Poveri sposi!

Cari sposi,

non voglio raccontare nessuna vicenda triste di qualche coppia, presa dalla cronaca nera, ma solo far presente che la povertà è al centro della prima lettura, del salmo, della seconda ed è l’incipit del Vangelo. Mi sa che il Signore voglia dirci qualcosa in questo modo…

Come vorrei una chiesa povera! esclamò una volta Papa Francesco (Discorso ai rappresentanti dei media, 13 marzo 2013). Cioè dovremmo tutti vivere in baraccopoli, vestire abiti usurati e vecchi, con lavori precari e miseri…? Evidentemente no. La povertà evangelica è forse una delle virtù più difficili da incarnare, non per nulla è la prima della beatitudini del Vangelo odierno e per lo stesso motivo il portale di ogni forma di vita religiosa. Come definire la povertà di cui ci parla Gesù oggi? Non trovo migliore spiegazione che l’esclamazione di San Tommaso quando vide finalmente il Signore Risorto: Mio Signore e mio Dio (Gv 20, 28), parole poi riecheggiate sulla bocca di San Francesco di Assisi come mio Dio e mio tutto! (Bartolomeo da Pisa, De conformitate vitae B. Francisci ad vitam Domini Iesu, 1399). San Francesco, modello supremo della virtù e beatitudine della povertà, ce ne svela così il vero senso con la sua vita stessa.

 Per lui, come per tutti i santi, Cristo è diventato la pienezza di vita e infatti il nostro cuore non troverà altrove una Persona che possa donarci di più di Lui. Alla luce di questo si comprende come anche la vita matrimoniale ha radicalmente bisogno di sperimentare questa verità. Sì certo, ma in che modo? Non è forse povertà quella che voi sposi avvertite quando, a un certo punto del cammino sponsale, la “benzina” della spinta iniziale va in riserva e appare sempre più chiaramente – se si è onesti con sé stessi – che la ragion d’essere dello stare insieme non è più solo la bellezza fisica, l’attrazione sessuale, certe qualità del carattere o addirittura i figli. Sono tutte cose belle e sante, ma in fondo al cuore c’è uno spazio che nulla di tutto quanto ho menzionato può completare.

Una coppia di cari amici mi condividevano un vissuto personale: a un certo punto della vita ci siamo resi conto che non riusciamo ad amarci come vorremmo ed arriviamo a toccare questo limite. Sono veramente grato a loro di una così schietta sincerità che, lungi dal prostrarli, li spinge a cercare in Dio quella pienezza di amore in cui vogliono vivere. Ecco allora che le nostre povertà e incapacità, possono, anzi, devono diventare l’umile confessione che Solo Dio basta (Santa Teresa D’Avila, Poesia, 30) e che Cristo è il Vostro Tutto.

Non temete, cari sposi, la vostra povertà, il Signore sa di quale pasta ci ha fatti e non teme il limite e nemmeno il peccato. Siamo noi che dobbiamo fare “tesoro” di quello che siamo, della nostra storia con le sue ferite o cadute, per riconoscerci debitori e assetati di mettere al centro della nostra esistenza la Persona di Cristo, lo Sposo della vostra coppia.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca mi offre un assist che non posso non cogliere. Ne ho parlato tante volte. Mia moglie non può essere il mio tutto. Ho rischiato di cadere in questa logica. Ho rischiato di riporre in lei ogni mia aspettativa di pienezza. Ho rischiato di mettere sulle sue spalle il peso di dover soddisfare quella fame d’amore, di essere amato, che io avevo e anche adesso ho. Ho passato tutto il matrimonio, che dura da vent’anni, a cercare di staccarmi da lei. Staccarmi da lei non significa non amarla, ma significa amarla nel modo giusto. Perchè solo se sarò capace di nutrire la mia relazione con Gesù, sarò capace di amarla senza condizioni. Sarò capace di amarla per primo e sempre. Quindi cari sposi vi faccio lo stesso augurio che faccio a me stesso: sentitevi poveri per poter attingere all’unica fonte che non si esaurisce mai, l’amore di Dio. Se cercate quella fonte l’uno nell’altra non farete altro che rubarvi quel poco amore che custodite nel cuore, per riempire voi svuoterete l’altro. Solo Dio è una fonte che non si esaurisce mai. Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. (Gv 4, 13-14)

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Domenica e famiglia : un connubio possibile /53

continuing … L’Eucarestia è comunque infinitamente di più di ciò che le nostre povere parole riescono ad esprimere, è un mistero di cui possiamo fare esperienza reale e concreta, è un mistero in cui immergersi per viverlo realmente e da cui lasciarsi plasmare volta dopo volta. Coraggio famiglie, Gesù ci aspetta e vuole fare di noi un tabernacolo vivente. Oggi rifletteremo proprio su questo termine latino tabernaculum che è stato usato nella Bibbia per tradurre la parola ebraica  מִשְׁכָּן mishkàn, che significa dimora. Quindi la parola tabernacolo nella Bibbia è usata per intendere il luogo della casa di Dio presso gli uomini, la dimora di Dio in mezzo al Suo popolo.

Nell’Antico Testamento, quando Israele era ancora nomade, la tenda che conteneva l’Arca dell’Alleanza era trattata e considerata con il massimo del rispetto e dell’onore poiché essa era la dimora di Dio in mezzo al Suo popolo… un po’ come se adesso potessimo portarci in giro la nostra chiesa parrocchiale. Se uno voleva stare vicino a Dio doveva entrare nella tenda che conteneva l’Arca, questa tenda era la dimora di Dio presso il Suo popolo, significava la presenza di Dio, era quindi un tabernacolo. Certamente era una prefigura del vero tabernacolo che troviamo nelle chiese cattoliche oggi, poiché nel tabernacolo antico la presenza del Signore era spirituale grazie alla presenza delle Tavole della Legge consegnate a Mosè e scritte da Dio, ma nei nostri tabernacoli è tutta un’altra cosa poiché la presenza non è solo spirituale, la presenza di Gesù nelle ostie consacrate è reale, vera e sostanziale.

Naturalmente vengono conservate solo le ostie per motivi pratici/logistici, ciò non intacca in alcun modo il fatto che anche nella più piccola e singola briciola di ogni ostia consacrata ci sia lo stesso Gesù intero (corpo, sangue, anima e divinità) tanto quanto c’è nell’ostia intera e tanto quanto in ogni singola goccia di vino consacrato, anche se, ribadiamo, vengono conservate solo le ostie per motivi di praticità; infatti risulta più semplice trasportare e stoccare delle ostie di pane piuttosto che del vino, il quale necessiterebbe di contenitori ermetici per evitare eventuali dispersioni della sostanza ed anche il trasporto risulterebbe più laborioso e di non facile soluzione.

Ma tornando alla nostra riflessione, dobbiamo quindi considerare che in un ostia consacrata c’è la presenza vera, reale e sostanziale di Gesù Cristo il Figlio del Padre celeste, lo stesso che camminava per la Palestina 2000 anni fa, e la Sua presenza resta in tale ostia fino a che gli accidenti del pane sussistono. La scienza ci dice che un boccone di pane resta pane nel nostro organismo per circa 10/15 minuti prima che venga preso d’assalto e disgregato dai succhi gastrici, ciò significa che il pane resta tale per questi minuti, ne concludiamo che noi ci teniamo dentro Gesù per circa un quarto d’ora.

Se quindi noi mangiamo quell’ostia consacrata e poi torniamo al nostro posto, è come se il tabernacolo della chiesa si fosse replicato in noi e venisse con noi nel nostro banco. Praticamente, con la Santa comunione, noi diventiamo oggettivamente dei tabernacoli che camminano poiché abbiamo in bocca la stessa sostanza che è conservata nel tabernacolo.

Ora facciamo qualche piccolo ragionamento: spesso il momento della Santa Comunione viene “risolto” il più velocemente possibile dai preti, dei quali non capiamo i motivi della fretta che dimostrano, sicché ne consegue che la Messa finisce da lì a 5 minuti scarsi, se appena finita la Messa c’è il fuggi fuggi generale manco ci fosse una bomba ad orologeria in chiesa, che ne è di quel Gesù dentro a tutte quelle persone? Più di una volta ci è successo di ricevere l’Eucarestia per ultimi, tornare al nostro posto, inginocchiarci, non fare in tempo nemmeno a recitare un Padre Nostro che sul più bello arriva la preghiera finale con benedizione incorporata. Meglio una doccia gelata! Vi lasciamo spiegare meglio dalle parole di un santo cosa accade e cosa bisognerebbe fare:

Un episodio racconta di una nobildonna che andava spesso alla Messa celebrata da San Filippo Neri. Dopo aver preso la Comunione, ella se ne andava mancando di fare un adeguato ringraziamento. La cosa si verificava spesso. Un giorno, prima di iniziare la celebrazione della Messa, san Filippo disse a due chierichetti: “Ad un mio cenno seguite con le candele accese una donna che io vi indicherò”. Iniziò la Messa, dopo la Comunione, la solita nobildonna, ricevuta l’ostia, lasciò la Chiesa. San Filippo fece cenno ai due chierichetti e questi obbedirono all’istante. I due fanciulli, con due grosse candele accese, seguivano la donna. Questa ovviamente si girò e chiese loro il perché. I fanciulli dissero la verità e la donna, visibilmente innervosita, tornò in chiesa per chiedere spiegazioni al sacerdote. “Come vi siete permesso?” disse a san Filippo, ma questi di rimando: “Signora, mi sono permesso perché stava portando la Santissima Eucaristia in processione per le strade di Roma. Lo sa o non lo sa che ogni qualvolta riceviamo Gesù Sacramentato diventiamo per un po’ di tempo dei tabernacoli viventi?”. La nobildonna capì tutto e non osò replicare.

Giorgio e Valentina.

I fuorischema di Dio (Seconda parte)

Riprendiamo con la seconda parte della testimonianza di Paola. Per leggere la prima parte cliccate qui.

Deserto fatto da una vita da single, nonostante mi sia data da fare in ‘situazione pozzo cristiani‘ come ama dire padre Giovanni Marini. Padre Giovanni definisce in questo modo chi fa una vita buona. Io infatti in quel periodo frequentavo Nuovi Orizzonti e partecipavo agli incontri del Cantico dei Cantici (percorso per single cattolici). Nonostante questo non riuscivo a trovare nessuno. Solo qualche amica e qualche amico di fede, ma nient’altro. Gli amici fortunatamente non sono mai mancati. Sono sempre stata comunque feconda nell’evangelizzazione di strada e nel contribuire a formare due famiglie di amici. 

In quei sette anni ho anche  litigato e pianto con Dio, perché non capivo il senso di tutto quel deserto, quella desolazione e quel vuoto che sentivo. Non L’ho mai però mollato né mai L’ho tradito. Non mi sono svenduta,  anzi  mi sono aggrappata ancora di più alla Sua Parola ogni giorno. Ho letto tutta la Bibbia in un anno, attraverso lo schema suggerito da mons. Pizzaballa. Molte frasi bibliche mi hanno sostenuta e aiutata in quel tempo difficile. Frasi come: Tutto posso in Colui che mi da forza (Fil 4,13); Quando sono debole e’ allora che sono forte (2 Cor 12,10); Non io ma la Grazia di Dio che e’ in me (1 Cor 15,10); Nulla e’ impossibile a Dio (Luca 1,37).

Quei sette anni sono stati fecondi, come lo sono stati i fidanzamenti precedenti. Tutto mi ha preparato. Ogni volta che finiva una relazione cercavo di metabolizzare i motivi, prendendo spunto dai famosi nuclei di morti imparati da padre Giovanni Marini. Quando finisce una relazione, che sia di amicizia o di amore, non è mai colpa di una sola persona ma sempre di entrambi. Per questo bisogna accettare ed elaborare il lutto, l’abbandono, la fine. Bisogna starci e passarci in mezzo. Imparare dagli errori che diventano lezioni di vita, vedere cosa non è andato e cosa sì, cosa è mancato e poi lasciare andare e non voltarsi indietro, altrimenti non si va piu avanti con la vita, con il presente e futuro. Ho avuto anche sette anni senza relazioni affettive. I sette anni da single sono stati lunghi e duri, grazie al Cielo avevo amiche di fede nella mia stessa condizione e quindi ci facevamo forza/unione/condivisione/preghiera, facevamo anche le vacanze e le gite insieme. 

Finché, dopo sette anni, ho incontrato finalmente una persona cristiana. Sembrava perfetta e invece, dopo meno di un anno, si è rivelata essere un abbaglio pazzesco. E’ stato l’anno più brutto della mia vita; tante belle parole ma niente di concreto!  Progettavamo anche di sposarci, ma grazie a Dio ci siamo fermati prima; che inferno, che incubo sarebbe stato! C’erano tutti i segnali che non andava, ma avendo già messo la data delle nozze e avendola già comunicata a tutti, pensavo e speravo che le cose sarebbero migliorate nel tempo. Invece niente da fare.  Non ho mai perso tempo in relazione senza futuro. Ho avuto solo relazioni a scopo di matrimonio. Non mi interessava stare insieme tanto per starci. Ho cercato di vivere sempre un fidanzamento casto quindi senza sesso ma con baci, abbracci, coccole e tenerezza. Ho elaborato anche questo terzo fallimento e dopo essermi ripresa bene, mi son detta: Ok Gesù sto da sola a vita oppure fammi incontrare la persona giusta, ma non tra dieci anni. Comunque, o tutto o niente, non voglio mezze misure nè briciole! Altrimenti sto da sola con questa spina nel cuore. Con il desiderio di una famiglia cristiana. Perchè dopo tre fidanzamenti avevo avuto la conferma che la mia strada era il matrimonio cristiano, mi sentivo a casa lì, il mio posto era quello, a Dio piacendo.

Inoltre avevo chiesto a Dio di farmi incontrare una persona che poteva capire, se non tutto almeno parte, la mia ultima relazione finita a pochi passi dal matrimonio. E così ho ricominciato a muovermi per fare nuove amicizie in serenità e pace. Così, nel giro di qualche mese, ho conosciuto quello che è’ mio marito, anche se allora non ci pensavo minimamente. Invece nel giro di breve ci siamo conosciuti bene, raccontandoci, donandoci e accogliendo i nostri rispettivi passati. Anche lui ha avuto qualche relazione come me. Ci siamo piaciuti e ci siamo fidanzati. Nel 2019 abbiamo fatto il weekend di Incontro Matrimoniale per fidanzati e il corso Agape ad Assisi sempre per fidanzati. Abbiamo conosciuto le nostre rispettive famiglie e i rispettivi amici e fatto un po’ di vacanze insieme. Quando ci è successo di litigare, abbiamo imparato subito a chiarirci e fare pace, senza mai andare a letto arrabbiati, abbiamo imparato ad affrontare subito i problemi e a non rimandarli, abbiamo pregato sin da subito  insieme, abbiamo affrontato da subito i temi importanti della vita di coppia e di una possibile futura famiglia. Temi come avere un padre spirituale di coppia, fare corsi per famiglie,  farsi aiutare se si è  in difficoltà, accogliere figli naturali anche se disabili, e anche come vivere l’impossibilità di avere figli nel caso non arrivassero vista la mia età, etc.

E nel 2020 abbiamo deciso di sposarci, anche se c’era il covid. Anzi, quel momento difficile ci ha uniti ancora di più e ci ha spinto ancora di più a sposarci, perché nulla va anteposto all’amore, come dice padre Giovanni Marini. E così è stato! Ed è stato bellissimoooo! Dio è stato fedele alla Sua promessa, alla Sua Parola per me di Isaia 62: nessuno ti chiamerà più abbandonata, né la tua terra sarà più detta devastata, ma tu sarai chiamata mio compiacimento, e la tua terra sposata, perché di te si compiacerà il Signore e la tua terra avrà uno sposo!

Ma che giri per arrivarci. Come ha detto don Fabio Rosini in una sua catechesi: dal Mar di Galilea al Mar Morto il tratto di terra è corto, ma il fiume Giordano è lunghissimo perché fa molte curve ma ci arriva! Ed è come la vita di ciascuno di noi quando qualcosa non va; Dio ricalcola il percorso e arriva a destinazione comunque dove Lui vuole! E ciò dà serenità fiducia e pace. Anche perché Gesù dice di investire i talenti che ci dà, e sa che uno ne frutta 100, uno 80, uno 50. Perché ognuno è unico, con la propria storia, per come è, con il proprio passato, con le sue ferite, ma con Lui comunque non ci si annoia mai e la vita è piena, ricca e bella! L’importante è collaborare con Lui, mai fermarsi, mai aspettare la perfezione prima di fare qualcosa; perchè la perfezione è solo Lui. Grazie Abbà’ Padre, Grazie Signore Grazie, Gloria, Alleluja!!!

Paola

I fuorischema di Dio (Prima parte)

Ciao a tutti, siamo Paola e G., sposati da 2 anni e mezzo dopo 2 anni di fidanzamento cristiano; il tutto sui 40 anni. Perche’ questo titolo? Perche’ Dio ha cambiato le nostre vite! Ma la Sua Parola ci da forza e gioia in quanto dice e fa: tutto concorre al bene per coloro che amano Dio! (Rm 8,28). I Miei pensieri non sono i vs pensieri, le Mie vie non sono le vostre. (Isaia 55,8-9). E così è!

Io pensavo di uscire di casa per sposarmi e invece sono uscita single, pensavo di cambiare città per amore e invece l’ho cambiata per lavoro, più tardi ho pensato che ormai sarei rimasta sola e invece mi sono sposata. Infine speravo di avere figli e invece??? Cerco di spiegarmi meglio. Pensavo di sposarmi nel 2000 e invece nel 2000 ho fatto la Gmg a Roma, pensavo di avere figli qualche anno dopo e invece nel 2002 ho incontrato Cristo, che mi ha Salvato e cambiato la vita radicalmente. Grazie a Dio! Quindi ho vissuto sia i desideri dei ventenni, con le relative spinte emotive molto forti, sia le attese, le delusioni, le aspettative, le paure, dei giovani-adulti. Non è stato semplice trovarmi ad essere ancora single fin verso i quarantanni. Non è facile cercare la persona giusta con la quale sposarsi sacramentalmente e cercare con essa una famiglia cristiana, soprattutto quando si è ormai adulti e strutturati.

Prima della mia Conversione, il 15 agosto 2002 ad Assisi, mi sono diplomata e lavoravo e vivevo in casa con i miei genitori, andavo a messa la domenica per tradizione e al venerdi sera o al sabato sera andavo in discoteca con le mie amiche, tutto molto tranquillo lineare. Dopo la conversione, apriti Cielo! Basta discoteca, non mi interessava più! Ho invece iniziato il mio cammino di fede, che fino ad allora non sapevo cosa fosse. Avevo finito il percorso del catechismo con la cresima e poi non avevo fatto altro, niente campi estivi, niente acr, niente scout, anche perché vivevo in un piccolo paese di collina. In sei giorni di corso vocazionale ad Assisi, con padre Giovanni Marini, e’ cambiata la mia vita! Dopo il corso mi sono chiesta come fosse possibile e ho intuito che  avevo incontrato Qualcuno, ciò che vivevo e provavo non era possibile solo umanamente! Finalmente, per la prima volta nella mia vita, mi sono sentita amata, così com’ero senza dover fare niente e dimostrare nulla! E davanti a questo Amore, mi sono messa in cammino dietro a Lui. Mai mi sarei aspettata di diventare quella che sono e di essere dove sono ora! Oltre a farmi sentirmi amata, Dio ha risvegliato in me i sogni e desideri di famiglia che avevo sin da piccola, ma che la realtà della mia famiglia e la realtà del mondo mi avevano spento o ridimensionato molto. Vedevo separazioni, divorzi, fidanzamenti usa e getta, e invece lì, per la prima volta in vita mia, ho sentito parlare della bellezza dell’amore umano come Dio comanda. Mi sono detta: Wow! Voglio anche io questo. Così mi sono messa in cammino verso questa meta!

Prima della conversione il mio esempio sono sempre stati i miei genitori ed io mi sentivo perfetta. Sono andata ad Assisi solo perché era un periodo in cui mi sentivo sola. La mia migliore amica si era trovata il moroso ed io sentivo il bisogno di una carica spirituale. Mai avrei pensato che lì c’era l’appuntamento con la mia storia! Infatti, tramite il corso vocazionale, Dio mi ha aperto tutti i cinque sensi, sono rinata dall’alto, è stata la mia Pasqua, è stato il passaggio del mio Mar Rosso. Gli anni dopo la conversione sono i più belli della mia vita. A conferma della Sua Parola: chi confida in Dio non resta deluso (Sir 32,24), perché tutto in Lui e con Lui e per Lui ha senso, anche le croci!

