Il Sacro Cuore vs. Matrimonio – Atto I

Cari amici,

il mese di giugno è tradizionalmente dedicato al Sacro Cuore di Gesù. Per questo motivo mi è parso di poter “osare” con voi e cercare quale legame ci può essere con la vostra vita nuziale, quale insegnamento con il sacramento del matrimonio.

Mi ha sorpreso rifletterci sopra, perché il Sacro Cuore, nonostante sia una devozione che forse ad alcuni di voi può sembrare sdolcinata o dal sapore nonnesco, a ben vedere ha un grande e profondo senso matrimoniale. Vediamo di questa festa oggi un primo aspetto, lasciando tra 15 giorni l’altra dimensione.

Partiamo anzitutto dal significato biblico del cuore. L’ebreo concepisce il cuore come l’«interno» dell’uomo, in un senso molto più lato. Oltre ai sentimenti (2 Sam 15, 13; Sal 21, 3; Is 65, 14), il cuore comprende anche i ricordi e le idee, i progetti e le decisioni, e ancora: nell’antropologia concreta e globale della Bibbia, il cuore dell’uomo è la fonte stessa della sua personalità cosciente, intelligente e libera, il centro delle sue opzioni decisive, quello della legge non scritta (Rm 2,15) e dell’azione misteriosa di Dio (Leon Dufour, Dizionario biblico).

Per potermi spiegare meglio vi ricordo come sia nata questa festa. Tutto iniziò in un paesino al sud-est della Francia, Paray-Le-Monial, all’interno di un convento di suore della Congregazione delle Visitandine. Suor Margherita Maria Alacoque la notte del 27 dicembre 1673, nella cappellina del monastero vede Gesù, giovane, bellissimo, che le sorride e le porge il Suo Cuore, fiammeggiante e splendente racchiuso nella mano. In seguito, Lui le dice: “Il mio divino Cuore è così appassionato d’amore per gli uomini, che non potendo più racchiudere in sé le fiamme della sua ardente carità, bisogna che le spanda. Io ti ho scelta per adempiere a questo grande disegno, affinché tutto sia fatto da me”. Inoltre, durante la visione, suor Margherita Maria vide che Lui, continuando a porgerle il Suo Cuore, aggiunse queste stupende parole: “Almeno tu, amami!”.

È impressionante che Gesù ci doni in questo modo il suo amore! Così aveva fatto con san Pietro sul lago di Tiberiade: “Pietro, mi ami tu?”. Il Cuore divino di Gesù chiama il nostro cuore! Qui c’è l’essenza nuziale della Solennità della festa appena celebrata.

Per tutte voi coppie c’è stato un momento di fortissima passione, di slancio totale verso l’altro, in cui la persona amata era la più importante in assoluto al mondo. Sappiamo bene che quei momenti non possono durare sempre. Tuttavia, il passare del tempo non è il nemico dell’amore e in questa festa vediamo quale sia il segreto della perseveranza.

Gesù per prima cosa dona il suo Cuore e solo in un secondo momento chiede a cambio il medesimo atteggiamento di donazione. Nel matrimonio voi coppie siete chiamate a fare lo stesso: a vivere in un atteggiamento perenne di dono, di offerta, di regalo di sé, gratuitamente e liberamente. E certamente che ci si aspetta il contraccambio ma che esso non sia la prerogativa. Come dice Papa Francesco: “l’amore, quanto più è intimo e profondo, tanto più esige il rispetto della libertà e la capacità di attendere che l’altro apra la porta del suo cuore” (Francesco, Amoris Laetitia, 99).

Non è esagerato dire che tutte voi, care coppie, con il sacramento del Matrimonio avete il Sacro Cuore dentro di voi! Non esagero! Non farò la fine di Savonarola o di Giordano Bruno! Sentite cosa dice San Giovanni Paolo II: «Lo Spirito, che il Signore effonde, dona il cuore nuovo e rende l’uomo e la donna capaci di amarsi come Cristo ci ha amato. L’amore coniugale raggiunge quella pienezza a cui è interiormente ordinato, la carità coniugale» (Familiaris consortio, 13).

Vi invito a riflettere su questa verità e a rendere grazie al Signore che vi ha arricchito e benedetto di un così grande dono. Basta solo che collaboriate alla grazia che è già in voi e lasciate che quel Cuore di Gesù, che batte adesso al vostro ritmo, sia libero di amare in voi.

Padre Luca Frontali

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Ti vorrei mangiare

Nel corso della mia (ancora non lunga) vita sacerdotale vi confesso di aver vissuto una creta trasformazione nel mio rapporto con l’Eucarestia. Ricordo agli inizi in seminario il mio modo di stare davanti a Gesù nel Tabernacolo era solenne, ieratico. Sentivo forte il senso di Mistero, di Assoluto. L’adorazione era qualcosa di straordinario, sentivo la magnificenza e maestosità di quel momento.

Negli anni ho potuto integrare a questo sguardo, certamente giusto dal punto di vista teologico, un atteggiamento più semplice, più intimo e cordiale: Gesù è lì davanti a me come amico, come il mio confidente, vuole e chiede che Lo lasci entrare nel mio cuore e nella mia mente.

Cosa ha fatto scattare in me tutto ciò? Di sicuro lo Spirito Santo. E penso proprio che Lui si sia servito di tante coppie di sposi che ho incontrato suo mio percorso per farmi gustare la sua Presenza viva.

Perché dico questo? Perché è chiaro il parallelo tra Sposi ed Eucarestia sotto diversi aspetti. Papa Benedetto per questo diceva: “L’Eucarestia, sacramento della carità, mostra un particolare rapporto con l’amore tra l’uomo e la donna, uniti in matrimonio” (Esortazione apostolica Sacramentum caritatis, n° 27). In tutto questo panorama meraviglioso, io oggi mi vorrei soffermare sul fatto che entrambi sono un “Corpo dato per amore”.

A volte celebro da solo nella cappellina della mia comunità, è una stanza piccola, raccolta, silenziosa. Per me è una delizia dire Messa lì, mi godo proprio quel tempo tutto da solo con Gesù. Questo mi permette di soffermarmi su alcuni aspetti che mi aiutano a capire il senso dell’Eucarestia e in tutto ciò anche il vissuto di tante coppie amiche mi arricchisce ulteriormente.

Guardo l’altare e vedo la tovaglia bianca e il corporale. Subito penso alle lenzuola di un letto a due piazze. Gesù è lo Sposo che si offre a me nella Messa.

Penso alla Messa che è un continuo dialogo tra noi e Gesù, un dialogo di amore, proprio come avviene nell’atto coniugale.

Contemplo il momento della Comunione come il culmine dell’amore, quando avviene il dono reciproco dei corpi: io ricevo Lui e Lui viene in me.

Quando penso alla festa di oggi, non posso non riandare a quegli sposi che hanno condiviso come il loro amore vicendevole sia stato così intenso da giungere spesso a dirsi: “vorrei mangiarti da quanto ti amo”.

Ecco, Gesù nell’Eucarestia nel fondo vuole dirci proprio così: “mangiami, ti amo infinitamente che voglio stare dentro di te, a contatto con il tuo cuore, con la tua intimità”.

A tale proposito, come ha scritto stupendamente don Carlo Rocchetta: “L’eucarestia edifica la relazione nuziale degli sposi, la modella e la ripropone ogni volta allo loro esistenza” (La mistica dell’identità nuziale, pag. 92).

Che significa questo? Che voi sposi partecipando alla Messa, e anche adorando l’Ostia Santa, state rendendo possibile il dono di Gesù alla Chiesa in voi, per voi e con voi. State dando le chiavi di casa a Gesù perché abiti in voi e vi conceda di amare al suo modo. Il fatto è che forse non ve ne rendete conto tutte le volte ma lo Spirito eccome che lavora dentro di voi perché sia così!

La festa di oggi è quindi un’occasione perché vi sia chiaro che Gesù Eucarestia, lo Sposo della vostra coppia, è Colui che sostiene ogni giorno il vostro amore, Colui che vi aiuta a crescere nella relazione sponsale e colui che vi rende presenza Sua nel mondo.

Per cui cari sposi, grazie per tutte le volte che siete Eucarestia in uscita, pur con tutti i limiti che naturalmente abbiamo. Io prete posso solo celebrare Messa in chiesa, ma siete voi che portate la Messa in casa, in macchina, al lavoro, ovunque siate. Per tutto questo Gesù vi è immensamente grato e riconoscente.

ANTONIO E LUISA

Grazie a padre Luca per questa bella testimonianza. Padre Luca scrive: Contemplo il momento della Comunione come il culmine dell’amore, quando avviene il dono reciproco dei corpi: io ricevo Lui e Lui viene in me. Per me e Luisa è proprio così. E’ qualcosa che va però “conquistato” nel tempo. Più siamo cresciuti nel volerci bene nella nostra vita di tutti i giorni, più abbiamo imparato a donarci e ad accoglierci in piccoli gesti di cura e di tenerezza, e più la nostra intimità è diventata bella e piena. Davvero io sorrido quando sento esperti dire che il sesso ha bisogno di novità e che il matrimonio è la tomba dell’amore.

E’ verissimo che molte coppie dopo un po’ di tempo smettono di fare l’amore. Ci sono diversi studi al riguardo. Il problema non è però il matrimonio, ma l’incapacità di prendersi cura della relazione e di trasformarla in una comunione sempre più profonda. Fare l’amore con Luisa è sempre più bello perchè siamo, ogni giorno che passa, sempre più un noi e ciò che rende l’amplesso meraviglioso è proprio la nostra comunione di una vita intera che ci siamo donati vicendevolmente.

Termino con un passaggio del prossimoo libro che Luisa ed io abbiamo in rampa di lancio (uscirà ad ottobre):

Noi sposi cristiani possiamo comprendere come vivere la sessualità alla luce dell’Eucarestia. Viverla quindi nel dono totale all’altro come Gesù si è donato per noi. È vero anche viceversa. Possiamo comprendere la grandezza dell’Eucarestia, del dono di Dio per noi, facendo esperienza del dono del nostro coniuge. La sessualità ci può introdurre nella pienezza del dono eucaristico.

Geneticamente trinitaria

PADRE LUCA

Nel 2021 di quante famiglie parliamo? È evidente che, a livello sociologico, non si usa più solo famiglia al singolare ma le famiglie, i vari tipi di aggregazione familiare. Ma con questo non sto affatto avallando la cosa… sto solo prendendo atto di una realtà in corso.

Quindi si parla di: 1) famiglia nucleare, composta da un padre e una madre sposati e uno o più figli (propri o adottati) oppure da una coppia non sposata, ma convivente con figlio/i (unione di fatto); 2) famiglia allargata, in cui convivono nonni, genitori, figli, zii, cugini, ecc.; 3) famiglia monoparentale, dove un solo genitore (celibe, vedovo o divorziato) coabita con uno più figli; 4) famiglia ricomposta dopo una rottura di un legame precedente, per cui sono presenti i genitori affidatari con figlio/i o una coppia di genitori divorziati, risposati o semplicemente conviventi, con figlio/i di uno o di entrambi i coniugi; 5) famiglia omosessuale; 6) infine può darsi che diversi adulti e bambini vivano insieme in una comunità. Magari presto ci sarà chi proporrà altro ancora…

Noi cristiani cosa dobbiamo pensare quando vediamo tale panorama? Chi, ad oggi, proviene da una famiglia di papà e mamma e a sua volta ha voluto fondarne una simile, cosa deve aspettarsi dal futuro immediato?

La solennità che stiamo celebrando è assai importante in questo senso perché ci svela la realtà nel suo fondamento ultimo. È come se usassimo degli occhiali che ci permettessero di vedere le cellule e gli atomi del nostro corpo; oppure con essi potremmo osservare nitidamente il pianeta Nettuno; o se andassimo in crociera saremmo in grado di visualizzare il fondo dell’oceano…

La Trinità ci fa andare oltre ogni contingenza e apparenza. Essa è lo sfondo finale in cui esistiamo, è l’origine di tutto ciò che siamo, tocchiamo, vediamo, e in cui ci muoviamo. Il mondo, con tutte le cose cambianti che possiede, con tutti i suoi scenari mutevoli, può confonderci. In cambio, la Trinità è quell’ancora che ci tiene incollati al fondo del mare, pur nella sua tempesta più furiosa.

Per prima cosa la Trinità è la nostra “casa” da cui proveniamo tutti, è la nostra vera origine, ben prima di tutte le genealogie e ascendenze che siamo stati capaci di compilare. La Trinità è la sorgente della famiglia e della coppia. Senti che bello quanto dice Papa Benedetto:

“Chiamata ad essere immagine del Dio Unico in Tre Persone non è solo la Chiesa, ma anche la famiglia, fondata sul matrimonio tra l’uomo e la donna. In principio, infatti, «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: siate fecondi e moltiplicatevi» (Gen 1,27-28). Dio ha creato l’essere umano maschio e femmina, con pari dignità, ma anche con proprie e complementari caratteristiche, perché i due fossero dono l’uno per l’altro, si valorizzassero reciprocamente e realizzassero una comunità di amore e di vita. L’amore è ciò che fa della persona umana l’autentica immagine della Trinità, immagine di Dio. Cari sposi, nel vivere il matrimonio voi non vi donate qualche cosa o qualche attività, ma la vita intera” (Benedetto XVI, Omelia 3 giugno 2012).

E la Trinità è anche la “casa” a cui torneremo, verso la quale stiamo camminando inesorabilmente ogni giorno. Siamo usciti dalla Trinità e ad Essa torneremo, con il Suo aiuto: “Dunque, la solennità liturgica di oggi, mentre ci fa contemplare il mistero stupendo da cui proveniamo e verso il quale andiamo, ci rinnova la missione di vivere la comunione con Dio e vivere la comunione tra noi sul modello della comunione divina. Siamo chiamati a vivere non gli uni senza gli altri, sopra o contro gli altri, ma gli uni con gli altri, per gli altri, e negli altri… La Trinità, come accennavo, è anche il fine ultimo verso cui è orientato il nostro pellegrinaggio terreno” (Francesco, Angelus, 31 maggio 2015). 

Come è possibile quanto ho appena affermato? Quando Gesù nel Vangelo dice: “battezzandoli nel nome del Padre, Figlio e Spirito Santo” sta sottintendendo una verità meravigliosa che si applica anzitutto per il Battesimo ma analogamente anche per gli altri sacramenti e per il matrimonio ha un sapore tutto speciale.

“Nel”, in greco “εἰς”, significa compenetrazione, immersione in, entrare in comunione con. Quindi il Battesimo e gli altri sacramenti sono un aver parte alla vita trinitaria. Senza paura di sbandare, si può paragonare questo concetto a una trasfusione di sangue tra due persone, dopo la quale l’una possiede in sé qualcosa dell’altro e vi è una compartecipazione di un bene. Quindi con i sacramenti noi siamo già uniti a Dio, abbiamo “inserito la spina nella presa” e la grazia fluisce dentro di noi.

Per voi sposi questo è particolarmente vero perché “il modello originario della famiglia dev’essere ricercato in Dio stesso, nel mistero trinitario della sua vita” (Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie 6).

Cari sposi, so che tale accostamento fa venire capogiri e vertigini a più di uno di voi ma è proprio così “per grazia ricevuta” e non è una condanna alla frustrazione, tutt’altro! Vi rincuori che per i sacramenti continuamente siete “in” Dio e le fragilità sono sempre affiancate dalla straordinaria forza divina.

Perciò con voi benedico e lodo il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, che si riflette quotidianamente in ogni vostro gesto di amore. E di ciò, vi sono grato con tutto il cuore.

ANTONIO E LUISA

Approfittiamo della riflessione di padre Luca per informarvi che presto uscirà il nostro nuovo libro dove racconteremo proprio questo. Noi, un uomo e una donna, magari più limitati e problematici di tante altre persone, uniti dal sacramento del matrimonio possiamo insieme mostrare la Trinità.

