Le foto brutte

..di Pietro e Filomena, Sposi&Spose di Cristo:

…Mi guardo intorno in casa…alle pareti ci sono un po’ di foto appese.

Guarda quella! C’è mia moglie con la nostra secondogenita tra le braccia. Sorridono. Come sono belle e che viso angelico hanno entrambe.

Ohi…guarda quell’altra! Eravamo al mare. Viso rilassato, abbronzati e che sorrisi smaglianti. E poi quella che abbiamo messo in soggiorno: è il giorno del nostro matrimonio…ci stiamo sposando. Quanta bellezza in una foto.

Tutto bello, molto bello. E’ tutto così presentabile e siamo orgogliosi di mostrarle ai nostri amici che vengono a trovarci.

Ma mi chiedo…dove sono le fotografie brutte?

Già, dove sono finite quelle in cui le nostre figlie sono sporche di cacca fino al collo e dove sono quelle mosse, quelle in cui sbuffiamo perché non riusciamo a stare fermi perché ci agitiamo perché stiamo litigando?

Sulle pareti nessuna traccia di queste foto.

Guardo nei cassetti…nulla. Non sono neanche qui.

Apro le foto sul PC…dove sono quelle in cui si vede che io e Filomena facciamo fatica a trovare un accordo sul come addobbare l’albero di Natale o quella in cui abbiamo pianto quando in 24 ore ci siamo ritrovati a lasciare la nostra casa dopo un forte terremoto ed abbiamo affrontato le tempeste del discernimento per capire dove o cosa il Signore ci stesse chiedendo?

Non si vedono sulle pareti addobbate quelle foto in cui ti sei sentito una schiappa alle Medie perché 4 bulli ti prendevano in giro…non ci sono, non le abbiamo stampate. Costa troppo stampare quelle foto in cui eri triste.

E quel momento in cui abbiamo saputo di un nostro figlio in cielo…non era degno di una foto? Non eravamo belli con le lacrime che inondavano il nostro cuore?

Eravamo belli, certamente.

Ma forse di tanta bellezza ci vergogniamo.

Ci vergogniamo di mostrare in questo mondo di plastica che siamo fatti di carne.

Che spesso siamo mossi e sfuocati, che il più delle volte la vita ti scatta foto al buio e senza flash…che gli occhi rossi non basta un’ APP per cancellarli.

Eppure guarda i santi, si…i santi. Sempre loro.

Ci sono dipinti (i più falsi) che li ritraggono in estasi e nella gloria di Dio…ma i più coraggiosi e fedeli li hanno ritratti nello sconforto.

Di san Francesco, ad esempio, a Greccio c’è un dipinto stupendo: è lui col fazzoletto che si asciuga le lacrime. Non sono lacrime di gioia, né di amore…sono le lacrime che i suoi occhi ammalati secernevano senza un motivo spirituale. Era una malattia.

Ti immagini farti scattare una foto mentre sei a letto con la febbre…mentre hai la cervicale infiammata. La appenderesti in corridoio?

Forse no, non ti riconosci se non nelle storie e nei filtri di Instagram…

…eppure allo specchio al mattino somigli ad Homer Simpson più che a Ken…i tuoi capelli di madre sono più simili nell’aspetto e nella tinta a quelli di Marge Simpson…più che a quelli della Barbie.

E i video? Ti faresti fare un video mentre litighi per un parcheggio o mentre fai a gara col tuo carrello della spesa per superare il vecchietto che alla cassa ci metterà un’ora per riempire di domande la cassiera?

Nel tuo processo di canonizzazione un giorno vorrai che i giudici al processo vedano solo le belle foto, i bei video…mentre sai cosa faranno i giudici? Intervisteranno la tua vicina di casa!

Non te l’aspettavi eh?

Come nascondere che urlavi come un forsennato con le tue figlie perché non volevano mettere le scarpe prima di uscire?

Come nascondere che i tuoi “rumori” casalinghi somigliavano più a quelli che senti nelle bettole di bassa leva, più che a quelli che ascolti a teatro quando danno l’opera?

Ti vergogni eh? Beh…a noi capita spessissimo. Vorremo dare un’immagine che in realtà è troppo lontana dalla nostra realtà.

C’è un modo, però, per superare la paura della foto brutta: come sempre guardare a Gesù.

Si, guarda…c’è la crocifissione.

C’è Gesù con i capelli spettinati, strappati…non guarda nell’obbiettivo ma guarda in basso. Nella sua bocca qualche dente è saltato per le bastonate che gli hanno dato. E’ un misto di sangue e terra. Ha le mani bucate e il fianco spaccato. Non riesce a venir bene in foto perché gli hanno messo chiodi anche nei piedi e non riesce a stare in piedi. A veder bene…non sta in piedi perché pende morto da una croce di legno piena di schegge e tarli.

Non è lo spettacolo più bello. Anzi? Non è forse questa la “foto” più bella che abbiamo di Cristo?

Non è pettinato, non brillano i suoi occhi blu di Zeffrirelliana memoria, non sorride, non è bello, non è presentabile, ma sta amando fino alla fine. E alcuni lo guardano e quello che vedono cambia la loro vita.

Alcuni vedono un uomo morto, altri vedono un uomo che ha capito che la vita va donata fino all’ultimo graffio, all’ultima goccia di sangue.

Ancora oggi ci sono persone che innanzi a quella “foto” trovano la via della felicità e comprendono che somigliando a quell’uomo in quella fotografia brutta…possono essere felici.

Va a guardarti allo specchio: a chi somigli? Somigli al tuo idolo bello e pulito o al tuo Cristo, sporco, innamorato, morto e risorto?

Buona visione.

+++

Se vuoi conoscerci meglio:

Puoi visitare il nostro Blog cliccando qui: Blog “Sposi&Spose di Cristo”

Puoi visitare la nostra pagina Facebook cliccando qui: Facebook “Sposi&Spose di Cristo”

Puoi iscriverti al nostro canale Telegram cliccando qui: Telegram “Sposi&Spose di Cristo”

Se vuoi ascoltare la lettura di questo Racconto clicca qui: YouTube

+++

Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Il nostro matrimonio è un sì rinnovato ogni giorno

In questo tempo di Avvento capita di fermarsi a pensare sulla Parola che la liturgia ci offre. Stavo riflettendo, qualche giorno fa, sul sì di Maria. Un sì che ha portato Maria ad accogliere dentro di sè (nel suo caso in modo molto concreto) la presenza di Dio. Attraverso quel sì ha dato pieno spazio nella sua vita al progetto di Dio per lei e per l’umanità intera.

Anche noi sposi siamo chiamati a dire il nostro sì. Non solo il giorno delle nozze. La vita di una coppia di sposi si costruisce sui sì. Il rapporto si costruisce sui sì. Sì che molte volte costa fatica dire, altre volte richiedono coraggio, altre serve fiducia. Dei sì che aprono ad una relazione piena e che richiamano la scelta definitiva del giorno delle nozze. Il sì della promessa matrimoniale non è che il primo e l’origine di una nuova vita Poi ci saranno chiesti moltissimi altri sì. Dai quali dipende la riuscita del nostro matrimonio esattamente come il primo. Penso a quelli più importanti, penso al sì di ogni apertura alla vita. Penso al sì che ci ha permesso di concepire ognuno dei nostri figli e di dare carne al nostro amore. Penso anche a quelli più ordinari, quelli che ci rinnoviamo ogni mattina. Sì di una vita ordinaria, ma che sommati l’uno con l’altro, giorno dopo giorno, stanno costruendo una relazione straordinaria. Dei sì che ci hanno mostrato giorno dopo giorno il progetto di Dio su di noi, sulla nostra coppia e sulla nostra famiglia. Non a caso la promessa matrimoniale, che abbiamo pronunciato durante il rito, ci impegna ad amare l’altro/a non tutta la vita. Ci chiede molto di più. Ci chiede di farlo ogni giorno della nostra vita. Ogni giorno ci è chiesto di rinnovare il nostro sì.

Penso alla mia vita senza quei si. Come sarebbe ora? Me la immagino molto più semplice, meno impegnativa, ma anche molto più povera e vuota di senso. Per questo ogni volta che mi sento oppresso dai tanti impegni. Ogni volta che vorrei meno preoccupazioni. Ogni volta che la relazione con la mia sposa e soprattutto con i figli ormai adolescenti diventa complicata e fonte di contrasti. Ogni volta benedico Dio per avermi dato la forza di aver detto di sì e di rinnovarlo ogni giorno perchè in mezzo a tutto questo casino, che è la vita di un marito e di un padre normale come tanti, mi sento parte di uno straordinario amore. Sento che la mia vita ha un senso, che non la sto sprecando. Sento che c’è un Padre che ha preparato per noi qualcosa di meraviglioso e non mi è chiesto nulla per averlo se non dire ogni giorno sì a Lui e alla mia sposa. Sento che come Maria ha donato Gesù al mondo con un semplice, ma non facile si, anche noi con il nostro sì abbiamo fatto spazio a Gesù nella nostra famiglia.

Antonio e Luisa

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Per acquistare il libro Sposi sacerdoti dell’amore cliccate qui

Per acquistare il libro L’ecologia dell’amore cliccate qui

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

Amare è un verbo, non un sostantivo.

Oggi pubblico volentieri questa riflessione tratta dal romanzo di Alessandro D’Avenia Bianca come il latte, rossa come il sangue (2010) che Antonio vuole dedicare alla moglie Giovanna

Dedicato a mia moglie Giovanna, da Antonio

La parte in corsivo è un’ambientazione del brano che ho trascritto letteralmente.

Un ragazzo di 15 anni, Leonardo, si è trovato, nel primo anno di liceo, a vivere un amore, mai provato prima, verso una ragazza di terza liceo: Beatrice. Lei illumina, con il suo vivere, la sua purezza.

Queste doti non si fermano quando, poco dopo l’avvio dell’anno scolastico, a lei viene diagnosticata la leucemia, che, già prima della conclusione di quell’anno, la vedrà passare ad una vita che lei chiama, con serena convinzione, nonostante tutto, Paradiso. Questo evento è un trapasso combattutissimo soprattutto con quel Dio in cui credono sia Beatrice che Silvia, la migliore amica e compagna di classe di Leonardo, anche lei virtuosa e matura per l’età che ha, similmente a Beatrice.

Beatrice sembra ancora morta e basta per Leonardo, che fatica a farsi una ragione che il Dio Amore da lei professato possa aver lasciato che morisse: perchè loro due si amavano e perchè ai suoi occhi soprattutto lei è stata un ideale di virtù che andava ripagata subito da Dio, non abbandonandola alla malattia. Se Dio è amore, deve essere anche riconoscente in modo afferrabile con i sensi, che invece non la percepiscono più.

Ora Leonardo, terminato l’anno scolastico, è volentieri in vacanza in montagna, a lungo, solo con i suoi cari genitori. Per riprendersi e porsi domande di senso massime.

Passo una sera a guardare la sua stella, poi la mamma si siede accanto a me nel cuore della notte, con il profumo degli abeti e il chiarore della luna che le illumina il viso riposato.

“Mamma, come si fa ad amare quando non si ama più?” La mamma continua a tenere lo sguardo al cielo, adesso è sdraiata accanto a me che fisso la Nana Bianca Gigante Rossa detta Silvia.

“Leo, amare è un verbo, non un sostantivo. Non è una cosa stabilita una volta per tutte, ma si evolve, cresce, sale, scende, si inabissa, come i fiumi nascosti nel cuore della terra, che però non interrompono mai la loro corsa verso il mare. A volte lasciano la terra secca, ma sotto, nelle cavità oscure, scorrono, poi, a volte, risalgono e sgorgano, fecondando tutto.”

Il cielo sembra una cassa di risonanza di quelle parole dolci, che solo in una serata così non risultano retoriche.

“E allora che devo fare?”

Mamma tace per almeno due minuti, poi le sue parole escono dal silenzio come un fiume che dopo tanta fatica arriva al mare: “Amare lo stesso. Puoi sempre farlo: amare è un’azione.”

“Anche quando si tratta di amare chi ti ha ferito?”

“Ma questo è normale… Due sono le categorie di persone che ci feriscono, Leo, quelli che ci odiano e quelli che ci amano…”

“Non capisco. Perchè chi ci ama dovrebbe ferirci?”

Perchè quando c’è di mezzo l’amore le persone a volte si comportano in modo stupido. Magari sbagliano strada, ma comunque ci stanno provando… Ti devi preoccupare quando chi ti ama non ti ferisce più, perchè vuol dire che ha smesso di provarci o che tu hai smesso di tenerci…”

“E se proprio non riesci ad amare lo stesso?”

“Non ci hai provato abbastanza. Spesso ci inganniamo, Leo. Pensiamo che l’amore sia in crisi, e invece è proprio l’amore che ci chiede di crescere… come la luna: ne vedi solo uno spicchio, ma la luna è sempre lì tutta intera, con i suoi oceani e le sue vette, devi solo aspettare che cresca, che a poco a poco la luce ne illumini tutta la superficie nascosta… e per questo ci vuole tempo.”

“Mamma, perchè hai sposato papà?”

“Secondo te?”

“Perchè ti ha regalato una stella?”

Mamma sorride e la luna illumina la linea perfetta dei denti incorniciati dal viso capace di calmare ogni tempesta.

“Perchè volevo amarlo.”

Mamma mi scompiglia i capelli per liberare i pensieri cupi che ancora ci sono incastrati dentro, come faceva quando ero un bambino pieno di paura e mi nascondevo tra le sue braccia.

Poi c’è stato solo il silenzio di chi guarda la luna e il cielo e parla con chi vuole, lì dietro le stelle.

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Per acquistare il libro Sposi sacerdoti dell’amore cliccate qui

Per acquistare il libro L’ecologia dell’amore cliccate qui

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

Il cammino di un matrimonio

Percorrendo una sorta di viaggio nel Cantico dei Cantici possiamo immergerci nel senso profondo della vita di coppia e di famiglia. Entriamo in punta di piedi nel terzo poema di questa meravigliosa opera ispirata che si può definire il Cantico del movimento. È giunto il momento in cui occorre muoversi, partire ma… per andare dove? Sarà un meraviglioso cammino nel profondo dell’intimità, dunque parleremo di unione coniugale ma, prima, occorre mettersi in guardia da almeno due “volpi”. «Prendeteci le volpi, le volpi piccoline che guastano le vigne perché le nostre vigne sono in fiore» (Ct 2,15). Le volpi piccoline rappresentano i nemici, i disturbatori. La prima volpe vuole disattendere che questa parola è per me, per me donna, moglie e per me uomo, marito. Non è per l’altro nel senso che “così finalmente comprendi come ti devi comportare”, ma è per me: non devo perderla questa parola, è una buona occasione per trasformare ciò che ho adesso.
La seconda volpe è la presa di coscienza che io non sono più avanti o più indietro di te, non sono spiritualmente più o meno bravo, non servo il Signore a 3000 Km e su 1000 altari ma, soprattutto, ti prendo la mano e cammino con te. Mi muoverò con te perché io ti ho scelto e parto da me per entrare pienamente nel NOI. Se vado più veloce ti aspetto perché, anche se ti precedo, voglio ascoltare il tuo passo e, se entriamo in questo, ogni matrimonio diventerà il matrimonio dei matrimoni, il Cantico dei Cantici, il cantico per eccellenza. Questo poema rappresenta una strada, come dicevamo, un movimento, che parte “da” e continua “verso”.

CHE COS’E’ CHE SALE DAL DESERTO

Il deserto è la solitudine da cui parto e salgo verso Gerusalemme, luogo di incontro e di gioia (verso l’apice della festa che è l’intimità, il monte della mirra). Il mio coniuge rompe definitivamente la mia solitudine. Sono sempre disposto ad accettare che non sono più solo? Ci sono coppie che ancora, dopo tanti anni di matrimonio pensano che “era meglio prima, quando ero solo”: un dramma! E nel paradosso della vita si compie l’altalena della nostra interiorità: cercare disperatamente l’anima gemella, per colmare la nostalgia della solitudine nel proprio amore innamorato e poi, detestare la non solitudine, che stringe la libertà e rifiutare il proprio amore rivelato. Ma il Re raggiungerà la sua Regina e piano piano cambierà il loro linguaggio: Non diranno più “facciamo l’amore” perché l’amore non si fa, piuttosto “si è”. Sapranno di essere l’amore, di essere quella cosa sola! Noi siamo l’amore. Nel movimento del Cantico parto con un padiglione nuziale, fatto di materiali pregiatissimi (legno del Libano) e di profumi incantevoli (cura della persona) e il viaggio non lo farò da sprovveduto ma con un valoroso esercito, con sessanta prodi con spade ed esperti nella guerra, contro i pericoli della notte (Ct 3,8). Il nostro matrimonio va protetto perché i pericoli sono tanti. La notte è notte, e quando è troppo buio davvero posso essere indifeso. Ci saranno molte volte in cui sarà messa a dura prova la relazione a due, ci saranno molte “notti” nei nostri matrimoni e dovremo essere pronti a contrastare ciò che può riportarci lontano, in quell’antica solitudine. Il fidanzamento è il cammino dei cuori ma il matrimonio è il cammino dei cuori e dei corpi, delle menti e delle volontà. Come mai ciò non sempre accade?Perché le coppie perdono la desiderata armonia?

