Il nostro matrimonio è terra santa

Mosè pensò: “Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?”.
Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal roveto e disse: “Mosè, Mosè!”. Rispose: “Eccomi!”.
Riprese: “Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!”.

Questo brano è tratto dalla liturgia di oggi. Si tratta dell’Esodo. C’è un concetto molto importante. Il concetto di terra santa, di luogo sacro, di luogo dove è presente Dio stesso.

Il nostro matrimonio è tutto questo. E’ terra santa e luogo sacro. L’ho capito quando mi sono sposato. Nella relazione con la mia sposa mi devo togliere i calzari. Lei è un’alterità diversa da me.  In lei c’è un mistero, in lei c’è la presenza di Dio, il suo corpo è tempio dello Spirito Santo. E’ una figlia prediletta di Dio e sposa di Cristo in virtù del Battesimo.  Merita rispetto. Non so tutto di lei, non capirò mai tutto di lei. Merita che io mi accosti a lei con delicatezza. Quante volte ho cercato di imporre le mie idee, il mio modo di pensare, la mia volontà. Quante volte ho pensato che lei dovesse essere come io volevo, o che dovesse comportarsi come io credevo. Questa è una delle tentazioni più pericolose, soprattutto all’inizio del matrimonio. Quante volte non mi sono tolto i calzari, ma al contrario sono entrato come padrone nella vita della mia sposa. Quante pressioni, quante prepotenze e quanti ricatti. Musi lunghi e assenza di dialogo. Ma l’amore non è questo, non è prendere possesso dell’altro per farne cosa nostra. Questo è l’egoismo che distrugge l’amore.   L’amore è un incontro, l’amore è un accogliere una persona e darsi a quella persona.

Questo si capisce col tempo, con l’esperienza di vita insieme, con i successi e i fallimenti. Si capisce soprattutto restando uniti a Gesù. Gesù che su quella croce ha rivelato la vera essenza dell’amore. L’amore iniziale, almeno il mio, nascondeva tanto egoismo. Come dice Fabrice Hadjadj per amare davvero dobbiamo prima morire, poi immergerci nel sepolcro e infine risorgere. Posso testimoniare che è proprio così. Ho dovuto morire a me stesso, al mio egoismo, al mio infantilismo e al mio egocentrismo. Ho dovuto capire che lei mi apparteneva, non per farne ciò che volevo, ma per camminare verso Cristo, per imparare a servire, e per spostare il centro delle mie attenzioni verso il prossimo. Lei era un’opportunità che Dio mi donava. Sono dovuto scendere nel sepolcro. Ho dovuto capire, mettere in discussione, faticare e infine guarire. Solo dopo aver vissuto la morte e il buio della crisi, solo allora si può risorgere ed amare veramente. Certo con tanti limiti e ricadute. Ora però conosco la strada. Ora riesco ad entrare in punta di piedi nella vita della mia sposa e meravigliarmi del mistero che c’è in lei. Mistero che è sempre una nuova opportunità di crescere ed amare. Un mistero che apre all’eterno e all’infinito di Dio.

C’è un momento che ho avvertito forte questa verità. Anzi quattro momenti: il parto dei miei figli. Quando sono entrato in sala parto mi hanno fatto indossare i copriscarpe. Si tratta di quei sacchettini azzurri da mettere sopra le scarpe per non introdurre sporco. Ecco indossandoli mi sono sentito come Mosè quando si è tolto i calzari. Stavo calpestando un terreno sacro. Stavo calpestando il terreno dove la mia sposa stava dando alla luce il frutto del nostro amore. Un amore sacro e benedetto nel sacramento del matrimonio. Un amore diventato capace di renderci partecipi della creazione. Un amore davanti al quale non posso che inchinarmi e nel quale riconoscere qualcosa di grande che va oltre le mie capacità e la mia comprensione.

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Antonio e Luisa

Abbracciare la croce è vivere l’avventura. La storia di Laura.

Questo blog mi costa impegno e fatica. Ci sono giorni che più di altri mi ripagano con il centuplo in gioia, gratitudine e speranza. Due giorni fa è stato uno di quelli. Ricevo una mail dove Guido mi propone un libro. Anzi mi racconta la storia che lo ha visto direttamente coinvolto. E’ una storia di circa trent’anni fa. E’ la storia di due fidanzati che vivono una relazione d’amore a distanza. Lui di Roma, lei di Ferrara. Si scrivono tante lettere (non c’erano ancora gli smartphone) dove raccontano di loro, di quello che accade nelle loro vite e di Dio. Lei si ammala. Lui l’accompagna nei suoi anni di malattia fino alla morte. Lei vive questi anni affidandosi completamente a Dio. Viene dichiarata Serva di Dio e viene aperta la causa di beatificazione. Guido ha raccolto le lettere che si sono scambiati e ne è nato un volume, Lettere di una fidanzata edito da Ave Editrice, che mostra tutta la bellezza e la profondità di questa ragazza. Io devo ancora leggerlo, ma ho chiesto a Guido di presentare questa opera, lui che ha vissuto direttamente, da fidanzato, questa bellissima storia d’amore e di santità.

Ho conosciuto Laura, in un ritiro a Spello. Ne è nata subito una simpatia istintiva, insieme ad un’intesa profonda sul modo di vedere la vita. Dopo Spello  abbiamo cominciato a scriverci, dal momento che abitavamo in città diverse. A un anno di distanza ci siamo rivisti a Spello e ci siamo messi insieme. È stato un fidanzamento un po’ particolare, fatto di incontri mensili, telefonate periodiche e soprattutto tante, tantissime lettere: almeno due a testa ogni settimana, oltre alle riflessioni sparse, raccolte in diari destinati alla reciproca lettura. In questo rapporto di amore Laura ha percepito fin dall’inizio la presenza di Dio. Una presenza amica, coinvolgente, capace di trarre da ognuno di noi risorse che neppure immaginavamo: pensieri, sentimenti, idee, determinazione, coraggio e fiducia. Risorse che ci sono servite quando Laura ha scoperto di essere gravemente malata. Detta così potrebbe sembrare una storia triste, ma chi avrà la curiosità di dare uno sguardo alle lettere e pagine di diario, recentemente pubblicate, vi troverà una molteplicità di riflessioni e sentimenti che non lasciano neutrali, l’entusiasmo di una persona giovane, il suo modo di affrontare la paura, il discernimento tra desideri, fede e vita reale. Soprattutto vi troverà un’esperienza di amore vissuto fino in fondo, come donazione sincera all’altro, quale vera esperienza del Dio Amore che ha guidato Laura in percorsi anche difficili, fino a desiderare di desiderare la volontà di Dio qualunque essa fosse, fino a riportare in un suo diario la scritta “abbracciare la croce = vivere l’avventura”.  Là dove l’amore si fonde con la fede. Oggi la gente non ama o ama poco perché ha paura di dover rinunciare a qualcosa. In questo senso Laura rappresenta un esempio emblematico di amore privato di tutte le sicurezze, che vive in piena generosità sincerità, fedeltà alle promesse, apertura e rispetto dell’altro, e supera condizioni veramente difficili. Alle prese con una malattia inesorabile siamo spesso tentati di pensare che nessuno possa mettersi nei nostri panni, e lo stesso Dio, che ci ha creato e sa come siamo fatti, sembra così lontano. Pensiamo ai nostri progetti, e siamo preoccupati che il male fisico ci possa far perdere tutto. Come ogni persona normale, Laura si è trovata alle prese con la paura, ma questo non ha influito sul convincimento  profondo che Dio non c’entrava niente con il suo male, e che anzi Dio era l’unica strada per dare una senso nuovo alla propria vita pur così insicura. La fiducia profonda nella capacità di Dio di trasformare il male in occasione di bene, la costante percezione dell’affetto di un Papà che non vediamo, ma di cui avvertiamo la continua vicinanza, anche quando non capiamo il motivo di certe sofferenze, il senso di responsabilità di voler corrispondere appieno alla volontà del Padre, danno contezza di una fede profondissima, che arriva a credere senza capire. Certo una ragazza di vent’anni, in quelle condizioni, che mette per iscritto, nero su bianco, la propria gratitudine a Dio, e afferma di sentirsi fortunata, amata in modo particolare, apre uno spiraglio sul mistero insondabile e trascendente che circonda la natura umana. La serena sopportazione di una grave e continuata sofferenza fisica e spirituale che, pur immeritata ed apparentemente ingiustificata, viene accolta con espresso convincimento che essa rappresenti una imperdibile occasione di Bene tangibile, costituisce, a mio parere, un’autentica virtù eroica. Il testamento spirituale di Laura, redatto nei giorni direttamente precedenti alla sua scomparsa, rappresenta la sintesi di tutto quello che Laura è stata e ha creduto.

Signore Dio

ti ringrazio dei doni bellissimi che mi hai fatto in questi quasi ventiquattro anni di vita: ti ringrazio prima di tutto della vita che mi hai donata e che io amo; ti ringrazio perché ti sei fatto conoscere a me e mi sei padre, un padre fedele che non mi abbandona; ti ringrazio per la famiglia in cui vivo dove si respira il tuo amore, ed infine ti ringrazio perché attraverso il bene del mio fidanzato mi fai sentire quanto mi ami. Signore, nella mia breve esistenza ho capito che la vita è un cammino duro, seminato di difficoltà, ma che tu non operi che il bene dell’uomo ed ho imparato anche che le situazioni apparentemente più critiche, la perdita di una gamba, due lunghe e pesanti chemioterapie, la perdita momentanea dei capelli…, colloqui duri con medici, se vissute con uno spirito di affidamento, possono trasformarsi in momenti di vera grazia, animati da quella libertà e da quella sicurezza di chi non ha più paura perché ha riposto tutta la sua fiducia in te. È così Signore che mi sei venuto incontro e mi aiuti da due anni a questa parte a convivere con una salute precaria; che hai raffinato l’amore tra me e il mio fidanzato in un crogiuolo di sofferenza fisica e spirituale… e continui a darmi, giorno dopo giorno, il sostentamento necessario e, nei momenti migliori, la speranza e la voglia di lottare e di sognare cose buone per la mia vita e per quella degli altri. Ti prego, Signore, aiutami ogni giorno a sorridere alla vita che mi viene donata, insegnami a sapermi sempre più distaccare da me, per accogliere con amore e delicatezza il dono degli altri che sono il riflesso della tua presenza. Aumenta Signore la mia fede, rafforzala, perché senza il tuo sostegno tutto è così difficile; conserva la mia serenità e il mio ottimismo naturale; aiutami Signore ad incarnare sempre più ogni giorno della mia vita la mia chiamata e la tua volontà, ma soprattutto Signore fa’ che i miei occhi rimangano sempre attratti da ciò che veramente conta, e che è la certezza del Regno, dell’eternità insieme a te, rispetto alla quale tutto ciò che è terreno è effimero ed è cosa di poco conto. Dona serenità e pace, Signore a chi mi vuole bene, in modo particolare al mio fidanzato, a coloro che io non amo abbastanza, a chi soffre nella malattia e nello spirito, a chi è dedito al tuo servizio nella Chiesa come ministro e battezzato, a chi ti cerca, a chi non ti ha ancora incontrato. Amen.

Il capolavoro conclusivo di Laura ci convince che è possibile vivere davvero ciò che si ama e si crede, che i santi sono come noi, provano le nostre paure, le nostre sofferenze, e si esercitano ogni giorno per trasformarle in occasioni di bene verso gli altri e verso Dio.

Guido Boffi

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Mattia, ovvero: Dio si fa conoscere nello stupore.

di Pietro Antonicelli e Filomena Scalise dal Blog “Sposi&Spose di Cristo”:

Carissimi lettori…

…ieri 21 Marzo è stata la Giornata Mondiale della Sindrome di Down.

Ci auspichiamo che questa giornata abbia portato a riflettere sul fatto che, ancora oggi, le persone affette da questa sindrome sono spesso ai margini della nostra società o, ancora peggio, vengono scartate fin dal grembo materno in un mondo che, pare, sembra voler eliminare i problemi eliminando le persone…

Abbiamo dunque deciso di condividere con voi la storia di una famiglia di nostri amici…è una storia bella e vera, così come lo sono loro!

Non indugiamo oltre: buona lettura!!!

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“Quando pensi che la vita ti abbia dato tutto, e che il tuo piccolo mondo sia perfetto così, a volte Dio trova modi incredibili per stravolgerlo…
Fino al 13 giugno 2017 la nostra famiglia era già abbastanza caotica e chiassosa così com’era, ma tutti sapevano che di lì a poco sarebbe arrivato un’altro uragano, un quinto maschietto che avrebbe fatto vincere la squadra blu 5 a 4 contro la squadra rosa delle femmine.

Io sono la prima delle ragazze, e anche la più grande, e di vedere questo diavoletto non vedevo l’ora.

Quando il momento è arrivato non stavo più nella pelle. In poche ore sono corsa a vedere il mio nuovo “fratellino/figlioletto”, perché in una grande famiglia funziona così, se sei il maggiore alla fine diventi una piccola mamma per tutti.
Sono volata fino in ospedale ma non avevo idea di cosa avrei scoperto.

Mi accoglie il mio papà un po’ in lacrime, e questo già mi lascia perplessa perché “babbo Andrea” non piange quasi mai, e mi dice che il mio fratellino è un po’ speciale….
In quel momento il mio mondo si è fermato per un attimo, e non potevo non sperare che fosse uno scherzo o che non intendesse proprio quello che credevo.
E invece era così, il mio piccolo Mattia era un bellissimo maschietto con la Sindrome di Down.

A casa la notizia è stata accolta in tanti modi diversi, e anche se era nato solo da poche ore Mattia aveva già sconvolto la giornata di tutti: dai più piccoli confusi e innocenti, ai più grandi un po’ preoccupati e perplessi, e forse anche amareggiati.

Perché nessuno, quando la disabilità ti tocca in prima persona, può fingere di non desiderare nel profondo del cuore che non sia così, o di poter in qualche modo cambiare le cose, anche se ci si sente egoisti.
Credo che l’unico sentimento comune a tutti fosse la paura, paura di vederlo soffrire, di non essere capaci di aiutarlo e di proteggerlo, paura che fosse ‘solo’ perché ‘diverso’.

Ma mentre queste paure punzecchiavano tutti, una persona che non immaginavo mi disse una cosa che mi tranquillizzò immediatamente.

Mi disse che eravamo fortunati per la nascita di Mattia, e che lui ci avrebbe dato l’opportunità per crescere ed essere felici, per capire veramente la vita ed essere immuni da tutte le cose brutte e da tutte le paure, perché quello di cui prima avevamo paura sarebbe diventata la nostra più grande forza.

Il giorno dopo sono corsa di nuovo dal nostro piccolino, in terapia intensiva neonatale per alcuni problemi legati alla sua sindrome, volevo abbracciare la mia piccola roccia.

La mia nuova forza.

Oggi Mattia è il preferito di tutti, ma proprio tutti, familiari, vicini, amici, conoscenti; è un piccolo tornado talmente vivace che stupisce sempre tutti, non fa altro che sorridere e muoversi come una trottola, e io sono fiera del mio fratellino come non pensavo sarei mai stata.
Per la nostra famiglia Mattia è stato un fulmine a ciel sereno, nessuno se lo aspettava; ma è meraviglioso come un bambino così piccolo ci abbia insegnato così tanto: insegnato a capire, accettare, apprezzare la diversità, insegnato che alla fine non siamo noi a essere “normali” solo perché non abbiamo nessun problema; ma a volte queste persone “diverse” sono più felici e più serene di noi, che ci preoccupiamo di inutili norme sociali e non godiamo i bei momenti della nostra vita.

Soprattutto Mattia ci ha insegnato che Dio ha sempre un piano di riserva, anche quando sembra che il suo disegno sia già perfetto così, per sorprenderti e stupirti ancora.

Mattia, che significa “Dono di Dio” è il dono più grande che abbia mai ricevuto, e per la nostra famiglia è solo l’inizio di un lungo viaggio insieme a lui.”

