Con Gesù, sulla strada.

..di Pietro Antonicelli e Filomena Scalise dal Blog “Sposi&Spose di Cristo”:

Oggi abbiamo pensato di raccontare ancora un po’ della nostra storia. Buona lettura:

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Salve a tutti, sono Pietro Antonicelli. 

Oggi mi racconto un po’.

La mia storia di vita – che si intreccia alla Fede in Gesù Cristo – mi ha visto nel 2012 approdare nelle strade di Roma.

Dopo una vita lontana da Dio, ho incontrato Gesù durante la Marcia Francescana nel 2007 e dopo varie vicende è nato in me il sogno di vivere radicalmente il Vangelo. Questo profondo desiderio mi ha portato nel 2010 ad iniziare un cammino di consacrazione con i Frati Minori (Francescani). Ma dopo due anni di vita in Convento mi sono ritrovato a desiderare di fare un passo oltre…

Il desiderio di una maggiore radicalità nella vita e nell’annuncio del Vangelo mi ha portato a scegliere di andare a vivere senza una fissa dimora per le strade di Roma, mettendomi alla pari dei barboni, dei punkabbestia, delle prostitute, dei tossici, dei malati psichiatrici, egli emigrati e di tutti quegli ultimi che popolano le strade della Capitale.

Desideravo vivere in mezzo a loro per testimoniare l’amore di Cristo per ogni uomo semplicemente con la mia presenza e con la presenza di Filomena, che oggi è mia moglie, ma all’epoca era consacrata laica ed aveva fatto la stessa mia scelta diversi anni prima.

Insieme a lei vivevamo per strada col desiderio di vivere questa piccola missione con gli ultimi.

Di seguito riporto un’intervista che mi fu rivolta durante il periodo in strada da un caro amico, oggi dottore in Psicologia.

Correva l’anno 2013, ed il 19 Marzo – Festa di San Giuseppe – il caro dr. Umberto Marrone che allora studiava Psicologia a Roma, volle incontrarmi per poter compilare una tesina che serviva per i suoi studi:

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“Sono Umberto e questa è una fredda serata invernale romana. Il vento soffia impetuoso e la pioggia bagna ogni sampietrino della capitale. Sono in marcia su via della Conciliazione, monumentale arteria che conduce sino al maestoso colonnato di San Pietro, fulcro e origine del mondo cattolico. Privo di ombrello ma difeso dallo sferzare dell’acqua dal cappuccio del mio pesante cappotto invernale, procedo spedito per il freddo, sperando che la fermata metro sia più vicina del solito, per potermi finalmente riparare dal gelo che m’invade.

L’aria che mi circonda ha qualcosa di surreale: la pioggia e il vento hanno scoraggiato anche i più temerari turisti che in genere colorano la zona e si respira un silenzio alto, profondissimo che, da queste parti, è di certo rarissima merce. Nel camminare sono combattuto tra il desiderio di correre al chiuso e quello di godermi quest’inaspettato angolo di pace. Nella “lotta”, per risparmiarmi seppur pochi metri di strada sotto la pioggia, decido di attraversare i portici che antistanno al colonnato della basilica, luogo di raduno per eccellenza di coloro che non hanno un letto e un tetto sotto cui passare la notte. Soffermando lo sguardo su questa sezione d’umanità ai miei occhi triste, rassegnata, vittima, il mio sguardo è attratto da una coppia di loro. Non so perché ma uno di loro ha un viso a me noto… ma certo: è Pietro!

Di origini pugliesi, come le mie, ha vissuto diversi anni in vari conventi dell’Ordine dei Frati Minori, in Puglia e nel Lazio, prima di intraprendere uno stile di vita diverso, inconsueto. Ha scelto di vivere in strada, qui nella capitale. La motivazione di una scelta tanto radicale è esclusivamente la Fede, ma la sua modalità di vita lo porta a stretto contatto con persone che, diversamente da lui, sono state costrette a vivere in strada o a condividere con lui aspetti della giornata a causa di ristrettezze economiche, sullo sfondo dell’attuale situazione di crisi planetaria.

È una vita ai margini quella che Pietro ha scelto. Ma nella sue giornate non è solo: le condivide con un’amica, Filomena, che, come lui, quella sera di pioggia era stupita dall’insistente, strano interesse che pareva mostrare quel passante col cappuccio.

Mi rendo conto di essere irriconoscibile, infagottato come sono. Allora tiro giù il cappuccio e quasi urlo: «Pietro!»

L’espressione di preoccupazione sul suo viso si trasforma in sorriso e la risposta quasi immediata mi rincuora: «Umberto!»

Ed ecco i consueti abbracci calorosi al ritrovamento di un amico di cui si erano perse le tracce da tempo. Pietro è quello di sempre: alto più o meno quanto me, bruno, magro, ma soprattutto con un largo e coinvolgente sorriso. Mi abbraccia e mi sfiora con la sua barba ormai lunga (in questo differisce sicuramente dal passato). Ma la forza e la gioia sono quelle di sempre. Subito mi presenta Filomena, sua compagna d’avventure, e chiacchieriamo, scherziamo e giochiamo come se il tempo non fosse passato, come se la vita non ci avesse cambiati.

Pietro è quello di sempre, ma ora vive in un modo nuovo, diverso. È felice, molto felice, glielo si legge negli occhi quando si ha il coraggio di fissarli, lì, sopra quel sorriso sempre raggiante e quella barba incolta.

Chi meglio di lui poteva essere per me testimone di una storia di rottura con il passato, di un potere insito in coloro che vivono ai margini della nostra società?

E Pietro, con l’aiuto di Filomena, qualche tempo dopo quell’incontro, non si è tirato indietro di fronte alla mia richiesta.

Intervista

Intervistatore: Pietro, quanti anni hai?

Pietro: 31.

Int.: Ci racconti un po’ liberamente come vivi?

 

Pietro: Beh, è più facile partire dal quotidiano, perché è quello che spiega a grandi linee quella che è la mia scelta.

Vivo in strada, condivido questa esperienza con Filomena, che ho conosciuto durante l’ultimo periodo di esperienza in convento, dai Francescani, dove ho vissuto nel complesso 2 anni e mezzo.  Lei già aveva vissuto per diversi anni in strada, come scelta di vita legata ad una vocazione particolare. Io, attratto dalla realtà della strada, uscendo dal convento ho pensato di iniziare subito questa esperienza.

La vita del convento non c’è più, ma vivo una vita da cattolico laico per strada.

La mia giornata ora è scandita dalla preghiera. La mattina, dopo la colazione e un saluto con Filomena che va a lavorare, io solitamente vado nella Cappella dell’Adorazione di piazza Venezia e sto lì fino alla chiusura, tra mezzogiorno e le 13.00; prego con la gente fino all’orario di chiusura. Poi cerco di mangiare qualcosa, per lo più arrangiandomi con un panino o qualcosa del genere. Poi resto in giro fino a che non riapre la cappella della Madonnella e torno lì a pregare fino alla Messa, alle 19 e 30.

Le varianti quotidiane sono diverse. Una giornata posso trascorrerla totalmente in giro, da una chiesa all’altra, mantenendo comunque un clima interiore di preghiera lungo la strada pregando il Santo Rosario e alternandolo con la “Preghiera del cuore” della tradizione ortodossa…

La giornata quindi è basata principalmente sulla preghiera: lodi al mattino, ora media, la sera i vespri. La giornata può svolgersi per lo più nello stesso luogo oppure come un pellegrinaggio da un santuario all’altro della città di Roma.

Quando c’è l’Adorazione il luogo fisico determina molto la preghiera: un luogo come una cappella permette una concentrazione maggiore, ma io do molto valore anche alla preghiera lungo la strada, che si arricchisce di tutto ciò che la strada contiene: i rumori, con la gente, gli odori, il clima, i luoghi. Roma offre panorami molto suggestivi e questo va a riempire, arricchire la preghiera e l’incontro col Signore.

È una vita per strada, ma ci sono delle particolarità: ad esempio stasera siamo in un pub. Con la mia amica Filomena non ci vergogniamo di prenderci dei momenti che la gente di strada solitamente non può vivere, perché pensiamo sia importante ritagliarci dei momenti più nostri per la condivisione perché forse una vita vissuta sempre e comunque sulla strada diventa deleteria, alienante e fiaccante fisicamente.

Ho visto che l’eccessiva stanchezza fisica non porta a niente, si prega peggio… la strada è stressante di per sé… perché si è sempre al centro. Sei ai margini della società, però nello stesso tempo sei costantemente al centro dell’attenzione della gente che passa. Qualcuno ti considera, altri meno, però sei un personaggio pubblico, costantemente, anche la notte, quando dormi. Sei incosciente ma c’è qualcuno che vede il tuo corpo lì, in un luogo pubblico. Per questo ci sono dei momenti che ci ritagliamo per la condivisione nostra. Cerchiamo di avere momenti per vivere insieme la preghiera, lo svago, tipo una passeggiata, molto importanti perché questo permette anche di vivere lo stare insieme, la condivisione che ci permette di poter vivere nella logica dell’incarnazione, dove l’altro esiste: quella cattolica non è solo una fede spirituale o spiritualistica ma è lo Spirito che si incarna e quindi da cristiano, da cattolico, da credente, ritengo molto importante confrontarmi, litigare…

È essenziale il rapporto semplicemente umano. Diversamente non si potrebbe realizzare il comandamento che Gesù ci lascia e che è quello di amare il nostro prossimo come Lui ci ha amati. L’altro diventa specchio del grado di crescita della fede, il metro: io posso amare teoricamente tutti ma poi nella concretezza, quanto riesco a prendermi cura di questa persona? E mi lascio curare anche da lei?

Uno dei problemi della vita di strada può essere quello di diventare dei continui mendicanti, mendicare continuamente qualcosa, che sia il cibo, che a volte mi sono ritrovato con Filomena a mendicare; ma anche mendicanti di attenzioni; quindi essere sempre qualcuno che chiede e riceve, e mai qualcuno che dà. Io penso che la gente di strada soffra molto di questa realtà; ma secondo me la tristezza più grande di una persona, la cosa più faticosa e più brutta sia quella di essere dei semplici consumatori di un qualcosa, di un servizio, che può essere la mensa, la doccia, la colletta. Qualcuno che sempre usufruisce di qualcosa… Credo che si è realmente contenti quando si riesce a dare qualcosa, di materiale, di affetto. Questo lo vedo anche dal fatto che non di rado ci capita di ricevere qualcosa dalla gente di strada.

Con alcuni si è instaurata un’amicizia ed è bello vedere, ad esempio, una zingara che ti offre la pizza che le hanno regalato o un gruppo di barboni che la notte di Natale ti offre da bere un sorso di vino dall’unico bicchiere che gira per tutti.

Condividere, prendersi cura, questo vedo che rende felici le persone.

La mia modalità di vita mi permette di incontrare tanta gente qualora lo desidero, diversamente se ci si vuole ritagliare una giornata solo per se stessi lo si può fare.

Gli incontri con soltanto persone di passaggio rischiano di lasciare il tempo che trovano, perché non sono relazioni costanti, ma passeggere e superficiali. Si può anche trovare quello che ti consegna tutto ciò che ha vissuto nella sua vita perché sa che il giorno dopo non ti vedrà più, cosa che succede per strada. Ecco l’importanza della relazione con una persona che cammina al mio fianco.

Altra cosa che la mia esperienza mi ha fatto vedere è che quando sei per strada dai parecchia attenzione a tante cose, ti accorgi anche di molta gente attorno a te che sta nella tua stessa condizione, cose che prima non riuscivo a percepire. Si parla un linguaggio di strada, diverso, pian piano si incominciano a riconoscere le persone, perché magari con uno ci hai mangiato a cena, lo riconosci anche se non ci hai parlato… è come se c’è un mondo parallelo nella stessa città di Roma, coi suoi turisti, coi romani, c’è anche un mondo parallelo di vita di strada.

Per ciò che riguarda il rapporto con me stesso, per strada ha un sapore molto forte, perché c’è molto tempo in cui sono da solo, e sono quelle ore in cui la preghiera raggiunge quelle profondità che normalmente non riuscirebbe a raggiungere. Questo succede sia per strada che durante l’adorazione. Ciò succede perché ho tempo per farlo. Questo per me è importante: avere tempo per pregare in un certo modo; ma anche perché la situazione che vivo è una situazione di precarietà, che va a toccare le corde più profonde dell’esistenza umana: l’uomo, tutti quanti noi quotidianamente viviamo la precarietà. In una situazione “normale” la percezione di questo è molto bassa, a parte situazioni particolari quando accade un imprevisto che può magari risaltare più all’occhio di chi lo vive. Invece vivendo una dimensione in cui non c’è una casa propria, non c’è un luogo tuo, non hai mai un attimo di nido con te stesso, se non la preghiera, che può diventare la dimora in cui tu vai ad abitare, per forza di cose ti rifugi in Dio, attraverso la preghiera. L’essenza della creaturalità la sento, la vivo, e questo è faticoso da vivere perché anche il semplice renderti conto costantemente che sei molto vulnerabile ti pone di fronte a te, agli altri e a Dio in un modo nuovo, in un modo che non sempre è piacevole, a volte prende le forme di una preghiera sofferta perché mi vedo come si vede il salmista che cerca davvero rifugio sotto le ali di Dio.

Quindi, grazie al mio modo di vivere, la preghiera diventa concreta, esce dalla dimensione dell’astratto. Per me l’esperienza della precarietà che sto mi porta a quella dimensione interiore particolare che è proprio quella della creatura, che è propria della creatura. Cioè della creatura che si pone di fronte a questo Dio creatore con tutta la sua fragilità.

La strada mi pone di fronte anche alle mie mancanze, ai miei peccati in un modo totalmente nuovo rispetto a prima, perché non ci si può nascondere, a meno che uno fa finta di niente e si prende in giro, cosa che si può sempre fare, anche sulla strada.

Questa per me è un occasione di mettermi a nudo di fronte a me stesso, a Dio e agli altri. Dico anche agli altri perché ad esempio l’altro giorno mentre ero su un tram sono salite delle zingare. Quando le ho viste ho cambiato il lato della borsa. Io però non volevo ammettere a me stesso di aver fatto questo. Quando ho visto un’altra persona che si era tolta lo zaino dalle spalle e se lo era messo sulla pancia, interiormente l’ho criticata, l’ho giudicata: “Vedi i pregiudizi”. Però mi sono reso conto, oggi ho il coraggio di dire, che io l’ho pensato prima di quella persona. Quindi questo aiuta in un processo di umiliazione di sé. E penso che affidato a Dio poi possa produrre quanto meno un po’ di umiltà in più rispetto a prima.

Int.: Il motivo per cui hai scelto di intraprendere questa vita, è lo stesso che ti porta a continuarla oggi?

 

Pietro: Io sono partito dal convento sapendo cosa volevo fare per strada. Cioè con l’idea io vado lì e faccio questo. Oggi, a distanza di 9 mesi, dico che sono partito con un’idea e invece adesso mi trovo a vivere altro. Nel senso che prima ero partito con la presunzione tipica di quando si parte; oggi mi ritrovo scoperto, mi ritrovo innanzi a me stesso. Sto chiedendo anche alla mia guida spirituale di fare discernimento sulla mia vita, per capire come poterla spendere nel modo migliore, come poterla donare a Cristo e alla sua Chiesa. Se è possibile incastonarla in qualche modo nella Chiesa. Ora sono in una fase di discernimento: sto rileggendo un po’ il passato con le capacità che posso portare nel presente e nel futuro. Un vero e proprio discernimento vocazionale per capire dove il Signore mi chiama, a cosa mi chiama e con chi mi chiama. Tutto questo lo sto vedendo attualmente e sono contento di come stia andando.

In questi giorni sto riflettendo sulla condizione del roveto ardente, luogo in cui Mosè trova Dio. Ascoltando un omelia del mio padre spirituale, mi si spiegava che noi tendiamo ad immaginare in modo fiabesco questo roveto. In realtà lui tagliando i rovi nel bosco del convento, si rede conto che si tratta di una pianta selvatica, piena di spine, che se la tagli ti si attorciglia al collo, ti strozza. E non è neppure una pianta bella: rientra tra le piante infestanti, non considerata buona dall’uomo.

Però è ardente nel senso che lì, in quella pianta così poco pregiata e pericolosa nel trattarla, Mosè incontra Dio.

Sto rileggendo la mia vita alla luce anche di questo. Riconoscere quelli che sono i roveti ardenti e le difficoltà in cui io posso dire oggi che nella mia vita passa davvero la grazia di Dio, luogo in cui io ho incontrato Dio; Dio ha detto qualcosa alla mia vita attraverso quella situazione. Il roveto nel senso che è stato faticoso; ma nello stesso tempo è un dono, fonte di vita.

Questo lo dico adesso perché si lega alla dimensione della strada, perché io con la precarietà ho un rapporto di odio e amore; nel senso che la precarietà l’ho scoperta da un po’ di anni tramite un evento molto intimo, e mi ha spaventato molto. Però è qualcosa che per me è un roveto perché è faticosa, mi mette a nudo, mi dice chi sono, mi dice che sono cenere, cosa che passa, passeggero, fragile, sono niente. Però nella dimensione della fede diventa l’unica possibilità dell’incontro con Dio, il Dio di Gesù Cristo: nella debolezza dell’uomo c’è la possibilità di incontrare la grandezza e la forza di Dio. Nella limitatezza dell’uomo ci può essere, si può manifestare l’illimitata potenza di Dio.

Anche la stanchezza fisica è vissuta in un modo particolare; ad esempio il fatto che la notte si è indifesi: quando chiudi gli occhi qualcuno potrebbe passare e per capriccio darti un calcio e tu non ci puoi fare niente. La precarietà tocca quindi profondamente il tuo corpo, la tua dimensione spirituale. Tutto ciò in un rapporto di odio e amore. Odio perché è difficile accettarlo; è difficile accettare di non essere in qualche modo Dio, soprattutto oggi, in cui il mondo ti tartassa e ti dice che tu devi essere Dio, che tu puoi decidere, tu puoi sfruttare tutte le situazioni, mangiare tutto ciò che il mondo ti offre, ti puoi nutrire di cose che ti fanno male, perché sei libero e per questo devi farlo. Invece il rapporto con Dio dice tutta un’altra cosa. A me dice: riconosci la tua fragilità ma non come nichilismo, annientamento, perché Dio secondo me non annichilisce nessuno. Quello però è il punto di partenza per me per fare spazio all’infinito. Ed io la sento molto sulla carne questa cosa, non è una cosa spirituale; anzi è una cosa molto spirituale perché è vissuta nella carne: il cristianesimo è Dio che si incarna.

Int.: Nella relazione con le persone esterne, c’è un’attrazione da parte loro quando vedono una persona vivere sulla strada, un giaciglio fatto di cartone, che vive una vita completamente diversa da quella definita “normale”? C’è interesse da parte della gente? Ti capita che qualcuno si fermi per parlare e chiederti perché fai questa vita, come fai a sopravvivere col freddo dell’inverno, il caldo dell’estate, indifeso, in mezzo alla gente, ai turisti che hanno tutt’altro da fare e ti vedono lì sotto il colonnato di san Pietro? Oppure per la maggior parte sei insignificante?

