What are we willing to sacrifice (make sacred)?

How much does our faith cost us? What and how much are we willing to sacrifice for God? Sacrifice in the true sense of the term. What are we willing to make sacred? It is true, there are Christians who come to give their lives in so many parts of the world, but not us in the West (at least for now). There are Muslims who accept so many precepts and prohibitions. That they do not eat certain foods, that do not drink alcohol, that fast during the month of Ramadan. We are often not even able to respect Lent fasting. Luisa recounts how she was raised by a Moroccan pupil who in the summer, during the eighth grade exam, did not drink and eat and never complained about anything. We can’t do that anymore. Not even these little waivers. We’ve softened. Of course there is always the risk that a religiosity made of rules and precepts will turn into something only external, something to do to feel good without changing the heart. The question I asked at the beginning remains: what hard are we willing to do for God? Are we able to “pay” something or do we want a zero-cost faith? A zero-cost faith is probably worth what it costs, that is, nothing. Even our faith actually, if we think about it, “imposes” on us of relinches. We don’t remember them because we don’t want to remember them, but they are there. I can think of two in particular. Two waivers that touch on two very similar areas. One, I have already mentioned, is Lent fasting. The other is about sex. Chastity! Help that word out of fashion! Chastity before marriage (abstinence) and chastity after marriage (living the ampleino in the truth of love). Living a sexuality that is an expression of authentic love and not of a simple drive to satisfy, that perhaps we embellish with love. Two waivers, food and sex, which are not ends in themselves. Through these demands God the Father and Mother Church want to educate her children, each of us. Educate us to be people who are aware, fully human and capable of being kings and queens of our lives and impulses. How can we give ourselves if we don’t own each other? How can we give our sexuality and our bodies if we ourselves do not govern them but suffer them? God does not ask us to give up something for Him, but to sacrifice something, that is, to make it his own. Our sacrificed sexuality becomes something really wonderful, because lived in the light of full and true love. So chastity will not be something castatal but will become educating. By struggling we can really learn to put the other and his good at the center and not our ego and our cravings. Then abstinence from relationships before marriage will become a channel to express all our desire and attraction to the other in selfless and free gestures of tenderness, which will then become very important during the marriage. The man (more regards the man this danger) who does not get used to exercising tenderness out of the sexual context then in marriage will do the same, making soon feel his bride used. The sexual desert soon makes it to arrive (as it happens for many married couples). Premarital chastity is the true test of love. Many young people ask for proof of love: if you really love me, let us make love. My bride asked me for another proof of love: if you really love me, let’s wait for the wedding. I assure you it cost me a lot, but I never regretted it. Those who practice chastity are willing to give up their strong desire to sexually join each other for something greater. He’s telling the other one I want you everything, I don’t just want your body. All or nothing. Love is like that. At least the real one. When we are one in my heart, when I have given you my whole life in the forever of the marriage then I will also want your body because only then will I be worthy of such a precious gift. Only then will I enter my garden as a king, as a queen and not as a thief who takes something that does not belong to him. God does not ask us for a sterile effort, if he asks for himself something of ours is to give it back even greater and more beautiful. So is chastity. It takes our sexuality and makes it a way to feel like people are full, to feel completely loved and to experience paradise. Many have sex, few make love, Christian spouses re-actualize a sacrament. It’s not the same thing. Trust.

Antonio and Luisa

Cosa siamo disposti a sacrificare (rendere sacro)?

To read in English

Quanto ci costa la nostra fede? Cosa e quanto siamo disposti a sacrificare per Dio? Sacrificare nel vera accezione del termine. Cosa siamo disposti a rendere sacro? E’ vero, ci sono cristiani che arrivano a dare la vita in tante parti del mondo, ma non noi in occidente (almeno per ora). Ci sono musulmani che accettano tanti precetti e divieti. Che non mangiano determinati cibi, che non bevono alcolici, che digiunano durante il mese di Ramadan. Noi non siamo spesso capaci neanche di rispettare il digiuno quaresimale. Luisa racconta come sia rimasta edificata da una sua alunna marocchina che in estate, durante l’esame di terza media, non ha bevuto e mangiato e non si è mai lamentata di nulla. Noi non ne siamo più capaci. Neanche di queste piccole rinunce. Ci siamo rammolliti. Certo c’è sempre il rischio che una religiosità fatta di regole e precetti si trasformi in qualcosa di solo esteriore, qualcosa da fare per sentirsi a posto senza cambiare il cuore. Resta la domanda che ho fatto all’inizio: noi che fatica siamo disposti a fare per Dio? Siamo capaci di “pagare” qualcosa o vogliamo una fede a costo zero? Una fede a costo zero probabilmente vale ciò che costa, cioè nulla. Anche la nostra fede in realtà, se ci pensiamo bene, ci “impone” delle rinunce. Non le ricordiamo perchè non le vogliamo ricordare, ma ci sono. Me ne vengono in mente due in particolare. Due rinunce che toccano due ambiti molto simili. Una, l’ho già accennata, è il il digiuno quaresimale. L’altra riguarda il sesso. La castità! Aiuto che parola fuori moda! Castità prima del matrimonio (astinenza) e castità dopo il matrimonio (vivere l’amplesso nella verità dell’amore). Vivere cioè una sessualità che sia espressione di amore autentico e non di una semplice pulsione da soddisfare, che magari imbellettiamo di amore. Due rinunce, il cibo e il sesso, che non sono fini a se stesse. Attraverso queste richieste Dio Padre e Madre Chiesa vogliono educare i suoi figli, ognuno di noi. Educarci per farci persone consapevoli, pienamente umane e capaci di essere re e regine della nostra vita e delle nostre pulsioni. Come possiamo donarci se non ci possediamo? Come possiamo donare la nostra sessualità e il nostro corpo, se noi stessi non li governiamo ma li subiamo? Dio non ci chiede di rinunciare a qualcosa per Lui, ma di sacrificare qualcosa, cioè di renderla sua. La nostra sessualità sacrificata diventa qualcosa di davvero meraviglioso, perchè vissuta alla luce dell’amore pieno e vero. Così la castità non sarà qualcosa di castrante ma diventerà educante. Facendo fatica possiamo davvero imparare a mettere al centro l’altro/a e il suo bene e non il nostro ego e le nostre voglie. Allora l’astinenza dai rapporti prima del matrimonio diventerà canale per esprimere tutto il nostro desiderio e l’attrazione verso l’altro/a in gesti di tenerezza disinteressati e gratuiti, che diventeranno poi importantissimi durante il matrimonio. L’uomo (riguarda più l’uomo questo pericolo) che non si abitua ad esercitare la tenerezza fuori dal contesto sessuale poi nel matrimonio farà altrettanto, facendo presto sentire la sua sposa usata. Il deserto sessuale fa presto ad arrivare (come accade per tante coppie sposate). La castità prematrimoniale è la vera prova d’amore. Tanti giovani chiedono la prova d’amore: se mi ami davvero dimostramelo, facciamo l’amore. La mia sposa mi ha chiesto un’altra prova d’amore: se mi ami davvero dimostramelo, aspettiamo il matrimonio. Vi assicuro che mi è costato tantissimo, ma non me ne sono mai pentito. Chi pratica la castità è disposto a rinunciare al suo desiderio fortissimo di unirsi sessualmente all’altro/a per qualcosa di più grande. Sta dicendo all’altro io ti voglio tutto/a, non voglio solo il tuo corpo. O tutto o niente. L’amore è così. Almeno quello vero. Quando saremo uno nel cuore, quando ti avrò dato tutta la mia vita nel per sempre del matrimonio allora vorrò anche il tuo corpo perchè solo allora sarò degno di un dono tanto prezioso. Solo allora entrerò nel mio giardino come un re, come una regina e non come un ladro che prende qualcosa che non gli appartiene. Dio non ci chiede una fatica sterile, se lui chiede per sè qualche cosa di nostro è per restituircela ancora più grande e più bella. Così è la castità. Prende la nostra sessualità e la rende un modo per sentirci persone piene, per sentirci completamente amati e per fare esperienza di paradiso. Molti fanno sesso, pochi fanno l’amore, gli sposi cristiani riattualizzano un sacramento. Non è la stessa cosa. Fidatevi.

Antonio e Luisa

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The right detergent

The recent solemnity of All saints that we celebrated on November 1st gave us a lot of ideas for reflection; this time we want to focus on a detail described in the book Apocalypse (7,14) : They are the ones who come from the great tribulation and who have washed their garments, making them white in the blood of the Lamb. 

Doing a research on The Junior Woodchucks Sun i found that one of the most difficult spots to remove from clothes is blood. Now, either the author of the Apocalypse did not have a copy of the Manual of the Junior Woodchucks (quite likely); or he didn’t have a degree in chemistry and therefore didn’t know the formula of bleach; or, perhaps, I would not like to be the usual one who searches for the mysteries hidden behind the words, he meant without saying. Well, you may have already guessed that the correct answer to this dilemma is the last one: and so we are going to open envelope C.

What did you want to tell us without saying it openly? I don’t think he wanted to tell us to get him a copy of the famous Handbook above. But how strange: the blood of that Lamb instead of leaving indelible stains on the garments, on the contrary, makes them white. Every time we reflect on this Lamb amazes us, it is precisely a Lamb of God, similar but with different characteristics from the usual lambs, we will deepen it soon. So many times we also feel like those who have gone through the great tribulation: work, housing, taxes, mortgages, colleagues, the head of office, our health or our loved ones, the car that is always by the mechanic, the appliances that do not work at duty; with all this stress we already feel ready for Paradise because the situations of this life we consider them a purgatory. Of course, there is no shortage of laments of all this.

But those described in the Apocalypse come from the great tribulation, and it does not look much like the aforementioned list. It can be considered in three stages (equally described in the same book) but essentially it is in the great spiritual battle against the demonic forces of the Antichrist, against the ferocious beast, against Satan and his followers. And as in all battles you can come out winners not without a few scratches, at least a little stains, precisely, on the clothes. In any case, to wash stains from the garments you need the appropriate detergent. And, by chance, the right detergent is the (innocent) blood of that Lamb. That’s it? Yes, but not, too.

Without going into detail, we can infer that, in the spiritual battle, our white robes (symbolically delivered on the day of our Baptism) can be stained. Other articles on this blog have already delved into the risks and dangers of staining our marriage clothes. We just wanted to highlight: no matter what kind of stain you have on your robe; no matter how old the stain is; it doesn’t matter if we hurt each other as newlyweds and thus staining each other; there are no indelible stains for the stainless power of that blood, as long as you agree to go to the right laundry and He will know how to use the proper washing machine with the only powerful bleaching, the divine detergent, which Jesus (an exceptional chemist) has made on the cross, their own precious blood.

Let us do the exercise to remember this the next time we load the dishwasher or washing machine, and this gesture will also become prayer: Lord, help us recognize that our spiritual stains can only wipe you with your divine detergent.

George and Valentina

Il detersivo giusto

To read in English

La recente solennità di Tutti i Santi che abbiamo celebrato l’1 Novembre ci ha regalato un sacco di spunti di riflessione; questa volta vogliamo concentrarci su un particolare descritto nel libro Apocalisse (7,14) :<<Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello. >> 

Facendo una ricerca sul “Manuale delle giovani marmotte” ho scoperto che una delle macchie più difficili da togliere dai vestiti è quella di sangue. Ora, o l’autore dell’Apocalisse non possedeva una copia del “Manuale delle giovani marmotte” (abbastanza probabile); oppure non aveva conseguito una laurea in chimica e quindi non conosceva la formula della candeggina; o, forse, non vorrei risultare il solito che cerca i misteri celati dietro le parole, voleva dire senza dire. Vabbè, avrete già intuito che la risposta corretta a questo dilemma è l’ultima: e quindi ci accingiamo ad aprire la busta C.

Cosa voleva dirci senza dirlo apertamente? Non credo volesse dirci di procurargli una copia del famoso Manuale di cui sopra. Però che strano: il sangue di quell’Agnello invece che lasciare macchie incancellabili sulle vesti, al contrario, le rende candide. Tutte le volte che riflettiamo su questo Agnello ci stupisce, è proprio un Agnello di Dio, simile ma con caratteristiche diverse dai soliti agnelli, lo approfondiremo prossimamente. Tante volte anche noi ci sentiamo come quelli che sono passati dalla grande tribolazione: il lavoro, la casa, le tasse, il mutuo, i colleghi, il capoufficio, la salute nostra o dei nostri cari, l’auto che è sempre dal meccanico, gli elettrodomestici che non funzionano a dovere; con tutto questo stress ci sentiamo già pronti per il Paradiso perché le situazioni di questa vita le consideriamo un purgatorio. Naturalmente non manca il lamento di tutto ciò.

Ma quelli descritti nell’Apocalisse vengono dalla grande tribolazione, ed essa non assomiglia granché alla lista sopracitata. Essa si può considerare in tre fasi (altrettanto descritte nello stesso libro) ma sostanzialmente consta nella grande battaglia spirituale contro le forze demoniache dell’Anticristo, contro la bestia feroce, contro Satana e i suoi seguaci. E come in tutte le battaglie se ne può uscire vincitori non senza qualche graffietto, per lo meno un po’ di macchie, appunto, sui vestiti. In ogni caso, per lavare le macchie dalle vesti c’è bisogno del detersivo adatto. E, guarda caso, il detersivo giusto è il sangue (innocente) di quell’Agnello. Tutto qui ? Sì, ma anche no.

Senza addentrarci nei particolari, possiamo dedurre che, nella battaglia spirituale, le nostre vesti bianche (simbolicamente consegnate il giorno del nostro Battesimo) possono macchiarsi. In altri articoli su questo blog sono già stati approfonditi i rischi e i pericoli di macchiare le nostre vesti matrimoniali. Noi volevamo solamente evidenziare: non importa che tipo di macchia hai sulla tua veste; non importa di quanto sia vecchia la macchia; non importa se ci siamo feriti reciprocamente come sposi e quindi macchiandoci l’un l’altro; non esistono macchie indelebili per la potenza smacchiante di quel sangue, a patto che si accetti di andare nella lavanderia giusta e Lui saprà usare la lavatrice adatta con l’unico e potente sbiancante, il detersivo divino, che Gesù (un chimico eccezionale) ha realizzato sulla croce, il proprio sangue preziosissimo.

Facciamo l’esercizio di ricordarci questo la prossima volta che carichiamo la lavastoviglie o la lavatrice, e anche questo gesto diventerà preghiera: Signore, aiutaci a riconoscere che le nostre macchie spirituali le puoi pulire solo Tu col tuo divino detersivo.

Giorgio e Valentina

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The newlyweds only talk to each other 35 minutes a week.

Sifting through the various news and curiosities published on the web I found something very interesting. Is it an article entitled Couple Crisis? 8 appointments to save a relationship. Leaving aside the advice that the two psychologists propose that can be more or less shareable what I want to highlight is a fact. A University of California study revealed that married couples (study on a sample of married couples of different ages followed for 13 years) talk for an average of 35 minutes a week. A laughable amount of time when compared with data on smartphone usage. 50% of Italian people who have a smartphone use it for more than 5 hours a day. A huge difference is accentuated by the fact that many of those 35 minutes of dialogue are used to deal with organizational and contingent topics (expenses, commitments, repairs, etc.). In the family ménage there is no time for deep couple dialogue. You don’t look at each other with wonder eyes anymore. Roberta Vinerba writes in her illuminating book “In the Light of Your Eyes”: Two newlyweds, before they no longer speak, no longer look at each other, before the dialogue dies the look. Before the word, they can’t be seen anymore.

