Sposi sacerdoti. Io venni meno, per la sua scomparsa. (56 capitolo)

Mi sono alzata per aprire al mio diletto
e le mie mani stillavano mirra,
fluiva mirra dalle mie dita
sulla maniglia del chiavistello.
[6]Ho aperto allora al mio diletto,
ma il mio diletto già se n’era andato, era scomparso.
Io venni meno, per la sua scomparsa.
L’ho cercato, ma non l’ho trovato,
l’ho chiamato, ma non m’ha risposto.

L’amata riesce finalmente ad alzarsi e ad andare a togliere quella maledetta asse di legno che sbarrava la porta. In quel momento si rende conto della cura e della tenerezza che il suo sposo ha avuto nei suoi riguardi. Le mie mani stillavano mirra. L’amato nel tentativo  smuovere il chiavistello, e aprire così la porta che lo separava da lei, lo ha unto con della mirra. Mirra che nella Bibbia è segno dell’amore esclusivo. Quindi segno della gioia quando l’amore è vissuto e segno del dolore quando questo amore viene meno. Sembra quindi presagire alla sensazione di sofferente abbandono in cui la sposa si viene a trovare. La sua assenza le fa già male. Ha paura che quell’amore, tanto desiderato e che tanta bellezza le ha fatto sperimentare, sia già finito.

Io venni meno per la sua scomparsa. In questa riga c’è tutta la disperazione di chi è consapevole che il suo atteggiamento, le sue paure, la sua incapacità di amare, la sua umanità ferita, la stanno dividendo dal suo amore. Non riesce ad accoglierlo in sè. Quella maledetta porta lo ha allontanato. Lui non c’è più. Chissà dove è andato e se tornerà.

La nostra protagonista non ha che due scelte. Può restare immobile in quella casa e non trovarlo più. Quante volte accade che una persona si chiuda e non permette all’amato di entrare. Non permette quindi neanche alla relazione di decollare e di essere vissuta in pienezza.

Oppure si alza e va a cercarlo. Alzarsi è un verbo di movimento che ci fa tendere verso l’alto. Già questo ci può aiutare a capire come questo verbo in questo contesto significhi alzarsi al di sopra delle proprie miserie. Alzarsi e riprendere in mano la vita. Per un cristiano c’è un significato ancora più grande. Colui che si è innalzato è Gesù. Attraverso la sua croce ci ha mostrato la via per la salvezza e ci ha mostrato il suo amore che redime e che salva. Ecco! La Sulamita del Cantico sta facendo esattamente questo: sta riprendendo in mano la sua vita e la sua relazione.

Questo non è che l’inizio, vedremo nel proseguo come ciò avverrà, ma è una indicazione importante anche per noi sposi. Non dobbiamo lasciarci immobilizzare dalle nostre ferite e dalle nostre miserie. Alziamoci e ribelliamoci. Ri-belliamoci: torniamo ad essere belli per noi e per la persona amata.

Antonio e Luisa

Le nozze di Cana. Una Pentecoste che diventa Epifania.

 

Oggi ho avuto qualche minuto di pace. I bambini giocavano nell’altra stanza, la mia sposa finiva di sistemare in cucina e io sono entrato nella mia caverna. Farò un articolo sulla caverna, sulla necessità degli uomini, dei maschi di avere una caverna dove trovare tranquillità e stare con se stessi. Non oggi. Oggi voglio raccontare di ciò che ho meditato. Pensavo alle nozze di Cana, al primo vino che finisce e poi al nuovo, quello di Gesù che è molto più buono del primo. Ecco pensavo che la parabola è concentrata in un breve lasso di tempo. E’ concentrata in una festa di nozze, che, per quanto lunga fosse a quei tempi, non racconta che l’inizio del cammino degli sposi. E poi? Vissero felici e contenti come nelle fiabe? Non finì più quel vino? So che sono strano, mi metto a ragionare su queste. Mi sono dato, però, anche la risposta. Il vino buono quello di Gesù non finisce mai a patto che noi non smettiamo di portare l’acqua nelle giare. Ogni volta che io amo la mia sposa, ogni volta che perdono la mia sposa, ogni volta che decido che lei vale più di ogni mio stupido orgoglio, ogni volta che mi metto al suo servizio, ogni volta che mi impegno per ascoltarla, accoglierla e mostrarmi tenero. Ogni volta che lei fa tutto questo nei miei confronti, siamo come quei servi che portano l’acqua e la rovesciano nelle giare che si stanno svuotando. Il resto lo farà Gesù con la Sua Grazia, trasformerà il nostro amore, la nostra acqua, in nuovo vino, in una vita piena e bella. La festa non finirà. Come non è finita per Chiara Corbella che nonostante abbia visto morire i suoi primi due bambini, e lei stessa sia morta pochi anni dopo per un brutto male (ritardando le cure per permettere al terzo figlio Francesco di nascere), non ha mai perso la pace. Il marito Enrico non ha mai negato la grande sofferenza che hanno vissuto, ma ha sempre ribadito l’abbandono fiducioso nel Signore e nella sicurezza che non sarebbe finito tutto qui. Chiara diceva:

Il Signore non ci chiede di cambiare l’acqua in vino, ma di riempire le giare. La Chiesa propone a ciascuno la santità: vivere come figli di Dio. Ciascuno, a modo suo, risponde, passo dopo passo.

Perchè l’amore non è qualcosa di inesauribile, non si autogenera, non è qualcosa che si cristallizza al momento della celebrazione del matrimonio e resta come pietra ferma, ma è qualcosa che va rinnovato e perfezionato. Il vino se non viene rinnovato si guasta e diventa aceto.  Invece rinnovando ogni giorno il nostro amore ci accorgeremo, con sorpresa, che più passa il tempo e più il vino sarà buono. Siamo diventati degli intenditori e sappiamo godere maggiormente del piacere che ci può regalare. Soprattutto lasciamoci inebriare da quel vino perchè non c’è nulla di più bello nel donarsi e nell’accogliersi reciproco in una Pentecoste che a volte riusciamo a mostrare e trasformare in Epifania dell’amore di Dio anche in chi ci guarda.

Antonio e Luisa

Sposi sacerdoti. Il mio diletto ha messo la mano nello spiraglio. (55 capitolo)

Il mio diletto ha messo la mano nello spiraglio
e un fremito mi ha sconvolta.

Abbiamo concluso il capitolo precedente con lei che lo sente arrivare, ma inspiegabilmente non si alza per andare ad aprire. Voglio riprendere questo momento perchè potrebbe passare inosservato, oppure essere compreso male. Invece va capito e approfondito perchè è un passaggio cruciale, molto importante per comprendere come siamo fatti e per spiegare il motivo che ci porta a comportarci in determinati modi.

Lui cerca di entrare. La porta è chiusa da dentro come era consuetudine al tempo. Chiusa con una sbarra. Lui prova ad infilare la mano per sbloccare la porta, ma non riesce. Lei non si alza perchè ha paura. Ha paura di aprire al suo uomo. Ha paura perchè lo desidera. Il desiderio la spaventa. Ha paura di abbandonarsi all’amore. Perchè se ti abbandoni non hai più il controllo. Se ti abbandoni sei disarmata. Se ti abbandoni ti stai consegnando. Stai consegnando il tuo cuore e il tuo corpo.

Tante donne fanno fatica ad abbandonarsi. Fanno fatica perchè hanno una storia di amori traditi, di sofferenze non dimenticate, di ferite ancora aperte. L’amore quindi fa loro paura. Vorrebbero lasciarsi andare perchè ne sentono forte il desiderio, ma c’è una parte di loro che non molla il freno. Soffrono per non soffrire. E’ una reazione insensata, ma è molto comune e soprattutto molto umana.

Questo discorso vale per l’uomo e la donna. La donna però lo sente ancora maggiormente. Soprattutto nel rapporto fisico. Come viene vissuto il rapporto fisico nel matrimonio è un segnale importante per capire se c’è da sanare qualcosa nel passato dei due sposi. Spesso molti problemi in questo momento intimo sono sintomo di una persona ferita.

Nel rapporto fisico questa paura provoca nella donna una tensione proprio a livello  muscolare e una incapacità di lasciarsi andare al piacere.  La donna, non so se ci avete mai riflettuto, accoglie dentro di sè l’uomo. L’uomo, invece, entra nella donna. Non è la stessa cosa. Accogliere dentro di sè è molto più impegnativo da un punto di vista non solo fisico, ma anche emotivo e psicologico.  Far entrare dentro il proprio corpo non è un gesto banale e facile. Come invece tutta la mentalità pornografica, che ci ha educato fin da ragazzi, vuole farci credere. Non è un’attività ricreativa. Mette in gioco tutta la persona.

Per questo il mondo insegna qualcosa di completamente sbagliato e non aderente a come davvero siamo fatti.  Il mondo insegna che il rapporto fisico è bello all’inizio. Perchè c’è la passione. Poi, con il tempo, diventa sempre meno coinvolgente e bello.

Tutte balle!!! Dobbiamo avere il coraggio di smascherare questa menzogna. Il rapporto diventa più bello con il tempo perchè ci si apre sempre di più all’altro. Lo si accoglie sempre più profondamente in sè. Il rapporto fisico non si riduce al corpo, ma diventa porta per entrare nell’intimo anche emotivo, spirituale e costitutivo dell’altra persona.

Non comprendere questo significa limitarsi al piacere fisico e spesso, per quanto riguarda la donna,  anche quello viene a mancare. Spesso significa, per la donna, vivere con dolore quel momento.

Capite quale miseria! Posso assicurarvi che è una situazione molto comune.

Invece noi sappiamo che il matrimonio, se vissuto nella verità e nell’amore autentico, guarisce anche la nostra sessualità. Certo serve impegno da parte della donna che deve lavorare su di se per accogliere sempre di più il suo sposo. Serve anche però l’impegno dello sposo che deve imparare a guardare la sua sposa con uno sguardo che non viola, deve imparare a rispettarla e a corteggiarla. Deve educarsi a cercarla per unirsi sempre più a lei e non per usarla per sfogare istinti e pulsioni.

Costa fatica, ma ne vale la pena. Buon lavoro

Antonio e Luisa

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro.21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore 30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito 38 Le piccole volpi che infestano il nostro amore. 39 Il mio diletto è per me. 40 Voglio cercare l’amato del mio cuore 41 Cos’è che sale dal deserto 42 Ecco, la lettiga di Salomone 43 I tuoi seni sono come due cerbiatti 44 Vieni con me dal Libano 45 Un giardino da curare 46 L’eros è un amore tenero 47 La tenerezza è amare come Dio ci ama 48 Mi hai rapito il cuore con un tuo sguardo 49 Fammi sentire la tua voce. Perchè la tua voce è soave 50 Mi baci con i baci della sua bocca 51 Quanti sono soavi le mie carezze sorella mia, sposa 52 Venga il mio diletto nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti 53 Le carezze dell’anima 54 Un rumore! E’ il mio diletto che bussa.

Un aiuto che gli sia simile…ma senza barba.

..di Pietro Antonicelli e Filomena Scalise dal Blog “Sposi&Spose di Cristo”

Poi il Signore Dio disse: «Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile». (Genesi 2,18) E dopo queste parole Dio conduce all’uomo “ogni sorta di bestie selvatiche”…beh. Effettivamente tra l’uomo e le bestie selvatiche -soprattutto con l’orango-tango- una certa somiglianza c’è, e non è solo quella fisica.

Entrambi sporcano e si battono il petto per mostrare la forza bruta che li abita…e poi il pelo. Vuoi mettere che il pelo anziché concentrarlo sulla testa lo spargi per tutto il corpo! Beh, sicuramente somiglianza c’è.

Ma se all’uomo gli metti vicino una donna, quello magari si emancipa, si mette a scrivere articoli sui blog e poi ogni tanto passa l’aspirapolvere in casa.

E’ il suono dell’aspirapolvere che inizialmente lo attrae, quel rombo di potenza che parte all’accensione del suddetto elettrodomestico lo carica di virile entusiasmo. Poi magari inizia a scoprire com’è bello e rude strofinare energicamente i piatti con spugnette virilmente abrasive che graffiano più di una pasta lavamani. E vedi questo essere delle caverne che vicino ad una moglie inizia anche a lavarsi…e (alcuni…decisamente sfigati) addirittura si radono il volto.

E il Signore Dio sta li a guardare…e si accorge che questo essere che è la donna che ha messo al fianco dell’uomo fa essere l’uomo una creatura migliore, meno somigliante ad una grande bertuccia (che per carità, ha il suo fascino).

E il Signore Dio è ancora più contento quando vede che questi due si vogliono bene e si aiutano a vicenda nella pulizia della caverna che abitano, nella cura della prole e di ogni altro peluche che abita con loro…

Che poi a pensarci la santità passa proprio da qui, dal collaborare, dall’essere “complici nel bene”, dal riconoscere, accogliere e integrare quelle differenze con l’altro che sono necessarie per l’arricchimento del sé.

Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. 22Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse:

«Questa volta essa
è carne dalla mia carne
e osso dalle mie ossa.
La si chiamerà donna
perché dall’uomo è stata tolta».

Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne. (Genesi 2,21-24)

…li ha fatti simili. Capaci entrambe di amare l’altro, di tagliare col passato infantile e di diventare uomini e donne simili a Dio. Ma la donna con meno barba.

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Sposi sacerdoti. Un rumore! E’ il mio diletto che bussa. (54 articolo)

Abbiamo lasciato i due protagonisti alla fine del terzo poema in una situazione perfetta di amore e di gioia. I due sposi finalmente avevano dato compimento e  sperimentato nell’unione intima quel desiderio profondo dei loro cuori. Desiderio alimentato dall’attesa, dagli sguardi, dai profumi, dai colori, dai movimenti, e dal farsi sempre più prossimi l’uno all’altra fino ad essere uno. Un sol corpo e un sol cuore. Ora il quarto poema cambia completamente atmosfera. Non c’è più gioia. Il Cantico dei Cantici racconta l’amore. L’amore è così. Non è mai stabile. Raggiunto il culmine si può cadere per poi risalire. E’ la storia di ognuno di noi che conferma che è così. E vissero felici e contenti non è la realtà della nostra vita. La casa del nostro amore è abitata da momenti alti e da altri bassi, da momenti di avvicinamento fino ad essere davvero una cosa sola ad altri di allontanamento fino a non capirsi e a non riconoscersi. Non c’è contraddizione in questo. L’allontanamento non contraddice l’amore di prima. Ci sono entrambi. Non pretendiamo di essere sempre al massimo o ne soffriremo. Accettiamo i bassi come opportunità per amare con tutta la nostra volontà e tornare più in alto di prima.

Io dormo, ma il mio cuore veglia.

