioni e poi, nel matrimonio, non si è più capaci di desiderarlo e di viverlo. 

Per tanti, dopo alcuni anni, si aprono le porte del deserto sessuale. Cosa succede? Semplice. Si è capaci di parlare un linguaggio solo. Quello dell’amplesso e dell’incontro intimo. Non si è usato il fidanzamento come periodo di conoscenza, per perfezionare tutti gli altri linguaggi. Anche quando ci sono, baci, carezze, abbracci e attenzioni sono sempre finalizzati a concludersi nell’amplesso.

Questo poi nel matrimonio si paga con gli interessi. Nel matrimonio non c’è tutto il tempo, la voglia e il desiderio per queste manifestazioni di amore tenero e concreto. C’è tanto altro a cui pensare e che ci occupa il tempo. Nel fidanzamento invece, almeno di solito, c’è molto più tempo.

Nel matrimonio serve impegnarsi. Serve andare oltre lo spontaneismo che spesso caratterizza le relazioni affettive. Serve cura e dedizione reciproca. Serve trovare tempo di qualità quando c’è stanchezza e preoccupazioni che ci distolgono dalla relazione. Serve parlare il linguaggio della tenerezza anche quando per tanti motivi non è possibile arrivare all’amplesso. Figli, gravidanze, metodi naturali, mancanza di tempo e di forze, rendono l’incontro intimo non più così semplice da cercare e desiderare.

Qui, la tenerezza disinteressata imparata nel fidanzamento può tornare molto utile e darci una marcia in più. Solo se nel fidanzamento ci si è educati a parlare diversi linguaggi d’amore, trovando gratificazione e piacere in quelle stesse manifestazioni, senza quindi renderle finalizzate e usate al solo fine di raggiungere il piacere sessuale, si potrà affrontare con i giusti strumenti il matrimonio.

Solo così i momenti di astinenza non saranno momenti di aridità e di distanza tra gli sposi, ma saranno periodi di corteggiamento e di tenerezza. Periodi altrettanto dolci e belli e, cosa più importante, fecondi. Utili a mantenere e ad alimentare la fiamma del desiderio. E’ fondamentale educarsi a questo modo di vivere l’amore. Se non si impara poi è difficile. Quando verrà per tanti motivi a mancare l’incontro sessuale si perderà il desiderio di vivere altre modalità e tutto diventerà povero e senza gioia. Un circolo vizioso che porterà sempre più in basso fino alla completa distanza emotiva, affettiva e sessuale tra gli sposi.

Capite l’importanza di imparare la tenerezza nel fidanzamento. Non è una richiesta assurda, ma una base necessaria, o quantomeno molto utile, sulla quale costruire tutta la casa del nostro matrimonio. Se volete un matrimonio santo imparate a vivere i gesti di tenerezza come parte meravigliosa del vostro rapporto. A volte condurranno all’amplesso e altre volte no. Saranno comunque momenti di meravigliosa e feconda unità. Lo saranno però solo se avrete imparato a viverli in modo autentico. Il fidanzamento è la prima scuola per educarsi a questo atteggiamento importantissimo.

Antonio e Luisa

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Oggi… baciatevi!

Il modo più comune per esprimere l’amore, armonia tra corpo e anima

Si festeggia oggi la Giornata Internazionale del bacio. Scopriamo qualcosa di più su questo gesto tanto semplice quanto denso di significati.

Ben 46 ore, 24 minuti, 9 secondi! È la durata del bacio record che ha fatto diventare il 13 aprile l’International Kissing Date. Record rapidamente battuto da un bacio thailandese di 58 ore, avvenuto il 6 luglio per cui… ora si festeggia in entrambe le date. Mai sazi di baci insomma. Del resto il bacio più o meno in tutto il mondo è il modo più comune per dimostrare l’amore.

