Dal 7 al 14 ottobre 2026 Papa Leone XIV incontrerà i Capi delle Chiese Cattoliche Orientali e i Presidenti delle Conferenze Episcopali per riflettere sulla famiglia, a dieci anni da Amoris laetitia. Il titolo scelto per questo appuntamento dice già moltissimo: Annunciare il Vangelo con le famiglie oggi.
Non semplicemente alle famiglie. Con le famiglie.
Questa piccola preposizione cambia completamente la prospettiva. Perché significa che noi sposi non siamo chiamati soltanto a ricevere qualcosa dalla Chiesa. Non siamo utenti di un servizio religioso. Non siamo clienti della parrocchia che chiedono il battesimo dei figli, il catechismo, la benedizione della casa, un sacerdote quando il matrimonio entra in crisi. Siamo parte viva della Chiesa e siamo corresponsabili della sua missione.
Il documento preparatorio dell’incontro dice chiaramente che le famiglie non sono soltanto destinatarie dell’azione pastorale, ma soggetti della missione della Chiesa. Il Vangelo prende forma proprio dentro le relazioni quotidiane, le scelte, le fragilità e le speranze vissute nelle nostre case. Credo che questa sia una delle intuizioni più importanti di tutto il percorso che porterà all’incontro di ottobre.
Per anni, forse anche per ragioni comprensibili, abbiamo pensato la pastorale familiare quasi esclusivamente come qualcosa che alcuni esperti dovevano fare per noi. Il sacerdote, il teologo, lo psicologo, il consulente, l’operatore pastorale dovevano insegnare agli sposi come vivere. Tutte figure preziose e necessarie. Ma manca qualcosa quando gli sposi restano soltanto seduti ad ascoltare. Perché ci sono aspetti del matrimonio che possono essere raccontati fino in fondo soltanto da chi il matrimonio lo vive. Solo uno sposo può raccontare cosa significa continuare ad amare quando il sentimento cambia. Solo una moglie può raccontare cosa significa custodire la relazione quando la stanchezza, i figli, il lavoro e le preoccupazioni sembrano prendersi tutto. Solo una coppia che ha attraversato una crisi può guardare negli occhi due sposi in difficoltà e dire: «Sappiamo cosa significa. Non siete necessariamente arrivati alla fine».
Questa testimonianza ha un valore enorme. E non significa mettere le famiglie su un piedistallo. Al contrario. La testimonianza cristiana più credibile non è quella della coppia perfetta. È quella di una coppia vera. Una coppia che può dire: abbiamo litigato male e abbiamo imparato a litigare meglio. Ci siamo dati per scontati e abbiamo dovuto tornare a sceglierci. Abbiamo attraversato momenti nei quali il desiderio sembrava essersi spento e abbiamo imparato a prenderci cura della nostra intimità. Abbiamo sperimentato ferite, incomprensioni, silenzi e fatiche. Non siamo rimasti insieme perché tutto è stato facile, ma perché abbiamo scoperto che l’amore può maturare. Questo, oggi, è annuncio del Vangelo.
L’esigenza dell’incontro di ottobre nasce anche dalla realtà concreta nella quale le famiglie si trovano a vivere. Il documento preparatorio parla di precarietà lavorativa e abitativa, malattia, difficoltà educative, solitudine affettiva e cura di anziani, persone disabili e familiari non autosufficienti. La Chiesa vuole partire dall’ascolto della vita reale e comprendere quali esperienze pastorali aiutino davvero le persone a riconoscere l’azione di Dio nella propria storia. Ma proprio qui emerge una domanda per noi: chi può essere più vicino a una famiglia di un’altra famiglia?
Un sacerdote può accompagnare spiritualmente. Uno psicologo può aiutare a comprendere dinamiche e ferite. Ma una famiglia può fare qualcosa di diverso: può aprire la porta. Può invitare a cena una coppia isolata. Può accorgersi di due sposi che si stanno allontanando. Può sostenere una madre stanca. Può alleggerire una famiglia che vive la malattia di un figlio. Può raccontare ai fidanzati non soltanto quanto sia bello sposarsi, ma anche quanto sia necessario imparare a costruire una relazione. La pastorale familiare del futuro, io credo, passerà sempre più attraverso questa prossimità.
Il Papa non sembra chiedere soltanto nuovi documenti. Chiede alla Chiesa un discernimento su come annunciare il Vangelo con le famiglie. E questo significa che noi sposi dobbiamo smettere di pensare che il nostro matrimonio sia una faccenda esclusivamente privata. Il sacramento che abbiamo ricevuto non è soltanto per noi. Il nostro amore è un dono per la Chiesa. Naturalmente non tutti siamo chiamati a tenere incontri, scrivere libri, organizzare corsi o parlare in pubblico. Non è questo il punto. La prima missione degli sposi resta essere sposi. Prendersi cura della propria relazione. Custodire la comunione. Imparare il perdono. Vivere la tenerezza. Non sacrificare il matrimonio sull’altare delle attività ecclesiali.