Sembra davvero impossibile eppure Dio ha voluto così. Lui conosce bene il nostro cuore e i nostri limiti e per questo ci sostiene e ci ha fatto suoi attraverso il sacramento del matrimonio. E’ davvero un miracolo. Due imbranati, come siamo Luisa ed io, hanno nella loro relazione la capacità di mostrare l’amore di Dio. Come? Fidandoci, affidandoci e dando ciò che siamo e abbiamo senza riserve. Il resto lo farà Lui.

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Maria Sposa 3.0.

Cari sposi,

siamo arrivati all’ultima parte di questo breve excursus su Maria Sposa. Usando un termine da versioni di programmi di un computer, in Maria 1.0, ho evidenziato il primo aspetto della sponsalità di Maria: l’essere aperta dal Dono di Dio, sapersi amata da Lui e lasciarsi amare dal Signore.

Nel secondo momento, in Maria 2.0, ho parlato di come questa sua consapevolezza ha fatto sì che Lei volesse con tutto il Suo cuore donarsi al Signore e quindi vivere in pienezza la Verginità, appartenere solo a Dio, il Suo grande e unico tesoro. Il Signore, d’altro canto, nella sua infinita provvidenza e onnipotenza, ha rispettato quel desiderio grande e bello del suo cuore e difatti ha mantenuto la sua verginità accanto alla maternità.

La bellezza dell’amore è proprio questa, che può essere puro e integro aprendosi agli altri. L’amore non rimane mai chiuso in sé stesso, non è mai solipsista o narcisista. L’amore vero, quello che discende da Dio, è puro e fecondo, cioè dà vita, genera e rigenera sempre vitalità in sé e negli altri.

Ecco allora che per concludere toccherò il punto di Maria Madre. Siamo in tema perché lunedì scorso abbiamo celebrato la Memoria di Maria Madre della Chiesa e non è affatto un caso che cada proprio l’indomani della Solennità di Pentecoste. Lo Spirito, che ha formato Gesù in Lei, ora La rende perennemente Mamma di un popolo che non ha limite di numero e di paesi.

I riferimenti evangelici della prima parte sono stati: l’Annunciazione, poi la Visitazione e le nozze di Cana ed infine oggi è l’asse Betlemme-Golgota.

Chi ha capito quest’ultimo collegamento è stato il grandissimo artista Michelangelo. Una volta a Roma ebbi la grande grazia di essere tra i ministranti di Papa Benedetto nella Messa di Natale. Ero arrivato con molto anticipo per le prove e mezz’ora prima dell’inizio, ci fecero attendere proprio attorno alla Pietà, perché è da lì dietro che arriva il Papa per iniziare la processione fino all’altare. In tutto quel tempo ho avuto l’occasione davvero unica di contemplare da vicinissimo questa scultura dal valore spirituale immenso. Il volto di Maria è proprio quello di una giovinetta di 15 anni! Come mai l’artista l’ha plasmata così? Mi pare abbia ragione chi vede in tale scelta l’unione dei due momenti della nascita di Gesù e della “nuova” maternità di Maria sul Calvario.

Sotto la croce Maria diventa Mamma di ciascuno di noi quando Gesù le dice: “donna, ecco tuo figlio” (Gv 19,26). La Vergine e Sposa, ora diventa ancora Madre.

Come hanno scritto Mariateresa Zattoni e Gilberto Gillini, “Maria ha avuto due annunciazioni, in forza delle quali è rimasta incinta… la prima è avvenuta a nome dell’Angelo… la seconda avviene ai piedi della croce… Maria è di nuovo incinta di tutti noi, ci porta nel suo grembo” (R. Bonetti – F. Pilloni, La grazia del sacramento delle nozze, Cantagalli, 278).

Da ciò si evince che Maria vuole generare in noi Gesù. Lei si è preso l’impegno di essere madre nostra molto seriamente e vuole con tutto il suo Cuore Immacolato che diventiamo veramente amici di Gesù e Lo seguiamo concretamente nella vita.

Che significato ha questo per voi sposi? Che davvero vi amiate come Gesù ha amato la Chiesa. Che la vostra donazione reciproca profumi di Gesù: un amore che si perdona, che porta pazienza, che serve, che parla bene, che vive nella gioia, che sa anche soffrire… Maria non desidera altro per voi e sa bene cosa significhi perché lo ha vissuto con Giuseppe per tanti anni.

Per finire, vorrei solo ripetere alcune idee che spero vi aiutino a capire di che pasta siamo fatti. La sponsalità appartiene a tutti noi, fa parte del nostro essere persone, chiamate esistenzialmente ad amare ed esser amate.

Maria ci precede come grande e meraviglioso esempio di come si è sposi: si è sposi nella verginità, nel formare una famiglia, nel generare vita biologica o spirituale. La sponsalità quindi risiede nel “dono totale e sincero di sé stessi” (cfr. Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, 13).

In tutto ciò risalta e risplende in noi quell’imprinting, il “marchio di fabbrica”, quel segno intimo che veniamo da un Dio che è Comunione di Persone, le Quali sono solo e sempre Dono di Sé all’Altro, e che siamo davvero Immagine e Somiglianza della Trinità.

Vi auguro che questo mese di maggio, mese mariano, lasci un segno nella vostra vita personale e di coppia e siamo davvero in cammino con Gesù su questa strada meravigliosa che Lui vi ha regalato.

Padre Luca L.C.

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Dio non più fuori ma dentro di noi

PADRE LUCA

Chi ricorda la celebre scena di “Non ci resta che piangere”, quando Mario (Massimo Troisi) e Saverio (Roberto Benigni) vogliono insegnare a Leonardo da Vinci cosa sia il treno? Saverio la mette facile: “Il treno, du’ binari, ma lunghi eh” e Leonardo è un po’ perso.

Se davvero avessimo mostrato a Leonardo il progetto del Frecciarossa 1000, cosa ci avrebbe capito? Con tutto il suo genio, sicuramente più di me ma non penso che poi sarebbe riuscito a combinare qualcosa di serio.

Nell’ultima cena, Gesù dice ai suoi: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso”. Se Gesù l’avesse fatto sarebbe successo come nel film… Vi immaginate i poveri apostoli a sentire parlare delle Due Nature di Cristo in una Sola Persona, o il Dogma dell’infallibilità del Papa o di questioni di bioetica circa lo statuto ontologico dell’embrione…? San Pietro probabilmente sarebbe stato il primo a fare uno dei suoi commenti a caldo.

Ma poi Gesù prosegue e dice una cosa bellissima: “Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità”. Lo Spirito completa l’opera di Gesù.

Sul matrimonio Gesù non è che abbia speso tante parole in effetti. C’è chi ha dubitato che sia un sacramento visti i pochi accenni di Gesù ma in realtà Lui ha fatto l’essenziale con la Sua Presenza a Cana nel terzo giorno… e lì si rivela come lo Sposo, come il nuovo Adamo.

Ma è lo Spirito che porta quella verità a pienezza. È lo Spirito che rende Una Sola Carne due persone così diverse per cultura, carattere, stile di vita, idee…

Lo Spirito fa una cosa straordinaria: rende una sola carne ma al tempo stesso distinti il marito e la moglie. Vi rendete conto che è esattamente quello che succede nella Trinità?

È nello Spirito che il matrimonio umano osa diventare immagine della Trinità. Ecco una delle cose che Gesù ha omesso volontariamente di dire nell’Ultima Cena agli apostoli. È questa la trasformazione che la coppia riceve nel giorno delle nozze: una nuova Pentecoste su di loro.

Sentite che bello il rito al riguardo: “trasfigura, Padre, quest’opera che hai iniziato in loro e rendila segno della tua carità. Scenda la tua benedizione su questi sposi, perché, segnati col fuoco dello Spirito, diventino Vangelo vivo tra gli uomini.”

Lo Spirito vi ha trasfigurato, ha dato una nuova forma al vostro amore ed ora esso “contiene” Dio.

Sappiamo che Dio è ovunque, che ha una Presenza specialissima nell’Eucarestia. Ma è altrettanto vero che Dio è “dentro” l’amore sponsale grazie al ruolo dello Spirito Santo.

Se ci fosse tra noi Don Tonino Bello, vi chiamerebbe “’agenzie periferiche della Trinità”.

Care coppie, anche oggi contemplatevi nello Spirito, che Lui vi guidi e vi conduca ad una sempre maggior consapevolezza di chi siete nella Chiesa.

E lasciatevelo dire, anche se qualcuno di voi magari non ci crede: contenete più Dio voi di un magnifico paesaggio della natura!

Buona festa di Pentecoste!

ANTONIO E LUISA

Anche quest’anno la Pentecoste è arrivata  al momento giusto. E’ stato per tutti un periodo difficile, di grande stress e insicurezza. Per questo la Pentecoste è una festa liturgica importantissima. Per questo è importante venga ogni anno. Ci ricorda che non siamo soli. Ci ricorda che il nostro matrimonio è abitato da Gesù e che lo Spirito Santo è stato effuso in noi con il sacramento del matrimonio ed è continuamente effuso in noi in ogni gesto d’amore che ci regaliamo vicendevolmente.

Lo Spirito Santo è dono che ci permette di farci a nostra volta dono. Lo Spirito Santo prende le nostre lingue, la mia e quella della mia sposa. Due lingue diverse incomprensibili per l’uno e per l’altra.  Non ci si capisce e si resta chiusi ognuno con il desiderio di essere compreso, ma non quello di capire l’altro.  Lo Spirito Santo prende queste nostre lingue e le trasforma nell’unica lingua universale, la lingua dell’amore che è dono di sè e accoglienza dell’altro/a.

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Finché morte non ci unisca ancor di più

PADRE LUCA

Una volta ho celebrato un matrimonio di quelli in cui gli unici a rispondere erano gli sposi e il sagrestano. Il resto delle persone, comodamente seduto, conversava beato durante la Messa. Alla fine, mi si avvicina il padre della sposa, mi fa i rallegramenti e poi dice: “Padre, come mai non hanno detto la frase «finché morte non ci separi»”? Mi sarebbe venuto da chiedergli in quale puntata di Beautiful oppure di Dinasty l’aveva sentito… ma comunque gli ho risposto solo che non era previsto dal rito cattolico.

A proposito di rito ma andiamo a vedere esattamente cosa dice: “Io N., accolgo te, N., come mia sposa/o. Con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita”.

In effetti il matrimonio è per tutti i giorni della nostra vita e allora pare che la morte sia il termine di questo cammino assieme. Ma la festa di oggi, l’Ascensione, e la Resurrezione di cui essa è il compimento, ci dicono che la nostra vita continua, che “siamo nati per non morire mai più” come disse la Serva di Dio Chiara Corbella (1984-2012). Per questo il matrimonio sfocia in Cielo. Ma, attenzione! Non ho detto che il vincolo matrimoniale sia eterno, esso difatti è una grazia per questa vita. Tuttavia, la relazione nuziale non finisce, non si limita a questa vita.

Il Card. Raniero Cantalamessa dice a tale proposito: «Il matrimonio non finisce del tutto con la morte, ma viene trasfigurato, spiritualizzato, sottratto a tutti quei limiti che segnano la vita sulla terra, come, del resto, non sono dimenticati i vincoli esistenti tra genitori e figli o tra amici. In un prefazio dei morti la liturgia proclama: “Vita mutatur non tollitur”, la vita è trasformata, non tolta. Anche il matrimonio che è parte della vita viene trasfigurato, non annullato». (R. Cantalamessa, Gettate le reti. Riflessioni sui vangeli, Piemme 2001). Quindi, parafrasando la battuta del mio amico all’inizio, quella frase, che idealmente gli sposi si dicono, dovrebbe diventare: “finché la morte non ci unisca ancor di più”.

A questo riguardo anche Don Renzo Bonetti esprime lo stesso concetto: “Il tempo degli sposi ha valore di eternità, perché vive ed esprime il mistero della relazione di Dio con l’umanità” e anche “con il sacramento del matrimonio tutto il tempo e la vita degli sposi entrano già nell’eterno” e da ultimo: “le nozze degli sposi sono chiamate ad annunciare, a testimoniare, nei giorni che passano, le nozze già avvenute tra il Verbo di Dio e l’umanità”, (R. Bonetti, Come in terra così in cielo, Porziuncola, Assisi 2017). Mamma mia! Che vertigini! Ci avevate mai pensato che il vostro amore ha qualcosa di eterno? E non è scritto solo in un romanzo Harmony?

Se la vita nuziale ha già sapore di eternità e la morte unisce ancora di più gli sposi, che senso ha allora la festa di oggi? Cioè, dove ascenderete, che fine farete voi come sposi? Voi sposi salirete a una comunione ancora più alta di quella che state sperimentando oggi, voi passerete a vivere assieme a LA comunione per eccellenza: quella con Dio.

Dice il prefazio nella Messa di oggi: “Gesù non si è separato dalla nostra condizione umana, ma ci ha preceduti nella dimora eterna, per darci la serena fiducia che dove è lui, capo e primogenito, saremo anche noi, sue membra, uniti nella stessa gloria” (Prefazio della Messa di Ascensione). Sarete ancora più uniti a Lui in Cielo, un’unione che ora appena appena intuiamo, nel migliore dei casi.

Voi sposi siete a pieno titolo le membra di Gesù, la sua Sposa, il suo Corpo; ed oggi festeggiate il vostro ricongiungimento con lo Sposo, con il Capo.

Capite ora perché non ci sarà più bisogno del vincolo sacramentale? Perché Colui che vi lega e vi unisce è lo stesso Cristo. Il vincolo attuale è una misera ombra di Colui che sarà “tutto in tutti” (1 Cor, 15, 28). Ogni dimensione del vostro amore, tutta la vostra passione, le vostre emozioni, le vostre gioie saranno amplificate al massimo grazie alla presenza viva e reale, personale di Cristo e di tutta la Trinità in voi, attiva dentro di voi in una misura mai sperimentata prima.

Siccome Amoris Laetitia dice che voi sposi siete chiamati alla via mistica dell’unione con Dio (cfr. n° 316), adesso vi invito a fare una contemplazione della Parola e un esercizio.

L’esercizio che vi propongo è di provate a pensare a qualche momento di particolare intensità del vostro amore, quando vi è parso di toccare il Cielo con un dito. Cercate di visualizzare il più possibile quel momento, le circostanze, il motivo di quell’esperienza… Bene, quello è nulla in confronto con la potenza di amore che Cristo vi donerà in Cielo.

E perciò, provate poi a contemplare il vostro amore trasfigurato e in pienezza nella Vita con Dio e condividetevi le vostre riflessioni, i vostri pensieri: come sarà il nostro amore quando Cristo sarà tutto in noi? Come ci ameremo? Come ci abbracceremo? Come ci guarderemo di là?

Buona contemplazione, lo Spirito vi guidi e il Signore vi renda sempre più ferventi e pieni di gioia di essere assieme sulla via che porta Lassù.

ANTONIO E LUISA

Non avevamo mai considerato quanto ha scritto padre Luca. A pensarci bene però è vero, quando entreremo nella vita eterna saremo ancora più uniti tra noi. Ciò che ci porteremo dietro alla fine sarà l’amore e l’amore tra due sposi è tra i più profondi e completi. Nonostante il vincolo non ci sarà più.

Volevamo porre l’attenzione su un’altra realtà. C’è un momento in cui due sposi possono già su questa terra avere un assaggio della pienezza della vita eterna. L’abbraccio può essere un momento di paradiso, di ritorno alle origini, dove il peccato non aveva ancora corrotto i nostri cuori e tutto era puro, pieno e perfetto. L’abbraccio, e ricordate che l’amplesso è il più profondo e intimo abbraccio, anche se per pochi istanti può farci riassaporare l’infinito e la perfezione. Un istante che non vorremmo finisse mai. Un eterno presente dove non abbiamo bisogno di nulla se non di gustare quella pienezza meravigliosa. Non è forse questo il paradiso, un abbraccio eterno con Gesù.

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Maria Sposa 2.0.

