È più bravo il marito o la moglie?

In un’epoca segnata dal gender che pretenderebbe di cancellare le differenze reali e oggettive tra uomo e donna, si può ancor di più perdere l’armonia di coppia nel vivere sanamente la propria identità maschile e femminile, di marito e moglie. Quali sono i nostri ruoli? Sono fissi? Chi li decide? Dove finisce/inizia il mio ruolo paterno/materno? In cosa consiste, in fin dei conti, il contributo paterno e materno?

La tentazione latente a questi quesiti, che soggiacciono in ogni relazione nuziale, è quella di entrare in competizione e di sentirsi migliori dell’altro. “Ma non vedi che i figli danno più retta a me? Hanno più confidenza con me che con te…”.

Proprio recentemente stavo rileggendo alcuni capitoli di “Cara dottoressa” di Mariolina Ceriotti Migliarese (Ares, 2013). C’è un capitoletto molto interessante (pag. 11) intitolato “Mi sento un papà inutile”, in cui parla del disagio di un padre racconta del suo disagio di sentirsi inferiore alla moglie nella capacità educativa.

Gesù vuole sanare questa possibile ferita e frattura nella relazione nuziale. Come lo fa? Ricordando il primato dell’umiltà e del servizio, cosa che Lui ha fatto per primo “assumendo la condizione di servo” (Fil 2,7), lavando i piedi nell’Ultima Cena, donando tutto sé stesso nell’Eucarestia e nella Croce.

Parimenti, marito e moglie sono stati creati per essere dono reciproco, lungi da ogni mistificazione ideologica. Che bello quanto esprime il Cantico dei Cantici: «Il mio amato è mio e io sono sua […] Io sono del mio amato e il mio amato è mio» (2,16; 6,3)! Amarsi nella differenza, saper mantenere questa armonia ed equilibro consapevoli della nostra identità e diversità. Questo solo avviene se si è umili, se si è disposti ad essere pane spezzato, dono, a mettersi al servizio altrui con tenerezza.

ANTONIO E LUISA

Ci sentiamo di fare due riflessioni distinte ma entrambe importanti in una relazione matrimoniale. Stiamo parlando di coppia, coppia che non è più composta solo da un marito e una moglie ma anche da figli e quindi da un papà e una mamma.

La prima riflessione riguarda in particolare le mamme. L’arrivo di un bimbo è una gioia grandissima ma anche un tsunami. La neo mamma spesso è assorta completamente da questa nuova creatura che finalmente dopo 9 mesi di gestazione ha potuto abbracciare. Totalmente assorta come invece non lo è il padre. Il padre ama il proprio bambino ma non gli  basta. Secondo una ricerca gli uomini che ammettono di aver sofferto una sensazione di abbandono e di esclusione, dopo il parto, sono il 26%. Il padre in quel momento ha bisogno dell’amore della sposa e di sentire ancora quella relazione d’amore, che ha generato quel bambino, come viva e rigenerante. Mamme: ricordate che prima di ogni altra cosa siete spose. Certo la situazione è complicata. C’è stanchezza e stress, ma cercate, per quanto possibile, di non far mancare le vostre attenzioni e il vostro amore a vostro marito. E voi cercate, con tutti i vostri limiti e povertà, di stare vicino e di sostenere vostra moglie. Noi uomini non dobbiamo mai scoraggiarci, e quando capitano periodi in cui viviamo un senso di abbandono o frustrazione, parliamone con lei, magari semplicemente non se n’è accorta, così presa come è dal bimbo. Non smettiamo di coccolare la nostra sposa, ne ha bisogno e soprattutto mostriamo come ci piace ancora tanto. La gravidanza potrebbe lasciare dei segni sul corpo, mostriamo a lei che è bellissima così come è. Per lei sarà un’iniezione di fiducia e amore che in quel periodo è fondamentale per vivere bene e nella gioia.

La seconda riflessione riguarda il servizio. Noi abbiamo promesso di donarci e il farci servi l’uno dell’altra ne è una concretizzazione. Servi per amore, sia chiaro. Ciò che ci rende servi non è la persona ma è l’amore. Gesù non si è fatto servo dei suoi apostoli ma dell’amore che nutriva per loro. Sembra una differenza di poco conto in realtà cambia tutto. Essere servi per amore libera mentre farsi dominare da una persona ci rende prigionieri e dipendenti.

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Viva l’ordinarietà

“Qui multum peregrinantur, raro sanctificantur”, ossia, chi molto viaggia e va in giro, raramente si può santificare.

Così afferma l’Imitazione di Cristo (cfr. Libro I, cap. 23, 5.) volendo motivare il lettore con intensità sul vivere il presente e approfittare delle circostanze in cui si trova.

Siamo tornati alla nostra vita ordinaria, le ferie e le vacanze sono un bellissimo e struggente ricordo, la scuola è ripresa con tutti i suoi affanni e rieccoci qua, ad affrontare un nuovo anno: siamo tornati pienamente ai nostri modus vivendi.


Vorrei aiutarvi ad accogliere pienamente la sfida di questo momento e a vederci la grazia di Dio che, come sempre “passa e non ritorna” come diceva S. Agostino (Sermone 88, 14, 13). Qualcuno potrebbe obiettarmi che non esiste nella sua famiglia un tempo ordinario e magari ha pure ragione.

Tuttavia, almeno fino a Natale noi vivremo una tappa grosso modo simile e penso che possiamo prenderla per il verso giusto e non come un periodo stressante e logorante.

Cari sposi, vorrei invitarvi a vivere in modo straordinario l’ordinario. Questo nel linguaggio cristiano si chiama: ricerca della virtù. Cosa è la virtù? Dal latino virtus o forza, “è una qualità dell’anima, per la quale si ha propensione, facilità e prontezza a conoscere ed operare il bene” (Catechismo, n° 856).

La virtù è un’abitudine a compiere il bene che si ottiene tramite lo sforzo di ripetere atti buoni. Ovviamente in un certo senso questo è “facilitato” laddove le nostre circostanze esterne ci permettano una certa stabilità. Motivo per cui vi ho citato all’inizio quella frase iconica.

Cari sposi, non vogliate subire l’autunno caldo, non affrontate questo tempo con un “vediamo cosa capita” ma vi invito a confrontarvi a vicenda e cercare assieme di coltivare qualche virtù tramite atti concreti e precisi da vivere ogni giorno. Il ventaglio è pressoché illimitato: dal pregare assieme due minuti appena svegli, alla lettura della Parola di Dio prima di uscire, al fare l’Angelus a mezzogiorno, al fare dieci minuti di condivisione di coppia, e un lungo eccetera.

Ma l’importante è che discerniate e scegliate cosa vi sta chiedendo concretamente il Signore, poi facciate una semplice check-list di punti e a batterci sopra ogni giorno.

Sapete? La virtù funziona così, è bellissima, più la vivo e più mi diventa sia facile che piacevole il compierla.

Per questo care coppie, nonostante l’abbronzatura stia svanendo, viva l’ordinarietà e la normalità delle nostre vite, perché in esse possiamo costruire, giorno dopo giorno, tanti modi di vivere e di essere che ci rendono a poco a poco sempre più veri cristiani e coppie solide.

padre Luca Frontali

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Signore, non ti riconosco più!

Pare che Gesù abbia perso il controllo. Eppure, qui si vede quanto il suo cuore arda di un santo zelo, di smania di farci capire cosa è davvero importante per noi, qualcosa che non possiamo perdere assolutamente e per questo alza la voce: è troppo grande la posta in gioco.

Si tratta nientemeno di illuminarci su cosa sia l’amore.

Mi piace molto chi ha interpretato tale vangelo dicendo che la domanda iniziale di Gesù avrebbe potuto essere questa: “ma secondo voi cosa è l’amore?”. Allora gli avrebbero risposto: “amare è un sentimento”, “amare è un’emozione”, “amare è stare bene con la persona giusta” … e quando Pietro rispose bene: “amare è donarsi tutto e per sempre” allora Gesù andò oltre: “ecco, esatto, ed io lo farò sulla croce per voi”.

Ma a quel punto in Pietro venne fuori l’amor proprio: “eh no, ma non si può amare così, è disumano, è illusorio, è masochistico”. E ha provato a far “rinsavire” Gesù… ma è bellissimo quello che succede dopo. Gesù, infatti, non esce dai gangheri, come parrebbe a prima vista. È perfettamente padrone di sé stesso, solo che sta dicendo con forza a quel testone di Pietro che, se non ama fino a dare tutto, smette di essere un vero discepolo. E allora ecco che lo rimette in carreggiata, “stammi dietro, rimettiti sul cammino, non smettere di seguirmi”.

A me è successo, non so a voi, dinanzi a situazioni di sofferenza e crisi, di dire a Gesù: “ma tu Signore chi sei? Cosa vuoi da me? Dove mi stai portando?”. Pare che in quelle situazioni Gesù diventi per noi uno sconosciuto, un estraneo, uno diverso da come lo vorremmo, cioè un Dio su misura, un Dio che collima con i nostri desideri e progetti.

Eppure, cari sposi, voi lo sapete bene, l’amore non può essere esente dalla croce. Solo chi ci è passato ha acquistato quella sapienza che viene dell’Alto e che rende davvero capaci di viverlo in modo concreto e vero. In un mondo liquido, solo un amore così ci permette di stare piantati saldamente alla nostra realtà, di permanere, di restare ed essere fedeli nel tempo.

Come lo esprime bene San Giovanni Paolo II quando scrive: “L’amore coniugale raggiunge quella pienezza a cui è interiormente ordinato, la carità coniugale, che è il modo proprio e specifico con cui gli sposi partecipano e sono chiamati a vivere la carità stessa di Cristo che si dona sulla Croce” (Familiaris Consortio 13).

Non smettiamo di camminare dietro al Signore in una donazione piena e totale nel matrimonio. E se vi viene voglia di scantonare, di un amore diverso da quello del Maestro, non preoccupatevi che ci pensa Lui a richiamarvi e a riprendervi.

ANTONIO E LUISA

La croce prima poi arriverà per tutti. Come è inevitabile che sia. Credere che Gesù ci preserverà da ogni male equivale a ridurre la nostra fede a pura scaramanzia. Significa dare alla croce che portiamo al collo lo stesso significato del gobbo e del cornetto rosso che vendono a Napoli.

Invece quella croce che abbiamo al collo significa altro. Significa dono totale. Portare quella croce al collo significa voler amare come Gesù. Gesù che su quella croce è morto e attraverso quella croce ha fatto ad ognuno di noi il dono più grande di tutti. Ha donato se stesso per donare a noi la salvezza. Ecco questo è quello che Gesù sta cercando di far comprendere a Pietro e ad ognuno di noi.

Se saremo capaci di rinnegare noi stessi per non rinnegare Cristo. Per non rinnegare il suo sacrificio e il suo modo di amare, se saremo capaci di questo non solo non perderemo la nostra vita ma la acquisteremo. Già perchè la nostra vita sarà finalmente libera, e noi saremo capaci di accogliere ogni cosa ci capiterà, non con la paura di chi non vuole perdere il poco che possiede, ma con affidamento a Colui che dà senso ad ogni cosa e che apre il nostro orizzonte alla vita eterna.

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Ma dove mi stai guardando?

“Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire” dice il detto, ma si potrebbe applicare anche alla vista. In una relazione di coppia si possono formare atteggiamenti, pregiudizi, preconcetti che falsano la nostra percezione dell’altro e così vediamo o non vogliamo vedere la realtà così com’è e parimenti ascoltiamo solo quello che ci interessa, ecc. Eccoci allora, di fatto, nella stessa condizione di questo povero sordomuto. Una delle idee più ricorrenti in Joseph Ratzinger è che la fede sia la forma più alta di intelligenza. Dato che la fede, in quanto dono di Dio che si rivolge alla nostra mente, potenzia la nostra ragione e ci rende capaci di guardare a noi stessi, agli altri, alla realtà di tutti i giorni, con uno sguardo pieno, integro, non parziale o deformato da falsità. Ecco allora che nel matrimonio ci vuole una fede viva per vedersi e comprendersi davvero.

Da quale prospettiva guardi il tuo coniuge? Pensi di sapere già tutto di lui/lei? Porto nel cuore un fatto legato alla vita di un mio zio, rimasto vedovo dopo oltre 40 anni di matrimonio. Un giorno mi confidò che troppo tardi si era accorto di non aver conosciuto fino in fondo sua moglie e si era reso conto di quanta ricchezza che gli era rimasta inosservata.

Il bello è che Lui vi viene già incontro per donarvi tale dono, come ci dice il Concilio Vaticano II: “come un tempo Dio ha preso l’iniziativa di un’alleanza di amore e fedeltà (108) con il suo popolo così ora il Salvatore degli uomini e sposo della Chiesa (109) viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio. Inoltre, rimane con loro perché, come egli stesso ha amato la Chiesa e si è dato per essa (110) così anche i coniugi possano amarsi l’un l’altro fedelmente, per sempre, con mutua dedizione” (Gaudium et Spes 48).

Chiedete spesso questo sguardo di fede reciproco, è una grazia dello Spirito che vi aiuterà a trovare sempre più amabile il vostro coniuge da cogliere il senso della vostra relazione.

ANTONIO E LUISA

Quante volte noi crediamo di conoscere ormai l’altro/a e non siamo più capaci di riconoscerlo/a? Conoscere significa un po’ dare l’altra persona per scontata. E’ così, si comporta così, ha quel difetto, ecc. E’ normale, dopo un po’ di anni passati uno accanto all’altra, conoscerci sempre meglio. Proprio per questo è importante non credere di conoscere già tutto. Pensare di conoscere tutto significa non riuscire più a guardare l’amato/a con occhi di meraviglia e di stupore. Significa ingabbiare l’altro/a nei nostri schemi e nei nostri pregiudizi. Significa pensare di non aver più bisogno di “perdere” tempo a guardare l’altro.

E’ un attimo passare dal non credere di aver bisogno di guardare l’altro a non averne più desiderio. E’ il dramma di tante coppie di sposi che piano piano si perdono di vista, che perdono contatto ed intimità, proprio perchè pensano di conoscersi già benissimo e invece, col tempo, come in un piano inclinato, si allontanano sempre più fino a diventare due estranei. Non si conoscono più e non si riconoscono più. Per riconoscerci una meraviglia abbiamo invece bisogno di dedicarci tempo, attenzioni, cura, ascolto. Perchè nel riconoscerci un mistero, che non potremo mai possedere completamente, possiamo avere ri-conoscenza l’uno per l’altra. Riconoscere la bellezza, la ricchezza e la meraviglia che l’altro è. Dio ci vede meravigliosi proprio perchè non smette mai di cercarci e di prendersi cura di noi.

Il Vangelo di oggi si sposa benissimo con le parole di Benigni di cui ha parlato ampiamente padre Luca nell’articolo di ieri. Benigni è riuscito proprio a mantenere e a custodire lo stupore nello sguardo verso sua moglie. Quanto è importante averlo. Non è, a nostro avviso, solo grazia. Non è solo dono di Dio. Dipende anche da noi. Non è fortuna o un’alchimia particolare, ma frutto di un impegno profuso giorno dopo giorno nella quotidianità familiare.

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La vita (matrimoniale) è bella, bellissima!

Stavolta sono state lacrime vere e non di risate a crepapelle come mi aveva abituato Roberto Benigni negli anni passati.

Come non emozionarsi ridendo di gusto davanti ai suoi celebri sketch tipo quello con Baudo a Fantastico? O con la Carrà nel ’91? O a certe uscite sue in “Non ci resta che piangere”, “Il piccolo diavolo”, “Johnny Stecchino” e nell’indimenticabile “La vita è bella”?

Ma stavolta Roberto non mi ha fatto piangere dal ridere ma mi ha commosso per la perla preziosa che ci h0a regalato. Su un pulpito di proiezione mondiale, il giullare di Manciano della Chiana ha aperto il suo cuore e ha svelato quanto la vita matrimoniale possa essere bella, bellissima.

Sia chiaro, non voglio peccare di ingenuità, non sono qui a canonizzare San Roberto Benigni. Spero, tuttavia, che un giorno anche il suo volto svolazzi su quel drappo penzolante dalla facciata della Basilica di San Pietro. Ma rimango con i piedi per terra e mi accontento di una tale prova di amore.

Anzi, ve la faccio vedere per scritto. Ahimè non è la stessa cosa scritta, anziché sulle sue labbra, con tutta quella carica espressiva che oramai lo caratterizza:

Concedetemi qualche momento per dedicare a una persona che insomma è all’apice dei miei pensieri, come dice Dante, che “paradisa la mia mente”, che è qui in sala stasera, la mia attrice prediletta, alla quale non posso nemmeno dedicare questo premio perché questo premio è suo, è tuo, lo sai, lo dedicherai tu a chi vorrai, è tuo. Abbiamo fatto tutto assieme, per 40 anni: produzione, interpretazione, ideazione dei film. E quindi sono per 25, 30, 40 anni ininterrotti di lavoro, quanti film abbiamo fatto! Come si fa a misurare il tempo di un film? Anche se io conosco solo una sola maniera di misurare il tempo: con te e senza di te. Questa è la mia maniera di misurare il tempo, lo è sempre stata. Allora, veramente non te lo posso dedicare però possiamo fare così: ce lo possiamo dividere, io mi prendo una parte, mi prendo la coda per manifestarti la gioia, per farti vedere la mia allegria, e il resto è tuo, le ali. Le ali soprattutto sono tue perché, se qualche volta nel lavoro che ho fatto, qualcosa ha preso il volo è grazie a te, al tuo talento, al tuo mistero, al tuo fascino, alla tua bellezza, al tuo talento di attrice. Quante cose ho imparato osservandoti recitare sul set, alla tua femminilità, al fatto di essere donna! Che le donne, come si sa, hanno qualcosa che noi uomini non comprendiamo, veramente un mistero senza fine bello, però non comprendiamo. Aveva ragione Groucho Marx quando diceva: “Gli uomini sono donne che non ce l’hanno fatta”, aveva ragione ed è la verità. Io non ce l’ho fatta ad essere come te, Nicoletta, e quindi, guarda, è tutto grazie alla tua luce. Se qualcosa di bello e di buono ripeto ho fatto nella mia vita è stato sempre attraversato dalla tua luce, quanta luce emani! La prima volta che ti ho conosciuto ricordo emanavi tanta luce che ho pensato che Nostro Signore facendoti nascere avesse voluto adornare il cielo di un altro Sole. Guarda, è stato proprio quello che si dice “un amore a prima vista”, anzi a ultima vista, anzi a eterna vista. Grazie a tutti, grazie e che Dio vi benedica. Arrivederci”.