Ho iniziato quindi il cammino, sentendomi chiamata come Abramo: vattene dal tuo paese, dalla tua patria, dalla casa di tuo padre verso il paese che Io ti indicherò (Gen 1,1). E così a gennaio 2003 ho iniziato il mio cammino di fede con un frate francescano di Assisi, che è nel tempo diventato il mio padre spirituale. Subito mi ha fatto fare un percorso per recuperare la mia autostima e uno di riconciliazione con mio padre naturale. Ha capito che i miei problemi erano lì. Problemi con me stessa, con mio papà e con gli uomini. E’ bastato che scrivessi una lettera a mio papà e che, soprattutto, uscissi da sola con lui aprendo il cuore in un confronto autentico. Sono bastati quei due gesti e, con l’aiuto di Dio, in mezza giornata è crollato il muro tra noi fatto di 24 anni di incomprensioni, musi e silenzi. Dopodichè non ho più avuto paura di mio padre-‘padrone’. Avevo un nuovo Padre, Dio, al quale obbedire e da seguire, con l’aiuto delle indicazioni del mio padre spirituale e della Parola di Dio. Avevo quindi realizzato la famosa, vitale e salvifica desatelizzazione dai genitori d’origine, per realizzare il progetto che Dio aveva nella mia vita. Potevo finalmente dedicarmi alla mia vocazione. Vocazione che io, attraverso il discernimento fatto con il mio padre spirituale e la Parola di Dio, avevo capito essere il matrimonio cristiano.

La mia vita si è finalmente sbloccata e ha preso il volo, il largo e in pochi anni sono arrivate le vere, belle e buone amicizie, fatte di fede, di presenza e di reciprocità. Sono arrivati due fidanzamenti cristiani,  che mi hanno fatto crescere nell’amore, nel rispetto reciproco, nel dialogo, nella preghiera, nella condivisione. C’è stato tempo anche per il percorso dei 10 comandamenti, c’è stata l’evangelizzazione di strada. Ho lasciato la casa dei miei, ho cambiato città per lavoro, tutto sempre con la guida del mio padre spirituale, che mi dava letture, libri, testimonianze, compiti da fare e mi faceva meditare la Parola di Dio. Parola che guidava i miei passi; perche la Bibbia e’ la nostra bussola per la vita, ci legge e ci guida. Poi ci sono stati 7 anni di deserto…. (prosegue con la seconda parte)

Paola

Un corpo mi hai dato…

Dalla lettera agli Ebrei (Eb 10,1-10) Fratelli, la Legge, poiché possiede soltanto un’ombra dei beni futuri e non la realtà stessa delle cose, non ha mai il potere di condurre alla perfezione per mezzo di sacrifici – sempre uguali, che si continuano a offrire di anno in anno – coloro che si accostano a Dio. Altrimenti, non si sarebbe forse cessato di offrirli, dal momento che gli offerenti, purificati una volta per tutte, non avrebbero più alcuna coscienza dei peccati? Invece in quei sacrifici si rinnova di anno in anno il ricordo dei peccati. È impossibile infatti che il sangue di tori e di capri elimini i peccati. Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: “Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà”». Dopo aver detto: «Tu non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato», cose che vengono offerte secondo la Legge, soggiunge: «Ecco, io vengo a fare la tua volontà». Così egli abolisce il primo sacrificio per costituire quello nuovo. Mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre.

Continua la proposta della Chiesa, in questo tempo post-natalizio, di farci leggere la lettera di S. Paolo agli Ebrei, ed anche in questo estratto viene specificato come i sacrifici dell’antica legge siano solo una pallida figura dell’unico, nuovo e definitivo sacrificio di Cristo, viene inoltre specificato come quest’ultimo sacrificio non sia compiuto col corpo di animali, ma il nuovo agnello da sacrificare fosse proprio il corpo stesso di Gesù: …un corpo invece mi hai preparato… Inoltre specifica che questo sacrificio viene compiuto da Gesù come atto di obbedienza alla volontà del Padre, e noi …mediante quella volontà siamo stati santificati…

Dobbiamo stare sempre attenti a non cadere nel tranello di pensare che approfondire le verità della nostra fede sia tempo perso e che in fondo non c’entri niente con la vita matrimoniale di tutti i giorni; oggi stiamo affrontando la verità di Gesù sacerdote e vittima per la nostra salvezza, ma non è una verità astratta, al contrario, è una verità che deve diventare vita reale. Ricordiamoci sempre che il matrimonio sacramento deve essere una relazione ad immagine della Trinità, il modo di amarci deve essere figura del modo che Cristo ha di amare. E qual è questo stile? Oggi ne vediamo una sola caratteristica descritta proprio dal brano oggi proposto: Cristo ha amato sacrificando il suo corpo come vittima di sacrificio.

Cari sposi, ma noi che rapporto abbiamo col nostro corpo? E con il corpo dell’amato/a?

Ci sarebbe tanto da scrivere sul tema del corpo che racchiudere tutto in un solo articolo è impensabile, ed in effetti tutti gli articoli di questo blog hanno come sfondo il corpo come mezzo espressivo dell’amore, oggi ne vedremo solo un aspetto: l’aspetto sacrificale del corpo. Del sacrificio non se ne parla così spesso, e ancor meno si trovano testimoni gioiosi e credibili del sacrificio. Incontriamo per esempio tanti sposi che raccontano le proprie fatiche di genitori, magari comuni a quelle di tanti altri, ma c’è uno sfondo di insoddisfazione dentro questi racconti, c’è uno sfondo di non-senso, non si intravede un barlume di eternità.

Ci sono invece tanti coniugi che affrontano le fatiche dell’essere genitori, padri che sostentano da soli una famiglia numerosa e per questo sopportano turni estenuanti di lavoro, madri che ascoltano le confidenze di tutti e a tutti sanno dare una parola di conforto senza che nessuno si accorga che anche lei ne avrebbe bisogno, ecc… MA dietro a questi sacrifici non c’è mai un lamento per la situazione di difficoltà. Perché ? Perché c’è il senso del vivere, c’è lo sguardo verso l’eternità, e quindi questa vita con tutte le sue numerose difficoltà acquista un valore eterno e nello stesso tempo se ne coglie la caducità.

Cari sposi, dobbiamo recuperare questo senso dentro le fatiche di ogni giorno, ma non dobbiamo limitarci alle fatiche ed ai sacrifici che il normale corso della vita richiede a tutti, dobbiamo saper andare oltre imparando da Gesù ad offrire i nostri corpi come ha fatto Lui: fino all’ultima goccia di sangue. E gratuitamente, senza pretendere di vedere i frutti dei nostri sacrifici e senza pretendere un ringraziamento.

La maggior parte dei frutti dei sacrifici dei nostri nonni hanno preso vita in noi nipoti, ma essi non li hanno nemmeno visti eppure si sono sacrificati lo stesso, e così accade spesso anche con i nostri genitori. Il matrimonio con le sole forze umane non va avanti tanto, diremmo che “tira a campare”, ecco perché serve la Grazia del sacramento. Tutte le volte che sopporto lei/lui con pazienza e senza rinfacciare, senza vendetta, porto un pezzo di Paradiso nella relazione sponsale. Tutte le volte che faccio un sacrificio unendo il mio sforzo corporale al sacrificio di Gesù porto un pezzo di Paradiso nel matrimonio.

Ogni fatica ed ogni sacrificio, se vissuto in unione col cuore a Gesù, acquista un senso d’eternità, e noi sposi siamo chiamati a vivere così il matrimonio; le fatiche non spariranno come per magia, ma avranno dentro un senso, il senso del donare tutto fino in fondo e gratuitamente ad imitazione del sacrificio del corpo di Gesù. Coraggio sposi, portiamo un pezzo di Paradiso nelle nostre case.

Giorgio e Valentina.

Quando si sbaglia la scelta, cosa fare del matrimonio?

Oggi cercherò di rispondere ad una domanda che ho ricevuto ultimamente. Non è la prima volta che ricevo quesiti di questo genere. Cercherò quindi di prendere spunto e di dare alcuni miei personali consigli. Quando si sbaglia la scelta, cosa fare del matrimonio? Cercherò di esaminare il quesito per punti in modo che ciò che a mio avviso è davvero importante sia facilmente individuabile.

IL FIDANZAMENTO. E’ ormai tardi per chi è già sposato ma per chi non lo è credo che sia un punto fondamentale. Il fidanzamento non è un matrimonio più leggero e senza impegno. Il fidanzamento è tutta un’altra cosa. Ricordo Chiara Corbella, che tutti conoscete come una giovane donna santa che ha dovuto affrontare la morte di due figli e una gravissima malattia che l’ha condotta poi alla morte, ha parlato del fidanzamento con Enrico come del periodo più difficile da lei affrontato, più duro anche della malattia. Capite? Il fidanzamento è un periodo di conoscenza e per questo non definitivo. Interrompere la relazione spesso è la scelta migliore che possiamo fare. Per fare però una scelta consapevole e un discernimento profondo servono due cose. Serve lasciare fuori il sesso dalla relazione e serve mettersi in gioco fino in fondo. Aprirsi nel dialogo per confrontarsi su aspettative, fede, valori, apertura alla vita, scelte lavorative. Tutto. Nulla deve restare fuori. Solo il sesso. E non lo dico da bacchettone moralista ma lo dico da marito e da uomo che ha ascoltato tanta sofferenza in coniugi che hanno sottovalutato questo aspetto. Fare l’amore è totalizzante e spesso mette in secondo piano gli atteggiamenti che possono rovinare il matrimonio. I divorzi sono pieni di sposi che credevano che l’altro potesse migliorare nel matrimonio o si illudevano di poterlo cambiare. Il matrimonio, proprio per la sua indissolubilità, accentua i difetti dell’altro e se non li abbiamo valutati bene poi sono cavoli nostri.

LA NULLITA’. Secondo punto fondamentale. Esiste la nullità matrimoniale. E’ bene però spiegare di cosa si tratta. La nullità non annulla il matrimonio. Non serve a resettare tutto se dopo un po’ di tempo mi rendo conto che il matrimonio non mi piace. Non è un divorzio benedetto da Dio. Se il matrimonio è validamente celebrato nessuno in terra o in cielo può rompere quell’unione. La nullità è un procedimento giudiziario che serve a verificare che al momento della promessa i due fossero consapevoli di ciò che stavano per promettere. Quindi serve a verificare che entrambi fossero consapevoli della scelta della fedeltà, dell’indissolubilità e dell’apertura alla vita. A verificare che non ci fossero delle situazioni gravi tenute nascoste all’altro coniuge come per esempio malattie. Insomma il procedimento di nullità viene svolto da un tribunale ecclesiastico per verificare che i due fossero consapevoli e liberi nella scelta al momento del consenso. Quindi cari sposi il mio consiglio è quello, in caso di separazioni e gravi crisi, di verificare la validità del vostro sacramento. Non ha senso fare i martiri per qualcosa che non esiste. Voglio però anche dire che se il matrimonio è invece valido non si può usare la nullità per azzerare un vincolo che invece c’è e resta nella buona e nella cattiva sorte.

PERCHE’ HO SCELTO QUELLA PERSONA? Anche questo è un punto fondamentale. Io scelgo la persona con cui iniziare una relazione e che magari sposo non solo per l’aspetto fisico. Sembra strano dirlo ma ognuno di noi cerca una persona che permetta di replicare nella relazione di coppia determinate dinamiche che ha già vissuto nella sua famiglia di origine, nella sua infanzia e adolescenza. Dinamiche che possono essere anche dolorose e non sane. Sono le nostre ferite che ci parlano e ci guidano verso un certo tipo di relazione. Quindi se le cose non funzionano non è solo colpa dell’altro ma ci metto tanto di mio per entrare in quella ferita che ancora mi fa tanto male. Ecco il matrimonio è l’occasione che Dio ci dà per guarire. Non perchè l’altro sia perfetto ma proprio perchè è il momento di affrontare la situazione in modo maturo e chiudere quella ferita. Su questo argomento sono fantastici i nostri amici Claudia e Roberto di Amati per Amare. Claudia in un suo articolo pubblicato anche su questo blog lo scrive benissimo: il Paradiso nel mio matrimonio si è realizzato quando il centro della mia vita è stata la mia relazione col Signore nelle cose e non più i difetti o le mancanze di Roberto. Il frutto di questa relazione e dell’incontro con Dio è un pieno d’amore esagerato per me stessa in cui io esisto, sono preziosa e sono l’amata. Questa dotazione d’amore è un olio inestinguibile che mi terrà sempre pronta in ogni cosa della mia storia con Roberto e con i miei figli, con l’unico fine di incontrare la Salvezza di Dio per me e le persone che mi circondano.

SONO SICURO CHE ABBIA SBAGLIATO A SPOSARMI? Sembra una domanda provocatoria ma spesso invece è davvero importante. Forse non ho sbagliato a sposarmi ma ho posto delle aspettative sbagliate sul matrimonio. Semplicemente questo. Ma lui non mi fa sentire amata! Lui pensa sempre ai fatti suoi! Non mi capisce! Lei è sempre fredda! Non ha voglia di fare l’amore! Io lavoro tutto il giorno e lei sa solo lamentarsi! Lui non è dolce, non mi dà quella tenerezza che vorrei e poi vuole fare l’amore! Lui non mi ascolta! Lei sa solo lamentarsi! Potrei andare avanti ancora molto. Io capisco benissimo tutte queste obiezioni. Sentirsi amati ed apprezzati è bellissimo e va ricercato. Ma tutto ciò non può mettere in discussione il matrimonio. Perchè altrimenti non abbiamo compreso cosa il matrimonio sia. Non è un semplice modo per riempire i nostri bisogni affettivi e sessuali. Don Fabio Rosini durante una catechesi disse: Il peggior nemico del vostro matrimonio è la vostra idea di come dovrebbe essere il vostro matrimonio. Un continuo confronto tra come è e come dovrebbe essere la nostra vita. Così si rovina tutto! La bellezza del matrimonio è data dalla radicalità della scelta. Tante persone avrebbero voglia di certezze, appunto di ordine, di poter controllare tutto. Il matrimonio non è così. Nel matrimonio ti viene chiesto di darti completamente e non hai certezze che tutto vada come tu vuoi. L’unica certezza sei tu e la tua volontà di darti completamente se lo vuoi naturalmente. Per alcuni questa è una fregatura. Perchè correre il rischio di sposarsi allora? Perchè il matrimonio non è un qualcosa che ci viene dato per soddisfarci, l’altro non può e non deve essere lo strumento con cui raggiungere la felicità. L’altro non è qualcuno che ci appartiene e che deve riempirci di ciò che noi desideriamo (cura, attenzioni, sesso, ascolto, ecc) ma è lo strumento che Dio ci ha messo accanto per costruire una relazione dove restituire l’amore che riceviamo nella nostra vita di fede, nel nostro sentirci figli amati! Che non significa che non è desiderabile e bello che l’altro si prenda cura di noi. Quando Luisa mi abbraccia, mi prepara quel piatto che mi piace o cerca l’intimità con me mi fa stare bene e mi riempie il cuore. Quello che voglio dire è che nulla è dovuto e scontato e la mia gioia la posso e devo cercare prima di tutto in Dio, il solo capace di un amore infinito, fedele e gratuito. Solo così non sarò dipendente dalle attenzioni di Luisa, saprò donarmi senza aspettare che sia lei a farlo per prima e accoglierò quanto lei saprà offrirmi come un dono e non pretenderò nulla da lei.

Antonio e Luisa

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Convertirsi in coppia

Cari sposi,

            siamo entrati a pieno ritmo nel Tempo Ordinario, seppur breve dal momento che non è così lontana la Quaresima. Oggi Gesù, dopo il suo Battesimo al Giordano, inizia ufficialmente la vita pubblica, il suo ministero ossia servizio attivo a ciascuno di noi, con una vita itinerante, fatta di preghiera, digiuno, predicazione e miracoli. È interessante che la prima parola di Gesù sia: “convertitevi”. Mi soffermo subito qui perché contiene una grande ricchezza e non da ultimo perché è rivolta al plurale, ovviamente alle folle, ma la possiamo anche applicare alla coppia.

            Esiste una conversione di coppia? Certamente! Anzi è assai desiderabile e da chiedere nella preghiera. Ma, non è anche vero che ognuno dei due ha il suo ritmo, il suo percorso, i suoi tempi e quindi bisogna andarci piano con le cose fatte assieme? Pure vero ma il Signore quando consacra l’amore nuziale di una coppia, oltre a due figli di Dio, vede anche una sola carne, una relazione che ha un suo percorso di vita e una sua vita spirituale. Ecco allora che colgo l’occasione per farmi eco di Gesù e stimolarvi a chiedere la grazia di una conversione di coppia. “Ma che? Siamo per caso miscredenti?” La conversione non è riservata per chi non conosce Cristo ma è un dono per tutti, una grazia che il Signore vorrebbe toccasse ogni cuore.

            Papa Francesco ci dice: “La famiglia è chiamata a condividere la preghiera quotidiana, la lettura della Parola di Dio e la comunione eucaristica per far crescere l’amore e convertirsi sempre più in tempio dove abita lo Spirito” (Amoris Laetitia 29). In fondo la conversione di coppia cos’è? “L’atto stesso della conversione è evocato in parabole molto espressive. Implica una volontà di cambiamento morale, ma è soprattutto umile appello, atto di fiducia: «Mio Dio, abbi pietà di me peccatore» (Lc, 18, 13). La conversione è una grazia dovuta all’iniziativa divina che previene sempre: è il pastore che muove alla ricerca della pecora smarrita (Lc 15, 4 ss; cfr. 15)” (X. Leon-Dufour, Dizionario Biblico).

            Quindi la conversione è un dono che il Signore fa ma è anche frutto di un’incessante preghiera perché il cuore di voi sposi sia sempre più docile e malleabile alla Sua Volontà. Mettiamoci anche noi a questa scuola e lasciamoci coinvolgere da questo appello accorato ed affettuoso di Cristo.

ANTONIO E LUISA

Sapete qual è una delle cose belle del matrimonio? Che è specchio della nostra relazione con il Signore. L’amore per Dio è forza e sostegno. Tutte quelle volte che faccio fatica a stare con Luisa, che sono nervoso, che avrei voglia di rispondere male, che mi irrita il comportamento di Luisa ricorro alla mia relazione con Dio. Ho imparato a non reagire d’impulso. Ho imparato a mettere tutto nelle mani del Signore, a scaricare rabbia e tensione nel modo giusto nello sport, e solo poi a cercare un confronto con Luisa. Il Signore è davvero un argine alla mia fragilità. D’altro canto la mia relazione con Luisa mi permette di dare un corpo, una voce, dei gesti concreti, alla mia relazione con Dio. Dio non lo vedo ma so che mi ama attraverso Luisa. Ed ogni gesto d’amore da parte di Luisa so che è una manifestazione concreta dell’amore di Dio che si rende visibile. Quindi la mia fede per Gesù mi aiuta ad amare sempre meglio Luisa e l’amore di Luisa per me rende la mia relazione con Gesù qualcosa di concreto e di visibile. Questo è ciò che è stata per noi la conversione di coppia.

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Aumentano i santi sposi!

Cari sposi,

            stavolta vi do proprio una bella notizia: i santi sposi sono in aumento. A dirlo è nientemeno che Padre François Marie Léthel, carmelitano scalzo, che da tanti anni lavora presso la Congregazione delle Cause dei Santi e si è specializzato proprio nella teologia della santità. Gli ultimi anni, specie a partire dalla beatificazione dei coniugi Beltrame-Quattrocchi (21 ottobre 2001), l’attenzione della Santa Sede è rivolta non solo più alle singole persone ma anche alle coppie che assieme arrivano in Cielo. Segno di una maggior presa di coscienza di quanto il matrimonio sia chiamato alla santità, come ha espresso più volte il Magistero della Chiesa (il Cap. V della Lumen Gentium dedicato al tema della santità fino alla recente enciclica Gaudete et Exultate in cui Papa Francesco ribadisce la vocazione ad essere santi nel mondo contemporaneo).

