“Gli sposi vivranno della loro fede”

Cari sposi,

che bello pensare se San Paolo avesse indirizzato l’odierna Epistola proprio a voi al posto del suo figlio spirituale Timoteo! Se mai fosse stato così, allora il celebre passaggio diventerebbe: “Figli miei, ricordatevi di ravvivare il dono di Dio che è in voi mediante la benedizione delle mie mani”. Ravvivare la grazia del dono del sacramento nuziale non si esaurisce solo nel ricordarsi ogni anno la data del matrimonio, o baciarsi gli anelli a vicenda tutte le sere, o tenersi teneramente per mano quando si cammina per strada… tutte cose belle ed encomiabili, che sicuramente vi aiutano. Vorrei mettere in luce un altro aspetto sotteso a tutte le letture di oggi e che vi appartiene, sicuro che vi può donare un nuovo slancio.

Dice Papa Francesco giustamente che il dono del sacramento, la grazia nuziale, “non è una «cosa» o una «forza», perché in realtà Cristo stesso «viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio” (Amoris Laetitia 73). Quando pensiamo a un dono subito la mente va a un bel pacco regalo, con nastri e fiocchi dorati. Ma il dono nuziale consiste piuttosto, come appena visto, in una relazione speciale, un legame distinto e “superiore” con Cristo, un nuovo rapporto a tu per tu con una Persona Vivente. Tale rapporto con Gesù per voi sposi è definito dal Magistero come distinto e “superiore” al Battesimo perché non siete già solo figli amati ma ora, oltre a ciò, siete rivestiti anche di un’ulteriore capacità di amare e di amarvi. Non più un solo dono personale, quale il Battesimo, la Cresima, l’Ordine, ma un bene condiviso che vi lancia verso una particolare capacità di donarvi.

Perché è così? Perché la grazia del matrimonio è una specificazione del Battesimo – “il sacramento del matrimonio riprende e specifica la grazia santificante del battesimo” (Familiaris Consortio 56), cioè è un continuare a crescere e progredire nel dono di essere diventati figli nel Figlio. Gli apostoli nel Vangelo di oggi sentono il forte bisogno di venire fortificati e accresciuti nella loro fede vedendo l’esempio di Gesù e la missione che Lui stava deponendo nelle loro povere e fragili mani. Ugualmente voi, quando un giorno vi siete innamorati e avete capito che nella vostra storia vi era un Disegno più grande di voi stessi, avete appunto bisogno di crescere continuamente nella fede che il matrimonio vi colloca nel cuore del Progetto di Dio di rendere manifesto il Suo Amore nel mondo, ben oltre l’avere figli e stare assieme.

Detto questo, bisogna ricordare che ciò vale da parte di Dio, è quello che Lui fa per voi, è la dimensione discendente da Lui a voi. Ciò nonostante, il dono non schiaccia nessuno di voi, non obbliga ad alcun comportamento, non priva minimamente la vostra libertà. Piuttosto vi mette nelle condizioni ottimali di corrispondere e tocca a voi riappropriarvi del dono, vivendo in stretto contatto con Gesù Sposo. È qui ci aiuta il finale della prima lettura del profeta Gioele: “il giusto vivrà della fede”. Per voi sposi si declina proprio come lo stare in relazione profonda con Cristo e per ravvivare così ogni giorno il dono ricevuto. Cari sposi, per la grazia ricevuta, siete in una tale relazione esperienziale con Cristo che, se lo volete e Glielo permettete, potete davvero vivere con lo Sposo ogni giorno, ravvivando e maturando il dono di un amore che Lui vi ha fatto.

ANTONIO E LUISA

Noi vorremmo soffermarci invece sulle parole servi inutili. Inutile, senza utile, gratuito. Tutto ciò che facciamo deve essere gesto d’amore gratuito senza pretendere nulla in cambio. Solo così quel servizio sarà donato e appagante per noi. Fare per dovere o per forza costa molta più fatica, perchè non ci riempie il cuore e non è vissuto come dono, ma come obbligo. Il dono nutre il rapporto d’amore e la relazione con l’altro o con i figli. L’obbligo, invece, distrugge il rapporto. Il dono è bello di per sé, l’obbligo, invece, alimenta pretese e confronti. Solo se ci riconosciamo servi inutili, saremo capaci di essere dono e servizio per la nostra famiglia.

Santa Teresa di Lisieux e la “piccola via”

Cari sposi,

oggi celebriamo la festa di Santa Teresa di Lisieux (1873-1897), la giovane carmelitana francese, divenuta, al pari di San Francesco Saverio, compatrona dei missionari. Parlarne in un articolo di blog è davvero molto complesso data la sua gigantesca statura spirituale ma cercherò di evidenziare alcuni tratti che spero siano di grande luce e profitto per voi coniugi.

Uno dei punti che ha reso Santa Teresina famosa non solo nella Chiesa cattolica ma anche tra i non credenti è senza dubbio la “piccola via” o anche “l’infanzia spirituale”. Teresa era l’ultima di 5 sorelle, entrò in Carmelo prima dell’età consentita per uno speciale privilegio del Papa Leone XIII. Elementi che hanno contribuito a considerare la piccolezza come un elemento distintivo della sua vita. Ma in cosa consiste veramente questa piccolezza che lei ha evidenziato così tante volte? Lasciamo che sia nientemeno che Papa Benedetto a spiegarcelo:

Così si esprime anche nelle ultime righe della Storia di un’anima: «Appena do un’occhiata al Santo Vangelo, subito respiro i profumi della vita di Gesù e so da che parte correre… Non è al primo posto, ma all’ultimo che mi slancio… Sì lo sento, anche se avessi sulla coscienza tutti i peccati che si possono commettere, andrei, con il cuore spezzato dal pentimento, a gettarmi tra le braccia di Gesù, perché so quanto ami il figliol prodigo che ritorna a Lui» (Ms C, 36v-37r). «Fiducia e Amore» sono dunque il punto finale del racconto della sua vita, due parole che come fari hanno illuminato tutto il suo cammino di santità, per poter guidare gli altri sulla stessa sua «piccola via di fiducia e di amore», dell’infanzia spirituale (cf Ms C, 2v-3r; LT 226) (Udienza 6 aprile 2011).

La piccola via è pertanto il sapersi veramente figli amati di Dio e arrivare a vedere il Suo amore a partire dalle più piccole cose di ogni giorno. È stata lei stessa ad affermare che la piccola via non è altro che il vivere santamente la vita quotidiana (cfr. Manoscritto B, 3v).

Che valore ha tutto ciò per voi sposi? Pare a prima vista un tipico modo di vivere la fede solo per chi entra in un monastero e non mette più il naso fuori. Eppure, è l’esatto contrario. Papa Francesco ci ha insegnato che “gli sposi, infatti, in forza del Sacramento, vengono investiti di una vera e propria missione, perché possano rendere visibile, a partire dalle cose semplici, ordinarie, l’amore con cui Cristo ama la sua Chiesa” (Udienza 2 aprile 2014).

È nella vita ordinaria che lo Spirito Santo, il Quale ha consacrato la vostra unione, agisce e fa meraviglie. Non siete chiamati ad allontanarvi dal lavoro, dalle faccende domestiche, dal prendervi cura dei genitori anziani, dall’educare i bambini, ecc. Ma è in essi che passa la vostra via alla santità. Solo grazie allo Spirito Santo, la vostra promessa può trasformarsi in passi semplici e quotidiani per far crescere l’amore. Ecco la vostra “Piccola via”, fatta di gesti e azioni concrete, che diventa una luce e un faro per chi vi vede.


Mi permetto in conclusione di consigliarvi un prezioso strumento spirituale che può farvi entrare ancora di più in questa verità, che Santa Teresina ha così mirabilmente vissuto. Si tratta di un percorso per voi sposi, ideato da Don Renzo Bonetti che appunto si è ispirato alla nostra Santa: “La piccola via degli sposi cristiani” in cui sono presentate in maniera semplice e sintetica le principali verità sul matrimonio in modo che le possiate conoscere, gustare, contemplare e mettere in pratica, sia come singola coppia che come percorso condiviso con altri sposi. Santa Teresa di Lisieux sia la vostra compagna di viaggio su questa strada che porta infallibilmente in Cielo.

padre Luca Frontali

Ricchi e poveri

Cari sposi,

nelle letture di oggi a prima vista il Signore pare indirizzarci esclusivamente ad essere generosi con chi è difficoltà economica, a fare offerte, a riservare un tempo per la Caritas, ecc. tutte cose giuste, in particolar modo vista la situazione attuale. Ma c’è anche una dimensione nuziale sottesa nella liturgia, un aspetto che magari a prima vista può passare inosservato.

Il ricco epulone e Lazzaro possono diventare, simbolicamente, anche due modi di comportarsi nei coniugi. Difatti, l’uomo ricco disdegna questo povero e nemmeno si accorge di lui, ne prova ribrezzo al punto da non rendersi conto della sua indigenza.

Può accadere anche nella vita coniugale che le povertà relazionali, le proprie fragilità e debolezze, come anche i peccati personali diventino motivo di biasimo, di irrigidimento e in fin dei conti di allontanamento mutuo. Succede così che un difetto, magari ignorato o volutamente ridimensionato nel fidanzamento o nei primi anni assieme, poi si trasformi in fonte di litigi furibondi e così la nostra povertà di fa diventare estranei, può generare indifferenza reciproca. Esattamente come fece il ricco con il povero Lazzaro.

Non è un caso però che in tali situazioni c’è chi, dei due, si crede quello ricco, cioè al di sopra, superiore all’altro, senza pecche rischiando di vedere il coniuge con uno sguardo distaccato e svalutante. Ecco il peccato del ricco epulone: una cecità del cuore che gli ha impedito di cogliere tutto il bene ma anche i bisogni, le aspettative dell’altro. Dice papa Francesco circa l’atteggiamento tra coniugi:

“Avere gesti di attenzione per l’altro e dimostrazioni di affetto. L’amore supera le peggiori barriere. Quando si può amare qualcuno o quando ci sentiamo amati da lui, riusciamo a comprendere meglio quello che vuole esprimere e farci capire. Superare la fragilità che ci porta ad avere timore dell’altro come se fosse un «concorrente». È molto importante fondare la propria sicurezza su scelte profonde, convinzioni e valori, e non sul vincere una discussione o sul fatto che ci venga data ragione” (Amoris Laetitia, 140).

Possiate guardarvi sempre così, come persone povere e fragili ma immensamente amate da Dio Padre. Il matrimonio diventa così l’occasione costante di donarsi a vicenda questo sguardo divino, in cui non scompaiono di certo i nostri limiti ma sono accolti grazie alla Misericordia e alla bontà che ci provengono dal Signore.

ANTONIO E LUISA

Sempre consapevoli della nostra povertà e miseria umana, ci siamo affidati con fede e riconoscenza al nostro Dio. E’ sempre stato un sostegno, una presenza viva, una persona a cui chiedere, con cui arrabbiarsi e da ringraziare. Il nostro cuore non è mai stato pieno di noi, perché conoscevamo la nostra pochezza. Così da due persone cresciute piene di complessi, di ferite e di paure è nata una famiglia che non si tira indietro, che si è aperta alla vita concependo 5 figli (di cui uno, Giò, è già in cielo ad attenderci e a fare il tifo per noi), che ha avuto i momenti difficili, di aridità, di incomprensione, ma non abbiamo mai fatto affidamento sulle nostre forze, avremmo fallito prima e peggio degli altri. Ci siamo affidati a Dio, abbiamo creduto in Lui, alle sue promesse e tutto è passato, ritrovandoci più forti di prima.

Dio vuole rivelarsi ad ognuno di noi. Rivelarsi cioè riversarsi, farsi conoscere. Nella Bibbia la conoscenza implica un entrare nell’altro, divenirne parte. Dio vuole fare questo con noi, sta a noi riconoscerci poveri, per far posto a Lui e alla sua Grazia.

Coltivare l’indivisibile

Chi non ha una idea, seppur vaga di cosa sia l’atomo?

Sorprende pensare che un concetto così fondamentale di fisica nucleare sia stato già pensato nel V secolo a.C. da filosofi quali Democrito e Lisippo. Essi, senza microscopi a scansione o laboratori sofisticati, erano giunti a capire che in natura ogni cosa poteva essere divisa e scissa in più parti, ma solo fino a un certo punto. Vi era poi un limite oltre il quale ci si doveva fermare: l’atomo ossia letteralmente “ciò che è indivisibile”. Che acume! In effetti quello che loro intuirono a livello fisico, vale benissimo a livello affettivo ed esistenziale: anche nel nostro cuore vi è un ultimo spazio, intimo e recondito, che è indivisibile, perché solo si può condividere con una persona sola.

Gesù parla proprio di questo nel Vangelo di oggi. Ci mostra che esiste questa dimensione dentro di noi perché non è pensabile appartenere a più persone se non a Una sola. Voi sposi vi siete innamorati a vicenda, vi siete promessi fedeltà e appartenenza ma forse non eravate pienamente consapevoli che in quel momento, dinanzi all’altare, stavate entrando in una relazione piena e unica non tanto con il vostro coniuge quanto con Gesù stesso, lo Sposo della vostra vita. A ben vedere, il matrimonio è un appartenersi reciproco per diventare, come una sola carne, appartenenti a Dio Padre in Cristo. Lo dice bene Papa Francesco quando scrive:

Nella reciproca accoglienza e con la grazia di Cristo i nubendi si promettono dono totale, fedeltà e apertura alla vita, essi riconoscono come elementi costitutivi del matrimonio i doni che Dio offre loro, prendendo sul serio il loro vicendevole impegno, in suo nome e di fronte alla Chiesa” (Amoris Laetitia, 73).

Questo è il linguaggio dei mistici, i quali anelano solo e unicamente ad essere una sola cosa con Dio, come è il caso di Santa Teresa d’Avila, Santa Caterina da Siena, Santa Brigida…

È molto interessante leggere “Il Castello interiore” di Santa Teresa d’Avila in cui mostra la vita spirituale di un cristiano come il procedere dentro a un castello, cosa assai normale per una persona del 1500. Dagli spazi più esterni, come il cortile, le scale, i saloni, si passa alla parte più interna nella quale vive solo un signore che è Cristo.

Per voi sposi, coltivare l’appartenenza indivisibile a Cristo non è alienarsi dal coniuge ma tutto il contrario! È restare in relazione a Colui che è l’autore dell’amore che provate per vostro marito e moglie. Quando la vita spirituale è genuina, diventa la ricerca di un Volto che mi ama, allora di conseguenza il rapporto nel matrimonio ne trae beneficio, perché si sta toccando l’origine, la fonte da cui esso nasce. Quel Gesù che tu ami, si veste dei tratti del coniuge e ti chiama a donarti a lui e ricevere da lui una relazione di amore vero.

Cari sposi, Gesù vi invita a scegliere Lui ogni giorno, a metterLo al centro della vostra vita. Come disse Papa Benedetto: “non abbiate paura di Cristo! Egli non toglie nulla, e dona tutto. Chi si dona a lui, riceve il centuplo” (Benedetto, Omelia 24 aprile 2005).

ANTONIO E LUISA

Vorrei riprendere le parole di padre Luca e leggerle alla luce di quella che è la mia relazione con Luisa e alla luce di tante persone che ho avuto modo di ascoltare in questi anni. Come si cresce nell’amore verso l’altro? Permettendogli di essere sempre più il nostro tutto? I ragazzi cosa scrivono quando sono innamorati? Tu sei tutta la mia vita. Sei il mio universo. Bellissimo, no! Ma è amore vero? Può essere davvero amore quello? Detto in altre parole, se l’altro diventasse davvero il mio tutto io sarei libero di amarlo nella verità o farei di tutto per tenerlo vicino, anche quello che so essere sbagliato e che non fa bene alla relazione? In realtà no! Quello del sei tutto per me è un amore immaturo. L’amore sponsale mi chiede un lavoro diverso per maturare. Io prometto di volere bene a Luisa e per questo cerco di creare un confine con lei. Una parte di me del mio cuore deve appartenere solo a Dio. Quella parte che mi fa sentire amato e prezioso. Solo così saprò amare Luisa davvero, senza che il mio comportamento sia condizionato dal suo. E’ una vita che cerco di creare questa indipendenza da lei. All’inizio della mia relazione, lei era davvero il mio tutto. E’ vent’anni che lavoro su di me e cerco di nutrire la mia fede per staccarmi da questa dipendenza. E più riesco e più sono capace di amarla. E voi?

Matrimonio immagine dell’Eucarestia: chi l’ha mai detto?

Cari sposi,

domani, 17 settembre, la Chiesa festeggia un santo vescovo e teologo, San Roberto Bellarmino (1542-1621). Fu un uomo di straordinaria intelligenza e virtù, membro della Compagnia di Gesù, vescovo poi cardinale e partecipante al Concilio di Trento. Una delle sue opere più famose, le “Controversie”, titolo dovuto alle polemiche che erano in atto con la nascente chiesa protestante, contiene un celebre riferimento al matrimonio in relazione all’Eucarestia. Vorrei citarlo ora perché è una pietra miliare nell’approfondimento sia teologico che spirituale del sacramento delle nozze:

Il sacramento del matrimonio si può considerare in due modi: il primo mentre si celebra, il secondo mentre perdura dopo che è stato celebrato. Giacché è un sacramento simile all’Eucarestia, la quale è sacramento non solo mentre si fa ma anche mentre perdura. Perché, fin quando i coniugi vivono, la loro comunione è sempre il sacramento di Cristo e della Chiesa”.

