Sposi, campo di semina privilegiato

Cari sposi, spero che vi sia toccato, almeno una volta nella vita di visitare i Musei Vaticani, una galassia di opere d’arte meravigliose. Tra le svariate cose presenti, vi è la Galleria degli Arazzi, contenuti in un magnifico corridoio dove sono esposti i capolavori della “Scuola Nuova” di origine fiamminga e tessuti nel XVI secolo, raffiguranti episodi evangelici.

Una volta partecipai ad una visita speciale, guidata da una guida romana di lunga data e, soffermandoci proprio sugli arazzi, fece una cosa che normalmente non avviene nei tour. Ci permise, infatti, di sbirciarli da dietro per renderci conto della quantità di fili colorati e la complessità del lavoro implicato. In realtà, a me rimase impresso quel momento soprattutto per il valore simbolico: l’arazzo è un po’ come la nostra vita, nel quale il Signore agisce secondo un progetto meraviglioso. A noi la scelta se guardare, il lato nobile, pienamente comprensibile, o quello posteriore, a prima vista, scollegato dal primo.

Come fare a guardare la nostra vita secondo il progetto di Dio? Tutto parte dall’ascolto della Parola. Già, l’ascolto. Fiumi di inchiostro si sono spesi per sviscerare questo argomento in chiave interpersonale ma meno nei confronti del Signore, tanto che questa del seminatore è un po’ la “madre” di tutte le parabole, perché senza l’ascolto della Parola non si può iniziare ad essere discepoli. Così, oggi Gesù esprime tutto il suo desiderio profondo di aprire la nostra mente e il nostro cuore perché finalmente possiamo entrare in piena empatia e dialogo con Lui.

Quanto è importante questo! Personalmente ho incontrato svariate coppie che vivono a digiuno della Parola di Gesù, cioè non “sentono” e non “vedono” i gesti di Gesù che ogni giorno tenta di connettersi con loro. Gesù è uno Sposo innamorato matto di ciascuna di voi coppie, si è già unito a voi sacramentalmente per cui vi considera realmente come la sua Sposa. E da Sposo affascinato dalla Sposa vorrebbe ogni giorno avere con lei un colloquio intimo, affettuoso. Ve ne rendete conto di Chi vi sta parlando e quanto ci tiene anche solo a un saluto, un atto di affidamento, una richiesta di aiuto…?

Parliamo qui di un rapporto sponsale con Gesù, in coppia, non solo a livello personale. Vediamo allora come, in base alla parabola del Vangelo la coppia può porsi in relazione alla Parola viva che è Cristo.

Una coppia può essere “strada”. Vuol dire che è chiusa, impenetrabile alla Parola. Ci sono eventualmente peccati gravi od ostacoli alla Grazia che rendono il sacramento del matrimonio bloccato e non fruttuoso.

Oppure una coppia può essere “terreno sassoso”, che si traduce in una vita spirituale superficiale, mediocre, rendendo il rapporto con lo Sposo epidermico, saltuario e quindi le difficoltà, invece di rafforzare, indeboliscono il legame con Lui.

Infine, ci sono le coppie immerse dai “rovi”. Se ci fate caso i rovi non crescono mai sulla strada e nemmeno tra i sassi, perché si seccherebbero con il sole, ma cercano la buona terra. Forse questo è il caso più comune: coppie che si sforzano di vivere con Gesù e in Gesù la propria vita nuziale ma ecco che arrivano un sacco di distrazioni (dicasi il lavoro, il mutuo, i figli da crescere, la salute di papà e mamma…) ed esse finiscono col prendere il sopravvento. Per chi ha un minimo di dimestichezza con l’orto, sa che le erbacce (a cui possiamo accomunare tranquillamente i rovi) sono di fatto ineliminabili, o meglio, dobbiamo sempre sradicarle e toglierle al tempo stesso che coltiviamo le verdure e i frutti. Così è la vita di coppia con Gesù, è un continuo cercarLo, ascoltarLo, parlarGli e al tempo stesso coabitare pazientemente con ciò che vorrebbe allontanarcene.

Finisco con un accenno alla prima lettura che si coniuga molto bene con il Vangelo. Lo Sposo ha mandato in voi la Sua Parola e non cessa di agire ed operare in voi affinché Essa dia frutto. Questo vi basti per non scoraggiarvi mai per tutti gli ostacoli che ci sono sul cammino, certi di poter coronare il vostro sogno: crescere ogni giorno nell’amore e in una relazione vitale con lo Sposo.

ANTONIO E LUISA

Vogliamo collegarci alla riflessione di padre Luca relativa ai rovi. Noi lo abbiamo capito soprattutto nei momenti difficili: se Cristo non è davvero al centro, prima o poi tutto diventa pesante, e alcune prove sembrano semplicemente impossibili da sostenere. Il matrimonio chiede un abbandono profondo: affidare all’altro il proprio cuore, il corpo, le fragilità, la vita intera. Ma quando arrivano ferite, incomprensioni e dolori che ti buttano a terra, anche l’amore più sincero può smarrirsi. Si comincia ad accusarsi, a difendersi, a cercare colpevoli. Il dolore diventa risentimento e la distanza cresce. Noi sappiamo che, senza una relazione concreta con Gesù, anche due persone che si sono amate davvero possono finire per separarsi dentro, molto prima di farlo fuori. Cristo non elimina le prove, ma impedisce che abbiano l’ultima parola. Ci ricorda chi siamo, ci insegna a perdonare e ci dà una forza che, da soli, semplicemente non avremmo.

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Faticando assieme a Cristo

Cari sposi, oggi Gesù ci mette davanti un oggetto ormai relegato a vecchie case di campagna o ai musei della civiltà contadina. Il giogo, strumento fondamentale per realizzare l’aratura dei campi, oggi totalmente rimpiazzato da trattori e aratri meccanizzati. Perché mai Gesù parla di “giogo”? Come ci insegna San Paolo, esso era il simbolo di tutta la legge ebraica a cui ogni fedele era chiamato ad osservare. Se noi ci lamentiamo dei 10 comandamenti, figurarsi gli ebrei con i 613 mitzvòt da mettere in pratica! È chiaramente quasi impossibile ma appunto questo era il piano di Dio, cioè, mettere in evidenza la nostra debolezza, non per umiliare ma per condurci a riconoscere la nostra fragilità.

Fin qui, in due parole, il senso originale del simbolo del giogo. Eppure, esso ha un potentissimo valore nuziale e, preso nel contesto del cap. 10 e 11 di Matteo, offre una connotazione stupenda per voi sposi. Poco prima Gesù ha appena detto che la rivelazione del Mistero di Dio, cioè della relazione tra Padre e Figlio nello Spirito non è una conquista personale ma un dono gratuito e libero di Dio stesso. Non è il solo sforzo umano che può farci entrare in Dio ma è Lui che ce lo concede perché è infinitamente buono e misericordioso.  

Chi è che ha la chiave per accedere alle intimità della Trinità se non voi sposi, che Ne siete l’immagine? Voi che avete il dono di riflettere le caratteristiche dell’unità e distinzione di Dio, con la vostra unione tra uomo e donna? Questo non avviene ipso facto per essere credenti o per essersi sposati in chiesa e quindi formar parte dei “bravi” ma bisogna prima divenire poveri in spirito. Difatti, chi sono le persone per cui Gesù oggi gioisce e si rallegra di avere attorno a sé? Sono gli afflitti, gli stanchi, gli sfiniti, quelli che stanno toccando il fondo ed accettano di essere aiutati, coloro che hanno compreso di non bastarsi più e quindi di dover essere sollevati da un Altro.

L’abbiamo sentito anche qualche giorno fa, nella festa di S.Tommaso. Un Padre della Chiesa, San Gregorio Magno, commentava così la vicenda che ben conosciamo del dubbio di fede dell’apostolo: “La clemenza del Signore ha agito in modo meraviglioso, poiché quel discepolo, con i suoi dubbi, mentre nel suo maestro toccava le ferite del corpo, guariva in noi le ferite dell’incredulità. L’incredulità di Tommaso ha giovato a noi molto più, riguardo alla fede, che non la fede degli altri discepoli” (Omelia sui Vangeli, n. 26).

Ecco allora che il “giogo” si comprende qui come una magnifica chiave ermeneutica del matrimonio, soprattutto laddove si sperimenta fatica, stanchezza, routine. Non può non essere che così perché la parola “coniugio”, sinonimo di matrimonio, infatti, è il portare assieme il giogo, “cum-iugum”. Subito si può pensare che voi facciate le veci dei buoi, tuttavia, il paio è formato anzitutto da Cristo Sposo e poi ci siete voi coppia come Sua Sposa: Gesù cammina e si “affatica” con voi!

Vediamo, perciò, uno che ha capito bene di essere, con la propria moglie, unito sacramentalmente a Cristo nel matrimonio. Si tratta di Tertulliano, uno dei teologi dei primi secoli: “Come sarò capace di esporre la felicità di quel matrimonio che la Chiesa unisce, l’offerta eucaristica conferma, la benedizione suggella, gli angeli annunciano e il Padre ratifica?… Quale giogo quello di due fedeli uniti in un’unica speranza, in un’unica osservanza, in un’unica servitù! Sono tutt’e due fratelli e tutt’e due servono insieme; non vi è nessuna divisione quanto allo spirito e quanto alla carne. Anzi sono veramente due in una sola carne e dove la carne è unica, unico è lo spirito» (Tertulliano «Ad uxorem», II; VIII, 6-8: CCL I, 393)”. Così, voi coppia formate una sola carne per poi divenire uniti a Cristo nel matrimonio. Ogni volta che percepite la fatica di stare assieme e tirare avanti la baracca della coppia e della famiglia, pensate questo: Lui sta spingendo molto più di voi, sudando e soffrendo con voi ogni giorno, e la cosa bella è che non vi mollerà mai.

ANTONIO E LUISA

Lo sposo e la sposa uniti dal giogo di Gesù non si guardano negli occhi, ma per procedere devono guardare avanti, guardale l’obiettivo, la meta. Sicuramente ci sarà chi dei due tirerà di più, chi avrà più forza, più fede e più convinzione, ma questa è la cosa bella che tra due sposi va bene anche così. Non si deve per forza dividere lo sforzo a metà ma chi è più forte sarà lieto di donarsi completamente mentre chi è più debole e tira meno, a sua volta, per amore, cercherà di darsi totalmente per tirare più forte e non essere di peso all’altro.

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Un solo Sposo

Cari sposi, non so a voi ma a me, di primo acchito, sembra che il Vangelo di oggi abbia toni un tantino settari. A prima vista, Gesù ci sta chiedendo di isolarci di ogni legame naturale per concentrarci solo ed esclusivamente su di Lui, in una relazione polarizzata ed escludente. Ma, gira e rigira, per quanto si cerchi di dare giustificazioni ai toni perentori di Cristo, una delle chiavi di più corrette per comprendere le sue parole odierne, resta quella nuziale.

Se, infatti, Cristo è lo Sposo della Chiesa, come asserisce chiaramente San Paolo in Efesini 5, e vuole unirsi totalmente a ciascuno di noi, in un legame eterno, è chiaro che Egli desideri ed aspiri ad una appartenenza reciproca totalizzante. L’abbiamo contemplato di recente nella Solennità del Sacro Cuore, in cui Egli ci dona tutto sé stesso, con il Suo Cuore offerto a noi sul palmo della Sua mano e che chiede umilmente di essere ricambiato. Perciò Gesù ci invoca di collocarlo nella parte più profonda del nostro animo, quella che non si condivide con nessuno.

Detto questo, ci addentriamo nell’oceano della teologia spirituale e mistica, che per noi cattolici è assai arricchita da giganti come San Giovanni della Croce, Santa Caterina da Siena, Santa Teresa D’Avila, Edith Stein… tutti autori che parlano di Gesù come lo Sposo dell’anima. In particolar modo, San Giovanni della Croce, approfondisce il concetto di “cuore indiviso” nella sua opera straordinaria, la “Fiamma d’amor viva” in cui egli spiega che nel fondo dell’anima esiste un recesso che appartiene solo a Dio e che nessuna persona e tantomeno cosa può comprendere: “Dio dimora in segreto nel seno dell’anima… Perché in quell’anima in cui non abita alcun appetito né altre immagini o forme di cose create, lo Sposo abita in modo totalmente segreto, con tanto maggiore intimità e tanto più strettamente quanto più l’anima è pura e vuota da ogni altra cosa che non sia Dio” (Strofa 4, 14).

Fin qui, umanamente parlando, ci sta di affermare che, in un rapporto nuziale, ci debba essere una certa esclusività. Ma nel caso di Gesù la cosa va ben oltre, perché il suo voler appartenere a noi e l’anelito di essere corrisposto non sono una Sua necessità! Dio è eternamente felice e completo nei propri rapporti trinitari! Perciò, se Gesù ce lo chiede, è solo e unicamente per il nostro bene, per la nostra felicità.

Gesù non viene a impoverire le relazioni sacrosante che prima ho menzionato (padre/madre, fratello/sorella, figlio/a) ma vuole metterle in ordine. Se Lui abita in fondo al nostro cuore, là dove solo c’è spazio per una persona, allora tutte le altre relazioni trovano equilibrio e consistenza, perché Dio solo è la fonte di ogni amore autentico. Provare per credere!

E allora, tutti i problemi di gelosia all’ordine del giorno dovuti alla presenza di nuore e suocere in famiglia; patemi d’animo con parenti vari; quanto tempo dedichi ai nipotini rispetto al coniuge, se non al cane e gatto di turno… vengono surclassati alla luce di come Cristo mi ama e di come mi fa ristrutturare e riplasmare i miei rapporti, dando il giusto peso ad ogni cosa. Cari sposi, non abbiate paura a lasciare a Gesù Sposo il posto d’onore nel vostro cuore. Come disse Papa Benedetto iniziando il suo Pontificato: “non abbiate paura di Cristo! Egli non toglie nulla, e dona tutto. Chi si dona a lui, riceve il centuplo. Sì, aprite, spalancate le porte a Cristo – e troverete la vera vita” (Omelia, 24 aprile 2005).

ANTONIO E LUISA

Dio non è geloso come lo siamo noi, quando vogliamo possedere qualcuno. Dio non chiede il primo posto per togliere spazio agli amori umani, ma per salvarli. Sa che, se mettiamo sulle persone il peso di essere il nostro tutto, prima o poi le soffochiamo o restiamo delusi. Un coniuge, un figlio, un genitore non possono diventare il nostro dio. Solo l’amore di Dio è abbastanza grande da reggere la nostra fame di infinito. Per questo Gesù è esigente: non perché disprezzi la famiglia, ma perché vuole renderla libera. Quando viviamo radicati nel suo amore, smettiamo di amare per bisogno, controllo o paura di perdere. Possiamo amare gratuitamente, senza pretendere che l’altro ci salvi. Allora anche la croce diventa feconda: non sacrificio sterile, ma dono. E perfino un bicchiere d’acqua dato con amore diventa eterno.

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Il prezzo della coppia

Cari sposi, Gesù ci invita a non temere ciò che è esterno a noi. Chiaramente è la prima cosa che vediamo e che ci spaventa: il pericolo di una guerra, di una crisi economica, di una pandemia… Ma Gesù ci invita a guardare oltre le circostanze, per quanto siano concrete le conseguenze sulla nostra pelle. Sebbene i TG non ne parlino, sappiamo del silenzioso genocidio dei cristiani in Nigeria ed anche di testimonianze commoventi di martirio di tanti di loro che hanno preferito morire piuttosto che abbandonare Cristo.

Sorprende che Gesù faccia una netta distinzione tra una paura umana che in fin dei conti condanna ed una paura buona, lecita. Ma come si fa a dire a una persona: “non avere paura” dinanzi a un pericolo? In effetti la paura è un’emozione primaria di difesa, attivata dalla percezione di un danno, reale o presunto, la quale attiva un meccanismo che cerca la sopravvivenza. Quindi non si possono comandare a bacchetta le emozioni e sentimenti, esse vanno e vengono e le possiamo solo riconoscere.

Ma se c’è Uno che sa come è fatta la persona umana quello è proprio Nostro Signore, pertanto, ben consapevole di tutto ciò, come mai per ben 3 volte ci dice “non avere paura” riferendosi addirittura alla morte? La risposta viene guardando piuttosto a quello che invece dovremmo davvero temere di perdere: la Grazia, la vita eterna, la relazione con Cristo.

Cioè, il timore di cui parla Gesù non ha niente a che vedere con quello che oggi la cultura e la mentalità imperante ci incutono. Recentemente l’OMS ha commentato che l’ansia è proprio uno dei 3 problemi a cui le persone vogliono risolvere ricorrendo a specialisti. In effetti è soprattutto il mondo social a farci sentire il peso e la pressione di non deludere chi ci sta attorno, di essere performanti nell’aspetto esteriore (vestito, fisico) o di possedere certi oggetti ritenuti indispensabili. Questo genera ansia, nonché paura di non essere all’altezza delle aspettative altrui e non viene certamente da Dio ma da un sottile egoismo, dalla vanità di voler apparire in un certo modo davanti agli altri.

Gesù vi contrappone un timore buono, sano, che viene dallo Spirito; esso non teme castighi di Dio perché Dio è Padre ed è per questo che ne teme piuttosto la separazione. La “sana paura” di perdere la fede o la carità non è ansia nevrotica ma vigilanza nell’amore. È il timore di diventare indifferenti, di scivolare nella tiepidezza, di non corrispondere all’amore di Chi ha dato tutto per noi. Essendo un dono dello Spirito, il timore, produce frutti quali l’umiltà di riconoscere i propri limiti evitando la presunzione, la vigilanza operosa fatta di preghiera e di sacramenti e, soprattutto, una profonda pace del cuore.

Tra marito e moglie ci possono essere paure di vario tipo: paura che il coniuge non cambi e migliori mai; oppure paura che possa peggiorare il suo modo di essere; paura di non farcela economicamente; paura per i figli, per la salute, per il lavoro…

L’esperienza insegna che non abbiamo certezze assolute sulle cose materiali che pur ci servono e ci fanno molto comodo. Eppure, la storia della Chiesa, anche recente e senza andare così indietro, mostra che quando una coppia sa di essere unita in Cristo e di essere stata acquistata a caro prezzo sulla Croce, affronta le paure diversamente. Umanamente parlando si sentono ancora, sono lì ben presenti ma le si affronta con un altro sguardo e un altro atteggiamento interiore.

Quando penso a questo timore di cui parla Gesù mi sovviene la testimonianza di una moglie che scoprì la relazione extraconiugale del marito. Dopo tanto litigare e tentare di rilanciare il loro matrimonio, lui decise di andarsene di casa. Questa donna non si agitò, non perse il controllo della sua vita ma rispettò la sua decisione ed ebbe il coraggio di dirgli: “vai pure, solo ti chiedo di non lasciare il Signore”. Una frase rimasta scolpita nella mente del marito e che, a distanza di tempo, fu l’inizio della sua conversione e della rinascita della coppia. Cari sposi, il vostro sacramento nuziale era contenuto in quel Sangue e Acqua usciti dal Cuore di Cristo. Rimanendo in Lui non potete andare persi ma perseverare uniti nell’Amore.