Here is the lack of dialogue often expresses a lack of interest in the other. As in an inclined plane the newlyweds are slipping towards indifference. Before we get to the fateful phrase I don’t love you anymore there are so many small steps. The lack of dialogue should be a wake-up call and instead is often seen and accepted as something inevitable. Taken from so many thoughts and commitments there is no time for these boyfriends’ trifles. The Pope in Amoris Laetitia tells us that this is not the case: After the love that unites us with God, conjugal love is the “greatest friendship”. It is a union that possesses all the characteristics of a good friendship: the search for the good of the other, reciprocity, intimacy, tenderness, stability, and a similarity between friends that is being built with shared life. But marriage adds to all this an indissoluble exclusivity, which is expressed in the stable project of sharing and building together all existence.

Dialogue is essential to keep a relationship alive and make it more and more beautiful and luxuriant. The love of friendship between the newlyweds is no less important than eros or service. Without friendship, eros and agape also become difficult and unwanted expressions of love. If there is no intimacy of the heart made of deep dialogue where we newlyweds open our hearts to the other, where we tell about our labors, our joys, our sorrows, our fears, in short everything we have in our hearts, sooner or later, we will stop wanting each other and also searching physically. Like in a vicious circle that takes us further and further away from each other. Instead, it’s important to find time every day to talk to each other at least a little bit. Luisa and I always try to find time to talk. We’re looking for it because we think it’s a priority. It happens, for example, that some days I decided to enter later at work and accompany Luisa to her school. When we arrive at the village we enter a bar, order hood and croissant and sit at a fairly secluded coffee table. Those minutes are precious. It’s just our moment. We talk about everything, but in the end it does not matter so much what we say, the beautiful thing is to be able to savor the encounter, the presence of the other that fills us and satiates us. It is a very beautiful moment of intimacy that allows us to start the day with so much peace and joy.

Antonio and Luisa

Eternal love. But in heaven?

At that time, some Sadduceans approached Jesus, who denied that there was a resurrection, and asked him this question:
“Master, Moses has prescribed us: If someone dies a brother who has a wife, but without children, his brother will take his widow and give a lineage to his brother.
There were therefore seven brothers: the first, after taking his wife, died without children.
Then he took the second
and then the third and so all seven; and they all died without leaving children.
Finally, the woman also died.
So this woman, in the resurrection, who will be a wife? Because all seven had it as a wife.”
Jesus answered, “The children of this world take a wife and take husbands;
but those who are judged worthy of the other world and of the resurrection by the dead, do not take a wife or husband;
nor can they die anymore, because they are equal to angels and, being children of the resurrection, are children of God.
That then the dead rise, Moses also pointed it out to the bush, when he calls the Lord: God of Abraham, God of Isaac and God of Jacob.
God is not God of the dead, but of the living; because everyone lives for him.” (Luke 20,27-38.)

We try to contextualize this gospel. Who were the sadduceans? The Sadduceans were the helite of the Jewish-Palestinian society of Jesus’ time. From them came that ruling and priestly class that often represented the Jews in front of the Romans. They were few but very influential. They did not believe, and that is what interests us most, in eternal life and resurrection from the dead. Jesus, through this word, wanted to highlight how on this point the Sadducei are wrong and confirms that we are instead made to live forever. God is not the God of the dead, but of the living. This blog helps us reflect on our call to spousal love, and this gospel poses an important question. What will our life be like in God’s eternal life? What will the relationship between the newlyweds be like?

We don’t know it as we know almost nothing about eternal life. It is something that does not yet belong to us and that we cannot understand. There are, however, some reflections that we can make by taking on some reality and truth that we know.

Marriage is a vocation. Through marriage we can respond to God’s love. The other becomes a mediator between us and God. By loving the other, we can love God. By loving the brother/sister we see and touch, we can love God that we do not see. Marriage is a sacrament of the body. The body is an integral part of marriage. We can only live our marriage through the body. Our deepest and most spiritual part (the will, the soul, the heart) is not enough, but it is necessary that the love that arises in our deepest and most intimate part can become visible and concrete through the body. There is no marriage without the first physical relationship.

From these truths of our faith it is clear that marriage ceases with death. In paradise we can love God directly without any mediation. The main purpose of the marriage is therefore diminished. Our body will also be different, it will be transfigured, we do not know how but we know that it will be different. It is therefore uncommon and plausible to believe that our sexuality can be experienced as we live it now.

So there will be no more marriage, Jesus confirms it too, but we can really think that the Quattrocchi spouses, Martin, Pietro and Gianna Beretta Molla, and many other couples who have embodied a wonderful marriage love then do not bear the signs even in the eternal life? I can’t believe it. For sure, more than a certainty is a hope, it will remain a special friendship. I am sure that Luisa will have a special place in my heart even in Paradise. Everything I’ve built with her in this life doesn’t erase, she doesn’t reset. All gestures of tenderness, care, intimacy, forgiveness, listening, presence, sharing joys and sorrows, all these experiences remain imprinted indelibly in my heart. On the day I die, I’m going to leave everything here in this life. In my suitcase I will carry only my heart, the love given and received and she is an integral part of it. I am sure that on our wedding day, June 29, 2002, a relationship began that will last forever. In eternal life it will certainly be different and transfigured, but even more beautiful and wonderful because it lived in the light and in the presence of God.

Pope Francis in Amoris Laetitia quotes a statement by Thomas D’Aquino that you can read in Summa contra Gentiles. A phrase that explains precisely the whole meaning of this article: After the love that unites us with God, conjugal love is the “greatest friendship”. I think this will be true forever. This friendship will never be taken away from us.

Antonio and Luisa

Un amore eterno. Ma in paradiso?

To read in English

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducei, i quali negano che vi sia la risurrezione, e gli posero questa domanda:
«Maestro, Mosè ci ha prescritto: Se a qualcuno muore un fratello che ha moglie, ma senza figli, suo fratello si prenda la vedova e dia una discendenza al proprio fratello.
C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli.
Allora la prese il secondo
e poi il terzo e così tutti e sette; e morirono tutti senza lasciare figli.
Da ultimo anche la donna morì.
Questa donna dunque, nella risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».
Gesù rispose: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito;
ma quelli che sono giudicati degni dell’altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito;
e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio.
Che poi i morti risorgono, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe.
Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui». (Luca 20,27-38.)

Cerchiamo di contestualizzare questo Vangelo. Chi erano i sadducei? I sadducei erano l’elitè della società ebraico-palestinese del tempo di Gesù. Da loro proveniva quella classe dirigente e sacerdotale che spesso rappresentava gli ebrei di fronte ai romani. Erano pochi ma molto influenti. Non credevano, ed è quello che più ci interessa, nella vita eterna e nella resurrezione dai morti. Gesù, attraverso questa parola, ha voluto mettere in evidenza come su questo punto i sadducei sbagliano e conferma che siamo invece fatti per vivere in eterno. Dio non è il Dio dei morti, ma dei vivi. Questo blog aiuta a riflettere sulla nostra chiamata all’amore sponsale e questo Vangelo pone una questione importante. Come sarà la nostra vita nell’eterno di Dio? Come sarà la relazione tra gli sposi?

Non lo sappiamo come non sappiamo quasi nulla della vita eterna. E’ qualcosa che non ci appartiene ancora e che non possiamo comprendere. Ci sono però alcune riflessioni che possiamo fare assumendo alcune realtà e verità che conosciamo.

Il matrimonio è una vocazione. Attraverso il matrimonio possiamo rispondere all’amore di Dio. L’altro/a diventa mediatore tra noi e Dio. Amando l’altro/a possiamo amare Dio. Amando il fratello/la sorella che vediamo e che tocchiamo possiamo riamare Dio che non vediamo. Il matrimonio è un sacramento del corpo. Il corpo è parte integrante del matrimonio. Noi possiamo vivere il nostro matrimonio solo attraverso il corpo. Non basta la nostra parte più profonda e spirituale (la volontà, l’anima, il cuore) ma serve che l’amore che nasce nella nostra parte più profonda ed intima possa diventare visibile e concreto attraverso il corpo. Non c’è infatti matrimonio senza il primo rapporto fisico.

Da queste verità della nostra fede è chiaro che il matrimonio cessa con la morte. In paradiso potremo amare Dio direttamente senza più nessuna mediazione. Viene meno quindi lo scopo principale del matrimonio. Anche il nostro corpo sarà diverso, sarà trasfigurato, non sappiamo come ma sappiamo che sarà diverso. E’ quindi poco sensato e plausibile credere che la nostra sessualità possa essere vissuta come la viviamo ora.

Quindi non ci sarà più matrimonio, lo conferma anche Gesù, ma davvero possiamo pensare che i coniugi Quattrocchi, i coniugi Martin, Pietro e Gianna Beretta Molla, e tante altre coppie che hanno incarnato un amore matrimoniale stupendo poi non ne portino i segni anche nella vita eterna? Non ci credo. Di sicuro, più che una certezza è una speranza, resterà un’amicizia particolare. Sono sicuro che Luisa avrà un posto speciale nel mio cuore anche in Paradiso. Tutto quello che ho costruito con lei in questa vita non si cancella, non si resetta. Tutti i gesti di tenerezza, di cura, di intimità, di perdono, di ascolto, di presenza, di condivisione di gioie e dolori, tutte queste esperienze restano impresse in modo indelebile nel mio cuore. Il giorno della mia morte lascerò tutto qui in questa vita. Nella mia valigia porterò solo il mio cuore, l’amore dato e ricevuto e lei ne è parte integrante. Sono sicuro che il giorno del nostro matrimonio, il 29 giugno 2002, è iniziata una relazione che durerà per sempre. Nella vita eterna sarà sicuramente diversa e trasfigurata, ma ancora più bella e meravigliosa perchè vissuta nella luce e alla presenza di Dio.

Papa Francesco in Amoris Laetitia cita un’affermazione di Tommaso D’Aquino che potete leggere nella Summa contra Gentiles. Una frase che spiega in modo preciso tutto il senso di questo articolo: Dopo l’amore che ci unisce a Dio, l’amore coniugale è la «più grande amicizia». Credo che questo sarà vero  per sempre. Questa amicizia non ci verrà mai tolta.

Antonio e Luisa

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A look always to rebuild, not to destroy more

Today we’re talking about guilt. A bride wrote to me asking me to help her figure out how to deal with guilt. She married and let herself be wooed by another man. Not only did she feel gratified and pleased with her colleague’s attentions. She realized the danger and cut it all off. She also wanted to talk to her husband about it to keep him informed and to apologize to him.

Is it right that you feel guilt? I’d say so. There’s already a little betrayal in his attitude. She shifted the focus from the marriage relationship to another relationship. His guilt, however, must be constructive and not destructive. What do I mean? Guilt is a good thing when it sounds like a wake-up call. She realized that she was seeking the attention and care she wanted no longer in her husband, but in a third person. This convinced her to change course and direct her gaze towards the groom. It’s not enough, though. Now she and her husband must, must, reflect and ponder why she is faced with this danger, temptation, weakness, call her what you will. Many betrayals and then separations are born thus. They must reflect well; this escaped danger is a sign that something in their relationship is to be put right. It often happens that the ordinary life of a family leads to take for granted. Gradually you lose sight and slip into the absence of loving dialogue. Dialogue made of gestures of tenderness and mutual care. Here, this situation can be an opportunity to put the dynamics of couple in place, to start looking again with the eyes of the person who loves and who cares about the other. What could be a mortal danger to the couple can turn into a beginning of rebirth and renewal. It’s up to the couple to take advantage of it.

When is the guilt not good? When it’s destructive. When, the risk is there, you identify with that behavior that we had. This bride feels wrong because she indulged in misbehavior. Nothing more harmful. We make mistakes, we fall into small and big temptations, but we are not those mistakes. We can with our choices remedy, or when it is not possible at least to change attitude is to learn from those mistakes. The bride who wrote to me feeling bad about her behavior should focus more on her positive reaction that prevented that little betrayal from becoming something more serious and perhaps irreparable. That bride should focus now not on her misbehavior, but on the cause that caused it. This is the way to deal with a guilty sense in a winning way, this is the way to start again stronger and with more conviction than before.

Antonio and Luisa

Uno sguardo sempre per ricostruire, non per distruggere di più

(to read in english click)

Oggi parliamo di sensi di colpa. Mi ha scritto una sposa chiedendomi di aiutarla a capire come affrontare il senso di colpa. Lei sposata si è lasciata corteggiare da un altro uomo. Non solo si è sentita gratificata e a provato piacere nelle attenzioni del collega. Lei si è resa conto del pericolo e ha troncato tutto. Ha voluto anche parlarne con il marito per metterlo al corrente e per scusarsi con lui.

E’ giusto che lei provi un senso di colpa? Direi di si. C’è già un piccolo tradimento nel suo atteggiamento. Ha spostato l’attenzione dalla relazione matrimoniale ad un’altra relazione. Il suo senso di colpa deve essere però costruttivo e non distruttivo. Cosa voglio dire? Il senso di colpa è una cosa buona quando suona come un campanello d’allarme. Lei si resa conto che stava ricercando l’attenzione e la cura che desiderava non più nel marito, ma in una persona terza. Questo l’ha convinta a cambiare rotta e ridirigere il suo sguardo verso lo sposo. Non basta però. Ora deve, anzi devono insieme lei e il marito, riflettere e meditare sul perché lei sia incorsa in questo pericolo, tentazione, debolezza, chiamatela come volete. Molti tradimenti e poi separazioni nascono così. Devono riflettere bene; questo pericolo scampato è un segno che qualcosa nel loro rapporto è da mettere a posto. Spesso accade che la vita ordinaria di una famiglia porti a darsi per scontati. Pian piano ci si perde di vista e si scivola nell’assenza di dialogo amoroso. Dialogo fatto di gesti di tenerezza e cura vicendevoli. Ecco, questa situazione può essere un’occasione per mettere apposto le dinamiche di coppia, per ricominciare a guardarsi con gli occhi della persona che ama e che ci tiene all’altro/a. Quello che poteva essere un pericolo mortale per la coppia può trasformarsi in un inizio di rinascita e rinnovamento. Sta alla coppia approfittarne.

Quando invece il senso di colpa non va bene? Quando è distruttivo. Quando, il rischio c’è, ci si identifica con quel comportamento che abbiamo avuto. Questa sposa si sente sbagliata perché ha assecondato un comportamento sbagliato. Nulla di più dannoso. Noi commettiamo errori, cadiamo in piccole e grandi tentazioni, ma non siamo quegli errori. Possiamo con le nostre scelte porre rimedio, o quando non è possibile almeno cambiare atteggiamento è imparare da quegli errori. La sposa che mi ha scritto sentendosi cattiva per il suo comportamento dovrebbe concentrarsi maggiormente sulla sua reazione positiva che ha evitato che quel piccolo tradimento potesse diventare qualcosa di più grave e forse irreparabile. Quella sposa dovrebbe concentrarsi ora non sul suo comportamento sbagliato, ma sulla causa che lo ha provocato. Questo è il modo per affrontare in modo vincente un senso di colpa, questo è il modo per ripartire più forte e con più convinzione rispetto a prima.