Cari sposi,

continuiamo con il secondo appuntamenti su Maria Sposa. Nel precedente articolo ho esordito dicendo che Maria è Sposa anzitutto perché vuole essere Vergine, cioè vuol accogliere il dono di Dio, essere solo di Lui. Il momento clou di questa sua condizione è l’Annunciazione, quando Lei disse di sì al Signore, nonostante il “rimescolamento delle carte” nella sua vita. Ho quindi voluto sottolineare come tutto parte dal ricevere un Dono, dall’essere aperti ad accoglierlo. Questo aspetto è fondamentale per capire come Maria è Sposa e lo è anche prima dell’Annunciazione.

Ora facciamo un ulteriore passo in avanti e vediamo che il Signore ha fecondato il suo desiderio di amare molto concretamente in un luogo e con persone ben precise. Probabilmente Maria non avrebbe mai immaginato che un giorno sarebbe partita da Nazareth, un paesino di qualche centinaio di abitanti (senz’offesa ma mi viene in mente Frittole, del film “Non ci resta che piangere”); che avrebbe fatto più di una volta il giro di Israele da nord a sud; che sarebbe fuggita in fretta e furia in Egitto e che da anziana avrebbe preso una barca fino alla lontanissima Efeso…

Il Signore l’ha presa in parola, ha preso sul serio quel suo cuore grande e l’ha messa in condizione di amare davvero Gesù, Giuseppe, gli apostoli, i primi cristiani e tante tante persone che di sicuro l’hanno voluta incontrare e parlare con Lei.

Il punto qui è l’offerta: Maria si offre perché sa di essere amata, Maria si dona pienamente nel cammino su cui il Signore l’aveva messa perché “l’amore non si paga che con sé stesso” (san Giovanni della Croce).

Non so voi ma io quanti progetti sulla mia vita mi sono fatto! E tutte cose ottime, per carità! Ma, tanto per dire, ora il Covid è stato un po’ come l’onda marina che ha disfatto il tuo castello di sabbia, elaborato con tanta cura. È necessario ora, con realismo e pazienza, mettersi in ascolto di cosa vuole il Signore e come vuole che mi doni in queste nuove circostanze.

A Maria è successa una cosa simile, tante e tante volte nella vita e ugualmente si è offerta con amore e ha accolta la Volontà di Dio.

Due momenti lampanti in cui Maria si dona e si fa avanti sono: Ain Karim, quando visita sua cugina Elisabetta e poi Cana di Galilea, durante il matrimonio a cui lei e Gesù vennero invitati.

In entrambe le circostanze Maria fa due gesti di cura, di amore, di servizio senza essere stata interpellata, senza che nessuno glielo avesse chiesto. Visita sua cugina per mettersi a suo servizio negli ultimi mesi di gravidanza e forse anche dopo il parto; si accorge di una mancanza imbarazzante e imperdonabile al menù del banchetto nuziale e risolve magistralmente l’impaccio.

Essere sposa per Maria è questo: dare, donarsi, amare, servire, offrire, farsi avanti, mettersi a disposizione, ascoltare. È talmente grande il cuore di Maria che Gesù ha visto bene di farci entrare tutta la Chiesa e quindi ciascuno di noi con la nostra storia personale.

Cari sposi, impariamo da Lei ad amare, chiediamo la sua mediazione e intercessione se riscontriamo in noi ferite e chiusure per amare bene il nostro coniuge e la nostra famiglia. Chiediamole un cuore magnanimo e generoso come il Suo.

Padre Luca Frontali L.C.

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Restiamo sposi

PADRE LUCA

Una volta mi sono trovato a celebrare un matrimonio di due “pischelli”, come si dice a Roma. Lui 20 e lei 19. Ho esordito così: “quale coppia è più bella secondo voi: una di quelle uscite da «Matrimonio a prima vista» oppure i nonnini che sono giunti alle nozze di diamante?”. I due si sono guardati, poi si sono girati verso l’assemblea e infine la sposa timidamente rispose: “beh, direi quelli più anziani”. E mi venne da ridere.

Nella mia comunità, i miei confratelli mi prendono in giro perché quando guardiamo assieme un film sono quello che commenta: “questo attore è sposato con tizia… la protagonista nella vita reale ha avuto due figli… questo qua ha fatto tale ruolo in quell’altro film” e vengo immediatamente e coralmente zittito. In effetti mi incuriosisce vedere il cast dei film che guardiamo e ciò che noto è che negli studios di Hollywood ci si toglie in fretta l’anello. Vale sia per i più divi come per quelli meno famosi: quasi tutti hanno vite matrimoniali molto brevi. La durata è davvero di qualche anno (se va bene). Ma nemmeno noi del Bel Paese ci salviamo… nel 2014 l’Istat diceva che ci si separa in media dopo 16 anni ma per l’ultimo censimento di fine 2019 addirittura i matrimoni in chiesa sono stati superati per la prima volta nella storia da quelli civili. “Matrimonio finché mi pare” batte “matrimonio per sempre” 1 a 0.

A proposito di matrimonio, nel Vangelo di oggi Gesù dice ai suoi amici: “rimanete”. Ma che bello! È una frase proprio da persone che si vogliono bene. Gesù prova davvero tanto affetto per gli apostoli, ben sapendo che lo avrebbero tradito. Sta chiedendo a loro: “restate con me, non staccatevi, restiamo sempre amici, vogliamoci sempre bene…”.

È proprio dell’amore il rimanere, il restare! Non so voi, ma io non mai visto scritto su un muro o sul marciapiede: “Ti amerò per altri 10 anni” oppure “voglio stare con te fino al 2029”. Al contrario, ho sempre letto frasi che parlano di eternità, di infinito, di sconfinatezza… perché questo è l’amore. “Lo strinsi fortemente e non lo lascerò” (Ct 3, 4) dice l’amata all’amato nel Cantico dei Cantici.

Tutti partono bene nel matrimonio, la sensibilità è alle stelle, non si vede l’ora di stare semplicemente assieme senza dover fare chissà cosa, qualsiasi discorso va bene. Ma poi passa il tempo… i figli, il lavoro, le preoccupazioni, i soldi, lo stress della vita…  si sa, fanno ridimensionare le aspettative.

Cosa è più facile dire: ti amo (adesso), oppure ti ho amato finora? L’amore vero è quello perseverante, che sa rimanere, sa durare nel tempo.

Il regista Mike Nichols del celebre film “Il laureato”, con Dustin Hoffman come protagonista, non volle farne il seguito proprio perché sarebbe risultato estremamente noioso far vedere la vita di una coppia stabile. Se la rottura di un legame può sembrare originale, lo stare sempre insieme invece è insipido. Eppure, non c’è niente di più faticoso ma anche appassionante del vivere la quotidianità dell’amore non certamente in modo superficiale e passivo. Questo non lo vuole nessuno. Ma una vita di coppia gioiosa e felice per 30,40,50 è davvero, umanamente parlando, un’impresa notevole e degna di stima e ammirazione!

Torniamo al vangelo. Mi piace dare questa lettura al testo di oggi. Prova ad immaginare che ci siete voi due nell’Ultima Cena con Lui. E Lui vi dice: “cari sposi, rimanete nel mio amore! Io già sono rimasto in voi dal momento della celebrazione, ora chiedo a voi di restare con me”. Non è meraviglioso?

C’è una specie di reciprocità tra noi e Gesù. In più di una occasione sono stati i discepoli a chiedere di restare con Gesù. Pensa ad Emmaus e sul Tabor “facciamo tre tende” (Mt 17, 4). Ma adesso è Lui che chiede di restare con noi. Ci vuole proprio bene Gesù! E questo vale in modo speciale per gli sposi.

Infatti, “Il dono di Gesù Cristo (nel matrimonio) non si esaurisce nella celebrazione del sacramento del matrimonio, ma accompagna i coniugi lungo tutta la loro esistenza. Lo ricorda esplicitamente il Concilio Vaticano II, quando dice che Gesù Cristo «rimane con loro perché, come Egli stesso ha amato la Chiesa e si è dato per lei” (Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio 56). Ecco qui un bellissimo collegamento al Vangelo di oggi con il sacramento del matrimonio.

Cari sposi, Gesù è davvero tanto contento di essere rimasto con voi per tutti gli anni del vostro matrimonio, tanti o pochi che siano. Non importa se il vostro amore non è perfetto o non è così “mozzafiato” come agli inizi. L’importante è essere consapevoli che Lui è con voi per continuare a soffiare sulle braci del cuore e a ravvivare la donazione quotidiana. Restate con Lui perché Lui è sempre stato con voi.

ANTONIO E LUISA

Noi festeggiamo tra poco più di un mese i nostri diciannove anni di matrimonio. Siamo durati quindi oltre la media. Abbiamo scollinato i fatidici 16 anni che secondo la ricerca menzionata da padre Luca è il momento della separazione. A parte gli scherzi è bellissimo sapere e avere fiducia che l’altro ci sarà sempre per noi.

In questi anni ce lo siamo dimostrato diverse volte. Ogni crisi è stata un’occasione per rilanciare e per metterci qualcosa in più: in amore, in determinazione, in capacità di sacrificio e, soprattutto, in fede. Quando le cose sembravano mettersi male ci siamo fidati ed affidati e non siamo mai rimasti delusi.

Come diceva un sacerdote che abbiamo ascoltato un po’ di tempo fa: se arriverete a dirvi che non vi amate più significa che non vi siete mai amati. C’era sentimento, passione, magari grandi emozioni, ma alla prova dei fatti, quando c’era bisogno di metterci soprattutto volontà e sacrificio vi siete tirati indietro.

Come ha concluso padre Luca: Restiamo con Lui perché Lui è sempre stato con noi.

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Voglio una vita… vedrai che vita, vedrai

Quando penso alla potatura, la mia mente mi riporta a lunghi pomeriggi di febbraio passati a guidare il trattore mentre i miei fratelli e gli operai di mio papà tagliavano i rami dei peschi. Mamma quanto freddo! E quanta noia per me lì al volante! Ma io non immaginavo che senza quelle incisioni le pesche non sarebbero poi diventate a luglio così grandi e succose, non sapevo che sarebbero rimaste piccole come palline da ping-pong e di conseguenza invendibili sul mercato.

Inoltre, ignoravo quanta saggezza ci vuole nel potare, per questo mio papà sceglieva bene gli operai, non è roba da tutti, perché non si taglia a casaccio ma con un criterio ben preciso, per potenziare l’albero in modo che ogni ramo dia il massimo di sé.

Mi sorprende come Gesù sia riuscito a condensare in semplici realtà campagnole delle verità valide per tutti i tempi, presenti e futuri! È proprio un genio il Signore!

Anche la coppia è un bell’albero di pesche o di mele o di kiwi, metteteci la frutta che volete. Ma sempre richiede la potatura, altrimenti il risultato poi sarebbe solo un prodotto secondario, quasi di scarto.

Vi siete mai chiesti come coppia: quali frutti si attende da voi il Signore? Che vita vuole farvi condurre? Un po’ come la domenica scorsa in cui Gesù si presenta come il nostro Pastore, ritorna la grande domanda: quale missione ben precisa Dio ha pensato per noi due e quali frutti si attende? Chi ha saputo esplicitare molto bene tale interpellanza è stato San Giovanni Paolo II nella Familiaris Consortio. Guardate che chiarezza! “In tal senso, partendo dall’amore e in costante riferimento ad esso, il recente Sinodo dei vescovi ha messo in luce quattro compiti generali della famiglia: 1) la formazione di una comunità di persone; 2) il servizio alla vita; 3) la partecipazione allo sviluppo della società; 4) la partecipazione alla vita e alla missione della Chiesa” (FC 17).

Il Signore cerca questi frutti nella vostra coppia e famiglia, li cerca come lo fece quella volta avvicinandosi a un fico (cfr. Mc 11, 12-21). Sta trovando una comunità di persone unite e che si vogliono bene incondizionatamente? Coglie in voi l’apertura alla vita nella vostra intimità? Vi vede aperti agli altri, anche al di fuori della vostra famiglia? Siete partecipi nella vita ecclesiale? Ecc. ecc.

Non so voi care coppie ma quando penso alla mia missione di sacerdote vedo che il mio “ego” ci si mette di mezzo e vuole tirare indietro, come quando metti la prima senza accorgerti di avere il freno a mano tirato. Oppure come una mongolfiera, che vorrebbe spiegare il volo ma ha ancora legati i sacchi di sabbia.

Ecco allora perché il Signore parla di potatura. È in realtà una liberazione e un aumento di forza che Lui genera in noi. Il problema, lo sappiamo bene, è che fa male, causa sofferenza come la causa alla pianta potata.

Ora che sono a Roma sto conoscendo di più la figura di don Andrea Santoro (1945-2006), la cui causa di beatificazione è iniziata da tempo. Nella sua biografia “Lettere dalla Turchia”, don Andrea racconta un fatto significativo. Un giorno andò in curia vescovile, a San Giovanni in Laterano, per presentare il suo progetto di missione in Oriente. Mentre attendeva il suo turno poteva udire i giardinieri che stavano lavorando giù nel cortile interno e potavano gli alberi. Quei “zac, zac, zac” subito divennero preghiera nel suo cuore: “Il Signore mi vuole potare perché dia più frutto”. E infatti, la sua vita “potata” è diventata molto più feconda.

Ricordo tempo fa, in un incontro con Don Fabio Rosini, lui faceva notare come il suo stato di salute non ottimale fosse motivo di un “reclamo” nei confronti del Signore, del tipo: “Ma non mi potresti dare un po’ più di salute se vuoi che Ti serva meglio?”. Eppure, concludeva, “si vede che il Signore adesso vuole così”.

La potatura è davvero misteriosa, segue una logica che non ci appartiene. Tentare di spiegarla è fallimentare, sappiamo solo che porta a un bene maggiore. Tuttavia, il viverla (e non solo patirla) è legge evangelica e per questo vi do un consiglio, anzi due, in base a come vi trovate spiritualmente.

Se ti senti forte e saldo, allora puoi dire con S. Ignazio di Loyola (1491-1556): “Prendi, Signore, e ricevi tutta la mia libertà, la mia memoria, la mia intelligenza e tutta la mia volontà, tutto ciò che ho e possiedo; tu me lo hai dato, a te, Signore, lo ridono; tutto è tuo, di tutto disponi secondo la tua volontà: dammi solo il tuo amore e la tua grazia; e questo mi basta”.

Se non riesci a dire così e tremi dinanzi a quelle cesoie in mano a Gesù, allora vi invito piuttosto a dire con S. John Henry Newman (1801-1890): “Conducimi tu, Luce gentile, conducimi nel buio che mi stringe, la notte è scura la casa è lontana, conducimi tu, Luce gentile. Tu guida i miei passi, Luce gentile, non chiedo di vedere assai lontano mi basta un passo, solo il primo passo, conducimi avanti, Luce gentile. Non sempre fu così, te non pregai perché tu mi guidassi e conducessi, da me la mia strada io volli vedere, adesso tu mi guidi, Luce gentile. Io volli certezze dimentica quei giorni, purché l’amore tuo non mi abbandoni, finché la notte passi tu mi guiderai sicuramente a te, Luce gentile”.

Offerta piena e abbandono fiducioso sono due atteggiamenti stupendi per porsi davanti alla potatura che Dio vuole compiere in voi e nella vostra coppia. Temere è umano, al tempo stesso abbiate fiducia che il Buon Pastore, il Divino Agricoltore sa molto bene quello che sta operando nella vostra vita e vi vuole dare molto di più di quanto immaginiate.

ANTONIO E LUISA

C’è una santa che ci affascina particolarmente. In realtà non è ancora santa ma siamo sicuri lo diventerà presto. Si tratta di Chiara Corbella Petrillo. Una santa che noi in famiglia consideriamo cara e a cui ci affidiamo per la sua intercessione. Chiara è per noi così affascinante proprio per come ha saputo essere docile a quanto le è accaduto. Incredibile come lei e il marito siano stati capaci di accogliere tutto nella loro vita e hanno vissuto tutto alla presenza di Gesù che loro non hanno mai sentito lontano. Questo ha permesso loro di diventare una luce per tutto il mondo.

