Poveri sposi!

Cari sposi,

non voglio raccontare nessuna vicenda triste di qualche coppia, presa dalla cronaca nera, ma solo far presente che la povertà è al centro della prima lettura, del salmo, della seconda ed è l’incipit del Vangelo. Mi sa che il Signore voglia dirci qualcosa in questo modo…

Come vorrei una chiesa povera! esclamò una volta Papa Francesco (Discorso ai rappresentanti dei media, 13 marzo 2013). Cioè dovremmo tutti vivere in baraccopoli, vestire abiti usurati e vecchi, con lavori precari e miseri…? Evidentemente no. La povertà evangelica è forse una delle virtù più difficili da incarnare, non per nulla è la prima della beatitudini del Vangelo odierno e per lo stesso motivo il portale di ogni forma di vita religiosa. Come definire la povertà di cui ci parla Gesù oggi? Non trovo migliore spiegazione che l’esclamazione di San Tommaso quando vide finalmente il Signore Risorto: Mio Signore e mio Dio (Gv 20, 28), parole poi riecheggiate sulla bocca di San Francesco di Assisi come mio Dio e mio tutto! (Bartolomeo da Pisa, De conformitate vitae B. Francisci ad vitam Domini Iesu, 1399). San Francesco, modello supremo della virtù e beatitudine della povertà, ce ne svela così il vero senso con la sua vita stessa.

 Per lui, come per tutti i santi, Cristo è diventato la pienezza di vita e infatti il nostro cuore non troverà altrove una Persona che possa donarci di più di Lui. Alla luce di questo si comprende come anche la vita matrimoniale ha radicalmente bisogno di sperimentare questa verità. Sì certo, ma in che modo? Non è forse povertà quella che voi sposi avvertite quando, a un certo punto del cammino sponsale, la “benzina” della spinta iniziale va in riserva e appare sempre più chiaramente – se si è onesti con sé stessi – che la ragion d’essere dello stare insieme non è più solo la bellezza fisica, l’attrazione sessuale, certe qualità del carattere o addirittura i figli. Sono tutte cose belle e sante, ma in fondo al cuore c’è uno spazio che nulla di tutto quanto ho menzionato può completare.

Una coppia di cari amici mi condividevano un vissuto personale: a un certo punto della vita ci siamo resi conto che non riusciamo ad amarci come vorremmo ed arriviamo a toccare questo limite. Sono veramente grato a loro di una così schietta sincerità che, lungi dal prostrarli, li spinge a cercare in Dio quella pienezza di amore in cui vogliono vivere. Ecco allora che le nostre povertà e incapacità, possono, anzi, devono diventare l’umile confessione che Solo Dio basta (Santa Teresa D’Avila, Poesia, 30) e che Cristo è il Vostro Tutto.

Non temete, cari sposi, la vostra povertà, il Signore sa di quale pasta ci ha fatti e non teme il limite e nemmeno il peccato. Siamo noi che dobbiamo fare “tesoro” di quello che siamo, della nostra storia con le sue ferite o cadute, per riconoscerci debitori e assetati di mettere al centro della nostra esistenza la Persona di Cristo, lo Sposo della vostra coppia.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca mi offre un assist che non posso non cogliere. Ne ho parlato tante volte. Mia moglie non può essere il mio tutto. Ho rischiato di cadere in questa logica. Ho rischiato di riporre in lei ogni mia aspettativa di pienezza. Ho rischiato di mettere sulle sue spalle il peso di dover soddisfare quella fame d’amore, di essere amato, che io avevo e anche adesso ho. Ho passato tutto il matrimonio, che dura da vent’anni, a cercare di staccarmi da lei. Staccarmi da lei non significa non amarla, ma significa amarla nel modo giusto. Perchè solo se sarò capace di nutrire la mia relazione con Gesù, sarò capace di amarla senza condizioni. Sarò capace di amarla per primo e sempre. Quindi cari sposi vi faccio lo stesso augurio che faccio a me stesso: sentitevi poveri per poter attingere all’unica fonte che non si esaurisce mai, l’amore di Dio. Se cercate quella fonte l’uno nell’altra non farete altro che rubarvi quel poco amore che custodite nel cuore, per riempire voi svuoterete l’altro. Solo Dio è una fonte che non si esaurisce mai. Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. (Gv 4, 13-14)

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Convertirsi in coppia

Cari sposi,

            siamo entrati a pieno ritmo nel Tempo Ordinario, seppur breve dal momento che non è così lontana la Quaresima. Oggi Gesù, dopo il suo Battesimo al Giordano, inizia ufficialmente la vita pubblica, il suo ministero ossia servizio attivo a ciascuno di noi, con una vita itinerante, fatta di preghiera, digiuno, predicazione e miracoli. È interessante che la prima parola di Gesù sia: “convertitevi”. Mi soffermo subito qui perché contiene una grande ricchezza e non da ultimo perché è rivolta al plurale, ovviamente alle folle, ma la possiamo anche applicare alla coppia.

            Esiste una conversione di coppia? Certamente! Anzi è assai desiderabile e da chiedere nella preghiera. Ma, non è anche vero che ognuno dei due ha il suo ritmo, il suo percorso, i suoi tempi e quindi bisogna andarci piano con le cose fatte assieme? Pure vero ma il Signore quando consacra l’amore nuziale di una coppia, oltre a due figli di Dio, vede anche una sola carne, una relazione che ha un suo percorso di vita e una sua vita spirituale. Ecco allora che colgo l’occasione per farmi eco di Gesù e stimolarvi a chiedere la grazia di una conversione di coppia. “Ma che? Siamo per caso miscredenti?” La conversione non è riservata per chi non conosce Cristo ma è un dono per tutti, una grazia che il Signore vorrebbe toccasse ogni cuore.

            Papa Francesco ci dice: “La famiglia è chiamata a condividere la preghiera quotidiana, la lettura della Parola di Dio e la comunione eucaristica per far crescere l’amore e convertirsi sempre più in tempio dove abita lo Spirito” (Amoris Laetitia 29). In fondo la conversione di coppia cos’è? “L’atto stesso della conversione è evocato in parabole molto espressive. Implica una volontà di cambiamento morale, ma è soprattutto umile appello, atto di fiducia: «Mio Dio, abbi pietà di me peccatore» (Lc, 18, 13). La conversione è una grazia dovuta all’iniziativa divina che previene sempre: è il pastore che muove alla ricerca della pecora smarrita (Lc 15, 4 ss; cfr. 15)” (X. Leon-Dufour, Dizionario Biblico).

            Quindi la conversione è un dono che il Signore fa ma è anche frutto di un’incessante preghiera perché il cuore di voi sposi sia sempre più docile e malleabile alla Sua Volontà. Mettiamoci anche noi a questa scuola e lasciamoci coinvolgere da questo appello accorato ed affettuoso di Cristo.

ANTONIO E LUISA

Sapete qual è una delle cose belle del matrimonio? Che è specchio della nostra relazione con il Signore. L’amore per Dio è forza e sostegno. Tutte quelle volte che faccio fatica a stare con Luisa, che sono nervoso, che avrei voglia di rispondere male, che mi irrita il comportamento di Luisa ricorro alla mia relazione con Dio. Ho imparato a non reagire d’impulso. Ho imparato a mettere tutto nelle mani del Signore, a scaricare rabbia e tensione nel modo giusto nello sport, e solo poi a cercare un confronto con Luisa. Il Signore è davvero un argine alla mia fragilità. D’altro canto la mia relazione con Luisa mi permette di dare un corpo, una voce, dei gesti concreti, alla mia relazione con Dio. Dio non lo vedo ma so che mi ama attraverso Luisa. Ed ogni gesto d’amore da parte di Luisa so che è una manifestazione concreta dell’amore di Dio che si rende visibile. Quindi la mia fede per Gesù mi aiuta ad amare sempre meglio Luisa e l’amore di Luisa per me rende la mia relazione con Gesù qualcosa di concreto e di visibile. Questo è ciò che è stata per noi la conversione di coppia.

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Aumentano i santi sposi!

Cari sposi,

            stavolta vi do proprio una bella notizia: i santi sposi sono in aumento. A dirlo è nientemeno che Padre François Marie Léthel, carmelitano scalzo, che da tanti anni lavora presso la Congregazione delle Cause dei Santi e si è specializzato proprio nella teologia della santità. Gli ultimi anni, specie a partire dalla beatificazione dei coniugi Beltrame-Quattrocchi (21 ottobre 2001), l’attenzione della Santa Sede è rivolta non solo più alle singole persone ma anche alle coppie che assieme arrivano in Cielo. Segno di una maggior presa di coscienza di quanto il matrimonio sia chiamato alla santità, come ha espresso più volte il Magistero della Chiesa (il Cap. V della Lumen Gentium dedicato al tema della santità fino alla recente enciclica Gaudete et Exultate in cui Papa Francesco ribadisce la vocazione ad essere santi nel mondo contemporaneo).

            I Beltrame-Quattrocchi hanno per così dire aperto una nuova via affinché altri sposi giungessero agli Altari del Cielo. Difatti, poco dopo fu il turno di S. Luigi e S. Zelia Martin, genitori di santa Teresa di Lisieux beatificati da Benedetto XVI (2008) e canonizzati da Papa Francesco (2015). In questi anni sono sotto la lente di ingrandimento della Congregazione delle Cause dei Santi altre coppie di sposi. Per esempio, papa Francesco ha già riconosciuto le virtù eroiche di due coppie, la prima sono in coniugi Carlo Tancredi (1782-1838) e Giulia Colbert (1785-1864), marchesi di Barolo e la seconda, i modenesi Sergio e Domenica Bernardini. Trattandosi di una coppia, bisogna certamente valutare con attenzione la vita di ciascuno degli sposi, perché la santità dell’uno potrebbe non corrispondere all’altro (vedasi santa Monica, mamma di S. Agostino, moglie di Patrizio, un pagano fino a ricevere il battesimo solo in punto di morte).

Sono già beati invece Jozef e Wiktoria Ulma con i loro 7 figli martiri, con il settimo ancora in grembo materno, primo caso in tutta la storia documentata della santità! Subito dopo è il turno dei Servi di Dio Cyprien et Daphrose Rugamba anch’essi in cammino con i loro figli Martiri, vittime innoncenti del genocidio del Ruanda (1994). In tutto ciò non si vede casualità, piuttosto un percorso condiviso di vita cristiana, in cui i coniugi arrivano alla santità attraverso una relazione vera, vissuta, in cui l’uno aiuta l’altro, mantenendo ciascuno i propri ritmi e le proprie peculiarità.

Cari sposi, è bello, stupendo venire a sapere queste cose, per me è stato motivo di grande gioia, in un mondo in cui l’infedeltà, la rottura del patto coniugale e la mediocrità di vita sembra essere per forza il modus vivendi. Questo è segno della perenne vitalità e azione dello Spirito Santo che se la ingegna per innalzare ed elevare il nostro stile di vita, di suo tendente al ribasso. È un consolante incoraggiamento ad assecondare il Dolce Ospite dell’anima perché anche nella vostra vita compia altrettante meraviglie.

padre Luca Frontali

Battezzati nello Spirito

Cari sposi,

la scena del Vangelo odierno è una prosecuzione di quello della domenica scorsa. Siamo sempre al Giordano, quando Gesù volle essere battezzato da suo cugino. Ora però a parlare non è il Padre ma proprio lui, il Battista, e vorrei soffermarmi su una sua frase: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo” (Gv 1, 33).

In effetti, Gesù ci porta lo Spirito Santo, che è l’Amore che intercorre tra Lui e suo Padre. Lo Spirito impregna tutto il suo cuore, il suo respiro, la sua “anima” e per questo può donarcelo realmente, può “battezzarci nello Spirito Santo”. Ma che significa questa espressione? Se battezzare vuol dire immergere, tuttavia lo Spirito è spirito, non liquido. In realtà, per traslazione, Gesù intende dirci che ci fa dono, e lo fa in abbondanza, dello Spirito Santo. Ossia Gesù non ci dona solo un “tocchetto” ma immergendoci in Lui, ci regala la sua pienezza infinita di Vita, di Amore e di Gioia divina. Gesù è estremamente generoso e ci vuole inondare di tutti questi beni.

Tuttavia, attenzione! Sempre Giovanni Battista ha fatto notare, in un altro passaggio, che Gesù battezza “in Spirito Santo e fuoco” (Lc 3, 16) e lo stesso Gesù fa tale accostamento riferendosi alla sua passione (cfr. Gv 12, 49-50). Questo per farci capire che il Battesimo dello Spirito agisce come il fuoco, ossia, Egli non distrugge ma trasforma, cioè dà una nuova forma a ciò che tocca, come avviene su un pezzo di legno o una barra di ferro o un lingotto d’oro. Parimenti, Gesù brama di consegnarci il fuoco divino dello Spirito affinché “trasformi” profondamente le nostre vite e le renda piene di amore.

Ora veniamo a voi, cari sposi. Su di voi è stato effuso più volte lo Spirito Santo. È avvenuto singolarmente nel Battesimo e nella Cresima sigillando la vostra anima. Tale effusione si rinnova ad ogni vostra Comunione e Confessione. Ma c’è anche un’effusione sulla vostra coppia, che è avvenuta durante il rito del matrimonio e permane in modo stabile. Ma Essa si rinnova ad ogni incontro intimo, vissuto nella sua completezza. Ad esso si riferisce in modo discreto e rispettoso Papa Francesco quando scrive: “L’unione sessuale, vissuta in modo umano e santificata dal sacramento, è a sua volta per gli sposi via di crescita nella vita della grazia” (Amoris Laetitia, 74). Detto in modo più chiaro da Antonio e Luisa: “Come nell’Eucarestia lo Spirito Santo entra in noi, così nell’amplesso fisico degli sposi c’è una nuova effusione dello Spirito che rinnova e perfeziona i doni di Grazia che abbiamo ricevuto il giorno del nostro Matrimonio” (Sposi, profeti dell’amore, Tau Editrice, p. 75).