 

Pietro: Più che interesse io parlerei di curiosità da parte delle persone. Non da parte di tutti, alcuni sono abbastanza indifferenti. Altri invece ti guardano con l’occhio curioso, soprattutto la sera in cui è più visibile che sei per strada, in quanto durante il giorno, tranne la barba e un abbigliamento abbastanza semplice e pratico, passi piuttosto inosservato. È la sera il momento in cui ti spogli delle apparenze e qualcuno si accorge che vivi per strada. La curiosità, a volte indiscreta di qualcuno. Magari c’è quello che passa guardandoti, si fa la risatina con l’amico. Oppure la gente che vuole aiutare, vista con gli occhi di chi riceve, tradisce spesso molta autoreferenzialità nel gesto. Cioè è come se dicessero: “io ti aiuto come dico io; guarda come  sono bravo”. E questo è amaro quando lo ricevi. Soprattutto alcune persone durante il periodo di Natale si sono fatte vedere più spesso sotto i portici (durante il periodo di Natale non sai più dove mettere quello che mangi, le coperte abbondano e non sai nemmeno che farne), e poi dopo Natale non si è visto più nessuno.

Poi ci sono anche le associazioni, che immagino vivano disagi a livello organizzativo: ad esempio la domenica e il sabato non passa la ronda a portare il cibo. Il sabato c’è solo la comunità di Sant’Egidio a Trastevere, la domenica  le Missionarie della Carità in zona san Pietro alle 5, o alle 6 di sera, aprono le porte e solo agli uomini. Per le donne non fanno questo tipo di servizio mensa: quelle che sono ospitate mangiano lì, ma quelle esterne non possono mangiare. Queste per esempio sono molte regole che, soprattutto le congregazioni religiose, hanno al loro interno; e su questo potremmo parlare a lungo.

Nella gente che passa qui a Roma trovi un po’ di tutto: quello che prova compassione, quello che si disinteressa, quello curioso, quello che ti insulta.

Ad esempio c’è una persona che apre al mattino presto un negozio nei pressi dove ci fermiamo per la notte per fare le pulizie, e puntualmente ci riempie di insulti e parolacce perché ritiene che stiamo lì perché non abbiamo voglia di fare niente. Lo vedi che si arrabbia e io penso che forse in lei come in tanti ci sia un sentimento che forse può essere invidia. Si, la gente di strada fa anche questo strano effetto. Da fuori alcuni pensano che i barboni se la spassino, si godano la vita perché non hanno impegni, scadenze di bollette, tasse, ecc…ignorando completamente la realtà di questa situazione).

Int.: Il modo in cui la gente si relaziona a te può essere condizionato dallo stato di cose del mondo, ad esempio la crisi, il momento particolarmente difficile?

Dicevi prima che la modalità di relazione che ha la gente nel periodo natalizio è diversa da quella di altri periodi. E questo è chiaramente dovuto al luogo comune che a Natale siamo tutti più buoni.. Però può essere anche condizionato anche da altri fattori tipo la crisi?

 

Pietro: Si. Certo la crisi impaurisce le persone: la gente è meno generosa per paura del futuro; e qui torniamo alla precarietà. C’è un forte ripiegamento su di sé: uno magari pensa “se non provvedo io a me stesso chi provvederà?”. C’è un forte ateismo sotto questo punto di vista, la paura nel domani, l’incapacità di affidarsi alla Provvidenza di Dio. Vince la legge del più forte e ne rimette la relazione. Io penso che questo non tocchi solo la gente di strada ma valga per tutti. Forse la crisi giustifica un po’ questo atteggiamento, che però secondo me rimane rischioso per l’uomo in generale. Uno si sente giustificato ad essere egoista perché c’è la crisi, nonostante sia innegabile che ci siano anche fattori contingenti, ad esempio la pochezza dello stipendio.

Filomena: Secondo me sulla crisi forse in questo momento ci sono mondi che si avvicinano: il pensionato che non arriva a fine mese si ritrova a mangiare alla mensa dei poveri esattamente come il punkabbestia o il barbone, oppure le persone divorziate, uomini soprattutto, spesso siedono allo stesso tavolo con noi o con altri che vivono per strada. O anche le badanti, donne che spesso risentono della condizione economica: mondi che si avvicinano paradossalmente. Alcuni si allontanano e altri si avvicinano: è un fenomeno sociale particolare.

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Grazie 🙂

Il tuo palato è come vino squisito.

Il tuo palato è come vino squisito,
che scorre dolcemente per il mio amore
e fluisce sulle labbra e sui denti!

Chi sta parlando a chi? Lui? Lei? Non lo sappiamo. Gli studiosi si dividono su questo passaggio. A me piace pensare che sia lui ad iniziare e lei a finire. Come in un intreccio condiviso e convissuto di sensazioni e di bellezza. D’altronde è sensato credere che sia così. Fino ad ora, nei versetti precedenti, Salomone ha decantato le qualità e la bellezza della sua amata. Provate a leggerlo in questo modo.

Lui: Il tuo palato è come vino squisito

Lei: che scorre dolcemente per il mio amore

Che bello. Lui, dopo aver decantato la meraviglia che avverte crescere in lui e che lo riempie di gioia, lascia la parola a lei, alla sua amata.

Lei in quella semplice affermazione sta dicendo a lui che tutta quella bellezza è per lui, solo e soltanto per lui.

Partendo dai piedi (Come sono belli i tuoi piedi nei sandali, figlia di principe!)  e passando per i fianchi (Le curve dei tuoi fianchi sono come monili, opera di mani d’artista) , l’ombelico (Il tuo ombelico è una coppa rotonda che non manca mai di vino aromatico), il ventre (Il tuo ventre è un covone di grano, circondato da gigli)  e i seni (I tuoi seni sono come due cerbiatti, gemelli di una gazzella) . Per poi salire al collo (Il tuo collo come una torre d’avorio) fino al viso. E nel viso gli occhi (I tuoi occhi come le piscine di Chesbon presso la porta di Bat-Rabbìm), e poi il naso (Il tuo naso come la torre del Libano che guarda verso Damasco). Poi ancor più su fino alla chioma (La chioma del tuo capo è come porpora; un re è tutto preso dalle tue trecce). Lei sta dicendo al suo amato che è tutta per lui. Non per costrizione ma per amore. Lei lo dice convinta perchè è ciò che vuole. Lei è per lui e questo la riempie di gioia. Lei è contenta di essere per lui perchè ha sperimentato ed è consapevole che lui è per lei. Che bello quando anche noi sposi riusciamo a raggiungere questo abbandono l’uno per l’altra. Lei si abbandona allo sguardo del suo amato perchè si sente preziosa ai suoi occhi. Percepisce in quello sguardo la verità di chi non vuole possederla, ma vuole accoglierla in lui come tesoro non meritato. Non vuole soffocarla, ma vuole abbracciarla teneramente. Qui è ancora più evidente come i due sposi del Cantico siano andati oltre la rottura del peccato originale. In loro, nel loro sguardo, c’è quella verità perduta che permette loro di non coprirsi e di mostrarsi per ciò che sono e per come sono senza paura di essere feriti per questo, nella consapevolezza che quello sguardo che li contempla nella loro nudità è quello che più si avvicina allo sguardo che Dio ha verso di ogni uomo. Anche noi possiamo. Crediamoci! Certo, con la Grazia del sacramento. Grazie al sacrificio redentivo di Cristo possiamo recuperare quello sguardo. Sta a noi impegnarci a fondo per questo. Capite ora, alla luce di quanto scritto sopra, come cambia anche la prospettiva delle parole di San Paolo nella prima lettera ai Corinzi:

La moglie non è arbitra del proprio corpo, ma lo è il marito; allo stesso modo anche il marito non è arbitro del proprio corpo, ma lo è la moglie.

Parole che lette con la mentalità odierna sanno di prevaricazione e di possesso. Vanno lette invece nella verità evangelica e di Dio. Verità raccontata nel Cantico e possibile per ognuno di noi.

C’è un esercizio che tutti gli sposi possono fare. Un esercizio che ci viene indicato dal Cantico stesso. Contemplatevi e ditevi quanto siete belli. Contemplatevi con lo sguardo e con le parole. Mostrate quanta meraviglia il corpo dell’altro/a ancora suscita in voi. Uno di fronte all’altro. Senza vestiti e senza paura. Che bello! Sentirsi amati e desiderati senza bisogno di mascherarsi da qualcuno che non si è. Che bello sentirsi belle senza paragonarsi ad altre, senza dover nascondere difetti e inestetismi che vi fanno soffrire. Che bello sentirsi dire Come sei bella non nascondendo nulla. Voi uomini non siate avari di complimenti. Esprimete ciò che il cuore vi suscita. Lei ne ha bisogno. Magari non ne siete abituati o avete perso l’abitudine. Magari non l’avete fatto mai perchè avete ancora delle ferite e dei blocchi che non vi permettono di abbandonarvi completamente. Questo esercizio serve tantissimo. Vi costerà fatica, ma piano piano vi guarirà e vi permetterà di guardarvi come mai avete fatto prima. Di contemplarvi come si contempla un’opera d’arte, e di comprendere come l’altro/a sia per voi il dono più prezioso che Dio vi ha fatto.

Antonio e Luisa

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro.21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore 30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito 38 Le piccole volpi che infestano il nostro amore. 39 Il mio diletto è per me. 40 Voglio cercare l’amato del mio cuore 41 Cos’è che sale dal deserto 42 Ecco, la lettiga di Salomone 43 I tuoi seni sono come due cerbiatti 44 Vieni con me dal Libano 45 Un giardino da curare 46 L’eros è un amore tenero 47 La tenerezza è amare come Dio ci ama 48 Mi hai rapito il cuore con un tuo sguardo 49 Fammi sentire la tua voce. Perchè la tua voce è soave 50 Mi baci con i baci della sua bocca 51 Quanti sono soavi le mie carezze sorella mia, sposa 52 Venga il mio diletto nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti 53 Le carezze dell’anima 54 Un rumore! E’ il mio diletto che bussa. 55 Il mio diletto ha messo la mano nello spiraglio  56 Io venni meno per la sua scomparsa 57 Mi han tolto il mantello 58 Che ha il tuo diletto di diverso da un altro? 59 Il matrimonio non è un armadio 60 Dolcezza è il suo palato  61 Uccidete il sogno 62 Bella come la luna 63 Sui carri di Ammi-nadìb 64 Vogliamo ammirarti 65 Non mendicanti, ma re e regine 66 Carne della mia carne 67 La tua statura rassomiglia a una palma e i tuoi seni ai grappoli.

Un san Valentino speciale.

Voglio condividere una testimonianza che mi è arrivata come commento ad un mio post il giorno di San Valentino. Una testimonianza molto bella che desidero condividere con tutti voi.

Era il 14 febbraio 2007. Giorno di San Valentino.  Mi trovavo a Loreto, con i miei genitori ed uno dei miei fratelli (ne ho 4) perché mia madre si doveva sottoporre ad un intervento di protesi al ginocchio. La mattina, prima di andare in ospedale, con mio padre e mio fratello, mi recai alla basilica a salutare la Madonna. All’uscita trovai un messaggio di mio fratello maggiore: “ricordatevi che vi ho sempre voluto bene”. Non capii il senso, perché non siamo mai stati espansivi tra di noi; provai a chiamarlo, ma non rispose. Allora pensai: “stat cacchj che vc truann mo” (tipico da parte mia). Scorsero i giorni, ma nessuna visita da parte di mio fratello. Seppur viveva a Bologna con la famiglia. Finalmente la moglie ci disse che era ricoverato per bronchite. Mah! Strano. Dopo circa un mese, mia madre rientrò a Foggia dopo la riabilitazione ed in quell’occasione venimmo a sapere che mio fratello, senza dirci nulla, per non farci preoccupare e sapendo che altrimenti mamma non si sarebbe più operata, il 14 febbraio si operò di urgenza per un tumore allo stomaco. Stesso giorno in cui si operò mia madre. Io all’epoca non sapevo nulla “della vita religiosa”,  non sapevo neanche pregare, dissi solo: “prendi me, lascia stare mio fratello, lui ha una famiglia, un figlio da vedere realizzare, una moglie, lascialo stare, io non ho nessuno”. Ma ero ancora sorda e cieca, poi il 21 febbraio del 2011 anche il terzo dei miei fratelli ebbe lo stesso problema, ma fu preso in tempo. Questa volta ci fui io con lui. La mia delusione andava avanti. Non capivo. Ma poi, finalmente ho visto la luce. Grazie a Dio per mezzo di Maria i miei fratelli sono vivi e nella mia casa è entrata la salvezza perché il Signore ha accolto la mia preghiera, non solo ha salvato i miei fratelli, ma ha preso pure me. Questo è il mio san Valentino dal 2007 ad oggi ed oggi in particolare andrò a ringraziare Gesù per questo regalo e non solo, ma perché sta compiendo miracoli uno dopo l’altro nella mia vita ❤️ la consacrazione alla S.S. Trinità per Maria ed il mio matrimonio…. Scusate se è poco.

Antonella

Scelti e Chiamati all’Amore. La storia di Piero e Federica

Siamo Piero e Federica e siamo sposi dal 25 Giugno 2016; la nostra è una storia di una Chiamata del Signore al Sacramento del Matrimonio.

Ci siamo conosciuti nel 2014 ad un ritiro spirituale organizzato dall’iniziativa “Cuori Puri” sulla castità prematrimoniale. In quel ritiro mi sono accorto subito di Federica, si notava facilmente, a Messa infatti indossava un velo bianco sul capo (dopo capirò che era un segno esteriore della consacrazione del Montfort); la sua immagine con il velo bianco in testa mi rimane impressa nella mente e subito mi ricordò le parole di una suora con dei doni mistici (era infatti stimmatizzata) che sin da piccolo conoscevo, Suor Maria La Commare di Valderice (TP): “ La donna della tua vita porterà il velo”. In quel tempo non capivo, ma quando vidi Federica fu come se dentro di me si muovesse qualcosa.

Io in quell’anno ho partecipato ad una giornata di preghiera di intercessione sulla spiritualità di Santa Teresa di Lisieux, organizzata dalla Comunità delle Beatitudini, dove ad un certo punto della preghiera si scrive una lettera di richiesta di grazia alla santa. In quella lettera io scrissi che sentivo tanto il desiderio di trovare una donna che potesse condividere con me l’amore per il Signore e che fosse innamorata prima di Lui che di me; questa lettera mi arriva a casa dopo un anno e portava la data di spedizione del 14 Ottobre, giorno del compleanno di Federica. Coincidenze? Per noi non lo è stato, è stata un’ulteriore conferma di Dio, le sue Dio-incidenze.

Tutto finisce lì in quei giorni di ritiro, e io non vedo più Federica. Un anno dopo la ritrovo su Facebook e subito non esito a contattarla; da quel momento sono stati giorni molto intensi, non smettevamo mai di scriverci e di parlare al telefono, vedevamo entrambi che tutto quello che avevamo chiesto al Signore nella preghiera era nell’altro, e questa complicità cresceva sempre di più. Decidemmo di incontrarci ad un altro ritiro spirituale a Palermo, al centro Gesù Liberatore, voluto da Padre Matteo la Grua, un’esperienza meravigliosa.

Iniziano così i viaggi notturni da Trapani a Sciacca (100 km) che facevo a chiusura del mio negozio alle 20.00 per andare a trovare Federica; siamo nel Novembre del 2015. Il 27 Novembre, Federica mi viene a trovare a Valderice (TP), lì subito le faccio conoscere la cappella di Suor Maria e la stanza dove fu posto per l’ultima volta il corpo di Suor Maria; dopo la preghiera scattò il bacio e ci facemmo fidanzati; il giorno dopo ci fu poi il primo “Ti amo” in una adorazione eucaristica davanti a Gesù.

Eravamo gasatissimi di tutte le bellezze che Gesù ci stava facendo assaporare in quei giorni. Decidemmo così di partecipare ad uno dei corsi organizzati dai frati di Assisi, il “Corso vocazionale” nel mese di Dicembre, dove ci siamo interrogati sulla nostra vita e dove Gesù, San Francesco e la Serva di Dio Chiara Corbella Petrillo ci hanno veramente stupito. Lì ci siamo innamorati della gioia profonda dei frati e delle suore e abbiamo creduto con fermezza a questa Provvidenza che loro annunciavano, ogni tanto ci scappava qualche battuta come “Io vado con i frati in convento e tu rimani in monastero con le suore”, questo per dirci tra di noi quanto la Spiritualità di Francesco d’Assisi era ormai entrata nel profondo del nostro cuore e della nostra nascente vita di coppia.

Li ad Assisi in un momento di profonda preghiera e meditazione in Porziuncola ha avuto origine l’ispirazione di “Scelti e Chiamati all’Amore – Missionari Laici della Famiglia”; la cosa che ci ha stupito è che entrambi dopo quel momento di preghiera e il corso fatto con i frati, abbiamo sentito nel cuore lo stesso nome, “Scelti e Chiamati all’Amore”, abbiamo sentito che da lì non andavamo a mani vuote, ma che avevamo fatto un pieno, una ricarica per la vita e  quello che avevamo ricevuto non poteva restare solo per noi ma dovevamo donarlo agli altri.

Durante quel corso in Assisi, maturammo l’idea di non aspettare oltre, di essere chiamati a sposarci subito, come quando gli apostoli furono chiamati da Gesù e non esitarono a lasciare subito le loro vite per seguirlo.

La serva di Dio Chiara Corbella Petrillo ci ha insegnato questa verità: “Dio mette la verità nei nostri cuori e non c’è possibilità di fraintenderla”, e noi quella verità l’avevamo sentita con certezza nel nostro cuore; Gesù ci voleva Sposi.

Torniamo in Sicilia, e il 23 Gennaio 2016, Festa dello Sposalizio di Maria e Giuseppe, facemmo la benedizione del fidanzamento a Sciacca; è stato un momento molto bello, abbiamo chiesto la benedizione del Signore anche per il nostro fidanzamento in Chiesa. Dopo abbiamo condiviso un momento di festa con gli amici, parenti e tutta la comunità parrocchiale; in quell’occasione annunciamo a tutti la data del nostro Matrimonio, il 25 Giugno 2016; ci siamo sposati al sesto mese del nostro fidanzamento.

Fin qui, direte, che bella storia, tutta rosa e fiori; ma ben presto iniziano i problemi, o meglio ora ci stiamo rendendo conto che le sofferenze vissute subito dopo il matrimonio erano le manifestazioni esterne di un lavoro che Dio stava compiendo nella nostra vita, tagliarci e scolpire le nostre singole vite per creare quell’unità che Lui vuole nel matrimonio.

Subito dopo il matrimonio come dei figli ingrati ci dimenticammo delle grazie che il Signore ci aveva fatto, e ci buttammo a capofitto nel lavoro, e nel trasferimento del negozio a Sciacca, perché lì avevamo deciso di vivere. Ormai contava solo il lavoro, come lavorare sempre di più per cercare di mandare avanti il negozio e la nostra vita economica, e vivevamo con l’ansia di come pagare i debiti derivati da un’attività commerciale. Questo ha fatto sì che noi ci allontanassimo come coppia, non guardavamo più a noi, non ci prendevamo più tempi per noi, non si dialogava più e l’aria tra di noi era più che gelida; i pensieri di sfiducia furono tanti, il dubbio alle volte ci assaliva, ci chiedevamo se non ci eravamo ingannati e se tutto quello che Dio ci aveva fatto vivere era solo una nostra fantasia; a che punto eravamo arrivati! Che figli ingrati!