Antonio e Luisa

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St. Francis, the wolf… and us

Dearest, what we share today is the result of several days of preparation, prayer and reflection.

We hope you can enjoy this article… that can be a fruitful read for you.

Have a good read and “The Lord give you peace.”

+++

The XXI chapter of the Flowers of the Life of St. Francis (Francis Sources No.1852) tells the famous story of the great, terrible and ferocious Wolf who appeared outside the walls of Gubbio during the period when Francis lived in that city.

A wolf that devoured animals and humans so much that the locals no longer had the courage to go to the countryside.

Out of compassion for these people but also for the wolf, Francis wanted to go against this animal despite everyone advising him…

… and making the sign of the holy cross (…) Saint Francis took the path to the place where the wolf was. And here … the said wolf meets Saint Francis, with his mouth open; and by sticking to him, Saint Francis makes the sign of the cross,and i call him and say:

“Come here, Brother Wolf, I command you on Christ’s side that you do not hurt me or person.”

(…) as soon as Saint Francis had made the cross, the terrible wolf closed his mouth and ran again: and made the commandment, he was meekly like a lamb, and i.e. all the feet of Saint Francis to lie. And St. Francis spoke to him like this:

«Brother wolf, you do a lotof damage in these parts, and … you have had to kill men made to the image of God; for which you are worthy of the forks (…).

But I want, brother wolf, to make peace between you and them, so that you no longer offend them, and they forgive you every past offense, and neither men nor dogs pursue you any more.”

And he said these words, the wolf with acts of body and tail and ears and bowing his head showed to accept what St. Francis says and to want to observe it.

Then Holy Francis said, “Wolf friars, for you like to do and keep this peace, I promise you that I will make you give the expenses continuously, while you will live, from the men of this earth, so that youwill not suffer more hunger; that I know well that because of hunger you have done every wrong.

(…) Brother wolf, I want you to give me this promise, and i want you to trust it.”

And stretching the hand of Saint Francis to receive his faith, the wolf raised the right pea before it, and dimetically can put it over the hand of Saint Francis, giving him that signal that he could of faith. (…)

This beautiful event of the life of St. Francis of Assisi has much to teach in our everyday life, it has much to say to our way of living relationships with people.

Of course we do not live in 1200 and to see a wolf now you have to go miles and go into the reserves, but today as then evil exists and every day we experience it.

Wolves around we see many, but the problems begin when a certain amount of nastiness we find in our loved ones, when for example the wolf has the face of a son who abuses us, when the wolf has the face of a friend who betrays us , when the wolf resembles our husband screaming or our wife who no longer speaks to us.

How did St Francis bring the Wolf closer?

Following his example, maybe we can find the key to getting us out alive and saving the wolf… Already… Francis did not propose (he could do so) to organize a team of armed people to kill the wolf; He knows that this is not the real solution to human conflict.

Let’s take it one step at a time imagining that we are together with St. Francis, there… in the countryside and woods outside the city of Gubbio.

1) THE SIGN OF THE CROSS.

The first thing we see is this: St. Francis makes the sign of the Cross. First on himself and then on the wolf.

This gesture is very significant, which evokes a very specific fact.

Before, St. Francis was a rich young man from Assisi who, when he saw lepers, ran away like lightning.

One day Francis meets, in St. Damian, the gaze of Christ crucified. A wooden board that represents the image of Jesus, known as the “Crucifix of San Damiano”.

From the encounter with that gaze Francis is reborn. Start a new life with the repentance of his sins. Before Jesus’ eyes, Francis recognizes the evil in his heart and regrets it bitterly.

We could say that Francis was a Wolf. Then meeting Christ becomes a forgiven Wolf.

But back to the story:

Francis makes himself the Sign of the Cross. It’s not a good luck gesture… With the sign of the Cross Francis remembers being a Wolf forgiven by Christ… and it is only then that he can go and meet the Wolf of the wild that awaits him with his mouth wide open.

Francis goes to the wolf and manages to approach him because he sees him as like himself.

He knows the wolf in front of him, he knows how to speak to him because he knows very well the wolf that lives in his heart.

Francis is a sinner like all men, but thanks to his encounter with the Crucified Christ, thanks to the forgiveness that Jesus offers him every time in confession… he can stop being afraid of himself and all the men in the world… were also the fiercest, the meanest, the most leper.

And that’s how the wolf feels recognized and treated for what it is: a hungry creature of God.

Francis knows that it is hunger that makes the wolf carry out his murders; but he also knows that the wolf is hungry for caresses, of tenderness… that at the bottom of his heart there is a puppy wounded by life, that at the bottom of the heart of the Wolf there is Christ waiting to come out, to live and to give true life to the Wolf.

Like each of us, as in each of us.

So what… So what… even in our human relationships (friendships, marriage, etc.) we are called to recognize the wolf that we carry in our hearts and to bring it to Christ in confession.

Christ with His sacramental Forgiveness will handcuff our wolf and thus we can go to the Wolf who lives in the heart of the other without judgment and without resentment.

2) “… I COMMAND YOU ON THE PART OF CHRIST…”

Francis enters into dialogue with the wolf not alone, but with Christ.

… in the name of Christ…” Francis teaches us to live all relationships by placing Jesus at the center.

Francis commands the wolf not to do more harm and does so in the name of Christ.

Between him and the wolf there is Christ, as Christ is between him and his friars, between him and his parents, between him and St. Clare, between him and the sultan when he goes to the holy land. In all his relationships Francis brings Christ in.

Francis tells us that one enters into a relationship with one’s neighbour in a way not only human, but also divine.

Placing Christ at the center, as it happens sacramentally in Christian Marriage, means wanting to live in the presence of God, wanting to speak, wanting to greet, wanting to sweep the house, wanting to love and also wanting to quarrel always in the presence of Christ.

It means turning our everyday life into a way of becoming saints for Christ.

If we decide to enter into a relationship with our neighbour by passing from Christ then our relationships will be renewed, they will be more authentic because we in the company of Christ are called and helped to be authentic.

We still emphasize that Francis pronounces the Name of Christ.

In this regard, it should be remembered that the Very Holy Name of Jesus Christ is powerful. In His name there is His own presence and naming Him makes him present. The Name of Jesus drives away demons, heals and heals, in His Name we are saved.

Francis knows this very well and “goes into armed battle”, goes into battle to restore peace together with Jesus himself.

Let us also do it when we want Christ to live in our lives; so that peace may return in our hearts and relationships: “Jesus, help me to forgive that person who…”, or “Even if you have hurt me, I give you a kiss in the Name of Jesus.” Let’s try it and we’ll see the results.

3) “WOLF FRIAR, YOU DO A LOT OF DAMAGE IN THESE PARTS…”

Following our dear Francis of Assisi, we see that he turns to the Wolf calling him “Brother”.

Did the Wolf make vows of chastity, poverty, and obedience? Of course not.

Francis calls him a friar, or brother. He recognizes in him the dignity of god’s creature and therefore his brother, even if his brother is behaving badly.

And he has no qualms about reminding his wolf brother of all the evil he has done to others.

Francis does not pretend anything, he knows that peace is built with two ingredients: justice and forgiveness.

Francis calls evil by name, he is not afraid to do so. Evil is evil. The wolf made a mistake, he committed acts that made others suffer and this Francis tells him clearly.

Truth is necessary.

Telling those who hurt us that he did wrong is important.

Why, however, does the wolf not tear Francis after he has also reproached him?

Here is perhaps an answer: Francis throughout his life has shown that he does not want to feel better than any bad wolf and it is so, starting from the humility that he can say to the wolf these words of truth because in them there is no condemnation towards the wolf, but only towards his actions .

In other words, the wolf can’t be heard saying, “You suck!” … but the wolf’s heart hears: “What you did sucks, but you’re not what you did… you are precious in spite of the evil you have done.”

It is the sin that is condemned, not the sinner.

It is the betrayal of our spouse that must be condemned, not our spouse… it is the unjust slander made by our friend that must be condemned… our friend should not be condemned. It is the bullying at work that we have suffered that must be condemned, not the employer who bullied us.

This is the style of Christ and Francis knows it well. And apply what he has learned from Christ.

4) “… THAT I KNOW WELL THAT BECAUSE OF HUNGER YOU HAVE DONE EVERY WRONG.”

Another step Francis takes is to understand the motivations that have led the wolf to behave in an evil way.

We too, if we really want to pursue Peace and walk the path taught by Christ, must try to put ourselves in the shoes of others. even as our worst enemy and try to understand what may have led him to sin, to do that evil.

Francis knows that the wolf acted so out of hunger: hungry for food, but – perhaps – also hungry for attention, hunger for security, power…

Francis recognizes what is in his heart the wolf, remembering all the “appetites” that have led him in the past to be a superficial and self-centered young man.

Francis knows that the heart of the wolf is similar to his. And he’s not wrong, because he is.

Both have flesh hearts.

Francis’ heart has only one difference from that of the wolf: Francis’ heart knows that despite his misery, the Lord forgives his “hunger”… his sinful appetites.

Mercy precedes repentance… for Francis did not convert because someone made him feel guilty, but because looking at the love of Christ he knew to throw himself into the arms of those who loved him despite all the weight of his sick heart.

How many times do we have a family… when we scold someone (husband, wife, children) feeling better, that person doesn’t change.

When we recognize that we are all “fallible” and we all make mistakes… and let us note with love and sweetness the mistake to the other… here comes the repentance of the person who made a mistake from that loving and welcoming attitude.

Now the wolf, after feeling welcomed as a brother, after someone has spoken to him in truth and given him mercy… Now the Wolf must take a decisive step:

5) “… BROTHER WOLF, I WANT YOU TO GIVE ME FAITH IN THIS PROMISE””

The Wolf is a welcomed brother, he is rehabilitated… but to an essential condition: he must repent and make the firm decision not to hurt others anymore.

It is the act of will required of each of us and no one can be “saved” without his own consent.

The Wolf is there. Francis said and did what Christ taught him. Now it’s Wolf’s turn. The Wolf can choose whether to refuse or accept forgiveness.

Accepting forgiveness means for him to have a new life with the help of the people of the country – who are committed to helping him, feeding him and loving him and this tells us that the good and healing of others is not easy, but always requires our commitment and our Help.

Rejecting forgiveness means choosing to continue living alone, in the woods, and dying of hunger and malice.

The choice is up to the wolf. And Francis cannot decide in his place. Even Christ cannot choose in place of a person who does not wish to repent despite the possibility of doing so.

We know that in the story told the Wolf accepts forgiveness and makes a promise never to commit the evil he had done before again.

But how would it have been if the wolf had refused forgiveness?

What was Francis supposed to do for the wolf?

Francis should have prayed every day for him… and who knows how many wolves Francis wore in his heart… people he prayed for every day because they had rejected repentance and forgiveness.

That is also the case in our relations.

“Loveyour enemies, pray for those who persecute you”… the act of love of prayer is always necessary for every wolf to… Including us… we can accept forgiveness even on the verge of death.

CONCLUSIONS:

We ask the Lord to have a true vision of ourselves, to see that we are no better or worse than our spouse, our children, our friends, our enemies.

We ask for the gift of walking a path to the healing of the heart. a healing that begins when we do not judge ourselves and judge others, when we say:

“Youwolf friar you are thief and murderer”… just like me. Come brother, let us walk together in the sign of the Cross, walk together in the Name of Jesus Christ, and he will lead us to true Peace.

In praise of Christ and the poor man of Assisi,

Peter and Philomena, Sposi&Spose di Cristo

San Francesco, il lupo…e noi

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”

(To read in English)

Carissimi, quello che vi condividiamo oggi è frutto di diversi giorni di preparazione, preghiera e riflessione.

Speriamo possiate gustare questo articolo…che possa essere per voi una lettura fruttuosa.

Buona lettura e…”Il Signore vi dia Pace”.

+++

Al capitolo XXI dei Fioretti della vita di San Francesco (Fonti Francescane n.1852) si narra della famosa vicenda del grandissimo, terribile e feroce Lupo che apparve fuori dalle mura di Gubbio nel periodo in cui Francesco dimorava in quella città.

Lupo che divorava animali e uomini tanto che la gente del luogo ormai non aveva più il coraggio di andare nelle campagne.

Per compassione di queste persone ma anche del lupo, Francesco volle andare in contro a questo animale nonostante tutti glielo sconsigliassero…

…e facendosi il segno della santissima croce (…) santo Francesco prese il cammino verso il luogo dove era il lupo. Ed ecco che (…) il detto lupo si fa incontro a santo Francesco, con la bocca aperta; ed appressandosi a lui, santo Francesco gli fa il segno della croce, e chiamollo a sé e disse così:

«Vieni qui, frate lupo, io ti comando dalla parte di Cristo che tu non facci male né a me né a persona».

(…) appena che santo Francesco ebbe fatta la croce, il lupo terribile chiuse la bocca e ristette di correre: e fatto il comandamento, venne mansuetamente come agnello, e gittossi alli piedi di santo Francesco a giacere. E santo Francesco gli parlò così:

«Frate lupo, tu fai molti danni in queste parti, e (…) hai avuto ardire d’uccidere uomini fatti alla immagine di Dio; per la qual cosa tu se’ degno delle forche (…).

Ma io voglio, frate lupo, far la pace fra te e costoro, sicché tu non gli offenda più, ed essi ti perdonino ogni passata offesa, e né li omini né li cani ti perseguitino più».

E dette queste parole, il lupo con atti di corpo e di coda e di orecchi e con inchinare il capo mostrava d’accettare ciò che santo Francesco dicea e di volerlo osservare.

Allora santo Francesco disse: «Frate lupo, poiché ti piace di fare e di tenere questa pace, io ti prometto ch’io ti farò dare le spese continuamente, mentre tu viverai, dagli uomini di questa terra, sicché tu non patirai più fame; che io so bene che per la fame tu hai fatto ogni male.

(…) Frate lupo, io voglio che tu mi facci fede di questa promessa, acciò ch’io me ne possa bene fidare».

E distendendo la mano santo Francesco per ricevere la sua fede, il lupo levò su il piè ritto dinanzi, e dimesticamente lo puose sopra la mano di santo Francesco, dandogli quello segnale ch’egli potea di fede.(…)

Questo bellissimo avvenimento della vita di san Francesco di Assisi ha molto da insegnare alla nostra vita di tutti i giorni, ha molto da dire al nostro modo di vivere le relazioni con le persone.

Certo non viviamo nel 1200 e per vedere un lupo ormai bisogna fare chilometri ed addentrarsi nelle riserve, ma oggi come allora la malvagità esiste ed ogni giorno ne facciamo esperienza.

Lupi in giro ne vediamo molti, ma i problemi iniziano quando una certa dose di cattiveria la troviamo nei nostri cari, quando ad esempio il lupo ha il volto di un figlio che ci maltratta, quando il lupo ha il volto di un’amica che ci tradisce, quando il lupo somiglia a nostro marito che urla o a nostra moglie che non ci parla più.

Come ha fatto san Francesco ad avvicinare il Lupo?