La traduzione che ho riportato è quella CEI ma non è delle migliori, almeno a detta di esegeti molto autorevoli. In realtà i verbi, nella versione originale in ebraico, sono tutti participi presenti.  In particolare nelle prime righe troviamo la Sulamita che dorme. Sulamita che è dormiente e vegliante. L’autore sembra voler evidenziare lo stato di vigilante attesa della ragazza. Dorme, ma il suo io profondo è sveglio. Il cuore nella tradizione ebraica è il centro  di tutta la persona. Il cuore identifica la Sulamita in tutto il suo essere. Il cuore è la sede dell’affettività, della ragione e dell’autodeterminazione personale.

Un rumore! E’ il mio diletto che bussa:
«Aprimi, sorella mia,
mia amica, mia colomba, perfetta mia;
perché il mio capo è bagnato di rugiada,
i miei riccioli di gocce notturne».

Proprio perchè veglia con il cuore in attesa riesce a percepire l’arrivo dell’amato. Nelle parole dell’amato si comprende tutto il desiderio che ancora c’è in lui verso di lei. Lui sembra tornare da un viaggio. E’ stato via del tempo. Questo non ha fatto che aumentare il desiderio verso colei che ama. Un’assenza che si fa desiderio.

«Mi sono tolta la veste;
come indossarla ancora?
Mi sono lavata i piedi;
come ancora sporcarli?».

L’amata esita. Non si alza immediatamente. Cosa succede? Perchè questa improvvisa pigrizia? Sembrano scuse banali. In realtà è il sentimento che è così. Crediamo di governarlo e comprendere il motivo che ci spinge e ci attrae verso l’altro e invece d’improvviso ci troviamo svuotati e svogliati. Non ci attira. Sono momenti normali nella vita di una coppia. Eppure possono essere momenti di sofferenza e solitudine.  Un’altra possibile lettura ci viene data da don Carlo Rocchetta che parla di contrasto nell’intimo della donna. Contrasto tra il desiderio profondo di donarsi completamente all’amato e la paura che questo abbandono fiducioso e disarmato comporta. Paura di soffrire e di stare male. Di essere delusa e usata. Credo che anche questa sia un timore comune a tante spose. Soprattutto quelle che si portano nel cuore ferite non sanate.

Antonio e Luisa

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro.21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore 30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito 38 Le piccole volpi che infestano il nostro amore. 39 Il mio diletto è per me. 40 Voglio cercare l’amato del mio cuore 41 Cos’è che sale dal deserto 42 Ecco, la lettiga di Salomone 43 I tuoi seni sono come due cerbiatti 44 Vieni con me dal Libano 45 Un giardino da curare 46 L’eros è un amore tenero 47 La tenerezza è amare come Dio ci ama 48 Mi hai rapito il cuore con un tuo sguardo 49 Fammi sentire la tua voce. Perchè la tua voce è soave 50 Mi baci con i baci della sua bocca 51 Quanti sono soavi le mie carezze sorella mia, sposa 52 Venga il mio diletto nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti 53 Le carezze dell’anima

Sposi sacerdoti. Le carezze dell’anima. (53 articolo)

Abbiamo seguito il Cantico dei Cantici nel suo terzo poema, un poema centrale non solo come posizione nell’indice ma anche come temi trattati. Il terzo poema è il momento che ci piace di più, il momento dell’incontro con la sposa, fatto di sguardi, di carezze, di baci e di abbracci fino ad arrivare all’amplesso fisico. Questo stile di vivere l’unione è vincente, perché soddisfa i nostri bisogni più profondi di essere amati e accolti da un’altra persona diversa e complementare. Per noi cristiani, solitamente, la tenerezza porta a condividere anche il momento della preghiera di lode a Dio. Siamo sposati in tre e nella nostra unione vogliamo rendere partecipe e vivo anche Gesù il cui amore, lo Spirito Santo, si intreccia con il nostro di uomini e lo perfeziona.

Diventa così un momento di profonda unione anche la preghiera. Che bello, la sera, quando i bambini sono a letto, ritrovarsi marito e moglie, non da soli, ma alla presenza del Signore e iniziare un dialogo a tre. Lodare Dio, ringraziarlo per la giornata, per le cose belle e chiedere la forza di affrontare quelle difficili e dolorose. Ringraziare Dio per il nostro sposo e la nostra sposa, chiedere perdono per le mancanze che abbiamo avuto durante la giornata. La preghiera così diventa un momento molto intimo e unitivo per la coppia e nel contempo la apre all’infinito di Gesù. La preghiera diventa momento di familiarità con Gesù che non è un ospite in famiglia, ma ne è parte integrante. Anche prima di ogni unione fisica è bellissimo mettersi davanti al Signore e chiedergli di benedire con la Sua Grazia quel momento di profondo amore .

La preghiera diventa così carezza e abbraccio, non per il corpo, ma per la nostra anima.

Don Rocchetta dice che il linguaggio delle carezze è possibile solo se gli sposi imparano a pregare insieme, a benedire Dio e a benedirsi l’un l’altra.

Voglio concludere con la preghiera che Tobia e Sara proclamano a Dio prima di unirsi durante la prima notte di nozze:

Tobia si alzò dal letto e disse a Sara: «Sorella, alzati! Preghiamo e domandiamo al Signore che ci dia grazia e salvezza». Essa si alzò e si misero a pregare e a chiedere che venisse su di loro la salvezza, dicendo: «Benedetto sei tu, Dio dei nostri padri, e benedetto per tutte le generazioni è il tuo nome! Ti benedicano i cieli e tutte le creature per tutti i secoli! Tu hai creato Adamo e hai creato Eva sua moglie, perché gli fosse di aiuto e di sostegno. Da loro due nacque tutto il genere umano. Tu hai detto: non è cosa buona che l’uomo resti solo; facciamogli un aiuto simile a lui. Ora non per lussuria io prendo questa mia parente, ma con rettitudine d’intenzione. Dègnati di aver misericordia di me e di lei e di farci giungere insieme alla vecchiaia». E dissero insieme: «Amen, amen!».

Antonio e Luisa

Virtù e matrimonio. La temperanza. (8 articolo)

 

La temperanza è la virtù morale che modera l’attrattiva dei piaceri e rende capaci di equilibrio nell’uso dei beni creati. Essa assicura il dominio della volontà sugli istinti e mantiene i desideri entro i limiti dell’onestà. La persona temperante orienta al bene i propri appetiti sensibili, conserva una sana discrezione, e non segue il proprio “istinto” e la propria “forza assecondando i desideri” del proprio “cuore” (Sir 5,2 ) [Cf  Sir 37,27-31 ]. La temperanza è spesso lodata nell’Antico Testamento: “Non seguire le passioni; poni un freno ai tuoi desideri” ( Sir 18,30 ). Nel Nuovo Testamento è chiamata “moderazione” o “sobrietà”. Noi dobbiamo “vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo” (  Tt 2,12 ).

La temperanza è una virtù sempre meno esercitata. Siamo una società di persone bulimiche. Non ci basta mai. Vogliamo tutto e subito. Siamo bulimici con il cibo, bulimici con le emozioni, bulimici di piacere e di sensazioni. Ingurgitiamo tutto, sperando così di riempire quella voragine di senso, quel desiderio di infinito che abbiamo dentro, anzi che Dio ci ha messo dentro perchè siamo creati a Sua immagine, lui che è infinito amore e quella nostalgia l’abbiamo come sigillo della nostra figliolanza. Siamo la società del desiderio, del desiderio che diventa bisogno e del bisogno che diventa diritto. Siamo soprattutto bulimici di piacere sessuale. Tutto nella nostra società ammicca al sesso. Lo fa la pubblicità, lo fanno i media ed è spesso presente nei discorsi al bar con gli amici. Abbiamo il cervello costantemente bombardato da stimoli sessuali. La temperanza sembra esssere esclusa dalla nostra società del carpe diem. Sa di vecchio e di clericalbigotto. Ogni lasciata è persa. Invece la temperanza è quantomai necessaria. La temperanza mette le cose al loro posto. Mette le giuste priorità in una relazione. La temperanza dice all’altro che non è importante per quello che ci dà o per le sensazioni che ci fa provare, ma è importante e amato semplicemente perchè è lui o è lei. E’ amato incondizionatamente. La temperanza, che nel matrimonio si concretizza con la scelta di avvalersi dei metodi naturali, permette agli sposi di amarsi e di mettere l’altro al primo posto. L’altro! Non il piacere che traiamo da lui/lei. Altrimenti se viene a mancare il piacere o ne troviamo uno maggiore altrove la relazione muore. Quanti si lasciano perchè non sentono più nulla? Troppi. La temperanza permette agli sposi di accogliersi totalmente e di non pretendere che l’altro/a rinunci a una parte del suo essere maschio (preservativo, coito interrotto) o femmina (pillola, spirale e altri) per assecondare il loro desiderio di piacere. La temperanza permette di rispettare completamente la persona amata. L’amore si dimostra anche sapendo rinunciare. Soprattutto oggi dove ogni sacrificio è uno scandalo da scansare.  Non sapete come si sente amata una donna quando il suo uomo è disposto ad aspettare qualche giorno pur di averla completamente senza dover rinunciare a nulla di lei, perchè lei è meravigliosa così com’è. Come invece si sente, presto o tardi, usata in caso contrario. La temperanza è una virtù che permette agli sposi di sviluppare altre forme di tenerezza e di unione. Permette agli sposi di spendere quella carica erotica che magari sentono e sprigionano per donarsi tenerezza in altro modo che non sfoci per forza nel sesso. Baci abbracci e carezze. Questo è un modo di prepararsi nella temperanza e nella verità all’amplesso quando sarà possibile viverlo. Questo è il modo che gli sposi cristiani possono ricercare per non vivere l’astinenza periodica come frustrante,ma al contrario renderla feconda e nutrimento per la relazione. Questa è la strada per vivere un matrimonio che non sia arido e che non scada nella noia e nell’abitudinarietà .

Antonio e Luisa

 

Sposi sacerdoti. Venga il mio diletto nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti. (52 articolo)

Lèvati, aquilone, e tu, austro, vieni,
soffia nel mio giardino
si effondano i suoi aromi.
Venga il mio diletto nel suo giardino
e ne mangi i frutti squisiti.

Ecco, alla fine ci siamo, siamo al momento più intenso, che gli sposi del Cantico, come tutti gli sposi della Terra, desiderano fin dall’inizio: l’abbraccio più abbraccio, l’abbraccio più completo, l’amplesso d’amore tra l’uomo e la donna, i quali per qualche minuto non sono solo un unico cuore ma anche un’unica carne, perché non c’è confine tra lui e lei, ma si è un noi anche nella geografia del corpo. Ma che  differenza di qualità e d’amore ci può essere in uno stesso gesto! L’amplesso può essere il segno tangibile più evidente della comunione tra gli sposi oppure il gesto più egoista e falso che possiamo vivere e far vivere alla persona che diciamo di amare. Se l’amplesso è il gesto culmine di un’esistenza fatta di tenerezza che non è una parola astratta, ma è molto concreta, è fatta di baci, carezze,  abbracci, parole dette e come sono dette, cura e attenzione, allora, e solo allora, tutto acquista un senso. Per l’uomo i preliminari diverranno un proseguire quell’insieme di attenzioni per l’amata, e non una scocciatura da fare per ottenere ciò che vuole. E per la donna non sarà più così difficile abbandonarsi alle attenzioni dello sposo. Dopo essere stata al centro delle attenzioni e dell’amore del marito, per lei sarà naturale donarsi fino in fondo. Vi rendete conto della differenza che c’è tra vivere la tenerezza e non viverla? Costanza Miriano, in un’intervista, asserisce che la maggior parte dei matrimoni arrivano dopo pochi anni al “deserto sessuale”. I rapporti diventano quasi nulli. Le statistiche sono impietose e le danno ragione. Cosa succede? Gli sposi non si amano più? E’ tutto molto più semplice. Non si è curata adeguatamente la relazione e la tenerezza che diventa bellezza nell’unione anche fisica. Gli sposi hanno vissuto i rapporti in maniera distonica: uomini dolci solo quando vogliono ottenere qualcosa e donne sempre meno disponibili a concederla, perchè non si sentono amate e rispettate, e quella dolcezza a singhiozzo del marito appare falsa e ipocrita.

Voglio concludere con un’immagine molto significativa. Don Carlo Rocchetta dice, con molta saggezza e conoscenza della nostra umanità, che uomo e donna sono sfasati. L’uomo ha bisogno dell’incontro sessuale per trovare il desiderio di essere tenero con la propria sposa, mentre la sposa, al contrario, ha bisogno di tenerezza e attenzione prima per avere il desiderio dell’incontro sessuale con il marito. Secondo don Carlo, difficile è iniziare, poi, si trasforma tutto in un circolo dell’amore, dove l’incontro sessuale diventa punto di partenza per l’uomo, che i giorni seguenti colmerà di attenzioni la propria sposa, e punto di arrivo per la donna che, essendo stata amata dal marito, si sentirà predisposta all’amplesso.

Antonio e Luisa

TENEREZZA

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro.21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore 30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito 38 Le piccole volpi che infestano il nostro amore. 39 Il mio diletto è per me. 40 Voglio cercare l’amato del mio cuore 41 Cos’è che sale dal deserto 42 Ecco, la lettiga di Salomone 43 I tuoi seni sono come due cerbiatti 44 Vieni con me dal Libano 45 Un giardino da curare 46 L’eros è un amore tenero 47 La tenerezza è amare come Dio ci ama 48 Mi hai rapito il cuore con un tuo sguardo 49 Fammi sentire la tua voce. Perchè la tua voce è soave 50 Mi baci con i baci della sua bocca 51 Quanti sono soavi le mie carezze sorella mia, sposa

Non invidiare ciò che non sei. Diventa ciò che sei.

Oggi voglio scrivere di quelle coppie che si sentono più inadeguate. Quelle che guardano la “perfezione” che hanno altre famiglie. Magari con un po’ di invidia. Si vedono brutti e incapaci. Spesso ci capita di vivere con un senso di inferiorità rispetto ad altre coppie il nostro essere famiglia. Non consideriamo mai a sufficienza che partiamo da due prospettive completamente diverse. La nostra famiglia la viviamo dall’interno, ne conosciamo benissimo limiti e pazzie. Tutte le famiglie, ripeto tutte, viste da vicino sono almeno un po’ pazze. Le altre famiglie le guardiamo da lontano, non viviamo la loro quotidianità ed intimità, e per forze di cose ci appaiono diverse da ciò che in realtà sono. Cerchiamo di concentrarci sulla nostra, ammirando le virtù e i pregi delle altre, senza per questo invidiarle. Ogni famiglia è bellissima e diversa. Ogni famiglia regala al mondo qualcosa di unico rispetto a qualunque altra. C’è quella con tanti figli, c’è quella che è risorta da situazioni di sofferenza e difficoltà, c’è quella che si prende cura degli anziani, c’è quella dove si vive fortissima l’unione e la solidarietà e così via. Non perdiamo tempo ad invidiare le qualità delle altre famiglie. Ammiriamole ma non scoraggiamoci, cerchiamo di tirare fuori il meglio dalla nostra senza imitare nessun altra, ma mantenendo la nostra unicità, che è poi la nostra bellezza che possiamo regalare al mondo.  Dio ci ha unito in una nuova creazione, ci ha fatto uno, perchè dalle nostre caratteristiche potesse nascere qualcosa che solo noi possiamo mostrare al mondo, poco importa se non siamo bravi come quella famiglia, se non siamo impeccabili come quell’altra, se la nostra casa è un casino, se i nostri figli urlano o se noi litighiamo. Se riusciamo ad essere ciò che Dio ha pensato per noi saremo bellissimi così, anche nei nostri difetti e nelle nostre fragilità. Per rafforzare quanto voglio esprimere vi presento un cortometraggio rielaborato da parte di due cari amici e sposi: Mirko e Sandra. Sono anche i coordinatori nazionali della nostra associazione (www.intercomunione.it)

Il corto è ambientato negli Stati Uniti durante gli anni delle grande depressione dopo la crisi del ’29.