Anzitutto vi invito a leggerlo e rileggerlo più volte perché questa verità va capita nella meditazione, nella contemplazione. Non basta la nostra testolina ma ci vuole il cuore e soprattutto lo Spirito Santo che ci porti ad una intelligenza superiore. Umilmente vi vorrei sottolineare due aspetti che mi sembrano semplicemente stupendi:

1) Siete presenza viva di Cristo.

Già l’accostarvi all’Eucarestia per il fatto che perdura una Presenza, dovrebbe lasciarvi senza fiato. Avete capito bene, Gesù vive nel vostro amore dal momento della celebrazione del sacramento. Siccome è avvenuta una vera e propria consacrazione dello Spirito Santo (cfr. Gaudium et Spes 48, Familiaris Consortio 56, Amoris Laetitia 74) sul vostro amore. Da quel momento Lui cammina con voi. Sentitevi, quindi, come i discepoli di Emmaus, magari distratti e con mille pensieri per altre cose, ma sapete che Lui è lì con voi sempre, ne siate consapevoli o meno.

2) Siete riflesso di un Amore più grande del vostro.

Siete sacramento, cioè segno sensibile ed efficace dell’amore che Cristo ha per la Chiesa. Ossia, avete la capacità di donare la vita, di morire in croce per l’altro. Gesù vi ha dato il dono, evidentemente sta a voi metterlo a frutto. Vuol dire che ogni vostro gesto di amore contiene quello di Dio. Con quale cura e attenzione bisogna che vi amiate! Non è più solo una faccenda tra voi due, ma Dio stesso si è coinvolto nella vostra relazione.

Mi fermo qui. Vorrei invitarvi ad approfondire voi ulteriormente, certo che, come ha scritto Papa Francesco in Amoris Laetitia: “una comunione familiare vissuta bene è un vero cammino di santificazione nella vita ordinaria e di crescita mistica, un mezzo per l’unione intima con Dio” (n° 316). Appunto, nella misura in cui vivete la comunione con Gesù e tra di voi, che andate dentro con il cuore e la preghiera a questa verità, a questo stretto legame che vi unisce all’Eucarestia, sono sicuro che arriverete a vette mistiche di unione con Gesù.

Padre Luca Frontali

Ritrovarsi nella Misericordia

Cari sposi,

tutta la lettura di oggi ha un filo rosso unificante: la misericordia. È sempre fecondo tornare su questo argomento perché nella vita nuziale è di vitale importanza sapersi accogliere con misericordia. Tuttavia, il recente anno dedicato proprio a questo tema, motivo per cui ho scelto di usare il logo, ci ha aiutato a capire la profondità del tema: la misericordia è di più di un semplice perdono puntuale.

Il Vangelo oggi presenta 3 celeberrime parabole con cui Gesù vuole spiegare ai farisei, dettaglio fondamentale per capire tutto il senso delle stesse, il suo modo di comportarsi con le persone ritenute peccatori dalla mentalità comune. In queste tre scene c’è uno schema comune: qualcosa o qualcuno si perde e poi viene ritrovato, il che suscita una grande gioia.

In quanti modi ci si può perdere nel matrimonio! Può essere uno dei due o entrambi simultaneamente. Ci si può perdere in tanti modi: un allontanamento sessuale, un seguire i propri interessi (dal lavoro, agli hobby, agli amici…) a scapito della relazione, vivere nella routine il dialogo o l’intimità fino proprio a un tradimento affettivo e/o fisico…

Cosa ha di speciale la misericordia divina? Perché è più di un singolo atto di perdono? È un atteggiamento anzitutto, è un modo di essere di Dio, Lui è abitualmente misericordioso. Per essere più chiaro ancora: Dio è sovrabbondanza di Amore, è una fonte inesauribile di amore ed è per questo che guarda ai nostri peccati e alla nostra fragilità con uno sguardo premuroso e compassionevole. Nemmeno i nostri peccati possono superare la grandezza del suo Perdono. Vorrei citare un passaggio di Papa Wojtyła:

È significativo che i profeti nella loro predicazione colleghino la misericordia, alla quale fanno spesso riferimento a causa dei peccati del popolo, con l’incisiva immagine dell’amore da parte di Dio. Il Signore ama Israele con l’amore di una particolare elezione, simile all’amore di uno sposo (Cfr. per es. Os 2, 21-25 e 15; Is 54, 6-8) e perciò perdona le sue colpe e perfino le infedeltà e i tradimenti. Se si trova di fronte alla penitenza, all’autentica conversione, egli riporta di nuovo il suo popolo alla grazia (Cfr. Ger 31, 20; Ez 39, 25-29). Nella predicazione dei profeti la misericordia significa una speciale potenza dell’amore, che prevale sul peccato e sull’infedeltà del popolo eletto” (Giovanni Paolo II, Dives in Misericordia, 4).

Gesù è uno Sposo misericordioso che ha riempito il vostro amore nuziale di questa qualità, ha impregnato il vostro amore di Misericordia. Sta a voi saperla mettere in pratica e viverla quotidianamente. E qui di sicuro parte la solita ma anche comprensibile obiezione: “noi sposi non possiamo essere misericordiosi come Gesù lo è con noi, non siamo Dio… ci sono cose oggettivamente impossibili da perdonare”.

Non discuto la veracità di chi la pensa così ma vorrei solo che ognuno di voi sposi facesse l’esperienza di San Paolo nella Seconda Lettura. Difatti non si può arrivare a esercitare la Misericordia, non si può viverla nella coppia se prima ciascuno di voi (e mi ci includo come sacerdote) non ha toccato con mano che “mi è stata usata misericordia”.

Rileggete il testo di San Paolo, provate a pensare se anche per voi è così, se potete rileggere la vostra vita come ha fatto l’Apostolo delle genti. Se abbiamo conosciuto la Misericordia di Dio su di noi, se siamo stati anche noi, a modo nostro, il figliol prodigo, allora potremo donare Misericordia ed amare “alla Dio”. Nel caso contrario, prima o poi, finiamo per trattare il coniuge, quando sbaglia, come il fratello maggiore e mormorare come i farisei…

Cari sposi, vi auguro di immergervi nella Misericordia di Gesù, perché ogni volta che vi perdiate per il cammino, possiate, grazie ad Essa, ritrovarvi ancora di più.

ANTONIO E LUISA

Grazie a Dio Luisa ed io non siamo perfetti. Facciamo tanti errori. Perchè dico questo? Una persona perfetta non ha bisogno di essere perdonata e amata quando non se lo merita, perchè se lo merita sempre. Una persona perfetta non può accogliere l’altro. La perfezione rende impermeabili e questo Dio non lo vuole, perchè solo attraverso i nostri limiti può crescere la relazione e possiamo imparare ad amarci. Il nostro sposo, la nostra sposa, sono bellissimi così, così imperfetti, così limitati, così fragili. Attraverso le ferite della mia sposa posso entrare nel suo profondo e donarle il mio amore come balsamo che guarisce. Attraverso i suoi errori posso donarle il mio perdono, per farla sentire amata per chi è e non per ciò che fa. Attraverso i suoi limiti posso donarle la mia meraviglia, per farla sentire desiderata e bella anche così. Attraverso la sua fragilità posso farla sentire sostenuta e ascoltata, non sottovalutando ciò che mi confida, ma donandole tutta la mia attenzione. 

Cosa farete da grandi?

Cari sposi,

mi sa che tutti voi o avete visto o almeno sapete di che tratta il film “Da grande” (1987) con Renato Pozzetto nelle vesti di un piccolo Marco che non vede l’ora di crescere per sposarsi la sua maestra Francesca delle elementari di cui è lo spasimante.

Il tema della maturità affettiva è presente in questo vangelo odierno dal momento che Gesù sta presentando i requisiti per seguirlo. Oltre alla croce quotidiana da abbracciare ci sono anche elementi di ordine umano, come il “costruire una torre” che alludono appunto alla base umana di ogni scelta definitiva, in altre parole alla maturità affettiva, alla vera adultità. Vorrei pertanto parlare con voi proprio su questo, sul saper discernere bene sia prima ma anche durante il matrimonio come un modo per rispondere alla vocazione del Signore. Non basta dire un “sì” vago e spiritualista al Signore, non basta essersi sposati in chiesa per assicurare un matrimonio fecondo ma bisogna anche lavorare sodo su noi stessi perché questo assenso divenga concreto e possiamo collaborare con lo Spirito Santo nella forgia di un carattere, di una psicologia, di una “umanità” che ci permettano di donarci al coniuge e ai figli.

La prima lettura, in armonia con il Vangelo, parlano difatti di liberarsi da ogni peso che possa gravare sul nostro spirito e soprattutto in ordine a comprendere la Volontà di Dio, quindi al discernimento. Quali sono questi fardelli in un matrimonio? Sono certi condizionamenti della propria famiglia di origine, certe remore del proprio passato, modi di pensare e criteri che non sempre collimano con la nostra fede. E non solo del passato ma anche del presente, perché voi vivete “a bagno maria” in un mondo che predica l’esatto contrario del Vangelo. Senza la vigilanza e il discernimento prima o poi il vostro vivere ne resterà intaccato. E poi, come si fa a scegliere se non si è liberi? Come posso liberamente dirti di “sì” per sempre se ho dei condizionamenti al mio carattere, alla mia volontà, alla mia mente?

Ecco allora che Gesù saggiamente ci dice: prima di metterti a costruire il tuo matrimonio, pensa bene a quali materiali state usando, su quali forze disponete, su che stoffa possedete… non sia che poi dobbiate scontrarvi con amare sorprese dopo 5, 10, 20 anni…

In questo senso, vi rimando a due numeri di Amoris Laetitia che parlano proprio di questo e sono il 239 e il 240. Il Signore vuole dirci che il matrimonio esige una grande preparazione ma anche un continuo vigilare su come lo stiamo vivendo, un costante discernimento se viviamo o meno nella Volontà di Dio. Invocando spesso lo Spirito Santo e aprendovi gli uni gli altri, possiate, cari sposi, camminare alla sequela di Gesù, Vostro Sposo.

ANTONIO E LUISA

Il lavoro su noi stessi è fondamentale. Spesso siamo più concentrati sui difetti dell’altro. Ognuno di noi si porta nel matrimonio delle parti non risolte di sè. L’atteggiamento peggiore che possiamo mettere in atto è proprio quello di dire sono fatto così. Noi siamo fatti per essere liberi e il matrimonio con le sue richieste radicali, con la quotidianità della relazione, ci può aiutare ad esserlo. Un matrimonio è fatto di impegno e sostegno. Impegno per migliorarci gradatamente giorno dopo giorno e sostegno per accoglie i limiti dell’altro. L’amore gratuito è il solo che può sostenere e provocare nell’altro riconoscenza e desiderio di impegnarsi e migliorarsi. Quindi cari sposi prendiamo la nostra croce e andiamo dietro al Signore. Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo.

San Gregorio Magno e l’ordo coniugatorum

Cari sposi,

oggi celebriamo la memoria liturgica di San Gregorio I (540-604), detto anche “Magno” per i moltissimi meriti che si è guadagnato nella sua missione pastorale. Un papa vissuto in una congiuntura storica difficilissima (guerre, carestie, eventi climatici avversi, pestilenze, invasioni…). Tra codesti meriti va menzionato anche l’aver messo in luce, tra i primi assieme a S. Agostino e a S. Isidoro di Siviglia, una dimensione del matrimonio che la Chiesa ha pienamente rivalorizzato a partire dal Concilio Vaticano II, ossia l’ordo coniugatorum, l’ordine degli sposi. Vediamo quindi in cosa consiste.

Per prima cosa, partiamo da cosa disse Gregorio al riguardo. Egli, nella sua opera “Moralia in Iob”, cioè il commento esegetico al libro di Giobbe, interpreta in modo allegorico il numero dei sette figli e tre figlie nati a Giobbe (cfr. Gb 1,2). Gregorio vede nei sette figli l’ordo praedicantium, cioè gli apostoli e nelle tre figlie il resto dei fedeli. Questi ultimi poi vengono suddivisi in tres ordines: i pastori rappresentati da Noè, i continenti, rappresentati dal profeta Daniele e i coniugati rappresentati appunto da Giobbe (cfr. Gregorio Magno, Moralia in Iob, 1.14.20). Può sembrarvi banale tutto ciò ma invece è stata una pietra miliare verso un sempre maggior riconoscimento della dignità nuziale.

Difatti il concetto di “ordine” nella chiesa antica era una qualifica del proprio stato di vita, indicava che la Chiesa vedeva in queste persone una caratteristica sostanziale che le rendeva capaci di vivere in un certo modo ed avere una missione particolare. Dice il Catechismo: “La parola Ordine, nell’antichità romana, designava dei corpi costituiti in senso civile, soprattutto il corpo di coloro che governano” (CCC 1537).

Secondo il grande teologo domenicano francese Yves Congar (1904-1995) la Chiesa, fin dai suoi inizi vide negli “ordini” un modo per qualificare le diverse categorie dei fedeli nella Chiesa per questo poi si iniziò a distinguere i cristiani prima tra clero e fedeli ma poi anche tra vergini, sacerdoti, diaconi, vedovi, sposi, catecumeni…

In un altro passaggio del Catechismo si dice che: “Nella Chiesa ci sono corpi costituiti che la Tradizione, non senza fondamenti scritturistici, [Cf Eb 5,6; Eb. 7,11; 110,4] chiama sin dai tempi antichi con il nome di “taxeis” (in greco), di “ordines”: così la Liturgia parla dell’“ordo episcoporum” – ordine dei vescovi, – dell’“ordo presbyterorum” – ordine dei presbiteri – dell’“ordo diaconorum” – ordine dei diaconi. Anche altri gruppi ricevono questo nome di “ordo”: i catecumeni, le vergini, gli sposi, le vedove” (CCC 1537).

È sempre Congar che vede negli “ordini” uno sforzo dei Padri della Chiesa per dare un ruolo preciso alle diverse parti della comunità. È in questa linea che si mosse appunto S. Gregorio Magno e così egli interpretò 3 grandi personaggi dell’Antico Testamento come i simboli dei 3 grandi ordines dei fedeli: Noè – ordine dei predicatori (dottori) e pastori, Daniele – i continenti/contemplativi, Giobbe – i coniugati.

Un elemento molto positivo della Chiesa antica è che non vi era una gerarchia tra questi ordini, bensì una sinergia tra di loro e così, per esempio, non si poteva affermare che Daniele fosse superiore di Giobbe. Ancora Congar in tutto ciò sottolineava come il merito e la perfezione personali erano indipendenti dalla situazione sociale o anche ecclesiastica.

Ora dalla Chiesa antica dobbiamo fare un salto di vari secoli ed arrivare al Concilio Vaticano II (1962-1965). Al suo interno, quando i padri conciliari si domandavano come definire in pieno secolo XX la Chiesa, essi videro un’ottima spiegazione nel concetto di “comunione”: la chiesa è una comunione tra stati di vita, tra “ordini”. La Costituzione Apostolica Lumen Gentium dice proprio al n° 11: “I coniugi cristiani …hanno così, nel loro stato di vita e nel loro ordine [nella loro funzione], il proprio dono in mezzo al popolo di Dio (in suo vitae statu et ordine proprium suum in Populo Dei donum habent).”

Don Carlo Rocchetta fa un’attenta osservazione al riguardo della traduzione italiana del suddetto numero della Lumen Gentium 11 perché nota come ordo è tradotto erroneamente con “funzione” «Non si esagera, né si forza il senso del testo conciliare, dunque, se vi si scorge il ricupero dell’ordo coniugatorum e quindi la collocazione dinamica della coppia cristiana entro gli ordines su cui per secoli si è costituito la Chiesa» (C. Rocchetta, Senza sposi non c’è Chiesa).

In altri passaggi don Carlo opera questa correzione alla traduzione di “ordo” in latino e ne fuoriesce una migliore visione del matrimonio. Ecco due passaggi:

La Lumen Gentium 14: “Ne consegue che il popolo di Dio non solo si raccoglie da diversi popoli, ma nel suo stesso interno si compone di ordini diversi [funzioni diverse]. Poiché fra i suoi membri c’è diversità sia per ufficio, essendo alcuni impegnati nel sacro ministero per il bene dei loro fratelli, sia per la condizione e modo di vita, dato che molti nello stato religioso, tendendo alla santità per una via più stretta, sono un esempio stimolante per i loro fratelli”.

La Gaudium et Spes 52: “I coniugi stessi, creati ad immagine del Dio vivente e costituiti in un vero ordine di persone, siano uniti da un uguale mutuo affetto, dallo stesso modo di sentire, da comune santità”.

Questa riflessione è sfociata poi nel Catechismo, nei numeri che ho già citato ma soprattutto in questo:

CCC 1631: “… il Matrimonio introduce in un ordo – ordine – ecclesiale, crea diritti e doveri nella Chiesa, fra gli sposi e verso i figli”.

Dove si arriva in fin dei conti con queste considerazioni? Per prima cosa a capire che la Chiesa delle origini guardava con profonda dignità al matrimonio e lo considerava un “ordine” tanto quanto quello sacerdotale. E questo perché la Chiesa aveva una struttura comunionale, motivo per cui il Concilio Vaticano II ha voluto di nuovo recuperarla. E terzo, da queste due premesse, ne consegue che per la grazia del sacramento del matrimonio tutte le coppie di sposi, partecipando tutte all’unico vincolo d’amore di Cristo che ama la Chiesa, formano tra loro una vera e propria unità sacramentale, un “corpo solo”, un ordine appunto, con una missione ben specifica: amare e testimoniare come ama Gesù, in una unità che supera qualsiasi altra forma aggregativa.