Però c’era una cosa assurda, o meglio, che pensavamo fosse assurda: in tutta quella sofferenza, noi che neanche ci rivolgevamo la parola per giornate intere, e in tutto quel ghiaccio che c’era tra noi, tornava sempre e in maniera insistente, sapete cosa? “Scelti e Chiamati all’Amore”, la chiamata alla Missione all’interno della vocazione al Matrimonio che ci era stata fatta ad Assisi.

Ma com’è possibile tutto questo ci chiedevamo? Non lo comprendevamo, eppure questo desiderio tornava sempre e con molta più frequenza di prima.

Con l’aiuto di altre coppie, abbiamo iniziato a lavorare su noi stessi, abbiamo capito che Dio ci stava lavorando per fonderci insieme, stava creando la nostra unità e voleva finalmente una risposta alla Missione che ci aveva chiesto, finalmente dopo tre anni dal Matrimonio. Non siamo riusciti più a trattenere questo continuo chiedere di Dio, e per sfinimento abbiamo ceduto! Dal momento che ci siamo abbandonati a Dio abbiamo compreso che tutto aveva un senso, tutto!

È dalla sofferenza, quando si tocca il fondo, che si rinasce a vita nuova; ci siamo sentiti provati come oro nel crogiuolo. Ti ringraziamo Dio delle esperienze di buio e di vuoto che ci hai fatto vivere, se non ci fossero state non avremmo risposto alla Tua volontà. Grazie.

Dicevamo, per sfinimento abbiamo detto di sì al Signore!

Nasce così l’impegno per “Scelti e Chiamati all’amore – Missionari Laici della Famiglia”. Iniziamo ad incontrarci con altre coppie, single, fidanzati, sposi, coniugi separati fedeli al Sacramento del Matrimonio, ci riuniamo pregando insieme, leggendo la parola di Dio e meditandola, riflettendo sull’alta vocazione che è il matrimonio, vivendo tutti insieme la Spiritualità coniugale, la spiritualità delle nozze, partendo dalle nozze di Dio con la Chiesa.

Ancora non sappiamo quello che il Signore vorrà fare di questo nuovo movimento, che naturalmente vogliamo mettere sin da subito nelle mani della Chiesa, è un’esperienza che pian piano si sta consolidando. Quest’opera nasce con l’obiettivo di vivere una profonda spiritualità coniugale, che offra alle coppie, guida, preghiera e strumenti per camminare insieme sulla via dell’amore e della Santità, perché sia annunciato in tutto il mondo il Vangelo di Salvezza. Siamo coppie di sposi, fidanzati, single, coniugi separati fedeli al sacramento del matrimonio, che vogliono testimoniare questa verità: “SIETE VOI SPOSI L’IMMAGINE DI DIO, ANNUNCIATELO AL MONDO”.

Ci vogliamo occupare di Evangelizzazione della famiglia, vogliamo testimoniare insieme, in giro per le parrocchie e dove ci vogliono invitare, la bellezza del Sacramento del Matrimonio, a cui tutti siamo chiamati nel suo significato più profondo di donazione, attraverso delle giornate missionarie, ritiri Spirituali. Ecco, nessuno è esente da questa spiritualità delle nozze, neanche i sacerdoti e le persone consacrate, perché come diceva San Giovanni Paolo II, anche loro sono chiamati al matrimonio, cioè a donarsi fino a consumare d’amore la propria vita, e la Serva di Dio Chiara Corbella ci ricorda “… l’amore ti consuma, ma è bello morire consumati proprio come una candela che si spegne solo quando ha raggiunto il suo scopo.”

Abbiamo tanti progetti in cantiere, come per esempio:

  • l’istituzione di centri del Matrimonio Cristiano (l’ideale sarebbe in ogni diocesi ^_^ ), dove gli sposi e le famiglie non si sentano più sole ad affrontare certe dinamiche della coppia, un’istituzione dove ci siano varie figure professionali, mediatori famigliari, psicologi, sacerdoti, coppie pronte a condividere le proprie esperienze e soprattutto pronte all’ascolto di altre coppie, un luogo che sia casa di tutti anche per fermarsi qualche volta per dare alla coppia dei momenti in cui ritirarsi e stare sul Tabor con Gesù.
  • Il “Cenacolo di Evangelizzazione Kairos”, che già stiamo portando avanti, (ci si può riunire in cenacolo sia nelle case che nelle parrocchie), dove si prega, si loda il Signore e meditando la Parola di Dio, si scopre quel Kairos, quel momento favorevole di incontro con Dio, e ci si forma nella Spiritualità coniugale.

Come dicevamo, altri progetti sono in cantiere, ma aspettiamo sempre la voce dello Spirito Santo e la sapiente guida della Chiesa.

Chi vuole unirsi a noi e conoscere il progetto, “Scelti e Chiamati all’Amore – Missionari Laici della Famiglia”, può visualizzare la nostra pagina Facebook e contattarci all’indirizzo e-mail: info.sceltiechiamati2016@gmail.com

Vuoi anche tu diventare un missionario della famiglia? Contattaci!

Pace e bene a tutti!

Piero e Federica

Sposi nel Signore.

 

Sposi sacerdoti. La tua statura rassomiglia a una palma e i tuoi seni ai grappoli.

I tuoi seni come due cerbiatti,
gemelli di gazzella.
[5]Il tuo collo come una torre d’avorio;
i tuoi occhi sono come i laghetti di Chesbòn,
presso la porta di Bat-Rabbìm;
il tuo naso come la torre del Libano
che fa la guardia verso Damasco.
[6]Il tuo capo si erge su di te come il Carmelo
e la chioma del tuo capo è come la porpora;
un re è stato preso dalle tue trecce».
[7]Quanto sei bella e quanto sei graziosa,
o amore, figlia di delizie!
[8]La tua statura rassomiglia a una palma
e i tuoi seni ai grappoli.
[9]Ho detto: «Salirò sulla palma,
coglierò i grappoli di datteri;
mi siano i tuoi seni come grappoli d’uva
e il profumo del tuo respiro come di pomi»

Una descrizione fantastica. Una descrizione colma di Eros. Strano vero? Siamo abituati a pensare la Bibbia come qualcosa di spirituale. Dove la carne non c’entra nulla. Dove l’eros è un amore un po’ meno amore. Un amore abbassato dalla nostra carnalità. Abbassato dall’animale che c’è in noi. L’agape è l’amore degno di un uomo mentre l’eros è qualcosa di animalesco ed istintivo. Ho sentito con le mie orecchie un sacerdote molto seguito sul web dire che l’amplesso fisico è conseguenza del peccato originale. Che prima ci si univa spiritualmente per concepire figli. Verrebbe da chiedere a questo sacerdote se l’apparato riproduttivo è stato creato da Dio dopo il peccato o prima. Non scherziamo per carità! Non è così. L’eros è qualcosa di meraviglioso. Dio stesso ci ama anche in modo erotico. La Bibbia parla sì di spirito, ma quanta carne c’è! Gesù stesso ha amato nella carne , con i suoi sguardi, le sue carezze, il suo modo di parlare. Ci ha amato nella carne fino a dare il suo corpo e il suo sangue, fino a farsi mangiare dai suoi apostoli. Mi immagino il loro sbalordimento e disorientamento. Non avranno capito molto. Avranno sicuramente capito dopo la Pentecoste.    Bisogna capirsi però su cosa si intende per eros.

L’amore sponsale è quindi agape ed eros. C’è anche un terzo amore che è  la filia, l’amore di amicizia,  ma non complichiamoci le cose e limitiamoci a questi due. L’eros, l’amore che ci spinge ad aprirci, che ci spinge all’incontro con un’alterità diversa e complementare. L’eros, forza impetuosa che se non è controllata rischia di sfondare gli argini e di esondare oltre il nostro controllo facendoci commettere errori e sopraffazioni. L’agape è invece amore di donazione e di servizio. Agape è l’amore considerato più nobile perchè più difficile. Agape che significa sacrificio. L’eros fatto di corporeità, di carne e di sensazioni. L’agape fatto di spirito, di volontà e di dedizione. L’eros che infiamma e l’agape che disseta.  L’eros, l’amore a forma di cuore  e l’agape che invece ha la forma di una croce. L’amore non è nè solo uno nè solo l’altro, ma è l’unione di queste due incompletezze. L’eros senza agape diventa egoismo e l’agape senza eros diventa come una fiamma che non scalda, qualcosa di freddo che non trasmette amore. Entrambi sono necessari perchè la nostra unione matrimoniale diventi una dimora accogliente che possa ospitare Gesù. Padre Raniero Cantalamessa usa un’immagine molto bella per spiegare come l’amore sponsale sia contemporaneamente agape ed eros:

L’amore vero e integrale è una perla racchiusa dentro due valve che sono l’eros e l’agape. Non si possono separare queste due dimensioni dell’amore senza distruggerlo. Come non si possono separare tra loro idrogeno e ossigeno senza privarsi con ciò della stessa acqua.

Uomo e donna sono diversi anche in questo. L’uomo custode dell’eros e la donna custode dell’agape. L’uomo se sarà soddisfatto nel suo desiderio di amore erotico sarà capace di donarsi alla sposa con gesti di servizio, di cura, di dedizione e di tenerezza. La donna, al contrario, solo se sarà fatta centro di gesti di servizio, di cura, di dedizione e di attenzione , sentirà il desiderio di accogliere nell’abbraccio dell’amplesso il suo sposo.

Tutto diventa un intreccio di eros e agape che generano un circolo virtuoso trasformando il matrimonio in qualcosa di meraviglioso da scoprire e perfezionare ogni giorno.

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro.21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore 30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito 38 Le piccole volpi che infestano il nostro amore. 39 Il mio diletto è per me. 40 Voglio cercare l’amato del mio cuore 41 Cos’è che sale dal deserto 42 Ecco, la lettiga di Salomone 43 I tuoi seni sono come due cerbiatti 44 Vieni con me dal Libano 45 Un giardino da curare 46 L’eros è un amore tenero 47 La tenerezza è amare come Dio ci ama 48 Mi hai rapito il cuore con un tuo sguardo 49 Fammi sentire la tua voce. Perchè la tua voce è soave 50 Mi baci con i baci della sua bocca 51 Quanti sono soavi le mie carezze sorella mia, sposa 52 Venga il mio diletto nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti 53 Le carezze dell’anima 54 Un rumore! E’ il mio diletto che bussa. 55 Il mio diletto ha messo la mano nello spiraglio  56 Io venni meno per la sua scomparsa 57 Mi han tolto il mantello 58 Che ha il tuo diletto di diverso da un altro? 59 Il matrimonio non è un armadio 60 Dolcezza è il suo palato  61 Uccidete il sogno 62 Bella come la luna 63 Sui carri di Ammi-nadìb 64 Vogliamo ammirarti 65 Non mendicanti, ma re e regine 66 Carne della mia carne

Le Beatitudini degli sposi

Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone,
Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva: «Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi che ora piangete, perché riderete.
Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v’insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell’uomo.
Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione.
Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete.
Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti.»

Il Vangelo di oggi ci propone le Beatitudini. Voglio farlo anche io, ma in modo originale e diverso. Vi propongo le beatitudini degli sposi. Una riflessione molto bella tratta da un libro della Comunità di Caresto.

  • Oh felicità, quando siete l’uno verso l’altra poveri in spirito, cioè vi affidate l’uno all’altra senza difese e senza arroganza; già ora realizzate il Regno
  • Oh felicità, quando saprete essere forti nella fede e perseveranti nel momento della sofferenza, della ferita, dell’intoppo; quando il dolore viene a bussare alla vostra porta, sappiatelo prendere come dalla mano di Dio: perché da Lui sarete consolati.
  • Oh felicità, quando vi accoglierete con mitezza e fate della misericordia il luogo dove poter sostare; a voi sarà data la terra promessa.
  • Oh felicità, quando non vi accontenterete di mangiare il vostro pane, ma aprirete le vostre porte e il vostro cuore alla fame altrui; Dio stesso si incaricherà di saziarvi, perché lo avete sfamato nei piccoli e nei poveri.
  • Oh felicità, quando, pur concedendovi la correzione fraterna, vi guardate con occhio di misericordia; sperimenterete la grande gioia che viene dal perdono.
  • Oh felicità, quando non consegnate il vostro amore agli idoli del mondo, ma vi amate con purezza di cuore; nel vostro amore vedrete Dio.
  • Oh felicità, quando fate la pace, non solo perché deponete il litigio, ma perché operate per costruirla; in quel momento sentitevi figli di Dio.
  • Oh felicità, quando il mondo non vi capirà, quando deriderà la vostra fedeltà; quando i furbi vi considereranno fuori dal mondo; già ora il Regno dei cieli, affidato alle vostre mani è vostro; già ora per voi e per il mondo seminate i semi di eternità.

(da “La casa delle otto felicità” della Comunità di Caresto)

Antonio e Luisa

Carne della mia carne

L’amato, come abbiamo anticipato nel precedente capitolo, parte con un nuovo elogio della sua sposa. E’ una descrizione contemplativa della sua sposa. Come se questa parte del testo si riallacciasse ai versetti del terzo poema. Ricordate? Allora Salomone ammirava e contemplava la bellezza della sua sposa nella sua interezza attraverso uno sguardo che non lasciava fuori nulla. Partiva dalla chioma e poi scendeva in uno sguardo che includesse tutto perchè ogni particolare era parte di una creatura meravigliosa. Tutta la persona era arricchita di ogni particolare che la costituiva. Salomone ne era rapito.  E’ la quarta volta che nel Cantico troviamo una descrizione di questo tipo. Questo perchè il Cantico non è un racconto cronologico, come abbiamo già scritto, ma una storia che racconta il percorso matrimoniale. Fatto di alti e bassi, ma dove è sempre possibile ritrovare quella meraviglia che ci ha fatto innamorare e che attraverso l’amore diventa sempre più autentica e profonda.  Ora Salomone ammira la sua sposa partendo dai piedi per poi risalire fino al volto. Come a dire non mi basta guardarti una volta, ma voglio rifarlo e poi rifarlo ancora, in una continua ripetizione che durerà tutta la vita insieme.

Come son belli i tuoi piedi
nei sandali, figlia di principe!
Le curve dei tuoi fianchi sono come monili,
opera di mani d’artista.

Un nuovo richiamo alla regalità della sua sposa. Io non posso amare davvero la mia sposa se non la riconosco in ogni momento come regina. Non posso amarla se non le so riconoscere la sua regalità. Lei non mi appartiene. Lei può solo donarsi a me. Io non posso prenderla e farla mia. Distruggerei tutto l’amore.  Non posso pretendere nulla da lei. Posso solo donarmi e cercare di accoglierla in me. Sta a lei donarsi nella libertà a me ogni giorno del nostro matrimonio. E quando accadde che bello non perdere la capacità di ringraziare lei e Dio per questo dono incredibile di cui forse tanti sposi non ne comprendono la grandezza.

Poi c’è un richiamo all’artista. Come a riconoscere che soltanto Dio avrebbe potuto creare tanta bellezza. Salomone sta elogiando Dio Creatore. Quanti di noi lo fanno? Quanti di noi non riescono più ad avere questo sguardo di meraviglia verso la propria sposa o il proprio sposo? Vi rendete conto che stiamo rinunciando alla bellezza? Non riusciamo più a scorgerla nel nostro matrimonio. Questo è drammatico. C’è un richiamo forte all’esclamazione di Adamo in Genesi:

Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse:
«Questa volta essa
è carne dalla mia carne
e osso dalle mie ossa.
La si chiamerà donna
perché dall’uomo è stata tolta».

Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e saranno una stessa carne.

Questo sguardo di meraviglia che riconosce tutta l’immensità della fantasia creativa di Dio è possibile solo quando l’uomo riconosce il mistero della donna e non ne fa cosa sua. Vale anche per la donna verso l’uomo, sia chiaro.

Cosa vogliamo dire? Analizziamo il testo di Genesi.  Genesi e Cantico sono molto legati tra loro. L’uno ci aiuta a comprendere l’altro. Come se fossero parte di una stessa descrizione. L’uomo finalmente trova nella donna una compagna che può sanare, almeno in parte, quella solitudine ancestrale che si porta dentro. Nient’altro nella creazione può farlo. Analizzando il testo e cercando di rifletterci sopra mi ha subito interessato un passaggio: la condusse all’uomo.

La relazione uomo e donna è un mistero che coinvolge direttamente Dio. Non è l’uomo a prendere l’iniziativa e neanche la donna ma è Dio stesso, che conoscendo il cuore umano con le sue inclinazioni, i suoi vuoti, i suoi desideri conduce l’uno verso l’altra perchè nella relazione sponsale possano riempire quel vuoto di relazione e di amore e fare esperienza di Dio stesso che è origine e meta di ogni uomo.

In un altro passaggio c’è una dinamica che ci può insegnare tanto: La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta.

Letto così non ha molto senso, perchè si deve chiamare donna se deriva dall’uomo? In realtà il dilemma è presto risolto. Nell’originale l’uomo è chiamato אִשׁ, ish e la donna invece אִשָּׁה, ishàh. L’uomo non vede la differenza ma vede nella donna un altro sè.  Infatti dice anche: Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa.

In questa esclamazione dell’uomo si manifesta un grande pericolo che riguarda tutti noi. L’uomo non menziona Dio ma si focalizza solo sulla donna. L’attrazione verso di lei e il desiderio che inebria la sua mente e il suo cuore lo rendono incapace di comprendere l’importanza che sia stato Dio a condurla a lui. Pensa di conoscere già tutto e di non aver bisogno di imparare nulla. La donna è un altro sè e lui sa già cosa lei pensa, cosa lei vuole, cosa lei percepisce e come lo percepisce. Non vede in lei un’alterità ma un completamento di sè commettendo così un grande errore, solo riconoscendo la diversità dell’altra si può generare una vera unione, un’alleanza di vita e di amore.

Il rischio grande che ci portiamo dentro è proprio questo, riflettere e trasporre i nostri desideri, il nostro modo di pensare e di agire, le nostre necessita ed attitudini e i nostri interessi e sensibilità sull’altro. Così facendo non lo stiamo rispettando, non lo stiamo incontrando, non lo stiamo accogliendo, ma lo stiamo fagocitando, lo stiamo possedendo.

La soluzione ci viene data dal proseguo. Il narratore, quasi a voler mettere freno all’uomo, prosegue: Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e saranno una stessa carne. 