Dovremmo imparare da Chiara ed Enrico. Spesso nella preghiera chiediamo a Gesù qualcosa che noi desideriamo o che riteniamo che sia importante. Nella preghiera chiediamo quello che noi abbiamo deciso sia giusto per la nostra vita e per il nostro matrimonio. Non che sia sbagliato avere dei desideri e delle prospettive ma forse nella preghiera dovremmo chiedere anche di avere la capacità e l’abbandono di accogliere la volontà di Dio. Come diceva Chiara quando pregava Gesù: dammi la grazia di vivere la grazia.

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Maria Sposa 1.0.

Cari sposi,

iniziamo oggi una miniserie in tre appuntamenti, ahimè non di Netflix (non vedo l’ora esca la seconda stagione di “Lupin, il ladro gentiluomo”) su Maria Sposa.

Che significa per lei essere sposa? Apparentemente sembra un po’ scontato chiamarla così ma è anche un titolo poco usato eppure assolutamente proprio e confacente alla sua vita.

Prima di iniziare faccio due premesse di tipo generale così poi, spero, sarà tutto più chiaro:

Per prima cosa, noi vogliamo avvicinarci a Maria in uno spirito veramente ecclesiale. Non basta un atteggiamento affettuoso o a volte anche un pochino sentimentale. Maria è una mamma che tutti amiamo ma è, al tempo stesso, un grande esempio, una Mamma che ci aiuta ad imitarla.

Dico questo non da me, è San Paolo VI ad affermarlo nell’Esortazione Apostolica Marialis Cultus del 1967. In un passaggio dice: “Innanzitutto, la Vergine Maria è stata sempre proposta dalla Chiesa alla imitazione dei fedeli […] perché, nella sua condizione concreta di vita, ella aderì totalmente e responsabilmente alla volontà di Dio (cfr Lc 1,38); perché ne accolse la parola e la mise in pratica; perché la sua azione fu animata dalla carità e dallo spirito di servizio; perché, insomma, fu la prima e la più perfetta seguace di Cristo: il che ha un valore esemplare, universale e permanente” (Marialis Cultus, 35).

Quindi Maria è una Mamma che portiamo nel cuore, che ci ama con tutta sé stessa e contemporaneamente ci sforziamo di mettere in pratica il suo stile di vita: ascolto della Parola, obbedienza al piano di Dio su di noi, umiltà, carità, ecc.

In secondo luogo, quando parliamo di “sposo, sposa” non ci stiamo riferendo solo a una condizione di una parte della vita umana, che normalmente inizia attorno ai 30 anni di età. Essere sposi e spose è prima di tutto una qualità esistenziale e antropologica, propria di qualsiasi persona. Cioè, è Dio stesso che ci ha resi “sponsali, nuziali”. In che senso lo dico? Dire che siamo sponsali equivale a dire che siamo stati creati dall’Amore divino e per amare con tutto noi stessi. “Se Dio chiama tutti alle nozze con sé, anche affrontare il discorso sulle realtà delle nozze umane vuol dire trovarsi comunque davanti al Mistero nascosto nei secoli” (G. Mazzanti, Teologia sponsale e sacramento delle nozze, 13). Dio vuole “sposarci” sul serio, vuole una unione piena con ciascuno di noi ed è per questo che ci ha resi “sposabili”. Lo dicono molto bene questi due santi: “Noi siamo uniti a Cristo, che è inseparabile dal Padre. Ma pur rimanendo nel Padre resta unito a noi. In tal modo arriviamo all’unità con il Padre” (S. Ilario di Poitiers, Sulla Trinità, Lib. VIII); “Tu infatti, Trinità eterna, sei creatore e io creatura; e ho conosciuto – perché tu me ne hai data l’intelligenza, quando mi hai ricreata con il sangue del Figlio – che tu sei innamorato della bellezza della tua creatura. O abisso, o Trinità eterna, o Deità, o mare profondo! E che più potevi dare a me che te medesimo?” (S. Caterina da Siena, Ringraziamento alla Trinità, Cap. 167).

Saremo uniti a Dio solo se amiamo come Lui ci insegna e in questo Maria è maestra. Alla luce di questo allora Maria è sostanzialmente, esistenzialmente sposa! Lo è ben prima di ricevere la visita dell’Arcangelo Gabriele. Inoltre, Maria, in quanto sposa, è vergine e vuole esserlo tutta la sua vita.

Ora capisci perché è stato così, la verginità non è stato un rifiuto di impegnarsi sul serio, Maria non era una timidina che arrossiva e si vergognava di essere guardata dai maschi, non era un’adolescente che si sconvolgeva se il suo aspetto fisico non veniva apprezzato. Vergine significò voler essere tutta di Dio, e non di un uomo solo. Ed era così perché aveva compreso bene cosa c’era nel suo cuore, aveva colto la radicale chiamata ad amare solo Dio e ad essere unita a Lui per sempre.

Per tutto ciò, quindi, Maria può diventare sposa perché prima vuole essere vergine! In quanto “ella è e rimane aperta perfettamente verso questo «dono dall’alto»” (Giovanni Paolo II, Redemptoris Mater, 8), in quanto la sua verginità era piena ricerca e disponibilità verso l’Amore vero che poi lei poté donarsi e accoglierlo.

Spero che ora ti sia più chiaro perché Maria acconsentì a Dio nell’Annunciazione. Lo fece perché Lei vide che il Signore la stava guidando alla stessa mèta, allo stesso fine del suo intimo desiderio. Lei voleva l’unione piena con Dio ed Egli le ha mostrato che l’avrebbe ottenuto non più da sola ma tramite una famiglia.

Ecco perché Maria Sposa è un modello sia per i coniugati che per i consacrati, perché il suo essere Sposa è legato al suo essere Vergine ed entrambe le condizioni sono le facce della stessa moneta: l’essere sposi, chiamati a ricevere e donare amore.

Cari sposi, impariamo da Maria ad avere sempre questo cuore aperto al Signore, ad essere disposti ad accogliere il Suo amore. Questa è la nostra forza, questo è indispensabile se vogliamo donarci a chi il Signore ha messo sulla nostra strada.

Buon mese di maggio e che sia un tempo di crescita nell’amore, presi per mano da Maria!

Padre Luca Frontali L.C.

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Sposi fai da te? No Alpitour? Ahi ahi ahi…

PADRE LUCA FRONTALI

Corso Emmaus: introduzione

Perdonatemi se spesso nei miei articoli sono così sfacciatamente nostalgico degli anni ’80. Mi spiace per chi legge e non li ha vissuti, non sa cosa si è perso… Non che io lo abbia fatto in pieno data la mia età, però ho molte reminiscenze che spesso piacevolmente riemergono nella memoria.

Quella celebre pubblicità ritraeva due incauti sposi che si avventuravano in paesi esotici arrabattandosi tra dune di sabbia e foreste pluviali in cerca del luogo dove pernottare finché arrivava il beduino di turno a rimproverarli per la loro scarsa organizzazione.

Scherzi a parte, però questo sembra il modus vivendi di tante coppie cristiane. Hanno celebrato il sacramento, qualche volta la panca della chiesa l’hanno pure loro scaldata ma alla fin fine questo Gesù dove si trova nel ménage quotidiano? Oppure, per chi è credente, per chi ci tiene a Gesù, lo ha nel cuore, questo Gesù quanto conta alla fine nella propria vita?

S. Fedele da Sigmaringa (1577-1622), un santo cappuccino tedesco, morto martire per la fede in Svizzera e che ieri abbiamo celebrato, scriveva così: “Oh, Gesù dolcissimo e unica speranza dell’anima mia, perché ti sei allontanato da me? Dove ti sei nascosto, o buon Gesù? Io ti cerco da lungo tempo, e pure non ti trovo. Come avviene, o Gesù soavissimo, che sei dentro di me e fuori di me, stai ai miei fianchi, alla mia destra e alla mia sinistra, e ancora non ti scopro? O Gesù! Qual è la causa, che essendo dentro di me con la tua potenza e presenza, tuttavia con la grazia sei lontano da me, misero peccatore? O Gesù, è chiaro il motivo: non ho cercato Te. Cercai me. Ma d’ora in poi voglio cercare unicamente Te”.

Gesù c’è eccome nella nostra vita! È più presente del sole che splende in cielo ma se poi non Lo ascolto…?

Vi condivido, cari amici, che uno dei peccati che più confesso, assieme alle omissioni, è proprio il non ascoltare la Parola. Leggerla, meditarla ma poi fare di testa mia. Ossia, mi pento sempre di non seguirLo come dovrei.

Della Parola di oggi vi segnalo due brevi passaggi. Il primo è quando Gesù dice “Io sono il buon pastore” e poi “La pietra scartata dai costruttori è divenuta la testata d’angolo”.

C’è un bel legame tra le due immagini: pastore e pietra angolare. Il legame è dato dal loro ruolo essenziale e insostituibile, dalla loro funzione imprescindibile. In un gregge ci possono essere 10, 100, 500 pecore e non fa molta differenza, ma non può mancare il pastore altrimenti le pecore non riuscirebbero a vivere. Idem in un edificio fatto di pietre e mattoni, come si usava una volta, la pietra angolare era uno dei pilastri su cui poggiava il peso di tutto l’edificio e senza di essa non poteva reggersi.

Domanda: ha Gesù tale ruolo nella tua vita di coppia? O sei sposo al modo del “turista fai da te”?

La presenza di Gesù come Sposo della coppia non è una realtà «magica», sentimentale ma nemmeno domenicale o a periodi in base a come mi sento. È una vera relazione di amore e amicizia che va accolta ogni giorno. Gesù, per il sacramento delle Nozze, vive da Risorto la vostra relazione e ogni volta che vi sforzate di vivere in comunione, lì c’è anche Gesù. Quindi quando curate la relazione con Gesù nella la preghiera, nell’ascolto della Parola e con i Sacramenti state anche migliorando l’unità fra voi perché più vicini alla vera sorgente dell’Amore.

Cari amici, vi auguro di cuore di scoprire e riscoprire continuamente quanto è bello avere vicino a noi Gesù e il coraggio e l’umiltà di starGli dietro ogni giorno.

ANTONIO E LUISA

Crediamo che la fortuna del nostro matrimonio sia stata proprio quella di aver compreso che da soli avremmo fatto solo disastri. Da quando ci siamo sposati abbiamo cercato di mettere Gesù al centro della nostra vita. Al centro del nostro matrimonio. Non così tanto per dire. In modo molto concreto.

Come? Essenzialmente in due modi. Accogliendo la Sua Legge attraverso l’insegnamento della nostra Chiesa e atteverso la preghiera intesa come relazione con Gesù.

Accogliere la Sua Legge ha significato per noi vivere la nostra relazione nella castità. Castità prima del matrimonio e castità dopo il matrimonio. Astinenza prima del matrimonio e apertura alla vita dopo. Apertura alla vita nella responsabilità utilizzando i metodi naturali. Tante volte abbiamo testimoniato come una delle abitudini che secondo noi impoveriscono di più gli sposi è proprio l’uso di anticoncezionali. Non stiamo a ripeterci vi lasciamo un link ad un articolo specifico.

Il secondo punto riguarda la preghiera. Preghiera intesa non come recita del rosario o altre preghiere recitate. Naturalmente serve anche il rosario soprattutto ora che stiamo per entrare nel mese di Maggio. Intendiamo, in questo caso, una preghiera a più ampio raggio. Significa offrire. Offrire il nostro servizio, la nostra cura reciproca, il nostro perdono e la nostra tenerezza come preghiera. Sembra una scemenza ma in relatà rende tutto più leggero. Anche la fatica assume un valore diverso. Più bello. Anche quando l’altro non si comporta benissimo il nostro donarci comunque è sostenuto proprio da questo significato più grande. L’altro non se lo merita? Lo faccio per Gesù che invece mi ha amato così tanto sempre anche quando ero io a non meritare nulla.

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Amore, mi sono perso Gesù!

Care coppie, ma come vi capisco!!!

Avete i vostri figli in DAD mentre voi due nella stanza a fianco in smart working e di mattino casa vostra sembra la sala di controllo della Nasa. Ah, poi magari uno o entrambi i vostri genitori da vaccinare per cui chiama l’ASL (che non risponde mai) e tenta di prenotare; poi Fufi abbaia e vuole andare a spasso (e altro) due volte al giorno. Per i più attempati, l’appartamento è diventato la filiale del nido “Le apette” dove i vostri nipotini iperattivi scorrazzano abitualmente e sanno usare meglio il tablet di Zuckerberg; poi, aiuto! Forse arriva la patrimoniale di Draghi e notti insonni all’orizzonte! Poi riunioni di condominio su come igienizzare le maniglie dei portoni, poi uso di mascherine anche a Messa… altro che il ritornello di “Per dimenticare” degli Zero Assoluto!

La famiglia nella stagione 2020-2021 è proprio sotto stress. Gli astronauti che si allenano nella centrifuga a 20G sono meno provati.

Date le circostanze ma dove lo trovo Gesù in questa mia vita? Per parlare con Lui dovrei proprio scappare nella prima Certosa disponibile e vivere solo di ora et labora oppure mi ci vorrebbero due chiacchiere con Padre Maronno…

A volte sembra che tante coppie rifacciano l’esperienza di Emmaus… camminano per kilometri, si stancano, sono tristi, parlano di tante cose ma nel fondo Gesù l’hanno lasciato indietro, a Gerusalemme, tutto al passato, “credevano, pensavamo, speravamo…”.

Ma il Vangelo di oggi dice che “Gesù in persona stette in mezzo a loro”. Questo è proprio quello che succede nel matrimonio sacramentale. Anche oggi, stagione 2020-2021.

Lo so che vorremmo che la fede fosse sempre sensibile, capita anche a me. Ma la fede è anzitutto una certezza che sta al di sopra (o al di sotto) di ogni sensazione positiva tanto agognata: Gesù Risorto c’è nel sacramento del matrimonio ed è permanentemente con voi.

Senza voler essere esaustivo, il Vangelo odierno dà alcuni spunti molto belli su come trovare Gesù Risorto nella propria vita di coppia e in famiglia.

Gesù mostra le ferite della Passione. È un dato che ha fatto riflettere fior fiore di teologi da secoli: come mai Gesù Risorto ha ancora le 5 piaghe della Passione? Occhio, se le porta tali e quali in Cielo! Adesso che tu leggi, in Cielo Gesù le ha ancora! Questo vuol dire che non si può mai dissociare Passione da Risurrezione.

Una coppia di amici, sposi davvero bravi, mi condividevano l’altro giorno al telefono che adesso stanno vivendo un momentaccio con i figli adolescenti (ma dai? Strano!). Il parroco li aveva chiamati in parrocchia per una testimonianza ad altri sposi. Dato lo stato d’animo, avrebbero declinato molto volentieri, però poi sono comunque andati per obbedienza. Beh, il risultato è stato solo pace e gioia. Mettere a nudo il loro dolore e frustrazione ha fatto sì che il Signore agisse per mezzo di essi e sono tornati a casa la sera con un atteggiamento totalmente diverso, di vera letizia. Gesù Risorto tu lo trovi lì, nelle tue piaghe e ferite, non unicamente nell’idromassaggio in riva al mare a Playa del Carmen.

Gesù si mette a mangiare con loro. Gesù ama la condivisione piena, lo ha fatto tante volte con la moltiplicazione dei pani, con la pesca miracolosa. Lui vuole che il cibo sia fonte di incontro vero e sincero. E così anche in famiglia: a tavola non si può non condividere la vita personale, il vissuto, altrimenti sarebbe né più né che una mensa da pausa pranzo lavorativa. Che bello sentire di quella coppia di amici che ha educato i figli a raccontare a tavola un’esperienza bella e una difficile! I pasti possono essere un bel momento per vivere l’unità e la comunione vera, quella convivialità che Gesù Risorto aveva con i suoi discepoli.