            I Beltrame-Quattrocchi hanno per così dire aperto una nuova via affinché altri sposi giungessero agli Altari del Cielo. Difatti, poco dopo fu il turno di S. Luigi e S. Zelia Martin, genitori di santa Teresa di Lisieux beatificati da Benedetto XVI (2008) e canonizzati da Papa Francesco (2015). In questi anni sono sotto la lente di ingrandimento della Congregazione delle Cause dei Santi altre coppie di sposi. Per esempio, papa Francesco ha già riconosciuto le virtù eroiche di due coppie, la prima sono in coniugi Carlo Tancredi (1782-1838) e Giulia Colbert (1785-1864), marchesi di Barolo e la seconda, i modenesi Sergio e Domenica Bernardini. Trattandosi di una coppia, bisogna certamente valutare con attenzione la vita di ciascuno degli sposi, perché la santità dell’uno potrebbe non corrispondere all’altro (vedasi santa Monica, mamma di S. Agostino, moglie di Patrizio, un pagano fino a ricevere il battesimo solo in punto di morte).

Sono già beati invece Jozef e Wiktoria Ulma con i loro 7 figli martiri, con il settimo ancora in grembo materno, primo caso in tutta la storia documentata della santità! Subito dopo è il turno dei Servi di Dio Cyprien et Daphrose Rugamba anch’essi in cammino con i loro figli Martiri, vittime innoncenti del genocidio del Ruanda (1994). In tutto ciò non si vede casualità, piuttosto un percorso condiviso di vita cristiana, in cui i coniugi arrivano alla santità attraverso una relazione vera, vissuta, in cui l’uno aiuta l’altro, mantenendo ciascuno i propri ritmi e le proprie peculiarità.

Cari sposi, è bello, stupendo venire a sapere queste cose, per me è stato motivo di grande gioia, in un mondo in cui l’infedeltà, la rottura del patto coniugale e la mediocrità di vita sembra essere per forza il modus vivendi. Questo è segno della perenne vitalità e azione dello Spirito Santo che se la ingegna per innalzare ed elevare il nostro stile di vita, di suo tendente al ribasso. È un consolante incoraggiamento ad assecondare il Dolce Ospite dell’anima perché anche nella vostra vita compia altrettante meraviglie.

padre Luca Frontali

Il cuore altrove. Un piccolo training per chi desidera pregare.

Gennaio 2023 siamo nella quotidianità del tempo ordinario, un po’ come ci indica il tempo liturgico. Abbiamo messo via la mangiatoia con dentro Gesù oppure Gesù c’è ancora, ben saldo nel nostro cuore? Qualche articolo fa’ scrissi: vieni nel mio cuore. Fu un pensiero frutto di una catechesi che ascoltammo Andrea ed io nella parrocchia di San Tarcisio qui a Roma. Una catechesi su Maria che scioglie i nodi. Dopo aver scritto l’articolo ho ripensato ad un libro che mi ha fatto compagnia nel 2020 che si lega molto a quella catechesi. Il libro di cui vi parlerò è di Don Rocco Malatacca edito dalla San Paolo e si intitola per l’appunto Il cuore altrove.

Spesso, quando mi contattate in forma privata, mi chiedete come ho fatto a superare il dolore di non aver potuto essere madre biologica. Come ho fatto? È stata determinante una frase di don Rocco, ricordo che un giorno mi disse: tu questa cosa la superi. Mi ha aiutato tantissimo ascoltare la voce di chi aveva la certezza che io ce l’avrei fatta. Nel buio più totale della mia vita, perché sapere che non puoi più avere un figlio ti spacca il cuore, ti senti soffocare dal dolore, in quella mia mancanza di aria c’era chi mi ha rianimato con forza donandomi l’ossigeno della speranza. Ho sperimentato come spesso nelle nostre ferite non sia opportuno utilizzare sempre e solo miele, ma è essenziale anche il sale. Il sale brucia è vero ma cicatrizza anche più velocemente. È essenziale avere accanto qualcuno che ti conforta sì, ma che nello stesso tempo ti rialza per tirare fuori il meglio di te che tieni nascosto per dolore.

Il libro di don Rocco è stato un aiuto fondamentale per riavvicinarmi alla preghiera, anche perché don Rocco è legato da un’amicizia forte in puro stile Tale padre tale figlio con il mio padre spirituale, quindi mi sentivo doppiamente accompagnata. Vi trascrivo un passo del libro:

Ti voglio prendere per mano e qui ti chiedo, per introdurci in questo accompagnamento, di avere un’attenzione che ti accompagni per tutto il libro: non vedere cose che ti suggerisco ma vedi me che ti accompagno con queste parole. Nonostante tu abbia un libro tra le mani, in realtà hai la mia mano che vuole fare con te un po’ di strada in tua compagnia. Non ho altro modo per starti accanto, e stare accanto ad altri, che scrivere. Le parole sono dita, le frasi sono mano, le pagine sono passi……..

Appena ho iniziato a leggere il libro, che ve lo dico a fare, ho iniziato a piangere a dirotto. Mi ha commosso anche solo la frase che avevo qualcuno che mi dava la mano. Non che non avessi accanto il mio padre spirituale, anzi, ma nel momento cruciale di dolore io mi vergognavo nel farmi vedere che piangevo da lui. Considerate che io mi commuovo anche quando leggo le letture a Messa. Man mano che avanzavo nella lettura, mi resi conto che non era scritto come uno dei tanti libri che si trovano negli scaffali delle librerie religiose, quei manuali pesanti e complicati che sembra che non arrivano mai all’essenziale, ma bensì era un libro che permetteva una relazione, dove l’autore instaurava davvero una relazione con me. Se ci pensate bene chi scrive libri ci dona la sua vita, e in quel momento avevo un compagno di viaggio nel cammino della fede. Avevo qualcuno che mi ha accompagnato all’incontro con Gesù. Mi ha accompagnato nel reset della mia vita, un po’ come si fa come con il PC o il cellulare quando si riavvia il sistema.

C’è un passo fondamentale ed emozionante nel libro, quando ti chiede di essere discepolo, lo fa attraverso il passo del Vangelo di Gv 1,38-39. Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: «Che cercate?». Gli risposero: «Rabbì (che significa maestro), dove abiti?».  Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio.E in quel momento inizia lo step. La tua scelta. Che per me ha significato lo spostare la pietra che era davanti al mio sepolcro rappresentato dal dolore. Ecco perché io e Andrea ci impegniamo a fondo per il riportare le coppie che si sono allontanate dalla Chiesa per dolore, per le sofferenze e i lutti della vita. Il tabernacolo è in chiesa, non altrove. Ce ne sono molti altri di passaggi nel libro, spero di avervi incuriosito e magari spronato a rileggere questo passo di Vangelo con occhi nuovi. Ne approfitto dell’articolo per ringraziarvi perché acquistando il nostro libro ci state aiutando moltissimo, non solo a dare voce ad un argomento di cui si parla poco, ma con il ricavato stiamo aiutando molte realtà che seguiamo con la nostra associazione Abramo e Sara.

Simona e Andrea

Vi aspettiamo se volete nella nostra pagina Facebook Abramo e Sara, nel nostro canale Telegram e WhatsApp. Se passate da Roma ci trovate presso la parrocchia di San Giuseppe al Trionfale. E se volete continuare a sostenere il nostro progetto è disponibile online il nostro libro su Amazon.

Ho sposato il mio nemico!

Gesù ha detto chiaramente di amare i nostri nemici, perché amare chi ti ama viene spontaneo e non è nulla di straordinario (anche i pagani lo fanno). La parola nemico mi ha sempre ricordato le guerre del passato in cui si scontravano interi eserciti o città per il predominio su un territorio (quello che avviene anche oggi, purtroppo in molte parti del mondo). Comunque ho sempre pensato che difficilmente avrei incontrato nella mia vita nemici veri: certamente persone ostili, come può essere un vicino di casa, un collega di lavoro che tenta di farti fare brutta figura o in generale qualcuno che cerca di truffarti o prevaricarti. Invece la bellezza della vita è anche questa, può succedere di tutto e io certamente non mi aspettavo che la persona che più ho amato nella mia vita (ad esclusione dei genitori), ad un certo punto, sarebbe diventata mia nemica.

In effetti amore e odio sono vicini tra di loro, tanto che un grande odio può diventare un grande amore (mi viene in mente l’Innominato dei Promessi Sposi) e viceversa, come nel mio caso.  Questo è successo quando è arrivata la richiesta di separazione da parte di mia moglie e, visto che io non ero d’accordo, né a separarmi, né sulle condizioni (tempi con le figlie, soldi…), è cominciata una vera e propria guerra, alquanto squallida, sia tra di noi, che tra i rispettivi avvocati. L’aspetto che mi ha più ferito è stato quello riguardante la fiducia e la nostra intimità: io non tenevo nascosto niente a lei, sapeva tutto di me, cose che non avevo mai confidato a nessuno, perché se non ti apri/confidi completamente con il coniuge, con chi lo fai?  E’ stato davvero brutto leggere alcune cose mie private su una lettera di un avvocato, mi sono sentito tradito nel profondo e ho visto sgretolarsi quello che avevamo costruito insieme, noi che per tanti anni abbiamo unito i nostri corpi e condiviso momenti importantissimi. Per fortuna a un certo punto abbiamo trovato un accordo che andava bene a entrambi, non aveva senso continuare a combattere, a guadagnarci erano solo gli avvocati (e le figlie non vivevano certamente un clima sereno). Questo accadeva diversi anni fa, ora i nostri rapporti sono civili e rispettosi, anche se limitati alla gestione delle figlie. Comunque ho imparato sulla mia pelle cosa vuol dire cercare di amare un nemico (addirittura all’interno della famiglia), cosa davvero difficile, ma è stato un buon allenamento per mettere in pratica la mia esperienza con tutte le persone che incontrerò nel mio cammino: le azioni da seguire sono essenzialmente tre:

  1. Sopportare il peso: è normale desiderare che accada qualcosa, un miracolo che risolva la situazione come voglio io, ma difficilmente succede. Quello che posso fare è prendere atto della realtà, senza cercarne i perché (è solo una perdita di tempo e di energie) e portare la croce (Gesù non si è tirato indietro e ci ha mostrato come farlo). Solo quando smetto di arrabbiarmi con Dio e accetto la situazione, posso cominciare a sfruttarla per qualcosa di positivo per me e per gli altri, con la consapevolezza che tutto accade per il mio bene, anche se non lo capisco (non perché sono stupido, ma perché è il limite stesso della mia condizione di creatura).
  2. Esseri gentili, cortesi e disponibili anche se dall’altra parte avviene il contrario: il sorriso, la gentilezza, la disponibilità alle richieste e l’ascolto, sono azioni che richiedono impegno e non sono sempre attuabili, ma dimostrano la mia apertura e benevolenza verso l’altro e lo spiazzano. Quindi se mia moglie mi chiede qualcosa che posso fare (ad esempio accompagnare le figlie o gestirle perché ha un impegno), oppure se ha una necessità (ad esempio andare a comprarle le medicine se sta male), io ci sono e non le dico: “Arrangiati!”.
  3. Pregare per il nemico: la preghiera deve essere anche di richiesta, perché Dio intervenga e converta, ma soprattutto perché cambi il mio cuore, mi faccia accettare la situazione, m’ispiri le azioni giuste da fare, mi conforti, mi dia pace e serenità. Confesso che non avevo mai capito bene quel brano “Prendete su di voi il mio giogo, e imparate da me, perché sono dolce e umile di cuore; e troverete la pace per le anime vostre; perché il mio giogo è soave e il mio peso leggero”: infatti, come può un peso essere leggero? Certo, mi posso allenare, ma la verità è che il peso diminuisce, perché non sono solo a portarlo, c’è Gesù affianco a me (a noi, come coppia) e garantisco che Lui non permetterà che rimanga schiacciato, anzi mi dà conforto, sollievo e una pace vera che solo Lui può dare!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Contemplando l’unità della famiglia

Dal 18 al 25 gennaio, nel nostro emisfero nord, si celebra la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Tale data è stata proposta nel 1908 da padre Paul Wattson, perché compresa tra la festa della cattedra di san Pietro e quella della conversione di san Paolo, assumendo quindi un significato simbolico. Invece nell’emisfero sud, in cui gennaio è periodo di vacanza, le chiese celebrano la Settimana di preghiera in altre date, per esempio nel tempo di Pentecoste, periodo altrettanto simbolico per l’unità della Chiesa.
Dunque in questa settimana (ma non solo) ogni cristiano è chiamato ha pregare insieme per il raggiungimento della piena unità, che è il volere di Cristo stesso “Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa (Ut unum sint); come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17, 20-21). Come sposi cristiani, anche noi siamo chiamati ha pregare per l’unità della nostra Grande Famiglia che è la Chiesa, ma contemporaneamente ci sentiamo ancor più chiamati a pregare per l’Unità della Famiglia, definita appunto Piccola Chiesa Domestica. Per questo, partendo dal passo del profeta Isaia 1,17 “Imparate a fare il bene, cercate la giustizia” scelto dal Gruppo di lavoro locale nominato dal Consiglio delle chiese del Minnesota come testo di riferimento per la Settimana di quest’anno, condividiamo il percorso di preghiera che come sposi seguiremo durante gli otto giorni (tracciato sulla base dell’Esortazione Apostolica di papa Francesco Amoris Laetitia) per contemplare l’unità insieme ad ogni famiglia.
INTRODUZIONE
Interiorizzando il versetto di Isaia, comprendiamo che Dio chiede rettitudine e giustizia da tutti, in ogni momento e in tutte le sfere della vita. Il mondo di oggi “ripropone”, anche all’interno delle famiglie, le sfide della divisione che Isaia fronteggiò nella sua predicazione. La giustizia, la rettitudine e l’unità hanno origine dal profondo amore di Dio per ognuno di noi e rispecchiano chi è Dio e come Dio si aspetta che ci comportiamo gli uni con gli altri, partendo innanzitutto dal nostro piccolo ambiente in cui viviamo quotidianamente. “IMPARATE A FARE IL BENE” in famiglia Siamo consapevoli che non è facile fare il bene: dobbiamo impararlo, sempre. Fortunatamente c’è il Signore che c’è lo insegna. Perciò dobbiamo farci bambini e imparare. Ciò significa che nel cammino della vita, della vita familiare, si impara tutti i giorni. Ci si deve impegnare tutti i giorni a fare qualcosa di buono per ogni membro della famiglia, per essere così migliori del giorno prima. Ma prima di tutto fare il bene richiede la decisione di impegnarsi in un esame di coscienza quotidiano che, non solo singolarmente, ma anche come coppia dovremmo intraprendere. Vi suggeriamo allora, al termine di ogni giorno di questa settimana, di riflettere su due quesiti:
1) Oggi, che cosa Dio mi ha insegnato? Quale virtù mi ha aiutato a coltivare mediante la presenza
e/o le parole del mio coniuge e dei miei figli?
2) Come famiglia in che modo “esportiamo” il bene “accumulato” all’esterno del nostro nido
familiare ed essere così portatori di unità?
“CERCARE LA GIUSTIZIA” in famiglia. La giustizia è un tesoro che va cercato, desiderato, è la meta del nostro agire. Isaia ci suggerisce che praticare la giustizia è un modo concreto di fare il bene. È saper cogliere la volontà di Dio, che è il nostro bene, anche nella vita familiare. Nessuno è giusto, ne il marito, ne la moglie, ne i figli ma, come leggiamo nei Proverbi (24,16) “Se il giusto cade sette volte, egli si rialza”, ogni famiglia può risollevarsi ogni qualvolta cade sotto il peso di una prova, di una tribolazione (anche la più piccola). Vi suggeriamo allora, all’inizio di ogni giorno di questa settimana, di recitare insieme l’ Antifona al Benedictus che alcune volte si prega nelle Lodi: “In santità e giustizia tutti i nostri giorni serviamo il Signore (nella nostra famiglia)”


SETTIMANA DI PREGHIERA PER L’UNITÀ DELLA FAMIGLIA


18 GENNAIO: RIMANERE UNITI NELLA DISABILITÀ (Amoris Laetitia n 47)
“Le persone con disabilità costituiscono per la famiglia un dono e un’opportunità per crescere nell’amore, nel reciproco aiuto e nell’unità. […] La famiglia che accetta con lo sguardo della fede la presenza di persone con disabilità potrà riconoscere e garantire la qualità e il valore di ogni vita, con i suoi bisogni, i suoi diritti e le sue opportunità”. Oggi preghiamo per l’unità di tutte le famiglie che vivono l’esperienza della malattia
19 GENNAIO: RIMANERE UNITI NELLA FEDELTÀ (Amoris Laetitia n 77)
“Risulta particolarmente opportuno comprendere in chiave cristocentrica le proprietà naturali del matrimonio, che costituiscono il bene dei coniugi (bonum coniugum)», che comprende l’unità, l’apertura alla vita, la fedeltà e l’indissolubilità, e all’interno del matrimonio cristiano anche l’aiuto reciproco nel cammino verso una più piena amicizia con il Signore”. Oggi preghiamo per l’unità di tutti gli sposi che vivono l’esperienza dell’infedeltà
20 GENNAIO: RIMANERE UNITI PERDONANDO (Amoris Laetitia n 88)
“L’amore vissuto nelle famiglie è una forza permanente per la vita della Chiesa. Il fine unitivo del matrimonio è un costante richiamo al crescere e all’approfondirsi di questo amore. Nella loro unione di amore gli sposi sperimentano la bellezza della paternità e della maternità; condividono i progetti e le fatiche, i desideri e le preoccupazioni; imparano la cura reciproca e il perdono vicendevole”. Oggi preghiamo per l’unità di tutte le famiglie che non vivono il quotidiano alla “scuola del perdono”
21 GENNAIO: RIMANERE UNITI IN DIO E CON DIO (Amoris Laetitia n 121)
“Il matrimonio è l’icona dell’amore di Dio per noi. Anche Dio, infatti, è comunione: le tre Persone del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo vivono da sempre e per sempre in unità perfetta. Ed è proprio questo il mistero del Matrimonio: Dio fa dei due sposi una sola esistenza”. Oggi preghiamo affinché si possa ricostituire l’unità di tutti gli sposi che vivono l’esperienza della separazione
22 GENNAIO: RIMANERE UNITI NEL SACRAMENTO (Amoris Laetitia n 134)
“L’amore che non cresce inizia a correre rischi, e possiamo crescere soltanto corrispondendo alla grazia divina mediante più atti di amore, con atti di affetto più frequenti, più intensi, più generosi, più teneri, più allegri. Il marito e la moglie «sperimentano il senso della propria unità e sempre più pienamente la conseguono»”. Oggi preghiamo per l’unità di tutti gli sposi che non sono consapevoli della grazia ricevuta con il Sacramento del Matrimonio
23 GENNAIO: RIMANERE UNITI NELLA DIVERSITÀ (Amoris Laetitia n 139)
“L’unità alla quale occorre aspirare non è uniformità, ma una “unità nella diversità” o una “diversità riconciliata”. In questo stile arricchente di comunione fraterna, i diversi si incontrano, si rispettano e si apprezzano, mantenendo tuttavia differenti sfumature e accenti che arricchiscono il bene comune”. Oggi preghiamo per l’unità di tutti le famiglie che sono chiuse in se stesse e non accolgono le diversità sia al loro interno che all’esterno
24 GENNAIO: RIMANERE UNITI PER UNA FECONDITÀ GRANDE (Amoris Laetitia n 165)
“L’amore dà sempre vita. Per questo, l’amore coniugale « non si esaurisce all’interno della coppia […]. I coniugi, mentre si donano tra loro, donano al di là di se stessi la realtà del figlio, riflesso vivente del loro amore, segno permanente della unità coniugale e sintesi viva ed indissociabile del loro essere padre e madre »”. Oggi preghiamo per l’unità di tutti gli sposi che vivono l’esperienza dell’infertilità
25 GENNAIO: RIMANERE UNITI NELLA PREGHIERA (Amoris Laetitia n 227)
“Non bisogna dimenticare di invitare a creare spazi settimanali di preghiera familiare, perché «la famiglia che prega unita resta unita»”. Oggi preghiamo per l’unità di tutte le famiglie che non credono o sono lontane da Dio.