Perciò, con tutta questa abbondanza e ricchezza di doni, non lasciamo, non lasciate che lo Spirito resti inerte in voi. Lui viene, scende, soffia ma non violenta mai la nostra libertà, non ci prende per il collo. Sta solo a noi essere docili alla Sua voce, al contrario, succederebbe come dice san Paolo in Efesini 4, 30 che lo “rattristeremmo”, cioè renderemmo inutile ogni suo sforzo per colmarci di Amore. Ecco allora che appare chiaro come il Battesimo che Cristo fa su di voi sposi sia certamente a partire dallo Spirito ma poi si vuole incarnare e inserire nei vostri corpi perché tutta la vostra vita, mente, cuore, spirito e corpo sia trasformato dal Suo amore.

ANTONIO E LUISA

Ringraziamo padre Luca per la citazione. Vogliamo completare questa bellissima riflessione di padre Luca non con un’altra riflessione, ma con la nostra testimonianza. Cari sposi investite sulla vostra intimità. Preparatela in una vita caratterizzata dall’impegno costante dell’uno verso l’altra. Liberatela dalla lussuria, dalla pornografia e da tutte quelle fantasie che spingono ad usare l’altro. Purificate il vostro cuore con la confessione. E donatevi nella gioia e nell’abbandono reciproco. Quello che ne avrete in cambio sarà un’esperienza meravigliosa di comunione e un’effusione di Spirito Santo che vi darà forza e sostegno per i giorni a venire.

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“Quanto è grande il dono del Battesimo!”

Cari sposi,

            con la festa di oggi concludiamo il periodo natalizio. Sappiamo già che la Liturgia non segue l’ordine cronologico e se fino a due giorni fa Gesù era un neonato di qualche settimana mentre riceve la visita dei Magi, oggi è un trentenne che sta per cominciare la vita pubblica. Gesù vuole ricevere il battesimo da suo cugino Giovanni e tale gesto ha un grande significato, difatti: “Pur chiamandosi battesimo, esso non aveva il valore sacramentale del rito che celebriamo oggi; come ben sapete, è infatti con la sua morte e risurrezione che Gesù istituisce i Sacramenti e fa nascere la Chiesa. Quello amministrato da Giovanni, era un atto penitenziale, un gesto che invitava all’umiltà di fronte a Dio” (Benedetto XVI, Omelia, 9 gennaio 2011).

Ma che ha fatto Gesù in quel semplice gesto di farsi mettere un po’ di acqua sulla testa? Non lo abbiamo forse fatto noi tante volte al mare o in piscina con i nostri fratelli e amici? Che ha di così speciale? È qualcosa di meraviglioso perché “Gesù si mostra solidale con noi, con la nostra fatica di convertirci, di lasciare i nostri egoismi, di staccarci dai nostri peccati, per dirci che se lo accettiamo nella nostra vita Egli è capace di risollevarci e condurci all’altezza di Dio Padre. E questa solidarietà di Gesù non è, per così dire, un semplice esercizio della mente e della volontà. Gesù si è immerso realmente nella nostra condizione umana, l’ha vissuta fino in fondo, fuorché nel peccato, ed è in grado di comprenderne la debolezza e la fragilità” (Omelia, 13 gennaio 2013).

Ah, ma allora quel gesto è l’inizio, anzi il proseguo, di un vero e proprio sposalizio tra Gesù e ciascuno di noi. Gesù ci ama sul serio al punto da condividere tutto di noi, in particolar modo le nostre colpe che appunto viene a cancellare con il suo sangue sulla Croce. Se capissimo fino in fondo quale valore ha il nostro Battesimo, essere figli nel Figlio, essere con-morti, con-sepolti e con-risorti con Cristo daremmo salti di gioia. Per questo Papa Benedetto disse una volta: Cari amici, quant’è grande il dono del Battesimo! Se ce ne rendessimo pienamente conto, la nostra vita diventerebbe un «grazie» continuo” (Benedetto XVI, Angelus, 11 gennaio 2009).

            È alla luce di questo dono ricevuto e da riscoprire ogni giorno che voi sposi potete ridonarvi a vicenda il Suo amore e condividerlo poi con i vostri figli. Il Battesimo ricorda a voi sposi che l’amore che ha iniziato la vostra storia non è anzitutto un’autoproduzione vostra, non è “farina del vostro sacco” ma in definitiva fa parte di un progetto più grande che vi precede e che, grazie a Dio, ne fa da garante quando le povere forze umane vengono meno. Possiate fare sempre memoria del giorno del vostro Battesimo e lodare il Signore per la grazia immensa che avete ricevuto e che non tramonterà mai.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca lo ha spiegato molto bene. Perchè il matrimonio sacramento è diverso da ogni altra modalità di unione? Perchè la relazione non sarà più solo nostra ma nel matrimonio la doniamo a Dio perchè ne faccia cosa sua. Per questo serve il battesimo. La nostra unione è generata dal battesimo e si rigenera ogni giorno nella fonte inesauribile della Spirito Santo. Ogni gesto d’amore che ci doniamo è sacro in virtù del nostro battesimo. Ogni volta che ci doniamo è Gesù che ci dona l’uno all’altra. Ogni volta che ci doniamo facciamo esperienza di Dio perchè il nostro amore non è più solo nostro, ma attraverso il battesimo e il matrimonio Dio ne ha fatto cosa sua.

L’eredità di Benedetto XVI per la famiglia

Cari sposi,

            non so quanto vi abbia toccato la scomparsa di Papa Benedetto ma a me ha causato un senso di commozione e smarrimento. È venuta meno una figura paterna che mi ha dato un grande esempio come persona e come uomo di Dio. Ho potuto salutarlo in alcune brevi occasioni e durante il suo pontificato ho ricevuto l’ordinazione sacerdotale. La sua teologia chiara e lineare rimarrà sempre per me un punto di riferimento di come insegnare e trasmettere le verità di fede alle persone.

            C’è un aspetto che ritengo molto bello da sottolineare per voi sposi. Si tratta del suo insegnamento riguardante l’amore umano, nominato in seguito “teologia dell’amore”, come un naturale proseguo della “teologia del corpo”, del suo predecessore San Giovanni Paolo II. È nella sua prima Enciclica, Deus Caritas est, in cui Joseph Ratzinger chiarisce con il suo stile cristallino cosa significhi l’amore per Dio e di conseguenza per noi:

            “L’amore di Dio per noi è questione fondamentale per la vita e pone domande decisive su chi è Dio e chi siamo noi. Al riguardo, ci ostacola innanzitutto un problema di linguaggio. Il termine «amore» è oggi diventato una delle parole più usate ed anche abusate, alla quale annettiamo accezioni del tutto differenti. […] Ricordiamo in primo luogo il vasto campo semantico della parola «amore»: si parla di amor di patria, di amore per la professione, di amore tra amici, di amore per il lavoro, di amore tra genitori e figli, tra fratelli e familiari, dell’amore per il prossimo e dell’amore per Dio. In tutta questa molteplicità di significati, però, l’amore tra uomo e donna, nel quale corpo e anima concorrono inscindibilmente e all’essere umano si schiude una promessa di felicità che sembra irresistibile, emerge come archetipo di amore per eccellenza, al cui confronto, a prima vista, tutti gli altri tipi di amore sbiadiscono” (Deus Caritas Est, 2).

            Che meravigliosa definizione di matrimonio! La sede per antonomasia dell’amore, il luogo in cui l’amore tra uomo e donna è chiamato a crescere divenendo così riflesso dell’amore divino e in ultima istanza raggiungendo il suo fine e la sua vera identità! E che bello che lo dica non per aver letto centinaia di libri ma per averne fatto l’esperienza sulla sua pelle. Difatti nel suo testamento spirituale ha affermato subito all’inizio del secondo paragrafo: “Ringrazio i miei genitori, che mi hanno donato la vita in un tempo difficile e che, a costo di grandi sacrifici, con il loro amore mi hanno preparato una magnifica dimora che, come chiara luce, illumina tutti i miei giorni fino a oggi”.

            Immagino quei due genitori, sposatisi non più così giovani, alle prese con una situazione per nulla facile, in una Germania sul bordo dell’abisso nazista e della Seconda guerra mondiale, che hanno saputo generare sia alla vita che alla fede tre figli, diventando per loro un vero modello di unità e amore. Uno spaccato di quella vita famigliare è rimasto nelle parole del Papa nella sua visita a Milano in occasione del VII incontro mondiale delle famiglie.

            Il lascito spirituale per voi coppie è splendido, perché vi ricorda che potete farcela, potete incarnare il più alto ideale dell’amore nella vostra vita di coppia. Sì, potete essere fedeli per sempre, potete vivere un amore indissolubile, potete perdonarvi anche mali molto grandi. Perché? Perché Chi vi ha creato e vi ha messo in questo cammino ha previsto tutto, anche le “sorprese” del peccato. Proprio Papa Benedetto ha ribadito questo concetto quando scrive: “La redenzione ci è offerta nel senso che ci è stata donata la speranza, una speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente: il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino” (Spe Salvi, 1).

            La mèta è vivere il vostro amore a pieni polmoni in Cristo, puntando in alto, non conformandovi a un semplice resistere, stare insieme per i figli o sopportarvi. Il nostro grande Papa Emerito, Joseph Ratzinger, sono certo sia d’accordo su questo e dal Cielo è adesso uno dei vostri intercessori perché il cammino di santità matrimoniale sia da voi pienamente vissuto.

padre Luca Frontali

Un nuovo anno uniti a Te

Cari sposi,

            oggi iniziamo il 2023 nel migliore dei modi! Celebrando la nostra Mamma del Cielo, Colei che ogni giorno ci porta nel cuore e ci presenta a Gesù suo Figlio incessantemente. La festa odierna risale al 431 quando a Efeso, nell’attuale Turchia, i vescovi di tutta la Chiesa La proclamarono “Madre di Dio”, per questo motivo Maria è “l’Onnipotenza supplice”. Non è meraviglioso poter mettere fin da oggi ogni singolo momento nelle Sue mani ed affidarci filialmente a Lei?

Maria, dunque, ha generato Gesù secondo la carne ma lo ha anche educato come credente in Jahvé. La maternità di Maria è stata sia biologica che spirituale e non si è fermata a solo a Gesù ma si è riversata su ciascuno di noi, dal momento del Calvario fino al Cenacolo nella Pentecoste. Se è vero che Maria è Madre di Dio lo è anche di ciascuno di noi e veramente la dobbiamo considerare la nostra Mamma celeste.

Quanto è grande la sua fecondità! Da quel “sé” iniziale a Nazareth è scaturita una fecondità che arriva ai giorni nostri: Maria tuttora ci sta portando a Gesù, sta collaborando con Lui perché noi viviamo in Cristo e con Cristo ogni giorno. Ecco la fecondità che voi sposi siete chiamati a rivivere con Maria: generare Cristo nella vostra relazione di amore. Come disse Papa Francesco: “A tal punto, che possiamo dire che è più discepola che Madre. Quella segnalazione, alle nozze di Cana: Maria dice “Fate quello che Lui vi dirà”. Sempre segnala Cristo; ne è la prima discepola” (Udienza, 24 marzo 2021).

Alla luce di questo, anche voi siete chiamati a segnalare Cristo. Quando Dio ha creato l’uomo e la donna nella Genesi e li ha uniti in matrimonio disse: “Siate fecondi e moltiplicatevi” (Gen 1, 28). La prima fecondità, quindi, è generare Cristo nel coniuge, cioè essere strumento dell’amore di Dio per lui o per lei. Questo implica essere persone profondamente unite a Gesù, allo Sposo, in modo da testimoniare il suo Amore, la sua Misericordia, il suo Perdono con la vita. Così facendo voi coniugi sarete il mezzo di cui il Signore ha bisogno perché vi possiate donare un amore colmo di Dio.

Da qui si genera la fecondità nei figli, nello stesso modo i vostri figli potranno toccare una Presenza che vive in voi e riceveranno un annuncio di fede tramite i vostri gesti concreti e semplici di ogni giorno. E da qui ancora l’amore di Cristo in voi diventa fecondo per chi vi incontra, generando figli e figlie spirituali, oltre i legami famigliari e di sangue.

Cari sposi, vi auguro ogni benedizione per il nuovo anno in modo da essere ancora più fecondi di quanto non lo siate stati nel 2022. Vorrei tanto che nei vostri cuori arda il desiderio di esserlo, cioè di portare Cristo nel vostro cuore e dal vostro cuore attorno a voi. Non esiste cosa più bella che generare vita secondo Dio, è la vera fecondità che il tempo non può cancellare ma che dura per sempre.

ANTONIO E LUISA

Vorrei soffermarmi su una frase di padre Luca: da qui si genera la fecondità nei figli, nello stesso modo i vostri figli potranno toccare una Presenza che vive in voi e riceveranno un annuncio di fede tramite i vostri gesti concreti e semplici di ogni giorno. I nostri figli non hanno bisogno solo di un papà e di una mamma che vogliono loro bene, ma hanno bisogno di vedere che papà e mamma si vogliono bene. Dio è presente nella coppia di sposi e i nostri figli possono vederlo. Come? In tutti i gesti di tenerezza e di cura che noi sposi ci doniamo reciprocamente e che doniamo a loro.