Seguendo il suo esempio, forse possiamo trovare la chiave per uscire vivi noi e salvare il lupo…già…Francesco infatti non propone (poteva farlo) di organizzare una squadra di gente armata per ammazzare il lupo; lui sa che questa non è la vera soluzione del conflitto umano.

Facciamo un passo per volta immaginando di essere insieme a san Francesco, lì…nei nelle campagne e nei boschi fuori della città di Gubbio.

1) Il Segno della Croce.

La prima cosa che vediamo è questa: San Francesco fa il segno della Croce. Prima su di sé e poi sul lupo.

Questo gesto è molto significativo che ci evoca un fatto ben preciso.

Tempo prima san Francesco era un giovane ricco di Assisi che quando vedeva i lebbrosi scappava via come un fulmine.

Un giorno Francesco incontra, a san Damiano, lo sguardo di Cristo crocifisso. Una tavola di legno in cui è rappresentata l’immagine di Gesù, conosciuto come il “Crocifisso di San Damiano”.

Dall’incontro con quello sguardo Francesco rinasce. Inizia una nuova vita col pentimento dei suoi peccati. Innanzi agli occhi di Gesù, Francesco riconosce il male che ha nel cuore e se ne pente amaramente.

Potremmo dire che Francesco era un Lupo. Poi incontrando il Cristo diventa un Lupo perdonato.

Ma torniamo alla storia:

Francesco si fa il Segno di Croce. Non è una gesto portafortuna…col segno di Croce Francesco fa memoria di essere un Lupo perdonato da Cristo…ed è solo allora che può andare ad incontrare il Lupo della selva che lo attende con la bocca spalancata.

Francesco si reca dal lupo e riesce ad avvicinarlo poiché lo vede simile a sé stesso.

Egli conosce il lupo che ha difronte, sa come parlargli poiché conosce benissimo il lupo che vive nel suo cuore.

Francesco è un peccatore come tutti gli uomini, ma grazie all’incontro con il Cristo Crocifisso, grazie al perdono che Gesù gli offre ogni volta nella confessione…lui può smettere di aver paura di sé stesso e di tutti gli uomini del mondo…fossero anche i più feroci, i più cattivi, i più lebbrosi.

Ed è così che il lupo si sente riconosciuto e trattato per quello che è: una creatura di Dio affamata.

Francesco sa che è la fame che fa compiere al lupo i suoi omicidi; ma sa anche che il lupo ha fame di carezze, di tenerezza…che in fondo al suo cuore c’è un cucciolo ferito dalla vita, che in fondo al cuore del Lupo c’è Cristo che aspetta di venire fuori, di vivere e di ridare vita vera al Lupo.

Come ciascuno di noi, come in ciascuno di noi.

E allora…e allora…anche nelle nostre relazioni umane (amicizie, matrimonio, ecc.) siamo chiamati a riconoscere il lupo che ci portiamo nel cuore e a portarlo da Cristo nella confessione.

Cristo con il Suo Perdono sacramentale ammansirà il nostro lupo e così potremo andare verso il Lupo che vive nel cuore dell’altro senza giudizio e senza rancore.

2) “…io ti comando da parte di Cristo…”

Francesco entra in dialogo con il lupo non da solo, ma con Cristo.

…nel nome di Cristo…” Francesco ci insegna a vivere tutte le relazioni ponendo Gesù al centro.

Francesco comanda al lupo di non fare più del male e lo fa nel nome di Cristo.

Tra lui ed il lupo c’è Cristo, come Cristo c’è tra lui e i suoi frati, tra lui e i suoi genitori, tra lui e santa Chiara, tra lui ed il sultano quando andrà in terra santa. In tutte le sue relazioni Francesco fa entrare Cristo.

Francesco ci dice che si entra in relazione con il prossimo in un modo non solamente umano, ma anche divino.

Porre Cristo al centro, così come accade sacramentalmente nel Matrimonio Cristiano, vuol dire voler vivere alla presenza di Dio, voler parlare, voler salutare, voler spazzare la casa, volersi amare e voler anche litigare sempre alla presenza di Cristo.

Vuol dire far trasformare a Cristo la nostra vita di tutti i giorni in una strada per diventare santi.

Se decideremo di entrare in relazione con il prossimo passando da Cristo allora le nostre relazioni si rinnoveranno, saranno più autentiche perché noi in compagnia di Cristo siamo chiamati ed aiutati ad essere autentici.

Sottolineiamo ancora che Francesco pronuncia il Nome di Cristo.

A tal proposito va ricordato che il Santissimo Nome di Gesù Cristo è potente. Nel Suo nome c’è la Sua stessa presenza e nominarLo Lo rende presente. Il Nome di Gesù scaccia i demoni, guarisce e risana, nel Suo Nome siamo salvati.

Francesco lo sa benissimo e “va in battaglia armato”, va in battaglia per ristabilire la pace insieme a Gesù stesso.

Facciamolo anche noi quando vogliamo che Cristo operi nella nostra vita; affinché torni la pace nel nostro cuore e nelle nostre relazioni: “Gesù, aiutami a perdonare quella persona che…”, oppure “Anche se mi hai ferito, ti do un bacio nel Nome di Gesù”. Proviamoci e vedremo i risultati.

3) “Frate lupo, tu fai molti danni in queste parti…”

Seguendo il nostro caro Francesco d’Assisi, vediamo che si rivolge al Lupo chiamandolo “Frate”.

Il Lupo ha fatto i voti di castità, povertà e obbedienza? Certo che no.

Francesco lo chiama frate, ovvero fratello. Riconosce in lui la dignità di creatura di Dio e quindi suo fratello, anche se questo suo fratello si sta comportando male.

E non si fa scrupoli a ricordare al suo fratello lupo tutto il male che ha fatto al prossimo.

Francesco non fa finta di nulla, egli sa che la pace si costruisce con due ingredienti: giustizia e perdono.

Francesco chiama per nome il male, non ha paura di farlo. Il male è male. Il lupo ha sbagliato, ha commesso atti che hanno fatto soffrire gli altri e questo Francesco glielo dice chiaramente.

La verità è necessaria.

Dire a chi ci ha fatto del male che ha sbagliato è importante.

Come mai però il lupo non sbrana Francesco dopo che questo lo ha anche rimproverato?

Ecco forse una risposta: Francesco in tutta la sua vita ha dimostrato di non volersi sentire migliore di qualsiasi lupo cattivo ed è così, partendo dall’umiltà che può dire al lupo queste parole di verità perché in esse non c’è condanna verso il lupo, ma solo verso le sue azioni.

In altre parole, il lupo non si sente dire: “fai schifo!”…ma il cuore del lupo sente dire: “Quello che hai fatto fa schifo, ma tu non sei quello che hai fatto…tu sei prezioso nonostante il male che hai commesso”.

E’ il peccato che viene condannato, non il peccatore.

E’ il tradimento del nostro coniuge che va condannato, non il nostro coniuge…è la calunnia ingiusta fatta dal nostro amico che va condannata…non va condannato il nostro amico. E’ il mobbing sul lavoro che abbiamo subito che va condannato, non il datore di lavoro che ci ha fatto mobbing.

Questo è lo stile di Cristo e Francesco lo sa bene. E applica ciò che da Cristo ha imparato.

4) “…che io so bene che per la fame tu hai fatto ogni male.”

Altro passo che Francesco compie è quello di comprendere le motivazioni che hanno potuto portare il lupo a comportarsi in modo malvagio.

Anche noi, se vogliamo veramente perseguire la Pace e camminare nella via insegnata da Cristo, dobbiamo cercare di metterci nei panni altrui…anche nei panni del nostro peggior nemico e provare a comprendere ciò che può averlo portato a peccare, a compiere quel male.

Francesco sa che il lupo ha agito così per fame: fame di cibo, ma – forse – anche fame di attenzioni, fame di sicurezze, di potere…

Francesco riconosce ciò che ha nel cuore il lupo facendo memoria di tutti gli “appetiti” che hanno portato lui in passato ad essere un giovane superficiale ed egocentrico.

Francesco sa che il cuore del lupo è simile al suo. E non sbaglia, perché è così.

Entrambi hanno cuori di carne.

Il cuore di Francesco ha solo una differenza rispetto a quello del lupo: il cuore di Francesco sa che nonostante la sua miseria, il Signore perdona la sua “fame”…i suoi appetiti peccaminosi.

La Misericordia precede il pentimento…giacché Francesco non si è convertito perché qualcuno lo abbia fatto sentire in colpa, ma perché guardando all’amore di Cristo sapeva di buttarsi tra le braccia di chi lo amava nonostante tutto il peso del suo cuore malato.

Quante volte ci capita in famiglia…quando sgridiamo qualcuno (marito, moglie, figli) sentendoci migliori ecco che quella persona non cambia.

Quando invece riconosciamo che siamo tutti “fallibili” e tutti sbagliamo…e facciamo notare con amore e dolcezza l’errore all’altro…ecco che da quell’atteggiamento amorevole e accogliente nasce il pentimento della persona che ha sbagliato.

Ora il lupo, dopo essersi sentito accolto come un fratello, dopo che qualcuno gli ha parlato nella verità e gli ha donato misericordia…ora il Lupo deve fare un passo decisivo:

5) “…Frate lupo, io voglio che tu mi facci fede di questa promessa”

Il Lupo è un fratello accolto, è riabilitato…ma ad una condizione imprescindibile: deve pentirsi e prendere la ferma decisione di non fare più male al prossimo.

E’ l’atto di volontà richiesto a ciascuno di noi e nessuno può essere “salvato” senza il proprio consenso.

Il Lupo è lì. Francesco ha detto e fatto ciò che Cristo gli ha insegnato. Ora tocca al Lupo. Il Lupo può scegliere se rifiutare o se accettare il perdono.

Accettare il perdono vuol dire per lui avere una vita nuova con l’aiuto della gente del paese – i quali si impegnano ad aiutarlo, a nutrirlo e a volergli bene e questo ci dice che il bene e la guarigione del prossimo non è facile, ma richiede sempre il nostro impegno ed il nostro aiuto.

Rifiutare il perdono vuol dire invece scegliere di continuare a vivere da solo, nei boschi e morire di fame e di cattiveria.

La scelta sta al lupo. E Francesco non può decidere al suo posto. Neanche Cristo può scegliere al posto di una persona che non vuol pentirsi nonostante la possibilità di farlo.

Sappiamo che nella storia narrata il Lupo accetta il perdono e fa promessa di non commettere mai più il male che aveva fatto in precedenza.

Ma come sarebbe andata se il lupo avesse rifiutato il perdono?

Cosa avrebbe dovuto fare Francesco per il lupo?

Francesco avrebbe dovuto pregare ogni giorno per lui…e chissà quanti lupi Francesco si portava nel cuore…gente per cui pregava ogni giorno perché avevano rifiutato il pentimento ed il perdono.

Anche nelle nostre relazioni è così.

Amate i vostri nemici, pregate per coloro che vi perseguitano”…l’atto di amore della preghiera è sempre necessario affinché ogni lupo…compresi noi…possiamo accogliere il perdono anche in punto di morte.

Conclusioni:

Chiediamo al Signore di avere una vera visione di noi stessi, di vedere che non siamo migliori o peggiori del nostro coniuge, dei nostri figli, dei nostri amici, dei nostri nemici…

Chiediamo il dono di percorrere un cammino verso la guarigione del cuore…una guarigione che inizia quando non ci giudichiamo e non giudichiamo il prossimo, quando diciamo:

Tu frate lupo sei ladro e assassino”…proprio come me. Vieni fratello, camminiamo insieme nel segno della Croce, camminiamo insieme nel Nome di Gesù Cristo e sarà Lui a condurci alla vera Pace.

A lode di Cristo e del poverello di Assisi,

Pietro e Filomena, Sposi e Spose di Cristo.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Like two skaters

Marriage is a wonderful adventure. The person with whom you have decided to bond for life is never the same. There was a very interesting movie a few years ago. 50 times the first kiss. A brilliant comedy of what only Americans can do. The movie is cute though nothing to say. The interesting thing, which made me think, was the basic idea of the film, that the loved one should be conquered every day. Of course it’s an exaggeration, a cinematic gimmick, but it hides a truth. We are never the same, day after day who we are and how we relate to other people evolves and is influenced by so many factors. Probably in the short term you don’t realize it, but if today I look back and look at who I was on the wedding day, I can only see that I am a very different person, and the same goes for my bride. The relationship is not a straight and stumbled road, where you can distract yourself and operate the autopilot, but it is more like a wire on which to walk with the constant danger of falling. It is exactly like a thread, and we the balancers who, day after day, step by step, must rediscover the center of gravity with small adjustments now to the right and now to the left. Over time you get used to walking on a wire, it is easier to understand in advance any dangers and gusts of wind that can make the path more unstable, but you should never lower your attention thinking you possess the art of walking on the rope or, without realizing it, you find yourself without support and with your butt on the ground. What do I mean by this picture? That marriage is wonderful precisely because we don’t own it. Our relationship must be constantly adjusted and rebalanced because it changes, just as we change. We are used to noticing the physical changes that with the passage of years are more and more evident, but also our way of relating, of showing love and tenderness, of being newlyweds changes with the passage of time. What allows us not to fall is our ability to find ourselves and to accept this challenge every day, this to fall asleep in the evening and wake us up different, an imperceptible diversity, but that as the days go by, if we are not able to find the centre of gravity, it could prove uncontrollable and would no longer allow us to recognize in our bride the one we wanted to marry.

I’ll leave you with a quote from another movie, Casomai:

And how do you imagine the love between a man and a woman?

You know what? I often beg myself watching television when there are pairs of artistic skaters on the ice… I’m fascinated… So unstable on those blades, on that slippery ground… and yet they give me an idea of great stability… they’re elegant… give the idea of a perfect understanding… Do you understand what I mean?

Antonio and Luisa

Come due pattinatori

(To read in English click here)

Il matrimonio è un’avventura meravigliosa. La persona con la quale si è deciso di legarsi per la vita non è mai la stessa. C’era un film di qualche anno fa molto interessante. 50 volte il primo bacio. Una commedia brillante di quelle che solo gli americani sanno fare. Il film è carino anche se nulla di eccezionale. La cosa interessante, che mi ha fatto riflettere, è stata l’idea di base del film, che la persona amata vada conquistata ogni giorno. Certo è un’esagerazione, una trovata cinematografica ma nasconde una verità. Noi non siamo mai gli stessi, giorno dopo giorno chi siamo e come ci relazioniamo con le altre persone evolve e viene influenzato da tanti fattori. Probabilmente nel breve periodo non ce ne si rende conto, ma se oggi mi guardo indietro e osservo chi ero il giorno del matrimonio, non posso che constatare di essere una persona molto diversa, e lo stesso vale per la mia sposa. La relazione non è una strada dritta e senza inciampi, dove si può distrarsi e azionare il pilota automatico,  ma è più simile a un filo sul quale camminare con il continuo pericolo di cadere. E’ esattamente come un filo, e noi gli equilibristi che, giorno dopo giorno, passo dopo passo, dobbiamo ritrovare il baricentro con piccoli aggiustamenti ora a destra e ora a sinistra. Col tempo ci si abitua a camminare su un filo, è più facile capire in anticipo eventuali pericoli e folate di vento che possono rendere il cammino più instabile, ma non si deve mai abbassare l’attenzione pensando di possedere l’arte del camminare sulla corda o, senza accorgersene, ci si ritrova senza appoggio e con il sedere a terra. Cosa voglio dire con questa immagine? Che il matrimonio è meraviglioso proprio perché non lo possediamo. La nostra relazione va continuamente aggiustata e riequilibrata perché cambia, esattamente come cambiamo noi. Noi siamo abituati a notare i cambiamenti fisici che con il passare degli anni sono sempre più evidenti, ma anche il nostro modo di relazionarci, di mostrarci amore e tenerezza, di essere sposi cambia con il passare del tempo.  Quello che ci permette di non cadere è la nostra capacità di ritrovarci e di  accettare questa sfida ogni giorno, questo addormentarci alla sera e svegliarci diversi, una diversità impercettibile, ma che col passare dei giorni, se non si è capaci di ritrovare subito il baricentro, potrebbe rivelarsi incontrollabile e non ci permetterebbe più di riconoscere nella nostra sposa colei che abbiamo voluto sposare.

