«Ester rispose: “L’avversario, il nemico, è quel malvagio di Aman”. Allora Aman fu preso da terrore alla presenza del re e della regina» (Est 7,6).
Come Ester, anche gli sposi possono spezzare i giochi psicologici e custodire l’amore portando alla luce ciò che ferisce, con coraggio e carità. Clicca qui per leggere i moduli precedenti.
Il settimo capitolo del libro di Ester rappresenta il momento nel quale tutto ciò che era rimasto nascosto viene finalmente portato alla luce. Ester ha digiunato, pregato, affrontato il rischio di entrare dal re senza essere chiamata e atteso il momento opportuno. Non ha agito impulsivamente, ma non ha neppure rinunciato a parlare. Durante il secondo banchetto, Assuero le domanda ancora una volta quale sia la sua richiesta, promettendo di esaudirla. Questa volta Ester risponde.
La regina non comincia accusando Aman. Parte da sé, dalla propria vita e dal pericolo che minaccia il suo popolo: «Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, o re, e se così piace al re, mi sia concessa la vita secondo la mia domanda e il mio popolo secondo la mia richiesta». Per la prima volta Assuero comprende che il decreto firmato con il proprio sigillo non riguarda un popolo astratto e lontano. Riguarda Ester, la donna che ha davanti.
Aman aveva ottenuto il consenso del re attraverso una descrizione vaga e manipolatoria. Aveva parlato di «un popolo disperso» con leggi diverse, presentandolo come una minaccia per il regno. Non aveva raccontato la vera origine del proprio odio: il rifiuto di Mardocheo di inchinarsi davanti a lui. Aveva trasformato una ferita personale in una questione politica, nascondendo le proprie intenzioni dietro l’interesse del sovrano. Ester compie il movimento opposto. Toglie il velo, restituisce un volto alle vittime e chiama il male con il suo nome.
Quando il re domanda chi abbia osato progettare tutto questo, Ester non ricorre a mezze parole: «L’avversario, il nemico, è quel malvagio di Aman». È una frase forte, ma non impulsiva. Ester non sta esplodendo dopo avere represso troppo a lungo la rabbia. Ha preparato quel momento, ha verificato la realtà e ora espone i fatti con chiarezza. La verità arriva quando Ester smette di nascondere la propria identità e Aman non può più nascondere le proprie intenzioni.
Anche nelle nostre relazioni il male agisce spesso attraverso ciò che rimane nell’ombra. Non sempre assume la forma di grandi tradimenti o azioni evidenti. Può insinuarsi attraverso risentimenti mai espressi, bisogni comunicati indirettamente, mezze verità, silenzi punitivi e interpretazioni che non abbiamo mai verificato.
All’inizio può sembrare più semplice non parlare. Temiamo la reazione dell’altro, abbiamo paura di provocare un conflitto o ci convinciamo che la situazione si risolverà da sola. Così continuiamo a sorridere mentre accumuliamo amarezza. Diciamo «non è niente» quando invece qualcosa ci ha feriti. Affermiamo che va tutto bene, ma iniziamo a prendere le distanze.
Ciò che viene nascosto, però, non scompare. Spesso continua ad agire sotto la superficie della relazione. L’Analisi Transazionale definisce giochi psicologici alcune sequenze relazionali ripetitive nelle quali la comunicazione avviene contemporaneamente su due livelli. A livello esplicito sembra che stiamo parlando di un fatto concreto; a livello nascosto cerchiamo invece di ottenere una conferma, evitare una responsabilità o spingere l’altro a interpretare un determinato ruolo.
Una moglie può dire: «Fai pure quello che vuoi», ma sperare che il marito comprenda che desidera essere cercata. Il marito prende quelle parole alla lettera e si allontana. Lei allora conclude: «Lo sapevo che non ti importava di me». Oppure un marito può chiedere continuamente consiglio, rifiutare ogni proposta della moglie e terminare dicendo: «Vedi? Non esiste nessuna soluzione». Il tema della discussione cambia, ma il risultato resta prevedibile: entrambi si sentono frustrati e ciascuno trova conferma della propria convinzione.
Il gioco si alimenta attraverso messaggi ambigui. Diciamo qualcosa, ma ne intendiamo un’altra. Chiediamo vicinanza attraverso un’accusa. Cerchiamo rassicurazione provocando gelosia. Vogliamo essere ascoltati, ma iniziamo la conversazione mettendo l’altro sulla difensiva. Dietro questi comportamenti non c’è sempre malizia consapevole. Spesso sono strategie apprese molto presto, quando non sapevamo o non potevamo esprimere direttamente ciò di cui avevamo bisogno. Forse abbiamo imparato che per ricevere attenzione dovevamo ammalarci, chiuderci, compiacere o creare un problema. Quelle strategie potevano essere state utili nell’infanzia, ma nella vita adulta rischiano di impedirci un’intimità autentica.
