Soggiogati da Cristo

Cari sposi,

            oggi Gesù ci mette davanti un oggetto oramai relegato a vecchie case di campagna o ai musei della civiltà contadina. Il giogo, strumento fondamentale per realizzare l’aratura dei campi, oggi totalmente rimpiazzato da trattori e aratri. Perché mai Gesù parla di “giogo”? Come ci insegna San Paolo, esso era il simbolo di tutta la legge ebraica a cui ogni fedele era chiamato ad osservare. Se noi ci lamentiamo dei 10 comandamenti, figurarsi gli ebrei con i 613 mitzvòt da mettere in pratica! È chiaramente quasi impossibile ma appunto questo era il piano di Dio, cioè, mettere in evidenza la nostra debolezza, non per umiliare ma per condurci a riconoscere la nostra fragilità.

Fin qui, in due parole, il senso originale del simbolo del giogo. Eppure, esso ha un potentissimo valore nuziale e, preso nel contesto del cap. 10 e 11 di Matteo, offre una connotazione stupenda per voi sposi. Poco prima Gesù ha appena detto che la rivelazione del Mistero di Dio, cioè della relazione tra Padre e Figlio nello Spirito non è una conquista personale ma un dono gratuito e libero di Dio stesso. Non è il solo sforzo umano che può farci entrare in Dio ma è Lui che ce lo concede perché è infinitamente buono e misericordioso. Chi è che ha la chiave per accedere alle intimità della Trinità se non voi sposi, che Ne siete l’immagine? Voi che avete il dono di riflettere le caratteristiche dell’unità e distinzione di Dio, con la vostra unione tra uomo e donna?

Questo non avviene ipso facto per essere credenti o per essersi sposati in chiesa e quindi formar parte dei “bravi” ma bisogna prima divenire poveri in spirito. Chi sono le persone per cui Gesù oggi gioisce e si rallegra di avere attorno a sé? Sono gli afflitti, gli stanchi, gli sfiniti, quelli che stanno toccando il fondo ed accettano di essere aiutati, coloro che hanno compreso di non bastarsi più e quindi di dover essere sollevati da un Altro. Quando vi trovate in queste circostanze esistenziali, non è una maledizione perché nel fondo siete nelle condizioni migliori per entrare in relazione con Dio!

Ecco allora che il “giogo” si comprende qui come una magnifica chiave ermeneutica del matrimonio. Il “coniugio” o matrimonio, infatti, è il portare assieme il giogo, “cum-iugum”. Subito si può pensare che voi facciate le veci dei buoi, tuttavia, il paio è formato anzitutto da Cristo Sposo e poi ci siete voi coppia come Sua Sposa. Vediamo, perciò, uno che ha capito bene di essere, con la propria moglie, unito sacramentalmente a Cristo nel matrimonio. Si tratta di Tertulliano, uno dei teologi dei primi secoli: “Come sarò capace di esporre la felicità di quel matrimonio che la Chiesa unisce, l’offerta eucaristica conferma, la benedizione suggella, gli angeli annunciano e il Padre ratifica?… Quale giogo quello di due fedeli uniti in un’unica speranza, in un’unica osservanza, in un’unica servitù! Sono tutt’e due fratelli e tutt’e due servono insieme; non vi è nessuna divisione quanto allo spirito e quanto alla carne. Anzi sono veramente due in una sola carne e dove la carne è unica, unico è lo spirito»” (Tertulliano «Ad uxorem», II; VIII, 6-8: CCL I, 393).

Così, voi coppia formate una sola carne per poi divenire uniti a Cristo nel matrimonio. Ogni volta che percepite la fatica di stare assieme e tirare avanti la baracca della coppia e della famiglia, pensate questo: Lui sta spingendo molto più di voi, sudando e soffrendo con voi ogni giorno, e la cosa bella è che non vi mollerà mai.

ANTONIO E LUISA

Vorrei completare la bella riflessione di Padre Luca con una testimonianza personale. Io credo che i piccoli citati dal Vangelo non siano gli stupidi o gli ignoranti. Sono le persone che non pretendono di poter comprendere tutto per fidarsi ed avere fede. I piccoli sono quelli che scorgono una bellezza e si abbandonano ad essa. Per noi è stato così. Io non avevo capito tante cose che la Chiesa mi stava chiedendo. Non capivo la castità, non capivo l’indissolubilità, non capivo tante altre cose, ma Luisa ed io ci siamo fidati ed affidati e abbiamo fatto esperienza della bellezza e in quell’esperienza abbiamo finalmente capito come Gesù non ci chiede fatiche inutili ma ci chiede ciò che serve per vivere un amore pieno ed autentico.

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