Diversi tipi di bacio

Ci sono diversi tipi di bacio: con un bacetto la mamma coccola il suo bambino, si baciano parenti e amici sulla guancia, c’è il baciamano…
Pur con alcune interessanti variazioni culturali, protendere le labbra e avvicinarle a qualcuno dimostra affetto, amicizia, stima, in alcuni casi alleanza.
Ma non sono certo questi i baci a cui si riferisce la festa.
Nella relazione di coppia il bacio fa un salto di qualità e diventa un’esperienza molto intima, coinvolgente, intrigante.
Nonostante l’abuso di baci profondi nel cinema, nella cultura di massa, le foto esibizioniste nei social, il bacio pare non essere facilmente banalizzabile.
L’esperienza corporea e relazionale che comporta, lo rende unico e difficilmente riferibile.
«Come si fa a baciare?» è una delle domande più ansiogene della preadolescenza. E per quanto l’amico o l’amica di turno possa dare delle indicazioni di massima, addirittura suggerire delle “tecniche”, si può vivere solo in presa diretta.

Bacio: corpo o anima?

Perché il bacio, che è contemporaneamente esperienza corporea, relazionale, affettiva, emotiva, eccede i tentativi di catalogarlo.
Il bacio può portare all’eccitazione sessuale ma anche alla pace rassicurante della relazione, può essere dolce o passionale, piacevole o fastidioso, e non sempre i partner coinvolti nel condividono l’univocità.

Il significato del bacio

Per capire il motivo per cui il bacio assume un significato così intenso e profondo occorre scomodare la psicoanalisi. Come riporta Galimberti nel celebre Dizionario – alla voce Bacio – già Freud l’aveva intimamente collegato al piacere funzionale della nutrizione, Giacchetti ha definito la suzione nell’allattamento “il bacio più puro che esista” e, sulla stessa scia, si è espresso Carotenuto: «La bocca, che è per l’uomo il primo modo di conoscere il mondo circostante, la prima modalità di prendere e ricevere amore e vita, diventa in seguito un aspetto rivelatore di profondissimo sentimento».
Le prime esperienze orali sarebbero quindi la matrice inconscia del bacio, ma con un’interessante inversione: mentre nel bambino la suzione “scarica” la tensione, provvedendo affetto e cibo, nell’adulto il bacio “carica” della tensione necessaria a favorire l’avvicinamento, fino all’incontro sessuale.
Il bacio quindi non è solo corpo, e nemmeno solo psiche, ma è un’esperienza di allineamento della dimensione psichica e somatica.
A questo proposito sono molto stimolanti le riflessioni di Lowen: «Le parti del corpo dove il sangue affluisce molto vicino alla superficie sono quelle dove avviene il contatto più intimo… Il colore rosso delle labbra riflette la grande quantità di sangue, che si trova proprio sotto lo strato sottile della mucosa. Quando in un bacio si incontrano le labbra, il sangue di ciascuna persona è separato soltanto da una membrana sottile, per cui si determina un alto livello di eccitazione. In realtà, tutta la bocca, compresa la lingua, si può considerare una zona erogena, dal momento che l’intera zona è molto vascolarizzata».

Questione di cuore

Ecco spiegato anche il batticuore dei baci più emozionanti. Quando un uomo e una donna si scambiano amore, anche il cuore danza per portare il sangue, veicolo di vita che scorre e di eros, là dove può essere più vicino allo scorrere della vita dell’altro.
Il cuore della persona che ama si espande e coinvolge tutti i sensi, allo stesso modo in cui il cuore della persona triste, risentita, intimorita, diventa duro, un peso nel petto, e inibisce la circolazione.
Il rapporto tra il cuore e l’amore è quindi concreto, un fenomeno fisico.

Il bacio sincero

Il bacio è un momento di incontro, tanto più profondo quando il corpo, le emozioni, le sensazioni e i sentimenti sono allineati.

Occorre riconciliarsi, fare pace, per potersi baciare bene.
Oppure ci si può baciare per riconciliarsi e fare pace.

Nel dubbio, oggi, baciatevi!

 Mi baci con i baci della sua bocca!
Sì, migliore del vino è il tuo amore.
Inebrianti sono i tuoi profumi per la fragranza,
aroma che si spande è il tuo nome:
per questo le ragazze di te si innamorano.

Cantico dei Cantici

Marco Scarmagnani

Articolo originale su Semprenews.it

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Di nascosto !