Voglio vivere con te

Cari sposi,

circa un secolo fa, uno sperduto paese dell’Alaska, Nome, fu lo scenario di un impresa passata alla storia come la “corsa del siero”. In pieno inverno artico, con temperature attorno ai -40 gradi e venti tempestosi, quel piccolo centro fu colpito da un’epidemia di difterite, soprattutto nei bambini. Una malattia spaventosa, per noi grazie a Dio oramai debellata ma che all’epoca causava ancora tante morti. Il medico del paese aveva esaurito le antitossine in grado di curare l’infezione e dinanzi all’aumento dei casi, l’unica soluzione fu un disperato radiotelegramma alle principali città dello stato, chiedendo immediatamente l’invio di medicinali.

Tra le diverse opzioni di recapito, la più “veloce” fu una staffetta di slitte trainate da cani ma la distanza tra l’ospedale più rifornito e Nome era di quasi 1100 km, in pratica quasi la lunghezza dell’Italia. Gli staffettisti sfidarono temperature ai limiti della resistenza umana, sferzati da venti di oltre 100 km/h, attraversarono quasi sempre al buio fiumi e mare ghiacciati, passarono per foreste piene di lupi e orsi, valicarono passi di montagna e ripide scoscese, il tutto per salvare le vite di tanti bambini gravemente malati, in un’estenuante corsa contro il tempo. Leggendario poi fu contributo dell’ultima staffetta, Gunnar Kaasen con il suo cane guida Balto, i quali superarono abilmente le peggiori condizioni climatiche di quei giorni e riuscirono comunque a consegnare il pacco con i medicinali dopo percorrendo quella distanza enorme in sole 127 ore. Il bilancio dell’impresa fu da bollettino di guerra: parti del corpo congelate, ferite e fratture da caduta, cani morti per sfinimento… ma era valso per una nobilissima causa.

Per quanto bello e commovente, una storia così impallidisce davanti al Natale. Quanto accaduto quella notte in una grotta di Betlemme ha un valore infinitamente superiore: il Figlio di Dio ha varcato una distanza infinita, nientemeno che la “distanza” tra Dio e una creatura, pur di essere con noi. Cari sposi, vi auguro, in questo Natale e nei giorni che seguiranno fino all’Epifania, di guardare con questo sguardo a Gesù nella culla. “Quanta strada hai fatto pur di raggiungermi, quanto hai faticato per essere qui davanti a me, quanto ti è costato incarnarti e diventare uno come me!”. Non tanto uno sguardo sentimentale ma di saper cogliere il suo profondo significato. Sono pensieri semplici ma nel fondo veri, esprimono il senso dell’Incarnazione che è quello di “venire ad abitare in mezzo a noi” (cfr. Gv 1, 14). Per questo Gesù vuole dirci con il Natale: “Voglio vivere sempre con te, voglio restare nella tua vita, sono qui con te per rimanerci sempre”.

E pensare che voi siete così vicini a Lui! Perché voi “significate e partecipate il mistero di unità e di fecondo amore che intercorre tra Cristo e la Chiesa” (cfr. Lumen Gentium 11), cioè voi il vostro amore e la vostra storia attingono e si innestano in quell’amore che ha spinto Gesù a venire tra noi. Quindi, che il Suo Cuore ardente di desiderio di essere dono per ciascuno di noi, sia anche il vostro! Che il vostro amore nuziale diventi pane spezzato, un regalo per tante persone che ancora non conoscono Gesù.

ANTONIO E LUISA

Tutto è iniziato con il sì di Maria. Così anche il nostro matrimonio è cominciato con il nostro sì. Padre Luca ci ha ricordato che il Natale ci dice che Gesù abita non solo la nostra vita ma anche il nostro matrimonio. Per accoglierlo c’è bisogno del nostro sì. Il  sì della promessa matrimoniale non è che il primo e l’origine di una nuova vita, poi ci saranno chiesti moltissimi altri sì. Dai quali dipende la riuscita del nostro matrimonio esattamente come il primo. Penso a quelli più importanti, penso al sì di ogni apertura alla vita. Penso al sì che ci ha permesso di concepire ognuno dei nostri figli e di dare carne al nostro amore. Penso anche a quelli più ordinari, quelli che ci rinnoviamo ogni mattina. Sì di una vita ordinaria, ma che sommati l’uno con l’altro, giorno dopo giorno, stanno costruendo una relazione straordinaria.  Dei sì che ci hanno mostrato giorno dopo giorno il progetto di Dio su di noi, sulla nostra coppia e sulla nostra famiglia. Non a caso la promessa matrimoniale, che abbiamo pronunciato durante il rito, ci impegna ad amare l’altro/a non tutta la vita. Ci chiede molto di più. Ci chiede di farlo ogni giorno della nostra vita. Ogni giorno ci è chiesto di rinnovare il nostro sì. Solo così il Natale avrà davvero un significato per noi.

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Le nozze del Figlio di Dio sono la sua Incarnazione

Cari sposi,

siamo arrivati alla Vigilia di Natale. Mi auguro che abbiate vissuto o vi siate sforzati di vivere un buon Avvento. Come ci siamo detti fin dal suo inizio, è stato un periodo difficile per concentrarsi, per vivere il silenzio e la meditazione tra tutti i preparativi vari. Ma l’importante adesso è che siamo qua davanti al presepe. Siccome sarete ancora tanto indaffarati oggi e domani ho pensato a un breve articolo in cui vorrei mostrarvi ancora una volta il profondo senso nuziale del Natale. A prima vista sembrerebbe di no ma il titolo di questo articolo non è farina del mio sacco bensì parte della Tradizione della Chiesa. Ecco una parola autorevole di un grande papa e padre della Chiesa:

Le nozze del Figlio di Dio sono la sua incarnazione… Dio Padre dispose queste nozze per il Figlio quando volle che questi si unisse alla natura umana nel grembo della Vergine e che, Dio prima dei secoli, si facesse uomo alla fine dei secoli… Possiamo dunque dire apertamente e con sicurezza che il Padre dispose le nozze per il Figlio Re quando unì a lui la Santa Chiesa nel mistero dell’Incarnazione” (Gregorio Magno, Omelie sui Vangeli, II, XXXVIII, 3).

Vale a dire: Gesù è lo Sposo che prende in moglie la nostra umanità, cioè ciascuno di noi, la Chiesa tutta intera. Il Natale non è che l’inizio perché il termine ultimo sarà quando tu, io, ciascuno di noi, potremo “consumare il matrimonio” in quell’unione totale che sarà la vita eterna, in cui Dio sarà “tutto in tutti” (1 Cor 15, 28).

È un mistero che ci sorpassa ma solo si può contemplare con la stessa ammirazione e solennità dei Magi a Betlemme! Un mistero davanti al quale inchinarsi interiormente e con tutta l’anima. Questo vuol dire che voi sposi portate nel vostro amore e nella vostra relazione questo rapporto nuziale; che siete l’estensione e il prolungamento, ovunque vi troviate, di quelle Nozze Eterne! Come vorrei che poteste sorprendervi di un dono così grande che il Signore vi ha fatto! E magari Gesù vi conceda il dono delle lacrime dinanzi a una così grande bellezza e grandezza che si è “incarnata” nel vostro matrimonio.

Possa lo stupore degli astanti alla Grotta di Betlemme essere anche il vostro nel contemplare il dono di Amore che Lui ha posto nelle vostre mani.

Padre Luca Frontali

Solo nella fede

Cari sposi,

finalmente oggi lasciamo ampio spazio a San Giuseppe, un gigante nella fede da cui tutti dobbiamo imparare sempre come comportarci ed essere autentici cristiani. È estremamente importante tutto ciò perché oggi capiamo che l’Incarnazione del Verbo, la venuta di Gesù al mondo è stata frutto di un vero e proprio consenso matrimoniale, condiviso tra Maria e il suo Sposo.

Ma come? Che dici? Gesù non è il figlio di Maria? Certo, verissimo. Gesù è solo figlio di Maria ma in un certo modo non sarebbe potuto nascere senza il concorso di Giuseppe, il suo padre putativo che ne ha curato l’educazione e di cui si è preso cura per tanti anni. Ora vi spiego perché è davvero così e quanto questo dica la bellezza del matrimonio cristiano, di cui la Sacra Famiglia, nonostante la sua peculiarità, è esempio e modello.

Abbiamo letto nel Vangelo che, durante una visione notturna, Giuseppe viene rassicurato che quel Bambino è frutto dello Spirito Santo. A tale riguardo è bene fare una piccola premessa: nel mondo ebraico di venti secoli fa, il concetto di Spirito Santo era alquanto diverso dal nostro odierno. È vero che letteralmente esiste l’espressione “Spirito Santo”, difatti è presente nella Tanakh il Ruach haQodesh. Tuttavia, secondo una massima rabbinica “la rúach haqódesh ha dieci sinonimi: il proverbio, la metafora, l’enigma, la parola, il detto, la gloria, il comando, l’invettiva profetica, la profezia e la visione” (Avòth da Rabb Nathàn (ed. Schechter, p. 102 vers. A).

Io mio chiedo: ma il povero Giuseppe cosa avrà capito quando l’angelo gli ha detto di essere incinta dello Spirito Santo? A quale delle 10 accezioni si stava riferendo…? Un po’ imbarazzante, non trovate? Di conseguenza, quale smarrimento non avrà sentito per giorni e giorni? Quanti sentimenti contrastanti non avrà provato in cuor suo: disistima, tristezza, sospetto, ira, gelosia…? Quanto ci è vicino Giuseppe in tale circostanza, quanto ci ritroviamo pure noi in situazioni che ci sconcertano, ci avviliscono, ci tolgono la speranza e la serenità nel domani! Ecco perché è patrono della Chiesa, perché ci può ben capire nei nostri tanti problemi e difficoltà per averli vissuti in prima persona.

Tuttavia, Lui è andato oltre. In che senso? Lui è non è rimasto impantanato in uno stato mentale ed emotivo avverso e negativo. È andato oltre perché si è fidato di Dio e anche lui, come Maria, ha detto “sì”, si è lanciato nelle braccia amorevoli del Padre e ha espresso il suo consenso a sua moglie, forse tra le lacrime e ancora con qualche titubanza. La bellezza del suo esempio è stato che quel “sì” di Giuseppe ha fatto da contraltare al “fiat” di Maria nell’Annunciazione e i due “sì” hanno dato vita, nella fede, a Gesù. Mi piace riportare un commento su questo vangelo del Servo di Dio, don Oreste Benzi:

È la fedeltà radicale a Cristo che ci porta anche alle azioni più grandi, alle più clamorose; è il sì che abbiamo detto al Signore che produce la sua incarnazione!” (cfr. Pane Quotidiano, novembre-dicembre 2016, Edizioni Sempre).

Solo in questa fede si può comprendere la vera natura del matrimonio cristiano: è una vera e propria una ri-attualizzazione del Mistero dell’Incarnazione, come ben spiega San Giovanni Paolo II:

Come ciascuno dei sette sacramenti, anche il matrimonio è un simbolo reale dell’evento della salvezza, ma a modo proprio. «Gli sposi vi partecipano in quanto sposi, in due, come coppia, a tal punto che l’effetto primo ed immediato del matrimonio non è la grazia soprannaturale stessa, ma il legame coniugale cristiano, una comunione a due tipicamente cristiana perché rappresenta il mistero dell’Incarnazione del Cristo e il suo mistero di Alleanza” (Familiaris Consortio, 13).

È qui che si coglie il profondo legame che sussiste tra il Natale e il sacramento del matrimonio. Questo significa che solo nella fede voi sposi vi renderete conto davvero di chi siete, cosa avete celebrato dinanzi all’altare e soprattutto quale realtà umano-divina condividete ogni giorno nella vostra vita ordinaria. I vostri piccoli o grandi gesti di fede, con cui condite la quotidianità, possono rendere presente l’amore di Cristo, la sua dolce Presenza tra di voi e attorno a voi.

ANTONIO E LUISA

Comprendere quanto ci ha così sapientemente scritto padre Luca nel suo commento è fondamentale nel matrimonio. Almeno per me e Luisa lo è stato. Spesso rischiamo di sentirci in un vortice dove abbiamo mille impegni da assolvere ogni giorno. Attenzione che si fa presto a trasformare la famiglia in doveri da assolvere e di conseguenza a sentirla come un peso. Se vogliamo assaporare la bellezza della famiglia anche nella fatica di ogni giorno è importante non solo fare ma fare per amore. Rendere cioè quel servizio o quella attività come modalità per amare le persone amate. Faccio un esempio stupido. Il sabato sera sono sempre stanco morto e non avrei voglia che di sdraiarmi in poltrona o sul letto. Invece è la serata in cui cucino sempre io e non mi pesa. Sapete perchè? Perchè godo nel vedere Luisa che anche lei dopo una settimana pesante si può fermare e guardarsi un film con mia figlia Maria. E’ il loro momento e io sono felice di servirle. Non per forza ma per amore. Il segreto è tutto qui: non per forza ma per amore.

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Jesus bleibet meine Freude

Cari sposi,

siamo arrivati a metà Avvento e la liturgia immancabilmente ci sfida su un tema assai ricorrente in Papa Francesco: la gioia. Fateci caso, tra le opere magisteriali di Papa Bergoglio spiccano “Evangelii Gaudium”, “Amoris Laetitia”, “Gaudete et exultate” e da ultimo il libro “Ti voglio felice”. Oggi è la Domenica in Gaudete, dalla prima parola dell’Antifona nella versione latina. Siamo così invitati ad approfondire il senso della nostra gioia, se davvero è in linea con quella evangelica o è piuttosto superficiale e mondana. Papa Francesco in anni precedenti, commentando l’odierna liturgia ha fatto affondi non da poco e che meritano la nostra riflessione:

Non è un’allegria superficiale o puramente emotiva, quella alla quale ci esorta l’Apostolo, e nemmeno quella mondana o quella allegria del consumismo. No, non è questa, ma si tratta di una gioia più autentica, di cui siamo chiamati a riscoprire il sapore. Il sapore della vera gioia. E’ una gioia che tocca l’intimo del nostro essere, mentre attendiamo Gesù che è già venuto a portare la salvezza al mondo, il Messia promesso, nato a Betlemme dalla Vergine Maria” (Angelus, 11 dicembre 2016).