ANTONIO E LUISA

La paura non è un nemico da eliminare. È una realtà profondamente umana che Dio stesso ha posto dentro di noi per proteggerci dai pericoli e aiutarci a riconoscere i nostri limiti. Senza paura saremmo imprudenti, incapaci di valutare i rischi e di custodire la nostra vita. Il problema nasce quando la paura smette di essere una sentinella e diventa una prigione. Quando non ci aiuta più a discernere, ma ci impedisce di vivere. Quando per paura di soffrire non amiamo più, per paura di sbagliare non scegliamo più, per paura di essere feriti non ci doniamo più.

Nessuno riesce a vincere davvero la paura contando soltanto sulle proprie forze. Possiamo controllarla per un po’, possiamo nasconderla, ma prima o poi ritorna. È la relazione con Cristo che cambia tutto. Non perché cancella magicamente le nostre fragilità, ma perché ci permette di attraversarle senza esserne schiacciati. Quando sai di essere amato da Dio così come sei, senza doverti guadagnare il Suo affetto, qualcosa dentro di te cambia. Anche nei giorni in cui ti senti fragile, inadeguato o confuso, rimane una certezza: non sei solo. C’è un Padre che ti sostiene, che non ti abbandona e che continua ad amarti anche quando fai fatica ad amare te stesso. Per questo il coraggio cristiano non è assenza di paura. È scegliere di andare avanti nonostante la paura, tenendo la mano di Cristo.

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Comincia dalla tua casa

Cari sposi, il tempo post-pasquale, con le sue solennità proprie, è concluso. Ora inizia un lungo tempo ordinario in cui siamo sfidati a mettere in pratica, nell’ordinario – a volte così monotono – le grandi lezioni che Gesù ci ha testimoniato e indicato per vari mesi: la Quaresima, la Risurrezione, l’Ascensione, la Pentecoste, la Trinità, il Corpus Domini, il Sacro Cuore… Se siamo onesti, anche noi, alla luce della contemplazione di quanto ha operato Gesù in ciascuna di quelle ricorrenze ha fatto per ciascuno di noi, possiamo esclamare, come leggiamo nella Prima Lettura: “Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me”. Siamo davvero benedetti e amati da Gesù! E la Parola di oggi è in piena sintonia con questo pensiero.

In questo tempo di inizio estate gran parte dei nostri territori è allietato da grandi distese di campi di grano, ormai pronto alla mietitura; è bello constatare che le parole di Gesù sono di fatto state pronunciate in questo periodo. Ecco allora che Lui utilizza tale immagine per concludere: “la messe è molta, gli operai sono pochi”. Oggi disponiamo di grandi trebbiatrici che in poche ore possono mietere ingenti estensioni di campi, ma all’epoca il lavoro era tutto manuale, a base di falcetto e olio di gomito. Ma l’idea sottesa è comunque identica: le necessità della Chiesa sono sconfinate: dalla pace, alla giustizia sociale, all’impellenza dell’evangelizzazione, alla crisi educativa, alle incognite dell’intelligenza artificiale… come ci ha segnalato la recente enciclica Magnifica humanitas.

Cosa fa Gesù dinanzi ad una missione immane e sovrumana? Chiama per nome dodici persone, non proprio i maggiori leaders di quel momento… non c’era nessun imperatore romano tipo Augusto, nessun filosofo greco del calibro di Platone o Aristotele, nessun capo militare somigliante ad Alessandro Magno… ma che razza di squadra ha composto Gesù se voleva portare il Vangelo in tutto il mondo?

Lui chiama persone che ha incontrato predicando nella sua terra natale, la Galilea e ha convocato pescatori, esattori di tasse, ribelli nazionalisti… gente del popolo, semplice, persone che, se non fosse stato per Lui, sarebbero rimaste sepolte nell’anonimato più totale.

Cari sposi, Gesù ha chiamato voi due sposi per rendervi partecipi della Sua missione sublime, predicare e testimoniare il più grande Amore possibile, l’unico capace di donare vita. E indicando la missione fissa anche alcuni criteri semplici: inizia da casa tua, dalla tua gente. Non li manda in trasferta ai 4 punti cardinali, quello verrà dopo con la Pentecoste. Ora Gesù chiede di concentrarsi sui rapporti più stretti, quelli più costosi e difficili, che richiedono il maggior grado di autenticità. Bello sostenere gli studi di bambini africani, lodevole contribuire alla creazione di un ospedale in India… molto più esigente vivere il Vangelo con il coniuge.

Quando Madre Teresa di Calcutta ricevette il Nobel per la pace nel 1979 lei pronunciò quella celebre frase: “Cosa puoi fare per promuovere la pace nel mondo? Vai a casa e ama la tua famiglia”. È lo stesso principio di Gesù nel Vangelo odierno. Lo disse chiaramente San Giovanni Paolo II parlando a tutti i vescovi latinoamericani: “Fate ogni sforzo affinché vi sia una pastorale della famiglia. Dedicatevi a un settore così prioritario, con la certezza che l’evangelizzazione nel futuro dipende in gran parte dalla «Chiesa domestica». È la scuola dell’amore, della conoscenza di Dio, del rispetto alla vita, alla dignità dell’uomo”.

Cari sposi, Gesù vi ha insignito di una vocazione meravigliosa, rendendovi sposi nel sacramento nuziale. In voi c’è un tesoro inesauribile di grazia per iniziare ad amare nella semplicità della casa, educando i vostri figli, testimoniando un amore fatto di vera concretezza, il solo che può essere la miccia per accendere l’evangelizzazione. Non temete perché lo Sposo è con voi e cammina quotidianamente con voi.

ANTONIO E LUISA

Per anni ho pensato che la missione degli sposi consistesse soprattutto nel fare: impegnarsi in parrocchia, partecipare ai gruppi, fare volontariato, organizzare incontri, testimoniare con le parole. Tutte cose belle e preziose. Ma col tempo ho capito che la prima e più importante missione degli sposi è un’altra: essere sposi. Dio non ci ha chiamati anzitutto a svolgere attività, ma a vivere fino in fondo il sacramento del matrimonio. La nostra vocazione è amarci, donarci reciprocamente, custodirci, perdonarci, sostenerci e rendere visibile l’amore di Cristo attraverso la nostra vita quotidiana.

Se trascuriamo questa missione fondamentale, rischiamo di fare molte cose per Dio dimenticando il dono che Dio ci ha affidato. Quando invece mettiamo al centro il nostro essere sposi, tutto il resto trova il suo posto. Anche il servizio, l’evangelizzazione e l’impegno ecclesiale diventano fecondi, perché nascono da un amore vissuto e non semplicemente da un’attività svolta. Il primo apostolato degli sposi è il loro amore.

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RendeteMi visibile

Cari sposi, siamo giunti, in un certo senso, alla sintesi dell’anno liturgico. Se la Pasqua rimane la celebrazione fondamentale per noi cristiani, è altrettanto vero che l’Eucaristia è la “fonte e apice di tutta la vita cristiana” (Lumen gentium 11). E così, la Chiesa ha collocato saggiamente tale solennità dopo la Pasqua, Ascensione e Santissima Trinità come a dire che esse diventano realtà concrete e assimilabili proprio grazie all’Eucaristia. Difatti, noi “mangiamo” ciascuna di loro, ossia ce ne appropriamo personalmente ogni volta che partecipiamo alla Santa Messa o adoriamo il Corpo di Gesù.

Ma Per voi sposi c’è di più perché l’Eucaristia costituisce il sacramento speculare con cui confrontarvi di continuo perché voi ne prolungate l’azione nel mondo. Come farebbe Gesù ad agire oggi nel 2026 se non potesse uscire da quel Tabernacolo? Se restasse “intrappolato” in una chiesa, magari tenuta chiusa una volta che viene celebrata Messa?

Gesù ha promesso di restare con noi tutti i giorni (Mt 28, 20) e in quale modo vi riesce? È soprattutto nell’Eucaristia che Lui ha mantenuto la parola data e non ci ha lasciati soli. Oggi ascoltiamo con stupore quelle parole che fecero tremare gli uditori: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui”. Restare, permanere sono azioni di chi ama, di chi cerca solo la prossimità e la vicinanza all’amato.

Sì, Gesù rimane con noi nell’Eucaristia ma per voi sposi questo ha un valore ancora più speciale perché Lui resta anche nel vostro amore e nella vostra relazione in forza del Sacramento del matrimonio: “Egli rimane con loro (con gli sposi)” (Gaudium et spes, 48) per mostrare come Cristo ama la Chiesa. Gesù non ha fatto un’apparizione il giorno del matrimonio per poi tagliare la corda e dileguarsi soprattutto quando le cose si mettono male. Al contrario, Egli accompagna la vostra esistenza giorno dopo giorno, sacramentalmente, abitando il vostro amore.

E perché vuol fare questo? Per farvi sentire di non essere soli, per rafforzare il vostro amore, renderlo fedele e totale ed infine perché Lo rendiate visibile agli altri. Gesù, dal giorno del matrimonio, vi chiede incessantemente e pazientemente: “fatemi parlare, fatemi toccare, fatemi amare come io ho amato voi”. Dentro al matrimonio arde il fuoco di Amore di Cristo, il medesimo che è contenuto in ogni Ostia consacrata, ma senza di voi Gesù resterebbe muto e immobilizzato. Che il contatto con l’Eucaristia rinnovi in voi la voglia e l’entusiasmo di camminare con Lui e di essere il Suo prolungamento nel mondo.

ANTONIO E LUISA

Gesù ci ha mostrato come ama uno sposo: dona tutto se stesso, fino a farsi pane spezzato per la persona amata. Anche nel matrimonio siamo chiamati a questo amore. Non un amore che possiede, ma un amore che si dona fino a fare della vita dell’altro una parte della propria. Le sue preoccupazioni diventano le nostre, le sue gioie ci riempiono il cuore, le sue ferite ci toccano profondamente. È il mistero dell’essere una sola carne e un solo cuore.

Beato lo sposo e beata la sposa che imparano ogni giorno questa logica del dono. Hanno compreso ciò che conta davvero nella vita e il significato più profondo del sacramento ricevuto. Il matrimonio, infatti, trova nell’Eucaristia la sua sorgente e il suo modello. Come Cristo si dona totalmente alla Chiesa, così gli sposi sono chiamati a donarsi reciprocamente. Per questo Eucaristia e matrimonio sono inseparabili: l’una alimenta e rende possibile l’altro, preparando gli sposi all’abbraccio eterno di Dio.

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Solo l’amore (trinitario) resta

Cari sposi, da qualche settimana stiamo procedendo di solennità in solennità (ma non è ancora finita). La festa di Pentecoste è stata la naturale conclusione del tempo pasquale perché Gesù ci ha promesso che non avrebbe lasciati orfani e una volta che Egli ci ha inviato lo Spirito è stato ancor più chiaro alla Chiesa che Dio non è un solitario bensì una Comunione di Persone. Tuttavia, si è trattato di un passaggio non scontato per via del profondo radicamento dei primi cristiani nell’ebraismo, il quale è rigorosamente monoteista. Dopo secoli di preghiera e riflessione teologica il Concilio di Costantinopoli (381) proclamò solennemente la divinità dello Spirito Santo e così divenne chiaro che il nostro Dio è Uno nell’Amore e proprio per questo sussiste in Tre Persone che se lo comunicano vicendevolmente.

La Chiesa poi si è resa conto che la Trinità non è una verità astratta ma noi, povere creature, ne siamo partecipi in qualche modo, e non per intima presunzione ma perché è Dio stesso a volerlo. Prendiamo per esempio la prima lettura: vediamo Mosé intento a chiedere a Dio di camminare con il suo popolo ma in Cristo e nello Spirito operanti nei sacramenti, Dio è dentro di noi, non solo con noi.

Oggi più che mai la liturgia si tinge di nuziale perché l’analogia tra la Trinità e la coppia è oramai un punto fermo nel Magistero e questo grazie soprattutto all’insegnamento di San Giovanni Paolo II. È proprio lui a scrivere: “Dio, che si lascia conoscere dagli uomini per mezzo di Cristo, è unità nella Trinità: è unità nella comunione. In tal modo è gettata una nuova luce anche su quella somiglianza ed immagine di Dio nell’uomo, di cui parla il Libro della Genesi. Il fatto che l’uomo, creato come uomo e donna, sia immagine di Dio non significa solo che ciascuno di loro individualmente è simile a Dio, come essere razionale e libero. Significa anche che l’uomo e la donna, creati come «unità dei due» nella comune umanità, sono chiamati a vivere una comunione d’amore e in tal modo a rispecchiare nel mondo la comunione d’amore che è in Dio, per la quale le tre Persone si amano nell’intimo mistero dell’unica vita divina” (Mulieris dignitatem, 7).

Il volto paterno e materno di Dio brilla sulla coppia per la grazia del matrimonio, che vuole così portare a pienezza l’amore umano, liberandolo dai lacci dell’egoismo e dagli inganni mondani. Chiaramente questo costituisce un punto di partenza e mai di arrivo, gli sposi hanno infatti tutta la vita per lanciarsi in questo cammino di crescita e ad ogni tappa di vita corrisponde una sfida particolare.

Mi piace citare qui Papa Benedetto, anch’egli in linea di continuità con il pensiero di Giovanni Paolo II su questo punto, ed egli aggiunge un pizzico di realismo quando afferma che “la famiglia cristiana, nella misura in cui riesce a vivere l’amore come comunione e servizio, come dono reciproco e apertura verso tutti, riflette nel mondo lo splendore di Cristo e la bellezza della Trinità divina” (1° dicembre 2011).

Appunto dice “riesce”, ben consapevole che non è mai scontato, che i nostri difetti e peccati sono sempre in agguato per farci vivere da single pur se sposati. Ma l’essere trinitari rimane sempre un dono ricevuto che ogni coppia è chiamata a riappropriarsi consapevolmente e mai una volta per tutte.

Mi piace concludere con questo pensiero: l’impronta trinitaria che ogni coppia porta in sé è la miglior garanzia di riuscita nell’amore. Dire Trinità, infatti, significa affermare simultaneamente unità e distinzione. Così, una coppia non perde un briciolo di autenticità nella misura in cui guarda al Padre e al Figlio che si amano nello Spirito perché solo la Trinità è la radice ultima e la massima garanzia che ci si può (e ci si deve) amare rispettando l’unicità di ognuno, non cancellando l’altro, non prevaricando su di lui, non volendolo cambiare. Al contrario, solo quando si riesce a donarsi al coniuge in modo sincero, libero e pieno, allora si tocca con mano la comunione, l’unità dei cuori e dello spirito. Allora, si comprende che la Trinità è veramente il modello relazionale sommo a cui gli sposi cristiani sono invitati a guardare e invocare affinché il loro amore divenga ciò che è destinato ade essere: un dono puro e totale.

Antonio e Luisa

Nel matrimonio cristiano capita spesso di sentirsi inadeguati. Ci guardiamo dentro e vediamo limiti, stanchezze, fragilità, egoismi che ritornano. E allora ci domandiamo: “Come possiamo noi essere immagine della Trinità? Come può il nostro amore raccontare qualcosa di Dio?”. In realtà è proprio qui che inizia il Vangelo. Dio non sceglie coppie perfette per manifestarsi. Sceglie uomini e donne veri, feriti, incompleti, che però continuano a dire ogni giorno: “Io resto. Io ci provo. Io ti accolgo ancora”. La potenza di Dio non si vede nell’assenza della fragilità, ma nella capacità dell’amore di attraversarla senza smettere di donarsi. Anche San Paolo lo aveva compreso: è nella debolezza che si manifesta la forza di Cristo. Forse il vostro matrimonio non sarà impeccabile. Ma può diventare santo proprio perché dentro le ferite continua a passare misericordia, perdono, tenerezza e fedeltà. Ed è lì che Dio abita davvero.

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L’Unico che ci può cambiare

Cari sposi, il Cenacolo, la stanza al piano superiore della famiglia dell’Evangelista Marco, dove Gesù veniva accolto spesso per stare con i dodici e in cui svolse l’Ultima Cena, dopo la morte di Gesù divenne una sorta di nascondiglio per gli apostoli e per chi temeva di fare la stessa fine in croce. Eppure, lungi dall’essere uno spazio di preghiera e fraternità, si era trasformato nel ricettacolo di ogni stato d’animo negativo: tutti quanti in quel momento erano presi fondamentalmente da paura, tristezza, sensi di colpa… pesava la consapevolezza di aver abbandonato Gesù, di non esserGli stato vicino nel momento del bisogno, di averlo rinnegato… Probabilmente tutti quanti non vedevano l’ora di scappare da Gerusalemme, tornare in Galilea e riprendere la vita di prima, di pescatori di lago.

Eppure, è bastato un attimo a Gesù per ribaltare tutto! Non appena Egli trapassò con il Suo corpo glorioso e trasfigurato quel portone sprangato tutti quanti, pur nella loro prostrazione, vengono totalmente cambiate. Ora, con Gesù presente, vi è solo spazio per la pace, per la gioia e il perdono. E Gesù compie la seconda effusione di Spirito – la prima avvenne con la sua morte – preludio di quella definitiva, inaugurata dalla Pentecoste. È sbalorditivo leggere negli Atti degli Apostoli il comportamento di Pietro, Giovanni, Filippo… così diverso da quello di fifoni e pusillanimi di poche settimane prima…Ma come è possibile un cambio così repentino? Parliamo davvero delle stesse persone?

Non c’è dubbio: lo Spirito Santo fa la differenza per noi cristiani! C’è un prima e dopo la sua ricezione ed Egli può plasmare il nostro cuore, la nostra mente, la nostra volontà e renderla simile a quella di Gesù. Difatti, la nostra fede ci insegna, a partire da S. Tommaso d’Aquino, che lo Spirito Santo non porta semplicemente nuove capacità morali o psicologiche, ma opera una trasformazione nel profondo dell’essere del cristiano.

Il Catechismo al numero 1265 afferma che il Battesimo non solo purifica dai peccati, ma fa del battezzato una “nuova creatura”, figlio adottivo di Dio, membro di Cristo e tempio dello Spirito Santo. Questo è il punto di partenza: prima della vita nello Spirito, l’uomo è chiuso in se stesso, mentre dopo diventa aperto a una relazione trinitaria reale.

La conseguenza del dono dello Spirito sono i suoi frutti: “Amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,22-23). Badate bene che questi non sono sforzi morali, ma effetti di una Presenza. Noi riceviamo la capacità di amare anche chi non lo “merita”, senza calcoli; la gioia, quella letizia interiore che non dipende dalle circostanze esterne favorevoli o meno; la pace, l’essere stabili dentro anche nel dolore, nell’incertezza; la magnanimità, ossia l’essere in grado di sopportare senza risentimento le prove della vita; la mitezza, quella forza con cui uno fa le cose ma senza imporsi; il dominio di sé, ossia l’essere liberi dalle passioni disordinate.