Voi coppie non siete da meno dei sacerdoti, avete un sacramento che vi costituisce Piccola Chiesa Domestica, un sacramento tanto degno quanto il sacerdozio. Cambia solo il modo di compiere la missione: essere comunione permanente, tra voi, in famiglia, in parrocchia, con la guida dei vostri pastori.

Ringraziamo il Signore del dono di grandi e santi pastori, come San Gregorio, che hanno avuto la lungimiranza e l’acutezza di comprendere sempre meglio la vostra meravigliosa dignità sacramentale e di saperla mettere in pratica pastoralmente. Preghiamo perché possiamo avere sempre pastori così e con loro e tra voi sposi formare una vera comunione nella Chiesa.

Umiltà dal sapore nuziale

Cari confratelli, è impossibile che voi, alla vostra età siate umili, dovete ancora conoscervi a fondo. Ma l’umiltà è una delle cose più importanti per la vostra vita”.

Me le ricordo come fosse ieri queste parole che il padre predicatore dei miei primi esercizi spirituali ci disse a un certo momento. Io ero un giovanotto di neanche 19 anni ma intuivo che stava dicendo qualcosa di speciale. Beh… oggi che ne ho più del doppio di quegli anni, posso dirgli solo… “grazie, aveva proprio ragione lei”.

Penso che abbiamo tutti un certo problema con l’umiltà: da un lato è il portale delle virtù umane, “è il fondamento dell‘edificio spirituale” (San Tommaso D’Aquino, Somma Teologica, q. 161, a. 6), la conditio sine qua non per crescere spiritualmente come cristiani. Dall’altro, nel contesto attuale, l’umiltà è affratellata alla disistima di sé, all’insicurezza, alla timidezza e ritrosia, motivo per cui è bannata sistematicamente come inutile. Ma vediamo allora cosa vuole insegnarci Gesù nel Vangelo di oggi quando coglie l’occasione dal vedere come si scelgono i posti ad una festa, e poi cerchiamo un aggancio per voi sposi.

Per prima cosa, come direbbe S. Agostino: “L‘umiltà deve rientrare nella verità e non nella falsità” (De natura et gratia 34). Cioè dobbiamo partire da chi siamo veramente, dalla nostra vera identità. Il Vangelo è ambientato in un banchetto nuziale, sappiamo bene che questo fatto ha un valore simbolico immenso. Le nozze umane sono il simbolo dell’Allenza di amore tra noi e Dio. La cosa più importante per quegli invitati non era tanto in quale posto sedersi ma sapere che lo Sposo li ama infinitamente e personalmente. Questa è la prima grande verità da tenere in conto!

Santa Teresina l’aveva capito bene. Lei che era Sposa di Cristo, cercava proprio questo in Gesù: un amore che non si fermasse davanti ai suoi peccati ma che sapesse varcare proprio i suoi limiti. Lei lo esprime egregiamente in un passaggio di una sua lettera, diventato oggi anche un bel canto:

Oh, se potessi avere un cuore ardente d’amore che resti il mio sostegno, non m’abbandoni mai, che ami tutto in me, persino la mia debolezza, e non mi lasci mai, né il giorno né la notte. Non ho trovato mai creatura capace d’amarmi a tal punto e senza mai morire, di un Dio ho bisogno, che assunta la mia natura si faccia mio fratello, capace di soffrire” (Santa Teresa di Lisieux).

L’umiltà ha un’etimologia interessante, viene dal latino “humus”, cioè “ciò che sta sotto, la terra”, ma guarda a caso è anche la stessa origine di “homo” cioè “uomo”. La nostra vera identità è la piccolezza, la fragilità, di cui è misteriosamente innamorato Dio, lo Sposo.

Quindi, come scrive il biblista Paul Beachamps: “L’umiltà cristiana è quella di Maria nel Magnificat. Essa non si riduce al sentimento della debolezza di creatura o di peccatore, ma è nello stesso tempo presa di coscienza di una forza che procede interamente da Dio”, un Dio che ci ama così, nella nostra piccolezza. Da qui si evince come l’umiltà sia davvero la base, “l’humus”, di ogni virtù e di ogni vita autenticamente cristiana, perché ci fa partire dalla realtà e ci mostra quanto siamo amati da Dio.

Ma per voi sposi? E qui è San Paolo a darci la chiave interpretativa, quando dice nella Lettera agli Efesini, “Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo” (Ef 5, 21). L’umiltà di voi sposi parte da qui, da una sottomissione reciproca. E se ci fate caso, la sottomissione è appunto stare sotto, diventare l’humus, il terreno dell’altro. Ma vedi tu che allora la Chiesa ci insegna a svenderci! A non avere rispetto per sé stessi! Direi proprio di no, se leggiamo come interpreta San Giovanni Paolo II la suddetta frase di san Paolo:

“L’autore della lettera agli Efesini scrive in proposito: «…i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo…» (Ef 5,28) («come sé stesso» Ef 5,33), «e la donna sia rispettosa verso il marito» (Ef 5,33). Ambedue, del resto, siano sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo» (Ef 5,21). […] Così dunque “quel timore di Cristo» e «rispetto», di cui parla l’autore della lettera agli Efesini, è nient’altro che una forma spiritualmente matura di quel fascino reciproco: vale a dire dell’uomo per la femminilità e della donna per la mascolinità, che si rivela per la prima volta nel libro della Genesi (Gen 2,23-25)” (Giovanni Paolo II, Il “grande mistero” dell’amore sponsale, Udienza, 4 luglio 1984).

L’umiltà degli sposi sta nel vivere in un profondo fascino per il mistero dell’altro, nel cogliere la bellezza della peculiarità di ognuno, nel riconoscere i doni che il Signore ha messo in ciascuno di voi, a partire dal dono della mascolinità e femminilità e poi tutti gli altri talenti ricevuti. Ci vuole sì uno sguardo contemplativo, sono proprio necessari occhi saggi e sapienti, che sappiano andare oltre le apparenze, perché è così che vi guarda lo Sposo.

Concludo citando ancora Sant’Agostino che dice: “Dove è l’umiltà, ivi è la carità” (Prologo al Commento alla Lettera di San Giovanni). L’umiltà, pertanto, è la base non solo della vita spirituale ma anche del matrimonio stesso, dell’amore di carità. Solo se avrete questo sguardo affascinato verso l’altro, cogliendo la sua vera identità e la sua verità profonda, potrete innamorarvi veramente del vostro coniuge e mettervi al suo servizio, essergli sottomesso, come chiede Gesù nel Vangelo.

ANTONIO E LUISA

L’umiltà non è facile, spesso è un boccone indigesto e pesante. Come impararlo? Come educarci a questo? S’impara in famiglia. Essere umili non è andare davanti al Signore e ammettere di essere peccatori. Questa non è vera umiltà se non è accompagnata da un agire umile. L’umiltà è essere consapevoli dei propri difetti, ma anche dei propri pregi e delle proprie qualità e non nasconderle, ma usarle per il bene del prossimo, in particolare di nostro marito, di nostra moglie e dei nostri figli.

L’umiltà è abbassarsi e mettersi completamente al servizio dell’altro, anche se l’altro oggettivamente non lo merita per come si comporta. Umiltà è mettersi al servizio dell’altro senza pretendere che ci venga riconosciuto e senza rinfacciarlo nei momenti di tensione e litigio. Umiltà è considerarci servi inutili ed essere felici di aver fatto il bene per la persona a noi cara anche se questa non capisce che ci è costato fatica e dedizione. L’umiltà è abbassarsi e non aspettarsi niente, perchè amare significa anche questo.

L’umiltà è difficile, perchè il nostro egoismo e il nostro egocentrismo sono ostacoli durissimi da superare, ostacoli sui quali inciampiamo ogni giorno. L’amore, però, se non è umile, non è amore ma è autocompiacimento, cioè quello che dovrebbe essere dono gratuito diventa celebrazione di sé.

Dov’è la nostra porta stretta?

Non so se ricordate le porte medievali di tante nostre città. Se le trasformazioni urbanistiche non hanno cambiato l’assetto originale, normalmente a fianco del portone vi era una piccola porta. Ad essa fa riferimento Gesù, prendendo quindi spunto da un elemento sotto gli occhi di tutti i suoi coetanei. La porta stretta di una città o di una dimora era non quella grande, il portone principale o il cancello, ma una più piccola, che veniva chiusa per ultima, la sera.

Il senso più immediato di questo Vangelo si applica a tutte quelle persone che ascoltavano Gesù, nella stragrande maggioranza ebrei, la cui mentalità – che Gesù vorrebbe appunto correggere – era quella secondo cui bastava ascoltare e compiere i precetti della Legge e si era a posto, ci si poteva considerare buone persone. Ma al di là di questo, ci sono altre perle preziose nelle parole di Gesù che valgono assolutamente per ciascuno di noi. Io vorrei soffermarmi sulla frase: “sforzatevi per entrare nella per la porta stretta”. La traduzione letterale dal testo greco sarebbe: “Continuate a lottare per entrare per la porta stretta perché molti cercano di entrare e non ne avranno forza”. Cioè, è chiaro che dobbiamo fare del nostro meglio per giungervi ma, occhio, entrarvi non si conquista con la forza perché è anzitutto un dono di Dio.

Qual è la porta stretta di voi sposi? È tanto varia quante sono le vostre circostanze personali. Io penso che anzitutto la prima grande porta stretta è la differenza uomo e donna. Il vostro continuo cercare l’unità nella distinzione, cosa che il mondo di oggi, sedotto dalla chimera del gender, non riesce a capire, è il riflesso di una Bellezza divina, trinitaria, ma che non cessa di costare, spesso sangue, sudore e lacrime. Questa sì che è una porta stretta! Da varcare e rivarcare di continuo e la cui strettezza cambia a seconda delle circostanze, delle fasi della vita. I numeri 50-57 di Amoris Laetitia fanno proprio riferimento a queste occasioni di crescita, rileggeteli perché contendono spunti preziosi per cogliere la grazia sottesa ad ogni situazione difficile.

La porta stretta, quindi, è sì un’esigenza ma che è sempre preceduta da un Dono. Ricordatevi sempre di possedere un Dono grande: l’essere figli amati di Dio e oltre ad esso, come coppia, la grazia di essere immagine, per quanto imperfetta, dell’amore di Dio.

L’invito di Gesù, quindi, è di essere aperti alle sfide che in tutta la vita Lui vi accorda. L’imperativo “sforzatevi” (dalla radice greca “agone” che rimanda al concetto di “lotta” e “fatica”) ordina di continuare un’azione già iniziata; come a dire: “continuate a lottare”, avendo avuto un così grande talento. Non diventate coppie sedute, che dopo gli anni della “romanza” mettono su la pancetta e scivolano nel grigiore della mediocrità.

Sarebbe proprio bello che in queste ferie possiate trovare un momento di sosta, per chiedervi: in quest’anno passato quanto siamo cresciuti come coppia? Quali sfide il Signore ci ha messo davanti? Siamo entrati un po’ di più per quella porta stretta? Quanto abbiamo accolto la grazia e messa a frutto?

Non devo dirvelo io che, nonostante state assieme e siete fedeli, il vostro amore può iniziare ad atrofizzarsi, nascondendo solo un certo egoismo e forme sottili di narcisismo. Sapete meglio di me che il convivere sotto uno stesso tetto non implica automaticamente donarsi a vicenda, ma si possono trovare mille scorciatoie per fare sempre i propri interessi e cercare di soddisfare alle aspettative personali. Cari sposi, per finire vorrei proprio usare una celeberrima frase di San Giovanni Paolo II, “Giovani, non «lasciatevi vivere», ma prendete nelle vostre mani la vostra vita e vogliate decidere di farne un autentico e personale capolavoro!” (Discorso ai giovani, 22 settembre 1985) ma applicarla a voi: “coniugi, sposi cristiani, in questo nuovo anno che sta per iniziare, prendete in mano con Gesù la vostra vita di coppia e con Lui varcate la vostra propria porta stretta per continuare a crescere nell’amore.

ANTONIO E LUISA

Per me il matrimonio è stata davvero la porta stretta. Una porta stretta ma che una volta varcata mi ha mostrato un panorama incredibile. Nel matrimonio ho compreso due verità, entrambe decisive che mi hanno permesso di combattere l’egoismo che avevo dentro e che un po’ ancora c’è. La prima verità che ho compreso è che non si cambia per forza, mai. Luisa si è scontrata con i miei limiti e i miei difetti. E io con i suoi. Quando abbiamo intrapreso un vero cambiamento per renderci più amabili l’uno con l’altro? Non certo quando ci siamo messi sotto esame e quando ci siamo scambiati critiche e ripicche. Questo ci rendeva solo più distanti e insofferenti. Ciò che ci ha cambiato è stato l’amore gratuito. Sapere di essere amati comunque. Questo ci ha spinto ad impegnarci a cambiare alcuni atteggiamenti e tratti del nostro carattere. Non per forza ma per amore e per riconoscenza. Seconda verità è che possiamo migliorare solo se ci impegniamo. L’amore non è spontaneo. almeno non sempre. E non è solo dono di Dio. Dio ci dà tutto ma anche noi dobbiamo mettere il nostro anche se poco. Solo con il nostro lavoro quotidiano fatto anche di fatica possiamo crescere nella relazione e nella capacità di amarci.

San Bernardo, un mistico del matrimonio

“L’amore è sufficiente per sé stesso, piace per sé stesso e in ragione di sé. È a sé stesso merito e premio. L’amore non cerca ragioni, non cerca vantaggi all’infuori di sé. Il suo vantaggio sta nell’esistere. Amo perché amo, amo per amare. Grande cosa è l’amore se si rifà al suo principio, se ricondotto alla sua origine, se riportato alla sua sorgente”.

Così si esprimeva San Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), un monaco cistercense e considerato “l’ultimo dei Padri” della Chiesa grazie alla sua straordinaria opera di rinnovamento teologico nel suo tempo. Il tema della centralità dell’amore fa di lui un araldo della Cristologia e della Mariologia – pensiamo alla sua celebre preghiera “Memorare”. Per Bernardo, infatti, la vera conoscenza di Dio consiste nell’esperienza personale, profonda di Gesù Cristo e del suo amore. Tutto questo consta in modo speciale nei “Sermoni sul Cantico dei Cantici” considerati il capolavoro della sua produzione per la precisione teologica, la profondità spirituale e la capacità espressiva.

San Bernardo era un mistico, l’ordine da cui proveniva aveva come carisma una speciale dedizione alla preghiera contemplativa. Grazie a ciò, egli ebbe il merito di rileggere in modo originale il Cantico, un libro alquanto “scomodo” da interpretare per l’alto contenuto erotico. Siamo difatti nel Medioevo e purtroppo vigeva una mentalità contraria al sesso e piuttosto a favore della vita spirituale. Ma Bernardo riuscì a ovviare l’ostacolo e a cogliere un significato diverso rispetto ad altri padri della Chiesa, pensiamo a Origene e San Gregorio, che già si erano cimentati nell’opera.

La genialità e novità di Bernardo sta appunto nel tematizzare Dio come Amore, un Dio che si comunica per Amore e come Amore. Perciò Dio ci parla con lo stesso linguaggio amoroso tra lo sposo e la sposa e tale linguaggio, per Bernardo, è fondamentale per presentare in modo simbolico i misteri della fede cristiana. Da ciò ne deriva che la Trinità appunto si comprende come comunione di amore intimo tra le Persone Divine.

Celeberrimo, in questo senso, è il modo con cui Bernardo spiega ai suoi monaci, nel Sermone 8, come la Trinità si possa considerare come un bacio dato dal Padre al Figlio nello Spirito: «Se, giustamente, il Padre viene inteso come colui che bacia e il Figlio come colui che e baciato, non sarà certo fuori luogo interpretare lo Spirito Santo come bacio, poiché e l’imperturbabile pace del Padre e del Figlio, il saldo vincolo, l’indivisibile amore e l’indissolubile unita» (cap. VIII, 2)

Ecco, quindi, che Bernardo rilegge il Cantico con il preciso intento di descrivere il rapporto che stringe l’anima a Dio. Con l’Incarnazione Dio, in primo luogo, si è vincolato all’uomo, venendogli incontro nella sua solitudine e così l’uomo ri-ama Dio. La miglior chiave di lettura di questo rapporto Uomo – Dio per Bernardo non può che essere l’amore matrimoniale e per questo, grazie a lui, il Cantico dei Cantici diventa l’epopea amorosa tra l’uomo e Dio.

Sebbene siamo ancora nel cuore del Medioevo, lentamente la strada verso un sempre più pieno riconoscimento della dignità matrimoniale si sta aprendo. Come vedete, ci vogliono bravi e santi teologi che sappiano contemplare, entrare nel cuore della Scrittura ed estrarre per noi queste perle preziose. E la perla siete voi, cari sposi. Il vostro tesoro incomparabile è quello di essere interpreti dell’amore divino, come dice bene il Magistero e vi cito solo due esempi: “Entrambi, uomo e donna, padre e madre, sono cooperatori dell’amore di Dio Creatore e quasi suoi interpreti” (Gaudium et Spes, 50). Ed inoltre voi sposi siete il “volto materno e il volto paterno del Signore” (Amoris Laetitia 172).