Metto in risalto tre aspetti di notevole importanza per ogni coppia.

1) Lo stupore. Nonostante abbiano passato oltre 30 anni assieme, ad oggi c’è stupore, c’è ammirazione, c’è ancora la capacità di meravigliarsi e di cogliere il bello, il saper riconoscere tutto il bene vissuto e di valorizzarlo. Alla faccia di chi dice che il matrimonio sia la tomba dell’amore! È la cecità spirituale ciò che uccide una relazione, è l’incapacità di cogliere il Mistero che è in noi che ci ammazza lentamente e progressivamente.

2) La gratitudine. Come spesso ha evidenziato Papa Francesco, il saper dire “grazie” è tanto importante. Ma soprattutto il riconoscersi debitori nei confronti altrui.

Qui c’è un’ammissione davvero commovente: l’aver toccato con mano e il confessare quanto il coniuge sia importante. Apro una porta ma la richiudo subito. Ci voleva proprio un marito che dicesse questo di sua moglie! E spero che presto ci sia una moglie che faccia altrettanto. Come diceva San Giovanni Paolo II, il marito e la moglie si aiutano a svelare reciprocamente l’altrui identità. Bello!

3) L’amore vero viene dall’Alto. Che meraviglia che sia stato detto sotto i riflettori di mezzo mondo. L’amore vero non è “laico”, per come laico è inteso oggi, cioè senza Dio. L’amore è un dono di Dio che gli sposi accolgono dal momento della celebrazione.

Come vorrei vedere più sposi e spose capaci di esprimersi così per il proprio coniuge! Come mi piacerebbe che tutti voi sappiate sinceramente manifestiate in privato e in pubblico una tale stima e considerazione per la persona con cui vivete!

Per tutto ciò, vorrei ringraziare Roberto per questo inno di amore, questa dichiarazione appassionata di affetto e riconoscenza per sua moglie. Caro Roberto, potevi dire mille altre cose, di sicuro divertenti, interessanti, colte. Eppure, ti sei soffermato sull’essenziale, su qualcosa che nessuno in pratica osa dire oggi.

Grazie perché ci hai ricordato che la vita è bella, è molto più bella quando due sposi la vivono così.

Padre Luca Frontali

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Il (vero) matrimonio senza rughe

Cari sposi,

anche se qui forse dovrei esordire più con “care spose” …

Magari vi sarò capitato sotto gli occhi la rubrica sulla coppia di qualche rivista tipo Vogue, Elle, Glamour mentre siete in attesa dal dentista. È tipico in quegli articoli temi tipo: “come rimediare un disamore?” o “le dieci causa di crisi di coppia” e giù a ricette magiche per diventare la coppia perfetta.

Quante volte i coniugi vogliono “lavare” la propria relazione, cioè purificarla da tutte quelle sporcizie e remore che la rendono dura e faticosa. Allora di solito si punta a cambiare parole, modificare il proprio atteggiamento, capire quali sono gli stratagemmi funzionanti per non litigare, o mordersi la lingua, fare buon viso a cattivo gioco, dai sorvoliamo, mettiamoci una pietra sopra… Quante cose buone ci si è inventati per ottenere un miglioramento, di certo tutte cose buone ma occhio a non fare la fine dei farisei del Vangelo.

Gesù coglie l’occasione da questa scena di vita ordinaria per dirci che il cuore umano, con il suo carico di peccato, che tecnicamente si definisce come “concupiscenza”, non lo riusciremo mai a trasformare in meglio con un po’ di sapone.

Ma che pessimismo! Io direi piuttosto: realismo. Quanti sistemi politici, correnti di pensiero, ideologie hanno cercato di creare in terra la società giusta lasciandosi dietro una scia di morte e sangue. Come mai? Non sarà che “il cuore è ingannevole più di ogni altra cosa e insanabilmente malato; chi lo può conoscere?” (Ger 17, 9).

È la sua Grazia che lo può fare, solo Lui ha il potere ci cambiarmi da dentro se io sono disposto a collaborare.

Per voi sposi che avete consacrato il vostro amore nello Spirito Santo, ci vuole ben altro. Una casa ovviamente si costruisce dalle fondamenta, si parte dall’umano ma “senza Gesù non possiamo fare nulla” e quindi la nostra pienezza come persone e come coppie sta nello stare a pari passo con i doni che il Signore ci fa ogni giorno.

Papa Francesco ci ricorda che: “la condiscendenza divina accompagna sempre il cammino umano, guarisce e trasforma il cuore indurito con la sua grazia, orientandolo verso il suo principio, attraverso la via della croce. Dai Vangeli emerge chiaramente l’esempio di Gesù, che […] annunciò il messaggio concernente il significato del matrimonio come pienezza della rivelazione che recupera il progetto originario di Dio (cfr Mt 19,3)»” (AL 62).

Mentre noi vorremmo essere sempre belli e senza rughe, il nostro Sposo ci insegna che siamo belli nella misura in cui ci lasciamo amare da Lui e cerchiamo di starGli il più vicino possibile. Poi, il resto, il trasformarci, il migliorarci, il cambiarci lo fa Lui a poco a poco,

Caro sposi, se volete davvero vivere un matrimonio “alla Dio”, se sentite in cuor vostro la spinta a diventare una coppia migliore di quello che siete adesso, bene, allora l’unica è strada è lasciarsi guidare e condurre dal Gesù nello Spirito per le strade che Lui ha pensato per voi.

ANTONIO E LUISA

E’ vero! Anche noi scriviamo sovente di ricette, di atteggiamenti giusti e sbagliati, di modi di approcciarsi ecc. ecc. Sono tutti spunti che possono essere importanti, ma possono essere utili nella misura in cui il nostro cuore è aperto alla Grazia. Come dire che Gesù ti dà il desiderio di amare sempre e comunque e i nostri consigli possono suggerire il modo, come farlo.

Tutto parte però dall’amore di Dio. Nulla sarebbe possibile se non ci sentissimo amati per primi e in modo così grande quanto immeritato da Gesù. Solo dopo, dopo aver fatto esperienza di questo amore saremo capaci di perdonare, di amare per primi il nostro coniuge, di amarlo quando magari non si dimostra molto amabile e l’istinto sarebbe quello di mandarlo a quel paese se non di dargli una padella in testa.

Ciò che cambia i cuori è solo l’esperienza di Dio, poi possiamo discutere sul come rispondere a quell’amore, ma se non c’è la base della relazione con Gesù tutto il resto diventa un parlare sterile e inutile. Anche il perdono diventa un atto di debolezza e di dipendenza. Come se Gesù fosse morto in croce per debolezza. Ma lo può capire solo chi ha incontrato quel Gesù morto per lui.

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Signore da (quale psicologo) andremo?

Da pochi giorni ho concluso la settimana di Esercizi Spirituali ignaziani. Mi trovo con la mia comunità in un posto bellissimo sulle Alpi il ché non ha che favorito le immense grazie che Gesù nella sua bontà ha elargito ancora una volta alla mia vita.

Che posso dirvi cari sposi dopo un’esperienza del genere? Nulla di trascendentale sennonché il Signore in questi momenti ti ficca nel cuore e nella mente le verità più semplici ed essenziali. Quelle che già sappiamo ma che probabilmente non abbiamo ancora digerito, rimangono lì in bilico tra piloro e duodeno e di conseguenza non sono state assimilate del tutto.

Una di queste e che mi è sempre più chiara nella mia vita di cristiano e sacerdote è che senza Gesù non vado da nessuna parte. Ho tra le mani vari progetti molto entusiasmanti: un dottorato, attività con sposi in giro per l’Italia e forse all’estero, libri scritti e da scrivere, ed altro. Posso dire di avere una vita piena e umanamente ricca di eventi e sfide. Ma… se al centro del mio cuore non c’è lo Sposo, non c’è Gesù e se tutto questo che vi ho elencato non lo faccio per Lui… è tutto tempo sprecato.

Quante cose pure voi sposi fate, molte più di me: lavoro, figli da crescere, genitori da accudire, e un largo eccetera. So per certo di quanta fatica ci sia nella vostra ordinarietà, quante croci portate nel silenzio del cuore.

La tentazione di buttarsi sempre su rimendi umani c’è, dicasi psicologo, dieta ayurvedica, Yoga, cousellor, personal couch, PNL…

Ma alla fin fine, ricordatevi bene, per quanto certe cose possano essere anche buone e utili, cari miei, se non ci salva Gesù, non ce la facciamo con nessun altro mezzo.

Da chi andremo se non dallo Sposo? Dobbiamo ringraziare Pietro per la sua solita disarmante sincerità. Quella frase gli è uscita proprio dal cuore perché lo aveva capito bene, proprio lui, Pietro, vecchio volpone, che senza Gesù non avrebbe combinato nulla di buono nella vita.

E anche voi, che siete sposati a Lui in modo indissolubile, da chi andrete se non da Lui? In quale filosofia di vita, in quale corrente di pensiero, in quale ideologia trovare qualcosa di meglio? Credo che 2000 anni di storia sono più che sufficienti, possano anche bastare, per dimostrare che solo Gesù è la nostra via, verità e vita e all’infuori di Lui non c’è nulla di valido.

Cari sposi, in qualsiasi situazione spirituale siate, “smonati”, carichi, mediocri, entusiasti, adesso e sempre ripartiamo da Gesù supplicandolo di stare al centro della nostra vita personale e di coppia. Lui non ci delude, perché è fedele e verace alle sue promesse di donarci il centuplo quaggiù e poi la vita eterna.

ANTONIO E LUISA

per riconoscere Dio nella nostra vita, dobbiamo prima riconoscerci poveri. Poveri di forza, di capacità, di scienza e di coscienza.  Non importa se abbiamo magari studiato, se siamo laureati, se abbiamo letto tanto e meditato su quanto letto. E’ importante riconoscere la nostra piccolezza comunque e sempre. Il matrimonio (sacramentum magnum) è impossibile all’uomo, se non viene sostenuto dalla Grazia di Dio. Tanti matrimoni falliscono, non perché gli sposi siano stati peggiori di noi, anzi, tutt’altro. Facilmente, visto come siamo partiti, la maggior parte è partita meglio di noi, più attrezzata e pronta.  Ma poi? Non hanno lasciato spazio a Dio. Troppo pieni e sicuri di sé. Spesso quando le cose vanno bene, si monta in superbia. Si crede di essere i soli artefici della propria felicità e del proprio matrimonio. Si lascia sempre meno spazio a Dio, perché non serve. Le scelte, la vita di tutti i giorni, il parlare e la coscienza inizieranno ad essere orfane di Dio, anche se la coppia magari va a Messa la domenica. Poi arriva la crisi e  crollano, perché non si è capaci di aprirsi alla Grazia, il cuore è troppo pieno di sè, del loro modo di pensare e di agire e Dio non può aiutarli. Noi non abbiamo corso questo rischio. Sempre consapevoli della nostra povertà e miseria umana, ci siamo affidati con fede e riconoscenza al nostro Dio. E’ sempre stato un sostegno, una presenza viva, una persona a cui chiedere, con cui arrabbiarsi e da ringraziare. Il nostro cuore non è mai stato pieno di noi, perché conoscevamo la nostra pochezza. Così da due persone cresciute piene di complessi, di ferite e di paure è nata una famiglia che non si tira indietro, che si è aperta alla vita concependo 5 figli (di cui uno, Giò, è già in cielo ad attenderci e a fare il tifo per noi), che ha avuto i momenti difficili, di aridità, di incomprensione, ma non abbiamo mai fatto affidamento sulle nostre forze, avremmo fallito prima e peggio degli altri. Ci siamo affidati a Dio, abbiamo creduto in Lui, alle sue promesse e tutto è passato, ritrovandoci più forti di prima.

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Facciamo quattro chiacchiere assieme 4: il destino del sesso

Cari sposi,

            siamo giunto alla quarta e ultima chiacchierata estiva sul tema del sesso. Riassumendo per gli “operai dell’ultima ora” la prima volta abbiamo parlato sulla bellezza meravigliosa della distinzione sessuale di uomo e donna, del dono di essere persone sessuate; poi abbiamo approfondito il senso di tale differenziazione per arrivare a comprendere che una conseguenza di tale senso è la capacità di amare con un ordine già scritto dentro di noi, nel nostro corpo.

            Resta, per così dire, un ultimo passo da fare. Domandiamoci: dove ci porta tutto ciò? Ossia qual è la finalità, il destino di contenere in noi questa ricchezza che ci fa ad amare in un modo così grande? Esiste un destino alla nostra sessualità che vada ben oltre l’unione fisica ed emozionale dei corpi?

            Mentre vi scrivo siamo in tempo di pioggia di stelle. Anche voi come me siete stati in queste serate con il naso all’in su per ghermire più bolidi siderali possibili. Ho avuto la grazia, trovandomi in una valle alpina, di osservare uno spettacolo unico, mozzafiato: grazie al cielo nitido e pulito erano ben più visibili tantissimi astri e, come se non fosse abbastanza, sullo sfondo, da nord a sud, splendeva la maestosa e immensa Via Lattea.

            Parlare di stelle è assai affine al tema del sesso. Sì, avete capito bene, non sto andando “dalle stelle alle stalle” ma davvero il nostro corpo punta proprio lassù. Il punto di connessione tra sesso e stelle è dato dalla parola “desiderio”. Alla lettera, in latino, desiderio significa precisamente il contemplare le stelle. E come mai allora il desiderio ha un forte connotato sessuale? La risposta a che vedere appunto con il fine, il destino del sesso, che non è la terra ma il Cielo.

            Ma per aprirvi ancora di più l’appetito, inizio da un articolo apparso su Repubblica  un paio di anni fa che afferma senza mezzi termini che il sesso non porta con sé nulla che faccia pensare a un destino. Leggetelo, è un bell’esempio del pensiero mainstream secondo cui il corpo, il sesso, sono oggetti a nostra piena disposizione, ad uso e consumo libero ma soprattutto non esiste un orizzonte che vada oltre il fisico. Per cui, niente Cielo; il sesso andrà prima o poi in pasto alle lumache.

            Noi invece si parte, come già detto la prima volta, dallo stupirci di come siamo e di ciò che abbiamo ricevuto, si parte dalla constatazione del dono che un Altro ci ha fatto. E contrariamente a una visione gnostica e manichea che si è infiltrata nel cristianesimo fin dai primi secoli, la nostra carne, la nostra sessualità è intrisa di Dio.

            Tanto a mo’ di esempio, mi raccontava un’amica che aveva conosciuto una coppia giovane, credenti e desiderosi di vivere la fede. Ma, al momento di fare l’amore, giravano il quadro del Sacro Cuore sopra il letto… Pare strano ma ancora oggi ciò accade, frutto di una mentalità gnostica che si è installata nel nostro disco rigido e non c’è Kaspersky che la possa togliere.

Quando Papa Francesco in Amoris Laetitia dice che: “i coniugi danno forma con vari gesti quotidiani a questo «spazio teologale in cui si può sperimentare la presenza mistica del Signore risorto»” (AL 317), nel fondo sta affermando proprio il tema di fondo: il sesso punta al Cielo e può farvelo sperimentare già qui ed ora.

Mi colpisce che questo passaggio sia stato preso da un documento chiamato “Vita Consecrata”, che è stata scritto da S. Giovanni Paolo II per le persone consacrate. Ossia, la via mistica non è una prerogativa di preti e suore ma anche voi sposi la potete percorrere. Come? Ritirandovi in un convento una volta anziani? Assolutamente no, ma vivendo la vita ordinaria e la vostra capacità di esprimere l’amore tramite i vostri corpi, con la tenerezza, con la cura reciproca, con la passione fisica. Questa strada verso le vette mistiche è tutta vostra cari sposi. Noi consacrati per secoli vi abbiamo indicato come si raggiunge l’unione con il Signore tramite la separazione dal mondo, pensate a quante abbazie, monasteri, eremi fuori dai centri abitati, il tutto per trovare Dio. Quella rimane senza dubbio una strada sicura, ma ora più che mai tocca a voi predicarci e gridare al mondo che i vostri corpi sono un segno che punta al Cielo e non solo ma anche un anticipo di Cielo.

Ricordatevi dei tre altari su cui si celebra l’amore di Dio: 1) l’altare della Messa; 2) il talamo nuziale; 3) la mensa famigliare. Voi siete i protagonisti di ben due di 3, vi pare poco?

Ma attenzione, il terreno della sessualità è melmoso, facilmente si può scadere nei due eccessi che Karol Wojtyła, in “Amore e responsabilità”, chiamava “libertinismo” e “puritanesimo”. Il secondo l’ho appena menzionato poco sopra e il primo è chiaro, è ciò che il mondo ci urla alle orecchie in tutti i modi. Voi sposi nel vivere la vostra sessualità siete chiamati a navigare in mezzo a questi due Scilla e Cariddi. E qui torna utile quanto vi dicevo la volta scorsa: perché la sessualità compia il suo fine bisogna saperla vivere in modo ordinato. Il ché suppone essere persone mature, capaci di dominarsi per amore, consapevoli del misterioso e profondo significato che il corpo contiene e non può usato solo come oggetto di piacere.

            Concludo così questo articolo con un paragrafo preso da un libro che davvero vorrei leggeste, il titolo è assai intrigante e attraente, “Mistica della carne” di Fabrice Hadjadj. La citazione è presa da un capitolo intitolato “Sesso e Trinità” a pagina 176 e 177. Non potevo concludere in modo migliore facendo riferimento a dove abbiamo iniziato, cioè dall’immagine e somiglianza della coppia con Dio Trinità. L’autore quindi scrive così: “Che cos’è questo divino mistero di Elohim, quest’unico Dio che contiene un plurale? Il dogma lo chiama Trinità. […] E dunque avrò io abbastanza pietà per credere che questo santissimo mistero, che trascende la mia ragione, ha lasciato la sua impronta nel mio bassoventre? Basta che guardi al mio sesso. […] Se non avessimo perduto la nostra innocenza, i nostri occhi potrebbero dischiudersi senza ridere: l’icona della Trinità si nasconderebbe nei nostri pantaloni”.             Ecco cari amici sposi, ci sarebbe ancora tanto da dire ma mi fermo qui. Spero che queste quattro chiacchierate vi abbiano aiutato a guardarvi con vero stupore e a saper andare in profondità e cogliere il Mistero di amore che contiene il vostro cuore e il vostro corpo, uno stupore che non farà che ingigantirsi quando in Cielo potremo vedere faccia a faccia il compimento di ciò che siano adesso solo in germoglio.