COME SEI BELLA AMICA MIA, COME SEI BELLA

Il corpo femminile è un canto: Lo sguardo, la purezza degli occhi, il desiderio, l’attesa, la conoscenza, la sessualità. La sessualità è il linguaggio dell’amore o, meglio, dell’amare. Così come le parole che pronunciamo realizzano un discorso che prende un senso, piuttosto che un altro, allo stesso modo l’esprimere i gesti sessuali traduce il nostro modo
di amare. Per linguaggio sessuale certamente non intendiamo soltanto l’aspetto fisico, unitivo, ma tutto il modo di essere perché io sono tutto sessuato. Sono donna dalla punta dei capelli in poi. Sono uomo in tutto il mio essere. Perciò io parlo sessualmente da come
muovo le mani, da come ti guardo, da cosa ti dico, il tono della voce, la calma o la violenza con cui faccio tutte queste cose, la posizione che assumo, i miei vizi coscienti e incoscienti, il dito puntato, il silenzio ostinato… Ma come lo imparo questo linguaggio?
Sicuramente dalla nascita e questo è il senso del corpo nel tempo: neonato, bambino, adolescenza, giovinezza, età adulta, età matura. Impariamo da bambini e ci saranno situazioni più o meno gravi che condizioneranno il nostro linguaggio corporeo. Pensiamo a scuola con i coetanei, la trasmissione di notizie, che di volta in volta provengono dalle proprie realtà familiari. Ci sono figli che rimangono traumatizzati per aver visto quel film pornografico, nascosto magari tra i libri del mobile di casa, che poi li ha resi “fissati” con il sesso. Ci sono figli che non sono stati adeguatamente custoditi, ci sono quelli che, invece, iper protetti, aspettano il momento opportuno per rompere le riga e scatenare ribellioni mai conosciute. Ci sono anche figli sereni, cresciuti con il loro preciso senso di adeguatezza. Questa è comunque la realtà con cui dobbiamo fare i conti perché, alla sessualità, ci arriviamo da soli, con la nostra autoeducazione, con quella marea di errori che forse nessuno ci corregge, nascondendoci, nel prosieguo della vita, anche agli occhi di chi, guarda caso, è la persona con cui condividiamo l’incontro delle anime. Lo sposo e la sposa sono nudi l’uno difronte all’altro eppure, spesso, non si riesce a diventare trasparenti, nonostante ci presentiamo nella povertà più assoluta, la nudità da ogni rivestimento. Non riusciamo ad affidarci così tanto da ritenere l’altro lo scrigno della mia interiorità. Quanti problemi su questo, quanta fatica ad accettare il proprio corpo. Un conto è il pudore un conto è la vergogna. Così puoi arrivare a 20, 30, 40, 50 anni, essere magari un professionista affermato ed essere incapace di affettività e ciò condizionerà anche la vita relazionale, compresa quella lavorativa. Allora, tornando a quel linguaggio, come saremo in grado di far parlare il nostro amore? La chiamata della tua vita deve funzionare per poter avere buone relazioni con tutti. Abbiamo presente quel luogo comune, forse non tanto comune, di quei titolari di uffici che al lavoro sono dei comandanti incredibili ma che a casa “scodinzolano” obbedendo frustratamente agli ordini impartiti? Ci sono queste situazioni e non si vive nella pace! Qui e ora devo prendere coscienza delle mie difficoltà perché soltanto così potrò muovermi e finalmente sentirmi libero e me stesso. Spesso nella sessualità c’è un’inconsapevole violenza, nei modi e nei gesti e spesso il disagio provato non viene neppure reso manifesto, preferendo altresì astenersi dall’Unione coniugale sponsale sacra. S. Ambrogio, quando era Vescovo di Milano, parlava in modo fermo ai mariti che non trattavano con il dovuto riguardo la tenerezza offerta dalle mogli: “Tu marito metti da parte l’orgoglio e la rudezza dei modi quando tua moglie si avvicina con premura. Scaccia ogni irritazione quando lei, piena di tenerezza ti invita all’amore. Non sei un padrone ma uno sposo, non hai una serva ma una moglie. L’unione con tua moglie esige che dal tuo cuore esca ogni durezza”.

IL GIARDINO DEL CANTICO

Giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa, giardino chiuso, fontana sigillata (Ct 4,12). Magari, dopo pochi o tanti anni del tuo matrimonio, scopri qualcosa del tuo coniuge che mai avresti immaginato e tu impazzisci, ti cade tutto perché il tuo cuore vorrebbe perdonare, ma, puoi confidare totalmente nella fragilità di una persona? “Levati aquilone, e tu, austro, vieni, soffia nel mio giardino, si effondano i suoi aromi” (Ct 4,16). Come farò a farti entrare nel giardino? Come riuscirci fratello mio, sposo? Come posso darti o ridarti le chiavi per aprirlo? Cos’ha il mio Diletto di diverso da me? Nulla se non la medesima povertà e allora ti darò le chiavi perché tu sei il mio diletto e, specchiandoti in me riconoscerai te stesso e mi farai conoscere in te come un’unica carne, un solo Spirito, una sola anima perché ad immagine di Dio. Ricostruisci con me la Trinità: questa
è la chiave. Per ogni cosa mi do e ti do il perdono. Non lo faremo da soli, cercheremo aiuto, ascolteremo una parola, anzi, la Parola. Dio viene a parlarti, così come sei e dovunque tu sei. Entra in dialogo e troverai la tua storia e proprio lá rinascerai. Venga il mio diletto, entri nel suo giardino e ne mangi frutti squisiti (Ct 4,16). Il viaggio del Cantico, cioè del matrimonio, non si conclude mai, perché, mano nella mano si cammina, fianco a fianco ci si sostiene e, come diceva San Francesco di Sales, “come si impara a camminare camminando così si impara ad amare amando”! Buon viaggio a chi desidera davvero che il proprio matrimonio possa diventare il Cantico per eccellenza.

Cristina Righi

Articolo pubblicato sul periodico L’amore misericordioso del mese di Novembre

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Per acquistare il libro Sposi sacerdoti dell’amore cliccate qui

Per acquistare il libro L’ecologia dell’amore cliccate qui

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

Gabriele, un Arcangelo per postino ?

Nella recente solennità dell’Immacolata abbiamo ascoltato le ultime parole del Vangelo che recitano così :<< Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei. >>. Ma come ? Gabriele, o meglio, Arcangelo Gabriele, te ne vai così senza nemmeno salutare ? Prima arrivi tutto carino con un saluto da 10 e lode e poi manco un cenno della mano ? Anzi , il Vangelo dice che si allontanò, (“partì da lei” l’altra traduzione) non è che la Madonna avesse un virus vero ? No, impossibile…..ah, però forse aveva fretta di andare da San Giuseppe per scriverlo poi nel Vangelo di S. Matteo…….no, neanche. Ha dimenticato la torta nel forno ed è corso a casa in via Paradiso, settimo cielo, interno 2 ? Nooo….e allora come mai questa fretta ? E’ un postino un po’ strano, non ha lasciato il tempo alla Madonna di firmare la ricevuta ! Era troppo contento della notizia che non stava più nella pelle ( ma gli angeli non hanno pelle ) e doveva correre dal Capo e dagli altri due Arcangeli per condividere la felicità ? Forse. Non è che si sarà detto tra sé e sé: ” Meglio squagliarsela prima che la Vergine cambi idea ” ? No, neanche questa. E allora che senso ha inserire una figura di un Arcangelo apparentemente come un postino frettoloso?

Anche in questo caso l’evangelista non ci riporta particolari inutili…tipo cosa stesse facendo Maria prima che Gabriele arrivasse, stava lavando i piatti ? E’ più probabile che stesse in preghiera…di solito non è che ad uno gli appare un Arcangelo o un segno divino mentre guarda la Champions ! Il postino magari sì, mentre sei sotto la doccia, ma un Arcangelo non ci risulta.

Primo insegnamento per noi. Spesso sentiamo degli sposi lamentarsi della inoperatività del Cielo. Il Signore si è dimenticato di noi/di me ? Perché non mi manda un aiuto ? Può darsi che ci siano delle situazioni in cui Dio si fa muto per saggiare la nostra fede, la nostra perseveranza; altre volte lo fa perché Lui ha una visione più a lungo raggio della nostra e sa che magari è meglio non esaudire la nostra richiesta perché ci allontaneremmo da Lui. E comunque Lui sa cosa fare e quando farlo. Certo è che davanti alla Champions non avremo delle risposte da Dio, e nemmeno ci arriverà un messaggio sullo smartphone. Quando ero giovane, e stavo attraversando una crisi vocazionale, pretendevo di svegliarmi una mattina e di trovare scritto sulla lavagna cosa avrei dovuto fare. Quella mattina non è mai arrivata……non era l’atteggiamento giusto del cuore. I saggi ci hanno insegnato : aiutati che il Ciel t’aiuta ! L’atteggiamento giusto è quello che con tutta probabilità aveva la Madonna: la preghiera, questa sconosciuta !

Sappiamo di toccare un tasto dolente per tante coppie. Ma non possiamo tacere la Verità. Anche per noi è stata questa l’esperienza. Senza preghiera non pensare che il tuo matrimonio odori di Cielo. La preghiera che parte dalla quantità per poi rivestirsi di qualità. E piano piano, giorno dopo giorno, la preghiera recitata si allunga, si protrae come un’appendice, ed entra a insaporire un gesto, poi due, e così via fino a che l’atteggiamento di tutta la giornata è quello della preghiera; essa diventa come un fiume carsico, che opera nel sotterraneo, da sopra sembra inesistente, e invece….così anche la nostra vita resta fatta di casa, lavoro, famiglia, impegni vari, ma sotto…..il fiume carsico della preghiera. Allora sì che il nostro orecchio della fede potrà sentire la voce/presenza del Cielo. E’ un cammino entusiasmante che però necessita di tanta perseveranza e di una gradualità. Siete una coppia che aspetta un segno dal Cielo ? Cominciate ad organizzare momenti di preghiera insieme (senza tralasciare quelli da soli). Cominciate con le preghiere tradizionali e poi fatevi guidare magari dal vostro sacerdote nell’esperienza.

Probabilmente questo episodio l’ha raccontato la Madonna stessa all’evangelista, visto che è l’unico ad aver inserito questo episodio nel proprio Vangelo; e sicuramente la Vergine Maria ,da perfetta umile, non gli avrà raccontato che Lei stesse in preghiera, ma lo si intuisce tra le righe; anche perché uno che sta guardando la Champions difficilmente risponderebbe di essere la serva del Signore.

Secondo insegnamento, l’Arcangelo Gabriele se ne va perché al Signore basta la nostra risposta di fede. A Lui basta il nostro “fiat”, il nostro “sì” . Poi il resto lo scopriremo solo vivendo (come recita la famosa canzone di battistiana memoria), cioè anche la Vergine, dopo che Gabriele se ne va, non poteva immaginare cosa e come sarebbe successo tutto il resto descritto nel Vangelo. Perché questo futuro che per Lei doveva ancora accadere dipenderà molto dalle scelte di fede che Lei farà. Deciderà di affidarsi al suo promesso sposo Giuseppe, deciderà di andare dalla cugina Elisabetta, deciderà di non abbandonare suo Figlio sotto la Croce, deciderà di essere la Madre della prima Chiesa nascente, eccetera. Ecco spiegato il motivo per cui Gabriele, una volta ricevuto il Sì, “partì da lei”, perché il resto sarebbe dipeso in parte dalle scelte personali della Madonna e in parte dalla Provvidenza. Aiutati che il ciel t’aiuta, cioé muovi il primo passo, poi Dio ti darà una mano per trovare l’equilibrio e non cadere, per poter muovere poi il secondo passo, e così via. Riprendi coraggio, sposa/sposo, muovi il primo passo; imita Maria che pur non conoscendo tutto nei minimi dettagli si fida del suo Papà Celeste, il Buon Dio e Padre nostro.

Buona preghiera di coppia a tutti.

Giorgio e Valentina

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp Per acquistare il libro Sposi sacerdoti dell’amore cliccate qui Per acquistare il libro L’ecologia dell’amore cliccate qui Iscrivetevi al canale Telegram Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

E poi volarono i piatti

Questo libro è tante cose. E’ un saggio perché spiega dinamiche psicologiche e relazionali attraverso la competenza della dott.ssa Viola e del dottor Reis. Ma non è solo questo. E’ molto di più è la storia di Claudia e Roberto. Due giovani feriti che si sono sposati e hanno iniziato un cammino verso la consapevolezza dell’amore e dell’amare. Verso lo sguardo di Gesù che li ama teneramente e fedelmente e questo dà loro la forza di non lasciarsi distruggere dalle debolezze e dalle incapacità di amare dell’altro/a ma, attraverso l’amore di Gesù, hanno trovato la forza di amarsi sempre, nonostante loro stessi, nonostante l’altro/a. Ed è così che questo libro si apre. Non come un saggio psicologico, ma con il racconto dei protagonisti che si conoscono, hanno paura di avvicinarsi e baciarsi, si ritrovano insieme e si sposano. E qui sembra finita. Non è vero. E’ solo l’inizio. Il matrimonio non è una magia. Il matrimonio è una relazione da costruire e curare ogni giorno. Nel matrimonio ci si deve mettere in gioco completamente. Le ferite non rimarginate iniziano quindi a fare più male. I blocchi, messi a difesa del loro cuore non permettevano loro di aprirsi completamente l’uno all’altra.

Claudia e Roberto iniziano con il dire qualcosa di sconvolgente: LITIGARE fa bene. Naturalmente se fatto in modo costruttivo. Questo libro serve proprio a questo. Litigare è positivo perché permette di riconoscere l’altro/a come qualcuno/a di diverso da me. Un’alterità con cui confrontarsi per arrivare a fare comunione. Spesso invece l’altro/a e visto come un nemico, che non capisce e che mi ostacola, e questo non va bene. Così la differenza allontana mentre dovrebbe spingere a capire meglio l’altro/a e le sue ragioni.

La coppia è una squadra. Si vince e si perde insieme. Quanti sposi sono davvero consapevoli di questo? Cosa è il litigio se non un modo di comunicare? Certo ce ne sono altri meno conflittuali, ma certe volte il litigio diventa la modalità di arrivare al dialogo prima di allontanarsi troppo Il litigio permette, se vissuto bene, di riscegliersi. Nonostante l’altro/a e i suoi difetti. Molto peggio sarebbe non affrontare i problemi e perdersi pian piano nell’indifferenza. Il litigio è mostrare che teniamo ancora all’altro/a. Ora non sto a dilungarmi oltre. Se ho stuzzicato interesse leggete il libro e scoprite tutto da voi. Vi dico solo che nei capitoli che seguono quanto ho scritto fino ad ora inizia un susseguirsi di spiegazioni psicologiche e storia personale in un intreccio che permette agli autori di affrontare problematiche concrete e ai lettori di immedesimarsi e riconoscersi negli autori stessi e sentire quanto essi raccontano come qualcosa che li accomuna e per questo più autentico e condivisibile.

Antonio e Luisa

Per acquistare il libro

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

 

 

La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero.

Dopo che Adamo ebbe mangiato dell’albero, il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: “Dove sei?”. Rispose: “Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto”. Riprese: “Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?”. Rispose l’uomo: “La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato”. Il Signore Dio disse alla donna: “Che hai fatto?”. Rispose la donna: “Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato”. Allora il Signore Dio disse al serpente: “Poiché tu hai fatto questo, sii tu maledetto più di tutto il bestiame e più di tutte le bestie selvatiche; sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita. Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno”. L’uomo chiamò la moglie Eva, perché essa fu la madre di tutti i viventi.

Questo passo della Genesi, prima lettura della Santa Messa di oggi mi ha subito colpito per un’evidenza in particolare. Adamo ed Eva hanno perso l’armonia, si sono riconosciuti nudi, bisognosi di proteggersi l’uno dall’altra. Non esiste più quella naturale inclinazione a fidarsi vicendevolmente e di Dio stesso. Non sembrano essere neanche più insieme. Quando il Signore li cerca l’uomo sembra essere solo. Parla al singolare. Non è più coppia. Si è nascosto. Accade spesso anche nelle nostre famiglie. Non necessariamente per gravi situazioni, anche nella vita ordinaria di ogni giorno. Basta poco per rompere quell’armonia, per litigare, per ferire l’altro/a e per allontanarsi. Quanti litigi, quanti silenzi, quante ripicche, quanta sofferenza inutile. Il comportamento di Adamo è quello che spesso abbiamo anche noi. La coscienza rimorde, sa che ha sbagliato. Sa di essersi comportato male, di aver commesso un peccato, ma non lo riconosce. Preferisce scaricare la responsabilità su Eva. E’ stata lei che ha iniziato. E’ stata lei che mi ha provocato. Non devo chiedere scusa. Deve farlo lei. Eva a sua volta si discolpa. Non ammette la sua mancanza. Quando c’è incomprensione nella coppia la responsabilità non è mai di uno solo. E’ facile trovare una responsabilità dell’altro/a. E’ facile rilevare le fragilità e le imperfezioni dell’altro/a. Più difficile, molto più difficile, spostare l’occhio critico dall’altro/a a me stesso. Non importa quanto ha sbagliato la mia sposa. Non importa chi ha generato la lite. Io ho alimentato lo scontro. Io devo chiedere scusa per primo. Non importa se mi costa e se è una ferita al mio orgoglio. E’ la cosa giusta da fare per non perdere quel paradiso terrestre che è la mia relazione sponsale quando c’è amore autentico e armonia. Nulla conta più di questo.

Antonio e Luisa Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp Per acquistare il libro Sposi sacerdoti dell’amore cliccate qui Per acquistare il libro L’ecologia dell’amore cliccate qui Iscrivetevi al canale Telegram Iscrivetevi alla nostra pagina facebookIscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

Metodi naturali: scelta morale o moralistica?