E’ la storia di Will, interpretato da Nick Vujicic, l’uomo senza arti, rifiutato da tutti e finito in una fiera come fenomeno da baraccone. Deriso, sopravvive senza trovare un posto e un senso nella propria vita. Fino a quando Mendez, il direttore di un circo molto particolare, non entra in quella fiera e i loro sguardi si incontrano. Mendez è Dio, e quando ti guarda con quello sguardo carico di amore e di bellezza la tua vita cambia.

Il corto è stato riscritto in chiave di vita di coppia. E’ bellissimo e come dice Mendez (Dio): più ardua è la battaglia  più glorioso il trionfo. Dio è fiero di quelle coppie che riescono a vincere le difficoltà e le sofferenze della vita e a mostrare, attraverso la loro vita, Lui. Ed è così che potremo avvicinare questo mondo arido: non a forza di moralismi, ma con la leggerezza di una farfalla. Attraverso qualcosa di bello, anche attraverso la tua famiglia, Dio vuole dire al mondo qualcosa che solo voi potete mostrare in quel modo e in quella prospettiva, perché ogni famiglia è diversa. Fidati di lui, lui si fida già di te.

Buona visione…

Virtù e matrimonio. La fortezza (7 articolo)

Ed eccoci alla terza virtù cardinale e penultima delle 7 (tra teologali e cardinali). Come consuetudine la introduciamo con quanto possiamo leggere nel Catechismo, in particolare al punto 1808:

La fortezza è la virtù morale che, nelle difficoltà, assicura la fermezza e la costanza nella ricerca del bene. Essa rafforza la decisione di resistere alle tentazioni e di superare gli ostacoli nella vita morale. La virtù della fortezza rende capaci di vincere la paura, perfino della morte, e di affrontare la prova e le persecuzioni. Dà il coraggio di giungere fino alla rinuncia e al sacrificio della propria vita per difendere una giusta causa. “Mia forza e mio canto è il Signore” (  Sal 118,14 ). “Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo” (  Gv 16,33 ).

Giunti quasi alla fine di queste riflessioni risulta sempre più evidente come tutte le virtù siano legate l’una all’altra. La fortezza è vivere ciò che siamo nonostante noi, nonostante le nostre ferite, nonostante i nostri peccati, nonostante le nostre cadute, nonostante il nostro continuo sentirci inadeguati e incapaci. Nonostante la nostra famiglia non sia così perfetta come avremmo voluto e abbiamo chiesto a Dio il giorno delle nozze. La nostra famiglia è una piccola chiesa domestica. Non è diversa dalla grande Chiesa di Gesù. E’ santa perchè appartiene a Gesù, perchè è abitata da Gesù, perchè è redenta e salvata da Gesù, ma nel contempo è anche peccatrice ed imperfetta perchè ci siamo anche noi sposi con tutti le nostre miserie. La fortezza è quindi la virtù che ci permette di perseverare e di non mollare mai. La fortezza ha però un presupposto. Dobbiamo essere consapevoli di ciò che siamo, ciò che siamo chiamati ad essere. Siamo chiamati ad essere volto dell’amore misericordioso di Dio. Siamo relazione che nell’imperfezione dell’amore umano mostra la perfezione di chi è capace di perdonare sempre. Siamo persone capaci di Dio, capaci cioè di amare senza condizioni e senza limite se non dare tutto. Amore quindi che non si risparmia. La fortezza capite bene come si leghi benissimo alla giustizia di cui ho parlato nel precedente articolo. La giustizia è la consapevolezza di dover dare tutto e la fortezza è la virtù che ci dona la forza di farlo. La fortezza è la virtù che è maggiormente manifestata e concretizzata da quegli sposi e quelle spose che restano fedeli al coniuge nonostante siano stati abbandonati. Persone che hanno nel cuore tanta sofferenza, hanno ferite e cicatrici che difficilmente riusciranno a sanare, ma vanno avanti perchè sono consapevoli di ciò che sono. Sono consapevoli che il loro non è un matrimonio fallito. E’ un matrimonio che fa soffrire, ma non fallimentare. Stanno perseverando e si stanno preparando in questo modo all’incontro con Gesù che è lo scopo di ogni matrimonio. Senza arrivare a queste situazioni la fortezza è virtù fondamentale in tutte le famiglie anche quelle serene e unite. La fortezza è allenare la nostra capacita di sopportare la fatica che caratterizza la vita di tanti sposi e genitori. Io, come penso anche voi che leggete, dopo anni di matrimonio, di allenamento giornaliero, sono molto più. La fortezza richiama alla memoria anche il castello fortificato, con mura possenti e alte torri. E’ un’immagine bellissima. La virtù della fortezza ci permette non di difenderci da invasori esterni. Nulla di tutto questo. Ci permette di conservare all’interno delle mura della nostra vita ciò che è buono. Ci permette di non dilapidare il tesoro che c’è in noi. Ci permette di conservare la verità anche quando le difficoltà, le sofferenze e le fatiche ci spingono fuori da una vita fatta di amore autentico e di relazione con Gesù.

A volte la fortezza non basta, ma non disperiamo. Noi sposi abbiamo la Grazia sacramentale che ci dona tutto ciò che serve per avere tutta la forza di cui abbiamo bisogno per non mollare. Noi dobbiamo mettere ciò che abbiamo proprio crescendo in fortezza. Il resto lo farà Dio.

Antonio e Luisa

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“La crostata di mele”, ovvero “il litigio vien mangiando”

…di Pietro Antonicelli e Filomena Scalise dal Blog “Sposi&Spose di Cristo”

“Sai cucinare?” le domandò Brontolo.

“Certo, so fare anche la crostata di mele!” replicò Biancaneve!

“La crosmata di tele, la crostata di mele”, farfugliò Dotto mentre immaginava i manicaretti che le avrebbe preparato Biancaneve.

E già. Biancaneve è bella, ma la crostata di mele è buona.

Non tutti sanno però che Biancaneve un giorno preparò il suddetto dolce ma usò ingredienti diversi da quelli che sempre aveva utilizzato la mamma dei 7 nani, e fu così che nella piccola casetta in cui un tempo si era esclamato: “Come è bella Biancaneve!”, un giorno i 7 nani, capitanati da Brontolo e dal suo nasone, fecero udire ai passerotti e ai cervi del bosco parole del tipo:

“Ma tu non capisci niente di cucina!!!!!!!!!!! Nostra madre si che sapeva preparare la crostata di mele!!! Non come questa schifezza che hai preparato tu!!!”.

E senza farla lunga, Biancaneve replicò alla squadra dei piccoli nani:

“Allora fatevela cucinare da vostra maAaAadre questa maledetta crostata di mele! Però ditele anche di venirvi a rammendare i calzini che IOOO vi lavo, a lucidare gli stivali che IOOOO vi lucido, a strofinare le pentole che IIIIOOOOO strofino e soprattutto a sopportarvi…piccola squadra di brontoloni e puzzolenti che non siete altro!!!”.

E dopo aver detto ciò, come tutte le protagoniste delle migliori favole, Biancaneve pianse e poi svenne.

I nani allora, che non avevano digerito né la crostata di mele, né la storia degli insulti inerenti la loro madre, misero la poverina in una teca di vetro e la buttarono fuori di casa, che ovviamente era di loro proprietà…ereditata dalla madre.

Poi Biancaneve incontrò il Principe Azzurro, lo sposò e si ritrovò poco dopo a preparare la crostata di mele per suo marito; ma anche qui, ancora una volta, l’aveva preparata con ingredienti differenti rispetto a quanto dettato dalla ricetta della Regina Azzurra (madre del principe, ndr) e anche lì, al palazzo reale, si udirono parole sconvenienti e inadeguate ad un luogo tanto nobile.

Morale della favola n°1?

Tua moglie non potrà mai cucinare come cucinava tua “maAaAaAdre”, ma è proprio questo a cui siamo chiamati come sposi: amare la persona che abbiamo sposato senza paragonarla ai nostri genitori che erano certamente degli eroi e grandi cuochi, ma non sono loro che noi abbiamo sposato.

Morale della favola n° 2?

Non fossilizziamoci su quanto ci sembra un difetto del nostro coniuge, ma cerchiamo di avere su di lei/lui uno sguardo di tenerezza che sappia riconoscere i pregi e le qualità che inevitabilmente ha ricevuto dal Creatore. Biancaneve, ad esempio, canta benissimo e i 7 nani non sono così bassi…e il principe azzurro ha degli occhi bellissimi anche quando fa’  arrabbiare sua moglie.

Amare il proprio sposo, la propria sposa così com’è: ed è allora che………

“VISSERO TUTTI FELICI & CONTENTI” 

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Non potrei mai amare una donna di 50

Una notizia circolava sui media e sulla rete qualche giorno fa. Le parole di un certo Yann Moix, che dicono essere un noto scrittore e sceneggiatore francese, hanno fatto molto discutere. Una di quelle notizie frivole che ci mettono un secondo a fare il giro del mondo. In un’intervista alla rivista Marie Claire il bel cinquantenne ha dichiarato:

Potrebbe mai amare una donna di 50 anni?“, “Ah no, non esageriamo, è impossibile“. “Ma si rende conto che è orribile?”, domanda allora la giornalista. E lui risponde: “Dico la verità, a 50 anni non potrei mai amare una donna di 50”. “Ma perché?”, continua l’intervistatrice. “Le trovo troppo vecchie, forse quando avrò 60 anni ne sarò capace, allora una donna di 50 mi sembrerà giovane”. A dire queste frasi in un’intervista a Marie Claire è lo scrittore francese Yann Moix, che di anni ne ha proprio 50 e non è certo Brad Pitt. Non contento, poi ha rincarato la dose:  “Le 50enni per me sono invisibili, preferisco i corpi della donne giovani, tutto qua. Punto. Il corpo di una donna di 25 anni è straordinario, quello di una donna di 50 anni non lo è affatto”. 

E’ impossibile! Per Yann è impossibile. Perchè? Il corpo di una donna di cinquantanni è brutto. Non è desiderabile, anzi probabilmente crede sia orrendo. Quello di una venticinquenne è perfetto. Non è più acerbo e non è ancora passato. E’ al culmine della bellezza.

Stanno davvero così le cose? Mi sento chiamato in causa. Io ho sposato Luisa nel 2002. Io avevo 27 anni e lei 35. Fate voi i conti. Lei ora ha passato i cinquanta mentre io sono ancora abbondantemente al di sotto. Eppure mi piace più ora di prima. Non sono impazzito e ci vedo ancora bene. Le gravidanza e il tempo hanno lasciato segni visibili, eppure è meravigliosa. E’ l’amore che rende tutto più bello. Capite bene che anche tutto l’amore che noi doniamo al nostro coniuge diventa bellezza che trasfigura il nostro corpo e lo rende bello. Almeno ai suoi occhi. Trasfigurare, andare oltre la forma per mostrare attraverso il corpo una ricchezza che lo supera e rende visibile ciò che non è visibile: l’amore. Perchè la mia sposa mi sembra ogni giorno più bella? E’ fuori da ogni logica. Passa il tempo, il corpo si lascia andare poco alla volta. Non è più nel pieno della sua giovinezza come quando l’ho conosciuta, eppure mi appare più bella ora. Come è possibile? Non può comprendere questa logica se non chi ama e fa esperienza dell’amore. L’amore cambia le persone. Ha cambiato il suo corpo. Lo cambia perchè lo arricchisce di tutta la dolcezza e l’accoglienza che l’amore vissuto può regalare. Anche la Madonna  a Medjugorje, durante un’apparizione disse: Io sono bella perché amo. Se volete diventare belli, amate e non avrete tanto bisogno dello specchio. Non importa se crediate o meno a queste apparizioni. Questa frase è autenticamente vera. L’amore cambia anche il mio sguardo. Il mio sguardo non è quello di qualsiasi altro. Il mio è arricchito di tutte la vita insieme, dei momenti belli e di quelli brutti, di tutti i perdoni, i dialoghi, i gesti di servizio e di tenerezza, è anche arricchito di tutti i momenti di intimità, è arricchito dalla nostra preghiera di coppia che è intimità spirituale, è arricchito  dall’amplesso che è la massima intimità corporale tra due sposi. Tutti questi anni anni in cui ci siamo donati l’uno all’altra mi permettono di vedere la mia sposa con uno sguardo diverso. Come photoshoppato. Io non vedo quello che vedono gli altri, vedo la bellezza del suo corpo trasfigurato, arricchito di tutto ciò che lei è, nel suo profondo. Un mistero che non smetto mai di scoprire e che mi rende la vita accanto a lei una meraviglia.

Non mi sento più povero di Yann Moix. Mi sento più ricco. Probabilmente non ha trovato, nella sua vita, che donne che non gli hanno dato nulla oltre il corpo. Più facilmente lui non è stato capace di accogliere, da quelle donne, null’altro che il corpo. In realtà il povero è lui. Io non ho bisogno di cercare sempre nuovi corpi per trovare la bellezza che altrimenti non saprei scorgere. Grazie all’amore che rende tutto sempre nuovo e diverso riesco a scorgere la bellezza quella vera, quella che va oltre un corpo, ma che si trasfigura nel corpo. Non mi sto accontentando. Al contrario sto assaporando la bellezza autentica che si scopre solo con una vita passata insieme e nel dono reciproco del nostro amore.