Gesù spiega loro le Scritture. Non è una spiegazione qualsiasi, non si tratta di leggere le note a piè pagina nella Bibbia di Gerusalemme per entrare in sintonia con Gesù. Lui fa una cosa ben precisa: “aprì loro la mente”, cioè è in azione il dono dell’intelletto, il dono di scienza, il dono di sapienza. C’è non solo la bravura o quella spiegazione geniale da eruditi ma ci si arriva se si sta veramente in ascolto della Parola nello Spirito. Se non si facesse così Gesù ci direbbe “te capis nagot”, come spesso mi ripeteva all’epoca la mia santa nonna bergamasca controllando i miei compiti a casa.

Cerchiamo Gesù vivo nella Sua Parola, ogni giorno leggiamola, meditiamola, chiediamo luce a Lui per farla nostra, perché essa è “viva ed efficace” (Eb 4, 12) cioè porterà frutto in noi.

Cara coppia che stai sudando sette camicie in questo tempo difficile, forza, ricordati che vivete già da ora in cammino con lo Gesù Risorto, Sposo della vostra coppia. Vi lascio con un numero splendido di Papa Francesco, che riassume e supera in bellezza tutto quanto vi ho detto io finora:

Se la famiglia riesce a concentrarsi in Cristo, Egli unifica e illumina tutta la vita familiare. I dolori e i problemi si sperimentano in comunione con la Croce del Signore, e l’abbraccio con Lui permette di sopportare i momenti peggiori. Nei giorni amari della famiglia c’è una unione con Gesù abbandonato che può evitare una rottura. Le famiglie raggiungono a poco a poco «con la grazia dello Spirito Santo, la loro santità attraverso la vita matrimoniale, anche partecipando al mistero della croce di Cristo, che trasforma le difficoltà e le sofferenze in offerta d’amore». D’altra parte, i momenti di gioia, il riposo o la festa, e anche la sessualità, si sperimentano come una partecipazione alla vita piena della sua Risurrezione. I coniugi danno forma con vari gesti quotidiani a questo «spazio teologale in cui si può sperimentare la presenza mistica del Signore risorto»” (Amoris Laetitia 317).

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Botulino a lunghissima durata

Ho un confratello, molto simpatico, che è davvero esperto nelle gaffe. Ne ha un bel repertorio, è fatto così, gli vengono proprio spontanee. Una delle più esilaranti è stata quella di dare della nonna alla mamma di una ragazza appena laureata. Vedendo questa signora un po’ attempata e accanto a lei la giovane raggiante e incoronata di alloro, ha esclamato: “auguri Cecilia, che bello che sei qui con tua nonna in questo giorno di festa!”. Ma ahimè, era proprio la mamma… eh, sai com’è, le rughe ingannano, cosa ci possiamo fare? Prima o poi vengono a tutti, anche a Sophia Loren…

Ma esiste un tipo di botulino che ha una tenuta estremamente lunga, un botulino indenne perfino ai casi più disperati tipo Ozymandias e Matusalemme. È lo Spirito Santo, l’Unico capace di fare “nuove tutte le cose” (Ap 21, 5).

Ad ogni tempo pasquale mi chiedo sempre quale sia il frutto della Risurrezione per me, cosa cercare nella preghiera in questo periodo. Pace? Gioia? Speranza? Senza dubbio tutto è giusto, se ad ogni Pasqua io ottenessi definitivamente una di queste virtù sarei la persona più felice della terra. Eppure, da qualche tempo a questa parte lo Spirito Santo mi ripete spesso questa frase: “vivere da Risorti”.

Come si fa? Come posso mantenere questo atteggiamento?

Anzitutto significa vivere con il Risorto, stare con Lui. I 40 giorni tra la Risurrezione e l’Ascensione hanno di bello questo, che in essi Gesù viveva con gli Apostoli, pranzava, cenava, camminava con loro, si è fatto un sacco di conversazioni con loro, ha spiegato in lungo e in largo il Vangelo… Quando lo contemplo davvero mi emoziono e provo molta gioia spirituale.

Ma voi cari sposi, non siete poi così distanti. Per la grazia del Sacramento, voi incorporate una Presenza viva di Gesù Risorto, che dormiate, facciate running, guidiate la macchinaLui è sempre con voi. Ma non è una proiezione mistica, è realmente, sacramentalmente così. Ve lo dico con le parole di un santo teologo, S. Roberto Bellarmino (1542-1621): “Il sacramento del matrimonio si può considerare in due modi: il primo mentre si celebra, il secondo mentre perdura dopo che è stato celebrato. Dato che è un sacramento simile all’Eucarestia, la quale è sacramento non solo mentre si fa ma anche mentre perdura. Perché, fin quando i coniugi vivono, la loro comunione è sempre il sacramento di Cristo e della Chiesa” (R. Bellarmino, De Controversiis, cap. III).

Vi rendete conto? Siete simili all’Eucarestia!!! Voi, marito e moglie, “contenete” Gesù perennemente, di modo che il vostro amore può davvero essere sempre nuovo. Chi meglio di Lui può insegnarvi ad amare e ad aver la forza di ripetere le promesse matrimoniali ogni giorno?

E poi vivere da risorti è vivere con lo Spirito Santo. Il salmo 103 dice che lo Spirito “rinnova la faccia della terra”. Tutti noi siamo soggetti agli inesorabili processi biologici di alterazione e decadimento delle nostre funzioni vitali e sperimentiamo, prima o poi, un “rallentamento delle funzioni biologiche e da una diminuzione della resistenza dell’organismo” (Treccani, voce invecchiamento).

Ma nella vita spirituale non è così, anzi, crescendo nella vita di grazia e di virtù una persona può diventare più spirituale, crescere nel tempo, e ciò va esattamente contro il senso naturale delle cose. Non ti pare meraviglioso? Non è stupendo?

Da che mondo è mondo il passare del tempo porta tristezza, senso della finitezza delle cose, nostalgia del passato, caducità della vita. Non nego nulla di ciò e su questo ha scritto molto bene Leopardi: “Godi, fanciullo mio; stato soave, stagion lieta è cotesta. Altro dirti non vo’; ma la tua festa ch’anco tardi a venir non ti sia grave” (Leopardi, Canti, Il sabato del villaggio 50).

Ma nella vita dello Spirito non si può ragionare così perché si sta andando verso la propria Pienezza, non verso la fine.

Gli sposi posseggono un dono speciale di Spirito Santo che ha consacrato il loro amore e anche Egli può dare brio, vitalità, novità, freschezza in ogni fase della vita, anche nell’anzianità quando le forze umane vengono meno. Lo Spirito rende quell’amore coniugale consacrato più vero, più autentico, più vissuto.

Ho un ricordo stupendo della GMG del 2000 a Roma, era il giorno iniziale, il 15 agosto ed io ero in Piazza San Pietro ma San Giovanni Paolo II era in Piazza San Giovanni e stava dando il benvenuto ai giovani italiani prima di venire in Vaticano. Nei megaschermi vedevamo tutto, il Papa aveva già sul volto i chiari segni del Parkinson che lo stava rendendo sempre meno espressivo, lui che possedeva la scioltezza e vivacità dell’attore in gesti e parole. A un certo punto gli si illuminarono gli occhi e iniziò a sorridere in modo particolare. Come mai? Stava fissando un cartellone che diceva: “Il Papa, un giovane come noi”. Al ché lui rispose: “ma come può essere giovane il Papa se ha 80 anni?”. Beh, in effetti lo era eccome, ben più di tutti noi messi insieme in quel momento probabilmente, la sua santità di vita è riuscita a trasfigurare ogni sua ruga e tremolio senile, perché questa è la potenza dello Spirito quando prende piede in una persona.

Cari sposi, ricordatevi queste belle parole di Papa Francesco: “tale amore forte, versato dallo Spirito Santo, è il riflesso dell’Alleanza indistruttibile tra Cristo e l’umanità, culminata nella dedizione sino alla fine, sulla croce: Lo Spirito, che il Signore effonde, dona il cuore nuovo e rende l’uomo e la donna capaci di amarsi come Cristo ci ha amato” (Amoris Laetitia 120).

Di questo Spirito e della presenza del Risorto voi ne siete portatori. Vi auguro perciò di vivere da Risorti anche voi!

Padre Luca Frontali L.C.

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Aveva ragione Churchill

Gran Bretagna, anno 1940. Agli albori della Seconda Guerra Mondiale il Regno Unito si trovava a combattere la furia nazista nel pieno della sua forza bellica: flagellata nei cieli dagli Stukas e insidiata via mare dagli U-Boote, il rischio di una invasione terrestre sembrava oramai imminente. Per questo motivo, davanti al governo il 13 maggio il Primo Ministro Winston Churchill (1874-1965) pronunciò le parole che sarebbero passate alla storia: “I have nothing to offer but blood, toil, tears and sweat”. Il discorso più esteso di questa frase recitava così: “Dico al Parlamento come ho detto ai ministri di questo governo, che non ho nulla da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore”.

A volte, pensando a certi matrimoni che ho celebrato, ammetto di aver pensato: “E se queste parole se le dicessero a vicenda gli sposi nel rito? Non sarebbe educativo? Nah… è di cattivo gusto, lascia stare”. Eppure, la realtà non è poi molto lontana, a ben vedere.

La Parola di questa domenica ha un tono iniziale romantico, direi quasi idilliaco. Nella prima lettura si descrive come era la prima comunità di credenti: “Un cuore solo e un’anima sola”. Wow! Sembra di vedere una coppia in luna di miele che passeggia, mano nella mano, su una spiaggia di Cancùn. Ma “quant’è bello lu primmo ammore!”, una coppia che condivide tutto, che si ama così sensibilmente e visibilmente, è proprio meravigliosa.

Il Salmo poi rincara la dose: “Il suo amore è per sempre”. È quanto più o meno scrive il fidanzato sulla strada sotto la finestra della morosa, in modo che le sia ben visibile.

Ma ecco che la seconda lettura già cambia tono. San Giovanni dice chiaramente che la nostra fede è frutto della vittoria pasquale di Gesù, ma una vittoria costataGli “sangue e acqua”, lo dice proprio lui che ha visto dal vivo quella scena sul Golgota.

Allora questo amore nuziale prende una forma un po’ diversa da come ci insegna il mondo, anche se Aleandro Baldi cantava: “non amarmi, ti farò soffrire”.

Nel Vangelo infine vediamo una scena stupenda e commovente. Gesù, proprio dopo otto giorni dalla Pasqua, cioè il giorno corrispondente ad oggi, va di nuovo a trovare gli Undici e fa una cosa bellissima: concede a loro la possibilità di perdonare i peccati, cioè di essere misericordiosi come lo è stato Lui e come lo è il Padre.

C’è un dettaglio che mi fa intenerire ed è quando Gesù mostra la ferita del petto e quelle delle mani e piedi. Mi pare che Lui voglia dire a loro: “vedete, il mio perdono e la mia pace che oggi vi do sono usciti di qui, le mie ferite sono divenute feritoie di Amore per voi”.

Ecco qui una lezione meravigliosa per tutti ma specialmente per voi sposi. La fedeltà, il “per sempre”, il dono totale di sé sono possibili solo a patto di morire a sé stessi, di sacrificarsi, di entrare e superare i conflitti dovuti alle diversità e anche alle stranezze dei nostri caratteri e temperamenti.

Dico questo un po’ per esperienza ma soprattutto per le testimonianze di chi ne sa molto più di me. Prendo spunto da un libro bellissimo, scritto da una grande donna, moglie e psicoterapeuta, Mariolina Ceriotti Migliarese. Nel suo libro “Risposami!” dice: “La famiglia di oggi nasce invece spesso da una coppia che si immagina di poter essere a-conflittuale, questo fa sì che la relazione funzioni fintanto che i conflitti non sono presenti, ma che il legame si riveli fragile davanti alle difficoltà” (pag. 153).

E poi dice ancora: “Dobbiamo sempre ricordarci che nelle coppie di lunga durata, quelle che vogliono rimanere insieme per sempre, l’esperienza della crisi è inevitabile” (pag. 161).

A ulteriore sostegno di questo e in linea con il Vangelo c’è Papa Francesco: “Le crisi coniugali frequentemente si affrontano in modo sbrigativo e senza il coraggio della pazienza, della verifica, del perdono reciproco, della riconciliazione e anche del sacrificio” (Amoris Laetitia 41).

Ci vuole il perdono, ci vuole la Misericordia nell’amore coniugale. Senza di essi, le battaglie che si scatenano ad ogni tappa della vita di coppia non possono superarsi fino in fondo.

Caro Winston, avevi proprio ragione, per vincere le inevitabili crisi che la fedeltà sponsale richiede, è davvero necessario “sangue, sudore e lacrime”. La cosa bella è che Gesù li ha già versati per noi, una volta per tutte e quel Sangue e Acqua scaturiti dal Suo petto aperto, dal Suo Cuore, sono oggi la Grazia sacramentale che può consentire agli sposi di dirsi ancora sì.

Per cui, coraggio, cara coppia, “non piangere più; ha vinto il Leone della tribù di Giuda” (Ap 5,5), ha vinto l’egoismo e la rinuncia a combattere. La sua Misericordia può trasformare ogni tuo dolore, lotta e sofferenza in un amore che si rinnova di giorno in giorno.

ANTONIO E LUISA

Leggere le parole di padre Luca ci ha toccato. Io ho guardato la mia fede, quella che porto al dito da 18 anni, l’ho guardata da vicino. Si vede che non è nuova, si notano diversi graffi che la rendono imperfetta agli occhi di chi la guarda. Ai miei occhi è invece così perfetta e così bella. Commovente. So che ognuno di quei piccoli graffi rappresenta la fatica di una relazione radicale come quella sponsale. Due persone, un uomo e una donna, che sono biologicamente, psicologicamente, umananamente e ontologicamente diversissime. Ed è bellissimo che sia così. Io mi riconosco uomo scontrandomi con la femminilità di Luisa. Con il suo mistero.

Una sfida meravigliosa fatta di incontri e di scoperta reciproca, ma anche di scontri e di conflitti. Conflitti che se gestiti nel modo giusto non sono un male. Conflitti che permettono di aprirsi, con fatica ma con meraviglia, all’altro, ad una alterità così diversa e complementare. Un’alterità che se accolta non limita la nostra libertà ma ci arricchisce della diversità della persona che abbiamo sposato.

Guardo la mia fede e la fatica della relazione non mi spaventa più, perchè ciò che ho in cambio è già il centuplo.

Antonio e Luisa

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Non muore neanche se lo ammazzi

PADRE LUCA

“Non muoio neanche se mi ammazzano!” È la frase meravigliosa e stupenda, scritta da Giovannino Guareschi (1908 – 1968) nel suo Diario Clandestino, in piena prigionia durante l’ultimo conflitto mondiale. Riflette la caparbietà di un animo nobile, amante della vita e della sua famiglia, che, mosso da un amore più grande, lottò per sopravvivere a quelle immense difficoltà pur di tornare ad abbracciare i suoi cari.

Ma altro che Guareschi! Oggi contempliamo estasiati Gesù che, dopo un combattimento furibondo contro il Peccato e la Morte, vince e risorge per sempre, Lui è veramente l’Amore per eccellenza, talmente grande e forte che non muore nemmeno se lo ammazziamo: Mors et vita duéllo conflixére mirándo: dux vitae mórtuus regnat vivus!” (sequenza della Messa pasquale).

Dinanzi a questa certezza vorrei vedere come la luce pasquale illumina il vostro amore di coppia. Anzitutto ecco “Maria di Màgdala, Maria di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare ad ungerlo”. Come sappiamo, queste pie donne vanno a finire di seppellire per bene Gesù perché due giorni prima tutto avvenne in fretta e furia e mancavano dettagli.

Sapete quante volte anche io ho voluto seppellire il dono del sacerdozio? Quante volte l’avrei sotterrato e imbalsamato se non fosse stato per Qualcuno? Perché esigente, perché mi chiedeva abnegazione e di mettermi da parte e lasciar posto a Dio e agli altri… L’ho fatto o consapevolmente tramite scelte o idee sbagliate o inconsapevolmente per negligenza, superficialità o distrazione. E a te, marito o moglie, ti è mai capitato di voler fare una buca e metterci il tuo matrimonio? Non è che qualche volta hai cercato di vivere come non fossi sposato, hai desiderato di essere “uccel di bosco”?