Il Vangelo che ci è stato proposto ieri è quello del famoso incontro di Nicodemo con Gesù , ne riportiamo una piccola parte :

Vi era tra i farisei un uomo di nome Nicodèmo, uno dei capi dei Giudei. Costui andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui». Gli rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio». […] (Gv 3,1-3)

Il brano poi continua con le risposte pazienti e rasserenanti di Gesù alle domande incalzanti di Nicodemo, il quale diverrà poi un suo discepolo. Non abbiamo riportato l’intero brano poiché quello che ci interessa è già contenuto nelle poche righe sopra riportate.

Colui che scrive questo Vangelo è Giovanni, che aveva avuto modo nel frattempo di conoscere da vicino Nicodemo e di verificarne la bontà, probabilmente avranno parlato tra loro di questo incontro più volte, e ricordandone i particolari sicuramente venne fuori che l’incontro avvenne di notte. Perché ? Che motivo c’era di specificarlo ? Sarà stata una richiesta di Nicodemo al redattore del Vangelo ?

Innanzitutto occorre precisare che Nicodemo è un fariseo, anzi uno dei capi, quindi uno che si distingue per un accentuato rigorismo etico e per uno scrupoloso formalismo nell’osservanza della legge e della tradizione mosaica, ed insegna agli altri anche col proprio esempio. Assistiamo nei Vangeli a diversi episodi in cui Gesù condanna aspramente la condotta dei farisei, ma questo fariseo cosa aveva di diverso dagli altri sì da meritarsi risposte calme, pazienti e lunghe a mò di spiegazione dettagliata da parte di Gesù ?

Nicodemo ha il cuore aperto.

L’evangelista Giovanni specifica che Nicodemo va di notte da Gesù perché evidentemente non voleva essere scoperto dai suoi compagni farisei che l’avrebbero ricoperto di insulti, schernito, avrebbe perso tutta la stima e l’autorità, o chissà cos’altro di peggio gli sarebbe capitato. Ma lui ci va forse vincendo qualche timore (comprensibile per il ruolo ricoperto nella società) ; è uno che non si dà subito per vinto ; non riesce a darsi delle risposte su Gesù, non trova requie, diremmo ; forse è uno che non si accontenta delle prime impressioni, vuole andare fino in fondo sulle verità importanti della vita ; vuole vederci chiaro sul dossier Gesù di Nazareth ; forse non gli bastano le risposte del mondo, della società, della religiosità infarcita di rituali e svuotata di senso….. si fa coraggio e va da Gesù, ma con prudenza.

Cari sposi, forse in qualche nostra casa c’è un Nicodemo che timidamente bussa, di nascosto dagli altri, alla porta di Gesù. Quando il nostro coniuge (oppure un figlio, un parente…) si accosta a noi, e ci fa delle domande che non vogliono soddisfare solo una curiosità, ma intuiamo che c’è l’atteggiamento di Nicodemo, dobbiamo fare come Gesù…. accogliere, ascoltare e pazientemente condurre alla Verità con dolcezza e delicatezza.

La persona che ci interpella ha dentro un desiderio ed una sete di Dio incontrollabile, ed è questa che va apprezzata insieme all’apertura di cuore, cioè al desiderio sincero di accogliere Gesù, ma Gesù va annunciato. Infatti San Paolo ci ricorda ( nella lettera ai Romani ) che la fede viene dall’ascolto :

[…] E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi?

Coraggio sposi, sicuramente abbiamo anche noi il nostro Nicodemo, chiediamo a Gesù l’aiuto del Suo Spirito Santo perché il nostro sia un annuncio nella Verità.

Giorgio e Valentina.

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Tommaso non crede che si possa risorgere dal male.

Tommaso era detto Didimo, gemello nella nostra lingua. Gemello di chi? Tutti noi siamo gemelli di Tommaso perchè ci comportiamo esattamente come lui. Tommaso non credeva quindi nella resurrezione? No, non è così. Tommaso credeva nella resurrezione, c’erano passi della scrittura che la preannunciavano, c’era una parte del popolo ebraico che la aspettava, aveva visto con i suoi occhi la resurrezione di Lazzaro. Cosa allora gli impedisce di credere? Ha visto il crocifisso. Sa che Gesù è stato picchiato, deriso, offeso, vilipeso, coronato di spine. Sa che è dovuto salire verso il Calvario, che è stato inchiodato ad una croce e che è morto. Non riesce a credere che da un male così grande si possa risorgere.