Nei giochi psicologici possiamo assumere i ruoli di Vittima, Persecutore o Salvatore. La Vittima si sente impotente e attende che qualcuno risolva la situazione. Il Persecutore accusa, giudica e punisce. Il Salvatore interviene senza che gli sia stato chiesto, si rende indispensabile e finisce spesso per accumulare risentimento. Questi ruoli non sono fissi. Durante la stessa discussione possiamo passare rapidamente dall’uno all’altro. Chi comincia accusando può sentirsi improvvisamente vittima della risposta ricevuta. Chi cerca di salvare l’altro può diventare persecutore quando non vede riconosciuti i propri sforzi. Alla fine nessuno si sente davvero incontrato.
Il racconto di Ester mostra una dinamica simile su una scala drammatica. Aman si era presentato al re come difensore del regno, quasi come un Salvatore preoccupato dell’ordine pubblico. Aveva descritto il popolo giudeo come Persecutore delle leggi del re e aveva nascosto la propria aggressione dietro una presunta buona intenzione. Ora Ester rompe il gioco mostrando la realtà: colui che si era presentato come difensore è in realtà l’aggressore. Uscire da un gioco psicologico significa proprio questo: rendere visibile ciò che prima agiva in modo nascosto.
Ester non accetta più il ruolo della vittima silenziosa. Non cerca però neppure di manipolare il re. Parla in modo diretto, identifica il pericolo e si assume il rischio delle proprie parole. Torna, potremmo dire, allo stato dell’Io Adulto: presenta la realtà senza nascondersi, senza confondere i fatti con le supposizioni e senza affidarsi a messaggi indiretti.
Nella coppia possiamo compiere lo stesso passaggio. Invece di dire: «Non ti interessa mai nulla di me», possiamo dire: «Quando ieri sera hai continuato a guardare il telefono mentre ti parlavo, mi sono sentita trascurata. Avrei bisogno di dieci minuti nei quali tu mi ascoltassi senza distrazioni». Invece di chiuderci aspettando che l’altro indovini, possiamo confessare: «Sono ferito e avrei bisogno che ti avvicinassi». Invece di presentarci come gli unici a fare tutto, possiamo chiedere concretamente una collaborazione. La verità diventa liberante quando distingue quattro elementi: ciò che è accaduto, ciò che abbiamo provato, il bisogno che riconosciamo e la richiesta che desideriamo formulare.
Questo non significa parlare senza alcun filtro. La sincerità non giustifica la crudeltà. Dire «io sono fatto così» non ci autorizza a scaricare sull’altro ogni pensiero, giudizio o emozione. La verità cristiana non è una pietra da lanciare, ma una luce da accendere. Ha bisogno della carità, del momento opportuno e del rispetto per la dignità dell’altro.
Ester ci ha già mostrato questo equilibrio. Prima di parlare ha pregato. Prima di accusare ha verificato. Prima di indicare Aman ha trovato il coraggio di rivelare la propria appartenenza al popolo minacciato. Non denuncia il male per umiliare un avversario, ma per salvare delle vite. Anche nella coppia dobbiamo chiederci quale sia lo scopo della verità che stiamo per pronunciare. Vogliamo costruire comunione oppure vincere? Desideriamo aiutare l’altro a comprenderci oppure vogliamo farlo sentire colpevole? Stiamo nominando un comportamento concreto oppure stiamo condannando l’intera persona?
Smascherare il male non significa identificare il coniuge con il male. Possiamo dire: «Questo comportamento mi ferisce», senza affermare: «Tu sei una persona cattiva». Possiamo porre un limite a una dinamica distruttiva senza negare la dignità dell’altro. Possiamo rifiutare una manipolazione senza smettere di amare.
Ci sono però situazioni nelle quali il male non può essere affrontato soltanto attraverso una conversazione di coppia. In presenza di violenza, abuso, dipendenza grave o controllo coercitivo, uscire dal gioco significa anche cercare protezione e aiuto competente. La carità non obbliga a rimanere esposti al pericolo e il perdono non elimina la necessità di confini, conseguenze e giustizia.
Quando Ester pronuncia il nome di Aman, tutto il sistema costruito sulla menzogna comincia a crollare. Il re comprende di essere stato manipolato. Aman, che fino a quel momento si era sentito potente, viene preso dal terrore. Il palo preparato per Mardocheo diventa il luogo della sua condanna. Il racconto biblico utilizza un capovolgimento netto: il male finisce per essere travolto dallo stesso meccanismo che aveva predisposto contro un innocente. Non dobbiamo leggere questo passaggio come un invito alla vendetta personale, ma come l’affermazione che il male non è onnipotente. Può dominare per un tempo, può nascondersi dietro parole persuasive e perfino ottenere l’appoggio del potere, ma non possiede l’ultima parola sulla storia.