E quale mai sarebbe la causa della gioia cristiana?

La gioia trova la sua ragione nel sapersi accolti e amati da Dio. […] La gioia cristiana, come la speranza, ha il suo fondamento nella fedeltà di Dio, nella certezza che Lui mantiene sempre le sue promesse” (Angelus, 15 dicembre 2013). Bellissimo questo che dice Papa Francesco, di sicuro voi che leggete ne converrete, è il nostro rapporto filiale con Dio Padre che sostiene la nostra autostima, la nostra sicurezza, lo sguardo positivo su tutto ciò che vediamo e viviamo. Una domanda che mi sono fatto sovente: Cristo era gioioso? Era un tipo allegro o serioso? Faceva scherzi, battute? Avrà mai preso in giro Pietro per la sua testardaggine? Oppure a Matteo avrà raccontato qualche barzelletta sui Romani? Una volta, leggendo un libro di Chesterton, mi colpii molto un suo passaggio proprio a questo riguardo:

Il Suo pathos era naturale, quasi casuale. Gli stoici, antichi e moderni, erano orgogliosi di nascondere le proprie lacrime. Egli non ha mai nascosto le Sue lacrime: le mostrava palesemente sul Suo viso aperto ad ogni sguardo sul quotidiano, come quando guardò in lontananza la Sua città nativa. Eppure, Egli ha nascosto qualcosa. Solenni superuomini e diplomatici imperiali sono orgogliosi di saper reprimere la propria collera. Egli non ha mai trattenuto la Sua collera. Ha scagliato i banchi del mercato giù per i gradini del Tempio e ha chiesto agli uomini come potevano pensare di sfuggire alla dannazione dell’Inferno. Eppure, Egli ha trattenuto qualcosa. Lo dico con riverenza: c’era in quella dirompente personalità un lieve tratto che dovremmo quasi chiamare timidezza. C’era qualcosa che Egli teneva nascosto a tutti gli uomini quando saliva su una montagna a pregare. C’era qualcosa che Egli copriva costantemente con un brusco silenzio o con un improvviso isolamento. C’era qualche cosa di troppo grande perché Dio lo mostrasse esteriormente a noi quando venne a camminare sulla nostra terra; ed io qualche volta ho immaginato che fosse la Sua gioia” (Cfr. G. K. Chesterton, Ortodossia, 1908).

Ebbene sì, Cristo possedeva una gioia infinita, per sapersi infinitamente amato dal Padre, nonostante le immani sofferenze che ha patito nella sua vita terrena. E voi sposi, come vivete la gioia nella coppia? Si sa che è un ingrediente che forse, umanamente parlando, tende a diminuire nel tempo se non lo alimentate consapevolmente e vi basate, come detto sopra, sui motivi veri che fanno sorridere alla vita. Il mondo predica che la gioia sarebbe il frutto di un costante divertissement, per dirla alla Pascal, cioè un rincorrere la novità, un continuo svago e trasformismo, anzitutto in amore. Qualcuno disse che il matrimonio è la tomba dell’amore, perché appunto esso toglierebbe gioia, ilarità, freschezza al rapporto. Uno che di sacramento del matrimonio non aveva certo molta dimestichezza, il grande filosofo e critico letterario Benedetto Croce, affermava che sarebbe più giusto dire che “il matrimonio è la tomba dell’amore selvaggio o anche sentimentale”. Difatti, la cultura in cui vivete “a bagno maria” ha preso in orrore la ripetitività, l’ordinarietà, la costanza nel modo di vivere, il che è esattamente ciò che rende salda e durevole una relazione di amore.

Cari sposi, che il Natale di Gesù, il Dio-con-noi, che vive ed abita stabilmente nella vostra coppia, vi conceda un cuore gioioso e possiate sperimentare, come ben scrisse e compose Johann Sebastian Bach, che Jesus bleibet meine Freude, “Gesù rimane la mia gioia”.

ANTONIO E LUISA

Vorrei completare quanto scritto da padre Luca alla luce di quella che è la mia esperienza di sposo cristiano. L’ordinarietà non è un peso ma qualcosa di bello e di desiderabile a condizione che siamo capaci di rinnovare il nostro amore. Rinnovare il nostro amore con tanti piccoli gesti quotidiani ed ordinari. Perchè l’amore non stanca mai. Al contrario desideriamo farne sempre più esperienza. Il matrimonio non ci chiede di fare cose straordinarie, ma di vivere con sempre più amore l’ordinario in modo che l’ordinario sia riempito della presenza di Dio. 

La Santa Casa di Nazareth cambia domicilio

Cari sposi,

oggi celebriamo la festa della Madonna di Loreto. Non me ne voglia la mia carissima Mamma Celeste ma, a nome della Chiesa stessa, mi vedo in dovere di fare una leggera rettifica al tradizionale titolo di questo giorno. Più che toglierLe qualcosa è aggiungere una verità di fede: il santuario di Loreto non solo custodisce l’effigie lignea raffigurante Maria con suo Figlio ma soprattutto contiene gran parte della Santa Casa di Nazareth che i crociati smontarono pezzo per pezzo per poi imbarcare alla volta dell’Italia, assicurandole un miglior riparo dalla minaccia musulmana. Parlare di Loreto, perciò, è riferirsi alla Sacra Famiglia.

L’archeologia ha messo in luce la compatibilità tra ciò che resta a Nazareth – qualche fondamento – e i muri che sono a Loreto, come si può leggere in una delle migliori pubblicazioni in materia, “Loreto. L’altra metà di Nazaret: la storia, il mistero e l’arte della Santa Casa”, di Giuseppe Santarelli, Edizioni Terra Santa, Milano 2016.

Mi son chiesto che penserebbe Nostro Signore, o Maria, o Giuseppe se potessero vedere come è conciata la loro casa di un tempo? Non so se a qualcuno di voi è mai capitato di rivisitare la dimora natale qualora fosse crollata o in rovina da tempo. C’è sempre un ché di nostalgia, malinconia per quello che ha rappresentato e ha contenuto. Sono comunque sicuro che, ben sapendo il Signore la fine che avrebbero fatto quelle pietre e muri a Lui tanto cari, l’abbia pensata giusta da tantissimo e ha voluto che la Sua Casa, il suo Domicilio non si fissasse a Nazareth ma traslocasse in ogni coppia, in ogni famiglia, particolarmente laddove si rende presente con la Grazia nuziale. Riecheggia qui Amoris Laetitia quando afferma che “La presenza del Signore abita nella famiglia reale e concreta, con tutte le sue sofferenze, lotte, gioie e i suoi propositi quotidiani” (n° 315). Bello in questo senso ciò che proprio a Loreto Papa Francesco ha detto nella sua ultima visita:

La Casa di Maria è anche la casa della famiglia. Nella delicata situazione del mondo odierno, la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna assume un’importanza e una missione essenziali. È necessario riscoprire il disegno tracciato da Dio per la famiglia, per ribadirne la grandezza e l’insostituibilità a servizio della vita e della società. Nella casa di Nazaret, Maria ha vissuto la molteplicità delle relazioni familiari come figlia, fidanzata, sposa e madre. Per questo ogni famiglia, nelle sue diverse componenti, trova qui accoglienza, ispirazione a vivere la propria identità” (Discorso, 25 marzo 2019).

È chiaro come l’essere coppia, il formare una famiglia comporti una vera e propria missione, l’amore coniugale non è fatto per semplicemente “stare assieme”, finendo in una relazione piatta e monotona, ma per camminare verso una medesima direzione, appunto il disegno che il Signore ha pensato per i coniugi. Rileggendo un discorso, ormai a noi lontano nel tempo ma non per questo privo di senso, di San Paolo VI nella sua visita a Nazareth si coglie per l’appunto il dinamismo, il disegno insito in quella Casa che è poi lo stesso che vi appartiene con le nozze. Ecco alcuni stralci di quel discorso epocale:

Qui, a questa scuola, certo comprendiamo perché dobbiamo tenere una disciplina spirituale, se vogliamo seguire la dottrina del Vangelo e diventare discepoli del Cristo… In primo luogo, questa casa ci insegna il silenzio… mentre siamo storditi da tanti frastuoni, rumori e voci clamorose nella esagitata e tumultuosa vita del nostro tempo. Oh! silenzio di Nazareth, insegnaci ad essere fermi nei buoni pensieri, intenti alla vita interiore, pronti a ben sentire le segrete ispirazioni di Dio e le esortazioni dei veri maestri. Insegnaci quanto importanti e necessari siano il lavoro di preparazione, lo studio, la meditazione, l’interiorità della vita, la preghiera, che Dio solo vede nel segreto” (Discorso 5 gennaio 1964).

Ben consapevole che nelle vostre case potrebbero forse mancare un po’ questi ingredienti, tuttavia, è sempre bene tendere ad essi, non mollare mai, non arrendersi che ad oggi non sia ancora così. L’Avvento è un momento speciale di grazia per sintonizzarsi precisamente con lo spirito e l’ambiente di Nazareth. Cari sposi, ricordate che come sempre il primo interessato a tutto ciò è lo stesso Gesù e che si è impegnato con la sua vita a darvi le grazie necessarie perché possiate crescere e assimilare la vostra relazione nuziale e la vostra vita famigliare a quella della Sua Santa Famiglia.

Padre Luca Frontali

Cristo, la vostra comfort-zone

Cari sposi,

tanto tempo fa ho trascorso un periodo di 3 anni in Messico, svolgendo un’attività pastorale con i giovani, ancora da seminarista e in preparazione al sacerdozio. In quel periodo non sono mai tornato a casa e mi tenevo spesso in contatto con la famiglia per telefono o mail. Per me sono stati anni lunghissimi, in cui la nostalgia si è fatta sentire parecchio. Finito quel tempo, ricordo con esattezza il viaggio a casa, la smania di prendere l’aereo, il conto alla rovescia per riabbracciare i miei cari. Tanto per dire, conservo ancora il biglietto d’aereo Città del Messico-Roma!

Il Vangelo di oggi è un po’ così, perché inizia con un riferimento a Isaia, un passaggio gravido di significato. Difatti, i capitoli dal 40 al 55 sono un tutt’uno ed hanno un messaggio profetico ben preciso: “stiamo per tornare tutti a casa, a Gerusalemme”. Sta parlando a nome di tutti una singola persona di cui non sappiamo il nome, ma solo che si rifà al modo di profetare di Isaia stesso (alla faccia del Copyright). Il momento storico è il 538, a Babilonia, quasi 70 anni dopo il tragico esilio e di lì a poco, Ciro, re dei Persiani, concesse a tutti gli Ebrei di tornare nella loro patria. Si spiega allora il clima di grande gioia, speranza e consolazione che pervade sia la prima che la seconda lettura: “A casa! Si torna a casa, la prigionia, l’esilio, la lontananza dalla nostra terra è finita!”

Un ebreo non poteva non commuoversi con questi ricordi, sebbene non li avesse vissuti in prima persona, talmente forte era quell’esperienza da formar parte per sempre della memoria collettiva e della mentalità diffusa del popolo. Come mai allora Giovanni è così duro? Perché bastona a destra e a manca? Non è forse il momento di gioie e far festa? Occhio, Giovanni sa che il suo momento è arrivato, che la sua missione sta per finire perché il Figlio di Dio è ormai prossimo a rivelarsi. Da qui, l’ultimo monito, il più forte e dirompente: convertitevi. Non è che si sono sbagliati quelli della CEI a mettere questo brano qui e non in Quaresima? Il fatto è che sia quei signori là, ma anche io, noi, tendiamo a cercare istintivamente la comfort zone, una situazione che ci infonde certezza, sicurezza, agio. Non sto demonizzandola, semplicemente che nella fede questo può portare lontano da Cristo, può trasformarci addirittura in atei verniciati di credenti.

Una coppia cristiana può vivere in apparenza vicina al Signore, ma quanto sa di essere in un legame dipendente da Lui? Quanto cerca un rapporto vivo con Gesù? Lo sappiamo bene, possiamo fare della fede il kit di pronto soccorso non appena un figlio, un genitore o la nostra salute si mettono male… è lì che picchia duro il Battista. Non facciamo di Cristo un satellite che ogni tanto ci gira attorno ma viviamo con Lui ogni giorno, in una relazione vitale di amicizia, fatta di dialogo, di offerta, di supplica, di condivisione… Cari sposi, credo proprio che lo spirito di questa domenica di Avvento si possa riassumere bene in quell’espressione di Amoris Laetitia: “concentrarsi in Cristo” (AL 317). Mettete Cristo al centro del vostro rapporto di amore, fatelo partecipe assieme, di modo che anche quella speranza, letizia e consolazione di cui abbiamo parlato, faccia parte dei vostri cuori. Concludo con un brano celeberrimo di S. Anselmo di Aosta (1033-1109), un bell’esempio di come porsi davanti a Cristo in questo tempo di preparazione al Natale:

Guarda, Signore, esaudiscici, illuminaci, mostrati a noi. Ridònati a noi, perché ne abbiamo bene: senza di te stiamo tanto male. Abbi pietà delle nostre fatiche, dei nostri sforzi verso di te: non valiamo nulla senza te. Insegnami a cercarti e mostrati quando ti cerco: non posso cercarti se tu non mi insegni, né trovarti se non ti mostri. Che io ti cerchi desiderandoti e ti desideri cercandoti, che io ti trovi amandoti e ti ami trovandoti” (Proslògion, Cap. 1, 100).