Su voi sposi è disceso lo Spirito Santo nel momento in cui il celebrante ha imposto su di voi le mani e ha pronunciato la benedizione. Le formule che la Chiesa ha fissato per questo momento sono esplicite: è avvenuta una consacrazione del vostro amore e da quel momento non siete più soli, con voi, su voi, in voi c’è lo Spirito Santo che, quale costante Pentecoste, vuole operare quel medesimo cambio di qualità che realizzò negli apostoli. Credeteci! Con lo Spirito si può essere nuovi, si può cambiare e diventare un dono reciproco di amore.

Antonio e Luisa

Padre Luca ci ha ricordato che lo Spirito Santo si riconosce dai suoi frutti. Tutti questi frutti possono essere sintetizzati in una sola realtà: l’amore gratuito. È l’amore stesso di Dio, che non ama per interesse, ma si dona liberamente. Ed è proprio questo amore che lo Spirito Santo mette nel cuore degli sposi. Per questo, ogni volta che nel matrimonio facciamo esperienza di un amore così, facciamo esperienza di Dio. Quando il coniuge ascolta senza giudicare, perdona invece di accusare, resta vicino nella fragilità o sceglie il bene dell’altro anche quando costa, lì sta agendo lo Spirito Santo.

La Pentecoste allora non è solo un evento lontano. Diventa concreta nella vita quotidiana degli sposi. Ogni gesto di amore gratuito rende visibile Dio dentro la casa e dentro la relazione.

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Il primo uomo… in Paradiso

Cari sposi, per chi di voi ha qualche anno in più, probabilmente conserverà nella memoria la grande emozione di quella lunga notte di domenica 20 luglio 1969 quando il mondo si fermò per seguire lo sbarco sulla Luna dell’equipaggio americano dell’Apollo 11. Gli italiani, assieme a centinaia di milioni di persone, si incollarono o alla TV o alla radio per seguire in diretta l’evento del secolo: il primo uomo sulla Luna. Il fiato sospeso, gli occhi puntati al cielo, il nervosismo crescente finché alle 03:17 il commentatore della RAI, Tito Stagno, proruppe con la celebre frase: “ha toccato! Ha toccato il suolo lunare!”, sciogliendo la tensione in uno scrosci di applausi.

Sono passati 40 giorni dalla Pasqua ed oggi Gesù, dopo essersi congedato dai suoi apostoli, si solleva in alto per tornare fisicamente in Cielo. Già il termine “tornare” non è del tutto corretto, infatti in quanto Verbo di Dio, Seconda Persona della Trinità, non può “tornare” dal Padre in quanto che per Dio il nostro tempo e il nostro spazio non esistono. Ma in quanto essere corporeo, in quanto essere umano, sì sta andando in Cielo per la prima volta.

Oggi davvero è una Solennità magnifica perché l’Ascensione dà veramente senso alla Risurrezione. Che significato avrebbe per noi se Gesù fosse solo risorto? Tantissima ammirazione quanto altrettanta invidia e frustrazione per non condividere quel dono. Invece, il fatto che “la nostra umanità è innalzata accanto a te” (preghiera colletta della Messa dell’Ascensione) vuol dire che Gesù, in quanto uomo, inaugura il Cielo, è il primo uomo a “toccare” il Paradiso, ad entrare per sempre nell’eternità con il proprio corpo e pertanto è un evento che ci riguarda tutti: ora sì che possiamo essere certi di risorgere!

Infatti, la Preghiera colletta di oggi prosegue dicendo: “e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria”. Perciò, meditiamo e contempliamo, perché siano dinanzi a un fatto straordinariamente bello: Gesù inaugura la vera e definitiva casa, quella che aveva promesso agli apostoli durante l’Ultima Cena dicendo “vado a prepararvi un posto” (Gv 14, 2), Gesù ha mantenuto la Promessa di portarci tutti con Sé nella nostra residenza definitiva ed eterna.

Siamo certi di questo vedendo la reazione degli apostoli e non constatando affatto tristezza, e sappiamo che gli evangelisti non hanno di certo edulcorato i fatti quando bisognava dire la verità. Perché, allora, nessuno di loro è triste o malinconico? Perché non è un congedo o un addio ma un semplice “arrivederci”, un “ci vediamo presto” e siccome gli apostoli si fidano di Gesù che sarebbe tornato e che ha promesso loro un posto con Lui, hanno nel cuore solo speranza e gioia.

Ora parliamo di voi sposi e vediamo come si riflette la luce dell’Ascensione sulla relazione nuziale: come saremo noi due sposi, una volta che “ascenderemo” in Cielo? Qualcuno può già fiutare il problema, difatti Gesù ha detto chiaramente in una parabola che “quelli che sono giudicati degni dell’altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito; e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio” (Lc 20, 35-36).

Ma proviamo a pensare: forse che chi è stato sposato per 30, 40, 50 ed ha condiviso tutto con il proprio coniuge, si ritroverà con la persona amata e non la riconoscerà? La tratterà come uno qualsiasi? Evidentemente Gesù non vuole dire affatto questo, piuttosto che la relazione in Cielo sarà distinta da come la viviamo qua, il che non vuol dire irriconoscibile o totalmente altra. Sentiamo la parola di Francesco:

Quella persona, con tutte le sue debolezze, è chiamata alla pienezza del Cielo. Là, completamente trasformata dalla risurrezione di Cristo, non esisteranno più le sue fragilità, le sue oscurità né le sue patologie. Là l’essere autentico di quella persona brillerà con tutta la sua potenza di bene e di bellezza. Questo altresì ci permette, in mezzo ai fastidi di questa terra, di contemplare quella persona con uno sguardo soprannaturale, alla luce della speranza, e attendere quella pienezza che un giorno riceverà nel Regno celeste, benché ora non sia visibile” (Amoris laetitia, 117).

Ecco allora che il Santo Padre ci ricorda che la novità della relazione nuziale in Cielo sarà la pienezza dell’amore tra due persone che si sono amate e soprattutto l’Amore infinito di Dio cancellerà quelle debolezze e fragilità che possono aver creato difficoltà o di fatto le hanno create e ripristinerà l’amore autentico. Sarà un amore portato a totalità, sebbene non ci saranno più espressioni genitali perché il significato dell’eros sarà totalmente trasfigurato nell’agape, nell’amore di Cristo per ognuno di noi.

Aggiungo un secondo intervento, stavolta di San Paolo VI, il quale si spinge ancora oltre: “Il matrimonio e la famiglia hanno una trascendente relazione con Dio: da Lui vengono e a Lui sono ordinati: le famiglie si fondano e vivono inizialmente sulla terra, ma sono destinate a ricomporsi in cielo” (Paolo VI, Allocuzione al Centro Italiano Femminile, 12 febbraio 1966).

Quel progetto di amore che voi coppie avete creato e che umanamente viene ferito o a volte anche compromesso, una volta in Cielo, esso è restaurato da Cristo. Perciò, parafrasando la frase che viene attribuita alla Serva di Dio Chiara Corbella: “siamo nati e non moriremo mai più”, voi sposi potreste ben dire: “ci siamo sposati per non separarci mai più”. L’Ascensione è la conferma che l’amore tra un uomo e una donna, iniziato in questa vita e vissuto tramite il corpo, continua anche nella vita eterna. Ad oggi la Chiesa sta canonizzando sempre più coppie, rispetto al passato (coniugi Martin, Bernardini, Rugamba, Beltrame-Quattrocchi…). Questo vuol dire che crede che il loro matrimonio e la loro relazione abbiano un valore eterno! Che tutto ciò sia per voi fonte di gioia e di speranza.

ANTONIO E LUISA

Sono sicuro che Luisa avrà un posto speciale nel mio cuore anche in Paradiso. Tutto quello che ho costruito con lei in questa vita non si cancella, non si resetta. Tutti i gesti di tenerezza, di cura, di intimità, di perdono, di ascolto, di presenza, di condivisione di gioie e dolori, tutte queste esperienze restano impresse in modo indelebile nel mio cuore. Il giorno della mia morte lascerò tutto qui in questa vita. Nella mia valigia porterò solo il mio cuore, l’amore dato e ricevuto e lei ne è parte integrante. Sono sicuro che il giorno del nostro matrimonio, il 29 giugno 2002, è iniziata una relazione che durerà per sempre. Nella vita eterna sarà sicuramente diversa e trasfigurata, ma ancora più bella e meravigliosa perchè vissuta nella luce e alla presenza di Dio.

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Chi crede non è mai solo

Cari sposi, con gioia ricordo questa frase pronunciata da Papa Benedetto XVI nell’omelia della Messa di inizio di pontificato, oramai oltre 20 anni fa. Ero seminarista e mi colpì il suo significato ma pensavo si trattasse del fatto che per un cattolico la fede comportava la condivisione con altre persone. Mi ci è voluto tempo e cammino spirituale per cogliere molto di più ed è proprio il Vangelo di oggi che ce lo spiega.

Infatti, se ci è chiaro che la parola “orfano”, di origine greca, vuol dire “senza genitori”, meno evidente è il fatto che l’orfanità – fatto sorprendente, a cui la psicologia ha dato un notevole contributo – sussista anche in presenza dei genitori…

Nessuno di noi ha avuto il padre o la madre perfetta come neanche noi lo siamo nei confronti dei figli (grazie a Dio!). Ecco allora che ciascuno sperimenta inevitabilmente di avere mancanze nel ruolo educativo come anche di soffrire di piccole o grandi frustrazioni nel rapporto con i propri genitori o in quanto genitore. Tali difetti strutturali sono, in senso lato, una forma di orfanità, cioè, non l’assenza totale bensì l’incompletezza intrinseca di ogni cura genitoriale. È qui che umilmente bisogna chinare il capo per poi alzare lo sguardo al Cielo!

Difatti, chi può rivelarci il vero Padre? Solo Gesù è in grado di farlo perché solo Lui è il “volto del Padre” (cfr. Gv 14, 9)! E come conoscere il Padre senza la presenza fisica di Cristo? “Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!” (Gal 4, 8). Se, quindi, sperimentiamo l’orfanità o la solitudine o l’assenza di Dio nella nostra vita ricordiamoci di quella frase di Papa Benedetto: “chi crede non è mai solo!”. È un segno che il nostro cuore è assetato di Spirito e solo in Lui troveremo pace e pienezza, troveremo la risposta.

L’esperienza di avere una forma di vuoto dentro di noi può essere l’occasione per decidere di crescere e di mettersi in gioco. Come sappiamo dalla Parola, lo Spirito agisce nel silenzio e nella discrezione (cfr. l’incontro di Elia con Dio in 1 Re 18, 9-14, Gesù che è condotto dallo Spirito nel deserto in Mt 4, 1-11, Paolo che dopo la conversione si ritira nelle steppe attorno a Damasco, in Siria in Gal 1, 17). Pare strano ma lo Spirito ci spinge nei nostri deserti, ci porta a spogliarci del superfluo, ci isola dal rumore circostante. Non lo fa affatto per renderci “orsi” e tipi solitari, il motivo è ben altro. Pur se spirito, perdonatemi la ridondanza, lo Spirito ha bisogno di “spazio” perché possa agire e produrre in noi i suoi frutti, come leggiamo in Galati 5, 5: “Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé”.

Come sarebbe la nostra vita se lo Spirito avesse mano libera per produrre in noi e nella nostra coppia tali frutti? Come sarebbe una relazione nuziale piena di amore, di gioia, di pace, di pazienza, di benevolenza, di bontà, di fedeltà, di mansuetudine e dominio di sé? Sognate con lo Spirito! Sognate la vita che Lui vorrebbe viveste e ogni giorno sta ispirandovi perché sia così!

Ben vengano allora le nostre orfanità e solitudini se ci servono ad aprirci di più al Signore e alla sua azione, se ci fanno capire di quanto abbiamo bisogno dello Spirito per dare sapore e significato alla nostra vita personale e di coppia e se ci aiutano a mollare cose inutili, relazioni tossiche, ambienti superficiali, attaccamenti morbosi…

Sapete bene – e quante volte in questo blog lo si è ripetuto – che è lo Spirito a fare la differenza nella vita di coppia, perché è lo Spirito che vi ha costituiti una sola carne nel sacramento (Catechismo, 1624). Siate sposi innamorati dello Spirito Santo benché sperimentiate momenti o periodi di vuoto e solitudine. Lo Spirito di consolazione agisce comunque e quando lo vorrà, vi farà sperimentare la Sua Dolce Presenza.

Concludo con una citazione di un documento dei vescovi italiani, “Comunione e comunità nella Chiesa domestica, n. 8” in cui i nostri pastori ci ricordano quanto del vostro amore dipenda pienamente dallo Spirito e perciò l’importanza di vivere sempre fedeli e docili alle Sue ispirazioni:

La radice ultima, da cui scaturisce e a cui continuamente si alimenta la comunione della coppia e della famiglia cristiana, non sta dunque nell’amore dell’uomo verso la donna e viceversa, e neppure nell’amore reciproco tra genitori e figli: sta nel dono dello Spirito, effuso con la celebrazione del sacramento del Matrimonio. I1 vincolo più forte, che origina e sostiene la comunione coniugale e familiare cristiana, è dato dallo Spirito Santo. Quel medesimo Spirito che indissolubilmente congiunge, nell’unità personale di Cristo, la sua carne umana alla divinità e vincola a lui capo le membra del suo corpo mistico, viene donato ai coniugi cristiani perché la loro comunione di amore e di vita sia, nella storia, un’imitazione ed una partecipazione della mirabile comunione che è propria del mistero di Cristo”.

ANTONIO E LUISA

Grazie padre Luca. Le tue parole sono liberanti dal senso di colpa che spesso noi genitori abbiamo. A volte le nostre ferite di genitori ci fanno soffrire più di tutto. Sentirsi inadeguati, stanchi, incapaci di dare ai figli ciò che avremmo voluto ricevere noi stessi è una fatica profonda. Eppure proprio lì, dove il nostro orgoglio si spezza, Dio riesce a entrare. Perché finché ci sentiamo forti, autosufficienti, “bravi”, rischiamo di vivere la famiglia contando solo sulle nostre capacità. Invece le nostre mancanze ci costringono ad alzare gli occhi. Ci fanno capire che non possiamo salvare nessuno da soli, né educare bene senza lo Spirito Santo. Ben vengano allora certe orfanità interiori, se ci portano a cercare Dio con più verità. Ben vengano le solitudini, se ci liberano da relazioni tossiche, approvazioni continue e attaccamenti che soffocano il cuore. A volte Dio non toglie subito il vuoto, perché vuole riempirlo Lui. E lì nasce un amore più umile, più vero e più libero.

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Una casa gratis e per sempre

Cari sposi, siamo nel cuore del tempo pasquale e siamo invitati a continuare ad assimilare ancora una volta l’evento più importante della nostra vita. La domanda che risuona nel cuore e che vogliamo condividere è: cosa mi ha lasciato il Triduo Pasquale nella vita? Cosa ha cambiato di me?

In questo senso, oggi la Parola ci sfida in modo speciale perché Gesù parla di pace e tutto ciò cade in un momento che di pace sembra non avere proprio nulla. Ma se facciamo attenzione al contesto del Vangelo, ci accorgiamo che Gesù non era in una situazione così distante dalla nostra: Lui sta rincuorando gli apostoli, mitigando un clima di paura, per l’appunto quando nel suo cuore albergava solo tristezza e angoscia per la sua morte imminente.

Gesù dice ai Dodici: “Non sia turbato il vostro cuore” (Gv 14,1). Il verbo greco originale non parla semplicemente di uno stato d’animo ma del risultato di uno sconvolgimento, di un crollo dei punti di appoggio. Essere turbati è una condizione in parte passiva dinanzi a qualcosa che ci ha travolti. Ci dice il Catechismo che: “La pace è dono di Dio, è affidata alla libertà responsabile degli uomini» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2304). Ecco allora che la pace che Gesù offre non dipende dall’assenza di conflitti esterni ma dalla certezza di essere amati dal Padre.

Ma allora come fa a rassicurarci Gesù? La risposta sta nella sua Parola: “Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi” (Gv 14,3). Il problema che minaccia il cuore è la paura che non ci sia un posto per noi, che non ci sia una dimora, una casa sicura. Sant’Agostino lo aveva già intuito: “Ci hai fatti per te, e il nostro cuore è senza pace finché non riposa in te” (Confessioni, I, 1). Questa “inquietudine nativa” di cui parla il Vangelo non è un difetto ma è la struttura dell’anima umana, aperta all’infinito e che nulla di materiale, per quanto affidabile e solido, può gratificare.

Come sposi, portate pure voi questa stessa inquietudine nella vita coniugale, magari ci si aspetta che il matrimonio acquieti e guarisca la solitudine, che il coniuge riempia ogni vuoto e renda felici; eppure, la Chiesa ci ricorda che solo Dio è la risposta ultima al cuore umano e il vostro amore è una strada verso il Padre, non la Mèta definitiva. Che bello quanto ci ricorda San Giovanni Paolo II:

Questa comunione coniugale affonda le sue radici nella naturale complementarità che esiste tra l’uomo e la donna, e si alimenta mediante la volontà personale degli sposi di condividere l’intero progetto di vita, ciò che hanno e ciò che sono: perciò tale comunione è il frutto e il segno di una esigenza profondamente umana. Ma in Cristo Signore, Dio assume questa esigenza umana, la conferma, la purifica e la eleva, conducendola a perfezione col sacramento del matrimonio: lo Spirito Santo effuso nella celebrazione sacramentale offre agli sposi cristiani il dono di una comunione nuova d’amore che è immagine viva e reale di quella singolarissima unità, che fa della Chiesa l’indivisibile Corpo mistico del Signore Gesù.” (San Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio, n. 19).

Gesù non ci dà una mappa, non ci fa passare per scorciatoie facili perché quando Tommaso chiede: “Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?” (Gv 14,5), la risposta di Gesù è tassativa nella sua semplicità: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6). La strada che ci indica è la stessa che percorre Lui perché quando una coppia incontra Cristo, quando ha memoria di Lui, allora la strada cambia, sebbene sia difficile. L’unica cosa che conta è restare con Lui, costi quel che costi.

Seguire Cristo è come affidarsi a una buona guida alpina. Non serve conoscere ogni sentiero: basta mettere i piedi dove li mette Lui, le mani dove le mette Lui. Lentamente, si arriva in vetta. Questa è la risposta profonda alla nostra inquietudine: seguire Cristo è ciò che ci tirerà fuori dalla confusione, dai nostri tentativi maldestri di trovare da soli la strada.

Cari sposi, il vostro matrimonio è una delle forme concrete in cui Dio vi sta portando verso di Sé. Ogni momento della vita coniugale – la gioia, la fatica, la tenerezza, il perdono – è una strada verso il Padre. Perciò non perdeteLo mai di vista, restate con Lui e nella vostra casa ogni giorno, potrete rendere presente il volto del Padre.