Padre Luca Frontali

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Grandi cose hai fatto in noi

Cari sposi,

mi piacerebbe fare un piccolo esperimento con voi. Idealmente provate ad accostare la foto del vostro matrimonio e poi la foto più recente di voi due assieme. Vedendo simultaneamente le istantanee, quali sentimenti provate? Nostalgia, gioia, malinconia, dolore…?

Ossia, nel fondo è importante che venga a galla qual è l’atteggiamento di fondo con cui vi guardate come coppia, lo sguardo che avete adesso sul vostro matrimonio. In genere, il passare degli anni lascia cicatrici e la famosa “romanza” degli inizi è solo un ricordo, dato che è subentrato il realismo della quotidianità.

La stupenda festa di oggi ci insegna qualcosa di molto diverso. Oggi celebriamo una “filiale” della Pasqua: Maria è la prima creatura umana che vive la Risurrezione fino in fondo. In Lei, estasiasti, contempliamo che è tutto vero quello che Gesù ci ha insegnato, la nostra vita vera è in Cielo e di là ci andremo con tutto ciò che siamo adesso, anche i kili di troppo.

Ma vorrei attirare la vostra attenzione su una frase di Maria nel Vangelo. Lei esclama davanti a sua cugina Elisabetta: “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente”. Quali sono queste cose? Senza dubbio la scelta di essere Madre di Dio e il dono di Gesù alla sua vita. Ma nel fondo Maria era solo un’adolescente di una famiglia povera di un microscopico villaggio della Galilea. La sua vita sarebbe trascorsa nel più totale anonimato se Dio non avesse fatto quell’irruzione straordinaria. Che cosa aveva di suo Maria di così grande per cui esultare?

Qui c’è un bellissimo collegamento alla vostra vita: anche ogni vostra storia di amore è un grande dono, un prezioso per tutti, per voi, per tutta la vostra famiglia allargata, per la parrocchia, in definitiva anche per il mondo intero. Perché siete un dono? Perché in voi il Signore ha iniziato a operare “grandi cose”. Queste “grandi cose” assomigliano al “mistero grande” (Ef 5, 32) che San Paolo intravedeva in ogni coppia sposata.

Quali sarebbero allora le vostre “grandi cose”? Nientemeno che l’essere voi portatori di Dio, essere a Sua Immagine e Somiglianza, il poter ripresentare il volto paterno e materno di Dio. Nella vostra storia assieme è entrato Dio, “non ve ne accorgete?” (Is 43,19). Attenzione alla routine, al farvi fagocitare dal tran tran lavoro-casa. Tutti corriamo il pericolo di vivere così distratti dall’attimo fuggente che dimentichiamo lo sfondo su cui si staglia e si muove la nostra vita.

Perciò vorrei suggerirvi questo aspetto di Maria come una stupenda lezione nuziale: saper leggere tra le righe della propria vita la Presenza di Gesù.

Maria ha sempre avuto sotto gli occhi i segni dell’amore di Dio, ha visto nella concretezza della sua vita che il Signore le voleva tanto bene e di questo era felice. Pure voi siete chiamati a vedere nella vostra storia, pur con tutti i saliscendi, questi segni di amore. Gesù è con voi, cammina con voi, non vi ha mai lasciato soli, magari a volte non ne eravate consapevoli. In questa festa della nostra Mamma celeste, questo Suo modo di stare davanti alla propria vita vi aiuti ad avere uno sguardo di fede nei vostri riguardi. Per questo Papa Francesco ci scrive: “Come Maria, (le coppie) sono esortate a vivere con coraggio e serenità le loro sfide familiari, tristi ed entusiasmanti, e a custodire e meditare nel cuore le meraviglie di Dio (cfr Lc 2,19.51). Nel tesoro del cuore di Maria ci sono anche tutti gli avvenimenti di ciascuna delle nostre famiglie, che ella conserva premurosamente. Perciò può aiutarci a interpretarli per riconoscere nella storia familiare il messaggio di Dio” (Amoris Laetitia 30).

ANTONIO E LUISA

Ci sentiamo di confermare la riflessione di padre Luca e lo facciamo rileggendo la Parola di oggi: D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. E’ la prima delle beatitudini evangeliche. Beata perchè si è fidata. Perchè nella sua vita ha accolto la presenza del Salvatore (lei lo fatto proprio nella carne) attraverso il suo sì. Anche noi siamo chiamati a questo. A meravigliarci continuamente della presenza di Gesù nel nostro matrimonio. E’ significativo che questa riflessione avvenga proprio durante il periodo estivo che per tanti è tempo di riposo e di vacanza. Che questo tempo di vacanza non diventi del semplice ozio infecondo, che non porta frutto. Non sia un’occasione persa. Riposiamoci certo, ma approfittiamone anche per scorgere la bellezza che c’è nella nostra relazione. Ora che i ritmi sono meno frenetici e c’è la possibilità di contemplarci e di contemplare Lui troviamo il tempo di farlo.

Alcuni giorni fa ci è arrivata una mail da parte di una lettrice che ci chiedeva aiuto per far capire al padre come fosse importante che lui partisse in vacanza con la madre. Soli, senza nessun altro. Questo è uno dei modi per contemplare. Per contemplarsi. Spesso si crede che con il passare del tempo sia sempre meno importante dedicarsi dei momenti di qualità. In realtà è vero il contrario. Più passa il tempo e più si rischia di darsi per scontati e di non essere più capaci di scorgere la meraviglia di una relazione vissuta alla presenza di Dio e del dono reciproco. Questo è un esempio ma ci sono mille altri modi per contemplarci: pregare insieme, uscire a cena, fare l’amore bene, fare una passeggiata, visitare un museo. Ci sono questi e tanti altri modi. Scegliete il vostro e fatelo perchè siete una meraviglia, ma spesso non ve ne accorgete.

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L’autogenesi della coppia

Facendo i calcoli sono quasi 10 anni che ho ricevuto il dono di accompagnare coppie al matrimonio. Dai percorsi ordinari in parrocchia, più o meno lunghi, ai fidanzati “appioppati” da amici, confratelli o giunte per circostanze particolari. Forse saranno stati più di un centinaio in tutto. Devo ammettere tuttavia che ho riscontrato una certa caratteristica tra vari di loro che chiamerei “l’autogenesi della coppia”.

Per autogenesi mi riferisco a un modo di pensare in cui si vuole il matrimonio e la famiglia per una serie di scelte autoreferenziali. Perciò poi ci si esprime così: “ci siamo sposati… noi siamo i ministri del matrimonio… abbiamo fatto due figli… abbiamo messo su casa… abbiamo formato una famiglia…”.

È evidente che c’è molto di vero e bello in tutto ciò, difatti ricordando i loro volti sono proprio tutte persone buone, ben intenzionate, provenienti da contesti di fede ma probabilmente non si rendono conto di camminare in direzione opposta a quella che è la Parola presa in considerazione oggi.

Gesù con quella frase voleva mettere in chiaro che accogliere il dono dell’Eucarestia non era cosa scontata, non era conseguenza di un ragionamento logico. Tant’è vero che quanto Gesù parla di cosa sia l’Eucarestia nel modo più esplicito mai visto prima c’è stata una sollevazione generale, stracciamento di vesti, scandalo, delusione, ecc. e con Lui rimangono proprio “quattro gatti”.

Servatis servandis, vivere un matrimonio cristiano segue il medesimo principio. Parafrasando Gesù potremmo dire: “nessuno può vivere il sacramento se non lo attira il Padre mio”.

Ammetto che spesso ho vissuto così il mio sacerdozio, quando più o meno mi è parso di capire “come si fa” e ho smesso di considerare che mi trovo dentro a un Mistero infinitamente più grande di me. Credere o meglio illudermi di farcela da solo, di “autoprodurre” la mia vita di prete è stato di fatto una tentazione in cui spesso sono caduto.

Non sarà che sia successo pure a voi? O almeno un pochino?

Cari sposi, Gesù è proprio bravo a smontarci quando pensiamo di sapere qualcosa, quando ci sentiamo sicuri dietro ai nostri orpelli. Oggi ci ricorda che non possiamo fare un passo dietro a Lui se non ci è consentito.

Vi auguro di tutto cuore che Gesù metta in crisi le vostra false sicurezze e vi faccia sentire quanto è bello essere attirati con amore dal Padre.

ANTONIO E LUISA

Per noi è stato importante aver compreso che Gesù è il Salvatore della nostra vita e che senza di Lui saremmo stati schiavi in Egitto, ancora oggi. Con Lui abbiamo la pace nel cuore e questo forse ci permette di essere credibili. Almeno più credibili di prima. Non significa che siamo più bravi. Ci sono coppie molto più attrezzate di noi. Significa che cerchiamo di vivere ciò che raccontiamo.

Raccontiamo non una morale, ma la gioia di una vita vissuta alla presenza di Gesù nella Sua Chiesa. Con tutti i nostri limiti e i nostri peccati, che ancora ci sono e con cui dobbiamo combattere ogni giorno. Sempre pronti, però, a perdonarci e a ricominciare perchè il matrimonio, quando si è liberi dalle catene d’Egitto, è una meraviglia da assaporare tutto il tempo che Dio ci concederà su questa Terra.

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Facciamo quattro chiacchiere assieme 3: Ordo amoris, ossia l’amore (e il sesso) ha un ordine

Cari sposi,

vi saluto dal fresco di una bella valle alpina in cui mi trovo con i miei confratelli per un momento di riposo assieme. Siamo già alla terza chiacchierata sul tema della sessualità di coppia. Dopo aver parlato di contemplazione del nostro dono meraviglioso di essere maschi e femmine e del senso, del fine di essere tali e dello scopo di donarsi tra un uomo e una donna, ora vorrei parlare dell’ordine dell’amore, e di conseguenza anche nella vita intima degli sposi.

Partendo proprio dai posti in cui mi trovo, io e i miei confratelli non smettiamo di stupirci di come la gente tiene queste valli: strade pulite, legnaie perfettamente incastrate, prati tosati, fiori freschi su tutte le finestre… quanto è bello vivere in un mondo ordinato e pulito!

Ma esiste un modo ordinato, armonico di amarsi, di esprimersi l’amore? Oso domandarvi di più: ci sono regole all’amore? Probabilmente qualcuno rabbrividisce nel mettere assieme “regola” con “amore”.

Ricordo che alle medie il mio prof di musica, invece di tediarci con teorie noiose, si metteva al piano e ci faceva imparare tantissime canzoni famose. Ne ricordo parecchie, tra cui “Un mondo d’amore” di Gianni Morandi. Nel lontano 1967, a un passo dalla grande contestazione giovanile che toccava proprio i temi di sessualità e amore, proprio lui, cantava che “l’amore ha i suoi comandamenti”.

Ma è stata la grande rivoluzione culturale del 1968 a proclamare un nuovo dogma: “vietato vietare”, specie se si tratta di affettività e sessualità.

Che ha prodotto questo diktat? Che cosa ha messo in gioco? Un fenomeno curioso che uno dei massimi filosofi viventi, Alasdair MacIntyre, ha definito con un neologismo: l’emotivismo. L’emotivismo consiste in questo concetto “Potrei arrivare a considerare buona una scelta soltanto perché «piacevole», indipendentemente dal valutarla in relazione a criteri e valori oggettivi. L’approccio emotivista è soggettivo, avulso dal piano valoriale oggettivo e trascendente, è legato al momento, non è duraturo e non ha necessariamente il bene o il bene dell’altro come fine” (A. Macintyre, Dopo la virtù: saggio di teoria morale, Feltrinelli, Milano 1988, 24).

Visto? Faccio questo perché mi piace, non perché è giusto o ingiusto ma perché mi va. Metteteci dentro qualsiasi cosa: rapporti prematrimoniali, uso dei contraccettivi, divorzio, convivenza, forme sbagliate di sesso… tutte situazioni in cui sovente pesa di più l’aspetto emotivo che razionale.

Ma l’amore non aveva dei comandamenti? Ben prima di Gianni Morandi, pare sia stato Nostro Signore a volere così. Ma non è scritto unicamente nella Bibbia, bensì nei nostri corpi, nel nostro cuore.

A rendersene conto in modo drammatico ma stupendo è stato il grande Agostino. Con tutto il rispetto per uno dei massimi padri della Chiesa e dei più grandi filosofi e teologi del I millennio, lui è stato in gioventù un latin lover da paura. Egli, infatti, lo ammette nelle Confessioni di quanto sia stato seduttore e bisognoso di affetto. Ma quel cuore grande ha trovato pace finché ha conosciuto l’amore di Cristo. È in quest’incontro personale che Agostino si rende conto che Gesù voleva modellare il suo cuore e renderlo capace di amare non solo di più ma meglio, in modo appunto ordinato.

Non è da stupirsi che sia stato appunto lui, Agostino, a coniare il concetto di “ordine dell’amore”. Ecco come ce lo spiega: “La volontà retta… è un amore buono, la volontà cattiva è un amore cattivo. L’amore che aspira a possedere ciò che ama è desiderio; l’amore che ha e possiede ciò che ama è gioia… e questi sentimenti sono cattivi se l’amore è cattivo, sono buoni se l’amore è buono” (De Civitate Dei 18); “Ogni cosa creata, per quanto buona essa sia, può essere amata con un amore buono o cattivo: buono se è rispettato l’ordine, cattivo se è violato” (De Civitate Dei 19); “L’amore, con il quale amiamo ciò che bisogna amare, deve essere anch’esso amato ordinatamente affinché possediamo la virtù che ci fa vivere bene. Mi sembra quindi che una vera e breve definizione della virtù sia questa: l’ordine dell’amore” (De Civitate Dei 20)

Ma in cosa consiste quindi l’ordine? ricordiamoci che Dio ha “tutto disposto con misura, calcolo e peso” (Sap. 11, 1), di conseguenza anche il nostro amore ha un ordine pensato da Lui secondo cui viversi, e tale ordine è il dono totale di sé stessi. È ancora Agostino a spiegarlo: “Fuori dell’ordine regna l’inquietudine, nell’ordine la quiete. Il mio peso è il mio amore; esso mi porta dovunque mi porto. Il tuo Dono ci accende e ci porta verso l’alto” (Agostino, Conf. 13, 9, 10).

Riconoscere quindi il dono di amore che Dio ci ha fatto, come dicevano nella prima chiacchierata, un dono che si rende visibile nel nostro corpo, nella nostra sessualità. E poi donarci agli altri come padri, madri, fratelli, sorelle, amici, sposi sempre discernendo: “ma io mi sto donando veramente o sto sfruttando, usando, barattando, calcolando?”.

Cari sposi, in un mondo che non fa altro che dirci: “fai quello che vuoi” e ci ripete da oltre 50 anni “vietato vietare (in amore e sesso)”, chiediamoci e chiediamo al Signore come stiamo amando, se il nostro modo di amare è secondo la sua Volontà. Come lo fu per Agostino, stiate certi che un modo di amare vero e ordinato non porta se non a una grande pace del cuore. Buon cammino!

padre Luca Frontali

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Solo l’amore (nuziale) è credibile

Con il massimo rispetto per il grande Urs Von Balthasar che nel 1965 scrisse appunto questa breve opera teologica, “Solo l’amore è credibile”, mi permetto di interporre l’aggettivo “nuziale”. Lo faccio sotto la spinta del Vangelo di oggi. E mi spiego.

Gesù ha fatto tanti miracoli e di diverso tipo per mettere in chiaro la sua autorità e così rendere accettabile la sua Parola, il suo Messaggio. Ma è giunto il momento del grande salto… ora manca il rush finale che è appunto l’Eucarestia. I miracoli sono stati una lunga preparazione al grande segno dell’Eucarestia; la fama, la popolarità, il grado di accettazione raggiunto da Gesù sanando e guarendo, moltiplicando pani e pesci era un propedeutico per render capibile e accettabile che Dio che rimane in mezzo a noi per sempre con il suo Corpo, Sangue, Anima e Divinità nell’Eucarestia.

Ma appunto, Gesù rimane tra noi solo con l’Eucarestia? Evidentemente no. Vi è un altro sacramento permanente che ci mostra che Lui è tra noi, vive in mezzo a noi ancora nel 2021. Siete voi coppie che avete tale dono, il dono di ri-presentare Gesù ancora oggi.

Come dissero i vescovi italiani, nei circoli minori in preparazione ad Amoris Laetitia, “La grazia non agisce solo nel momento della celebrazione del sacramento del matrimonio, ma accompagna gli sposi durante tutta la vita, poiché è sacramento permanente in analogia con l’Eucarestia” (Relazioni dei Circoli minori del Sinodo per la famiglia, 12 ottobre 2015).

Perché allora ho voluto parafrasare quel titolo di un libro? Perché nel Vangelo alle centinaia di persone che chiedevano a Gesù un segno palpabile e visibile tale da diventare degno di fede una volta per tutte, Lui ha dato l’Eucarestia.

Ma oggi ci sono non centinaia ma milioni di persone che inconsapevolmente ancora chiedono, anelano, aspirano ad avere ancora un segno tangibile della Presenza di Dio nella loro vita. Sanno qualcosa di Dio ma non Lo riescono a gustare. Per la stragrande maggioranza di loro l’Eucarestia è un arcano irraggiungibile, essi vedono campanili e chiese ma non conoscono affatto Chi è presente in essi.

Eppure, tutti costoro vedono voi coppie, vi hanno come vicini di casa, colleghi di lavoro, forse amici di infanzia, compagni di palestra, ecc.

Voi siete il segno che può rendere credibile l’amore, perché voi contenete la Presenza di Gesù analogamente all’Eucarestia.

Dinanzi a quel Corpo dato per Amore sulla Croce, il centurione esclamò: “veramente costui era Figlio di Dio” (Mt 27, 54). Oggi quante persone potrebbero ripetere quella frase! Adattata al loro modo di esprimersi e di pensare, ma identica nella sostanza: “veramente l’Amore esiste, Dio esiste, perché questi due, non so come, ma si amano in un modo diverso”, perché vedono due che diventano un solo corpo per amore e continuano a donarsi per amore, pur con tutte le loro limitazioni e fragilità, pur nella grande diversità di caratteri e modi di fare. Io tante volte l’ho pensato in cuor mio vedendo molti di voi: qui c’è un amore diverso, c’è qualcos’altro rispetto al volersi bene… e queste testimonianze mi hanno fatto credere che davvero l’amore esiste.

