Ringrazio Antonio per avermi scelto nel parlare della Fortezza: in effetti, è forse la virtù cardinale che contraddistingue di più la mia vita in questi anni. Mi viene da sorridere pensando a come mi chiamo, sembra quasi che fosse tutto già scritto: il nome Ettore ha origine greca, da “Hektor”, e significa “sostenitore del popolo” o “colui che tiene forte”, richiama qualità di coraggio, forza e protezione. Non mi ritengo un superuomo, anch’io come tutti, ho paura, dubbi, insicurezze e d’altra parte sono proprio queste forse le cose che ti fanno sentire vivo e ti fanno capire che, nonostante il tuo impegno, la vita non sta nelle tue mani.
Io ho una formazione logico-matematica e per molto tempo della mia vita ho provato inutilmente a organizzare e a tenere tutto sotto controllo, fino a costatare che, per fortuna, non siamo noi a tenere le fila; non puoi prevedere il futuro, non puoi preservarti da ciò che accadrà, puoi solo affidarTi.
Quando mi sono sposato avevo 26 anni, due anni prima avevo perso il mio giovane papà, dopo una brutta malattia e per me è stato come gettare un’ancora nella mia vita: due sposi che si vogliono bene e gettano le fondamenta di una nuova famiglia; sentivo che niente avrebbe potuto fermarci e non c’era nulla che mi spaventava. Eppure tutto questo bel castello, dopo 12 anni è crollato miseramente e lì davvero ho sperimentato la sofferenza, la paura di non farcela e lo smarrimento totale.
Non avevo più forze, ma è stato proprio lì che il Signore ha cominciato a insegnarmi cosa sia la fortezza cristiana: non la forza di chi non sente paura, ma quella di chi, pur tremando, resta saldo. Inconsapevolmente avevo appoggiato tutta la mia vita a una donna e quando questa è venuta a mancare, mi sono reso conto del grave errore: solo Lui dovrebbe essere la roccia su cui poggia un matrimonio. Io mi sento come quella casa costruita sulla roccia: nonostante la pioggia, i fiumi che straripano e i venti forti, rimango in piedi, non per merito mio, ma perché mi aggrappo con tutte le mie forze a Chi mi può proteggere. In questo San Giuseppe ha una fortezza straordinaria, quella di restare nel matrimonio, restare nella paternità, restare nella missione che Dio ci affida, anche se non ci si capisce niente.
Restare anche quando l’altro non ci comprende, quando la comunicazione s’inceppa, quando il sentimento viene meno: questo è l’atto più profondo della libertà umana e cristiana. Sembra paradossale, ma la forza più grande non è quella che si dimostra agli altri, ma quella che si attua nell’umiltà e nel nascondimento: vivo le mie giornate nella quotidianità, lavorando, passando del tempo con le figlie, aiutando le persone, costruendo relazioni, anche se mia moglie se n’è andata, perché “tutto posso in Colui che mi dà forza”.
Non è sempre facile, a volte sento la fatica, la stanchezza, anche l’insofferenza verso Dio che sembra sia indifferente alla mia situazione e allora, grazie ai sacramenti, in particolare confessione e comunione, rimetto Gesù al centro. Può sembrare una battaglia combattuta in difesa, ma non sono qui a sopportare una croce e basta: io liberamente scelgo cosa fare e in questo caso di vivere nella fedeltà a Gesù vivo in mezzo a noi, anche se pensano che sia un pazzo, perché so che è la strada del bene per me, per le mie figlie e per chi mi sta intorno, nonostante sia in salita (chi va in montagna sa che i panorami più belli si vedono dalle cime più alte e quindi più faticose da raggiungere).
In una società egoistica come la nostra, poche persone fanno scelte di bene, andando oltre il proprio egoismo, ma qualcuno deve pur dare la vita per comunicare che l’amore va oltre il male ricevuto, oltre le ferite, oltre il ritorno, oltre la sofferenza, avendo come riferimento quello che è successo a Gesù sulla croce. Gesù ha sopportato tutto quello che Gli hanno fatto per amore, perché aveva un obbiettivo grandissimo, perché era la sua missione, non c’era un altro modo.
Io voglio fare la mia parte, non mi tiro indietro, anche se qualche volta sono tentato di farlo, perché Gesù mi è accanto, non potrà succedermi niente che non sia per il mio bene, anche se non capisco. La fortezza raramente richiede atti eroici: certo se mia figlia per caso stesse per essere investita da un’auto, non esisterei un attimo a proteggerla rischiando di morire, perché è giusto così, perché lei è più importante di me, perché antepongo la sua vita alla mia, perché in quel momento solo io posso salvarla, perché è stata affidata a me, perché le voglio bene, perché alla fine l’amore vero è dare, dare tutto, perdere perché si dà qualcosa e morire a noi stessi.
Più frequentemente la fortezza si misura nella fedeltà di ogni giorno: si tratta di alzarsi ogni mattina e scegliere da che parte stare, anche se costa fatica; è facile promettere amore eterno sull’altare, è più difficile mantenerlo la sera, quando sei stanco, non hai più voglia di parlare e vorresti far scomparire tutti, ma è lì che il “sì” diventa vero. L’amore non è un sentimento, non è sentire qualcosa per l’altro, è una scelta da rinnovare quotidianamente: va bene, vuoi andartene, vuoi tradirmi? Fai pure, io rimango qui ad amarti, nonostante tutto.
Come un navigatore che indica continuamente la meta, io so dove voglio arrivare: posso sbagliare strada, posso confondermi, possono accadere fatti brutti, ma il navigatore rielabora il percorso per portarmi in Paradiso (per citare un detto, “barcollo, ma non crollo”). Ecco, per me la fortezza è proprio questo: restare saldi, anche tremando, perché Dio è fedele e non abbandona chi si affida a Lui.
Questo articolo è tratto dalla testimonianza di Ettore pubblicata nel testo La grazia degli imperfetti
Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)