Carissimi sposi pregare per l’UNITÀ DELLA FAMIGLIA fa parte della nostra missione affinché si conservi la bellezza del Sacramento nuziale nonostante tutti i “venti contrari” che oggi “soffiano” su di esso. Unitevi a noi con questa Preghiera quotidiana: Dio, Padre Onnipotente, che hai creato l’uomo e la donna affinché formassero una sola carne, custodisci, con la tua paterna bontà, la famiglia umana nel vincolo dell’unità e dell’amore, affinché possa testimoniare al mondo la tua paternità, la tua pazienza, la tua eterna misericordia. Signore Gesù, che a Cana di Galilea sei venuto incontro alle prime difficoltà degli sposi cambiando l’acqua in vino, trasforma il cuore di tutte le coppie affinché possano donarsi l’un l’altro con sacrificio perenne e oblazione totale. Spirito Santo Paraclito, conserva nella fedeltà coniugale tutte le famiglie del mondo affinché formino un cuor solo e un’anima sola. Maria, Madre della Chiesa, difendi ogni famiglia dalle insidie del Maligno, aiuta i genitori nelle prove della vita e intercedi per coloro che ricorrono a te. O Trinità Santissima, modello del Vero Amore, custodisci e rafforza la fede, la speranza e la carità delle nostre famiglie, affinché siano nel mondo sacramento del Tuo Amore. Amen!
Buona settimana, Daniela & Martino

Quanto è difficile l’obbedienza!

Dalla lettera agli Ebrei (Eb 5,1-10) Fratelli, ogni sommo sacerdote è scelto fra gli uomini e per il bene degli uomini viene costituito tale nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati. Egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anche lui rivestito di debolezza. A causa di questa egli deve offrire sacrifici per i peccati anche per se stesso, come fa per il popolo. Nessuno attribuisce a se stesso questo onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne. Nello stesso modo Cristo non attribuì a se stesso la gloria di sommo sacerdote, ma colui che gli disse: «Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato», gliela conferì come è detto in un altro passo : «Tu sei sacerdote per sempre, secondo l’ordine di Melchìsedek». Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote secondo l’ordine di Melchìsedek.

Continuano le letture che ci raccontano Gesù, un po’ come quando prima facciamo un regalo e poi ne spieghiamo i pregi affinché chi lo riceve possa goderne appieno… similmente la Chiesa, subito dopo il Natale, continua a spiegarci chi è Gesù mettendone in rilievo ora un particolare ora un altro. Di sicuro il tema centrale della Lettera agli Ebrei è quello di Gesù sommo sacerdote, ma in questo brano scorgiamo alcuni particolari. All’inizio del brano S. Paolo ricorda agli Ebrei, che già conoscevano molto bene la figura del sommo sacerdote, come quest’ultimo sia in grado di sentire giusta compassione in quanto anch’egli uomo… ebbene se ne è capace il sommo sacerdote figuriamoci se non ne è capace il vero ed eterno sommo sacerdote.

Cari sposi, quando ci rapportiamo con Gesù non dobbiamo pensare che siccome Lui è Dio ci debba esaudire punto e basta. Tante volte, per la verità quasi tutte, quando raccontiamo le nostre tribolazioni ad una persona amica non ci aspettiamo innanzitutto che essa ci dia una soluzione ai nostri problemi, ci basta che ci ascolti, poi magari potrà capitare che ci aiuti nello sbrigare tanti nodi aggrovigliati, ma come situazione primaria chiediamo almeno l’accoglienza dell’ascolto… e spesso ci congediamo dall’altro più leggeri, rincuorati e incoraggiati, spronati nell’affrontare le varie vicissitudini sicuri della comprensione dell’amico.

Ecco con quale spirito dobbiamo innanzitutto accostarci a Gesù, come faremmo con quella persona amica, sicuri che in Lui troviamo qualcuno che ci ascolti nel profondo, qualcuno che sappia usare compassione e comprenda la nostra fatica perché anche Lui ha la nostra stessa natura, se ne intende di dolori e fatiche, S. Paolo stesso ci ricorda che patì. Cari sposi, il momento migliore per parlarGli è quello della Santa Comunione eucaristica, e dobbiamo avere questo colloquio intimo singolarmente, ma nulla vieta che poi i due sposi si ritrovino in un altro momento per parlare cuore a cuore con Gesù.

Un altro particolare che intendiamo evidenziare è la parte finale del brano : Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, […] . In questa frase è riassunta bene la verità che in Gesù coesistono le due nature, quella umana e quella divina, ognuna piena al 100%. Infatti scrive Figlio con la maiuscola e anche nel resto del brano è esplicitato che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, ma qui aggiunge che pur essendo Figlio, cioè Dio per natura, tuttavia aveva qualcosa da imparare come uomo. Ed ha imparato l’obbedienza, una virtù oggi più che mai disattesa e sottovalutata anche in casa cristiana. Quante volte abbiamo disubbidito come sposi ai comandi del Signore? Quante volte abbiamo disubbidito come genitori? E come fidanzati com’è andata? Ognuno ha le proprie risposte, quello che è certo è che dietro ad ogni obbedienza c’è una fatica più o meno grande a seconda di quanto ci è stato chiesto, è duro ammettere che stiamo sbagliando, è duro piegare le nostre inclinazioni, le nostre tendenze, la nostra volontà alla volontà di un Altro… ma dietro ad ogni fatica c’è una ricompensa, e la nostra ricompensa è la salvezza. Dio non ci chiede mai nulla che non sia per il nostro bene.

Finché siamo convinti che la vita sia tutta qui non metteremo mai mano alla nostra conversione per imparare ad obbedire, perché la vita eterna resterà in secondo piano, alla stregua di una pia illusione. Quanto più cominciamo a capire che questa vita è una prova, anche di obbedienza, allora la prenderemo sul serio e cominceremo ad obbedire, all’inizio solo per essere salvati; ma è man mano che si progredisce nella virtù dell’obbedienza che si capisce come la salvezza sia già presente dentro l’opera e dentro i frutti della obbedienza stessa perché l’obbedienza conduce sempre al bene.

Coraggio sposi, anche Gesù è stato esaudito, ma ha dovuto sudarselo, Lui che era perfetto, non vedo perché noi dovremmo avere la vita eterna a basso prezzo.

Giorgio e Valentina.

La pesantezza dell’ordinario

E’ finito il tempo del Natale. Ci avete fatto caso? Nella messa di ieri il sacerdote indossava la casula verde, quella del tempo ordinario. Anche la Chiesa è caratterizzata da tempi diversi durante l’anno liturgico. Ci sono i momenti forti. C’è la Pasqua e c’è il Natale. E poi c’è il tempo ordinario. Non so voi, per quanto mi riguarda trovo molto più bello e coinvolgente partecipare alla messa di Natale o di Pasqua piuttosto che a quella di una domenica di metà luglio. Credo sia normale. Nei tempi forti è tutto amplificato. La liturgia è più solenne, c’è il coro, ci sono le chiese piene. C’è un’atmosfera che si sente e che fa mi fa provare delle emozioni. E’ bello andare a messa. Invece che tristezza certe messe estive! Gente annoiata, magari che entra in chiesa con pantaloncini ed infradito. Certe volte non avverto sensazioni positive ma quasi desolazione.

Il tempo ordinario può essere così. Può essere difficile scorgere la bellezza di certe liturgie. Eppure anche in quelle celebrazioni c’è la presenza di Cristo, esattamente come a Natale. Così è la nostra vita personale e di coppia. Anche noi abbiamo gran parte della nostra vita caratterizzata dalla casula verde. Tante volte si fatica a riconoscere che la nostra storia è abitata da Dio. Il tempo ordinario è un tempo che spesso ci pesa. Un tempo che spesso viviamo come triste e pesante. Non troviamo il senso e la motivazione per viverlo. Tutto uguale, tutto si ripete in una routine che ci distrugge. Un tempo che non ci piace. Un tempo che diventa di attesa, dove non viviamo assaporando il presente, ma sopravviviamo in attesa che arrivi la vita, perché quella non è vita. Nel tempo ordinario siamo come morti, non viviamo, ma tiriamo avanti con fatica in attesa di quella botta di vita che ci riempia il vuoto o che almeno ci permetta di distrarci dalla miseria. 

Questo stato emotivo ha un nome: accidia. L’accidia è uno dei vizi capitali perché impedisce di vivere in pienezza. Perché è come una palla di cemento che ci impedisce di donarci e di nutrire gioia e speranza. C’è una canzone che esprime benissimo questa sensazione. Si chiama weekend degli 883. Una canzone vecchia, degli anni novanta, quando la ascoltavo da ragazzo e mi ci riconoscevo molto. E’ una vita da disperati, da gente che non vive se non in pochi attimi in cui si illude di bastarsi e di avere tutto. Così anche la vita familiare diventa una serie di impegni: la scuola, il lavoro, le faccende di casa. Tutta una serie di impegni che ci distruggono nell’attesa che accada qualcosa o che arrivi quella vacanza o quel viaggio dove potremo finalmente evadere da una vita che ci sta stretta e che non ci piace, è quasi una prigione.

Chi ci salva dall’ordinarietà? Naturalmente Gesù. Gesù ci apre al suo mistero. Gesù ci mostra che proprio nel quotidiano possiamo trovarlo e trovare il senso. Ed è così che l’ordinario diventa occasione per amare, tempo che riempie e dove fare esperienza di Dio e incontro dell’altro. Gesù ci chiama ad essere suoi apostoli proprio nel matrimonio, nel sacramento che maggiormente si vive nell’ordinario. Il matrimonio non ci chiede di fare cose straordinarie, ma di vivere con sempre più amore l’ordinario in modo che l’ordinario sia riempito della presenza di Dio. Così non avremo bisogno di evadere, di cercare emozioni e sensazioni nello straordinario, magari in qualche relazione extraconiugale, ma avremo tutto nella nostra vita ordinaria, perché Dio ci ha chiamato a realizzarci nell’ordinario, perché lo straordinario può regalare emozioni, ma queste sono destinate ad esaurirsi e lasciare spazio alla disperazione se non abbiamo dato un senso e un valore alla nostra vita di ogni giorno. Un ultimo consiglio. Anche la vita ordinaria può nascondere dei momenti di bellezza straordinaria. Prendetevi del tempo per contemplarvi, per nutrirvi l’uno dell’altro. Basta davvero poco. A volte basta anche uscire e fare una colazione al bar guardandosi negli occhi. Basta poco ma tante volte non facciamo neanche quel poco e poi tutto è più pesante e difficile.

Antonio e Luisa

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Battezzati nello Spirito

Cari sposi,

la scena del Vangelo odierno è una prosecuzione di quello della domenica scorsa. Siamo sempre al Giordano, quando Gesù volle essere battezzato da suo cugino. Ora però a parlare non è il Padre ma proprio lui, il Battista, e vorrei soffermarmi su una sua frase: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo” (Gv 1, 33).

In effetti, Gesù ci porta lo Spirito Santo, che è l’Amore che intercorre tra Lui e suo Padre. Lo Spirito impregna tutto il suo cuore, il suo respiro, la sua “anima” e per questo può donarcelo realmente, può “battezzarci nello Spirito Santo”. Ma che significa questa espressione? Se battezzare vuol dire immergere, tuttavia lo Spirito è spirito, non liquido. In realtà, per traslazione, Gesù intende dirci che ci fa dono, e lo fa in abbondanza, dello Spirito Santo. Ossia Gesù non ci dona solo un “tocchetto” ma immergendoci in Lui, ci regala la sua pienezza infinita di Vita, di Amore e di Gioia divina. Gesù è estremamente generoso e ci vuole inondare di tutti questi beni.

Tuttavia, attenzione! Sempre Giovanni Battista ha fatto notare, in un altro passaggio, che Gesù battezza “in Spirito Santo e fuoco” (Lc 3, 16) e lo stesso Gesù fa tale accostamento riferendosi alla sua passione (cfr. Gv 12, 49-50). Questo per farci capire che il Battesimo dello Spirito agisce come il fuoco, ossia, Egli non distrugge ma trasforma, cioè dà una nuova forma a ciò che tocca, come avviene su un pezzo di legno o una barra di ferro o un lingotto d’oro. Parimenti, Gesù brama di consegnarci il fuoco divino dello Spirito affinché “trasformi” profondamente le nostre vite e le renda piene di amore.

Ora veniamo a voi, cari sposi. Su di voi è stato effuso più volte lo Spirito Santo. È avvenuto singolarmente nel Battesimo e nella Cresima sigillando la vostra anima. Tale effusione si rinnova ad ogni vostra Comunione e Confessione. Ma c’è anche un’effusione sulla vostra coppia, che è avvenuta durante il rito del matrimonio e permane in modo stabile. Ma Essa si rinnova ad ogni incontro intimo, vissuto nella sua completezza. Ad esso si riferisce in modo discreto e rispettoso Papa Francesco quando scrive: “L’unione sessuale, vissuta in modo umano e santificata dal sacramento, è a sua volta per gli sposi via di crescita nella vita della grazia” (Amoris Laetitia, 74). Detto in modo più chiaro da Antonio e Luisa: “Come nell’Eucarestia lo Spirito Santo entra in noi, così nell’amplesso fisico degli sposi c’è una nuova effusione dello Spirito che rinnova e perfeziona i doni di Grazia che abbiamo ricevuto il giorno del nostro Matrimonio” (Sposi, profeti dell’amore, Tau Editrice, p. 75).

Perciò, con tutta questa abbondanza e ricchezza di doni, non lasciamo, non lasciate che lo Spirito resti inerte in voi. Lui viene, scende, soffia ma non violenta mai la nostra libertà, non ci prende per il collo. Sta solo a noi essere docili alla Sua voce, al contrario, succederebbe come dice san Paolo in Efesini 4, 30 che lo “rattristeremmo”, cioè renderemmo inutile ogni suo sforzo per colmarci di Amore. Ecco allora che appare chiaro come il Battesimo che Cristo fa su di voi sposi sia certamente a partire dallo Spirito ma poi si vuole incarnare e inserire nei vostri corpi perché tutta la vostra vita, mente, cuore, spirito e corpo sia trasformato dal Suo amore.

ANTONIO E LUISA

Ringraziamo padre Luca per la citazione. Vogliamo completare questa bellissima riflessione di padre Luca non con un’altra riflessione, ma con la nostra testimonianza. Cari sposi investite sulla vostra intimità. Preparatela in una vita caratterizzata dall’impegno costante dell’uno verso l’altra. Liberatela dalla lussuria, dalla pornografia e da tutte quelle fantasie che spingono ad usare l’altro. Purificate il vostro cuore con la confessione. E donatevi nella gioia e nell’abbandono reciproco. Quello che ne avrete in cambio sarà un’esperienza meravigliosa di comunione e un’effusione di Spirito Santo che vi darà forza e sostegno per i giorni a venire.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile /52

Ci eravamo lasciati con la citazione del giovane santo del nostro tempo: Carlo Acutis, il quale ha definito l’Eucarestia la sua “autostrada per il Cielo”! Probabilmente questo ragazzo intendeva l’Eucarestia nel suo duplice significato, e cioè come sinonimo della Messa e come il Sacramento nascosto sotto le specie del pane e del vino, poiché faceva di tutto per non mancare alla Messa quotidiana e alla comunione eucaristica.

Questi due significati sono però inscindibili poiché la consacrazione del pane e del vino avviene solo nella celebrazione della S. Messa, ma la ricezione del Corpo e del Sangue del Signore (quella che comunemente chiamiamo comunione) non è strettamente legata alla partecipazione alla Messa. Probabilmente all’inizio dell’esperienza della Chiesa la consumazione delle specie consacrate avveniva esclusivamente durante il Divino Sacrificio, ma ben presto si è capita l’importanza fondamentale di questo Sacramento e quindi sono nate tutte le forme di amore, dedizione, onorificenza e devozione alla Santissima Eucarestia: la S. Comunione agli ammalati (i quali non possono partecipare fisicamente alla Messa), la conservazione delle specie consacrate nei tabernacoli, la genuflessione e le dovute riverenze, le adorazioni eucaristiche, tutte le forme d’arte per dare onore all’Eucarestia, le processioni eucaristiche e le devozioni popolari.

Tutta questa fioritura di arte e devozione la si deve al fatto che i cristiani hanno sempre fatto esperienza di quanto la Santissima Eucarestia sia vitale e faccia la differenza nel cammino della santità, di come essa sia la chiave di volta per entrare nel Mistero della nostra salvezza, se vogliamo assomigliare sempre più al nostro Maestro non possiamo restare digiuni di questo pane del Cielo, di questa nuova e vera manna, di questo divino alimento, di questo cibo di vita eterna… molta cinematografia e letteratura si sono sbizzarrite circa l’elisir di vita eterna, ebbene, i cristiani possono nutrirsi tutti i giorni di questo cibo di eterna vita ma, ahimè, viene spesso sottovalutato o ignorato, declassato alla stregua di un rituale magico.

Ovviamente non si tratta di magia, semmai avviene un prodigio miracoloso o un miracolo prodigioso, che è il mistero della transustanziazione, la quale è inspiegabile dalla scienza ma non dalla ragione né dalla fede, le quali sanno andare ben oltre i risultati scientifici pur tenendone conto, anzi sono proprio questi risultati a confermare ciò che la fede cattolica da sempre crede e che la ragione spinge a ritenere ragionevole credervi. Ci riferiamo ai famosi miracoli eucaristici, i quali non fanno altro che confermare la realtà della transustanziazione oltre ogni limite posto normalmente dalle leggi della natura, per approfondire meglio vi consigliamo la lettura del libro che raccoglie la dettagliata ricerca eseguita proprio da quel giovane Acutis, spinto dall’amore e dalla fede nell’Eucarestia.

Di solito quando si deve affrontare un lungo viaggio in automobile si sceglie sempre la via più veloce, più diretta, di solito essa corrisponde all’autostrada, similmente l’Eucarestia è la via più veloce e più diretta per il Cielo. Ci ha aiutato entrare un pochino di più in questo grande e meraviglioso mistero meditare su uno dei miracoli di Gesù, e precisamente quello dell’emorroissa che non osa avvicinarsi a Gesù ma si accontenta di toccarne il lembo del mantello: le bastò sfiorare non Gesù, ma il lembo del Suo mantello affinché venisse guarita.

Quando riceviamo l’Eucarestia noi abbiamo molto di più dell’emorroissa, poiché non ci accontentiamo del lembo del Suo mantello, non ci accontentiamo nemmeno di toccarGli una mano, ma ce lo abbiamo tutto dentro di noi, dentro il nostro corpo e diventa nostro anche nell’anima. Questa verità diventa vita vissuta, diventa carne tanto più quanto il nostro cuore è aperto all’azione della Grazia; a riguardo c’è la testimonianza di una grande santa “eucaristica”: S. Gemma Galgani, la quale spesso seguiva la Messa dal fondo della Chiesa perché non poteva resistere col corpo all’impeto cardiocircolatorio di stare vicino al tabernacolo, più si avvicinava all’Eucarestia e più sentiva un fuoco ardere dentro nel petto; quando poi riceveva l’Eucarestia ( per intenderci faceva la comunione) la gente intorno sentiva (senza l’ausilio di uno stetoscopio) palpitare con grande foga due cuori che diventava un palpitare all’unisono.

Quella di Gemma è solo una tra le molte testimonianze di santità con particolare sensibilità eucaristica, ci sarebbero da approfondire: la beata Imelda Lambertini morta a 13 anni in estasi durante la prima comunione ed il suo corpo è ovviamente ancora incorrotto dal 12 Maggio 1333; la beata Alexandrina Maria Da Costa che smise di alimentarsi assumendo ogni giorno soltanto l’ostia consacrata per i suoi ultimi 13 anni di vita; S. Tommaso d’Aquino compose praticamente tutti gli inni eucaristici che si pregano e si cantano ancora oggi; S. Alfonso Maria Dè Liguori ha scritto le preghiere per le visite e l’adorazione eucaristica S. Giovanni Paolo II ci ha regalato l’enciclica Ecclesia de Eucharistia, e molti altri che non possiamo citare e più tanti ancora che non conosciamo.

L’Eucarestia è un’autostrada per il Cielo perché se è vero che Gesù lo si può incontrare anche nei fratelli, nei poveri, nei sofferenti, nelle situazioni della vita, nella lettura della Sua Parola, dentro un’amicizia, dentro la relazione coniugale di un amore sponsale suggellato dal sacramento del matrimonio, ecc… è pur vero che questo incontro, quando c’è, rimane un incontro spirituale, una presenza spirituale, mentre con l’Eucarestia la presenza è vera, reale e sostanziale poiché Gesù è veramente, realmente e sostanzialmente presente nelle specie del pane e del vino consacrate, e lo è aldilà della nostra fede… in parole povere Lui è presente sia che noi ci crediamo oppure no, la Sua presenza non dipende dalla nostra fede, altrimenti che Dio sarebbe se fosse limitato dalla nostra povera fede?