Antonio e Luisa

Virtù e matrimonio. La giustizia (6 articolo)

La virtù della giustizia nel matrimonio è davvero straordinaria. Introduciamola con quanto scrive il Catechismo al punto 1807

La giustizia è la virtù morale che consiste nella costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto. La giustizia verso Dio è chiamata “virtù di religione”. La giustizia verso gli uomini dispone a rispettare i diritti di ciascuno e a stabilire nelle relazioni umane l’armonia che promuove l’equità nei confronti delle persone e del bene comune. L’uomo giusto, di cui spesso si fa parola nei Libri sacri, si distingue per l’abituale dirittura dei propri pensieri e per la rettitudine della propria condotta verso il prossimo. “Non tratterai con parzialità il povero, né userai preferenze verso il potente; ma giudicherai il tuo prossimo con giustizia” (  Lv 19,15 ). “Voi, padroni, date ai vostri servi ciò che è giusto ed equo, sapendo che anche voi avete un padrone in cielo” ( Col 4,1 )

Semplice non è vero? Dare a Dio e al prossimo ciò che gli è dovuto. Nel matrimonio non c’è possibilità di sbagliare. Abbiamo dato a Dio il nostro matrimonio e abbiamo donato al nostro coniuge la nostra vita. La giustizia nel matrimonio è non venire meno alla promessa. Noi apparteniamo a Dio attraverso il libero dono di noi stessi all’altro/a, dono rinnovato ogni giorno. La nostra relazione è quindi sacra. Non ci appartiene più ma è offerta a Dio. Ogni volta che quindi non vivo con questo atteggiamento la mia relazione non sono giusto, non c’è giustizia nelle mie azioni, nelle mie parole e nei miei gesti. Noi spesso non abbiamo questa percezione della giustizia. Siamo portati a valutare un rapporto giusto quando pesiamo quello che diamo e quello che riceviamo, come su una bilancia. Se la bilancia pende troppo dalla nostra parte significa che non c’è giustizia e che quindi possiamo tirarci indietro. Crediamo di averne tutto il diritto. Questo ci insegna tutto il mondo che ci circonda. Gesù è straordinario anche in questo. Ci ha insegnato che l’amore chiede tutto. Chi ama non può pesare e dare un prezzo al suo amore. La giustizia di Gesù ci chiede di donarci senza riserve al nostro coniuge e per il bene della nostra famiglia. La giustizia ci chiede di darci senza condizioni e senza scuse di sorta. Abbiamo promesso di amare e onorare il nostro coniuge tutti i giorni della vita senza nessuna condizione. Quindi anche in quei casi in cui il coniuge disattende la sua promessa la giustizia ci chiede di dargli comunque tutto. Noi nel matrimonio siamo consacrati, resi di Dio. E quando ci vengono brutti pensieri, quando ci sembra che l’altro non meriti il nostro amore e che la bilancia dell’impegno, della cura e dell’amore donato pesi troppo dalla nostra parte ricordiamoci che non è così. Ricordiamoci che dall’altra parte, sull’altro piatto della bilancia non c’è soltanto l’amore che ci dona il nostro sposo o la nostra sposa, che forse è davvero misero. Ricordiamoci che sull’altro piatto c’è anche tutto l’amore di Gesù per noi, c’è la sua morte in croce per noi, c’è il suo sacrificio che ci ha salvato. E allora dai, coraggio,  forse cominciamo a capire che la giustizia è davvero dare ogni cosa di noi nonostante tutto e tutti.

Antonio e Luisa

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Dall’Eucarestia al matrimonio.

Carlo Rocchetta ci offre nel suo La mistica dell’intimità nuziale tantissimi spunti per poter riflettere sulla sacralità e grandezza dell’unione sponsale che ci caratterizza. In particolare oggi vorrei soffermarmi sul rapporto molto stretto tra Eucarestia e matrimonio. Due sacramenti, per certi versi, molto simili e strettamente legati tra loro nella realizzazione della vita di due sposi cristiani. Di per sè il rito del matrimonio non avrebbe bisogno dell’Eucarestia. Se il rito è sempre inserito in una celebrazione eucaristica è proprio per significare come l’unione sponsale sia direttamente collegata e sostenuta dall’Eucarestia.

Carlo Rocchetta, in particolare, ci invita a riflettere su questo legame molto stretto guardandolo nella sua duplice direzione. Dall’Eucarestia al matrimonio e dal matrimonio all’Eucarestia.

Dall’Eucarestia al matrimonio

Introduciamo questa prima relazione  con un passaggio di Familiaris Consortio:

L’Eucaristia è la fonte stessa del matrimonio cristiano. Il sacrificio eucaristico, infatti, ripresenta l’alleanza di amore di Cristo con la Chiesa, in quanto sigillata con il sangue della sua Croce (cfr. Gv 19,34). E’ in questo sacrificio della Nuova ed Eterna Alleanza che i coniugi cristiani trovano la radice dalla quale scaturisce, è interiormente plasmata e continuamente vivificata la loro alleanza coniugale. In quanto ripresentazione del sacrificio d’amore di Cristo per la Chiesa, l’Eucaristia è sorgente di carità. E nel dono eucaristico della carità la famiglia cristiana trova il fondamento e l’anima della sua «comunione» e della sua «missione»: il Pane eucaristico fa dei diversi membri della comunità familiare un unico corpo, rivelazione e partecipazione della più ampia unità della Chiesa; la partecipazione poi al Corpo «dato» e al Sangue «versato» di Cristo diventa inesauribile sorgente del dinamismo missionario ed apostolico della famiglia cristiana.

Cosa significa? Due sposi cristiani celebrando il loro matrimonio consegnano se stessi a Dio per portare a termine un grandissimo compito: incarnare il dinamismo pasquale. La loro vita diventa immagine del sacrificio di Cristo. La loro alleanza è immagine della nuova alleanza di Gesù, alleanza stretta sulla croce. E’ così che ogni gesto oblativo, cioè di dono, che gli sposi si offrono l’uno all’altro diventa segno del dono di Cristo. Ogni gesto diventa gesto pasquale, gesto di salvezza per se stessi e per il mondo intero. Anche il dono del corpo nell’intimità sessuale riveste questo significato profondo. Offrire se stessi completamente, anche nel corpo, come Gesù fece sulla croce. Certo si spera che il nostro sia più piacevole e desiderato.

Capite bene come l’Eucarestia debba avere un posto imprescindibile nella vita degli sposi. Questo per tre motivi. Motivi che don Carlo ci spiega molto bene:

  • Sostegno – dimensione verticale. L’Eucarestia è nutrimento per la coppia. E’ sorgente di forza e Grazia. L’Eucarestia è quindi la comunione con Gesù che ci permette la comunione tra noi. Lui è la vite e noi i tralci. Tralci uniti attraverso l’unica vite, che è Gesù.
  • Crescita – dimensione orizzontale. L’eucarestia permette agli sposi di crescere giorno dopo giorno. Permette loro di essere sempre più aderenti alla profezia che la loro unione rappresenta per il mondo intero. Gli sposi, come un negativo fotografico all’inizio del loro matrimonio non sono spesso capaci di mostrare l’amore di Dio. Di mostrare al mondo come Dio ama.  Più però crescono nella loro unione e più sviluppano, come una stampa fotografica,  una vera immagine sempre più comprensibile e ricca di colori e sfumature.  Il negativo contiene già tutto ma solo  in potenza. Sta a noi sviluppare in pienezza ciò che siamo.
  • Memoria – dimensione escatologica.  L’Eucarestia ci aiuta a ricordare come siamo parte di una storia di salvezza. Siamo una comunità di Grazia in cammino verso il Regno di Dio.

Cercare e credere nell’Eucarestia permette agli sposi di riconoscersi parte di una relazione redenta. Una relazione che nasce nell’amore umano e si perfeziona nel mistero pasquale. Certo un dono grande che va migliorato, custodito e perseguito sempre più nel tempo. Per questo l’Eucarestia è fonte del matrimonio cristiano. Nel prossimo articolo vedremo come sia anche vertice in un cerchio meraviglioso che si chiude.

Antonio e Luisa

La vostra fedeltà è il vostro oro.

La Chiesa, durante la solenne ottava della Epifania, ripete nella sua liturgia le parole dei Magi: «Abbiamo veduto in Oriente la stella del Signore e siamo venuti con doni ad adorarLo» (cfr. Matth., II, 2 e II). Anche voi, o diletti sposi novelli, quando scambiavate dinanzi a Dio ai piedi dell’altare le vostre promesse, avete veduto un firmamento pieno di stelle che illuminano il vostro avvenire di radiose speranze, ed ora siete venuti qui per onorare Dio e ricevere la benedizione del Suo Vicario in terra, portando ricchi doni.

Quali sono questi doni? Noi ben sappiamo che il vostro equipaggio non presenta il lusso che la tradizione e l’arte da secoli attribuiscono ai Re Magi: seguito di servi, animali sontuosamente bardati, tappeti, essenze rare, e, come doni per Gesù Bambino, l’oro, probabilmente quello di Ophir, che già Salomone apprezzava (III Reg., IX, 28), l’incenso e la mirra: doni ricevuti da Dio, perché tutto ciò che una creatura può offrire è un dono del Creatore. Anche voi nel matrimonio cristiano avete ricevuto da Dio tre beni preziosi, enumerati da S. Agostino : la fedeltà coniugale (fides), la grazia sacramentale (sacramentum), la procreazione dei figli (proles); tre beni, che voi alla vostra volta dovete offrire a Dio, tre doni simboleggiati nelle offerte dei Magi.

I) La vostra fedeltà è il vostro oro, o piuttosto un tesoro preferibile a tutto l’oro del mondo. Il sacramento del matrimonio vi dà i mezzi di possedere, di aumentare anzi questo tesoro; offritelo a Dio, perché vi aiuti a meglio conservarlo. L’oro per la sua bellezza, per il suo splendore, per la sua inalterabilità, è il più prezioso dei metalli; il suo valore serve di base e di misura per le altre ricchezze. Così pure la fedeltà coniugale è la base e la misura di tutta la felicità del focolare domestico. Nel tempio di Salomone, per evitare l’alterazione dei materiali, non meno che per abbellire l’insieme, non vi era parte alcuna che non fosse ricoperta d’oro (III Reg., VI, 22). Parimenti l’oro della fedeltà, per assicurare la saldezza e lo splendore della unione coniugale, deve come investirla e avvilupparla tutta intera. L’oro, per conservare la sua bellezza e il suo splendore, deve essere puro. Al medesimo modo, la fedeltà fra gli sposi deve essere integra e incontaminata; se comincia ad alterarsi, è finita la fiducia, la pace, la felicità.

Degno di lamento è l’oro — come gemeva il Profeta (Gerem. Thren., IV, I) — che si è oscurato ed ha perduto il suo splendente colore; ma più lagrimevoli ancora sono gli sposi, la cui fedeltà si corrompe; il loro oro, diremo con Ezechiele (VII, 19) Si tramuta in immondizia, tutto il tesoro della loro bella concordia si disgrega in una desolante mescolanza di sospetti, di diffidenza, di rimproveri, per finire troppo spesso in mali irreparabili. Ecco perché la vostra prima offerta al neonato divino deve essere la risoluzione di una costante e attenta fedeltà alle vostre promesse matrimoniali.

2) I Magi portarono a Gesù anche l’incenso odoroso. Coll’oro lo avevano onorato come Re; coll’incenso rendevano omaggio alla Sua divinità. Anche voi, o sposi cristiani, avete un’offerta ricca di soave profumo da fare a Dio, e per la quale il sacramento del matrimonio vi apporta i mezzi necessari. Questo profumo, che spargerà una dolce fragranza in tutta la vostra vita, e che delle vostre opere giornaliere, anche le più umili, farà altrettanti atti capaci di procurarvi nel cielo la visione intuitiva di Dio, questo incenso invisibile ma reale, è la grazia soprannaturale. Tale grazia, conferitavi dal battesimo, rinnovata colla penitenza, aumentata coll’Eucaristia, vi è stata data a un titolo speciale dal sacramento del matrimonio con nuovi aiuti corrispondenti ai vostri nuovi doveri. E così voi divenite più ricchi ancora che i Magi. Lo stato di grazia è più che un soave profumo, sia pure intimo e penetrante, che dia alla vostra vita naturale un aroma celeste; è una vera elevazione delle vostre anime all’ordine soprannaturale, che vi rende partecipi della divina natura (II Petr., I, 4). Quale cura dovete dunque avere per conservare ed anzi per accrescere un simile tesoro! Offrendolo a Dio, voi non lo perdete, ma piuttosto lo affidate al migliore e più sicuro custode.

3) Finalmente i Magi, volendo onorare in Gesù non solo il Re e il Dio, ma anche l’uomo, gli presentarono in dono la mirra, vale a dire una specie di gomma resina, della quale gli antichi, specialmente gli Egiziani, si servivano per conservare i resti di coloro che avevano amato. Forse voi potrete essere sorpresi che in questo aroma Noi vediamo il simbolo della vostra terza offerta, del terzo bene del matrimonio cristiano, che è il dovere e l’onore della prole. Eppure notate che in ogni nuova generazione continua e si prolunga la linea avita. I figli sono la immagine vivente e come la risurrezione degli avi, i quali, attraverso la generazione presente, tendono la mano a quella di domani. In essi voi vedrete rivivere e agire innanzi a voi, spesso cogli stessi lineamenti del volto e della fisionomia morale, e specialmente colle loro tradizioni di fede, di onore e di virtù, la duplice serie dei vostri antenati. In tal senso la mirra conserva, perpetua, rinnovella incessantemente la vita di una famiglia. Giacché la famiglia è come un albero dal tronco robusto e dal fogliame rigoglioso, di cui ogni generazione forma un ramo. Assicurare la continuità della sua crescita è un tale onore, che le famiglie più nobili e più illustri sono quelle il cui albero genealogico estende più profondamente le sue radici nella terra avita.

È ben vero che l’adempimento di questo dovere, talvolta più che quello dei due precedenti, ha le sue difficoltà. La mirra, questa sostanza conservatrice e preservatrice, è di sapore amaro; i naturalisti, a cominciare da Plinio, lo insegnano e il nome stesso lo insinua. Ma questa amarezza non fa che aumentare le sue virtù benefiche. Nell’antico Testamento la si vede adoperata come profumo (Cant., III, 6); i suoi fiori sono un simbolo di amore puro ed ardente (Cant., I, 12). Nel Santo Vangelo si legge che i soldati porsero al divino Crocifisso da bere vino mescolato con mirra (Marc., XV, 23), bevanda che si soleva dare ai giustiziati per attenuare alquanto i loro dolori. Altrettanti simbolismi, che voi potete meditare.

Per non fermarCi qui che ad un solo : le innegabili difficoltà, che una bella corona di figli porta con sé, soprattutto nei nostri tempi di vita cara e in famiglie poco agiate, esigono coraggio, sacrifici, talvolta eroismo. Ma, come l’amarezza salutare della mirra, così questa asprezza temporanea dei doveri coniugali, innanzi tutto, preserva gli sposi da una grave colpa, funesta fonte di rovina per le famiglie e per le nazioni. Inoltre queste stesse difficoltà coraggiosamente affrontate, assicurano loro la conservazione della grazia sacramentale e una abbondanza di soccorsi divini. Finalmente esse allontanano dal focolare domestico gli elementi avvelenati di disgregazione, quali sono l’egoismo, la costante ricerca del benessere, la falsa e viziata educazione di una prole volontariamente ristretta. Quanti esempi intorno a voi vi faranno invece vedere una sorgente anche naturale di letizia e di mutuo incoraggiamento negli sforzi compiuti dai genitori per procurare il cibo quotidiano a una cara e numerosa figliolanza, venuta alla luce sotto lo sguardo di Dio nel nido familiare!