Vi lascio con una citazione da un altro film, Casomai:

E come ve l’immaginate l’amore tra un uomo e una donna?

Sa una cosa? Spesso m’incanto a guardare la televisione quando ci sono le coppie di pattinatori artistici sul ghiaccio… Mi affascinano… Così instabili su quelle lame, su quel terreno così scivoloso… eppure mi danno un’idea di grande stabilità… sono eleganti… danno l’idea di un’intesa perfetta… Capisce cosa intendo?

Antonio e Luisa

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She doesn’t know who I am anymore, but I know who she is

What I tell you today is the story of a great love. So great that it seems unreal, impossible, a love of those told in the movies. In fact, it is very reminiscent of the plot of a film that Luisa and I watched together: The Notebook. A film that we loved because it relied on our nostalgia to live that kind of love. We had been married for a few years and were savoring and slowly discovering the wonder of spousal union made of totality and gratuitousness. In that movie there is a phrase that struck me in a particular way. She, elderly and ill with Alzheimer’s, stayed by her side day after day and told her, through the pages of a diary, their love story. To the children who asked him why his insistence on being next to his wife who did not recognize him answered with the most beautiful and truer statement he could give: She no longer knows who I am, but I know who she is. A beautiful film, which was very successful and that you probably saw too. Browsing the net, I was looking for information for a meeting that I have to prepare with Luisa, I found the true story of Jack and Phyllis Potter. An elderly British married couple. Jack met Phyllis during World War II in 1941. Jack used to keep a diary and always wrote down a thought every day. That evening in 1941, when he met Phyllis, he wrote in his journal: It was a fantastic afternoon. I danced with a wonderful girl. I hope to see you again. Not only did they see each other again but they married and their lives together, their love, their joys, their sorrows, found their place in the pages of Jack’s diary. In recent years Phyllis has begun to lose her memory, to no longer recognize the man who has been with her for more than seventy years. Jack didn’t lose heart, though. He took his diary and chose to continue to love his bride, although she can give him nothing but an often absent presence. Jack Potter reads those pages every day to his wife, who often can’t even recognize him, to keep their memories alive,fighting against the disease.
A love without time and without borders. That continues to live in the words of this man in love, who confirms daily his love for the woman of his life. Just like in love movies. Just like in the movie Jack doesn’t stop giving himself to his Phyllis because, even if she no longer recognizes him, he knows very well who she is. She is the one to whom she promised love forever, unconditional and free love. This is spousal love: difficult but wonderful.

Antonio and Luisa

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Lei non sa più chi sono io, ma io so bene chi è lei

(To read in English click here)

Quella che vi racconto oggi è la storia di un amore grande. Tanto grande che sembra irreale, impossibile, un amore di quelli raccontati nei film. In effetti ricorda molto la trama di un film che Luisa ed io abbiamo guardato insieme: Le pagine della nostra vita. Un film che ci era piaciuto molto perchè faceva leva proprio sulla nostra nostalgia di vivere quel tipo di amore. Eravamo sposati da pochi anni e stavamo assaporando e scoprendo pian piano la meraviglia dell’unione sponsale fatta di totalità e gratuità. In quel film c’è una frase che mi aveva colpito in modo particolare. Lei, anziana e malata di Alzheimer, lui che le restava accanto giorno dopo giorno e le raccontava, attraverso le pagine di un diario, la loro storia d’amore. Ai figli che gli chiedevano il perchè di quella sua insistenza nello stare accanto alla moglie che non lo riconosceva lui rispondeva con l’affermazione più bella e più vera che potesse dare: Lei non sa più chi sono io, ma io so bene chi è lei. Un film bello, che ha avuto molto successo e che probabilmente avete visto anche voi. Navigando in rete, stavo cercavo informazioni per un incontro che devo preparare con Luisa, ho trovato la storia vera di Jack e Phyllis Potter. Una coppia di anziani sposi inglesi. Jack incontrò Phyllis durante la seconda guerra mondiale, nel 1941. Jack aveva l’abitudine di tenere un diario e ha sempre annotato un pensiero ogni giorno. Quella sera del 1941, quando incontrò Phyllis, scrisse sul suo diario: È stato un pomeriggio fantastico. Ho ballato con una ragazza meravigliosa. Spero di rivederti. Non solo si rividero ma si sposarono e la loro vita insieme, il loro amore, le loro gioie, i loro dolori, trovarono posto nelle pagine del diario di Jack. Negli ultimi anni Phyllis ha cominciato a perdere la memoria, a non riconoscere più l’uomo che le è stato accanto per più di settant’anni. Jack non si è però perso d’animo. Ha preso il suo diario e ha scelto di continuare ad amare la sua sposa, anche se lei non può restituirgli nulla se non una presenza spesso assente. Jack Potter ogni giorno legge quelle pagine alla moglie, che spesso non riesce neanche a riconoscerlo, per mantenere vivi i loro ricordi, lottando contro la malattia.
Un amore senza tempo e senza confini. Che continua a vivere nelle parole di quest’uomo innamorato, che conferma quotidianamente il suo amore per la donna della sua vita. Proprio come succede nei film d’amore. Proprio come nel film Jack non smette di donarsi alla sua Phyllis perchè, anche se lei non lo riconosce più,  lui sa benissimo chi è lei. Lei è colei a cui ha promesso amore per sempre, amore incondizionato e gratuito. Questo è l’amore sponsale: difficile ma meraviglioso.

Antonio e Luisa

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Un piccolo primo passo

( To read in English click here)

Nell’ultimo nostro articolo abbiamo accennato al primo passo del cambiamento di Simon Pietro: quel famoso pianto nella notte della Passione del Signore. Sappiamo come nella Bibbia (ma non solo) il nome e il suo significato siano inseparabili cosicché la persona scopre la propria missione nel nome che porta. Ad esempio Gesù ( nella lingua originale Yĕhošūa ) significa “Dio è salvezza”, infatti è il Salvatore. Ma torniamo al protagonista di oggi: è interessante il significato del nome Simone (in originale Šim’ôn שמעון, “colui che ascolta”). E’ interessante soprattutto in relazione al fattaccio nell’orto del Getsemani, ricordate? Simon Pietro sfodera la spada per difendere il Maestro e taglia un’orecchio ad un soldato. Perché uno che si chiama “colui che ascolta” ha mozzato proprio l’orecchio e non, che so, una mano oppure abbia infilzato il soldato nella pancia ?

Ci ha lasciato perplessi, forse l’evangelista non aveva questa intenzione ma è curioso riflettere su questo collegamento. Forse quell’orecchio mozzato sta a simboleggiare che Simon Pietro non aveva ancora ascoltato fino in fondo il Maestro; non aveva ancora accettato che il Maestro dovesse essere arrestato e poi subire tutto il resto; non voleva nemmeno sentirla questa storia della Passione del Maestro, per Simon Pietro era inconcepibile.

Quanto ci insegna tutta questa faccenda ! “Colui che ascolta” incontra molta fatica nel vivere questa missione contenuta nel suo nome. Ma poi, tutto d’un tratto, succede un imprevisto (ma previsto per Gesù)…. uno sguardo d’amore, intenso, penetrante, avvolgente, misericordioso. Ebbene, deve essere stato percepito da Simon Pietro come un dolce rimprovero, non un giudizio con la pena appiccicata, ma un giudizio che punta a ciò che puoi diventare con Gesù. E solo quando Simon Pietro è stato raggiunto da questo sguardo amorevole ha fatto il primo passo: il pianto amaro sulle proprie colpe. Che grazia questo pianto amaro, avremo modo di approfondirlo nei prossimi martedì. Ma sintonizziamoci ora su questo scambio di sguardi tra il tradito e il traditore.

Quante volte succede nella coppia che uno si senta tradito e l’altro traditore? E nessuno dei due voglia fare il primo passo ? Tante, troppe; inoltre spesso non si intravede nemmeno la via d’uscita e si rischia di archiviare il caso perchè ormai è andato in prescrizione. Non così, non così per Gesù, perchè Lui non manda in prescrizione nessun caso, ogni caso è urgente, e vi si può porre rimedio. Possiamo anche noi imitare questa “santa ansia” di Gesù nel risolvere il caso. Sì, bello, entusiasmante, creativo, ma come ?

Ci sono momenti della vita di coppia in cui si intuisce che le parole ormai sono inutili, anzi per qualcuno possono risultare anche ostili se ha deciso in cuor suo di non essere “colui che ascolta”. Quando giungiamo a questo punto, e non occorre arrivare alla fine dei piatti ( nel senso che non ce ne sono più da lanciare ), forse possiamo ancora giocare la carta dello sguardo. Probabilmente anche Gesù le aveva provate tutte con Simon Pietro ed alla fine gioca l’asso nella manica: lo sguardo. Nei corsi prematrimoniali facciamo fare questa dinamica ai fidanzati: guardarsi negli occhi senza parole e senza toccarsi per due minuti. E’ un momento forte se vissuto con verità e tutti ne escono fortificati o quantomeno stupiti di quanto si possa comunicare con lo sguardo, al punto che le parole risultino superflue. E’ un primo passo.

A volte quando sono stanchissimo mi infilo nel letto spegnendo subito anche la lampada del mio comodino, dopo un minutino esce Valentina dal bagno (guarda caso è sempre stanca ma quella sera no), si infila nel letto e lascia apposta accesa la luce per guardarmi, mi fissa mentre cerco di addormentarmi; mi sento amato tantissimo. Siamo strani lo so, ma la frenesia di questa vita non ti lascia mai neanche il tempo di guardare, o meglio, contemplare il tuo amato. E’ un primo passo.

Dall’altra parte, quando riceviamo questo sguardo, dobbiamo fare in modo di accoglierlo; è uno sguardo che perdona, che guarisce, che lenisce le ferite a volte più di tante parole. Lasciamoci attraversare il cuore e l’anima da questo sguardo che vuole donarci un’altra opportunità per riscattarci. Dobbiamo vivere il passaggio da Simone a Pietro, cioè da “colui che ascolta” a colui che è la “pietra” su cui fondo il mio cuore. E’ un primo passo.

Spesso ci frena la paura del primo passo, non è la paura di non sapere come fare il secondo passo , ma è la paura di lasciare il posto dove stavamo fermi e ci sentivamo così comodi e tranquilli. Il primo passo destabilizza. Ma tutto è cominciato con un primo passo. Coraggio.

Giorgio e Valentina

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L’amore illumina le tenebre della guerra

Oggi è il 4 novembre. Una data importante. Poco più di cento anni fa finiva l’inutile strage, come ebbe a definirla il pontefice del tempo Benedetto XV. Terminava la Grande Guerra. Una guerra combattuta da tanti giovani provenienti da tutta l’Italia. Parlo di ragazzi di circa venti anni. Gente semplice. Molti erano contadini. Ragazzi che non sapevano nulla di geopolitica e dei giochi di potere messi in atto dai governanti del tempo. Voglio ricordarla a modo mio. Questo è un blog che si occupa di amore e di matrimonio. Ecco, parlerò esattamente di questo. Lascerò la parola ad uno di quei giovani. Un ragazzo con la maturità dell’uomo. Uno che già sapeva cosa significa amare. Non ha avuto bisogno di corsi prematrimoniali. Un marito capace di un amore vero, autentico. Un amore che per lui è motivo per andare avanti. Un amore che diventa forza e speranza. Un amore che diventa più forte della morte, delle trincee. delle cannonate e della paura prima di una carica all’esercito nemico. Un amore che, come scrive il nostro giovane soldato, per poter essere più forte di quell’orrore in cui si trova, deve essere vero e grande. Deve essere fedele, costante, indissolubile. Quanti oggi saprebbero scrivere oggi le stesse parole? Quanti oggi le saprebbero solo pensare e credere?

Dervio, 4 marzo 1917

Mio unico amore,
sento il bisogno di scriverti perché aspettando la tua risposta attenderei a lungo. […] Ora dunque mi sono messo qui al tavolo per scriverti perché sento che avrei bisogno di dirti tante cose.
Ma non so spiegarmi; quando ti ho detto che ti voglio sempre tanto bene ho detto tutto. Che mai non posso distaccare il mio pensiero da te, dalla mia famiglia, che solo per essa tutto sopporto, tutto soffro, tutto spero e ho fiducia che un giorno bello, pieno di sole e di vita mi sarà dato di abbracciarti e per non distaccarmi mai più. Ieri […] andai a fare […] una bellissima passeggiata a Bellano e a Varenna […] Che bei paesi, che ville, che vigne, giardini, ulivi, fiori e sempre camminate sulle rive del lago. In quelle ore pensavo a te e mi ricordavo di quella nostra passeggiata che facemmo a Salò e Riva il giorno delle nostre nozze! Mi sembrava proprio che le onde del lago, la severità e la dolcezza insieme dei monti mi sussurrassero all’orecchio e mi ripetessero quelle parole d’amore e quei baci che tu mi prodigavi in quella passeggiata e in quel giorno sì tanto solenne per noi. Invece ero solo, ma sentivo però il mio spirito volare, attraverso lo spazio, venirti a cercare e invitarti di unirti meco a contemplare queste meraviglie della natura, poiché tutte parlavano d’amore. Ma un amore fedele, costante, indissolubile. E questo io lo sento, lo nutro per te e capisco che non viene mai meno, anzi aumenta sempre più e volge all’infinito. […]
Sento che sono ancora degno di te, del tuo amore che mi immagino sarà sempre puro, immacolato come il mio. Per cui sento che ho bisogno di una tua parola che mi rinfranchi, che mi dica che mi ami ancora, sempre, che mi aspetti, che mi farai felice.

E’ incredibile davvero come in mezzo alle tenebre il cuore dell’uomo retto non smetta di cercare il bello e il buono della vita. Non smetta di cercare l’amore perchè l’amore, alla fine, è l’unica cosa che conta.

Concludo con una recente canzone interpretata da Elisa che racconta esattamente questo grande amore. L’amore durante la Grande Guerra.

Antonio e Luisa

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Oggi la salvezza è entrata in questa casa

In quel tempo, Gesù entrato in Gerico, attraversava la città.
Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco,
cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura.
Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là.
Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua».
In fretta scese e lo accolse pieno di gioia.
Vedendo ciò, tutti mormoravano: «E’ andato ad alloggiare da un peccatore!».
Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto».
Gesù gli rispose: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo;
il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

(Luca 19, 1-10)

Siamo tutti Zaccheo. Abbiamo tutti dentro qualcosa di marcio, qualcosa di cui ci vergogniamo. Noi siamo bravi a trovare mille giustificazioni ma dentro di noi conosciamo bene le nostre miserie, debolezze, fragilità e i nostri peccati.