L’Eucarestia è comunque infinitamente di più di ciò che le nostre povere parole riescono ad esprimere, è un mistero di cui possiamo fare esperienza reale e concreta, è un mistero in cui immergersi per viverlo realmente e da cui lasciarsi plasmare volta dopo volta. Coraggio famiglie, Gesù ci aspetta e vuole fare di noi un…

…….to be continued, stay tuned.

Giorgio e Valentina.

Fare l’amore da re e da regina (3 parte)

Ed eccoci alla terza ed ultima parte del capitolo del nostro nuovo libro che uscirà in primavera (maggio o giugno) che ho deciso di condividere con tutti i lettori del blog. Per rileggere le parti già pubblicate cliccate qui parte 1 parte 2. Ci eravamo lasciati con una domanda: quali gesti sono buoni durante i preliminari?

A differenza di ciò che si pensa non ci sono molti limiti nei preliminari secondo la morale cattolica. La Chiesa non fa un elenco di cosa si possa o non possa fare. La richiesta è sempre la stessa: il rapporto deve essere unitivo e aperto alla vita. Quindi, detto in parole povere, l’eiaculazione deve avvenire in vagina e non si deve urtare la sensibilità dell’altro (dove sarebbe l’amore altrimenti). Ci riferiamo in particolare al cosiddetto sesso orale (senza raggiungere il piacere! L’eiaculazione solo in vagina). Abbiamo deciso di citarlo perchè è una delle questioni che più spesso ci viene chiesta. Di per sé non c’è nulla di male, si tratta di un bacio d’amore. Se però l’altro non gradisce questa pratica, non è giusto chiederla. Non si possono fare ricatti morali all’altro, rischiate di distruggere tutta la comunione e l’autenticità del gesto. L’altro diventerebbe qualcuno da usare e non un mistero da amare. In alcuni casi, quando questo preliminare è rivolto alla donna può essere un modo per prepararla alla penetrazione. Quindi se gradito non c’è assolutamente nulla di sbagliato. Invece i rapporti anali (altra pratica che sembra essere molto in voga) sono completamente fuori da ogni gesto che possa esprimere amore. Il sedere ha una funzione ben precisa: quella di espellere e non di accogliere.

I preliminari sono necessari alla donna anche per una questione puramente fisica. All’uomo spesso basta l’idea dell’incontro per essere pronto fisicamente. L’uomo si eccita con tatto e vista. Per la donna la natura ha previsto tempi e modi diversi. Per permettere al corpo della donna di modificarsi ed essere nella condizione ideale per la penetrazione servono dai 20 ai 30 minuti. Perchè è così difficile comprenderlo? Quando suggeriamo alle coppie che ci contattano di dedicare il giusto tempo ai preliminari, sembra che sia tutto chiaro e poi, quando li risentiamo, scopriamo che sono arrivati a malapena a 10 minuti. Perchè invece è importante dedicare il giusto tempo? Cosa succede ai genitali della donna? In questo tempo la vagina si allunga internamente (non lo sapevate vero?) da circa 6/7 cm a circa 9/10 e si posiziona in maniera diversa per agevolare l’entrata del pene. Oltre a ciò, durante i preliminari la vagina si lubrifica. Quindi, ci rivolgiamo a quelle persone che credono che abbandonarsi ai preliminari sia abbandonarsi alla lussuria, i preliminari sono assolutamente necessari in un amplesso autenticamente vissuto. Fare l’amore senza preliminari, a secco, è distruggere tutta la bellezza dell’incontro intimo. Uomo e donna sono differenti anche nel modo di eccitarsi. L’uomo ha bisogno di vedere e toccare, basta poco; la donna cerca altro, è più complessa. La donna vuole tenerezza, dolcezza, carezze, abbracci. Vuole percepire di essere preziosa e importante. Vuole sentirsi desiderata e amata. La pornografia mette al centro dei preliminari sempre l’uomo e i suoi genitali. Dimentichiamolo! Al centro poniamo la sposa, con tutto il suo corpo e nel modo che piace a lei. Non preoccupatevi cari mariti sarete ripagati per questa sensibilità. La vostra sposa vivrà con molto più desiderio e trasporto l’intimità e sarà molto più bella anche per voi. I preliminari non sono quelli che ci presenta la pornografia. Ci siamo accorti che spesso in ambito sessuale tanti problemi nascono proprio dalla differenza uomo-donna. Tanti che ci contattano hanno difficoltà a comprendere come l’altro viva la sessualità. Soprattutto come ami viverla in modo differente da lui o da lei. Anche nei tempi. E non si tratta di un dettaglio. La donna ama i preliminari, ama sentirsi al centro delle attenzioni del proprio uomo. Ama essere accarezzata, baciata, toccata. In tutto il corpo e non solo in alcune parti di esso. Ama sentire parole dolci e cariche di desiderio nei suoi confronti. La donna ama il tempo dei preliminari. L’uomo no. L’uomo ha spesso fretta. L’uomo durante il rapporto vuole andare subito al sodo. Per l’uomo spesso esistono due sole parti del corpo della donna che sono interessanti, anzi tre: sedere, genitali e seno. Per molti uomini durante il sesso non esiste altro. L’uomo spesso desidera la cosiddetta sveltina: pochi minuti e poco impegno. Capite bene che così non va. La donna ha bisogno di altro. Ha bisogno di tempo che le faccia accrescere il desiderio e che le permetta di abbandonarsi al marito. Capite ora come nasce l’insoddisfazione sessuale? Certo è una delle molteplici cause. Importante però. Il tutto è spesso aggravato dalla mancanza di dialogo su questi temi. Per l’uomo se lei non dice nulla va tutto bene. Invece lei si sente sempre più lontana dal marito. Si sente usata. Si sente incompresa. Non si sente appagata da una sessualità di questo tipo. Cosa fare allora? La soluzione è sempre la stessa: se c’è un problema parlatene. E poi donne, abbiate il coraggio di dire a vostro marito cosa vi piace e cosa non vi piace. Voi mariti abbiate la sensibilità di comprendere come la donna abbia bisogno di essere amata e messa al centro anche durante il rapporto sessuale. Cercate di vivere dei preliminari lunghi. cercate di goderne e di abbandonarvi anche voi alla tenerezza. Non c’è bisogno di correre. Il sesso è bello quando è vissuto fino in fondo e per farlo serve il giusto tempo e anche il giusto impegno. Che cosa volete voi? Unirvi a vostra moglie o scaricarvi su di lei? E’ un po’ brutale detto così, ma rende l’idea. Se sarete capaci di mettere l’altro al centro tutto sarà più bello. Tu donna sarai capace di apprezzare la fatica che l’uomo farà per non essere troppo precipitoso, per darti il tempo di cui hai bisogno, e tu uomo non correrai e cercherai di preparare al meglio la tua sposa godendo di tutto il suo corpo e non solo di tre parti di esso. Quello che entrambi ne avrete in cambio sarà un’intesa meravigliosa che vi permetterà di sperimentare un piacere completo dato non solo dalle sensazioni del piacere fisico ma anche dal dono che siete stati capaci di farvi vicendevolmente.

PENETRAZIONE

Quando la donna è finalmente fisicamente ed emotivamente pronta, l’uomo entra dolcemente nella donna e lei lo accoglie in sé per formare insieme un solo corpo: espressione tangibile e concreta della fusione dei cuori, di quell’amore esclusivo, totale e per sempre che rende uno. La pornografia distrugge questa immagine. Non mostra delicatezza, ma ci insegna che più la penetrazione è violenta e profonda e più è piacevole per entrambi. Invece la nostra natura vuole la delicatezza, stiamo entrando in un luogo sacro, il luogo dove nasce la vita e dove la coppia salda e accresce il proprio amore. Luogo sacro della donna e luogo che è solo per lo sposo, che può e deve entrare con tutto il rispetto che quel dono richiede. Stiamo entrando nel santuario del nostro amore, dove stiamo celebrando un sacramento è importante sottolineare che si deve rispettare l’ecologia delle dimensioni corporee. La mentalità pornografica insegna che più il pene è lungo e spesso, più la donna sarà soddisfatta. Tutte scemenze. È evidente, basta osservare come la donna è fatta. La vagina normalmente ha una profondità di 7 cm e quando è eccitata (se avete fatto bene i preliminari) si allunga al massimo fino a 9/10 cm. Cosa significa? Significa che il pene può entrare solo per quella profondità, tutta la parte in eccesso deve restare fuori. Se l’uomo cerca di replicare quanto imparato della pornografia, cioè entra nella vagina con tutto il pene e con violenza, certamente impedisce alla sua sposa ogni piacere (spesso generando in lei anche sensi di colpa e sospetti di frigidità) e spesso le provoca dolore, nei casi peggiori, escoriazioni ed emorragie. E poi attenzione allo sguardo. Guardatevi! Scegliete posizioni che permettano di guardarvi negli occhi. Gli occhi sono sorgente del sentimento e sono la porta per accedere alla profondità della persona, che non può essere esclusa in un gesto tanto totalizzante. Se sottraete al rapporto fisico lo sguardo, vi private di una fetta di comunione grandissima. Non esistono quindi posizioni più o meno moralmente accettabili, ma posizioni che permettono più o meno la comunione tra gli sposi e la partecipazione di tutta la persona. Non si tratta quindi di esercitare il kamasutra per ottenere orgasmi più intensi e duraturi, ma di vivere questo momento con dolcezza e tenerezza per raggiungere un piacere molto più profondo del semplice orgasmo, un piacere generato dalla comunione profonda di anima e corpo e dono meraviglioso del nostro Creatore. Quindi, l’orgasmo non è che una parte superficiale di un benessere molto più completo e di una gioia autentica che investe tutta la persona. Il piacere è qualcosa di bello, un dono, un talento da perfezionare. È molto importante, durante questa fase, ricercare e vivere il piacere sessuale. Non facciamoci influenzare da un falso moralismo che vede in questo qualcosa di sporco. Gustare il piacere è importante, è un’esperienza esaltante di unità. Il piacere sessuale è una cosa bella, non abbassa lo spirito, ma lo rende uno con la carne, unisce cuore e corpo in una gioia completa e totale. E’ auspicabile che il rapporto conduca entrambi all’orgasmo. Non è importante che avvenga in simultanea. Quindi se la donna non dovesse raggiungere il piacere fisico durante la penetrazione non solo è moralmente accettabile ma doveroso che attraverso una stimolazione diretta del clitoride anche lei possa arrivare all’orgasmo. Ci teniamo a specificarlo perché più di una volta abbiamo ricevuto domanda proprio su questo. Non c’è nessun peccato se ciò avviene dopo un rapporto completo.

ASSIMILAZIONE

Una volta raggiunto il culmine del piacere e dell’unione, gli sposi avvertono la necessità di un abbraccio finale. Ci rivolgiamo ai mariti in particolare. Sappiamo benissimo che l’uomo è capace di dedicarsi immediatamente ad altro. Magari è capace di girarsi e dormire o di prendere il cellulare e di guardare i social o di giocare a Candy Crush. Ecco non fatelo. Sarebbe il modo migliore per mortificare e irritare la vostra sposa. Quello è il momento della massima comunione e lei ne sente la necessità. Dopo aver accolto l’uomo dentro di sè avverte il desiderio di essere accolta nell’abbraccio del marito. Un abbraccio che è speciale anche per il marito se si abbandona ad esso. È un momento in cui si assapora e si gusta l’esperienza appena vissuta. Abbracciati e senza parlare, gli sposi assimilano la gioia della comunione profonda. Il piacere e la gioia sperimentati nella carne vengono assimilati dal cuore. Questa assimilazione porta un frutto di pace molto profondo. Una pace, una gioia, un amore e un’effusione di Spirito Santo, che ci daranno forza e sostegno nelle ore e nei giorni a venire. Tutti questi doni aumentano in proporzione all’intensità con cui ci siamo donati l’uno all’altra.

Non resta che mettere in pratica questa bellezza. Avanti tutta cari sposi!

Antonio e Luisa

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Fare l’amore da re e da regina (2 parte)

Riprendiamo da dove ci siamo interrotti ieri. Per chi non avesse letto la prima parte lascio il link. L’articolo di ieri si è interrotto al momento di analizzare le fasi del rapporto fisico. Iniziamo quindi con la prima. Secondo la sessuologia moderna la prima fase non è quella dei preliminari. Inizia ancor prima con il desiderio. Quindi inziamo con questa fase.

IL DESIDERIO

Noi pensiamo sempre al desiderio in riferimento alla pulsione sessuale. Qualcosa che è legato solo al nostro corpo. Il desiderio sessuale è in realtà generato da tre diverse dimensioni. C’è sicuramente l’aspetto biologico. Il desiderio è molto innescato dagli ormoni. In particolare dal testosterone. Per questo il desiderio prettamente fisico è nettamente maggiore negli uomini. I maschi hanno dieci volte il testosterone delle donne. Questo, care donne, non significa che voi vi dovete sentire meno capaci di amare e di desiderare un rapporto con vostro marito. Torniamo al discorso iniziale, siamo differenti. Va preso atto di questo. C’è una differenza oltretutto anche nella costanza. Nell’uomo l’impulso ormonale è molto più costante rispetto a quello femminile che è invece molto più fluttuante nel breve e nel lungo preriodo. L’uomo è poi soggetto ad un lento declino negli anni. Il testosterone di un giovane di vent’anni non è lo stesso di un uomo di sessanta. Le donne invece fluttuano per tutto l’arco della loro vita. Il ciclo ne è l’evidenza. Ce lo dice l’umore della donna e tutta una serie di stati d’animo e di sensazioni fisiche. E quando il ciclo finisce e comincia la menopausa? Il desiderio generato dagli ormoni ha letteralmente un crollo. Capite come la differenza vada accolta e compresa? Faccio un esempio concreto che mi è successo proprio durante la scrittura del libro. Mi contatta una moglie che mi apre il cuore e mi racconta della sua difficoltà con il marito. Hanno entrambi una quarantina d’anni e lei lamenta il fatto che non riesce più a mantenere i ritmi richiesti dal marito. Intendo più rapporti a settimana. E’ arrivata a vivere con angoscia il pensiero dell’amplesso con il marito. Per questa coppia è importante il dialogo. Per tutte le coppie è importante il dialogo. E’ importante prendere atto che siamo differenti e che se lei ha delle difficoltà non significa che ami meno il marito, ma che il suo corpo e i suoi ritmi stanno cambiando. E’ importante saperlo per evitare delle sofferenze ad entrambi. Per evitare che lei abbia paura di mortificare il marito con un rifiuto e che il marito si senta meno amato e desiderato. Non c’è nulla di sbagliato nella situazione di questa coppia. Semplicemente siamo fatti così, ma bisogna parlarne per evitare fraintendimenti e rancori nascosti. Io ho vissuto questa situazione prima di altri. Luisa ha otto anni più di me ed è già entrata in menopausa. Io invece ho ancora meno di cinquant’anni e un desiderio ormonale ancora molto alto. Ne abbiamo parlato e nel dialogo rispettoso ed amoroso ci siamo capiti e venuti incontro. Calibrare la frequenza dei rapporti alle varie stagioni della vita è fondamentale per continuare a desiderare l’intimità e per viverla con gioia e abbandono.

Il desiderio biologico non è influenzato solo dagli ormoni ma va inserito in un contesto più completo della salute psicofisica di uomo e donna. Avere una malattia, anche non inerente l’apparato genitale, può comportare un calo del desiderio. C’è poi un aspetto psicologico. Come mi vedo? Quanto mi amo? Se ho parti del mio corpo che non piacciono e mi vedo brutto o brutta, questo naturalmente incide sul desiderio. Nell’intimità sessuale ci doniamo. Se non mi piaccio cosa dono? Come posso aver voglia di donarmi?

La seconda dimensione che genera il desiderio è la relazione di coppia. Se la nostra relazione è caratterizzata da un contesto di amore e di fiducia (abbiamo già scritto della corte continua) il desiderio ne beneficerà moltissimo. Soprattutto per la donna, che ha meno spinta ormonale, più altalenante e meno duratura (con la menopausa crolla), è fondamentale attingere alla relazione di coppia per nutrire il desiderio sessuale. C’è una sessuologa canadese Rosemary Besson che ha fatto degli studi importanti nei primi anni duemila proprio su questo aspetto. Ha dimostrato come, in particolare nelle coppie di lunga durata, il desiderio nella donna sia innescato non tanto da una spinta ormonale e istintiva, ma molto di più dalla motivazione generata nella relazione. Il desiderio di stare con chi ti ha fatto stare bene in tanti piccoli gesti e situazioni. 

Poi, infine c’è una dimensione culturale. Questo riguarda in particolare noi cristiani che viviamo un cammino di fede. Attenzione a dare il giusto valore al corpo. Se consideriamo il rapporto sessuale come un tabù o qualcosa di sporco come possiamo desiderarlo? Cercheremo di spegnere anche il desiderio ormonale. Insomma, poi nella coppia possono accadere disastri. Per questo è importante che il fidanzamento sia casto ma nella continenza e non nell’astinenza. Avere un fidanzamento casto non significa viverlo in modo arido. I gesti di tenerezza e di amore come baci, abbracci e carezze non vanno lesinati. Vivere la castità nel fidanzamento deve costare fatica. Se non ho desiderio di unirmi all’altro, beh, c’è qualcosa che non va. Questa mancanza di desiderio potrebbe essere proprio dovuta a questi blocchi culturali che poi nel matrimonio causano sofferenza e divisioni.

Quindi care donne spesso avete meno desiderio di vostro marito. Meno desiderio pulsionale. Non fatevene una colpa. Siamo differenti. Avete bisogno di essere condotte a desiderare l’intimità fisica attraverso i gesti d’amore di vostro marito. E avete bisogno anche del suo desiderio per abbandonarvi e far nascere il vostro. C’è proprio un nome per questa dinamica: desiderio responsivo. Non sempre avete voglia di fare l’amore, ma l’amore che provate per vostro marito e il suo desiderio per voi vi motiva ad iniziare un rapporto e, durante i preliminari, a far nascere anche in voi il desiderio sessuale.

ECCITAZIONE – PRELIMINARI

Abbiamo desiderio di fare l’amore. Iniziamo il nostro rapporto. Entriamo quindi concretamente nel nostro rapporto fisico con la fase dell’eccitazione. Questa fase contiene tutti i gesti e le parole atti a preparare i due sposi al rapporto. A preparare il corpo ma non solo il corpo. Va preparata tutta la persona. Questi gesti sono comunemente chiamati preliminari. Anche in questo caso dobbiamo prestare attenzione alla differenza che c’è tra l’uomo e la donna. La sessuologia ci insegna che la risposta sessuale maschile è molto rapida mentre quella femminile cresce più lentamente. La donna necessita di molto più tempo per essere pronta alla penetrazione. I preliminari sono necessari. Non possono essere un’opzione. Servono all’uomo e ancor di più alla donna. Perché servono? Sicuramente per entrare in relazione, in comunione. Servono per preparare i cuori dei due sposi al dono reciproco di tutto se stessi attraverso l’amplesso. Il momento della compenetrazione dei corpi dovrebbe essere posto al culmine di un dialogo d’amore tra i due sposi. Un dialogo parlato con il linguaggio dell’amore che è la tenerezza. Baci, abbracci, carezze, sguardi, parole possono aiutare i due amanti ad aprirsi sempre di più e a vivere il momento successivo nel modo giusto. Viverlo come due persone che desiderano amarsi e donarsi nella comunione e non come due individualità che si usano per qualche secondo di piacere intenso ma superficiale ed esclusivamente fisico. Quali gesti sono buoni durante i preliminari? Lo vedremo domani con l’ultima parte del capitolo.

Antonio e Luisa

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Fare l’amore da re e da regina (1 parte)

Come abbiamo scritto tempo fa su questo blog e sui nostri social, Luisa ed io, con collaborazione di altri amici, stiamo scrivendo il terzo libro della trilogia riguardante le dimensioni battesimali. Dopo aver scritto Sposi sacerdoti dell’amore e Sposi profeti dell’amore, siamo giunti a questo terzo lavoro intitolato Sposi re nell’amore. Ho deciso di regalare a tutti i lettori un capitolo di questo nuovo testo in anteprima sperando possa essere utile e incuriosire il lettore sull’intero libro che sarà in uscita nella primavera del 2023.