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Un caffè per uscire dal deserto

Voglio soffermarmi un attimo su quello che ha significato concretamente per me avere il sostegno della mia sposa nel deserto. Anche io ho dovuto attraversare deserto. L’ho attraversato prima del matrimonio e anche dopo. Ci sono momenti in cui ti senti solo. Momenti in cui ti senti mancare le forze e non trovi gioia in ciò che fai. Momenti dove la famiglia sembra un peso più che una ricchezza. Ci sono passato anche io diverse volte. Spesso sono state piccole crisi. Crisi superate senza grossi problemi. Una volta però la crisi è stato molto profonda. Non è stato per nulla facile affrontarla e vincere. Senza il sostegno della mia sposa avrei probabilmente  fallito. Invece mi è servita per crescere come uomo, come marito e come padre. Certo che pazienza e che amore ha dimostrato la mia diletta (per usare un’espressione del Cantico). Ero sposato con Luisa da circa tre anni. Avevamo avuto già Pietro e Tommaso. Erano molto piccoli ed erano nati a pochi mesi l’uno dall’altro. Mi sono sentito oppresso e inadeguato. Ho cominciato a sentire la casa e la famiglia come una prigione. Ho cominciato a stare spesso fuori casa, a trovarmi attività che mi impegnassero e a lasciare Luisa spesso da sola. Quando ero in casa ero freddo e distaccato. Mi comportavo davvero male. Luisa non ha mai smesso di sostenermi. Aveva tutto il diritto di arrabbiarsi con me. Non lo ha fatto. Mi ha sempre fatto appoggiare a lei. Ha capito che in quel momento era lei la più forte dei due e non si è tirata mai indietro. Aveva capito che stavo attraversando il mio deserto. Sapete qual è uno dei gesti d’amore più belli  che mi ricordo di aver ricevuto da mia moglie? Mi fece un caffè. Mi spiego meglio. La trattai male, come altre volte durante quel periodo di crisi,  su una questione dove avevo anche torto. Litigammo come capita a tante coppie e poi con il muso lungo me ne andai in camera sbattendo la porta. Dieci minuti dopo arrivò lei, con il caffè in una mano mentre con l’altra girava il cucchiaino. Me lo porse con tenerezza e se ne andò. Quel gesto mi lasciò senza parole e mi fece sentire tutto il suo amore immeritato, un amore che se ne fregava dell’orgoglio e che se ne fregava di chi aveva ragione o  torto. Con quel gesto mi mostrò tutta la sua bellezza e forza, facendomi sentire piccolo piccolo. Finì subito tutto in un abbraccio e quel gesto me lo porto ancora dentro tra i ricordi più preziosi. Lei è riuscita prima di me e meglio di me a non giudicarmi ma ad amarmi e basta. L’amore è questo ed è bellissimo. Quello è stato un momento di svolta. Da lì, con l’aiuto della mia sposa, sono riuscito ad uscire dal deserto.

Antonio e Luisa

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Sposarsi per servire, non per essere serviti.

Gesù, chiamatili a sé, disse: «I capi delle nazioni, voi lo sapete, dominano su di esse e i grandi esercitano su di esse il potere. Non così dovrà essere tra voi; ma colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo, e colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo; appunto come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti».

Vi ho riportato l’ultima parte del Vangelo che ci offre la liturgia di oggi. Lo stavo leggendo, come spesso mi capita di fare, nel silenzio della chiesa vuota, davanti al tabernacolo. Ho subito trovato un forte richiamo al matrimonio. In particolare alla promessa matrimoniale. Io non mi sono sposato per essere onorato ed amato. Certo lo desidero, ma non dipende da me. Io mi sono sposato per amare ed onorare la mia sposa.  Ho promesso questo, null’altro. Questo si che dipende da me. Certo anche la mia sposa ha promesso di onorarmi ed amarmi. Questo è però il suo impegno, non il mio. Non è la stessa cosa. Cambia prospettiva. Non mi concentro su ciò che fa o non fa lei, ma su quello che faccio o non faccio io. Io ho promesso di servire. Non mi sono sposato per essere servito, ma per servire. Non ci si sposa per essere amati, ma per amare. Capite bene che se non ci si sposa con questa convinzione il matrimonio sarà un sicuro fallimento. La mia sposa non sarà mai all’altezza di riempire in pienezza quel desiderio di amore infinito che ho dentro. Non può farlo. Non posso metterle sulle spalle questo peso che non può portare. Non può una creatura finita, imperfetta e mortale riempire un desiderio di infinito. Anche solo per il fatto che muore. Invece dove posso trovare l’infinito? Lo posso trovare nel farmi servo per amore della mia sposa. Lo posso trovare nel dono. Solo dando tutto posso trovare l’infinito che è Dio. Chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Solo morendo a me stesso posso risorgere come nuova creatura capace di amare davvero. Solo così potrò vedere Dio nella mia vita.  Sentire il suo amore e la sua presenza nella mia vita. Accrescere la fede e la speranza che la vita non avrà fine. Siamo nati e non moriremo mai più (ci insegna la storia di Chiara Corbella). Ecco che il senso di tutto non può essere Luisa, la mia sposa. Lei è troppo fragile ed imperfetta. La distruggerei se pretendessi che lei fosse la risposta a tutto. Lei è però colei che mi conduce al tutto, alla pienezza. Facendone il centro delle mie attenzioni e del mio amore. Per questo lo sposo e la sposa che vivono il dramma dell’abbandono e restano fedeli non sono sposi falliti. Al contrario possono continuare ad amare ed onorare il loro coniuge come hanno promesso. Nella sofferenza della croce e nella lontananza, certo, ma il loro matrimonio non è fallito. Perchè nel farsi servi dell’amore si stanno avvicinando sempre più alla pienezza e all’infinito amore di Gesù. Per questo possono avere più pace nel cuore di chi ha una relazione “felice”, che però conta solo sulle sue forze e sulla forza di quella relazione che non può profumare di eterno, ma solo di umano;  quindi destinata a finire.

Antonio e Luisa 

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L’amore non si può insegnare ma solo testimoniare

Oggi festa del papà voglio scrivere due parole sul rapporto tra padre e figlia. Io ho la grazia di aver quattro figli per casa. Solo una di questi è femmina. Maria, la mia terza. Oggi ha 12 anni. Ho una grande responsabilità come genitore maschio nei suoi confronti. Io sono per lei il primo e più importante confronto con il mondo maschile. C’è un rapporto molto stretto tra di noi. Cerca coccole, conferme, tenerezza. Cerca sicurezza e regole. Io che sono il primo ad avere mille dubbi, mille fragilità e mille insicurezze, visto con i suoi occhi sono un super uomo. Sono quello che fa le cose giuste e che protegge la famiglia. Ne è così convinta che quando sbaglio e per nervosismo o rabbia la tratto male, leggo la delusione, e quasi la paura di perdere certezze, nel suo sguardo. Non capita spesso, ma è successo. Per questo è importante ammettere gli errori, anche con i figli. E’ giusto far notare i comportamenti sbagliati. L’educazione è anche correzione. Non è giusto invece che la nostra incapacità, la nostra frustrazione e la nostra povertà ricada sui figli. Chiedere scusa è il più importante e forse l’unico modo che può colmare la distanza e rassicurare che nulla è cambiato. E’ importante che mia figlia comprenda alcune importanti lezioni e che le assimili. Non sono concetti che posso insegnarle con discorsi o filippiche. Sono verità che può assimilare quasi per osmosi dal mio comportamento.

E’ importante capisca che io sono suo padre, ma che c’è un altro Padre che la ama molto più di quello che riuscirò mai a fare io. E’ importante che capisca che lei è preziosa e merita rispetto. Lei ha una dignità che nessun uomo ha il diritto di calpestare.

In me comprende il Padre

Dio è Padre. Come si può spiegare questo a dei bambini? Non si può. Si può solo mostrare cosa significhi e come si concretizza l’amore paterno di Dio. Per il figlio, in questo caso maschio o femmina non fa differenza, l’idea di Dio è molto influenzata dal rapporto che instaura con il papà. Un padre violento o che non è capace di incoraggiare il figlio porterà il figlio a pensare a Dio con paura e non con fiducia. Un padre incapace di amare il figlio sempre, ma che condiziona l’amore al comportamento o ai risultati del bambino, facilmente porterà il piccolo a farsi un’idea di Dio come qualcuno sempre pronto a giudicare e a condannare. Queste sono convinzioni che si radicano nella profondità delle persone. Convinzioni che anche da adulti è molto difficile modificare. Mi rendo conto di questa grande responsabilità che mi è stata affidata da Dio stesso. Nel matrimonio sono consacrato ad essere educatore dei figli, consacrato a riconsegnarli a Lui. E’ un vero è proprio ministero. Per questo è importante chiedere scusa quando si sbaglia. Chiedere scusa a loro e a Gesù. Perchè capiscano che il Padre che tutto può e che non sbaglierà mai è solo Dio.

Da me comprende la sua preziosità

Questo secondo punto non è meno importante del primo. Di questi tempi, forse, è anche più urgente e necessario. Lei deve comprendere da me come una donna deve essere considerata, curata e rispettata da parte di un uomo. E’ importante certamente come io mi rapporto con lei. E’ importante quanto io riesco a darle tenerezza, la giusta parola, mi accosti a lei con la sensibilità dovuta e tutte queste belle e giuste cose. Ma c’è qualcosa di altrettanto importante che lei osserva e di cui si nutre. Lei guarda come io tratto sua madre, la mia sposa. Lei osserva tutte le volte che ci abbracciamo, tutte le volte che ci baciamo, tutte le volte che  alla sua mamma faccio un complimento, che la ascolto, che la vedo stanca e cerco di fare di più per sollevarla da qualche impegno. Lei guardando me e Luisa si sta costruendo una sua idea precisa di come dovrà essere la persona da amare. Si sta facendo un’idea di cosa significa amare e essere amati. Si sta costruendo una consapevolezza di quanto sia preziosa in quanto donna. Spero e prego affinché l’amore che cerco di mostrarle ogni giorno, insieme all’amore di cui è spettatrice  tra me e Luisa, possa aiutarla a non svendersi a uomini che non hanno nessuna intenzione di amarla, ma solo di usarla. Spero che possa comprendere che nessuno merita il suo dono totale  se non chi mostra di volersi donare a sua volta totalmente a lei nel matrimonio.

Per concludere vi lascio un breve video che solo attraverso lo sguardo di una bambina mostra senza bisogno di parole cosa prova una bambina per il suo papà. Un video di Shoek, un rapper cristiano, che è diventato virale circa un anno fa proprio per la forza e labellezza del messaggio.

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Antonio e Luisa

Il magnificat degli sposi

Ho la fortuna di conoscere una persona fuori dal comune. Perchè fuori dal comune è colui da cui si lascia docilmente guidare. Si tratta di Cristina Righi. Chi la guida è naturalmente lo Spirito Santo. Segue con suo marito Giorgio tantissime coppie di fidanzati e di sposi, è madrina di battesimo di circa 50 bambini, scrive libri, macina chilometri in giro per l’Italia, propone percorsi di guarigione e preghiera. I frutti del suo impegno sono tanti e abbondanti. Ora ho scoperto che scrive anche canzoni. Due giorni fa Cristina mi invia un messaggio con un link. Lo apro, è un video musicale. Leggo il titolo: Magnificat degli sposi. Il testo è suo. La musica di Marco Mammoli. Magari non vi dirà nulla questo nome, ma tutti sicuramente conoscete una sua canzone. Ha scritto infatti l’inno della GMG del 2000. Quella di Roma. Ha scritto Emmanuel, un canto che evoca ricordi meravigliosi ad una generazione intera di cristiani. Inizio ad ascoltare e resto affascinato. Il testo è davvero bello. Soprattutto è vero. Leggetelo e poi ascoltate la canzone. Ne vale la pena.

MAGNIFICAT DEGLI SPOSI

L’anima di noi sposi, magnifica il Signore

Perché in ogni istante, è presente il Salvatore.

Ha guardato sin dall’inizio, alla nostra poverta’

Ed ha messo nei nostri cuori, una reciproca gratuità

Ha fatto grandi per noi le cose, ed altre ancora in noi farà

Perché mai l’ombra di sfiducia, del suo tesoro faccia dubitar

Ha distrutto in noi superbia, per generare concordia

ricolmando i nostri cuori, con la sua Misericordia.

Rit. Ci soccorre costantemente Senza perdere mai lo sguardo

Per condurci gioiosi al nostro, traguardo

Come aveva promesso il giorno, del nostro sì

Come aveva promesso il giorno, del nostro sì

Non ci sono potenti ma troni di doni

da darsi a vicenda, ora e in eterno

di bene ci colma e ci accompagna

di noi ogni cosa lui sa già.

Bisogno reale e il necessario,

È tutto colmato in chi ci ha creato

lusinghe striscianti dell’avversario

non cedo c’è lui, ci porta per mano

Rit. Ci soccorre costantemente Senza perdere mai lo sguardo

Per condurci gioiosi al nostro, traguardo

Come aveva promesso il giorno, del nostro sì

Come aveva promesso il giorno, del nostro sì

Ci soccorre costantemente Senza perdere mai lo sguardo

Per condurci gioiosi al nostro, traguardo

Come aveva promesso il giorno, del nostro sì

Come aveva promesso il giorno, del nostro sì

Come aveva promesso il giorno, del nostro sì

Come aveva promesso il giorno, del nostro sì

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Trasfigurate il vostro matrimonio

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. E, mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco due uomini parlavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella loro gloria, e parlavano della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; tuttavia restarono svegli e videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.
Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi stare qui. Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli non sapeva quel che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li avvolse; all’entrare in quella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo». Appena la voce cessò, Gesù restò solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

Oggi il Vangelo ci propone la trasfigurazione. Non a caso questa Parola è posta durante il periodo di quaresima. La quaresima è un periodo fecondo. Non è solo rinuncia. Non servirebbe a nulla. La rinuncia è buona quando permette di fare posto. Quando è feconda. Quando ci permette di rigenerare qualcosa che abbiamo forse un po’ perduto. Non vale solo per la persona, vale anche per la coppia. Noi abbiamo bisogno di fare spazio nel nostro cuore per aprirci di nuovo alla meraviglia che siamo. Si perchè la coppia di sposi è una meraviglia. Se non siamo più capaci di scorgere questa meraviglia forse è davvero giunto il momento di salire sul monte. Lo so! La nostra vita è un casino. Figli piccoli o figli grandi, lavoro, impegni, scadenze, burocrazia. Non c’è tempo! E poi litigi, nervosismo, stress, crisi. Cominciamo ad avere qualche dubbio che la nostra famiglia sia poi così meravigliosa. Cominciamo a vedere solo i difetti. Guardiamo con invidia altre coppie o altre famiglie che ci sembrano perfette. Fermatevi. Voi siete una meraviglia! Non ci credo che non si possa trovare un momento per fermarsi e guardarsi negli occhi. Fermarsi per raccontarsi quanto per noi sia importante la presenza dell’altro/a. Fermarsi per pregare insieme. Fermarsi per riscoprire quell’emozione che provoca la vicinanza dell’altro/a e il suo sguardo che si posa su di noi. Non sono romanticherie e tenerume da ragazzini. E’ ciò di cui abbiamo bisogno per riscoprirci belli e belli insieme. La quaresima deve essere il tempo della rinuncia, dei fioretti. Fatene uno per voi. Fatene uno davvero gradito a Dio. Rinunciate alla vostra mania di fare tutto e di avere tutto sotto controllo. Lasciate i vostri figli qualche volta ai nonni o a una baby sitter. Lasciate anche un po’ di disordine per casa e cancellate qualche impegno se necessario. Trovate tempo per voi. Uscite, guardatevi, parlatevi non solo delle cose da fare o da comprare, trovate tempo per la vostra intimità. Fatelo per il vostro matrimonio. Fatelo per i vostri figli. Fatelo per la vostra vocazione. Allora si che la vostra relazione tornerà meravigliosa e l’amore sarà trasfigurato. Un’esperienza di cielo sulla terra. Esattamente come è stato per i tre apostoli.

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Antonio e Luisa

Chi è colei che sale dal deserto, appoggiata al suo diletto?

Entriamo ora nell’ultima parte di questo bellissimo Canto d’amore. Entriamo nell’Epilogo. L’Epilogo è posto a conclusione di tutto il Cantico e richiama quello che è stato detto fino ad ora. Viene rivisto tutto con immagini molto dense e forti per sigillare nella nostra mente e nel nostro cuore quello che abbiamo meditato in questo lungo e meraviglioso percorso. Un percorso che non è di Salomone e della Sulamita, ma di Antonio e Luisa. Ognuno metta il proprio nome perchè è la storia d’amore di ogni coppia che desidera vivere un matrimonio pieno, un matrimonio come Dio desidera per noi.

Chi è colei che sale dal deserto,
appoggiata al suo diletto?

L’Epilogo è molto breve, sono solo pochi versetti che ci permettono però una chiave di lettura fondamentale. C’è subito un rimando al terzo poema. Ricordate? Allora era solo lei che saliva dal deserto per incontrare il suo sposo. Qui è appoggiata e sostenuta dal suo sposo. E’ il coro che sta parlando. C’è un sottinteso che va esplicitato. Salire dal deserto significa camminare verso Gerusalemme. Gerusalemme è posta in alto e tutto intorno è circondata da un ambiente desertico. Non è chiaramente detto, ma gli esegeti sono concordi. L’immagine è molto bella. I due sposi che si incamminano insieme verso Gerusalemme, verso Dio. Lui la sostiene nel percorso. Non è più sola. Il deserto, come abbiamo già approfondito in precedenza, è luogo di solitudine, di aridità, di sofferenza e anche di morte. I due stanno uscendo dal deserto, stanno andando verso la Città Santa, verso un luogo pieno di vita. Stanno andando verso il luogo che è dimora di Dio stesso. Ci vanno insieme. Lei è appoggiata a lui, ma anche lui è appoggiato a lei. Stanno uscendo dalla solitudine in cui si trovavano, lo fanno insieme, abbracciati,  per dirigersi verso la pienezza. Questa è un’immagine molto aderente a ciò che è la coppia e al significato del matrimonio.