La spiegazione a questo passaggio la traggo da un libro di Paolo Curtaz L’amore e altri sport estremi:

Perciò: non ha alcun senso dal punto di vista grammaticale e logico! Trova senso solo se vuole porre rimedio a quanto scritto sopra.

l’uomo lascerà suo padre e sua madre: per incontrare l’altro si deve essere capaci di abbandonare la propria famiglia, intesa come avere il coraggio di abbandonare la propria idea di famiglia, la proiezione di rapporto uomo/donna ideale. Si deve ammettere di non conoscere l’altro, bisogna sapersi mettere in ascolto e rispettare il mistero racchiuso nell’altro.

e si unirà: verbo che indica l’alleanza, la ricerca, l’alterità e la diversità. Non ha capito tutto dell’altro e deve andare oltre, sempre oltre. L’incontro non è che l’inizio di un percorso che non finirà ma si perfezionerà giorno dopo giorno in una conoscenza sempre più profonda ma mai esauriente ed esaustiva.

e saranno una stessa carne: La carne nella Bibbia indica la parte fragile, riconosceranno quindi la loro fragilità , il proprio limite, ammettendo di non sapere, si apriranno alla disponibilità di generare nuova vita, sia affettivamente (nella relazione) sia geneticamente (un figlio).

L’uomo è portato a prendere possesso della propria sposa (e viceversa), solo se la si saprà accogliere come dono di Dio si potrà aprire la relazione alla meraviglia e al mistero di una alterità che ci completa in una relazione piena e appagante.

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro.21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore 30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito 38 Le piccole volpi che infestano il nostro amore. 39 Il mio diletto è per me. 40 Voglio cercare l’amato del mio cuore 41 Cos’è che sale dal deserto 42 Ecco, la lettiga di Salomone 43 I tuoi seni sono come due cerbiatti 44 Vieni con me dal Libano 45 Un giardino da curare 46 L’eros è un amore tenero 47 La tenerezza è amare come Dio ci ama 48 Mi hai rapito il cuore con un tuo sguardo 49 Fammi sentire la tua voce. Perchè la tua voce è soave 50 Mi baci con i baci della sua bocca 51 Quanti sono soavi le mie carezze sorella mia, sposa 52 Venga il mio diletto nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti 53 Le carezze dell’anima 54 Un rumore! E’ il mio diletto che bussa. 55 Il mio diletto ha messo la mano nello spiraglio  56 Io venni meno per la sua scomparsa 57 Mi han tolto il mantello 58 Che ha il tuo diletto di diverso da un altro? 59 Il matrimonio non è un armadio 60 Dolcezza è il suo palato  61 Uccidete il sogno 62 Bella come la luna 63 Sui carri di Ammi-nadìb 64 Vogliamo ammirarti 65 Non mendicanti, ma re e regine

 

..sopportarsi a VicenZa..e nel resto del mondo

..di Pietro Antonicelli e Filomena Scalise dal Blog “Sposi&Spose di Cristo”:

Lei alzò gli occhi al cielo e gli urlò: “Ma te l’ho detto che è così, che tu non capisci niente, che lo shampoo anti-forfora non va bene per lavarsi i piedi!!!”

Lui le urlò duramente: “Ma che dici, mia madre lo faceva usare sempre a mio padre quando finivamo il sapone fatto in casa! E dovevi vedere che piedi puliti e profumati che aveva! Noi a casa mia…noi, eh eh…noi si che sapevamo vivere! Non voi, anzi…non tua madre…che poi che ne capiva lei se era sempre fuori casa! Che ne poteva capire di shampoo antiforfora e rimedi economici e naturali!”

E finirono per farsi davvero molto male con parole taglienti, vere a metà (quindi false), senza pietà.

Le discussioni a volte potrebbero andare avanti così all’infinito! A rinfacciarsi cose assurde e a difendere posizioni indifendibili. Matrimoni come campi di battaglia. Mariti contro mogli, che più che alleati e complici nel bene, sembrano essersi sposati per avere qualcuno più vicino da poter insultare meglio.

Cosa succede a noi sposi quando accade questo? Forse è il momento per la coppia di fermarsi un momento, guardarsi negli occhi e fare ritorno al “Principio”, al quando si era uno per l’altra. Agli inizi dell’avventura matrimoniale, quando l’altro era la terra da difendere e da amare a costo della propria vita.

Tornare a quel “Principio” dove si riconosce di essere stati creati per “abbandonare il proprio padre e la propria madre per unirsi all’altro e diventare una cosa sola, una sola carne”. Nei tempi buoni e in quelli cattivi.

C’è bisogno di tornare a quel principio e imparare a volersi bene per ciò che si è, e per onorarsi per quanto si è.

E per fare questo bisogna chiedere l’aiuto al Signore…per imparare ad amarsi veramente e profondamente…per sopportarsi a vicenZa. Ma anche a Crotone e nel resto del mondo. 🙂

 

“Portate i pesi gli uni degli altri,

così adempirete la legge di Cristo.”

(Lettera ai Galati 6,2)

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Quando le stelle si oscurano

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“Se i profeti entrassero sulle ali

turbinose dell’eternità

se ti lacerassero l’udito con le parole:

chi di voi vuole fare guerra a un mistero?

……

Se i profeti si levassero

nella notte degli uomini

come amanti in cerca del cuore dell’amato,

notte degli uomini

avresti un cuore da donare?”*

 

Sono sorprendenti questi versi graffianti della poetessa e scrittrice tedesca Nelly Sachs, Premio Nobel per la Letteratura nel 1966. Come si può voler “far guerra ad un mistero”? Niente di più semplice nel cuore di noi uomini e donne. Questo recinto che racchiude la verità di noi stessi. Chiara Corbella Petrillo diceva: “Il Signore mette la verità dentro ognuno di noi e non c’è possibilità di fraintenderla”. Forse la paura, le ferite e le nostre intime lacerazioni distolgono dall’accogliere e riconoscere noi stessi come mistero veritiero. Siamo figli e tanto più ci avviciniamo a questa natura, incorporandola nel quotidiano, tanto più le relazioni intorno a noi possono fiorire ed essere libere.

Proseguono i versi della Sachs: “Se i profeti si levassero – nella notte degli uomini – notte degli uomini – avresti un cuore da donare? – Lì dove tutto è tenebra ci può essere un cuore, seppur fragile, in grado di riabituarsi alla luce? Quando le situazioni sembrano diventare drammatiche e si giace immobili come piombati in un’oscurità senza fine, sorge spontanea la domanda “dov’è l’Amato?”

Dov’è in tutte le nostre difficoltà, nei dubbi, nelle piaghe della vita familiare, comunitaria e spesso (o soprattutto) in quella spirituale di ciascuno di noi? L’assenza, il silenzio e la solitudine sono dinamiche gravose specialmente quando pervadono relazioni significative. Così la preghiera può essere sterile, l’ascolto e la comprensione irragiungibili nella coppia e con i figli. E tutto questo punge infastidendoci come tarli che insinuano il dubbio terribile che niente e nessuno potrà mai colmare alla perfezione la nostra esistenza.

Quando questo dubbio, sanamente, viene lasciato emergere e non narcotizzato dagli idoli che sappiamo costruirci, ci rimanda ad un desiderio immenso che ci plasma fino a renderci ferocemente insaziati. La fame e la sete sono due bisogni umani ben noti nei Vangeli. Dove non sono nè banalizzati perchè saziati concretamente, nè resi intangibili ma presenti, nel pane e nel vino e vivi con il Corpo e il Sangue di Cristo.

Se l’orizzonte intorno e dentro di noi accade che si restringa sbriciolando le nostre storie, i nostri sogni e progetti, provare ad accogliere “le righe storte” che affollano la vita, meraviglia e sorprende per la creatività che da un tale affidamento può nascere. Non irrigidirsi nè assumere pose immodificabili lascia molto spazio alla fantasia dello Spirito, a tempi non nostri, a incontri non casuali e sguardi nuovi.

Perchè quando le stelle si oscurano occorre aspettare, imparare ad apprezzare l’ombra e le figure nascoste che senza luce possiamo scoprire. Non conosciamo nè il giorno nè l’ora ma “se i profeti si levassero…avresti un cuore da donare?”

Federica

 

* Le stelle si oscurano, Nelly Sachs – Einaudi Editore 2006

Abbiate riguardo l’uno con l’altra.

Non ci avevo mai pensato. Cosa significa concretamente aver riguardo per mia sposa? Significa guardarla e poi riguardarla. E’ un concetto che non è mio. L’ha detto, durante una catechesi, don Fabio Rosini. L’ha buttato lì senza neanche fermarsi sopra. Mi ha però colpito profondamente. Tanto che di quella catechesi mi ricordo solo questo. Torniamo alla riflessione. Guardarla e poi riguardarla. Avere riguardo. Perchè? Perchè solo così posso comprendere davvero se le mie azioni, i miei atteggiamenti, le mie parole, i miei gesti e tutto il modo che ho di stare con lei fanno il suo bene oppure no. La fanno stare bene oppure no. Se sono più finalizzati al mio piacere o al suo. E’ importate comprendere questo. E’ importante imparare ad osservare e imparare ad entrare sempre più nel suo mondo. Amare non significa fagocitarla nel mio mondo. Farla mia. No, nulla di tutto questo. Questo è prendere possesso, farne cosa mia che risponde alle mie esigenze e al mio modo di pensare.  Questo non è amare. Amare è conoscere sempre di più l’altra persona, i suoi atteggiamenti, i suoi pensieri, la sua alterità che è certamente un mistero, ma che poco alla volta si disvela in una meravigliosa scoperta. Amare non significa rinunciare al mio mondo, ma arricchirlo del suo. Per questo devo essere capace di avere riguardo. Di riguardare. Guardare una prima volta per capire come amarla, in cosa aiutarla, di cosa ha bisogno. Guardarla per comprenderne le sofferenze, le difficoltà e per condividerne le gioie. Non basta. Chi ha davvero riguardo non si ferma a questo, che è già tanto sia chiaro. Chi ha riguardo guarda una seconda volta per comprendere se quello che ha detto o fatto ha trasmesso amore, se è stato donato nel modo e nella sensibilità gradita all’altro. Perchè non basta amare, ma l’amore dato deve essere percepito dall’altro e lo può essere solo se offerto con un linguaggio parlato dall’altro.

Un esempio molto semplice ma chiaro. Io quando ho un problema non voglio parlarne. Se non sono io a tirarlo fuori mi sento compreso se la mia sposa non mi chiede nulla. So benissimo però che la mia sposa non è così. Lo so perchè l’ho guardata e l’ho riguardata. L’ho osservata e conosciuta. Adesso so benissimo che ignorare i suoi problemi non la farebbe sentire amata. ma al contrario la farebbe sentire incompresa, poco considerata e avvertirebbe freddezza e distacco. So bene che se invece desidero trasmetterle amore e vicinanza non posso che ascoltarla e lasciare che si apra ed esprima tutte le sue difficoltà e sofferenze. Questo significa avere riguardo. Guardare e riguardare per conoscere e trovare il modo più aderente alla sua sensibilità per darle il mio amore.

C’è una canzone del Gen Rosso che esprime molto bene questo modo di amare che è di Dio e che può diventare anche nostro. Il testo di Perchè ti amo dice:

Tra milioni di modi per dirmi: “Ti amo”

Dio, hai scelto per me

quello a te più lontano.

Più lontano per te, ma a me più vicino,

uno in tutto con me e col mio destino.

Non guardi il tuo cielo, il calore del sole,

mi cerchi nel buio e mi chiami per nome.

 

Abbiamo davvero riguardo l’uno per l’altra? Rispondere è importante per la relazione e per la nostra vita.

Antonio e Luisa

Sposi sacerdoti. Non mendicanti, ma re e regine.

Prima di proseguire con i prossimi versetti, dove Salomone decanta la bellezza della sua amata, è importante una precisazione. Dopo l’ammirazione generale per la bellezza della Sulamita tocca ora all’amato soffermarsi sui particolari. Il coro nei versetti precedenti cantava la bellezza che scaturiva dalla Sulamita, ma senza entrare nei particolari. Come a mettere in evidenza che la bellezza della Sulamita è qualcosa di cui tutti possono beneficiare, ma solo uno può conoscerla in profondità. La Sulamita desidera svelarsi al massimo delle sue capacità solo al suo sposo. Non si svelerà mai completamente e resterà sempre un mistero, non per sua volontà, ma per il semplice fatto che nessuno si conosce in modo completo, neanche lei. Non può svelare quindi ciò che non conosce. Certo però che da quel desiderio di svelarsi e da quella relazione d’amore in cui si dà completamente, anche lei si scopre sempre più donna e comprende sempre meglio ciò che è e il progetto che Dio ha su di lei. Come in un circolo virtuoso. Lei si apre al suo sposo nell’abbandono fiducioso e questo le permette di conoscersi sempre meglio. Queste sono le dinamiche positive in cui ogni coppia che vive un matrimonio sano si può riconoscere.

Papa Francesco espresse benissimo questo concetto parlando ai fidanzati nel 2014. In quell’occasione disse:

Il marito ha il compito di fare più donna la moglie e la moglie ha il compito di fare più uomo il marito

E’ esattamente questo a cui siamo chiamati nel nostro matrimonio.

Vorrei soffermarmi su un’altra caratteristica della persona consapevole che la Sulamita mette in evidenza: il pudore. La Sulamita, come ho scritto all’inizio di questo capitolo, si mostra nella sua interezza (conosciuta) solo al suo sposo. Questo è indice di una persona che ha pudore (vale per la donna e anche per l’uomo)

Il ​pudore è spesso visto come qualcosa da buttare, qualcosa di cui liberarci per essere felici. Il pudore è spesso confuso con complessi e tabù che ci impediscono di vivere naturalmente le nostre relazioni con le altre persone. Ma è davvero così?

Il pudore in realtà ci dice altro. Avere pudore ci dice che siamo consapevoli dell’importanza del nostro corpo. Avere pudore ci dice che siamo persone gelose del nostro mistero. Il pudore è protezione della nostra ricchezza, della nostra intimità che non è qualcosa da svendere e rendere disponibile per tutti, ma qualcosa da preservare e custodire solo per una persona disposta a legarsi a noi per la vita.

Chi non ha pudore spesso è un mendicante, un mendicante d’amore, è una persona disposta a mettersi a nudo di fronte a chiunque pur di ricevere attenzione e consenso. Noi non siamo mendicanti, noi siamo figli di Re, siamo di stirpe regale e il nostro corpo non è per tutti. Il nostro corpo è solo per un altro re o un’altra regina, persone capaci di guardarci e non violarci o avvilirci con il loro sguardo, ma capaci di farci specchiare nei loro occhi e farci ammirare tutta la nostra bellezza. Uomini e donne disposte a donare tutto a noi e ad accogliere tutto di noi, persone che non hanno paura di promettere per sempre. Custodire la nostra ricchezza e regalità di figli di Dio significa anche proteggere il nostro corpo e la nostra intimità da ladri che vogliono prendere qualcosa che non gli appartiene, qualcosa che fin dall’eternità è per nostro marito e nostra moglie anche se ancora non li conosciamo.

Il pudore e la purezza vengono esaltati anche dalla Bibbia in vari passaggi, in particolare proprio attraverso la Sulamita e Salomone nel  Cantico dei Cantici.

Se avete pudore è perché conoscete l’importanza del vostro corpo, non vergognatevene. Non mendicanti, ma Re e Regine. Ecco cosa indica di noi il pudore.

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro.21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore 30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito 38 Le piccole volpi che infestano il nostro amore. 39 Il mio diletto è per me. 40 Voglio cercare l’amato del mio cuore 41 Cos’è che sale dal deserto 42 Ecco, la lettiga di Salomone 43 I tuoi seni sono come due cerbiatti 44 Vieni con me dal Libano 45 Un giardino da curare 46 L’eros è un amore tenero 47 La tenerezza è amare come Dio ci ama 48 Mi hai rapito il cuore con un tuo sguardo 49 Fammi sentire la tua voce. Perchè la tua voce è soave 50 Mi baci con i baci della sua bocca 51 Quanti sono soavi le mie carezze sorella mia, sposa 52 Venga il mio diletto nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti 53 Le carezze dell’anima 54 Un rumore! E’ il mio diletto che bussa. 55 Il mio diletto ha messo la mano nello spiraglio  56 Io venni meno per la sua scomparsa 57 Mi han tolto il mantello 58 Che ha il tuo diletto di diverso da un altro? 59 Il matrimonio non è un armadio 60 Dolcezza è il suo palato  61 Uccidete il sogno 62 Bella come la luna 63 Sui carri di Ammi-nadìb 64 Vogliamo ammirarti

Abbi cura di me. Una lettura sponsale della canzone di Simone Cristicchi

Simone Cristicchi ha presentato una canzone che è una piccola perla. L’ha fatto durante il festival e mi ha lasciato davvero rapito. Un canto bellissimo. Repubblica l’ha definita preghiera laica. Secondo me non hanno capito niente. Questa è una preghiera rivolta a Dio, che non è mai nominato, ma il cui riferimento sembra palese.

Mi voglio divertire a rileggerla in chiave sponsale. Anche con questa lettura può fornire diversi spunti di riflessione alla coppia.

Adesso chiudi dolcemente gli occhi e stammi ad ascoltare
sono solo quattro accordi ed un pugno di parole
più che perle di saggezza sono sassi di miniera
che ho scavato a fondo a mani nude in una vita intera

Cara sposa tutto quello che ti posso dare non sono perle di una persona che ha capito tutto, ma ciò che ho compreso scavando sempre più dentro di me, dove spesso non ci sono meraviglie, ma sassi pesanti da togliere, pietre che non permettono al tuo amore di entrare. Tutte le mie ferite e le mie esperienze sbagliate. Te le offro, per lasciare finalmente il cuore libero e leggero. Libero e leggero di accogliere te  dentro di me.

Abbracciami se avrò paura di cadere
Che siamo in equilibrio
Sulla parola insieme

Non è facile stare insieme una vita. E’ la cosa più bella che c’è, ma questo non la rende facile. Ci sono momenti che faccio fatica, che penso di non farcela, che mi sembra tutto troppo grande. Ci sono dolori e paure da portare. Ci si sente fragili. Ci si sente piccoli. Ecco tu abbracciami proprio in quei momenti dove avrò perso la mia sicurezza e la mia forza. Dove non sarò la persona più amabile del mondo e forse sarà anche difficile starmi accanto. In quei momenti stammi vicino e abbracciami perchè è lì che ho più bisogno di sentirmi un noi. E’ lì che nella parola insieme posso trovare forza e sicurezza e anche la presenza di Dio.

Il tempo ti cambia fuori, l’amore ti cambia dentro
Basta mettersi al fianco invece di stare al centro
L’amore è l’unica strada, è l’unico motore
È la scintilla divina che custodisci nel cuore

Sono sedici anni che siamo sposati carissima sposa mia. Stiamo invecchiando. Il nostro corpo non è più lo stesso. E’ stato tempo che non abbiamo sprecato. Abbiamo cercato di volerci bene. Ho cercato di non mettermi al centro della nostra vita, ma di fare della nostra vita insieme un modo per combattere il mio egoismo. Ora tu sei al centro delle mie attenzioni. Non voglio starti di fronte. Il nostro sguardo non deve essere chiuso in noi. Lo sguardo deve guardare l’orizzonte. Non fermarsi neanche all’orizzonte ma andare oltre, arrivare all’infinito di Dio. Per questo voglio starti accanto, di fianco. Per poterti ascoltare, sostenere, aiutare, per poter sentire la tua presenza. Senza fare di me la tua meta. La nostra meta è camminare insieme sempre più avanti, sempre più dentro l’amore, verso l’Amore perfetto, infinito ed eterno che è Dio.