Quella massiccia lastra circolare che chiudeva il sepolcro di Gesù ci ricorda il nostro “cuore di pietra” (Ez 26, 36). Sotto un macigno pesante ammetto di aver anche io a volte ricoperto l’amore che Gesù mi ha donato come figlio e poi come sacerdote. Che sciocco sono stato!

Potrebbe darsi che anche voi abbiate tentato di coprire il vostro rapporto con Gesù e la vostra relazione di amore coniugale, così fresca e scoppiettante all’inizio ma con tempo poi ingiallitasi. Ogni badilata di terra erano le scuse per non pregare perché troppo stanchi, le critiche alla tua diversità, il cercare i miei sacrosanti spazi e tempi di libertà, i miei progetti che non ti condivido, le mie battutine su altri/e in tua presenza, la voglia di “qualcosa di nuovo” nella nostra intimità, i silenzi di morte al posto della condivisione, le mie dimenticanze sui nostri eventi importanti… e una lunga serie di eccetera.

A un certo punto della vita allora può balenarti in testa una domanda: «Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?». Ossia, come rimediare a tanti pesi che mi hanno stancato, che mi hanno tolto entusiasmo e voglia di camminare ancora con te? “Ma si può andare avanti così nel matrimonio? Sto perdendo anni preziosi, meglio lasciarsi”.

La cosa veramente bella è che è stato tutto inutile perché “la pietra era già stata fatta rotolare, benché fosse molto grande”.

Per caso sto dicendo che Gesù, con un bel “bididibodidibù”, risolve ogni cosa? Così, alla David Copperfield? Assolutamente noi, come diceva il grande Vescovo di Ippona: “Dio che ti ha creato senza di te, non ti salverà senza di te” (Agostino, Sermones ad populum, CLXIX, n. 13).

Sto dicendo che Gesù in quanto lo Sposo della Chiesa (che siamo tutti noi) sapeva bene di che pasta siamo fatti. E agli sposi ha dato il dono magnifico e stupendo del sacramento del matrimonio.

In esso è contenuto un tesoro inaudito, una caterva di pietre preziose e diamanti che possono plasmare il povero amore umano, così fragile e volubile, in una capacità fedele e costante di dono di sé.

Come mai? Perché questo amore nostro viene cambiato da dentro, viene imbevuto, impregnato dall’amore di Cristo per la sua Sposa. Senti cosa dice il Concilio Vaticano II, nella Gaudium et Spes: “Il Salvatore degli uomini e sposo della Chiesa viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio. Inoltre, rimane con loro perché, come egli stesso ha amato la Chiesa e si è dato per essa così anche i coniugi possano amarsi l’un l’altro fedelmente, per sempre, con mutua dedizione” (GS 48).

È così perché “Cristo, risorto dai morti, non muore più”!

Prova a cambiare “Cristo”, per “il nostro amore nuziale” e la frase non fa una piega. Dato che Gesù è con voi sposi sempre, il suo Amore è dentro al vostro amore, se collaborate con la Grazia, il vostro amore non morirà mai!

Si può forse dividere il caffè dal latte una volta che ti portano un bel cappuccino schiumoso in tazza grande? La fusione tra amore umano e Amore Divino che è avvenuta nel Sacramento è ben più profonda e inscindibile

Per questo la Sua Risurrezione è anche la vostra, non solo alla fine dei tempi ma anche adesso, già in questa vita potete vivere da risorti contando sempre su un Amore che si rinnova sempre e non invecchia mai.

Gesù è con voi sposi, per quello l’angelo anche oggi vi dice: “Non abbiate paura!”. Non temete di venire meno nel lungo percorso di vita assieme e nemmeno temete il peso delle vostre fragilità. Se camminate con Lui, se vi fate guidare dallo Spirito.

Potete certamente ignorarLo, potete far finta che non ci sia, potete smettere di ascoltarLo ma Lui rimane sempre con voi, pronto a sostenere ogni vostro gesto di amore.

Io, come sacerdote, voglio “vivere da risorto”, cioè questa Risurrezione non è solo di oggi e da domani tutto torna alla routine. Tipo, la Candelora non è mica tutti i giorni! Invece la Risurrezione sì. Nell’augurarti Buona Pasqua, cara coppia, spero che ogni giorno tu sappia far vedere che Gesù è davvero vivo e risorto in voi!

ANTONIO E LUISA

Quello che dice padre Luca è proprio vero. Perchè tanti matrimoni falliscono? Anche quando sono celebrati in chiesa con tanto di sacramento incluso. Forse la Grazia di Dio aiuta più alcune coppie rispetto ad altre? Oppure Gesù preferisce mettere casa con alcuni e con altri no? Certo che non è così! Don Dino, un sacerdote che ci ha insegnato tanto diceva sempre a noi sposi: “Ricordate: solo con la Grazia non si fa nulla, solo con la volontà non si fa nulla, con la Grazia e con la volontà si può fare tutto!

Ecco la Grazia non è una magia ma è un aiuto concreto da parte di Gesù. Un aiuto che va però a sostenere il nostro amore, che seppur limitato e misero dobbiamo darlo. Significa metterci tutta la nostra volontà e il nostro impegno. Come non ricordare le nozze di Cana! Gesù può davvero fare miracoli ma le giare non le ha riempite Lui. Ci viene chiesto solo questo: riepire le giare con il nostro poco. Io e Luisa abbiamo tantissimi difetti e tantissimi limiti ma non abbiamo mai messo in discussione che la nostra vita passasse dal matrimonio. Ci abbiamo messo tutto e questo ha fatto la differenza, almeno fino ad ora.

Buona Pasqua.

Padre Luca con Antonio e Luisa

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Oggi è il nostro anniversario di Matrimonio

Ricordo con profonda commozione la première del film The Passion. Era a marzo del 2003 ed io mi trovavo a Città del Messico. Andai a vederlo con i miei confratelli. L’aspettativa era alle stelle, il tam tam nei telegiornali e quotidiani, più le polemiche che gridavano allo scandalo, “troppo crudo e bestiale, improponibile al pubblico, da vietare ai minori”, che ero teso già prima di entrare. Figuriamoci non appena si abbassarono le luci in sala, tanto da farmi quasi conficcare le dita nei braccioli per tutta la proiezione.

Chi l’ha vissuto, sa bene di cosa parlo. I miei confratelli, più o meno, li vedevo messi come me. Ma che era successo? Eh, difficile da spiegare, ricordo solo che all’uscita, avevo lo sguardo basso, non mi veniva da dir nulla e volevo starmene in silenzio meditare.

Come mai? Di film sanguinari, alla Quentin Tarantino, penso di averne un lungo repertorio alle spalle. Ma quello era proprio speciale. Perché dopo “Salvate il soldato Ryan” o “Kill Bill” o “Platoon” … non accadeva lo stesso? Sarà che quella storia mi tocca in prima persona e queste mi coinvolgono solo superficialmente? Sarà che quella storia parla alla mia anima? Che pungola la mia coscienza? Che appella a tutta la mia vita?

Forse mi stava succedendo, in minima parte, quanto accadde secoli prima ad Angela da Foligno mentre meditava sulla Passione quando Gesù le disse: “Io non ti ho amata per scherzo” (Libro XXIII, 2). O forse il Signore mi voleva donare quello che diede a Teresa D’Avila: “E fu proprio ciò che capitò un giorno di primavera del 1554. Un episodio particolare diede una svolta alla sua vita. Tornando da uno di quei colloqui spirituali che ormai la turbavano e la impoverivano, si trovò a passare davanti a un’immagine di Cristo tutto coperto di piaghe, che occasionalmente era stato portato in convento per una certa celebrazione. «Appena lo guardai… il dolore che provai, la pena dell’ingratitudine con la quale rispondevo al suo amore fu così grande che mi parve che il cuore mi si spezzasse. Mi gettai ai suoi piedi tutta in lacrime e lo supplicai di darmi la grazia di non offenderlo più» (Libro della mia vita 9,1). Fu come una nuova nascita”.

Giorni dopo lessi un articolo sulle reazioni al film. Mi colpì molto il caso di un uomo negli States. Lui abitava in una bella casa di una zona residenziale, una vita comoda e tranquilla ma ognuno lì si faceva i fatti suoi. Dopo aver visto il film diceva che avrebbe voluto bussare alla porta di ogni vicino che non salutava da anni e dirgli: “sai, ti voglio tanto bene” e avrebbe voluto affacciarsi alla finestra e gridare: “Sei grande Dio. Grazie!!!”. Della serie: non posso più essere quello di prima. E anche lì mi sono rivisto.

Perché tutto questo è così bello e ci tocca in profondità? Perché il Signore sta parlando al più intimo del nostro cuore e sta risvegliando la nostra capacità di amare e di essere amati. “Strano, questo mi sembrava un film da preti o suore, di quelli che abbondano sotto Natale o Pasqua, tipo «I dieci comandamenti» o «Beh Hur»”.

Dio ci ha creati per donarci e riceverci in dono, ci ha concepito come persone “sponsali”, fatte per rispondere a un dono di Amore che ci precede, per questo la Passione di Gesù ha un potente sapore sponsale, è una chiamata di amore che richiede la nostra risposta di amore. Difatti, quell’amore che sprigiona Gesù da ogni poro è stato riversato, come direbbe san Paolo (cfr. Rm 5, 5), nel tuo sacramento nuziale. Ricordalo quando contemplerai per intero la Passione oggi.

Senti che bella cosa dice Papa Francesco: “Il sacramento è un dono per la santificazione e la salvezza degli sposi, perché la loro reciproca appartenenza è la rappresentazione reale, per il tramite del segno sacramentale, del rapporto stesso di Cristo con la Chiesa. Gli sposi sono pertanto il richiamo permanente per la Chiesa di ciò che è accaduto sulla Croce; sono l’uno per l’altra, e per i figli, testimoni della salvezza, di cui il sacramento li rende partecipi” (Amoris Laetitia, 72).

Per questo, caro sposo e cara sposa, ti invito oggi a fare questo esercizio: prova a ripercorrere ogni momento della Passione, se il film di Mel Gibson ti aiuta, meglio. Prova a riprendere ogni momento di sofferenza di Gesù… l’orto, la cattura, le percosse, le umiliazioni, i flagelli… considera: quanto amore c’è dietro a ognuno di quei gesti? Gesù li ha assunti e vissuti consapevolmente, non fatalisticamente. Poteva liberarsene quando avesse voluto e invece è stato lì e non si è tirato indietro.

Ad ognuno di questi momenti pensa: quell’Amore è oggi, è adesso già nel nostro amore di coppia, è già compreso nel nostro matrimonio. Non devo andare a trovarlo chissà dove, non me lo devo reinventare, è in noi due, è nella grazia che abbiamo ricevuto quel giorno in chiesa. Pensa: noi, marito e moglie, pur con tutti i nostri limiti e fragilità, siamo “rappresentazione reale” dell’Amore che Gesù oggi ci ha donato!

Sant’Ignazio, nella sua celebre preghiera “Anima di Cristo”, a un certo punto dice: “Passione di Cristo, confortami”. Cioè “dammi forza, donami tempra, rendimi saldo”. È quello che auguro ad ogni coppia, che guardando la Passione di Gesù sappia intravedere quale intensità di amore c’è nella propria relazione nuziale, quale riserva infinita possiede, quanto quel vostro volervi bene è stato trasfigurato ed elevato dal Sacramento. Che la Passione possa farvi esclamare: “ma quanto amore c’è tra di noi se Gesù ci ha amato così?” Che la Sua Passione renda il vostro amore sempre più appassionato, appassionato nel perdono, appassionato nell’intimità, appassionato nella pazienza, appassionato nel mutuo servizio. Passione di Cristo, mantienici sempre appassionati a Te e tra noi per tutta la vita!

Padre Luca Frontali

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Ti ricordi dove le hai chiesto di sposarti?

Padre Luca

Lo so è un’americanata, ma mi diverto un sacco nel vedere su YouTube i bloopers dei momenti in cui il fidanzato si inginocchia e porge alla fidanzata l’anello di fidanzamento, proponendole ufficialmente il matrimonio. C’è chi l’ha fatto su un ponte e poi l’anello è scivolato in acqua, c’è chi l’ha fatto in cima alla Torre Eiffel e una raffica di vento lo ha fatto cadere o chi l’ha fatto prima di buttarsi assieme con il paracadute…

E tu ricordi dove e come l’hai fatto? Occhio perché se non è così, tua moglie non ne sarà molto contenta.

Anche Gesù ha fatto una cosa simile alla sua Sposa e l’ha fatto a Gerusalemme in un modo molto ma molto speciale, direi proprio unico.

In questa Domenica delle Palme avviene, in un certo senso, la proposta di fidanzamento di Gesù. Lui entra a Gerusalemme per portare a pienezza il suo amore nuziale. Un grande teologo italiano, don Giorgio Mazzanti (1948-2021) ha scritto al riguardo: “il cuore segreto del mistero pasquale è tale finalità sponsale” (Mistero pasquale. Mistero nuziale, EDB, Bologna 2002, pag. 15). Quindi Gesù viene a Gerusalemme per donare tutto sé stesso alla Sposa.

In questo Vangelo fissiamo lo sguardo però su come si comporta la Sposa. Quale sposa dirai tu? Io non vedo nessuna sposa. In effetti la Sposa, siamo tutti noi, erano gli apostoli, erano le folle di Gerusalemme, erano i farisei e i sacerdoti fino ad arrivare a te e a me…

So che vederci come la sposa non è qualcosa di immediato alla nostra sensibilità ma è questo che scaturisce dall’analogia di San Paolo in Efesini 5, secondo il parallelismo tra marito-moglie e Cristo-Chiesa. Su questo ancora Giorgio Mazzanti dice: “L’atto, con il quale Dio crea l’umanità, è già un disporla alle nozze con sé alle quali la invita con il semplice porla in vita. Per questo, pur facendola «creatura», le si propone in modo sponsale e nuziale” (Persone nuziali, EDB, Bologna 2005, pag. 162). Perciò, con questa premessa, contempliamo come si comporta questa sposa, come tratta il suo Sposo:

Anzitutto c’è un’entrata trionfale. «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! (Mc 11, 9). La Sposa è proprio innamorata! Guarda come gli vuole bene, lo coccola, gli sta appiccicato, lo guarda con affetto… a ben vedere la sposa sta vivendo la fase della “romanza”. Si sta insieme perché amo tutto di te, mi piace anche il tuo alito cattivo, non hai difetti, sei meraviglioso, unico, incredibile, mi fai stare così bene…

Quante coppie si imbarcano così per il matrimonio! La “pancia” è il criterio di scelta e di verifica dell’amore. Sai quante volte queste frasi le ho sentite in un corso fidanzati? Con grande realismo Papa Francesco ci dice: “L’educazione dell’emotività e dell’istinto è necessaria, e a tal fine a volte è indispensabile porsi qualche limite. L’eccesso, la mancanza di controllo, l’ossessione per un solo tipo di piaceri, finiscono per debilitare e far ammalare lo stesso piacere e danneggiano la vita della famiglia” (AL 148).

Se la Sposa ama così lo Sposo l’esito non può che essere fallimentare. Difatti è esattamente quello che accade poco oltre quando Gesù disse loro: “Tutti rimarrete scandalizzati, perché sta scritto: «Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse»” (Mc 14, 27).  

Se il tuo atteggiamento nel matrimonio non è radicato nella fede e nelle virtù umane vai sicuramente verso la delusione, lo scandalo: “ma non credevo fossi così, ho perso anni della mia vita con te, non ti riconosco più, non c’è più quella magia di una volta”.