Cosa vi ricorda anche questo versetto? Ricorda Genesi. Appoggiarsi significa cercare nell’altro un aiuto. Io mi appoggio perchè trovo in lei/lui il mio aiuto.  In Genesi troviamo scritto:

Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda».[…] Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse: «Questa volta
è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne. La si chiamerà donna, perché dall’uomo è stata tolta». Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne.

In Genesi troviamo scritto che l’aiuto per l’uomo è la donna. Qui nel Cantico troviamo nuovamente (abbiamo già visto in precedenza un altro caso) il completamente di Genesi, la corrispondenza tra i due libri. Viene infatti scritto che il completamento della donna è l’uomo.

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Antonio e Luisa

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro.21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore 30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità34 Abbracciami con il tuo sguardo35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito 38 Le piccole volpi che infestano il nostro amore.39 Il mio diletto è per me. 40 Voglio cercare l’amato del mio cuore 41 Cos’è che sale dal deserto 42 Ecco, la lettiga di Salomone43 I tuoi seni sono come due cerbiatti 44 Vieni con me dal Libano45 Un giardino da curare 46 L’eros è un amore tenero 47 La tenerezza è amare come Dio ci ama 48 Mi hai rapito il cuore con un tuo sguardo 49 Fammi sentire la tua voce. Perchè la tua voce è soave 50 Mi baci con i baci della sua bocca 51 Quanti sono soavi le mie carezze sorella mia, sposa 52 Venga il mio diletto nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti 53 Le carezze dell’anima 54 Un rumore! E’ il mio diletto che bussa. 55 Il mio diletto ha messo la mano nello spiraglio 56 Io venni meno per la sua scomparsa 57 Mi han tolto il mantello 58 Che ha il tuo diletto di diverso da un altro? 59 Il matrimonio non è un armadio 60 Dolcezza è il suo palato 61 Uccidete il sogno 62 Bella come la luna 63 Sui carri di Ammi-nadìb 64 Vogliamo ammirarti 65 Non mendicanti, ma re e regine 66 Carne della mia carne 67 La tua statura rassomiglia a una palma e i tuoi seni ai grappoli. 68 Il tuo palato è come vino squisito 69 Il suo desiderio è verso di me 70 C’è ogni specie di frutti squisiti, freschi e secchi 71 Oh se tu fossi un mio fratello 72 Migliori amici l’uno dell’altra

“Nel terzo cassetto”…ovvero la ricerca dei calzini e della propria identità.

di Pietro Antonicelli e Filomena Scalise dal Blog “Sposi&Spose di Cristo”:

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Lui le chiese: “Dove sono i calzini di nostra figlia?”

“Nel terzo cassetto dell’armadio delle bambine” rispose lei, sapendo già che poco dopo questa risposta sarebbe dovuta accorrere in aiuto del suo coniuge.

Quel coniuge così sicuro in altri ambiti della vita, così pratico nel trovare mille soluzioni per cinquecento problemi…

Proprio lui ora era lì, con le mani in quel misterioso cassetto e lo sguardo perso nel vuoto…un vuoto vasto, che sconfinava nelle profondità dell’essere maschio innanzi alla complessità del terzo cassetto.

Cosa gli impediva di trovare quello che cercava (i calzini, appunto) e cosa invece lo predisponeva a smarrirsi egli stesso durante quella ricerca…solo Dio lo sa.

Sta di fatto che una volta sua moglie dovette chiamare un falegname affinché smontasse l’armadio al fine di recuperare oltre ai calzini di sua figlia, anche il marito che si era smarrito da circa una settimana nel fatidico terzo cassetto dell’armadio delle bambine.

Ci mancò poco che anche il falegname ci restasse secco…infatti il suo sguardo iniziò ad apparire assente appena le sue orecchie captarono la voce della padrona di casa che chiedeva di cercare suo marito all’interno del terzo cassetto nell’armadio delle bambine.

Alle parole “terzo cassetto” il falegname si era già quasi smarrito nella infinita e angosciosa vastità dell’universo maschile.

In realtà il falegname non poté nulla contro la forza dello smarrimento che lo assaliva innanzi al terzo cassetto dell’armadio delle bambine.

Dovette risolvere tutto la padrona di casa, nonché moglie del marito smarrito tra i calzini, le magliette e i pigiami nel cassetto.

Le differenze di genere non esistono dicono alcuni…Noi rispondiamo: Si vede che non avete mai visto un uomo innanzi ad un terzo cassetto qualsiasi.

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Migliori amici l’uno dell’altra

Prima di proseguire con l’ultima parte del Cantico è importante soffermarsi su una parola: sorella. L’amato chiama la sua sposa, e lo fa diverse volte nel testo, sorella. Non è un caso. Insegna qualcosa di importante a noi sposi. Ci insegna che non basta ci sia attrazione e innamoramento. Serve anche un rapporto basato su un’amicizia profonda.

Partiamo da Amoris Laetitia, in particolare dal punto 123:

Dopo l’amore che ci unisce a Dio, l’amore coniugale è la «più grande amicizia». E’ un’unione che possiede tutte le caratteristiche di una buona amicizia: ricerca del bene dell’altro, reciprocità, intimità, tenerezza, stabilità, e una somiglianza tra gli amici che si va costruendo con la vita condivisa. Però il matrimonio aggiunge a tutto questo un’esclusività indissolubile, che si esprime nel progetto stabile di condividere e costruire insieme tutta l’esistenza. 

Il Papa colloca l’amore sponsale appena al di sotto di quello verso Dio, che è la sorgente e nutrimento per ogni relazione umana. Lo definisce anche come amore di amicizia, seppur un’amicizia molto particolare, perché ne ricomprende le caratteristiche. Gesù stesso chiama ognuno di noi amico, intendendo qualcosa di grande. Nel vangelo di Giovanni Gesù dice: “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto quello ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere anche a voi”. Amicizia è un concetto altissimo. Amicizia è voler il bene dell’altro, è intimità, è tenerezza e stabilità. L’amore sponsale aggiunge a tutto questo l’indissolubilità. Il nostro sposo/a, affinché il matrimonio sia costruito su basi solide, deve essere il nostro migliore amico e non solo la persona che ci attrae e con cui condividiamo l’intimità sessuale. Il linguaggio degli sposi è fatto di dialogo e tenerezza. Ripeto il concetto: è importante che gli sposi siano i migliori amici l’uno dell’altra. E’ importante che il nostro sposo o la nostra sposa sia la prima persona con cui desideriamo confidarci e confrontarci. Bruttissimo segno quando confidiamo determinati pensieri ad altre persone e non al nostro coniuge. Fossero anche genitori o fratelli. Nel nostro sposo/a è importante trovare una persona con la quale condividere i nostri pensieri, paure, preoccupazioni e gioie, con la certezza di essere accolti e non giudicati, sostenuti e non feriti. Una raccomandazione agli uomini. Quando vostra moglie vi racconta tutto di lei e di ciò che le accade, magari vi parla sempre delle stesse cose, non spazientitevi. Al contrario ringraziate Dio che lei abbia desiderio di farlo. Significa che vi considera la persona più importante. Ascoltatela, non chiede altro.  Il matrimonio diventa luogo dove mostrarci per ciò che siamo, senza paura di mostrare le nostre debolezze perchè certi che saremo amati per ciò che siamo e non per ciò che facciamo. Il matrimonio presuppone una relazione complessa, un amore che sia espressione della passione e dell’amicizia, dell’eros e dell’Agape.

L’amore sponsale cristiano è una sfida perché difficile. Un amore che ti chiede tutto ma che è il solo capace di farti sperimentare scintille di eternità e di infinito non può che essere una sfida, una battaglia da vincere e un premio da conquistare.

Una sfida che non è possibile vincere senza la convinzione che ci sia un disegno più grande, una forza che ci sostiene, che per noi sposi cristiani viene da Gesù. Solo la Grazia può permettere di realizzare un progetto che sarebbe irraggiungibile con le fragilità e le ferite che tutti ci portiamo dietro. Senza la Grazia, c’è il concreto pericolo di non restare saldi e di abbandonarsi alla cultura del provvisorio, tipica del nostro tempo che ci impedisce di realizzare completamente il progetto di Dio per noi e di non vivere mai veramente in pienezza la nostra umanità che è stata creata per un amore radicale, totale e infinito. Siamo immagine di Dio, ricordiamolo.

Antonio e Luisa

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro.21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore 30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità34 Abbracciami con il tuo sguardo35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito 38 Le piccole volpi che infestano il nostro amore.39 Il mio diletto è per me. 40 Voglio cercare l’amato del mio cuore 41 Cos’è che sale dal deserto 42 Ecco, la lettiga di Salomone43 I tuoi seni sono come due cerbiatti 44 Vieni con me dal Libano45 Un giardino da curare 46 L’eros è un amore tenero 47 La tenerezza è amare come Dio ci ama 48 Mi hai rapito il cuore con un tuo sguardo 49 Fammi sentire la tua voce. Perchè la tua voce è soave 50 Mi baci con i baci della sua bocca 51 Quanti sono soavi le mie carezze sorella mia, sposa 52 Venga il mio diletto nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti 53 Le carezze dell’anima 54 Un rumore! E’ il mio diletto che bussa. 55 Il mio diletto ha messo la mano nello spiraglio 56 Io venni meno per la sua scomparsa 57 Mi han tolto il mantello 58 Che ha il tuo diletto di diverso da un altro? 59 Il matrimonio non è un armadio 60 Dolcezza è il suo palato 61 Uccidete il sogno 62 Bella come la luna 63 Sui carri di Ammi-nadìb 64 Vogliamo ammirarti 65 Non mendicanti, ma re e regine 66 Carne della mia carne 67 La tua statura rassomiglia a una palma e i tuoi seni ai grappoli. 68 Il tuo palato è come vino squisito 69 Il suo desiderio è verso di me 70 C’è ogni specie di frutti squisiti, freschi e secchi 71 Oh se tu fossi un mio fratello

Un giogo che non imprigiona ma libera

Coniuge. Questa parola ha un significato importante che mi piace molto e indica bene ciò che siamo o che dovremmo essere. Coniuge deriva dal latino cum e iugus. Portare lo stesso giogo, condividere la stessa sorte. Portare lo stesso giogo.  Mi piace questa immagine. Lo sposo e la sposa con il matrimonio sono uniti dal giogo, che non imprigiona ma al contrario da forza e ti rende non più solo a portare il carico ma pone al tuo fianco qualcuno con cui condividerne il peso. Il carico è la vita, le sofferenze, le cadute, i fallimenti, ma anche le vittorie e le gioie. Lo sposo e la sposa uniti dal giogo non si guardano negli occhi, ma per procedere devono guardare avanti, guardale l’obiettivo, la meta. Sicuramente ci sarà chi dei due tirerà di più, chi avrà più forza, più fede e più convinzione, ma questa è la cosa bella che tra due sposi va bene anche così. Non si deve per forza dividere lo sforzo a metà ma chi è più forte sarà lieto di donarsi completamente mentre chi è più debole e tira meno, a sua volta, per amore, cercherà di darsi totalmente per tirare più forte e non essere di peso all’altro. Naturalmente non siamo soli, c’è chi conduce il carretto della nostra vita. Il conducente è naturalmente Gesù al quale ci affidiamo ogni giorno, il quale ci conduce con amorevole pazienza. Gesù è un conducente strano, non sta seduto sul carretto ad aspettare che noi lo portiamo ma scende e spinge il carretto con molta più forza di quanta ne mettiamo noi. Condivide con noi tutte le cose belle e brutte che incontriamo lungo la strada e quando per noi si fa dura e ci sentiamo impantanati in strade fangose, lui con la sua forza ci spinge fuori e ci aiuta a ricominciare a camminare, perché fermarsi vuol dire morire e invece noi vogliamo con tutto il cuore giungere alla nostra meta che è la vita eterna e l’abbraccio con Colui che ci ha condotto fino a se stesso.

C’è un’altra importante considerazione da fare. Essere legati allo stesso giogo ci rende per forza di cose partecipi della vita dell’altro. I suoi inciampi rischiano di far cadere anche noi. C’era una frase scritta da don Giussani che mi è rimasta impressa. Adesso non ricordo le parole esatte, ma il senso era chiarissimo: la santità passa dall’impegnarmi a fondo affinchè il mio coniuge trovi la sua santità. Non posso dire che ciò che riguarda la mia sposa non sia anche affare mio. Siamo legati allo stesso giogo quindi quando lei inciamperà dovrò sostenere il suo peso per non cadere a mia volta. I suoi errori, le sue fragilità, le sue mancanze d’amore non saranno motivo per rompere il giogo, ma al contrario saranno occasioni per sostenerla e amarla proprio attraverso quel giogo che è il mio amore fedele che le ho promesso.

Vi lascio con le parole di Tertulliano come augurio di sperimentare la bellezza di camminare insieme, legati allo stesso giogo, giorno dopo giorno:

Come sarò capace di esporre la felicità di quel matrimonio che la Chiesa unisce, l’offerta eucaristica conferma, la benedizione suggella, gli angeli annunciano e il Padre ratifica?… Quale giogo quello di due fedeli uniti in un’unica speranza, in un’unica osservanza, in un’unica servitù! Sono tutt’e due fratelli e tutt’e due servono insieme; non vi è nessuna divisione quanto allo spirito e quanto alla carne. Anzi sono veramente due in una sola carne e dove la carne è unica, unico è lo spirito»  

Oh se tu fossi un mio fratello.

Oh se tu fossi un mio fratello,
allattato al seno di mia madre!
Trovandoti fuori ti potrei baciare
e nessuno potrebbe disprezzarmi.
Ti condurrei, ti introdurrei nella casa di mia madre;
m’insegneresti l’arte dell’amore.
Ti farei bere vino aromatico,
del succo del mio melograno.
La sua sinistra è sotto il mio capo
e la sua destra mi abbraccia.

Questi sono i versi che concludono l’ultimo canto. Ora manca solo l’Epilogo. Il senso dell’immagine che ci viene offerta da questa parte del testo va colto tenendo presente quelle che erano le usanze del tempo. Ricordiamo che questi versi erano cantati durante i matrimoni. Quindi dove c’erano un promesso sposo e una promessa sposa che non erano ancora giunti all’incontro intimo. Il Cantico racconta in modo molto poetico ma anche esplicito l’intimità tra gli sposi. In questo caso no, lo prefigura solo. Cosa significa prefigurarlo? All’epoca tra la promessa nuziale e lo sposalizio vero e proprio passava circa un anno. In questo arco di tempo non potevano esserci manifestazioni affettive tra i futuri sposi. Se c’erano dovevano essere molto limitate e caste. L’amata del Cantico sta esprimendo tutta la sua impazienza, brucia di desiderio verso il suo amato. Lo desidera fortemente, ma questo non le impedisce di attendere il momento giusto per essere del suo amato. Certo lo fa sicuramente perchè era molto forte la condanna sociale per quelle donne che avevano rapporti fuori dal matrimonio. Permettetemi una parentesi. Come non pensare a Maria. Molti non sanno che Maria con il suo sì ha rischiato davvero tanto. Maria era promessa a Giuseppe. Era in quell’anno dove era già promessa, ma non ancora sposa. Con il suo sì all’arcangelo Gabriele ha giocato la propria vita. Ha rischiato davvero la vita. Ha consegnato la sua vita a Dio. Giuseppe non solo avrebbe potuto ripudiarla, ma avrebbe potuto chiedere la sua lapidazione. All’epoca funzionava così. Dovremmo essere più consapevoli del coraggio e della fede dimostrati da Maria. Tornando ai nostri giovani del Cantico non c’era solo la possibile condanna sociale, c’era molto di più. C’era la consapevolezza che quel desiderio era certamente buono. Esprimeva un amore sincero e un innamoramento autentico. C’era però altresì la consapevolezza che l’unione intima tra i due sarebbe stata casta solo dopo il matrimonio. Perchè? Cosa accade nel matrimonio? Noi sappiamo, la Chiesa ce lo insegna, che nel matrimonio l’unione diventa sacra. Il noi dei due sposi diventa luogo sacro dove Dio ha posto la sua tenda. Dove c’è la presenza reale di Dio. I cuori e le anime dei due sposi, pur mantenendo la loro individualità, sono saldati dal fuoco dello Spirito Santo e diventano un cuore e anima sola. Solo allora l’intimità diventa casta cioè vera. Solo allora l’unione intima dei due sposi diventa autentico segno tangibile e concreto dell’unione delle anime e dei cuori. Solo allora quel desiderio espresso dall’amata trova una manifestazione che può aprire il cuore allo Spirito Santo e diventare gesto sacerdotale e sacro.