ANTONIO E LUISA

Gesù non dice solo “vi mostro la strada”, ma “io sono la via”. Questo cambia tutto. Non è un modello da imitare a distanza, è una presenza da accogliere dentro la relazione. È verità, perché in Lui vediamo cosa significa amare davvero: donarsi, perdere per ritrovarsi, restare anche quando costa. Ma è anche vita, e qui tocchiamo il punto più concreto per la coppia. Se pensiamo che l’altro ci basti, che il senso si chiuda nel “noi due”, prima o poi ci svuotiamo. Diventiamo mendicanti d’amore, sempre in attesa che l’altro ci riempia. E l’altro non ce la fa.

Solo se l’amore attinge a Cristo diventa sorgente e non richiesta continua. Solo se Lui è dentro, non ci consumiamo ma ci generiamo. Questa è la verità: non basta amarsi, bisogna lasciarsi amare da Lui per imparare ad amare davvero.

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Lasciamoci sedurre

Cari sposi, oggi si celebra in tutta la Chiesa la Domenica del Buon Pastore e questo ci porta a riflettere su come e in che modalità Gesù si rende presente nella nostra vita. Di recente ho visitato una coppia che sapevo non trovarsi in un buon momento relazionale e quando li ho incontrati la moglie mi ha svelato che quella visita era per lei un chiaro segnale del Signore; entrambi, infatti, erano ormai arrivati alla decisione di separarsi e nel momento in cui stavano per passare all’azione, il Signore ha mandato un sacerdote a casa loro…

Leggendo e meditando le Scritture di oggi si evince una preziosa e confortante verità che ha una risvolto essenziale nella nostra vita di credenti: Gesù mi segue e mi accompagna costantemente, appunto come il pastore con le sue pecore. Per noi, esseri inurbati e cittadini, è difficile visualizzare e concepire tale immagine ma chi ne ha avuto l’esperienza sa bene quanto azzeccata e calzante sia.

E difatti, può succedere che, nella vita di coppia, giungano momenti di smarrimento, fasi di dubbio, un senso di solitudine, un che di lontananza da Dio o addirittura di “inappetenza” a vivere assieme. In quelle circostanze la fede può risultare poco attraente o anche provocare repulsione; sono periodi di aridità che hanno un senso ben preciso agli occhi di Dio e dobbiamo imparare ad abitarli con uno sguardo di fede.

È proprio qui che il Vangelo di oggi acquista ancora più valore perché ci fa capire che non siamo noi a tenere il timone della nostra vita né personale né di coppia ma è Cristo il Buon Pastore, che, da dietro alle quinte, ci sta guidando. Se siamo sposi cristiani, in fin dei conti, non dipende solo da noi ma anzitutto da Lui.

Sono due i verbi usati da Gesù per definire come agisce il pastore con le pecore. Anzitutto Gesù le attrae con la sua voce e poi in certi momenti le spinge per la direzione giusta. Il primo verbo fa riferimento alla sua Parola che può trasformarci da dentro e il secondo all’Eucaristia, la forza interiore con cui possiamo camminare, benché stanchi e sfiniti. E in effetti, è proprio questa spinta interiore che ci apre e dispone alla Grazia. L’hanno capito bene i mistici in cui l’amore e il desiderio sono stati sempre l’inizio e la scintilla che fa partire la sequela. Santa Teresa di Lisieux esprime questa attrazione con parole chiare: “Alle anime semplici non occorrono mezzi complicati. Poiché io sono tra quelle, un mattino, durante il ringraziamento, Gesù mi ha dato un mezzo semplice per compiere la mia missione. Mi ha fatto capire questa parola dei Cantici: «Attirami e correremo all’odore dei tuoi profumi» Gesù, dunque non è nemmeno necessario dire: «Attirando me, attira le anime che amo!». Questa semplice parola: «Attirami!», basta” (Diario di un’anima, 334).

Nonostante ci siano quattordici secoli di distanza, S. Agostino è un altro che lo esprime in modo molto simile: “Non c’è nessuno che non ami, ma bisogna vedere che cosa ama. Non siamo esortati a non amare, ma a scegliere l’oggetto del nostro amore. Ma che cosa sceglieremo, se prima non veniamo scelti? Poiché non amiamo, se prima non siamo amati. Ascoltate l’apostolo Giovanni: Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo (cfr. 1 Gv 4, 10). Cerca per l’uomo il motivo per cui debba amare Dio e non troverai che questo: perché Dio per primo lo ha amato. Colui che noi abbiamo amato, ha dato già se stesso per noi, ha dato ciò per cui potessimo amarlo.” (Discorsi 34, 1-3. 5-6).

Quanto è importante allora essere aperti all’azione del Buon Pastore, in modo da lasciarci condurre e amare da Lui! Cari sposi, vi invito a puntare molto su questa verità meravigliosa: Cristo ha il potere di attrarci a sé, di attirarci, di sedurci. Se desiderate che il vostro amore coniugale sia grande, bello, fedele avete anzitutto bisogno di essere alla sequela del Buon Pastore. È Lui, infatti, che vi chiama a questa mèta alta, il “bell’amore” (Giovanni Paolo II, 15 dicembre 1994), che ve lo ha donato nel sacramento del matrimonio e che vuole accompagnarvi ogni giorno perché lo viviate fedelmente.

ANTONIO E LUISA

Nella vita di coppia questa immagine diventa ancora più vera se mettiamo al centro Gesù. Non si entra nel cuore dell’altro forzando, ma passando dalla porta. E quella porta è Lui: quando proviamo a entrare con pretese o accuse, l’altro si chiude. Quando invece passiamo da Gesù — cioè da uno sguardo umile, da parole vere, da un amore che non pretende — qualcosa si apre. “Le pecore ascoltano la sua voce”: tra noi funziona così. Riconosciamo la voce di Gesù quando nelle parole dell’altro sentiamo pace, rispetto, verità. Non è una voce che schiaccia, ma che custodisce.

E poi: cammina davanti. Gesù non spinge, precede. Nella coppia questo significa scegliere per primi il bene, anche quando l’altro fatica. È lì che l’amore cambia: non trascini, ma testimoni. E piano, l’altro si fida. Perché quando c’è Gesù, l’amore non forza mai: guida.

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La lunga via che dalla mente porta al cuore

Cari sposi, se in una visita cardiologica vi venisse diagnosticata la “bradicardia”, ossia la discesa della frequenza cardiaca al di sotto dell’intervallo di normalità, di per sé non sarebbe un buon segno ed occorrerebbe una cura immediata.

Nella scena evangelica odierna, l’incontro di Gesù con i due discepoli di Emmaus, c’è una frase che mi ha sempre tanto colpito e vorrei condividere con voi: “«Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti!” (Lc 24, 25). Cosa vuol dire essere “lenti di cuore”? E che valore ha per una coppia di sposi? Dal momento che, come sapete, è molto probabile che quei due, di cui solo sappiamo il nome di uno, Clèopa, fossero davvero marito e moglie.

Mi spiace che questo brano lo debba commentare solo in una pagina scarsa. È uno dei più bei passaggi evangelici che parla di Risurrezione ed è quanto mai attuale e vicino alle nostre circostanze. Quante volte viviamo come se Cristo non fosse risorto? Quanto è normale che il Signore ci manda segni evidenti (le donne che hanno trovato il sepolcro vuoto, l’apparizione degli angeli…) ma continuiamo nella nostra grigia routine?

Questi due discepoli, fratelli nostri, pensavano di essere credenti per il fatto di aver “capito” Gesù, di sapere tante cose di lui. Di certo sanno cose molto vere e giuste, che era un profeta, che voleva liberare Israele… e noi: quanto sappiamo di Gesù! Quanti brani evangelici li potremmo ripetere a memoria! Domandiamoci: quante nozioni e informazioni possediamo su Cristo e la Chiesa… ma conosciamo veramente Cristo? E soprattutto, quanto lo riconosciamo presente nelle nostre circostanze quotidiane?

Ecco la lentezza del cuore: quella che non permette di saper accogliere Cristo nel più profondo di noi, il non saperlo rendere parte della mia vita di ogni giorno ma trasformarlo in un’idea, in un rito, in un comportamento morale. Gesù non è “sceso” dalla mia testolina al più profondo di me stesso, al mio cuore.

Parafrasando la famosa frase di San Paolo: “se Cristo non è risorto e non è al nostro fianco, piatto e grigio sarà il nostro matrimonio“. Il prima e il dopo dei due di Emmaus è esattamente lo spartiacque di tutte le coppie sposate nella Chiesa cattolica. Molte, moltissime vivono con Gesù ma non se ne accorgono, non sanno di camminare con Lui, non Lo vedono presente ad ogni passo, Gesù rimane uno sconosciuto. Invece – e spero che voi siate così – quando mi sono lasciato amare da Lui nell’Eucarestia, quando Lo ascolto nella Parola, quando Lo lodo ogni giorno per quello che Lui fa… allora arde il cuore, non si cammina più perché si corre, la fatica non si sente, la gioia è più grande del dolore.

Lui c’è nel vostro matrimonio, esattamente come è stato con Clèopa e consorte su quella strada e mi piace ridirvelo con l’estratto di un’omelia di San Paolo VI, in una domenica come oggi di tanti anni fa:

A voi, a tutte le giovani coppie, a tutte le famiglie cristiane: a tutti coloro che col loro amore, elevato e trasfigurato dalla virtù del sacramento, sono nel mondo la presenza e il simbolo dell’amore reciproco di Cristo e della Chiesa (Cfr. Ef 5, 22-33) noi ripetiamo oggi: non temete, Cristo è con voi! Vicino a voi per trasfigurare il vostro amore, per arricchirne i valori già così grandi e nobili con quelli tanto più mirabili della sua grazia; vicino a voi per rendere fermo, stabile, indissolubile, il vincolo che vi unisce nel reciproco abbandono di uno all’altro per tutta la vita; vicino a voi per sostenervi in mezzo alle contraddizioni, alle prove, alle crisi, immancabili certo nelle realtà umane, ma non certo – come vorrebbero talune funeste mentalità teoriche e pratiche – non certo insuperabili, non fatali, non distruttive dell’amore ch’è forte come la morte (Cant. 8, 6), che dura e sopravvive nella sua stupenda possibilità di ricrearsi ogni giorno, intatto e immacolato” (Omelia, 13 aprile 1975).

Cari sposi, la buona notizia è che sulla via che porta dalla mente al cuore c’è Gesù con voi.

ANTONIO E LUISA

Noi eravamo lì. Camminavamo insieme, ma a un certo punto uno dei due ha iniziato ad allontanarsi dentro, a perdere la fede, a non riconoscere più quella Presenza che aveva unito il nostro matrimonio. E l’altro è rimasto. Non a spiegare, non a convincere, ma a restare. Non è stato facile. Ci sono stati giorni in cui uno amava senza sentirsi corrisposto, e giorni in cui l’altro si sentiva smarrito, chiuso, lontano da tutto, anche da Dio. Eppure non ci siamo lasciati. Abbiamo scelto, in modi diversi, di non fuggire.

Abbiamo imparato insieme l’arte dell’attesa: uno attendendo con amore fedele, l’altro lasciandosi, piano piano, raggiungere da quella presenza che non giudica e non forza. È stato un tempo lungo, a volte silenzioso, ma pieno di semi nascosti. E poi, quasi senza accorgercene, qualcosa ha ricominciato a vivere. Non per merito nostro. Ma perché, in quel restare, Cristo era presente. E un giorno abbiamo potuto dirlo insieme: non ci ardeva forse il cuore, mentre Lui camminava con noi?

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Sposi, cioè diffusori di Misericordia

Cari sposi, stiamo vivendo un tempo meraviglioso per la nostra fede. Infatti, il trionfo di Cristo sul peccato e sulla morte può anche essere il nostro. È davvero entusiasmante vedere come Gesù, una volta risorto, porti a compimento la sua missione con tre doni speciali, prima di lasciare spazio allo Spirito Santo. In questo brano Gesù ci fa un primo invio del dono dello Spirito, un dono i cui frutti – fra loro intrinsecamente correlati – sono anzitutto la pace (“Pace a voi”), poi il perdono reciproco (“a chi rimetterete i peccati, saranno rimessi”) e infine la gioia (“i discepoli gioirono al vedere il Signore”). Vorrei ora concentrarmi sui primi due.

Come scriveva P. Raymond Brown (1928-1998), nel suo “Commento al Vangelo spirituale”, quando Gesù dice «pace a voi» non sta usando solo una forma di buona educazione ma sta facendo un dono, un regalo agli apostoli. Cioè il Risorto porta la sua pace. Non qualsiasi “pace” ma quella, come scrive Paolo, che Egli ha posto tra il cielo e gli uomini (cfr. Col 1,20), quella che ha instaurato abbattendo ogni inimicizia (cfr. Ef 2, 14).

Come fa a fare questo? Appunto, Gesù dona la pace grazie all’invio dello Spirito. Vari esegeti parlano addirittura della “Pentecoste giovannea”, difatti Gesù “alitò” sui discepoli e il verbo usato è emphysao, che significa “insufflare, alitare”. È impiegato anteriormente per la prima volta nel libro della Genesi, durante il racconto della creazione dell’uomo e della donna quando Dio immette in loro “un alito di vita” (Gen 2, 7). Impressionante! Senza la pace, non abbiamo vita, non possiamo vivere, in modo particolare tra uomo e donna…

Poi Gesù, in forza dello Spirito, concede ai discepoli di essere portatori di perdono. Prima di tutto tra di loro. Quanto avevano da perdonarsi a vicenda! Non avevano dimostrato infatti una grande lealtà al Maestro e nemmeno tra di loro. E poi, con quel dono, avrebbero potuto essere un segno di riconciliazione per altre persone. Lo vedremo poi, di lì a poco, quando Pietro, il giorno di Pentecoste, annuncia a tutti il perdono dei peccati (cfr. At 3, 19).

Vedo chiaramente in tutto ciò un forte rimando a voi sposi, alla vostra vita, alla vostra missione. Se penso a vari passaggi del rito matrimoniale, in particolare la Quarta formula della benedizione nuziale vi trovo un forte legame a questo Vangelo. Dice infatti il rito: “Scenda la tua benedizione su questi sposi, perché, segnati col fuoco dello Spirito, diventino Vangelo vivo tra gli uomini.”

Ecco, voi sposi, dal giorno del Matrimonio, avete ricevuto una piccola Pentecoste su voi due, proprio come oggi la vediamo nel Cenacolo. E quello Spirito vi è stato donato perché sia fermento e lievito di perdono e misericordia reciproca. Non vi basta solo di fissare gli equilibri nella vostra relazione, non è sufficiente marcare i limiti della sopportazione. Gesù vuole che, con lo Spirito, i vostri cuori si dilatino a tal punto da essere apostoli della Misericordia divina, da brillare di luce per la qualità del vostro amore e del vostro perdono. In parole povere, Gesù vuole che voliate alto nel donarvi vicendevolmente la pace. Quanto ne ha bisogno il mondo di oggi!

Chiedete perciò ogni giorno una rinnovata Pentecoste su di voi, allenatevi spesso nell’invocare e “usare” lo Spirito perché i vostri cuori e le vostre menti siano sempre più generosi e magnanini nell’amarvi.

ANTONIO E LUISA

Da sposo posso dire che queste parole non sono teoria. Sono vita vera, a volte faticosa, ma profondamente concreta. Con Luisa abbiamo capito col tempo che quel “dono dello Spirito” ricevuto nel giorno del matrimonio non è qualcosa di simbolico, ma una forza reale che ci precede e ci sostiene. Ci sono stati momenti in cui sarebbe stato più facile chiuderci, difenderci, tenere il conto delle ferite. E invece proprio lì abbiamo scoperto che il perdono non nasce da noi, ma da qualcosa di più grande che ci abita.

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Un dono da portare a pienezza

Cari sposi finalmente siamo arrivati al culmine della nostra fede: la risurrezione di Gesù. Non frutto del devozionismo spiritualista ma un fatto reale e storico, che ha modellato la storia degli ultimi 2000 anni: Dio si è fatto uomo ed è risorto dalla morte, nonostante le immense cattiverie che gli sono state fatte. L’Amore ha vinto su qualsiasi minaccia che lo voleva eliminare!

Quante meraviglie si potrebbero raccontare oggi ma non c’è lo spazio per farlo. Soprattutto sono due le sottolineature che vorrei condividere con voi sposi. Il vostro amore nuziale è di origine Pasquale. I coniugi cristiani sono segno della Risurrezione molto di più del Cero e delle uova perché vi è stato donato la possibilità di attuare il medesimo amore che ha riportato Gesù in vita.

Dice Papa Francesco che “gli sposi possono sempre sigillare l’alleanza pasquale che li ha uniti e che riflette l’Alleanza che Dio ha sigillato con l’umanità sulla Croce” (Amoris laetitia, n. 318). È bello vedere il realismo e il senso di libertà che il Signore vi concede: voi potete essere segno di Cristo Risorto, se lo lasciate agire in voi.

Ancora un altro passaggio ancora più esplicito, sempre di Papa Francesco: “L’amore di Gesù, che ha benedetto e consacrato l’unione degli sposi, è in grado di mantenere il loro amore e di rinnovarlo quando umanamente si perde, si lacera, si esaurisce. L’amore di Cristo può restituire agli sposi la gioia di camminare insieme; perché questo è il matrimonio: il cammino insieme di un uomo e di una donna” (Omelia 14 settembre 2014).

È chiaro che voi avete il dono di manifestare che l’Amore non muore, nonostante le difficoltà di un matrimonio. Come Gesù ha dimostrato di non essere bloccato da tutte le ostilità ricevute nella Passione, anche voi potrete fare altrettanto.

Ho ricevuto un bellissimo regalo recentemente in una confidenza di un amico che vive fedelmente il suo matrimonio nonostante la consorte se ne sia uscita di casa da anni. Poco tempo fa si sono incontrati e lei, notando il suo atteggiamento sempre benevolo e accogliente, lo ha provocato con una domanda: “ma tu non me la vuoi far pagare per tutto quello che ti ho fatto?”. La risposta è stata meravigliosa: “io ti voglio bene, te l’ho promesso quel giorno in cui ci siamo sposati”.

Ecco uno dei molteplici splendori della Risurrezione e che si riverberano ancora oggi tra noi! Gesù Risorto agisce e si manifesta nell’amore nuziale e nonostante i due millenni ci dimostra, negli sposi, di essere vivo e presente in mezzo a noi. Cari sposi, Gesù vi sprona e vi incoraggia a lasciarlo agire in voi, a credere di essere portatori di un Amore che non avrà mai fine.

ANTONIO E LUISA

La Risurrezione di Cristo insegna una verità scomoda ma liberante: non si rinasce trattenendo la vita, ma donandola. Istintivamente ci proteggiamo, ci chiudiamo, dosiamo l’amore per non soffrire. Gesù fa il contrario: si consegna totalmente, attraversa la ferita, e proprio lì apre alla vita nuova. Nel matrimonio questo diventa esperienza concreta. Amare davvero significa esporsi, lasciare le difese, smettere di fare calcoli. Significa restare quando verrebbe da scappare, perdonare quando costa, donarsi anche quando non ci si sente ricambiati.