Tu non cercare la felicità semmai proteggila

La felicità è nel nostro matrimonio. Quanti errori. Quante coppie saltano per la ricerca della felicità! Quante persone cercano altrove quello che possono trovare solo in quello che hanno già. Proteggiamo il nostro matrimonio. Custodiamoci l’un l’altra. Proteggiamo il nostro tesoro. Non diamolo mai per scontato. Non diamoci mai per scontati. Non smettiamo mai di guardarci con tenerezza e di servirci amorevolmente e con pazienza. Un lavoro a volte duro ma che dà i suoi frutti.

Ognuno combatte la propria battaglia
Tu arrenditi a tutto, non giudicare chi sbaglia
Perdona chi ti ha ferito, abbraccialo adesso
Perché l’impresa più grande è perdonare se stesso

Siamo in guerra. In guerra con il nostro passato. In guerra con le nostre miserie e i nostri limiti. In guerra con noi stessi. La coppia può essere il luogo della pace. Ti sono grato cara mia sposa per avermi accolto nella mia interezza. Non hai accolto solo la parte migliore di me, ma anche la mia parte oscura. La parte di cui mi vergognavo e che non mostravo a nessuno. Che mi tenevo dentro e che non riuscivo ad accettare e a perdonarmi. Tu lo ha fatto. Con il tempo, con la Grazia del sacramento ci sei riuscita. Il tuo abbraccio è stato una medicina potentissima. Attraverso il tuo amore sono stato capace di perdonarmi e di vedermi con gli occhi di Dio. Già perchè nei tuoi occhi vedo lo sguardo misericordioso e amante di Dio.

Attraversa il tuo dolore arrivaci fino in fondo
Anche se sarà pesante come sollevare il mondo
E ti accorgerai che il tunnel è soltanto un ponte
E ti basta solo un passo per andare oltre

Attraversare il dolore è necessario. E’ stato molto difficile e pesante perchè mi ha obbligato a tirar fuori gli scheletri che avrei voluto tenere sepolti in fondo al cuore. Non è possibile lasciarli lì. Per essere uomini e donne capaci di amare è necessario tirare fuori tutto e farci i conti. Perchè è proprio lì in fondo che ho trovato finalmente la capacità di alzare lo sguardo a Dio e di sentirmi profondamente amato. Solo nella profondità delle mie ferite, nella fragilità della mia esistenza, ho potuto comprendere quanto Dio mi ama e di quanto ho bisogno di quell’amore. Solo dopo sono stato capace di restituire quell’amore a Dio nella mia sposa. Certo in modo imperfetto e con tante cadute ma ora ho un amore grande che mi sostiene.

Abbi cura di me
Che tutto è così fragile
Adesso apri lentamente gli occhi e stammi vicino
Perché mi trema la voce come se fossi un bambino
Ma fino all’ultimo giorno in cui potrò respirare
Tu stringimi forte e non lasciarmi andare.
Abbi cura di me

Questa è la chiusa della canzone Non c’è molto da dire se non che può essere una bellissima preghiera che gli sposi possono alzare insieme a Dio. Affinchè non smetta mai di sostenerli come solo una mamma e un papà sanno fare con il loro bambino. La nostra coppia è una creatura di Dio. Il noi che siamo diventati è come il bambino di Dio. Ha bisogno di essere tenuto per mano per non perdersi nella notte.

Abbi cura di me. La fragilità e la grandezza dell’amore. (2 parte)

Dopo aver pubblicato ieri la prima parte della mia personale lettura della canzone di Cristicchi oggi vi propongo la seconda. Per leggere la prima cliccate qui.

Tu non cercare la felicità semmai proteggila

La felicità è nel nostro matrimonio. Quanti errori. Quante coppie saltano per la ricerca della felicità! Quante persone cercano altrove quello che possono trovare solo in quello che hanno già. Proteggiamo il nostro matrimonio. Custodiamoci l’un l’altra. Proteggiamo il nostro tesoro. Non diamolo mai per scontato. Non diamoci mai per scontati. Non smettiamo mai di guardarci con tenerezza e di servirci amorevolmente e con pazienza. Un lavoro a volte duro ma che dà i suoi frutti.

Ognuno combatte la propria battaglia
Tu arrenditi a tutto, non giudicare chi sbaglia
Perdona chi ti ha ferito, abbraccialo adesso
Perché l’impresa più grande è perdonare se stesso

Siamo in guerra. In guerra con il nostro passato. In guerra con le nostre miserie e i nostri limiti. In guerra con noi stessi. La coppia può essere il luogo della pace. Ti sono grato cara mia sposa per avermi accolto nella mia interezza. Non hai accolto solo la parte migliore di me, ma anche la mia parte oscura. La parte di cui mi vergogno e che non mostro a nessuno. Che mi tengo dentro e che fatico io stesso ad accettare e a perdonarmi. Tu lo ha fatto. Con il tempo, con la Grazia del sacramento ci sei riuscita. Il suo abbraccio è stato una medicina potentissima. Attraverso il tuo amore sono stato capace di perdonarmi e di vedermi con gli occhi di Dio. Già perchè nei tuoi occhi vedo lo sguardo misericordioso e amante di Dio.

Attraversa il tuo dolore arrivaci fino in fondo
Anche se sarà pesante come sollevare il mondo
E ti accorgerai che il tunnel è soltanto un ponte
E ti basta solo un passo per andare oltre

Attraversare il dolore è necessario. E’ molto difficile e pesante perchè mi ha obbligato  a tirar fuori gli scheletri che avrei voluto tenere sepolti in fondo al cuore. Non è possibile lasciarli lì. Per essere uomini e donne capaci di amare è necessario tirare fuori tutto e farci i conti. Perchè è proprio lì in fondo che ho trovato finalmente la capacità di alzare lo sguardo a Dio e di sentirmi profondamente amato. Solo nella profondità delle mie ferite, nella fragilità della mia esistenza, ho potuto  comprendere quanto Dio mi ama e di quanto ho bisogno di quell’amore. Solo dopo sono stato capace di restituire quell’amore a Dio nella mia sposa. Certo in modo imperfetto e con tante cadute ma ora ho un amore grande che mi sostiene.

Abbi cura di me
Che tutto è così fragile
Adesso apri lentamente gli occhi e stammi vicino
Perché mi trema la voce come se fossi un bambino
Ma fino all’ultimo giorno in cui potrò respirare
Tu stringimi forte e non lasciarmi andare.
Abbi cura di me

Questa è la chiusa della canzone Non c’è molto da dire se non che può essere una bellissima preghiera che gli sposi possono alzare insieme a Dio. Affinchè non smetta mai di sostenerli come solo una mamma e un papà sanno fare con il loro bambino. La nostra coppia è una creatura di Dio. Il noi che siamo diventati è come il bambino di Dio. Ha bisogno di essere tenuto per mano per non perdersi nella notte.

 

Abbi cura di me. La fragilità e la grandezza dell’amore.

Simone Cristicchi ha presentato una canzone che è una piccola perla. L’ha fatto durante il festival e mi ha lasciato davvero rapito. Un canto bellissimo. Repubblica l’ha definita preghiera laica. Secondo me non hanno capito niente. Questa è una preghiera rivolta a Dio, che non è mai nominato, ma il cui riferimento sembra palese.

Mi voglio divertire a rileggerla in chiave sponsale. Anche con questa lettura può fornire diversi spunti di riflessione alla coppia.

Adesso chiudi dolcemente gli occhi e stammi ad ascoltare
sono solo quattro accordi ed un pugno di parole
più che perle di saggezza sono sassi di miniera
che ho scavato a fondo a mani nude in una vita intera

Cara sposa tutto quello che ti posso dare non sono perle di una persona che ha capito tutto, ma ciò che ho compreso scavando sempre più dentro di me, dove spesso non ci sono meraviglie, ma sassi pesanti da togliere, pietre che non permettono al tuo amore di entrare. Tutte le mie ferite e le mie esperienze sbagliate. Te le offro, per lasciare finalmente il cuore libero e leggero. Libero e leggero di accogliere te  dentro di me.

Abbracciami se avrò paura di cadere
Che siamo in equilibrio
Sulla parola insieme

Non è facile stare insieme una vita. E’ la cosa più bella che c’è, ma questo non la rende facile. Ci sono momenti che faccio fatica, che penso di non farcela, che mi sembra tutto troppo grande. Ci sono dolori e paure da portare. Ci si sente fragili. Ci si sente piccoli. Ecco tu abbracciami proprio in quei momenti dove avrò perso la mia sicurezza e la mia forza. Dove non sarò la persona più amabile del mondo e forse sarà anche difficile starmi accanto. In quei momenti stammi vicino e abbracciami perchè è lì che ho più bisogno di sentirmi un noi. E’ lì che nella parola insieme posso trovare forza e sicurezza e anche la presenza di Dio.

Il tempo ti cambia fuori, l’amore ti cambia dentro
Basta mettersi al fianco invece di stare al centro
L’amore è l’unica strada, è l’unico motore
È la scintilla divina che custodisci nel cuore

Sono sedici anni che siamo sposati carissima sposa mia. Stiamo invecchiando. Il nostro corpo non è più lo stesso. E’ stato tempo che non abbiamo sprecato. Abbiamo cercato di volerci bene. Ho cercato di non mettermi al centro della nostra vita, ma di fare della nostra vita insieme un modo per combattere il mio egoismo. Ora tu sei al centro delle mie attenzioni. Non voglio starti di fronte. Il nostro sguardo non deve essere chiuso in noi. Lo sguardo deve guardare l’orizzonte. Non fermarsi neanche all’orizzonte ma andare oltre, arrivare all’infinito di Dio. Per questo voglio starti accanto, di fianco. Per poterti ascoltare, sostenere, aiutare, per poter sentire la tua presenza. Senza fare di me la tua meta. La nostra meta è camminare insieme sempre più avanti, sempre più dentro l’amore, verso l’Amore perfetto, infinito ed eterno che è Dio.

Continua

Antonio e Luisa

 

FATEVI UN REGALO, ANZI “IL MIGLIOR REGALO” : IL PERDONO E’ AL CINEMA

IlMigliorRegaloCopertina

Ho avuto l’onore di poter guardare l’ultima creazione del regista Juan Manuel Cotelo, e il vostro meteorologo di coppia è rimasto fulminato.

IL MIGLIOR REGALO – Non è un film, è un dono, un dono che Cotelo ha voluto fare all’umanità, a tutti noi. Stiamo vivendo nel mondo, quella che Papa Francesco ha ribattezzato la “Terza guerra mondiale a pezzi”. Sui giornali e TV non facciamo altro che leggere di guerre, persecuzioni, stragi, vendette. La cronaca nera è sempre stampata in prima pagina: un papà uccide il proprio bambino, un fidanzato da fuoco alla sua ex, i cristiani sono perseguitati in ogni parte del mondo, a New York si festeggia per una legge che permetterà l’uccisione dei bambini al 9° mese di concepimento.

Le tenebre sembrano prendere il sopravvento sulla luce, l’odio sull’amore, la paura sulla speranza e il nostro cuore diventa sempre più pesante e amareggiato.

Cotelo ha detto “BASTA”! Non possiamo riportare solo notizie di morte e distruzione, è arrivato il momento di dar voce alla foresta silenziosa che ogni giorno cresce e dona a questo mondo nuovo ossigeno.

IL TRAILER 

QUANDO AL CINEMA? – In Italia è il 28 Febbraio che uscirà l’attesissimo film sui supereroi… No, non sono gli Avengers, questi di cui vi parlo sono veri supereroi in carne ed ossa, e la loro arma segreta è il PERDONO.

LE STORIE RACCONTATE – Un pugile lasciato dalla madre e picchiato dal padre; vittime di terrorismo, di guerre, di carneficine, come quella del Rwanda, di tradimenti, tutti hanno vinto i loro villains (per intenderci i cattivi dei fumetti Marvel) odio, rancore, vendetta, con l’arma del perdono.

Ma la storia che più mi ha toccato il cuore, e non solo perché sono il vostro meteorologo di coppia, è il perdono di un marito tradito. Una catechesi sull’amore e sulla coppia in carne ed ossa.

LA STORIA DI FRANCISCO E GABY – Francisco era felicemente sposato con sua moglie Gaby, la classica favola d’amore, mai un litigio, una discussione, tutto assolutamente perfetto, poi i primi problemi: la paura di affrontare la malattia del figlio, il marito assorbito dal lavoro, e lei che si sente sempre più messa da parte. La crisi è servita: Gaby ingannata da un mondo che le parlava di autodeterminazione, di una donna libera e disinibita, lascia la famiglia, i tre figli e scappa con l’amante…

Fin qui la classica storia di tradimento, divorzio e… vendetta del marito? No, Francisco contro tutti ha deciso di aspettare il suo ritorno. Ha pregato, apparecchiando ogni giorno la tavola anche per la sua dolce metà e credendo fermamente che un giorno Dio gli avrebbe permesso di riabbracciarla…

E dopo 5 anni, qualcosa è accaduto… Cosa? Beh questo vi consiglio di andare a vederlo al Cinema, ne rimarrete piacevolmente fulminati, come lo è rimasto il sottoscritto.

I TEMI TRATTATI SULLA COPPIA? Non sposarsi mai quando tutto è una favola o hai le farfalle nello stomaco; dialogo e duro lavoro nel fidanzamento; l’essenzialità della coppia composta da 1+1, e non di due metà che si reggono malamente uno sull’altro; il perdono reciproco e il non giudicare l’altro; infine la preghiera e la centralità di Dio nella vita di coppia, perché è Lui che ci fa accettare l’altro, è Lui che ci fa compiere scelte impossibili, proprio come quella di Francisco, nella totale fiducia di un Padre che compie prodigi.

COME VEDERLO? Se volete essere contagiati dal perdono, non aspettate altro e correte al Cinema, al seguente link potrete vedere se è in programmazione anche nella vostra città ➡ https://www.elmayorregalo.com/it/prossime-proiezioni/

PORTA IL PERDONO NELLA TUA CITTA’ – Se invece, come dice il regista alla fine del film, volete essere voi a fare la prima mossa e riscrivere il lieto fine, contattate la casa di produzione a questo link ➡ https://www.elmayorregalo.com/it/chiedilo-qui/. Ognuno di voi, come il sottoscritto, può portare il film nella propria città e far parte delle locomotive di Infinito+1: divulgatori di storie di speranza e di perdono.

“Amore mio, Gesù non vuole che io ti ami” ovvero: “Ma che stai a dì?”

..di Pietro Antonicelli e Filomena Scalise dal Blog “Sposi&Spose di Cristo”:

Disse lui: “Sai cara, oggi ho aperto il Vangelo ed ho trovato questo brano: <<Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo.>> (Luca 14,26-27) …ora sai che faccio? Me lo stampo e me lo metto in tasca!”

“E perchè mai dovresti andare in giro con un pezzo di carta in tasca?” Disse lei.

Lui non le rispose…non perché fosse dispettoso, ma semplicemente perché i mariti  hanno due orecchie speciali che filtrano tutte le frasi delle mogli…a maggior ragione quelle che finiscono con un punto interrogativo.

Sta di fatto che diversi mesi dopo, il giorno del loro anniversario di matrimonio, il marito fuggì di casa e andò a chiedere ad un monastero di essere accolto come novizio.

Allora sua moglie, che come tutte le mogli ha in dotazione un radar particolare per captare tutte le trovate originali dei mariti, accorgendosi della sua assenza e alterandosi alquanto per non aver trovato nessun regalo di anniversario (ovvero nessuna ennesima borsetta) decise di telefonare a suo marito.

Il marito, che ancora era in trattative col monaco portinaio e non aveva avuto il tempo di rinunciare a tutti i suoi averi tra cui lo smartphone, sentì squillare e rispose a sua moglie.

Lei lo incalzò proferendo alcune frasi che iniziavano con “Dove” e terminavano con “borsa”.

Lui allora mise la mano in tasca e lesse quanto era stampato sul foglietto: “In quel tempo Gesù disse alla folla che lo seguiva: Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo(…)”. Poi aggiunse: “Vedi cara…io oggi volevo stare con te, a maggior ragione che è anche il nostro anniversario di matrimonio. Avevo anche comprato un regalino e volevo portarti a cena fuori; ma Gesù in questo passo del Vangelo pare che….” sospirò e aggiunse “Gesù non vuole che io ti ami!!!”. E detto questo interruppe la telefonata e si mise a piangere.

Il monaco portinaio che aveva ascoltato tutto, diede una sberla al marito, lo prese per un orecchio e lo trascinò verso la sua auto. Aprì lo sportello e ce lo buttò dentro e, prima di lasciarlo andare, gli urlò che Gesù non si sarebbe mai sognato di “mettersi tra moglie e marito” come un intruso, come uno da preferire per tradire il coniuge…ma che Gesù doveva essere messo tra moglie e marito affinché il rapporto di amore tra moglie e marito fosse di qualità superiore! Gesù avrebbe dato bellezza al loro stare insieme, e soprattutto non avrebbe mai impedito loro di stare insieme…e – a quel punto il monaco gli sputò in un occhio-  gli disse: “guarda che se non metti Gesù al primo posto nella tua vita, non saprai mai donare la tua vita a tua moglie!!! E ora vai, bischeraccio!!! Corri da tua moglie e dille che l’ami…e che vorresti amarla come Gesù stesso l’ama! E non farti più venire strane idee ascetiche!!!!!” 

 

…morale della storia: non far arrabbiare i monaci.

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Permesso

“Permesso: è la richiesta gentile di poter entrare nella vita di qualcun altro con rispetto e attenzione “

gesù bussa alla porta

Ci fermiamo dinanzi alla porta di casa, sulla soglia. La porta è il confine oltre il quale entro nella vita intima dell’altro. Gesù parlando di sé dice che egli è come il buon pastore che ama e si prende cura delle pecore e per questo entra dalla porta, il ladro invece entra da un’altra parte. Gesù approfondisce questa similitudine paragonando egli stesso a quella porta. L’altro è come la porta che sto per aprire e attraversare. Per entrare devo passare da lui e non aggirarlo. Un’altra immagine ci viene dall’Apocalisse dove Gesù dice alla sposa che è la chiesa: “Ecco sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3,20). È interessante notare in questo versetto che chi apre non lo fa perché ha sentito bussare ma perché ha riconosciuto la voce di chi bussa. Nasce così la gioia e la fiducia di poter aprire liberamente, senza costrizione. L’altro si fa riconoscere, fa capire  le proprie intenzioni nel modo in cui chiede di entrare.  Gesù chiede personalmente di entrare e aspetta il nostro assenso e permesso che nasce nel momento che lo riconosciamo. La comunione non ammette di aggirare l’altro come se fosse un muro da scavalcare ma lo considera come la porta a cui bussare per entrare e “cenare insieme”. Chi ama aspetta sempre il consenso dell’altro prima di entrare nella sua vita. Nel nuovo rito del matrimonio c’è una forma del consenso, la seconda, che è molto bella anche se pochissimo scelta: “Vuoi unire la tua vita alla mia nel Signore che ci ha creati e redenti?”. Questa forma esprime bene la richiesta del permesso e del consenso dell’altro per poter iniziare il nuovo cammino di vita nel Signore che è il matrimonio sacramento. Questa richiesta va fatta esplicitamente ed implicitamente tante volte nella vita di due sposi soprattutto quando si deve prendere qualche decisione o fare qualcosa di importante.