Dovete esserne davvero consapevoli ed esultare per la grazia ricevuta. Vi consiglio quindi di cuore di leggere i Sermoni sul Cantico dei Cantici per gustare anche voi tanta bellezza.

padre Luca Frontali

Missionari… in casa

Cari sposi,

il logo della recente Giornata mondiale delle famiglie era un particolare preso dagli affreschi di P. Marko Rupnik nella cappella del Seminario maggiore di Roma. Il dettaglio è geniale: si vede San Paolo che apre un sipario dietro cui si trovano Gesù crocifisso abbracciato da Maria, e dal costato di Gesù sgorga il sangue-vino che riempie le giare di Cana. Ancora dietro al velo, sulla sinistra, si trovano Adamo ed Eva. Il senso è molto bello e profondo, San Paolo ha fatto capire con la sua lettera agli Efesini, cap. 5, che il Mistero Grande, iniziato dal primo matrimonio di Adamo ed Eva, si compie in pienezza grazie a Cristo, nuovo Adamo, e a Maria, nuova Eva.

Perché sto dicendo questo riguardo al vangelo di oggi? Perché il fuoco e il battesimo di cui parla Gesù è proprio la missione di svelare il suo Mistero Grande di amore! E Gesù non vede l’ora che esso sia visibile in ogni coppia di sposi. Difatti, quale amore infuocato è necessario per donare la propria vita! Non bastano piccoli amori, atteggiamenti mediocri ma ci vuole un cuore grande, generoso, infiammato! Dire questo mi fa pensare a Chiara Corbella, a Santa Gianna Beretta Molla, a San Massimiliano Maria Kolbe (di cui oggi è la memoria liturgica) …

A questo punto vi domando: c’è qualcosa di simile nella vostra vita di sposi? Per caso il Signore non vi chiama a portare anche voi, a modo vostro, il fuoco sulla terra? Ricordatelo sempre, voi sposi non vi siete sposati per voi stessi, cioè il matrimonio cristiano non è concepito solo per formare “due cuori e una capanna” o solo per amarsi e avere figli. Non si sono forse sposate fondamentalmente per questi motivi le persone dalla notte dei tempi? Se così fosse, ditemi allora per quale motivo Gesù avrebbe istituito apposta un sacramento per la coppia?

Sì, il matrimonio cristiano è una vera e propria missione! Quella di “gettare fuoco sulla terra”. Esprimono chiaramente questa idea sia Familiaris Consortio 17 che Amoris Laetitia 121. La missione è di portare su questa terra l’amore di Cristo per la Chiesa grazie alla vostra vita ordinaria. Come mai Santa Teresina di Lisieux è compatrona delle missioni, al pari di San Francesco Saverio, che ha percorso migliaia di chilometri per evangelizzare a differenza invece di lei che non ha messo un piede fuori dal Carmelo?

Analogamente per voi sposi, la vostra missione è tanto vera e reale sebbene si realizzi a casa vostra e sui luoghi di lavoro e sembra confondersi con una vita apparentemente monotona e ripetitiva. Cari sposi, vi auguro sinceramente di scoprire sempre di più e di stupirvi del dono e della missione che Gesù vi ha consegnato il giorno del vostro matrimonio. Che l’amore di Cristo vi infiammi e renda il vostro amore Luce del mondo.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca ci ha dato la carica. Sì, la carica. Non vuole metterci sulle spalle un peso che non possiamo sostenere. Ci sta dicendo esatamente il contrario. Sposi prendete coscienza che il battesimo vi ha reso capaci di grandi cose. Sì con tutta la vostra miseria, la nostra miseria, perchè anche Luisa ed io siamo davvero dei poveretti. Il sacramento del matrimonio ha finalizzato i doni battesimali affinché tutti noi sposi potessimo vivere la nostra missione. Vocazione e missione combaciano. Tanto più saremo capaci di crescere come sposi, di amarci sempre più profondamente e meglio, e tanto più saremo dentro la nostra missione.

Ognuno di noi ha la propria missione, ognuno ce l’ha unica come unici siamo noi. Tutte le nostre personali missioni però si fondano sull’amore. Amore quello cristiano. Essere quindi capaci di dare la vita nel nostro matrimonio. Che bello! Più saremo capaci di amarci e più saremo santi. Non conviene forse cercare la santità? Non è una strada facile ma meravigliosa. Una di quei sentieri stretti e faticosi da percorrere ma che aprono ad un orizzonte infinito. Come quelli di montagna che ti portano in vetta e ti permettono di aprire lo sguardo ad un orizzonte senza fine. Questa è la nostra missione. Essere ciò che siamo: una comunione d’amore. (Familiaris Consortio)

Non ci siamo sposati per noi stessi

Le lampade sono accese. Aspettiamo lo Sposo”. Questo l’ultimo SMS di Enrico e Chiara Petrillo, prima che lei entrasse in agonia, 10 anni or sono. Una coppia che ha capito molto bene il senso del loro amore e Chi fosse il vero Sposo. Proprio di questo vorrei parlarvi approfittando della Liturgia odierna.

Il Vangelo appena letto non è, a prima vista, molto piacevole: pare che Gesù voglia proprio dipingerci tutti come servi e non piace a nessuno essere ascritto alla servitù, dover essere sempre sull’attenti, sgobbare dalla mattina alla sera, magari ripresi e trattati male in modo arbitrario. Questa era la misera sorte dei servi ai tempi di Gesù ma qui nel Vangelo appaiono tratti alquanto particolari.

Chi è in definitiva il servo per Gesù? Non è tanto quello che si sfianca “a gratis” bensì colui che non si possiede, colui che vive in una relazione vitale con un Altro, la persona che sa, in fin dei conti, che la sua non dipende da sé stesso. Se questa è l’essenza del servo, beh, allora lo siamo proprio tutti, dal Papa a scendere.

A tale riguardo, non è un caso che la parola “famiglia” venga dal latino “famulus”, ossia l’insieme dei servi che vivono sotto uno stesso tetto. E se al posto di “servire” usassimo il suo sinonimo di “appartenere”? In fondo il servo lo è sempre in relazione a un signore, a un padrone, quindi gli appartiene. Ma nel Vangelo il padrone di cui parla Gesù non è uno qualsiasi, è lo Sposo e sappiamo bene che è Gesù stesso a fregiarsi di questo titolo.

Ecco allora che voi sposi siete servi, cioè appartenenti in maniera più stretta allo Sposo ed è per questo che vi siete sposati in Cristo: per non vivere più per voi stessi ma per Colui che è morto e risorto per voi (cfr. 2 Cor 5,15) quindi per accogliere anzitutto Gesù Sposo nel vostro amore, farLo abitare tra voi, renderLo partecipe del vostro amore. Solo così poi tutto il resto ha veramente senso, altrimenti cadreste, prima o poi, in quella noiosissima autoreferenzialità che troppo spesso le coppie cristiane mostrano, giunte sul far dei 30 / 40 anni.

Cari sposi, vi auguro di cercare sempre assieme quel Volto stupendo dello Sposo, come fecero Chiara ed Enrico. Egli, infatti, è l’unico capace di custodire in eterno il tesoro del vostro amore.

ANTONIO E LUISA

Le parole di padre Luca aprono diverse piste di riflessione. Cosa significa sposarci sacramentalmente? Sicuramente che la nostra relazione è abitata dalla Grazia, che siamo cioè sostenuti da Dio, ma non solo. Con il sacramento del matrimonio la nostra relazione non è più solo nostra ma appartiene a Dio. Il nostro amore lo doniamo a Lui perchè ne faccia cosa sua. Ciò significa che tutte le volte che vengo meno alla mia promessa verso Luisa non sto mancando solo a lei ma anche a Dio. In un certo senso, ogni volta che sottraggo amore a Luisa sto compiendo un sacrilegio. Ogni volta che invece mi offro a lei, sto compiendo non solo la cosa giusta con mia moglie, ma un vero sacrificio a Dio. Questo è il matrimonio.

La Trasfigurazione degli sposi

Cari sposi,

oggi è la festa della Trasfigurazione di Gesù, una ricorrenza liturgica che forse non vi è particolarmente familiare cadendo così vicino a Ferragosto, in pieno tempo di ferie.

È un evento cruciale per la vita di Gesù e degli apostoli. Perché è così? Stava andando a gonfie vele, tra miracoli e folle osannanti. Gesù, con la fama alle stelle, ecco che un bel giorno ti viene fuori con uno strano discorso sulla sua ormai prossima morte in croce… I poveri apostoli, basiti fino all’osso, se la facevano sotto al solo pensiero di chiederGli spiegazioni. Gesù lo sa benissimo e allora prende l’iniziativa portandoseli in cima a un monte, il Tabor. Lì in cui interviene per la seconda volta la Trinità (la voce del Padre, la nube dello Spirito) e la scena è accreditata e avvalorata da Elia e Mosè come testimoni dell’Antico Testamento. Quindi si tratta proprio di un momento solenne, di una sacralità unica mai vista in precedenza.

E tutto questo per cosa? A che pro? Gesù voleva far vedere ai suoi apostoli, far toccare loro con mano, portarli a un’esperienza indubitabile che dopo la morte sarebbe venuta la risurrezione. Questo è il nocciolo della Trasfigurazione: far pregustare ai discepoli, e a tutti noi inclusi, il dopo, la vita vera, quella eterna. Ma allora che c’entra la Trasfigurazione con gli sposi? Non eravamo rimasti d’accordo che “finché morte non ci separi”? In effetti la proporzione non è del tutto esatta se accostiamo la Trasfigurazione di Cristo e quella, in teoria, degli sposi.

Come mai mi sono inventato un titolo del genere? Non è in verità farina del mio sacco perché questa espressione è usata dal Rito del matrimonio nella Quarta formula della benedizione nuziale che si esprime così:

“Ora, Padre, guarda N. e N.,
che si affidano a te:
trasfigura quest’opera che hai iniziato in loro
e rendila segno della tua carità.
Scenda la tua benedizione su questi sposi,
perché, segnati col fuoco dello Spirito,
diventino Vangelo vivo tra gli uomini” (Rito del matrimonio, 88).

Di conseguenza è vero, esiste una vera e propria trasfigurazione di voi sposi: ma in cosa consiste? Qual è il suo contenuto? Il testo del rituale è assai ricco di significato e vorrei enucleare per voi questi due grandi insegnamenti:

1) la trasfigurazione nuziale, ordinariamente, è un cammino di tutta l’esistenza. Inizia con il dono del sacramento e perdura vita natural durante. Ci possono essere momenti speciali (una grazia durante un ritiro, un fatto drammatico che vi fa maturare, una direzione spirituale che vi fa capire a fondo un aspetto di voi…) ma si colloca normalmente nell’ordinario di voi sposi. È confortante questo, Gesù ha pazienza con voi, vi accompagna, vi prende per mano a patto che siate sul sentiero con il bastone in mano e gli scarponi ai piedi. Fondamentale è la docilità allo Spirito Santo, vero artefice di questa vostra elevazione spirituale, mentale, caratteriale e comportamentale.

2) Poi, il contenuto della trasfigurazione per voi sposi non è tanto nell’aldilà ma deve avvenire qui ed ora. Consiste nel rendere manifesto, nel vostro amore, che Gesù sta amando la Sua Chiesa. A questo si riferisce con l’essere “segno della tua carità”. Quanto amore di Cristo dicono ed esprimono i nostri sguardi, le nostre parole, la nostra intimità, i nostri perdoni, i gesti di servizio disinteressato? È Lui che vuole emergere tra voi, è Lui che scalpita perché Lo rendiate presente!

Non importa che siate sotto i riflettori dell’Isola dei Famosi perché questo avvenga. Gesù vede nel segreto e vi ricompenserà per ogni volta che cercate e vi sforzate di vivere così. Anche quando non ne avete voglia o le cose non vengano fatte spontaneamente.

E allora, cari sposi, possiate anche voi dire con San Pietro: “è bello per noi essere qui”, cioè, è bello Signore sapere che ci abiti, che vivi con noi le nostre giornate belle o brutte esse siano. Vogliamo come sposi anche noi essere un riflesso di quella tua luce di amore e donazione incondizionata.

padre Luca Frontali

Sembrava una risposta così semplice…

Cari sposi,

nel Vangelo di oggi accade un fatto abbastanza comune durante le grandi adunate di Nostro Signore. Con così tanta gente che lo ascoltava, doveva essere normale che ci fossero domande o commenti alle sue parole. Eccone un caso: una persona ne approfitta per farsi giustizia “usando” Gesù e la sua autorità. E Gesù risponde da subito in modo molto pratico e logico, della serie, “non sono mica il tuo notaio”. Fin qui non ci piove ma poi prosegue con un caso che sicuramente era preso dalla cronaca recente, un ricco proprietario, morto nell’apice della sua parabola ascendente.

Che c’entra tutto ciò con la vita di voi sposi? Al massimo potremmo fare una disquisizione se conviene la divisione o la comunione dei beni. Eppure, meditando e preparandomi sul testo, mi sono accorto della profondità e proiezione del significato di tale parabola per la vostra vita nuziale.

Lasciate stare soldi ed eredità e concentratevi sulla parola “cupidigia”. Questa parola, che è strettamente collegata all’avarizia, ci fa inizialmente pensare alla tirchieria ma a ben vedere il senso risulta assai più profondo. Proviene infatti dal verbo latino “cupio”, ossia “desiderare” ma anche “amare” non per nulla è la stessa origine del dio romano Cupidus, l’equivalente dell’Eros greco. Dal punto di vista etimologico “cupio” fa proprio riferimento al movimento, al fremito del cuore che punta a ciò che percepisce come il suo bene. Beh, allora cambiano radicalmente le cose, perché si tratta allora di capire non tanto come spendi i soldi ma come e chi stai amando… Vorrei portare come prova il Dizionario Biblico sulla voce “cupidigia”:

Il nostro termine cupidigia è quello che corrisponde meglio al greco pleonexìa (da plèon èchein, avere di più), che nei LXX e nel Nuovo Testamento designa la sete di possedere sempre di più senza occuparsi degli altri, e persino a loro spese. La cupidigia coincide ampiamente con la bramosia, perversione del desiderio” (Dizionario biblico X. Leon-Dufour, pag. 249).

Ecco allora che è bene che ci chiediamo ogni giorno nel nostro esame di coscienza: chi sto amando? Per chi mi alzo oggi? Chi c’è al centro del mio cuore? Come manifesto concretamente questa preferenza? Mi ha colpito Papa Francesco quando ha declinato il concetto di avidità e cupidigia in termini più relazionali ed esistenziali che strettamente economici, in un discorso di qualche anno fa:

Il peccato che abita nel cuore dell’uomo – e si manifesta come avidità, brama per uno smodato benessere, disinteresse per il bene degli altri e spesso anche per il proprio – porta allo sfruttamento del creato, persone e ambiente, secondo quella cupidigia insaziabile che ritiene ogni desiderio un diritto e che prima o poi finirà per distruggere anche chi ne è dominato” (Messaggio per la Quaresima 2019).

Il modo di desiderare può costruire una relazione tra marito e moglie o demolirla! Credo quindi che in definitiva quella che sembrava una risposta concreta e puntuale, inoffensiva per molti di noi, che non ci toccava più di tanto, si sia rivelata al contrario evidentemente nuziale e matrimoniale: Gesù sfida voi sposi ad abbondare nel vero desiderio. Non importa quante cose avete nella vostra relazione o in casa, importa piuttosto quanto siete in relazione affettiva e volitiva con Cristo e di conseguenza con il vostro coniuge:

L’amore di amicizia si chiama «carità» quando si coglie e si apprezza «l’alto valore» che ha l’altro. La bellezza – «l’alto valore» dell’altro che non coincide con le sue attrattive fisiche o psicologiche – ci permette di gustare la sacralità della sua persona senza l’imperiosa necessità di possederla. Nella società dei consumi si impoverisce il senso estetico e così si spegne la gioia. Tutto esiste per essere comprato, posseduto e consumato; anche le persone. La tenerezza, invece, è una manifestazione di questo amore che si libera dal desiderio egoistico di possesso egoistico. Ci porta a vibrare davanti a una persona con un immenso rispetto e con un certo timore di farle danno o di toglierle la sua libertà” (Amoris Laetitia 127).

Che i vostri magazzini, cioè il vostro cuore, la vostra relazione, la vostra casa sia così piena di un tale desiderio di amarvi al punto di farne di nuovi, cioè esportarlo verso altre persone, assetate del vero amore.

ANTONIO E LUISA

Io, Antonio, vorrei porre l’attenzione su quanto ha scritto padre Luca, leggendo la sua riflessione da un punto dinamico. Il matrimonio come scuola, come palestra d’amore. Per me è stato così. Credo che un po’ per tutti sia così. Quando ho conosciuto Luisa, e ho iniziato con lei questa meravigliosa avventura che prosegue da vent’anni, ero molto diverso da come sono ora. Il matrimonio ti cambia. Ero molto più egoista, il mio desiderio era avere Luisa. Averla perchè lei potesse soddisfare i miei bisogni. Bisogni relazionali, affettivi e sessuali. Ne volevo fare cosa mia. In modo non consapevole ma era così. Con la quotidianità e col la grazia del sacramento ho imparato ogni giorno di più a volerle bene davvero, a metterla al centro delle mie attenzioni e della mia cura. E sapete una cosa: più ho imparato questa modalità di amarla e più mi sono accorto di essere capace di amare anche Dio. Il giorno del vostro matrimonio è solo l’inizio di un percorso. Dove vi condurrà lo decidete voi. Come? Dipende se cerchere di possedere l’altro o di abbandonarvi al dono dato e ricevuto. Auguri!