Come ci ricorda Amoris Laetitia: “È diventato frequente che, quando uno sente di non ricevere quello che desidera, o che non si realizza quello che sognava, ciò sembra essere sufficiente per mettere fine a un matrimonio. Così non ci sarà matrimonio che duri. A volte, per decidere che tutto è finito basta una delusione, un’assenza in un momento in cui si aveva bisogno dell’altro, un orgoglio ferito o un timore indefinito” (AL 237).

Il permanere in questo stato, il vegetare in una relazione mediocre o peggio, credere che resistere a oltranza con questi sentimenti e atteggiamenti nel cuore sia anzi positivo e segno di forza e maturità prima o poi porta solo alla morte della relazione, al disamore.

“Poi venne, li trovò addormentati e disse a Pietro: «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare una sola ora? Vegliate e pregate per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole»” (Mc 14, 37-38).  

Hai proprio ragione Gesù! Non è l’odio, non è la cattiveria, non è la violenza fisica che normalmente uccide il rapporto sponsale (anche se a volte purtroppo sì). Ma è soprattutto la mancanza di amore, le nostre frequenti e prolungate omissioni, il non vegliare con Te, il non starTi vicino, il non coltivare un rapporto vero e personale con Dio. Quanti baci non dati, quanti sguardi indifferenti, quanti “ti amo” non detti, quante parole a vanvera… è il vuoto, è la freddezza ciò che più spesso uccide l’amore nuziale.

Papa Francesco ci ricorda infatti: “Un amore debole o malato, incapace di accettare il matrimonio come una sfida che richiede di lottare, di rinascere, di reinventarsi e ricominciare sempre di nuovo fino alla morte, non è in grado di sostenere un livello alto di impegno. Cede alla cultura del provvisorio, che impedisce un processo costante di crescita” (AL 124).

Il bello però è che alle nostre morti lo Sposo risponde con la Sua Morte che cambia tutto e porta Vita. Se la Sposa non molla lo Sposo, di certo non andrà a finire così.

Tuttavia, oggi il Vangelo è tutto centrato sulla Passione e sembra finire sul Golgota. Non ci dà molta speranza. Eppure, vado alla seconda lettura che ci apre almeno uno spiraglio. “Gesù umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome” (Fil 2, 8-9).

Se una coppia cerca di obbedire alla promessa di amore fatta in Dio e con Dio nel sacramento, se sa essere umile, cioè chiedere aiuto a Gesù e chi veramente può sostenerli nella fatica di essere fedeli, se si sforza di sacrificare il proprio egoismo e rinunciare all’ego, di sicuro questo amore ha futuro, questa relazione può elevarsi, può solo crescere e diventare nuova. Ecco, quindi, un barlume di luce pasquale, di resurrezione, che, grazie a Dio, tanti matrimoni hanno già assaporato e vissuto.

Hai visto come è maturata questa Sposa? Hai notato come lo Sposo l’ha portata a crescere da un amore terreno fino a rinascere dai propri fallimenti?

La Settimana Santa è un po’ un paradigma, infatti ogni coppia che vuole prendere sul serio il sacramento non può fare a meno di ripercorrere continuamente questi quattro passaggi, seguendo lo Sposo Gesù. E tu, a che punto sei?

Antonio e Luisa

Siamo convinti che la strada del matrimonio sia una strada di continua scoperta e di lenta consapevolezza. Ha ragione padre Luca quando dice che spesso le coppie basano tutto sulla passione. Su quanto l’altro ti fa stare bene. Su come l’altro riesce a riempire i tuoi vuoti. Il matrimonio è, detto brutalmente, un luogo dove prendere, e l’altro un mezzo per soddisfare i nostri bisogni. Quando io, Antonio, ho sposato Luisa avevo certamente tante buone intenzioni, ma ero ancora inconsapevole su cosa fosse davvero il matrimonio, immerso come ero in quella mentalità. La sposavo perchè ero sicuro che mi avrebbe reso felice. Penso che sia un atteggiamento comune a tantissime altre persone che decidono di sposarsi.

Con gli anni, siamo ormai quasi a venti, vivendo questa relazione fatta di tanta quotidianità, fatta di vita normale, ho capito. Ho capito attraverso i tanti alti e bassi, i momenti meravigliosi ma anche quelli aridi in cui ci siamo sentiti lontani. Attraverso i perdoni e i gesti gratuiti di cura e tenerezza. Ho capito che solo attraverso la mia sposa avrei potuto fare un’esperienza così vera di Gesù. Attraverso il nostro amore benedetto. Scelta d’amore radicale e totale elevata a sacramento. Succede, durante i vari seminari che organizziamo, di rinnovare le nostre promesse. Ogni volta è più bello, perchè ogni volta siamo sempre più consapevoli di quelle promesse. Luisa mi è entrata dentro e la nostra relazione ci ha educato a spostare lo sguardo da quello che proviamo noi a quello che desidera l’altro e a fare di tutto per farci vicendevolmente del bene. Il matrimonio è davvero una palestra per prepararsi all’incontro con Gesù alla fine della nostra vita.

Padre Luca con Antonio e Luisa

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Si vede lontano un miglio….

Padre Luca

Stavo partecipando a una adorazione eucaristica per coppie e a un certo punto i coniugi sono invitati a scambiarsi vicendevolmente le riflessioni sul bravo evangelico appena spiegato. È iniziato perciò un sommesso bisbiglio in tutta la chiesa, con una bella musica di sottofondo; io ho tentato per conto mio di fare la preghiera ma dietro a me da tempo avevo sbirciato con la coda dell’occhio una coppia non più così giovane che ha iniziato a parlarsi teneramente, alternando carezze, baci, sorrisi e qualche lieve risata. In breve, mi sono reso conto che non potevo smettere di guardarli: erano così belli, così delicati e al tempo stesso così veri e sinceri.

Come mai mi hanno polarizzato? Da dove il fascino che emanavano? Da una coppia di “piccioncini”, sposini alle prime armi, con ancora le farfalle svolazzanti nello stomaco, me lo sarei aspettato e forse non ci avrei fatto caso, ma da due sessantenni addentrati, con tutto il rispetto, sinceramente di meno.

Poi in quei giorni ebbi modo di conoscerli e in due parole mi fecero capire che avevano avuto un matrimonio segnato da varie cicatrici, che non erano stati sempre così, erano passati dal fuoco delle prove e del dolore… ma comunque erano lì ed erano felicissimi di aver riscoperto il senso del loro amore. Allora ho pensato proprio a loro quando ho letto queste letture perché credo proprio che in esse ci sia la risposta alle domande che mi sono posto sopra.

Nella prima lettura si parla di una nuova alleanza tra Dio e gli uomini, che soppianta quella antica. È giusto quello che accade a tante coppie. Si parte in quarta dopo le nozze, sprizzando entusiasmo, dolcezza e coriandoli ai quattro venti ma poi il “serbatoio” si secca e cominciano i problemi e le fatiche di camminare assieme. È quando la coppia si rende conto (speriamo quanto prima, che non aspetti il 7° anno per andare in “crisi”) che il proprio amore non era fondata solo su un patto, sul mutuo consenso o sulla buona volontà di onorarlo ma è qualcosa che, per il sacramento, rimane nel cuore, è un’alleanza che viene da dentro e, soprattutto, che è garantita da Dio. Quanto è importante allora che ogni coppia, assieme al re Davide, chieda e implori il Signore: “dacci un cuore nuovo e rinnovaci continuamente con il Tuo Spirito”.

Tutto questo perché mai è così importante? Certamente perché ogni coppia sia felice e viva l’amore in pienezza. Ma anche perché il mondo chiede Gesù alle coppie, chiede che le coppie siano davvero quello che significano: un segno di amore divino. In che senso il mondo lo chiede? Non lo fa in modo formale, cioè sull’ATAC d Roma nessuno mai vi dirà: “scusate, mi potete mostrare come ama Dio?”

Eppure, è quello che ogni fidanzato vorrebbe trovare nel matrimonio, ogni figlio attende da un genitore… l’amore per sempre, l’amore che non si arrende al male, l’amore che perdona, l’amore che accoglie, l’amore che sa abbracciarti anche se non te lo meriti… non è forse vero che questo lo vorremmo ricevere tutti?

Chiaro, questo desiderio non è limitato agli sposi, ma chi meglio di loro è generatore continuo di questo tipo di amore? Chi meglio degli sposi fa l’esperienza di dover morire a sé stessi, di saper rinunciare ai propri sacrosanti comodi per dare gioia, serenità, felicità all’altro?

Una volta ho ascoltato la testimonianza di un marito, papà di 8 figli. Tra le altre cose, a un certo punto ha affermato, con un sorriso ammiccante e ironico: “Gesù Cristo mi ha rovinato la vita!”.

Gesù, in forza del sacramento nuziale, chiede a ogni coppia: “Mi prestate il vostro amore di coppia? Mi date la vostra relazione? Io voglio raccontarmi al mondo ciò che sono: Amore misericordioso, amore che accoglie, amore che abbraccia, amore che tocca. Mi prestate il vostro amore per dire il mio? Accettate di essere mio piccolo sacramento?”

Se una coppia accetta di vivere così, succede che, anche nella piccolezza quotidiana, svela una qualità di amore che non è solo umano, come menziona splendidamente papa Francesco in Amoris Laetitia: “La presenza del Signore abita nella famiglia reale e concreta, con tutte le sue sofferenze, lotte, gioie e i suoi propositi quotidiani” (AL 315). Vivere così si può, con tutte le nostre limitazioni. Anche qui vi invito a toccarlo con mano di persona con questa bella lettura: “Coppie di fede e di fuoco”. E si vedrà lontano un miglio che l’Amore di Cristo è dentro di voi. Parola di prete

Antonio e Luisa

Padre Luca ha terminato la sua riflessione con: parola di prete. Ecco noi invece vorremmo iniziare con vita da sposi. Quelle parole le sentiamo vive nella nostra vita di sposi. Una vita diversa, ma per certi versi simile in alcune dinamiche a quella delle altre coppie di sposi. Ciò che permette ad una coppia di crescere e di unirsi sempre più è fare esperienza dell’amore gratuito. E’ bellissimo sentirci amati proprio quando facciamo più fatica, è bellissimo sentirci accolti potendo mostrare tutto di noi anche le parti che di solito nascondiamo perchè non ci piacciono. E’ bello sentirci amati anche quando non lo meritiamo. Ogni volta che siamo capaci di volerci bene così, in questo modo unico e liberante è come se aggiungessimo un mattoccino alla nostra relazione.

In tanti anni di matrimonio abbiamo avuto l’occasione di metterne davvero tanti di questi piccoli mattoni e sono diventati come un muro. Un muro che non divide ma custodisce. Come le mura di una casa. Di una piccola chiesa domestica. Siamo molto più uniti oggi. E anche l’amore più erotico e passionale, che dovrebbe essere scemato a causa dall’età che avanza e dall’abitudine della quotidianità, diventa in realtà più bello. Forse meno esplosivo ma sicuramente più profondo e ricco, riempito di tutti quei mattocini che ci mostrano l’altro di una bellezza che è solo per noi. Il corpo dell’altro viene trasfigurato dall’amore che ci siamo donati negli anni di matrimonio. Una meraviglia da scoprire giorno dopo giorno.

Padrea Luca con Antonio e Luisa

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Il principe azzurro sì esiste!

Ero a un corso di formazione sull’affettività per adolescenti. Come spesso accade, abbonda il pubblico femminile e in genere si colloca sempre diligentemente nelle prime file e non perde una virgola delle spiegazioni.  Noi pochi maschi, invece, nelle retrovie, barricati dietro ai nostri laptop.

La prof ha fatto un esperimento senza che ce ne accorgessimo. Ha iniziato a raccontarci di questo papà giovane, trentenne, bello e alto, che va a fare la spesa con la sua figlioletta di 6 anni. La mette delicatamente nel carrello rivolta a sé e mentre gironzola per le corsie del Super le domanda con affetto: “allora, amore, cosa compriamo oggi alla mamma?” e lasciava che fosse la figlia a scegliere. Poi la figlia inizia a starnutire e il papà prende il suo fazzoletto e le asciuga delicatamente naso e bocca. Vuole che sia lei a indicare quali biscotti prendere a suo fratello e di quale colore dovevano essere i fazzoletti da tavola. Alla fine del giro, nel bel mezzo della coda alla cassa, la bambina ha il classico capriccio e vuole assolutamente anche le barrette Kinder, quelle da 36, formato famiglia. Il papà con grande pazienza si toglie dalla fila, si mette in ginocchio per parlarle al volto e le spiega che a casa ci sono già i Ferrero Rocher e che appena tornati gliene darebbe subito uno…

A questo punto la prof si ferma, inizia a sorridere e dice: “vorrei che tutti quanti vedeste le facce delle donne qui davanti”. Nel raccontare una figura maschile e paterna così rassicurante e solida e al tempo stesso paziente e dolce, l’animo femminile aveva da subito sintonizzato ed empatizzato ed era evidente che tutte (ma anche tutti) volevano un papà così, un uomo con queste caratteristiche.

Mi rifiuto categoricamente di pensare che Giuseppe fosse vecchio. Se la Chiesa mi sconfessa, accetterò umilmente e cambierò di opinione. Ma siccome mi pare non ci sia un dogma sull’età di San Giuseppe io preferisco pensare che sia stato appena più grande di Maria. Il fatto della vecchiaia era una sorta di escamotage perché non avesse cattivi pensieri su sua Moglie… ma, in tutta sincerità, a me non pare un argomento convincente.

Quello che mi dilata il cuore e amo pensare di Giuseppe è che fosse un uomo così buono, così umile, così semplice, così generoso, così maturo… che ha fatto innamorare Maria e grazie alle sue qualità Lei avesse visto in lui la persona ideale con cui condividere il suo grande desiderio di donare la vita al Signore. Forse Maria gliel’avrà confidato e con immensa gioia avrà visto in lui l’unico capace di capirla e l’unico capace di custodire e sostenere il suo progetto di vita. Per chi volesse approfondire il tema rimando all’ottimo libro “Giuseppe e Maria. La nostra storia di amore”.

Maria si è innamorata di Giuseppe perché ha visto in Lui l’uomo che avrebbe custodito il suo cuore e la sua vita. Già, San Giuseppe il Custode, anzitutto perché ha saputo custodire sé stesso, ha saputo formare il suo carattere, la sua indole, i suoi comportamenti. C’entra pienamente qui il riferimento alla castità di San Giuseppe, perché essere casto vuol dire saper integrare e possedere tutte le proprie capacità sia dell’intelligenza, che della volontà come degli affetti, come insegna San Giovanni Paolo II (cfr. Familiaris Consortio 33). L’uomo casto sa essere anzitutto custode e padrone di sé non per farsi “guappo”, ma per un amore superiore. Nel suo caso l’ha fatto per fede e l’ha fatto per rispetto a Maria. Quanta forza morale, quanto valore ci vuole per fare questo! Perciò qui sta la grandissima virilità e mascolinità di San Giuseppe, la sua enorme statura morale.

Di quanto ne abbiamo bisogno! Per tanti motivi che esulano da questo articolo la figura del maschio, del padre e di conseguenza del marito «da mo’» è mal vista o per lo meno è divenuta ininfluente, inconsistente.

Per chi volesse approfondire rimando a due testi che spiegano molto bene questo fenomeno: Claudio Risè “Il maschio selvatico” e Roberto Marchesini “Quello che gli uomini non dicono”.

Ritengo estremamente azzeccata e pertinente la scelta di Papa Francesco di dedicargli un anno per approfondire la sua figura perché soprattutto noi uomini impariamo o reimpariamo a saperci custodire per essere in grado di custodire le nostre famiglie e in definitiva il mondo. Ah, dimenticavo, scusatemi, vi ho mentito nel titolo, il Principe Azzurro non esiste. Esiste però san Giuseppe. Che è molto meglio.

Padre Luca Frontali LC

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La prova del 9 di ogni matrimonio

In quel tempo Gesù disse a Nicodemo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo,
perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna».