L’incredulità di Tommaso non è quindi sulla resurrezione del Cristo. Tommaso ha bisogno di vedere che il risorto è proprio il crocifisso. Quell’uomo appeso alla croce. Ha bisogno di vedere i segni di quel martirio. Ha bisogno di vedere i buchi dei chiodi e la ferita nel costato. Ne ha bisogno perchè lì si gioca tutta la sua vita e la nostra vita. Solo se è vero che il crocifisso e risorto, allora la sofferenza di questo mondo può avere un senso e un orizzonte che va oltre questa vita. Significa che la sofferenza non è inutile, ma se vissuta nel dono radicale di noi stessi ci permette di risorgere.

Gesù ci ha salvato tutti non perchè ha sofferto o perchè è morto ma perchè in quello che gli è capitato si è donato completamente con un amore incondizionato e gratuito. Ha pagato per noi. Tommaso è esattamente come noi. Noi che non riusciamo a credere in Dio perchè nel mondo c’è il male, ci sono le guerre, i terremoti. Ci sono i bambini che si ammalano e muoiono. Noi vediamo tutto questo e non crediamo, perchè non è possibile che Dio sia presente dentro la nostra vita. Invece Gesù dice: “beati quelli che pur non avendo visto crederanno!”.

Spesso anche nel nostro matrimonio non riusciamo a vedere la presenza di Cristo. Eppure lui c’è. C’è da quel momento che abbiamo pronunciato il nostro sì con la bocca e lo abbiamo confermato con il corpo nel primo rapporto fisico. Poi il tempo passa, iniziano i problemi, i litigi, le incomprensioni. La relazione sembra tutto fuorché santa. Eppure Gesù è sempre lì, fedele. La nostra infedeltà non corrompe la sua. Il suo amore e la sua grazia sono sempre a nostra disposizione. Tanti non ci credono più e mollano. Cercano nuove strade. Invece, senza giudicare chi non riesce, beate quelle donne e beati quegli uomini che credono anche se non vedono Dio nella loro storia, nel loro matrimonio. Beate quelle donne e quegli uomini che, anche se sono stati abbandonati e vedono la persona che ha promesso loro di amarli per sempre insieme ad un’altra persona, continuano ad abbandonarsi a Dio, perchè sanno che Lui c’è anche se non lo vedono. Beate quelle donne e quegli uomini perchè non hanno bisogno di vedere per credere, hanno dentro una promessa di Dio che custodiscono e che li conduce verso la verità e l’incontro con Gesù che salva e da senso ad ogni cosa, anche quello che adesso non si può comprendere.

Ho una seconda riflessione. Dopo l’arresto e la morte di Gesù gli uomini sono impauriti. Pietro rinnega, gli altri si nascondono. Si chiudono nel cenacolo pieni di paura. Troviamo solo Giovanni che resta sotto la croce. A restare sotto la croce, senza esitazione, sono invece le donne. Chi si reca al sepolcro mentre gli apostoli sono nascosti sono sempre le donne. Solo dopo, alla notizia della tomba vuota, Giovanni e Pietro corrono a vedere. La donna ha una forza e una fede che l’uomo spesso fatica a raggiungere. Quando la vita diventa difficile dietro un uomo che non molla c’è spesso una donna che lo sostiene. Non c’è nulla che mi dà più forza della consapevolezza di avere al mio fianco la mia sposa. La fede di mia moglie è per me forza, la fiducia della mia sposa è per me sostegno. L’abbandono a Cristo in ogni situazione è per me esempio e fonte di meraviglia e stupore. Sono grato a Dio per la mia sposa. Mi lascia senza parole pensare che una creatura come lei, più forte di me, perchè chi ha più fede ha anche più forza, si consegni e si affidi alla mia cura. Questo suo dono fiducioso mi dà una carica grandissima per tirare fuori il massimo e per cercare di essere degno del suo dono.