Sposi = figli dello stesso Padre

Cari sposi,

ricordo un mio compagno di noviziato, agli albori del nostro cammino verso il sacerdozio, che si era enormemente entusiasmato addentrandosi nella lettura dei grandi maestri della vita spirituale: San Bernardo, Sant’Ignazio di Loyola, Santa Teresa d’Avila… e allora scriveva alla mamma tanti consigli su come vivere bene la preghiera, la meditazione, la Lectio… la mamma una volta gli rispose più o meno così: “caro figlio, grazie infinite per tutte le belle cose che mi racconti sulla tua vita spirituale. Da parte mia, non appena dico «Padre» nella preghiera mi soffermo e non vado oltre…. Per quanto possiamo parlare di spiritualità, di grandi maestri, di tecniche di preghiera il punto essenziale e fondamentale da cui ripartire sempre è l’amore di Dio Padre.

Nel Vangelo di oggi è il Padre nostro nella versione di Luca il centro di tutta la liturgia e sicuramente è facile finire per dire qualche ovvietà su un tema così grande e ampiamente citato. Io ritengo che il legame tra l’esperienza della paternità di Dio e la condizione di sposi sia strettamente vincolato e non abbastanza approfondito. Giovanni Paolo II nelle sue Catechesi sull’Amore umano mostra come ci debba essere un divenire crescente tra l’essere figlio, poi sposo e infine padre. Solo se ho sperimentato l’amore gratuito e immeritato di Dio Padre, posso farmi totalmente dono a un altro e questo si chiama appunto essere sposi. Tale amore poi può diventare fecondo e quindi generare altra vita, ed ecco la paternità. Chiaro, non è tutto rose e fiori, se ci guardiamo dentro e alle nostre storie familiari, questo percorso spesso non è avvenuto così. Difatti dice Amoris Laetitia:

Molti terminano la propria infanzia senza aver mai sperimentato di essere amati incondizionatamente, e questo ferisce la loro capacità di aver fiducia e di donarsi. […] Dunque, bisogna fare un percorso di liberazione che non si è mai affrontato. Quando la relazione tra i coniugi non funziona bene, prima di prendere decisioni importanti, conviene assicurarsi che ognuno abbia fatto questo cammino di cura della propria storia” (Amoris Laetitia 240).

Perciò il Vangelo di oggi invita voi sposi a cercare di continuo il Volto del Padre, di aprirvi sempre al suo Amore. Solo se vivrete costantemente l’essere figli amati, avrete la forza di amarvi davvero. Non è affatto casuale che idea sia già presente in alcuni passaggi dell’Antico Testamento. Lo troviamo nel libro di Tobia: “Tobia si alzò dal letto e disse a Sara: «Sorella, alzati! Preghiamo e domandiamo al Signore che ci dia grazia e salvezza»” (Tob 8, 4) ed anche nel Cantico: “Tu mi hai rapito il cuore, sorella mia, sposa” (Ct 4, 9). È Cristo infatti che ci svela il volto del Padre, diventando nostro Fratello.

Quindi, in definitiva, la vera nuzialità sgorga dalla figliolanza in Dio; se sarete veramente figli del Padre, potrete essere anche sposi in Cristo e il poter pronunciare “Padre” con il cuore, sarà quanto di più bello e profondo sperimenterete nella vita spirituale. Il che vi permetterà di vedere nel coniuge non una persona da possedere, ma un fratello e sorella, infinitamente amati come voi, con cui condividere lo stesso amore che vi ha preceduto.

ANTONIO E LUISA

C’è stato un momento nella mia vita di uomo dove ho compreso quanto fossi fortunato ad avere una donna come Luisa al mio fianco. L’ho raccontato già innumerevoli volte e non mi ripeterò (lascio il link se qualcuno non l’avesse mai letto). Non è stato quando l’ho sposata. Li non ero ancora consapevole. Lì vivevo come sulle nuvole. Vedevo tutto facile e un futuro mio, anzi nostro. L’ho scoperto nella vita matrimoniale, quando ho tirato fuori le mie fragilità e lei c’è stata sempre, anzi mi ha amato ancora di più. Lo ha potuto fare perchè io non ero il solo che poteva riempire il suo serbatoio d’amore. Certo io ero e sono la persona più importante per lei, ma c’è chi lo è più di me e che la ama immensamente più di me. Lei sa di essere figlia amata e questo le dà la forza per amarmi gratuitamente. So di essere privilegiato ad averla. Per questo con il tempo ho iniziato un cammino di crescita nella mia fede e nella mia relazione con Gesù. Perchè ho visto quanto sia importante sentirsi amati da Dio per essere poi capaci di amare davvero: in modo gratuito e senza condizioni, senza pretendere nulla.

La coppia cristiana tra Scilla e Cariddi

Quando ero bambino, la mitologia greca è sempre stata uno dei miei interessi preferiti: Zeus, le Naiadi, i Titani, il monte Olimpo, Polifemo e Ulisse… e tra tutte queste cose mi ha sempre incuriosito andare a vedere dove fossero Scilla e Cariddi, i mostri citati nell’Odissea e nell’Eneide e che la tradizione ha collocato nei lati dello stretto di Messina. Il mito vuole che l’uno e l’altro insidiassero i naviganti di modo che per passare lo stretto era necessario mantenersi a debita distanza, senza avvicinarsi troppo a questa o quella parte.

La coppia cristiana, come novelli Argonauti, deve far fiorire la sua missione di vita senza cadere nelle insidie che Scilla e Cariddi simboleggiano. A cosa mi sto riferendo? In questo articolo vorrei toccare due classici estremi in cui una coppia sovente può cadere, non certo per cattiva volontà o mancanza di fede ma probabilmente per poco discernimento, preghiera e formazione.

Come vedrete, si tratta di “eccessi” che partono da sacrosanti doveri di voi coniugi ma che vanno vissuti con quell’equilibrio che solo la virtù cardinale della prudenza, lo Spirito Santo, assieme a un padre spirituale condiviso vi possono dare.

Il primo pericolo è quando la coppia assolutizza la propria relazione. Il “abbiamo bisogno di tempo per noi” – che in sé è giustissimo, perché il primo “figlio” della coppia è la relazione stessa – può diventare alla lunga una forma sottile di pigrizia e di ripiegamento su sé stessi. La coppia ha ricevuto un dono eccelso, quello di essere il primo annuncio di Cristo, il primo pulpito, in un certo senso, il primo “tabernacolo eucaristico”:

La famiglia ha ricevuto da Dio la missione di essere la cellula prima e vitale della società. E essa adempirà tale missione se, mediante il mutuo affetto dei membri e la preghiera elevata a Dio in comune, si mostrerà come il santuario domestico della Chiesa; se tutta la famiglia si inserirà nel culto liturgico della Chiesa; se infine praticherà una fattiva ospitalità e se promuoverà la giustizia e le buone opere a servizio di tutti i fratelli che si trovano in necessità” (Concilio Vaticano II, Apostolicam Actuositatem, n° 11).

Va più che bene staccare per un tempo l’impegno ecclesiale più diretto e concreti in circostanze particolari (nascita di un figlio, genitori malati, ecc.) ma attenzione perché l’interrompere una buona abitudine è sempre costoso da recuperare. Il “prendersi un tempo per noi” potrebbe rivelarsi in seguito un’arma a doppio taglio che sterilizza l’efficacia e la fecondità apostolica del matrimonio. Non è la prima volta che vedo che tali pause di riflessione sono l’anticamera di veri e propri abbandoni, se non addirittura di lontananza dalla fede stessa. Voi coppie non vi siete sposate solo per voi stessi ma anche per essere annunciatori del Vangelo!

Il secondo pericolo non è da meno quanto a virulenza. Consiste nello spingere l’acceleratore fino in fondo sul donarsi agli altri, nel dire sempre di sì al parroco, nel provare una gioia immensa nel vivere un percorso di fede in un movimento, tra riunioni e ritiri… e qui potrei scrivere una tesi di laurea in base alle esperienze vissute.

Ora vengono due possibili risvolti negativi:

  • O si vive tutto questo cumulo di attività da soli, senza il proprio coniuge e per cui la fede non è più un punto di unione nella coppia ma una rotaia solitaria, in parallelo a quella del coniuge, ma senza intersecarsi mai. Che bello quanto dice Amoris Laetitia: “La famiglia è chiamata a condividere la preghiera quotidiana, la lettura della Parola di Dio e la comunione eucaristica per far crescere l’amore e convertirsi sempre più in tempio dove abita lo Spirito” (Amoris Laetitia 29). La fede vuole condivisione, non porta all’isolamento. So che non è facile, ma come sempre, sforziamoci per un passo in più in avanti in questo senso.
  • Oppure si vive un cammino di fede in coppia ma senza dedicare tempo al noi, senza recuperare e alimentare la relazione nuziale. Si diventa così degli stupendi “Al Bano e Romina”, da vetrina nelle attività diocesane, sulla bocca di tutti per il bene e la testimonianza resa al matrimonio o alla fede in genere, ma le cui radici lentamente si stanno seccando. Prima o poi, un bel colpo di vento (dalla segretaria bionda, alle difficoltà lavorative o problemi adolescenziali dei figli…) tira giù la sequoia secolare, tutta tarlata di dentro.

Nella mia esperienza in Retrouvaille, sono proprio queste le coppie candidate n° 1 che chiedono di partecipare al ritiro. Sebbene la fede non manchi – anzi, tutt’altro – è piuttosto il “noi” che sta latitando. Per questo la dimensione relazionale di coppia va sempre messa al primo posto, è una lotta che vale la pena sostenere, come ci insegna Papa Francesco:

Questo cammino è una questione di tempo. L’amore ha bisogno di tempo disponibile e gratuito, che metta altre cose in secondo piano. Ci vuole tempo per dialogare, per abbracciarsi senza fretta, per condividere progetti, per ascoltarsi, per guardarsi, per apprezzarsi, per rafforzare la relazione. A volte il problema è il ritmo frenetico della società, o i tempi imposti dagli impegni lavorativi. Altre volte il problema è che il tempo che si passa insieme non ha qualità” (Amoris Laetitia 224).

Perciò, care coppie, nella navigazione della vita matrimoniale questa è la via maestra per restare su un percorso sicuro e infallibile: coltivare il vostro amore, condividervi la fede, dedicare tempo ad aprirvi il cuore sinceramente, corteggiarvi senza sosta con tenerezza. Ecco le grandi risorse per giungere al Buon Porto e tenere lontane da voi le insidie alla pienezza del vostro amore.

Padre Luca Frontali

Da quale parte state?

Cari sposi,

spero che l’estate vi stia concedendo momenti di alta spiritualità e riposo fisico. Oggi vorrei iniziare a raccontarvi di una coppia santa e martire, come premessa per parlare del Vangelo. Sono Cyprien Rugamba e Daphrose Mukasanga, uccisi con i loro figli il 7 aprile 1994 agli inizi del tremendo genocidio del Ruanda. Cyprien, brillante letterato, musicista e politico, dopo la sua conversione si era deciso a seguire come impegno politico solo il “partito di Gesù”. Questa la scelta che lì a poco gli costò la palma del martirio. Lui, come tanti e tanti cristiani, martiri e non, ha scelto la parte migliore: quella di Gesù e della sua Parola.

Ora vediamo cosa ci dice il Vangelo su questo. Il tutto avviene in una scena curiosa ma anche comune; infatti, Gesù va a pranzare con tutta la sua truppa da persone amiche, il che era abbastanza frequente. Ma stavolta sono amici speciali che lo invitano da loro in quel di Betania. La padrona di casa, Marta, tuttavia stavolta va proprio in tilt dovendo preparare per così tante persone, di certo non poco affamate. Aveva ragione, non so voi, ma quante volte vi sarà successo care mogli e mamme una scena simile! Maria, sua sorella, invece non fa un bel niente, tutta carpita dalla conversazione con Gesù.

Pure io di certo me la sarei presa in un frangente simile. Gesù invece, come al solito, ci sorprende con la sua Sapienza superiore. Coglie, difatti, l’occasione per parlarci di stare anzitutto dalla parte della Sua Parola e ci mostra il primato dell’ascolto sul fare qualsiasi altra cosa.

Quanto è importante per voi sposi questo! Da quale parte state adesso? State privilegiando l’ascolto o lo svolgere i vostri sacrosanti doveri genitoriali? Qui si apre un tema assai complesso, peraltro toccato anche nella recente giornata mondiale delle famiglie, in cui si diceva che a voi sposi noi sacerdoti abbiamo offerto un modello di preghiera più di tipo monacale che familiare, mettendovi a volte nella disgiuntiva se dedicarsi a Dio o alla famiglia.

Voi non dovete imitare la preghiera di noi preti perché voi siete originali, siete Parola-Carne! In voi si è realizzata, tramite il Matrimonio, una sorta di Incarnazione del Verbo: Gesù vive nella vostra relazione nuziale, ogni giorno, ogni momento e passa dal vostro quotidiano, non vi allontana dal vostro habitat naturale. Logicamente però non si vive da sposi cristiani poi per incantesimo ma ci vuole la consapevolezza di essere “abitati” da Lui e questa grazia va chiesta e assecondata volontariamente.

Ecco allora che è necessario leggere, ascoltare, meditare la Parola. È decisivo per voi sposi affinché la grazia matrimoniale dia frutto. Per questo Gesù è stato così chiaro e perentorio: bisogna stare dalla parte anzitutto dell’accoglienza della Parola e poi viene tutto il resto.

Penso che Antonio e Luisa diranno molto meglio di me come si può vivere questo nella quotidianità. Io mi permetto solo di consigliarvi un classico su questo tema che può darvi tanta luce su come introdurre nella vostra coppia Gesù-Parola. È uno dei libri più letti di P. Amedeo Cencini, “La vita al ritmo della Parola”.

Cari sposi, in occasione dell’estate, tempo in cui si privilegia il riposo, vogliate aprirvi a questa riflessione: quanto stiamo accogliendo in coppia la Parola? Quanto spazio le diamo? Sono certo che lo Spirito vi darà tante luci e la voglia di metterle in pratica.

ANTONIO E LUISA

Può sembrare ingiusto sgridare Marta che tanto si dà da fare, ma Gesù intende proprio evidenziare che la relazione d’amore è più importante di ogni cosa che facciamo. Avere la casa in disordine, saltare qualche impegno sono situazioni da evitare, ma molto più grave sarebbe perdere per strada quell’amore per cui ci stiamo dando tanto da fare. E’ importante trovare tempo per contemplare, per ascoltare, per meditare, per guardarsi, per abbracciarci e per fare l’amore. E’ importante farlo tra noi sposi ed è importante trovare tempo anche per la preghiera e la relazione con Gesù. Solo così il nostro fare non sarà mai troppo pesante perchè avremo sempre chiaro la bellezza per la quale ci stiamo dando tanto da fare.

Buoni samaritani (ma a vicenda)

Cari sposi,

vorrei rimembrare una statistica letta anni fa su un articolo e purtroppo vado a memoria scusandomi per la mia poca precisione. Quell’analisi metteva in parallelo i tempi di convivenza dei coniugi con quello tra genitori e figli. In sostanza i coniugi passavano assieme il doppio del tempo che essi stessi, da genitori, trascorrevano con i figli in casa. Questo a proposito di “prossimo”, essendo la parola da cui si origina la celeberrima parabola del Vangelo di oggi.

Se la parola “prossimo” significa “il più vicino” si capisce bene che è assai equivoco, motivo per cui quel dottore della Legge chiese legittimamente chi fosse questo prossimo: il passante sull’autobus, il collega di lavoro, il dirimpettaio sul pianerottolo…? Mi pare evidente che per voi il prossimo non può che essere il vostro coniuge, la persona con cui condividete oggi e domani tutta la vita. Da qui si inizia a cogliere la bellezza della vocazione matrimoniale, come un cammino privilegiato di santità e vita cristiana. Perché lo dico? Fino a non tanto tempo fa era opinione comune che per essere buoni cristiani si dovesse fuggire dal “mondo”, ossia dalla vita quotidiana, dal lavoro, dai sordidi affari per rifugiarsi invece nella vita beata della preghiera e della contemplazione.

 Ma in Amoris Laetitia è detto ben altro: “Una comunione familiare vissuta bene è un vero cammino di santificazione nella vita ordinaria e di crescita mistica, un mezzo per l’unione intima con Dio. Infatti, i bisogni fraterni e comunitari della vita familiare sono un’occasione per aprire sempre più il cuore, e questo rende possibile un incontro con il Signore sempre più pieno… Pertanto, coloro che hanno desideri spirituali profondi non devono sentire che la famiglia li allontana dalla crescita nella vita dello Spirito, ma che è un percorso che il Signore utilizza per portarli ai vertici dell’unione mistica” (n° 316).

 Più sto a contatto con le coppie e più mi convinco che la vita matrimoniale sia una vera e propria “autostrada per il Cielo”, parafrasando una nota frase di Beato Carlo Acutis, un’autentica palestra di cristianesimo in cui si possono esercitare le virtù teologali e cardinali, le opere di misericordia, in particolar modo quelle spirituali, in grado eminente per chi lo vuole e si impegna.