Padre Luca

Pare che Gesù cerchi di diventare un influencer, di essere innalzato, di essere visto e conosciuto da tutti. In realtà il senso della parola è ben altro. Innalzato vuol dire crocefisso, ma vuol dire anche esaltato nel senso di glorificato.

Gesù vive la crocefissione come una glorificazione. Cosa?? Ho capito bene? Uno strumento di tortura diventa segno di gloria?

Roba da non crederci.

È proprio il mistero della croce, che ben ha scandagliato Santa Teresa Benedetta della Croce quando ha scritto la sua opera “Scientia crucis”. La croce possiede una scienza, un insegnamento, una sapienza superiori alla nostra capacità ordinaria di intendere e capire le cose ed è solo una grazia di Dio il riceverla.

La croce, vista da un punto di vista nuziale, è il momento culmine dello sposalizio di Gesù con la Chiesa, è quando Gesù consuma il suo atto di amore. Si può dire, con tutte le analogie possibili, che Gesù sulla croce compie l’atto coniugale intimo nei confronti della Chiesa e quindi la feconda perché dia vita. Difatti, dal petto di Gesù nascono i sacramenti che sono il frutto genuino di tale unione mistica.

È quello che dice il grande teologo Hans Urs Von Balthasar (Cfr H. U. von BALTHASAR, Il cuore del mondo, Brescia 1964, pp. 173-174) e che poi è ripreso da San Giovanni Paolo II nella Familiaris Consortio: “Questa rivelazione raggiunge la sua pienezza definitiva nel dono d’amore che il Verbo di Dio fa all’umanità assumendo la natura umana, e nel sacrificio che Gesù Cristo fa di sé stesso sulla Croce per la sua Sposa, la Chiesa” (FC 13).

Il matrimonio perché sia vero e fecondo deve passare dalla croce. È il suo momento di vero innalzamento e di esaltazione, nonostante faccia male e sia occasione di tanta sofferenza morale e fisica ma abbiamo appena visto come e dove sia nato…

Per quello la croce rimane e rimarrà sempre la prova del 9 per una coppia credente: davanti ad essa si mette alla prova su cosa si è costruita la relazione, “Umano, troppo umano” come diceva Friedrich Nietzsche oppure sulla roccia della fede?

A un caro amico, il cui matrimonio sta passando per un periodo difficile, ho detto che era arrivato il momento in cui si avvera la promessa “di esserti fedele sempre, nel dolore e nella malattia” ma che in questo momento lui può contare sulla “grazia di Cristo” che gli è stata donata il giorno delle nozze.

Ho una coppia di amici stupendi, lei francese e lui italiano. La vita li ha portati a vivere prima in Italia e poi in Francia, ma queste sono state scelte concrete, vissute in comune accordo. In ognuna di esse uno dei due ha dovuto sacrificarsi per il bene dell’altro: non poter vivere vicino alla propria famiglia, dover parlare un’altra lingua, vivere in una cultura diversa… È stato un momento difficile, di rinuncia, di donare qualcosa di molto importante di sé per il bene del coniuge. Questa coppia è davvero cresciuta nel loro amore, nella loro relazione e nella spiritualità, questo dono mutuo li ha portati a crescere e a volersi più bene, la croce è stato un trampolino verso un amore più concreto e consapevole.

Rimane un mistero, se avremo la grazia lo capiremo in Cielo perché è così ma il matrimonio raggiunge la sua pienezza sulla Croce, il suo innalzamento e la vera esaltazione dell’amore. Cara coppia, in questa Quaresima oramai arrivata verso la fine, possa tu fare esperienza della fecondità della croce che condividi con il coniuge e, lungi dall’essere motivo di divisione, essa ti aiuti a unirti ancora di più a Gesù e tra di voi.

Antonio e Luisa

Anche questa domenica il Vangelo offre moltissimi spunti evidenziati molto bene da padre Luca. Per noi è stato proprio così. L’abbiamo raccontato già molte volte. Crediamo che ogni coppia abbia il suo momento per prendere coscienza di quanto la sofferenza possa dare all’amore un significato più vero. Perchè è lì che non si può fare finta, è lì che ci si sente poveri e inadeguati. E’ lì che si incontra Gesù davvero. Io ho sperimentato tutto questo durante i primi anni di matrimonio dove a neanche trent’anni e con due figli già sul groppone sono andato in crisi e non sono stato per nulla un buon marito per Luisa. Assente, freddo, distaccato e lei mi ha amato come l’uomo migliore del mondo. Quel suo amore completamente immeritato non solo mi ha permesso di uscire dalla mia crisi ma ci ha dato una forza e una consapevolezza di stare dentro una storia bella piena di Gesù che ci ha permesso di svoltare e iniziare un vero matrimonio nella volontà di essere sempre più uno tra noi e con Gesù.

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Oggi Gesù entra nel Tempio della vostra coppia

Padre Luca

Chi è stato il fondatore o inventore della teologia del corpo?

Se sei bravo dirai: Giovanni Paolo II. Ma in realtà non è del tutto esatto… perché il fondatore è Gesù Cristo. Gesù è Dio (theos appunto in greco) fatto carne, che ha preso un corpo per la prima e unica volta in tutta la storia umana.

Nel Vangelo di oggi, in questo clima quaresimale, mentre siamo a metà dei Quaranta giorni, vediamo Gesù che ci rivela chiaramente di essere l’inventore di questa teologia molto ma molto particolare.

La scena la conosciamo bene Gesù, che è andato un sacco di volte nel tempio nella sua vita e in tutte queste era salito per pregare o per parlare serenamente con le persone, oggi invece dà di matto… si fa una frusta e mena a destra e a manca. La Sindone ci mostra che Gesù era un uomo robusto, più alto della statura media dell’epoca, un baldo giovane trentenne… di sicuro un fusto così incollerito aveva messo in fuga più di una persona. Dopo la sfuriata, ecco venire di corsa i capi del tempio, i sadducèi, che ovviamente gli chiedono cosa stia facendo e probabilmente gli hanno presentato il conto dei danni.

Alla domanda: “con quale autorità ti permetti di fare un baccano del genere?” Lui risponde: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”. “Ecco, questo proprio non è a posto con la testa” avranno bisbigliato gli scribi tra di loro magari sghignazzando un po’.

È chiaro per noi oggi: Gesù vuole mostrare che quella è la casa del suo Papà, la casa di Dio. Ma perché non è stato capito sul momento? Qui viene il punto centrale di tutto il nostro discorso: perché “egli parlava del tempio del suo corpo”.

Il Tempio era il luogo più sacro al mondo per gli ebrei, noi cristiani non abbiamo proprio idea di quanto lo fosse, non abbiamo un termine di paragone. Noi abbiamo chiese ad ogni angolo ci giriamo ma per loro esisteva un solo luogo al mondo in cui Dio “poggiava i piedi” ed era appunto il Tempio. Le sinagoghe non avevano affatto la stessa funzione.

Paragonare il Tempio al corpo è davvero forte, mai una religione aveva dato così tanta importanza al corpo umano. Men che meno la religione greca e romana che disprezzavano la materia ed esaltavano solo lo spirito e la mente. Come mai il corpo è così importante per Gesù? Così da paragonarlo al Tempio? Perché “Il Verbo si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1, 14).

Gesù ha preso un corpo umano e da allora il corpo ha un valore assoluto, una dignità pari all’anima. Il nostro corpo per questo motivo è destinato alla vita eterna quanto l’anima. Su questa base di verità di fede, San Giovanni Paolo II ebbe a dire:

Il corpo, infatti, e soltanto esso, è capace di rendere visibile ciò che è invisibile: lo spirituale e il divino. Esso è stato creato per trasferire nella realtà visibile del mondo il mistero nascosto dall’eternità in Dio, e così esserne segno” (San Giovanni Paolo II, Catechesi sull’amore umano, 20 febbraio 1980).

E allora cari sposi, nel vostro dono reciproco nuziale, nel vostro mutuo scambiarvi amore, voi, in forza del sacramento, entrate nel tempio dell’unica carne che siete e vi trovate Dio! Quanto è importante che ripuliate il vostro tempio da tutto quello che è improprio della sua dignità, proprio come fece Gesù quel giorno.

Se allora il tempio fu invaso da buoi, pecore e agnelli… oggi il nostro corpo può essere riempito di parassiti che ossidano e arrugginiscono l’immagine di Dio (pornografia, forme sbagliate di sessualità…) oppure si può cedere alla tentazione di “adorare” aspetti del corpo, fino ad averne una cura ossessiva e maniacale (peso, dieta, muscolatura, tatuaggi, depilazione, taglio e colore dei capelli, piercing, ecc.).

Impariamo dal Vangelo di oggi a riscoprire la bellezza e dignità del nostro corpo nuziale e soprattutto a vederlo e curarlo come un dono da ricevere e offrire al coniuge per vivere un vero amore. La bellezza del nostro corpo, del nostro Tempio è in ultima istanza dovuta al fatto che anche il nostro corpo è immagine e somiglianza di quello di Gesù.

Finisco con l’elogio che S. Agostino fece del corpo di Gesù: “Ma per chi capisce, anche il Verbo fatto carne è tutto bellezza… Bello come Dio… Bello nel seno della Vergine… Dunque, bello nel cielo, bello qui in terra, bello nel seno (di sua madre), bello nelle mani dei parenti, bello mentre fa miracoli, bello mentre subisce i flagelli, bello quando invita alla vita, bello quando disprezza la morte, bello quando depone l’anima, bello quando la riprende, bello nella croce, bello nel sepolcro, bello in cielo… L’infermità della sua carne non distolga i vostri occhi dallo splendore della sua bellezza” (Agostino, Commento ai Salmi, 44, 3).

Antonio e Luisa

La nostra società, figlia della rivoluzione del sessantotto, figlia del vietato vietare e di ogni trasgressione, sembra aver dato finalmente un pieno riconoscimento al piacere e al corpo. Finalmente sono stati divelti tutti quei paletti e quelle imposizioni morali che impedivano alle persone di essere felici e di vivere relazioni libere e spontanee. Aborto, contraccezione e divorzio. Davvero questa libertà ci ha reso felici? Davvero una sessualità slegata dall’amore, e dove i corpi sono svuotati di ogni pudore e mistero, è appagante? Purtroppo si tratta di una illusione che ci conduce ad osare sempre di più, a spingerci sempre più in là, a rendere le relazioni sempre più fragili e precarie. Lo prova il fatto che non c’è mai stata tanta solitudine e sofferenza affettiva come in questo periodo.

Chi davvero ha dato valore al corpo è Gesù, come ha scritto bene padre Luca. Provare per credere. Chi davvero sceglie di vivere una relazione non convenzionale (vivere un’affettività da cristiani non è più tanto normale) si accorge di quanto sia povera l’offerta del mondo confrontata con quella di Gesù. Il corpo se non esprime amore diventa una cosa come un’altra da usare. Parliamo da sposi. Parliamo da persone che hanno provato e hanno visto. Abbiamo vissuto un fidanzamento nella castità, abbiamo deciso di sposarci sacramentalmente, abbiamo deciso di aprirci alla vita seguendo i metodi naturali. Tutto questo ci ha permesso di dare il vero significato all’incontro intimo. Piano piano è diventato un momento meraviglioso di comunione e di dono reciproco. Più passano gli anni di matrimonio e più il desiderio è grande perchè ciò che lo provoca non è solo una pulsione fisica ma è uno stile di vita che ci ha permesso di portare in quel gesto sempre più amore. Capite come vivere la sessualità in questo modo sia tutta un’altra cosa?

Padre Luca con Antonio e Luisa

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Io e te, tre metri sopra cosa?

Facendo i corsi fidanzati negli ultimi anni mi sono trovato davanti varie edizioni aggiornate di Step e Babi. Se chi legge non sa chi siano, aiuto!!! Sto diventando vecchio!

Di storie pazzesche di amore ne ho viste tante in quei freddi saloni parrocchiali di sera, o durante i ritiri all’aperto prima della conclusione del corso, o nei colloqui del processicolo prematrimoniale… tutti giuravano fedeltà per sempre, “verso l’infinito e oltre” come diceva Buzz di Toys story. Ho benedetto nozze preparate in modo sfavillante, con dovizia di dettagli di finezza squisita, tra sontuose basiliche romane e ville settecentesche. C’è chi ha speso solo per i fiori quello che io da viceparroco ho guadagnato in un anno…

Ma, ahimè, mi è toccato poi di raccogliere i cocci di tante di quelle storie. Nel giro di pochi anni ho visto cambiare radicalmente atteggiamento negli sposini. Le frasi erano più o meno sempre quelle: “Non lo sopporto più”, “non mi capisce”, “non ci prendiamo”, “siamo troppo diversi”, “lei ha la sua vita e io la mia” …

Ma, scusate, non eravate voi perdutamente innamorati? Non eravate quelli decisi a non mollare mai? Addirittura, non vi siete tatuati il nome del coniuge sulla pelle? E allora, che è successo? La verità è che non c’era tanta novità e originalità in questo genere di problemi, su per giù il motivo è sempre quello: si è costruito l’amore su sé stessi, sul proprio sentimento, sul proprio progetto, sulle proprie convinzioni, sulle proprie forze.

Ma, padre, è sbagliato? Beh, in realtà, non è che sia sbagliato ma non basta. Difatti la liturgia di oggi ci dice una cosa veramente concreta e terra terra: “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, e pone nella carne il suo sostegno” e poi continua: “Benedetto l’uomo che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia. È come un albero piantato lungo un corso d’acqua” (Ger 17,5.8).

Mi dispiace essere tassativo ma chi vive una storia di amore senza mettere Cristo al centro, corre un grave rischio di veder svanire prima o poi quell’amore, di rimanere fortemente deluso dal coniuge e di non portare a compimento il progetto di amore iniziato con tanta speranza e gioia.

Nel Concilio Vaticano II, un documento importante, chiamato Gaudium et Spes, dice una cosa meravigliosa proprio su questo aspetto:

L’autentico amore coniugale è assunto nell’amore divino ed è sostenuto e arricchito dalla forza redentiva del Cristo e dalla azione salvifica della Chiesa, perché i coniugi in maniera efficace siano condotti a Dio e siano aiutati e rafforzati nello svolgimento della sublime missione di padre e madre” (GS 48).

Nel sacramento del matrimonio l’amore dei due coniugi è assunto da quello di Gesù. Che vuol dire “assunto”? Significa che Lui lo prende con sé, lo fa suo, lo pervade, lo impregna del Suo Amore. Ma non è meraviglioso?

Proviamo a immaginare: se mi piace il calcio e giochicchio con i miei amici, che succederebbe se all’improvviso il mio modo di palleggiare, tirare, dribblare fosse assunto da Ronaldo? Se io iniziassi a fare in campo esattamente quello che fa lui? O se fossi un ingegnere informatico e da un giorno all’altro iniziassi a lavorare con la proiezione, l’inventiva, il genio di Steve Jobs? Ovviamente è umanamente impossibile questo ma nel sacramento al contrario può avvenire e di fatto succede.

L’amore sponsale è preso, è “inglobato” da quello di Gesù che ama tutti noi, la Chiesa, con un amore infinito, così grande da immolarsi sulla Croce. Questo vuol dire che con la grazia di Dio posso davvero amare, perdonare, comprendere, servire il mio coniuge con una magnanimità e generosità che non sono umane, sono “alla Dio”.

Non ci credi?

Prova a leggere le storie di questo libricino “Scelgo ancora te” (ops, per i fan di Giorgia, non è la sua canzone). Vedrai casi concreti di coppie passate da prove molto dure e che dopo tutto si vogliono più bene di quando un giorno si erano promessi fedeltà davanti all’altare.

Cari sposi, voi due siete davvero sopra il Cielo, se per cielo intendiamo Gesù, l’amore di Dio. La grazia del sacramento vi ha solidamente fissati e radicati sull’amore di Dio e se voi confidate in Lui ogni giorno, davvero il vostro sogno di amore non finirà mai. Buzz aveva proprio ragione: “verso l’Infinito e oltre”.

Padre Luca Frontali LC

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