L’intimità sessuale è quel gesto degli sposi dove maggiormente sono visibili in modo tangibile le tre dimensioni. L’intimità è una vera liturgia dove viviamo il nostro sacerdozio. Nell’intimità siamo profeti, siamo immagine di quel Dio che è amore. La Trinità letta come circolo di vita e di amore in un continuo donarsi ed accogliersi. L’intimità sessuale è il punto più alto del nostro amore coniugale. Nell’intimità sessuale noi sposi rendiamo concreta e presenta quell’unità di cuore e di corpo che ci ha resi sacramento. Cari sposi, siamo belli! Il nostro corpo è bello! È creato da Dio. Attraverso il nostro corpo possiamo vivere in modo pieno il nostro sacramento e la nostra intimità può davvero diventare un’esperienza meravigliosa. Lo so l’ho già scritto tante volte, in questo e negli altri libri, ma voglio scriverlo ancora perché non ci crediamo abbastanza. L’intimità è bellissima ma spesso è difficile.

Iniziamo con il ribadire che i nostri organi genitali parlano. Dicono come siamo fatti, raccontano la nostra identità. Soprattutto evidenziano la nostra complementarietà di uomo e di donna. La complementarietà uomo donna è scritta nel nostro corpo. Gli organi genitali maschili sono fatti per penetrare quelli femminili, che sono fatti per accogliere. Attenzione: l’accoglienza non è un atteggiamento passivo ma è un dono anch’essa. La complementarietà è possibile perché siamo differenti. Solo grazie alla nostra differenza noi possiamo realizzare l’unità. Unità che, non dimentichiamolo, contiene la generatività. Se pensiamo alla cellula uovo femminile e allo spermatozoo maschile, comprendiamo come se non fossero differenti non potrebbero incontrarsi e generare.

La differenza è fondamentale. Essere differenti non divide ma unisce. Ce lo dice la stessa etimologia della parola. Differenza viene dal latino fero (portare). Io porto ciò che sono a te. Ti rendo più ricco con la mia differenza. Che bello! Le differenze non sono diversità. La diversità ci allontana. Lo dice la parola, ci diverge. La differenza non va negata ma va amata. La differenza è generativa perché non solo permette di generare i nostri figli, ma anche il nostro amore. La nostra intimità va costruita. L’intimità è un vestito costruito su misura su di noi, su come siamo fatti noi. Per questo, a differenza di ciò che dice il mondo, il matrimonio è un’occasione meravigliosa per conoscerci sempre meglio, anche sessualmente. Vivere il rapporto sessuale sempre con la stessa persona non perde bellezza con il tempo. Al contrario, quando vissuto nel dono, diventa sempre più bello e profondo, perchè è l’amore che trasmette e concretizza ad essere sempre più bello e profondo. Sta a noi fare in modo che questa esperienza non scada nell’abitudine ma diventi un momento di vero amore. Perchè dell’amore non ci si stanca mai. Non esiste solo un modo giusto o sbagliato di vivere la nostra intimità. Esiste il nostro modo e dobbiamo costruirlo attraverso la relazione, il rispetto e il dialogo. Costruire la nostra intimità implica fare fatica. Se facciamo esperienza di questa fatica non significa che stiamo fallendo ma che stiamo uscendo dalle nostre convinzioni e dai nostri pregiudizi per avvicinarci all’altro. La fatica nell’avvicinarsi alla sensibilità l’uno dell’altra non indica che ci sia qualcosa che non va ma che stiamo camminando. Entriamo ora in una dimensione ancora più concreta. Partiamo dalla biologia e da quella che è la risposta sessuale. La risposta sessuale è composta da diverse fasi: desiderio, eccitazione, plateau, orgasmo e risoluzione. Vediamo ora fase per fase. Le vedremo nell’articolo di domani.

Antonio e Luisa

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Quale vantaggio?

Dalla lettera agli Ebrei (Eb 2,5-12) […] Avendo sottomesso a lui tutte le cose, nulla ha lasciato che non gli fosse sottomesso. Al momento presente però non vediamo ancora che ogni cosa sia a lui sottomessa. Tuttavia quel Gesù, che fu fatto di poco inferiore agli angeli, lo vediamo coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto, perché per la grazia di Dio egli provasse la morte a vantaggio di tutti. Conveniva infatti che Dio – per il quale e mediante il quale esistono tutte le cose, lui che conduce molti figli alla gloria – rendesse perfetto per mezzo delle sofferenze il capo che guida alla salvezza. […]

Le letture liturgiche dei giorni che seguono il periodo natalizio sono un susseguirsi di vari richiami al Mistero dell’Incarnazione, guardandolo da vari punti di vista per sottolinearne ora un aspetto ora un altro, proprio per fissare bene nella mente e nel cuore dei fedeli ciò che è stato appena celebrato nei giorni scorsi… una sorta di flashback in cui si ricostruisce l’evento per carpirne il significato in tutta la sua portata.

Abbiamo preso solo la parte centrale del brano proposto nella Messa odierna perché mette in luce un aspetto che dovremmo tenere sempre presente all’interno della nostra relazione sponsale: Gesù è morto per noi, cioè a nostro vantaggio, il vantaggio è la nostra salvezza eterna. Prima di relegare quest’ultima verità come scontata, con pensieri del tipo: “che scoperta… ma guarda che novità che scrivono questi due… e pensare che la Chiesa è 2000 anni che lo dice… non è che sia una frase originale… lo sapevamo già” ecc… vi consigliamo di continuare la lettura per capire quanto questa verità diventi carne nella relazione sponsale.

Ci sono diversi approcci nel raccontare e spiegare la vita matrimoniale, esistono diverse metodologie per affrontare il tema del sacramento del matrimonio, e lo abbiamo sperimentato collaborando in questi anni a tanti corsi prematrimoniali, parrocchiali e non: c’è quello che punta molto sulle dinamiche psicologiche, quello che non le considera quasi per niente buttando tutto sullo spirituale, quello che non parla di sesso, quello che non osa parlare di castità pre e post-matrimoniale, quello che non parla di fede, quello che non osa dire la parola peccato, quello che reputa il corso inutile in partenza, quello che considera i fidanzati alla stregua di clienti, quello che li considera degli scalda-banchi, quello che li considera praticamente già sposati, quello che non chiede loro la conversione, quello che non parla del sacramento del matrimonio, quello che lo banalizza equiparandolo al matrimonio civile, ecc…

Abbiamo voluto fare un elenco di questi tentativi più o meno riusciti perché spesso l’anello mancante in quasi tutti è l’aspetto evangelizzante, cioè che Gesù è morto a vantaggio nostro. Perché parlare della sua morte proprio nel tempo natalizio? Perché è la missione per cui è nato, anche se ora siamo inondati da sentimenti teneri verso un piccolo, indifeso ed innocente bimbo che nasce in una stalla, non dobbiamo dimenticare il motivo della Sua Incarnazione, e cioè la nostra salvezza. Già, ma come è stata ottenuta la nostra salvezza? Grazie alla Sua Croce, e ce lo ricorda il colore rosso del periodo natalizio che richiama il rosso del sangue versato sulla Croce. Non lo vogliamo ricordare perché siamo dei guastafeste, ma perché è la Chiesa stessa che ce lo ricorda, anche se in toni sommessi ed un po’ velati… ma anche il famoso canto di S. Alfonso Maria de Liguori “Tu scendi dalle stelle” ad un certo punto dice “…ah, quanto ti costò l’avermi amato…” ed infatti Gli costò la vita.

Questo continuo richiamo alla Croce non ci deve intristire, al contrario ci deve riempire il cuore di gratitudine gioiosa, perché abbiamo ricevuto la grazia della vita eterna senza meriti personali; oppure, cambiando prospettiva, possiamo tranquillamente affermare che se avesse voluto aspettare i nostri meriti personali per donarci la grazia divina, non sarebbe mai salito su quella Croce, sarebbe ancora lì ad aspettare. Mentre invece la vita del cristiano è gratitudine continua verso un Amore incondizionato ed immeritato. Ma c’è un particolare che in molti omettono, e cioè che questo amore immeritato l’ha ricevuto anche mia moglie/mio marito.

Se quando penso alla mia vita ringrazio Gesù di essere morto in Croce a mio vantaggio, quante volte lo ringrazio e sono grato/a perché non ha esitato a fare lo stesso per il mio coniuge? Spesso pensiamo al nostro consorte come il/la compagno/a di viaggio nel cammino della vita, nel cammino della santità, nel cammino della saggezza… tutti pensieri bellissimi, ma poi come mi rapporto con lui/lei ?

La nostra relazione sponsale è cambiata radicalmente da quando abbiamo compreso che Gesù è morto per l’altro tanto quanto lo ha fatto per me, è come se il nostro matrimonio avesse una marcia in più. Se bacio lei/lui mosso solo da un sentimento umano è cosa buona, ma se bacio colei/colui che vale il sangue del Figlio di Dio cambia tutto. Il nostro bacio, il nostro perdono reciproco, i nostri abbracci, i nostri servizi domestici, le tenerezze reciproche, le coccole e le carezze… ecc… acquistano un valore eterno perché sto baciando, sto accarezzando, sto perdonando, sto sopportando, sto abbracciando, sto coccolando colei/colui che costa il sangue di Cristo. E se Cristo non ha esitato a dare la Sua vita per il mio coniuge, chi sono io per negargli/le un perdono oppure una carezza?

Cari sposi, in questo tempo natalizio vi invitiamo a guardare al vostro consorte come a colui/colei per il/la quale Cristo ha versato il Suo sangue, non vi sembra degno del vostro amore? pazienza, è degno però della Croce di Gesù! Se è ritenuto degno dell’amore divino proprio da Colui che è l’Amore per essenza, chi sono io per non considerarlo/la degno/a del mio piccolo e povero amore? Coraggio sposi, la santità è di casa: ospitiamola!

Giorgio e Valentina.

La vocazione si trova nella vita di tutti i giorni

Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito, lasciate le reti, lo seguirono. Andando un poco oltre, vide sulla barca anche Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello mentre riassettavano le reti. Li chiamò. Ed essi, lasciato il loro padre Zebedèo sulla barca con i garzoni, lo seguirono.

Il Vangelo di oggi presenta la chiamata dei primi 4 apostoli. La vocazione di Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni. E’ utile, secondo me, esaminare punto per punto le parole del Vangelo perchè possono dire tanto anche del nostro rapporto con Gesù.

Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone. Gesù non stava camminando in un luogo qualsiasi. Certo Pietro e Andrea erano pescatori e lungo la riva del mare era il luogo più probabile dove incontrarli. Credo però che il Vangelo voglia dire anche altro. Almeno alcuni studioso lo fanno intuire. Il mare, nella Bibbia, indica spesso la rappresentazione del male. Il mare è abitato da creature mostruose. L’unico capace di dominare il mare e il male è Dio stesso. Lo stesso Gesù cammina sulle acque e seda la tempesta. Quindi Pietro e Andrea sono in riva al mare. Come ognuno di noi sono insidiati dal male. La nostra vita è un continuo combattimento tra il male e il bene. Entrambe queste forze abitano la nostra persona. Anche Andrea e Pietro sono in questo combattimento. In quel momento arriva Gesù. Arriva la luce che illumina le tenebre. Non so per voi ma ricordo esattamente la prima volta che ho fatto esperienza di Gesù, che ho incontrato il Suo sguardo. Credo di poter comprendere ciò che hanno provato Pietro e Andrea.

Mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Pietro e Andrea incontrano Gesù nella vita di tutti i giorni. Non stavano facendo nulla di straordinario. Noi spesso crediamo di dover fare chissà quale percorso o pellegrinaggio per incontrare Gesù. Non è così! Attenzione! Spesso crediamo che i momenti straordinari, dove l’emozione riempie il cuore, siano i luoghi privilegiati dove incontrare Gesù. Spesso è solo un’illusione. Passata l’euforia del momento passa anche la nostra “conversione”. La vera conversione è quella che resiste alla vita di tutti i giorni. La vera conversione è vivere il nostro matrimonio alla presenza di Gesù. Non succede nulla di grandioso magari, ma sarà il nostro amore che farà la differenza nelle piccole cose e nei piccoli gesti.

Gesù disse loro: «Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini». Non basta essere chiamati da Gesù. Essere cristiani significa metterci del nostro. Alzarci e seguirLo. Alzarci e metterci al servizio l’uno dell’altra. Alzarci e impegnarci a fondo affinchè il nostro amore sia sempre più aderante al Suo amore. Significa cercare dando tutto quello che abbiamo di amare il nostro coniuge come Dio lo ama. Allora la salvezza entrerà nella nostra vita e nella vita del nostro coniuge.

Arriviamo ora alla seconda coppia di fratelli. Si tratta di Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo. Ecco da loro possiamo trarre un insegnamento proprio dal loro essere figli. Ed essi, lasciato il loro padre Zebedèo sulla barca con i garzoni, lo seguirono. Il padre indica la sicurezza della famiglia e dei beni materiali. Una vita tranquilla, fatta di lavoro e di una certa agiatezza economica (Zebedeo non resta da solo ma con i suoi garzoni). Eppure non basta. Giacomo e Giovanni vogliono di più! E’ lampante un parallelismo. Quello con il giovane ricco. Ricordate? Quello che voleva sapere come avere la vita eterna.

Una cosa sola ti manca: và, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni. Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!».

Giacomo e Giovanni hanno invece detto sì! Hanno lasciato tutto per Gesù. Hanno intravisto in Lui qualcosa che nessun altro avrebbe potuto dare loro. Noi spesso siamo come il giovane ricco. Non vogliamo lasciare tutto per seguire Gesù nel nostro matrimonio. Almeno per me è stato così. C’era una parte di me che non voleva rinunciare ai “privilegi” della vita da single. Non volevo rinunciare a quelle che credevo essere le mie ricchezze. Non volevo rinunciare agli amici, al calcetto, alla tranquillità quando tornavo a casa. Leggevo tutta la mia vita come rinuncia a qualcosa che prima avevo. Ero così proiettato su quello a cui dovevo dire no che non riuscivo ad assaporare tutta il gusto di quella relazione così unica. Non riuscivo a scorgere la meraviglia di una donna che si offriva totalmente a me e per me. Che faceva di Cristo il centro di tutto.  Cosa ci può essere di più bello di questo? Lei era il dono più prezioso che Dio mi aveva fatto ed io, non solo non rendevo grazie, ma mi lamentavo per quel poco che mi aveva tolto. Solo quando sono riuscito anche io a fare questo salto, tutto è cambiato. Non ho dovuto, in verità, rinunciare a tutto. Mi è rimasto il tempo per il mio sport e per gli amici. Sono tutte cose, che però, hanno una nuova collocazione. Non sono più una priorità. Hanno preso il loro giusto posto. La priorità è la mia famiglia. Questo racconto del Vangelo io lo leggo in questo modo e in questo modo l’ho concretizzato nella mia vita.

Buon cammino!

Antonio e Luisa

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“Quanto è grande il dono del Battesimo!”

Cari sposi,

            con la festa di oggi concludiamo il periodo natalizio. Sappiamo già che la Liturgia non segue l’ordine cronologico e se fino a due giorni fa Gesù era un neonato di qualche settimana mentre riceve la visita dei Magi, oggi è un trentenne che sta per cominciare la vita pubblica. Gesù vuole ricevere il battesimo da suo cugino Giovanni e tale gesto ha un grande significato, difatti: “Pur chiamandosi battesimo, esso non aveva il valore sacramentale del rito che celebriamo oggi; come ben sapete, è infatti con la sua morte e risurrezione che Gesù istituisce i Sacramenti e fa nascere la Chiesa. Quello amministrato da Giovanni, era un atto penitenziale, un gesto che invitava all’umiltà di fronte a Dio” (Benedetto XVI, Omelia, 9 gennaio 2011).

Ma che ha fatto Gesù in quel semplice gesto di farsi mettere un po’ di acqua sulla testa? Non lo abbiamo forse fatto noi tante volte al mare o in piscina con i nostri fratelli e amici? Che ha di così speciale? È qualcosa di meraviglioso perché “Gesù si mostra solidale con noi, con la nostra fatica di convertirci, di lasciare i nostri egoismi, di staccarci dai nostri peccati, per dirci che se lo accettiamo nella nostra vita Egli è capace di risollevarci e condurci all’altezza di Dio Padre. E questa solidarietà di Gesù non è, per così dire, un semplice esercizio della mente e della volontà. Gesù si è immerso realmente nella nostra condizione umana, l’ha vissuta fino in fondo, fuorché nel peccato, ed è in grado di comprenderne la debolezza e la fragilità” (Omelia, 13 gennaio 2013).

Ah, ma allora quel gesto è l’inizio, anzi il proseguo, di un vero e proprio sposalizio tra Gesù e ciascuno di noi. Gesù ci ama sul serio al punto da condividere tutto di noi, in particolar modo le nostre colpe che appunto viene a cancellare con il suo sangue sulla Croce. Se capissimo fino in fondo quale valore ha il nostro Battesimo, essere figli nel Figlio, essere con-morti, con-sepolti e con-risorti con Cristo daremmo salti di gioia. Per questo Papa Benedetto disse una volta: Cari amici, quant’è grande il dono del Battesimo! Se ce ne rendessimo pienamente conto, la nostra vita diventerebbe un «grazie» continuo” (Benedetto XVI, Angelus, 11 gennaio 2009).

            È alla luce di questo dono ricevuto e da riscoprire ogni giorno che voi sposi potete ridonarvi a vicenda il Suo amore e condividerlo poi con i vostri figli. Il Battesimo ricorda a voi sposi che l’amore che ha iniziato la vostra storia non è anzitutto un’autoproduzione vostra, non è “farina del vostro sacco” ma in definitiva fa parte di un progetto più grande che vi precede e che, grazie a Dio, ne fa da garante quando le povere forze umane vengono meno. Possiate fare sempre memoria del giorno del vostro Battesimo e lodare il Signore per la grazia immensa che avete ricevuto e che non tramonterà mai.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca lo ha spiegato molto bene. Perchè il matrimonio sacramento è diverso da ogni altra modalità di unione? Perchè la relazione non sarà più solo nostra ma nel matrimonio la doniamo a Dio perchè ne faccia cosa sua. Per questo serve il battesimo. La nostra unione è generata dal battesimo e si rigenera ogni giorno nella fonte inesauribile della Spirito Santo. Ogni gesto d’amore che ci doniamo è sacro in virtù del nostro battesimo. Ogni volta che ci doniamo è Gesù che ci dona l’uno all’altra. Ogni volta che ci doniamo facciamo esperienza di Dio perchè il nostro amore non è più solo nostro, ma attraverso il battesimo e il matrimonio Dio ne ha fatto cosa sua.

Tale padre tale figlio. Ciao Benedetto!

Il 5 gennaio 2023 Andrea ed io abbiamo festeggiamo il traguardo di 6 anni e 6 mesi di matrimonio. Stiamo procedendo spediti verso il settimo anno. Durante la celebrazione del funerale di Papa Ratzinger ci è venuto naturale chiederci quanto gli ultimi tre Papi abbiano influito sulle nostre vite. Tutti e tre sono a nostro avviso collegati, anche se sono molto diversi come uomini e come modalità di esercitare il loro ruolo di papa. Il mondo in maniera ansiogena già si sta chiedendo cosa farà ora papa Francesco. Cosa farà?

Semplicemente sta esistendo, come direbbe Rosini. Indubbiamente ci si sente tutti un pochino traballanti ed inquieti è venuto a mancare l’inquilino che era una delle colonne portanti della Chiesa. Non era più regnante ma la forza derivante dal suo silenzio e dalla sua preghiera si avvertivano. Benedetto è stato colui che ci ha insegnato più di tutti a compiere delle scelte stando in silenzio in adorazione. Da lui ho imparato anche l’arte del “non posso”, specie negli ultimi anni mi ha aiutato ad accettare i miei limiti fisici nell’accogliere una gravidanza. Io e Andrea siamo cresciuti sotto il pontificato di Giovanni Paolo II. Io ho respirato l’aria un po’ più da vicino in quanto mio padre era un membro della sua scorta italiana. Quindi posso dire di aver condiviso mio padre con il Papa anzi con i Papi. Il lascito più bello di Giovanni Paolo II nella mia vita? I Viaggi. Andrea ne è testimone, a casa nostra ho lo zaino sempre pronto per partire. Avverto la stessa esigenza che aveva il Papa di prendere e scappare da Roma per andare a respirare aria buona in montagna. Amo i grandi eventi che solo le sentinelle del mattino sanno apprezzare. Amo anche quel chiasso che ti rimane nel cuore proprio come diceva il papa polacco. Viaggiare ci ha aiutato tanto a risanare il nostro matrimonio quando Andrea ed io eravamo entrati in crisi. Un Papa può seminare nella maniera più inaspettata nella vita delle persone. Sta sempre a noi farci trovare pronti ad accogliere i messaggi e i consigli.