C’è una convinzione che caratterizza tante persone, anche credenti. La Chiesa propone l’utilizzo dei metodi naturali, ed esclude invece gli anticoncezionali, solo per una questione moralistica. Non c’è una vera motivazione, ma solo un retaggio bigotto di una Chiesa rigida che non sa stare al passo con i tempi. E’ proprio così? Cercherò di dimostrare che accogliere questa modalità di vivere la sessualità nel matrimonio non è una scelta moralistica bensì morale. Qualcosa che davvero investe la nostra battaglia interiore tra il male e il bene, tra ciò che permette di vivere in pienezza la relazione e ciò che mette invece freni e lacci. Per farlo cercherò di mettere a confronto metodi naturali e anticoncezionali.

I metodi naturali permettono di accogliere la propria sposa o il proprio sposo interamente nella sua fertilità femminile o maschile. Gli anticoncezionali escludono una parte della donna o dell’uomo lasciando spesso una sensazione negativa di incompiutezza e frustrazione. Noi abbiamo fatto esperienza di entrambi. In un periodo di forte difficoltà e fragilità abbiamo scelto di lasciare i metodi naturali per l’uso del preservativo. Sono stati i mesi più aridi della nostra relazione. Escludere artificialmente e volontariamente l’aspetto procreativo ha indebolito di molto l’aspetto unitivo tra di noi. C’era il piacere fisico ma mancava una gran parte dell’unione profonda dei nostri cuori. Mancava l’ingrediente più importante. Quello che fa differenza. La differenza tra chi fa del sesso e chi concretizza, attraverso il corpo, l’unione intima che lega due sposi che vivono il loro matrimonio nel dono e nell’accoglienza autentica, piena e vicendevole.

I metodi naturali richiedono la mia rinuncia in determinati giorni mettendo l’altro/a e la relazione al centro. Con l’uso di anticoncezionali richiedo invece all’altro/a di rinunciare ad una parte di sé per mettere me e il mio piacere al centro. Non serve aggiungere molto. Quando è amore? Quando sono disposto ad aspettare per avere tutta la mia sposa, tutto il mio sposo? Quando voglio donarmi completamente, quando voglio accoglierlo/a completamente? Oppure quando voglio escludere la sua fertilità per soddisfare il mio piacere? A voi la risposta. Siate sinceri con voi stessi.

I metodi naturali richiedono una conoscenza del corpo femminile da parte di entrambi. Si comprende la meraviglia del concepimento e del corpo femminile. Gli anticoncezionali non richiedono nessuna conoscenza particolare. Il rapporto fisico è slegato dalla sua funzione procreativa intaccando di conseguenza anche quella unitiva. Personalmente è stato per me importantissimo condividere con la mia sposa la conoscenza del suo corpo e della sua fertilità. Sono entrato in un mistero meraviglioso. Sono sempre più affascinato da quella creatura bellissima che è la donna.Sempre più affascinato dalla mia sposa. Scoprire con lei la complessità delle dinamiche che permettono alla vita di crearsi e di formarsi nel suo corpo me l’hanno fatta vedere ancora più bella e come davvero un dono da custodire e rispettare fino in fondo. Credo che i metodi naturali siano un antidoto alla violenza sulle donne. Non serve arrivare alla violenza fisica per non rispettarle. Quanti uomini non sono capaci di accogliere la propria sposa come un’alterità misteriosa in cui entrare togliendosi i calzari, come dono ricevuto, ma solo come qualcosa da usare?

I metodi naturali aiutano a vivere la fertilità come dono da governare. Gli anticoncezionali trasformano la fertilità in problema da risolvere. La fertilità è spesso vissuta come un problema. Alla stregua di una malattia. I metodi naturali permettono di ritrovare una prospettiva sana. La fertilità femminile non è più vista come un problema da risolvere, ma come un meraviglioso talento da governare. Non dimentichiamo che il metodo naturale è spesso utilizzato non solo per evitare una gravidanza ma anche per ricercarla. Solo così, conoscendo, accettando e governando la sua fertilità, la donna si potrà donare completamente al suo sposo, senza sentirsi usata per questo. Il suo sposo potrà sperimentare un’unione che in nessun altro modo potrà ritrovare. Il metodo naturale aiuta gli sposi (l’uomo in particolare) a mettere il bene dell’altro/a prima del proprio. Li educa al sacrificio e alla rinuncia per un bene più grande. Il metodo naturale è una scuola che educa al dono di sé e aiuta a combattere l’egoismo. Molto più semplice mettere un preservativo e avere un rapporto quando lo si desidera, piuttosto che avere la forza e l’amore di posticiparlo perché in quel momento non si può accogliere la donna in tutta la sua femminilità e quindi anche nella sua fertilità.

Un ultimo appunto, ma credo importante. So già che alcuni obietteranno che la Chiesa si sta interrogando se introdurre l’uso di alcuni anticoncezionali in determinate situazioni. Un discernimento simile a quello consigliato in Amoris Laetitia per i divorziati risposati. Che ci potrebbero essere alcune possibili aperture in vista. E’ vero, c’è questa possibilità. Possibilità che io rispetterò e accoglierò nel caso fosse mai introdotta. E’ vero, ma la Chiesa non dirà mai che l’uso degli anticoncezionali è equivalente all’uso dei metodi naturali. La Chiesa, se mai si aprirà, lo farà solo per evitare un male più grande. Lo farà per la nostra fragilità. Un po’ come Luisa ha fatto con me. Per un periodo ha accettato il preservativo per la mia fragilità e incapacità di aspettare. Poi ho visto la differenza, ci ho sbattuto il muso e ho capito. Ho capito che non sono la stessa cosa e che vale la pena aspettare. Perchè quello che ne ho in cambio è qualcosa di incredibilmente bello.

Antonio e Luisa

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Per acquistare il libro Sposi sacerdoti dell’amore cliccate qui

Per acquistare il libro L’ecologia dell’amore cliccate qui

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

Granita, figli e coniuge in fuga

..di Pietro e Filomena, Sposi&Spose di Cristo

…fa freddo ed ormai l’estate è un ricordo lontano…ma come dimenticare alcuni insegnamenti che ci giungono dal caldo afoso soprattutto quando i tuoi figli ti fanno impazzire?

Bene, a tal proposito ricordando la bella stagione vi riproponiamo una riflessione balneare e vi auguriamo una buona memoria di San Nicola di Bari!

Sei lì col sole a picco e 45 gradi all’ombra e ti senti la testa che ti risuona come un cembalo squillante.

Hai appena chiesto al tuo consorte e ai tuoi figli cosa vogliono per rinfrescarsi. Il tuo coniuge d’accordo con te desidera una granita al limone mentre i tuoi figli optano per un ovetto di cioccolata.

Tu hai fatto tutto il possibile per spiegare che forse oggi non è il caso di mangiare cioccolata, ma che forse una granita o un gelato sarebbero più appropriati alla situazione.

Ma i minori insistono: “Vogliamo il merendero di cioccolato!!!!”

Tu hai provato anche ad esporre loro gli effetti collaterali della cioccolata in estate e mentre parli ti accorgi che le infradito di pura gomma cinese si stanno sciogliendo diventando un tutt’uno col pavimento.

Ma loro non cambiano idea.

E allora lasci lì le tue scarpette a liquefarsi sull’asfalto e con un balzo degno di un coleottero che sta per andare a fuoco ti lanci nell’emisfero boreale che altro non è che l’ambiente climatizzato in cui vivono pinguini, orsi polari e baristi ad agosto.

Il sudore che ti cola dalla fronte forma una lastra di ghiaccio intorno al tuo busto e impettito come un maggiordomo inglese chiedi al freddo barista che ti occorrono oltre ad una dose di antibiotici per combattere la polmonite che sta per travolgerti, anche due granite e due ovetti di cioccolata.

Lui ti guarda con un ghigno e ti dice: “Eh, questi bambini!!!”

E tu lo guardi e gli rispondi: “Eh…ccciùùù!”

E inizi la tua serie di starnuti devastanti, sintomo ormai del tuo vicino trapasso all’altro mondo.

Ma non muori per un pelo; paghi il conto e ti rituffi nell’emisfero tropicale dove ti aspetta il resto della truppa familiare.

Del tuo coniuge ormai resta davvero poco. Mentre i pestiferi sotto il metro di altezza si sono nascosti all’ombra di un cespuglio, la tua dolce metà non ha trovato meglio dell’ombra di un palo della luce.

E’ lì e aspetta la granita dopo aver combattuto con i vostri figli che hanno cercato di strappare la mercanzia a tutti i venditori ambulanti di palloni, palloncini, materassini che in quei 5 minuti sono passati da quelle parti.

Dicevo, della tua dolce metà resta poco…allora tenti di ricomporla versandole la granita al limone direttamente nel naso sperando in una reazione chimica che le riavvii il cuore.

Ci riesci. La vita torna in quel corpo esanime.

Dopo aver salvato la vita del tuo sposo, ti rendi conto che i tuoi figli sotto l’ombra del cespuglio urlano a gran voce cose tipo “ahahihhhhahgygsyas sjxvwsvwsdwdg uhduhuihiuh!!!”

In realtà stanno dicendo: “Vogliamo la granitaaaaaa!!!” Ma tu stenti a credere alle tue orecchie e allora per sordità selettiva ti imponi di non capire una mazza di quanto ti stanno chiedendo a gran voce.

“Non può essere vero!” ti dici.

Il tuo consorte, che sta tornando a sembrare una persona, dice con un filo di voce: “Amore, vogliono la granita”.

Ti cadono le braccia. Con le braccia ti cadono anche le uova di cioccolato che avevi comprato e mentre braccia e uova vengono assorbiti dal terreno dell’aiuola su cui sono cadute, svieni. Dalla rabbia o dal caldo non importa.

Tu svieni.

I piccoli barbari allora ti saltano addosso e mentre tu inizi a somigliare sempre più ad un canotto bucato, loro tracannano la tua granita e se la ridono.

Incredibile? Realtà o fantasia?

Questa storiella può essere interpretata in due modi:

Per alcuni essere sposi e genitori è solo una tortura. Si credono violentati dal coniuge e dai figli. Si credono fatti a pezzi. Infatti quelli che vedono la vita matrimoniale e genitoriale in quest’ottica li vedi scappare dalle piccole o grandi situazioni di responsabilità.

Hanno paura del proprio coniuge e dei propri figli perché si sentono violentati dalla loro presenza, dal loro fare richieste impegnative, dal fatto che i figli e coniuge non ti facciano sconti ma richiedano la tua presenza costante.

Questa visione della famiglia è devastante.

L’altra possibilità di vedere le cose può essere questa: il tuoi coniuge e i tuoi figli chiedono la tua vita e tu gliela stai donando. Non ti stanno violentando, ti stanno aiutando a diventare generoso. Non ti stanno facendo a pezzi, ti stanno insegnando che l’amore è una strada impegnativa in cui “spezzarsi” è necessario per vivere.

“Chi vorrà salvare la propria vita la perderà” dice Gesù.

Fuggire dalla propria famiglia perché si vuole “conservare” la propria vita non porta a nulla.

Invece restare e cercare di capire come poter amare di più l’altro e comprendere che il tuo bene passa dalla felicità dell’altro vuole dire trovare la chiave della felicità.

Buon cammino e buona estate in famiglia.

+++

Se ti è piaciuta questa riflessione condividila sui tuoi social!

Se vuoi conoscerci meglio:

Puoi visitare il nostro Blog cliccando qui: Blog “Sposi&Spose di Cristo”

Puoi visitare la nostra pagina Facebook cliccando qui:Facebook “Sposi&Spose di Cristo”

Puoi iscriverti al nostro canale Telegram cliccando qui:Telegram “Sposi&Spose di Cristo”

+++

Grazie, Pietro e Filomena

Caccia al tesoro

Oggi ci fermeremo a riflettere sul fatto che Zaccheo si prepara per l’arrivo di Gesù. Se meditiamo con attenzione, probabilmente si scopre che Zaccheo aveva già il cuore ben disposto, poiché sapendo di essere piccolo di statura sale su un sicomoro. Innanzitutto cercava di vedere quale fosse Gesù. E come abbiamo già avuto modo di riflettere la scorsa settimana il verbo è all’imperfetto e quindi è un’azione che ancora continua.

Quanti Zaccheo troviamo lungo il percorso della vita. Forse sono le persone che ci incontrano tutti i giorni ed hanno nel cuore l’attesa di vedere quale sia Gesù. Eh già, ce ne sono di persone che si spacciano per Gesù, ma solo Lui si lascia crocifiggere. E così anche noi sposi dobbiamo imitare il nostro Salvatore: queste persone forse non aspettano altro di avere la conferma che noi siamo suoi discepoli e in qualche modo facciamo vedere loro qual è Gesù. Come? Testimoniando il nostro morire a noi stessi per far vivere la nostra sposa, il nostro sposo. Testimoniando che il nostro pensiero va sempre a lei/lui, che il nostro cuore è sempre con lei/lui, che il nostro sguardo è sempre con lei/lui.

Attenzione però che Zaccheo sale sul sicomoro, e cioè fa di tutto per scorgere Gesù. E resta in una posizione privilegiata per poterlo vedere. Ecco perchè a volte chi ci vive vicino ci osserva. Ma noi dobbiamo approfittare di questa curiosità per mostrare loro l’amore vero di Gesù. E’ come una caccia al tesoro. Chiudendo gli occhi sembra di vedere questo ometto che quasi in modo frenetico cerca di saltellare tra la folla per scorgere almeno il volto di Gesù tra una ciocca di capelli e l’altra. Mi viene in mente quando a volte a Messa ho davanti qualche persona alta oppure con capelli vistosi: e mi devo continuamente muovere per poter scorgere almeno per pochi istanti Gesù nascosto in quell’ostia consacrata. A volte mi sento Zaccheo. Forse dovremmo imparare ad occupare i posti davanti, il nostro sicomoro.

Ma improvvisamente la caccia al tesoro si inverte. Tutto cambia prospettiva. Forse Gesù non conosceva le regole della caccia al tesoro, avrebbe dovuto nascondersi meglio ! E invece Zaccheo viene scovato. Ma come ? Non era lui il cercatore ? Già, ma con Gesù succede sempre così. Perchè Gesù è uno che si lascia trovare, e quando meno te l’aspetti ti trova lui per primo e ti chiama.

Dobbiamo imparare a captare i segnali del nostro coniuge quando è alla ricerca di Gesù freneticamente come Zaccheo: è in quel momento che dobbiamo spiazzarlo/la mostrando Gesù attraverso il nostro abbraccio, la nostra comprensione, la nostra calma, la nostra carezza, il nostro sguardo, il nostro bacio…..ma anche con una piatto della ricetta preferita da lui/lei.

E’ come se ci fosse una lucetta spia sopra il tesoro, sembra scorretto il gioco, ma è così con Gesù. Mi immagino il volto di Zaccheo che magari tra le fronde del sicomoro si muove alla ricerca di Gesù, e improvvisamente il suo sguardo si incrocia con quello del Maestro. Come se Gesù sapesse di essere osservato, come quella volta con il lembo del mantello…..ma questa è tutta un’altra storia, che approfondiremo.

Buona caccia al tesoro.

Giorgio e Valentina

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

A proposito di porno

Recentemente, su più fronti, siamo stati interpellati sul tema pornografia.

Allo scorso Forum WAHOU un ragazzo ci ha chiesto come poterne uscire, in un’altra occasione una donna sposata ci ha confidato sconvolta di aver scoperto che suo marito guarda abitualmente video porno, ed infine un’amica ci ha condiviso la preoccupazione per il fratello ventenne che sta da pochissimi mesi con una ragazza che gli ha già proposto di guardare (e non solo) porno insieme …

In modo soft ormai la pornografia è diventata una cosa quotidiana, un prodotto stuzzicante e gratuito a disposizione H24 comodamente sui nostri smartphone per riempire i nostri vuoti interiori.

Nonostante i continui tentativi di normalizzarla rendendola un ingrediente di tante cose come serie tv, reality, pubblicità e video musicali, tutti quanti intuiamo tacitamente che nella pornografia c’è qualcosa che non va. Anche chi la difende dicendo che il sesso è una cosa naturale, in fondo in fondo sa che non è poi così naturale avere un incontro intimo col proprio smartphone. Basti pensare che per accedervi occorre uscire dall’ambiente reale delle relazioni sociali e passare, non senza un pizzico di furtività, ad un ambiente virtuale che per pulirci la coscienza abbiamo chiamato: ‘per adulti’.

Purtroppo, ciò che è stato propinato come espressione di libertà contro ogni censura, presenta in realtà un duplice problema: la pornografia fa male ed è un male!

Si, la pornografia fa male, ma fa male a chi?  Di fatto, se non è coinvolto nessun’altro, a chi faccio del male se guardo qualcosa di ‘spinto’ nel segreto della mia stanza?

Fa male a me! Io sono la vittima! E sebbene sul momento ne esca eccitato, non mi rendo conto che la pornografia come un parassita mi sta divorando dall’interno.

Innanzitutto, crea dipendenza. Ci sono sull’argomento numerosi studi neurologici che mostrano come il meccanismo fisiologico che si innesca in chi guarda pornografia è simile a quello di chi assume droghe.

(Vi rimandiamo all’associazione Puri di cuore che si occupa dell’argomento per approfondirne il tema della dipendenza).

Ma non è tutto: la pornografia altera anche il mio immaginario. Non tanto perché spesso mostra rapporti violenti o perversi, quanto perché altera il modo di vedere le altre persone.