Ogni volta in cui si rinnova questo consenso reciproco la vita che si svolgerà sarà una vita a due nella quale due persone, uniche nella loro inviolabile identità e intimità personale, scelgono nuovamente di vivere tenendo conto sempre dell’altro e in comunione con lui. La comunione non è infatti solo vivere o fare delle cose insieme ma anzitutto tenere conto dell’altro e di ciò che è come persona. C’è come un confine che va valicato con delicatezza e rispetto per l’altro. Pensiamo a Mosè a cui Dio , dal roveto ardente, chiede di togliersi i sandali perché quel luogo è sacro. Si tratta di porsi davanti al carattere sacro e della inviolabilità dell’intimità altrui. Quando Jaques Maritain trovò il diario spirituale della moglie Raissa, prese consapevolezza che ella aveva avuto una sua propria vita intima a lui nascosta e al tempo stesso, leggendo quelle pagine, non si trovò per nulla spaesato ritrovandovi tante cose che aveva intuito o che lei aveva condiviso in qualche modo con lui.

Tenere conto dell’altro vuol dire considerare anzitutto la sua individualità, i suoi bisogni, le sue aspirazioni,  il suo destino, rispettando lo spazio sacro e il mistero che è la sua coscienza e la sua intimità personale. L’amore quanto più è intimo e profondo tanto più esige il rispetto della libertà dell’altro e la capacità di attendere che apra la porta del suo cuore

A “Permesso” possiamo allora aggiungere una parolina che ne deriva: “Che ne pensi?”: “Che ne pensi se faccio questo, se facciamo questo?”. Anche questo è chiedere permesso perché si chiede il consenso come persone “con-sorti”, che hanno scelto di condividere la medesima sorte, lo stesso destino, lo stesso fine.

Perché è spesso così difficile chiedere permesso una volta conquistata la confidenza familiare? Quando si vive tanto tempo insieme si può rischiare di non considerare tanto l’altro e si agisce prendendosi da sé dei permessi che sarebbe invece più giusto chiedere. Si entra così nella mentalità del tutto permesso e pian piano l’altro sparisce adombrato dal proprio bisogno e o desiderio. Occorre riapprendere il gusto della cortesia, della finezza e delicatezza dell’amore. Talvolta i bisogni o le idee che ci sono venute prendono così il sopravvento su di noi che l’altro diventa solo l’ostacolo da sormontare. Si è dimenticato di chiedere permesso perché si è dimenticato di considerare l’altro.

Padre Salvatore Franco

Sposi sacerdoti. Vogliamo ammirarti.

La scena cambia nuovamente in modo repentino. La Sulamita ora si trova in mezzo alla sua gente. Non c’è solo il suo amato. Probabilmente la scena è ambientata durante una festa. Una festa di nozze. La Sulamita sta danzando. Non dimentichiamo che il Cantico è una raccolta di canti che servivano ad allietare le lunghe feste di matrimonio del tempo. E’ il coro quindi che prende la parola.

«Volgiti, volgiti, Sulammita,
volgiti, volgiti: vogliamo ammirarti».
«Che ammirate nella Sulammita
durante la danza a due schiere?».

La Sulamita è la donna della pace. Il suo nome non a caso deriva della parola Shalom che significa pace. La donna della pace è incantevole proprio per la pace che ha dentro di sè. Così bella che il coro le chiede di voltarsi per mostrarsi. La donna (vale anche per l’uomo) che ama è la donna della pace. Meglio ancora: la donna che sa amare e che sa di essere amata. Lei è la donna dell’amore. La donna che dà un volto sensibile e concreto all’amore. E’ la donna della bellezza. La Sulamita danza. Danza come Re David. La Danza, nella Bibbia, è intesa soprattutto come lode e come manifestazione di gioia. La danza esprime una gioia talmente grande che per essere espressa necessita di tutto il corpo. La Sulamita ha la gioia nel cuore di chi ha incontrato Dio e fatto esperienza di Lui. L’amata è nella pace perchè ha finalmente compreso di essere regina, di essere amata dal suo Dio, di essere rivestita della dignità del Padre. La giovane non si sente più mendicante d’amore e non si accontenta di relazioni che sono come delle briciole gettate sotto il tavolo alla cagnetta. Quante donne si accontentano di poco pur di avere un uomo. Pur di non perdere quel poco che hanno. La Sulamita non è disposta a compromessi. La Sulamita ha sperimentato cosa significa amare ed essere amata e per questo non può accontentarsi di nulla che sia meno di tutto. Ma come? La realtà è un’altra cosa! So già che state pensando esattamente questo. Invece è così. Dipende da quale prospettiva guardate questa affermazione. Certo che il suo amato non può, e spesso non vuole, darsi completamente a lei tanto da riempire il suo vuoto di amore e di senso. Anche qualora Salomone si desse senza riserve non sarebbe comunque abbastanza. Una persona finita non può riempire un desiderio di infinito. Non chiedetelo al vostro sposo, non mettetegli sulle spalle questo macigno. Non ne ha le forze. La Sulamita non pretende che il suo amato le dia tutto. Certo la Sulamita lo desidera e se accade ne è felice e ne è riconoscente. Non è questo il punto che fa la differenza. La Sulamita sa che quel tutto non riguarda lui, il sua amato. Riguarda lei. Lei, se vuole avere la pace nel cuore, deve darsi completamente. Darsi nella verità e nella totalità del matrimonio. Solo così, in quel tutto, incontrerà Dio. Lui si che riempie il vuoto di ogni persona. Questo la rende incantevole. Anche quando le cose vanno male. Io resto ammirato a contemplare la bellezza e la dignità di quelle spose che restano fedeli alla promessa nonostante il loro sposo le abbia abbandonate. Con alcune di queste ho avuto modo di scambiare qualche parola e ho trovato in loro tanta sofferenza. Tanta sofferenza, ma anche tanta pace. La pace di chi, come la Sulamita, si sta dando completamente, senza riserve e senza chiedere nulla in cambio. Questo è l’amore misericordioso che rende bella una persona. La rende bella e attraente. Attraente! Sì, perchè è attraente l’amore, ma quello autentico, l’amore che è Dio. Quello è un amore di cui tutti abbiamo nostalgia e desiderio e che ci attrae in modo irresistibile.

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro.21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore 30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito 38 Le piccole volpi che infestano il nostro amore. 39 Il mio diletto è per me. 40 Voglio cercare l’amato del mio cuore 41 Cos’è che sale dal deserto 42 Ecco, la lettiga di Salomone 43 I tuoi seni sono come due cerbiatti 44 Vieni con me dal Libano 45 Un giardino da curare 46 L’eros è un amore tenero 47 La tenerezza è amare come Dio ci ama 48 Mi hai rapito il cuore con un tuo sguardo 49 Fammi sentire la tua voce. Perchè la tua voce è soave 50 Mi baci con i baci della sua bocca 51 Quanti sono soavi le mie carezze sorella mia, sposa 52 Venga il mio diletto nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti 53 Le carezze dell’anima 54 Un rumore! E’ il mio diletto che bussa. 55 Il mio diletto ha messo la mano nello spiraglio  56 Io venni meno per la sua scomparsa 57 Mi han tolto il mantello 58 Che ha il tuo diletto di diverso da un altro? 59 Il matrimonio non è un armadio 60 Dolcezza è il suo palato  61 Uccidete il sogno 62 Bella come la luna 63 Sui carri di Ammi-nadìb

L’amore sponsale è consolazione per i sacerdoti.

Papa Francesco alcuni giorni fa ha parlato alla Rota Romana. Come tutti gli anni il Pontefice è chiamato ad aprire l’anno giudiziario con un discorso. Sono sempre discorsi molto interessanti. Discorsi che essendo rivolti a chi deve decidere della validità del sacramento entrano sempre nella profondità del matrimonio. Discorsi da cui imparare sempre qualcosa. Quest’anno Papa Francesco ha considerato tanti concetti fondamentali come la fedeltà e l’unità. A me ha colpito un altro passaggio. Il Santo Padre ha espresso un concetto poco considerato, ma fondamentale.

Gli sposi che vivono nell’unità e nella fedeltà riflettono bene l’immagine e la somiglianza di Dio. Questa è la buona notizia: che la fedeltà è possibile, perché è un dono, negli sposi come nei presbiteri. Questa è la notizia che dovrebbe rendere più forte e consolante anche il ministero fedele e pieno di amore evangelico di vescovi e sacerdoti; come furono di conforto per Paolo e Apollo l’amore e la fedeltà coniugale degli sposi Aquila e Priscilla.

Capito cosa sta dicendo il Papa? Gli sposi che si amano sono motivo di speranza per i consacrati e mostrano loro come Dio ama.

Matrimonio e verginità consacrata sono le due strade che Dio ha scelto per poter comunicare il suo amore, perché l’uomo possa dire l’amore di Dio. Perché Dio possa riprodurre se stesso e il suo amore nel mondo. Sicuramente in ombra, in modo imperfetto e limitato, ma questa analogia e somiglianza c’è, nonostante il peccato originale. Il matrimonio è una realtà naturale non introdotta da Cristo, Cristo ha invece introdotto, nella logica del suo amore redento, la seconda via: la verginità consacrata.

La vocazione alla verginità consacrata e il matrimonio sacramento sono due risposte all’amore di Dio entrambe importanti, entrambe necessarie e complementari tra loro. L’una completa l’altra. I consacrati cosa dicono al mondo e di conseguenza a noi sposi? Cosa ci mostrano? Ci ricordano che non siamo fatti solo per questa terra, che la nostra vita in questa terra è un cammino verso l’abbraccio con Cristo, verso le nozze eterne con Cristo, e loro ne sono anticipatori e profeti. Noi sposi cosa possiamo insegnare al mondo, e di conseguenza ai consacrati? La nostra è forse, come alcuni credono, una vocazione meno importante, per quelle persone chiamate a una vita ordinaria e meno santa?  Nient’affatto. La nostra è una vocazione necessaria e importante tanto quanto quella sacerdotale. Noi mostriamo ai nostri fratelli consacrati come devono amare Cristo se vogliono essere uniti sponsalmente con Lui già da questa terra. Guardando come noi sposi ci amiamo, possono capire tanto della loro sponsalità.  Loro ci indicano il fine della nostra vita, noi indichiamo loro il modo. Due vocazioni entrambe meravigliose. Il signore ci ha dato doni diversi affinchè ognuno di noi possa rispondere alla sua chiamata all’amore. Entrambe necessarie e forse la Chiesa attraverso i suoi documenti, il Concilio vaticano II e i sinodi, ci sta dicendo che in questi anni la profezia degli sposi è quanto mai necessaria e decisiva. La Chiesa non ci sta chiedendo come compito primario quello di fare tante opere di misericordia o di servizio per la nostra comunità e per i bisognosi che ci sono accanto. Certo è importante offrire il nostro tempo e il nostro impegno per la comunità, ma non è la prima cosa. Non è il nostro compito, ma una conseguenza del nostro compito più importante. La Chiesa ci chiede di amarci in modo autentico e credibile per poter essere profezia per la nostra comunità e per tutte le persone che incontriamo dell’amore di Dio. Chi vede come ci amiamo dovrebbe capire qualcosa di Dio e del Suo amore. Il nostro compito è quello di essere un Kerigma vivente dell’amore di Dio. Il Kerigma che annuncia che ogni persona è amata in modo unico, tenero e fedele da Dio. Noi siamo questo e sarebbe un vero peccato snaturare la nostra vocazione. Fare tanto per la comunità a discapito del nostro rapporto sponsale non è cosa gradita a Dio. Ogni impegno e servizio che vogliamo donare alla nostra comunità deve essere concordato con il nostro sposo o la nostra sposa e non deve compromettere o impoverire la nostra relazione. Ogni gesto di servizio deve scaturire dall’amore che generiamo nella nostra coppia, e non deve diventare modo per cercare altrove la gratificazione e l’amore che non siamo capaci di trovare nella nostra casa.

Sposi sacerdoti. Sui carri di Ammi-nadìb.

Nel giardino dei noci io sono sceso,
per vedere il verdeggiare della valle,
per vedere se la vite metteva germogli,
se fiorivano i melograni.
Ecco di nuovo il paragone tra la donna e il giardino. La donna è un giardino per il suo amato e suo amante. Lui deve essere come un giardiniere. Qui un altro richiamo al Vangelo. Attenzione l’uomo non è il padrone del giardino. L’uomo è solo il giardiniere. Il Signore è solo Dio. Dio che ha affidato quel giardino a Salomone affinché se ne prendesse cura e lo aiutasse a dare frutto. L’uomo non è padrone della donna. L’uomo è servitore della donna. Ancora meglio dire che l’uomo è servitore dell’amore. L’uomo ha ricevuto quel giardino non per farne ciò che vuole, ma per spendersi completamente nella sua cura. Senza metterci fatica quel giardino diventerà presto incolto e non darà nessun frutto. Solo con l’impegno e il sudore della fronte quel giardino diventerà rigoglioso e darà frutto abbondante che potrà essere offerto a Dio (ricordate il significato di sacrificio spiegato nei primi capitoli?) e di cui si potrà saziare anche il giardiniere, anche lo sposo. Già perchè quando uno sposo cura la relazione e non si risparmia in tenerezza e cura riceverà dalla sua sposa il centuplo perchè le donne quando si sentono amate, riescono ad abbandonarsi e a donarsi completamente.

Non lo so, ma il mio desiderio mi ha posto
sui carri di Ammi-nadìb.

Questo è un passaggio controverso e di difficile comprensione. Gli esegeti non riescono a dare una lettura comune ed esistono diverse interpretazioni. Io sposo il senso che ha voluto dare don Carlo Rocchetta. Ammi-nadìb era un capo delle tribù di Giuda nel periodo in cui gli ebrei si trovavano nel deserto del Sinai. Altre interpretazioni vedono in quel none un richiamo alla nobiltà. In entrambi i casi si tratta di un carro regale. Un carro che trasporta persone importanti. Un carro che incute rispetto e timore nel campo di battaglia. Un carro che spicca in mezzo a tutti gli altri. Non capite quale grande significato possiamo trovare anche in questo passaggio? Il mio amore per te, cara sposa amata, mi fa forte. Il tuo amore e il desiderio che sento per te mi dà forza che non pensavo di avere. Mi sento come un re che non ha paura di affrontare le difficoltà della vita perchè tu cara e amata sposa sei al mio fianco. Il tuo amore mi fa sentire forte, bello, desiderato e pronto ad entrare nelle tempeste della vita. Mi ritrovo moltissimo in queste parole del Cantico. Io che sono portato a sentirmi sempre inadeguato, debole, incapace, quando sento l’amore della mia sposa mi tiro insieme e do tutto perchè devo farlo per lei, per custodire e proteggere la nostra famiglia e il nostro amore. Donne non mortificate mai il vostro sposo. Ha bisogno del vostro sostegno e del vostro sguardo fiducioso e che sostiene. Non distruggetelo con il vostro disprezzo. Anche quando, secondo voi, non si comporta all’altezza delle vostre aspettative

Antonio e Luisa

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro.21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore 30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito 38 Le piccole volpi che infestano il nostro amore. 39 Il mio diletto è per me. 40 Voglio cercare l’amato del mio cuore 41 Cos’è che sale dal deserto 42 Ecco, la lettiga di Salomone 43 I tuoi seni sono come due cerbiatti 44 Vieni con me dal Libano 45 Un giardino da curare 46 L’eros è un amore tenero 47 La tenerezza è amare come Dio ci ama 48 Mi hai rapito il cuore con un tuo sguardo 49 Fammi sentire la tua voce. Perchè la tua voce è soave 50 Mi baci con i baci della sua bocca 51 Quanti sono soavi le mie carezze sorella mia, sposa 52 Venga il mio diletto nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti 53 Le carezze dell’anima 54 Un rumore! E’ il mio diletto che bussa. 55 Il mio diletto ha messo la mano nello spiraglio  56 Io venni meno per la sua scomparsa 57 Mi han tolto il mantello 58 Che ha il tuo diletto di diverso da un altro? 59 Il matrimonio non è un armadio 60 Dolcezza è il suo palato  61 Uccidete il sogno 62 Bella come la luna

 

Genitori e figli, come archi e frecce di Dio

“I vostri figli non sono figli vostri.
Sono figli e figlie della sete che la vita ha di sé stessa.
Essi vengono attraverso di voi, ma non da voi,
e benché vivano con voi non vi appartengono.
Potete donare loro amore ma non i vostri pensieri:
essi hanno i loro pensieri.
Potete offrire rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime:
esse abitano la casa del domani,
che non vi sarà concesso visitare neppure in sogno.
Potete tentare di essere simili a loro, ma non farvi simili a voi:
la vita procede e non s’attarda sul passato.
Voi siate gli archi da cui i figli, come frecce vive, sono scoccate in avanti.”                            
(Il profeta, K. Gibran)

arco

Ecco, noi genitori siamo gli archi, in particolare i due flettenti, quelle parti semi-elastiche che imprimono la forza e la velocità alla freccia: solo insieme, come in un abbraccio, la corda del nostro amore potrà far scoccare la freccia dei nostri figli. Ma abbiamo un arciere d’eccezione, direi l’Arciere per eccellenza, il nostro buon Padre. Lui è super allenato, è l’Amore e la Vita, ed è proprio attraverso di noi che decide di centrare di nuovo il bersaglio, un altro cuore, un’altra creatura pronta a dare e ricevere amore.

Nel “costruirci” come archi ha pensato davvero a tutto, ci ha creati “elastici” per piegarci ma non spezzarci, per assecondare il Vento dello Spirito, per sopportare lo sforzo e la tregua, l’allenamento e la gara, ma ha fatto in modo che fossimo in due, per superare gli egoismi e per avere la capacità di unirci e generare nuova forza vitale. Ma per scoccare quella freccia nel migliore dei modi non bisogna solo “stare insieme”, occorre essere uniti da una corda speciale, di un materiale altrettanto elastico, che nulla sottrae e tutto aggiunge: è l’Amore. L’Amore è il complice per eccezione della vita, il segreto per ottenere un buon risultato e posizionarsi bene in classifica!

E poi le frecce. I figli sono frecce vive, scoccate da Dio attraverso di noi, ma che hanno un anima unica. Conserveranno parte della forza e della velocità che abbiamo dato loro, ma compiranno la loro personale traiettoria per raggiungere il bersaglio. Noi, in qualche modo, tra errori e tentativi ben e mal riusciti, cerchiamo quotidianamente di segnarla quella traiettoria, possiamo accompagnarli con tutto l’amore che possiamo, ma guai a prenderli in ostaggio! Ci rendiamo colpevoli di un grave reato, sottrarremmo loro la libertà, di fare bene ed anche di sbagliare.

Come dice il filosofo libanese Khalil Gibran, la vita ha sete di vita, così come l’amore ha sete e si nutre d’amore: sembra essere questo il vero segreto. Semplice? Non proprio! Non devo dire “Ama!”, devo amare. Non posso dire “Vivi!”, devo lasciar vivere. Non sono gli imperativi che ci rendono più o meno genitori, perché Dio, il Padre per eccellenza, non è affatto un imperatore che detta leggi, ma è il Creatore, Colui che crea dal nulla e noi genitori diventiamo cre-attivi insieme a Lui!