In un mondo che ha paura di amare fino a perdersi, di rinunciare per amore, di soffrire per amore… voi avete la grazia per mostrare quanto è bello donarsi per amore e così portare fuori dalle Chiese l’Eucarestia con le vostre vite.

Per tutto questo, ve lo ripeto: solo l’amore nuziale è credibile. Cari sposi, provateci ancora una volta, non tiratevi indietro per scoraggiamento o sfiducia. Fidatevi di Chi vi ha dato consapevolmente questo dono e ve lo ha dato conoscendovi dall’eternità.

ANTONIO E LUISA

Quello che scrive padre Luca è bellissimo ma è anche un’esortazione esigente e che spaventa anche un po’. Vivere l’amore nel modo proposto da don Luca non è semplice, non viene sempre spontaneo, è frutto di un impegno solenne che ci siamo presi il giorno delle nostre nozze. Frutto del nostro impegno e, non dimentichiamolo, della Grazia di Dio. Amarci senza riserve, in modo incondizionato, totale e gratuito. Amarci sponsalmente significa questo. Un modo di amare che è davvero un segno luminoso nel mondo in cui viviamo, che è sempre più incapace di gratuità e di dono. Una società che si nutre di emozioni e di sensazioni e dove c’è sempre meno posto per il sacrificio. Un mondo che ti educa a pensare da egoista e spesso da narcisista.

Gli sposi cristiani dicono altro. Dicono che la gioia più grande viene dal sapersi aprire all’altro e dal saper decentrare lo sguardo verso il bene dell’altro. Questo cambia tutto. Gli sposi capaci di perdonare, capaci di prendersi cura, capaci di mettere il bene dell’altro davanti al proprio, sono davvero qualcosa di estremamente affascinante e che attrae tanto.

Un’ultima nota personale. Fare esperienza di questo amore prima di tutto converte proprio noi sposi. L’ho già scritto altre volte. Mia moglie mi ha sorpreso proprio per la sua volontà e la sua capacità di amarmi sempre anche quando non me lo sarei meritato per il mio atteggiamento. Questo suo amore mi ha permesso di comprendere il modo in cui Dio stesso mi ama. Certo con tutti i limiti che Luisa conserva, ma con una forza incredibile che non poteva venire se non dal sacramento stesso. Lì ho davvero compreso quanto mia moglie fosse bella e io fortunato ad averla accanto. Lì è cominciato il mio vero percorso per incontrare e relazionarmi con Gesù perchè lei mi ha mostrato il volto di Gesù nel suo amore verso di me.

Amatevi senza riserve e senza condizioni e sarete strumento di conversione per gli altri e soprattutto anche per voi.

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Istituiamo il “fecondometro”

Gesù fa un miracolo che prepara la strada all’istituzione dell’Eucarestia. Lui vuole mostrare a tutti la incommensurabile generosità con cui si donerà totalmente, in corpo e anima, prima nell’Ultima Cena e poi sul Golgota. Questo il senso principale della Parola di oggi. Applicandola a voi coppie, questo passaggio non può non esprimere un rimando alla fecondità a cui Gesù vi chiama. Come è stato fecondo Gesù nel donarsi a noi, anche voi lo siete per la grazia del sacramento.

Parlerò quindi di fecondità di coppia, ma non unicamente riguardo al numero di figli. Su questo argomento già Antonio e Laura hanno scritto un bell’articolo un paio di anni fa, dal titolo “Fecondità oltre la fertilità, nella coppia e nella famiglia

Parto dalla verità che la coppia è chiamata, in forza del sacramento, ad essere feconda a 360°, in senso sia materiale che spirituale. Prima di essere chiamati a fare qualcosa, pensate che voi avete ricevuto il dono di essere icona, riflesso di Gesù che ama. Se questo vi entra in cuore, allora inizierete a generare vita, a creare relazioni vere, sincere in casa e fuori casa, diventerete un punto di riferimento, un esempio per altri, verrete osservati con curiosità e stupore da altri, vi cercheranno per un consiglio, un confronto… vi pare poca tale fecondità?

Coppie così ce ne sono e brillano nella parrocchia o in un quartiere come fari di notte e sono i puntelli su cui si radica la Chiesa. E tutto questo senza includere necessariamente i figli biologici.

Crescere nell’amore di coppia, crescere nel diventare un riflesso di Gesù che ama la sua Chiesa. Questo è l’autostrada su cui voi coppie siete chiamate (e ripeto: avete già la grazia in voi, coltivatela) a correre. La prima fecondità è comunicare l’amore di Gesù, di parteciparlo al coniuge, ai figli e a chi si sta accanto. Siatene consapevoli e allenatevi con piccoli gesti perché l’amore di Cristo sia presente in voi.

Guardate che bello quanto dice Giovanni Paolo II: “La fecondità è il frutto e il segno dell’amore coniugale, la testimonianza viva della piena donazione reciproca degli sposi «II vero culto dell’amore coniugale e tutta la struttura familiare che ne nasce senza trascurare gli altri fini del matrimonio, a questo tendono, che i coniugi, con fortezza d’animo siano disposti a cooperare con l’amore del Creatore e del Salvatore, che attraverso di loro continuamente dilata e arricchisce la sua famiglia» («Gaudium et Spes», 50).

E poi anche: “La fecondità dell’amore coniugale non si restringe però alla sola procreazione dei figli, sia pure intesa nella sua dimensione specificamente umana: si allarga e si arricchisce di tutti quei frutti di vita morale, spirituale e soprannaturale che il padre e la madre sono chiamati a donare ai figli e, mediante i figli, alla Chiesa e al mondo” (Familiaris Consortio 28).

Tempo estivo, tempo di ferie, di maggior libertà e occasioni per pensare alla propria vita. Sia un momento per soffermarvi a riflettere e pregare su quanto Amore di Dio state moltiplicando in voi e attorno a voi, su quanto siete fecondi. Con i “piccoli passi possibili” su questa strada arriverete lontano.

ANTONIO E LUISA

Grazie padre Luca per queste parole che ricalcano e confermano quanto il nostro padre spirituale ci diceva sempre: se in una parrocchia ci fossero almeno 5 coppie di sposi che vivono bene il loro sacramento quella parrocchia sarebbe capace di affascinare, attrarre ed evangelizzare. Una coppia di sposi che è capace di credere e di vivere pienamente la loro vocazione è un motore potentissimo per tutta la comunità.

Ci sentiamo di aggiungere solo una raccomandazione. Non sacrificate la coppia per fare altro. Sappiamo bene che spesso le persone attive in parrocchia o nei movimenti spesso esagerano. Fanno sempre di più. Per tanti motivi: perchè sentono la responsabilità, perchè il parroco o i responsabili non sanno essere equilibrati e chiedono sempre un impegno maggiore, e anche perchè tanti trovano nel servizio alla comunità quella gratificazione che non riescono a trovare in famiglia, nella coppia.

Attenzione! Va bene offrire il nostro tempo e il nostro impegno. Per essere cosa buona e giusta, però, deve essere un’esigenza che nasce dall’amore matrimoniale. Il matrimonio deve essere sorgente per sentire e nutrire il desiderio di condividere l’amore con gli altri e non un modo per sostituire l’impegno matrimoniale con altro che ci gratifica maggiormente.

Viviamo bene il nostro matrimonio e poi doniamo l’amore fecondo che si genera nella nostra unione sponsale al mondo. Solo così sarà gradito davvero a Dio!

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Facciamo quattro chiacchiere assieme 2: il senso del sesso

Cari sposi,

spero che l’estate sia un momento di riposo per tutti voi. L’altro articolo di quindi giorni fa era intitolato: la contemplazione del sesso. Stupirsi della bellezza di ciò che abbiamo ricevuto da Dio e di come tutto quello che siamo, maschi o femmine, possiede un dono grande nella differenziazione corporea, psicologica e spirituale.

Oggi vorrei fare questa seconda breve chiacchierata in cui vorrei chiedevi: qual è il senso del sesso?

A dire il vero bisognerebbe domandarsi prima: ha un senso il sesso? Ripetiamo che per sesso intendiamo tutto ciò che distingue l’uomo e la donna nelle loro caratteristiche a tutti i livelli. Il sesso non è ridotto all’ambito genitale ma questa dimensione è una delle tante che compongono la nostra sessualità.

Ebbene, si può dire che la sessualità che è in noi abbia un senso, una direzione, un significato? E se questo è vero, allora chi ci può dare una spiegazione alle nostre domande? Proviamo a cercarla negli insegnamenti della Chiesa e nella Parola di Dio.

Una prima risposta la troviamo in questo testo: “La sessualità quindi non è qualcosa di puramente biologico, ma riguarda piuttosto il nucleo intimo della persona” (Pontificio consiglio per la famiglia, Sessualita’ Umana: Verità e significato, 3)

E qual è il nucleo intimo della persona? È la nostra immagine e somiglianza a Dio Trinità. “Facciamo l’uomo a nostra immagine… maschio e femmina lo creò” (cfr. Gen 1, 26). Ecco il nucleo intimo che è in ciascuno di noi e che è riflesso appunto nella nostra mascolinità e femminilità.

Di conseguenza anche l’aspetto genitale, ripeto, spesso confuso con quello sessuale ha tale significato, è un riflesso della bellezza della nostra origine.

Voi sposi siete chiamati a vivere la vostra vita sponsale mettendo in risalto la bellezza di essere maschi e femmine e in particolare tale bellezza può emergere nella vostra vita intima. Ci avete mai pensato che ciò fa parte della vostra missione di sposi? Mettere in luce, aiutare il vostro coniuge a diventare un grande uomo, una grande donna?

Il Cantico dei Cantici lo esprime molto chiaramente. Se da un lato in esso vediamo frequenti riferimenti a far gioire ed anche godere l’amato e l’amata, senza nascondere affatto il senso erotico, dall’altro poi questo stesso amore si eleva spiritualmente e nell’ultimo capitolo si dice: “forte come la morte è l’amore, tenace come il regno dei morti è la passione: le sue vampe sono vampe di fuoco, una fiamma divina!” (Ct 8, 6). La fiamma divina è il rimando alla nostra immagine e somiglianza, anche per quanto riguarda la sfera erotica della nostra sessualità. Come direbbe Papa Benedetto qui si vede come “Quanto più ambedue (eros e agape), pur in dimensioni diverse, trovano la giusta unità nell’unica realtà dell’amore, tanto più si realizza la vera natura dell’amore in genere” (Benedetto XVI, Deus Caritas Est, 7). L’amore che viene da Dio, ossia l’agape, la carità, si unisce all’eros umano, ed assieme rivelano la vera natura dell’amore che è dono totale di sé, di tutto sé stesso, cioè appunto di ogni dimensione sessuale umana, corpo e anima. Questo in definitiva è il vero senso del sesso.

Un bravo professore di teologia quando ci spiegava questi temi ci diceva: “ma come è possibile? Se la sessualità è fatta per unire l’uomo e la donna e portarli a Dio, come mai gli sposi ne fanno un cattivo uso e finisce per dividerli e far perdere la fede?”.

Vi invito a meditare, a “ruminare” queste verità, a non temere di parlarne tra voi a fondo. Che ciò che siete, con le vostre differenze sia un dono, non un ostacolo; che i vostri corpi, nel dono reciproco e nell’atto di amore, vi portino ad assaporare la bellezza di Dio, le sue “vampe divine”.

Padre Luca Frontali

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Venite in disparte e riposatevi (ma con i vostri figli)

Corso Emmaus: introduzione

Una volta, visitando una coppia di amici con due bambini piccoli e tanto vivaci la moglie mi disse: “non è che la Chiesa permette di andare in ferie senza figli?”

Date le circostanze estive mi pare lecito lasciarci interpellare da questo vangelo che cade a fagiolo in questo periodo e domandarci: come riposa una coppia? In particolare, penso proprio alle coppie oberate di responsabilità, tra figli, genitori anziani, lavoro, tante preoccupazioni materiali, ecc.

Eh già, come si dice dalle mie parti in Romagna, “è finita la bazza”, di quando si era giovani sposi e si poteva fare tutto come prima.

Come vivere davvero questo riposo, tra l’altro strameritato per la congiuntura storica che viviamo?

Premetto che ben venga tutto ciò che è salutare in termini di dormire bene, mangiare sano e fare sport. Ma se rimanessimo a questo livello dove finisce il nostro “sale” cristiano? Cosa aggiungeremmo di particolare a un mondo che non fa altro che parlare di wellness?

Credo che alla domanda principale ci siano due grandi risposte. La prima è che si riposa nel senso vero quando si vive tutta l’ordinarietà avendo una relazione sponsale forte. Cioè dove l’intesa ma anche il sano litigio conditi di vero dialogo, più una vita spirituale forte rendono la coppia capace di affrontare in modo positivo le sfide quotidiane senza cedere a tentazioni di frustrazione o a lesioni nel rapporto. Come dice il libro del Qoèlet: “Meglio essere in due che uno solo, perché otterranno migliore compenso per la loro fatica. Infatti, se cadono, l’uno rialza l’altro” (Qo 4, 9).

Inoltre, il vero riposo si ha quando si riesce a dare un senso spirituale a quello che si fa, si riesce a vedere la Presenza della mano del Signore in mezzo alle vicissitudini, seppur complicate e faticose. In questo senso si esprimeva Giovanni Paolo II: “Il riposo assume così una tipica valenza sacra: il fedele è invitato a riposare non solo come Dio ha riposato, ma a riposare nel Signore, riportando a lui tutta la creazione, nella lode, nel rendimento di grazie, nell’intimità filiale e nell’amicizia sponsale” (Giovanni Paolo II, Dies Domini 16). Nelle fatiche lodarLo, ringraziarLo, offrirGli ogni cosa, e mi colpisce che il Papa chiami questa proprio un’amicizia sponsale, sebbene il testo non faccia particolarmente riferimenti agli sposi.

Anche Papa Francesco aggiunge altri dettagli molto concreti: “La gioia matrimoniale, che si può vivere anche in mezzo al dolore, implica accettare che il matrimonio è una necessaria combinazione di gioie e di fatiche, di tensioni e di riposo, di sofferenze e di liberazioni, di soddisfazioni e di ricerche, di fastidi e di piaceri, sempre nel cammino dell’amicizia, che spinge gli sposi a prendersi cura l’uno dell’altro: «prestandosi un mutuo aiuto e servizio»” (Amoris Laetitia 126).

E poi il Papa alza incredibilmente il tiro e mostra lo sfondo “mistico” di questo riposo allo stile familiare: “D’altra parte, i momenti di gioia, il riposo o la festa, e anche la sessualità, si sperimentano come una partecipazione alla vita piena della sua Risurrezione. I coniugi danno forma con vari gesti quotidiani a questo «spazio teologale in cui si può sperimentare la presenza mistica del Signore risorto»” (Amoris Laetitia 318). Qui sta in definitiva il sale cristiano, quando il nostro riposo parte dal Signore e torna a Lui.

Cari sposi, davvero vi auguro un vero riposo sia domenicale ma anche vacanziero; spero che a poco a poco riusciate a raggiungere questa qualità di riposo, anzitutto del cuore, dell’anima, oltre che del corpo e della mente.

ANTONIO E LUISA

Le vacanze nascondono una grande insidia: credere che finalmente sarà diverso. Finalmente ci riposeremo. Quando si ha una famiglia, magari con figli piccoli, non è proprio così. I figli sono sempre quelli, con l’aggiunta che cambiano i ritmi, che si stravolgono le abitudini e che si va a stare in una abitazione più piccola (che sia la camera di hotel o la casa affittata). Se ci pensate bene aumenta la scomodità. La vacanza rischia di diventare una bomba dove frustrazione e malcontento esplodono. Allora si comincia a gridare, rinfacciare, litigare. Quelle che dovevano essere settimane di paradiso diventano un inferno.

Io, Antonio, sono caduto completamente in questo fraintendimento. Sapete perchè? Perchè durante i primi anni di matrimonio vivevo tutto come un impegno, come un peso. I figli erano un peso. In vacanza mi illudevo che la situazione potesse cambiare. Sono dovuto invece cambiare io. Come? Scoprendo la bellezza della vita di tutti i giorni. Piena di impegni, imprevisti e di fatica ma anche di senso. Senso che non trovavo quando vivevo solo per me stesso. Solo scoprendo la bellezza della vita di tutti i giorni a casa nel quotidiano, anche le vacanze avranno tutto un altro significato. Non saranno più una fuga da una vita pesante, ma giorni dove allentare i ritmi e godersi quella famiglia che è si faticosa ma anche il tesoro più grande che ho.

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La domanda sorge spontanea

“La domanda sorge spontanea”, direbbe il buon Antonio Lubrano leggendo il Vangelo di oggi. Quale domanda? Mi piacerebbe chiedere a ciascuno di voi e ascoltare la vostra risposta: qual è la missione specifica che avete ricevuto dal giorno preciso del vostro matrimonio?

Nella Chiesa, dopo due millenni, abbiamo raggiunto una grande chiarezza su cosa implica essere un missionario che evangelizza i popoli pagani, in cosa consista il ruolo del catechista, quali siano i compiti precisi del diacono oppure a cosa sia chiesto praticamente al sacerdote, ecc ecc.

Tuttavia, a me pare, che la medesima lucidità svanisca quando tale domanda è rivolta ai coniugi cristiani. Ripeto la domanda: qual è la missione di voi sposi nella Chiesa?

Andiamo al Vangelo. Gesù manda a due a due i suoi discepoli. Sapete bene che i numeri nella Bibbia non sono mai a casaccio, hanno sempre un valore simbolico. C’è chi ha visto in tale scelta un riferimento al matrimonio: gli sposi cristiani hanno una missione ben precisa che si staglia sullo sfondo di quella più generica di evangelizzare, di annunciare il Regno di Dio. La missione difatti si svolge nelle case e nel passaggio analogo di Luca si dice espressamente di non fermarsi per strada: la conversazione, l’incontro vero e proprio deve avvenire in casa, l’annuncio va fatto nell’intimità di un’abitazione dove si crea un rapporto più vero e confidente. Sono questi dei riferimenti sufficienti per capire che l’accostamento dei due agli sposi è lecito.

Come ben sappiamo Gesù non poteva dire tutto ai dodici, non intendeva sviscerare teologicamente ogni verità del Vangelo, a quello ci avrebbe pensato nei secoli a venire lo Spirito Santo effuso sulla Chiesa. Torniamo perciò alla domanda: quale missione hanno gli sposi in tutto ciò? Gesù ha dato l’avvio, domandiamoci ora come lo Spirito Santo intende concretizzare questo mandato?