Per un uomo che guarda pornografia, le donne cessano di essere persone con una storia, dei sogni, delle ferite, delle attese, ed iniziano a tramutarsi in pezzi di corpo da valutare e da usare. Corpi inanimati su cui fantasticare per il proprio piacere. Per molti questo è il normale sguardo mascolino, ma non è affatto così: questo è uno sguardo pornografico. Un conto è essere attratti dalle donne, altro è uno sguardo che analizza e separa il corpo dalla persona.

Questi sono alcuni degli effetti più nefasti della pornografia, ma se ci fermiamo al dato che la pornografia fa male, rischia di sfuggirci la cosa più importante, ovvero che la pornografia fa male perché è un male.

Un male è qualcosa che indipendentemente dalle circostanze e dalle intenzioni non solo non edifica, ma disgrega la persona allontanandola dalla sua pienezza.

La pornografia però non è un male per il fatto che il sesso è un male, né perché i corpi nudi siano un male.

Qualcuno dice che il male della pornografia è che fa pensare troppo al sesso, ma a ben vedere il sesso viene esibito, consumato, idolatrato, ma non certamente pensato. La nostra cultura pornografica non sa più pensare il sesso. Se sapessimo pensarlo dovremmo chiederci: cos’è il sesso? Che significato ha? Oppure: Chi lo ha inventato?

Da cattolici diciamo: “Dio!” Dio ci ha creati come maschi e femmine e la sua benedizione sull’uomo e sulla donna è stata: “siate fecondi e moltiplicatevi!” (Gn 1,28) ovvero: il desiderio sessuale è buono!

Il desiderio sessuale è quell’energia che nel progetto di Dio ci deve portare ad uscire da noi stessi per fare della nostra vita un dono. Ma quando questo desiderio viene deformato dal male si tramuta in lussuria e allora l’energia del desiderio non è più diretta al dono di me all’altro, bensì all’usare l’altro e al farsi usare dall’altro. La lussuria disgrega così la persona, allontanandola dalla sua dignità.

Karol Wojtyla in Amore e Responsabilità riflettendo sulla differenza tra ‘usare’ ed ‘amare’ scrive:

“La persona è un bene che non si accorda con l’utilizzazione […] La persona è un bene al punto che solo l’amore può dettare l’atteggiamento adatto e interamente valido a suo riguardo”.

Probabilmente tutti abbiamo sperimentato di essere stati usati da qualcuno e certamente sappiamo che non ci ha fatto bene, tutti auspichiamo invece di essere trattati con amore.

Va detto che quando Wojtyla parla di amore non si riferisce a romanticherie di varia natura, ma ha in testa qualcosa di molto chiaro: amare qualcuno è volere il bene di quella persona. Proprio per questo, sempre in Amore e responsabilità, constata come, tanto più l’amore è vero, tanto più il soggetto si sente responsabile della persona.

Possiamo allora cogliere come nella pornografia, tra tutti gli atteggiamenti possibili, l’amore non sia affatto contemplato: le persone sono ridotte ad oggetti bidimensionali che si usano a vicenda per essere usati da chi guarda, nessuno ha cura di nessuno, nessuno è veramente riconosciuto come persona.

Al contrario del cinema dove c’è un messaggio, si racconta una storia, ci sono personaggi interpretati, nella pornografia nessuno è veramente interessato alla trama (quando eventualmente c’è), nessuno si cura del vissuto dei personaggi, del loro stato d’animo… l’obiettivo è uno e uno solo: suscitare la lussuria in chi guarda.

Giovanni Paolo II nelle sue catechesi individua proprio qui il vero problema della pornografia: la pornografia non svela troppo, ma piuttosto svela troppo poco della persona! Il pudore è oltrepassato, violentato e si perde inevitabilmente il mistero della persona e del suo corpo.

Proprio per questo la pornografia è sempre insoddisfacente: ci eccita, ma non è in grado di riempire il vuoto del nostro cuore. La cerchiamo per sentirci vivi, ma ne usciamo tristi, la usiamo assetati di intimità, ma ci ritroviamo sempre più soli, la guardiamo per essere liberi di fare ciò che ci pare ma alla fine ci risvegliamo nella gabbia della dipendenza.

Comprendere che la pornografia è male e fa male, è certamente un primo e insostituibile passo per decidere di affrontare questa abitudine o peggio, dipendenza, e intraprendere un cammino verso un nuovo sguardo e una nuova libertà.

Se ti è piaciuto questo articolo seguici sulla pagina facebook teologia del corpo & more 😉

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Per acquistare il libro Sposi sacerdoti dell’amore cliccate qui

Per acquistare il libro L’ecologia dell’amore cliccate qui

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebookIscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

Madre Speranza ci ha chiamato a Collevalenza

Ed eccoci arrivati al nostro meraviglioso giorno di grazia. Innanzitutto una prima Dio-incidenza della quale ci rendiamo conto, pur sapendolo ovviamente, solo il giorno stesso: il 16 giugno è l’anniversario della nascita in cielo di Enrichetta Beltrame Quattrocchi, l’ultima dei 4 figli dei Beati, che appunto conoscemmo e che ci dette mandato di essere responsabili a Perugia dell’A.Mar.Lui di cui sopra. Nonostante il lavoro, i saggi scolastici, gli spettacoli di fine anno gran parte delle coppie riescono a partecipare a questo ritiro e,
con una puntualità sorprendente, ci siamo ritrovati all’appello in 72 adulti e più di 30 bambini! Tutti abbiamo potuto sperimentare la grazia dell’immersione nelle vasche e, subito dopo, la meravigliosa catechesi che è partita dal Vangelo di Giovanni al capitolo 15, versetto 12. «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amato». Qui abbiamo parlato alle coppie attraverso le parole di don Mauro che hanno fatto riflettere su due pellegrinaggi. Uno al Santuario di Madre Speranza e l’altro nel Santuario del Sacramento del Matrimonio. Questo lo abbiamo potuto far penetrare nei cuori soltanto dopo aver riflettuto sul significato della discesa battesimale nell’immersione nelle vasche. Abbiamo visto che, così come esiste il BATTESIMO PERSONALE, arriviamo a vivere il BATTESIMO DEL NOI proprio, appunto, attraverso il matrimonio. Questo è anche il senso che raccontiamo nel nostro libro. Generare il Noi è come generare un figlio e questo figlio da curare e far crescere altro non è che il Sacramento stesso. Tutto ciò guarisce e compie miracoli se guardiamo dritti a quel CROCIFISSO che poi abbiamo tutti contemplato nella cappella del Santuario.
Ogni passo che abbiamo compiuto ha segnato un sigillo nel cuore di ogni coppia e di seguito riporteremo alcune testimonianze. Ascoltando Marina Berardi, che ci ha parlato con la sua profonda sapienza e dolcezza, nella Cappella del Crocifisso, mi ha colpito la storia di una coppia di cui non ricordo i nomi, il cui marito dopo non molto tempo dal matrimonio, affetto da un tumore grave ritorna alla casa del Padre. Marina raccontava della grande testimonianza e fede di questa donna rimasta vedova. La data del loro matrimonio è esattamente quella della mia nascita, il 17 aprile e ciò mi ha colpito perché in un tratto i miei occhi sono andati dritti in quelli della Beata Madre nel quadro appeso in cappella. È come se qualcosa si fosse mosso e in questi giorni a seguire sento una chiamata di cui potrò testimoniare più avanti se accadrà! Più ascoltavo e più vedevo la presenza reale dell’Amore Misericordioso verso ciascuno, anche perché Marina, senza sapere della catechesi vissuta qualche ora prima citava le stesse parole dette da noi alle coppie, a partire ad esempio dal passo del Vangelo citato sopra di Giovanni ed altro. Ma la cosa più importante è ciò che le coppie si sono portate via tornando nel loro ordinario quotidiano e, subito dopo, sono cominciati ad arrivarmi tanti messaggi…
Eccone alcuni:

“Ho capito che l’unica richiesta che faccio da tempo al Signore, prima o poi verrà realizzata. Ho capito che devo avere Cristo nel mio cuore e ho desiderato e desidero il Paradiso con tutta me stessa!” Grazie Madre Speranza
•••
“Quando le trivelle della nostra accoglienza si rompono e sembra che quell’acqua vitale non si trovi, per quanto scaviamo in profondità, Madre Speranza ci ricorda che il Signore ha detto È QUI! Il mio qui e ora è mia moglie, io mi sento amato da Dio e posso amare Ilaria solo se rimango in questo Amore più grande che io desidero”, scrive il marito ROBERTO.
•••
“Sento come se si fosse stappato qualcosa. Dopo il bagno, dove ho chiesto guarigione mia, di mio marito, dei miei figli e di tanti bambini malati per cui prego ho detto: oggi Madre ti darò tanto lavoro. Poi, alla Messa ho chiesto di essere Luce del Signore senza paura per poter amare chi mi ferisce, senza più lamentarmi delle grandi fatiche a cui sono chiamata. Vedevo sempre davanti a me il sorriso e le braccia aperte della Madre e subito dopo mi arriva un messaggio dal gruppo in cui preghiamo per questi bambini malati: Giovanni, che lotta contro un brutto male a seguito di trapianto di midollo, ricoverato per grosso problema ai polmoni, era stato appena dimesso e Angela, bambina con 3 forme tumorali diverse e 3 interventi subiti ha fatto una tac ed è completamente guarita! Grazie per averci portato a Collevalenza dalla Beata Madre Speranza!” -VALERIA E MATTEO-
•••
“Quando sono partita sabato mattina il mio cuore era pesante per la possibilità di perdere il lavoro e per mia madre che doveva fare una tac. Nel lavoro avrebbero preferito un’offerta che non mi avrebbe più inclusa in azienda. Mia mamma per la prima volta l’avevo affidata a mio fratello e mi sentivo molto in colpa. Tornando a casa, dopo questo bellissimo ritiro, ricevo 2 splendide notizie: Il lavoro, tutto come prima, quindi non lo avrei perduto. Mio fratello, che mai ha vissuto con mia madre un rapporto relazionale sereno, si era prodigato in un affettuoso tempo con lei portandola fuori a pranzo (mai accaduto) e stando accanto a lei con amore di figlio! Grazie davvero!”, -CLAUDIA-
•••
Questa che segue ha davvero del miracoloso perché, questa coppia, non è mai venuta insieme a vivere il nostro cammino se non, sporadicamente, la moglie da sola. In realtà il marito non sempre ha accettato la fede avendo sempre avuto un’opinione negativa della Chiesa e dei parroci. Loro sono di fede Ortodossa e hanno una bambina piccola. Lui ora si trova in stato di infermità fisica che lo ha costretto in sedia a rotelle. Dopo l’immersione nelle vasche già l’atteggiamento all’ascolto della catechesi era ben aperto e ciò che l’ha colpito è stato il sentirsi accolto come se ci fosse sempre stato. Sua moglie scrive questo:
“Mio marito non conosce neppure la preghiera del Padre Nostro e non si è mai confessato. Credo che ora sia cambiato tutto, anche se sono passati ancora pochi giorni. Ero stanca, non sapevo più dove sbattere la testa. Nostra figlia Anna ancora è piccina e io da sola devo gestire entrambi. Però sapevo che la spalla più importante non sono le persone ma è solo Lui, il Signore, in cui occorre credere sempre. Io porto una grande croce e mio marito ha soltanto noi e non mancano neppure i problemi economici. Quindi ho voluto che andassimo a questo ritiro. Così sabato, improvvisamente, mio marito sente per la prima volta nella sua vita di volersi confessare e io posso dire di aver visto un vero miracolo vedendolo oltretutto lacrimare più volte durante il percorso eucaristico. Rimango in attesa e in ascolto ringraziando in ginocchio la potente intercessione della Beata Madre Speranza”
-VERONICA FLORENTINA

Tante altre sono state le manifestazioni di profonda grazia ricevute dalle Coppie e iportarle tutte renderebbe lunghissima questa riflessione. Ciò che possiamo constatare è che di ritiri ne abbiamo fatti tanti e altrove ma ciò che si riporta da questo Santuario è ben altro perché ti rimane stampato nel cuore il miracolo di sentirsi diversi. Noi pensiamo che è un bene grandissimo che le famiglie possano passare da questo luogo per effettuare poi il pellegrinaggio nel Santuario della propria chiamata perché la vita, come diceva Marina, parlandoci in cappella, possa decollare in questo aereo della salvezza laddove in cabina di pilotaggio si lasci fare all’unico PILOTA che può condurci senza mai precipitare ma sollevati da quelle Ali di Aquila verso l’eternità. E così siamo tornati ognuno nelle nostre case a vivere l’ordinario, quello che viveva la stessa Beata Madre, come mi ha detto Debora, una moglie delle nostre coppie che ha capito che la santità passa dal quotidiano delle faccende domestiche, ove, persino per ottenere l’olio per cucinare è necessario fidarsi e chiedere a Dio che non ci farà mancare nulla di ciò che è necessario. Ora, nella nostra cappellina A.Mar.Lui oltre il portachiavi, ha preso dimora il crocifisso di Madre Speranza perché lei, da sempre è presente qui e ci custodisce! Grazie Signore per il dono di Madre Speranza che si unisce alla Comunione dei Santi e fa festa in cielo per ogni creatura e famiglia che Dio ha desiderato e progettato. Che tutte le famiglie possano vivere ritiri spirituali meravigliosi come è successo a noi!
Amen

Cristina Righi

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Per acquistare il libro Sposi sacerdoti dell’amore cliccate qui

Per acquistare il libro L’ecologia dell’amore cliccate qui

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno.

Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie.

Questa domenica, la prima di Avvento, mi ha colpito particolarmente questo passaggio della seconda lettura. Siamo nella seconda lettera di San Paolo ai Romani. Questa lettera è caratterizzata da un filo conduttore. Paolo vuole spiegare a chi lo ascolta, alla comunità dei cristiani di Roma, che la salvezza non è qualcosa che possiamo meritarci con le opere, rispettando una legge, ma la salvezza è dono di Dio, che noi possiamo e dobbiamo accogliere. Null’altro! Cosa significa questo? Che posso vivere nel peccato, senza una legge, ed essere comunque salvo? Certo che no! Senza la legge di Dio viviamo l’inferno già da questa terra. C’è però un cambio di prospettiva fondamentale. La salvezza non viene dal mio rispettare la legge. Il mio rispetto della legge viene dall’aver accolto Gesù e la Sua salvezza nel mio cuore. Capite la differenza? Io non rispetto la mia relazione, il mio matrimonio, la mia promessa, la mia sposa perchè devo rispettare una legge. Lo faccio perchè Gesù mi ha amato. Io ho la grazia di avere una sposa che mi ama incondizionatamente e quindi lo faccio anche perchè la mia sposa mi ha amato. Io non sono castrato da una legge. Io non sono limitato dal mio matrimonio. Io non sono obbligato dalla mia sposa. Io ho accolto un dono grandissimo, un dono immeritato, un dono che cambia la vita: l’amore di Gesù e l’amore della mia sposa. Per questo la legge diventa non qualcosa che opprime, ma l’opportunità di essere capace di riamare. Non per obbligo ma per riconoscenza. Non per forza, ma per il desiderio di amare Gesù e la mia sposa fino in fondo. Questa consapevolezza mi dà la forza di respingere tante tentazioni. Quando desidero qualcosa mi faccio alcune domande. Sto amando Gesù se mi comporto così? Per capirlo mi faccio un’altra domanda: mi vergogno di questo gesto? Mi vergogno di raccontarlo alla mia sposa? Le procuro dolore e sofferenza? Sembra una stupidata, ma questo amore, questo modo di accogliere la legge mi hanno aiutato anni fa ad allontanarmi dalla pornografia. La motivazione non l’ho trovata in me, l’ho trovata nel desiderio di non far soffrire chi tanto mi amava e mi ama: Gesù e Luisa. Quindi Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno. Buon periodo di Avvento. Che sia tempo fecondo per crescere in unità e amore.

Antonio e Luisa

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Per acquistare il libro Sposi sacerdoti dell’amore cliccate qui

Per acquistare il libro L’ecologia dell’amore cliccate qui

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

La casa abitata da una famiglia è il luogo più bello che si può trovare sulla terra

L’Avvento è un periodo straordinario. Sono giorni di preparazione al Natale. In realtà in giro, per strada, c’è un traffico ancora più congestionato del solito. Si corre anche più del solito. Ci sono i soliti impegni, il solito lavoro, le stesse preoccupazioni. Ci sono i regali da fare (perchè non li aboliamo?). C’è però più stanchezza, perchè stiamo tirando il rush finale, con le ultime forze rimaste, prima delle agognate vacanze. Vacanze forse solo per i nostri figli, ma che significano già ritmi più tranquilli per noi. Insomma ci sarebbe tutto per essere più nervosi e arrabbiati e invece ho la gioia nel cuore. Sarà per le luci, per gli addobbi e la musica. No, non è questo. Ciò che mi dà gioia è quel bambino che nasce in una famiglia e che rende tutto più bello. Dà senso a tutto. Un fatto straordinario. Un Dio che si fa uomo e viene ad abitare in mezzo a noi. Un fatto straordinario che rende meraviglioso l’ordinario. Spesso siamo stanchi, oppressi, stressati. Questa vita rischia di schiacciarti. Tanti pensieri, tante preoccupazioni, tante cose da fare. Ci si sente inadeguati e impreparati. La sfida che giornalmente la vita ci pone dinnanzi ci può scoraggiare. Poi arriva Lui. Un bambino che nasce in una famiglia. Un Dio che decide di consegnarsi inerme e incapace di badare a se stesso nelle mani di un uomo e di una donna. Il Natale è una medicina per la coppia. Il Natale è ricostituente e vitamina. Ci ridona le forze, la speranza e la convinzione che vale la pena ogni fatica e ogni sofferenza data per la nostra famiglia, data per amore. Sì perchè la casa abitata da una famiglia è il luogo più bello che si può trovare sulla terra. Il luogo più vero e più caldo. La famiglia è luogo del perdono, della libertà, dell’abbandono, della cura, della condivisione, della diversità che diventa ricchezza, del conflitto che diventa occasione di ritrovarsi, dell’amore che diventa carne. Un amore che diventa carne come quella di un bambino. Per questo Dio decide di incarnarsi in una famiglia, perchè non c’è luogo più prezioso e degno di un re di quello. La nostra famiglia può essere in difficoltà, può avere limiti e ferite da curare, la nostra famiglia può apparirci povera e piena di difetti. Sarà anche così, ma è la nostra famiglia. Un luogo tanto prezioso da essere stato scelto da un Dio per farsi uomo. Un luogo tanto prezioso che Cristo Gesù lo abita perennemente grazie al sacramento del matrimonio. L’uomo e la donna che si amano sono l’immagine che più ricorda l’amore trinitario e probabilmente per questo tanto amato da Dio. L’avvento è un’occasione che ogni anno abbiamo per fermarci a contemplare quel bambino. Non solo. E’ un’occasione per fermarci a contemplare l’imperfetta perfezione della nostra famiglia che è una meraviglia se solo riusciamo a fermarci un attimo per guardarla.