Preziosi perchè frutto dell’amore

Il giorno del nostro matrimonio è speciale. E’ uno di quei momenti fondamentali e fondanti nella vita di una persona tanto da creare un prima e un dopo. Esiste la mia vita prima del matrimonio con Luisa e una vita dopo. Sembrano, almeno per quello che mi riguarda, due vite completamente diverse. E’ stata una vera e propria nuova creazione. Una rinascita a vita nuova dove il mio essere uomo si poteva realizzare nel noi di quella coppia unita e saldata dal fuoco consacratorio dello Spirito Santo. Come la maggior parte delle coppie di sposi abbiamo voluto un ricordo di quel giorno tanto importante. Abbiamo voluto le fotografie e il film del nostro matrimonio. Ci sono coppie che spendono migliaia di euro per queste cose. Noi ci siamo accontentati di un amico con la passione del montaggio video. Ci è costato un invito a cena. La fine di questi dvd e filmati è più o meno sempre la stessa. Finiscono a prendere polvere. Per amici e parenti è spesso una noia mortale guardarli e lo fanno solo se esplicitamente invitati e per non far rimanere male gli sposi. Gli stessi sposi sono risucchiati nella nuova vita fatta di nuovi e maggiori impegni e non c’è più tempo e voglia di rivedere le immagini di quel giorno. Eppure c’è qualcuno che non smetterebbe mai di guardare quel film. Qualcuno che, la maggior parte delle volte, neanche c’era quel giorno. Si tratta dei figli. I nostri non fanno eccezione.  Naturalmente non ora che hanno superato tutti i dieci anni. C’è stato un momento nella loro infanzia che tutti e quattro non desideravano altro che guardare in tv quel video. Più dei cartoni della Disney. Si mettevano davanti alla TV è guardavano. E si nutrivano di quelle immagini. E chiedevano. Chi erano quelle persone? Chi aveva scelto il vestito? Se ci volevamo bene, se eravamo contenti. Tantissime domande e poi volevano rivederlo. Si nutrivano di quelle immagini. Questo è normale. Loro sono nati da quel sì che io e Luisa ci siamo promessi quel giorno. Loro sono costituiti dall’amore che io e Luisa abbiamo concretizzato quel giorno. Loro sono fatti biologicamente di quel noi. Metà patrimonio genetico è mio e l’altra metà è di Luisa. Loro sanno di non essere solo un prodotto biologico. Loro sono frutto di un amore. Loro sono frutto di un’unione. Loro sono frutto di una promessa che diventa vita. Loro sanno di essere tutto questo. Non lo sanno esprimere e non ne sono consapevoli, ma nel loro profondo lo sanno benissimo. Ecco perchè consumerebbero quel filmino a forza di guardarlo. Guardando quel film ne restano affascinati. Vedono gioa e amore. Vedono i loro genitori che si vogliono bene. Vedono qualcosa di meraviglioso. E pensano. Pensano che se è meraviglioso quello da cui sono nati sono meravigliosi anche loro. Se papà e mamma si vogliono bene allora significa che sono belli, che sono desiderati, che sono amati. Che sono preziosi! Capite il male che provoca il divorzio nella profondità dei nostri figli? I genitori separati possono comunque amare singolarmente i figli. Possono dare loro anche più attenzioni e cura di prima, ma non possono evitare ai loro figli una sofferenza profonda causata dalla distruzione di quel noi. Una ferita che segna. Dividendosi e separandosi lanciano un messaggio chiaro: Voi siete il frutto di qualcosa che non è bello, che non mi piace più. Questo è devastante. Ecco cosa scrive un bambino ai propri genitori in una lettera che potete trovare sul web:

Mi state insegnando che sono nato da una persona che non è amabile e che ha torto, e che in qualche modo sono sbagliato anch’io

I nostri figli si nutrono del nostro amore. Non solo dell’amore che io posso dare loro come papà, ma ancor di più dell’amore che manifesto alla loro mamma. Godono nel vedere le mie attenzioni verso la loro mamma. Sono felici di un mio abbraccio e di una mia carezza alla loro mamma. Sto dicendo loro che sono preziosi perchè è preziosa la relazione da cui sono nati.

Papa Francesco nel 2015 affermò questa verità con parole molto chiare e nette. Come se desse voce a tutti i figli vittime del divorzio:

Marito e moglie sono una sola carne. Ma le loro creature sono carne della loro carne. Se pensiamo alla durezza con cui Gesù ammonisce gli adulti a non scandalizzare i piccoli – abbiamo sentito il passo del Vangelo – (cfr Mt 18,6), possiamo comprendere meglio anche la sua parola sulla grave responsabilità di custodire il legame coniugale che dà inizio alla famiglia umana (cfr Mt 19,6-9). Quando l’uomo e la donna sono diventati una sola carne, tutte le ferite e tutti gli abbandoni del papà e della mamma incidono nella carne viva dei figli.

Antonio e Luisa

 

..la polvere, il tappeto e i para-spifferi di Spirito Santo

..di Pietro Antonicelli e Filomena Scalise dal Blog “Sposi&Spose di Cristo”:

Siamo nei giorni della Merla e nella nostra Crotone un vento di tramontana sta sferzando il mare e la città e tutto si agita. Anche qualche albero si è spezzato..e camminare per strada diventa faticoso soprattutto per chi ci tiene alla propria “mess’inPiega”…fortuna che è venerdì e i parrucchieri sono aperti.

Stamattina ho visto cumuli di cartacce, foglie, sacchetti di plastica, polvere e qualche cane roteare per l’aria e finire per occupare le corsie principali della città.

Allora ho ripensato a quando ci siamo sposati e ai regali che ci hanno fatto:

Tappeti, scope…ma nessun para spifferi.

Forse i nostri amici e parenti si sono sentiti un po’ a disagio quando hanno pensato (sono sicuro che almeno lo hanno pensato)…di regalarci una scorta di para-spifferi: da quelli che si mettono stesi sotto le porte a quelli da apporre sotto le finestre.

Come mai, amico e parente, mi regali oggetti per pulire (le scope) e per nascondere (i tappeti)…ma poi non pensi al vento che quando inizia a soffiare fa alzare tutta quella polvere che io e mia moglie quotidianamente e metodicamente celiamo sotto i tappeti?

Noi siamo molto abituati a mettere tutto sotto il tappeto…ma devi regalarmi un para-spifferi che non renda vano il mio e nostro lavoro certosino.

Eppure il prete che ci ha sposati qualcosa ci aveva accennato circa questo Vento di tramontana che soffia nella vita dei Cristiani.

“Massssìì!!! Ora ricordo!!!”

Il giorno del nostro matrimonio col nostro “SI” abbiamo spalancato la finestra del nostro cuoricino alla Santissima Trinità…il che vuol dire che oltre alle prime due Persone (garbate) della Santissima Trinità (il Padre e il Figlio…sono davvero due Persone Divine “a modo”)…la terza Persona della Trinità…è un po’ meno a modo. Questa Persona non fa altro che soffiare…ed è Ella stessa “Soffio”, “Alito”, “Vento”…che non sai da dove viene e dove va! 

Ed è così che da quel giorno noi cerchiamo continuamente e accuratamente di posizionare ogni minimo granellino di polvere, ogni cartaccia, ogni sacchetto di plastica e anche qualche cane sotto al tappeto della nostra casa…ma questa Terza Persona della Trinità soffia…soffia….soffia e ci scapiglia, ci strucca, ci mette innanzi agli occhi tutto quel disordine che a fatica cerchiamo di tenere nascosto.

Ed ecco che spesso durante la giornata inizio a dirmi: “ma quanto sono bravo, ma quanto sono bello, ma quanto sono simpatico” e poi arriva Lui che soffia e si alzano i tappeti ed esce fuori tutta la schifezza che ho nascosto compreso il povero cane che rotea nell’aria travolto dal turbinio delle Sante correnti.

Ed è di nuovo tutto da rifare…ma poi – per grazia – ricordo ancora le parole del prete che ci ha sposati, il quale dice che se vuoi liberarti di tutta la spazzatura non devi nasconderla, ma devi buttarla via, e che spesso lo Spirito Santo ci mette davanti agli occhi le nostre polveri sottili e tossiche certamente non per farci deprimere ma per capire che abbiamo molto da buttar via…molto di cui liberarci…molto di cui possiamo fare a meno: i peccati.

E possiamo fare questo senza paura…possiamo andare dalla seconda Persona della Trinità -che opera nei sacerdoti- e dirgli: “Guarda, amico mio, ho tutta questa spazzatura che sotto i tappeti non ci vuole stare…e poi spesso sulle dune di sacchetti che faccio girare per casa ci inciampa mia moglie e sulle cartacce ci scivolano le mie figlie…ora – caro Gesù – consegno tutto a te”.

E allora vedrai che la tua casa tornerà a brillare e ringrazierai tutti quegli amici e parenti che non ti hanno regalato un para-spifferi contro lo Spirito Santo…e grazie a loro Lui (che non è molto garbato, ma sicuramente è un tipo simpatico) soffia dove vuole e ti rende una persona ogni giorno più viva, più bella, più santa!!!

 

“Vieni Santo Spirito, vieni!!!”

 

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Sposi sacerdoti. Bella come la luna. (62 capitolo)

Il quinto poema inizia con una nuova decantazione del corpo dell’amata, un’ulteriore contemplazione che provoca meraviglia. Lo sposo si nutre della bellezza della sua amata. Qualcosa che riempie gli occhi di chi guarda. Gli occhi e il cuore, che anela a fare esperienza di questa bellezza.

Salterei i primi versetti di questo poema visto che sono molto simili a quelli che abbiamo già avuto modo di commentare nel terzo poema. Arriviamo quindi alla parte del testo che dice:

«Chi è costei che sorge come l’aurora,
bella come la luna, fulgida come il sole,
terribile come schiere a vessilli spiegati?».

Ci sono alcune immagini molto forti. L’aurora, la luna e il sole. Fino ad arrivare alle schiere di soldati. Fortissime. La sua amata è tutto questo.

L’aurora è segno di luce e di speranza. Non è solo questo. In questa immagine c’è anche un movimento che rafforza l’immagine. Sorge come l’aurora. L’amata è colei che porta una novità. L’amore rende nuove tutte le cose. L’amore dà nuovi orizzonti. L’amore è sempre generativo. Lei è colei che mi porta la vita stessa. Colei che rende feconda la mia vita.

Bella come la luna. E’ un rimando alla dolcezza. Una tipica qualità femminile che tanto affascina l’uomo. La luna non è solo questo. La luna è anche splendente. Splendente di una luce che non è sua. Attraverso la luna Salomone può contemplare la luce di Dio. Può contemplare il Creatore attraverso la sua creatura. Attraverso la sua figlia prediletta. Dio sarebbe altrimenti impossibile da vedere. Guardare il sole acceca. Non ne siamo capaci. Però, attraverso la mediazione della luna. della nostra sposa, possiamo. Avvertiamo il calore di Dio nella nostra vita, calore a cui siamo esposti direttamente, ma possiamo vederlo attraverso la nostra sposa, attraverso il suo sguardo, attraverso il suo corpo, attraverso tutta la sua persona.

Fulgida come il sole. Immagine meravigliosa anche questa. Esprime tutta la passione dell’amore che la donna porta in se stessa. Il sole è l’astro che esprime il fuoco. Esprime il calore e l’eros. Il cuore dell’amato è incendiato dall’amore erotico che lo spinge sempre più nelle braccia dell’amata. Come una calamita.

Terribile come schiere a vessilli spiegati. La donna è un mistero. Un mistero per l’uomo che scorge in lei qualcosa di diverso ma che lo attira e lo affascina terribilmente. La Sulamita è una donna consapevole. Una donna che conosce la sua preziosità. Sa di essere regina. Sa di essere figlia di re. Ha una consapevolezza che la rende potente agli occhi dell’uomo. Potente come un esercito schierato. L’uomo avrebbe l’inclinazione a dominarla (Giovanni Paolo II spiega così una delle conseguenze del peccato originale), ma non lo fa. Avverte in lei una forza che la rende preziosa ai suoi occhi. La forza di chi sa di essere amata come figlia da Dio. La forza di chi non ha bisogno di mendicare amore, ma ne può dare tanto. L’amore dà dignità, l’amore rende forti, l’amore chiede rispetto.

Antonio e Luisa

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro.21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore 30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito 38 Le piccole volpi che infestano il nostro amore. 39 Il mio diletto è per me. 40 Voglio cercare l’amato del mio cuore 41 Cos’è che sale dal deserto 42 Ecco, la lettiga di Salomone 43 I tuoi seni sono come due cerbiatti 44 Vieni con me dal Libano 45 Un giardino da curare 46 L’eros è un amore tenero 47 La tenerezza è amare come Dio ci ama 48 Mi hai rapito il cuore con un tuo sguardo 49 Fammi sentire la tua voce. Perchè la tua voce è soave 50 Mi baci con i baci della sua bocca 51 Quanti sono soavi le mie carezze sorella mia, sposa 52 Venga il mio diletto nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti 53 Le carezze dell’anima 54 Un rumore! E’ il mio diletto che bussa. 55 Il mio diletto ha messo la mano nello spiraglio  56 Io venni meno per la sua scomparsa 57 Mi han tolto il mantello 58 Che ha il tuo diletto di diverso da un altro? 59 Il matrimonio non è un armadio 60 Dolcezza è il suo palato 

Che terreno è il nostro matrimonio?

In quel tempo, Gesù si mise di nuovo a insegnare lungo il mare. E si riunì attorno a lui una folla enorme, tanto che egli salì su una barca e là restò seduto, stando in mare, mentre la folla era a terra lungo la riva.
Insegnava loro molte cose in parabole e diceva loro nel suo insegnamento:
«Ascoltate. Ecco, uscì il seminatore a seminare.
Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e vennero gli uccelli e la divorarono.
Un’altra cadde fra i sassi, dove non c’era molta terra, e subito spuntò perché non c’era un terreno profondo;
ma quando si levò il sole, restò bruciata e, non avendo radice, si seccò.
Un’altra cadde tra le spine; le spine crebbero, la soffocarono e non diede frutto.
E un’altra cadde sulla terra buona, diede frutto che venne su e crebbe, e rese ora il trenta, ora il sessanta e ora il cento per uno».
E diceva: «Chi ha orecchi per intendere intenda!».

Vorrei leggere questa parabola in chiave sponsale, so benissimo che forse è una lettura un po’ forzata, ma è comunque utile per permettere una riflessione su come ci prepariamo al matrimonio.

Il seme è l’amore divino, lo Spirito Santo, la Grazia del sacramento. Il seme è quella presenza di Dio che germoglia e rende la terra feconda e fruttuosa. La terra siamo noi, la nostra relazione e il nostro cuore.

Se ci presentiamo alle nozze senza aver chiare le caratteristiche di un amore sponsale autentico, e non ci sposiamo volendo e desiderando con tutto il cuore di amarci in quel modo, saremo impermeabili al seme, all’amore di Dio. Il matrimonio sacramento si poggia sul matrimonio naturale, che a sua volta poggia su 5 pilastri. Se manca uno solo di questi pilastri, crolla tutto. L’unicità: un solo uomo e una sola donna. La poligamia non è ammessa. L’indissolubilità: non dobbiamo prevedere vie d’uscita, anche nella cattiva sorte. La fedeltà: il nostro corpo e il nostro cuore appartengono a quell’uomo o a quella donna. La socialità: ci sposiamo nella comunità, perchè siamo risorsa per la società e dobbiamo essere tutelati da essa. La fecondità: la relazione deve essere aperta alla vita.

Se ci si sposa escludendo anche una sola di queste caratteristiche, di questi pilastri, la Grazia non può entrare in noi, perchè manca l’amore autentico e totale  per accoglierla.

Celebriamo un sacramento a secco, anzi peggio, celebriamo una bella sceneggiata che non ha nessun valore,  anche se presenziata dal parroco e arricchita di testimoni e di tante persone. Ricordo che il diritto canonico verifica, tra le altre cose,  la sussistenza di queste caratteristiche per decretare se un matrimonio sacramento sia valido oppure nullo, cioè sia un sacramento che non ha prodotto effetti.

Veniamo ora al terreno sassoso. Subito germogliò. Il matrimonio è valido. Gli sposi credono nei 5 pilastri e si sono sposati in Cristo. La Grazie è arrivata e ha permesso loro di sperimentare l’unione come presenza di Cristo. Ma cosa succede?

Gli sposi non hanno preparato bene il terreno. Non hanno preparato un terreno fecondo, un amore profondo basato sul rispetto, sul sacrificio, sulla castità che sa aspettare e accogliere l’altro. Un amore fatto di apertura al mistero dell’alterità e non di ripiegamento su di sè che usa l’altro per provare sensazioni ed emozioni,  per soddisfare i bisogni affettivi e sessuali. Non importa se vestiamo tutto con l’abito dell’amore, certi gesti nel fidanzamento sono oggettivamente frutto dell’egoismo ed intrinsecamente sbagliati. Se prepariamo il nostro terreno così non saremo capaci, oppure faremo una gran fatica a recuperare questa capacità, di amare autenticamente, ma solo di vivere di emozioni e di sentimenti che sembrano dare valore e senso a tutto, ma che in realtà sono un’effimera illusione. E’ un amore  destinato, come tutte le emozioni, a picchi e crolli e alla fine a spegnersi se non alimentato da qualcosa di più solido. Ed è questa la fine del germoglio piantato in un terreno così. Poche radici e il sole lo brucia.

Ultimo terreno, di cui voglio parlare, è quello con le spine. Questo è il terreno di chi si sposa in Cristo, e magari si è preparato anche bene, ma poi non comprende che il matrimonio è un sacramento non solo tra i  due sposi, ma dove Cristo ha un ruolo fondamentale. Se non si mette Cristo al centro tutto diventa difficile e in certi casi impossibile da sostenere. Il matrimonio, un rapporto che dura tutta la vita e basato su un abbandono fiducioso, intimo ed esclusivo dell’uno verso l’altra, quando arrivano le prove, quelle dure che ti buttano a terra, rischia di dissolversi in dolore, sofferenza, accuse, sensi di colpa e risentimento. Se non si ha una fede e una relazione concreta con Gesù, la coppia  entra in una spirale che la porta inesorabilmente alla separazione, se non sempre fisica, sicuramente dei cuori.

Noi su che terreno abbiamo accolto il seme? Ad ognuno la risposta. Mi fermo qui.