Antonio e Luisa

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Aveva ragione Churchill

Gran Bretagna, anno 1940. Agli albori della Seconda Guerra Mondiale il Regno Unito si trovava a combattere la furia nazista nel pieno della sua forza bellica: flagellata nei cieli dagli Stukas e insidiata via mare dagli U-Boote, il rischio di una invasione terrestre sembrava oramai imminente. Per questo motivo, davanti al governo il 13 maggio il Primo Ministro Winston Churchill (1874-1965) pronunciò le parole che sarebbero passate alla storia: “I have nothing to offer but blood, toil, tears and sweat”. Il discorso più esteso di questa frase recitava così: “Dico al Parlamento come ho detto ai ministri di questo governo, che non ho nulla da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore”.

A volte, pensando a certi matrimoni che ho celebrato, ammetto di aver pensato: “E se queste parole se le dicessero a vicenda gli sposi nel rito? Non sarebbe educativo? Nah… è di cattivo gusto, lascia stare”. Eppure, la realtà non è poi molto lontana, a ben vedere.

La Parola di questa domenica ha un tono iniziale romantico, direi quasi idilliaco. Nella prima lettura si descrive come era la prima comunità di credenti: “Un cuore solo e un’anima sola”. Wow! Sembra di vedere una coppia in luna di miele che passeggia, mano nella mano, su una spiaggia di Cancùn. Ma “quant’è bello lu primmo ammore!”, una coppia che condivide tutto, che si ama così sensibilmente e visibilmente, è proprio meravigliosa.

Il Salmo poi rincara la dose: “Il suo amore è per sempre”. È quanto più o meno scrive il fidanzato sulla strada sotto la finestra della morosa, in modo che le sia ben visibile.

Ma ecco che la seconda lettura già cambia tono. San Giovanni dice chiaramente che la nostra fede è frutto della vittoria pasquale di Gesù, ma una vittoria costataGli “sangue e acqua”, lo dice proprio lui che ha visto dal vivo quella scena sul Golgota.

Allora questo amore nuziale prende una forma un po’ diversa da come ci insegna il mondo, anche se Aleandro Baldi cantava: “non amarmi, ti farò soffrire”.

Nel Vangelo infine vediamo una scena stupenda e commovente. Gesù, proprio dopo otto giorni dalla Pasqua, cioè il giorno corrispondente ad oggi, va di nuovo a trovare gli Undici e fa una cosa bellissima: concede a loro la possibilità di perdonare i peccati, cioè di essere misericordiosi come lo è stato Lui e come lo è il Padre.

C’è un dettaglio che mi fa intenerire ed è quando Gesù mostra la ferita del petto e quelle delle mani e piedi. Mi pare che Lui voglia dire a loro: “vedete, il mio perdono e la mia pace che oggi vi do sono usciti di qui, le mie ferite sono divenute feritoie di Amore per voi”.

Ecco qui una lezione meravigliosa per tutti ma specialmente per voi sposi. La fedeltà, il “per sempre”, il dono totale di sé sono possibili solo a patto di morire a sé stessi, di sacrificarsi, di entrare e superare i conflitti dovuti alle diversità e anche alle stranezze dei nostri caratteri e temperamenti.

Dico questo un po’ per esperienza ma soprattutto per le testimonianze di chi ne sa molto più di me. Prendo spunto da un libro bellissimo, scritto da una grande donna, moglie e psicoterapeuta, Mariolina Ceriotti Migliarese. Nel suo libro “Risposami!” dice: “La famiglia di oggi nasce invece spesso da una coppia che si immagina di poter essere a-conflittuale, questo fa sì che la relazione funzioni fintanto che i conflitti non sono presenti, ma che il legame si riveli fragile davanti alle difficoltà” (pag. 153).

E poi dice ancora: “Dobbiamo sempre ricordarci che nelle coppie di lunga durata, quelle che vogliono rimanere insieme per sempre, l’esperienza della crisi è inevitabile” (pag. 161).

A ulteriore sostegno di questo e in linea con il Vangelo c’è Papa Francesco: “Le crisi coniugali frequentemente si affrontano in modo sbrigativo e senza il coraggio della pazienza, della verifica, del perdono reciproco, della riconciliazione e anche del sacrificio” (Amoris Laetitia 41).