Ecco, o diletti sposi novelli, i tesori che avete ricevuto da Dio e che, in questa settimana della Epifania, voi stessi potete offrire al celeste Bambino del presepio, colla promessa di adempire coraggiosamente i doveri del matrimonio.

Come Magi in cammino

Un mio articolo dell’anno scorso. Mi ha fatto piacere rileggerlo e vorrei condividerlo con voi.

Il cammino dei magi può essere letto anche come una trasposizione della nostra vita matrimoniale, della nostra vocazione all’amore. Ripercorrendo il loro viaggio possiamo trovare la mappa del nostro.

 1) I magi come prima cosa decisero lo scopo del loro viaggio. Conoscevano bene la Parola di Dio  e fecero di quel viaggio lo scopo della loro vita. Volevano adorare il Re. “Siamo venuti per adorarlo” (Mt 2:2). I fidanzati fanno lo stesso. Sentono attrazione e simpatia vicendevole, ma non devono ridurre tutto solo alla sola emozione. Un cristiano non vive alla giornata senza progettare e programmare alla luce della fede in Dio e del progetto di Dio sulla sua vita. La relazione si deve leggere agli occhi della salvezza, nella sua dimensione escatologica, i fidanzati devono cercare in quella relazione il realizzarsi della loro vocazione. Vocazione che è la nostra personalissima modalità di risposta all’amore di Dio.

Non basta decidere di partire, 2) si deve preparare il viaggio.  I magi non erano persone stravaganti che così, ad un tratto, decidono di mettersi in viaggio senza sapere dove andare. Tutt’altro è il loro atteggiamento. Essi saggiamente, prima di partire, hanno fissato la meta che avrebbero dovuto raggiungere, preparando ogni cosa con cura e prendendo ogni informazione necessaria per poterla raggiungere. Il fidanzamento è la preparazione del viaggio. Serve a conoscersi e conoscere Dio insieme. Serve a parlare dei desideri, della propria idea di matrimonio, dei figli, delle aspirazioni personali. Questo è preparare il viaggio che sarà il nostro matrimonio. La nostra meta sarà trovare finalmente Gesù nella nostra unione e, alla fine, nell’abbraccio eterno con Lui.

I Magi sono partiti quando hanno avuto 3) una guida sicura per raggiungere la meta. Per raggiungere il Salvatore. Seguirono la stella con fiducia e costanza, fissando lo sguardo e facendone bussola del loro viaggio. Il matrimonio è un  sacramento della Chiesa cattolica. La nostra stella è lo Spirito Santo che scende nella nostra unione e ci plasma. La nostra stella è anche la Chiesa. Solo all’interno di essa saremo sicuri di non sbagliare strada. La Chiesa con il suo insegnamento, i suoi documenti, la sua tradizione e i suoi pastori ci aiuta a rimanere nei giusti binari del bene e della verità e a non deragliare.

4) I magi partirono senza aspettare, senza paura ed esitazione.  All’apparire della stella, i magi partirono senza esitare. Lasciarono prontamente tutte le cose del loro mondo: la propria dimora, la propria terra, i propri parenti, i propri amici, per andare ad adorare il Signore. Lo scopo che si erano prefissati riempiva totalmente il loro cuore, la loro anima e la loro mente ed è per questo che non esitarono. Quanti uomini e donne aspettano. Quanti uomini e donne esitano e non cominciano il viaggio per paura. Solo accettando la sfida e abbandonando le nostre sicurezze per iniziare il viaggio, che è tutto il nostro matrimonio, potremo essere felici e realizzare la nostra vocazione

5) I Magi non si lasciarono turbare dagli eventi.  Arrivati a Gerusalemme probabilmente non videro più la stella ed allora, come strumenti nelle mani di Dio, si fermarono e, tramite il colloquio con Erode, annunciarono a coloro che avrebbero dovuto attenderlo, che era nato il loro Messia. Quale sarà stato il loro turbamento nel vedere che, pur conoscendo dove doveva nascere, nessuno lo aspettava e meno che mai nessuno pensava di rendergli l’omaggio dovuto?!?
Impariamo dai magi, i quali rimasero fermi nel loro proponimento e non si lasciarono coinvolgere dai turbamenti esterni, ma proseguirono il loro viaggio con un cuore pieno di ardore verso Dio. Anche noi sposi nella nostra vita sperimenteremo l’aridità, la sofferenza, la divisione e il lutto, ma se avremo fiducia in Dio ritroveremo la strada e la stella e allora

6) sperimenteremo la vera gioia. Quando i magi ripartirono da Gerusalemme, videro che la guida sicura mandata da Dio era di nuovo apparsa nel cielo, ed essa li guidò fino a Betlemme, dove era Gesù e lì si fermò; allora si rallegrarono di grandissima gioia.

Sì,  perchè vivere alla presenza di Gesù è meraviglioso, amare la propria sposa in Gesù è un’esperienza che riempie e dona forza e sostegno. Il cammino è già una meta. Il matrimonio è un bellissimo viaggio, un’avventura meravigliosa che ci porterà a desidera sempre di più l’incontro con Gesù e alla fine del viaggio al suo incontro ed eterno abbraccio.

Antonio e Luisa.

Con gli occhi dei bambini

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Penso alle feste di questi mesi freddi d’inverno, al Natale appena passato, al nuovo anno che si presenta sulla soglia, all’Epifania che ancora ci attende. Immagino le nostre case, le nostre tavole, i giardini decorati e le finestre illuminate per accogliere amici e parenti.

Sono infinite e tutte diverse le famiglie, le coppie e anche chi è solo ad aver brindato, festeggiato e ringraziato durante le Feste. Il periodo ideale per vivere il riposo dal lavoro e la vicinanza ai propri cari, serena e spoglia di impegni. Questo per chi può ed è nella condizione di poter essere a casa, nel proprio Paese.

Si tratta di uno sguardo che tuttavia si posa sempre ad “altezza adulta”, rivolto ai grandi e al mondo di chi bambino più non lo è. Credo che pensare al Natale e alle famiglie significa anche saper guardare secondo un’altra prospettiva. Non solo per riempire la mente e le mani con tutto ciò che materialmente è necessario, ma non sufficiente, nella vita dei nostri piccoli. Loro che in questi giorni avranno scartato i regali, decorato l’albero e preparato il presepe per la notte che ha portato la vera Luce nel mondo. Quelle piccole manine e quei cuori infantili circondati molto spesso da tanto affetto, a volte sanno essere per noi grandi un mistero insondabile. Non così totalmente lieti come vorremmo credere e così totalmente fragili e vulnerabili.

Leggere alcune poesie che i bambini e le bambine sanno comporre può essere un valido aiuto per disincantare lo sguardo e porsi alla giusta altezza. Senza il timore che questo comporti il vizio o la debolezza genitoriale. Si legge in “Ma dove sono le parole?”, una raccolta di poesie scritte dai bambini delle periferie multietniche di Milano, che cos’è l’addio?. Sara, italiana, di 9 anni prova a rispondere:

La sua pelle ruvida è scomparsa

la rete che ci separa è trasparente,

profumata,

di un colore verde,

che certe volte sembra blu.

Il nostro addio è elastico,

forse un giorno ci ritroveremo.

Addio.

Quanta bellezza e sapienza, unite alla malinconia e al dolore che nei piccoli rischiano di essere schiacciati perché inopportuni o troppo scomodanti e spiazzanti. Penso che qui si giochi una partita decisiva nell’essere famiglia di sposi e genitori che devono provare a scegliere, ogni giorno, quale sguardo riversare e manifestare lì dove più conta. Non solo tra colleghi, amici e nei gruppi di volontariato ma nella cura sollecita dei propri figli. Ingenui, dolci e sfidanti nello stesso tempo. Con il loro repertorio unico di bambini che crescono e imparano con grande curiosità.

Leggendo ancora le loro parole non si può che restarne ammirati. Sempre in “Ma dove sono le parole?”, Christian 10 anni filippino scrive questa poesia per “i grandi”:

Grazie per la sedia

ed avermi dato una casa,

io sono piccolo, ma dentro

sono gigante che è sbocciato

da una briciola.

A Betlemme – la casa del pane – una briciola, una piccola vita, fu l’inizio di una nuova gigantesca rivoluzione che puntò dritta al cuore dell’uomo. Oggi i bambini sono ancora quella stessa rivoluzione che si rivolge ai cuori, a volte stanchi e spenti, di noi adulti. Amare con tenerezza i nostri piccoli, non sempre così sereni, può essere davvero quel miracolo capace di modellare la nostra vita perché sia feconda e vera.

Federica

* Le poesie sono tratte da “Ma dove sono le parole?” di C.L. Candiani e A. Cirolla edito da Effigie edizioni, Milano 2015 – pagg 92 e 111.

8 piccoli passi possibili: il Pollice verde per la Felicità Matrimoniale

..di Pietro Antonicelli e Filomena Scalise.

Carissimi, eccoci al nostro appuntamento settimanale!

E’ vero, siamo in pieno inverno…ma non c’è freddo e gelo che tenga per poter compiere questi semplici e piccoli passi pratici per un buon raccolto! Cosa si coltiva? Scopritelo!

Primo passo possibile:

Predisporre il terreno della vostra vita ad accogliere i semi della felicità prestando attenzione all’esposizione: serve molta Luce di Dio!

 

Secondo passo possibile:

Zappettate accuratamente con la volontà e la voglia di partire…di andare lontano insieme al vostro coniuge percorrendo insieme piccoli passi possibili.

 

Terzo passo possibile:

Dopo aver ripulito il terreno del cuore dalle erbacce dell’incredulità e della diffidenza, e dissodato dalle pietre dell’indifferenza e delle paure, create dei solchi profondi a tal punto da permettere ad un seme delicato, come quello della Gioia piena, di mettere radici stabili.

 

Quarto passo possibile:

Iniziate la semina della Parola di Dio e della Eucarestia.

 

Quinto passo possibile:

Avendo scelto di coltivare la Santità, ora cercate di tenerla viva. Come? Seguendo la persona di Cristo, innaffiando costantemente con l’impegno concreto nell’Amore, e ripulendo il luogo dalle solite erbacce che cresceranno intorno, dando così Libertà e spazio a quanto state coltivando: la Vita Vera.

 

Sesto passo possibile:

Abbiate cura del vostro orto matrimoniale anche quando sembrerà che non stia accadendo nulla di importante. Infatti, così come per tutte le cose buone della terra, i frutti migliori richiedono tempi lunghi per spuntare, crescere e maturare. Nella certezza della Speranza, continuate a lavorare il vostro orto poiché, anche se non le vedete, pian piano sotto la terra le radici si stanno espandendo. Custodite il vostro orto dalla grandine dei pericoli inutili e zappettate sempre con cura, aggiungendo ogni giorno il concime della preghiera.

 

Settimo passo possibile:

Ecco spuntare il germoglio della Carità nella vostra famiglia! Ora il vostro lavoro è visibile, chiamate tutti ad ammirare e a gioire con voi! Prendete per mano i vostri amici, e, una volta portati vicino ad ogni piantina, potete sussurrare al loro orecchio: “All’ombra dell’amore tra me ed il mio coniuge potrete trovare riparo anche voi!”.

 

Ottavo passo possibile:

Ogni giorno ripetete tutto il processo dall’inizio alla fine e dalla fine all’inizio…date pure libero sfogo alla fantasia e fidatevi dello Spirito Santo; e nella gioia e nella consapevolezza della Comunione con il Signore Gesù, potrete sfamare il mondo con le vostre mani…unite.

…e ora all’opera…buon raccolto a tutti…a piccoli passi possibili!

 

Visualizza l’articolo originale dal Blog di Sposi&Spose di Cristo

Virtù e matrimonio. La prudenza. (5 articolo)

Dopo aver riflettuto sulle virtù teologali oggi ci approcciamo a quelle cardinali. Ricordo che le virtù teologali non ci appartengono. Non sono acquisibili solo con il nostro impegno e la nostra volontà. Sono dono gratuito di Dio. Dono del battesimo e poi perfezionato e finalizzato nel matrimonio. Le virtù cardinali sono invece umane. Sono alla nostra portata. Sono raggiungibili anche solo con le nostre forze. Il catechismo della Chiesa cattolica a tal proposito scrive:

Le virtù morali vengono acquisite umanamente. Sono i frutti e i germi di atti moralmente buoni; dispongono tutte le potenzialità dell’essere umano ad entrare in comunione con l’amore divino. (1805 ccc)

e poi ancora:

Quattro virtù hanno funzione di « cardine ». Per questo sono dette « cardinali »; tutte le altre si raggruppano attorno ad esse. Sono: la prudenza, la giustizia, la fortezza e la temperanza. « Se uno ama la giustizia, le virtù sono il frutto delle sue fatiche. Essa insegna infatti la temperanza e la prudenza, la giustizia e la fortezza » (Sap 8,7). Sotto altri nomi, queste virtù sono lodate in molti passi della Scrittura.

Quindi le virtù cardinali sono le quattro virtù umane morali che ci permettono di vivere tutte le altre virtù e di entrare in relazione con Dio amore.

Questo significa che le quattro virtù che andremo ad approfondire sono la base umana sulla quale costruire un matrimonio buono.

La prima di queste quattro virtù è la PRUDENZA.

Il catechismo come la declina? Se lo scorriamo fino al punto 1806 possiamo leggere:

La prudenza è la virtù che dispone la ragione pratica a discernere in ogni circostanza il nostro vero bene e a scegliere i mezzi adeguati per compierlo. L’uomo « accorto controlla i suoi passi » (Prv 14,15). « Siate moderati e sobri per dedicarvi alla preghiera » (1 Pt 4,7). La prudenza è la « retta norma dell’azione », scrive san Tommaso82 sulla scia di Aristotele. Essa non si confonde con la timidezza o la paura, né con la doppiezza o la dissimulazione. È detta « auriga virtutum – cocchiere delle virtù »: essa dirige le altre virtù indicando loro regola e misura. È la prudenza che guida immediatamente il giudizio di coscienza. L’uomo prudente decide e ordina la propria condotta seguendo questo giudizio. Grazie alla virtù della prudenza applichiamo i principi morali ai casi particolari senza sbagliare e superiamo i dubbi sul bene da compiere e sul male da evitare.

Cerchiamo di concretizzare questa virtù in atteggiamenti pratici. Nel matrimonio cosa significa essere prudenti? Significa essenzialmente due cose:

  1. Non essere affrettati e irruenti nei rapporti familiari

Alla luce del Vangelo, la Prudenza diventa quella piccola pausa di riflessione che ci impedisce di essere precipitosi nel giudicare, nel condannare e nel prendere decisioni affrettate, e anche nel lasciarci prendere dall’ira.

Quanti errori compiamo per mancanza di prudenza. Quanta sofferenza e quanti litigi avremmo potuto evitare. Soprattutto quanti gesti e quante parole abbiamo fatto o detto per poi pentircene amaramente. Le ferite, che possiamo infliggere all’altro con le nostre parole e con i nostri gesti, restano e fanno male, anche quando chiediamo perdono e siamo perdonati.