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro.21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore 30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito 38 Le piccole volpi che infestano il nostro amore. 39 Il mio diletto è per me. 40 Voglio cercare l’amato del mio cuore 41 Cos’è che sale dal deserto 42 Ecco, la lettiga di Salomone 43 I tuoi seni sono come due cerbiatti 44 Vieni con me dal Libano 45 Un giardino da curare 46 L’eros è un amore tenero 47 La tenerezza è amare come Dio ci ama 48 Mi hai rapito il cuore con un tuo sguardo 49 Fammi sentire la tua voce. Perchè la tua voce è soave 50 Mi baci con i baci della sua bocca 51 Quanti sono soavi le mie carezze sorella mia, sposa 52 Venga il mio diletto nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti 53 Le carezze dell’anima 54 Un rumore! E’ il mio diletto che bussa. 55 Il mio diletto ha messo la mano nello spiraglio 56 Io venni meno per la sua scomparsa 57 Mi han tolto il mantello 58 Che ha il tuo diletto di diverso da un altro? 59 Il matrimonio non è un armadio 60 Dolcezza è il suo palato 61 Uccidete il sogno 62 Bella come la luna 63 Sui carri di Ammi-nadìb 64 Vogliamo ammirarti 65 Non mendicanti, ma re e regine 66 Carne della mia carne 67 La tua statura rassomiglia a una palma e i tuoi seni ai grappoli. 68 Il tuo palato è come vino squisito 69 Il suo desiderio è verso di me 70 C’è ogni specie di frutti squisiti, freschi e secchi

Forte come la morte è l’amore

Forte come la morte è l’amore. E’ uno dei passaggi più conosciuti del Cantico dei Cantici. Uno di quelli che ti restano impressi dentro, ma poi ti chiedi cosa voglia dire. Concretamente. Fino a qualche mese fa non avrei saputo dare risposta. Ho sentito di tante storie d’amore meravigliose. Sentirle non basta per crederci fino in fondo. Bisogna farne esperienza. L’ho fatta. Mio papà era malato da tempo. Si è aggravato negli ultimi tempi e due giorni fa purtroppo ci ha lasciato. E’ nato a vita nuova. Sembra una storia di malattia e di sofferenza, come ce ne sono tante. Sicuramente è anche questo. Ma non è solo questo. E’ una storia di un matrimonio vissuto fino in fondo. La storia di un matrimonio che ha cambiato i cuori dei miei genitori. Sono stati mesi difficili. Mesi in cui la malattia non ha dato tregua e piano piano anche la medicina ha dovuto arrendersi al male. Sono stati mesi però fecondi. Mesi che mi hanno dato tanto e spesso non ho potuto che contemplare la bellezza di un amore che si fa sguardo che si decentra completamente sull’altro e si fa desiderio di essere completamente per l’altro. Per spiegarmi meglio mi avvalgo di un passo del Vangelo. Gesù è sulla croce sta morendo, sotto di lui Maria e Giovanni.

Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa.

Gesù vede la madre e il discepolo amato. Ma vi rendete conto? Gesù sta soffrendo come un cane, prova un dolore insopportabile. Il dolore del cuore è ancora più grande di quello del corpo. Sta morendo. E cosa fa? Guarda le persone che ha vicino. In un momento tanto difficile e drammatico ha ancora la forza per pensare agli altri, per decentrare l’attenzione da sè alle persone che ama. Noi sposi siamo chiamati ad amare così. E io l’ho visto realizzato nei miei genitori. Lui preoccupato non tanto dalla sua malattia quanto dal timore che mia madre senza di lui non avrebbe saputo stare dietro a tutte le incombenze burocratiche e più in generale stare dietro alla vita. Era uno spasso osservare come cercasse di istruire mia madre sulle tante scadenze da ricordare. Lei dal canto suo non ha smesso un attimo di curarlo e accudirlo con tanta tenerezza, pazienza e senza mai stancarsi. Era bellissimo guardarli. Ora lui non è più con noi e lei sta soffrendo la sua assenza, ma hanno vinto entrambi. Davvero l’amore è stato forte come la morte. Perchè la morte non ha vinto. La morte li ha solo separati per qualche anno. Sono sicuro che chi riesce a vivere un matrimonio così, un matrimonio che ti cambia profondamente e ti insegna cosa significa amare, ha vinto. E’ pronto per l’abbraccio eterno con Gesù. Saremo giudicati sull’amore e loro hanno saputo farlo crescere e maturare. Ora lui non è più qui con noi. E’ restata qui la sua casa, il suo conto in banca, la sua auto. Ogni bene materiale è ancora qui. Non si è portato nulla. C’è stato un momento ben preciso che ho avuto la piena consapevolezza di quello che si stava portando dietro. Alcuni giorni prima che morisse ho chiamato un frate. Il frate è venuto e gli ha somministrato i sacramenti. Oltre a me erano presenti mia sorella e mia madre. Abbiamo pregato con e per lui. E’ stato in momento illuminante e bellissimo. Un momento in cui la speranza annientava le tenebre della morte. Lì ho capito che stava offrendo a Dio ciò che poteva portarsi dietro. Era la sua famiglia. La sua sposa e il frutto del loro amore. Si stava portando dietro tutti gli anni passati con mia mamma, i momenti belli e quelli brutti. Si portava dietro la sua vittoria. Era riuscito ad amare la donna che aveva sposato per tutta la vita. Li guardavo e dentro di me nasceva sempre più chiaro un desiderio: essere capace di costruire con Luisa una relazione così, più forte della morte.

Antonio e Luisa

Attraversare il deserto per scoprire di essere uomo.

Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto dove, per quaranta giorni, fu tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni; ma quando furono terminati ebbe fame.

Oggi non voglio soffermarmi su tutto il Vangelo. Solo su una parola. Il deserto. Il deserto è importante nel cammino spirituale delle persone. Almeno per la maggior parte di esse. Sicuramente per me lo è stato. Il deserto non è un luogo geografico. Il deserto è, prima di tutto, un’esperienza del cuore umano.  Una settimana fa ho iniziato il percorso dei 10 comandamenti. Un percorso che tanto bene ha fatto in tante città d’Italia. Padre Andrea ci ha lasciato con queste parole: Se credete che la vostra vita vada già bene così come è questo non è il vostro posto. Non siete ancora pronti. E’ proprio così. Il deserto si affronta quando si è pronti, quando si vuole una vita piena e non ci si accontenta più di una vita mediocre. Quando non ci si accontenta più di una schiavitù che garantisce cibo e un tetto sulla testa, come quella degli Ebrei in Egitto. Il deserto è presente costantemente nella Parola. E’ presenta nell’Antico Testamento. In tantissimi passaggi.  Il deserto è anche luogo di connessione tra l’Antico e il Nuovo Testamento, tra l’ultimo dei profeti  Giovanni il Battista e Gesù, colui che inaugura il nuovo regno.  Il deserto è luogo di purificazione, non solo di aridità e di sofferenza. La quaresima ci ricorda che il deserto può essere un’occasione di rinascita e di ricerca di senso. Il deserto è luogo dove fare finalmente i conti con se stessi. Il deserto è sentirsi bisognosi, ma senza avere nulla da dare in cambio. Il deserto è desiderio di senso, ma senza avere idea del perchè sei vivo. Il deserto è desiderio di essere amato con la consapevolezza di non meritare amore.

Una ricerca di senso, una ricerca di amore, ma dell’amore pieno ed autentico, non di surrogati che ne sono solo una pallida immagine. L’amore quello che nutre, che disseta, che una volta sperimentato non puoi farne a meno,  perchè non c’è nulla che sia altrettanto bello e grande, non c’è nulla di altrettanto autenticamente umano e divino.  Sono dovuto passare dal deserto, dall’aridità dell’anima e del cuore. Ho dovuto fare esperienza della fame e della sete e della mia incapacità di sfamarmi e dissetarmi da solo. Ho tradito la legge di Dio, di conseguenza ho tradito le persone e me stesso, l’ho fatto nel mio cuore e questo mi ha allontanato, mi ha fatto smarrire nel deserto fino quasi a perdere ogni speranza di poterne uscire. Per comprenderlo ho dovuto abbandonare le mie convinzioni, il mio comodo nulla, la mia vita fatta di certezze di carta. Ho abbandonato il mio Egitto che era vita sicura, ma vita di schiavitù con le catene che stringevano le caviglie. Le schiavitù dell’egoismo e della falsa morale, dove amore era una parola vuota, che nascondeva  una falsità e una meschinità nelle sue pieghe e che non voleva abbracciare la croce, mai. Ho lasciato tutto per non disperarmi, mi sono incamminato nel deserto e ho incontrato serpenti e scorpioni. Ho incontrato il veleno della sofferenza e i morsi del peccato, ma non mi sono arreso. Mi sono umiliato, ho riconosciuto la mia debolezza e la mia inadeguatezza. Ho riconosciuto di aver bisogno del Padre ed è in quel momento che mi sono finalmente aperto all’amore, alla misericordia, alla tenerezza e alla fedeltà di Dio, che non ha mai smesso di accompagnarmi, discretamente, ma facendo sempre il tifo per me, e sostenendomi se appena gliene davo la possibilità di farlo. Questo mi ha permesso di uscire dal deserto e trovare la fonte dell’acqua e il nutrimento per il mio corpo e il mio Spirito, mi ha permesso di riamare e accogliere l’amore di un’altra creatura imperfetta e fragile come me. Solo quando ho affrontato il deserto e ne sono uscito diverso e finalmente consapevole dell’amore sperimentando il perdono amorevole di un Padre tenero, solo dopo tutto questo, sono stato pronto e capace di amare la mia sposa. Benedetto deserto.

Antonio e Luisa

Adesso non è il momento. Parlare di sessualità ai figli. (seconda parte)

Un altro aspetto importante è prestare attenzione a non essere invadenti nei loro confronti. Quando arriva l’adolescenza, quindi, le cose si complicano…

«Sono Lulù. I miei genitori la sera mi fanno sempre le stesse domande, vogliono sapere sempre le stesse cose! E poi litighiamo per il mio modo di vestire, perché voglio uscire di più, fare più tardi come tutte le mie amiche. Così non possiamo andare d’accordo… Penso che se dovessi raccontare cosa mi passa per la testa non ce la farebbero ad ascoltarmi; ci provo da quando ero alle elementari, ma prima hanno avuto una crisi, poi dovevano ritrovarsi ed io ero quella che doveva sempre capire… E invece non li capisco proprio! Anzi, anche se avessi bisogno da morire non direi nulla perché penso che sono inaffidabili e pretendono solo di imporre regole».

Sono pensieri e reazioni tipiche di un adolescente. Ora, ancora di più di quando erano piccoli, diventa importante il ruolo di educatore dei genitori, il mettere a fuoco tutte le forme di comunicazioni esplicite ma anche e soprattutto implicite e non verbali che diamo ai nostri figli, perché in realtà, il modo dell’adolescente di porsi in relazione con il genitore, attraverso il quale poter avere un dialogo su argomenti che tocchino anche la sfera dell’emotività, dei sentimenti, della sessualità, è strettamente connesso alla nostra capacità di tenere aperto un dialogo con loro. Non possiamo pretendere che i nostri figli adolescenti ci parlino se noi non parliamo a loro. Quando parliamo di dialogo non ci si riferisce a frasi del tipo: “Come è andata a scuola? Come va con il tuo ragazzo, la tua ragazza? Perché sei triste? Cosa fai questa sera? Perché sei tornato tardi? Perché non hai ancora sistemato la tua stanza?” Solitamente frasi di questo tipo sono vissute dai ragazzi come fastidio, sofferenza. Con queste frasi si ottiene il risultato contrario, segnalano una mancanza di fiducia del genitore verso il figlio e quindi determinano una chiusura al dialogo. La vera comunicazione che dobbiamo essere capaci di aprire con i nostri figli deve essere proprio una comunicazione di natura emotiva, che ci permetta di capire cosa passa loro nella testa, passare con loro del tempo nel quale non si fa nulla di particolare se non stare insieme e cercare di aprire canali di empatia, di capire gli stati dell’umore, i sentimenti, comunicazioni sul sesso, infatuazioni, passioni, dolori, paure, …

«Cara Terry, mi domando quel giorno che siamo andate di corsa dal mio ginecologo come mai non mi fossi accorta di nulla, perché ero così distratta, così fuori dalla tua esperienza. Ho capito che non ti ho preparato per niente ad affrontare questo momento. Sono felice che tu abbia deciso di condividere con me la tua paura e sono rassicurata perché sono stata capace di aiutarti. Mi sento un po’ infelice per il mio e tuo silenzio. Forse possiamo stabilire una nuova regola: non lasciarmi fuori, ci sono tante cose che posso fare per te.».

A volte sapere come la pensiamo, quali sono le nostre paure, può “aiutarci ad aiutare”. Se con un bambino piccolo è importante mostrarsi sicuri, forti, con l’adolescente le cose cambiano e per entrare in dialogo autentico con l’adolescente bisogna saper aprire spazi di vulnerabilità, ammettere che non abbiamo tutte le risposte che essi cercano altrimenti le mamme per esempio, rischiano di assumere atteggiamenti di competizione con le altre mamme o peggio, con le figlie stesse, come se il vero senso materno consistesse  nell’elogiare le figlie dicendo loro che sono le più belle, le più brave… mentre i papà tendono a ritenere che crescere i figli, educarli siano cose da donne; per i figli maschi il rischio delle madri è quello di “tenerli troppo nella bambagia”, rischiando così di crescerli insicuri nella vita e nelle relazioni con l’altro sesso e di coinvolgere il padre solo quando si deve infliggere una punizione. Quando un ragazzo (maschio) cresce un po’
insicuro, introverso, timido, nel genitore scatta come un campanello d’allarme che lo porta a fare considerazioni sulla capacità del figlio di gestire le relazioni, a rapportarsi con l’altro sesso: un ragazzo un po’ “imbranato”, che non riceve inviti, che non stringe relazioni con i coetanei, finisce per mettere in crisi i genitori. Si cercano allora modi per esplorare il suo mondo, compreso quello della sessualità, anche se goffamente:
difficilmente un genitore arriverà a chiedere in modo diretto al figlio: “Come va con il sesso? Tutto bene?… Tutto ok? Ti lascio questo libro, poi se vuoi possiamo parlarne.” Nei maschi la “prima volta” accade intorno ai 16, 17 anni; essi “sanno” che per la loro prima volta servono un sacco di cose, che ci vuole molta competenza per svolgere il rapporto sessuale: devono conoscere le posizioni, sapere come aprire l’imene, come prendersi
cura della ragazza, come annullare i rischi di una gravidanza. Il genitore spesso si limita a cercare di evitare il peggio (gravidanze) o a cercare con l’ironia una qualche forma di dialogo. L’ironia è molto apprezzata tra i ragazzi, ma non tra loro e l’adulto. A questa età, soprattutto se non si è già costruito prima un buon dialogo, risulta molto difficile per il ragazzo confidarsi con il proprio genitore, è più facile cercare un’altra figura adulta
con cui parlare (amico più grande, fratello o sorella maggiore, educatore, medico, sacerdote); sono tutte figure utili per il ragazzo e se il genitore avrà saputo coltivare una buona relazione con il figlio negli anni precedenti condividendo gioie e dolori, esso saprà apprezzare anche i gesti, seppur maldestri, di comunicazione sull’affettività e sulla sessualità, magari fatti al momento sbagliato, che i genitori tenteranno di fare con loro. Se al nostro tentativo di dialogo il figlio non è stato disponibile, si può tranquillamente rimandare ad un momento più opportuno, e i figli sapranno apprezzare questa attenzione del genitore.

«Cara mamma, hai scoperto brutalmente che ho avuto il mio primo rapporto sessuale e ti sei arrabbiata perché l’ho fatto con un ragazzo conosciuto da poco ma era così importante per me smettere di essere “diversa”, anche se tu dici che ho solo 16 anni. Volevo stare bene con il mio gruppo e avere anch’io questa esperienza da condividere con le mie amiche. Mi sentivo strana e sola ed ora che sai tutto voglio essere sincera con te, senza tutte le bugie che ti ho detto ultimamente: che tu ci creda o no, adesso che tu lo sai sono più serena».