Capita, però, qualcosa di inaspettato, insperato. Gesù attraverso gli occhi di una persona ti guarda e ti dice: sbrigati! Devo venire a casa tua. La casa, segno dell’intimità e della quotidianità. Quella persona è il tuo sposo, la tua sposa. Tu, profondamente indegno, accogli nella tua casa, nella tua vita, questa persona, e accogliendo lei accogli Cristo, che attraverso il sacramento del matrimonio viene ad abitare la tua unione d’amore. Lo sguardo d’amore di quella persona ti cambia dentro e accade qualcosa di incredibile. Tu, così debole e fragile, ti alzi in piedi (risorgi) e converti la tua vita. La salvezza entra nella tua vita grazie a Gesù e a quella persona, perchè nel matrimonio Gesù preferisce non manifestarsi direttamente a te ma lo fa attraverso colui/colei che ti ha messo al fianco.

Io sono Zaccheo, sono salito sul sicomoro perchè ero attratto da Gesù anche se non lo conoscevo e Lui mi ha guardato, attraverso lo sguardo di una donna. Da lì è iniziato il mio cammino che spero mi conduca alla salvezza.

Antonio e Luisa

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Piccole Resurrezioni Quotidiane

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

In occasione delle ricorrenza della Commemorazione dei Fedeli Defunti

oggi riproponiamo un articolo per riflettere sulle “Piccole Resurrezioni Quotidiane”.

Sembra scontato, ma quando parliamo o semplicemente pensiamo alla Resurrezione pensiamo alla Pasqua o alla Domenica, giorno in cui celebriamo la Resurrezione del Signore Gesù Cristo.

“Resurrezione”, poi, la si lega all’idea della morte del nostro corpo; quindi ad una realtà che sarà un giorno chissà quando. “Resurrezione” ci fa pensare più alla vita eterna più che alla nostra vita di tutti i giorni.

Eppure…eppure…spesso e normalmente la nostra esistenza si muove nelle piccole ombre del quotidiano più che nelle luci della gloria…più tra le ferite e i sanguinamenti che tra le guarigioni, più nelle piccole morti che nella vita.

Risorgere deve essere un esercizio piccolo…un movimento minuscolo ma costante…come aprire e chiudere gli occhi.

Quindi ci vogliono le “resurrezioni”…piccole resurrezioni quotidiane.

Ma come si fa?

Certo, non possiamo risorgere solo perché lo vogliamo…nelle nostre mani non c’è la possibilità di guarirci, di distruggere la morte. Dunque?

Dunque c’è bisogno dell’intervento di Colui che ha saputo trovare la via d’uscita anche dal sepolcro, di Colui che le tenebre più profonde non hanno potuto avvolgere.

C’è bisogno dell’intervento di Colui che si è fatto bucare le mani per donare ancora di più, si è fatto inchiodare i piedi per camminare ancora di più verso il prossimo, si è fatto trafiggere il cuore per poter amare di più.

C’è bisogno dell’intervento di Colui che è Il Risorto.

Lui ti insegnerà a risorgere quando tuo marito ti sotterrerà con una battutina così innocua ma che a te sfracella il cuore, Lui ti insegnerà a risorgere quando tua moglie farà di te una polpetta quando farà il paragone tra il tuo fisico con quello delle star di hollywood, Lui ti insegnerà a risorgere quando tra le mura domestiche ci sarà più odio che amore, Lui ti insegnerà a risorgere quando ti sentirai tradito dalla persona più cara per te, Lui ti insegnerà a trovare la strada per uscire vivo dagli incidenti mortali delle nostre relazioni umane di ogni giorno.

Qual è la strada? La strada che Gesù ti indica è quella del suo Cuore.

Va’ da Gesù, torna da Gesù.

Il Suo Preziosissimo Sangue ti laverà quando andrai a confessare le tue miserie, il Suo Sacratissimo Corpo ti darà vigore nuovo quando sfinito ti accosterai all’Eucarestia.

Gesù è li. Ti aspetta con le braccia spalancate e ti soffia nel cuore il Suo Santo Spirito e non avrai più sete e non avrai più fame e le tue ferite serviranno a far passare più luce nella tua famiglia e nel mondo in cui viviamo.

Oggi, prendi carta e penna. Vuoi una famiglia perfetta?

Non costruire una famiglia senza errori…ma costruisci una famiglia su Cristo.

E’ Lui che può rimettervi in piedi, può ridarvi vita…può farvi risorgere già qui ed ora.

La famiglia perfetta è la famiglia in cui ci si nutre di Cristo.

Ed è così che si impara a vivere di “piccole resurrezioni quotidiane”.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Il beato sa riempirsi di Dio.

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli.
Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:
«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

(Matteo 5, 1-12)

La liturgia di oggi ci offre questo passo del Vangelo. Beati, viene ripetuta più volte questa Parola. Chi sono i beati per Gesù e per gli ebrei in genere? Beato era colui che si lasciava guidare dalla sapienza di Jahvé espressa nella Torah, senza cedere alle seduzioni del male; colui che amava la Legge trovando in essa la propria soddisfazione. Il Beato era colui che sapeva e riusciva a mettere Dio e la sua legge prima di ogni altra cosa, prima della propria condizione e prima, anche, della propria vita. Gesù parla di beatitudine e di consolazione, in altre versioni tradotta con ricompensa. Ri-compensa. Compensare ancora. Cosa significa? Significa riempire di nuovo. Significa che c’è un vuoto che Dio riempie di nuovo con la Sua Grazia e il Suo amore. Significa che quando ci sono incomprensioni, litigi, divisioni, sofferenze, rancori e tutte quelle “belle” bestioline che albergano nella nostra relazione, possiamo reagire in due modi. Possiamo riempire quel vuoto che queste situazioni generano in noi con noi stessi, cioè con la nostra povertà. Possiamo, quindi, riempirlo con le nostre urla, parole di ghiaccio, rivendicazioni, con la nostra freddezza, con la nostra vendetta. Possiamo riempirlo con tutto ciò che siamo capaci di dare in quel momento, che non è nulla di buono e di costruttivo. Oppure possiamo fermarci un attimo. Possiamo affidare tutto a Dio nella preghiera e chiedergli di perdonare il nostro coniuge che in quel momento ci sta facendo male con il suo comportamento, con le sue parole e con i suoi atteggiamenti. Possiamo dare tutto a Dio e chiedergli di aiutarci con la Sua Grazia e di riempire Lui quel vuoto, quel dolore, quella divisione. Così accade il miracolo. Così potremo essere un miracolo per nostro marito e nostra moglie. Riusciremo così a riempire quella relazione ferita con la ricchezza del perdono e dell’amore che si fa dono gratuito e misericordioso. Un amore che non viene dalla nostra povertà, ma dalla Grazia infinita si Dio. Quante volte lo ha fatto la mia sposa per me. Ben più volte di quanto è stato richiesto a me nei suoi confronti. Beati quei mariti e quelle mogli che riescono a vivere tutto questo perchè avranno la presenza di Dio nella loro casa. Dio non chiede altro che di piantare la sua tenda e di donarci tutto ciò che ci serve per portare a termine questo suo grande progetto per noi e per il mondo: il nostro matrimonio.

Antonio e Luisa

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Dio è grande ma sa farsi piccolo.

Qual è la grandezza di Dio?  Dio è grande in tutto, ma lo è soprattutto quando si fa piccolo. La Sua grandezza verso noi uomini si concretizza soprattutto nel Suo farsi piccolo. Quando Dio crea, dice un detto ebraico poco conosciuto, si ritrae, si contrae per poter dare la vita, per non essere tutto solo Lui. Dalla sua contrazione nasce l’Universo, nasce il Mondo e nasciamo anche noi, nasce l’uomo, che del Creato è il vertice. La grandezza di Dio, quindi, non consiste nel travolgerci con la sua grandezza, ma nella Sua capacità di non farlo, di farsi piccolo per essere accolto da noi. Dio si è autolimitato per permettere una relazione possibile tra noi e Lui. Perchè la desidera. Perchè Lui è amore e vive di questa relazione tra le tre Persone Divine. Ci ama così tanto da essersi fatto uomo, come noi, per poterci abbracciare, sorridere, guardare attraverso il Suo corpo e alla fine donare tutto di sè, sempre attraverso il Suo corpo. Il nostro Dio è vero perchè nessun uomo avrebbe potuto inventarsi un Dio così, nessuno avrebbe potuto avere l’ardire di immaginarsi un Dio così. Per questo non può che essere vero. Arriviamo a noi. Al nostro matrimonio. Cosa ci insegna questa introduzione? La nostra relazione è sacra perchè è immagine della relazione divina. E’ immagine di Dio. Semplicemente quindi dobbiamo cercare di acquisire lo stile di Gesù nell’amare il nostro sposo o la nostra sposa. Dobbiamo essere  capaci di farci piccoli per far emergere l’altro/a, per aiutare l’altro a sviluppare tutta la sua umanità, il suo essere uomo o il suo essere donna. Come disse sapientemente Papa Francesco nel 2017:

Il marito ha il compito di fare più donna la moglie e la moglie ha il compito di fare più uomo il marito. Crescere anche in umanità. Questo si chiama crescere insieme. Ma questo non viene dall’aria, viene dalle vostre mani, dai vostri atteggiamenti, fate in modo che l’altro cresca, lavorate per questo. 

Spesso siamo portati a fagocitare l’altro/a, a farlo/a a nostra immagine, plasmarlo/a come piace a noi. Vogliamo decidere non solo per la famiglia ma anche per lui/lei. Così facendo ci sembra di prenderci cura e di amare. Non è così. Non è questo il modo di fare di Dio. Dio non ci vuole forzare a nulla. E’ importante comprendere questo per capire finalmente che la nostra sposa è bellissima e merita di avere accanto uno sposo che riconosce in lei una bellezza diversa dalla sua. E’ importante che uno sposo abbia accanto una sposa che desideri amarlo per quello che è senza castrare la sua diversità e la sua virilità. Ciò non significa che tutto vada bene, ognuno di noi ha difetti e atteggiamenti da cambiare. Significa non forzare l’altro ad essere come noi vogliamo, ma provocare in lui/lei il desiderio di cambiare per restituirci l’amore gratuito che noi offriamo senza pretendere nulla da lui/lei. Non per forza ma per amore. L’amore non è fare nostro ma fare posto in noi. Questo è il modo di Dio e questo è ciò che dobbiamo cercare di replicare nella nostra vita. Da soli è quasi impossibile, con la Grazia di Dio possiamo e dobbiamo farcela. Ne va della nostra gioia e della nostra vocazione.

Antonio e Luisa

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Un amore sempre giovane

E’ una cosa che ho sempre creduto. Più passa il tempo e più amo la mia sposa. Veramente ci si rende conto come si diventi una persona sola. Quando si legge sui libri oppure si sentono sacerdoti, vescovi e anche il Papa dire che gli sposi sono immagine di Dio e profezia del Suo amore, non si capisce bene cosa significhi, finchè non si comincia a vivere e sperimentare nella propria intimità come questa realtà spiegata astrattamente abbia un senso e un’autenticità vissuta. Più passano gli anni e più la mia sposa è parte di me, abita non solo la nostra casa,ma ha un posto speciale nel mio cuore. Parafrasando la famosa citazione di San Paolo: Non sono più io che vivo ma tu che vivi in me. E’ davvero così. Dio ha scelto questo modo bellissimo e originale per farsi amare: attraverso un’altra persona affinché camminando insieme possiamo giungere all’abbraccio eterno con Lui. Vi racconto una storia vera. Siamo nel 2013 a Peoria, una cittadina dell’Illinois, negli Stati Uniti. Muore Lorraine Stobaugh. Non vi dice nulla questo nome? Non preoccupatevi, ora vi racconto la sua storia, che non è solo sua, ma è la storia di un amore, di quelli che sono iniziati in un’epoca lontana. Era il 1938. Pensate: l’Europa stava entrando nelle tenebre della seconda guerra mondiale. Era il 1938 e Lorraine incontrava Fred. Nel 1940, Fred sposò la più bella ragazza del mondo, come gli piace ricordarla. E’ iniziato così un matrimonio felice, che è durato ben 73 anni fino alla morte di lei. Fred oggi ha 96 anni, ma questo non lo ha spaventato e ha deciso di dedicare una canzone all’amore della sua vita appena scomparso.  Non ha mai avuto alcuna esperienza musicale, non si è mai dedicato alla musica. Ma quando Fred è rimasto solo in casa seduto nella stanza di fronte a quella che era stata la loro per 73 (avete letto bene) anni, ho sentito che dovevo scrivere una canzone per lei. E ho cominciato a canticchiare…. E’ nata così “Oh Sweet Lorraine”, la sua prima canzone, una canzone d’amore. Testo e musica.

Oh dolce Lorraine, vorrei rivivere dall’inizio il tempo insieme. Oh dolce Lorraine, il tuo ricordo resterà sempre. Oh dolce Lorraine, la vita si vive solo una volta e non torna più.

Ebbene, accade per caso che uno studio di registrazione locale, il Green Shoe, indica, proprio all’inizio dell’estate, un concorso per giovani cantautori della zona. E naturalmente, l’indomito Fred, il cui amore è ancora fresco e giovane come all’inizio, ha pensato bene di iscrivere la sua canzone. Jacob Colgan, il produttore della casa, si è un po’ sorpreso quando, fra le tantissime risposte via mail, una sola gli viene recapitata per posta ordinaria. Una semplice busta, non il solito video o la solita registrazione demo. E’ curioso, decide di aprirla: Ho 96 anni e ho scritto una canzone per ricordare mia moglie. P.S. non canto perché potrei spaventare la gente! Ah, ah. E’ nata così l’idea di produrre gratuitamente la canzone di Fred, coinvolgendo musicisti professionisti. Ne è nato un piccolo gioiello che ha subito conquistato il web, grazie al mini documentario di nove minuti che racconta l’incredibile storia fin dall’inizio.  “Oh Sweet Lorraine” è finita nella Top 10 di iTunes durante le settimane immediatamente successive all’uscita. Questo testimonia come l’amore che dura, il per sempre, scaldi i cuori delle persone come nessun’altra emozione perchè è ciò che ognuno di noi desidera ardentemente, tutti, che lo ammettano o no, provano grande nostalgia verso un amore così.

Ecco il video, l’amore non si può spiegare con le parole ma si può ammirare in chi lo vive.

Antonio e Luisa

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Le 3 B.

Nell’ultimo nostro articolo parlavamo del fatto che Gesù abbia scelto i Dodici dopo un’intera notte in preghiera. A noi appare strano e illogico che uno che si definisca Dio possa aver commesso un “errore” così plateale nella scelta; visto che leggeva i cuori e, avendo passato una notte intera col Padre, ci domandiamo se lo stesso Padre non Lo abbia messo in guardia su chi stava per ricadere la sua scelta.