È una logica che spaventa, ma è l’unica che genera vita. Perché quando smetti di trattenerti, scopri che l’amore non ti svuota, ti rigenera. Il matrimonio diventa così una palestra di resurrezione quotidiana: morire al proprio ego per far vivere la relazione. E ogni volta che scegli di amare fino in fondo, anche dentro le ferite, stai già risorgendo.

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La nostra storia

Cari sposi, vorrei che tornaste al momento preciso in cui avete deciso di sposarvi, quando avete preso la decisione di condividere tutta la vita con il vostro futuro coniuge. Sono stati di sicuro momenti estremamente intensi quanto a sentimenti, in cui la mente sognava la casa, i figli e vi immaginavate come sareste stati insieme, condividendo finalmente tutte le cose. Di certo, l’impatto con la realtà ha rimodellato non poco quel progetto iniziale, non solo facendovi guardare a vicenda con maggior realismo ma soprattutto vi ha insegnato – lo spero tanto – che Gesù è stato comunque presente nelle pieghe della vostra vita di coppia, anche se non ve ne accorgevate. Sappiamo bene che il Buon Pastore è sempre lì davanti, nonostante la nebbia, sole, neve, vento…

Proprio questa certezza è al centro della Liturgia della Domenica delle Palme. O meglio, il suo fondamento si trova in modo eccellente nella Settimana Santa a cui Essa dà inizio. Oggi la Parola è particolarmente abbondante e vi incontriamo tanti personaggi, tra i più disparati (Maria, i soldati, gli apostoli, il centurione, il sinedrio…), come non capita in nessun’altra festa dell’anno. Sto per dire una cosa difficile da pensare e focalizzare ma in realtà i personaggi del Vangelo del Passio sono solo due: Gesù Sposo e la Chiesa Sposa. Mai come oggi emerge chiaramente l’identità nuziale di Cristo che viene a Gerusalemme per celebrare e consumare la sua unione definitiva con Lei.

Perciò vi invito a guardare e meditare il Vangelo con uno sguardo sapienziale, che va oltre le singole circostanze. In tutti quei volti che scorrono davanti a Gesù ci sono anche i vostri e la vicenda narrata da Matteo, in fin dei conti, ricalca la vostra storia che si è concretizzata in un qualche modo nella vostra relazione di coppia. Dico questo perché quando ci vediamo coinvolti in tal modo nel rapporto con il Signore allora la vita cambia sul serio e le parole del Vangelo ci arrivano diritte al cuore. Un po’ come accadde a Pietro Sarubbi il quale, abituato com’era a vestirsi e svestirsi come attore in vari ruoli cinematografici, nel momento in cui impersonò Barabba, sul set di The Passion, e incrociò lo sguardo di Gesù, la sua vita venne trasformata dalla Grazia. Bastò solo fissare pochi momenti Gesù e si sentì amato profondamente da Lui.

Cari sposi, gli eventi della Settimana Santa che solennemente iniziamo oggi, sono in definitiva lo sfondo su cui si muove la vostra vita. Vi invito e vi incoraggio accoratamente a calarvi in pieno anche voi nella Parola in modo che Gesù, che è vivo e risorto, possa nuovamente trasformarvi e rinnovarvi quale Sposa fedele e innamorata.

ANTONIO E LUISA

Approfittiamo di questa settimana per fermarci davvero. Non per scappare, ma per guardare in faccia la nostra storia. Proprio lì dove ha fatto più male. Lì dove sembrava finita. È in quei momenti che siamo saliti sulla croce, e proprio da lì siamo rinati. L’amore di Gesù non segue i criteri del mondo: non calcola, non pretende, non si difende. Si dona. Fino in fondo. E questo, a uno sguardo superficiale, sembra ingiusto. Ma è una giustizia più alta, quella dell’amore vero. Anche nella coppia è così: amare davvero significa smettere di misurare e iniziare a donarsi. Non è facile. Non è “conveniente”. Ma è l’unica via che rende l’amore pieno. Io non voglio una relazione a metà, fatta di compromessi e paure. Voglio un amore che chieda tutto, perché solo così può dare tutto.

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Aiutami a rivivere

Cari sposi, siamo giunti oramai alla fine della Quaresima, questa V domenica ci fa da portale di accesso alla Settimana Santa e l’ultimo tratto di strada verso la Risurrezione. Perciò la liturgia ci colloca dinanzi alla scena della “riviviscenza” di Lazzaro, non per nulla il settimo segno, quello che svela Gesù quale Signore della Vita.

Un racconto estremamente toccante perché Giovanni ci mette a stretto contatto con l’umanità di Cristo e il suo Cuore tanto sensibile e buono. Gesù piange per l’amico caro! Ma come è possibile che Dio che si metta a piangere! Ammettiamolo: non siamo abituati a concepire l’emotività del Signore; ci parrebbe più “normale” se restasse meno coinvolto davanti alle nostre necessità e bisogni. Eppure, è l’esatto contrario! Gesù è Uomo fino in fondo, maschio in pienezza; quindi, tutto quello che di bello e buono è in noi, Lui l’aveva in massima misura e di conseguenza anche la capacità di sentire, di compatire, di emozionarsi. Dice Papa Francesco: “Il Figlio eterno di Dio, che mi trascende senza limiti, ha voluto amarmi anche con un cuore umano. I suoi sentimenti umani diventano sacramento di un amore infinito e definitivo” (Dilexi te, 60). 

Alla luce di tutto ciò, in questa domenica siamo chiamati a contemplare due grandi movimenti che svelano il modo di essere del cuore di Gesù. Se li sapremo sviscerare in profondità, esso ci potranno infiammare di amore e di devozione per Lui.

Per prima cosa notiamo che Gesù compie un gesto ardito e impensabile. Pur amando il suo caro amico Lazzaro, attende fino al 4° giorno dalla morte per andare a casa sua! A noi pare ovvio e doveroso, qualora un nostro caro sia in pericolo, precipitarci accanto a lui. Il Signore invece risponde con una calma imbarazzante: che cosa ha in mente il Signore con tale dilazione pianificata? Ricordiamo che la medicina, a quei tempi, non aveva certo termine di paragone con quella del 21° secolo. Se l’accertamento della morte ancora oggi risulta fallibile, figuriamoci 2000 anni, quando non di rado la catalessi veniva confusa col decesso, causando il fenomeno dei sepolti vivi. Ecco perché il Signore dissipa ogni ombra di dubbio e, come negli altri 6 segni, agisce solo quando manca qualcosa di oggettivo e non vi è possibilità di errore o confusione. In questo caso Gesù vuole che sia palese a tutti che Lazzaro è assolutamente morto, al punto che la decomposizione è già iniziata.

Attenzione però che la morte di Lazzaro non fa solo riferimento a quella fisica ma anche alla morte spirituale, come ad esempio la chiusura del cuore, l’indurimento orgoglioso, la paralisi per colpa dei vizi… E allora, il primo movimento di Cristo è di penetrare dentro la mia morte, di qualunque costituzione essa sia, per venirmi a prendere persino in fondo alla tomba!

Cristo non si rassegna ai sepolcri che ci siamo costruiti con le nostre scelte di male e di morte, con i nostri sbagli, con i nostri peccati. Lui non si rassegna a questo! Lui ci invita, quasi ci ordina, di uscire dalla tomba in cui i nostri peccati ci hanno sprofondato. Ci chiama insistentemente ad uscire dal buio della prigione in cui ci siamo rinchiusi, accontentandoci di una vita falsa, egoistica, mediocre. «Vieni fuori!», ci dice, «Vieni fuori!»” (Angelus, 6 aprile 2014).

Che grande è il Signore che non ha paura o schifo del mio peccato e si sporca così tanto le mani! Ma poi ci deve essere la risposta, ed ecco il secondo movimento. Lazzaro si è lasciato amare, ha risposto all’invito di Gesù e, seppur con fatica, è uscito dal sepolcro:

Caro fratello, cara sorella, togliti le bende che ti legano (cfr. v. 45); per favore, non cedere al pessimismo che deprime, non cedere al timore che isola, non cedere allo scoraggiamento per il ricordo di brutte esperienze, non cedere alla paura che paralizza. Gesù ci dice: “Io ti voglio libero, ti voglio vivo, non ti abbandono e sono con te! È tutto buio, ma io sono con te! Non lasciarti imprigionare dal dolore, non lasciar morire la speranza. Fratello, sorella, ritorna a vivere!” – “E come faccio?” – “Prendimi per mano”, e Lui ci prende per mano. Lasciati tirare fuori: e Lui è capace di farlo. In questi momenti brutti che succedono a tutti noi” (Angelus, 26 marzo 2023).

Questa domenica il Signore ci ricorda che la Sua Onnipotenza è “collegata” in modo misterioso alla nostra risposta libera ed è il momento di gridare a Gesù di voler vivere, di essere disposti a rinascere e risorgere dalle nostre piccoli o grandi morti.

Se sovrapponiamo il matrimonio a questa vicenda, ne restiamo sorpresi. Infatti, gli sposi, per vivere in una condivisione a 360° in cui non esistono maschere o schermi tra marito e moglie – e se mai uno tentasse di metterli, prima o poi, la vita ti porterebbe ad abbatterli e rimuoverli – toccano con mano, almeno una volta, le altrui “morti” interiori. Nella mia esperienza ho avuto la grazia di conoscere sposi che hanno seguito e soccorso il proprio coniuge fin nella sua “tomba”, lottando e dovendo fare i conti con debolezze, fragilità, situazioni di peccato tali da mettere a serio rischio la relazione stessa. Eppure, hanno gridato al proprio consorte con Gesù: “esci fuori” e gli sono stati vicino nel cammino verso la guarigione.

Cari sposi, siamo nell’aurora della luce pasquale. Grazie ad essa riceviamo chiarezza e forza per capire come si ama davvero. Se Gesù, il nostro Signore e Sposo del vostro matrimonio, è stato capace di tirar fuori Lazzaro dalla tomba, anche a voi, per la Grazia nuziale, concede una forza di amore tale da far rinascere e risorgere la persona che amate.

ANTONIO E LUISA

Anche nel nostro matrimonio abbiamo scoperto che funziona così. A un certo punto abbiamo capito che la svolta non nasce dal controllo, né dal rimprovero, ma da uno sguardo che resta. Uno sguardo che non si ritira, che continua ad amare anche quando l’altro sembra lontano. Uno sguardo gratuito, non meritato. Ci siamo accorti che proprio lì qualcosa cambia davvero: quando smettiamo di chiedere prestazioni e iniziamo ad amare come Dio ama. Senza condizioni.

Non è stato facile, perché dentro di noi c’era la tentazione di reagire, di pretendere, di chiuderci. Ma abbiamo visto con i nostri occhi che amare così non è debolezza. È potenza. È dirci, anche senza parole: “Tu non sei il tuo buio. Io vedo ancora vita in te.” E a volte è proprio questo sguardo che, piano piano, ha aperto il nostro sepolcro.

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Radicati nella luce

Cari sposi, tutta la natura sta vivendo un crescendo di vitalità che ci parla di vicinanza alla Pasqua, la fonte della vera Vita. Siamo nella gioia perché sappiamo che Cristo è Risorto e che il male non può mai avere l’ultima parola nella nostra vita. Tutta la Liturgia ce lo ricorda dal momento che ogni lettura dice qualcosa di attinente al Battesimo, l’evento che segna la nostra definitiva inserzione in Cristo e la “caparra” della vita eterna con Lui. Ecco in definitiva la radice della nostra gioia.

La prima lettura ci ricorda che siamo stati chiamati alla fede, benché nati in un paese e in una cultura cristiana da svariati secoli. Come Davide, anche noi siamo stati scelti per diventare re, sacerdoti e profeti e per vivere una vita in Cristo, – il tema della seconda lettura – non più schiavi né succubi di mode e stili di vita mondani. Siamo stati illuminati da Cristo! Ecco il grande tema del Vangelo: da ciechi che eravamo Lui ci ha dato la fede, che è la vera luce.

In che senso la fede è luce? Essa è il dono con cui possiamo “vedere” il mondo con gli occhi di Dio, la saggezza che supera ogni intelligenza umana e sbugiardare ogni sofisma ideologico. Ascoltiamo cosa ci dice Papa Francesco su questo aspetto:

Con la luce della fede colui che era cieco scopre la sua nuova identità. Egli ormai è una “nuova creatura”, in grado di vedere in una nuova luce la sua vita e il mondo che lo circonda, perché è entrato in comunione con Cristo, è entrato in un’altra dimensione. Non è più un mendicante emarginato dalla comunità; non è più schiavo della cecità e del pregiudizio. Il suo cammino di illuminazione è metafora del percorso di liberazione dal peccato a cui siamo chiamati. Il peccato è come un velo scuro che copre il nostro viso e ci impedisce di vedere chiaramente noi stessi e il mondo; il perdono del Signore toglie questa coltre di ombra e di tenebra e ci ridona nuova luce. La Quaresima che stiamo vivendo sia tempo opportuno e prezioso per avvicinarci al Signore, chiedendo la sua misericordia, nelle diverse forme che la Madre Chiesa ci propone” (Angelus 22 marzo 2020).

Per quanto una coppia possa avere problemi e difficoltà di vario tipo e non sia affatto perfetta nell’amore, comunque, nel momento in cui ha deciso di donare a Cristo la propria relazione, è già fonte di luce! Proprio come i lumini delle tombe al cimitero, che, benché fiochi, sanno comunque illuminare pur nel cuore della notte. Ecco allora che di nuovo il Papa ci rimembra questa verità:

«L’alleanza di amore e fedeltà, di cui vive la Santa Famiglia di Nazaret, illumina il principio che dà forma ad ogni famiglia, e la rende capace di affrontare meglio le vicissitudini della vita e della storia. Su questo fondamento, ogni famiglia, pur nella sua debolezza, può diventare una luce nel buio del mondo. “Qui comprendiamo il modo di vivere in famiglia. Nazaret ci ricordi che cos’è la famiglia, cos’è la comunione di amore, la sua bellezza austera e semplice, il suo carattere sacro e inviolabile; ci faccia vedere come è dolce ed insostituibile l’educazione in famiglia, ci insegni la sua funzione naturale nell’ordine sociale” (Paolo VI, Discorso a Nazaret, 5 gennaio 1964)» (Amoris laetitia, 66).

È il dono di grazia che, non appena gli diamo la possibilità, riesce a far capolino nella nostra vita e a dare luce a noi e a chi ci sta attorno. È in forza di quella Presenza sacramentale che vi abita che potete essere un riflesso di Luce che “dice” senza parole che Dio esiste e ti ama. Cari sposi, siate nella gioia perché “la luce del Re eterno ha vinto le tenebre del mondo” (Preconio pasquale), quindi anche le vostre e vi ha reso splendenti di Lui.

ANTONIO E LUISA

Per molto tempo, nel mio matrimonio, pensavo che il problema fosse sempre fuori da me. Se qualcosa non funzionava con Luisa, dentro di me scattava subito il pensiero: se lei cambiasse questo, se capisse quest’altra cosa, allora starei meglio. Mi sentivo nel giusto. Poi un giorno, durante la preghiera, mi sono accorto di una cosa scomoda: non vedevo davvero quello che stava succedendo tra noi. Ero cieco. Cieco alle mie chiusure, alle ferite che mi portavo dietro, alle paure che mi facevano reagire male. Pensavo di sapere che strada prendere, ma in realtà giravo sempre nello stesso punto. Solo quando ho avuto il coraggio di dirlo a Gesù – Signore, non ci vedo, aiutami – qualcosa si è aperto. Ho iniziato a capire che prima della guarigione viene la verità. Ammettere di essere ciechi non è una sconfitta. È il momento in cui finalmente smettiamo di difenderci e permettiamo a Gesù di iniziare a guidarci.

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Ascolta la tua sete (di Amore)

Cari sposi, anni fa una nota bibita gassata riuscì a colpire nel segno con una felice trovata pubblicitaria dal titolo: “ascolta la tua sete”. Geniale il mettere a dialogare due sensi, cosa non facile se ci pensiamo bene, eppure un po’ di ragione c’è. La sete, quella non solo fisica, va accolta e va capita perché rimanda a ben altro.

È quanto ha fatto Gesù nel Vangelo che oggi la Chiesa ci presenta, perché è andato dentro alla “sete” di questa donna e le ha dato la chiave di lettura più importante perché potesse comprenderla ed estinguerla. Una sete talmente forte che, pur di spegnerla, ne aveva avuto in cambio solo delusioni, forse rancori, magari risentimenti e rammarichi … chi è passato da una separazione sa quale lascito si può trascinare per una vita intera. Fosse anche stata una volta sola nella vita, sarebbe più che sufficiente quanto a sofferenza, per cui proviamo a immaginare il peso che lei conserva da anni e l’amarezza che cova dentro.

Gesù non è affatto estraneo a tutto ciò, anzi si è piazzato lì, davanti a quel pozzo, proprio intuendo la sua sete immensa di amore vero. Per quello l’attende al varco, per sanare quella ferita e riempire quel vuoto! Un vuoto che nessun altro poteva colmare proprio perché “il cuore dell’uomo inganna più di ogni altra cosa: è incorreggibile. Chi può comprenderlo? Ma io, il Signore, conosco i sentimenti e i pensieri segreti dell’uomo” (Ger 17, 9-10).

Sebbene maritata per l’ennesima volta, lei, in realtà è senza uno sposo vero. Piuttosto, lo Sposo che inconsapevolmente anela è lì davanti a lei. Lo si capisce dal fatto che siamo dinanzi a un incontro di corteggiamento nello stile veterotestamentario, come fecero diversi personaggi biblici: il servo di Abramo e Rebecca (Gen 24,11-27), Giacobbe e Rachele (Gen 29,1-21) e Mosè e le figlie di Raguel (Es 2,15-21). Nell’Antico Testamento, infatti, “l’acqua viva” simbolizza l’azione di Dio (cfr. Ger 2, 13; Zc 14, 8; Ez 47, 9), acqua che grazie a Gesù diventa poi “il dono di Dio” cioè la grazia spirituale, la presenza di Dio nel suo cuore che può dissetare il bisogno di amore profondo.

Quanto ha da dirci questo vangelo! Lo dico anzitutto per chi è, come voi, sposato, come anche per chi è consacrato a Dio. La grande lezione è che il bisogno profondo di amare ed essere amato può davvero essere colmato solo da Cristo. Noi siamo fatti per vivere le nozze eterne con Dio e non è certamente la “carnalità” o l’innamoramento terreno che può soddisfare questa sete esistenziale, ma solo essere una via di inizio. Perciò, la vita intima di voi sposi può appagare in parte tale sete a patto che essa conduca a Dio, se l’amore fisico, corporeo, porta ad amare più il Signore. Infatti, è vero, “l’eros vuole sollevarci « in estasi » verso il Divino, condurci al di là di noi stessi, ma proprio per questo richiede un cammino di ascesa, di rinunce, di purificazioni e di guarigioni” (Benedetto XVI, Deus Caritas est, 5).

Se da un lato, Cristo, con la sua Incarnazione è “sceso” perché ha preso “carne” in voi con il Battesimo e nell’Eucarestia, con il matrimonio, voi sposi, vivendo nella carne l’amore, vi incamminate verso lo Sposo, cioè Lo rendete presente e potete proiettare il Suo amore in voi e attorno a voi.

