L’amore che noi sposi ci doniamo vicendevolmente è quanto di più completo possa esistere nell’ambito delle relazioni umane. Non c’è, almeno io non ne conosco, una relazione capace di coinvolgere la persona in modo così totale come il matrimonio. Nel matrimonio ci sono il corpo, il cuore, la libertà, la quotidianità, il sacrificio, il desiderio, l’amicizia, il perdono, la tenerezza. C’è tutto.
Per questo l’amore sponsale non può essere ridotto a una sola forma di amore. Il matrimonio è certamente Agape. È amore di sacrificio, di servizio, di dono. È quell’amore che resta anche quando costa. Che si prende cura dell’altro quando è stanco, malato, nervoso o semplicemente poco amabile. È l’amore che dice: io ci sono, anche quando non ne ricavo nulla.
Ma il matrimonio è anche Filia. È amicizia profonda. Guai se vostro marito o vostra moglie non sono anche i vostri migliori amici. Significa che qualcosa va recuperato. Il matrimonio dovrebbe essere il luogo dove possiamo sentirci liberi di aprire il cuore. Dove possiamo raccontare le nostre paure, le nostre fragilità, i desideri che quasi ci vergogniamo di ammettere. Dove possiamo farci vedere per quello che siamo davvero. Se i pensieri più intimi, le ferite più profonde e le confidenze più importanti preferiamo consegnarle sistematicamente a qualcun altro anziché al nostro coniuge, qualcosa della nostra intimità sta già uscendo dal matrimonio. E questo non è un dettaglio.
Poi, però, c’è un terzo amore: Eros. E anche qui noi cristiani dobbiamo stare attenti. Perché a volte abbiamo trattato l’eros quasi fosse un amore di serie B. Un amore un po’ sospetto. Quasi una concessione alla debolezza del corpo. Non è così. L’eros è profondamente umano. E nel matrimonio è necessario. L’Agape senza eros rischia di diventare dovere. Servizio. Fatica. Si resta insieme perché bisogna farlo, ci si aiuta, si manda avanti la casa, ma si spegne la gioia di desiderarsi. La Filia senza eros rischia invece di trasformare marito e moglie in due ottimi amici. Quasi fratello e sorella. Ma noi non abbiamo promesso davanti a Dio di diventare fratelli e sorelle. Siamo diventati sposi.
Per questo, riprendendo una riflessione proposta anche da Claudia e Roberto di Amati per Amare, credo che dobbiamo recuperare una verità semplice: nostro marito e nostra moglie non devono essere soltanto il nostro sposo e la nostra sposa. Devono essere anche i nostri amanti.
Luisa tempo fa mi disse una cosa a cui non avevo mai pensato. Le coppie di adulteri, normalmente, quando si incontrano lo fanno in condizioni favorevoli. Si vedono magari la mattina o il pomeriggio, quando riescono a ritagliarsi un po’ di tranquillità. Lui arriva preparato. Lei magari è vestita bene, truccata, curata. Ci si cerca in un luogo dove non ci sono pianti di bambini, lavatrici da stendere, compiti da controllare o sveglie puntate per il giorno dopo. Certo che così è tutto più facile.
Pensate invece a una coppia sposata con figli piccoli. Entrambi stanchi morti. Magari spettinati, un po’ trasandati, con la testa piena di pensieri. Finalmente i bambini dormono, ma non bisogna fare troppo rumore perché potrebbero svegliarsi. La sveglia del mattino incombe. Uno dei due magari non vede l’ora di chiudere gli occhi. In certe serate è quasi un miracolo riuscire a vivere bene l’intimità.
A me è capitato anche di addormentarmi. Lo dico senza problemi. È la vita vera. Può capitare così che l’intimità diventi qualcosa di frettoloso, quasi un cartellino da timbrare. Oppure che venga continuamente rimandata.
Noi, in alcuni periodi, abbiamo perfino puntato la sveglia alle quattro del mattino per riuscire a trovare un momento tutto nostro. Una fatica enorme. E non parlo soltanto del risveglio. Bisognava anche trovare le energie, il desiderio, la capacità di uscire dal torpore. Per me uomo era difficile. Posso immaginare quanto potesse esserlo ancora di più per mia moglie.
Ma qual è l’alternativa? Lasciare morire quella dimensione? Trasformare lentamente il matrimonio in una convivenza affettuosa e organizzata? Credo sarebbe una cura peggiore della malattia.
Per questo bisogna imparare a fare del proprio coniuge il proprio amante. Significa trovare il tempo giusto. Creare le condizioni. Proteggere l’intimità. A volte può significare prendere qualche ora di permesso dal lavoro. Lasciare i figli ai nonni. Chiedere aiuto a una babysitter. Approfittare di una pausa pranzo. Organizzare una serata diversa. O semplicemente decidere che per una volta le faccende domestiche possono aspettare.
Ogni coppia troverà il proprio modo. Ma un modo va trovato. Perché investiamo tempo, denaro ed energie in mille aspetti della vita familiare e poi rischiamo di trascurare proprio una delle realtà che tengono vivo il matrimonio. Non serve andare a cercare fuori quello che appartiene già alla bellezza del matrimonio. Certo, bisogna coltivarlo. Non basta essersi sposati per desiderarsi automaticamente per tutta la vita. Bisogna conoscersi, corteggiarsi ancora, ascoltarsi, stupirsi, creare occasioni.
E per noi sposi cristiani tutto questo ha un significato ancora più profondo. L’amplesso non è semplicemente un gesto finalizzato all’orgasmo. Quello è un aspetto importante e bello, ma non esaurisce ciò che accade. Nell’intimità coniugale il corpo dice qualcosa che le parole non riescono a dire completamente: io sono tuo, io sono tua. Attraverso il corpo, attraverso l’eros, attraverso il piacere condiviso, gli sposi sperimentano concretamente quell’unità che hanno promesso. Si consegnano.
Per questo il piacere non coinvolge soltanto il corpo. Quando l’intimità è davvero sponsale, investe tutta la persona. Lascia pace. Tenerezza. Complicità. Unità. E spesso i benefici di quel momento si vedono anche nei giorni successivi, nel modo in cui ci guardiamo e ci trattiamo. Ecco perché l’intimità non va sottovalutata. Va custodita. Migliorata. Anche imparata.
Io sinceramente non credo esista una donna con cui potrei vivere la stessa bellezza che vivo con mia moglie. Anche nell’intimità. Perché non è semplicemente il suo corpo che desidero. È lei. La donna con cui ho condiviso gli anni, i figli, la fede, le ferite, le riconciliazioni, le risate, le stanchezze. Tutto questo entra nel nostro abbraccio.
Ricordiamoci allora una cosa semplice: prima di essere genitori siamo sposi. Curare la nostra intimità non significa togliere qualcosa ai figli. Significa offrire loro genitori più uniti, più complici, più capaci di amarsi. Siamo sposi. Siamo amici. Siamo servitori l’uno dell’altra. Ma siamo anche amanti. E non c’è nulla di poco cristiano in questo. Al contrario, è uno dei modi più belli e concreti in cui il nostro matrimonio può continuare a dire, attraverso il corpo e la vita: ti scelgo ancora.
Antonio e Luisa