Prendete un foglio di carta, uno di quelli A4 da stampante. Un foglio bianco perfettamente liscio. Fatene  una palla, accartocciandolo. Fatto? Ora provate a farlo tornare come prima. Per quanto vi ingegnerete con tutto l’impegno non riuscirete. Avrete sempre un foglio pieno di pieghe, rovinato, certo non liscio. Quel foglio è il cuore della persona che amate. Basta un momento, dove magari siete in preda alla rabbia, al nervosismo o allo stress. Basta un momento per accartocciare il cuore della persona che più amate. Una parola di troppo, che probabilmente neanche pensate, ma che pesa come un macigno su di lui/lei. L’amore implica il fidarsi, mettersi a nudo davanti all’altro/a, implica mostrare tutto di ciò che siamo e proviamo. L’amore implica deporre le armi e mostrarsi disarmati. Ci rendiamo conto della responsabilità che abbiamo verso l’altro/a? Sappiamo tanto di lei/lui a volte troppo. Sappiamo cosa dire e come dirlo per ferire, sappiamo che punti toccare per evidenziare fragilità e difetti. Per una soddisfazione di qualche attimo che presto evapora lasciando spazio al senso di colpa, distruggiamo il cuore dell’amato/a. Poi, quando la mente torna lucida arriva il pentimento, le scuse, ma il danno è fatto. Se abbiamo provocato una ferita non riusciremo a rimarginarla subito. Stiamo attenti, basta poco, si può litigare, si può anche alzare la voce ed essere non sempre disponibili, ma attenzione alle parole. Sappiamo benissimo cosa dire per ferire l’altro/a. Ecco non facciamolo. Se vogliamo siamo capacissimi di trattenerci e se vogliamo bene alla persona che ci sta accanto dobbiamo riuscirci. La nostra lingua sia sempre per consolare, per amare, per perdonare, per incoraggiare e per lodare e quelle volte che si litiga facciamo in modo di non superare mai il limite, perchè ferire l’amato/a è un sacrilegio all’amore, un sacrilegio a quell’amore che ci è stato donato con il sacramento del matrimonio.

        2. Saper ponderare le nostre scelte

La persona prudente non è il titubante o l’indeciso. Nulla di tutto questo. La persona prudente è colei che legge la propria vita alla luce del Vangelo e della Verità. La persona prudente è quella che pondera ogni decisione avendo gli strumenti e i parametri per farlo. La persona prudente è quella consapevole delle proprie forze e dei propri limiti. Anche in questo caso la prudenza richiede un grande lavoro su di sè, un lavoro di introspezione. Presuppone una conoscenza del mondo che ci circonda e delle persone della nostra famiglia. Prudenza è quindi avere la capacità di scegliere avendo come parametro oggettivo ciò che siamo, chi abbiamo di fronte, la Parola di Dio  e il mondo esterno. Concretamente significa rinunciare a ciò che ci può condurre verso il male e assecondare ciò che è buono. Faccio un esempio concreto che mi ha colpito molto. Durante il mio corso fidanzati un noto psicologo ha condotto un incontro. Ha raccontato qualcosa che può aiutare a capire questa virtù. Si trovava in una città per un convegno. Era a circa 200 km da casa. Fece il suo intervento e, tra una cosa e l’altra, si fece sera. Aveva la possibilità di pernottare lì e il giorno dopo con comodo rincasare. Durante quell’incontro aveva stretto un fitto dialogo con un’altra relatrice. Diciamo pure che aveva flirtato. Anche lei quella notte si sarebbe fermata a dormire in quell’albergo. Lui, proprio per questa virtù di prudenza, decise di mettersi in auto e tornare a casa. Aveva ponderato la sua debolezza verso il fascino di quella donna, aveva intuito la disponibilità di quella donna e, facendo i conti, comprese come quella notte sarebbe stata molto pericolosa per la sua fedeltà.  Tornò a casa e ci raccontò come si sentisse ancora molto fiero per quella decisione. Questa è la prudenza.

Antonio e Luisa

Articoli precedenti

Introduzione  La fede  La carità La speranza

Il decalogo del matrimonio (cristiano) felice.

Roberto Marchesini, noto psicoterapeuta cristiano e autore di diversi libri, ci offre nel suo saggio E vissero felici e contenti diversi spunti interessanti tra cui il decalogo per un matrimonio felice. Mi è piaciuto molto. Una lista senza velleità di essere scientifica, ma al tempo stesso molto utile per riflettere sul nostro matrimonio e su alcuni accorgimenti che potrebbero migliorare la relazione.  Di seguito riporto i dieci punti aggiungendo un mio breve commento.

  1. Non cercare la tua soddisfazione, ma quella del coniuge. Per questo ti sei sposato. E’ importante avere sempre presente questa verità. Lui/lei non potrà mai renderti completamente felice. Non puoi controllare le sue scelte, il suo comportamento e il suo agire. Ciò che puoi fare e di cui hai il pieno controllo è impegnarti a fondo per renderlo/a felice. Questo hai promesso nel matrimonio. Senza mettere sulla bilancia quanto e cosa ti offre l’altro/a. Il tuo amore deve essere incondizionato. Solo questo ti può far vivere in pienezza il tuo matrimonio che prima di tutto è una vocazione cioè la tua risposta all’amore di Dio che Lui ti ha già dato.
  2. L’amore non è un sentimento, ma una scelta, una decisione, una promessa. Non vale dire non sento più nulla. Non lo/la amo più. L’amore non è sentire. L’amore, come abbiamo visto al primo punto, è volere il bene dell’altro/a. Volerlo e darsi da fare per offrirglielo. Il matrimonio è soggetto, essendo una relazione non a termine e quindi lunga, a sbalzi nei nostri sentimenti, a momenti di sentimenti forti e altri di aridità. Ci saranno momenti in cui non saremo sostenuti dalla passione d’amore. Non importa possiamo e dobbiamo amare comunque.
  3. Il tuo coniuge è diverso da te: ricordatelo. Spesso siamo portati a dare al nostro coniuge quello che piace a noi. Spesso non comprendiamo che parole o atteggiamenti che per noi sono normali e non negativi possano invece dare fastidio al nostro coniuge. Non è lui/lei ad essere esagerato. E’ soltanto diverso/a da noi. Amare significa preoccuparsi della sensibilità dell’altro/a e amarlo/a nel modo che a lui/lei piace. Non serve amare una persona in un modo che non le trasmette amore. E’ nostro impegno di sposi conoscere qual’è il modo migliore per dare il nostro amore.
  4. La differenza tra marito e moglie è una ricchezza, non una disgrazia. Uomo e donna sono diversi. Non lamentiamoci per questo, ma al contrario contempliamo la bellezza dell’altro/a che ci attrae proprio perchè è qualcosa che non ci appartiene, ma che ci appare un mistero meraviglioso. Nel maschile e femminile che si uniscono c’è una ricchezza tale da essere l’immagine terrena più vicina alla famiglia trinitaria di Dio. Ricordiamocelo e ringraziamo Dio per averci donato una creatura tanto diversa da noi e per questo incantevole e affascinante.
  5. Il tuo matrimonio dipende anche da te: stai facendo tutto il possibile? Siamo inclini a notare le mancanze dell’altro/a molto più facilmente rispetto alle nostre. Spesso non serve continuare a lamentarsi per ciò che non fa l’altro. Cosa posso fare io per migliorare la situazione? E non tiratemi fuori che fate già molto più di lui/lei. La relazione sponsale non è luogo per fare i sindacalisti. Ricordate che vincete o perdete insieme.
  6. Fa’ qualcosa per rendere più piacevole la vostra casa. Il talamo nuziale è il sacer della coppia. Sacer è quel luogo recintato dove nell’antichità precristiana si entrava il relazione con il divino. Non a caso la persona preposta ad essere mediatore e ad offrire sacrifici ed olocausti era il sacerdote. Termine che ancora oggi usiamo. Il talamo è questo recinto sacro della coppia dove si manifesta in modo più visibile e percepibile il noi, la relazione abitata da Dio. Si può estendere questo recinto a tutta la casa. La casa è luogo sacro della famiglia. Non solo della coppia. E’ il luogo dove la famiglia si ritrova attorno alla tavola. Il luogo dove si custodiscono i ricordi belli e brutti. Il luogo dove c’è dialogo e relazione. Luogo di preghiera. Luogo anche di contrasti e di litigi, ma sempre nella certezza di essere amati. Luogo di condivisione e di libertà di mostrarsi per quello che si è senza dover dimostrare nulla. Per questo è importante curare la nostra casa. Significa considerare prezioso tutto ciò che rappresenta, Significa considerare preziosa la nostra famiglia e la nostra relazione.
  7. Non devi difenderti dal tuo coniuge: è il tuo migliore alleato, non un nemico.  Altro punto delicatissimo. Quante volte abbiamo paura del giudizio del nostro coniuge? Quante volte siamo i primi a giudicare? Il matrimonio deve essere luogo di sostegno e non di condanna. L’altro sbaglia, su questo non c’è dubbio. E’ importante farglielo capire. Anche su questo non c’è dubbio.  Possiamo porci con lo sguardo giudicante e sprezzante di chi, mettendo in evidenza le fragilità e i peccati dell’altro, si vuole in realtà esaltare.  Oppure possiamo avere lo sguardo di Dio, di chi vede oltre l’errore. Guardare con gli occhi di Dio significa anche giudicare il nostro coniuge con l’atteggiamento e la modalità di Dio. Dio sta in alto, ma proprio perchè sa di essere molto più di noi, scende e si mette al di sotto di noi. Per amore si abbassa e con noi, aspettando i nostri tempi e la nostra volontà, si rialza riportandoci in alto con Lui. Il giudizio diventa così via di salvezza e non di condanna. Anche nel matrimonio accade, o dovrebbe accadere la stessa cosa. Si impara a non mettersi in alto a sparare sentenze e condanne, che non aiutano, ma affossano ancora di più l’amato/a. Se ci accorgiamo di qualche errore e fragilità del nostro sposo o sposa dobbiamo avere la forza e la pazienza di abbassarci, e con tanta tenace tenerezza aiutarlo/a a rialzarsi. Servirà magari ingoiare bocconi amari, subire umiliazioni e dover accettare ingiustizie, ma questa è l’unica via che può aiutare una persona a risorgere, è la via della croce.  Prima di puntare l’indice guardiamo il nostro anulare e la fede che portiamo, segno della nostra promessa e unica via per la nostra santità e quella del nostro coniuge.
  8. Se vuoi qualcosa devi dirlo, altrimenti non c’è modo per gli altri di saperlo.  Questo punto riguarda in particolar modo le fanciulle. Uomo e donna sono diversi tra loro. Lo sono più di quello che voi possiate pensare. L’uomo, nella maggior parte dei casi, non desidera altro che rendere felice la propria sposa. Spesso non serve neanche molto. Basta la parola giusta, basta anche il silenzio a volte. Deve però sapere il vostro pensiero, le vostre sensazioni e il vostro stato emotivo. Non pretendete che capisca da solo. Non pretendete da lui più di quello che può darvi, resterete insoddisfatte voi e frustrato lui che non capirà nulla. E anche quando non avesse tutta questo desiderio di accontentarvi non potrà dire di non aver capito. Sta a voi essere chiare.
  9. Occuparsi di sè non è egoismo: è un modo per fare agli altri un regalo più bello. Non chiudiamoci in famiglia. Non rinchiudiamoci in famiglia. La famiglia non è una prigione. Se abbiamo interessi che coltiviamo non smettiamo di farlo. Sempre con moderazione e senza sacrificare la nostra relazione sponsale, ma non annulliamoci. E’ importante che comprendiamo questo per noi e per il nostro coniuge. Se io esco di casa per giocare a calcetto con i miei amici e poi torno in famiglia contento, sfogato e rilassato riuscirò ad essere anche un padre e un marito migliori . Se la mia sposa ama andare con le amiche al cinema ogni tanto perchè riesce così a staccare e a rilassarsi ben venga. So che quando tornerà sarà più disponibile e aperta anche nei miei confronti. Sta a noi trovare il giusto equilibrio affinchè il nostro primo pensiero sia per la famiglia, ma che non diventi l’unico pensiero cancellando tutto il resto.
  10. Tra marito/moglie e suocera non mettere il dito.  Spesso esistono tensioni nella coppia causate dal rapporto non sempre indipendente tra il coniuge e la sua famiglia di origine. Quando ci sposiamo dobbiamo  essere ben consapevoli che se il nostro coniuge ad esempio è un mammone, non smetterà di esserlo improvvisamente per grazia divina una volta sposati. Ci stiamo prendendo un grosso rischio. Dobbiamo esserne consapevoli. Se decidiamo di correrlo non possiamo poi pretendere nulla da lui/lei. Se siamo fortunati e riusciamo a mettere centinaia di chilometri tra noi e la sua famiglia non ci sono grossi problemi. Nel caso invece abbiamo i suoceri vicino la scelta più sbagliata che possiamo compiere è ricattare e mettere di fronte ad una scelta (tardiva) il nostro sposo o la nostra sposa. Non possiamo metterci in mezzo cercando di dividerli. Dobbiamo al contrario lasciare piena libertà all’altro/a facendo di tutto per attirarlo/a a noi. Quando si inizia una guerra con la famiglia di origine di solito non ci sono mai vincitori, ma solo morti e feriti.

Antonio e Luisa

Dio ci parla con la voce della persona che abbiamo accanto.

La prima lettura di ieri ci offre una interpretazione particolarmente interessante. Ammetto che anche a me era sfuggita. E’ stato il mio parroco che l’ha evidenziata durante l’omelia.

Il Signore si rivolse a Mosè dicendo:
“Parla ad Aronne e ai suoi figli e riferisci loro: Voi benedirete così gli Israeliti; direte loro: Ti benedica il Signore e ti protegga. Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio. Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace. Così porranno il mio nome sugli Israeliti e io li benedirò”.

Mosè avrebbe potuto obiettare a quella richiesta. A cosa serviva quel compito a lui assegnato? Non poteva Dio rivolgersi direttamente ad Aronne e agli altri israeliti?

Fallo  direttamente tu che sei Dio! A cosa ti servo io? Sei immensamente più grande e potente di me. Ti daranno più ascolto. –  avremmo fatto questo pensiero nei panni di Mosè.

Invece Dio è sorprendente. Vuole arrivare alle persone attraverso altre persone. Ha bisogno che qualcuno dia la sua voce, le sue mani, i suoi piedi, il suo impegno, la sua testimonianza per arrivare ad ognuno di noi.

C’è bisogno di qualcuno che ascolti la sua Parola attraverso il Vangelo e tutta la scrittura, che la faccia propria e che la metta in pratica. La metta in pratica in gesti e atteggiamenti concreti.