Sotto il pontificato di Benedetto XVI mi sono fidanzata con Andrea e abbiamo iniziato a pensare al matrimonio. Andrea è infatti legato molto anche a Benedetto. Io mi sono avvicinata alla figura di Papa Ratzinger con estrema cautela e lentezza, passare da un Papa mediatico, giovanile e sportivo come Giovanni Paolo a Benedetto, che invece era caratterialmente l’opposto, mi ha un pochino destabilizzata. Dobbiamo anche ricordare che, all’epoca della sua elezione, non tutta la stampa era a suo favore. Se vuoi conoscere veramente una persona nel profondo, devi lottare contro chi cerca di darti un immagine falsa e distorta dalla realtà. Il demonio ha giocato parecchio nel creare confusione e nello sferrare attacchi mediatici e non solo. Ogni papato convive con gli scandali. Il papato dell’era di Ratzinger ha lasciato in me proprio questo insegnamento: rispondere al male con la preghiera. Il suo passo indietro che ancora adesso è fonte di gossip, ha lasciato non solo una sede vacante in quei giorni, ma un grande insegnamento: vivere il ruolo non in modo possessivo ma nel servizio. Quante volte nelle nostre comunità vi è difficoltà a far circolare lo Spirito Santo per via di parrocchiani che vivono il servizio come un possesso? A Roma si dice “la cozza con lo scoglio” oppure “ama ma non t’accolla’”. Noi per primi, durante questo anno in cui è nato il progetto Abramo e Sara, abbiamo coinvolto altre coppie e persone a darci una mano. Sappiamo che non è un nostro progetto ma il progetto è di Dio. Lo stesso Benedetto ci ha tracciato la via da seguire. Quante volte ci arrivano richieste di preghiera e che condividiamo per sostenerci gli uni con gli altri? Non potremmo mai operare Carità senza preghiera. Ecco l’unione spirituale tra Benedetto e papa Francesco. Siamo tutti cresciuti con ognuno di loro e abbiamo tanto da tramandare alle nuove generazioni. Siamo tutti tale padre tale figlio. Un po’ come quando si cresce e si matura insieme alla propria guida spirituale.

Simona e Andrea

Vi aspettiamo se volete nella nostra pagina Facebook Abramo e Sara, nel nostro canale Telegram e WhatsApp. Se passate da Roma ci trovate presso la parrocchia di San Giuseppe al Trionfale. E se volete continuare a sostenere il nostro progetto è disponibile online il nostro libro su Amazon.

L’eredità di Benedetto XVI per la famiglia

Cari sposi,

            non so quanto vi abbia toccato la scomparsa di Papa Benedetto ma a me ha causato un senso di commozione e smarrimento. È venuta meno una figura paterna che mi ha dato un grande esempio come persona e come uomo di Dio. Ho potuto salutarlo in alcune brevi occasioni e durante il suo pontificato ho ricevuto l’ordinazione sacerdotale. La sua teologia chiara e lineare rimarrà sempre per me un punto di riferimento di come insegnare e trasmettere le verità di fede alle persone.

            C’è un aspetto che ritengo molto bello da sottolineare per voi sposi. Si tratta del suo insegnamento riguardante l’amore umano, nominato in seguito “teologia dell’amore”, come un naturale proseguo della “teologia del corpo”, del suo predecessore San Giovanni Paolo II. È nella sua prima Enciclica, Deus Caritas est, in cui Joseph Ratzinger chiarisce con il suo stile cristallino cosa significhi l’amore per Dio e di conseguenza per noi:

            “L’amore di Dio per noi è questione fondamentale per la vita e pone domande decisive su chi è Dio e chi siamo noi. Al riguardo, ci ostacola innanzitutto un problema di linguaggio. Il termine «amore» è oggi diventato una delle parole più usate ed anche abusate, alla quale annettiamo accezioni del tutto differenti. […] Ricordiamo in primo luogo il vasto campo semantico della parola «amore»: si parla di amor di patria, di amore per la professione, di amore tra amici, di amore per il lavoro, di amore tra genitori e figli, tra fratelli e familiari, dell’amore per il prossimo e dell’amore per Dio. In tutta questa molteplicità di significati, però, l’amore tra uomo e donna, nel quale corpo e anima concorrono inscindibilmente e all’essere umano si schiude una promessa di felicità che sembra irresistibile, emerge come archetipo di amore per eccellenza, al cui confronto, a prima vista, tutti gli altri tipi di amore sbiadiscono” (Deus Caritas Est, 2).

            Che meravigliosa definizione di matrimonio! La sede per antonomasia dell’amore, il luogo in cui l’amore tra uomo e donna è chiamato a crescere divenendo così riflesso dell’amore divino e in ultima istanza raggiungendo il suo fine e la sua vera identità! E che bello che lo dica non per aver letto centinaia di libri ma per averne fatto l’esperienza sulla sua pelle. Difatti nel suo testamento spirituale ha affermato subito all’inizio del secondo paragrafo: “Ringrazio i miei genitori, che mi hanno donato la vita in un tempo difficile e che, a costo di grandi sacrifici, con il loro amore mi hanno preparato una magnifica dimora che, come chiara luce, illumina tutti i miei giorni fino a oggi”.

            Immagino quei due genitori, sposatisi non più così giovani, alle prese con una situazione per nulla facile, in una Germania sul bordo dell’abisso nazista e della Seconda guerra mondiale, che hanno saputo generare sia alla vita che alla fede tre figli, diventando per loro un vero modello di unità e amore. Uno spaccato di quella vita famigliare è rimasto nelle parole del Papa nella sua visita a Milano in occasione del VII incontro mondiale delle famiglie.

            Il lascito spirituale per voi coppie è splendido, perché vi ricorda che potete farcela, potete incarnare il più alto ideale dell’amore nella vostra vita di coppia. Sì, potete essere fedeli per sempre, potete vivere un amore indissolubile, potete perdonarvi anche mali molto grandi. Perché? Perché Chi vi ha creato e vi ha messo in questo cammino ha previsto tutto, anche le “sorprese” del peccato. Proprio Papa Benedetto ha ribadito questo concetto quando scrive: “La redenzione ci è offerta nel senso che ci è stata donata la speranza, una speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente: il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino” (Spe Salvi, 1).

            La mèta è vivere il vostro amore a pieni polmoni in Cristo, puntando in alto, non conformandovi a un semplice resistere, stare insieme per i figli o sopportarvi. Il nostro grande Papa Emerito, Joseph Ratzinger, sono certo sia d’accordo su questo e dal Cielo è adesso uno dei vostri intercessori perché il cammino di santità matrimoniale sia da voi pienamente vissuto.

padre Luca Frontali

Come magi in cammino

Come consuetudine verso l’Epifania condivido questo articolo. Per chi lo ha già letto è comunque un modo per fare memoria. Il cammino dei magi può essere letto anche come una trasposizione della nostra vita matrimoniale, della nostra vocazione all’amore. Ripercorrendo il loro viaggio possiamo trovare la mappa del nostro.

 1) I magi come prima cosa decisero lo scopo del loro viaggio. Conoscevano bene la Parola di Dio  e fecero di quel viaggio lo scopo della loro vita. Volevano adorare il Re. “Siamo venuti per adorarlo” (Mt 2:2). I fidanzati fanno lo stesso. Sentono attrazione e simpatia vicendevole, ma non devono ridurre tutto solo alla sola emozione. Un cristiano non vive alla giornata senza progettare. Cerca di discernere e di programmare alla luce della fede in Dio, certo dell’esistenza di un progetto di Dio unico sulla sua vita. La relazione per essere autentica va letta con uno sguardo alla vita eterna e alla salvezza, nella sua dimensione escatologica, i fidanzati devono cercare in quella relazione il realizzarsi della loro vocazione. Vocazione che è la nostra personalissima modalità di risposta all’amore di Dio.

Non basta decidere di partire, 2) si deve preparare il viaggio.  I magi non erano persone stravaganti che così, ad un tratto, decidono di mettersi in viaggio senza sapere dove andare. Tutt’altro è il loro atteggiamento. Essi saggiamente, prima di partire, hanno fissato la meta che avrebbero dovuto raggiungere, preparando ogni cosa con cura e prendendo ogni informazione necessaria per poterla raggiungere. Il fidanzamento è la preparazione del viaggio. Serve a conoscersi e a conoscere Dio insieme. Serve a parlare dei desideri, della propria idea di matrimonio, dei figli, delle aspirazioni personali. Questo è preparare il viaggio che sarà il nostro matrimonio. La nostra meta sarà trovare finalmente Gesù nella nostra unione e, alla fine, nell’abbraccio eterno con Lui.

I magi sono partiti quando hanno avuto 3) una guida sicura per raggiungere la meta. Per raggiungere il Salvatore. Seguirono la stella con fiducia e costanza, fissando lo sguardo e facendone bussola del loro viaggio. Il matrimonio è un  sacramento della Chiesa cattolica. La nostra stella è lo Spirito Santo che scende nella nostra unione e ci plasma. La nostra stella è anche la Chiesa. Solo all’interno di essa saremo sicuri di non sbagliare strada. La Chiesa con il suo insegnamento, i suoi documenti, la sua tradizione e i suoi pastori ci aiuta a rimanere nei giusti binari del bene e della verità e a non deragliare.

4) I magi partirono senza aspettare, senza paura ed esitazione.  All’apparire della stella, i magi partirono senza esitare. Lasciarono prontamente tutte le cose del loro mondo: la propria dimora, la propria terra, i propri parenti, i propri amici, per andare ad adorare il Signore. Lo scopo che si erano prefissati riempiva totalmente il loro cuore, la loro anima e la loro mente ed è per questo che non esitarono. Quanti uomini e donne aspettano. Quanti uomini e donne esitano e non cominciano il viaggio per paura. Solo accettando la sfida e abbandonando le nostre sicurezze per iniziare il viaggio, che è tutto il nostro matrimonio, potremo essere felici e realizzare la nostra vocazione

5) I magi non si lasciarono turbare dagli eventi.  Arrivati a Gerusalemme probabilmente non videro più la stella ed allora, come strumenti nelle mani di Dio, si fermarono e, tramite il colloquio con Erode, annunciarono a coloro che avrebbero dovuto attenderlo, che era nato il loro Messia. Quale sarà stato il loro turbamento nel vedere che, pur conoscendo dove doveva nascere, nessuno lo aspettava e meno che mai nessuno pensava di rendergli l’omaggio dovuto?!?
Impariamo dai magi, i quali rimasero fermi nel loro proponimento e non si lasciarono coinvolgere dai turbamenti esterni, ma proseguirono il loro viaggio con un cuore pieno di ardore verso Dio. Anche noi sposi nella nostra vita sperimenteremo l’aridità, la sofferenza, la divisione e il lutto, ma se avremo fiducia in Dio ritroveremo la strada e la stella e allora 6) sperimenteremo la vera gioia. Quando i magi ripartirono da Gerusalemme, videro che la guida sicura mandata da Dio era di nuovo apparsa nel cielo, ed essa li guidò fino a Betlemme, dove era Gesù e lì si fermò; allora si rallegrarono di grandissima gioia.

Sì,  perchè vivere alla presenza di Gesù è meraviglioso, amare la propria sposa in Gesù è un’esperienza che riempie e dona forza e sostegno. Il cammino è già una meta. Il matrimonio è un bellissimo viaggio, un’avventura meravigliosa che ci porterà a desidera sempre di più l’incontro con Gesù e alla fine del viaggio al suo incontro ed eterno abbraccio.

Antonio e Luisa

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Onlyfans: l’amore a 10 euro al mese

Alla fine ho ceduto. Non volevo parlarne perchè preferisco raccontare il bello dell’amore e della sessualità piuttosto che le povertà delle nostre relazioni. Alla fine però non posso ignorare quello che ormai è un vero fenomeno sociale. Mi riferisco, per chi ancora non lo ha capito, a Onlyfans. La piattaforma a pagamento dove usufruire di contenuti più o meno erotici e pornografici. Per chi ne ha sentito parlare, ma non lo conosce se non molto superficialmente, viene una domanda spontanea: perchè una persona arriva a spendere da una decina di euro fino a migliaia di euro ogni mese per ottenere foto e video più o meno pornografici quando in rete si può trovare tantissimo materiale dello stesso genere in modo completamente anonimo e gratuito? Io, da conoscitore molto superficiale di questo “servizio”, mi sono fatto questa domanda. Ho deciso di darmi una risposta e di condividerla con voi tutti. Mi sono informato, ho cercato in rete articoli e interviste che mi potessero aiutare a capire meglio. Ora ho un’idea molto più chiara. Desolante ma chiara.

Purtroppo quello che ho trovato ha confermato quelli che erano i miei sospetti. Onlyfans è diverso dalla semplice pornografia. E’, per certi versi, una finzione ancora più dannosa perchè può illudere di vivere una relazione vera. Onlyfans non offre principalmente immagini pornografiche. Non offre attrici e attori più o meno famosi che offrono prestazioni a degli spettatori anonimi. Anzi solitamente le immagini e i video offerti a pagamento dai vari creator (sì, chi pubblica questi contenuti è chiamato creator) sono molto più soft rispetto alla pornografia che si può trovare in rete, dove si può scegliere, a seconda delle preferenze, diverse sezioni. Preferenze che nascondono spesso feticismo e devianze. Onlyfans è tutta un’altra cosa che mette forse ancor più in evidenza tutta la povertà che c’è dietro questo fenomeno che è esploso durante i mesi del lockdown.

Serve fare un passo indietro per capire di cosa stiamo parlando. Cosa è Onlyfans e come nasce? Onlyfans è una piattaforma relativamente molto recente. Nata nel 2016 per condividere qualsiasi contenuto a pagamento dietro il versamento di un abbonamento mensile che va dai 5 dollari ai 49 dollari. Nel tempo c’è stata però una “naturale” inclinazione verso contenuti hard. Molti non lo sanno ma Onlyfans non nasce come piattaforma pornografica, come Youporn per intenderci, ma si possono trovare anche corsi di Yoga a pagamento o personal trainer che offrono contenuti personalizzati per gli abbonati. E tanto altro. Poi, come già scritto, il lockdown e la possibilità di postare contenuti di nudo espliciti, invece vietati su altri social (Instagram Facebook TikTok), hanno indirizzato Onlyfans verso il porno. Pensate che oggi ci sono ben un milione e mezzo di creator (per la maggior parte ragazze) e più di 150 milioni di utenti. Onlyfans ha dichiarato di aver pagato ad oggi ai creator ben 5 miliardi di dollari. Cifre astronomiche. Ma ora torniamo ad esaminare i motivi di questo successo e proverò a rispondere alla domanda iniziale.

La differenza con il porno tradizionale è principalmente una: con Onlyfans il fruitore ha un rapporto diretto con l’oggetto del suo desiderio. Non ho usato le parole oggetto e fruitore a caso. L’uomo che si approccia a questa piattaforma sente il bisogno di una relazione con una donna. Non è però capace nè di amare nè di relazionarsi con una donna in modo paritario e sano. Di solito ha paura ed è frustrato. Pensa di valere poco e di non essere amabile per una donna carina. Per questo paga e pagando sa che quella donna sarà ben disposta e accogliente verso di lui e verso quelle che saranno le sue richieste sessuali. Non rischia un rifiuto che lo distruggerebbe nella sua autostima ancor di più. Insomma l’utente medio di Onlyfans non cerca del sesso. Si cerca anche quello ma non gli basta. Cerca considerazione, cerca una donna che si accorga di lui. Cerca un rapporto umano. Un rapporto umano con una donna che magari sia anche bella, giovane e disponibile. Onlyfans offre un legame umano a tutta quegli uomini soli, che sono tantissimi, se pensate che il 30% dei ragazzi sotto i 30 anni non ha una vita affettiva, illudendoli di superare così le difficoltà di avvicinare l’altro sesso, di corteggiare una ragazza, di intessere amicizie e di condurre una relazione affettiva. Non sono capaci, hanno paura delle donne e di un possibile rifiuto e hanno aspettative altissime. Tutte situazioni dovute alla cultura occidentale che rende il sesso sempre più facile e banale, ma l’amore sempre più difficile e complicato. Allora si risolve pagando. Ma è una soluzione finta che non riempie il cuore e non è una soluzione per quella nostalgia che abbiamo tutti dentro di un amore totale.
Le ragazze, dal canto loro, credono di aver trovato un modo facile per fare soldi. Le ragazze si tengono stretti i propri abbonati. Se li coccolano, li fanno sentire importanti. Quasi amati. Poi, se il follower non si accontenta dei messaggini e dei contenuti postati per tutti gli abbonati, non c’è problema. Ogni abbonato può contattare la donna dei suoi sogni e chiederle foto e video fatti solo per lui. Certo possono costare centinaia se non migliaia di dollari, ma essere al centro dei pensieri della propria beniamina mentre prepara quei contenuti solo per lui non ha prezzo. Capite la povertà di tutto questo. La pornografia mercifica il sesso e il corpo. Che è già qualcosa di molto desolante. Onlyfans mercifica tutto. “L’amore” a 10 dollari al mese.

Per concludere posso affermare che Onlyfans è una piattaforma che permette a due povertà di incontrarsi. Da una parte ci sono le creator che pensano di arricchirsi facilmente ma stanno solo svendendo il mistero di ciò che sono e danno un prezzo al proprio corpo. Illudendosi che vendere il corpo e fare prestazioni umilianti non abbia conseguenze poi nella loro vita. Noi siamo spiriti incarnati e ciò che avviene nel corpo non può non toccare anche il resto della persona, cuore e anima compresi. Dall’altra uomini che spesso stanno anche bene economicamente, ma che sono sostanzialmente soli e con una nostalgia atavica di essere amati come persone uniche e irripetibili. Voglio concludere con una riflessione di Elisa Esposito. Non la conoscete? Allora vi do un aiutino. E’ la “professoressa” di tiktok che ha inventato il modo di parlare in corsivo. Sicuramente è più conosciuta così. Elisa è una bella ragazza che è anche una creator di Onlyfans. Sentite cosa ha affermato ad una recente intervista rilasciata a Radio 105: ormai ho OnlyFans da quasi un anno e vi giuro che psicologicamente vi distrugge. È un lavoro di m…, se così si può definire. Vi porta soldi o cose, ma vi distruggerà tutto il resto. La scelta è vostra: o i soldi o la vera felicità. 

Per questo la risposta che noi cristiani possiamo portare a tutta questa solitudine e banalità è sempre la stessa. Possiamo testimoniare come il solo che ti può amare davvero e che ti può fare sentire amato e desiderato non ti chiede nessun abbonamento. Lo trovi entrando in chiesa e mettendoti in ginocchio davanti al tabernacolo. E voi creator ricordate che siete preziose, che il vostro corpo non vale l’abbonamento mensile di un mendicante in cerca d’amore. Il vostro corpo merita molto di più. Merita la promessa del per sempre, merita un uomo che sia disposto a donarsi completamente a voi. Allora sarete davvero ricche anche con una casa minuscola in periferia e con pochi soldi sul conto.

Antonio e Luisa

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Non ci rendiamo conto!

Il 22 dicembre, nel tardo pomeriggio, mi sono recato nel più grande Ipermercato della mia città: non mi piace andarci, ma dovevo comprare delle cose particolari per il pranzo di Natale e lì ero sicuro di trovarle. Con il mio carrello mi metto in coda e una cassiera bionda, di mezza età, mi fa il conto; finisco di imbustare, la guardo e le dico: “Buona serata e le auguro Buon Natale”. Lei rimane un attimo perplessa, poi risponde: “Siamo così stanchi che non ci rendiamo conto”.