Papa Francesco in Amoris Laetitia ci ha donato finalmente quella chiarezza necessaria affinché gli sposi abbiano una via sicura e certa su cui camminare: “Gli sposi, infatti, in forza del Sacramento, vengono investiti di una vera e propria missione, perché possano rendere visibile, a partire dalle cose semplici, ordinarie, l’amore con cui Cristo ama la sua Chiesa, continuando a donare la vita per lei, nella fedeltà e nel servizio” (Amoris Laetitia 121).

Quanto ci sarebbe da dire! Altro che articolo domenicale! Cari sposi come vorrei che contemplaste con fede, alla luce dello Spirito Santo, il significato di questa meravigliosa verità: avete ricevuto il dono, il “potere” di amarvi come Gesù ha amato la Chiesa e questo non uscendo dalla vostra realtà ordinaria ma vivendo la quotidianità. Ecco la vostra meravigliosa missione: tradurre in gesti semplici il “come Cristo ha amato la Chiesa”.

Con voi lodo il Signore per la grandezza e bellezza del regalo che vi ha fatto. Da sacerdote voglio solo spendere la mia vita per aiutarvi a esserne consapevoli e a viverla a fondo. Perciò di tutto cuore, buona missione e buon cammino.

ANTONIO E LUISA

Bellissime le provocazioni del Vangelo e di padre Luca. Vorremmo ora condividere con voi alcune righe del nostro nuovo libro che uscirà in autunno. Ci occuperemo proprio di questo tema. Ci occuperemo del nostro specifico compito, la nostra missione, la nostra profezia. Vi doniamo queste poche righe sperando vi possano essere d’aiuto.

Nessuno deciderà di sposarsi perché ha sentito una bella predica, ma forse deciderà di farlo se vedrà la gioia di due sposi realizzati. Come possiamo essere luce del mondo? Come essere profeti dell’amore? Lo siamo proprio perché siamo come siamo. Proprio perché facciamo fatica. Perché siamo pieni di difetti, di fragilità e di ferite. Una famiglia perfetta non potrebbe essere esempio per nessuno. Non sarebbe una profezia. Troppo inarrivabile. Un’immagine distorta della realtà. Non siamo in un film. Noi siamo esseri umani con tutto ciò che ne consegue. Ciò che ci può rendere davvero luce per il mondo e sale della terra è il modo in cui viviamo la nostra relazione. Come le nostre fragilità diventano occasione di accoglienza e di perdono. Di come la fatica diventa offerta per amore. Non siamo perfetti. Per fortuna non siamo perfetti, aggiungerei. Quante coppie sono luce per altre coppie senza che loro neanche lo sappiano e credono di non essere abbastanza. (Dal libro Sposi profeti dell’amore – Tau Editrice In uscita a ottobre 2021)

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Facciamo quattro chiacchiere assieme…

Cari amici sposi,

per gli articoli di luglio e agosto mi è parso opportuno toccare il tema della sessualità di coppia. Lo faccio consapevole di tutti i limiti (sono sacerdote, ho un approccio teorico…) ma credo che il dono di aver incontrato sposi con la voglia di essere veri cristiani e il dono della teologia del corpo non possa tenerli solo per me e quindi vorrei tanto condividere tutto ciò con voi.

Saranno pillole, quattro articoli in cui esporrò brevemente alcune verità essenziali e molto concrete che spero vi aiutino a cercare la bellezza e la verità che è già in voi.

Contempliamo il sesso

La prima chiacchierata l’ho voluta chiamare così: contempliamo il sesso. Intendiamoci, per sesso mi riferisco a tutta la persona, non solo agli organi genitali, nella sua differenziazione maschile e femminile a livello corporeo, psico-affettivo e spirituale, come ben lo spiega il “Dizionario su sesso, amore e fecondità” a pagina 870.

Siamo in estate, tempo di caldo, mare, stare all’aperto; il nostro corpo è più esposto degli altri periodi dell’anno… che ottima occasione per parlare di sesso!

Tuttavia, scordatevi che vi voglia dare lezioni pratiche. Vorrei piuttosto pormi da un punto di vista teologico, cioè dall’Alto. Si può contemplare il sesso? Ne vale la pena? Io penso proprio che ce ne sia un enorme ma enorme bisogno.

A prima vista sembrerebbe l’esatto contrario, difatti viviamo in un mondo ipersessualizzato, mai come oggi il sesso è stato ridotto ai genitali e tale approccio è onnipresente, fruibilissimo e alla portata di tutti, anche dei minorenni. Cose quasi impensabili solo 30 anni fa, senza andare al Medioevo.

Perché allora è urgente contemplare il sesso in un’epoca “sessualmente liberata”, prendendo spunto dal titolo di uno splendido libro di Thérèse Hargot?

Ve lo spiego con un paragone: immaginatevi chiunque potesse guidare nei circuiti di Formula le macchine ad alta velocità. A me, da buon romagnolo, piacciono i motori ma se mi venisse offerto di farmi due giri sulla Ferrari 812 GTS vi sono sincero: mi tremerebbero le gambe e ci penserei un bel po’ prima…

Il fatto è che la sessualità è una vera e propria Ferrari, noi conteniamo una potenzialità di amore nel nostro corpo, psiche e anima che non immaginiamo nemmeno. Per questa noncuranza se non spesso ignoranza o banalizzazione, “guidare” la sessualità porta più a infortuni che a una guida bella, veloce e sportiva ma anche comoda e piacevole.

Non è forse vero che ben pochi ci hanno dato un corso di guida prima di consegnarci le chiavi della Ferrari ed è per questo che il mondo è pieno di incidentati e magari pure noi più di una volta abbiamo tamponato?

Così, cari sposi, proprio per questo siete chiamati in modo speciale a essere contemplativi del sesso affinché cogliate tutto il senso che possiede e possiate “guidarlo” come Dio comanda. E da quale punto di vista si contempla? Da che angolo vi guarderete? Il mondo lo fa da quello edonista, spontaneista, emotivista. Cioè rimane solo al livello più esperienziale, del come si fa e del come ti senti nel farlo, di cosa provi, ecc… Ma non sa o non vuol sapere nulla d’altro, è solo un gioco, uno sballo.

Voi che in questo mondo ci siete a mollo 24 ore al giorno, che lo respirate a pieni polmoni, sarete in grado di guardare al sesso in un altro modo? Non potete rimanere lì, vi asfissiereste, avete bisogno di elevarvi. Perciò vi invito a contemplare il sesso con gli occhi di Chi lo ha creato. Non basta guardare i vostri corpi con il desiderio più innato o con i cinque sensi naturali. Avete bisogno di contemplarlo con gli occhi di Dio. Perciò in attesa del prossimo articolo, il consiglio è iniziare a contemplare il vostro corpo e vi suggerisco di andare a rivedere alcuni testi molto belli, magari sotto l’ombrellone o seduti in baita dopo una bella passeggiata.

Per prima cosa rileggetevi i capitoli 1 e 2 della Genesi, è sempre bene avere sulle labbra quella parole simboliche e profetiche che svelano la nostra origine. Poi vi consiglio lo straordinario libro di Giulia e Tommaso, “Il cielo nel tuo corpo”. Infine, vorrei che guardaste a un particolare di un’opera artistica di valore mondiale, il mosaico della Creazione del Duomo di Monreale. Soffermatevi sulla scena in cui Dio presenta Eva ad Adamo, è favolosa! Entrambi sono nudi e Dio è in mezzo a loro, prende per mano Eva la porge ad Adamo. Penso di avervi caricato abbastanza e la nostra chiacchiera finisce qui ma proseguirà puntualmente ogni quindici giorni mentre dura il Sol Leone. Buon riposo e buonissima contemplazione!

Padre Luca Frontali

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Occhi nuovi per credere

Cari amici sposi,

vi confesso che da bambino sono stato un assiduo lettore de “Il Giornalino” della San Paolo che compravo regolarmente la domenica dopo la Messa. Uno dei personaggi storici era “Micromino”, un bambino povero ma felice che passava la sua vita tra mille avventure in compagnia degli amici inseparabili Vanessa e Lampisterio. Quando le cose non vanno, è sempre lui, Micromino che fa indossare a Vanessa gli occhiali “fantachimerici” con cui riesce a mostrale tutto in modo diverso e sempre positivo e ottimista.

Chissà, magari tante coppie oggi avrebbero bisogno pure loro di queste paia di occhiali per vivere la propria vita di coppia, altrimenti il matrimonio cristiano rischia di apparire come “umano troppo umano” per dirla alla Nietzsche.

Vediamo un po’ prima di tutto il senso letterale. Marco ha lo scopo di presentarci progressivamente la figura di Cristo, il suo Vangelo è un lento e inesorabile climax verso la vetta della proclamazione della Sua Divinità sulla croce. Il lettore è guidato per mano affinché ci arrivi a poco a poco. Gesù ha alle spalle già diversi miracoli (emorroissa, bambina riportata in vita, tempesta sedata, indemoniato liberato) e quindi la sua fama si è ingigantita in pochissimo tempo. Con tale fama, torna a casa sua e ci si aspetterebbe un’accoglienza regale, portato in trionfo a spalla per le vie del paese e invece che accade? La sua gente, le persone con cui era cresciuto e che conosceva per nome “rimanevano stupiti… era per loro motivo di scandalo”. Cioè, il punto non è che gli abitanti di Nazareth non credessero alla verità dei miracoli ma erano soprese che li potesse aver fatti Lui! Questo è il nocciolo della questione.

La stessa dinamica, tuttavia, riguarda anche tante coppie sposate con il sacramento… e pure qui pare che non riescano a vedere l’azione di Dio nella propria vita personale e di coppia.

Ma Dio c’è, è reale, è presente, solo non abbiamo “gli occhi della fede”, come scrisse un grande teologo gesuita Pierre Rousselot. Cioè la fede è anche questa capacità di riconoscere Gesù vivo e risorto nella mia vita, a partire non sempre dai miracoli straordinari ed eclatanti ma anche nella semplicità e concretezza di vita. La fede è un modo di porsi davanti alla realtà, un dono questo certamente, che ci permette di dare un’interpretazione secondo la mente del Signore a quello che viviamo.

Quanti sposi hanno ricevuto i sacramenti ma questo è come se non bastasse a loro per trasformare il modo di guardare alla propria vita e di trovarvi Gesù Risorto che ci cammina a fianco!

Andiamo verso un tempo estivo che mi auguro sia sinonimo di una vita più lenta, meno di corsa ed anche un tempo di ferie meritate. In questo contesto, care coppie vi auguro di dedicare più momenti proprio a Gesù e di farlo in coppia. Concludo e vi saluto con queste belle parole fresche fresche di Papa Francesco: “All’inizio di questo periodo di riposo e di ferie, prendiamoci il tempo per esaminare la nostra vita per vedere le tracce della presenza di Dio che non cessa di guidarci” (Angelus, 30 giugno 2021).

ANTONIO E LUISA

Facendo nostra l’ultima riflessione di padre Luca ci teniamo a testimoniare quanto sia vera. Per noi è stato fondamentale aver compreso quanto sia importante fermarci e passare del tempo insieme con Gesù. Almeno qualche giorno all’anno. Ci sono molti modi per farlo. Noi di solito partecipiamo a ritiri e proposte di percorsi spirituali per coppie. Ce ne sono tanti. Serve del tempo per riscoprirci belli, per riscoprirci parte di una relazione dove possiamo fare esperienza dell’amore dell’uno verso l’altra e dell’amore di Gesù che si svela nei perdoni, nella tenerezza e in tanti altri gesti che rischiamo di dare per scontati senza apprezzarli fino in fondo.

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Buona vita!

Tutte le volte che sono stato congedato così devo dire che non mi ha fatto una grande impressione, non so dirvi veramente il perché, mi è sempre parso un po’ naïf. Eppure, a ben pensarci, non è proprio fuori luogo, anzi…

Nel Vangelo di oggi la scena è tutta al femminile. Gesù in contemporanea guarisce due donne: la prima è una “fanciulla” alla soglia dell’età adulta e l’altra è una donna adulta ma sfiorita a causa probabilmente di un “sanguinamento uterino atipico” come ci dice la medicina.

Gli esegeti insegnano che questo focus su due donne non è per nulla casuale: atipico nel mondo semitico così concentrato sul maschio e segno della nuova dignità che Gesù sta restituendo alle donne. In più è presente il numero 12, una cifra simbolica nella Bibbia. La fanciulla a dodici anni era già fertile e poteva quindi sposarsi e generare vita ma ahimè muore prima che tutto ciò sia possibile. La donna invece da 12 anni pativa di quella malattia e quindi la sua età nubile sta cessando irrimediabilmente perché perdere sangue, nella mentalità biblica è perdere vita. Una donna così non poteva sposarsi e mettere al mondo un figlio.

Allora ecco due donne che vivono situazioni drammatiche e quasi complementari: una giovane che non riesce a essere donna e una donna che non riesce a essere fertile. La loro femminilità pare irrimediabilmente perduta.

Non trovate qualche somiglianza con il mondo di adesso? In questi giorni siamo proprio in mezzo a una polemica politica che nel fondo parte da un problema esistenziale enorme: non riuscire ad essere davvero uomo, davvero donna e cercare altrove la risposta.

Gesù è l’uomo nella sua pienezza, la sua umanità è perfetta come lo è sua mascolinità, difatti ci dice S. Giovanni Paolo II che “Cristo rivela pienamente l’uomo all’uomo stesso” (Redemptor Hominis 10), e si può dire la stessa cosa per la femminilità in Maria.

Gesù viene quindi a guarire e dare pienezza alla femminilità di queste due donne. E come lo fa? Con uno sguardo? Con un pensiero? Con una parola? Lo fa in un modo umano, umanissimo: tocca e si lascia toccare, prende per mano. Qui c’è l’accenno ai sacramenti e ancora oggi Gesù continua a toccarci con i suoi Sacramenti, specie l’Eucarestia e la Confessione.

Nella prima lettura si dice che Dio ci ha creati per l’eternità e nel Vangelo si vede che Gesù ci vuol donare una vita piena, quella stessa che è in Lui un uomo maschio pienamente realizzato.

Ecco allora che possiamo dire che voi sposi avete in Cristo il grande amico, lo Sposo che vuol fare lo stesso della vostra vita. Che la vostra umanità maschile e femminile sia gioiosamente vissuta a livello fisico, spirituale e psicologico, che siate persone integre, compatte, senza divisioni interne, senza buchi, senza rimpianti…. Questa è la vita piena, la buona vita che Gesù vuole donarci.

La sua veste è nella Chiesa e lì la possiamo sempre trovare intatta e ad essa possiamo attaccarci anche oggi dopo 2000 anni.

Pertanto, cari sposi, per tutto quello che vi ho scritto, stavolta sono io a congedarmi con: buona vita!

ANTONIO E LUISA

Padre Luca ci ha proposto una riflessione molto interessante. Non avevamo mai pensato al parallelismo di vita e condizione tra le due donne del Vangelo. Eppure è così evidente. Condividamo tutto ciò che padre Luca ha scrtto. Vorremmo però fare un’aggiunta. Non bastano Eucarestia e Confessione. Serve, almeno per noi è stato così, vivere appieno anche il sacramento del matrimonio. Non solo nella sua dimensione trascendente e sacramentale ma proprio anche nella sua dimensione umana e naturale.

Il matrimonio cosa è se non l’unione completa, intima e feconda di due creature tra loro differenti ma complementari. Tutto di Luisa è meraviglia e mistero per Antonio e tutto di Antonio è meaviglia e mistero per Luisa. La differenza è proprio ciò che più affascina. Che non significa che sia sempre facile. Spesso ci si scontra e l’agire dell’altro può apparire strano e incomprensibile ma proprio in una relazione così vissuta fino in fondo possiamo aiutarci l’un l’altra ad essere pienamente uomo e pienamente donna.

Non cercate mai di trasformare l’altro, d farlo a vostra immagine e somiglianza. Non sarebbe più lui o lei. Lo dce anche Nek in una sua famosa canzone: Non ti stresso per farti più simile a me che se fossi diversa non saresti più te.

Mia moglie o mio marito non deve essere come io lo voglio ma deve crescere e perfezionarsi ed essere sempre più come Dio lo vuole e lo ha creato per essere. A questo serve il matrimonio. Come disse Papa Francesco:

Il matrimonio è un lavoro di tutti i giorni potrei dire un lavoro artigianale, un lavoro di oreficeria, perché il marito ha il compito di fare più donna la moglie e la moglie ha il compito di fare più uomo il marito

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Il Sacro Cuore vs. Matrimonio – Atto II

Cari amici,

eccoci qua giunti ormai a fine giugno e con voi vorrei concludere il discorso iniziato nell’altro articolo sul rapporto tra la spiritualità del Sacro Cuore, una delle più importanti nella Chiesa, e la spiritualità nuziale.

La volta scorsa ho sottolineato come il cuore, nella visione biblica, rappresenti oltre all’affettività, il nucleo della persona, il centro dei pensieri, dei desideri, dei progetti, delle idee… e quindi, il fatto che Gesù offra a S. Margherita Maria Alacoque il proprio Cuore in mano ha un evidente valore nuziale. Gesù “vuole difatti sposare l’umanità” come ha scritto il Card. Angelo Scola (La reciprocità uomo-donna: via di spiritualità coniugale e familiare, Città Nuova 2001, pag. 166) e il sacramento del matrimonio è il frutto di quell’ardore divino. Questo è il punto di partenza meraviglioso e perciò ho detto che l’amore del Cuore di Gesù è anche in ogni coppia sposata, benché non se ne accorga o magari è in crisi oppure separata. Nonostante ciò, il Suo amore c’è tra marito e moglie.

Su questa scia oggi vorrei brevemente fare un’altra considerazione altrettanto importante. Come ben potete vedere, il Cuore di Gesù è attorniato da spine ed esse causano ferite da cui sgorga sangue. La spiegazione di tale visione la diede Gesù stesso a S. Margherita: “Ecco quel Cuore che ha tanto amato gli uomini e in contraccambio non riceve che ingratitudini, disprezzo, sacrilegi in questo Sacramento di amore”.

Cari sposi, non è forse vero che nel corso della vostra vita di coppia vi siate comportati con “ingratitudine e disprezzo” e che questo abbia ferito a sangue il vostro cuore?

So che la risposta spesso potrebbe essere: “eccome se è successo ma mica son Dio! C’è un limite a tutto!”. Vero, verissimo.