Nel matrimonio questo è particolarmente evidente. Siamo noi Mosè l’uno per l’altra. Siamo noi che dobbiamo dare voce e corpo a Dio per l’altro/a. Siamo noi che attraverso il nutrimento che viene dalla Parola quotidiana (dovremmo leggere sempre la Parola del giorno), la preghiera e i sacramenti dovremmo essere capaci di manifestare attraverso la nostra mediazione l’amore di Dio per l’altro/a, la benedizione di Dio per l’altro/a. Le nostre carezze sono le carezze di Dio, il nostro perdono è il perdono di Dio, i nostri abbracci sono gli abbracci di Dio, il nostro sostenere e benedire (dire bene) è fatto da Dio attraverso di noi.

Questo è bellissimo. E’ bellissimo per noi che viviamo entrambi una vita di fede, almeno ci proviamo. E’ bellissimo anche per quella sposa o quello sposo che non ha la grazia di condividere il cammino di fede con il coniuge. Questa persona può, attraverso questo modo di amare il coniuge, cioè farlo per Dio, far giungere anche all’altro/a che è lontano il calore dell’amore di Cristo e chissà, con il tempo e la perseveranza, ricondurlo a Lui.

Antonio e Luisa

Cosa mi manca per essere santo? E’ una domanda che tutti dovremmo farci.

Oggi vi scrivo qualcosa di personale, ma credo che possa essere utile anche ad altri. Credo sia un problema molto comune. Il mio padre spirituale mi ha assegnato un compito. Purtroppo non sono stato molto costante nell’eseguirlo, ma ha portato ugualmente i suoi frutti. Mi ha consigliato di mettermi in ascolto di Gesù davanti al Santissimo. Un quarto d’ora tutti i giorni. Sembra un compito abbastanza semplice. Un quarto d’ora passa in fretta. Invece ha colto nel segno. Faccio fatica ad entrare in relazione con Lui. La testa mi si affolla di tante altre cose. Perchè me lo ha chiesto? Perchè nonostante tutto quello che scrivo e che cerco di vivere non sono nella pace. C’è ancora qualcosa che mi impedisce di fare quel salto di qualità che distingue la persona che ha davvero fede in Gesù da chi è ancora non riesce. Eppure ho capito tante cose, ho una moglie che mi ama incondizionatamente. Ho incontrato persone sante che mi hanno indirizzato verso il bene. Ho sperimentato la potenza di Dio nella mia vita attraverso i sacramenti e il matrimonio in particolare. Eppure cosa mi manca? Perchè non riesco ad andare oltre? Perchè non riesco ad essere tutto di Gesù? Padre Andrea mi ha chiesto di riflettere proprio su questo. Davanti a Gesù, mettendomi a nudo, senza cercare scuse, ho trovato anche la risposta. La risposta è in un episodio evangelico.

Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre».
Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza».
Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: và, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi».
Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni.
Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!».

La risposta è esattamente questa. Io non sono capace di lasciare tutto per Gesù. Non voglio perdere ciò che ho. Chiara Corbella diceva che tutto è Grazia. Diceva che il contrario di amore non è odio, ma il possesso. Ecco io non riesco a mollare il possesso di quello che ho. La mia famiglia, la mia sposa, la mia casa e tutto il resto. Tutte ricchezze importanti e da custodire. Non devono però nascondere una povertà di fondo. Una povertà profonda. La ricchezza più grande e l’unica davvero fondamentale è l’amore di Dio. Amore che diventa autentico e pacificante quando è nutrito in una relazione con il Signore. Non si può amare Dio se non lo frequentiamo, se non lo conosciamo e se non riusciamo ad instaurare una vera relazione d’amore con Lui. Il mondo ha perso questa capacità. Almeno il mondo occidentale. Io non sono ancora riuscito ad averla fino in fondo. La differenza tra me è una santa dei giorni nostri come Chiara Corbella è in questo. Una differenza, che sembra piccola, ma che mi pone ad anni luce dalla sua santità. Non basta una vita buona. Non basta. Non basta al giovane ricco del Vangelo come non basta a me. Ringrazio padre Andrea per avermi costretto a mettermi davanti alla mia miseria. Adesso so il lavoro che devo fare. Adesso so che devo perfezionare, curare, nutrire la mia relazione con Gesù. Adesso ho capito che devo lasciare sempre più non solo il peccato, ma anche la mia debolezza che mi spinge a fare delle cose belle che Dio mi ha donato il senso di tutto. E’ un’illusione. Tutto quello che è di questo mondo è destinato a finire e a non lasciare che polvere. Tutto è destinato a finire se non inserito in amore più grande, in un amore eterno e senza fine. L’amore di Dio. Per il nuovo anno mi aspetta un duro, ma mi auguro proficuo lavoro.

Ultimo consiglio che mi sento di darvi: cercatevi un padre spirituale se non lo avete. Questo mondo è duro. Da soli non è facile discernere e crescere nella fede, nell’amore, nella speranza  e nelle nostre potenzialità di uomini.

Antonio e Luisa

 

Cosa mi porto di quest’anno?

Ogni volta che si fa prossima la fine dell’anno viene quasi naturale riflettere su quello che è stato. Su quello che sono stato io. E’ stato un anno buttato oppure mi è servito per maturare un po’ di più, per imparare un po’ di più ad essere uomo? Per imparare un po’ di più ad amare e ad accogliere l’amore della mia sposa? Come sono stato con i miei figli? Sono stato capace di essere una guida e un padre decente? Sono stato soprattutto capace di trasmettere loro uno sguardo che va oltre l’immanente? Uno sguardo che apre all’amore eterno, incondizionato e misericordioso di Dio? Questa è la dote che mi porterò nel nuovo anno. Solo l’amore. L’amore naturale come padre e come sposo e l’amore divino a cui rivolgere lo sguardo. Null’altro è importante. Ecco perchè ciò che mi porterò nel nuovo anno non saranno i successi lavorativi, il libro pubblicato, le ospitate in televisione e i soldi che ho nel conto corrente (che sono peraltro molto pochi). Tutti ricordi molto belli, ma che non fanno ricchezza umana e spirituale. Ciò che mi porterò sono le carezze di mia moglie. Mi porterò i suoi perdoni per me e i miei perdoni per lei. Mi porterò i litigi con i nostri figli che mi hanno permesso di comprenderli meglio e di rettificare il mio atteggiamento sbagliato con loro. Mi porterò i momenti difficili affrontati insieme che ci hanno reso più forti. Mi porterò i suoi pianti e i suoi sorrisi. Mi porterò le sue parole e suoi silenzi. Mi porterò i momenti speciali, ma forse ancor di più quelli che non hanno avuto niente di speciale se non la sua presenza. Mi porterò gli incontri bellissimi che mi sono stati donati da Dio attraverso questo blog, credo come centuplo in ricompensa della fatica che mi costa curarlo. Penso a Claudia e Roberto. Due persone che non abbiamo visto che per poche ore, ma che ci sono già dentro il cuore. Cristina che ci ha trasmesso tanta forza, convinzione e fede. Donna eccezionale. Penso a Marco che nella sua semplicità ed umiltà ci ha accolto come fratelli. Penso alle tante persone che hanno condiviso le loro gioie e i loro dolori con noi. Penso alle persone incontrate durante i nostri corsi. Mi porterò la loro gioia e le loro lacrime alla fine del corso. Mi porterò le loro testimonianze che mi hanno commosso. Mi porterò tutto questo con la convinzione che non sia stato un anno buttato, ma un anno speso bene. Un anno che mi ha permesso di scoprire un pochino di più l’uomo che sono e che mi ha avvicinato così alla verità e al mio Dio. Nonostante tutte le mie cadute e i miei peccati. Quelli però non me li porto dietro. Quelli li ho lasciati al confessore, li ho lasciati a Gesù che ha già pagato per me.

Antonio e Luisa.

Pietro+Filomena

Carissimi amici, il Signore vi dia Pace!

Siamo Pietro e Filomena, autori del Blog “Sposi&Spose di Cristo”

Purtroppo per voi, Antonio e Luisa ci hanno chiesto di scrivere qualcosa per il loro bellissimo Blog “Matrimonio Cristiano”, ed ora eccoci qui a fare le presentazioni 🙂

Io e Filomena ci siamo sposati il 4 Ottobre del 2013 e al momento del matrimonio eravamo entrambi, per motivi diversi, senza lavoro; ma non abbiamo voluto ipotecare e rinviare a “chissaquando” la nostra vocazione, la nostra chiamata cioè ad essere uniti in Cristo che abbiamo sentito e compreso…e dunque…abbiamo pronunciato il nostro “SI” all’altro coniuge ed al Signore confidando nella certezza che Lui non ci lascia mai soli.

La Grazia dei Sacramenti -come ad esempio il Sacramento della Riconciliazione- davvero ci ha aiutato a fare chiarezza per capire chi siamo e cosa può desiderare da noi il Signore. Siamo stati aiutati a fare memoria anche di tutti i doni ricevuti, delle Sue prove d’amore nei nostri confronti ed è così che siamo partiti alla volta di questa grande avventura che si chiama Matrimonio!!!

Pur avendo entrambi origini del Sud-Italia (Pietro dalla Puglia e Filomena dalla Calabria) ci siamo sposati in Umbria, a Gualdo Tadino (Perugia), vivendo proprio in questo piccolo e grazioso paesino (che vi consigliamo di visitare!!!) per i primi mesi da sposi novelli. Speravamo di trovare occupazione negli ambiti per cui siamo specializzati (…la Sociologia di Pietro e la Teologia di Filomena) ma come tutti viviamo e sappiamo, la crisi economica ha chiuso tante possibilità ai giovani formati…ma abbiamo continuato a sapere che il Signore “che nutre gli uccelli del cielo e veste i gigli dei campi” non sarebbe venuto meno nel suo affetto e nella sua cura per noi!

Poche settimane dopo esserci sposati abbiamo scoperto di essere già in attesa della nostra prima figlia (CHE GIOIA!!!) e la necessità di trovare presto un lavoro aumentava esponenzialmente. Tutti i nostri curriculum inviati dappertutto non hanno ricevuto risposta…

Nei primi giorni di Febbraio del 2014, Filomena (…….le donne hanno una marcia in più…c’è poco da fare!!!) mi parla di un desiderio che le sarebbe piaciuto realizzare: “Sarebbe bello aprire un negozio per vendere i prodotti provenienti dai Monasteri!”…mi disse.

L’idea è bella, ma come realizzarla? …Beh…innanzitutto abbiamo messo davanti al Signore questo progetto…senza davvero sapere da dove avremmo dovuto iniziare.

Qualche giorno dopo, ovvero il 14 Febbraio 2014, mentre il pancione di Filomena cresceva, abbiamo fatto una passeggiata per le vie di Assisi ed è così che abbiamo notato che diversi locali commerciali erano liberi per essere affittati. Abbiamo preso un po’ di numeri telefonici ed abbiamo trovato il locale adatto alla nostra attività commerciale.Abbiamo iniziato a parlare del nostro progetto a diversi Monasteri con cui da tempo eravamo in contatto e grazie anche alla fiducia che loro ci hanno dato, abbiamo iniziato a credere sempre di più che si poteva partire con questo nuovo lavoro.

Il 5 aprile del 2014 abbiamo aperto “La Bottega del Monastero – Assisi”! Nel giro di un mese e mezzo ci siamo ritrovati a portare avanti un negozio unico in Assisi e unico in Italia. Siamo infatti il primo negozio che propone esclusivamente Artigianato dai Monasteri gestito interamente da laici.

A giugno è nata la nostra prima figlia…Unica, irripetibile opera d’arte del Creatore!!!

Ed ecco l’abbondanza della Provvidenza per noi: due persone che non hanno niente si affidano e ricevono tantissimo, eccoci qui: possiamo testimoniare che il Signore ha cura di chi spera nel suo amore.

Nel nostro negozio abbiamo avuto la grazia di fare molti incontri bellissimi! Quanti volti abbiamo incontrato tra quelle mura! Quante storie ci sono state affidate e quanti accenti diversi abbiamo ascoltato! Un feedback che moltissimi clienti ci hanno spesso rimandato era questo: “Qui c’è un clima di preghiera!”…e di questo siamo grati al Signore!!! Ed è per questo che molta della gente che ha acquistato da noi, è poi tornata a trovarci ancora e con molti di loro è nato anche un legame (con alcuni una vera amicizia) che ancora oggi va avanti…unita in Cristo!

A luglio del 2016 è nata la nostra secondogenita…unica, irripetibile meraviglia di Dio e del Suo immenso Amore!!!

Dopo un nostro discernimento familiare, dovuto anche al fatto che ad ottobre 2016 l’Umbria è stata colpita da una serie di terremoti molto forti, abbiamo deciso di lasciare Assisi per trasferirci altrove. Da Novembre 2016 ad Aprile del 2017 abbiamo vissuto in un  Convento di Frati Minori (Francescani), dove ci siamo presi un tempo per riflettere e capire cosa il Signore ci stesse dicendo. Alla fine, accompagnati dal nostro direttore spirituale, oggi viviamo in Calabria ed è da qui che siamo ripartiti con una nuova vita.

Pian piano ci stiamo inserendo nel tessuto locale e ci siamo reinventati (per grazia) un nuovo lavoro: il nuovo progetto è oggi un Sito Web  “www.artigianatodaimonasteri.it”  un modo per continuare ad essere presenti con la nostra seppur piccola e misera testimonianza, ma per offrire (ora senza più confini territoriali) la possibilità a tutti di poter acquistare i nostri prodotti realizzati a mano e nella Preghiera in molti Monasteri d’Italia. Come recita il nostro motto: “Solo da noi…la Preghiera si fa Arte!!!”

Filomena invece insegna Religione cattolica a scuola e sempre con l’aiuto di Dio portiamo avanti la nostra famiglia cercando uno stile di vita sobrio e gioioso.

A Gennaio del 2018 abbiamo purtroppo, a poche settimane dall’inizio della gravidanza, perso il nostro terzogenito. E’ stata un’esperienza molto dolorosa e la consolazione viene dalla certezza che lui (o lei) ora è nelle mani di Dio…e certamente prega per i suoi genitori e per le sue sorelle. ❤

Nel 2018 abbiamo creato questo piccolo Blog “Sposi&Spose di Cristo”, un Blog “artigianale” per assecondare il nostro desiderio di condividere la nostra storia di vita matrimoniale cristiana e alcune riflessioni sulla vita da Sposi e dare la possibilità anche a chi lo desideri di raccontare la propria esperienza.
Vorremmo creare una sorta di bagaglio da mettere a disposizione di tutti…affinché chi vuole possa trarne beneficio per la propria vita.

Siamo molto attratti dalla riflessione teologica sul Sacramento del Matrimonio, siamo innamorati della Famiglia e dalla scorsa estate ci stiamo formando seguendo il Corso di Alta Formazione in consulenza familiare con specializzazione pastorale; si tratta di un bellissimo Master voluto dalla Conferenza Episcopale Italiana in collaborazione con la Pontificia Università Lateranense.

Ci fermiamo qui, sperando di non avervi annoiato 🙂

Vi chiediamo di ricordarvi di noi nelle vostre preghiere. Grazie e il Signore ci doni la Sua Pace!!!