Se un adolescente ha deciso di “fare sesso” sarà veramente difficile impedirglielo con codici e divieti (Non lo devi fare!). In rari casi può accadere che un divieto porti un ragazzo/ragazza a somatizzare questo impedimento al punto tale che quando sarà il momento di avere un rapporto questi non siano in grado di compierlo (es. vaginismo).
La grande sfida è quella di trasmettere ai nostri figli la positività, la ricchezza, la gioia, la normalità di una sessualità vissuta bene nella quale entra in gioco l’amore, lo stupore e il dono. Magari, per noi che ci crediamo, anche la bellezza della castità e le ragioni per aspettare il matrimonio. Non si tratta semplicemente di far passare delle informazioni, ma c’è in gioco la nostra esperienza, il nostro vissuto, altrimenti ci si limita all’anatomia, alla fisiologia, un po’ di morale. Dunque la sessualità raccontata ai figli deve essere impregnata del vissuto dei genitori; i figli fino ai 12-13 anni desiderano sapere come si sono incontrati i loro genitori, quando si sono dati il primo bacio, ecc… Attraverso questa semplice modalità si contribuisce a creare un dialogo con i propri figli, saremo in grado di evitare silenzi imbarazzanti che contengono messaggi negativi su tutto ciò che riguarda l’affettività e la sessualità che spingerà l’adolescente verso “altri” canali (coetanei, mass media, internet, …) e allora veramente non ci verrà più lasciato spazio per comunicare l’affettività e la sessualità ai nostri figli.

Antonio e Luisa

All’armi! Gli sposi nazional-comunisti e l’arte della pace.

di Pietro Antonicelli e Filomena Scalise dal Blog “Sposi&Spose di Cristo”:

Carissimi lettori di questo bellissimo Blog, oggi vi proponiamo una storiella che partendo da quelle che possono essere differenze di vedute politiche (in questo caso volutamente esasperate) ci possono aiutare a riflettere sul fatto che ogni relazione, comprese quelle matrimoniali, sono una sfida: una sfida che ci chiama ad uscire dalle nostre visioni, dalle nostre certezze e ad andare verso il coniuge, per amarlo così com’è, e per lasciarci amare da lui nella certezza che in questa accoglienza possiamo fare esperienza dell’amore di Dio per noi.

Buona lettura e buon inizio di Quaresima, Pietro e Filomena.

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Lei salì sul pulpito, che poi altro non era che il comodino della loro camera da letto. Comodino rosso, con sfumature di giallo. Una notte lei si svegliò e, accesa la luce della lampada, bruscamente iniziò il suo comizio:

<<Compagni! Questa casa è fin troppo ordinata! Questo non va bene!!! E poi, compagni, vogliamo parlare dei diritti! Ma scherziamo?! Ho diritto a rifiutare di preparare il pranzo a mio marito, soprattutto se non smette di mangiare polpette!

Guarda che doveva andarmi a capitare! Un marito vegano dovevo prendermi! Non un mangia-poveri-animali come questo!

E poi, compagni, vogliamo parlare della sue visione sulla vita? Noi si che garantiremo il benessere della società! Eutanasia per tutti e se i nostri bambini torneranno con le ginocchia sbucciate dopo le solite cadute in bicicletta: chi mai avrà il coraggio di vederli soffrire? Li abbatteremo con aerei spara/cioccolato! Moriranno certamente sotto i loro colpi, però ricoperti di dolcissima crema gianduia! Questa si che è una morte dolce!

Compagni: votatemi!>>

Detto questo si mise a sedere, ovviamente a gambe incrociate e respirando forte così come le aveva insegnato il suo maestro di yoga.

Poi fu il turno del marito.

Prima di salire sul suo comodino andò in bagno a pettinarsi a lungo. Ne uscì lucido e sorridente. Indossava la sua camicia migliore, color della notte, poi diritto sulle gambe salì con un balzo e dopo aver salutato la folla oceanica, disse a gran voce:

<<Camerati (effettivamente si rivolgeva agli abitanti della camera da letto)! L’ora segnata dal destino batte sul quadrante della storia! Questa casa non è un albergo! Chiaro!?

E se verrà qualcuno a bussare senza adeguato lasciapassare sarà abbandonato sul pianerottolo. Guai a chi non vorrà cucinare polpette e involtini a suo marito! Ovviamente il marito dovrà farne richiesta in carta bollata al Ministero di Pranzo&Giustizia!

Ordine ci vuole! E poi dobbiamo tutelare i diritti di ciascuno, quando questo “ciascuno” somiglierà ANNOI!!! Dei diversi non ci importa!>>

Poi si sedette restando in piedi. Solo lui sapeva come farlo.

Si guardarono negli occhi, per un minuto ed un minuto ancora. Poi presero carta e penna e sul comò stilarono un trattato di non belligeranza.

Pace era fatta. Due visioni inconciliabili si erano ancora una volta stretta la mano e tornarono a dormire.

Morale della favola?

Quando siete arrabbiati col vostro coniuge e davvero vi sentite agli antipodifermatevi un attimo, chiedete aiuto allo Spirito Santo, guardatevi negli occhi per un paio di minuti e vedrete che la rabbia andrà via e la pace non tarderà. 

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I figli: uno tsunami sulla coppia.

Questo articolo vuole essere un ringraziamento. Voglio ringraziare mia moglie per la sua apertura alla vita e al disegno di Dio sulla nostra relazione. Ci siamo conosciuti tardi, 26 anni io e 35 lei. Non abbiamo però perso tempo, dopo poco più di un anno di fidanzamento, dove abbiamo capito di voler costruire il nostro futuro insieme, abbiamo detto il nostro si definitivo al Signore nel sacramento del matrimonio. Non abbiamo perso tempo e Dio ci ha donato la gioia di quattro bellissimi bambini, anzi 5, perché uno non è vissuto che poche settimane nel grembo di Luisa, ma c’è e ci sta aspettando nell’amore eterno di Dio.  In pochi anni tante gravidanze, allattamenti, notti insonni, pannolini, debolezze, picchi di euforia e di depressione, picchi che caratterizzano questi periodi della vita di una donna. Io per mio conto ho sempre cercato di starle vicino e di aiutarla. Di farle sentire il mio sostegno e il mio amore, ma mi sono sempre reso conto che ciò che facevo non era paragonabile a ciò che faceva lei. Il peso della fatica grava soprattutto sulla mamma. C’è però una sofferenza che riguarda i papà e che spesso viene taciuta o quantomeno sottovalutata. Quando arriva un bambino l’attenzione della sposa si sposta quasi esclusivamente su di lui, certo per ovvie ragioni di priorità, ma a volte non è solo per questo. Il figlio, soprattutto se è il primo, è uno tsunami, non solo per la mamma ma anche per il papà e per la relazione della coppia in genere. Si stravolgono gli equilibri e i ritmi della famiglia. Diventa tutto più complicato e si deve ripensare la propria vita e quella familiare. In questo caos, in cui anche l’uomo fatica a trovare un nuovo equilibrio, si potrebbe aggiungere il senso di abbandono. Secondo una ricerca gli uomini che ammettono di aver sofferto questa sensazione di abbandono e di esclusione sono il 26% (secondo me sono anche di più). Per alcune settimane durante (non sempre) e dopo la gravidanza è  normale vivere l’astinenza dai rapporti, ma le tenerezze e le attenzioni non devono mancare. Certo che i mariti che non hanno vissuto la castità nel fidanzamento soffriranno maggiormente, perchè  si sono abituati a vivere la tenerezza solo in prospettiva dell’amplesso fisico e non come linguaggio dell’amore abituale e continuo. Linguaggio fatto di gesti, parole e azioni non necessariamente collegati al rapporto fisico. Molti uomini abbracciano, accarezzano e baciano la propria sposa solo in prospettiva di un imminente amplesso. Tutto questo non aiuta la coppia e i due coniugi rischiano di allontanarsi ognuno con la propria rabbia e delusione per il comportamento dell’altra/o. Per tutti questi motivi la coppia potrebbe perdersi e l’uomo sentirsi solo, arrabbiato e frustrato. La neo mamma spesso è assorta completamente da questa nuova creatura che finalmente dopo 9 mesi di gestazione ha potuto abbracciare. Totalmente assorta come invece non lo è il padre. Il padre ama il proprio bambino ma non gli  basta. Il padre in quel momento ha bisogno dell’amore della sposa e di sentire ancora quella relazione d’amore, che ha generato quel bambino, come viva e rigenerante. Tutto questo per arrivare al ringraziamento iniziale. Ringrazio la mia sposa, che nonostante tutte le gravidanze e quanto ne è conseguito, non mi ha mai fatto mancare le sue attenzioni e il suo amore, non mi ha mai fatto sentire di troppo, mi ha fatto sentire sempre importante e desiderato, mi ha dato la forza per cercare, con tutti i miei limiti e povertà, di starle vicino e di sostenerla. Noi uomini, per nostro canto, non dobbiamo mai scoraggiarci, e quando capitano periodi in cui viviamo un senso di abbandono o frustrazione, parliamone con lei, magari semplicemente non se n’è accorta, così presa come è dal bimbo. Non smettiamo di coccolare la nostra sposa, ne ha bisogno e soprattutto mostriamo come ci piace ancora tanto. La gravidanza potrebbe lasciare dei segni sul corpo, mostriamo a lei che è bellissima così come è. Per lei sarà un’iniezione di fiducia e amore che in quel periodo è fondamentale per vivere bene e nella gioia.

Antonio e Luisa

Quaresima: un periodo fecondo.

La quaresima non l’avevo mai capita bene. A cosa serve digiunare, rinunciare a quello che piace. Per cosa? Per chi? Poi diciamolo senza falsi pudori,. per molti il fioretto quaresimale è solo un rito senza una valenza significativa. Diventa un modo per cercar di smettere di fumare o di perdere qualche chilo. Nulla di più di questo, che seppur lodevole, non ci cambia veramente, e non ci prepara ad accogliere il sacrificio di Cristo sulla croce e la sua vittoria sulla morte nella resurrezione. Anche io la pensavo così, la quaresima, per me, era solo questo. Poi incontro Luisa ci fidanziamo e partecipo con lei a un corso per fidanzati. Non un corso normale, che solitamente serve a poco, ma uno di quelli che non ti lasciano uguale, di quelli che ti cambiano la vita. Era tenuto da un frate cappuccino, padre Raimondo Bardelli. Un fratone gigantesco, con due braccia e due mani da contadino, che ci hanno accolto in un abbraccio paterno bellissimo. Padre Raimondo ci ha parlato di tante cose, ma voglio soffermarmi sul cammino di quaresima. La quaresima serve ed è utilissima. Come tutte le “proposte” della Chiesa non è qualcosa che ci viene imposto per frustrarci e provocarci sofferenza, ma per crescere nella gioia e nella pace. Padre Raimondo ci ha mostrato come noi giovani dell’epoca (primi anni 2000) non eravamo educati a gestire le nostre pulsioni, i nostri istinti e le nostre voglie. Non eravamo capaci di controllarci, e di scegliere il buono, che solitamente va costruito e sudato, ma soltanto il piacere immediato. Volevamo tutto e subito. Non importa se era un cibo o una donna. Non eravamo capaci per questo di aprirci all’altro, ma solo di usarlo. Così non eravamo capaci di costruire una relazione sana basata sull’amore, ma solo di usarci. La quaresima è diventata mezzo per educarci e aiutarci a gestire i nostri istinti. Educarsi a non cibarsi di tutto e subito, ad avere giorni di digiuno e giorni in cui si mangia solo pane, mi è servito e tanto. Sembra stupido ma è così. Educare il proprio controllo non è solo rinuncia, ma è crescita. Significa non essere schiavo. Significa allentare quelle catene che impediscono di farsi dono per l’altro e di accogliere le sue esigenze senza imporre le proprie. Attraverso quella quaresima perpetua che è la castità, veramente si riesce a liberarsi di tanti laccetti e zavorre che non permettono di spiccare il volo di fare il salto di qualità. La quaresima, come già scritto, non è quindi un momento triste, ma di elevazione personale attraverso la fatica, questo si. Fatica che non è sempre rinunciare a qualcosa, ma può anche essere l’opposto. Sempre padre Raimondo, che ha seguito migliaia di coppie. ci raccontava spesso un aneddoto. Una delle sue coppie, sposata da alcuni anni, viveva il deserto sessuale. Per i soliti motivi quali lo stress, le tante cose da fare, il lavoro e così via, si erano persi di vista. Lui li ha accolti e loro hanno proposto, come fioretto quaresimale, di astenersi dai rapporti. Padre Raimondo li ha guardati con quel sua sguardo severo, ma sempre amorevole e ha risposto: Astenervi? Quale fatica sarebbe per voi? Il fioretto che vi assegno è di iniziare a ritrovare la vostra intimità, di impegnarvi per questo e non di astenervi, ma anzi di cercare di avere più rapporti sessuali tra di voi.

Alla fine ci disse che ebbero ben 4 rapporti in 40 giorni, ma fu comunque l’inizio di una ritrovata intesa.

Anche questo può costare fatica per alcuni, ma la quaresima è questo, farsi piccoli per liberare il nostro cuore dall’io per far spazio a Dio e con Lui a tutte le persone che ci stanno vicino, primo/a fra tutti il nostro sposo o la nostra sposa.

Antonio e Luisa.

C’è ogni specie di frutti squisiti,  freschi e secchi

Le mandragole mandano profumo;
Per la prima volta nel testo, e siamo quasi alla fine, troviamo questo riferimento alle mandragole. La mandragola non è una pianta come le altre. Ha un alto valore simbolico. La mandragola era considerata, e lo è tuttora, una pianta dal’alto potere afrodisiaco. Non solo. Richiama fortemente anche la fecondità. La mandragola può anche essere molto tossica e allucinogena. Esistono diverse leggende su questa pianta. Alcune giunte fino a noi. Certo è, come dice una di queste leggende, la mandragola può essere strumento di Dio e del demonio. Può essere una pianta tossica come diventare pianta officinale. Può essere per il bene, ma al contempo per il male. Dipende come viene usata e con quale atteggiamento. Così è l’attrazione erotica dell’uomo verso la donna e viceversa. La mandragola come immagine dell’attrazione erotica e fisica tra i due sposi. Una forza che nel disegno di Dio non ha nulla di sbagliato, al contrario è un’espediente molto originale e piacevole del Creatore per spingere i due amanti a uscire da sè per entrare nell’altro. L’eros come forza profondamente umana e naturale per incoraggiare l’uomo e la donna a fare lo sforzo di cercarsi, di corteggiarsi e di scegliersi per poi donarsi l’un l’altro in un incontro d’amore che diventa pura estasi. Estasi  dal greco έκσταση: essere fuori (da sè). L’eros come forza d’amore che ci aiuta a superare l’egoismo. Capite quale storpiatura abbiamo nella nostra testa. Per noi l’eros è qualcosa che ci spinge a possedere. Il Creatore non l’ha pensato così. Quello è un frutto velenoso del peccato. L’eros è invece una manifestazione dell’amore che è prorompente e  come un motorino di avviamento di un auto fa partire tutto. Poi certo non possiamo viaggiare con il motorino e possiamo contare sul motore dell’agape, dell’amore che sa farsi servo, ma l’agape senza eros probabilmente non riuscirebbe ad accendersi. Solo l’eros trasforma l’amore oblativo in qualcosa che non è solo dovere che schiaccia ma un piacere profondo.

alle nostre porte c’è ogni specie di frutti squisiti, 
freschi e secchi:
amato mio, li ho conservati per te.

In questi versetti c’è un passaggio che è particolarmente interessante. Si parla di ogni specie di frutto fresco e secco. Secco o stagionato dipende dalle traduzioni. Un amore che è stagionato. Un amore che non è quello dei novelli sposi come può essere quello di una coppia sposata già da alcuni anni. Un amore che comunque conserva la freschezza della novità. I frutti stagionati ricordano più la fedeltà dell’amore mentre i frutti freschi sono la passione. Entrambi molto gustosi al palato, anche se molto diversi tra di loro. Nelle coppie sposate da qualche anno si trovano entrambi. Nelle coppie che hanno costruito un rapporto sano. Non è vero che la passione con il tempo finisce per lasciare posto ad altro. Semplicemente nel matrimonio la passione può essere governata, educata e anche aspettata. Nel matrimonio la passione non è più quella forza misteriosa che ti spinge a destra e a sinistra quasi fossi una marionetta con dei fili invisibili. Nel matrimonio la passione è gestita e capita. Ogni gesto di tenerezza, di cura, di servizio, di ascolto, di vicinanza e di intimità che gli sposi si scambiano in modo gratuito e incondizionato diventa benzina che alimenta la passione e non permette che muoia. E’ molto bello e calzante una riflessione di Christiane Singer, la quale dice:

Il matrimonio nasce dalla pazienza che Dio ha nei riguardi dell’uomo: Io ti dono una vita per realizzare la tua opera. La passione invece nasce dalla sua impazienza: Come, stai ancora dormendo?