Cari sposi, la Samaritana è così anche simbolo di ogni persona ed ogni coppia che sperimenta fame e sete di amore, un bisogno vitale che qui nessuno mai potrà appagare, ma solo lo Sposo per eccellenza, reso presente nel vostro amore nuziale.

ANTONIO E LUISA

Prima di incontrare Luisa la mia fede era fragile. Andavo a Messa ogni tanto, ma senza una vera relazione con Gesù. Della Chiesa coglievo alcune cose belle e altre le lasciavo sullo sfondo, senza interrogarmi troppo.

Poi è arrivata Luisa, con la sua storia, la sua esperienza, una fede molto più salda e consapevole della mia. Mi sono innamorato di lei… e anche del suo Gesù. Ma a un certo punto ho dovuto chiedermi con sincerità: mi sono davvero innamorato di Cristo, oppure il mio dio era Luisa?

Credevo nel Dio eterno oppure stavo costruendo la mia felicità su una creatura fragile e limitata? Ho capito che, se non torno continuamente alla sorgente che è Cristo, non sarò mai capace di amare davvero mia moglie. Perché nessun amore umano può reggere se diventa il posto di Dio. Solo chi si abbevera alla fonte può amare senza possedere, senza pretendere, senza trasformare l’altro nel proprio assoluto.

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Doni dello stesso Padre

Cari sposi, da poco è passato Carnevale, anche se qua e là ancora si festeggia. Di certo è un’occasione che ci riporta lieti ricordi e momenti di grande gioia della nostra infanzia. Un momento speciale di quelle feste era svelare l’identità del mascherato, ricoperto di fantasiosi costumi, forse frutto dell’ingegno dei genitori e nonni.

Anche nel Vangelo di oggi si può dire che avviene qualcosa del genere. Gesù si ritira in preghiera, come al solito su un monte. La tradizione ha fissato nel Tabor la presente scena, una collina primeggiante in tutta la valle di Izreel e che fino ai giorni nostri possiede una particolare bellezza paesaggistica. Che meraviglia deve essere stato pregare lassù, alla brezza del vento e contemplando i dolci contorni delle colline della Galilea e del lago di Genesaret!

Durante quella veglia di preghiera avviene una cosa mai accaduta prima e, da quanto sappiamo, nemmeno successivamente. Gesù all’improvviso viene rivestito di luce, poi avvolto da una nube e infine annunciato solennemente da una voce dal Cielo. Si tratta di una vera e propria “teofania”, una rivelazione della Trinità, in continuità a quello che avvenne su un altro monte, il Sinai, quando Dio rivolse a Mosè le Dieci Parole.

Soffermiamoci sulla parola che ha dato il titolo a questa vicenda: la trasfigurazione. La parola usata nella versione greca è il verbo greco (metamorphoó) il quale indica una trasformazione profonda, un cambiamento di forma, natura o apparenza. Nel Nuovo Testamento, è usato in due occasioni, questa della trasfigurazione di Gesù e poi la trasformazione interiore dei credenti (Rm 12, 2; 2 Cor 3,18); quindi non si tratta di un semplice travestimento ma una manifestazione di una realtà interiore superiore.

E qual è quindi la realtà interiore più profonda di Gesù? Che cosa “vedono” in definitiva Pietro, Giacomo e Giovanni? Il figlio amato del Padre, ecco l’autentica carta di identità di Gesù. La luce che emana Cristo è l’essere figlio amato da Suo Padre, una luce che splende anche in e da noi grazie al Battesimo. Da quel momento la mia identità non sono i miei peccati e gli sbagli che ho potuto commettere nella mia vita ma l’amore gratuito di Dio Padre per me. Per questo devo ascoltare Lui e non le voci interiori ed esteriori che mi affossano e svalutano.

In questo senso ci ricorda Papa Francesco che: “questo Vangelo traccia anche per noi una strada: ci insegna quanto è importante stare con Gesù, anche quando non è facile capire tutto quello che dice e che fa per noi. È stando con Lui, infatti, che impariamo a riconoscere sul suo volto la bellezza luminosa dell’amore che si dona, anche quando porta i segni della croce. Ed è alla sua scuola che impariamo a cogliere la stessa bellezza nei volti delle persone che ogni giorno camminano accanto a noi: i familiari, gli amici, i colleghi, chi nei modi più vari si prende cura di noi” (Angelus, 5 marzo 2023).

Cari sposi, allora, alla luce di questo ricordiamo che la Quaresima è tempo di ravvivamento della consapevolezza di essere figlio e figlia amati dal Padre. Questa verità non sarà mai a sufficienza predicata perché è il pilastro portante di tutta la vita cristiana, come afferma ancora Francesco: “Gesù Cristo è il volto della misericordia del Padre. Il mistero della fede cristiana sembra trovare in questa parola la sua sintesi” (Bolla Misericordiae vultus, 1).

Cercate il Suo volto, nel silenzio della Parola, nell’Eucarestia celebrata e adorata, nel digiuno, nel servizio al prossimo… cercatelo di più, ora che il Padre si vuole far trovare. E nella misura in cui ognuno di voi sta dinanzi a Lui e si riconosce figlio, diventa miglior coniuge. Come ha felicemente intuito Giovanni Paolo II, la maturazione nell’amore sta proprio nel riconoscerci un dono di amore, disceso dal Padre, condizione necessaria per poi saperlo donare nel matrimonio. Perciò, buon cammino quaresimale di coppia a riscoprirvi dono, l’uno per l’altro.

ANTONIO E LUISA

La Trasfigurazione non è un evento lontano, irraggiungibile. È una luce che entra nella ferialità. Nel matrimonio la vediamo quando, dentro una discussione, uno dei due decide di abbassare la voce invece di alzarla. Quando si chiede scusa senza calcolare. Quando si resta, anche stanchi. È lì che il volto dell’altro cambia: non perché diventa perfetto, ma perché lo guardiamo con occhi nuovi. La Trasfigurazione accade quando scegliamo di non fermarci alla fatica ma di attraversarla insieme. Non è evasione dal conflitto: è fedeltà dentro il conflitto. È la gloria che si intravede nella perseveranza quotidiana. È Cristo che illumina un “noi” concreto, fragile, ma deciso ad amare davvero.

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In lotta assieme per la libertà

Cari sposi, può sembrare un incipit pro Che Guevara e rivoluzioni politiche ma oggi, prima domenica di Quaresima, inizia qualcosa di ben più importante e trascendente: il nostro cammino verso la Pasqua, l’inizio della vera liberazione, quella eterna.

Dire Pasqua per noi cristiani rimanda giustamente alla Risurrezione, ma guardando l’Antico Testamento, la Pasqua è considerata dal popolo ebraico anzitutto una liberazione da vincoli materiali. È solo con Cristo, che Essa, in virtù della Nuova Vita, segna l’esito definitivo della nostra fede, che ci rende liberi nel più profondo del nostro cuore, addirittura quand’anche una persona non fosse fisicamente sciolto da impedimenti.

Vediamo allora cos’ha da dirci a tale riguardo la Parola odierna. Anzitutto partiamo dalla Genesi in cui ci è presentato “Paradiso” un po’ strano dal momento che i nostri Progenitori hanno avuto comunque dei divieti e pare non fossero poi così autonomi. A ben vedere, come ci insegna il Catechismo, la nostra non è una libertà assoluta ma, in quanto persone limitate per struttura e condizione fisica, abbiamo bisogno di avere limiti che ci ricordino chi siamo e da dove veniamo. Dunque, il limite non azzera la mia libertà ma, anzi, mi affranca dall’illusione di decidere da solo cosa è bene e cosa è male. Che impressione mi fece, da seminarista, ascoltare un esorcista che affermava che il massimo obiettivo del diavolo non è farci compiere chissà quale misfatto ma convincerci che l’ideale di vita sia… “fa’ ciò che vuoi”!

Ecco allora che le tentazioni sono tutte azioni – diremmo – alquanto “adolescenziali”, di chi vuole sentirsi onnipotente e senza alcun vincolo con niente e nessuno: sul cibo (piaceri della vita), davanti agli altri (vanità e ostentazione), riguardo ai beni (soldi e potere). Peccato che chi le pratica va esattamente nella direzione opposta…

Difatti, il demonio vuole rendere ogni persona un eterno “adolescente”, cioè una persona in balìa dei propri istinti e pulsioni e in fin dei conti, perennemente schiava di qualcosa. Ecco perché la Quaresima è precisamente il contrario: è una via verso la liberazione integrale, non per nulla i suoi Quaranta giorni (da cui Quadragesima in latino) ricordano i 40 anni di viaggio del popolo ebraico verso la terra in cui sarebbero stati finalmente liberi, a casa propria, senza il giogo di un popolo oppressore.

Allora le tentazioni sono quella lotta, quell’allenamento che ci fa liberi e Gesù, che le ha vissute nel silenzio del suo cuore, ce le ha volute raccontare per insegnarci a batterci senza paura e senza indugio, al fine di raggiungere la stessa mèta: la libertà dei figli di Dio. Cosa possono dire le 3 tentazioni agli sposi?

Anzitutto che l’essere in due a lottare è senz’altro un punto di vantaggio. Gesù ci insegna a chiamare le cose per nome e sulla stessa scia i Padri del deserto, come S. Antonio, Evagrio Pontico, Pacomio… ci ricordano che il dare un nome a quello che sto sperimentando (attacco di ira, senso di tristezza, desiderio di vendetta…) è già un inizio di vittoria sul male. Ecco allora che il dialogo aperto e sincero del cuore può aiutarvi a collaborare nella lotta contro lo spirito del maligno che vuole trasformare la vostra relazione in un rapporto immaturo e sentimentale, un vivere assieme fatto più su impegni condivisi e responsabilità verso i figli che di una missione a due, in cammino verso Cristo.

Gesù Sposo vuole condurvi alla vera libertà dell’amore, la libertà filiale di chi cerca di diventare un dono totale per l’altro. Tutto ciò che vi impedisce di incarnare questo stile di vita non è da Dio ma dal nemico. Cari sposi, è veramente bello sapere che la Quaresima è un lungo allenamento verso la vera libertà interiore, del cuore, quella libertà che qui è solo un tenue assaggio di quando saremo figli nel Figlio. Vale allora la pena di lottare assieme, con la Grazia, per raggiungere la Terra Promessa.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca ci ha dato diversi spunti. Il matrimonio è una scuola di libertà autentica, anche se spesso non lo riconosciamo subito. Viviamo in una cultura che identifica la libertà con il “fare ciò che voglio”, senza limiti né legami. Ma molte volte ciò che chiamiamo libertà è semplicemente la reazione alle nostre ferite: evitare ciò che ci spaventa, inseguire ciò che ci consola subito, difenderci per non sentirci vulnerabili. Le tentazioni di cui parli – il piacere senza misura, la ricerca dello sguardo degli altri, il desiderio di potere o controllo – hanno qualcosa di adolescenziale perché promettono un’onnipotenza illusoria: nessun vincolo, nessuna dipendenza, nessuna responsabilità. Eppure chi vive così spesso finisce più schiavo di prima.

Il matrimonio, invece, educa a una libertà più profonda. Non perché imponga catene, ma perché mette davanti a uno specchio vivo: l’altro. Nella relazione stabile non possiamo fuggire continuamente; siamo chiamati a guardare le nostre fragilità, a scegliere il bene anche quando non coincide con l’impulso del momento. Amare significa spesso andare contro le proprie ferite, non assecondarle. È lì che nasce la vera libertà: non fare tutto ciò che passa per la mente, ma diventare capaci di amare davvero. Nel sì quotidiano all’altro, l’uomo e la donna imparano a non essere dominati dalle proprie paure o dai propri bisogni, ma a trasformarli in dono. Ed è proprio questo passaggio che rende il matrimonio un cammino di maturazione e di liberazione autentica.

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Solo in Cristo la pienezza

Cari sposi, può essere che qualcuno di voi, magari sull’onda dell’impeto della ribellione giovanile avrà trovato sfogo nelle inebrianti letture di Friedrich Nietzsche e si sarà identificato nelle invettive contro il cristianesimo, come ad esempio: “la Chiesa combatte la passione con l’estirpazione in ogni senso: la sua pratica, la sua ‘cura’, è la castrazione” (Crepuscolo degli idoli).

Un senso di inquadramento ed incasellamento viene pressoché spontaneo se diamo una letta veloce al Discorso della Montagna, quello che il Vangelo di oggi mette al centro della Liturgia, perché è la ripresa del Decalogo, quindi in sostanza, regole da osservare per essere bravi e buoni. E qui lo spirito nietzschiano che aleggia ancora nella mentalità comune potrebbe di nuovo aizzarsi.

Eppure, se leggiamo bene il Signore sta facendo una cosa portentosa, in parte l’abbiamo già vista qualche domenica fa a proposito delle Beatitudini che sono pochi paragrafi prima di questo testo. Gesù sta rileggendo il Decalogo mettendo al centro la Sua Persona. Chi potrebbe fare una cosa del genere se non Dio? E infatti, vengono sì rimessi al centro i grandi “no” della Legge ma totalmente reinterpretati secondo il Cuore di Cristo.

Ricordiamoci che Gesù è Maestro, è la Verità in persona e presuppone vero quello che è di senso comune. In effetti, nella tradizione morale è frequente l’idea che i doveri negativi (non nuocere, non rubare, non uccidere…) siano più stringenti e universali dei doveri positivi (aiutare e promuovere il bene). Difatti, un divieto è spesso più facilmente universalizzabile: “Non uccidere” può valere per tutti e sempre, mentre un obbligo positivo richiede una specificazione contestuale (chi deve fare cosa? E quando? E fino a che punto?). Quindi la pedagogia delle 10 Parole non è poi così male…

Ma in tutto ciò dove sta l’aspetto positivo? Proprio nella Persona di Cristo, nella relazione con Lui. Per cui noi cristiani non obbediamo, strettamente parlando, delle Leggi. O meglio, l’essenza del nostro comportamento non è un nuovo codice etico bensì lo stile di vita di Cristo stesso. Sembra una banalità ma la Chiesa ha avuto piena chiarezza di questo con il rinnovamento teologico del XX secolo e il suo momento culmine è l’Enciclica Veritatis splendor di Giovanni Paolo II (1993). In essa, il filo rosso per comprendere qual è la norma di comportamento del cristiano è la parabola del “figliol prodigo”: “maestro, cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”. Un modo distinto di tradurre: come posso essere felice? E la risposta la sappiamo: “vieni e seguimi”.

Alla luce di questo principio va compresa la Parola odierna: il Siracide invita ad osservare i comandamenti come segno di una ricerca personale del bene, non come comando da un’autorità esterna; il Salmo promette la felicità a chi custodisce la Legge; Paolo ricorda ai Corinzi che è la Sapienza di Dio, cioè Cristo, a guidare la nostra condotta.

Infine, al centro del Vangelo c’è un’espressione di una profondità particolare: “portare a pienezza, portare a compimento”. Cristo è colui che porta a compimento ogni cosa, in particolar modo il desiderio di felicità e di senso, insito nel cuore umano e che nessun sistema valoriale o legislativo era in grado di garantire. Essere in Cristo, in relazione con Lui è allora dove ci giochiamo tutto e dove iniziamo sperimentare il centuplo quaggiù di chi Lo segue con tutto il cuore.

Per voi sposi vi è qui un’applicazione direi unica. Se è Cristo ad invitare il giovane ricco, e con lui per estensione, ogni battezzato, nel vostro caso direi che avviene il contrario. Infatti, nel sacramento del matrimonio è “il Salvatore degli uomini e sposo della Chiesa che viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio. Inoltre, rimane con loro” (cfr. GS 48).

Ciò significa che siete già sulla strada della pienezza del vostro amore, è lui che vi ha già instradato bene, anche se probabilmente ne avevate una consapevolezza parziale al momento di sposarvi.

Il Vangelo di oggi è una conferma della bontà e grandezza della vostra vocazione nuziale. Essa è via verso la pienezza, come ci ricorda Papa Francesco: “L’amore coniugale raggiunge quella pienezza a cui è interiormente ordinato, la carità coniugale” (Amoris laetitia 120). Cari sposi, voi questa pienezza la potete toccare con mano e farne esperienza, in un modo tutto vostro, che ad altri laici o religiosi o sacerdoti non è dato. A noi e a tutto il mondo, è dato di vedere i vostri frutti meravigliosi.

ANTONIO E LUISA

Voglio declinare quanto ha così ben espresso padre Luca in un ambito specifico del matrimonio. Per me fondamentale. Ho capito che la legge morale cattolica cambia quando smette di essere un insieme di divieti e diventa una strada di verità. Anche temi come i rapporti prematrimoniali o l’apertura alla vita, se vissuti come norme da subire, sembrano solo rinunce. Ma quando li ho accolti come un sì all’amore autentico, ho scoperto più libertà e profondità. Custodire il corpo prima del matrimonio è diventato rispetto e preparazione al dono reciproco; accogliere la fertilità ha rafforzato il dialogo e la responsabilità nella coppia. Non è sempre facile, ma la morale cristiana non toglie gioia: la orienta, trasformando la legge in un cammino concreto verso una pienezza reale.

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Sei già nella Luce

Cari sposi, la Parola continua a parlarci usando immagini simili nelle ultime domeniche. Abbiamo visto Gesù che inizia la sua vita pubblica in una terra “tenebrosa”, non nel senso meteorologico per essere abitate in maggioranza da persone non credenti. Ed oggi rimane il simbolo della luce in aggiunta a quello del sale. Entrambi hanno una pluralità di significati che rimandano al loro effetto su di noi: tanto non si può restare indifferenti alla luce del sole, al punto che il nostro occhio spontaneamente si chiude, come nemmeno il palato ignora la sapidità di una pietanza.

Però entrambi, luce e sale, sono solo un mezzo per farci capire qualcosa di molto più profondo, non legato per forza al mondo del I secolo. Difatti, dice Giovanni Paolo II: “Il linguaggio di Gesù, ricco di immagini e parabole, manifesta insieme la misericordia di Dio e l’esigenza della conversione” (Redemptoris Missio 13), un modo per toccare i cuori delle persone sia del passato che del futuro.

Cosa dicono allora a noi, nel 2026? Essere luce vuol dire riflettere qualcosa di Colui che è stato chiamato da Simeone “luce per rivelarti alle genti” (cfr. Lc 2, 32). Analogamente essere sale significa che Gesù sta dando “sapore” alla mia vita, gli conferisce un tocco particolare. Quando siamo di Cristo, lo facciamo sentire agli altri, in un modo o nell’altro. Lo diceva bene Origene, uno dei Padri della Chiesa, nel suo “Commento a Matteo”; Egli interpreta Cristo stesso come il sale primario e i discepoli in quanto partecipano di Cristo. Quindi, più siamo in relazione con Cristo e più la nostra vita ha un gusto particolare e al tempo stesso lo trasmette agli altri.