Antonio e Luisa

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Per acquistare il libro Sposi sacerdoti dell’amore cliccate qui

Per acquistare il libro L’ecologia dell’amore cliccate qui

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

Un racconto sulla Misericordia

…di Pietro e Filomena, “Sposi & Spose di Cristo”

Carissimi,

oggi…giorno di Black Friday, in cui tutti si scatenano a vendere qualsiasi cosa a prezzi stracciati…noi vi facciamo dono di un nostro racconto.

E’ un racconto che si ambienta in un Venerdì Santo…un Black Friday…Venerdì Nero e cupo…in cui, come nel Venerdì in cui il Signore Gesù donò la sua vita senza farsi sconti…assisteremo a…

…Buona lettura!!!

-Silvano-

+++

Veniva da lontano e di tanto in tanto cambiava il luogo della sua dimora. Si accontentava di un tetto sulla testa e di abitare il più vicino possibile ad una chiesa. Il suo nome era Silvano, e proprio quel nome rappresentava in pieno la sua persona.

Trasandato e abbastanza sporco, pareva essere proprio un abitante della selva. Alcuni ne provavano ribrezzo al vederlo passare, con quel suo portamento inadeguato alla società civile, propria del selvaggio quale era.

Quel matto di Silvano quella volta la combinò davvero grossa.

Era iniziata la settimana santa e il paesello in cui Silvano abitava in quegli anni si apprestava a vivere le devozioni e le tradizioni a cui i paesani erano legati. Secondo loro era buona usanza rispolverare l’anima una volta l’anno mettendola fuori dalla naftalina insieme all’abito buono.

Questo modo di fare e di trattare l’anima come un oggetto prezioso, ma al contempo quasi dimenticato, era assai invisa al nostro caro Silvano. Lui considerava la vita eterna cosa ben più cara di ogni altra cosa al mondo e l’unico pensiero che lo tormentava era la propria e l’altrui salvezza.

C’era solo una cosa che faceva vacillare le virtù di Silvano:

la sua sviscerata ed imbarazzante voglia costante di mangiare castagne dure e il desiderio di accumularne tante. “Ah”, diceva tra se, “se potessi riempire la mia pancia di castagne fino a scoppiare lo farei volentieri!”; ma poi, subito cercava di tornare in sé e si affrettava a chiedere al suo amato Gesù di essere misericordioso con un povero goloso come lui: “Abbi pietà di me, Signore!”.

Ecco che, come da tradizione, il Venerdì santo all’imbrunire, il simulacro del buon Gesù steso in una bara adornata di fiori seguito dalla statua della Beata Vergine Addolorata e da tutto il popolo, al suono di antiche e sgrammaticate litanie, attraversava le viuzze del piccolo paese.

In pompa magna portavano il feretro a spalla i nobili seguiti dagli ufficiali della gendarmeria e dal prete e quattro fanciulli agghindati di tutto punto. E poi, tra il chierico e la Vergine Piangente, proprio a metà strada, ecco: il podestà.

Tutti nel paese sapevano delle sue angherie; appoggiato dai signorotti e poco amato dal popolo dei contadini. L’anno precedente era stato addirittura decorato con titoli nobiliari ma la gente riteneva che la nobiltà d’animo non si acquista con ruberie ed ingiustizie a danno dei poveri. Infine era noto anche per i suoi scatti d’ira e non disdegnava la rissa e la bestemmia.

Il popolo seguiva la processione nella solita distrazione e con la stanchezza delle gambe.

All’ultimo posto della fila, prima dei cani randagi e delle loro pulci, c’era lui, Silvano.

Era sempre l’ultimo perché voleva praticare le parole del Santo Vangelo in cui il Signore invita ad occupare gli ultimi posti; ma, come sempre, quella postazione lo teneva vicino a chi avrebbe fatto volentieri a meno di andare in processione e facilmente si lasciava andare a pettegolezzi e chiacchiere vane lungo il percorso.

Un giovanotto, poco davanti a Silvano, stava raccontando ad un vecchio amico che sua sorella che si sarebbe presto maritata con uno tanto ricco, avrebbe sistemato anche i suoi problemi legati ai debiti del gioco; dall’altra parte c’erano invece due bambine che sghignazzavano mentre la loro nonna, una donna molto anziana vestita perennemente di nero, cercava invano di cantare in latino lo “Stabat Mater”.

E la processione andava avanti così.

Silvano iniziava come sempre ad innervosirsi per tanta superficiale partecipazione dei suoi compaesani; ma quest’anno si era ripromesso di non discutere con nessuno e di continuare a pregare durante tutto il tragitto. Non voleva, proprio non voleva ascoltare il dialogo tra due sposini vicini a lui, ma non poteva farne a meno.

Era catturato dalla voce rotta dal pianto della giovane moglie che al marito raccontava di un’ingiustizia, di un abuso. “Il podestà”, diceva lei in un pianto sottaciuto “L’ha fatto anche questa volta! È venuto ieri nella nostra terra e ci ha ordinato di caricare la sua carrozza di carciofi e tanto altro bendidio! E poi, dopo averci umiliati facendosi baciare le mani come un principe, se n’è andato insultandoci per la nostra povera condizione!”. Il marito le prometteva vendetta, le giurava sottovoce: “Ti farò giustizia!”.

Silvano intanto, dopo aver ascoltato il racconto e le parole della donna, si sentiva ribollire il sangue; le sue viscere lo tentavano ad odiare il podestà, a pensare e a volere il suo male.

Cercava di calmarsi, ma le lacrime e i singhiozzi di quella giovane semplice ed umile lo riempirono di rabbia. Non volendo cadere nel peccato degli iracondi, decise velocemente di voltare le spalle alla processione e di ritirarsi a casa sua a pregare, ma dopo aver fatto tre passi nella direzione opposta dovette fermarsi di colpo: un urlo si era sentito!

Il podestà era scivolato per colpa di Giovanni, un venditore ambulante di frutta secca, che aveva riversato acqua mista a grasso sulla strada. “Chi è stato quell’imbecille?”, infuriava il podestà urlando mentre si rialzava aiutato dai gendarmi. “Dunque chi è il colpevole di tale mio incidente?”.

Giovanni, che non poteva far finta di niente, disse sommessamente: “Sono stato io! Chiedo scusa al podestà per questo increscioso avvenimento!”. “Increscioso un corno!”, urlò il podestà sferrando un pugno sul muso dell’ambulante!

Allora Silvano si mise a correre per andare sul luogo della lite.

Pensava di dare una lezione al podestà! “Lo schiaffeggerò e vedremo chi è il più forte…gliele farò pagare tutte” pensava in cuor suo mentre correva.

Ma giunto sul luogo del misfatto, pronto a dare sfogo alla sua Ira rivestita di giustizia, pronto come era ad avere l’appoggio del popolo oppresso, ecco che scivolò anche lui su quell’acqua sporca di grasso ed andò, facendo una rovinosa ed imbarazzante capriola, a finire con la testa in un cesto di castagne della bancarella di frutta secca.

“Oh che dolce profumo! Che voglia di mangiarle tutte!” già fantasticava; fece per alzarsi ed il suo sguardo si posò sulla bara del Cristo morto e a quel punto tornò in sé e si rese conto che la sua golosità non lo rendeva meno peccatore del podestà.

Prese allora a spogliarsi come faceva sempre in questi casi ed anche la gente ormai lo sapeva che quel matto di Silvano ad un certo punto gettava via i suoi stracci e si arrampicava su di un palo del telegrafo che somigliava ad una croce ed iniziava a gridare a squarciagola:

“Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore!

Signore. io sono un verme! Ero pronto a picchiare il podestà perché è un prepotente, un vigliacco e un ladro e l’avrei punito credendomi tua verga, immaginandomi come frusta nelle tue mani!

E invece, Signore, sono caduto tra le castagne, le mie amate, profumate, mie mie mie adorabili castagne…e mi sono ricordato che tu hai perdonato tutte le mie indigestioni che ho avuto a causa delle castagne!!! Ho ricordato che hai avuto pietà di un povero goloso come me! Allora abbi pietà e pazienza anche col podestà! Riempilo del Tuo Spirito Santo! Aiutami a volergli bene, oh Signore, perché Tu vuoi bene a me che sono un peccatore!”

Il silenzio cadde sulla gente del paese! Alcuni a quelle parole andarono via indignati, altri lo insultavano e lo deridevano per il suo fisico imbarazzante. Alcune donne si coprirono gli occhi per non guardare, e altre ammiravano invece tanta schiettezza e verità di cui era capace quel vecchio puzzone.

Nudo come Adamo aveva reso tutti i presenti simili ai primi uomini dopo il peccato nel giardino di Eden.

Nella sua povera nudità tutti si erano potuti guardare un po’ dentro e tutti avevano potuto chiedere almeno un po’ di perdono al Signore Gesù.

Alcuni piangevano non si sa se per la rabbia o se per il pentimento. Anche il podestà aveva gli occhi arrossati.

E mentre Silvano, il selvaggio del paese, scendeva lentamente dal palo del telegrafo e raccoglieva i suoi vestiti logori e impolverati, riprendeva anche la processione del Venerdì Santo e tra la gente ora c’era chi procedeva con passo più fiducioso incontro alla Santa Domenica di Pasqua.

Quel matto di Silvano, quel matto che sapeva che nessuno cambia vita se prima non piange per i propri peccati.

+++

Dal Vangelo secondo Luca 18, 35-43

Mentre Gesù si avvicinava a Gèrico, un cieco era seduto lungo la strada a mendicare. Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse. Gli annunciarono: «Passa Gesù, il Nazareno!».

Allora gridò dicendo: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!». Quelli che camminavano avanti lo rimproveravano perché tacesse; ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù allora si fermò e ordinò che lo conducessero da lui. Quando fu vicino, gli domandò: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». Egli rispose: «Signore, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato». Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo glorificando Dio. E tutto il popolo, vedendo, diede lode a Dio.

+++

Se ti è piaciuto quanto hai letto e vuoi leggere il libro intero clicca qui:  “7 piccoli racconti verso Pasqua”.

Se vuoi conoscerci meglio:

Puoi visitare il nostro Blog cliccando qui: Blog “Sposi&Spose di Cristo”

Puoi visitare la nostra pagina Facebook cliccando qui: Facebook “Sposi&Spose di Cristo”

Puoi iscriverti al nostro canale Telegram cliccando qui: Telegram “Sposi&Spose di Cristo”

Se vuoi ascoltare la lettura di questo Racconto clicca qui: YouTube

+++

Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

La chiave più importante della nostra casa porta l’immagine di Madre Speranza.

Ti accorgi sempre successivamente dell’importanza delle cose e quando scegli non sempre sei consapevole della profondità di ciò che accadrà. Scrivo questo guardando alla
chiave del cancellino della cappellina A.Mar.Lui, nella nostra chiesa domestica.
Quando iniziò il progetto di questa meravigliosa opera, cioè una cappella all’interno della nostra casa, pensai, quasi sovrappensiero, di mettere come portachiavi quello con l’immagine della Beata Madre Speranza, mentre, nel tabernacolo, ove è custodito il Santissimo Sacramento, vi è una piccola chiave con un bel mappo color oro. La nostra storia di coppia è una meravigliosa rinascita che ha rivisto Luce dopo un lungo periodo di tenebra e divisione e ora, grazie all’invito di un nostro amico professore, scrittore e bravissimo teologo, ma soprattutto marito e padre di tre bei maschietti, la si può trovare, la nostra storia, scritta nel neonato libro “NOI, STORIA DI UNA CHIESA DOMESTICA” edito da Tau editrice. Lui è Robert Cheaib a cui va ancora il nostro immenso grazie per essersi fatto strumento di un progetto grandissimo. Questo libro, che consideriamo un’opera di Dio, tesa a raggiungere più storie di vita possibili, vuole essere solo una testimonianza e una “narrazione teologica”, come l’ha definita don Carlo Rocchetta nella prefazione, di un vero miracolo laddove ci saremmo di sicuro lasciati e separati con grave riflesso anche verso i nostri splendidi quattro figli. Dio non ha permesso questa “rottura” e il nemico non ha prevalso e così, con le nostre due voci di coniugi, abbiamo dato corpo ad una storia “risorta” che sta viaggiando dal nord al sud, anche attraverso la nostra presenza laddove il Signore ci chiama a parlare in diretta! Questo è il motivo per cui facciamo accompagnamento alle coppie, per consegnare le armi spirituali a difesa di un nemico che vuole distruggere le famiglie progetto di Dio. Nel libro raccontiamo tutto, qui invece vogliamo parlarvi del cammino con le tante famiglie che il Signore ci mette a fianco e con cui, a braccetto con Gesù, procediamo! La cappellina di cui ho parlato all’inizio è dedicata alla prima coppia di sposi che la Chiesa ha beatificato e cioè i Beati Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi, e ci è stata autorizzata dal nostro Vescovo, il Cardinale Gualtiero Bassetti, a causa soprattutto della nostra missione di accoglienza e accompagnamento di tutte le coppie di sposi. Dalle giovani coppie ma soprattutto a quelle in difficoltà nella vita relazionale di coniugi e familiare. Come responsabili a Perugia dell’Associazione A.Mar.Lui (che opera a livello nazionale dal 2010) lo Spirito Santo non ha mancato il bersaglio e ci ha “soffiato” alle orecchie ciò che avremmo potuto fare. Partire innanzitutto dalla preghiera con tutti coloro che ci sarebbero stati inviati a casa e poi portare avanti un percorso di fede per accompagnarci di anno in anno. E così è nato, a casa nostra, dinanzi al Santissimo Sacramento e alla presenza dei sacerdoti che ci seguono nel cammino, un meraviglioso CENACOLO, chiamato DEI SANTI CONIUGI a cui convengono così tante coppie che spesso siamo anche 80 persone, comodamente sedute e abbandonate ad una preghiera guidata in particolare per la coppia. Il cenacolo è ogni 15 giorni dalle 21 alle 22. Al termine della preghiera le coppie ricevono sempre un segno particolare per riflettere e stimolare la ricezione della grazia. Ogni volta ci si ispira a dei Santi dei quali, tra l’altro, possediamo Reliquie di primo grado per grazia di Dio. Abbiamo con noi San G.Paolo II, i Santi Martin, i Beati Beltrame Quattrocchi (ovviamente), Santa Gianna Beretta Molla, Santa Gemma Galgani, la Beata Madre Speranza, la Beata Mattia di Matelica. Inoltre, una domenica al mese, secondo un tema stabilito all’inizio dell’anno, viviamo il cammino che si snoda attraverso la catechesi, la condivisione comune e l’accompagnamento personale curato anche dal sacerdote, nostro assistente spirituale che è don Mauro Angelini. Alla fine dell’anno si vive una giornata di ritiro spirituale ed eccoci al punto in questione. Non vi è stato alcun dubbio che quest’anno il ritiro dovessimo farlo al Santuario dell’Amore Misericordioso della Beata Madre Speranza a Collevalenza. Ci è balzato subito in mente e nel pensare ad una meta è arrivata questa, diritta nel cuore di tutti! Dobbiamo dire, anzi ,che una delle catechesi mensili del cammino è stata dedicata alla Madre anche perché, il nostro don Mauro, sta preparando una bellissima opera letteraria  proprio su di lei e gli è stato affidato questo incarico. Ciò è stato per noi un altro filo conduttore di questa testimonianza. La Madre è con noi, dall’inizio… nel portachiavi della porta più importante della cappellina, quella che protegge, e cioè, il cancello in ferro battuto! Per comodità decidiamo che il ritiro si farà nella giornata del 16 giugno 2018, ed, essendo un sabato, ciascuno avrebbe potuto immergersi nelle vasche del santuari. (Continua….)

Cristina Righi

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Per acquistare il libro Sposi sacerdoti dell’amore cliccate qui

Per acquistare il libro L’ecologia dell’amore cliccate qui

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

Don Alfonsino, tu che sei vicino alla Mamma Celeste, ascolta questa mamma che ti chiede aiuto per Antonio

L’ESPERIENZA DELL’AMORE DI GESU’ E MARIA PER ME, ANTONIO FRIGIERI, TRA MARZO E APRILE 2004

Trascrivo prima la testimonianza di Giovanna Gazzadi, mia madre, dalla quale ho attinto fin dal grembo, con la felice vicinanza di Carlo, suo marito e mio padre, buona parte dei semi di Fede, Speranza e Carità che ci possono alimentare davvero e in eterno.