Quindi la prima missione di voi sposi è il vostro consorte. Ho detto proprio così e non ho menzionato volutamente i figli. Se un genitore volesse dirigere il proprio zelo e cura, anche cristiana, alla prole bypassando il coniuge, che tipo di insegnamento darebbe? I figli fondamentalmente riceverebbero un’educazione “schizofrenica”: uno dice e insegna una cosa e l’altro, se non a parole, almeno con la vita, la nega o la sminuisce. Ecco perché è importante sforzarsi, e iniziare già fin dai primi anni di vita matrimoniale, a camminare assieme. Il tuo prossimo è il coniuge, e solo “dopo” vengono i figli. Prendersi cura del proprio marito e moglie è il primo grande insegnamento che arricchisce i figli e infonde il loro la consapevolezza di provenire da quella cura e da quell’amore.

So che tutte queste cose per alcuni sono sacrosante ma assai costose, per via delle più svariate circostanze. Il Signore lo sa bene ma non cessa di invitare tutti a continuare lo sforzo perché Lui, la grazia, ce la mette sempre in ognuna delle vostre coppie. Mi piace finire citando il magnifico discorso di Papa Francesco, concludendo la serata di avvio della Giornata Mondiale delle famiglie. Dinanzi a tutte le coppie che si erano presentate, casi di vita tra i più disparati, il Papa ha riassunto il tutto con: “un passo in più…”. Ecco, care coppie, vi invito a non smettere ogni giorno di fare quel passo in più verso il vostro prossimo, verso vostro marito o moglie, per essere quel buon samaritano che il Signore si aspetta da voi.

ANTONIO E LUISA

Quello che scrive padre Luca è verissimo, lo condividiamo completamente. L’abbiamo capito sempre meglio, con il passare degli anni di matrimonio. Volevamo rafforzare con una riflessione che abbiamo scritto anche in uno dei nostri libri. Il nostro amore con il matrimonio non ci appartiene più, diviene di Dio, per Dio, strumento di Dio, via di salvezza di Dio per noi e per il mondo intero. Ogni qualvolta riconosciamo questa realtà e rendiamo sacro il nostro amore attraverso gesti d’amore, di servizio, di accoglienza e di tenerezza l’uno verso l’altra, stiamo facendo un sacrificio. Non servono spesso grandi gesti. A volte vengono richiesti, ma non a tutti. Dio chiede però a tutti di amarlo nell’altro. Gesti semplici, concreti, ordinari di una vita insieme. Io stesso, spesso, sono “stressato” dagli impegni che la famiglia mi richiede. Mi innervosisco e mi agito. A volte ho voglia di mandare tutti a quel paese. Ma poi, basta poco: un pensiero. Penso a quello che sto scrivendo in queste righe. Penso alla mia sposa, alla mia famiglia e a Dio. Penso che mi viene chiesto di amarli nel servizio. Di amarli concretamente in servizi, che mi pesa fare, ma che sono importanti per prendermi cura e servire l’amore e la mia famiglia. Così diventa tutto più leggero. C’è un’altra consapevolezza. C’è gioia, senso e pace. E’ così, che pulire casa, fare una carezza o un sorriso all’altro/a, cambiare un pannolino, fare la spesa, fare il tassista, e tantissimi altri gesti che compiamo ogni giorno, diventano gesti sacri, gesti per Dio e di Dio.

Aquila e Priscilla, oggi come ieri

Cari sposi,

            proprio ieri abbiamo celebrato la memoria liturgica dei Santi Aquila e Priscilla. Lui ebreo e lei romana, sposi cristiani e compagni di evangelizzazione di San Paolo. Una coppia sposata del tutto speciale nella Chiesa perché agli albori della diffusione della fede, a metà del I secolo. Vorrei tratteggiarli brevemente per mostrare quanto il loro esempio sia attuale e importante per voi. Pensate che hanno avuto il merito di aver accolto nella propria famiglia San Paolo e di essere rimasti con lui in varie occasioni, sia a Corinto che a Roma, per evangelizzare.

            Essendo del medesimo mestiere, fabbricanti di tende, hanno avuto modo di collaborare non solo per il lavoro ma soprattutto per accogliere e istruire tutte le persone che si avvicinavano al Vangelo. Dove? Nella loro casa che divenne da subito una “piccola chiesa”, una “chiesa domestica”, tanto che ad oggi ancora esiste, in cima al colle Aventino a Roma, la Basilica di Santa Prisca edificata proprio sulla loro abitazione di un tempo.

            Dice per questo Papa Benedetto: “Veniamo così a sapere del ruolo importantissimo che questa coppia svolse nell’ambito della Chiesa primitiva: quello cioè di accogliere nella propria casa il gruppo dei cristiani locali, quando essi si radunavano per ascoltare la Parola di Dio e per celebrare l’Eucaristia. È proprio quel tipo di adunanza che è detto in greco “ekklesìa” – la parola latina è “ecclesia”, quella italiana “chiesa” – che vuol dire convocazione, assemblea, adunanza” (Benedetto XVI, Udienza, 7 febbraio 2007).

            Parliamoci chiaro: stare a fianco di San Paolo non era per nulla facile, da uomo volitivo e deciso qual era. Chiedetelo a San Marco che nel primo viaggio apostolico venne rimandato a casa proprio da lui (cfr. At 12, 25ss), o a San Pietro – il vicario di Cristo –  che fu redarguito pubblicamente dall’Apostolo delle genti per una condotta poco cristiana (cfr. Gal 2, 14). Da prete so bene che lo starci vicino non è facile, il rischio di venire schiacciati o ignorati è sempre reale. Per questo, ci vogliono anche oggi nuovi Aquila e Priscilla, sposi pieni di pazienza e benevolenza verso i loro pastori, capaci di stare a loro fianco, sopportando i segni della loro stanchezza, a volte inerzia, oppure scarsa capacità di collaborare. Con la forza di chi sta vicino senza voler manipolare ma nemmeno essere sovrastato. È proprio urgente che voi coppie assomigliate a questi santi sposi nella docilità allo Spirito Santo e nella creatività apostolica di elaborare nuove vive per rendere la vostra coppia, famiglia e casa uno strumento di diffusione del Vangelo.

            Mi piace riportare qui due passaggi molto belli di due Papi che, in tono distinto, valorizzano la loro figura: “Per radicarsi nella terra del popolo, per svilupparsi vivamente, era necessario l’impegno di queste famiglie, di questi sposi, di queste comunità cristiane, di fedeli laici che hanno offerto l’“humus” alla crescita della fede. E sempre, solo così cresce la Chiesa” (Benedetto XVI, Udienza, 7 febbraio 2007).

            E ancora: “La Chiesa necessita ubicunque terrarum di coppie di sposi come Aquila e Priscilla, che parlino e vivano con l’autorità del Battesimo, che «non consiste nel comandare e farsi sentire, ma nell’essere coerenti, essere testimoni e per questo essere compagni di strada nella via del Signore»” (Francesco, Discorso alla rota romana, 25 gennaio 2020).

Proprio il Dicastero Laici, Famiglia e Vita ci ha regalato, nemmeno un mese fa, uno strumento nuovo e quanto mai necessario: gli itinerari catecumenali per la vita matrimoniale. Vi invito a leggelo perché costituisce un terreno in cui sarà di vitale importanza la piena (e non clericale) collaborazione tra sposi e sacerdoti per accompagnare le nuove coppie alle nozze. Che il luminoso esempio di Aquila e Priscilla vi guidi e ispiri nell’edificare assieme ai vostri sacerdoti il Corpo di Cristo.

padre Luca Frontali

Precursori di Gesù

Cari sposi,

il Vangelo di oggi inizia con questa frase: “li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi”. Mi pare che in questa frase è contenuta l’essenza della vita matrimoniale: essere precursori di Gesù. In che senso lo dico?

Sono fresco di partecipazione alla Giornata Mondiale delle famiglie a Roma, per 3 giorni ho assistito a testimonianze una più bella dell’altra di come il Signore fa camminare le coppie verso la pienezza dell’amore. Chi tramite l’educazione dei figli, chi per l’ardua via del perdono, chi nel vivere la fragilità della relazione, ecc. Il Catechismo ci ricorda che il matrimonio è un sacramento per la missione: “Due altri sacramenti, l’Ordine e il Matrimonio, sono ordinati alla salvezza altrui. Se contribuiscono anche alla salvezza personale, questo avviene attraverso il servizio degli altri. Essi conferiscono una missione particolare nella Chiesa e servono all’edificazione del popolo di Dio” (CCC 1534).

Ecco allora che questo brano del Vangelo fa chiaramente riferimento alla vostra vocazione di essere seminatori di Vangelo, di spianare la strada a Gesù che vuole essere al centro della vostra famiglia.             Dicevo della Giornata Mondiale, perché a questo proposito mi sovviene una testimonianza forte e drammatica, di una coppia spagnola già avanti negli anni, Álvaro Medina e María Rosario García. Essi ci hanno condiviso come la loro vita di fede è stata sì preparata dai loro genitori ma che la mentalità del mondo si è frapposta creando forti difficoltà e mettendo a dura prova quanto hanno ricevuto in famiglia; a loro volta questo è successo con i loro figli, educati sì secondo la fede ma che non sempre sono stati in grado di fare proprio l’esempio ricevuto. Naturalmente il finale è molto bello… e lo potete leggere direttamente dal sito dell’Incontro.

 Questo per dire che a voi spetta quest’ardua missione, nella quale non siete certamente soli, di testimoniare con la vostra vita ed anche le vostre fragilità che Gesù è vivo e ci ama. Sarà poi Lui che darà letteralmente “il colpo di Grazia” perché chi vi vede, siano i figli o altri, possano credere. La fede non è mai una fotocopia del vissuto dei genitori (meno male!) ma una conquista personale. Gesù solo vi chiede di sforzarvi ogni giorno di essere Vangelo vivo con la vostra relazione vera, autentica e sempre in cammino.

ANTONIO E LUISA

Noi, da sposi e genitori, vorremmo soffermarci su come concretizzare questo Vangelo nel rapporto con i nostri figli. Già perchè spesso ci sentiamo inadeguati. Quanti errori. Con il tempo però abbiamo compreso che l’essenziale è altro. Crediamo che sia importante non tanto che ci vedano perfetti, sempre pronti ad affrontare ogni situazione. Non crediamo serva questo. Innanzitutto perchè non sarebbe vero, chi di noi è davvero perfetto? E poi anche perchè diventeremmo un esempio irraggiungibile per loro. Credo che ciò che Gesù ci chiede è un’altra cosa. Ci chiede di mostrarci per come siamo, persone che sbagliano ma che sono capaci di chiedere scusa e di ricominciare. Hanno bisogno di vedere due genitori che si abbracciano, che si stimano e che si vogliono bene. Hanno bisogno di vedere due persone capaci di inginocchiarsi davanti a Gesù perchè, seppure sanno di essere non sempre adeguate come sposi e come genitori, sanno anche che c’è un Padre che le ama e le sostiene. Insomma i nostri figli hanno bisogno di vedere due genitori che si fidano e si affidano a Dio e che questo li rende forti anche nella loro imperfezione.

Ricordando il Suo Amore per continuare a cercarLo

Cari sposi,

 ci troviamo alle porte della “lunga estate calda”, come il titolo di un celebre film di alcuni anni fa. Negli ultimi mesi la Liturgia ci ha invitato ad un vero e succulento banchetto nuziale: il tempo di Pasqua, la Pentecoste, le solennità della Santissima Trinità, del Corpus Domini, per finire alla grande con il Sacro Cuore di Gesù e il Cuore Immacolato di Maria.

 Ora si ritorna all’ordinario, forti delle grazie che la Chiesa ci ha dispensato in questo periodo. Quali grazie hai ottenuto? Che doni ti ha fatto il Signore? Pensa alle luci o ai passi in avanti che Gesù vi ha fatto fare in questo periodo perché è importante farne sempre memoria e tenerli sulla punta delle dita. Per questo Papa Francesco ce lo ricorda:

Teniamo ben presente che progredire nella fede non è soltanto un proposito volontaristico di credere di più d’ora innanzi: è anche esercizio di ritornare con la memoria alle grazie fondamentali. Si può «progredire all’indietro», andando a cercare nuovamente tesori ed esperienze che erano dimenticati e che molte volte contengono le chiavi per comprendere il presente. Questa è la cosa veramente «rivoluzionaria»: andare alle radici. Quanto più lucida è la memoria del passato, tanto più chiaro si apre il futuro, perché si può vedere la strada realmente nuova e distinguerla dalle strade già percorse che non hanno portato da nessuna parte. La fede cresce ricordando, collegando le cose con la storia reale vissuta dai nostri padri e da tutto il popolo di Dio, da tutta la Chiesa” (Discorso ai parroci, 2 marzo 2017).

Parto da questa considerazione importantissima – far memoria e valorizzare le grazie ricevute – per agganciarmi al Vangelo odierno. Gesù ci sta invitando alla Sua sequela, a metterci in cammino con Lui, sia personalmente che in coppia. Ci ha coccolato con tante feste e solennità ed ora ci esorta giustamente a donare e ri-donare tanta grazia. Il bello della sequela di Cristo è che si deve e si può ravvivare e riaccendere ogni giorno. Non viviamo di rendita, non siamo sposi (né preti) per inerzia, rimembrando nostalgicamente gli inizi della nostra storia, ahimè oramai lontani. Che noia e che strazio se fosse così!

Gesù vi chiama oggi! Vi vuole suoi oggi! Perché il Suo Amore è lo stesso, ieri oggi e sempre. Perciò non importa se l’altro giorno siamo stati un disastro, se abbiamo litigato pesantemente o addirittura siamo stati un anti-testimonianza per i figli. Gesù mi chiama sempre nell’adesso della mia vita, difatti nel Vangelo Egli usa sempre verbi al presente. Se vi aiuta, vi esorto a rileggere la bella preghiera di San Giovanni XXIII intitolata “Solo per oggi”; ecco alcuni passaggi che illuminano l’importanza di iniziare ogni giorno a seguire Gesù:

Solo per oggi cercherò di vivere alla giornata senza voler risolvere i problemi della mia vita tutti in una volta… Solo per oggi mi farò un programma: forse non lo seguirò perfettamente, ma lo farò. E mi guarderò dai due malanni: la fretta e l’indecisione.

Come sarebbe bello se, in coppia, vi soffermaste quotidianamente a pregare: “come vogliamo seguirTi Gesù oggi? Come possiamo essere una coppia credente? Cosa possiamo fare assieme a Te?”

Ricordatevi che la vostra sequela di Gesù è del tutto speciale, anzi, è unica! Proprio perché siete una sola carne, senza tralasciare ovviamente il proprio personale rapporto con il Signore. Quindi, oltre al cammino di ciascuno, avete anche la grazia di seguire Gesù in due. Sentite che belle parole scrive su questo don Renzo Bonetti:

Accanto a questa immagine e somiglianza c’è negli sposi anche un’altra prospettiva: Lui, Gesù, li ha scelti, li ha con-chiamati. Tutte le altre vocazioni sono una chiamata al singolare. Penso a noi sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, a chiunque è consacrato: è la chiamata di quella singola persona a seguire Gesù. Voi sposi non siete chiamati singolarmente al matrimonio. C’è una chiamata insieme, c’è una con-chiamata a seguire Gesù, perché Lui possa vivere in voi e manifestare agli altri il Suo Amore” (R. Bonetti, In famiglia la fede fa la differenza, pag. 10).

Care coppie, forza! La Chiesa proprio in questi giorni nella Colletta ci ricorda che: “Tu non privi mai della tua guida coloro che hai stabilito sulla roccia del tuo amore”, ossia che ognuno di noi gode di una spinta illimitata ad amare e servire e ogni giorno quella roccia è sotto i nostri piedi.

Il passato vi serve per ricordare il bene e i doni ricevuti dal Signore, affinché questo poi ravvivi in voi la consapevolezza di essere in una grande storia di Amore, da proseguire nella vita ordinaria, con una preghiera condivisa, con un’intimità profonda, con un dialogo sincero, con un impegno concreto nella vostra chiesa locale.

ANTONIO E LUISA

Quando ho letto la riflessione di padre Luca ho subito pensato alla promessa che io e Luisa ci siamo scambiati il giorno delle nostre nozze. Abbiamo promesso di amarci ed onorarci tutti i giorni della nostra vita. Non abbiamo promesso per tutta la vita ma per tutti i giorni della nostra vita. Non è forse lo stesso concetto della preghiera del papa santo bergamasco? Ecco abbiamo solo oggi per dimostrare il nostro amore. Coraggio!

Cuore Immacolato di Maria

Cari sposi,

dopo aver celebrato ieri la Solennità del Sacro Cuore di Gesù, oggi la Chiesa guarda con grande riconoscenza, a Colei che Lo ha generato secondo la carne: dal Cuore Immacolato di Maria si è formato quello di Gesù.

Tale festa ha una storia relativamente recente, ne fu grande promotore S. Giovanni Eudes (1601-1680), tuttavia, bisogna aspettare fino a Papa Pio XII (1939-1958), nel 1944, per un riconoscimento universale della festa in tutta la Chiesa. Determinante, per arrivare a una tale proclamazione sono di certo state le apparizioni a Fatima del 1917 e sappiamo bene quanto, per tutto ciò, la venerazione al Cuore Immacolato di Maria abbia ricevuto una grande diffusione sino ai giorni nostri.