ANTONIO E LUISA

Io me lo chiedo spesso. Che rapporto ho con Gesù? Come è la mia fede? E’ forte o è debole? E’ una casa costruita sulla roccia oppure è una capanna senza fondamenta pronta a sfaldarsi ai primi venti? Io ho paura, lo ammetto. Ho paura di essere tutto fumo e poco arrosto. Per questo guardo ai santi. In particolare Luisa ed io ci affidiamo a Chiara Corbella. Lei, una giovane moglie e mamma, ci ha mostrato la strada. Ci ha fatto vedere che si può affidarsi fino alla fine al Signore. Ci ha mostrato anche come si fa: è necessario nutrire sempre la nostra relazione con Gesù. Sono convinto che lei è riuscita a vivere come ha vissuto perchè si è preparata. Si è preparata crescendo nell’intimità con Gesù. Lei ed il marito Enrico hanno sempre messo Gesù al centro della vita e del matrimonio. Certe scelte, prese nella difficoltà e nella sofferenza, non nascono dal nulla ma vanno preparate prima. Come fai nella difficoltà ad affidarti ad una persona che non conosci e con la quale non hai maturato una vera amicizia e una fiducia incondizionata? Quindi approfittiamo di questo avvento per prepararci sempre meglio ad affrontare ogni cosa bella o brutta con Gesù accanto.

Occhi nuovi per scoprirTi in mezzo a noi

Cari sposi,

ci siamo, è arrivato di nuovo l’Avvento. In un batter d’occhio è iniziato il “rush” finale di questo 2022 e sembra quasi udire ancora Lucio Dalla cantare “L’anno che verrà”. La liturgia della Parola di oggi ci mette davanti a due grandi movimenti: uno più dinamico, il mettersi in viaggio verso una mèta e uno più statico, il preparare sé stessi a un incontro.

Nel primo caso, si tratta del pellegrinaggio per eccellenza, gli Shalosh Regalim che ogni pio ebreo, fino ai tempi di Gesù, era invitato a fare 3 volte all’anno a Gerusalemme. Nel secondo caso, siamo noi a dover cambiare noi stessi per essere pronti ad accogliere un Ospite unico e particolarissimo. Due moti che in definitiva convergono nel viaggio interiore, nel “in te ipsum redi” di Sant’Agostino (De vera religione, XXXIX, 72). I percorsi spirituali di guarigione e di trasformazione non sono meno impegnativi di pellegrinaggi e spostamenti chilometrici, ce lo insegnano tanti santi quali appunto Sant’Agostino, Sant’Ignazio, San Charles de Foucauld…

Tutti questi movimenti coincidono appunto in un viaggio che nel fondo è la ricerca del Volto di una Persona. Sia l’andare che l’accogliere cercano proprio di trovare e incontrare Qualcuno. La domanda ora è se vediamo così il Natale, se in esso c’è l’anelito verso l’abbraccio con il Signore o solo una ricorrenza importante da celebrare, che nel fondo non mi cambia la vita. Come sposi, il Natale vi ricorda che è Cristo da cercare assieme. Voi sposi siete invitati a unirvi in questo sforzo di vigilanza reciproca per andare in coppia incontro a Cristo che già viene a cercarvi. Mi piace offrirvi, per la vostra meditazione, questo testo di Papa Francesco:

“Questo è vegliare! Il sonno da cui dobbiamo svegliarci è costituito dall’indifferenza, dalla vanità, dall’incapacità di instaurare rapporti genuinamente umani, dell’incapacità di farsi carico del fratello solo, abbandonato o malato. L’attesa di Gesù che viene si deve tradurre, dunque, in un impegno di vigilanza. Si tratta anzitutto di meravigliarsi davanti all’azione di Dio, alle sue sorprese, e di dare a Lui il primato. Vigilanza significa anche, concretamente, essere attenti al nostro prossimo in difficoltà, lasciarsi interpellare dalle sue necessità, senza aspettare che lui o lei ci chiedano aiuto, ma imparare a prevenire, ad anticipare, come fa sempre Dio con noi” (Angelus, 1° dicembre 2019).

Quanti spunti concreti vi pone tale riflessione! Accogliere Gesù anzitutto nel coniuge, divenire più accoglienti nel rapporto con lui, porre attenzione alle parole, i gesti, venire incontro alle difficoltà. Il Signore vi invita in definitiva a iniziare proprio da lì la vostra preparazione di Avvento. Vi invito quindi ad approfittare di questo tempo forte di grazia, per ottenere da Gesù la grazia di avere occhi nuovi, uno sguardo diverso sul coniuge, tale da saper cogliere in lui e nella vostra coppia la presenza del Risorto, dell’Emmanuele, il “Dio con voi”.

ANTONIO E LUISA

Il matrimonio è quella palestra che non ti permette di fare troppa filosofia nella vita. Il matrimonio non permette di avere una fede astratta ma ti riporta continuamente alla concretezza della carne, la carne della persona che Dio stesso ti ha posto accanto il giorno delle nozze. Ecco in questo Avvento cerchiamo di fare due semplici “esercizi”. Trsformiamo la nostra preghiera in gesti concreti per nostro marito o nostra moglie. Gesti di tenerezza, di servizio, di ascolto. E poi troviamo almeno pochi minuti ogni giorno per guardarci e per riscoprire di nuovo, nella contemplazione reciproca, quanto siamo belli, perchè cari sposi noi siamo tutti una meraviglia, dobbiamo solo riscoprirlo.

Coppia, va’ e ripara la mia Chiesa

Cari sposi,

siamo alle porte dell’Avvento, tempo di attesa e di preparazione per la Solennità della nascita di Gesù. Il Vangelo di domani è tutto proiettato sulla vigilanza dell’arrivo del Figlio dell’uomo e, in definitiva, su come stiamo spendendo questa nostra breve e fugace vita.

Mi piacerebbe soffermarmi un attimo con voi su un aspetto per noi drammaticamente urgente e importante. Chi più e chi meno, vi state rendendo conto di come la nostra fede stia soffrendo un fenomeno di ritirata generale. Ovunque vi giriate, movimenti, associazioni, parrocchie, seminari… ovunque, troverete i segni della decadenza: meno fedeli a Messa, meno vocazioni, meno offerte a cui corrispondono più scandali mediatici contro la Chiesa, più segni di aderenza ad altre religioni, più intolleranze al crocefisso, ecc. Non sono disfattista, tuttavia questi segni si susseguono oramai con un ritmo tambureggiante ed è cieco chi non se ne rende conto.

Tuttavia, voi coppie avete il segreto per donare vita e speranza proprio a questa Chiesa oramai giunta alla terza età. Infatti, coppie come voi, all’inizio dell’era cristiana e spesso in mezzo a persecuzioni, hanno cominciato a vivere la fede in casa, a trasmetterla a vicini, a dare semplice testimonianza… e a poco a poco, come il lievito che fa aumentare l’impasto, hanno cambiato il mondo pagano in una società sempre più cristiana. Voi siete di nuovo la speranza! Non ci saranno congregazioni religiose a salvarci, come in passato (Francescani, Gesuiti…), non saranno la santità dei sacerdoti e delle suore a cambiare radicalmente la rotta, benché questo certamente sia indispensabile! Il peso specifico della Chiesa è dato da voi sposi, che con il dono del matrimonio, avete la grazia di generare figli di Dio e di creare relazioni belle, autentiche, sane tra famiglie. Questo è l’humus da cui germoglia la Chiesa!

Cosa può impedirvi di fare tutto ciò? Forse un senso di inadeguatezza, il sentirvi indegni per sbagli o difetti, la pigrizia di fare qualcosa di nuovo. Nel Vangelo di domani si legge: “mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti” (Mt 24, 38). Quante coppie credenti mangiano, bevono… cioè, vanno a Messa, pregano, sono fondamentalmente bravi nella loro vita ordinaria… ma non si rendono conto che questo modello di Chiesa sta affondando sotto i colpi di una società secolarizzata e laicista che ha piazzato esplosivi proprio nei suoi punti nevralgici (vita, famiglia, educazione…)!

Care coppie, questo Avvento 2022 è unico e distinto. Non è uguale a quello degli anni passati, nel senso che il Signore ci chiede una nuova vigilanza, una nuova cura e attenzione. Difatti, Gesù sta chiedendo sempre più a voi coppie: “va’ e ripara la mia chiesa”, come lo disse 8 secoli fa a San Francesco. Riparare la Chiesa vuol dire dare vita alla vostra chiesa domestica (Amoris Laetitia 67), cioè vivere consapevolmente con Gesù Risorto che abita nella vostra relazione di amore e che tramite voi vuole donarsi ad altri. Cari sposi, oramai al termine di questo anno chiedetevi: siamo consapevoli siamo di essere Presenza viva del Signore? Quanto contempliamo e lodiamo tanta bellezza che è in noi? Cerchiamo di nutrire la nostra spiritualità nuziale? Ci sforziamo di accogliere altri per donare anche a loro tanta grazia e bellezza?

Andiamo quindi con gioia incontro a Gesù, l’Emmanuele, il Dio-con-noi, che ancora una volta vuole entrare nella nostra casa e diventare nostro commensale per condividerci la sua vita e la sua gloria.

padre Luca Frontali

“O Signore nostro Dio, incoronali di gloria e di onore”

Cari sposi,

il vangelo di oggi ci riporta sul Golgota e ci pone ancora una volta ai piedi della croce sulla quale Gesù sta donando la vita per ciascuno di noi. A nostro fianco ci sono Maria, Sua Madre, la Maddalena e Giovanni. Assistiamo sgomenti, esterrefatti, paralizzati da tanto dolore e sofferenza proprio in Colui che ci ha amati dall’eternità ed è lì non è per sé stesso ma per noi. Vorrei focalizzarmi su una semplice frase del Vangelo che contiene un senso immenso per ogni credente ma in modo particolare per voi sposi ed è: “Se tu sei il Re dei Giudei, salva te stesso!”. Gesù stavolta non risponde non tanto perché non potesse – e sappiamo la sofferenza indicibile di un crocefisso di trovare il fiato anche solo per dire una parola – quanto perché non c’era bisogno: il Suo restare lì era già la risposta più esauriente. Proprio perché Gesù rimane sulla Croce dimostra che è il Figlio di Dio. Come mai sto dicendo questo? Se c’è uno che poteva evitare o almeno alleviare il dolore era proprio Gesù, il Dio fatto uomo, contava infatti su tutta la sua Onnipotenza per farlo, eppure non ha voluto. In effetti, l’amore di Cristo è stato talmente grande da restare, da rimanere in Croce per tre ore e infine da morire su di essa, consapevolmente e liberamente.

Questo rivela che solo chi sa possedersi, chi è padrone di sé, chi sa cosa vuole fare della sua vita, può amare davvero, può donarsi agli altri, può decidere come esprimere questo amore. Qui stiamo balbettando qualcosa sulla regalità di Cristo, una condizione che Lui ha regalato a ciascuno di noi a partire dal Battesimo e in voi sposi è stata rafforzata nel Matrimonio. Mi è molto piaciuta la sottolineatura che i nostri fratelli orientali fanno del matrimonio. Al di là del fatto che è un’unione legale tra uomo e donna, esso significa il riconoscimento da parte della Chiesa dell’unione che Dio ha già operato nelle vite degli sposi. Vale a dire che è la loro partecipazione misteriosa, alla dimensione divina del Regno di Dio, in cui Cristo è unito per sempre alla Chiesa.

È proprio per questa partecipazione, come ha sottolineato il Concilio Vaticano II, che voi sposi appunto siete coinvolti in tale unione (Cfr. Lumen Gentium 11) e grazie ad essa Cristo vi dona un modo nuovo di essere re, sacerdoti e profeti. In particolar modo nelle nozze questo viene evidenziato dal rito dell’incoronazione quando il celebrante ponendo sui capi dei nubendi dice: “O Signore nostro Dio, incoronali di gloria e di onore”. La corona che idealmente ricevete nel matrimonio è segno di gloria e onore, due parole gravide di un senso cristiano estremamente profondo. La gloria e l’onore sono parole sinonime nel mondo biblico. Per Gesù non significano il successo di aver fatto tutto bene, di aver lavorato in modo efficace e redditizio, non consistono nell’aver aggiunto plusvalenza alla propria impresa o essersi fatto un nome in ambito lavorativo. La gloria e l’onore sono la fecondità spirituale derivante dal dono della propria vita e Gesù ambisce ad esse e ne fa dono a voi sposi grazie al sacramento. Quanto onore e gloria ha ricevuto Gesù da quell’infamante morte in croce! Parimenti, quanto onore e gloria vi donate vicendevolmente ogni volta che decidete di amarvi con un amore oblativo come quello di Gesù!

L’onore e la gloria di Gesù derivano dall’appartenere al Padre, dalla sua dignità assoluta di Figlio amato ed Egli non vede l’ora che anche voi sposi ne siate pienamente consapevoli. Siete re, cari sposi, quando vi trattate come figli amati del Padre, quando i vostri gesti sono il riflesso della certezza di essere un riflesso per l’altro di un Amore superiore. Così, da quel momento voi avete una capacità di amare che attinge direttamente dal Cuore stesso di Gesù sulla Croce, in grado di diventare un dono reciproco per l’altro, anche quando la sensibilità è totalmente contraria e avversa. Perciò il dono regale nel matrimonio si manifesta nell’autocontrollo e nella vittoria sul peccato per dominare voi stessi e diventare dono a vicenda e per i vostri figli. Re e regine allo stile di Gesù nel donarvi intenzionalmente e deliberatamente lo stesso onore e la stessa gloria che ardeva nel Suo Cuore.