Abbiamo contemplato, o Dio, le meraviglie del Tuo Amore

Il 13 Marzo 2004, ore 9,30, telefona Giovanna Santini, mia cognata, comunicando ad Aldo, l’altro nostro figlio maschio, di un incidente sul lavoro ad Antonio. Occorre raggiungerla presso l’ospedale di Carpi, Modena: è avvenuto un trauma cranico commotivo. Verso le 14 riceviamo la telefonata di Marina nostra figlia, secondogenita. Antonio è elitrasportato d’urgenza a Parma per cercare di operare l’ematoma al cervello, come già rilevato dalle TAC. Si trova in condizioni gravissime.

Ho subito telefonato a don Erio Bertolotti, in parrocchia di San Giorgio martire in Sassuolo, per chiedere la supplica al Santissimo Tronco (crocifisso di pluricentenaria assistenza in casi ‘impossibili’), fissata per le 15,30. Ho poi telefonato al vicino monastero del Carmelo per chiedere preghiere. Con mio fratello Giuseppe e famiglia, alle 15,30, dinanzi al Santissimo Tronco, abbiamo pregato. Assieme a noi c’erano una cinquantina di persone. Lì, ho vissuto la stessa situazione di sei anni prima per mio marito, assieme a don Alfonso Ugolini, passato alla Beatitudine Eterna nel 1999 (per coloro che l’hanno potuto avvicinare è don Alfonsino, ad oggi Servo di Dio).

Tornati a casa, ho preso la fotografia di don Alfonso con le braccia aperte, l’ho posta vicino a quella di Antonio e della moglie nel giorno del loro matrimonio, e ho fatto questa preghiera: “Don Alfonsino, tu che sei vicino alla Mamma Celeste, ascolta questa mamma che ti chiede aiuto per Antonio, il suo figliolo in pericolo di vita. Prega per noi, te lo metto fra le braccia”. Marina verso le 16,30 mi ritelefona: i medici tentano l’intervento per togliere l’ematoma. Riuscirà perfettamente. Avevamo pregato tutto il pomeriggio, io e mio marito, dopo aver telefonato a vari amici che pure credono nella forza della preghiera.

Le condizioni di Antonio restano comunque gravissime: c’è un edema, interno al cervello, prodotto dal contraccolpo, un grande rischio di vita. Si attende l’evoluzione nei giorni successivi, di grande dolore e di Speranza. Una persona cara ci presta una piccola stola con crocifisso e medaglia della Vergine Miracolosa, lasciatale da don Alfonsino. Il giorno successivo la porto con me a Parma e durante i 10 minuti di visita la metto sul cuore di Antonio, pregando con Giovanna, e così per altri 4 giorni. Nel frattempo Antonio ha ricevuto l’Unzione degli Infermi, per sostegno innanzitutto fisico.

I medici decidono di non operare l’edema, che ha troppo elevato la pressione cranica. Decidono di introdurre nel cervello una sonda per togliere gocce di liquido e lasciare spazio all’edema. Non si conosce il possibile risultato. Il fisico di Antonio regge questa operazione, durata alcuni giorni. Le settimane di Passione sono passate e sta arrivando la Pasqua, mai così bella! Riceviamo tanti messaggi di persone vicine e lontane: comunicano di preghiere, veglie, Sante Messe. Quanto aiuto!

Ora, Aprile 2004, Antonio è fuori pericolo e si trova a Correggio, Reggio Emilia, in Riabilitazione Intensiva. I medici dicono di progressi straordinari e con tempi ben più brevi del previsto. Mentalmente ha riacquistato al 100 % e fisicamente potrebbe avvicinarsi allo stesso traguardo (un recupero simile avviene in pochissimi casi su mille)..

Il Signore della Vita, con Maria Santissima, ha aiutato noi e in particolare Antonio! Lode!!!

La mamma ha poi consegnato la sua testimonianza in diocesi, all’apertura del Processo di Beatificazione di don Alfonsino. Secondo Fede e scienza, il vescovo Adriano Caprioli e la commissione diocesana hanno verificato che è avvenuto un fatto prodigioso. Non un miracolo vero e proprio. Alcuni dei medici, a Parma, mi hanno attestato che sono stati necessari ma non sufficienti: le mani dell’intera equipe sono state guidate dalla Vergine per intercessione, tra i Santi invocati, proprio di don Alfonsino. Anche i loro colleghi non credenti hanno detto che il mio caso rimanda a un Mistero che non si può negare.

Ora, il mio percorso nel Centro ospedaliero di Correggio si è rivelato faticoso, e rimane tale per certi versi ancora oggi, al di là delle aspettative ottimistiche dei sanitari. Sono stato dimesso in tempo per una vacanza al mare di Pinarella di Cervia, Ravenna, con tre problemi non risolti: 1) mal di testa; 2) male al collo; 3) braccio sinistro che non ha recuperato molti dei movimenti suoi propri.

Riguardo al terzo problema, arrivato in spiaggia dico a mia moglie che desidero fare una nuotata. Il mondo è degli incoscienti e anche Giovanna lo sa. Mi lancio dopo una preghiera e le braccia si alternano subito a stile libero. E’ stata la ‘molla’ di un’attività per me tanto connaturata a sbloccare il braccio? Al mio cuore piace pensare che il Maestro Gesù abbia, come minimo, suggerito il modo di avvalermi della natura intorno. E crescere un altro po’ anche nella Fede.

Il mal di testa, acquietatosi durante l’estate, riemerge. Io e mia moglie prendiamo contatto con il padre della dr.a Saginario, Manfredi. Entro fine Agosto ci riceve, potendo accertare, con esami qualificati, che ho due focolai epilettogeni. Pur disponendo una terapia resa via via più efficace, nel quotidiano mi devo accontentare di non potere più compiere determinate operazioni fisiche. Una stimmata lasciatami dall’incidente.

Il male al collo, emerso nel 2006, ha trovato spiegazione ancora in un esame ad hoc fatto disporre dal prof. Saginario. Fino ad allora nessuno si era accorto della causa: eppure ero passato tra le mani di medici, tecnici, fisioterapisti, con la rottura di due vertebre cervicali, in più punti ciascuna! Come non si sia rotto il midollo spinale, lo sa solo Dio. Così ci dicevamo con il prof. Saginario, ridendoci su. Bene, dal 2006 al 2009 sono stato sottoposto con successo a trattamento al collo con neurotossina botulinica.

Infine ringrazio gli amici preziosi Antonio e Luisa De Rosa, coniugi.

Antonio e Giovanna Frigieri

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Per acquistare il libro Sposi sacerdoti dell’amore cliccate qui

Per acquistare il libro L’ecologia dell’amore cliccate qui

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

Una sosta all’Autogrill ?

Continuiamo la nostra riflessione sull’episodio di Zaccheo; questa volta ci fermiamo su un altro particolare descritto all’inizio del brano: <<  Entrato in Gerico, attraversava la città. >>. Apparentemente Gesù sta entrando in una tra le tante città di quella regione, tra l’altro Gerico è nominata circa 70 volte ed è stata teatro di importanti vicende del popolo di Israele.

Ma questa volta pare che per l’evangelista non basti raccontare che Gesù entrò in Gerico, ma aggiunge che la stava attraversando. Qualcuno potrebbe semplicemente dedurre che siccome si stava recando a Gerusalemme doveva per forza passare da Gerico, praticamente una tappa obbligata; una sosta per rifornimento, per riposare e riprendere le forze necessarie alla prosecuzione del viaggio; come se qualche furbetto abbia suggerito all’entourage di Gesù di passare di là per far rifornimento in una casa di un ricco, una tale Zaccheo……..ne siamo proprio sicuri ? Possiamo trattare Gerico alla stregua di una fermata all’Autogrill sull’autostrada ?

Forse è meglio di no. Infatti si può notare che il verbo entrare è compiuto ma il verbo attraversare è all’imperfetto, e questo lascia trasparire che non è un’azione conclusa, tutt’altro; è un’azione che continua nel tempo. Ebbene, Gerico è situata a circa -250m s.l.m nella depressione del Mar Morto, è la città posta a più bassa altitudine del pianeta; essa è simbolo di quei momenti in cui la vita matrimoniale è sotto il livello base, sotto il livello del mare, più sotto di così non si può.

E Gesù non è un tipo altezzoso che non vuole sporcarsi i sandali con la polvere delle nostre città depresse; Gesù non è un tipo borioso che disdegna il fatto che Zaccheo lo cerchi tra la folla; Gesù non ha la puzza sotto il naso da non volersi confondere con gli abitanti di Gerico. Gesù no, non è così. Al contrario, Gesù ancora oggi attraversa le nostre Gerico (la città depressa) e non è in cerca del miglior Autogrill della zona, ma sta cercando uno Zaccheo da salvare. Per comprendere un po’ meglio dobbiamo immaginare la scena: Gesù entra in città ma è preceduto dalla sua fama, con gente che si riversa sulla strada al sentire che Gesù la sta attraversando e chiama i vicini perché escano a vedere/salutare. Dobbiamo immaginare la gente che entusiasta al vedere Gesù si affretti a chiamare parenti ed amici perché si componga un corteo.

Probabilmente anche noi abbiamo delle persone che entusiaste vengono da noi per spronarci ad uscire dalla nostra tana per vedere Gesù, magari sono colleghi, forse i parenti, i vicini, i parroci, una suora; in ogni caso Gesù non cambia itinerario ed è deciso ad attraversarla. Sì, la attraversa fino a che non incontra Zaccheo. Quando avvertiamo che il nostro matrimonio è come Gerico, sotto il livello del mare, abbiamo due possibilità: restare chiusi in casa (nella nostra tana) per non incontrare, anzi nemmeno vedere Gesù oppure imitare Zaccheo.

Se vogliamo salvare il nostro matrimonio, dobbiamo permettere a Gesù di attraversarlo, come? Facendo spazio a Lui, lasciando che Gesù cammini in tutti i vicoli della nostra città; permettendo a Gesù di impolverarsi i piedi con la nostra polvere. Gesù ci viene a scovare nei posti più reconditi dentro di noi, dentro il nostro matrimonio. E giova di più lasciarsi trovare da Gesù che impiegare tempo ed energie alla ricerca del perché siamo finiti in questo punto così basso (depresso) del nostro matrimonio. Sarà Lui ad operare il miracolo. Non sprechiamo un giorno perché ora è tempo di arrampicarsi sul sicomoro, e per sicurezza sventolare una bandierina con scritto: fermati Gesù nel mio autogrill.

Buona sosta Gesù!

Giorgio e Valentina.

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Per acquistare il libro Sposi sacerdoti dell’amore cliccate qui

Per acquistare il libro L’ecologia dell’amore cliccate qui

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

La mia forza viene dal suo sguardo

Come è possibile essere consapevoli della propria debolezza, della propria inadeguatezza, della propria fragilità e nel contempo sentire di essere forte. Abbastanza forte da portare in salvo la tua vita? Alla fine il cristiano è così. In realtà io mi sento debole anche da prima della conversione. C’è però una grande differenza tra prima ed ora. Prima non concludevo nulla. La vita mi spaventava, ogni impegno mi pesava. Passavo il tempo a sentirmi meno degli altri, c’era sempre qualcuno più bello, più bravo, più brillante. Qualcuno che era sempre più di me. Io mi sentivo sempre il mediocre, quello che sta in mezzo e che non viene notato da nessuno. Ero pieno di invidia e di risentimento verso chi era più di me. Gli invidiavo la vita e le qualità che possedeva. Ero in uno stato davvero penoso. Perchè scrivo queste cose? Perchè vedo tanta gente intorno a me che è nello stesso stato. Tanti giovani lo sono. Si può uscirne! Si può! Bisogna avere il coraggio di alzare lo sguardo. Smettere di invidiare le altre persone che sono più di noi. Ce ne saranno sempre. Alzare lo sguardo riconoscendoci miseri. La nostra miseria non deve essere qualcosa che ci blocca e che ci incattivisce. Questo accade quando il nostro sguardo è miope. Quando non arriva fino a Dio. La nostra miseria può essere quella leva che ci aiuta ad alzare lo sguardo, a cercare Dio. A riconoscerci bisognosi di Lui e del Suo amore. Allora tutto cambia. Lui ti guarda con lo sguardo di uno sposo innamorato. Tu che sei una sposa infedele. Come in Osea: Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore.

E’ proprio così. Prendere coscienza delle proprie miserie, dei propri fallimenti, dei propri errori e delle proprie imperfezioni e poi alzare lo sguardo e incontrare quello di un Dio che ti ama nonostante quello che sei in quel momento, nonostante tu stesso non ti ami. Questo cambia tutto. Capisci che Dio ti ama di un amore unico. Capisci che ti ama perchè sei tu e non perchè meriti quell’amore. Capisci che la tua stessa vita è un dono che ti ha fatto Lui. Capisci che è sempre stato con te, ma che per farsi presente ha atteso che tu lo cercassi, per non essere invadente. Davvero ti ama dell’amore di uno sposo fedele e premuroso. Per questo gli sposi sono immagine dell’amore di Dio. Io ho ritrovato quello sguardo in Luisa. In lei mi sento forte perchè lei mi guarda con lo sguardo di Cristo. Lei mi ama perchè sono io senza che io debba dimostrarle nulla. Luisa mi ha reso più uomo, un uomo migliore, non chiedendomi nulla, semplicemente amandomi.

Come disse Costanza Miriano: L’uomo si innamora quando ha al suo fianco una donna profondamente bella, che non si lamenta e che non cerca di cambiarlo: una donna spiritualmente profonda, che lo faccia innamorare nella più completa libertà, una donna capace di accoglierlo in tutto, che si fida della sua virilità nell’affrontare il mondo. Quello che arriva in cambio è straordinario: dedizione totale e disponibilità al sacrificio da parte dell’uomo.

Ecco è proprio così. Io apparentemente non sono diverso da prima. Le mie fragilità ancora ci sono. Lo sguardo di Dio e lo sguardo della mia sposa mi danno però una forza e una determinazione che non pensavo di avere. Davvero comincio anche io a pensare di essere una meraviglia. Dio lo pensa perchè io non dovrei? E tu? Sai di essere meravigliosa/o?

Antonio e Luisa

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Per acquistare il libro Sposi sacerdoti dell’amore cliccate qui

Per acquistare il libro L’ecologia dell’amore cliccate qui

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

Questi è il re dei Giudei! E il re del nostro matrimonio chi è?

C’era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei.

Cristo è re. Re dell’Universo. Detto così sembra qualcuno di lontano ed irraggiungibile. Tutto assume un altro valore quando lo accogliamo come Re della nostra vita e del nostro matrimonio. Cosa significa concretamente? Significa essere liberi ed essere liberati da un peso che non possiamo sostenere. Ogni persona, proprio per la natura umana che la costituisce, non si basta. Spesso nelle coppie si generano dinamiche pericolosissime. Due dinamiche diverse, ma ugualmente dannose. Credersi il dio dell’altro/a o fare dell’altro il proprio dio. Questo può accadere quando il trono è vacante, quando si è scacciato Gesù dalla nostra vita di coppia.

Nel libro di Christiane Singer Elogio del matrimonio, c’è un passaggio che merita attenzione e una riflessione attenta. Un passaggio che mi interroga e mi provoca sulla mia relazione e su come la intendo.

Se uno dei due sposi non sopporta che l’altro vibri, viva e ami al di fuori della sua presenza, se si mette a sognare di essere la sola fonte della sua felicità, può avere almeno una certezza: quella di diventare molto presto la sola fonte della sua disgrazia.

Parole pesanti come macigni. Pesanti, ma che possono davvero permetterci di fermarci e pensare. Chi voglio che sia il sole per la mia sposa? Qual’è il sole per me? Quale sorgente della luce vogliamo per noi e per l’altro? La tentazione di chiudersi nella coppia dove l’uno è la sorgente per l’altro è molto forte. L’amore che resta chiuso è destinato a stagnare e a diventare palude. Un’acqua malsana per un amore malsano. L’amore è acqua che ha bisogno di scorrere, di entrare e di uscire. Poi la fonte non è mai nella coppia. La fonte è altro, la fonte è in alto. Per tutti la fonte è Dio, la differenza è che noi cristiani lo sappiamo. La coppia è immagine di Dio, dell’amore di Dio. La coppia è immagine anche della forza creatrice di Dio. La coppia è vita ed è amore. Tutto l’amore degli sposi, che non si genera nella coppia (la fonte è Dio), ma che cresce e si perfeziona nella coppia, ha poi bisogno di uscire per irrigare, per fecondare il mondo. Così la mia gelosia per gli interessi e per i successi dell’altro/a non avrebbe senso. Significherebbe non aver capito nulla di cosa sia il matrimonio. Se la mia sposa ha impegni ed interessi al di fuori della coppia, dove riscuote successo e che le danno gratificazione, devo esserne felice. Perché in quelle attività sta portando tutta la sua ricchezza. Ricchezza che è data dalla sua unicità e individualità, impreziosita però, del nostro amore vicendevole e della nostra relazione sponsale. Tutto quello che lei porta nel lavoro, nella comunità, nelle amicizie, nella preghiera, nella Chiesa e in tutto quello che fa, ci sono anche io. Come potrei esserne geloso? Naturalmente questo è possibile quando comprendo e mi libero dal peso e di essere il dio di mia moglie. C’è una frase che ho letto su una maglietta. Una frase divertente ma che nasconde una grande verità: Dio c’è, ma non sei tu. Rilassati. Ricordiamoci che vale anche per il matrimonio. Ricordiamoci che il Re dell’Universo è Gesù. Re anche del nostro universo.