Antonio e Luisa

Sposi sacerdoti. Uccidete il sogno (61 capitolo)

E’ terminato il quarto poema. Cosa ci lascia? Credo che nei versetti di questo poema possiamo trovare uno degli insegnamenti più importanti ed utili per la nostra relazione sponsale. E’ una lettura molto bella dei coniugi Gillini. Una lettura che io  trovo molto vera e profonda. Davvero l’uomo e la donna del Cantico siamo noi. Sono passati migliaia di anni, viviamo in contesti culturali e sociali molto diversi rispetto a loro, eppure desideriamo le stesse cose e viviamo le stesse dinamiche. Esiste un momento sacro nel percorso di vita di una coppia. In questo momento non solo ci si scopre diversi, sfasati. Io sono pronto e tu no. E viceversa. C’è un momento in cui ogni coniuge deve lasciar cadere, deve liberarsi del sogno che aveva dentro di sè dell’altra persona. Questo è un momento che appartiene alla storia reale di ogni coppia. Lasciar cadere il sogno e accogliere in noi la verità dell’altro. Chiamarlo finalmente per nome. Chiamarlo in senso biblico. Accogliere e riconoscere con il nome tutta la persona che abbiamo di fronte. Questo processo può essere anche un duro colpo. Tante aspettative e tanti progetti. Tanti desideri che l’altra persona avrebbe dovuto incarnare e realizzare. Non è così. Spesso la persona che abbiamo sposato non è quella che pensavamo di aver sposato. Spesso l’idea che ci costruiamo è idealizzata e non è reale. Vogliamo che l’altro/a sia ciò che non è. E’ importante superare questo momento cruciale. Momento che può giungere per alcuni prima e per altri dopo, per alcuni in modo repentino e per altri in modo graduale, ma arriva per tutti. Tranquilli che arriva. E’ importante saperlo e riuscire a superarlo. E’ importante disinnescare il pericolo che si cela dietro. Il pericolo di pensare che lui non sia quello giusto, che lei non sia quella giusta, e quindi provare con qualcun’altro/a. L’amore chiede invece questo salto di qualità. Saper riconoscere e accogliere l’altro per quello che è. Solo così l’amore diventa maturo. Quando ci si rende conto della caduta del sogno si sperimenta davvero di perdere la vita. Solo facendo questa esperienza che è un’esperienza di crisi, di smarrimento, di solitudine, magari di sofferenza e dolore. Solo passando attraverso questa morte possiamo essere finalmente pronti a farci dono all’altro senza pretendere nulla. Solo morendo possiamo risorgere in una nuova relazione questa volta fondata sulla verità e non su un desiderio idealizzato che non esiste. La famiglia del mulino bianco lasciamola alla pubblicità. La nostra non è così, ma se riusciamo a fare questo salto di qualità, se riusciamo ad uccidere il sogno che abbiamo in testa,  beh la nostra famiglia può essere anche più bella di quella del mulino bianco, con tutto il casino e l’imperfezione da cui è abitata.

Antonio e Luisa

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro.21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore 30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito 38 Le piccole volpi che infestano il nostro amore. 39 Il mio diletto è per me. 40 Voglio cercare l’amato del mio cuore 41 Cos’è che sale dal deserto 42 Ecco, la lettiga di Salomone 43 I tuoi seni sono come due cerbiatti 44 Vieni con me dal Libano 45 Un giardino da curare 46 L’eros è un amore tenero 47 La tenerezza è amare come Dio ci ama 48 Mi hai rapito il cuore con un tuo sguardo 49 Fammi sentire la tua voce. Perchè la tua voce è soave 50 Mi baci con i baci della sua bocca 51 Quanti sono soavi le mie carezze sorella mia, sposa 52 Venga il mio diletto nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti 53 Le carezze dell’anima 54 Un rumore! E’ il mio diletto che bussa. 55 Il mio diletto ha messo la mano nello spiraglio  56 Io venni meno per la sua scomparsa 57 Mi han tolto il mantello 58 Che ha il tuo diletto di diverso da un altro? 59 Il matrimonio non è un armadio

Sposi sacerdoti. Dolcezza è il suo palato. (60 capitolo)

Dolcezza è il suo palato;
egli è tutto delizie!
Questo è il mio diletto, questo è il mio amico,
o figlie di Gerusalemme.

La giovane mostra, una volta di più, tutto il suo desiderio. Ricordo che nei versetti precedenti lei ha appena finito di gustarsi il corpo dell’amato. Uno sguardo che diventa contemplazione. La contemplazione di ciò che è bello e che rimanda alla bellezza di Dio. Dio che è amore e l’amore che rende bello chi ama e chi è amato.  Non si tratta dunque solo di attrazione.  Si tratta di fare un’esperienza mistica. Una vera esperienza mistica perchè l’amore dei due sposi è abitato da Dio e nella relazione vissuta fanno esperienza di Dio. Don Carlo Rocchetta spiega benissimo questa realtà nel suo libro Teologia del Talamo nuziale:

Ogni sposo vive l’intimità con Dio, Amore infinito, attraverso l’intimità con l’altro, senza alcun dualismo. Entrambi gustano la tenerezza di Dio attraverso la tenerezza del coniuge e scoprono Dio nel cuore del coniuge

Per questo la Sulamita appena finito di contemplare dalla testa ai piedi il suo amato dice qualcosa di importante. Gli dice tu non sei un corpo. Tu sei molto di più. Tu sei tu. Tu sei il mio uomo. Tu sei l’unico e il solo. Egli è tutto delizie. Tutta la sua persona è meraviglia. Tutta anche la parte di lui che non è bella. Anche la parte di lui che non le piace. Cosa significa? I difetti ci sono. Non dobbiamo vederli? Nulla di tutto questo. Non dobbiamo però avere uno sguardo miope. Non dobbiamo assolutizzare quei difetti ed identificare la persona amata con quei difetti. Altrimenti, presto o tardi, quello sguardo miope ci porterà a non sopportare più l’altro/a. Invece i difetti vanno guardati alla luce di tutta la persona. Una persona di cui ci siamo  innamorato/a e che ha tante qualità e lati positivi. Persona che ci ha mostrato tante volte il suo amore, che ci ha perdonato e che è bella. E’ meravigliosa. Non dobbiamo perdere questo modo di guardarla. E’ così bella che desideriamo baciarla. Dolcezza è il suo palato. Avete ancora questo sguardo verso il vostro amato o la vostra amata? Non lo sapete? Capirlo è semplice. Avete ancora desiderio di baciarlo/a. Avete ancora nel cuore questo desiderio di gustarvi e di entrare nell’altro. Di essere respiro per l’altro. Di scambiarvi il soffio dello spirito l’uno nell’altra. Oppure non desiderate più tutto questo raccontandovi che è roba da ragazzini?

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro.21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore 30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito 38 Le piccole volpi che infestano il nostro amore. 39 Il mio diletto è per me. 40 Voglio cercare l’amato del mio cuore 41 Cos’è che sale dal deserto 42 Ecco, la lettiga di Salomone 43 I tuoi seni sono come due cerbiatti 44 Vieni con me dal Libano 45 Un giardino da curare 46 L’eros è un amore tenero 47 La tenerezza è amare come Dio ci ama 48 Mi hai rapito il cuore con un tuo sguardo 49 Fammi sentire la tua voce. Perchè la tua voce è soave 50 Mi baci con i baci della sua bocca 51 Quanti sono soavi le mie carezze sorella mia, sposa 52 Venga il mio diletto nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti 53 Le carezze dell’anima 54 Un rumore! E’ il mio diletto che bussa. 55 Il mio diletto ha messo la mano nello spiraglio  56 Io venni meno per la sua scomparsa 57 Mi han tolto il mantello 58 Che ha il tuo diletto di diverso da un altro? 59 Il matrimonio non è un armadio

Sposi sacerdoti. Il matrimonio non è un armadio. (59 capitolo)

 

Ora il Cantico prosegue con una descrizione piena di meraviglia che la Sulamita fa dell’amato. E’ tornata la luce. La notte è passata. Prima di affrontare il testo è importante una precisazione. Come ho già avuto modo di scrivere nei capitoli precedenti il Cantico è così. Non è un racconto, non ha una sequenza temporale ben definita, non ha un inizio e una fine. E’ una storia d’amore dove alti e bassi si susseguono, dove ci si allontana e ci si riavvicina, dove c’è il giorno e la notte della relazione. E’ la nostra storia in un cerchio che non si chiude mai. La nostra storia non rimane mai piatta. Il nostro amore può solo salire e diventare più forte oppure scendere e diventare più debole o più fragile in una spirale ascendente o discendente. Mettiamocelo in testa! Papa Francesco ne ha parlato diverse volte. Una in particolare mi è sembrata particolarmente azzeccata e molto chiara. Si tratta di una parte del discorso che il Santo Padre ha rivolto ai dipendenti della Santa Sede in occasione del Natale 2015. Il Papa afferma:

Il matrimonio è come una pianta. Non è come un armadio, che si mette lì, nella stanza, e basta spolverarlo ogni tanto. Una pianta è viva, va curata ogni giorno: vedere come sta, mettere l’acqua, e così via. Il matrimonio è una realtà viva: la vita di coppia non va mai data per scontata, in nessuna fase del percorso di una famiglia. Ricordiamoci che il dono più prezioso per i figli non sono le cose, ma l’amore dei genitori. E non intendo solo l’amore dei genitori verso i figli, ma proprio l’amore dei genitori tra loro, cioè la relazione coniugale. Questo fa tanto bene a voi e anche ai vostri figli! Non trascurare la famiglia!

L’amore è come una pianta. Una pianta che va curata. Qui torna un parallelismo molto bello con Genesi che vorrei accennare. Una cosa mi ha sempre colpito del giardino dell’Eden. L’amore e la relazione tra Adamo ed Eva non costavano fatica. Non esisteva la fatica tra di loro. Tutto era naturale e puro. Adamo ed Eva vivevano già nel paradiso che spesso è rappresentato nell’iconografia cristiana come un luogo incontaminato, ricco di animali e piante di ogni genere. Quella natura così rigogliosa, colorata profumata e ricca di ogni genere di vita era come un giardino. Come un giardino che non necessitava che venisse curato, potato, innaffiato, seminato e coltivato. L’uomo e la donna beneficiavano di tutta quella magnificenza senza dover fare nulla per ottenerla. Il giardino non può forse essere una figura simbolica di altro? Ci viene in aiuto il Cantico dei Cantici. Nel terzo poema Salomone metteva in risalto come la sua sposa fosse come un giardino.

Giardino chiuso tu sei,
sorella mia, sposa,
giardino chiuso, fontana sigillata.
[13]I tuoi germogli sono un giardino di melagrane,
con i frutti più squisiti,
alberi di cipro con nardo,
[14]nardo e zafferano, cannella e cinnamòmo
con ogni specie d’alberi da incenso;
mirra e aloe
con tutti i migliori aromi.
[15]Fontana che irrora i giardini,
pozzo d’acque vive
e ruscelli sgorganti dal Libano.

Non vi ricorda nulla questa descrizione? A me si. Mi rimanda all’Eden, al giardino del paradiso perduto. Il giardino rappresenta l’amore dell’uomo verso la donna, l’amore erotico e oblativo, la tenerezza dei gesti e la dolcezza delle parole. Ogni frutto, sapore, odore e colore rimanda alla meraviglia, alla gioia e alla pienezza dei sensi e del cuore. Ma come è possibile ciò? Come fa l’uomo del Cantico, che è figlio di Adamo e della sua caduta, nato nel peccato e nella concupiscenza poter fare esperienza di tutto ciò. Si può tornare alle origini, nel paradiso terrestre. Il Cantico che è parola di Dio ci dice che si può. Ma non sarà più come prima. Quel paradiso va conquistato e lavorato con fatica ogni giorno della nostra relazione sposale. Ogni fiore e ogni pianta aromatica e profumata va coltivata con gesti di tenerezza e dolcezza. Ogni animale che rende il giardino vivo e prosperoso va nutrito con le attenzioni reciproche. Non esiste più il giardino che si mantiene e si perfeziona da solo. La nostra relazione è quel giardino e solo se lo coltiveremo giorno dopo giorno non ci troveremo nel deserto relazionale e potremo davvero fare esperienza del paradiso, certo con tutti i limiti della nostra condizione umana, imperfetta e mortale ma è comunque un’esperienza meravigliosa che vale molto più della fatica che costa perchè è arricchita della Grazia di Dio.

Antonio e Luisa

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro.21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore 30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito 38 Le piccole volpi che infestano il nostro amore. 39 Il mio diletto è per me. 40 Voglio cercare l’amato del mio cuore 41 Cos’è che sale dal deserto 42 Ecco, la lettiga di Salomone 43 I tuoi seni sono come due cerbiatti 44 Vieni con me dal Libano 45 Un giardino da curare 46 L’eros è un amore tenero 47 La tenerezza è amare come Dio ci ama 48 Mi hai rapito il cuore con un tuo sguardo 49 Fammi sentire la tua voce. Perchè la tua voce è soave 50 Mi baci con i baci della sua bocca 51 Quanti sono soavi le mie carezze sorella mia, sposa 52 Venga il mio diletto nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti 53 Le carezze dell’anima 54 Un rumore! E’ il mio diletto che bussa. 55 Il mio diletto ha messo la mano nello spiraglio  56 Io venni meno per la sua scomparsa 57 Mi han tolto il mantello 58 Che ha il tuo diletto di diverso da un altro?

Sposi sacerdoti. Che ha il tuo diletto di diverso da un altro? (58 capitolo)

Che ha il tuo diletto di diverso da un altro,
o tu, la più bella fra le donne?
Che ha il tuo diletto di diverso da un altro,
perché così ci scongiuri?

La notte dell’anima è finita. Non sono forse finiti i problemi. Non sono forse finite le sofferenze. Sono passate però le tenebre. La Sulamita si è rivestita con un mantello nuovo. Ha finalmente scoperto cosa significa amare. E’ andata oltre le sue miserie e le miserie del suo sposo. E’ andata oltre le piccole e grandi divisioni e lontananze. E’ andata oltre tutto ciò, e si è rivestita dell’abito di Cristo. Naturalmente questa è la nostra lettura alla luce del Vangelo. Una lettura cristiana del Cantico.

Il coro sembra quasi sorpreso. Le persone intorno a lei non capiscono perchè questa giovane donna si ostini. Lui se ne andato. Lui non è diverso dagli altri. Non è perfetto. Anche lui sbaglia. Anche lui è fragile e inadeguato alle volte. Anche lui non capisce. Eppure lei persevera. Lei persevera perchè amare è questo. L’amore sponsale non lascia scelta. L’amore sponsale è andare oltre ogni convenienza. Andare oltre la giustizia del mondo per amare secondo la giustizia di Dio che è non mettere limiti e condizioni. L’amore sponsale è quel luogo dove ci si gioca la nostra vita. Dove impariamo ad amare come Cristo ci ha insegnato e testimoniato. L’amore sponsale è amare Cristo nella persona che ci ha posto accanto. Quando la notte dell’anima serve a comprendere questo allora anche la sofferenza diventa feconda. Allora riusciamo a fare quel salto di qualità nel nostro matrimonio e nella nostra relazione che ci può rendere luce. Allora riusciamo a guardare quella persona con gli occhi di Gesù. Riusciamo a scorgere in lui o in lei quel Gesù che tanto teneramente e concretamente ci ha amato e salvato. E allora l’altro/a non è più soltanto un uomo o soltanto una donna ma diventa l’uomo o la donna che Dio mi ha donato. Diventa l’uomo o la donna attraverso cui posso riamare Dio. Non può più essere come gli altri. Sarà sempre unico nella nostra vita. La Sulamita lo ha capito. Il coro è sorpreso, ma anche ammirato dalla determinazione della sposa. Ammirato perchè sta vedendo in lei il modo di amare di Dio. Lei sta amando il suo Salomone come Dio lo ama. Questa è la nostra vocazione. Questa è la nostra profezia per il mondo.  Questa consapevolezza vedremo nei versetti subito successivi porterà la Sulamita a contemplare la bellezza del suo sposo con occhi di meraviglia come solo chi ama nella verità può fare.

Sentivo la catechesi di suor Fulvia durante l’incontro organizzato da Costanza Miriano a Roma in San Giovanni in laterano. Riprendeva questo concetto. Con altre parole, forse ancora più incisive. Partiva dalla fede che gli sposi portano al dito. L’ha definita in modo molto originale un segno di clausura. Questo per dire che la coppia unita in matrimonio è conclusa. Il nostro cuore nella sua profondità anela ad un amore esclusivo e che duri per sempre. Solo perseverando e amando fedelmente la persona che abbiamo scelto e sposato possiamo dare compimento a quel desiderio che abbiamo dentro. Che non significa che quella persona può bastarci e soddisfarci completamente, ma che attraverso quella persona e quell’amore fedele e incondizionato possiamo giungere ad incontrare chi davvero può riempire il nostro vuoto: Gesù Cristo.

Antonio e Luisa

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro.21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore 30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito 38 Le piccole volpi che infestano il nostro amore. 39 Il mio diletto è per me. 40 Voglio cercare l’amato del mio cuore 41 Cos’è che sale dal deserto 42 Ecco, la lettiga di Salomone 43 I tuoi seni sono come due cerbiatti 44 Vieni con me dal Libano 45 Un giardino da curare 46 L’eros è un amore tenero 47 La tenerezza è amare come Dio ci ama 48 Mi hai rapito il cuore con un tuo sguardo 49 Fammi sentire la tua voce. Perchè la tua voce è soave 50 Mi baci con i baci della sua bocca 51 Quanti sono soavi le mie carezze sorella mia, sposa 52 Venga il mio diletto nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti 53 Le carezze dell’anima 54 Un rumore! E’ il mio diletto che bussa. 55 Il mio diletto ha messo la mano nello spiraglio  56 Io venni meno per la sua scomparsa 57 Mi han tolto il mantello

Riflessioni dallo scimpanzé in crisi di nervi…e di fede.

..di Pietro Antonicelli e Filomena Scalise dal Blog “Sposi&Spose di Cristo”:

“Papà mi prude il mignolo! Papà mi fai vedere i lavoretti che ho fatto a scuola? E’ tanto che non li vedo!!! Papà mi prendi il gelato, non ci arrivo!!! Papà…papà……papààà!!!”

Mentre le parole delle mie due figlie si susseguono, e le richieste si moltiplicano…mentre lo scimpanzé che abita nella mia scatola cranica fa l’unica cosa che riesce a fare: contare le banane…mentre mia moglie cerca di andare in bagno di nascosto per non subire l’assalto delle piccole Barbare che le vogliono “stareimbraccio” proprio in quel momento in cui la solitudine non dispiace….proprio in quel momento ho ricevuto una E-Mail dallo scimpanzé (di cui dicevo sopra). Per la gran confusione e il gran caldo ha smesso di contare le banane e dopo aver iniziato a grattarsi la nuca…mi scrive:

“Carissimo amico, sono in crisi di fede!

Mi rendo sempre più conto che ci sono momenti della giornata in cui vivo e penso, penso e vivo come uno che non ha fede. Mi rendo conto di avere bisogno di tanta grazia di Dio…perchè “nell’Ora di Punta”…cioè quando la giornata si agita, gli avvenimenti si succedono velocemente, le bambine piangono e bisogna intervenire quando magari il sonno pomeridiano vorrebbe avere il sopravvento…insomma…nell’Ora di Punta la mia fede vacilla. E basta davvero poco.”

poi aggiunge una preghiera:

“Aiutami Signore nei piccoli ma intensi combattimenti quotidiani. Manda il Tuo Santo Spirito e aiuta la mia piccola fede che alla prima onda, vacilla.
Lode sempre e Gloria a Te, Signore mio Gesù!
Signore del Tempo…Signore anche dell’Ora di Punta!!!””

…forte questo scimpanzé eh!!!??? 🙂

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