Ci vuole il perdono, ci vuole la Misericordia nell’amore coniugale. Senza di essi, le battaglie che si scatenano ad ogni tappa della vita di coppia non possono superarsi fino in fondo.

Caro Winston, avevi proprio ragione, per vincere le inevitabili crisi che la fedeltà sponsale richiede, è davvero necessario “sangue, sudore e lacrime”. La cosa bella è che Gesù li ha già versati per noi, una volta per tutte e quel Sangue e Acqua scaturiti dal Suo petto aperto, dal Suo Cuore, sono oggi la Grazia sacramentale che può consentire agli sposi di dirsi ancora sì.

Per cui, coraggio, cara coppia, “non piangere più; ha vinto il Leone della tribù di Giuda” (Ap 5,5), ha vinto l’egoismo e la rinuncia a combattere. La sua Misericordia può trasformare ogni tuo dolore, lotta e sofferenza in un amore che si rinnova di giorno in giorno.

ANTONIO E LUISA

Leggere le parole di padre Luca ci ha toccato. Io ho guardato la mia fede, quella che porto al dito da 18 anni, l’ho guardata da vicino. Si vede che non è nuova, si notano diversi graffi che la rendono imperfetta agli occhi di chi la guarda. Ai miei occhi è invece così perfetta e così bella. Commovente. So che ognuno di quei piccoli graffi rappresenta la fatica di una relazione radicale come quella sponsale. Due persone, un uomo e una donna, che sono biologicamente, psicologicamente, umananamente e ontologicamente diversissime. Ed è bellissimo che sia così. Io mi riconosco uomo scontrandomi con la femminilità di Luisa. Con il suo mistero.

Una sfida meravigliosa fatta di incontri e di scoperta reciproca, ma anche di scontri e di conflitti. Conflitti che se gestiti nel modo giusto non sono un male. Conflitti che permettono di aprirsi, con fatica ma con meraviglia, all’altro, ad una alterità così diversa e complementare. Un’alterità che se accolta non limita la nostra libertà ma ci arricchisce della diversità della persona che abbiamo sposato.

Guardo la mia fede e la fatica della relazione non mi spaventa più, perchè ciò che ho in cambio è già il centuplo.

Antonio e Luisa

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 6

Se è vero che per stimolare i nostri cari a venire alla Messa domenicale, possiamo raccontare loro di tizio o caio per invogliare loro a godersi almeno l’aspetto comunitario della Domenica, non dobbiamo però tralasciare loro di raccontare cosa ha fatto il Signore per noi stessi, altrimenti sarebbe riduttivo per la sacralità della S. Messa, sarebbe un gioco al ribasso e, prima o poi, diventerebbe l’esca da cui la preda tenterà presto di staccarsi, perché non troverebbe il vero cibo per l’anima.

Spesso si è portati a mettere in risalto l’aspetto comunitario della S. Messa domenicale tralasciando l’altro aspetto che precede e dà vita a quello comunitario, ne mette le fondamenta e lo riempie di significato : il rapporto personale con Dio. Abbiamo ricordato che il saluto iniziale del sacerdote è : “ il Signore sia con voi “, ma poi c’è subito un ammonimento a riconoscere i propri peccati che ha formulazioni diverse ma nella sostanza comincia più o meno così : ” Fratelli, per essere degni di celebrare… riconosciamo i nostri peccati… “.

Il sacerdote già ci introduce nell’aspetto comunitario, che svilupperemo in seguito, ma poi invita ciascuno (compreso se stesso) a riconoscere i propri peccati personali. Nel rito antico, dapprima il ” Confesso” lo recita il sacerdote da solo mentre i fedeli ascoltano, e poi è la volta dei fedeli mentre il sacerdote ascolta, quasi a ricordare al sacerdote di dare il buon esempio nel “battersi il petto”. Purtroppo nel nuovo rito (quello riformato nel 1965) è stato accorpato in un unico Confiteor, ma la sostanza è che ognuno, sacerdote o fedele, si trova a tu per tu di fronte a Dio Padre, con Lui non ci sono scuse, non ci si può nascondere dietro ad un dito col Padre.