Antonio e Luisa

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Per acquistare il libro Sposi sacerdoti dell’amore cliccate qui

Per acquistare il libro L’ecologia dell’amore cliccate qui

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

Lezioni d’amore: ego o anima?

Oggi voglio parlarti della scala che c’è tra amore egoico ed amore animico. Si tratta di un aspetto molto importante, e direi assolutamente fondamentale, dell’amore; quindi oggi in conclusione ti parlo di amore, una cosa basilare per la tua vita, spiegandoti un aspetto fondamentale dello stesso…

Il «tono di voce» di questo articolo ti potrà sembrare un po’ strano e diverso dal solito, la cosa è dovuta al fatto che questo articolo è la trascrizione di una breve lezione tenuta nel mio studio ad un gruppo di persone sul tema, quindi non nasce originariamente come testo scritto, ma appunto come lezione orale.

La scala dell’amore egoico-animica si applica all’amore di tutti noi o, detto in altri termini, l’amore di ognuno di noi si colloca sempre in un determinato gradino della scala egoico-animica. Questi discorsi sembrano molto astratti, ma è possibile fare subito due esempi molto chiari che fanno anche capire come si tratti i discorsi in realtà molto concreti e fondamentali nella vita di tutti i giorni.

L’amore egoico è l’amore di colui che desidera letteralmente possedere la persona amata, per soddisfare un proprio bisogno e senza curarsi più di tanto, o addirittura senza curarsi minimamente, del benessere della persona amata. L’amore egoico quindi è quello di colui che prende una persona e ad esempio la chiude in cantina perché la vuole avere, la vuole avere tutta per sé, la vuole avere in qualsiasi momento, al completo soddisfacimento del proprio ego.

L’amore animico si colloca invece all’estremo opposto. Prima di farti l’esempio dell’amore animico devo però farti una precisazione. Sia l’esempio dell’amore egoico che l’esempio dell’amore animico rappresentano due estremi che raramente si trovano in forma pura nell’uomo di tutti i giorni. Sono però due concetti molto importanti che ci fanno capire che cos’è questa scala egoico-animica e come la possiamo utilizzare per misurare il nostro amore, perché l’amore di tutti si colloca in qualche punto di questa scala, tra l’amore egoico, che abbiamo appena visto, e quello animico che vedremo tra poco.

L’amore animico è quello che appunto, come dice il termine stesso, viene dall’anima e non dall’ego della persona. Facciamo subito un esempio. Tu sei sposato con una donna che ami tantissimo. Questa donna un giorno vieni a casa e ti dice che si è innamorata di un altro uomo e che per la prima volta in vita sua è completamente felice. Tu, anziché impazzire ed imbestialirti, sei genuinamente felice per lei e senti la sua stessa gioia e completezza dentro di te… È evidente che l’amore animico è l’amore con cui ci ama Dio, è l’amore con cui hanno amato quegli uomini che si sono riusciti ad elevare al massimo grado della dimensione animica, ad essere delle grandi anime, come ad esempio Ghandi, che appunto era soprannominato grande anima (a proposito sai che ad esempio a Genova una persona che si comporta male viene chiamata anima piccola), oppure Budda oppure Gesù.

Per un uomo, è difficile provare per un’altra persona un amore puramente animico che è totale e incondizionato e prescinde anche dalle proprie esigenze. Ma, se proprio dovessimo dare una definizione di amore, che cosa potremmo dirne, se fossimo davvero sinceri fino in fondo? Come lo potremmo definire se non come mettere il benessere di un’altra persona sopra al proprio? Io non credo che l’amore possa essere definito diversamente da così, l’amore è sempre mettere il benessere di un’altra persona sopra al proprio benessere.

É solo in questi casi che si ama davvero, è questo peraltro l’oggetto della promessa del matrimonio cristiano, che non è affatto una promessa da poco ma è una promessa terribile che ti impegna e ti vincola per sempre, anche perché, come è stato giustamente detto, chi non è disposto ad amare per sempre non ha amato davvero neppure un solo istante.

Ma allora se amare davvero è così difficile, così arduo, così improbabile specialmente in una società e con un inconscio collettivo di proiezione neoliberista che ha eretto l’egoismo a criterio di relazione con gli altri, sulla scorta del concetto, di Hobbes, homo homini lupus, che è esistenzialmente una delle più grandi truffe della storia della filosofia una cosa falsissima e sciagurata, dal momento che l’uomo è esattamente l’opposto è un animale non solo sociale ma socievole e che soffre tremendamente per la mancanza di autenticità propria e di relazioni autentiche con gli altri. Se – dicevo – amare è così difficile, così arduo, così ridicolo persino, dovremmo forse rinunciarci prendendola persa in partenza o, magari, poco dopo la partenza, come fanno in tanti, quasi tutti?

Lo scopo del discorso di oggi non è fare rinunciare nessuno, anzi, tutto al contrario, io ti voglio dare più consapevolezza per renderti in grado di amare meglio, di più e più a lungo. Quando dico che per imparare ad amare bisogna studiare molti anni intendo proprio questo, che non si nasce sapendo già come si può far sentire amata una persona, bisogna studiarlo, bisogna impararlo: bisogna studiare ad esempio i cinque linguaggi dell’amore di Gary Chapman, un grande genio. Bisogna capire nella scala egoico-animica dove si colloca il nostro amore per una determinata persona e bisogna fare delle scelte. L’amore non è per qualsiasi persona: qualunque stupidotto è capace di innamorarsi, per amare davvero invece ci vogliono le palle.

La conclusione del nostro discorso di oggi, comunque, è in una domanda, anzi un paio di domande. L’essenza dell’uomo, come ha molto lucidamente sostenuto Heidegger, ha la forma di un punto interrogativo. E lo stesso counseling, nonostante che il nome possa indurre qualcuno a pensarlo, non è mai fatto di consigli; nel counseling è assolutamente vietato impartire consigli, l’essenza del counseling è fare domande, domande che stimolino dei processi riflessivi e che generino delle nuove idee e dei nuovi punti di vista nella persona che ha fatto ricorso al counselor, che li deve produrre, di fatto, più o meno spontaneamente.

La domanda di oggi è allora questa: «dove si colloca l’amore che provi per la persona che c’è nel tuo cuore, tra un estremo e l’altro della scala egoico-animica?» Si colloca più vicina al tizio che prende una donna e la chiude in prigione per tenerla tutta per sè, anche a costo di farla morire, o si colloca più vicina a quell’altro tizio che gode sinceramente del fatto che finalmente la moglie ha trovato l’uomo della sua vita? Sì, lo so: entrambi questi tizi ti sembrano dei pazzi, dei folli, delle persone completamente fuori di testa e può anche essere che sia vero, ma dentro di te ti assicuro che questi due tizi ci sono entrambi.

Ed ecco adesso la domanda finale di oggi e del resto della tua vita: «a quale di questi due tizi dentro di te vuoi dare da mangiare da oggi in poi

Tiziano Solignani (Avvocato e Counselor)

Qui il link all’articolo originale

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Per acquistare il libro Sposi sacerdoti dell’amore cliccate qui

Per acquistare il libro L’ecologia dell’amore cliccate qui

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

“Tra moglie e marito non metterci….la suocera!!!”

…di Pietro e Filomena, “Sposi & Spose di Cristo”

…carissimi, alcune cose sono come i peperoni: si ripropongono 🙂

Oggi si parla di cucina e suocere, di amori e litigate…e tutto questo, come i peperoni appunto, potrebbe essere pesante…allora in modo leggero vi riproponiamo una storiella già pubblicata per sorridere e per riflettere insieme.

Buona lettura!!!

+++

“Sai cucinare?” le domandò Brontolo.

“Certo, so fare anche la crostata di mele!” replicò Biancaneve!

“La crosmata di tele, la crostata di mele”, farfugliò Dotto mentre immaginava i manicaretti che le avrebbe preparato Biancaneve.

E già. Biancaneve è bella, ma la crostata di mele è buona.

Non tutti sanno però che Biancaneve un giorno preparò il suddetto dolce ma usò ingredienti diversi da quelli che sempre aveva utilizzato la mamma dei 7 nani, e fu così che nella piccola casetta in cui un tempo si era esclamato: “Come è bella Biancaneve!”, un giorno i nani capitanati da Brontolo e dal suo nasone, fecero udire ai passerotti e ai cervi del bosco parole del tipo:

“Ma tu non capisci niente di cucina!!!!!!!!!!! Nostra madre si che sapeva preparare la crostata di mele!!! Non come questa schifezza che hai preparato tu!!!!!!”.

E senza farla lunga, Biancaneve replicò alla squadra dei nani arrabbiati:

“Allora fatevela cucinare da vostra maAaAadre questa maledetta crostata di mele! Però ditele anche di venirvi a rammendare i calzini che IOOO vi lavo, a lucidare gli stivali che IOOOO vi lucido, a strofinare le pentole che IIIIOOOOO strofino e soprattutto a sopportarvi…piccola squadra di brontoloni e puzzolenti che non siete altro!!!”.

E dopo aver detto ciò, come tutte le protagoniste delle migliori favole, Biancaneve pianse e poi svenne.

I nani allora, che non avevano digerito né la crostata di mele, né la storia degli insulti inerenti la loro madre, misero la poverina in una teca di vetro e la buttarono fuori di casa, che ovviamente era di loro proprietà…ereditata dalla madre.

Dopo qualche ora Biancaneve incontrò il Principe Azzurro, lo sposò e si ritrovò poco dopo a preparare la crostata di mele per suo marito; ma anche qui, ancora una volta, l’aveva preparata con ingredienti differenti rispetto a quanto dettato dalla ricetta della Regina Azzurra (madre del principe, ndr) e anche lì, al palazzo reale, si udirono parole sconvenienti e inadeguate ad un luogo tanto nobile…..

Morale della favola n°1?

Tua moglie non potrà mai cucinare come cucinava tua “maAaAaAdre”, ma è proprio questo a cui siamo chiamati come sposi: amare la persona che abbiamo sposato senza paragonarla ai nostri genitori che erano certamente degli eroi e grandi cuochi, ma non sono loro che noi abbiamo sposato.

Morale della favola n° 2?

Non fossilizziamoci su quanto ci sembra un difetto del nostro coniuge, ma cerchiamo di avere su di lei/lui uno sguardo di tenerezza che sappia riconoscere i pregi e le qualità che inevitabilmente ha ricevuto dal Creatore.

Biancaneve, ad esempio, canta benissimo e i 7 nani saranno bassi ma sono dei grandi lavoratori…e il principe azzurro ha degli occhi bellissimi anche quando fa’  arrabbiare sua moglie.

Amare il proprio sposo, la propria sposa così com’è, senza fare paragoni con altre persone ed evitando le eccessive ingerenze dei relativi suoceri: ecco alcuni ingredienti giusti per una buona crostata di mele e di un bel matrimonio……

ed è allora che “VISSERO TUTTI FELICI & CONTENTI” 🙂

+++

Se ti è piaciuta questa riflessione e vuoi conoscerci meglio:

Puoi visitare il nostro Blog cliccando qui: Blog “Sposi&Spose di Cristo”

Puoi visitare la nostra pagina Facebook cliccando qui:Facebook “Sposi&Spose di Cristo”

Puoi iscriverti al nostro canale Telegram cliccando qui:Telegram “Sposi&Spose di Cristo”

+++

Grazie,

Pietro e Filomena

Abramo e certe suocere!

Don Fabio Rosini non è mai banale. Oggi mi avvalgo di una sua riflessione riguardo la storia di Abramo. Parto da ciò che lui ha detto per sviluppare la mia lettura declinandola verso l’amore sponsale. Abramo è il padre di una discendenza sterminata di persone. La storia di Abramo, di un vecchio coniugato con una donna sterile, diventa l’avventura più feconda della storia dell’uomo. Don Fabio dice tante cose. A me interessa soffermarmi su un passaggio. Siamo all’inizio del capitolo 12 di Genesi: Il Signore disse ad Abram: «Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò.

Questo passaggio è interessante per noi sposi perchè indica anche a noi la strada per essere una coppia felice e feconda. Esistono tre diverse realtà che ci caratterizzano che dobbiamo abbandonare quando ci sposiamo. Quando formiamo una nuova famiglia.

  1. Abbandonare il paese. Abbandonare ciò che possediamo. Spesso siamo così attaccati alle nostre cose che ne siamo incatenati. Le nostre cose non sono solo i beni materiali. In questo caso sono tutte le nostre sicurezze, il nostro voler avere il controllo della situazione, voler aver in mano la nostra vita. Capite bene che quando ci si sposa le cose cambiano repentinamente e profondamente. Non possiamo più pretendere di aver tutto sotto controllo. C’è un’altra persona, un’alterità, un mistero che non possiamo pretendere di governare, ma solo di accogliere. Non solo. Anche la nostra vita non sarà più solo nostra. Ricordiamo che nel matrimonio la doniamo all’altro/a.
  2. Abbandonare la patria. Uscire dalla nostra cultura. Se il paese è ciò che possediamo, la patria è ciò che pensiamo. Cultura intesa come modo di pensare, come mentalità. Non significa cancellare tutto ciò che siamo stati fino a quel momento. Nel matrimonio ci portiamo la nostra storia. Se siamo fatti così, se pensiamo in un determinato modo, ciò è frutto del contesto e della famiglia nei quali siamo cresciuti. Non rinnegare il passato quindi, ma neanche farne un assoluto. L’incontro con l’altro/a significa mettere in gioco il nostro modo di pensare con il suo per farne una nuova stirpe, come dice Dio ad Abramo. Per farne uno nuovo che non è il mio e non è il suo ma è il nostro, una nuova via frutto di una nuova unione. Un modo di pensare arricchito della storia di entrambi.
  3. Abbandonare la casa del padre. Bisogna comprendere che il nostro mondo affettivo cambia. Dio, attraverso il matrimonio, ci vuole dire che non sarà più come prima. Ci dice che la nostra famiglia non è più quella di prima. Continuiamo ad essere figli dei nostri genitori. Questo non cambierà mai. La nostra famiglia però non è più con loro. Attraverso il matrimonio Dio ci conduce verso una nuova terra, una nuova famiglia, quella che abbiamo formato con nostro marito o con nostra moglie. E’ importante avere chiaro questa nuova situazione. E’ importante avere delle priorità. Capire che nostra moglie o nostro marito viene prima dei genitori. Penso ai tanti sposi ancora dipendenti dalla famiglia di origine. Penso a certe madri che non mollano la presa e fanno di tutto per mettersi in competizione con la nuora. Queste situazioni vanno evitate. Bisogna essere chiari. Non significa mancare di rispetto a chi ci ha generato, ma significa prendere in mano la nostra vita e far sì che dia frutto. Per farlo dobbiamo abbandonare la famiglia di origine. Abbandonare quelle dipendenze che impediscono di rendere il nostro matrimonio un’altra cosa da ciò che eravamo. Se un genitore non capisce e rischia di distruggere la nostra relazione sponsale con il suo comportamento dobbiamo avere la forza anche di allontanarlo da noi se necessario. Ciò non significa disinteressarci dei nostri genitori, soprattutto quando diventeranno anziani. E’ importante prendersi cura di loro. Sempre però con la consapevolezza che ora la nostra famiglia è un’altra, che è importante coinvolgere nelle decisioni sempre il nostro coniuge e che la nostra relazione matrimoniale viene prima di ogni altra relazione.

Solo così saremo capaci, come Abramo, di rendere il nostro matrimonio qualcosa di meraviglioso e di molto fecondo.

Antonio e Luisa

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Per acquistare il libro Sposi sacerdoti dell’amore cliccate qui

Per acquistare il libro L’ecologia dell’amore cliccate qui

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

¡Somos pobres en nuestra riqueza!

San Francisco fue un revolucionario. Por eso me gusta. Era en el sentido más verdadero de la palabra. No el hijo de flores de un maldito como cierta cultura de los 68 años, pero un verdadero revolucionario del Evangelio, quiere presentarlo. Un profeta que mostró quiénes somos, qué queremos y a dónde vamos. El que tomó a la Iglesia sobre sus hombros en un momento muy difícil y la puso a salvo. Un verdadero instrumento de Dios. Lo hermoso es que no quería nada más que vivir el Evangelio en su vida, no pensó en convertirse en un icono planetario, aún fructífero y maravilloso. Estaba distraídamente siguiendo una transmisión en Rai Story cuando entrevistaron a un fraile franciscano que dijo una frase sobre Francisco que me golpeó directamente en el corazón: Francisco era rico en su pobreza. Es una frase que parece estar construida sobre una contradicción. ¿Cómo te enriqueces en la pobreza? San Francisco estaba. No fue porque la pobreza pueda hacerte rico, sino porque la pobreza hace espacio para aquellos que pueden hacerte rico. La pobreza exterior, la pobreza en la vestimenta, la alimentación, la pobreza de los que no tenían nada era sólo una parte de la pobreza de Francisco. No tienes que ser pobre si haces vibrar a los ricos. No tiene sentido ser miserable si eso te hace sentir miserable. Francisco pudo tener un corazón pobre. Eso es lo que más importa. Un corazón vacío, o más bien que se haya vaciado de sí mismo, que se pueda llenar de Dios, de amor que no pasa y que todo sano y que todo lo explica. No somos así. No podemos vaciar nuestros corazones para hacer sitio. Para hacer espacio para Dios y para hacer espacio para nuestro novio o nuestra novia. Es fácil ver que es así. Siempre estamos dispuestos a reclamar los errores sufridos, verdaderos o presuntamente. Siempre estamos dispuestos a destacar lo que el otro debe o no debe hacer. Siempre dispuesto a anteponer nuestras necesidades al otro. Eso no funciona. Así que construimos relaciones débiles, basadas no en el amor, sino en la necesidad que tenemos de los demás de sentirse bien, de satisfacer nuestras necesidades y deseos. Siempre estamos en el centro del informe. El otro se convierte en un medio para y no el receptor de nuestro amor. El otro se convierte en algo en nuestra posesión como el último modelo de IPhone. Por supuesto que no es así, pero ese es el punto. Necesito esa cosa para sentirme bien, para mejorar. Esta es nuestra pobreza. Somos pobres porque somos ricos, nuestros corazones están llenos de nosotros y no hay lugar para Dios, para el otro y, en consecuencia, para el amor. San Francisco era rico en su pobreza, a menudo somos pobres en nuestra riqueza. Aprendamos de Francis. Hacemos sitio y nuestras vidas y matrimonios se convertirán en nuestra mayor riqueza.