Ma proprio un matrimonio curato diventa fecondo. La testimonianza comincia da come un marito parla della propria moglie. Da come una moglie guarda il marito. Da come due sposi attraversano un conflitto. Da come chiedono perdono. Da come educano i figli. Da come accolgono le persone nella loro casa. La missione nasce dalla vita.
Il documento preparatorio dedica una parte importante ai giovani e alla loro crescente sfiducia nella possibilità di costruire un matrimonio stabile. I giovani hanno bisogno di testimoni credibili, di coppie fedeli, di persone capaci di ascoltarli e di mostrare la bellezza della vocazione matrimoniale. Ed è inutile lamentarsi continuamente perché i giovani non si sposano. La domanda più onesta è un’altra: quale matrimonio vedono guardando noi? Vedono due persone che si sopportano? Vedono ironia cattiva, disprezzo e continue accuse? Oppure vedono due persone imperfette che continuano a volersi bene, a cercarsi e a ricominciare?
Non servono famiglie da copertina. Quelle spesso fanno più danni che bene. Servono famiglie nelle quali sia visibile una speranza. Anche le famiglie ferite possono essere una risorsa enorme per la Chiesa. Chi ha attraversato una crisi può diventare compagno di viaggio per chi la sta vivendo. Chi conosce la sofferenza dell’abbandono può offrire ascolto. Chi vive una separazione restando fedele alla propria storia può testimoniare una forma dolorosa ma autentica di fedeltà. Chi ha conosciuto la fragilità può diventare meno giudicante e più capace di prossimità. La corresponsabilità non significa soltanto dare spazio alle coppie che sembrano riuscite. Significa riconoscere che lo Spirito può lavorare anche attraverso le ferite.
Il percorso di ottobre insiste molto anche sull’accompagnamento dei primi anni di matrimonio. È un tempo decisivo, durante il quale gli sposi imparano a gestire la vita comune, i figli, il lavoro, la sessualità, le famiglie d’origine e le responsabilità nuove. Il documento si domanda quali esperienze di mutuo sostegno e quali reti tra famiglie possano aiutare le coppie a crescere. Ecco un altro campo concreto per noi sposi.
Una coppia con vent’anni di matrimonio può adottare pastoralmente, permettetemi questa espressione, una giovane coppia. Non per insegnare dall’alto, ma per esserci. Un messaggio. Una cena insieme. Una domanda sincera. Uno spazio dove poter dire: «Stiamo facendo fatica». Quante crisi potrebbero essere affrontate diversamente se gli sposi non si accorgessero di essere soli solo quando sono già arrivati al punto di rottura?
Forse è questo uno dei grandi richiami che arriva dall’incontro convocato dal Papa. Non possiamo più delegare tutto. Non possiamo chiedere continuamente: «Cosa fa la Chiesa per le famiglie?», dimenticando che la Chiesa siamo anche noi. San Paolo VI diceva che sono gli sposi stessi a diventare apostoli e guide di altri sposi. Il percorso preparatorio riprende proprio questa prospettiva e parla delle famiglie come luogo di trasmissione della fede, accompagnamento, cura, solidarietà e testimonianza. Questa è una chiamata che ci riguarda.
Il nostro matrimonio non deve essere perfetto per diventare missionario. Deve essere vero. Deve essere abitato. Deve essere curato. E deve, almeno un po’, smettere di essere ripiegato soltanto su se stesso. La Chiesa ha bisogno degli sposi. Ha bisogno della loro esperienza, del loro linguaggio, della loro concretezza. Ha bisogno di uomini e donne capaci di mostrare che il Vangelo può abitare una cucina, una camera da letto, una discussione, una riconciliazione, una malattia e una giornata normalissima.
Forse ottobre 2026 potrà aiutarci a compiere proprio questo passaggio: da una pastorale che parla delle famiglie a una pastorale costruita insieme alle famiglie. Ma questo richiederà anche una risposta da parte nostra. Perché essere corresponsabili significa smettere di aspettare sempre che qualcuno faccia qualcosa. Significa guardarci intorno. Accorgerci di chi abbiamo accanto. E domandarci seriamente: quale famiglia possiamo accompagnare noi? Forse la missione comincia proprio così. Con una porta aperta. Una storia raccontata senza finzioni. E due sposi che dicono ad altri due: «Non abbiamo tutte le risposte. Ma possiamo camminare insieme».
Antonio e Luisa
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