Ed è questo aspetto del vis a vis con Dio che tratteremo oggi, o se vi piace di più, del face to face. E’ vero che quando siamo alla S. Messa domenicale ci sono tante altre persone, ma il Padre cerca il rapporto d’amore con ogni singola anima, non con una massa di persone ; quando ci ha pensati e creati, lo ha fatto come pezzi unici ed irripetibili, come un artigiano crea ogni oggetto nella sua bottega, simili ma mai uguali. Il nostro Creatore è un artigiano coi fiocchi, e non ha mai sbagliato un colpo, nessuno è sfuggito informe dalle sue mani per la fretta dell’Artigiano ; Gesù stesso ci ha ricordato infatti che :

 Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete, voi valete più di molti passeri. (Luca 12,7)

Percorrendo la strada che dall’uscio di casa nostra conduce alla chiesa, ricordiamoci che non stiamo andando ad un evento sociale/comunitario a sfondo religioso ; riprendendo la risposta suggerita per i bambini, noi andiamo a Messa per conoscere ed incontrare Colui che ci ha voluti da sempre e ci ha fatti esistere, nonché ad assistere al sacrificio di Gesù sulla Croce, di cui parleremo più avanti.

Gli sposi, tra gli altri, sono i benvenuti alla Messa domenicale, perché in essa ricevono nuova linfa per far crescere la pianta del loro amore matrimoniale ; inoltre, per il loro particolare stato di vita, sono i primi testimoni di quei due aspetti menzionati sopra : infatti, mentre assistono alla S. Messa alimentando la fede personale ( che si “materializza” in vita concreta spesa per il proprio coniuge ), essi si presentano a Dio Padre anche come un’unica realtà in virtù del matrimonio che li ha resi una sola carne, un solo cuore e un solo spirito. Sicché quando la sposa è da sola a Messa, non sta alimentando solo ed esclusivamente la propria fede, non si sta presentando al Padre come una donna singola, ma in un certo modo anche il suo sposo è presentato a Dio, come se fosse lì ; qualora lo sposo si trovi senza la sposa a Messa, non sarà proprio così solo, ma Dio vedrà anche la sua sposa, poiché essi sono per Dio come un’unica realtà.

Ovviamente questo discorso non vuole favorire, né acconsentire il fatto che un coniuge si senta esonerato dalla partecipazione alla Messa domenicale in quanto l’altro coniuge fa le proprie veci di fronte a Dio…. non significa dire : ” questa Domenica vai tu a Messa che io ho da sbrigare tante cose, non ne ho voglia…”, no !

L’esperienza dei due aspetti ( all’interno del matrimonio ), personale e comunitario, è un’esperienza che si intuisce tra le righe come profonda e vivificante, ma è solo facendone esperienza che si potrà goderne la portata e i frutti, sia nelle singole anime degli sposi così come all’interno del loro matrimonio…. infatti queste realtà non sminuiscono affatto le personalità di ognuno, ma, al contrario, lasciano l’amore libero di vibrare di diverse frequenze così come un’arpa ci dona una musica unica suonata da tante corde singole. Man mano che ci addentreremo nei vari rituali di cui è composta la Messa, ci accorgeremo delle ricchezze che essa ha da offrire al nostro matrimonio.

Se qualcuno avesse ancora dei dubbi, gli sposi non sono due singoli individui che stanno insieme, non sono due meri conviventi che si dividono i compiti, non sono due coinquilini che dividono le spese, niente di tutto ciò ; gli sposi hanno una forza in più perché anche quando pregano nella S. Messa non sono singoli individui, ma ognuno trova beneficio nella propria anima dalla santificazione e dalla preghiera dell’altro ; è la coppia ad esserne rinvigorita, rinsaldata, rinnovata, ristabilita. E’ un mistero di grazia che Dio ha regalato agli sposi, spetta a noi lasciare il regalo intatto e chiuso nella scatola originale, oppure cominciare a scartarlo per goderne il contenuto.