L’amore coniugale si costruisce; è opera di pazienza e di durata, di perseveranza e di lenta crescita. La passione, invece, sorge, colpisce e polverizza il tempo.

Capite il matrimonio che grandezza che racchiude? Permette di scoprire il segreto e il mistero della passione. Permette di far sì, che crescendo nell’amore di dono, anche la passione possa essere nutrita e governata e, che quindi, non scompaia mai, e anche se dovesse perdersi, sappiamo come recuperarla senza darci per finiti.

Antonio e Luisa

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro.21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore 30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito 38 Le piccole volpi che infestano il nostro amore. 39 Il mio diletto è per me. 40 Voglio cercare l’amato del mio cuore 41 Cos’è che sale dal deserto 42 Ecco, la lettiga di Salomone 43 I tuoi seni sono come due cerbiatti 44 Vieni con me dal Libano 45 Un giardino da curare 46 L’eros è un amore tenero 47 La tenerezza è amare come Dio ci ama 48 Mi hai rapito il cuore con un tuo sguardo 49 Fammi sentire la tua voce. Perchè la tua voce è soave 50 Mi baci con i baci della sua bocca 51 Quanti sono soavi le mie carezze sorella mia, sposa 52 Venga il mio diletto nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti 53 Le carezze dell’anima 54 Un rumore! E’ il mio diletto che bussa. 55 Il mio diletto ha messo la mano nello spiraglio  56 Io venni meno per la sua scomparsa 57 Mi han tolto il mantello 58 Che ha il tuo diletto di diverso da un altro? 59 Il matrimonio non è un armadio 60 Dolcezza è il suo palato  61 Uccidete il sogno 62 Bella come la luna 63 Sui carri di Ammi-nadìb 64 Vogliamo ammirarti 65 Non mendicanti, ma re e regine 66 Carne della mia carne 67 La tua statura rassomiglia a una palma e i tuoi seni ai grappoli. 68 Il tuo palato è come vino squisito 69 Il suo desiderio è verso di me

Adesso non è il momento. Parlare di sessualità ai figli. (prima parte)

L’ imbarazzo di noi genitori nel parlare di sessualità ai figli. Tutti i bambini fin da piccoli esprimono interesse nei confronti della sessualità e appena sanno parlare fanno domande sul sesso. Ciò avviene un po’ per curiosità ma in gran parte è dovuto al fatto che essi dal primo istante della loro esistenza vivono la sessualità come il mezzo privilegiato di comunicazione tra essi ed i loro genitori. Per esempio, nell’accudire il bimbo (pensiamo all’allattamento) è presente una fortissima componente emotiva che scorre tra la mamma ed il suo bambino, sono gesti densi di reazioni corporee che generano piacere reciproco. Il cambio del pannolino, il bagnetto e tanti altri gesti ancora sono ricchi di affettuosità ed intimità: si instaura una intensa relazione fatta di gesti pieni di affetto. Il messaggio che il genitore dà a suo figlio attraverso tutte queste azioni è: “Io ti voglio bene. Tu sei importante per me”. Dunque la sessualità è una dimensione che ci ha accompagnato fin dal primo istante della nostra vita e così accompagna anche i nostri figli. Alla luce di tutto ciò quindi non ci dovrebbe sorprendere che le prime domande arrivino presto, prestissimo, appena il bimbo comincia a comunicare, a due anni, due anni e mezzo e a questa età il nostro bambino ha già fatto un sacco di scoperte sulla sessualità, sa già molto. E’ interessato ad alcune parti del proprio corpo, al corpo del papà e della mamma, è incuriosito dall’arrivo di un fratellino che lo spinge a fare le prime grandi domande: “Com’è entrato nella pancia? Anch’io ero lì dentro?”, ecc. Queste sono domande relativamente facili; poi arrivano anche le domande difficili, quando sono più dirette e toccano ambiti della sessualità più intimi. Vi porto un esempio di domanda difficile tratto dal libro del Prof. Veglia, “C’era una volta la prima volta”: «Durante un corso di educazione sessuale un’insegnante che vi stava partecipando racconta che la sua bambina di quattro anni, in un momento di intimità e di grande tenerezza le ha chiesto: “Mamma, vuoi che ti lecchi la topina?” La mamma, con notevolissima presenza di spirito resa possibile dal corso che stava frequentando le risponde: “Sei proprio un tesoro, ma mi piace soltanto se me lo fa papà.”» Non tutte sarebbero state pronte a dare una risposta così equilibrata ad una domanda del genere perché domande del genere avrebbero bisogno di un determinato spazio per essere accolte: in questo modo la mamma, al di là del contenuto della risposta che ha dato, ha saputo accogliere una dimensione emotiva importante della bambina senza lasciarsi spaventare. I bambini ci chiedono e ci parlano fin dalla prima infanzia: tutti i bambini chiedono e tutti i genitori forniscono delle risposte ai loro figli. Alcuni genitori sostengono che i loro bambini non fanno domande, la verità invece è che tutti i bambini chiedono e tutti i genitori rispondono, anche quando “non rispondono”, quando cioè manifestano imbarazzo, esitazione, senso di smarrimento. Non si può non comunicare: anche il silenzio è una forma di comunicazione.  Quando si parla di imbarazzo, esitazione, senso di smarrimento, silenzio, si parla di vere e proprie forme di comunicazione che il bambino sa cogliere perfettamente e che traduce all’incirca in questo modo: “Quando parlo a mamma e papà di queste cose, che in genere si dimostrano forti, sicuri, hanno sempre una risposta pronta, sanno sempre tutto, si mostrano invece deboli e incerti”. Per il bambino percepire questi stati d’animo dei suoi genitori può essere estremamente faticoso, si ritiene un po’ responsabile di questa situazione, capisce che sono certi argomenti a creare queste situazioni e di conseguenza ne trae che se parlare di sesso suscita queste situazioni spiacevoli ai genitori, allora è preferibile fare per essi azione di confinamento, è preferibile porre certi argomenti nel silenzio e di conseguenza essi diventano argomenti proibiti. Da questo punto in poi il bambino non farà più domande perché in questo modo è come se il bambino cerchi di tutelare il genitore e se stesso da situazioni destabilizzanti. Allo stesso modo anche l’imbarazzo del genitore a suo modo nasce da un desiderio di tutelare il bambino: con la sua risposta il genitore teme di anticipare i suoi tempi, di turbarlo, di contaminare il mondo dell’infanzia, l’innocenza dei bambini. Sembra molto complicato parlare di sessualità ad un bambino, ma quando ci troveremo di fronte al figlio divenuto adolescente ci si renderà conto che è molto più facile parlare di sesso con un bambino che con un adolescente di 11-13 anni. Verso figli di questa età il genitore si sente più disponibile a parlare di queste cose (bisogna volersi bene, non c’è nulla di cui vergognarsi, si deve aspettare), vorrebbero che i figli si confidassero con loro, parlassero dei loro dubbi e problemi, ma ora sono i figli a rifiutare il dialogo. Quando si domanda a ragazzi di questa fascia di età con chi parlano di sesso, emerge che i genitori vengono quasi sempre rifiutati perché provano verso di essi imbarazzo e vergogna: da un’indagine statistica è emerso che più della metà dei ragazzi non era disponibile a trattare questi argomenti in famiglia, anche se la maggior parte dei genitori dichiarava di essere disponibile e di sentirsi a suo agio nei confronti di questi argomenti. La maggior parte degli adolescenti preferisce cercare risposte all’argomento del sesso da amici (42%) anziché alla mamma (28%) o al papà (5%). Dunque se a questa età non chiedono nulla a riguardo del sesso non è perché non abbiano nulla da chiedere e da dire: la preadolescenza è il periodo di massima confusione, ma ormai si è alzata come una barriera tra loro e i loro genitori, mentre è assolutamente aperto il dialogo con i coetanei. Certamente questa è una difficoltà “fisiologica” del periodo, nel quale uno dei compiti evolutivi importanti per loro è proprio quello di rimarcare la differenza tra loro ed i loro genitori, hanno bisogno di intimità personale, di riservatezza, hanno paura di reazioni spiacevoli da parte dei genitori e di essere presi in giro: il tono ironico, a volte usato nei loro confronti, è spesso deleterio. Nonostante ciò se i ragazzi, stimolati ad aprirsi ai loro genitori, riescono a parlare con i genitori, rivelano di avere fatto un’esperienza positiva e soddisfacente.

La pagliuzza nel’occhio del coniuge

Come puoi dire al tuo fratello: Permetti che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio, e tu non vedi la trave che è nel tuo? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e allora potrai vederci bene nel togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello».

Cosa significa questo Vangelo per noi sposi? Non possiamo più esercitare la correzione fraterna con nostro marito o nostra moglie? Eppure in un altro passo del Vangelo Gesù invita ad ammonire il fratello se commette una colpa contro di te. Credo si debba fare un po’ di chiarezza. Volevo condividere due punti con voi.

Mettiamo più impegno a rimarcare le mancanze dell’altro/a o a correggere le nostre? Non è una domanda qualunque. Ce la dovremmo porre prima di sposarci e ce la dovremmo porre spesso anche dopo. Diciamocelo senza essere ipocriti: noi abbiamo in testa un’idea precisa di come dovrebbe essere lui o come dovrebbe essere lei. Cosa dovrebbe fare per renderci felici. Come dovrebbe parlare, come dovrebbe amarci e  in cosa non dovrebbe mai cadere. Sempre pronti a confrontare la nostra idea sublimata di una persona che esiste solo nella nostra testa con la persona viva e concreta che ci sta accanto. Ci rendiamo così conto, con nostra sorpresa, che non dice sempre quello che vorremmo, che non si comporta sempre come ci aspetteremmo da lui e che, soprattutto,  sbaglia. A volte ci tratta anche male e non è sempre amorevole e disponibile ad assecondarci. Se amiamo davvero, il nostro primo pensiero dovrebbe essere un altro. Come posso io rendermi amorevole e piacevole per lui/lei? Cosa posso fare per accoglierlo/la sempre di più nella mia vita? Cosa posso fare per non provocargli/le sofferenza? Il matrimonio è meraviglioso anche perchè, con il tempo, ci permette di conoscere sempre più chi abbiamo accanto. Così impariamo cosa gli piace, cosa invece non ama, cosa lo offende e cosa lo gratifica. Una conoscenza fondamentale per essere sempre più dono e sostegno.

Christiane Singer in un suo libro scrive:

Il dono che ti posso fare è di ritirare da te tutta la volontà di trasformazione che vi ho messo, per zelo o per ignoranza, ritirarla da te per rimetterla al suo vero posto: in me.

Guardatevi e ditevelo l’uno all’altra. Può essere l’inizio di una rivoluzione evangelica nel vostro modo di vivere la vostra relazione.

Come correggiamo l’altro? Questa è la seconda importantissima domanda da porci. L’altro sbaglia, su questo non c’è dubbio. E’ importante farglielo capire. Anche su questo non c’è dubbio.  Possiamo porci con lo sguardo giudicante e sprezzante di chi, mettendo in evidenza le fragilità e i peccati dell’altro, si vuole in realtà esaltare. Come faccio a sopportarti? Come fai a non capire? E’ così semplice. Fai sempre le stesse cose. Sono stufa di te. Oppure possiamo avere lo sguardo di Dio, di chi vede oltre l’errore. Guardare con gli occhi di Dio significa anche giudicare il nostro coniuge con l’atteggiamento e la modalità di Dio. Dio sta in alto, ma proprio perchè sa di essere molto più di noi, scende e si mette al di sotto di noi. Dio vede  ciò che ci fa bene e ciò che ci fa male, e vuole condurci verso il bene, perchè il nostro male e la nostra infelicità lo rattristano e lo toccano profondamente. Per amore si abbassa e con noi, aspettando i nostri tempi e la nostra volontà, si rialza riportandoci in alto con Lui. Il giudizio diventa così via di salvezza e non di condanna. Anche nel matrimonio accade, o dovrebbe accadere la stessa cosa. Si impara a non mettersi in alto a sparare sentenze e condanne, che non aiutano, ma affossano ancora di più l’amato/a. Se ci accorgiamo di qualche errore e fragilità del nostro sposo o sposa dobbiamo avere la forza e la pazienza di abbassarci, e con tanta tenace tenerezza aiutarlo/a a rialzarsi. Servirà magari ingoiare bocconi amari, subire umiliazioni e dover accettare ingiustizie, ma questa è l’unica via che può aiutare una persona a risorgere, è la via della croce. Dio ci ha messo accanto ad una persona non per trovare in lui/lei la nostra felicità, ma per trovare nell’amore verso l’altra persona una via privilegiata per arrivare a Lui che è sorgente e meta della nostra vita e che è il solo che può dare senso e pienezza a tutto. Prima di puntare l’indice guardiamo il nostro anulare e la fede che portiamo, segno della nostra promessa e unica via per la nostra santità e quella del nostro coniuge.

Antonio e Luisa

Una legge che parla al cuore degli sposi.

In quel tempo, Gesù, partito da Cafarnao, si recò nel territorio della Giudea e oltre il Giordano. La folla accorse di nuovo a lui e di nuovo egli l’ammaestrava, come era solito fare.
E avvicinatisi dei farisei, per metterlo alla prova, gli domandarono: «E’ lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?».
Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?».
Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di rimandarla».
Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma.
Ma all’inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina;
per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola.
Sicché non sono più due, ma una sola carne.
L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto».
Rientrati a casa, i discepoli lo interrogarono di nuovo su questo argomento. Ed egli disse:
«Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei;
se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio».

Questo è il Vangelo che la liturgia proponeva ieri. Un Vangelo che ho già approfondito altre volte. Uno di quelli che offre tantissimi spunti agli sposi essendo direttamente rivolto a loro. Vorrei soffermarmi su un punto fondamentale che non ho mai affrontato in modo specifico.

La prospettiva dell’uomo è sbagliata. I farisei leggono l’indissolubilità come un peso. Si capisce da come pongono la domanda. Anche gli stessi discepoli non capiscono, tanto che poi  interrogano Gesù perchè sono confusi. I farisei incarnano il modo di pensare di tutti gli uomini. Ci siamo dentro tutti. Anche noi oggi. Uomini e donne che faticano a sposarsi e percepiscono il per sempre come una catena che imprigiona e non come chiave che apre la gabbia in cui abbiamo chiuso il nostro cuore e lo libera. Tante convivenze nascono per questa forte paura di fondo. Invece Gesù è straordinario. Gesù parla al cuore dell’uomo. Sta rispondendo ai farisei, ma sta rispondendo anche ad ognuno di noi. Gesù va dritto al cuore e ci chiede di essere onesti. Ci chiede di credere a quel desiderio che ci ha messo dentro Dio stesso. Fin dalle origini. Il nostro cuore desidera un amore radicale. Abbiamo bisogno di amare in modo totale, abbiamo bisogno di amare in anima, in corpo, in tempo, in dedizione, insomma in tutto.  Abbiamo bisogno di amare nella vita di tutti i giorni e per tutti i giorni. Abbiamo bisogno di essere amati così. Quando si ha il coraggio di superare la paura e di sposarsi, cioè di promettere di amarsi in questo modo è davvero meraviglioso. Si comprende finalmente chi siamo e perchè siamo al mondo. Si comprende la nostra umanità e si scoprono parti di noi sconosciute a noi stessi. E’ bellissimo il giorno del matrimonio, ma forse lo è ancor di più ogni mattina che ci sveglia insieme e si rinnova quella promessa. Con uno sguardo, con una parola, anche nel silenzio riempito dalla presenza del’altro/a. Una promessa che si rinnova sempre anche quando ci sono stati giorni in cui non abbiamo dato il meglio di noi, anzi forse abbiamo mostrato il peggio. Proprio grazie a questa esperienza di amore gratuito, fedele e indissolubile ho capito cosa Gesù intendesse dire ai farisei.

Vi regalo un capitolo del libro L’ecologia dell’amore che Luisa ed io abbiamo scritto proprio per sottolineare la conversione sul matrimonio che Gesù ci chiede di concretizzare.

A riprova di quanto scritto nel capitolo precedente ho cercato nel passato esempi di un amore vissuto in modo pieno e autentico. In modo ecologico. Si tratta di persone di epoche, popoli, tradizioni e religioni molto diverse tra loro. Iniziamo con un bellissimo epitaffio di Panthia, una donna greca del II secolo d.C., epitaffio scritto dal marito straziato dal dolore:

Panthia, tuo marito ti dice addio. Da quando te ne
sei andata, non cesso di soffrire della tua morte crudele.
Hera, dea del matrimonio, non ha mai visto sposa pari
a te, bellezza, saggezza, castità pari alle tue. Mi hai dato
figli a mia immagine. Ti sei presa cura dei figli e del
marito. Hai retto il timone della vita nella nostra casa, e
hai levato alta la nostra fama in campo medico: anche se
eri una donna, le tue abilità in medicina non erano
inferiori alle mie. In riconoscimento di questo, il tuo
sposo Glicone ti ha eretto questa tomba. Ho seppellito
qui anche il corpo di mio padre, l’immortale Filadelfo, e
anch’io giacerò qui quando sarò morto. Come solo con te
ho diviso il mio letto, così possa coprirmi la stessa terra
che copre anche te.