E’ una scelta quantomeno dubbiosa e rischiosa, quella di Gesù. Certo, si fa presto a ragionare sul fatto che si sono così adempiute le Scritture oppure altre letture del caso Giuda Iscariota, ma noi veniamo dopo circa 2000 anni di storia, di lettura dei Vangeli, di commenti, di prediche dei Padri della Chiesa; ma poniamoci per pochi istanti nella prospettiva meramente storica dei discepoli che erano lì in quei giorni e proviamo ad immaginarne le reazioni ed i commenti.

Forse anche noi saremmo di quelli che metterebbero in guardia Gesù da quel Giuda : <<…. ma perché ti fidi di uno così, si dice che abbia la mano lunga, che sia una affarista, di che gente ti stai circondando? ecc…>> ; ma soprattutto diremmo: ma perché non scegli me, che ho le 3 B : Bravo, Bello e Buono ? Forse saremmo portati a considerare Gesù un tipo bonaccione, uno che non si accorge di quelli che gliela fanno sotto il naso; oppure uno che ama le sfide, uno che fa del pericolo il suo mestiere, uno che ama il rischio. Ma credo che quello che smuoverebbe di più le critiche alla scelta di Gesù non sarebbe l’aiutarlo ad aprire gli occhi sul da farsi, ma il focus sarebbe su noi, sulle nostre intoccabili, inarrivabili, incredibili 3 B. << Guardami, come sono Bravo a…….., come sono Bello quando… e come sono Buono io che….>>.

Spesso l’atteggiamento che sorge quando qualcosa non va nella coppia è proprio questo, e cioè quello di considerare il mio punto di vista come il migliore, io che sono Bravo a fare questo e quello, io che sono Bello dentro e fuori, io che sono così Buono che perdono sempre per primo e non rinfaccio mai le 12457 volte che finora ti ho perdonato, io…, io….., io….. ed ancora io.

Ed invece la prospettiva di Gesù (e quindi quella del Padre) è diversa, usa criteri che non sono i nostri per scegliere le persone, ha un metodo diverso; sì, perché Lui non ha la prospettiva limitata che abbiamo noi che usiamo solo l’obiettivo macro (quello usato per mettere a fuoco da vicino), lui invece sulla sua fotocamera speciale monta un obiettivo con un’ampiezza grandangolare enorme, con una profondità di campo esagerata.

Lo sguardo del Padre non si ferma a quello che sei, ma vede oltre fino a ciò che puoi diventare con le sue 3B ( Benedizione, Beatitudine, Benevolenza ). E così come ha dato, sempre e continuamente e fino all’ultimo istante, una possibilità di vita nuova a Giuda Iscariota, facendogli intuire ciò che sarebbe diventato se avesse accettato la misericordia di Dio, non vedo perché non debba dare la stessa opportunità alla mia sposa/al mio sposo.A volte ci sentiamo talmente superiori a Dio, da decidere noi se dare al nostro coniuge un’altra, l’ennesima, opportunità di cambiare. Ma il cambiamento comincia con un piccolo, piccolissimo passo a volte; ricordate il primo passo del cambiamento di Pietro ? Un pianto. E’ un inizio, e che inizio !

Se il Padre ha scelto fin dall’eternità la mia sposa per me, solo per me, perchè devo rigettare questa elezione di Dio ? E’ come se Dio avesse detto alla mia sposa: << Ti affido un mio figlio, aiutalo a diventare santo, ti ho dotato di tanti doni per assolvere questo grave compito. Ora non comprendi tutto ma io ti darò gli strumenti giusti al momento opportuno perchè tu sei perfetta per lui e io ti farò diventare santa con lui>>. Questa è una missione per noi sposi, far emergere le 3 B dell’altro e con la Grazia diventare i migliori per l’altro. Quando arrivano quei momenti in cui siamo tentati di gettare la spugna, domandiamoci se anche il Padre lo farebbe ; non è forse vero che non l’ha mai mollata neanche con noi stessi?

Giorgio e Valentina.

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Il talamo nuziale è un recinto sacro

Il talamo nuziale è sacro. L’ho già scritto altre volte, tante altre volte, ma lo ripeto perchè è una realtà poco conosciuta e poco evidenziata. Cercherò di affrontare questo argomento da un’altra prospettiva. C’era, e in parte ancora c’è, una tradizione nel nostro Paese. Una tradizione diffusa soprattutto nel centro sud. Quella di preparare il letto dove i novelli sposi avrebbero passato la prima notte di nozze. Ora si è trasformato tutto in qualcosa di goliardico e spesso anche di cattivo gusto. E’ diventato tutto uno scherzo ma è importante risalire alla fonte per comprendere come in principio c’era qualcosa di tutt’altro che goliardico e stupido. C’era una liturgia, un cerimoniale anche per questa consuetudine. Dovevano essere preposte due giovani donne vergini. A controllare e dirigere il tutto c’erano le donne sposate. In testa le due madri dei futuri sposi. Era importante anche la scelta delle lenzuola. Era d’obbligo fossero bianche e anch’esse vergini, mai utilizzate prima. Come a voler evidenziare come fosse importante che quel gesto così importante fosse riservato solo per una persona: per il marito o per la moglie. Lenzuola bianche per simboleggiare l’importanza di custodire il proprio corpo e la propria intimità solo per quell’uomo o solo per quella donna. Una volta fatto il letto una bambina saliva sul letto e saltava. Un gesto per augurare alla coppia fecondità. Il compito delle donne finiva lì. Completavano l’opera gli uomini (fino a quel momento era loro proibito entrare in camera) che lasciavano sul talamo liquori, soldi, riso e altri prodotti. Il tutto per augurare prosperità e ricchezza. Diventava davvero un rito comunitario. Non mancava infine la benedizione del talamo da parte del sacerdote.  La Chiesa non ha mai sottovalutato questo aspetto, tanto che fino a qualche anno fa era prevista la benedizione da parte del sacerdote del talamo nuziale. Questo gesto aveva un significato molto bello e importante. Il presbitero benedicendo la camera nuziale riconosceva quel luogo come sacer (luogo che appartiene a Dio), quindi sacro. Quello è il luogo dove si completa il rito del matrimonio. Rito che comincia in chiesa con lo scambio delle promesse e si conclude sull’altare del talamo nuziale dove quelle promesse si concretizzano nel dono totale di sè all’altro/a nell’amplesso fisico. Quello è il luogo dove marito e moglie unendo i lori cuori e i loro corpi rinnovano il sacramento delle nozze e, aprendosi così alla vita e all’amore, riattualizzano la presenza di Cristo nella loro unione. Tutta questa attenzione era per il talamo nuziale. Per i nostri avi era naturale pensare al talamo nuziale come luogo sacro. Senza tante catechesi. Il talamo nuziale è il nostro sacer. Sacer deriva dal verbo secare che non significava altro che segare, tagliare.  Sacrato significava ritagliato. Sacer era un quadrato di terra sulla cima di un monte riservato all’uso di Dio. I nostri antenati pensavano che Dio (o gli dei)  abitasse in Cielo. Un po’ come diciamo anche noi. Il cielo era il luogo dove Dio abitava e la montagna, di conseguenza, il luogo più vicino a Dio. Una delle coniugazioni latine  di sacer è sacrum. Da sacrum giungiamo facilmente al nostro termine sacro. Sacro era qualcosa, quindi, di riservato a Dio. Questo significato è stato assunto anche nel cristianesimo ed ora fa parte della  nostra religiosità. Anche per noi cristiani è sacro ciò che è riservato a Dio, è per Dio, appartiene a Dio. Il talamo nuziale è sacro. E’ il nostro sacer. Il nostro recinto dove l’amore donato attraverso il corpo nell’incontro intimo diventa di Dio. Facciamo esperienza di Dio. Diventa vero e proprio sacramento. Sono esagerato? Non credo. Le nostre tradizioni ci dicono che è proprio così. Forse dovremmo riscoprirle.

Antonio e Luisa

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Un matrimonio riuscito non grazie a noi ma nonostante noi.

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Il vangelo di oggi è uno dei miei preferiti. E’ un vangelo che mi colpisce dritto al cuore. Quante volte mi sono sentito meglio di altri. Quante volte mi è venuta la tentazione di giudicare la vita di altre persone, che magari hanno gettato alle ortiche un matrimonio. Quante volte mi sono considerato bravo. Cosa c’è di male in questo? La mia famiglia è bella, ci vogliamo bene e cerchiamo di crescere nella vita buona i nostri figli. Non c’è nulla di male in queste cose ma non dobbiamo dimenticare da dove siamo partiti, non dobbiamo dimenticare che tutto ciò avviene non grazie a noi ma nonostante le nostre miserie. Dimenticare questo significa pensare di non avere bisogno di Dio. Significa pensare di bastare a se stessi, e che grazie alla nostra bravura stiamo costruendo la nostra casa e la nostra famiglia. Questo è un peccato gravissimo che ci porta a disprezzare il prossimo e a considerare inutile l’amore di Dio. Pensiamo che Dio ci ami perchè siamo bravi e non perchè siamo miseri figli bisognosi di lui. Significa pensare di non avere bisogno della misericordia di Dio, della salvezza di Dio. Significa pensare che ci salviamo da soli. Mi è capitato di entrare in questa logica e inesorabilmente sono caduto. Alla prima difficoltà mi sono sciolto come neve al sole. Questa logica ti indurisce il cuore e ti porta a pretendere. Ti porta a pretendere l’amore di Dio, a pretendere la perfezione da parte del tuo coniuge e dei tuoi figli, ti porta ad essere spietato nel giudizio. Giusto pochi giorni fa ho avuto una giornata difficile. Mi sono speso fino allo stremo per lavoro, famiglia e impegni. Mi sono sentito bravo. Cosa ho fatto? Ho ringraziato Dio per avermi aiutato? No, nulla di tutto questo. Sono tornato a casa e ho mortificato la mia sposa perchè non era ancora pronto in tavola. L’ho detto con la pretesa di chi si meritava di essere servito dopo una giornata così. Come se lei non avesse fatto nulla tutto il giorno. C’è rimasta male e io non ho potuto che abbassare la cresta e chiedere scusa perchè quel gesto ha vanificato tutto il resto. Dobbiamo riconoscerci come il pubblicano che si comporta male, ha miserie e fragilità ma davanti a Dio si batte il petto e ringrazia perchè nonostante le sue miserie è amato come un figlio. Solo così potremo essere mariti e padri non perfetti ma giusti.

Antonio e Luisa

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L’adultero offre un amore contraffatto.

Circa un anno fa Papa Francesco, durante le catechesi del mercoledì, ha affrontato il sesto comandamento. Lo ha affrontato come solo lui sa fare. Senza moralismo ma partendo dal cuore dell’uomo. Chi è il lussurioso e chi è l’adultero? Colui che vive il sesso in modo disordinato? E’ solo questo? Il Papa non lo crede (neanche io). Ecco cosa scrive:

Ricordiamoci che il cammino della maturazione umana è il percorso stesso dell’amore che va dal ricevere cura alla capacità di offrire cura, dal ricevere la vita alla capacità di dare la vita. Diventare uomini e donne adulti vuol dire arrivare a vivere l’attitudine sponsale e genitoriale, che si manifesta nelle varie situazioni della vita come la capacità di prendere su di sé il peso di qualcun altro e amarlo senza ambiguità. È quindi un’attitudine globale della persona che sa assumere la realtà e sa entrare in una relazione profonda con gli altri.  Chi è dunque l’adultero, il lussurioso, l’infedele? È una persona immatura, che tiene per sé la propria vita e interpreta le situazioni in base al proprio benessere e al proprio appagamento. Quindi, per sposarsi, non basta celebrare il matrimonio! Occorre fare un cammino dall’io al noi, da pensare da solo a pensare in due, da vivere da solo a vivere in dure: è un bel cammino, è un cammino bello. Quando arriviamo a decentrarci, allora ogni atto è sponsale: lavoriamo, parliamo, decidiamo, incontriamo gli altri con atteggiamento accogliente e oblativo. (Udienza generale 31 ottobre 2018)

Il Papa, parlando del sesto comandamento, dice molto di più rispetto ad una semplice regola morale e sessuale. Il lussurioso e l’adultero, nel matrimonio, è colui/colei che non è capace di decentrare lo sguardo dal sè al noi. Non è capace di farsi dono. Non si sposa per donarsi ma per prendere. Sia chiaro che farsi dono è un cammino che si impara nel tempo, ma il desiderio e la volontà di percorre questa strada ci devono essere. Tutto il resto viene di conseguenza. Anche i peccati sessuali. L’amore della persona lussuriosa e adultera non è amore. E’ solo egoismo che viene mascherato d’amore. Adultero è colui/colei che adultera. Sinonimi di adulterare sono contraffare e falsificare. L’adultero è come uno di quei venditori che offrono merce di grandi marche ma a basso costo, perchè in realtà è merce contraffatta e di scarsa qualità. Così è il suo amore. Il suo amore, in apparenza, sembra di grande valore, in realtà vale molto poco. Il contrario di amore è commercio. L’adultero è un commerciante d’amore. Dà un valore al suo amare. Tutti noi rischiamo di essere adulteri. Ci chiediamo Ne vale la pena? Ci riempiamo vicendevolmente il vuoto del nostro cuore. Il vuoto affettivo e il vuoto sessuale. Siamo noi al centro. Sono io al centro. Cristo ci salva anche da questo. Noi sposi siamo come due serbatoi vuoti o pieni a metà. Cerchiamo l’uno nell’altra quella sorgente per riempirci. Così facendo però ci riempiamo di nulla se i nostri serbatoi sono vuoti, oppure prosciughiamo l’altro per riempire il nostro se pieni a metà. Capite che così le cose non funzionano. Nel rito del matrimonio non esiste la parola se. Ognuno dei due sposi fa una promessa solenne: prometto di amarti e onorarti, di esserti fedele sempre. Sempre e non fino a quando tu farai altrettanto. Questo è l’amore incondizionato, questo è l’amore di Cristo, questo è l’amore che salva e che illumina. Per questo nel rito è aggiunta la frase: con la Grazia di Dio. Michel Quoist (importante presbitero e scrittore) scriveva: Amare, non è prendere un altro per completarsi, bensì offrirsi ad un altro per completarlo. L’adultero non lo ha capito e non lo fa mentre chi ama davvero è capace di questo. Come dice il Papa, adulterio e lussuria sono, prima di tutto, un atteggiamento del cuore che si manifesta nel corpo. L’adulterio sessuale non è che la punta dell’iceberg di una povertà estrema di un cuore che non è capace di donarsi. Non è capace perchè è troppo povero per farlo e allora cerca di prendere e rubare dagli altri.

Antonio e Luisa

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Un racconto sul Perdono

..di Pietro Antonicelli e Filomena Scalise “Sposi&Spose di Cristo”.

Carissimi, oggi torniamo ad affrontare il tema del Perdono e lo facciamo attraverso un piccolo racconto scritto da Pietro un po’ di tempo fa, tratto dal suo libro “7 piccoli racconti verso Pasqua”.

E’ un racconto semplice che speriamo possa esservi utile per la riflessione personale e di coppia.

Buona lettura, il Signore vi dia Pace!

+++

Erano circa le due di notte ed Andrea, come molti altri camionisti dormiva sulla branda del suo camion. Un cane che abbaiava lo svegliò di soprassalto. Sollevò il capo fino al finestrino, si assicurò che tutto fosse apposto e si rigirò dall’altra parte.