Per concludere, vi condivido che mi ha colpito il fatto che l’Esortazione apostolica Familiaris Consortio di san Giovanni Paolo II è stata firmata proprio il giorno di Cristo Re del lontano 1981. Lo interpreto come un segno che il suo insegnamento si possa considerare come un grande approfondimento dei tre doni battesimali (re, sacerdote e profeta) che in voi sposi sono vissuti e interpretati in modo originale. Per questo vorrei finire questa mia riflessione con l’ultimo paragrafo:

Cristo Signore, Re dell’universo, Re delle famiglie, sia presente, come a Cana, in ogni focolare cristiano a donare luce, gioia, serenità, fortezza. A Lui, nel giorno solenne dedicato alla sua Regalità, chiedo che ogni famiglia sappia generosamente portare il suo originale contributo all’avvento nel mondo del suo Regno, «Regno di verità e di vita, di santità e di pace, verso il quale è in cammino la storia” (Familiaris Consortio, 86).

ANTONIO E LUISA

Non voglio aggiungere molto alle parole di padre Luca che sono già così belle ed intense. Vorrei solo testimoniare cosa significa per me essere re nel matrimonio. E’ qualcosa che non ho compreso subito ma mi è servita tanto la relazione con Luisa. Essere re non ha nulla a che fare con il possedere Luisa, con assoggettarla ai miei desideri e al mio modo di pensare. Nulla di tutto questo. E badate che non è scontato capirlo. Tanti matrimoni falliscono proprio perchè l’altro non è come vorremmo che fosse. Attenzione. Io ho scoperto il mio essere re nel momento in cui ho deciso di abbandonarmi all’amore. Quando ho combattuto il mio egoismo e mi sono messo al servizio dell’amore, al servizio quindi di Luisa. Certo sbagliando ancora tantissime volte ma adesso so quello che voglio. Essere re significa avere lo sguardo di Gesù che è lì sulla croce e non pensa a sè stesso ma alle persone che ha accanto. Pensa a Maria e Giovanni affidandoli uno all’altra e pensa al buon ladrone. E’ quello sguardo che manifesta la sua regalità. E noi? Siamo capaci di quello sguardo?

Assicura la tua casa

Cari sposi,

di recente conversando a cena con una coppia giovane, ho fatto una domanda provocatoria: “quando è stata la volta che lui ti ha deluso?” Al che si sono guardati intensamente ma non riuscivano a proferir parola. Ecco a voi una coppia ancora nel bel mezzo della favola dei primordi. Gli apostoli stanno decantando al Maestro gli splendori del Tempio di Gerusalemme (come se non ne conoscesse fino all’ultimo ogni granello di polvere…). Ed in effetti un po’ di ragione per essere orgogliosi del loro centro spirituale gli apostoli ce l’avevano. Il Tempio di cui parla il Vangelo era il cuore della vita religiosa e politica degli Ebrei. Non esiste per noi cristiani nulla che ci faccia accostare tale edificio a qualcosa di nostro, non regge nemmeno il paragone con San Pietro perché da come leggiamo nel libro dell’Esodo (cfr. Es 35, 34-35) il Signore abita la parte più interna, “poggia i suoi piedi” sul coperchio dell’Arca dell’Alleanza. Forse, per farcene un’idea, immaginate con quale fede e sacralità visiteremmo l’unica chiesa al mondo contenente l’Eucarestia! Questo per far capire la fierezza e considerazione di ogni un pio israelita al pensare al suo grande e maestoso luogo di culto. Ebbene, quel tempio costruito già dopo il ritorno dall’esilio di Babilonia e sontuosamente ampliato dal re Erode nel 64 a.C., fu totalmente distrutto per volere dell’imperatore romano Tito nel 70 d.C. e da allora non rimase che solo un muro di contenimento, ad oggi comunemente chiamato “muro del pianto”.

Un bel paragone della vita di coppia! Si inizia con tanto fervore e gioia per poi scivolare nella crisi o in un grigiore apatico. Oppure fino alla distruzione di tutto. Ma che è successo a quel tempio di cui si parla nel Vangelo? È stato demolito per sempre per mano delle Legioni romane? Sì ma solo in apparenza, perché il tempio non era fatto solo di pietre, per quanto ben squadrate, intagliate e sapientemente assemblate tra loro, ma poggiava in realtà su Cristo. Il cuore del Tempio, sia quello ebraico, come le nostre chiese, hanno al loro centro la Presenza di Dio. Possono venire rase al suolo ma Cristo rimane e rimarrà sempre la pietra d’angolo, il pilastro inamovibile che nessuna mano d’uomo potrà scalfire. Dice in modo solenne il Concilio Vaticano II che voi sposi “partecipate e significate il mistero di unità e di fecondo amore che intercorre tra Cristo e la Chiesa” (Lumen Gentium 11). Essere parte e contenere il significato di un Amore così grande è senza dubbio la roccia incrollabile che tiene in piedi il vostro edificio spirituale che è appunto il matrimonio.

Ecco allora che voi coppie siete chiamate a costruire il vostro edificio su questo caposaldo. Lunedì con Antonio e Livia si è tenuta la consueta serata di Matrimonio Cristiano, stavolta in compagnia di Alessandra Lucca. Tra le tante cose dette, una cade proprio a fagiolo. Alessandra ha testimoniato come nella sua vita di coppia ci sono stati tanti crolli ma sotto lei e Francesco c’erano solide fondamenta – Cristo appunto – di modo che un crollo, dicasi delusione, amarezza, insoddisfazione, tribolazione, prova… non possono mettere la parola fine a una coppia, a una famiglia. Cari sposi, Gesù nel Vangelo in definitiva vuole darvi tanta speranza e sicurezza che avendo Lui al centro della relazione potete affrontare tutte le situazioni negative elencate ma restare saldi.

ANTONIO E LUISA

In questo caso non posso che raccontare come io abbia visto tutto quello raccontato da padre Luca concretizzato nella mia vita. Come ho già testimoniato tante volte, i primi anni di matrimonio non sono stati per noi facili. Luisa non ha dovito solo occuparsi di due bambini piccoli (all’epoca ne avevamo due) ma anche della mia negatività. Ha dovuto sopportare anche il mio malessere. Mi sentivo stretto in quella vita carica di responsabilità, di stress e di impegni, e riversavo su di lei tutta la mia frustrazione. Quando nei vari incontri tiriamo fuori questa storia le viene immancabilmente chiesto perchè non ha messo in discussione la nostra relazione. Lei risponde con un’affermazione tanto semplice quanto disarmante: sapevo che la mia vita me la giocavo nel matrimonio. Non ho mai messo in discussione Antonio e lui non ha mai messo in discussione me. Avevamo entrambi la consapevolezza che la soluzione andava cercata nella coppia perchè lì c’era Gesù e non fuori da essa. L’abbandono ci avrebbe reso solo più deboli e fragili.

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Saremo giudicati sull’amore

Cari sposi,

siamo ormai in dirittura d’arrivo nell’anno liturgico, fra una settimana celebreremo la Solennità di Cristo Re dell’Universo. Se l’anno liturgico rispecchia l’iter della vita cristiana, allora tale ricorrenza ci ricorda che un giorno saremo tutti giudicati da Gesù, come ci ricorda il Simbolo di fede che professiamo ogni domenica. Quando eravamo a scuola, prima degli esami o interrogazioni, si usava prepararsi assieme tra compagni tentando di indovinare il tipo di domande, gli argomenti, gli eventuali trabocchetti dei prof, ecc. Qui non c’è nulla di tutto ciò, non serve, praticamente inutile perché la domanda già la sappiamo da molto tempo: l’esame a cui ci sottoporrà il Signore sarà sull’amore, sulla carità evangelica di cui Lui ci ha dato somma testimonianza. Ci sono due grandi punti di riferimento per “snocciolare” la carità che ci chiede Gesù, al contrario rimarremmo tutti con dei bei propositi ma non riusciremmo a scendere sul concreto.

Anzitutto c’è l’Inno alla carità di San Paolo (cfr. 1Cor 1, 4-7) e poi il Vangelo del Giudizio di Matteo 25. Nel primo caso vediamo che esso è stato esemplarmente commentato da Papa Francesco in Amoris Laetitia, specificamente nel Cap. IV, rappresentando il cuore di tutta l’esortazione apostolica. Come in un poliedro dai numerosi lati, ora enumero le grandi qualità della carità che Gesù per primo ha vissuto nei nostri confronti. Anzitutto nella Lettera di San Paolo troviamo che la carità ha tante implicanze: la pazienza, la benevolenza, l’umiltà, l’amabilità, la generosità, il perdono, il rallegrarsi per il bene altrui, la fiducia, la sopportazione; mentre nel Vangelo di Matteo, la carità soddisfa e parte dai bisogni primari come la fame, la sete, il coprirsi dal freddo, l’accoglienza, la vicinanza nelle difficoltà… entrambi i testi mostrano una carità molto concreta e al tempo stesso profonda, elevata, spirituale.

Penso sia per voi importante chiedervi spesso, fare un bell’esame di coscienza con l’aiuto dello Spirito Santo, su come state amando il coniuge, se vi ritrovate in queste caratteristiche o piuttosto la routine, la fretta, le distrazioni stanno opacando la qualità del vostro amore. Da osservatore esterno di tante coppie, penso proprio a quante occasioni vi offre la vita di coppia per praticare la carità! La vita coniugale è una palestra dalle mille sfaccettature per amare come Gesù ci ha amati. Ritengo che sia proprio bello per voi sposi sapere di poter seguire Gesù così da vicino, le occasioni davvero non vi mancano se le sapete vivere con il cuore, consapevolmente e con la giusta intenzione. Per chi volesse contemplare ancora più da vicino ogni singola caratteristica della carità sponsale vi invito a seguire le catechesi di Don Renzo Bonetti proprio a questo riguardo.

Cari sposi, vorrei davvero esprimervi tutta la mia stima e ammirazione per provarci e riprovarci ogni giorno a incarnare questo modo di amare, consapevole di quanta pazienza e sforzo richieda, in mezzo alle vostre mille occupazioni e preoccupazioni. Ma anche certo dei frutti eccellenti che può dare nella vostra relazione, nella vostra famiglia e attorno a voi.

Padre Luca Frontali

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Appartenere è più che possedere

Cari sposi,

abbiamo appena celebrato i Santi e i fedeli defunti, quindi lo sguardo adesso è rivolto al cielo, al Dopo. Abbiamo sentito nel prefazio della Messa la celebre frase: “Vita mutatur non tollitur”, la vita non è tolta ma mutata. Questo vale anche per la vita degli sposi, difatti nella vita eterna la loro relazione coniugale non è tolta, stroncata, scissa ma semplicemente nuova nella modalità di espressione. In che senso? Nel senso in cui Gesù si è espresso rispetto alla novità che Lui stava portando nel mondo. Quando Lui ha detto che non veniva a togliere nemmeno una virgola alla Legge e ai Profeti ma solo a dare compimento, a condurre al loro vero senso (cfr. Mt 5, 17) può applicarsi anche, servatis servandis, all’amore nuziale. Cosicché l’amore coniugale di ogni singola coppia, nella Comunione con Dio, è elevato alla sua migliore espressione, a diventare quello che è chiamato ad essere.

Qui è bene non rendere terrena la vita eterna, infatti “le cose che occhio non vide, e che orecchio non udì, e che mai salirono nel cuore dell’uomo sono quelle che Dio ha preparate per coloro che lo amano” (1 Cor 2, 9). Quello che possiamo dire è che l’amore coniugale in Cristo arriverà alla massima capacità di una creatura umana. Vorrei lasciare la parola al Card. Raniero Cantalamessa che spiega egregiamente questo passaggio:

È possibile che due sposi, dopo una vita che li ha associati a Dio nel miracolo della creazione, nella vita eterna non abbiamo più niente in comune, come se tutto fosse dimenticato, perduto? Non sarebbe questo in contrasto con la parola di Cristo che non si deve dividere ciò che Dio ha unito? Se Dio li ha uniti sulla terra, come potrebbe dividerli in cielo? Può tutta una vita insieme finire nel nulla senza che si smentisca il senso stesso della vita di quaggiù che è di preparare l’avvento del regno, i cieli nuovi e la terra nuova?” (Intervista Zenit, 9 novembre 2007).

Ma in definitiva due sposi in Cielo che faranno? Mi sa che alcuni non siete del tutto convinti di quello che scrivo. Qui ci vuole sapienza e contemplazione per entrare in un’altra dimensione che non è più quella spazio-temporale, abbiamo bisogno dello Spirito per cogliere la novità che Cristo ha preparato per ciascuno di noi, in particolare gli sposi. Credo che una via che può gettare grande luce stia nel vedere la differenza di linguaggio che adottano i sadducei e quella di Gesù nella sua risposta. Mentre i primi utilizzano espressioni come “avere moglie, prendere moglie…”, Gesù va oltre tale concezione possessiva, difatti siamo sempre tentati di trasferire in Cielo le nostre sicurezze e i nostri diritti di proprietà. Come qui vogliamo la nostra moglie/marito, i nostri figli e tutto quello che pensiamo di aver conquistato solo per noi, di là non avrà più senso, perché non esisterà più il mio e il tuo, ma tutti saremo in Cristo. È semplicemente meraviglioso notare come Gesù si riferisca a suo Padre, come il Dio di qualcuno, è un Dio che si lega personalmente ad ognuno di noi, è un Dio che ci appartiene. Ma ci pensate quanto è bello questo!!! Non è possesso ma è una relazione di reciprocità che si vive nell’amore e nella libertà. Come non vedere in questo un riflesso genuino della Trinità stessa!