Anche gli antichi romani non furono da meno nel raccontare l’amore profondo. In una struggente, ma bellissima iscrizione funeraria, scoperta lungo una delle vie consolari
che conducevano a Roma, possiamo leggere:

Alla moglie Antonia: Per amor mio, hai attraversato
mari e terre e cieli inclementi; attraverso i nemici trovasti
arditamente la via; hai sopportato incredibili rigori del
cielo, o dolce sposa, diletta all’anima mia. Simile a un
fiore nel nome, felice del nostro legame, casta e pudica,
non avevi ancora saziato il fuoco del mio amore, poiché
lasciasti prima del tempo il talamo consacrato. La sola
cosa che io posso fare, sventurato, è stringermi a te, cara,
nella tomba, fino a che mi resta da vivere. Credo che ciò
ti sia gradito, se qualche notizia di noi giunge al Tartaro.

Passiamo ora alle sepolture e ai ritrovamenti archeologici più antichi risalenti fino a 8000 anni fa. Amanti turchi di 8000 anni. Nel 2007 in Turchia fu scoperta una coppia semi mummificata avvinta in un tenero abbraccio amoroso che risaliva al 6100 a.C.  Lui
aveva circa trent’anni al momento della morte, lei venti. Si tratta della più antica coppia di innamorati mai scoperta sinora. La tomba appartiene ad un complesso di 22 tombe
preistoriche dissotterrate in Anatolia, presso la città di Diyarbakir.

Nel 2007 a Valdaro, in provincia di Mantova, vengono rinvenuti gli scheletri di un uomo e una donna sepolti di fianco, faccia a faccia, abbracciati sia con gli arti superiori sia con gli arti inferiori. L’uomo e la donna, risalenti al Neolitico, sono stati ritrovati nell’ambito degli scavi di una villa romana. I resti dei due amanti furono asportati con il terreno circostante e gli scavi furono terminati presso un laboratorio a Como, in collaborazione con il Museo Archeologico della città. Dalle analisi degli antropologi risulta che prima è stata deposta la donna e poi l’uomo, che i corpi erano stati avvolti in un lenzuolo separatamente e che gli amanti erano piuttosto giovani, infatti avevano circa vent’anni (un’età considerata adulta nel neolitico). Si tratta di un ritrovamento eccezionale non soltanto per la qualità della conservazione dei corpi, ma anche per la romantica posizione in cui gli amanti sono stati ritrovati. Le fotografie scattate fecero il giro del mondo e, complice anche l’avvento di San Valentino, la coppia diventa molto popolare.

Risalgono invece al tardo romanico gli scheletri rinvenuti nel 2009 in viale Ciro Menotti a Modena, sepolti mano nella mano e guardandosi reciprocamente per 1500 anni. L’uomo porta al dito un anello di bronzo che lo contraddistingue come cives romanus; ha il palmo della mano rivolto verso l’alto che sorregge quello femminile, rivolto verso il basso. È evidente che l’intento della coppia sia stato quello di traslare oltre la morte uno stretto rapporto sentimentale con un gesto intimo e quotidiano e che i corpi sono stati sepolti contemporaneamente. Antichi amanti rumeni. In una tomba medioevale della Romania sono stati rinvenuti nel Cluj. Lui è morto in seguito ad una ferita allo sterno, mentre della morte di lei non si sa nulla.

Nel 1972, a Teppe Hasanlu, in Iran, è stata fatta una scoperta archeologica sbalorditiva.
È stata rinvenuta una tomba con due scheletri. Ma la cosa sorprendente è che la coppia è rimasta sepolta per oltre 2800 anni. Secondo il sito web Rarehistoricalphotos, gli archeologi ipotizzano che i due fossero in fuga durante una guerra. Quando il villaggio è stato bruciato, la coppia ha trovato rifugio nel bunker in cui sono stati ritrovati. Purtroppo però sono morti per asfissia. Ma perché questa scoperta archeologica ha suscitato così tanto clamore? Gli scheletri sono stati ritrovati nella stessa posizione in cui
sono morti. I due si sono scambiati un bacio prima di morire, un bacio lungo 2800 anni.

Come non citare poi il famoso sarcofago degli sposi etrusco? In realtà ne esistono diversi. Uno è conservato anche al Louvre di Parigi. Questa meraviglia è come un fermo immagine, sembra voler cristallizzare la vita degli sposi in quel momento di unità e serenità, sembra voler rendere il loro amore eterno, che supera i limiti della morte. Potrei continuare per ore, ma mi fermo.

Permettetemi un ultimo esempio. Nel 2018, durante il festival di Sanremo, il cantautore Max Gazzè ha presentato una bellissima canzone: La leggenda di Cristalda e Pizzomunno. Pizzomunno è un imponente monolite in pietra calcarea alto 25 metri situato in una spiaggia di Vieste. L’artista racconta con tutta la poesia di cui è capace questa meravigliosa leggenda. Un testo che lascia nel cuore una sensazione di eternità e di bellezza.

Ma io ti aspetterò
Fosse anche per cent’anni aspetterò
Fosse anche per cent’anni aspetterò
Fosse anche per cent’anni
Io ti aspetterò
Fosse anche per cent’anni
Si dice che adesso e non sia leggenda
In un’alba d’agosto la bella Cristalda
Risalga dall’onda a vivere ancora
Una storia stupenda

Come potete intuire la storia dell’umanità è costellata di queste testimonianze di amore autentico, perché il nostro cuore anela ad un amore così bello, esclusivo, totalizzante e senza fine. Questo desiderio a volte si realizza, e ciò accade in ogni tempo e in ogni popolo, anche quando le strutture sociali e giuridiche hanno costruito altri modelli di matrimonio. Noi cristiani siamo dei privilegiati: Gesù, attraverso la Grazia del matrimonio sacramento, ci ha donato tutto ciò che ci occorre per poter vivere un amore così, pieno ed autentico.

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Antonio e Luisa

L’era dei passeggiatori solitari, ovvero: “Al passo coi tempi”

di Pietro Antonicelli e Filomena Scalise dal Blog “Sposi&Spose di Cristo”

Un giorno un frate, che era stato missionario in Africa per tanti anni, mentre facevamo una passeggiata insieme, mi disse: “C’è un proverbio  africano che dice: IL PASSO DI UN ALTRO TI SPEZZA”.

Cosa voleva significare quel proverbio?

Beh…io l’ho interpretato così: che se cammini con qualcuno e cerchi di andare al passo e alla velocità dell’altro…entrambe vi stancherete. Infatti uno dei due sarà costretto a camminare ad una velocità maggiore e l’altro, magari, dovrà rallentare.

Questo proverbio, dunque, parla di una realtà tecnica…oserei dire muscolare; ma la sua valenza morale sembra – non so come sia potuto accadere – essere diventata uno stile di vita del nostro mondo occidentale.

“Una farfalla batte le ali a Pechino e a New York arriva la pioggia” dicono i sostenitori della teoria del Caos.

“Un giorno un vecchio africano che si era stancato di camminare col suo nipotino in un villaggio del Kenya inventa un proverbio…e toh…l’occidente diventa individualista” dico io.

Ed eccoci qui, in Occidente, in Italia per la precisione. Quanta gente che per paura di essere spezzata dal passo di un altro, preferisce camminare sola. E li vedi questi passeggiatori solitari.

Alcuni scattanti, nevroticamente scattanti…altri lenti, terribilmente lenti. Ma entrambi soli. Terribilmente soli e, spesso, nevrotizzati.

“Il passo di un altro mi spezzerebbe, e preferisco non spezzarmi…perché ho solo questa vita e se la consumo poi non mi resta nulla”…sembrano dirti quando li guardi e li vedi belli, puliti, profumati, ordinati, metodici, con le scarpe e le cinture “di sicurezza” della vita sempre allacciate…che preferiscono poggiare le loro mani sui freddi nordic sticks piuttosto che nelle mani di qualcuno in carne e ossa.

E camminano e attraversano l’esistenza sulle strisce pedonali. Sicuri di custodirsi fino all’ultimo respiro. Soli, fino alla fine…ma non spezzati dal passo di un altro. Senza pericolo e senza gioia.

Poi ti giri e incontri un gruppetto strano. Sembrano “la Compagnia dell’Anello” o una compagnia di disagiati..

Uno di loro è alto e spettinato con la barba poco curata; l’altra sembra la Fata della situazione…ma senza ali e con qualche smagliatura sulle gambe. Poi qualche piccolo hobbit che corre come senza una meta mentre altri due, altrettanto bassi, sporchi e sudati, lo rincorrono urlando senza riguardo per nessuno.

E’ una famiglia. E ti fa piacere incontrarla…Meno belli e rilassati dei passeggiatori solitari e sicuramente più stanchi e disordinati…ma li vedi (sotto le occhiaie) che sono felici. Felici di lasciare che il passo dell’altro spezzi le personali tristi abitudini che atrofizzano il cuore. Vedi che le loro bocche sono allenate sia alle urla e ai litigi, sia a grasse risate.

Li vedi, consumati da quel quotidiano vivere insieme che logora, è vero…logora e spezza le catene dell’egoismo e ti libera da te stesso e dai tuoi casini.

E allora via! Andiamo a fare una passeggiata, ma insieme a qualcuno e per sempre…e sarà un’avventura mozzafiato!

Potremo riformulare il proverbio africano testimoniando con le nostre mani sporche, stanche, ma felici di accarezzare chi ci sta affianco che in realtà: “IL PASSO DI UN ALTRO TI SPEZZA…LE CATENE DELL’INDIVIDUALISMO, DELL’ISOLAMENTO…DELL’ABBRUTIMENTO AUTOREFERENZIALE”…ed arriva il tempo della Gioia.

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“Chi ama la propria vita la perderà. Chi è pronto a perdere la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io ci saranno anche quelli che mi servono. E chi serve me sarà onorato dal Padre”

(dal Vangelo secondo Giovanni 12,25-26)

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Gli stereotipi sono nella testa dei giornalisti non nella casa di chi si ama

Voglio dire la mia sulla polemica ridicola nata a seguito della pubblicazione su media e social di una pagina di un libro per bambini della primaria. Esperti e giornalisti scandalizzati. Analisi ideologiche e caccia alle streghe. Smettetela! Cosa sarà successo mai! La mamma stira e il papà lavora. Forse un tempo. Ora la mamma stira e lavora. Bella conquista. Meglio così? Meglio prima? Non sta a me dirlo. Dico soltanto che osservo la mia sposa che insegna in una scuola media. Abbiamo quattro ragazzi. Abbiamo una casa da tenere in uno stato almeno dignitoso. Io la osservo. Si fa davvero in quattro per cercare di fare tutto bene. Poi nulla viene perfettamente. C’è sempre una certa confusione dovuta allo stress e al poco tempo disponibile. Lei ci prova. Non si risparmia mai. Io sinceramente non avrei problemi a vivere in una casa poco ordinata. Ho vissuto alcuni anni da solo prima di sposarmi e la mia casa era lo specchio del disordine che ho in testa. Cumuli di vestiti da saltare, piatti da lavare e letto perennemente disfatto. Mia moglie quando veniva a trovarmi la chiamava la tana. Una volta trovò una buccia di banana nell’armadio dei vestiti. Questo per dire quanto per me le priorità fossero altre. Ha deciso di correre il rischio e di sposarmi comunque. Questo per dire cosa? Mettiamoci bene in testa quando ci si sposa non sottoscriviamo un contratto di lavoro. Non mettiamo orari e mansioni. Non prendiamo la tessera sindacale per rivendicare i nostri diritti contro l’altro che diventa oppressore e sfruttatore. Ci stiamo sposando! Ci stiamo donando completamente in corpo e spirito. In tempo, in cura, in attenzioni, in pazienza e in sopportazione. Non esistono stereotipi o abitudini culturali e familiari che tengano. Nella famiglia investiamo tutto e diamo tutto. Quando io torno a casa e trovo la casa che fa schifo potrei anche fregarmene. Non ci soffro particolarmente. Invece no. Io so che lei non se ne frega. So che lei ci soffre e si sente una moglie e una madre fallita se non riesce a mantenere con un certo decoro la casa. Cosa faccio? La metto apposto per amore. Per vederla un po’ sollevata. Quando queste attività le fai per amore, per la tua sposa, acquistano anche un valore sacro. Sto offrendo il mio tempo e la mia fatica non per la casa, cosa di cui mi interessa poco, ma per la mia sposa. Per sgravarla di un peso. Così vale per il cucinare, per aiutare i figli con i compiti e per tutto il resto. Quando si è a casa la domanda non dovrebbe essere: Quali sono i miei obblighi e impegni da assolvere? Come un dovere qualsiasi. Come pagare una tassa per sentirsi apposto. No, la domanda di chi ama è: Cosa posso fare adesso per la mia sposa? Cosa posso fare adesso per i miei figli?

E’ importante entrare in questa prospettiva di amore che si fa dono e servizio. Amore che si fa preghiera che diventa operante. Io non voglio insegnare ai miei figli che non esistono lavori da maschio o da femmina. Questo significa implicitamente insegnare che c’è un conflitto tra uomo e donna. No! Io voglio insegnare loro a spostare sempre lo sguardo sulla fatica e sulle necessità dell’altro/a. Solo così possono imparare a prendersi cura, e gli stereotipi, ove ci fossero, sarebbero naturalmente superati, perchè l’attenzione sarà rivolta alla persona e non all’attività da compiere.

Antonio e Luisa

L’amore sponsale per ereditare il regno

Oggi vi racconto una favola. Un breve racconto per dire qualcosa sul matrimonio. E’ nato per caso. Cosa rispondere in modo semplice ai figli quando ti chiedono cosa sia la vocazione? E quando ti chiedono perchè ci si sposa? Ecco questa è la mia personale risposta.

C’era un principe di un antico regno. Un regno lontano. Questo principe era figlio di un re molto buono e saggio. Un giorno il re fece chiamare il figlio. Il giovane aveva da poco compiuto i vent’anni. Una volta soli il re si rivolse al figlio e gli chiese: Perchè, caro figlio mio, ti vedo insoddisfatto e  senza pace? Cosa tormenta il tuo cuore?

Il principe, sapendo di non poter nascondere ciò che custodiva nel cuore, rispose: Vedi Padre, tu mi hai dato tutto. Mi hai dato una famiglia. Ho amici fidati. Mi hai fatto studiare il mondo, la storia, la matematica e le leggi della fisica con i migliori insegnanti. Non mi hai mai fatto mancare nulla. Non c’è nulla che desidero che io non abbia già, eppure non ho la pace nel cuore. Non so quale sia il mio posto nel mondo e quale sia il senso della mia vita.

Il padre sorrise e accarezzando la testa del giovane gli diede un compito: Vuoi essere felice? Apri il tuo cuore ad una creatura simile a te ma diversa. Innamorati di una fanciulla e sposala. Non ho nessun altro consiglio da darti. Solo se farai quello che ti ho chiesto  ti dirò ciò che ancora non sai.

Il giovane restò confuso, ma suo padre non lo aveva mai ingannato e si mise alla ricerca della sua innamorata. Dopo un po’ tempo si innamorò davvero. Una ragazza gli rapì il cuore. Dopo un breve fidanzamento si sposarono con la benedizione dell’anziano re.  Il giorno seguente il principe si recò dal padre e voleva avere finalmente la risposta che cercava. Il re sorridendo disse: Calma figlio mio! Vuoi la risposta? Impegnati in questa tua nuova avventura nuziale. Impegnati a fondo ad essere sempre accogliente per la tua sposa. Impegnati per essere sempre pronto per servire lei e l’amore che hai promesso di donarle. Ci rivedremo tra dieci anni e ti darò la risposta che tanto desideri.

Il principe decise di seguire a fondo il consiglio del padre. A volte era semplice. Quando c’era la passione, la complicità e l’intimità tutto veniva naturale, senza fatica. Non sempre era così. A volte non era per nulla facile amare. A volte lei si comportava in modo irritante. Altre volte anche umiliante per lui. Quelle volte lui avrebbe voluto mollare tutto e andarsene. Invece decise di tenere duro e di rispondere solo con l’amore. Non lo fece per lei, ma per la promessa fatta al padre. Chiaro a volte anche lui sbroccava, ma poi umilmente chiedeva scusa. Così per dieci anni. Tra alti e bassi. Ma più il tempo passava e più i bassi erano sempre meno e sempre meno bassi.