Ora, so bene che quando ci troviamo davanti a queste affermazioni contundenti del Vangelo può insinuarsi nel nostro cuore una certa tristezza o inadeguatezza: “magari fossi un lumino da cimitero…, mi sento proprio insipido… non ne combino una giusta…”. Eppure, nel testo Gesù non sta dando un comando, non dice “siate sale o siate luce” ma piuttosto usa un verbo al presente: “voi siete luce e sale”. Vuol dire che il dono di essere tali è già in noi e – lo sappiamo – è per la grazia del Battesimo che Cristo, “luce del mondo” (Gv 8, 12) vive in noi. Di conseguenza, siamo già insaporiti di sale perché abbiamo il dono della Sapienza con cui possiamo comprendere il piano divino e trovare il “sapore” di Dio nelle cose.

Anche Papa Francesco va in questa direzione quando ci dice:

È «sale» il discepolo che, nonostante i fallimenti quotidiani – perché tutti noi ne abbiamo –, si rialza dalla polvere dei propri sbagli, ricominciando con coraggio e pazienza, ogni giorno, a cercare il dialogo e l’incontro con gli altri. È «sale» il discepolo che non ricerca il consenso e il plauso, ma si sforza di essere una presenza umile, costruttiva, nella fedeltà agli insegnamenti di Gesù che è venuto nel mondo non per essere servito, ma per servire. E di questo atteggiamento c’è tanto bisogno!” (Angelus, 9 febbraio 2020).

Bello sentirsi dire che si è sale e luce a partire da piccole cose, vissute con amore! Ma c’è anche una luce e un sale che vengono elargiti dal sacramento del matrimonio, difatti pure il matrimonio è stato concepito dal Signore quale datore di sale e luce divina. Devo ammettere che sono rimasto sorpreso quando, in un seminario per sposi, ho ascoltato da don Renzo Bonetti dire: “il sacramento del matrimonio non è in ultima istanza per gli sposi ma per la Chiesa”. Chiaramente sono frasi da intendere non come “aut aut” ma piuttosto “et et”. Quindi il matrimonio è anzitutto un bene sia per gli sposi ma che è chiamato, per sua natura, a diventare dono anche per chi è toccato da quel matrimonio.

E allora come può una coppia essere sale e luce? Analogamente a come avviene in natura: la luce del sole inizia gradualmente dall’aurora, poi l’alba infine la levata. Cioè è un cammino di crescita continua in cui gli sposi vogliono attingere e rinnovare di continuo il loro amore nel Signore, quando Lo cercano, Gli parlano assieme, Lo invocano assieme, Lo rendono partecipe di gioie, sofferenze, scelte di vita…

Davvero non è così difficile, ma uno dei due deve iniziare e poi a poco a poco coinvolgere l’altro/a in questo cammino a Tre. Cari sposi, vi invito ancora una volta a far leva più sullo stupore e sulla considerazione del dono ricevuto, che sul dovere di essere coerenti – giustamente – con la vocazione ricevuta. E così, la gioiosa certezza di essere stati arricchiti di questa grazia fa scaturire di per sé la voglia di viverla.

ANTONIO E LUISA

Da qualche mese io e Luisa abbiamo iniziato a ritagliarci un’ora alla settimana per l’adorazione insieme. All’inizio sembrava solo un impegno in più dentro giornate già piene, ma piano piano è diventato un punto fermo. Seduti in silenzio davanti al Signore, senza dover risolvere tutto subito, abbiamo imparato a portarGli le fatiche, le incomprensioni, le scelte da fare. Tornando a casa, spesso non cambiavano le situazioni esterne, ma cambiava il nostro sguardo: più pazienza, più ascolto, meno fretta di avere ragione. Ho capito che essere sale e luce non nasce da grandi gesti, ma da piccoli appuntamenti fedeli in cui lasciamo che Dio illumini passo dopo passo il nostro amore.

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Beatitudini, vie di felicità già da ora

Cari sposi, come sapete, ogni evangelista ha avuto un’ispirazione speciale per parlare di Gesù a un gruppo concreto di persone e con il linguaggio adeguato al suo auditorio. In quest’anno liturgico la Chiesa ci pone dinanzi la narrazione di Matteo. Egli, a differenza degli altri, con il suo Vangelo si rivolge ai cristiani provenienti dall’ebraismo, motivo per cui continuamente cita i Profeti, per sottolineare che Gesù realizza le promesse fatte da Dio a Israele. Nel vangelo odierno, qui è particolarmente importante il collegamento tra Cristo e l’Antico Testamento, difatti dal contesto si comprende che Matteo presenta il Signore nientemeno che come il nuovo Mosé, il Sinai risulta essere il Monte Tabor e le Tavole dell’Alleanza diventano le 8 beatitudini.

Se prima di Cristo la Legge aveva la funzione di indicare una via sicura per restare nell’Alleanza, ora è Dio stesso che ci mostra, con la sua persona e il suo stile di vita, come vivere in relazione con Lui. Perciò le beatitudini non sono altro che la carta di identità di Gesù! Gesù è il povero di spirito, il mite, il pacifico, il perseguitato…In questo modo abbiamo non solo un modello di vita ma un amico, un compagno di viaggio che ci aiuta passo dopo passo a incarnare questi Suoi modi di essere.

Tra le beatitudini ce ne sono due che comprendono tutte le altre: la povertà di spirito con la sequela delle opere di giustizia, di umiltà, di mitezza, di purezza, di misericordia, di preoccupazione per la pace; e poi la persecuzione, subìta per amore di Cristo.

Vorrei spendere allora una parola su come gli sposi possono vivere la povertà del cuore e l’eventuale persecuzione per essere di Cristo. Se la povertà in spirito è, come insegna Papa Francesco, la condizione di radicale libertà: “In questo sta la vera libertà: chi ha questo potere dell’umiltà, del servizio, della fratellanza è libero. A servizio di questa libertà sta la povertà elogiata dalle Beatitudini” (Angelus, 5 febbraio 2020), allora il povero è colui che confida totalmente e radicalmente in Dio ed in questo sperimenta di avere tutto.

Gli sposi hanno il dono di una Presenza che li fortifica e li accompagna sempre. Quindi la povertà sta nel riconoscerLa, nel venerarLa, nel coltivarLa e non darla per scontata o sapere (con la mente) che c’è ma farci i conti ogni giorno. Questo, per la coppia, ha risvolti concreti: l’abbandono alla Provvidenza nel gestire l’economia familiare, la rinuncia ad ogni competizione con il coniuge e da ogni preoccupazione per fisico, accettandosi per ciò che siamo e non possiamo cambiare e liberandosi da ogni nuovo idolo quale salute, posizione sociale, opinione altrui… La coppia povera accoglie i doni ricevuti dal Signore e li fa fruttare, li mette all’opera e, all’occorrenza, sa chiedere aiuto, anzitutto al Signore e poi alle persone giuste che Lui mette sul nostro cammino.

Ma vediamo l’altra grande beatitudine di cui ci parla Gesù: la persecuzione per la giustizia. Sembra che parlare di martiri evochi un passato lontanissimo, quando in realtà al giorno d’oggi è un fatto molto più ricorrente dei tempi passati. C’è solo da chiedersi fino a quando, nella nostra bella Italia, godremo la libertà di professare la fede. Ma comunque anche da noi una coppia cristiana può essere “perseguitata” perché vive la coerenza al Vangelo, perché educa i figli in un certo modo, perché prega, perché accoglie, perché si apre alla vita… il volto della “persecuzione” in un paese come il nostro è soprattutto l’esclusione, la derisione, la calunnia alle spalle. Da qui che, la tentazione di “essere come tutti” e di restare nel quieto vivere è forte e alle volte può essere causa di mediocrità e di doppie vite tra privato e pubblico. Solo un rapporto profondo con Cristo è l’ancora di salvezza che ci mantiene fedeli anche in questi momenti difficili e ci dona quella parola giusta per essere noi stessi ovunque ci troviamo.

Cari sposi, ringraziamo il Signore per averci donato già tante coppie che hanno incarnato le Beatitudini e sono stelle nel cielo dei Santi e riflettono su di voi la luce di Cristo Sposo. La loro concretezza e semplicità sono un invito a non mollare mai nel cammino di fede in 3, contando sempre sulla Grazia che il matrimonio incessantemente vi concede.

ANTONIO E LUISA

Un giorno mi sono accorto che stavo vivendo il matrimonio come una prova da superare: essere all’altezza, non deludere, mostrarmi forte. Dentro, però, ero stanco, continuamente in ansia. Durante una passeggiata ho detto a mia moglie che avevo paura di non bastare. Nessun discorso spirituale, solo verità. Ci siamo fermati, in silenzio. Ho sentito che non dovevo dimostrare nulla, né a lei né a Dio. Da allora provo a non inseguire ideali irraggiungibili: salute perfetta, immagine giusta, approvazione altrui. Ogni sera affidiamo ciò che siamo, non ciò che vorremmo essere. È così che la Presenza ci educa alla povertà vera.

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Vocazione continua

Cari sposi, la Liturgia ci fa vivere in “slow motion” una serie di fatti accaduti e durati molto probabilmente poco tempo ma che noi viviamo in più domeniche. È il lasso di tempo che va dal Battesimo di Gesù all’inizio della sua vita pubblica con la chiamata dei primi discepoli.

La parola attorno a cui gira la Parola odierna è “conversione”, il passare dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita. La conversione non è mai facile, è un cambiamento radicale di un modo di essere che dura da anni, spesso innato. Ma Gesù ce lo sta chiedendo perentoriamente, il testo biblico usa un verbo in forma imperativa, non è un invito, come nel caso del giovane ricco, qui è un richiamo inderogabile.

Eppure, c’è una bella notizia perché, nel momento in cui Gesù ci sfida a cambiare vita, ci sta mostrando che comunque è con noi, ci è vicino per darci la forza di farlo e di perseverare. E se noi sovente siamo tentati di mollare, invece Gesù non si stanca mai di venirci appresso, di incontrarsi con noi e come se non bastasse, al contempo ci manda il Suo Spirito e ci affida a Maria, Sua Madre per aiutarci. Tutto ciò l’abbiamo visto nella vita di tanti santi di ieri e di oggi, da S. Francesco fino Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis.

Sentiamoci davvero noi quelle persone a cui Gesù oggi rivolge questa sfida. Se Cristo avesse svolto quel gesto di allora nel 2026 si sarebbe rivolto a persone nomali e semplici, proprio come noi: “Gesù comincia la sua missione non solo da un luogo decentrato, ma anche da uomini che si direbbero, così si può dire, «di basso profilo». Per scegliere i suoi primi discepoli e futuri apostoli, non si rivolge alle scuole degli scribi e dei dottori della Legge, ma alle persone umili e alle persone semplici, che si preparano con impegno alla venuta del Regno di Dio” (Angelus, 26 gennaio 2014).

Pertanto, siamo invitati a ricordare il giorno e l’ora, se possibile, della nostra conversione, del momento in cui abbiamo incontrato il Risorto e Lui ci ha chiamato a seguirLo. È davvero di capitale importanza fare tesoro delle circostanze in cui il Signore si è avvicinato e ha toccato la mia vita prima di tutto per ravvivare di continuo la certezza che Egli è con me e poi perché il Signore non smette mai di ripetere quel gesto, proprio perché vuole tessere con me una relazione di amore: “Anche oggi in questo momento, qui, il Signore passa per la piazza. Ci chiama ad andare con Lui, a lavorare con Lui per il Regno di Dio, nelle «Galilee» dei nostri tempi. Ognuno di voi pensi: il Signore passa oggi, il Signore mi guarda, mi sta guardando!” (Angelus, 26 gennaio 2014).

Un caso di chiamata alla conversione di coppia lo abbiamo nella vicenda di Emmaus. Tra i due discepoli in questione, quello non nominato è forse da intendersi come la moglie di Cleopa. Tale è l’opinione di due biblisti del calibro di Gianfranco Ravasi ne “Le sette parole di Maria” e di Renè Laurentin nel suo libro “Indagine su Maria”.

Anche in questo caso vi è un’evidente chiamata alla conversione, non in modo così esplicito come nella liturgia odierna ma altrettanto chiaro secondo il contesto. Questi sposi erano mesti e abbattuti per la morte di Cristo e il loro discepolato pareva essere giunto al capolinea. Per caso Gesù appare loro per rimproverarli? O Pietro li va a prendere con la forza? Oppure sono i sensi di colpa a farli tornare indietro? Nulla di straordinario li trasforma interiormente bensì vivono 3 esperienze del tutto simili a cui anche noi, dopo 2000, possiamo attingere: 1) Celebrano con il cuore l’Eucaristia; 2) Assimilano la Parola; 3) Vivono a contatto con la propria comunità.

Penso proprio che Gesù, passando dalle rive di tante coppie, giovani o meno giovani, ripeterebbe in tal modo la chiamata che ha rivolto a Pietro, Giovanni e Giacomo. Dice Giovanni Paolo II che “Dio ha chiamato gli sposi «al» matrimonio, continua a chiamarli «nel» matrimonio” (Familiaris consortio 51). Così, cari sposi, Gesù vi continua a chiamare ogni giorno e non si scoraggia davanti alle chiusure che gli possiamo opporre. Con la grazia del sacramento, possiate esprimere un “sì” generoso e pieno.

ANTONIO E LUISA

Una mattina qualunque, mentre facevo colazione con mia moglie, niente di speciale: bambini da preparare, lavoro che incombe, stanchezza addosso. A un certo punto mi sono accorto che Gesù stava passando proprio lì, sulla riva della nostra cucina. Non con parole solenni, ma con una domanda silenziosa: “Vuoi seguirmi anche oggi?” Non una chiamata nuova, ma la stessa, dentro il matrimonio. Anche quando rispondo male, anche quando mi chiudo. E Lui non se ne va. Resta. Mi richiama. E grazie al sacramento, posso ancora dire sì. Ogni giorno.

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Attenti allo Sposo!

Cari sposi, dopo aver vissuto il lungo periodo dall’Avvento al Natale, tutto centrato attorno al Mistero dell’Incarnazione, ora è tempo di tornare alla vita di tutti i giorni, alla nostra routine condita di una consapevolezza maggiore che Dio è in mezzo a noi, sempre.

Il tempo ordinario ricomincia dal momento in cui Gesù esce dal suo “anonimato” di Nazareth ed inizia la vita pubblica, fatta di predicazione e miracoli. La scena che contempliamo oggi è proprio di un Cristo ancora sconosciuto, un falegname– non si sa bene perché –un po’ attempato ma assai attraente, che non si era ancora deciso a sposarsi.

Giovanni quando lo vede poteva tranquillamente dire: “ciao cugino, come stai? Da quanto tempo non ti vedevo!” Eppure, con l’esclamazione “Ecco l’Agnello di Dio” sta rivelando un tono sapienziale, di uno che sta vedendo molto oltre l’apparenza.

In realtà, la confessione di Giovanni è un modo umile e sommesso di dire: “Ecco il Messia”. L’immagine dell’agnello sta a significare che il ruolo di liberatore, intravisto in Gesù, non sarà quello immaginato e tanto atteso dalla stragrande maggioranza degli Ebrei dell’epoca, un re allo stile di Davide che avrebbe ridato l’indipendenza politica a Israele. Piuttosto lo stile messianico di Gesù è quello cantato e preannunciato dal profeta Isaia, motivo per cui la prima lettura ne riprende il tema: Gesù sarà un Messia servo, un Messia umile, che si lascerà immolare come accadeva agli agnellini nel Tempio a Gerusalemme.

Fin qui il senso generale delle Letture, ma dietro ad esse soggiace anche un chiaro riferimento nuziale. Sappiamo, sempre dall’evangelista Giovanni, che il Battista poco dopo si riferirà esplicitamente a Gesù come lo Sposo che dà inizio al “matrimonio mistico” con la Chiesa e difatti, dopo il battesimo al Giordano, il primo segno di Cristo sarà compiuto proprio a Cana, durante un banchetto di nozze.

Quindi, che ha da dire tale proclamazione messianica a voi sposi? Il primo aspetto è che Gesù viene verso Giovanni, e in un senso più generale, è Lui a venire verso di voi sposi. Lo dice chiaramente il Concilio: “il Salvatore degli uomini e sposo della Chiesa viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio” (Gaudium et spes, 48). Nel sacramento nuziale Gesù ogni

giorno esce incontro a voi per rallegrarvi, per consolarvi, per rafforzarvi. Gesù è sempre attivo in voi sposi, che ne siate consapevoli o meno. Ancora una volta il Signore non si smentisce: prima viene il dono, prima Lui fa il regalo anche se non lo meritiamo e nemmeno Glielo abbiamo chiesto. Gesù è così, è il suo stile di volerci bene.

In secondo luogo, Giovanni lo addita come Agnello, quindi come salvatore. È l’azione di chi riconosce un bene ricevuto, una grazia accaduta nella sua vita e non può tacere e fa finta di nulla. Giovanni è consapevole che la sua vita è cambiata fin da quell’incontro quando sia lui che Gesù erano ancora nelle rispettive pance delle loro mamme. La sua vita è stata trasformata in un segno prodigioso per tante persone che hanno trovato nel Battista l’occasione di diventare migliori. Ecco allora che Giovanni lo dice: “è Lui la persona che state cercando in realtà, non sono io”. Così, anche gli sposi hanno la vocazione di essere luce per gli altri, iniziando da loro stessi, dai propri figli. Essere luce che brilla non di lucentezza propria ma riflesso di quella di Cristo.

Dice Papa Franceso: “perché ci siamo soffermati a lungo su questa scena? Perché è decisiva! Non è un aneddoto. E’ un fatto storico decisivo! Questa scena è decisiva per la nostra fede; ed è decisiva anche per la missione della Chiesa. La Chiesa, in ogni tempo, è chiamata a fare quello che fece Giovanni il Battista, indicare Gesù alla gente dicendo: «Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!». Lui è l’unico Salvatore! Lui è il Signore, umile, in mezzo ai peccatori, ma è Lui, Lui: non è un altro, potente, che viene; no, no, è Lui!” (Angelus, 15 gennaio 2017).

Cari sposi, tutto quel che è accaduto a Giovanni si ripete ogni giorno nella vostra vita, perciò questo Vangelo vi aiuta ad esserne consapevoli e ad imparare ad accogliere Gesù che vi viene verso e a renderlo presente nella vostra relazione.

ANTONIO E LUISA

Ricordo un giorno in cui qualcuno ci ringraziò per una testimonianza fatta in modo semplice, quasi imperfetto. Tornando a casa dissi a Luisa: “Ma noi cosa abbiamo fatto, in fondo?”. E lì ho capito qualcosa di Giovanni il Battista. Lui sapeva che la sua vita era segnata da un incontro avvenuto prima ancora di scegliere, prima di capire. Non era lui la luce, ma indicava la Luce. Anche nel matrimonio accade così: quando gli altri vedono un bene possibile, non è merito nostro. È Cristo che passa, e noi — come sposi, come genitori — siamo solo il riflesso. Una luce che non nasce da sé, ma rimanda sempre a Lui.