Vorrei soffermarmi oggi con voi sulla frase del Vangelo da cui la Chiesa trae grande ispirazione: “Maria da parte sua serbava tutte queste cose meditandole nel suo Cuore”. Quali cose medita e conserva Maria? Tutto quello che riguarda Suo Figlio, le sue parole, i suoi gesti, la sua missione, la sua vita. Sembrerebbe una frase un po’ scontata, difatti, quale madre non guarda con profondo orgoglio la vita di ognuno dei suoi figli? Quale mamma non ricorda bene i loro momenti salienti, sia belli che difficili? Che c’è allora di così particolare dietro queste parole?

Papa Benedetto ci spiega molto bene cosa vuol dire il meditare e il serbare di Maria:

L’evangelista Luca ripete più volte che la Madonna meditava silenziosa su questi eventi straordinari nei quali Iddio l’aveva coinvolta. Lo abbiamo ascoltato anche nel breve brano evangelico che quest’oggi la liturgia ci ripropone: «Maria serbava queste cose meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19). Il verbo greco usato “sumbállousa” letteralmente significa «mettere insieme» e fa pensare a un mistero grande da scoprire a poco a poco. […] Alla scuola di Maria però possiamo cogliere con il cuore quello che gli occhi e la mente non riescono da soli a percepire, né possono contenere. Si tratta, infatti, di un dono così grande che solo nella fede ci è dato accogliere pur senza tutto comprendere” (Benedetto XVI, Omelia 1° gennaio 2008).

Maria sa reinterpretare tutto, riesce a mettere i pezzi assieme di quanto viveva fino a ottenere una trama coerente e leggervi i segni della presenza di Dio. Questo sì che è molto, ma molto rilevante! Spesso ci accade, invece, di vedere la mano di Dio solo in certi ambiti della nostra vita e in altri negarla completamente.

Maria oggi ci dimostra che la presenza di Dio supera il nostro povero comprendono. Prendiamo ora la parola “cuore”, sappiamo bene che in ebraico “לֵב” tradotto come “lev”, ossia appunto “cuore” ha un campo semantico più esteso della semplice affettività. Esprime, difatti, a un tempo l’intelligenza, gli affetti, i desideri, i pensieri, i ricordi. Quindi in Maria il conservare nel cuore significa che lo sguardo di fede era qualcosa di totalmente assimilato e facente parte del suo vissuto, senza divisioni, scissioni o contrasti.

Concretamente, ciò vuol dire che la sua maternità così misteriosa, come anche il cammino di vita che aveva intrapreso con e per Gesù e pure i saliscendi drammatici sofferti in più occasioni, erano tutti “messi insieme” sotto un comune sguardo di fede, in tutti essi Maria vedeva Dio operante nella sua vita e di questo ne era profondamente contenta. Non vuol dire che Maria non abbia avuto dubbi o ripensamenti, tutto il contrario! Lo stesso Concilio Vaticano II dice che “Maria avanzò nel pellegrinaggio della fede” (Lumen Gentium, 58), cioè Maria è cresciuta nella fede, dal momento dell’Annunciazione fino al Golgota.

Che significato sponsale vedo in tutto ciò? Che in quel Cuore Immacolato Maria si è sempre riconosciuta Sposa di Dio, Coniuge dello Spirito Santo e questa consapevolezza è penetrata fino al midollo della sua anima. Perciò, il desiderio e l’augurio, cari sposi, in occasione di questa bella ricorrenza legata alla nostra Mamma Celeste, è che anche ciascuno di voi sappia conservare così bene nel cuore, cioè nella vita, il dono nuziale e di viverlo sempre con una fede crescente.

Padre Luca Frontali

Date loro voi stessi da mangiare

Cari sposi,

l’immagine di questo articolo è presa dal celeberrimo inno eucaristico, Adoro Te devote, composto nientemeno che da San Tommaso D’Aquino, in occasione di una delle prime grandi processioni eucaristiche della storia, avvenuta a Orvieto nel 1264.

In un passo dell’Inno si dice: “Pie pellicáne, Jesu Dómine,Me immúndum munda tuo sánguine,Cujus una stilla salvum fácere,Totum mundum quit ab ómni scélere”, cioè, “O pio pellicano Signore Gesù, purifica me, peccatore, col tuo sangue, che, con una sola goccia, può rendere salvo tutto il mondo da ogni peccato”.

In passato si credeva che il pellicano femmina, avendo ancora i pulcini nel nido e in momenti di scarsità di cibo, si ferisse il petto per nutrire la prole con il suo stesso sangue. Perciò il pellicano è diventato un simbolo eucaristico. Ho scelto questa immagine ricorrente del Corpus Domini, e per l’appunto quasi sempre presente sulla porta del Tabernacolo, volendo fissare l’attenzione sulla frase odierna di Gesù: “Date loro voi stessi da mangiare”.

Se ci fate caso, gli apostoli, dinanzi alla massa da sfamare, erano ben pronti a fare una colletta per poi andare in giro a comprare cibo. Ma Gesù li stoppa, sarebbe stato più o meno facile fare quello; invece, chiede di essere loro la fonte del cibo, che il cibo provenga da loro. Evidente, era un’avvisaglia della loro imminente “ordinazione sacerdotale” che sarebbe accaduta nell’Ultima Cena.

Tutto ciò ha comunque un fortissimo riferimento anche al matrimonio essendo esso pure in profonda relazione all’Eucarestia. Perciò, cari sposi, sentite anche per voi l’invito di Gesù che vi dice: “C’è un mondo da sfamare, un mondo affamato di amore vero, non di surrogati: date loro da mangiare il vostro amore, ripieno del Mio”.

Difatti, se il mondo vi chiedesse: “cosa avete di particolare voi sposi cristiani?”. A tale domanda, che puntualmente rivolgo ai fidanzati nei corsi, la risposta, grosso modo, spazia sempre tra: l’avere figli, amarsi, educare bene… ma non sono cose comuni a TUTTI gli sposi? Dall’uomo di Neanderthal fino alle coppie che un domani colonizzeranno i satelliti di Giove.

Ciò che realmente vi caratterizza e che sfama il mondo è il vostro amore “Eucaristizzato”. Mi spiego meglio. Nell’Eucarestia Gesù forma con noi una sola carne (cfr. Catechismo, 1329), è come se Gesù volesse “far l’amore con noi”, unirsi al tal punto che la Sua carne diventa la nostra e la nostra è presa da Lui. Ecco perché la Messa è il talamo sia del sacerdote e soprattutto diventa il talamo nuziale degli sposi!

Il Concilio Vaticano II ha proclamato l’Eucarestia “fonte e culmine di tutta la vita cristiana” (Lumen Gentium 11), ma dicendo ciò si può anche affermare che Essa è il culmine e la fonte del matrimonio, ossia non esiste matrimonio meglio riuscito e più perfetto di quello che si celebra in ogni Messa tra una coppia e Gesù.

Perciò l’unione che sperimentate lì, diventa la fonte di un amore totalmente rinnovato e ingigantito. È quello che il mondo si aspetta da voi! Non appena uscite dalla Messa, il “mondo” è lì che aspetta che il vostro rapporto splenda di luce nuova, perché portate con voi Gesù. Noi preti Gesù lo portiamo fuori dalle chiese in modo straordinario con le processioni del Corpus, le quali ahimè sono sempre meno, oppure quando visitiamo gli ammalati. Ma voi invece Gesù lo portate fuori dalla parrocchia ogni volta che Lo ricevete nella Comunione. Ed è lì allora che Gesù vi ripete: “date loro voi stessi da mangiare”. Non dovete imitare i preti che predicano, dovete vivere nel vostro corpo e nelle vostre relazioni che Gesù ce l’avete dentro.

So bene il senso di inadeguatezza che può pervadere la vostra sensibilità al sentire queste parole, ma dobbiamo sempre contare sulla potenza dello Spirito che sta agendo in noi, e spesso, malgrado noi. Giovanni Paolo II nell’Esortazione Apostolica Ecclesia de Eucharistia dice:

Attraverso la comunione al suo corpo e al suo sangue, Cristo ci comunica anche il suo Spirito. Scrive sant’Efrem: «Chiamò il pane suo corpo vivente, lo riempì di sé stesso e del suo Spirito. […] E colui che lo mangia con fede, mangia Fuoco e Spirito. […] Prendetene, mangiatene tutti, e mangiate con esso lo Spirito Santo” (n° 17).

Siamo freschi di Pentecoste, care coppie. Non cedete alla tentazione di guardare ai vostri limiti ma pensate che Gesù è nel vostro amore e lo Spirito vi guida costantemente. Siate perciò un “matrimonio eucaristico”, una relazione di amore che vive consapevolmente unita a Lui affinché il mondo sia sfamato dai vostri gesti e dalla vostra vita ordinaria.

ANTONIO E LUISA

Dopo la riflessione di padre Luca così profonda, teologica e ricca di spunti meravigliosi, non vogliamo scrivere molto di più. Semplicemente vi rammentiamo una realtà che è specifica per noi sposi. Un modo speciale di comprendere l’Eucarestia. Quando ci doniamo in una intimità casta (per dono e non per possesso) l’uno all’altra possiamo fare esperienza concreta del significato dell’Eucarestia, del dono totale di Cristo. Fare l’amore è gesto liturgico e sacro proprio per questo. Impegniamoci a fondo nel prepararci alla nostra intimità. Prepariamo il cuore purificando il nostro sguardo e corteggiando l’amata/o. Non è fatica sprecata. Il nostro impegno sarà ripagato e la nostra intimità si trasformerà in un momento di vera comunione tra noi e con Dio.

Finalmente e per sempre a casa!

Carissimi sposi,

oggi celebriamo la Solennità della Santissima Trinità. Come mai è posta sempre appena dopo la Pentecoste? È per ricordarci che il progetto di Dio su ciascuno di noi, culminato nella nostra Redenzione grazie alla passione, morte e risurrezione di Gesù, e giunto a pienezza con il dono dello Spirito, hanno comunque una mèta, non sono fine a sé stessi, in un certo senso sono mezzi per questo grandioso Fine: arrivare a vivere per sempre con e nella Trinità. In effetti, la Trinità è la nostra vera casa, è la nostra Famiglia per eccellenza, la quale vuole farci appartenere totalmente a Sé. Sono verità da meditare in ginocchio, talmente grandi e profonde.

Pensate che una delle migliori sintesi teologiche pubblicate finora ha come titolo: “Dalla Trinità alla Trinità”. La nostra vita è iniziata da un atto sovrabbondante di amore di Dio ed Egli vuole compierlo facendoci parte della sua vita ed esistenza. Ecco allora che oggi torniamo a parlare di Battesimo, perché è lì che è iniziato tutto, è da quel momento che la Trinità è la nostra Famiglia e la nostra Casa. Perciò vi aggiungo questo testo stupendo di Papa Benedetto che spiega tutto ciò molto meglio:

Una prima porta si apre se leggiamo attentamente queste parole del Signore. La scelta della parola «nel nome del Padre» nel testo greco è molto importante: il Signore dice «eis» e non «en», cioè non «in nome» della Trinità – come noi diciamo che un viceprefetto parla «in nome» del prefetto, un ambasciatore parla «in nome» del governo: no. Dice: «eis to onoma», cioè una immersione nel nome della Trinità, un essere inseriti nel nome della Trinità, una interpenetrazione dell’essere di Dio e del nostro essere, un essere immerso nel Dio Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, così come nel matrimonio, per esempio, due persone diventano una carne, diventano una nuova, unica realtà, con un nuovo, unico nome” (Lectio divina del Santo Padre Benedetto XVI, 11 giugno 2012).

Il Papa qui fa un parallelo tra Battesimo e Matrimonio: l’unione è totalizzante in entrambi ed è quello che cerca per noi la Trinità. L’amore è così, vuole tutto dell’altro, vuole appartenere completamente. E quindi, celebriamo con gioia questa Festa perché ci ricorda chi siamo e dove andiamo, ci dona una certezza esistenziale come cristiani e come sposi sul senso profondo della nostra vita.

ANTONIO E LUISA

Dopo aver letto il Vangelo e le parole di padre Luca mi è venuta una riflessione. Forse in apparenza c’entra poco ma, a mio parere, rappresenta bene ciò che è il matrimonio e ciò che è anche la Trinità. Gesù con la Sua umanità concreta e visibile, unita alla sua appartenenza a Dio Trinità ci offre l’occasione di conoscere il Padre. Come Lui stesso dice Chi ha visto me, ha visto il Padre. Non significa altro che affermare che chi ha incontrato Gesù con il suo amore, ha fatto esperienza dell’amore del Padre. Perchè l’uno è nell’altro e insieme allo Spirito Santo sono una comunione perfetta d’amore. Noi sposi abbiamo per sacramento lo Spirito Santo nella nostra relazione. Ciò significa che anche noi abbiamo un compito grande. Dovremmo instillare al mondo che ci circonda il desiderio di incontrare Dio. Guardando noi dovrebbe nascere in chi ci osserva il desiderio di conoscere chi ci ha reso così. Lo puoi fare anche tu che stai leggendo! Anche se credi di essere una frana in tante cose. Tu che vai avanti nelle difficoltà ma non molli, tu che finisci per litigare ogni volta ma poi sei capace di chiedere scusa e di ricominciare, tu che sai perdonare, tu che riconosci la tua piccolezza e proprio per questo sei capace di rivolgerti a Dio. Insomma sei una frana ma una frana capace di raccontare l’amore. La Trinità è nella tua famiglia, non è meraviglioso?

A immagine della Trinità: peso o talento?

Cari sposi,

            domani celebriamo la Solennità della Santissima Trinità. Una festa collocata proprio appena dopo il tempo di Pasqua per significare che la risurrezione e il dono dello Spirito ci vogliono portare nel fondo alla piena Comunione divina, quando prenderemo parte alla nostra vera casa e Famiglia, cioè appunto la Trinità.

Perciò è il Mistero per eccellenza (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica 234) davanti al quale offriamo tutta la riverenza della nostra fede. Ma d’altra parte il Signore vuole che lo conosciamo, vuole che entriamo in un rapporto vere e personale con Lui. Quindi la Trinità vuole svelarsi a noi! Come possiamo “capirLa”? In che modo farne esperienza?

Il Signore ha voluto creare un legame particolarissimo con la Trinità e noi tramite il matrimonio e la famiglia. Il Magistero su questo aspetto è molto chiaro:

Alla luce del Nuovo Testamento è possibile intravedere come il modello originario della famiglia vada ricercato in Dio stesso, nel mistero trinitario della sua vita. Il «Noi» divino costituisce il modello eterno del «noi» umano; di quel «noi» innanzitutto che è formato dall’uomo e dalla donna, creati ad immagine e somiglianza divina.” (Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, 6).

Ed anche Papa Francesco si inserisce su questa scia quando dice: “Il Dio Trinità è comunione d’amore, e la famiglia è il suo riflesso vivente” (Amoris Laetitia 11).

Quindi, carissime coppie, ciascuna di voi, per il solo fatto di essere sposi e di avere il dono del Sacramento nuziale, è un riflesso della Trinità. Vi invito di cuore a meditarlo spesso, ad approfondirlo assieme, a chiedere luce allo Spirito perché vi faccia andare sempre più a fondo in questa meraviglia.

Detto questo potrebbe accadere in più di uno di voi di sentirvi schiacciati da una così grande responsabilità. Se poi subentra lo scoraggiamento di cadute e ferite, anche solo il ricordo di tale verità diventa motivo di fastidio: “non fa per noi due, poveri buzzurri”. Papa Francesco, molto saggiamente, ben sapendo che codesti individui e coppie sì esistono ha appunto parlato di evitare di imporre pesi e piuttosto illuminare le coscienze (cfr. Amoris Laetitia 37).

Ecco, quindi, che vorrei invitarvi a guardare alla vostra vocazione di essere immagine e somiglianza come un vero e proprio talento. Sappiamo bene dalla parabola dei talenti (cfr. Mt 25, 14-30) che il dono ricevuto non è da tenere inerte ma da far fruttificare.

Come mettere in atto allora la vostra “divina somiglianza”, prendendo spunto da un libro del Card. Marc Ouellet proprio su questo punto? Come essere concretamente noi due sempre più somiglianti alla Trinità? Sembra quasi blasfemo dirlo così ma è la Volontà di Dio! È il Signore che vi ha dato questo talento perché diventiate un riflesso dell’Amore tra il Padre e il Figlio nello Spirito!

Anzitutto, questo avverrà nella misura in cui camminate umilmente e semplicemente nella via della santità di coppia, mettendo Cristo al centro della vostra vita e relazione. Sempre Papa Francesco fa un riferimento proprio a questo in Gaudete et Exultate: “La santificazione è un cammino comunitario, da fare a due a due…ci sono molte coppie di sposi sante, in cui ognuno dei coniugi è stato strumento per la santificazione dell’altro” (n° 141). Che bello che il Papa parli al presente, cioè, come dire: è alla vostra portata, forza!