Coraggio sposi, domani abbiamo la possibilità di partecipare alla S. Messa con una nuova consapevolezza che porta con sé anche un nuovo onere : crescere la propria fede per far crescere l’amore sponsale.

Buona Domenica.

Giorgio e Valentina.

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Piccole Resurrezioni Quotidiane – “Sposi&Spose di Cristo”

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

Quando parliamo o semplicemente pensiamo alla Resurrezione pensiamo alla Pasqua o alla Domenica, giorno in cui celebriamo la Resurrezione del Signore Gesù Cristo.

La “Resurrezione”, spesso, la leghiamo all’idea della morte del nostro corpo; quindi ad una realtà che sarà un giorno chissà quando. “Resurrezione” ci fa pensare più alla vita eterna più che alla nostra vita di tutti i giorni.

Eppure…eppure…spesso e normalmente la nostra esistenza si muove nelle piccole ombre del quotidiano più che nelle luci della gloria…più tra le ferite e i sanguinamenti che tra le guarigioni, più nelle piccole morti che nella vita.

Ma quello del “Risorgere” deve essere un esercizio piccolo…un movimento minuscolo ma costante…come aprire e chiudere gli occhi.

Quindi ci vogliono le “resurrezioni”…piccole resurrezioni quotidiane.

Voi direte ora: “Si, bravi, ma come si fa?”.

Certo, non possiamo risorgere solo perché lo vogliamo…nelle nostre mani non c’è la possibilità di guarirci, di distruggere la morte. Dunque?

Dunque c’è bisogno dell’intervento di Colui che ha saputo trovare la via d’uscita anche dal sepolcro, di Colui che le tenebre più profonde non hanno potuto avvolgere.

C’è bisogno dell’intervento di Colui che si è fatto bucare le mani per donare ancora di più, si è fatto inchiodare i piedi per camminare ancora di più verso il prossimo, si è fatto trafiggere il cuore per poter amare di più.

C’è bisogno dell’intervento di Colui che è Il Risorto.

Lui ti insegnerà a risorgere quando tuo marito ti sotterrerà con una battutina innocua ma che a te sfracella il cuore;

Lui ti insegnerà a risorgere quando tua moglie farà di te una polpetta quando guardando un film farà il paragone tra il tuo fisico con quello delle star di Hollywood; 

Lui ti insegnerà a risorgere quando tra le mura domestiche ci sarà più odio che amore;

 Lui ti insegnerà a risorgere quando ti sentirai tradito dalla persona più cara per te;

Lui ti insegnerà a trovare la strada per uscire vivo dagli incidenti mortali delle tue relazioni umane di ogni giorno.

Qual è la strada?

La strada che Gesù ti indica è quella del suo Cuore.

Va’ da Gesù, torna da Gesù.

Il Suo Preziosissimo Sangue ti laverà quando andrai a confessare le tue miserie, il Suo Sacratissimo Corpo ti darà vigore nuovo quando sfinito ti accosterai all’Eucarestia.

E se non puoi ricevere l’Eucarestia e non puoi ricevere l’assoluzione?

Nessuno ti impedisce di fermarti a meditare la Parola di Dio, nessuno ti impedisce di fare adorazione eucaristica, nessuno ti impedisce di pregare col cuore!!!

Gesù è lì. Ti aspetta con le braccia spalancate e ti soffia nel cuore il Suo Santo Spirito e non avrai più sete e non avrai più fame e le tue ferite serviranno a far passare più luce nella tua famiglia e nel mondo in cui viviamo.

Oggi, prendi carta e penna. Vuoi una famiglia perfetta?

Non costruire una famiglia senza errori…ma costruisci una famiglia su Cristo.

E se la tua famiglia è distrutta e siete separati?

Non disperare!!! C’è un percorso di fede anche per te! Gesù non abbandona nessuno e – anche se molti non lo sanno – anche la Chiesa è casa tua!!!

Va’ da Cristo! E’ Lui che può rimetterti in piedi, può ridarti vita…può farti risorgere già qui ed ora.

Frequentando Cristo, stando vicino a Lui…imparerai a vivere di “piccole resurrezioni quotidiane”.

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Grazie, Pietro e Filomena.