Mi aiuta a tenere i piedi per terra quando si tocca il tema della sofferenza nella coppia rileggere Amoris Laetitia, specialmente nel capitolo IV quando il Papa commenta l’Inno alla carità di San Paolo. Riguardo alla frase paolina che dice “l’amore tutto sopporta” Francesco ci dice così: “Nella vita familiare c’è bisogno di coltivare questa forza dell’amore, che permette di lottare contro il male che la minaccia. L’amore non si lascia dominare dal rancore, dal disprezzo verso le persone, dal desiderio di ferire o di far pagare qualcosa. L’ideale cristiano, e in modo particolare nella famiglia, è amore malgrado tutto” (AL 119). L’amore nuziale permane malgrado le ferite e il sangue versato.

Qui entriamo nel mistero di amore e dolore che appunto ci svela Gesù. Oso dire che solo chi ha un rapporto vero e profondo con Lui può addentrarsi su questo sentiero. Chi ancora non ci è su quella strada non può capire e vede questi altri come pazzi, masochisti, fuori dal mondo e senza dignità.

Chi sa seguire Lui che per noi ha versato quel Sangue benedetto, per le nostre ingratitudini, chiusure, egoismi, freddezze, incomprensioni, dispetti, vendette… è capace poi di fare altrettanto nella coppia.

Da pochissimo è uscito un nuovo libro scritto da coppie dell’associazione Retrouvaille, il libro si chiama “Dalla croce alla rinascita. Un cammino per coppie in difficoltà”. In certe pagine vedrete proprio tutto questo che stiamo dicendo e che un cuore ferito e sanguinante può diventare più palpitante e vivo di prima grazie a Lui.

È chiaro che quanto vi sto dicendo è anche e soprattutto una grazia. Perciò davvero oggi vi auguro di chiederla con tutto il cuore, perché il vostro amore sia splendente, vero, sincero e più forte di ogni forma di male.

Padre Luca

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Più forti della tempesta

Padre Luca

Tempo fa ero al matrimonio di una coppia di amici. Erano giovani, la loro lunga lista di nozze era stata ampiamente esaudita, la nuova casa era il regalo dal papà di lui, entrambi avevano un buon lavoro, belle macchine, persone sportive e intelligenti, sani: che magnifico futuro si prospettava loro! Vedendoli così raggianti e felici, mi sono chiesto: chissà come e quando Gesù sarebbe entrato veramente nella loro storia.

Nelle letture di oggi, in particolar modo nel Vangelo, vediamo un Gesù che irrompe nella nostra vita in modo del tutto inaspettato. E che fa? Gesù ci porta al limite delle nostre possibilità, ci fa arrivare l’acqua alla gola. Ma come mai? Lui che è tanto buono e misericordioso! Mistero… pare che a Lui piaccia fare così. Quel che sì è certo è che a Giobbe ha tolto tutto: averi, figli, beni immobili, quasi la salute… per un pelo non ci lascia le penne. A Pietro ha tolto il controllo della barca e della pesca, lui che del suo mestiere era un professionista… altre volte Gesù non organizza nulla per il pranzo sapendo di trovarsi in mezzo a migliaia di persone da sfamare e gli apostoli non sanno più letteralmente “che pesci pigliare”. E così via, la lista potrebbe continuare.

Lui usa questo modo di fare, è il suo stile, tra poco vedremo perché. Ma prima vorrei che vi domandaste: Gesù ha fatto a voi qualcosa di simile? Avete mai sperimentato che non tornano i conti a fine mese? Avete provato mai il disorientamento e di non aver più il controllo della situazione e della vostra vita? Una malattia vi ha fatto pensare seriamente di non farcela? O avete mai toccato il fondo?

Se avete vissuto qualcosa del genere, allora siete nelle condizioni per essere una creatura nuova perché Gesù in tal modo vi ha messo davanti a un bivio: o sfiancarsi lottando con tutte le proprie forze per risolvere il problema oppure ripartire arrendendosi a Lui.

Se ci pensate, facendo riferimento alla coppia iniziale, quando tutto va bene e ogni cosa è sotto controllo, noi ci abituiamo a confidare fondamentalmente nel conto in banca ed è per quello che la tempesta poi ci coglie impreparati e ci fa andare in angoscia. Piuttosto arrendiamoci a Dio, alla sua onnipotenza.

Un grande maestro della vita spirituale, Dom Lorenzo Scupoli (1530-1610) ha scritto un breve opera chiamata “Combattimento spirituale” in cui offre preziosissimi consigli su come amare Gesù e vivere nella Sua Volontà. Vi elenco le quattro regole per vivere nell’abbandono:

1ª regola: “chiedi a Dio questa profonda virtù con grande umiltà. Dobbiamo ricordare che per chiedere umilmente dobbiamo essere pronti a cambiare le nostre vite e i nostri cuori in totale abbandono a Lui”.

2ª regola: “Contempla con una fede ardente l’immenso potere e l’infinita saggezza di Dio. Dobbiamo sempre e ovunque cercare di cogliere l’eterna gloria di Dio. In tal modo, alla fine ci renderemo conto dell’insufficienza della nostra capacità di comprendere le sue realtà celesti”.

3ª regola: “Ricorda la promessa delle Sacre Scritture che nessuno che ripone la propria fiducia in Dio sarà sconfitto”. 

4ª regola: “Con ogni azione dobbiamo continuamente tenere presente le nostre debolezze e la potenza eterna di Dio. Questo equilibrio di contemplazione tra sfiducia in sé stessi e fiducia in Dio ci consente di ricordare costantemente ciò che temiamo in noi stessi e ciò che speriamo nell’amore divino di Dio, quindi, ordinando correttamente la nostra vita verso la resa totale”.

Gesù oggi vuole ricordare a voi coppie che siete creature nuove dal momento del Battesimo, cioè che Gli appartenete, siete già in Lui per sempre. Inoltre, con il Matrimonio, il vostro Amore l’avete consegnato a Lui, è Suo. Per questo poi Lui vi porta a volte fino al limite, per saggiare quanto queste verità siano state assimilate e siano parte della vostra vita.

Cari sposi, oggi è un vangelo davvero paradigmatico per la nostra vita cristiana: che le tempeste presenti o future ci aiutino a confidare incessantemente nello Sposo e nell’Amore che Lui ha per noi.

ANTONIO E LUISA

Anche noi, come ogni coppia di sposi che si rispetti, abbiiamo affrontato tempeste, più o meno forti, nel corso degli ultimi 19 anni. Siamo sposati infatti da quasi vent’anni. In particolare abbiamo avuto un periodo buio dopo pochi anni di matrimonio. Colpa mia (sono Antonio) che non ho saputo subito prendermi carico delle nuove responsabilità e continuavo invece a pensare a quello a cui stavo rinuncando (uscite con gli amici, tempo libero, ecc.).

Luisa mi ha dovuto sopportare per alcuni mesi eppure non ha mai messo in dscussione la nostra unione. Ha continuato ad amarmi teneramente e tenacemente. Lo ha fatto perchè credeva, più che in me, nella presenza reale e attiva di Gesù nella nostra relazione. Questo le ha permesso di cambiare se stessa. Le ha permesso di trovare forza e senso nella promessa di Gesù che più che mai sentiva vicino in quel momento. Alla fine ha vinto lei. La sua tenacia e il suo amore gratuito e da me per nulla meritato mi hanno toccato il cuore e anche io sono cambiato.

Dio opera in tutti i matrimoni sacramento. Dobbiamo però fidarci e affidarci. Lui fa nuove tutte le cose ma prima di tutto deve fare nuovi noi. Solo cambiando noi stessi potremo cambiare l’altro e chissà anche il mondo intorno a noi.

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Quanto sei fecondo?

Cari amici,

non so voi ma io a Roma da mo’ che ho il ventilatore acceso in camera e sento vicina l’estate. Se poi guardo il calendario, mi rendo conto che finora abbiamo percorso una vera e propria maratona liturgica: siamo partiti a febbraio con la Quaresima, poi ad aprile Pasqua, poi il tempo Pasquale, Ascensione, Pentecoste, Trinità, Corpus… ieri e l’altro ieri abbiamo finito in bellezza con le solennità di Sacro Cuore di Gesù e Cuore Immacolato di Maria…

Ora che riprende il tempo ordinario, è un’occasione meravigliosa per assimilare tante grazie ricevute in queste feste, tanti spunti di riflessione che sicuramente abbiamo captato in qualche omelia, leggendo qualche blog o ascoltando qualche commento su YouTube o sui siti che più ci interessano.

Adesso ci tocca fare tesoro di tanta ricchezza spirituale, farne memoria e ritornare sui nostri passi… Il Vangelo di oggi è fantastico perché Gesù pare ci stia dicendo: “bene, ti ho dato un sacco di doni finora, e adesso che uso ne fai? Come li stai impiegando?” Essendo il tema quello della mietitura e della raccolta del grano, il nocciolo della riflessione odierna sarà la fecondità di coppia. Domandiamoci: quali frutti ha dato e sta dando il nostro matrimonio?

Vi condivido alcune idee prese da un libro straordinario di Don Carlo Rocchetta, “Senza sposi non c’è Chiesa”. Riguardano i modi di essere fecondi per una coppia, solo vi raccomando una cosa: proibito scoraggiarsi! Ognuno di noi deve sempre fare i conti con la propria imperfezione e i limiti, ma la grazia di Dio ci è data incessantemente come spinta “antigravitazionale” per elevarci sempre e non arrenderci mai al fatto che tendiamo al ribasso.

“La prima fecondità nuziale consiste nel far abitare Dio nel cuore del coniuge, generare la presenza di Dio nel coniuge realizzando l’identità profonda dell’amore nuziale. Questo primo livello di fecondità suppone che gli sposi sappiano in/vocare Dio al centro del loro amore di coppia e del loro vissuto e con/vocarlo, con fede e in modo incessante perché rigeneri la loro relazione amante in ogni stagione del loro viaggio nuziale” (Don Carlo Rocchetta “Senza sposi non c’è chiesa”, pag. 178). Per questo la prima fecondità è “donarsi Dio” a vicenda, aiutarsi nel cammino di fede. Questo vale ovviamente anche nella semplicità, nei tentativi a volte malriusciti, nella Messa vissuta assieme, nella preghiera serale detta magari con qualche sbadiglio, o quella fatta per il coniuge magari a sua insaputa…

“Il secondo livello di fecondità consiste nel generare il coniuge come persona amata e quindi generarsi a vicenda come sposi, amanti, amici. Il primo figlio di una coppia non è il figlio in senso fisico, ma il “noi” come risultato dell’io e del tu diventati una sola carne. Amando ogni coniuge proclama il “nome” dell’altro, facendolo sentire unico e chiamandolo così alla piena realizzazione di sé. Una fecondità che si rispecchia nella stessa esperienza dei progenitori: Adamo conosce sé stesso incontrando Eva come un essere altro da sé, e viceversa…e la dimensione orizzontale si coniuga con quella verticale. Adamo conosce Dio incontrando Eva, così come il loro reciproco riconoscersi rimanda all’incontro con Dio che li conduce e li consegna l’uno all’altro.” (pag. 179). A questo livello corrisponde la qualità dell’amore, della relazione, della profondità della comunione nuziale. Da quando si riesce a mantenere vivo il “noi” in mezzo alle migliaia di cose da fare in casa e fuori casa, dal grado di complicità. E questo vale, a suo modo, anche per chi magari è un separato fedele e fa solo la sua parte senza alcun ritorno altrui…

“Il terzo livello di fecondità è generare la civiltà della vita e dell’amore facendosi testimonianza vivente dell’amore trinitario sulle strade del mondo. La fecondità nuziale è una vocazione alla missione…e anche quando la procreazione fisica (fertilità) non si realizzasse, non per questo la vocazione alla fecondità perderebbe il suo significato. Vi è, vi deve essere, una fecondità diversa, altrettanto essenziale, che nasce da un amore più alto e si fa testimonianza concreta di accoglienza, dono, condivisione di ogni altro da sé” (pag. 180). Qui accade che la coppia, vivendo l’amore al proprio interno, ovviamente non rimane affatto inosservata: “Guarda come si parlano! Hai visto che bel modo di fare che hanno quei due? Che gentile è stato con suo marito! Claudia parla sempre bene di Marco agli altri…”.

Come una fontana a cascata, dalla coppia sgorga l’amore che poi scorre verso i figli e addirittura fuoriesce all’esterno in modo spontaneo.

Cari amici, la fecondità è una vocazione insita nell’amore. Non ci si sposa per sé stessi, come io non sono prete per rimanere chiuso in camera mia: tutti siamo chiamati a dare frutti per noi e per altri.

Gesù è sempre dalla vostra parte, in qualsiasi situazione si trovi il vostro matrimonio: al settimo cielo o con un po’ di ragnatele o magari parcheggiato…

La grazia divina è abbondantemente riversata in voi perché ogni giorno facciate quel passetto in avanti e seguiate lo Sposo che cammina a vostro fianco.

Buona mietitura!

ANTONIO E LUISA

Devo dire che mi ritrovo molto nella riflessione di padre Luca provocata dal libro di don Carlo. Conosciamo don Carlo e la incessante opera a favore delle coppie e non mi sorprende che capisca così bene le dinamiche relazionali degli sposi. Vorrei soffermarmi in particolare sulla prima fecondità. Io sono sempre stato cattolico, con più o meno intensità. Sono sempre stato comunque un tiepido. Almeno fino al matrimonio con Luisa.

Luisa mi ha permesso di comprendere meglio non solo chi io fossi ma anche la mia fede. Nella nostra relazione ho sperimentato, nonostante i nostri limiti e i tanti errori di entrambi, cosa significa gratuità, perdono, misericordia, speranza, amore. Sembra strano dirlo ma sono tutte realtà che non si possono comprendere finchè non se ne fa esperienza. Ecco! La mia relazione con Luisa mi ha permesso di farne esperienza continuamente e questo mi ha permesso, di conseguenza, di fare esperienza di Dio. C’è uno slogan pubblicitario che dice: dove c’è casa c’è Barilla. Trasponiamolo nel nostro discorso. Dove c’è gratuità e misericordia lì c’è Dio. Ed è proprio così. Possiamo testimoniarlo io e Luisa come credo tantissime altre coppie di sposi.

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Il Sacro Cuore vs. Matrimonio – Atto I

Cari amici,

il mese di giugno è tradizionalmente dedicato al Sacro Cuore di Gesù. Per questo motivo mi è parso di poter “osare” con voi e cercare quale legame ci può essere con la vostra vita nuziale, quale insegnamento con il sacramento del matrimonio.

Mi ha sorpreso rifletterci sopra, perché il Sacro Cuore, nonostante sia una devozione che forse ad alcuni di voi può sembrare sdolcinata o dal sapore nonnesco, a ben vedere ha un grande e profondo senso matrimoniale. Vediamo di questa festa oggi un primo aspetto, lasciando tra 15 giorni l’altra dimensione.

Partiamo anzitutto dal significato biblico del cuore. L’ebreo concepisce il cuore come l’«interno» dell’uomo, in un senso molto più lato. Oltre ai sentimenti (2 Sam 15, 13; Sal 21, 3; Is 65, 14), il cuore comprende anche i ricordi e le idee, i progetti e le decisioni, e ancora: nell’antropologia concreta e globale della Bibbia, il cuore dell’uomo è la fonte stessa della sua personalità cosciente, intelligente e libera, il centro delle sue opzioni decisive, quello della legge non scritta (Rm 2,15) e dell’azione misteriosa di Dio (Leon Dufour, Dizionario biblico).

Per potermi spiegare meglio vi ricordo come sia nata questa festa. Tutto iniziò in un paesino al sud-est della Francia, Paray-Le-Monial, all’interno di un convento di suore della Congregazione delle Visitandine. Suor Margherita Maria Alacoque la notte del 27 dicembre 1673, nella cappellina del monastero vede Gesù, giovane, bellissimo, che le sorride e le porge il Suo Cuore, fiammeggiante e splendente racchiuso nella mano. In seguito, Lui le dice: “Il mio divino Cuore è così appassionato d’amore per gli uomini, che non potendo più racchiudere in sé le fiamme della sua ardente carità, bisogna che le spanda. Io ti ho scelta per adempiere a questo grande disegno, affinché tutto sia fatto da me”. Inoltre, durante la visione, suor Margherita Maria vide che Lui, continuando a porgerle il Suo Cuore, aggiunse queste stupende parole: “Almeno tu, amami!”.

È impressionante che Gesù ci doni in questo modo il suo amore! Così aveva fatto con san Pietro sul lago di Tiberiade: “Pietro, mi ami tu?”. Il Cuore divino di Gesù chiama il nostro cuore! Qui c’è l’essenza nuziale della Solennità della festa appena celebrata.

Per tutte voi coppie c’è stato un momento di fortissima passione, di slancio totale verso l’altro, in cui la persona amata era la più importante in assoluto al mondo. Sappiamo bene che quei momenti non possono durare sempre. Tuttavia, il passare del tempo non è il nemico dell’amore e in questa festa vediamo quale sia il segreto della perseveranza.

Gesù per prima cosa dona il suo Cuore e solo in un secondo momento chiede a cambio il medesimo atteggiamento di donazione. Nel matrimonio voi coppie siete chiamate a fare lo stesso: a vivere in un atteggiamento perenne di dono, di offerta, di regalo di sé, gratuitamente e liberamente. E certamente che ci si aspetta il contraccambio ma che esso non sia la prerogativa. Come dice Papa Francesco: “l’amore, quanto più è intimo e profondo, tanto più esige il rispetto della libertà e la capacità di attendere che l’altro apra la porta del suo cuore” (Francesco, Amoris Laetitia, 99).

Non è esagerato dire che tutte voi, care coppie, con il sacramento del Matrimonio avete il Sacro Cuore dentro di voi! Non esagero! Non farò la fine di Savonarola o di Giordano Bruno! Sentite cosa dice San Giovanni Paolo II: «Lo Spirito, che il Signore effonde, dona il cuore nuovo e rende l’uomo e la donna capaci di amarsi come Cristo ci ha amato. L’amore coniugale raggiunge quella pienezza a cui è interiormente ordinato, la carità coniugale» (Familiaris consortio, 13).

Vi invito a riflettere su questa verità e a rendere grazie al Signore che vi ha arricchito e benedetto di un così grande dono. Basta solo che collaboriate alla grazia che è già in voi e lasciate che quel Cuore di Gesù, che batte adesso al vostro ritmo, sia libero di amare in voi.