Pietro Antonicelli e Filomena Scalise, 28 Dicembre 2018

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Il nostro matrimonio è la mangiatoia dove è posto Gesù

Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto.
Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una
mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo

Gesù posto in una mangiatoia. Non può essere un caso. Nulla nei Vangeli accade per caso. Nulla che non sia utile a comprendere qualcosa di importante trova spazio nei Vangeli. Ogni parola ha un peso e un significato per farci comprendere qualcosa. La mangiatoia è il luogo dove viene posto il cibo. Il Natale richiama quindi la Pasqua. Il Natale richiama già la morte. Secondo alcuni studiosi anche ricordare che Gesù bambino viene avvolto in fasce è un forte richiamo della morte. Gesù fin dall’inizio è l’immolato per noi, per la nostra salvezza. Tutto inizia nel Natale e trova compimento nella Pasqua.

Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in
eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui.

Il Natale della coppia di sposi è il giorno del matrimonio. Lì durante la celebrazione di quel sacramento, attraverso il rito delle nozze, Gesù nasce in quella relazione facendo dell’amore sponsale la sua mangiatoia. Ci avete mai pensato? Il vostro matrimonio richiama la natività. Gesù abiterà fino alla morte dei coniugi quella relazione, facendone luogo sacro e santo. Ciò ha un significato anche molto concreto. Quando siamo in difficoltà, quando sentiamo la pesantezza della vita, quando sentiamo le forze mancare, quando i nostri limiti e le nostre debolezze rendono difficile la pace in famiglia. Proprio in questi momenti in cui sentiamo più difficile essere in relazione, porci uno di fronte all’altra senza maschere e barriere. Proprio in questi momenti bisogna chiedere l’aiuto di Gesù. Bisogna fermarsi e chiamarlo. Nei sacramenti e nella preghiera certamente, ma anche, e forse ancor maggiormente, rendendo grazie e servendo il nostro Signore nel nostro coniuge. Ed ecco che la supplica più potente che possiamo fare a Dio è amare nostra moglie o nostro marito. Concretamente significa una carezza, un abbraccio, una parola buona, un gesto di servizio o di cura. Significa accoglierlo/a quando non ne avremmo voglia. Significa fare il primo passo per riavvicinarci. Significa superare l’orgoglio e perdonare. Non ne siete capaci? Provate e vedrete che riuscirete. Metteteci volontà e desiderio e Gesù che abita lì dove lo state cercando, nella vostra relazione, nella mangiatoia del vostro matrimonio, vi darà tutto il nutrimento e la Grazia necessari per superare ogni difficoltà.

Gesù è nato. E’ nato anche nel vostro matrimonio?

Antonio e Luisa

 

L’amore sponsale non è spirituale ma ci chiede anche il corpo.

Quanto è difficile trovare un equilibrio tra anima e corpo. Anche nella Chiesa di Gesù. Lui che per mostrarci come sia importante vivere la nostra vita in anima e corpo è sceso sulla terra e ha preso carne. Vero Dio ma anche vero uomo. Perchè scrivo di questo? Perchè è facilissimo far cadere il nostrol rapporto sponsale nelle due grosse devianze rispetto la verità dell’uomo. Io le chiamo eresie. La prima esalta il corpo sullo spirito. La seconda, al contrario, lo spirito sul corpo. Spirito e corpo sono ambedue importanti ed ambedue determinanti. Oggi non voglio parlare della prima “eresia”. Non voglio parlare di pornografia, adulterio e di lussuria. Non voglio parlare di chi confonde il sentire con l’amore. Di queste cose ho già scritto diverse volte. Voglio soffermarmi sull’altra “eresia”. Spesso sottovaluta e creduta, in realtà, quasi un pregio piuttosto che un vizio. In realtà lo spiritualismo è pericolosissimo. Consiste nel privare il rapporto sponsale di tutta la sua componente più sensibile e carnale, riducendo tutto ad una relazione oblativa e spirituale. Chi cade in questa devianza  è fuori strada esattamente come chi cade nel materialismo. Giusto ieri ho letto l’ennesimo post su facebook dove viene esaltata la astinenza nel matrimonio, Come se una coppia di sposi che volesse perfezionarsi e raggiungere una santità e purezza autentica dovesse rinunciare ai rapporti. Tutte scemenze.

Per farmi capire meglio condivido una riflessione tratta da un libro di don Carlo Rocchetta, che pone in evidenza come l’intimità tra gli sposi non solo sia importante ma è determinante per vivere un matrimonio felice e fecondo d’amore.

Siamo portati  a concentrarci sullo spirito , la preghiera e il rapporto con Gesù  e va bene, ma non pensiamo di poter costruire la casa senza curare le fondamenta che nel matrimonio sono rappresentate da ogni atto d’amore e in particolare l’amplesso fisico.

Il matrimonio è un sacramento sessuato, tra un uomo e una donna, che non si amano come angeli, ma come uomini e il corpo diviene mezzo fondamentale per esprimere tutto l’amore più profondo e puro.

Nella misura in cui si amano (gli sposi), amano Dio, e viceversa. Il sì iniziale è un sì a diventare una sola carne a immagine dell’una caro Cristo-Chiesa, al punto da poter dire che l’essere dei due in una sola carne (Gen. 2,24) fa nascere l’esistenza di una nuova personalità mistica. Di qui la conseguenza: una sposa che diverte il corpo, cioè lo sottrae o tenta di sottrarlo alla piena donazione fisica al consorte, sia pure per un falso concetto di castità nuziale o che vorrebbe unirsi come un angelo senza corpo, viene meno alla perfezione della sintesi dell’attuazione nuziale in senso naturale. Gli sposi devono donarsi con tutta l’anima, tutto il cuore, con tutto il corpo, senza sottrazioni e limitazioni.

(…) i rapporti nuziali, pur essendo umani diventano realizzazioni sacramentali

(Teologia del talamo nuziale – Don Carlo Rocchetta)

Antonio e Luisa

 

Buon Natale!

Condivido l’articolo di Avvenire con il quale la giornalista Benedetta Verrini intervista Luisa e anche Maria Marzolla (anche lei scrive su questo blog) e presenta i nostri rispettivi libri. Buon Natale a tutti.

Scrive Gianfranco Ravasi, citando un proverbio berbero, che il corpo di una madre in attesa «è come una tenda nel deserto quando soffia il ghibli, è come l’oasi per l’assetato, è come un tempio per chi prega il Creatore». Non c’è nulla di più miracoloso, potente e allo stesso tempo tenero e struggente del diventare madri, e il mistero della Nascita che si celebra il 25 dicembre attraversa ogni donna. «La maternità è ricchezza, è la fecondità dell’amore. È il più bel viaggio che si possa intraprendere, ma anche il più impervio», scrive Maria Marzolla, autrice di Due occhi in più, un libro che racconta l’attesa di un figlio ma anche la nascita di due genitori. «Il bambino comincia la sua strada fin dal primo istante, insegnandoti che niente è come ti aspetti » spiega. «Alla mia prima gravidanza sono rimasta costretta a letto. Mi sono chiesta subito cosa c’era di positivo in quello stop: avevo fatto programmi, avevo scadenze, mi immaginavo con i miei nuovi premaman in un turbine di attività. Niente di tutto questo: quella lunga pausa forzata ha cambiato la mia prospettiva, mi ha fatto vivere l’attesa interiormente. In fondo ero già in viaggio, ma ferma in una piazzola di sosta: a molti questi sembrano luoghi anonimi, invece sono straordinari affacci sul mondo».

Passo dopo passo, Maria Marzolla quel percorso lo racconta tutto, e sono parole universali, dalla scoperta dell’attesa fino alla corsia dell’ospedale, quando «in adorazione davanti alla vostra creatura ci si sente come Magi, la vita ora è manifestata, il cammino iniziato nove mesi prima ha raggiunto il primo grande traguardo, ma in realtà è solo una tappa dalla quale si riparte per intraprendere un nuovo cammino di vita».

E subito si viene sfidati dall’immagine idealizzata, sempre performante, quasi sovrumana che la società contemporanea detta alla donna, alla famiglia, ai bambini. La maternità diviene a volte quasi uno storytelling, dove tutto appare perfetto, dove non si possono ammettere fatiche, sofferenze, prove, difetti. «Bisogna imparare a non nascondere le parti più difficili», riflette Marzolla. «Noi donne tendiamo a voler fare tutto, a volte siamo tentate di estromettere gli uomini dall’accudimento dei figli, ma noi non siamo infallibili. La vita vissuta smonta ogni pezzo delle tue certezze, e da lì allora si parte a ricostruire». «Se le cose vanno in un certo modo, è perché Qualcuno, con la Q maiuscola, ha deciso che puoi affrontarlo», dice Annalisa Sereni, che con Semplicemente una mamma ci ha permesso di conoscere la sua famiglia e di ascoltare la storia di Lui, settimo figlio, nato con un cromosoma in più. «Della sindrome di Down si parla poco e anche a sproposito », spiega. «Con questo libro ho voluto dare una testimonianza e spiegare che la sindrome non determina la persona: abbiamo sempre paura di ciò che non conosciamo, ma io oggi posso dire che la mia famiglia è una meravigliosa città in cui ci si protegge a vicenda, e non è assolutamente detto che il più debole sia quello con la sindrome di Down». Ogni donna è fatta per accogliere, riflette Annalisa, che si è raccontata ancora in un secondo libro, Le mie ricette e altri guai (San Paolo), fotografando con amore e ironia la fatica e la gioia di avere una famiglia così numerosa (a cui si è aggiunto un ottavo figlio, accolto in adozione). «Sin da piccola ho sognato di avere tanti figli: immaginavo i loro nomi. Non erano mai meno di dieci», scrive, e sfatando tutti i luoghi comuni che oggi si sovrappongono alle donne che scelgono di avere una famiglia numerosa («ti piacciono i bambini? », «sei ricca e puoi permetterteli?», «sei cattolica?»), parla invece di curiosità. «Se chiedo a Dio di mandarmi un altro figlio, questa volta, chi mi manderà?», scrive. «Avere tanti figli è un desiderio che nasce da dentro: all’inizio ha la luce di un cerino, un piccolo pensiero tremulo e delicato. Poi di- venta una candelina, un fuocherello che pian piano si alimenta. Alla fine è un incendio che tutto avvolge con fiamme alte e bellissime. È il desiderio di una nuova vita».

Luisa De Rosa, che con il marito Antonio è autrice de L’ecologia dell’amore, racconta dei suoi ragazzi «che hanno segnato un “prima” e un “dopo” nelle nostre vite. Ora che stanno crescendo, nella sfida di educarli ci mettiamo anche il desiderio profondo che riescano a vedere quanto i loro genitori si vogliono bene, e ci auguriamo che questo li nutra come persone», spiega. Non a caso il libro, che nasce dall’apostolato di padre Raimondo Bardelli, mette a fuoco l’amore di coppia come «naturale, ecologico», intendendo un amore che è donarsi e accogliersi tra due persone, in un’unione

profonda che coinvolge cuore e corpo. Citando Amoris laetitia, in cui papa Francesco ricorda come il mutuo consenso e l’unione dei corpi siano «gli strumenti dell’azione divina» che rende gli sposi una sola carne, il libro dei De Rosa ricorda che vivere bene il matrimonio «significa offrire un culto gradito a Dio, significa rendere visibile il suo amore. Vivere bene il matrimonio è la prima cosa che Dio ci chiede e si aspetta da noi». Un amore generoso, fedele, unico, indissolubile. «È attraverso la coppia che nascono i figli, e attraverso la coppia si crescono e si educano: noi mamme oggi siamo trascinate da ogni lato, è difficile tenere insieme lavoro, casa, educazione dei ragazzi che crescono e diventano sempre più sfidanti. Ma i padri sono sempre più presenti, e l’amore della coppia “lavora” anche per questo intenso compito educativo».

Nella contemplazione del presepe, nel pensiero di quel Figlio che è arrivato a cambiare il destino dell’uomo, ogni madre riflette sulla propria esperienza. «I figli ti dettano una nuova scansione del tempo, ristrutturano le priorità, insegnano a noi madri che se li abbiamo messi al mondo con il corpo, il padre che ci è accanto li ha messi al mondo con il cuore – conclude Maria Marzolla – e un Padre più grande è stato l’artefice di tutto questo, come dice il Salmo 139: Dio ha “tessuto” e “impastato” la creatura umana nel grembo della madre, e la conosce già, e nel suo libro “erano tutti scritti i giorni, già formati prima che ne esistesse uno solo”».

Il link alla pagina di giornale

Aspettiamo il Natale

Quando ero piccola la mia festa preferita era il natale. Adoravo il calore e il senso di famiglia che si respirava nell’aria. La preparazione dell’albero tutti insieme, la letterina a babbo natale per esprimere i nostri desideri, le cene e i pranzi di famiglia tutti insieme, nonostante la fatica delle relazioni. Il freddo fuori e il caldo dentro.

 

Solo oggi, a pensarci mi rendo conto che nel mio cuore di bambina non desideravo soltanto una quantità enorme di giocattoli. La verità è che coltivavo segretamente la speranza profonda che qualcosa nella mia vita potesse cambiare, ma cosa non ne avevo idea. Ero solo una bambina. Oggi sono una donna adulta, ma quella bambina desiderosa è ancora dentro di me e mi chiede di stare in attesa di qualcosa di nuovo e di sorprendente che possa trasformare la vita, aspetto uno di quei regali prezioso come un diamante. Aspetto l’AMORE di un Dio che ci tiene così tanto a me da prendere vita nella mia storia, nello spazio delle mie miserie e dell’indigenza, con la forza e la dolcezza di un neonato. Aspetto un AMORE che visiti le mie “periferie”, la dove mi sento abbandonata e scartata, là dove odio e rancore mi abitano. Aspetto te Gesù, che non disprezzi le mie ombre, ma sei pronto a prenderti cura della mia solitudine, a benedire tutti i fatti della mia vita. Aspetto un AMORE che scriva dritto sulle righe storte. Voglio te Gesù vicino a me. So bene che non risolvi i problemi come vorrei io, e allora fammi sentire amata e benedetta, perché non c’è fatica che io non possa tenere se mi sento voluta bene. Non voglio che ti sostituisci a me, anche se a volte mi farebbe davvero comodo, ma donami la gioia della tua presenza. Ogni volta che viene il natale, ogni volta che quel bambino viene svelato, mi ricordo che posso togliere le mie maschere e svelare il vero volto che c’è in me, di vedere ed esprimere chi sono davvero e vivere da AMATA. Voglio farti spazio Gesù perché tu possa portare pace nella mia storia, pace nel mio cuore e nella mia affettività, pace nelle mie relazioni. Oggi vieni per me e io ti accolgo Signore. Possa anche tu custodire il desiderio e l’attesa di questo AMORE TUTTO PER TE che oggi ti viene donato.

Claudia e Roberto

L’articolo originale sul blog Amati per amare