Inoltre, come conseguenza, l’essere immagine divina per voi coppie passa dal vostro amore fecondo. È ancora Francesco a dircelo: “la relazione feconda della coppia diventa un’immagine per scoprire e descrivere il mistero di Dio, fondamentale nella visione cristiana della Trinità che contempla in Dio il Padre, il Figlio e lo Spirito d’amore” (Amoris Laetitia 11)

Come tante altre volte si è scritto in questo blog la fecondità va ben oltre la fertilità. La coppia feconda è colei che genera vita divina in sé stessa, negli altri attorno a sé, che è fonte di comunione, che sa mantenere relazioni sane e sante. Per cui care coppie, vi auguro di vedervi sempre con quel talento stupendo e, lungi dal volerlo sotterrare, lo sappiate far fruttare nella vita ordinaria.

padre Luca Frontali

Il matrimonio, ovvero la Pentecoste degli sposi

Come dice don Carlo Rocchetta, sulla scia di Pavel Evdokimov (1901-1970), il celebre teologo russo, il matrimonio è la “Pentecoste degli sposi”. Quanto è importante essere a conoscenza di questo per voi, altrimenti è come aveste un succulento conto in Intesa San Paolo ma non vi attingete mai!

Che significa per voi sposi che siete stati investiti di Spirito Santo il giorno delle vostre nozze? Vorrei rispondere a questa domanda con un testo bellissimo di S. Cirillo di Gerusalemme (313-386), uno dei Padri della Chiesa che hanno contribuito all’affermazione solenne della Divinità dello Spirito Santo nel Concilio di Costantinopoli (381).

“Allo stesso modo anche lo Spirito Santo, pur essendo unico e di una sola forma e indivisibile, distribuisce ad ognuno la grazia come vuole. E come un albero inaridito, ricevendo l’acqua, torna a germogliare, così l’anima peccatrice, resa degna del dono dello Spirito Santo attraverso la penitenza, porta grappoli di giustizia. Lo Spirito appartiene ad un’unica sostanza, però, per disposizione divina e per i meriti di Cristo, opera effetti molteplici. Infatti, si serve della lingua di uno per la sapienza. Illumina la mente di un altro con la profezia. A uno conferisce il potere di scacciare i demoni, a un altro largisce il dono di interpretare le divine Scritture. Rafforza la temperanza di questo, mentre a quello insegna la misericordia. Ispira a un fedele la pratica del digiuno, ad altri forme ascetiche differenti. C’è chi da lui apprende la saggezza nelle cose temporali e chi perfino riceve da lui la forza di accettare il martirio. Nell’uno lo Spirito produce un effetto, nell’altro ne produce uno diverso, pur rimanendo sempre uguale a sé stesso. Si verifica così quanto sta scritto: «A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune» (1 Cor 12, 7). Mite e lieve il suo avvento, fragrante e soave la sua presenza, leggerissimo il suo giogo. Il suo arrivo è preceduto dai raggi splendenti della luce e della scienza. Giunge come fratello e protettore. Viene infatti a salvare, a sanare, a insegnare, a esortare, a rafforzare e a consolare. Anzitutto illumina la mente di colui che lo riceve e poi, per mezzo di questi, anche degli altri” (S. Cirillo di Gerusalemme, Catechesi 16, sullo Spirito Santo).

Guarda che meravigliosi effetti produce lo Spirito! Dispensa grazie e doni, illumina l’intelletto, allontana il male, concede il discernimento, rende padroni di sé, ispira la misericordia, fa diventare saggi, ci rafforza davanti alle difficoltà della vita, ci protegge dal male… Ditemi se tutte queste cose non sono più che necessarie nel matrimonio!

Ecco allora che voi sposi siete proprio chiamati a diventare habitué, avvezzi, affiatati dello Spirito. Sarebbe proprio bello che non passi giorno senza che lo avete invocato, consultato, supplicato e L’avete assecondato consapevolmente. E vedrete quanti frutti che ci saranno nella vostra vita!

ANTONIO E LUISA

Cosa avremmo fatto Luisa ed io senza il sacramento del matrimonio e senza lo Spirito Santo che ne fa parte e ci è stato donato il giorno delle nozze? Eravamo due giovani feriti e pieni di fragilità e inconsapevoli di chi eravamo, figli amati e bellissimi agli occhi di Dio. Facevamo fatica, tutti e due, a scorgere questa nostra bellezza. Lo Spirito Santo nel matrimonio, nella relazione, nella vita di fede, nel e attraverso l’altro, ci ha permesso di “guarire” giorno dopo giorno quelle ferite. Oggi siamo un uomo e una donna diversi. Siamo ancora consapevoli delle nostre fragilità e dei nostri errori ma ci sentiamo amati così come siamo. Questo fa tutta la differenza del mondo. Questo ci permette di vivere come nella Preghiera Semplice di San Francesco: Oh! Maestro, fa che io non cerchi tanto. Ad essere compreso, quanto a comprendere. Ad essere amato, quanto ad amare.

Lo Spirito Santo è dono che ci permette di farci a nostra volta dono. Lo Spirito Santo prende le nostre lingue, la mia e quella della mia sposa. Due lingue diverse incomprensibili per l’uno e per l’altra.  Non ci si capisce e si resta chiusi ognuno con il desiderio di essere compreso, ma non quello di capire l’altro.  Lo Spirito Santo prende queste nostre lingue e le trasforma nell’unica lingua universale, la lingua dell’amore che è dono di sè e accoglienza dell’altro/a.

“La nostra umanità è innalzata accanto a Te”

Cari sposi,

vi siete mai contemplati assieme in Cielo? Fin dove è arrivata la vostra immaginazione riguardo il futuro della vostra vita matrimoniale? Certamente è per tutta la vita, “per invecchiare a fianco dell’altro” come spesso si dice. Ma l’amore coniugale ha dentro qualcosa di più di tutta una vita assieme. È certo che il vincolo, generato dal sacramento, è finalizzato alla vita presente e non ci sarà di là. Ma l’amore tra di voi non finisce con il funerale.

La festa di oggi è assai significativa e vorrei – lo spero – aiutarvi a varcare la soglia dello spazio e del tempo perché l’amore in voi sa di Eterno. L’Ascensione è il suggello meraviglioso alla Risurrezione. Gesù non diventa uno spirito che si dissolve ma è Lui in carne ed ossa e con il suo Corpo glorificato torna dal Padre nello Spirito. Stesso destino è riservato per voi sposi, per cui la vostra relazione di amore è chiamata ad ascendere in Cielo in corpo e anima. Non mi sto inventando nulla, perché è il rito stesso a gettare luce su questa verità quando dice:

Padre santo, concedi a questi tuoi figli che, uniti davanti a te come sposi, comunicano alla tua mensa, di partecipare insieme con gioia al banchetto del cielo” (Rito del matrimonio, Seconda formula di benedizione nuziale, n° 86).

Uno può pensare che là saremo insieme a prescindere dal fatto di essere marito e moglie. In parte è vero ma per gli sposi c’è un qualcosa di più se sono stati uniti da un legame consacrato dallo Spirito per tutta la vita. Come detto prima, oltre al fatto che il vincolo dura quanto una vita, tuttavia, la relazione nuziale contiene un significato che supera i limiti della finitezza:

Il «Noi» divino costituisce il modello eterno del «noi» umano; di quel «noi» innanzitutto che è formato dall’uomo e dalla donna, creati ad immagine e somiglianza divina” (Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, n° 6).

Perciò, parafrasando quanto ho scelto come titolo dell’articolo, il quale proviene dalla preghiera colletta della solennità di oggi, ben si potrebbe dire: “la nostra relazione coniugale è innalzata accanto a Te”. “Davvero grande è questo Mistero” (cfr. Ef 5, 32)! Quanta bellezza e meraviglia contiene l’amore nuziale, impossibile da contenere in una sola vita. Cari sposi, continuate a contemplare questo dono immenso che il Signore vi ha fatto, è il modo con cui potrete assimilarlo e farlo vostro.

ANTONIO E LUISA

La parola amore contiene in sè già tutto. Significa a-mors senza morte. L’amore non finisce. Finisce certamente il matrimonio inteso come vincolo terreno. Non finisce il legame d’amore. Una volta madre Teresa incontrando Il card. Comastri gli disse: Ricordati che, quando moriremo, porteremo con noi soltanto la valigia della carità. Vale anche per noi, non solo per i sacerdoti o i religiosi. Ciò che ci porteremo sarà solo la carità, l’amore. Quindi come è possibile che non esista più nulla tra Luisa e me?

Sono sicuro che Luisa avrà un posto speciale nel mio cuore anche in Paradiso. Tutto quello che ho costruito con lei in questa vita non si cancella, non si resetta. Tutti i gesti di tenerezza, di cura, di intimità, di perdono, di ascolto, di presenza, di condivisione di gioie e dolori, tutte queste esperienze restano impresse in modo indelebile nel mio cuore. Il giorno della mia morte lascerò tutto qui in questa vita. Nella mia valigia porterò solo il mio cuore, l’amore dato e ricevuto e lei ne è parte integrante. Sono sicuro che il giorno del nostro matrimonio, il 29 giugno 2002, è iniziata una relazione che durerà per sempre. Nella vita eterna sarà sicuramente diversa e trasfigurata, ma ancora più bella e meravigliosa perchè vissuta nella luce e alla presenza di Dio.

Papa Francesco in Amoris Laetitia cita un’affermazione di Tommaso D’Aquino che potete leggere nella Summa contra Gentiles. Una frase che spiega in modo preciso tutto il senso di questo articolo: Dopo l’amore che ci unisce a Dio, l’amore coniugale è la «più grande amicizia». Credo che questo sarà vero  per sempre. Questa amicizia non ci verrà mai tolta.

La santità in coppia fa proprio per noi

Cari sposi,

vorrei condividere con voi una bellissima esperienza avuta proprio ieri. Nella Pontificia Università della Santa Croce, a Roma, si è svolto un convegno sul tema: “Santità, matrimonio e famiglia”. Sono stati presentati diversi casi di sposi o santi o in cammino verso gli altari e tutti vissuti nel XX, tanto che potrebbero essere stati i nostri nonni o forse anche genitori.

Mi rendo ben conto che non sia affatto facile e scontato parlare di santità per gli sposi. Pare sia un tabù vista la situazione in cui versano le famiglie negli ultimi decenni, ad alcuni sembra sufficiente dare le istruzioni minime di sopravvivenza cristiana in mezzo al marasma attuale.

Invece la Chiesa crede in voi e vi pone davanti esempi concreti non di superstiti ma di santi sposi, di chi è arrivato alla Mèta. Ma non sono lì per essere fotocopiati bensì come stimolo per puntare sempre in alto, “fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo” (Ef 4, 13) proprio quella misura che Gesù ha pensato per ciascuno di noi. Se così non fosse ci perderemmo nel “secondo me”, il che forse non sempre coincide con la Sapienza divina.

Dire santità di coppia di sicuro ti porta a scoraggiarti quando hai davanti certi modelli impressionanti per virtù e stile di vita. Ma tutte queste testimonianze la Chiesa ce le regala solo per stimolarci e motivarci ma non per essere copiate. Questo è molto bello perché se io volessi, per esempio, essere uguale al Curato d’Ars, cosa in sé molto buona, magari potrei involontariamente allontanarmi dalla via unica e specifica che il Signore desidera per me. Servatis servandis, per voi sposi, ciò che conta è capire che Gesù ha un progetto meraviglioso per la vostra coppia e poi è importante discernere dove passa la vostra strada e dare frutti in base ai vostri talenti.

È esattamente quello che ieri, durante il convegno, la professoressa Carla Rossi Espagnet ha menzionato: “ognuna di queste coppie, a un certo punto della propria vita, anche dopo anni molto difficili dal punto di vista della serenità coniugale, ha deciso di vivere insieme il vangelo giorno per giorno, lasciando nel proprio ambiente un solco profondo di carità e fedeltà: testimoniando con la vita il proprio amore a Cristo”.

La cosa bellissima è che questa ricerca del piano di Dio e questo discernimento è sempre passato dalla vita ordinaria di tutti i giorni, fatta di dialogo, di preghiera, di intimità, di educazione dei figli, di lavoro… È quella ordinarietà che è stata impregnata di Spirito Santo dal giorno del vostro matrimonio e di questo dovete esserne estremamente consapevoli.

L’ordinario vissuto con Gesù ha una fecondità straordinaria al punto che Papa Francesco arriva a dire quanto segue: “Una comunione familiare vissuta bene è un vero cammino di santificazione nella vita ordinaria e di crescita mistica, un mezzo per l’unione intima con Dio” (Amoris Laetitia 316).

Perciò care coppie, non smettete di assecondare ogni giorno lo Spirito che lavora instancabilmente perché anche voi siate una coppia santa.

padre Luca Frontali

Divino suggeritore

Vi è un detto del poeta latino Orazio (68-8) che recita così: «est modus in rebus sunt certi denique fines, quos ultra citraque nequit consistere rectum» (Satire I, 1, vv. 106-107) ossia «v’è una misura nelle cose; vi sono determinati confini, al di là e al di qua dei quali non può esservi il giusto».

Quanti propositi facciamo per essere buoni cristiani, buoni sposi, coniugi esemplari (pregherò di più, leggerò un buon libro spirituale, farò un bel digiuno, perdonerò questa persona, vincerò questo vizio…) ma poi dobbiamo sempre misurarci con la realtà e restiamo a volte delusi. Se questo accade, probabilmente è perché abbiamo poca dimestichezza con lo Spirito Santo. Come vedete, nel Vangelo di oggi, si inizia a sentire “odore” di Pentecoste e non sarà mai abbastanza l’enfasi da fare sul ruolo dello Spirito nella nostra vita, per la quasi dimenticanza in cui L’abbiamo relegato.

Dicevo che c’è un modo di fare ogni cosa, un modo giusto, equilibrato, saggio, prudente. Chi lo decide? Chi fissa questo modo di fare? C’è una sapienza umana certamente, ma in fin dei conti è il Maestro che può darci la “misura di tutte le cose”, per dirla alla Protagora. Sì, ma, come lo so? Come lo scopro? Per quello abbiamo un Maestro Interiore, che è lo Spirito Santo, come ben diceva S. Agostino: “Ti sarà maestro solo colui che è il Maestro interiore dell’uomo interiore, il quale nella tua mente ti mostra che è vero” (Lettera 266).

E noi cristiani questo Maestro lo abbiamo dentro di noi grazie a più effusioni permanenti, motivo per cui si è “attaccato” a noi in modo stabile, perpetuo: 1) per la prima volta nel Battesimo; 2) poi ratificato nella Cresima; 3) per voi sposi nel Matrimonio, 4) per noi sacerdoti nell’Ordine. Ma ogni sacramento concede il dono dello Spirito, tra di essi alcuni ne dispensano una presenza continua, come i quattro suddetti.

Che meraviglia essere docili allo Spirito Santo! In questo modo, Gli consentiamo di sapere come la pensa Gesù in ogni nostra situazione presente. Difatti è lo Spirito Santo che conosce alla perfezione il piano di Dio sulla nostra vita ed agisce segretamente nella nostra anima (1 Cor 2,9-16) perché lo possiamo compiere fedelmente.

Quanti di noi abbiamo chiarissimo che “dobbiamo essere buoni, bisogna vivere la fedeltà coniugale, è importante voler bene ai figli, mostrare affetto al coniuge è di primaria importanza, è necessario che stia più vicino ai miei genitori…”. Ideali, princìpi, aspirazioni… ma quanto costa trovare sempre il modo giusto! A tale riguardo sentite che cosa dice Papa Francesco: “Lo Spirito Santo ci guida; ci guida per discernere, per discernere cosa devo fare adesso, qual è la strada giusta e qual è quella sbagliata, anche nelle piccole decisioni” (Papa Francesco, Omelia, 11 maggio 2020).

Finisco con una bella citazione sempre di Papa Francesco: “Lo Spirito Santo innesta questo insegnamento dentro al nostro cuore, ci aiuta a interiorizzarlo, facendolo diventare parte di noi, carne della nostra carne (Angelus, 15 maggio 2016). Lui vi aiuterà a far diventare “carne”, cioè concretezza, quotidianità ogni buon proposito e desiderio di amare. Per cui cari sposi, “usate” di più lo Spirito Santo che è effuso permanentemente in voi. Lui è l’Amore tra il Padre e il Figlio. Se voi volete amare fino al dettaglio, con finezza, con tenerezza, ci vuole lo Spirito che vi suggerirà sempre come farlo.

ANTONIO E LUISA

Lo Spirito Santo ci insegna a pregare. Insegna non nel senso che ci trasmette concetti o nozioni. Non insegna la giusta modalità ma, attraverso la preghiera, lo Spirito Santo ci aiuta ad essere ciò che siamo: veri uomini e vere donne. Ci aiuta a comprendere nel profondo ciò di cui abbiamo bisogno. Siamo fatti per amare ed essere amati. Ci aiuta a lasciare andare nell’amore e ad accettare le scelte che le persone che amiamo (siano esse figli, marito, moglie) decidono di intraprendere.

Lo Spirito Santo ci aiuta a capire che i comandamenti di Gesù non sono regole e orpelli messi lì per frustrarci o imprigionarci. I comandamenti sono un libretto di istruzioni per imparare ad amare e ad essere amati. Per imparare ad essere preghiera con la nostra vita. ad essere sempre più uno con il Signore Gesù. Ed ecco che nelle nostre scelte matrimoniali possiamo dire tanti si e tanti no ai comandamenti, e a Gesù,  possiamo farlo nella nostra vita di ogni giorno. Il perdono è preghiera, vivere una sessualità aperta alla vita è preghiera, mettersi al servizio dell’altro è preghiera. Tutto ciò che ci avvicina all’altro e a Dio è preghiera e viene direttamente dallo Spirito Santo.