Padre Luca Frontali

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Ti vorrei mangiare

Nel corso della mia (ancora non lunga) vita sacerdotale vi confesso di aver vissuto una creta trasformazione nel mio rapporto con l’Eucarestia. Ricordo agli inizi in seminario il mio modo di stare davanti a Gesù nel Tabernacolo era solenne, ieratico. Sentivo forte il senso di Mistero, di Assoluto. L’adorazione era qualcosa di straordinario, sentivo la magnificenza e maestosità di quel momento.

Negli anni ho potuto integrare a questo sguardo, certamente giusto dal punto di vista teologico, un atteggiamento più semplice, più intimo e cordiale: Gesù è lì davanti a me come amico, come il mio confidente, vuole e chiede che Lo lasci entrare nel mio cuore e nella mia mente.

Cosa ha fatto scattare in me tutto ciò? Di sicuro lo Spirito Santo. E penso proprio che Lui si sia servito di tante coppie di sposi che ho incontrato suo mio percorso per farmi gustare la sua Presenza viva.

Perché dico questo? Perché è chiaro il parallelo tra Sposi ed Eucarestia sotto diversi aspetti. Papa Benedetto per questo diceva: “L’Eucarestia, sacramento della carità, mostra un particolare rapporto con l’amore tra l’uomo e la donna, uniti in matrimonio” (Esortazione apostolica Sacramentum caritatis, n° 27). In tutto questo panorama meraviglioso, io oggi mi vorrei soffermare sul fatto che entrambi sono un “Corpo dato per amore”.

A volte celebro da solo nella cappellina della mia comunità, è una stanza piccola, raccolta, silenziosa. Per me è una delizia dire Messa lì, mi godo proprio quel tempo tutto da solo con Gesù. Questo mi permette di soffermarmi su alcuni aspetti che mi aiutano a capire il senso dell’Eucarestia e in tutto ciò anche il vissuto di tante coppie amiche mi arricchisce ulteriormente.

Guardo l’altare e vedo la tovaglia bianca e il corporale. Subito penso alle lenzuola di un letto a due piazze. Gesù è lo Sposo che si offre a me nella Messa.

Penso alla Messa che è un continuo dialogo tra noi e Gesù, un dialogo di amore, proprio come avviene nell’atto coniugale.

Contemplo il momento della Comunione come il culmine dell’amore, quando avviene il dono reciproco dei corpi: io ricevo Lui e Lui viene in me.

Quando penso alla festa di oggi, non posso non riandare a quegli sposi che hanno condiviso come il loro amore vicendevole sia stato così intenso da giungere spesso a dirsi: “vorrei mangiarti da quanto ti amo”.

Ecco, Gesù nell’Eucarestia nel fondo vuole dirci proprio così: “mangiami, ti amo infinitamente che voglio stare dentro di te, a contatto con il tuo cuore, con la tua intimità”.

A tale proposito, come ha scritto stupendamente don Carlo Rocchetta: “L’eucarestia edifica la relazione nuziale degli sposi, la modella e la ripropone ogni volta allo loro esistenza” (La mistica dell’identità nuziale, pag. 92).

Che significa questo? Che voi sposi partecipando alla Messa, e anche adorando l’Ostia Santa, state rendendo possibile il dono di Gesù alla Chiesa in voi, per voi e con voi. State dando le chiavi di casa a Gesù perché abiti in voi e vi conceda di amare al suo modo. Il fatto è che forse non ve ne rendete conto tutte le volte ma lo Spirito eccome che lavora dentro di voi perché sia così!

La festa di oggi è quindi un’occasione perché vi sia chiaro che Gesù Eucarestia, lo Sposo della vostra coppia, è Colui che sostiene ogni giorno il vostro amore, Colui che vi aiuta a crescere nella relazione sponsale e colui che vi rende presenza Sua nel mondo.

Per cui cari sposi, grazie per tutte le volte che siete Eucarestia in uscita, pur con tutti i limiti che naturalmente abbiamo. Io prete posso solo celebrare Messa in chiesa, ma siete voi che portate la Messa in casa, in macchina, al lavoro, ovunque siate. Per tutto questo Gesù vi è immensamente grato e riconoscente.

ANTONIO E LUISA

Grazie a padre Luca per questa bella testimonianza. Padre Luca scrive: Contemplo il momento della Comunione come il culmine dell’amore, quando avviene il dono reciproco dei corpi: io ricevo Lui e Lui viene in me. Per me e Luisa è proprio così. E’ qualcosa che va però “conquistato” nel tempo. Più siamo cresciuti nel volerci bene nella nostra vita di tutti i giorni, più abbiamo imparato a donarci e ad accoglierci in piccoli gesti di cura e di tenerezza, e più la nostra intimità è diventata bella e piena. Davvero io sorrido quando sento esperti dire che il sesso ha bisogno di novità e che il matrimonio è la tomba dell’amore.

E’ verissimo che molte coppie dopo un po’ di tempo smettono di fare l’amore. Ci sono diversi studi al riguardo. Il problema non è però il matrimonio, ma l’incapacità di prendersi cura della relazione e di trasformarla in una comunione sempre più profonda. Fare l’amore con Luisa è sempre più bello perchè siamo, ogni giorno che passa, sempre più un noi e ciò che rende l’amplesso meraviglioso è proprio la nostra comunione di una vita intera che ci siamo donati vicendevolmente.

Termino con un passaggio del prossimoo libro che Luisa ed io abbiamo in rampa di lancio (uscirà ad ottobre):

Noi sposi cristiani possiamo comprendere come vivere la sessualità alla luce dell’Eucarestia. Viverla quindi nel dono totale all’altro come Gesù si è donato per noi. È vero anche viceversa. Possiamo comprendere la grandezza dell’Eucarestia, del dono di Dio per noi, facendo esperienza del dono del nostro coniuge. La sessualità ci può introdurre nella pienezza del dono eucaristico.

Geneticamente trinitaria

PADRE LUCA

Nel 2021 di quante famiglie parliamo? È evidente che, a livello sociologico, non si usa più solo famiglia al singolare ma le famiglie, i vari tipi di aggregazione familiare. Ma con questo non sto affatto avallando la cosa… sto solo prendendo atto di una realtà in corso.

Quindi si parla di: 1) famiglia nucleare, composta da un padre e una madre sposati e uno o più figli (propri o adottati) oppure da una coppia non sposata, ma convivente con figlio/i (unione di fatto); 2) famiglia allargata, in cui convivono nonni, genitori, figli, zii, cugini, ecc.; 3) famiglia monoparentale, dove un solo genitore (celibe, vedovo o divorziato) coabita con uno più figli; 4) famiglia ricomposta dopo una rottura di un legame precedente, per cui sono presenti i genitori affidatari con figlio/i o una coppia di genitori divorziati, risposati o semplicemente conviventi, con figlio/i di uno o di entrambi i coniugi; 5) famiglia omosessuale; 6) infine può darsi che diversi adulti e bambini vivano insieme in una comunità. Magari presto ci sarà chi proporrà altro ancora…

Noi cristiani cosa dobbiamo pensare quando vediamo tale panorama? Chi, ad oggi, proviene da una famiglia di papà e mamma e a sua volta ha voluto fondarne una simile, cosa deve aspettarsi dal futuro immediato?

La solennità che stiamo celebrando è assai importante in questo senso perché ci svela la realtà nel suo fondamento ultimo. È come se usassimo degli occhiali che ci permettessero di vedere le cellule e gli atomi del nostro corpo; oppure con essi potremmo osservare nitidamente il pianeta Nettuno; o se andassimo in crociera saremmo in grado di visualizzare il fondo dell’oceano…

La Trinità ci fa andare oltre ogni contingenza e apparenza. Essa è lo sfondo finale in cui esistiamo, è l’origine di tutto ciò che siamo, tocchiamo, vediamo, e in cui ci muoviamo. Il mondo, con tutte le cose cambianti che possiede, con tutti i suoi scenari mutevoli, può confonderci. In cambio, la Trinità è quell’ancora che ci tiene incollati al fondo del mare, pur nella sua tempesta più furiosa.

Per prima cosa la Trinità è la nostra “casa” da cui proveniamo tutti, è la nostra vera origine, ben prima di tutte le genealogie e ascendenze che siamo stati capaci di compilare. La Trinità è la sorgente della famiglia e della coppia. Senti che bello quanto dice Papa Benedetto:

“Chiamata ad essere immagine del Dio Unico in Tre Persone non è solo la Chiesa, ma anche la famiglia, fondata sul matrimonio tra l’uomo e la donna. In principio, infatti, «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: siate fecondi e moltiplicatevi» (Gen 1,27-28). Dio ha creato l’essere umano maschio e femmina, con pari dignità, ma anche con proprie e complementari caratteristiche, perché i due fossero dono l’uno per l’altro, si valorizzassero reciprocamente e realizzassero una comunità di amore e di vita. L’amore è ciò che fa della persona umana l’autentica immagine della Trinità, immagine di Dio. Cari sposi, nel vivere il matrimonio voi non vi donate qualche cosa o qualche attività, ma la vita intera” (Benedetto XVI, Omelia 3 giugno 2012).

E la Trinità è anche la “casa” a cui torneremo, verso la quale stiamo camminando inesorabilmente ogni giorno. Siamo usciti dalla Trinità e ad Essa torneremo, con il Suo aiuto: “Dunque, la solennità liturgica di oggi, mentre ci fa contemplare il mistero stupendo da cui proveniamo e verso il quale andiamo, ci rinnova la missione di vivere la comunione con Dio e vivere la comunione tra noi sul modello della comunione divina. Siamo chiamati a vivere non gli uni senza gli altri, sopra o contro gli altri, ma gli uni con gli altri, per gli altri, e negli altri… La Trinità, come accennavo, è anche il fine ultimo verso cui è orientato il nostro pellegrinaggio terreno” (Francesco, Angelus, 31 maggio 2015). 

Come è possibile quanto ho appena affermato? Quando Gesù nel Vangelo dice: “battezzandoli nel nome del Padre, Figlio e Spirito Santo” sta sottintendendo una verità meravigliosa che si applica anzitutto per il Battesimo ma analogamente anche per gli altri sacramenti e per il matrimonio ha un sapore tutto speciale.

“Nel”, in greco “εἰς”, significa compenetrazione, immersione in, entrare in comunione con. Quindi il Battesimo e gli altri sacramenti sono un aver parte alla vita trinitaria. Senza paura di sbandare, si può paragonare questo concetto a una trasfusione di sangue tra due persone, dopo la quale l’una possiede in sé qualcosa dell’altro e vi è una compartecipazione di un bene. Quindi con i sacramenti noi siamo già uniti a Dio, abbiamo “inserito la spina nella presa” e la grazia fluisce dentro di noi.

Per voi sposi questo è particolarmente vero perché “il modello originario della famiglia dev’essere ricercato in Dio stesso, nel mistero trinitario della sua vita” (Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie 6).

Cari sposi, so che tale accostamento fa venire capogiri e vertigini a più di uno di voi ma è proprio così “per grazia ricevuta” e non è una condanna alla frustrazione, tutt’altro! Vi rincuori che per i sacramenti continuamente siete “in” Dio e le fragilità sono sempre affiancate dalla straordinaria forza divina.

Perciò con voi benedico e lodo il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, che si riflette quotidianamente in ogni vostro gesto di amore. E di ciò, vi sono grato con tutto il cuore.

ANTONIO E LUISA

Approfittiamo della riflessione di padre Luca per informarvi che presto uscirà il nostro nuovo libro dove racconteremo proprio questo. Noi, un uomo e una donna, magari più limitati e problematici di tante altre persone, uniti dal sacramento del matrimonio possiamo insieme mostrare la Trinità.

Sembra davvero impossibile eppure Dio ha voluto così. Lui conosce bene il nostro cuore e i nostri limiti e per questo ci sostiene e ci ha fatto suoi attraverso il sacramento del matrimonio. E’ davvero un miracolo. Due imbranati, come siamo Luisa ed io, hanno nella loro relazione la capacità di mostrare l’amore di Dio. Come? Fidandoci, affidandoci e dando ciò che siamo e abbiamo senza riserve. Il resto lo farà Lui.

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Maria Sposa 3.0.

Cari sposi,

siamo arrivati all’ultima parte di questo breve excursus su Maria Sposa. Usando un termine da versioni di programmi di un computer, in Maria 1.0, ho evidenziato il primo aspetto della sponsalità di Maria: l’essere aperta dal Dono di Dio, sapersi amata da Lui e lasciarsi amare dal Signore.

Nel secondo momento, in Maria 2.0, ho parlato di come questa sua consapevolezza ha fatto sì che Lei volesse con tutto il Suo cuore donarsi al Signore e quindi vivere in pienezza la Verginità, appartenere solo a Dio, il Suo grande e unico tesoro. Il Signore, d’altro canto, nella sua infinita provvidenza e onnipotenza, ha rispettato quel desiderio grande e bello del suo cuore e difatti ha mantenuto la sua verginità accanto alla maternità.

La bellezza dell’amore è proprio questa, che può essere puro e integro aprendosi agli altri. L’amore non rimane mai chiuso in sé stesso, non è mai solipsista o narcisista. L’amore vero, quello che discende da Dio, è puro e fecondo, cioè dà vita, genera e rigenera sempre vitalità in sé e negli altri.

Ecco allora che per concludere toccherò il punto di Maria Madre. Siamo in tema perché lunedì scorso abbiamo celebrato la Memoria di Maria Madre della Chiesa e non è affatto un caso che cada proprio l’indomani della Solennità di Pentecoste. Lo Spirito, che ha formato Gesù in Lei, ora La rende perennemente Mamma di un popolo che non ha limite di numero e di paesi.

I riferimenti evangelici della prima parte sono stati: l’Annunciazione, poi la Visitazione e le nozze di Cana ed infine oggi è l’asse Betlemme-Golgota.

Chi ha capito quest’ultimo collegamento è stato il grandissimo artista Michelangelo. Una volta a Roma ebbi la grande grazia di essere tra i ministranti di Papa Benedetto nella Messa di Natale. Ero arrivato con molto anticipo per le prove e mezz’ora prima dell’inizio, ci fecero attendere proprio attorno alla Pietà, perché è da lì dietro che arriva il Papa per iniziare la processione fino all’altare. In tutto quel tempo ho avuto l’occasione davvero unica di contemplare da vicinissimo questa scultura dal valore spirituale immenso. Il volto di Maria è proprio quello di una giovinetta di 15 anni! Come mai l’artista l’ha plasmata così? Mi pare abbia ragione chi vede in tale scelta l’unione dei due momenti della nascita di Gesù e della “nuova” maternità di Maria sul Calvario.

Sotto la croce Maria diventa Mamma di ciascuno di noi quando Gesù le dice: “donna, ecco tuo figlio” (Gv 19,26). La Vergine e Sposa, ora diventa ancora Madre.

Come hanno scritto Mariateresa Zattoni e Gilberto Gillini, “Maria ha avuto due annunciazioni, in forza delle quali è rimasta incinta… la prima è avvenuta a nome dell’Angelo… la seconda avviene ai piedi della croce… Maria è di nuovo incinta di tutti noi, ci porta nel suo grembo” (R. Bonetti – F. Pilloni, La grazia del sacramento delle nozze, Cantagalli, 278).

Da ciò si evince che Maria vuole generare in noi Gesù. Lei si è preso l’impegno di essere madre nostra molto seriamente e vuole con tutto il suo Cuore Immacolato che diventiamo veramente amici di Gesù e Lo seguiamo concretamente nella vita.

Che significato ha questo per voi sposi? Che davvero vi amiate come Gesù ha amato la Chiesa. Che la vostra donazione reciproca profumi di Gesù: un amore che si perdona, che porta pazienza, che serve, che parla bene, che vive nella gioia, che sa anche soffrire… Maria non desidera altro per voi e sa bene cosa significhi perché lo ha vissuto con Giuseppe per tanti anni.

Per finire, vorrei solo ripetere alcune idee che spero vi aiutino a capire di che pasta siamo fatti. La sponsalità appartiene a tutti noi, fa parte del nostro essere persone, chiamate esistenzialmente ad amare ed esser amate.

Maria ci precede come grande e meraviglioso esempio di come si è sposi: si è sposi nella verginità, nel formare una famiglia, nel generare vita biologica o spirituale. La sponsalità quindi risiede nel “dono totale e sincero di sé stessi” (cfr. Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, 13).

In tutto ciò risalta e risplende in noi quell’imprinting, il “marchio di fabbrica”, quel segno intimo che veniamo da un Dio che è Comunione di Persone, le Quali sono solo e sempre Dono di Sé all’Altro, e che siamo davvero Immagine e Somiglianza della Trinità.

Vi auguro che questo mese di maggio, mese mariano, lasci un segno nella vostra vita personale e di coppia e siamo davvero in cammino con Gesù su questa strada meravigliosa che Lui vi ha regalato.

Padre Luca L.C.

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Dio non più fuori ma dentro di noi

PADRE LUCA

Chi ricorda la celebre scena di “Non ci resta che piangere”, quando Mario (Massimo Troisi) e Saverio (Roberto Benigni) vogliono insegnare a Leonardo da Vinci cosa sia il treno? Saverio la mette facile: “Il treno, du’ binari, ma lunghi eh” e Leonardo è un po’ perso.

Se davvero avessimo mostrato a Leonardo il progetto del Frecciarossa 1000, cosa ci avrebbe capito? Con tutto il suo genio, sicuramente più di me ma non penso che poi sarebbe riuscito a combinare qualcosa di serio.

Nell’ultima cena, Gesù dice ai suoi: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso”. Se Gesù l’avesse fatto sarebbe successo come nel film… Vi immaginate i poveri apostoli a sentire parlare delle Due Nature di Cristo in una Sola Persona, o il Dogma dell’infallibilità del Papa o di questioni di bioetica circa lo statuto ontologico dell’embrione…? San Pietro probabilmente sarebbe stato il primo a fare uno dei suoi commenti a caldo.

Ma poi Gesù prosegue e dice una cosa bellissima: “Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità”. Lo Spirito completa l’opera di Gesù.

Sul matrimonio Gesù non è che abbia speso tante parole in effetti. C’è chi ha dubitato che sia un sacramento visti i pochi accenni di Gesù ma in realtà Lui ha fatto l’essenziale con la Sua Presenza a Cana nel terzo giorno… e lì si rivela come lo Sposo, come il nuovo Adamo.

Ma è lo Spirito che porta quella verità a pienezza. È lo Spirito che rende Una Sola Carne due persone così diverse per cultura, carattere, stile di vita, idee…

Lo Spirito fa una cosa straordinaria: rende una sola carne ma al tempo stesso distinti il marito e la moglie. Vi rendete conto che è esattamente quello che succede nella Trinità?