Antonio y Luisa

We are poor in our wealth!

St. Francis was a revolutionary. That’s why I like it. It was in the truest sense of the word. Not a frickin’s son of flowers as a certain culture of the 68-year-old, but a true revolutionary of the Gospel, wants to present him. A prophet who showed who we are, what we want, and where we go. One who took the Church on his shoulders at a very difficult time and brought it to safety. A true instrument of God. The beautiful thing is that he wanted nothing more than to live the Gospel in his life, he did not think of becoming a planetary icon, still fruitful and wonderful. I was distractedly following a broadcast on Rai Story when they interviewed a Franciscan friar who said a phrase about Francis that struck me straight to the heart: Francis was rich in his poverty. It’s a phrase that seems to be built on a contradiction. How do you get rich in poverty? St. Francis was. It was not because poverty can make you rich, but because poverty makes room for those who can make you rich. Outward poverty, poverty in dress, eating, the poverty of those who had nothing was only part of Francis’ poverty. You don’t have to be poor if you vidive the rich. There’s no point in being miserable if that makes you miserable. Francis was able to have a poor heart. That’s what matters most. An empty heart, or rather that he has emptied of himself, that can be filled with God, of love that does not pass and that everything healthy and that everything explains. We’re not like that. We are not able to empty our hearts to make room. To make room for God and to make room for our groom or our bride. It’s easy to see that it’s like that. We are always ready to claim wrongs suffered, true or presumed. We are always ready to highlight what the other should or should not do. Always ready to put our needs before the other. That doesn’t work. So we build weak relationships, based not on love but on the need we have of others to feel good, to satisfy our needs and desires. We are always at the centre of the report. The other becomes a means for and not the recipient of our love. The other becomes something in our possession as the latest model of IPhone. Of course it’s not really like that, but that’s the point. I need that thing to feel good, to get better. This is our poverty. We are poor because we are rich, our hearts are full of us and there is no place for God, for the other and, consequently, for love. St. Francis was rich in his poverty, we are often poor in our wealth. Let’s learn from Francis. We make room and our lives and marriages will become our greatest wealth.

Antonio and Luisa

Siamo poveri della nostra ricchezza!

(English Español)

San Francesco era un rivoluzionario. Per questo mi piace. Lo era nel vero senso della parola. Non un fricchettone figlio dei fiori come vuole presentarlo una certa cultura figlia del sessantotto, ma un vero rivoluzionario del Vangelo. Un profeta che ha mostrato chi siamo, cosa vogliamo e dove andiamo. Uno che si è preso sulle spalle la Chiesa in un momento molto difficile e l’ha portata in salvo. Un vero strumento di Dio. La cosa bella è che lui non voleva fare altro che vivere il Vangelo nella sua vita, non pensava certo di diventare un’icona planetaria, tutt’ora feconda e meravigliosa. Stavo seguendo distrattamente una trasmissione su Rai Storia quando hanno intervistato un frate francescano che riguardo a Francesco ha detto una frase che mi ha colpito dritto al cuore: Francesco era ricco della sua povertà. E’ una frase che sembra costruita su una contraddizione. Come si fa ad essere ricchi della povertà? San Francesco lo era. Lo era non perchè la povertà può renderti ricco, ma perchè la povertà fa spazio a chi ti può rendere ricco. La povertà esteriore, la povertà nel vestire, nel mangiare, la povertà di chi non possedeva nulla era solo una parte della povertà di Francesco. Non serve essere povero se poi invidi chi è ricco. Non serve essere misero se questo ti rende miserabile. Francesco è stato capace di avere un cuore povero. Questo è ciò che più conta. Un cuore vuoto, o meglio che lui ha svuotato di se stesso, che può essere riempito di Dio, dell’amore che non passa e che tutto sana e che tutto spiega. Invece noi non siamo così. Noi non siamo capaci di svuotare il nostro cuore per fare posto. Per fare posto a Dio e per fare posto al nostro sposo o alla nostra sposa. E’ facile capire che è così. Siamo sempre pronti a rivendicare torti subiti, veri o presunti. Siamo sempre pronti a mettere in evidenza ciò che l’altro dovrebbe fare o non dovrebbe fare. Sempre pronti a mettere le nostre esigenze davanti all’altro/a. Tanti litigi sono frutto di due persone che non hanno fatto posto, ma hanno ancora il cuore pieno di se stesse. Così non funziona. Così costruiamo relazioni deboli, fondate non sull’amore ma sul bisogno che abbiamo dell’altro/a per stare bene, per soddisfare i nostri bisogni e i nostri desideri. Siamo sempre noi al centro della relazione. L’altro diventa mezzo per e non destinatario del nostro amore. L’altro/a diventa una cosa in nostro possesso come l’ultimo modello di Iphone. Certo non è proprio così ma il senso è quello. Quella cosa mi serve per stare bene, per stare meglio. Questa è la nostra povertà. Siamo poveri perchè siamo ricchi, il nostro cuore è pieno di noi e non c’è posto per Dio, per l’altro/a e, di conseguenza, per l’amore. San Francesco era ricco della sua povertà, noi, spesso, siamo poveri della nostra ricchezza. Impariamo da Francesco. Facciamo posto e la nostra vita e il nostro matrimonio diventeranno la nostra ricchezza più grande.

Antonio e Luisa

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Per acquistare il libro Sposi sacerdoti dell’amore cliccate qui

Per acquistare il libro L’ecologia dell’amore cliccate qui

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

Take away with Jesus

Today’s Gospel (Luca 19, 1-10) proposes the famous meeting of Zacchaeus with Jesus. This episode is very rich in ideas for reflection and we will have the opportunity to study them soon, God willing. But today we would like to bring to your attention a particular, that is some words that Jesus uses in addressing Zaccheus: << … today I have to stop … >>

Have you ever wondered why Jesus often uses the adverb today? Can we deduce that Jesus had a certain urgency because it was lunchtime, and after many hours of walking he began to feel a certain hunger? Maybe. Or can we deduce that he had an appointment later and therefore had to hurry up with Zacchaeus? Likely. In any case, the Gospel is written like this and we have to start from there. But why is Jesus fixed with today? But can’t he postpone it until later, tomorrow? What a hurry this Jesus!

Yes, exactly so, Jesus is in a hurry. A hurry that is not the frenetic one we know. No, for Jesus it is a holy hurry. It is a hurry to save those who were lost before they are lost forever. How strange, it is God, and as such, it might not give much pain to temporal things, since He is outside human temporal boundaries. But …… this time does not go unnoticed in the eyes of God. Yes, because today is the favorable moment, today you are given another chance, tomorrow you don’t know if it comes for you.

And to us too Jesus addresses the same phrase with our own name. Even today, Jesus wants to stop with us, in our hearts, but also in our home, in our domestic today, in our marriage. Today, because tomorrow, who knows. So let’s not waste a minute today to be able to tell our loved one how much Jesus loves her, but we have to say it and do it with the language that belongs to us: a language made of well ironed shirts and placed in the closet, a flower to our beloved , a slip of paper with words of love slipped under the cup of morning coffee, a welcome to our beloved tonight when he comes home tired from work, etc …

Then Jesus uses the verb “I must”. Why ? Do you have a timetable to follow? Do you have a client who pays you to do it? The doubt that he went to Jericho for Zacchaeus arises. Jesus is indeed a different type from all the others: he invites himself to the people’s home with the verb “I must”. But what drives him to respect this duty? The answer comes from Jesus himself at the end of the passage: << The Son of man in fact came to seek and to save what was lost. >>. And since salvation is urgent, Jesus must. As it happens, it is simply implementing the reality contained in its name. We cannot expect a different Jesus from the Savior. We cannot delude ourselves that Jesus is accommodating in our lives. He must save us, it is his mission. But to do it, he needs us. Even if our marriage is going through a period of tired, dry, of misunderstanding, of coldness, or it seems all over or almost …… we give Jesus an opportunity to fulfill his HAVE TO and make it his own TODAY. Everything seemed lost even to Zacchaeus, and instead salvation, change, conversion came.

Finally, Jesus uses the verb “stop me”. But certainly, Jesus does not like to make a “hit and run”, a “hit and run”. To our mentality now polluted by this world it seems strange that something lasts for so long. By now we also treat Jesus like take away, I take from him what I like, when I like it and then away immediately. A take away faith does not include a permanence of Jesus in the heart. And instead Jesus wants to stop in our heart, in our life, in our home, in our marriage. Give him time, space, head, heart, strength, will, and nothing will be taken away from us, but on the contrary the hundredfold already down here, already today, will be returned to us. So, starting today, let’s take time to pray with our spouse. And when we are far from each other for work, we pray for our spouse.

Courage spouses, that Jesus today must stop in our marriage.

Giorgio and Valentina.

Il take away con Gesù

To read in English

Il vangelo odierno (Lc 19,1-10) ci propone il famoso incontro di Zaccheo con Gesù. Questo episodio è ricchissimo di spunti di riflessione e avremo modo di approfondirli prossimamente, a Dio piacendo. Ma oggi vorremmo proporre alla vostra attenzione un particolare , e cioè alcune parole che Gesù usa rivolgendosi a Zaccheo:<<… oggi devo fermarmi….>>

Vi siete mai chiesti perché Gesù usi spesso l’avverbio oggi ? Possiamo dedurre che Gesù avesse una certa urgenza perché era l’ora di pranzo, e dopo tante ore di cammino cominciasse ad avvertire un certo languorino ? Forse. Oppure possiamo dedurre che avesse un appuntamento dopo e quindi dovesse sbrigarsela con Zaccheo ? Probabile. In ogni caso il Vangelo è scritto così e da lì dobbiamo partire. Ma perché Gesù è fissato con l’oggi ? Ma non può rimandare al dopo, al domani ? Che fretta questo Gesù !

Sì, esattamente così, Gesù ha fretta. Una fretta che non è quella frenetica che conosciamo noi. No, per Gesù è una fretta santa. E’ una fretta di salvare chi era perduto prima che si perda per sempre. Che strano, è Dio, e come tale, potrebbe non darsi molta pena per le cose temporali, visto che Lui è fuori dai confini temporali umani. Ma……questo tempo non passa inosservato agli occhi di Dio. Già, perché oggi è il momento favorevole, oggi ti viene data un’ulteriore possibilità, domani non sai se arriva per te.

E anche a noi Gesù rivolge la stessa frase con il nostro nome proprio. Anche oggi Gesù vuole fermarsi da noi, nel nostro cuore, ma anche nella nostra casa, nel nostro oggi domestico, nel nostro matrimonio. Oggi, perché domani chissà. E allora non sprechiamo neanche un minuto di oggi per poter dire alla nostra amata quanto Gesù la ami, ma dobbiamo dirlo e farlo con il linguaggio che ci appartiene: un linguaggio fatto di camicie stirate bene e riposte nell’armadio, un fiore alla nostra amata, un fogliettino con parole d’amore infilato a sorpresa sotto la tazzina del caffè mattutino, un benvenuto coi fiocchi al nostro amato stasera quando rientra stanco dal lavoro, ecc….

Poi Gesù usa il verbo “devo” . Perché ? Ha una tabella di marcia da rispettare ? Ha un mandante che lo paga per farlo ? Sorge il dubbio che sia andato a Gerico proprio per Zaccheo. E’ proprio un tipo diverso da tutti gli altri Gesù: si auto-invita a casa della gente col verbo “devo”. Ma cosa lo spinge a rispettare questo dovere ? La risposta arriva da Gesù stesso alla fine del brano: <<Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto.>> . E siccome la salvezza è urgente, Gesù deve. Guarda caso sta semplicemente attuando la realtà contenuta nel proprio nome. Non possiamo pretendere un Gesù diverso dal Salvatore. Non possiamo illuderci che Gesù sia accomodante nella nostra vita. Lui deve salvarci, è la sua missione. Ma per farlo, ha bisogno di noi. Anche se il nostro matrimonio sta attraversando un periodo di stanca, di secca, di incomprensioni, di freddezza, oppure sembra tutto finito o quasi…….diamo un’occasione a Gesù di compiere il suo DEVO e di farlo proprio OGGI. Sembrava tutto perduto anche per Zaccheo, e invece è arrivata la salvezza, il cambiamento, la conversione.

Da ultimo Gesù usa il verbo “fermarmi”. Ma certamente, a Gesù non piace fare una “toccata e fuga”, un “mordi e fuggi”. Alla nostra mentalità ormai inquinata da questo mondo pare strano che qualcosa duri per tanto tempo. Ormai trattiamo anche Gesù alla stregua del take away, prendo da Lui quello che mi piace, quando mi piace e poi via subito. Una fede take away non prevede una permanenza di Gesù nel cuore. E invece Gesù vuole fermarsi nel nostro cuore, nella nostra vita, nella nostra casa, nel nostro matrimonio. Diamogli tempo, spazio, testa, cuore, forza, volontà, e non ci verrà sottratto nulla, ma al contrario ci verrà restituito il centuplo già quaggiù, già oggi. Così, a cominciare da oggi, prendiamoci del tempo per pregare col nostro coniuge. E quando siamo lontani l’uno dall’altro per il lavoro, preghiamo per il nostro coniuge.

Coraggio sposi, che Gesù oggi deve fermarsi nel nostro matrimonio.

Giorgio e Valentina.

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Per prenotare il libro Sposi sacerdoti dell’amore cliccate qui

Per acquistare il libro L’ecologia dell’amore cliccate qui

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

The beautiful death

In recent days my family has experienced an important and intense moment, the death of his grandfather. Important and intense, in fact, not ugly. I can’t say that it was a bad moment, in fact, I can say that it was a good time. And I say this with all due respect for the pain that each of us has experienced.

Yes, dying can be beautiful, not because one does not suffer, but because beyond suffering one can grasp precious gifts, death is never the last word on man, and in this family experience we have touched it with our hands.

We already knew this, for example the story of Chiara Corbella Petrillo had taught us, but to see that even the death of an 89-year-old man, who for some might seem obvious, has something to teach, it really makes me say that “the Kingdom of God is in our midst “, in the ordinariness of life lived with faith.

His grandfather lived his life exactly like that, an honest man in his job as bank manager, a loving husband and father, wise, of few words, but always just and wise, a gentle man who lived to the fullest his life, and that he lived his old age in peace and trust.

With this same peace he faced the last days, where he did not stop smiling in the moments in which he was conscious and met the face of someone next to him, and to thank him. His last words, in the last hours of agony, where he struggled to breathe, was no longer able to eat or drink, without dentures, with a great effort of breath and the whole body were: “Thank you very much “To his sister, who was moistening his lips for a little comfort. How true it is that if we learn to thank, we will do so even in the moment of the most difficult trial, death.

In those hours, fortunately few, I really thought that he was united to Christ in the suffering of the Cross. The last thing he “ate” was in fact a crumb of consecrated host, less than 24 hours before his death: united in suffering for a short distance, to then be united in eternal bliss.

Since the health of the grandfather plummeted within a few days, the sensation was precisely that of having lived a small Easter triduum in the intimacy of our family, from Friday to Sunday, the day on which the grandfather ascended to Father.

Another detail that struck me was that, at one point, we were in five women around him, in his elegant bedroom, and I thought it wasn’t a case. His wife, his daughter, his sister, two grandchildren: the women of the family guarded the situation, consoled, cared for, watched, caressed, sang, prayed. And I’m not saying that family men didn’t do anything, but it was clear to me that the female ministry is really different from the male one. Being near life and near death is feminine, a woman’s caress is different from a man’s caress, a woman’s tenderness is different from the tenderness of which a man is capable. In the Gospel, too, it is women who stop suffering and try to preserve dignity, like Veronica with her gesture left to history, it is women who stand by the cross, it is women who then worry about the body. of Jesus, the next morning.

And as on Sunday morning Maddalena is announced the Resurrection, so also in the Sunday liturgy in which the grandfather ascended to Heaven, the theme was the resurrection. And if the Word speaks to us in concrete life in the here and now, it is impossible not to read it as the certainty that the grandfather was welcomed in the arms of God, in which he always believed.

On the day of the funeral, what a joy it was to discover that the liturgy of the day spoke of the grandfather: in the first reading from the book of Wisdom The souls of the just, instead, are in the hands of God, no torment will touch them. In the eyes of the foolish they seemed to die, their end was considered a disaster, their departure from us a ruin, but they are in peace.

And in the Gospel: So you too, when you have done all that you have been ordered to do, say: “We are useless servants. We did everything we needed to do.

That’s how grandfather died, in the peace of having done everything he “had” to do, in the consolation of having accomplished his mission on this earth, in the joy of having his beloved family next to him.

And the gift of his existence has not ceased with death, because he has left us his spiritual testament, where he thanks for the gifts he has received in life, blesses everyone and recommends “the only important thing in this life and in the future , faith”.

If you liked this article follow us on the facebook page theology of the body & more 😉