Chiuse gli occhi. Ma, come a volte accade, quando il sonno è rotto da uno spavento, ecco che a fatica ci si riaddormenta. Era così anche per Andrea. Mentre cercava di riaddormentarsi, ecco che un ricordo lontano riaffiorava nel suo cuore. Poi un altro ed un altro ancora.Fino a giungere a quel ricordo tanto lontano, tanto lontano nel tempo.

Ed ecco, più vivo che mai, il viso di Nicola, compagno di scuola che all’epoca si divertiva a prendersi gioco del piccolo Andrea per la sua fobia dei cani. “Bau!!!”, gli urlava all’improvviso nell’orecchio mentre erano in classe. E mentre lui saltava per lo spavento, molti dei suoi compagni scoppiavano a ridere e a fargli il verso del cane.

Cercò allora di cambiare pensiero ed ecco sopraggiungere il viso di Antonio, che un giorno gli aveva soffiato la ragazza di cui Andrea era innamorato. Ed ancora il volto di Michele, suo ex datore di lavoro che lo aveva licenziato senza motivo. Quanta agitazione gli ritornò nel cuore, quanto rancore; allora prese a maledire il cane che lo aveva svegliato per gettarlo in preda a questi duri ricordi.

Nel frattempo su era fatta l’alba e non aveva chiuso occhio. Andò in bagno, poi prese un caffè e poi riaccese il motore del suo grande Tir per riprendere la strada. Trasportava mattoni e doveva arrivare a destinazione per mezzogiorno.

Lungo la strada scorse come sempre qualche giovane sfaticato che chiedeva un passaggio; ma questa volta non era un ragazzaccio a domandargli un passaggio, ma si trattava di una donna sui sessant’anni con una grossa croce cucita sul cappotto, che quando lo vide arrivare iniziò a sbracciarsi per farlo fermare.

“Salga signora!” le disse Andrea.

“Dove vai?”, le chiese lei.

“A Bologna!”.

“Bene, ci andrò anche io” disse la donna che si presentò col suo nome: “Mi chiamo Maddalena”, mentre prendeva posto a bordo.

Riprese il viaggio e la donna si addormentò per pochi minuti. Si svegliò cantando una vecchia filastrocca che aveva imparato da bambina, poi fissò Andrea e gli disse: “Che brutto aspetto che hai figlio mio! Ti senti bene?”

Il giovane camionista le disse che ultimamente stava lavorando troppo e che era solo un po’ stanco; ma Maddalena, la donna con la croce cucita sul cappotto, gli replicò: “Stupido ragazzo, non mi riferivo al tuo viso, ma alla tua anima! Hai gli occhi di uno che ha qualcosa che lo tormenta!”.

Andrea scattò nervosamente: “Non chiamarmi stupido! Non permetterti mai più!”.

Maddalena gli rispose agitando le braccia: “Fermati, fammi scendere! I tuoi occhi sono pieni d’ira! Non vorrei che tu mi facessi del male! Ferma questo aggeggio!” urlò sbattendo i suoi piccoli pugni sul cruscotto del Tir.

Andrea accostò e spense il motore e le disse sommessamente: “Sta’ tranquilla, non voglio farti del male, voglio solo che non mi si manchi di rispetto con le parole!”.

Maddalena riprese a fissarlo con i suoi occhi grandi e annuendo con la testa prese a dirgli: “Sai ragazzo, mi ricordi mio figlio. Aveva lo stesso tuo sguardo. Era tanto arrabbiato con la vita e con i tanti esseri umani che lo avevano maltrattato durante la sua esistenza. Era ammalato da molti anni e pian piano tutti i suoi amici avevano iniziato ad abbandonarlo. Un po’ era colpa loro e un po’ era colpa di mio figlio, perché la rabbia ed il rancore per la sua condizione avevano iniziato a divorarlo e a farlo diventare sempre più antipatico ed inavvicinabile.


Accadde però che quando mancavano poche ore alla sua morte, iniziò a ripetermi che era pieno di gioia e davvero aveva cambiato aspetto. Era accaduto che una donna che aveva perso da poco suo marito, spesso andava a far visita agli ammalati nell’ospedale in cui era mio figlio. Un giorno passò anche da lui e diventarono amici. Lui si confidava con lei e probabilmente le parlò di quanto fosse arrabbiato un po’ con tutti. Allora lei, che era una donna che amava Gesù, le insegnò una specie di preghiera che anche io ora ho imparato a memoria”.

Andrea la ascoltava e si dimenticava dei mattoni da consegnare e del tempo che correva veloce come le auto su quel tratto di autostrada dell’A14.

La donna si fece il segno della croce e iniziò a ripetere con la sua voce stridula e con tono solenne quelle parole che suo figlio aveva imparato e le aveva insegnato:

“Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.
Signore Gesù Cristo,
durante la mia vita ho ricevuto tante ferite da diverse persone che mi hanno fatto del male; così, per difendermi, le ho catturate, condannate all’ergastolo e imprigionate nel mio cuore.
Signore Gesù,
Tu ci inviti a perdonare, a “restituire la vita” a chi a noi ha cercato di strapparla.
Sai bene quanta paura ho ancora di soffrire, ma ORA voglio fidarmi di Te.
Signore Gesù,
Tu mi hai fatto la grazia di comprendere che questo “carcere” che ho nel cuore mi pesa e toglie vita a me e ai miei cari e toglie vita anche ai miei “nemici” e non consente al Tuo Regno di venire in me e sulla terra.
Signore Gesù,
che dalla croce perdonasti i tuoi assassini liberandoli così dalla condanna eterna, manda il Tuo Spirito Santo ad aprire le celle e a spezzare le catene in cui ho rinchiuso e legato i miei “nemici”.
Insieme a Te li chiamo per nome UNO PER UNO, e li guardo negli occhi.
Insieme a Te ricordo per l’ultima volta il male che mi hanno fatto e Te lo consegno UNA VOLTA PER TUTTE.
Signore Gesù Cristo, Tu puoi guarirmi ed io voglio guarire dal rancore per questi Tuoi e miei fratelli e sorelle.
Per Tua benevolenza sia sanata ogni ferita che mi hanno fatto e queste diventino feritoie da cui “sgorga acqua viva” per me e per il prossimo.
Signore Gesù Cristo,
ecco tutti i miei prigionieri, li consegno all’abbondanza del Tuo Amore; e che liberati dal mio rancore, possano vivere in Pace.
Signore Gesù Cristo, Ti prego per me e per ognuno di loro:
ABBI PIETÁ DI NOI.
Amen.”

Maddalena la recitò tutta d’un fiato e alla fine, mentre chiudeva sistematicamente la preghiera con un ampio Segno della Croce, si accorse subito che Andrea ora aveva gli occhi luminosi e il suo viso era disteso ed in pace. Stettero zitti per un po’ mentre le auto sfrecciavano accanto alla piazzola di sosta e una debole pioggia bagnava il parabrezza del Tir, quasi a voler essere un segno di benedizione e di purificazione.

Maddalena dentro di sé ringraziò il Signore che si vedeva che in qualche modo aveva parlato a quel giovane camionista e simulando uno scatto d’ira iniziò ad urlare contro Andrea: “Stupido camionista smettila di portar rancore, chiedi perdono a Dio e accendi questo dannato camion e portami a Bologna che ho un appuntamento importante e non posso far tardi!”.

Andrea girò la chiave e riavviò il suo bestione di un Tir; sorrise ingenuamente a Maddalena e ripartì di corsa verso la meta. Ora i mattoni sul rimorchio sembravano leggeri.
Si era fatto mezzogiorno di quel Giovedì Santo e i piedi dei nemici erano stati lavati e baciati.

+++

Vangelo secondo Giovanni 13, 3-15

Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita.

Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo».

Gli disse Simon Pietro: «Non mi laverai mai i piedi!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto mondo; e voi siete mondi, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete mondi».
Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi».

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

La preghiera è dire ti amo allo Sposo

Ho parlato diverse volte della preghiera nel matrimonio. Il rapporto con nostra moglie o nostro marito ci può dire tanto proprio su cosa sia la preghiera. Il matrimonio rischia  spesso di diventare il sacramento del fare. Preoccupazioni, impegni, pensieri, lavoro, figli. La quotidianità rischia di allontanarti da te stesso/a e dalla tua relazione sponsale. Rischia davvero di non esserci tempo per fermarsi e per contemplare l’amore. Quanto spesso ci comportiamo come Marta non trovando mai il tempo di fermarci come Maria.  Certamente, come ho già avuto modo di scrivere in altre riflessioni, nel matrimonio ogni gesto fatto per amore diventa gesto sacro e preghiera. Ogni gesto di servizio è preghiera quando fatto per amore. C’è un però. Non basta fare. Il matrimonio è prima di ogni altra cosa una relazione d’amore. Relazione che ha bisogno di rinnovarsi ogni giorno per non morire. Rinnovarlo, naturalmente, con il linguaggio degli sposi. Nelle promesse matrimoniali promettiamo di amarci e onorarci tutti i giorni della nostra vita, non semplicemente tutta la vita. Non è una differenza da poco. Tutti i giorni implica proprio il rinnovare, giorno dopo giorno, la nostra promessa. Rinnovarla e renderla di nuovo presente e attuale. Non basta dirlo una volta sola. Non basta per non dare il nostro matrimonio per scontato. Qualcosa che vale sempre meno fino a buttarlo e buttarci via. Invece è importante ogni giorno dire di nuovo quel sì lo voglio. Dire di nuovo ti amo all’altro/a. Dirlo con la parola ma non solo. Dirlo con una carezza, con un bacio, con un pensiero. Dirlo con il linguaggio dell’amore che è la tenerezza. Così si tiene vivo il matrimonio. Così si mantiene fede alla promessa matrimoniale. Questa riflessione mi permette di collegarmi direttamente alla preghiera. Spesso non ce ne curiamo abbastanza. Non c’è tempo, non c’è voglia, ci sono tante cose da fare. Invece è importante riuscire a trovare almeno un po’ di tempo da dedicare a Gesù. Da soli, in coppia o in famiglia, ma bisogna trovarlo. Gesù è il nostro Sposo, anche per noi che siamo sposi cristiani, non solo per i consacrati. E’ importante trovare il tempo per rinnovare il nostro sì al suo amore. Non basta dirlo una volta per sempre. E’ importante tenere viva la relazione e nutrito il nostro rapporto con il Signore. La preghiera è esattamente questo. Dire a Gesù, anche oggi, ti voglio bene e voglio stare con te. Esattamente la stessa dinamica che avviene tra marito e moglie. La cosa bella sapete qual è? Gesù non è uno sposo geloso. Nutrire il nostro rapporto con Lui ci aiuta a vivere meglio anche quello tra di noi. Nutrire il rapporto tra di noi ci aiuta a desiderare di incontrare Gesù. Questo è il matrimonio cristiano. E’ meraviglioso. Ricordiamoci sempre di rinnovare il nostro sì, rinnovarlo all’altro/a e rinnovarlo a Gesù! Ne va della nostra gioia, della nostra pace e della nostra vocazione.

Antonio e Luisa

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Custode della coppia

Angelo di Dio, custode della coppia

Ti invoco ora e sempre per il coniuge che è dono.

Concedi al cuore mio di essere accanto al suo.

Donami di vedere la ricchezza che mi sta a fianco

e dona agli occhi suoi di vederla altrettanto.

Presenza di Cristo sono gli sposi uniti

dal Santo Sacramento il giorno di quel SI.

ILLUMINA i loro occhi, Angelo che gli stai innanzi

CUSTODISCI l’ascolto reciproco con parole edificanti

REGGI le loro vite, nella missione a cui sono chiamati

GOVERNA la loro casa e dalle insidie del male difendili.

Sposo che mi fosti affidato dalla PIETÀ CELESTE

Prego per te il tuo Angelo Santo

Dimenticando me stessa fino alla profondità

Pregando e supplicando la via della Santità

Unica meta, percorrendo la strada

Del nostro umile viaggio di sposi

Verso la Vita Eterna

Amen

Cristina Righi

(Preghiera ispirata pregando Santa Gemma Galgani)

Cristina ne ha “combinata” un’altra. La sua creatività ispirata ha prodotto questa preghiera che è diventata un canto grazie a Vittorio Gabassi (già autore dell’inno di Medjugorje) e del gruppo musicale Kraljica Mira. Credo che Cristina abbia nuovamente centrato l’obiettivo. La sua preghiera, musicata e cantata, esprime benissimo ciò che è il matrimonio. Lo esprime benissimo da un punto di vista teologico e lo esprime benissimo dal nostro punto di vista, di sposi cristiani che ne facciamo esperienza ogni giorno. Tutto parte da una preghiera rivolta all’angelo custode. La tradizione cristiana  ci tramanda che c’è una figura angelica che accompagna ogni uomo per tutta la vita, dal concepimento fino alla morte. Non esiste una verità dogmatica, ma è un qualcosa di molto radicato nella nostra fede. Perchè non pensare allora ad un angelo che si prenda cura di questa nuova creatura: la coppia di sposi? Partendo da questo ragionamento Cristina ci dona una preghiera che non solo affida la coppia a Dio e al sostegno dell’angelo, ma ripercorre ciò che sono le caratteristiche fondanti di un matrimonio sacramento. Ha arricchito poi il tutto con una musica ben costruita e con delle voci molto belle ed intonate.  C’è davvero da fermarsi con gli occhi chiusi per assaporare non solo le parole della preghiera, ma anche il nostro matrimonio che prende vita e si concretizza in tutto il canto. Un’esperienza che può essere davvero molto bella. Cosa mi ha colpito in particolare? Riconoscere il dono e la ricchezza che abbiamo ricevuto attraverso l’altro/a. Dono l’uno per l’altra che diventa tesoro della nostra vita. Diventa quindi fondamentale chiedere a Dio di avere il Suo sguardo per guardare il nostro coniuge con la meraviglia di Dio. Dio ci chiede semplicemente di amarci come riusciamo, il resto lo fa Lui.  Ogni giorno vissuto con la mia sposa è prezioso. Ogni giorno è un’occasione per amare e per servire e quando non si riesce, è comunque occasione di sperimentare il perdono e la voglia di ricominciare. Il matrimonio è anche questo. Il matrimonio è così grande che va oltre il tempo che passa. Amo tutto di lei, anche le piccole rughe, le smagliature, le sue forme non perfette. Il matrimonio permette di vedere lei, la mia sposa, con gli occhi di Dio, Dio che non può non commuoversi e stupirsi della meraviglia di ogni sua creatura. E allora il corpo si trasfigura della bellezza che viene dall’amore sponsale che è dono totale e indissolubile, sacramento perenne, amore umano che diviene profezia di quello divino. Ogni gesto d’amore, di perdono, di unione e di intimità la rende più bella. Ed è così che il tempo che passa non sciupa e appassisce il suo corpo, ma lo rende florido al mio sguardo.  L’amore non è qualcosa di astratto che si può sperimentare ma non vedere. L’amore si vede, l’amore si irradia nello sguardo e nel corpo. L’amore che si concretizza nella carne diventa tenerezza, l’amore che si concentra nello sguardo diventa dolcezza.
Quindi Angelo di Dio aiutaci a guardarci come Dio ci guarda e tutto il resto verrà di conseguenza.
Antonio e Luisa