È nello Spirito che il matrimonio umano osa diventare immagine della Trinità. Ecco una delle cose che Gesù ha omesso volontariamente di dire nell’Ultima Cena agli apostoli. È questa la trasformazione che la coppia riceve nel giorno delle nozze: una nuova Pentecoste su di loro.

Sentite che bello il rito al riguardo: “trasfigura, Padre, quest’opera che hai iniziato in loro e rendila segno della tua carità. Scenda la tua benedizione su questi sposi, perché, segnati col fuoco dello Spirito, diventino Vangelo vivo tra gli uomini.”

Lo Spirito vi ha trasfigurato, ha dato una nuova forma al vostro amore ed ora esso “contiene” Dio.

Sappiamo che Dio è ovunque, che ha una Presenza specialissima nell’Eucarestia. Ma è altrettanto vero che Dio è “dentro” l’amore sponsale grazie al ruolo dello Spirito Santo.

Se ci fosse tra noi Don Tonino Bello, vi chiamerebbe “’agenzie periferiche della Trinità”.

Care coppie, anche oggi contemplatevi nello Spirito, che Lui vi guidi e vi conduca ad una sempre maggior consapevolezza di chi siete nella Chiesa.

E lasciatevelo dire, anche se qualcuno di voi magari non ci crede: contenete più Dio voi di un magnifico paesaggio della natura!

Buona festa di Pentecoste!

ANTONIO E LUISA

Anche quest’anno la Pentecoste è arrivata  al momento giusto. E’ stato per tutti un periodo difficile, di grande stress e insicurezza. Per questo la Pentecoste è una festa liturgica importantissima. Per questo è importante venga ogni anno. Ci ricorda che non siamo soli. Ci ricorda che il nostro matrimonio è abitato da Gesù e che lo Spirito Santo è stato effuso in noi con il sacramento del matrimonio ed è continuamente effuso in noi in ogni gesto d’amore che ci regaliamo vicendevolmente.

Lo Spirito Santo è dono che ci permette di farci a nostra volta dono. Lo Spirito Santo prende le nostre lingue, la mia e quella della mia sposa. Due lingue diverse incomprensibili per l’uno e per l’altra.  Non ci si capisce e si resta chiusi ognuno con il desiderio di essere compreso, ma non quello di capire l’altro.  Lo Spirito Santo prende queste nostre lingue e le trasforma nell’unica lingua universale, la lingua dell’amore che è dono di sè e accoglienza dell’altro/a.

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Finché morte non ci unisca ancor di più

PADRE LUCA

Una volta ho celebrato un matrimonio di quelli in cui gli unici a rispondere erano gli sposi e il sagrestano. Il resto delle persone, comodamente seduto, conversava beato durante la Messa. Alla fine, mi si avvicina il padre della sposa, mi fa i rallegramenti e poi dice: “Padre, come mai non hanno detto la frase «finché morte non ci separi»”? Mi sarebbe venuto da chiedergli in quale puntata di Beautiful oppure di Dinasty l’aveva sentito… ma comunque gli ho risposto solo che non era previsto dal rito cattolico.

A proposito di rito ma andiamo a vedere esattamente cosa dice: “Io N., accolgo te, N., come mia sposa/o. Con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita”.

In effetti il matrimonio è per tutti i giorni della nostra vita e allora pare che la morte sia il termine di questo cammino assieme. Ma la festa di oggi, l’Ascensione, e la Resurrezione di cui essa è il compimento, ci dicono che la nostra vita continua, che “siamo nati per non morire mai più” come disse la Serva di Dio Chiara Corbella (1984-2012). Per questo il matrimonio sfocia in Cielo. Ma, attenzione! Non ho detto che il vincolo matrimoniale sia eterno, esso difatti è una grazia per questa vita. Tuttavia, la relazione nuziale non finisce, non si limita a questa vita.

Il Card. Raniero Cantalamessa dice a tale proposito: «Il matrimonio non finisce del tutto con la morte, ma viene trasfigurato, spiritualizzato, sottratto a tutti quei limiti che segnano la vita sulla terra, come, del resto, non sono dimenticati i vincoli esistenti tra genitori e figli o tra amici. In un prefazio dei morti la liturgia proclama: “Vita mutatur non tollitur”, la vita è trasformata, non tolta. Anche il matrimonio che è parte della vita viene trasfigurato, non annullato». (R. Cantalamessa, Gettate le reti. Riflessioni sui vangeli, Piemme 2001). Quindi, parafrasando la battuta del mio amico all’inizio, quella frase, che idealmente gli sposi si dicono, dovrebbe diventare: “finché la morte non ci unisca ancor di più”.

A questo riguardo anche Don Renzo Bonetti esprime lo stesso concetto: “Il tempo degli sposi ha valore di eternità, perché vive ed esprime il mistero della relazione di Dio con l’umanità” e anche “con il sacramento del matrimonio tutto il tempo e la vita degli sposi entrano già nell’eterno” e da ultimo: “le nozze degli sposi sono chiamate ad annunciare, a testimoniare, nei giorni che passano, le nozze già avvenute tra il Verbo di Dio e l’umanità”, (R. Bonetti, Come in terra così in cielo, Porziuncola, Assisi 2017). Mamma mia! Che vertigini! Ci avevate mai pensato che il vostro amore ha qualcosa di eterno? E non è scritto solo in un romanzo Harmony?

Se la vita nuziale ha già sapore di eternità e la morte unisce ancora di più gli sposi, che senso ha allora la festa di oggi? Cioè, dove ascenderete, che fine farete voi come sposi? Voi sposi salirete a una comunione ancora più alta di quella che state sperimentando oggi, voi passerete a vivere assieme a LA comunione per eccellenza: quella con Dio.

Dice il prefazio nella Messa di oggi: “Gesù non si è separato dalla nostra condizione umana, ma ci ha preceduti nella dimora eterna, per darci la serena fiducia che dove è lui, capo e primogenito, saremo anche noi, sue membra, uniti nella stessa gloria” (Prefazio della Messa di Ascensione). Sarete ancora più uniti a Lui in Cielo, un’unione che ora appena appena intuiamo, nel migliore dei casi.

Voi sposi siete a pieno titolo le membra di Gesù, la sua Sposa, il suo Corpo; ed oggi festeggiate il vostro ricongiungimento con lo Sposo, con il Capo.

Capite ora perché non ci sarà più bisogno del vincolo sacramentale? Perché Colui che vi lega e vi unisce è lo stesso Cristo. Il vincolo attuale è una misera ombra di Colui che sarà “tutto in tutti” (1 Cor, 15, 28). Ogni dimensione del vostro amore, tutta la vostra passione, le vostre emozioni, le vostre gioie saranno amplificate al massimo grazie alla presenza viva e reale, personale di Cristo e di tutta la Trinità in voi, attiva dentro di voi in una misura mai sperimentata prima.

Siccome Amoris Laetitia dice che voi sposi siete chiamati alla via mistica dell’unione con Dio (cfr. n° 316), adesso vi invito a fare una contemplazione della Parola e un esercizio.

L’esercizio che vi propongo è di provate a pensare a qualche momento di particolare intensità del vostro amore, quando vi è parso di toccare il Cielo con un dito. Cercate di visualizzare il più possibile quel momento, le circostanze, il motivo di quell’esperienza… Bene, quello è nulla in confronto con la potenza di amore che Cristo vi donerà in Cielo.

E perciò, provate poi a contemplare il vostro amore trasfigurato e in pienezza nella Vita con Dio e condividetevi le vostre riflessioni, i vostri pensieri: come sarà il nostro amore quando Cristo sarà tutto in noi? Come ci ameremo? Come ci abbracceremo? Come ci guarderemo di là?

Buona contemplazione, lo Spirito vi guidi e il Signore vi renda sempre più ferventi e pieni di gioia di essere assieme sulla via che porta Lassù.

ANTONIO E LUISA

Non avevamo mai considerato quanto ha scritto padre Luca. A pensarci bene però è vero, quando entreremo nella vita eterna saremo ancora più uniti tra noi. Ciò che ci porteremo dietro alla fine sarà l’amore e l’amore tra due sposi è tra i più profondi e completi. Nonostante il vincolo non ci sarà più.

Volevamo porre l’attenzione su un’altra realtà. C’è un momento in cui due sposi possono già su questa terra avere un assaggio della pienezza della vita eterna. L’abbraccio può essere un momento di paradiso, di ritorno alle origini, dove il peccato non aveva ancora corrotto i nostri cuori e tutto era puro, pieno e perfetto. L’abbraccio, e ricordate che l’amplesso è il più profondo e intimo abbraccio, anche se per pochi istanti può farci riassaporare l’infinito e la perfezione. Un istante che non vorremmo finisse mai. Un eterno presente dove non abbiamo bisogno di nulla se non di gustare quella pienezza meravigliosa. Non è forse questo il paradiso, un abbraccio eterno con Gesù.

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Maria Sposa 2.0.

Cari sposi,

continuiamo con il secondo appuntamenti su Maria Sposa. Nel precedente articolo ho esordito dicendo che Maria è Sposa anzitutto perché vuole essere Vergine, cioè vuol accogliere il dono di Dio, essere solo di Lui. Il momento clou di questa sua condizione è l’Annunciazione, quando Lei disse di sì al Signore, nonostante il “rimescolamento delle carte” nella sua vita. Ho quindi voluto sottolineare come tutto parte dal ricevere un Dono, dall’essere aperti ad accoglierlo. Questo aspetto è fondamentale per capire come Maria è Sposa e lo è anche prima dell’Annunciazione.

Ora facciamo un ulteriore passo in avanti e vediamo che il Signore ha fecondato il suo desiderio di amare molto concretamente in un luogo e con persone ben precise. Probabilmente Maria non avrebbe mai immaginato che un giorno sarebbe partita da Nazareth, un paesino di qualche centinaio di abitanti (senz’offesa ma mi viene in mente Frittole, del film “Non ci resta che piangere”); che avrebbe fatto più di una volta il giro di Israele da nord a sud; che sarebbe fuggita in fretta e furia in Egitto e che da anziana avrebbe preso una barca fino alla lontanissima Efeso…

Il Signore l’ha presa in parola, ha preso sul serio quel suo cuore grande e l’ha messa in condizione di amare davvero Gesù, Giuseppe, gli apostoli, i primi cristiani e tante tante persone che di sicuro l’hanno voluta incontrare e parlare con Lei.

Il punto qui è l’offerta: Maria si offre perché sa di essere amata, Maria si dona pienamente nel cammino su cui il Signore l’aveva messa perché “l’amore non si paga che con sé stesso” (san Giovanni della Croce).

Non so voi ma io quanti progetti sulla mia vita mi sono fatto! E tutte cose ottime, per carità! Ma, tanto per dire, ora il Covid è stato un po’ come l’onda marina che ha disfatto il tuo castello di sabbia, elaborato con tanta cura. È necessario ora, con realismo e pazienza, mettersi in ascolto di cosa vuole il Signore e come vuole che mi doni in queste nuove circostanze.

A Maria è successa una cosa simile, tante e tante volte nella vita e ugualmente si è offerta con amore e ha accolta la Volontà di Dio.

Due momenti lampanti in cui Maria si dona e si fa avanti sono: Ain Karim, quando visita sua cugina Elisabetta e poi Cana di Galilea, durante il matrimonio a cui lei e Gesù vennero invitati.

In entrambe le circostanze Maria fa due gesti di cura, di amore, di servizio senza essere stata interpellata, senza che nessuno glielo avesse chiesto. Visita sua cugina per mettersi a suo servizio negli ultimi mesi di gravidanza e forse anche dopo il parto; si accorge di una mancanza imbarazzante e imperdonabile al menù del banchetto nuziale e risolve magistralmente l’impaccio.

Essere sposa per Maria è questo: dare, donarsi, amare, servire, offrire, farsi avanti, mettersi a disposizione, ascoltare. È talmente grande il cuore di Maria che Gesù ha visto bene di farci entrare tutta la Chiesa e quindi ciascuno di noi con la nostra storia personale.

Cari sposi, impariamo da Lei ad amare, chiediamo la sua mediazione e intercessione se riscontriamo in noi ferite e chiusure per amare bene il nostro coniuge e la nostra famiglia. Chiediamole un cuore magnanimo e generoso come il Suo.

Padre Luca Frontali L.C.

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Restiamo sposi

PADRE LUCA

Una volta mi sono trovato a celebrare un matrimonio di due “pischelli”, come si dice a Roma. Lui 20 e lei 19. Ho esordito così: “quale coppia è più bella secondo voi: una di quelle uscite da «Matrimonio a prima vista» oppure i nonnini che sono giunti alle nozze di diamante?”. I due si sono guardati, poi si sono girati verso l’assemblea e infine la sposa timidamente rispose: “beh, direi quelli più anziani”. E mi venne da ridere.

Nella mia comunità, i miei confratelli mi prendono in giro perché quando guardiamo assieme un film sono quello che commenta: “questo attore è sposato con tizia… la protagonista nella vita reale ha avuto due figli… questo qua ha fatto tale ruolo in quell’altro film” e vengo immediatamente e coralmente zittito. In effetti mi incuriosisce vedere il cast dei film che guardiamo e ciò che noto è che negli studios di Hollywood ci si toglie in fretta l’anello. Vale sia per i più divi come per quelli meno famosi: quasi tutti hanno vite matrimoniali molto brevi. La durata è davvero di qualche anno (se va bene). Ma nemmeno noi del Bel Paese ci salviamo… nel 2014 l’Istat diceva che ci si separa in media dopo 16 anni ma per l’ultimo censimento di fine 2019 addirittura i matrimoni in chiesa sono stati superati per la prima volta nella storia da quelli civili. “Matrimonio finché mi pare” batte “matrimonio per sempre” 1 a 0.

A proposito di matrimonio, nel Vangelo di oggi Gesù dice ai suoi amici: “rimanete”. Ma che bello! È una frase proprio da persone che si vogliono bene. Gesù prova davvero tanto affetto per gli apostoli, ben sapendo che lo avrebbero tradito. Sta chiedendo a loro: “restate con me, non staccatevi, restiamo sempre amici, vogliamoci sempre bene…”.

È proprio dell’amore il rimanere, il restare! Non so voi, ma io non mai visto scritto su un muro o sul marciapiede: “Ti amerò per altri 10 anni” oppure “voglio stare con te fino al 2029”. Al contrario, ho sempre letto frasi che parlano di eternità, di infinito, di sconfinatezza… perché questo è l’amore. “Lo strinsi fortemente e non lo lascerò” (Ct 3, 4) dice l’amata all’amato nel Cantico dei Cantici.

Tutti partono bene nel matrimonio, la sensibilità è alle stelle, non si vede l’ora di stare semplicemente assieme senza dover fare chissà cosa, qualsiasi discorso va bene. Ma poi passa il tempo… i figli, il lavoro, le preoccupazioni, i soldi, lo stress della vita…  si sa, fanno ridimensionare le aspettative.

Cosa è più facile dire: ti amo (adesso), oppure ti ho amato finora? L’amore vero è quello perseverante, che sa rimanere, sa durare nel tempo.

Il regista Mike Nichols del celebre film “Il laureato”, con Dustin Hoffman come protagonista, non volle farne il seguito proprio perché sarebbe risultato estremamente noioso far vedere la vita di una coppia stabile. Se la rottura di un legame può sembrare originale, lo stare sempre insieme invece è insipido. Eppure, non c’è niente di più faticoso ma anche appassionante del vivere la quotidianità dell’amore non certamente in modo superficiale e passivo. Questo non lo vuole nessuno. Ma una vita di coppia gioiosa e felice per 30,40,50 è davvero, umanamente parlando, un’impresa notevole e degna di stima e ammirazione!

Torniamo al vangelo. Mi piace dare questa lettura al testo di oggi. Prova ad immaginare che ci siete voi due nell’Ultima Cena con Lui. E Lui vi dice: “cari sposi, rimanete nel mio amore! Io già sono rimasto in voi dal momento della celebrazione, ora chiedo a voi di restare con me”. Non è meraviglioso?

C’è una specie di reciprocità tra noi e Gesù. In più di una occasione sono stati i discepoli a chiedere di restare con Gesù. Pensa ad Emmaus e sul Tabor “facciamo tre tende” (Mt 17, 4). Ma adesso è Lui che chiede di restare con noi. Ci vuole proprio bene Gesù! E questo vale in modo speciale per gli sposi.

Infatti, “Il dono di Gesù Cristo (nel matrimonio) non si esaurisce nella celebrazione del sacramento del matrimonio, ma accompagna i coniugi lungo tutta la loro esistenza. Lo ricorda esplicitamente il Concilio Vaticano II, quando dice che Gesù Cristo «rimane con loro perché, come Egli stesso ha amato la Chiesa e si è dato per lei” (Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio 56). Ecco qui un bellissimo collegamento al Vangelo di oggi con il sacramento del matrimonio.

Cari sposi, Gesù è davvero tanto contento di essere rimasto con voi per tutti gli anni del vostro matrimonio, tanti o pochi che siano. Non importa se il vostro amore non è perfetto o non è così “mozzafiato” come agli inizi. L’importante è essere consapevoli che Lui è con voi per continuare a soffiare sulle braci del cuore e a ravvivare la donazione quotidiana. Restate con Lui perché Lui è sempre stato con voi.

ANTONIO E LUISA

Noi festeggiamo tra poco più di un mese i nostri diciannove anni di matrimonio. Siamo durati quindi oltre la media. Abbiamo scollinato i fatidici 16 anni che secondo la ricerca menzionata da padre Luca è il momento della separazione. A parte gli scherzi è bellissimo sapere e avere fiducia che l’altro ci sarà sempre per noi.

In questi anni ce lo siamo dimostrato diverse volte. Ogni crisi è stata un’occasione per rilanciare e per metterci qualcosa in più: in amore, in determinazione, in capacità di sacrificio e, soprattutto, in fede. Quando le cose sembravano mettersi male ci siamo fidati ed affidati e non siamo mai rimasti delusi.

Come diceva un sacerdote che abbiamo ascoltato un po’ di tempo fa: se arriverete a dirvi che non vi amate più significa che non vi siete mai amati. C’era sentimento, passione, magari grandi emozioni, ma alla prova dei fatti, quando c’era bisogno di metterci soprattutto volontà e sacrificio vi siete tirati indietro.

Come ha concluso padre Luca: Restiamo con Lui perché Lui è sempre stato con noi.

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