Nella vita reale, la verità non emerge sempre rapidamente come nel racconto di Ester. Alcune menzogne resistono a lungo e alcune ingiustizie non ricevono piena riparazione durante la nostra vita. Tuttavia, ciò che resta nascosto continua ad avere bisogno della luce. La guarigione inizia quando smettiamo di proteggere la menzogna con il silenzio. Questo vale anche per le verità che riguardano noi stessi. È facile riconoscere Aman nell’altro; è più difficile vedere le dinamiche manipolatorie che usiamo personalmente. Qualche volta siamo noi a provocare, colpevolizzare o assumere il ruolo di vittima per evitare una responsabilità. Smascherare il male richiede l’umiltà di domandarci non soltanto «Che cosa mi sta facendo l’altro?», ma anche «Che cosa sto facendo io dentro questa dinamica?».
L’Adulto integrato non cerca un colpevole assoluto. Osserva la relazione, riconosce il proprio contributo e sceglie una risposta nuova. Può dire: «Quando tu fai questo, io reagisco in questo modo e finiamo sempre nello stesso punto. Non voglio continuare così. Proviamo a parlarci diversamente». Gesù afferma che la verità ci farà liberi. Non dice che sarà sempre comoda. La verità può destabilizzare equilibri costruiti sulla paura, costringerci ad assumerci responsabilità e mostrare ferite che avremmo preferito nascondere. Eppure soltanto una relazione capace di verità può diventare realmente intima.
Ester entra nella sala del banchetto ancora nascosta dietro la propria identità segreta. Ne esce come una donna che ha pronunciato il proprio nome, difeso il proprio popolo e smascherato colui che voleva distruggerlo. Anche nel matrimonio arriva il momento nel quale dobbiamo smettere di parlare per allusioni, uscire dai ruoli che ripetiamo e portare alla luce ciò che sta avvelenando la comunione. Non per distruggere l’altro, ma per impedire che ciò che rimane nascosto distrugga lentamente il nostro amore.
La verità detta con coraggio e carità non è la fine della relazione. Molte volte è il primo passo perché la relazione possa finalmente ricominciare.
Per dialogare insieme
- Quali discussioni tra noi tendono a ripetersi sempre con lo stesso copione e lo stesso esito?
- Quando desidero qualcosa da te, riesco a chiederlo direttamente oppure uso silenzi, accuse, ironia o senso di colpa?
- In quale ruolo entro più facilmente: Vittima, Persecutore o Salvatore?
- C’è una verità che non ti sto dicendo per paura del conflitto, ma che continua ad agire dentro di me?
- Quando parlo con sincerità, cerco la comunione oppure voglio dimostrare di avere ragione?
- Quale comportamento concreto dovremmo portare alla luce senza identificare la persona con il suo errore?
Scegliete una dinamica che tende a ripetersi tra voi. Ognuno provi a descriverla completando queste frasi: «Il fatto concreto è…», «Quando accade, io provo…», «La mia reazione abituale è…», «Ciò di cui avrei bisogno è…», «La richiesta concreta che ti faccio è…». Ascoltatevi senza interrompere e cercate insieme una risposta nuova da sperimentare durante la settimana.
Per pregare
Signore Gesù, Tu sei la via, la verità e la vita. Entra nelle zone della nostra relazione che abbiamo lasciato nell’ombra e donaci il coraggio di guardarle senza paura. Liberaci dai giochi che ripetiamo, dalle parole che nascondono altri messaggi, dai silenzi usati per punire e dalle accuse con le quali cerchiamo di proteggerci. Aiutaci a riconoscere quando ci comportiamo da vittime, quando perseguitiamo l’altro con il giudizio e quando cerchiamo di salvarlo per sentirci indispensabili. Come Ester, donaci la sapienza di attendere il momento opportuno e il coraggio di parlare quando quel momento arriva. Insegnaci a dire la verità senza umiliare, a nominare il male senza distruggere la persona e a porre confini senza rinunciare all’amore. Quando siamo tentati di accusare, aiutaci a riconoscere anche la nostra responsabilità. Quando abbiamo paura di esprimerci, ricordaci che ciò che viene nascosto continua ad agire. Quando la verità fa male, sostienici perché non fuggiamo e non la trasformiamo in un’arma. Donaci uno sguardo limpido per distinguere i fatti dalle interpretazioni, le ferite del presente da quelle del passato e la correzione dall’aggressione. Metti sulle nostre labbra parole chiare, rispettose e capaci di aprire una strada nuova. Proteggi chi vive situazioni di violenza, abuso o manipolazione grave. Dona il coraggio di chiedere aiuto, la presenza di persone competenti e la possibilità di ritrovare sicurezza e dignità. Signore, fa’ che nella nostra casa non abbiamo bisogno di maschere. Rendici una coppia nella quale sia possibile raccontare una fragilità, confessare un errore, chiedere perdono e ricominciare. Porta alla luce ciò che minaccia la nostra comunione e non permettere che il risentimento cresca nel silenzio. La Tua verità non venga tra noi per condannarci, ma per liberarci da tutto ciò che ci impedisce di amarci pienamente. Donaci il coraggio di Ester, l’umiltà di riconoscere i nostri giochi e la libertà di scegliere relazioni fondate sulla trasparenza. Fa’ che ogni verità pronunciata nella carità diventi un passo verso una comunione più autentica. Amen.
Antonio e Luisa