Al decimo anno il giovane, ormai diventato uomo e a sua volta padre,  si recò dal vecchio sovrano. Il padre lo accolse con uno sguardo divertito e furbo di chi sapeva già. Il figlio disse: Mio re non mi serve più la tua risposta. Ho capito da solo. Più facevo esperienza di matrimonio, di questa relazione così speciale, unica, totalizzante e senza fine e più capivo. Ho trovato risorse che non sapevo di avere, ho curato ferite che non credevo potessero essere guarite, ho conosciuto una parte di me che non avrei mai pensato di essere. Ho imparato che le sofferenze e le fatiche si alleggeriscono se vengono condivise. Ho sperimentato che le vittorie e le gioie sono ancora più grandi se condivise con chi si ama. Ho capito finalmente qual è il mio posto e perchè sono in questo mondo. Sai qual è la cosa più divertente e più inaspettata? Ho capito e sperimentato tutto questo quando ho smesso di occuparmi di me per spostare lo sguardo e l’attenzione su un’altra persona. Verso la mia amata sposa. Ora so che non dovevo cercare di fare qualcosa che ancora non avevo fatto, ma piuttosto cercare chi amare e darmi completamente a quella creatura. 

Il re ascoltò con interesse e con voce che tradiva tutta la sua soddisfazione rispose: Bravo figlio mio. Hai compreso il segreto della vita. Non c’è nulla per cui sei al mondo se non l’amore. Avrei potuto dirtelo subito, ma non avresti compreso. Uno dei miei servitori più grandi Papa Giovanni Paolo II diceva al mondo che l’amore non è una cosa che si può insegnare, ma la più importante da imparare. E’ esattamente questo figlio mio. L’amore è quella realtà che si può imparare solo facendone esperienza. Il matrimonio è uno dei modi più belli per farla. Ora che hai capito posso lasciarti il mio regno. Tu sei nato figlio di re, ma solo imparando ad amare nel matrimonio sei diventato degno di ereditare tutto il mio regno.

Antonio e Luisa

Amare fino a pagare il suo peccato

Ieri ho pubblicato un articolo proponendo un mio personale commento al Vangelo della domenica. Sapevo già che sarebbe stato un commento un po’ indigesto. Come si fa ad amare sempre anche quando l’altro non lo merita? Non è giusto. E’ innaturale. Esatto è innaturale. Nel matrimonio siamo chiamati ad amare come Dio. Da soli non riusciremmo mai a farlo. Per questo serve un sacramento e lo Spirito Santo. Capisco quindi le critiche ricevute ieri. Non voglio però scusarmi, ma rilanciare. Non solo possiamo amare il nostro sposo o la nostra sposa quando diventa un nemico, ma possiamo anche decidere di pagare per lui/lei. Pagare per amore. Questa mia riflessione nasce dal comportamento dei miei figli. Gli ho osservati.   Si ripete sempre la stessa storia. Sempre pronti a notare e far notare ingiustizie vere o presunte che hanno subito. Perchè devo apparecchiare? L’ho già fatto ieri. Perchè devo mettere in ordine? Non sono stato io ma lui a lasciare tutto in giro. Questa è la giustizia del mondo, giustizia che probabilmente insegniamo noi genitori ai nostri figli, perchè anche noi ne siamo influenzati. C’è una giustizia che ci insegna che chi commette l’errore deve pagare. Per noi è così. Ma non è così per Gesù. Gesù ci insegna che lui, innocente e puro, paga per noi. Lui ci ha riscattato a caro prezzo. Non aveva colpe ed è morto per permettere a noi, che di colpe ne abbiamo tante, di vivere. Questo è l’amore. L’amore è ingiusto per il mondo, ma è giustissimo nella logica di Dio. E allora impariamo a pagare per il nostro sposo e la nostra sposa. Impariamo a non condannare gli errori del nostro coniuge ma prendiamoli su di noi e amiamolo di più. Solo così il matrimonio assume un senso e diventa credibile. Assume significato anche la fedeltà di chi resta fedele nonostante il tradimento del coniuge. Incredibilmente ingiusto per il mondo, ma giusto se considerato nella logica di Gesù. Si ama così tanto da pagare gli errori dell’altro. Così il sacrificio diventa gesto elevato a Dio e amore salvifico per il coniuge.

Siamo tutti dentro questa logica della giustizia del mondo, Gesù ci chiede di convertire il nostro cuore ed imparare ad amare con la sua logica, terribilmente ingiusta ma la sola che appartiene all’amore.

Antonio e Luisa

Grazie

“Un cristiano che non ringrazia è uno che ha dimenticato la lingua di Dio” (Papa Francesco)
Ci fermiamo in cucina, nel luogo dove pranziamo. Qualcuno ha cucinato, qualche altro porge il cibo, nasce il grazie per quanto si riceve. Possiamo mangiare prendendo del cibo o ricevendolo. Non sempre è facile dire grazie. Si entra spesso nella mentalità del tutto dovuto. L’altro diventa principalmente colui che deve darci qualcosa, qualcuno da cui prendere.

Dice il Papa: “È importante tenere viva la coscienza che l’altra persona è un dono di Dio, e ai doni di Dio si dice grazie!”. Occorre dunque accorgersi della preziosità dell’altro quando c’è e non solo quando manca.

Un giorno Gesù guarisce dieci lebbrosi, questi si erano scoperti guariti mentre andavano per strada, ma solo uno tornò per ringraziare e Gesù apprezza molto questo gesto notando che su dieci persone guarite solo una ha sentito necessario tornare a ringraziare.

Questo episodio ci parla dell’importanza del “tornare indietro” per ringraziare, tornare sui propri passi per cercare la fonte, riconoscere il donatore da cui proviene ciò che si è ricevuto. Si tratta di un’attenzione alla persona che supera quella che si concentra sul proprio bisogno e su ciò che si è ottenuto e cerca l’altro per ciò che è e non per ciò che “deve” dare.

Esiste anche un modo difettoso di essere grati che è quello in cui siamo legati ad un altro e costretti da lui in quanto suoi debitori. La gratitudine è riconoscenza non vincolo, va insieme alla gratuità. Per questo Gesù dice ai discepoli che invia nel mondo: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”. La vera gratitudine è gratuita così come deve esserlo riceverla.

Tutta la vita di Gesù è un rendimento di grazie, egli vive in questa gratitudine per aver ricevuto tutto se stesso dal Padre, per come lo guida, per come gli viene in soccorso, per come lo consola, ma anche nei confronti degli uomini. Un giorno si rivolge ai discepoli dicendo loro: “Voi, che siete stati sempre con me … “Si nota in questa frase la sua gratitudine per ciò. La sua vita termina con un rendimento di grazie che è l’Eucarestia e con una remissione del suo Spirito nelle mani del Padre.

Dire Grazie è come anche promettere di riconsegnare al donatore o ad altri ciò che si è ricevuto arricchito di un di più che viene dal come si è utilizzato quel bene. Ognuno di noi è la gratitudine vivente per quanto ha ricevuto dagli altri. La frase “Mi sono fatto da me” non è mai del tutto vera perché dobbiamo sempre qualcosa a qualcuno. La gratitudine è la risposta ad un altro che ci rende persone, che ci fa crescere.

La gratitudine è l’anima della coppia, perché attraverso essa si riconosce ogni giorno il valore e il dono che è l’altro. Adamo di fronte alla donna ricevuta come aiuto da Dio esclama : “Questa è veramente carne della mia carne, ossa delle mie ossa”. In ciò esprime la sua gioiosa gratitudine perché riconosce in lei ciò che la rende simile a lui e può riempire la sua solitudine. Dire grazie è colmare ogni volta questo vuoto perché si accoglie l’altro dentro di sé e si riconosce ciò che fa per noi. Inizia un dialogo fondato su questo reciproco riconoscimento. Questo dialogo porta alla comunione di vita.

Durante la giornata spesso non ci accorgiamo a sufficienza di quanti segni d’amore riceviamo, quanti pensieri per noi, quanta comprensione, di quanta pazienza riceviamo dall’altro che è accanto a noi.
Provate a chiedervi in quali occasioni dite grazie durante la giornata. In particolare quando ringraziate a casa vostra?
In coppia: provate a scrivere o semplicemente pensare un elenco di cose per cui ringraziate l’altro e poi leggeteli insieme. Ognuno potrà esprimere come si è sentito ascoltando i motivi di gratitudine dell’altro. Non soffermatevi su ciò che avreste voluto ascoltare, ma accogliete tutto come un dono.

Amate i vostri nemici (anche quando è il vostro coniuge)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: « A voi che ascoltate, io dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano,
benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano.
A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica.
Dà a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo.
Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro.
Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso.
E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso.
E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto.
Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo; perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi.
Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro.
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato;
date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio ».

Questa Parola è una cartina tornasole del nostro rapporto di coppia! E’ amore o sono due egoismi che si usano a vicenda? Ci amiamo come una delle tante coppie che si separano o come Cristo ci ha insegnato? In questo Vangelo c’è l’amore a cui siamo chiamati. Questo è l’unico atteggiamento che esprime amore autentico. Quante persone sono capaci di amare così? Quante persone sono capaci di passare sopra un’offesa, una mancanza, una carenza di affetto e di tenerezza e continuano ad amare il loro sposo o la loro sposa? Quante persone se subiscono un tradimento hanno il desiderio, e si impegnano per riuscirci, di perdonare e di riattirare a sé la persona amata?

Possiamo cercare tutte le giustificazioni che vogliamo, e che magari ci sono. Magari è vero che l’altro/a si è comportato male, che non merita nulla, che sta dando molto meno di quello che noi diamo a lui/lei. Eppure questo Vangelo ci dice di essere misericordiosi come lo è Dio Padre. Come lo è Dio Padre? Ce lo mostra il Figlio. Inchiodato ad una croce.  Messo lì da persone che non meritano nulla, ma che Lui continua ad amare e a perdonare fino all’ultimo momento. Nella nostra vita di coppia possiamo aver vissuto momenti di sofferenza più o meno pesanti. Sofferenze che ci siamo dati l’un l’altra. Ecco è lì che possiamo sentirci profondamente amati. Proprio quando non meritiamo nulla. Proprio quando ci comportiamo in modo che fa un po’ schifo anche a noi stessi. E l’altro ci tende una mano. Continua a volerci bene. E noi con meraviglia ci chiediamo perchè ci ami nonostante il nostro comportamento.  E lì, in quei momenti, che ti rendi conto di essere amato per chi sei, non per quello che fai. E lì che ti rendi conto di essere amato in modo speciale e gratuito. E lì che ti rendi conto di come ti ama Dio. E lì che la coppia diventa più salda che mai perché non c’è nulla che unisce tanto quanto la consapevolezza di essere amati sempre anche quando non siamo splendidi e mostriamo la parte peggiore di noi. Queste crisi sono necessarie per crescere sempre più nell’amore. Il nostro amore di coppia è una casa costruita con tanti mattoncini di tenerezza e di cura che ci siamo dati e ci continuiamo a dare. Sappiamo bene però che i mattoncini non basterebbero in caso di un terremoto. Ciò che sono sicuro ci tiene insieme e ci terrà insieme qualsiasi cosa accada, il nostro cemento armato, è l’aver sperimentato questi momenti di amore e misericordia immeritati che siamo stati capaci di donarci l’un l’altra. Si parla tanto di Grazia del sacramento. La Grazia del sacramento si concretizza anche in questa capacità di non vivere più l’amore come i peccatori, che sono anch’essi capaci di amare gli amici, ma come cristiani, che sono capaci di amare i nemici, di amare il coniuge anche quando si comporta da nemico.

PS Prima che lo contestiate voi lo dico io. Ci sono situazioni di particolare gravità dove la separazione non solo è consentita, ma consigliata. Ad esempio la violenza fisica. Non riguarda però la maggior parte di noi.

Antonio e Luisa

Il suo desiderio è verso di me

Io sono del mio amato
e il suo desiderio è verso di me.

E’ la terza volta che troviamo nel Cantico questo tipo di affermazione. Dove si canta la mutua appartenenza. Qui però è fatto in modo un po’ diverso. Cambia la formula. Questa è quella che esprime più di tutte il patto coniugale. Esprime l’alleanza matrimoniale tra un uomo e una donna. §*
Siamo una realtà indivisibile. Si ribadisce qualcosa che abbiamo già affrontato in questo testo. La redenzione dal peccato originale. In Genesi troviamo scritto che Dio disse alla donna dopo la caduta:

Verso tuo marito sarà il tuo desiderio, ma egli ti dominerà

Questo passo esprime benissimo il dramma della caduta. La perdita dell’ordine naturale che impedisce all’uomo di essere capace di amare e di donarsi senza egoismo, senza voler possedere, mettendo la sua sposa prima di sè. Naturalmente vale anche il discorso inverso della donna verso l’uomo. L’egoismo travestito di amore. Il dominio travestito di amore. Quante volte sentiamo di delitti commessi per troppo amore. Non chiamatelo amore. Non c’entra nulla con l’amore. Senza arrivare ai delitti. In quante famiglie non c’è la capacità di farsi dono per l’altro, ma solo di prendere dall’altro. Quante volte si litiga per orgoglio ferito, per egoismo non soddisfatto. Perchè si è incentrati troppo su di sè e non si è capaci di entrare in empatia con l’altro. L’altro diventa parte del nostro mondo, vale finchè è al nostro servizio. Va bene fino a quando è funzionale ai nostri desideri e ai nostri bisogni. Poi si getta senza troppi scrupoli. Non c’è più amore. Sarebbe meglio dire non c’è più nulla di buono da prendere.  Ci siamo dentro tutti in questa battaglia. Questo disordine lo abbiamo tutti. Cerchiamo di limitarlo, di disinnescarlo e di illuderci di esserne esenti, ma ci siamo dentro tutti. Questa è una ferita che ci portiamo dietro tutti quanti.

Nel matrimonio possiamo invertire questo atteggiamento. Possiamo convertirlo. Cambiare direzione. Ed è proprio il Cantico che ci dice che è così. Nel Cantico accade qualcosa di stupefacente. Si riprende esattamente lo stesso sostantivo di Genesi, come a voler evidenziare la stretta connessione tra i due passi, ma si cambia completamente prospettiva. C’è una guarigione. C’è un ritorno alle origini. C’è la capacità di sconfiggere il peccato originale. Il peccato originale che è morte. Vedremo più avanti, sempre nel Cantico, come l’Amore sia forte come la morte. Ecco! Qui accade esattamente questo. L’amore sconfigge la morte del peccato originale. Troviamo infatti scritto:

il suo desiderio è verso di me

Questa volta è lui a desiderarla e non a dominarla e lei è felice perchè vuole essere tutta del suo amato. Capite che differenza. In Genesi al desiderio si risponde con il dominio. Tu ti offri e io ti prendo e ti faccio mia. Nel Cantico cambia tutto. Tu ti offri e io ti accolgo in me e ti faccio dono di ciò che sono, di tutto ciò che sono. Che bello! Noi possiamo essere questo, possiamo recuperare questo nel nostro matrimonio e renderlo davvero un luogo dove è bello stare. Possiamo grazie a Colui che con il suo amore ha sconfitto la morte. Possiamo grazie a Gesù recuperare l’ordine delle origini attraverso il sacramento del matrimonio.

Antonio e Luisa

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro.21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore 30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito 38 Le piccole volpi che infestano il nostro amore. 39 Il mio diletto è per me. 40 Voglio cercare l’amato del mio cuore 41 Cos’è che sale dal deserto 42 Ecco, la lettiga di Salomone 43 I tuoi seni sono come due cerbiatti 44 Vieni con me dal Libano 45 Un giardino da curare 46 L’eros è un amore tenero 47 La tenerezza è amare come Dio ci ama 48 Mi hai rapito il cuore con un tuo sguardo 49 Fammi sentire la tua voce. Perchè la tua voce è soave 50 Mi baci con i baci della sua bocca 51 Quanti sono soavi le mie carezze sorella mia, sposa 52 Venga il mio diletto nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti 53 Le carezze dell’anima 54 Un rumore! E’ il mio diletto che bussa. 55 Il mio diletto ha messo la mano nello spiraglio  56 Io venni meno per la sua scomparsa 57 Mi han tolto il mantello 58 Che ha il tuo diletto di diverso da un altro? 59 Il matrimonio non è un armadio 60 Dolcezza è il suo palato  61 Uccidete il sogno 62 Bella come la luna 63 Sui carri di Ammi-nadìb 64 Vogliamo ammirarti 65 Non mendicanti, ma re e regine 66 Carne della mia carne 67 La tua statura rassomiglia a una palma e i tuoi seni ai grappoli. 68 Il tuo palato è come vino squisito