C’è un fatto avvenuto nella vita Santa Teresa di Avila, proprio nel monastero dell’Incarnazione. Lei stava scendendo le scale e vi trovò un bel bambino che le sorrideva. Teresa, sorpresa nel vedere un bambino all’interno della clausura, gli chiese: “E tu chi sei?”, al che il bambino rispose con un’altra domanda: “E chi sei tu?”. La Madre disse: “Io sono Teresa di Gesù”. Il bambino, con un sorriso ampio e luminoso, le disse; “Io sono Gesù di Teresa”. Il nostro Dio vuole unirsi a noi per sempre rispettando immensamente la nostra libertà. È questo il vero fondamento del matrimonio cristiano, per questo Lui vi concede il sacramento, perché siate specchio di questo modo di amare, di una piena appartenenza che a un tempo rispetta l’unicità dell’altro. Quando sarà Cristo stesso il nostro vero legame e vincolo, quando Cristo sarà unito pienamente a ciascuno di noi in Cielo allora saremo effettivamente e pienamente uniti gli uni agli altri. E laddove c’è stata una vera unione matrimoniale, sarà Cristo a rendere compiuto e sublime l’amore che adesso sperimentate con i limiti propri della vita presente. Cari sposi, in definitiva il vangelo di oggi ci insegna quanto è importante guardare non tanto alla fine della vostra vita di coppia quanto piuttosto al fine, all’obiettivo che Cristo vuole che raggiungiate assieme: la piena comunione in Lui, in modo che siate davvero uniti per l’eternità.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca ci ha offerto una riflessione meravigliosa. Io non ho le sue conoscenze teologiche però ho una certa esperienza di matrimonio. Ormai sono sposato con Luisa da vent’anni e credo di avere capito una cosa. Non con la testa ma con il cuore. E’ una consapevolezza che si è fatta sempre più chiara e nitida. Gesù non è geloso. Quando saremo nella vita eterna non avrà più senso un matrimonio. Il matrimonio è un modo che Dio ci offre per amarLo con la mediazione di un’altra persona. Detto in altre parole, nel dono che io faccio di me stesso a Luisa sto amando sicuramente lei ma sto amando anche Dio, ricambiando il Suo amore gratuito e che è all’origine di tutto. Quando saremo nella vita eterna, sempre che riusciremo a raggiungere il paradiso, saremo immersi in quell’amore infinito e la nostra gioia sarà nell’avere accanto quell’uomo o quella donna con cui abbiamo condiviso tutto nella nostra vita. Non ci sarà più il matrimonio ma ci porteremo tutto l’amore che ci siamo scambiati. Tutti i gesti di tenerezza, di cura, di intimità, di perdono, di ascolto, di presenza, di condivisione di gioie e dolori, tutte queste esperienze restano impresse in modo indelebile nel mio cuore. Il giorno della mia morte lascerò tutto qui in questa vita. Nella mia valigia porterò solo il mio cuore, l’amore dato e ricevuto e lei ne è parte integrante. Sono sicuro che il giorno del nostro matrimonio, il 29 giugno 2002, è iniziata una relazione che durerà per sempre.

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Che pranzone!

Cari sposi,

quali sono stati i pranzi che più ricordate nella vostra vita? Occasioni speciali in cui, oltre a mangiare bene, avete vissuto momenti particolari a tavola: un incontro tanto desiderato con qualcuno, una bella notizia condivisa in un contesto peculiare, un ritrovo dopo una lunga attesa…

Oggi celebriamo nella liturgia qualcosa del genere, un convivio passato alla storia. Sì, perché Zaccheo non se l’è più scordato quanto accaduto mentre sgranocchiavano un succulento agnello arrostito annaffiato da un rosso del Golan o forse degustando un buon charoset… Quanto ci piacerebbe essere stati pure noi loro commensali – non solo per il cibo – e aver colto con quanto amore Gesù ha trattato quell’uomo, meritatamente ritenuto, la feccia di Gerico! Sono stati i gesti, gli sguardi, le parole di Cristo ad aver rivoltato con un calzino un vero e proprio ladro di professione, uno attaccato ai soldi, incurante ormai delle mille maledizioni di cui è stato subissato nelle sue ordinarie truffe ai danni dei suoi compaesani. Gesù ha riportato in vita un cuore indurito e una coscienza annebbiata dalla cupidigia.

Cristo compie tutto ciò mentre sta passando da Gerico, per chi vi è andato in pellegrinaggio sa che siamo all’inizio della lunga salita che porta a Gerusalemme, difatti questo brano chiude la seconda parte del Vangelo di Luca e subito dopo inizia la terza e ultima, perché Gesù poi entrerà a Gerusalemme per portare a culmine la sua missione. Come vedete, c’è un parallelo con il tempo che viviamo, anche noi infatti siamo nei pressi del “capodanno” liturgico. Manca poco a Cristo Re, fine dell’anno C e con l’Avvento si volta pagina. Novembre non è proprio un mese che ci ispiri un senso di fine eppure la liturgia sì, tutto quanto ci sta ispirando da settimane grazie al Vangelo di Luca è appunto il richiamo ad affrettare la nostra conversione perché il Re, il Maestro, il Signore della Storia è alle porte che ci chiama per nome.

Come invita Gesù alla conversione? Non usa metodi polizieschi, non lampade puntate in faccia o dure reprimende in pubblico. La prima lettura è di una delicatezza estrema: “tu correggi a poco a poco quelli che sbagliano” e ancora “chiudi gli occhi sui peccati degli uomini, aspettando il loro pentimento”. Tutto questo di fatto Gesù lo ha mostrato a Zaccheo e questi ha accolto la chiamata di Gesù a cambiare vita. Come esiste una conversione personale, vi è parimenti una conversione di coppia, cioè un accogliere Cristo in casa, nella propria relazione, in ciò che di più intimo abbiamo. Facile è vivere la fede in parrocchia la domenica o ritrovandosi con i nostri “simili” nella fede. Se Cristo entra nella vostra casa, coppia e famiglia, allora è realmente un modo autentico di vivere la fede.

Gesù ha cercato Zaccheo ed egli è sceso dal sicomoro, il che mi fa domandare: “ma quante volte Lui mi ha cercato, mi ha chiamato e sono sceso dal mio sicomoro e l’ho fatto veramente entrare nella mia intimità? Oppure siamo rimasti a chiacchierare in maniera innocua sull’uscio di casa?” Fate entrare Cristo in mezzo a voi, fateLo sedere con voi a tavola, permetteteGli di entrare nella vostra camera da letto, che sia presente nei vostri rapporti in famiglia, con i parenti e Gesù ancora oggi farà nel vostro cuore quanto ha compiuto in Zaccheo: una trasformazione, una risurrezione. Care coppie, anche oggi Cristo passa dalla vostra Gerico, anche oggi si ferma sotto casa vostra e vi chiama con quegli accenti così delicati che ci ha tratteggiato la prima lettura. Sta a voi fare lo sforzo di scendere, di lasciarLo entrare nella vostra coppia e consentirGli di arricchire il vostro amore con il Suo per la Chiesa.

ANTONIO E LUISA

Ha ragione padre Luca. Non è successo anche a noi come a Zaccheo? Nella nostra vita accade qualcosa di meraviglioso che cambia tutto. Gesù, attraverso gli occhi di una persona, ti guarda e ti dice: sbrigati! Devo venire a casa tua. La casa, segno dell’intimità e della quotidianità. Quella persona è il tuo sposo, la tua sposa. Tu, profondamente indegno, accogli nella tua casa, nella tua vita, questa persona, e accogliendo lei accogli Cristo, che attraverso il sacramento del matrimonio viene ad abitare la tua unione d’amore. Lo sguardo d’amore di quella persona ti cambia dentro e accade qualcosa di incredibile. Tu, così debole e fragile, ti alzi in piedi (risorgi) e converti la tua vita. La salvezza entra nella tua vita grazie a Gesù e a quella persona, perchè nel matrimonio Gesù preferisce non manifestarsi direttamente a te, ma lo fa attraverso la persona che ti ha messo accanto.

Direzione spirituale ma in coppia

Cari sposi,

alzi la mano chi tra voi ha un direttore spirituale? Sono certo che la maggioranza che legge ne ha uno con cui si confronta periodicamente su aspetti importanti della propria vita. Vorrei con voi ricordare brevemente il senso e l’essenza della direzione spirituale in sé per poi spendere alcune parole su quella, cosa più rara ma altrettanto importante, di coppia. La direzione spirituale ha un’origine biblica e più specificamente evangelica. Lo stesso Gesù è stato un direttore spirituale ed Egli ha mandato gli apostoli, tra le altre cose, a fare anche direzione spirituale ossia ad essere a un tempo guide e compagni di viaggio dei fratelli e sorelle in cammino verso la santità. Che sia un elemento prezioso e indispensabile per crescere appunto nella sequela di Cristo lo ha sempre affermato il Magistero della Chiesa, come per esempio afferma San Giovanni Paolo II proprio scrivendo sulla condizione laicale:

Ora per poter scoprire la concreta volontà del Signore sulla nostra vita sono sempre indispensabili l’ascolto pronto e docile della parola di Dio e della Chiesa, la preghiera filiale e costante, il riferimento a una saggia e amorevole guida spirituale, la lettura nella fede dei doni e dei talenti ricevuti e nello stesso tempo delle diverse situazioni sociali e storiche entro cui si è inseriti” (Esortazione Apostolica Christifideles Laici, 58).

Ed è sempre Papa Wojtyła a sottolineare come i sacerdoti debbano essere pronti a diventare guide e padri dei fedeli laici, sebbene la direzione non sia preclusa alle religiose e ai laici stessi:

I sacerdoti, per parte loro, siano i primi a dedicare tempo ed energie a quest’opera di educazione e di aiuto spirituale personale: non si pentiranno mai di aver trascurato o messo in secondo piano tante altre cose, pure belle e utili, se questo era inevitabile per mantenere fede al loro ministero di collaboratori dello Spirito nell’illuminazione e nella guida dei chiamati” (Esortazione apostolica Pastores Dabo Vobis, 40).

Anche i santi sono unanimi sulla sua importanza, perciò riporto solo due battute, una di Santa Faustina Kowalska e l’altra di Santa Teresa D’Avila:

Oh! Che grazia grande è quella di avere un direttore spirituale! Si progredisce più in fretta nelle virtù, si conosce più chiaramente la volontà di Dio, la si adempie più fedelmente, si procede su una strada certa e sicura. Il direttore spirituale sa evitare gli scogli contro i quali essa potrebbe andare in frantumi. Iddio mi ha dato questa grazia piuttosto tardi, ma sono molto lieta vedendo come Iddio accondiscende ai desideri del direttore spirituale” (Suor Faustina Kowalska, La Misericordia Divina nella mia anima, pagg. 90-91).

E la grande santa spagnola sulla stesso piano afferma: “Ho sempre fatto di tutto per trovare chi mi illuminasse, e il Signore lo sa” (Santa Teresa D’Avila, Vita, cap. 10).

Per chi volesse approfondire il tema rimando calorosamente a una pagina in Internet dove in modo assai completo ma al tempo stesso schematico e riassuntivo, viene presentata la direzione spirituale. Tuttavia, ben poco si dice e si approfondisce sulla direzione spirituale alla coppia sposata! Non mi dilungo sulle cause piuttosto sull’importanza di avere, oltre a un padre spirituale personale, anche una figura con cui confrontarsi assieme sul proprio cammino coniugale. Perché è importante? Non sarà un vezzo, una sciccheria, una moda? Assolutamente no, perché voi coppie formate una nuova realtà, una nuova entità. Non siete la somma di due esistenze, non costituite un semplice aggregato, due persone che stanno assieme. Siete una sola carne, in voi è nata una piccola Chiesa domestica, per opera di una speciale effusione di Spirito Santo. Se da un lato il direttore spirituale personale aiuta il fedele a vivere in pienezza il suo Battesimo/Cresima, dall’altro quello di coppia tocca specificamente il cammino di crescita nel Matrimonio. Detto in modo ancor più chiaro e preciso la direzione spirituale di coppia deve facilitare la conformazione degli sposi al Mistero Grande (cfr. Ef 5, 32) a cui il sacramento li ha uniti e questo non lo può fare un coniuge da solo.

È evidente che con il padre spirituale personale si tocca anche tale dimensione coniugale, tuttavia, sarà sempre uno sguardo parziale finché non sarà presente anche l’altro coniuge. Difatti, con chi avete mai affrontato a fondo come vivere la preghiera in coppia? O aspetti di intimità? Oppure il discernimento su aprirsi a una nuova vita? Di certo l’avrete fatto individualmente con il proprio padre o madre spirituale ma poi a casa si deve fare i conti con l’altro/a…

Capite, care coppie, che non si può volare con una sola ala o respirare con un solo polmone? È necessario camminare in due per crescere assieme nella via di santità. Può essere che all’inizio i coniugi incontrino separatamente la persona che si sceglie e a poco a poco si giunga a un incontro condiviso. Parlatene, confrontatevi, proponetevelo e che lo Spirito susciti nei vostri cuori il santo anelito e il vivo desiderio di seguire mano nella mano con il coniuge il Signore Gesù che ogni giorno vi precede e vi accompagna nel vostro cammino di coppia.

PS: per chi volesse approfondire il tema, presso l’Ateneo Regina Apostolorum di Roma è iniziato da poco un corso per formare direttori spirituali di coppie. Si può seguirlo sia in presenza che on-line.

padre Luca Frontali

Prototipi

Cari sposi,

ma quanto è facile l’esegesi di questo Vangelo! Siamo tutti schierati con il povero pubblicano, mogio e avvilito, mentre deploriamo vivamente la boria del fariseo. Ma come sempre Gesù è fine e profondo quando ci parla e pure qui l’apparenza inganna assai. Partiamo dal fatto che i farisei erano un gruppo di persone davvero ben intenzionate nel seguire il Signore, al punto che si “separavano” dal mondo – questo vuol dire l’etimologia del nome – con non pochi sacrifici, per dedicarsi totalmente allo studio e alla pratica della Legge. Un’altra cosa poi è la devianza di pochi o molti di loro nell’ipocrisia. Ma di base c’è un atteggiamento estremamente positivo nel porsi davanti alla fede.