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Segni particolari: amati da Dio Padre

Cari sposi, poche settimane fa mi è apparso un video su Instagram che mostrava la celebrazione di un Battesimo, svoltosi in un carcere statunitense. Il novello cristiano era detenuto per una serie di omicidi, e non appena ha ricevuto il battesimo, è uscito dalla vasca gridando a gran voce e piangendo: “Signore voglio vivere nel tuo amore e abbandonare la mia vita di peccato!”.

Testimonianze come questa ci aiutano a capire la grandezza del Dono ricevuto nel Battesimo. Tra l’altro confermate dal fatto che negli ultimi anni, in particolar modo in occasione della Pasqua, stanno aumentando i catecumeni soprattutto nei paesi che, per primi, hanno avviato una rapida secolarizzazione, come del resto nei paesi di tradizione musulmana.

Viene da chiedersi: com’è possibile nel XXI secolo, con tutti i problemi riscontrati nella Chiesa, che ci siano persone, specie giovani, che vogliono esserne parte, spesso mettendo a repentaglio la propria vita? Se questa non è una prova “tangibile” dell’esistenza dello Spirito Santo, non so cosa altro pensare.

Abbiamo udito nella Liturgia odierna che “Dio non fa preferenze di persone”, che siamo tutti chiamati a formare un’unica grande famiglia con Lui. Questo è solo uno dei frutti del Battesimo, assieme alla remissione di ogni peccato e a diventare figli amati. Ecco perché essere cristiani attrae, come diceva un Padre della Chiesa, perché è un “diluvio” di amore di Dio che ci travolge:

Guardate lo strano diluvio, più grande e più prezioso del diluvio che venne al tempo di Noè. Allora l’acqua del diluvio fece perire il genere umano; ora invece l’acqua del battesimo, per la potenza di colui che è stato battezzato, richiama alla vita i morti (San Proclo, vescovo di Costantinopoli, Discorso per l’Epifania, 7, 1-3; PG 65, 759).

Il diluvio è simbolicamente la conseguenza del peccato ma il “diluvio” di Grazia ne è ben superiore! E di questo sono i santi a testimoniarcelo. Noi in genere siamo vittime di una strana equazione: dolore, sofferenza, solitudine = Dio non mi ama, Dio non esiste. Vi invito a leggere la famosa “Lettera a Natalino” della Venerabile Benedetta Bianchi Porro (1936-1964) in cui condivide la tremenda durezza della sua malattia a un giovane amico e mette in luce una fede incrollabile nella bontà e provvidenza di Dio Padre.

Per questo vi invito a concentrarvi su un’unica frase presa dal Vangelo di oggi: “Questi è il Figlio mio, l’amato”. Ecco il senso del nostro Battesimo perché, se il Padre parlò così riferendosi a Gesù, è altrettanto vero che, nel Battesimo, noi veniamo resi figli nel Figlio. Quindi il Padre vede Gesù in ciascuno di noi e ci tratta così, ci considera davvero suoi figli!

È solo con lo Spirito che possiamo fare esperienza di cosa davvero significano quelle parole, che tocchiamo con mano che sono rivolte a ciascuno di noi e non rimangono una bella verità astratta.

Tornando a voi sposi, che bello sarebbe un matrimonio in cui tutti e due i coniugi hanno fatto l’esperienza di essere amati e se la scambiano vicendevolmente, arricchendosi e crescendo nel tempo assieme.

Questo fa capire la logica che unisce il Battesimo al matrimonio, due sacramenti che devono andare per forza “a braccetto” perché fondati sulla realtà che l’amore si può donare se si è ricevuto prima. Ecco allora che Papa Benedetto ci spiega bene il nesso tra Battesimo e Matrimonio:

La scelta della parola «nel nome del Padre» nel testo greco è molto importante: il Signore dice «eis» e non «en», cioè non «in nome» della Trinità – come noi diciamo che un viceprefetto parla «in nome» del prefetto, un ambasciatore parla «in nome» del governo: no. Dice: «eis to onoma», cioè una immersione nel nome della Trinità, un essere inseriti nel nome della Trinità, una interpenetrazione dell’essere di Dio e del nostro essere, un essere immerso nel Dio Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, così come nel matrimonio, per esempio, due persone diventano una carne, diventano una nuova, unica realtà, con un nuovo, unico nome (“Lectio Divina” del Santo Padre Benedetto XVI, 11 giugno 2012).

L’essere totalmente immersi nell’Amore di Dio è la chiave da cui partire e ripartire ogni giorno per amarsi nel matrimonio, per rendere concreta nella coppia quella totalità di cui già facciamo parte con Cristo.

Tutti noi cristiani siamo chiamati a percorre questa strada, un continuo appropriarci della nostra condizione filiale e un incessante dono agli altri di quanto abbiamo e siamo. La bella notizia è che sia il Battesimo che il Matrimonio sono fonti di grazia senza misura e tramite essi il Signore Gesù continua a camminare con voi sposi ogni giorno.

ANTONIO E LUISA

Ogni giorno mi accorgo che, se non riparto dall’Amore di Dio, il mio matrimonio si riduce a sforzo, a contabilità, a difesa. Quando invece mi lascio immergere davvero in Lui, qualcosa cambia: non devo creare l’amore, lo ricevo. Nel Battesimo ho scoperto di essere figlio; nel Matrimonio imparo a donare ciò che sono, non ciò che mi avanza. Anche quando siamo stanchi o feriti, la grazia non si esaurisce. Cristo cammina con noi, ci precede e ci rialza. Da lì ripartiamo, ogni giorno, per amarci nella totalità.

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Il Verbo si è fatto carne negli sposi

Cari sposi, siamo grati e riconoscenti al Signore per il dono del 2025, come anche per poter iniziare nella sua Grazia il 2026. Secondo la Liturgia, con la Vigilia del 24 dicembre e fino al Battesimo di Gesù, abbiamo iniziato il tempo di Natale, un periodo in cui la Chiesa ci fa meditare gli eventi legati all’infanzia di Cristo ma anche per aver l’occasione di “digerire” così tante solennità e feste ravvicinate. In un certo senso, è quello che spesso sperimentiamo, tra così tanti pranzi e cene, nel voler permettere al corpo di assimilare le molte prelibatezze natalizie.

In particolare, oggi la Parola ci pone davanti due grandi verità che sono collegate a vicenda. Da una parte la prima lettura si rispecchia nel Vangelo e tutto gira attorno al fatto che Cristo è la Sapienza del Padre ma S. Giovanni si spinge oltre usando l’espressione “Verbo”. Gesù non è un attributo divino, quale appunto si poteva intendere con l’espressione “sapienza” ma è Dio stesso, è Parola, Ragione, Amore fatto Persona. Con l’Incarnazione Dio smette di essere un’idea di qualche filosofo o pensatore e si autorivela agli uomini nella sua vera identità.

Per questo, ed è l’altra verità fondamentale, noi siamo realmente benedetti. Difatti, senza alcuna pretesa di superiorità o di polemica sterile, noi cristiani possiamo affermare con certezza di aver ricevuto un Dono che non ha eguali in altre religioni. Se ci addentriamo nei testi principali dell’Islam, del Buddismo, dell’Induismo, dell’Ebraismo… noi non troviamo nulla di simile a quello che esprime il Vangelo odierno. Noi cristiani siamo smisuratamente benedetti, cioè ci è capitata una Grazia così straordinaria che sovente facciamo fatica ad accettarla, tanto è incommensurabile.

Lo diceva molto bene Papa Francesco: “Il Vangelo, con il Prologo di San Giovanni, ci mostra la novità sconvolgente: il Verbo eterno, il Figlio di Dio, «si fece carne» (v. 14). Non solo è venuto ad abitare tra il popolo, ma si è fatto uno del popolo, uno di noi! Dopo questo avvenimento, per orientare la nostra vita non abbiamo più soltanto una legge, una istituzione, ma una Persona, una Persona divina, Gesù, che ci orienta la vita, ci fa andare sulla strada perché Lui l’ha fatta prima” (Angelus 5 gennaio 2020).

E poi prosegue il Papa: “San Paolo benedice Dio per il suo disegno d’amore realizzato in Gesù Cristo (cfr Ef 1,3-6.15-18). In questo disegno ognuno di noi trova la propria vocazione fondamentale. Qual è? Così dice Paolo: siamo predestinati ad essere figli di Dio per opera di Gesù Cristo. Il Figlio di Dio si fece uomo per fare noi, uomini, figli di Dio. Per questo il Figlio eterno si è fatto carne: per introdurci nella sua relazione filiale con il Padre” (Angelus 5 gennaio 2020).

Seguendo lo stesso pensiero, anche voi sposi trovate nel Natale la vostra altissima vocazione di essere introdotti in una relazione altrettanto speciale con Gesù. Quella di essere nientemeno una reale ripresentazione del Mistero di Betlemme. Lo ha espresso con parole assai audaci San Giovanni Paolo II: “L’analogia del matrimonio, come realtà umana, in cui viene incarnato l’amore sponsale, aiuta in certo grado e in certo modo a comprendere il mistero della grazia come realtà eterna in Dio e come frutto «storico» della redenzione dell’umanità in Cristo” (Udienza del 29 settembre 1982).

L’incarnazione del Verbo si riflette, in modo certamente analogico ma reale, nell’amore sponsale. Per questo voi sposi siete oltremsura benedetti, non per merito o bravura personale, ma per grazia e sovrabbondanza di Dio e di questo dovete esserne fieri e lieti.

Cari sposi, se il tempo di Natale ve lo permette, vi invito a portare nella preghiera questa meravigliosa realtà: l’Incarnazione del Verbo è divenuta parte della vostra relazione di amore per la grazia del sacramento del matrimonio.

ANTONIO E LUISA

Ricordo un Natale di qualche anno fa, con i bambini piccoli, la casa in disordine e la stanchezza addosso. Io e mia moglie avevamo discusso per sciocchezze, il cuore era tutto fuorché “spirituale”. Poi, la sera, davanti al presepe, ci siamo presi per mano in silenzio. Niente parole alte, solo una presenza. In quel momento ho capito che il Natale non chiede coppie perfette, ma coppie vere. Anche il nostro amore fragile, riconciliato, diventava spazio perché Gesù nascesse di nuovo. Non come idea, ma come vita incarnata dentro la nostra storia.

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Un modello non troppo lontano

Cari sposi, siamo nella gioia interiore perché il Natale ci ha ricordato che “la Sua non è un’apparizione fugace, Egli viene per restare e donare sé stesso” (Papa Leone, Messaggio e benedizione Urbi et Orbi 2025). Il senso profondo di questa solennità è che Gesù è con me sempre e non mi abbandona mai.

Oggi celebriamo un’altra festa che è collocata proprio a ridosso della Natività di Cristo per un motivo ben preciso. Infatti, questo tempo ci ricorda che il Figlio di Dio assume pienamente la condizione umana e la vive in modo concreto, all’interno di una famiglia reale, con relazioni, obbedienza, lavoro, crescita e quotidianità. La Sacra Famiglia manifesta che Dio nasce dentro una famiglia e la vita familiare diventa così luogo di santificazione.

E il Vangelo odierno ci mostra che la santità non è un’astrazione o fuga dalle circostanze in cui ci si trova ma è anzitutto la ricerca della volontà di Dio, di quel Progetto meraviglioso con cui Lui mi ha pensato da sempre. Oggi il focus è tutto su Giuseppe, un uomo che non parla ma si sforza di agire secondo questa volontà.

Il suo grande compito è di custodire, di proteggere Maria e Gesù non solo dalle insidie vere e proprie ma di creare un ambiente di vita degno, sicuro, accogliente. Quanto abbiamo bisogno noi maschi di guardare a quest’uomo davvero virile, completo, maturo! Quanto di Giuseppe ha preso Gesù: nella pazienza con cui ha gestito gli svarioni caratteriali di Pietro & Co., nella laboriosità con cui ha gestito per anni la medesima officina di falegname, nello spirito di preghiera con cui condiva le sue giornate fin dal mattino, nel profondo rispetto con cui ha trattato le donne che ha incontrato ogni giorno… e tanto altro.

Giuseppe ha saputo costruire piano piano la sua “casa” assieme a Maria per educare il loro Figlio e la bussola che l’ha guidato è sempre stata la volontà di Dio. Se per Gesù, il cibo era “fare la volontà del Padre mio” (cfr. Gv 4, 34) da un punto di vista umano questo l’ha imparato da Giuseppe.

Magari qualcuno pensa che la Sacra Famiglia sia un modello di vita esagerato e sproporzionato; tuttavia, è assai confortante constatare che per loro la ricerca e il compimento della Volontà di Dio non è stato mai facile e l’hanno realizzata spesso con fatica e – perché no? – con qualche perplessità, proprio come capita a noi.

Cari sposi, che la grazia del matrimonio, ulteriore segno che Gesù è veramente con voi e vi accompagna sempre, vi aiuti a vivere sempre attenti a restare e permanere nel Sogno che Dio ha pensato su voi come marito e moglie, come famiglia. Illuminanti e motivanti in tal senso sono le parole di Papa Francesco: “Maria, Giuseppe, Gesù: la Sacra Famiglia di Nazareth che rappresenta una risposta corale alla volontà del Padre: i tre componenti di questa famiglia si aiutano reciprocamente a scoprire il progetto di Dio. Loro pregavano, lavoravano, comunicavano” (Omelia 29 dicembre 2019).

ANTONIO E LUISA

San Giuseppe è un vero uomo. E noi uomini tutti, mariti e consacrati, fidanzati e single, possiamo prenderlo ad esempio. Essere uomo non solo piace alla nostre donne ma è ciò che Dio vuole da noi. Un uomo è capace di scelte definitive, un uomo non si risparmia per il bene delle persone che ama, un uomo è una persona di cui ci si può fidare, un uomo è capace di spostare lo sguardo da sè all’altro. Un uomo è capace di sacrificio e trae la sua gioia dalla gioia che riesce a donare a chi ha vicino. Se il paragone con Gesù ci pare troppo pensiamo a San Giuseppe e di quanto sia stato tutte queste cose quando ha portato in salvo e custodito la Santa Famiglia.

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Il dono natalizio della fede

Cari sposi, oramai è prossimo il giorno di Natale, l’Avvento è agli sgoccioli. L’attesa è compiuta e tutta la Parola di oggi ci colloca già nell’anticamera di Betlemme. E allora quale miglior preparazione immediata che riascoltare una delle “annunciazioni” di Gesù, rivolta a Giuseppe?

Se ci immedesimiamo nelle sue circostanze, possiamo solo restare ammirati e stupiti dalla fede che dimostra davanti a un fatto di per sé drammatico e sconcertante. Una fede, infatti, che non veniva affatto spontanea in un frangente del genere.

Difatti, secondo la prassi ebraica di allora, Maria era già formalmente sua moglie per aver iniziato il kiddushin con cui si erano scambiate le promesse tra loro e solo mancava la celebrazione con il banchetto affinché il matrimonio fosse completo. Proprio in questo lasso di tempo, Giuseppe viene a sapere della gravidanza di Maria, subendo durissimo colpo al cuore e sperimentando una profonda delusione nei suoi confronti. Eppure, egli agisce in modo del tutto diverso da quello che nel suo milieu sarebbe stato usuale.

Anche se avesse optato per la soluzione più soft, di certo, però, la notizia del tradimento della moglie prima o poi sarebbe trapelata trasformandosi inesorabimente in una macchia disonorevole e scandalosa, un’infamia traumatica, che avrebbe senz’alcun dubbio precluso per sempre a Maria un nuovo matrimonio e condannandola ad una triste solitudine per il resto dei suoi giorni.

Eppure, Giuseppe, in fin dei conti, compie un gesto eroico: sfidando l’evidenza si fida di Dio e accoglie Maria così com’è, dimostrando una fede profondissima, speculare a quella della sua consorte qualche mese prima. Questo ci mostra come la volontà di Dio passa per vie a noi il più delle volte ignote. Ma è proprio quando Lui ci scombina i piani e noi, comunque, ci fidiamo che poi accadono meraviglie!

Il Signore vuole dirci che è con questa fede che ci possiamo approcciare al Natale e solo se noi ci sintonizziamo con l’atteggiamento di Maria e Giuseppe possiamo incontrare personalmente Gesù. Al contrario sarà di certo una gran bella festa tradizionale, tra panettoni, torroni e panpepato, però senz’anima, senza una vera conversione.

Sul versante nuziale questo ha un’importante ricaduta, perché il matrimonio cristiano è di più di un semplice innamoramento tra uomo e donna, reso stabile dal patto. Richiede anch’esso un atto di fede non minore di quello di Giuseppe e di Maria nei confronti della Presenza di Dio tra di loro.

Lasciamo perciò che sia San Giovanni Paolo II a ricordarci quanto sia importante la fede vissuta, una fede che getti luce sullo sguardo reciproco tra gli sposi, per non ridursi nel tempo a fissarsi nei difetti reciproci:

“Il momento fondamentale della fede degli sposi è dato dalla celebrazione del sacramento del matrimonio, che nella sua profonda natura è la proclamazione, nella Chiesa, della Buona Novella sull’amore coniugale: esso è Parola di Dio che «rivela» e «compie» il progetto sapiente e amoroso che Dio ha sugli sposi, introdotti nella misteriosa e reale partecipazione all’amore stesso di Dio per l’umanità. Se in se stessa la celebrazione sacramentale del matrimonio è proclamazione della Parola di Dio, in quanti sono a vario titolo protagonisti e celebranti deve essere una «professione di fede» fatta entro e con la Chiesa, comunità di credenti. Questa professione di fede richiede di essere prolungata nel corso della vita vissuta degli sposi e della famiglia: Dio, infatti, che ha chiamato gli sposi «al» matrimonio, continua a chiamarli «nel» matrimonio” (Familiaris consortio 51).

Quanto dice il Papa si riflette anzitutto nella fede genuina di Giuseppe e di Maria. Infatti, come Giuseppe ha guardato con fede Maria, anche nell’ora della prova e viceversa Maria ha visto nella fede Giuseppe come l’uomo che avrebbe rispettato la sua scelta verginale, parimenti voi sposi siete chiamati ad usare il grande dono della fede per vedervi come parte di un Progetto più grande di voi, uno sguardo che il buon senso non riuscirà mai a raggiungere. Perciò, solo nella luce proveniente da quella Grotta avrete quella sicurezza e certezza di essere sulla strada giusta e la conferma di vedervi secondo gli occhi di Dio.

ANTONIO E LUISA

Ci si sposa quasi sempre con un’idea in testa: come dovrebbe essere il nostro matrimonio, la nostra famiglia, persino noi stessi come sposi. Poi la vita arriva, sorprende, spiazza, mette alla prova. È successo anche a noi. E lì si capisce una cosa decisiva: l’ideale, se non incontra il reale, diventa una fuga. Il matrimonio non è costruire la famiglia perfetta, ma imparare a stare nella realtà così com’è. È cercare Gesù nel qui e ora, nelle fatiche, nei limiti, nelle gioie imperfette. È ritrovarsi davvero, e insieme ritrovare Cristo, non nell’idea, ma nella vita vissuta.

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