Quella signora, che vedevo per la prima volta, non lo sa, ma le sue ultime 4 parole, “non ci rendiamo conto” mi hanno accompagnato in queste feste e mi hanno fatto riflettere, più di tutte le omelie che ho sentito. Innanzitutto mi sono calato nei panni di questa signora: è noto che nei supermercati e in tutti gli esercizi pubblici, durante le festività, i turni sono più massacranti del solito, e inoltre se non aprono tutti i giorni, domenica e festivi compresi, sembra che rischiamo di morire di fame! È vero che a volte ci stanchiamo e ci preoccupiamo per fare i regali a tutti, per preparare il presepe, gli addobbi, il mangiare, il bere, per l’organizzazione e rischiamo di tralasciare il festeggiato, Gesù. Chissà in quella giornata quante persone sono passate davanti a quella signora e in quante l’hanno guardata per quello che è, una sorella, amata da Dio, certamente non meno di me o di te che stai leggendo: infatti una delle missioni degli sposi è rendere visibile che Gesù sta amando.

Ho ripensato a tutte le volte in cui non mi sono reso conto, in passato: non mi sono reso conto di cosa fosse davvero il Sacramento del Matrimonio fino a quando non mi sono trovato solo, non mi sono reso conto che mia moglie aveva già deciso di lasciarmi mesi prima della separazione, non mi sono reso conto del suo malessere, non mi sono reso conto che l’obiettivo non era fare la mia famiglia, ma quella dei figli di Dio.

E oggi non mi rendo conto che dovrebbe ampiamente bastare la presenza di Gesù per rendermi felice, non mi rendo conto di questi giorni natalizi di Grazia, non mi rendo conto di quanto sono amato, altrimenti griderei continuamente l’amore, anche nella separazione. Don Renzo Bonetti qualche giorno fa, per gli auguri di Natale, ci ha detto: ”Ciascuno di voi (separati fedeli) ha una presenza di Gesù che supera tutti i presepi di questo mondo, messi insieme. Vorrei poter mettere un bue e un asinello accanto a voi per farvi capire che c’è una presenza stabile di Gesù, che per il Sacramento del Matrimonio il presepio siete voi”. Ha proprio ragione, faccio fatica a rendermi conto che il presepe è immagine di una realtà infintamente più grande che vive dentro di noi e in tutti gli sposi! Allora all’inizio di quest’anno, l’augurio che faccio a me e a tutte le coppie è di renderci conto di questa Presenza in tutte le cose ordinarie che facciamo!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Una nuova culla!

Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo (1Gv 2,29-3,6) Figlioli, se sapete che Dio è giusto, sappiate anche che chiunque opera la giustizia, è stato generato da lui. Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui. Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro. Chiunque commette il peccato, commette anche l’iniquità, perché il peccato è l’iniquità. Voi sapete che egli si manifestò per togliere i peccati e che in lui non vi è peccato. Chiunque rimane in lui non pecca; chiunque pecca non l’ha visto né l’ha conosciuto.

Oggi la Chiesa ci fa contemplare, attraverso letture e preghiere della Liturgia odierna, il Santissimo nome di Gesù, il nome al di sopra di ogni altro nome, il soavissimo nome nel quale siamo salvati, il nome che dice l’essenza e la missione di Colui che porta tale nome : Dio salva / Dio è salvezza. Sembra una ovvietà, ma in tempi di confusione come quelli che stiamo vivendo c’è bisogno più che mai di ribadire alcune verità che stanno alla base della nostra fede e quindi anche alla base della nostra vita con le scelte che essa comporta. Uno dei “soprannomi” di Gesù è proprio quello che riguarda la missione contenuta nel Suo nome: Salvatore; ed è talmente penetrato nella vita del nostro popolo che è abbastanza diffuso, specialmente nel sud Italia, sia come nome che come cognome.

Con la frase: Gesù è Il Salvatore si intendono due realtà che formano un’unica verità di fede: Gesù è vero Dio e vero uomo, 100% Dio e 100% uomo (tranne il peccato), in Lui coesistono le due nature divina e umana, il mistero dell’Incarnazione che stiamo celebrando e contemplando in questo periodo ci ricorda proprio questa verità. Se la Chiesa dicesse di professare la sua fede in Dio che salva sarebbe troppo generico, invece dire che Il Salvatore è Gesù cambia tutto e va al nocciolo della questione. Il mondo preferisce festeggiare la nascita di un grande uomo, di una brava persona che ha fatto tanto bene nella sua vita, un grande leader di popolo, il fondatore di una nuova religione, un grande profeta, un martire sociale/politico, un bambino che è diventato un grande maestro di vita, tutti modi di vedere Gesù sotto il solo profilo della natura umana.

La natura umana di Gesù non va rinnegata ma va definita e precisata bene, in Lui non c’è confusione tra le due nature ma distinzione, infatti sulla Croce non c’era solo un martire sociale/politico ma c’era il Redentore, il Figlio di Dio generato dal Padre. E qui entra in gioco la Sua natura divina, perché se diciamo che in Croce c’era il Figlio di Dio (generato dal Padre e quindi della stessa sostanza), stiamo dicendo che quell’uomo appeso sulla Croce non è solo un uomo e nello stesso tempo stiamo dicendo che Dio salva attraverso un vero uomo appeso ad una vera Croce di vero legno con chiodi veri. Questo mistero è ben sintetizzato in una strofa di un antico inno all’Eucarestia di S. Tommaso d’Aquino, l’Adoro Te devòte: […] sulla Croce solo la divinità era nascosta, qui (nell’Ostia consacrata) anche l’umanità del Verbo è celata (testo originale in latino: In cruce latébat sola Déitas, at hic latet simul et humànitas).

Cari sposi, quando sentiamo dire che Dio salva, dobbiamo sempre specificare il modo con cui Dio salva, perché il modo dice tutto, dobbiamo quindi sempre specificare che Dio salva attraverso la Croce di Gesù. Non v’è altra salvezza, non esiste un altro salvatore, non c’è un’altra porta per accedere alla salvezza, solo Gesù è salvezza di Dio.

Cari sposi, sentite il bisogno di salvare il vostro matrimonio? La salvezza è Gesù.

Sentite la necessità di salvare il vostro rapporto? La salvezza è Gesù.

Volete salvare la vostra coppia e la vostra famiglia? La salvezza è Gesù.

Dire che è Gesù significa riconoscere che quel bambino nel presepio è il Figlio di Dio che si è fatto carne circa 2000 anni fa. E riconoscere che si è fatto carne significa riconoscere che la fede cristiana non è astratta, ma è carne vissuta, e la Sua Grazia passa necessariamente dalla Sua sposa, la Chiesa. Il matrimonio è quella scuola di vita dove si impara come la carne può diventare presepio del Dio fatto uomo. Coraggio sposi, la nostra carne matrimoniale è quella nuova culla in cui deporre il Divin Bambinello.

Giorgio e Valentina.

Come sta il vostro matrimonio?

Inizia un nuovo anno. Per noi sposi non riguarda soltanto noi stessi, la nostra personale vita, ma c’è un altro anno di matrimonio che è passato. E’ bello fermarsi, almeno un attimo, e leggere l’anno passato alla luce del nostro matrimonio. Il nostro matrimonio è la cartina al tornasole di tutto ciò che siamo, della nostra fede e della nostra vita spirituale. Come è stata la nostra relazione? Poi il matrimonio è strano perchè è indubbiamente una relazione a due (anzi a tre per chi come noi crede) ma poi ne possiamo valutare i frutti non solo esaminando la relazione ma forse ancor di più cercando di capire cosa ha cambiato in noi stessi. Cosa ci dice un anno che finisce ed uno che comincia?

Il nostro corpo è più vecchio di un anno. Lo scorrere del tempo, è inutile negarlo, cambia il nostro corpo. Non cambia in meglio. Siamo soggetti ad un lento deperimento e all’invecchiamento. Con il tempo appaiono le rughette, i capelli bianchi e perdiamo tono, forza ed elasticità nei muscoli. Luisa ed io non abbiamo più il corpo di vent’anni fa quando ci siamo sposati. Ora ho 48 anni. Eppure ricordate che se avete vissuto bene il vostro matrimonio i vostri occhi saranno capaci di vedere nell’altro una bellezza ancora più grande. Come è possibile? E’ il miracolo dell’amore. Papa Francesco in un documento ha scritto di sguardo photoshoppato. Io vedo il corpo di Luisa invecchiato e lei sicuramente vede il mio. Eppure la desidero tantissimo. Mi pare la più bella di tutte. C’è una spiegazione anche molto semplice. Il segreto è nell’amore vissuto. Per un altro anno abbiamo vissuto insieme la nostra quotidianità, donandoci reciprocamente attenzioni, cura, tenerezza, dialogo, intimità. Questo fa tutta la differenza del mondo. Perchè ciò permette di conoscere la vostra sposa o il vostro sposo in modo così profondo da rendere quella bellezza visibile nel corpo. Il corpo è capace di trasfigurarsi con la bellezza di tutta la persona che abbiamo accanto. Naturalmente una bellezza che posso scorgere così bene solo io con Luisa e lei con me. Padre Raimondo Bardelli la chiamava bellezza soggettiva. Quindi la domanda da porsi è: come vedo mia moglie? Come vedo mio marito? E il proposito per il nuovo anno deve essere: cercherò di donarmi ancora di più per vederlo/la sempre più bello/a.

Siamo più amabili? Una persona è amabile quando è bello stare vicino a lei. Una persona è amabile quando è facile amarla. La bellezza che sprigiona come persona è tale che rende bello stare con lei. Devo impegnarmi, è l’amore che me lo chiede, a coltivare la mia bellezza interiore ed esteriore per il mio sposo o per la mia sposa. Devo impegnarmi a coltivare la mia persona, il modo di agire, di rapportarmi, di parlare, di affrontare la vita, in modo che io diventi sempre più bella/o per lui o per lei. Badate bene non significa farci manipolare o condizionare dall’altra persona. Non c’è violenza o costrizione. Tutt’altro. Significa arrenderci all’amore. Scegliere per amore di cambiare noi stessi. Non è la stessa cosa. Io sono libero ed è proprio l’amore che ho per Luisa, che mi sta accanto da 18 anni, che mi induce a cambiare. L’amore per lei, la gratitudine e la meraviglia che sento per il dono di se stessa che ogni giorno mi offre senza chiedermi nulla mi danno quella determinazione e quel desiderio profondo di cambiare quelle parti buie di me che ancora possono provocarle sofferenza o che non mi permettono di accoglierla pienamente. Lei mi amerebbe comunque, mi ha dimostrato più volte di amarmi per quello che sono. Questa è la forza salvifica dell’amore che ti porta a dare il meglio. Non è lei che mi fa suo, ma sono io che mi faccio suo, liberamente e nella verità. Molto diverso. La domanda che mi devo porre è quindi: quanto sono stato amabile? Ho cercato di amare l’altro secondo la sua sensibilità e non la mia? Il proposito per il nuovo anno deve essere proprio questo. Essere amabile sempre di più per coltivare la mia bellezza integrale.

Abbiamo cercato di darvi due piccoli suggerimenti per il nuovo anno ma che possono fare la differenza nel vostro matrimonio. Tocca a voi ora. Buon 2023 che sia fecondo per voi e attraverso di voi per il mondo intero.

Antonio e Luisa

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Un nuovo anno uniti a Te

Cari sposi,

            oggi iniziamo il 2023 nel migliore dei modi! Celebrando la nostra Mamma del Cielo, Colei che ogni giorno ci porta nel cuore e ci presenta a Gesù suo Figlio incessantemente. La festa odierna risale al 431 quando a Efeso, nell’attuale Turchia, i vescovi di tutta la Chiesa La proclamarono “Madre di Dio”, per questo motivo Maria è “l’Onnipotenza supplice”. Non è meraviglioso poter mettere fin da oggi ogni singolo momento nelle Sue mani ed affidarci filialmente a Lei?

Maria, dunque, ha generato Gesù secondo la carne ma lo ha anche educato come credente in Jahvé. La maternità di Maria è stata sia biologica che spirituale e non si è fermata a solo a Gesù ma si è riversata su ciascuno di noi, dal momento del Calvario fino al Cenacolo nella Pentecoste. Se è vero che Maria è Madre di Dio lo è anche di ciascuno di noi e veramente la dobbiamo considerare la nostra Mamma celeste.

Quanto è grande la sua fecondità! Da quel “sé” iniziale a Nazareth è scaturita una fecondità che arriva ai giorni nostri: Maria tuttora ci sta portando a Gesù, sta collaborando con Lui perché noi viviamo in Cristo e con Cristo ogni giorno. Ecco la fecondità che voi sposi siete chiamati a rivivere con Maria: generare Cristo nella vostra relazione di amore. Come disse Papa Francesco: “A tal punto, che possiamo dire che è più discepola che Madre. Quella segnalazione, alle nozze di Cana: Maria dice “Fate quello che Lui vi dirà”. Sempre segnala Cristo; ne è la prima discepola” (Udienza, 24 marzo 2021).

Alla luce di questo, anche voi siete chiamati a segnalare Cristo. Quando Dio ha creato l’uomo e la donna nella Genesi e li ha uniti in matrimonio disse: “Siate fecondi e moltiplicatevi” (Gen 1, 28). La prima fecondità, quindi, è generare Cristo nel coniuge, cioè essere strumento dell’amore di Dio per lui o per lei. Questo implica essere persone profondamente unite a Gesù, allo Sposo, in modo da testimoniare il suo Amore, la sua Misericordia, il suo Perdono con la vita. Così facendo voi coniugi sarete il mezzo di cui il Signore ha bisogno perché vi possiate donare un amore colmo di Dio.

Da qui si genera la fecondità nei figli, nello stesso modo i vostri figli potranno toccare una Presenza che vive in voi e riceveranno un annuncio di fede tramite i vostri gesti concreti e semplici di ogni giorno. E da qui ancora l’amore di Cristo in voi diventa fecondo per chi vi incontra, generando figli e figlie spirituali, oltre i legami famigliari e di sangue.

Cari sposi, vi auguro ogni benedizione per il nuovo anno in modo da essere ancora più fecondi di quanto non lo siate stati nel 2022. Vorrei tanto che nei vostri cuori arda il desiderio di esserlo, cioè di portare Cristo nel vostro cuore e dal vostro cuore attorno a voi. Non esiste cosa più bella che generare vita secondo Dio, è la vera fecondità che il tempo non può cancellare ma che dura per sempre.

ANTONIO E LUISA

Vorrei soffermarmi su una frase di padre Luca: da qui si genera la fecondità nei figli, nello stesso modo i vostri figli potranno toccare una Presenza che vive in voi e riceveranno un annuncio di fede tramite i vostri gesti concreti e semplici di ogni giorno. I nostri figli non hanno bisogno solo di un papà e di una mamma che vogliono loro bene, ma hanno bisogno di vedere che papà e mamma si vogliono bene. Dio è presente nella coppia di sposi e i nostri figli possono vederlo. Come? In tutti i gesti di tenerezza e di cura che noi sposi ci doniamo reciprocamente e che doniamo a loro.

Il Te deum per gli sposi.

SIMONA E ANDREA

Oggi a Roma splende il sole non sembra neanche di essere in inverno, anche quest’anno sono a casa con l’influenza. Lo stare sola, perché Andrea lavora, non mi pesa troppo anzi mi è di ispirazione per entrare nel deserto che conduce al Te deum. Abito di fronte al Vaticano tanto vicino che dalle finestre godo della stessa visuale del nostro Papa emerito Benedetto XVI. Il caro Papa emerito, mi chiedo come stia, chissà come si sente in questi giorni in cui i fedeli di tutto il mondo sono preoccupati per le sue condizioni (è arrivata in fase di pubblicazione la triste notizia della sua nascita al cielo). La parte più bella dello stare male, almeno per me, è questa, il godere delle ore che passano lente, senza fretta, un tempo che mi aiutano a ripercorrere l’anno che sta per terminare.

Di solito non ho l’abitudine di dividere le cose belle dalle cose brutte, perché ho imparato che anche le cose brutte hanno dentro di sé qualcosa di fecondo e di particolare. A livello matrimoniale questo indubbiamente è stato il secondo Natale vissuto in pace, senza stress, un Natale di armonia e sintonia, di vera unione. Durante i nostri sei anni di matrimonio arrivare a questa pace domestica non è stato per nulla semplice. E’ stata una grande impresa, una semina continua, anche quando il terreno era pieno di erbacce ed era arido, sembrava non dare frutto. Già solo per questo c’è da rendere grazie a Dio. Ho ripensato alle cose belle che ci sono capitate, agli incontri fatti durante l’anno, a tutte le persone, alle famiglie e ai giovani che con la nostra associazione Abramo e Sara stiamo accompagnando e aiutando. Sono cose che ti dimostrano ancora di più che di nostro c’è veramente poco, c’è stata solo la nostra adesione a questa chiamata di Dio, a questo progetto pensato appositamente per noi. Per alcuni siamo matti, siamo dei pazzi, non ci capiscono, ma a noi poco importa. In fondo Gesù stesso era il primo ad essere deriso mentre evangelizzava. Per alcuni siamo diventati scomodi perché diciamo le cose senza tanti giri di parole. Cerchiamo di andare dritti alla meta, ma in fondo non faceva così anche il Maestro nell’annunciare la Verità? Era semplice e diretto.

È stato un anno dove come moglie e marito ci siamo uniti ancora di più. L’unione nel matrimonio ci ha reso più forti nel superare le varie tempeste, alluvioni e catastrofi varie. È stato l’anno che ci ha visto compiere delle scelte sempre insieme a Dio, cercando di comprendere la Sua volontà. Ad esempio la scelta di mettere radici in una comunità parrocchiale, così come lo scegliere di dedicarci ad Abramo e Sara, all’Oratorio che è già una Casa Famiglia a cielo aperto, rinunciando al volontariato in Casa Famiglia. L’arte del discernimento lo si impara stando in adorazione, chiedendo sempre tramite la preghiera: cosa vuoi che io faccia per aiutarti? È stato l’anno più bello in assoluto perché siamo ritornati a godere della messa in presenza insieme. Spesso capitava che per lavoro Andrea non riusciva a seguire la messa con me. Invece fortunatamente siamo tornati in coppia alla messa delle 10:30 che è anche la messa dei bambini che seguo come catechista. La messa insieme è un appuntamento importante, ricordatevelo sempre, può prevenire molti litigi. È stato un anno dove abbiamo visto come il nostro dolore sia sbocciato in un bellissimo ramo di una pianta di rose, proprio come le rose di Santa Rita da Cascia. Nulla è impossibile a Dio. Non so cosa ci riserverà il prossimo anno, ma siamo pronti ad accoglierlo con l’aiuto di Dio. Che è un esperto nel portare la Croce.

Vi lasciamo con una nostra preghiera: Grazie per tenderci la mano nei sentieri bui e nei tratti di strada dove ci sono pietre che sono difficili da scavalcare, grazie per le giornate in cui sembra che non ci sei accanto ma è nell’ostinazione nel seguirti che è il bello del cammino, grazie per gli amici che ci hai donato e grazie anche per le persone che fanno fatica a capirci ma è proprio grazie alla loro presenza che si prosegue ancora di più nel cammino da te segnato, grazie per la famiglia che ci hai donato, grazie perché anche nei dubbi hai sempre lasciato dei segni nel sentiero per seguirti, grazie per aver creduto in noi sposi quando ancora noi stessi non credevamo nella bellezza del matrimonio, grazie perché ti comporti da padre amandoci in libertà, quella libertà che ci rende figli di Dio e ci aiuta a tirare fuori il meglio di noi, grazie per il dono della vita. Vi aspettiamo se volete nella nostra pagina Facebook Abramo e Sara, nel nostro canale Telegram e WhatsApp.

ANTONIO E LUISA

Approfitto dell’invito di Simona che mi ha chiesto di condividere con lei questo articolo. Il mio personale grazie lo rivolgo a Dio non solo per le tante cose belle. Per mia moglie, per i miei figli, per gli amici, per il mio lavoro. Per tutti questo ringrazio ogni giorno. Oggi voglio dire un grazie per qualcosa che di solito faccio più fatica a ringraziare. Grazie Dio per le mie difficoltà e fragilità. E’ importante fare fatica, è importante scontrarsi con situazioni dalle quali si esce perdenti. La vita è fatta anche di fallimenti. Ogni fallimento è stato un’occasione per fare esperienza della mia debolezza e del mio bisogno di un Salvatore. Ogni fallimento mi ha avvicinato a Dio forse più dei successi e delle attestazioni di stima. Grazie Dio perchè hai scelto di starmi accanto anche quest’anno.