I pubblicani ahimè erano all’opposto. Ebrei che tradivano i loro correligionari e compatrioti, vendendosi ai Romani, pagani ed invasori, per aiutarli ad esigere le tasse. Cosa che facevano spesso in modo arbitrario, secondo il loro personale profitto. Se mai ci succedesse di dover consegnare le nostre tanto salate tasse brevi manu alla stessa persona, invece di eseguire un freddo bonifico, quale atteggiamento avremmo verso costui? Tuttavia, questi due poli, lontanissimi l’uno dall’altro, di fatto si trovano ora sullo stesso piano al momento di rivolgersi a Dio. E qui passiamo all’analogia con le coppie. Come potremmo proiettare i due personaggi nella vita matrimoniale?

Con le premesse poste sopra, il fariseo potrebbe stagliarsi su quella coppia assai impegnata, che si dona in parrocchia o in qualche movimento ma è protesa al fare, all’organizzare, alle attività, buone e sacrosante e disdegna in cuor suo chi non fa altrettanto, deplorando magari la pigrizia o inerzia di tanti cosiddetti buoni cristiani. Consapevole o no pensa di sé: “Siam poi una bella coppia? Andiamo poi bene?” Ma in genere costoro accettano mal volentieri percorsi di crescita, cammini in cui mettersi in gioco personalmente, misurarsi con nuove esperienze di fede, essendo tutte rinchiuse nella loro routine spirituale.

Il nostro amico pubblicano invece lo vedrei meglio rappresentato da quei coniugi che fanno una gran fatica ad andare avanti assieme. Si sforzano sì per vivere la fede, la preghiera e i sacramenti ed anche per collaborare in chiesa ma poi litigano aspramente, non si parlano o magari hanno avuto anche uno scivolone coniugale. Eppure, in fin dei conti, vogliono starci, non mollano, solo che provano un gran senso di indegnità e sfiducia quando si guardano attorno e ci comparano con chi è fedele.

Avrei potuto fare altri esempi ma credo proprio che il paragone regga. Come vedete nessuno dei due è perfetto ma nessuno dei due viene cacciato via dal Signore per quanto ha fatto. Né il fariseo che è comunque amato e accolto nonostante le reprimende del Maestro – vedi san Paolo -, né il pubblicano che è accolto alla sequela di Cristo, vedi san Matteo.

Allo stesso modo Gesù chiama voi care coppie, qualsiasi sia la vostra posizione nel “ranking” matrimoniale, a seguirLo, senza star lì a contemplare quanto siate vicini o lontani da Lui o più o meno fedeli. Per entrambi vale quanto ha detto Papa Francesco: “Dio ti cerca, anche se tu non lo cerchi. Dio ti ama, anche se tu ti sei dimenticato di Lui. Dio scorge in te una bellezza, anche se tu pensi di aver sperperato inutilmente tutti i tuoi talenti” (Udienza 16 gennaio 2019) e qui parliamo soprattutto del talento del sacramento.

Per concludere, quindi, vi invito ancora una volta a guardare a Cristo e a lasciarvi guardare da Lui. Il suo sguardo è ciò che ci dà vera pienezza, con i nostri occhi nei Suoi capiamo realmente chi siamo, quanto importanti valiamo e comprendiamo il senso e la direzione della nostra vita di coppia. In fin dei conti è quello Sguardo che conta di più, lo sanno bene il giovane ricco, Pietro, Paolo, Natanaele, la Maddalena, come anche i santi.

Per questo, mi piace chiudere con un estratto preso dalla “Offerta di me stessa come Vittima di Olocausto all’Amore Misericordioso del Buon Dio” scritto di suo pugno da Santa Teresa di Lisieux, una ragazza che aveva capito bene quanto era importante essere guardati da Cristo più che non da noi stessi o dagli altri:

Alla sera di questa vita, comparirò davanti a voi a mani vuote, perché non vi chiedo, Signore, di contare le mie opere. Tutte le nostre giustizie hanno macchie ai vostri occhi. Voglio dunque rivestirmi della vostra propria Giustizia e ricevere dal vostro Amore il possesso eterno di voi stesso. Non voglio altro Trono e altra Corona che voi, o mio Amato!”.

Senza nulla togliere al valore delle nostre opere, care coppie, è tuttavia prioritario che viviamo sempre rivolti al Signore e con il cuore aperto a vivere alla Sua Presenza.

ANTONIO E LUISA

Luisa ed io credo che possiamo inserirci tra quelle famiglie che padre Luca ha descritto come farisei. Abbiamo una bella relazione costruita nel tempo, abbiamo bene o male (Luisa bene io un po’ meno) una vita di fede e di preghiera, e cerchiamo di darci da fare. Questo però rischia di farci sentire “bravi”. Di per sè non c’è nulla di male nel sentirsi bravi, ma c’è una grande insidia: cominciare a pensare di non avere bisogno di Dio. Significa pensare di bastare a se stessi, e che grazie alla nostra bravura stiamo costruendo la nostra casa e la nostra famiglia. Questo è un peccato gravissimo che ci porta a disprezzare il prossimo e a considerare inutile l’amore di Dio. Pensiamo che Dio ci ami perchè siamo bravi e non perchè siamo miseri figli bisognosi di lui. Significa pensare di non avere bisogno della misericordia di Dio, della salvezza di Dio. Significa pensare che ci salviamo da soli. Mi è capitato di entrare in questa logica e inerosabilmente sono caduto. Alla prima difficoltà mi sono sciolto come neve al sole. Questa logica ti indurisce il cuore e ti porta a pretendere. Ti porta a pretendere l’amore di Dio, a pretendere la perfezione da parte del tuo coniuge e dei tuoi figli, ti porta ad essere spietato nel giudizio. Attenzione quindi.

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Stanchi di pregare? C’è un rimedio per voi!

Cari sposi,

il titolo sembra un annuncio pubblicitario da quattro soldi ma nel fondo è la pura verità. Quante volte in confessione ho sentito chiaramente la pesantezza di vivere la vita cristiana, sia personale che in coppia. La buona notizia è che il Signore ha una risposta per voi. Le letture di oggi vertono tutte sul grande tema della perseveranza nella preghiera e sono drammaticamente vere e attuali, in un contesto di guerra e instabilità come il nostro.

La prima lettura ci parla di una battaglia vinta a suon di intercessione e supplica da parte di Mosè e chi stava con lui. Siamo nel mese di ottobre e lo scorso 7 ottobre abbiamo commemorato la grande vittoria di Lepanto (7 ottobre 1571) in cui le sorti del Mediterraneo e di gran parte dell’Europa si sono giocate con i Rosari, sgranati da milioni di persone, ancor prima delle cannonate e archibugiate. È successo più volte nella storia e può succedere ancora!

Perché allora tutta questa stanchezza nel pregare? Ve lo siete mai chiesti? Se la preghiera è “uno slancio del cuore, un semplice sguardo gettato verso il cielo, un grido di gratitudine e di amore nella prova come nella gioia” (Santa Teresa di Gesù Bambino, Manoscritti autobiografici, C 25r) come mai proviamo stanchezza, reticenza o addirittura apatia nel farlo?

Probabilmente, e mi ci includo, è solo questione di pigrizia nuda e cruda. Oppure potrebbe essere che non sei stato esaudito nelle tue richieste e allora dici: “a che serve pregare ancora?”. Ma in definitiva se Gesù nel Vangelo ci dice di non stancarci nella preghiera è perché conosce bene il nostro cuore e chi dice preghiera nel fondo dice fede: Gesù parlando di preghiera nel fondo vuole arrivare alla fede, difatti è proprio questa la parola che conclude tutta la vicenda.

Vorrei spendere alcune semplici parole adesso sul perché pregare e come farlo in coppia. Anzitutto la preghiera può fare davvero la differenza nella vita. Se sei stanco di pregare perché non vedi i risultati tangibili chiediti se stai pregando come Lui vuole, cioè con purezza di intenzione o piuttosto secondo il tuo modo di vedere le cose. Metto un collegamento qui a una bellissima catechesi di Papa Benedetto che commenta la lotta di Giacobbe, narrata in Genesi 32, simbolo appunto di una preghiera che non trova risposta e pare finire nel nonsenso… ma in realtà non è tale agli occhi di Dio. Questo fatto indica chiaramente che non dobbiamo smettere mai di pregare! È veramente questione di vita o morte, essa è l’ossigeno della nostra anima, della vita cristiana. Se sei stanco di pregare, prega meglio, prega di più!

Ok, sì, ma come? Per prima cosa, voi coniugi siete chiamati a pregare in due, cioè a farvi forza a vicenda con e nella preghiera. La preghiera di coppia è un vestito su misura, dovete trovare il modo più confacente al vostro modo di essere, di vivere: Lodi, Rosario, Lectio, Adorazione, Messa… purché sia qualcosa che vi porti a condividere quello che io dico al Signore. Quando tu apri la tua anima al coniuge e lo rendi partecipe del tuo rapporto vitale con il Signore, stai iniziando certamente un cammino spirituale nuovo e che vi porterà molto in Alto.

Se ancora il tuo coniuge non è pronto a ciò, cerca sempre l’aiuto di altri per pregare, sia altri sposi o altre persone che siano in un cammino di fede. La preghiera vissuta in comunità, come Chiesa, è senza dubbio di grande aiuto per vincere la fatica personale di trovare il momento e il modo giusto.

E per ultimo vorrei concludere con due semplici consigli che mi hanno sempre aiutato: 1) abituati a parlare con lo Spirito, a chiedergli luce, consiglio, forza… Lui è perennemente in azione nella tua anima ma lo devi “respirare” volontariamente. Non per nulla, il famoso inno allo Spirito dice che Lui è “riposo nella fatica”; 2) Nei momenti di maggior stanchezza, apatia e – perché no? – arrabbiatura, ti invito alla “preghiera del sacco di patate”: mettiti alla Sua presenza, se puoi davanti all’Eucarestia, e digli: “Signore io sono qua, fai tu il resto”. È un po’ come faceva quel povero contadino di Ars, il cui Curato, nientemeno che Giovanni Maria Vianney, vedeva ogni giorno per lunghi momenti seduto in chiesa. Incuriosito il Santo Parroco gli chiese: “Scusi ma lei che fa qui ogni giorno alla stessa ora?” e l’altro: “niente, Lui mi guarda e io lo guardo”, ecco la preghiera da me chiamata del “sacco di patate”. L’importante è sapere che Lui è lì con te anche se io non ne sono degno, non me lo merito. Ti basta sapere che Lui ti ama ed è strafelice di vedere che comunque, sebbene in fondo al cuore, Tu lo stai cercando. E poi al resto ci pensa Lui.

Vi lascio, cari sposi, con una preghiera colletta che mi ha sempre tanto ispirato, proprio su quanto stiamo dicendo:

“O Dio, fonte di ogni bene, esaudisci le preghiere del tuo popolo al di là di ogni desiderio e di ogni merito” (Colletta della XXVII settimana del tempo ordinario). Proprio vero! Anche nella stanchezza e totale assenza di un nostro desiderio, Lui può esaudirci.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca ci ha dato degli ottimi consigli. La preghiera è importante perchè ci permette di nutrire la nostra relazione con Dio ma spesso non riusciamo a pregare. Pigrizia? Poca consapevolezza? Probabilmente una serie di concause. Personalmente posso dire che la mia difficoltà nella preghiera è dovuta al non percepire nulla, a vivere quello che dovrebbe essere un momento di dialogo con Dio come qualcosa di ancora arido senza una vera relazione. Sicuramente perchè io sono ancora molto povero nella mia spiritualità e ho bisogno di sentire. Per questo ho trovato una soluzione. A chi vive con fatica la preghiera consiglio di renderla piacevole. Come? Date un corpo a Dio. Il vostro. Pregate in coppia, abbracciandovi. E’ un’esperienza molto bella che permette di sentirsi uno con Dio e di crescere nell’intimità con il coniuge. La preghiera diventa così non solo bella ma anche nutrimento per la coppia.

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Santa Teresa D’Avila e il matrimonio spirituale

Cari sposi,

oggi celebriamo la memoria liturgica di Santa Teresa D’Avila (1515-1582), una delle più grandi sante mistiche della storia. Dottore della Chiesa, assieme a S. Giovanni della Croce (1542-1591) ha intrapreso la riforma spirituale dell’Ordine carmelitano, fondando le Suore Carmelitane Scalze, tuttora fiorenti e punto di riferimento spirituale con la loro intensa vita ascetica e comunitaria.

Come in altre occasioni in cui ho abbordato la vita di santi e sante, potrebbe sorgere una certa perplessità al momento di cercare in tali persone uno stimolo, un esempio per chi è sposato. Proprio nel caso di Santa Teresa tutto ciò è di fatto inesistente perché questa donna, dal carattere gioviale e volitivo ha di fatto aperto una via, un cammino nella spiritualità cattolica mostrando come l’unione con Dio è di fatto un vero e proprio matrimonio spirituale. E anche al contrario, il matrimonio deve portare a un’unione maggiore con Dio.

Tutto ciò si deve ad un fatto accadutole durante la Quaresima del 1554 quando Teresa ebbe una seconda e decisiva conversione che fu il preludio ad una vera e propria trasformazione mistica che la condusse a un’unione sempre più intima con la Santissima Trinità. Ciò avvenne, come lei stessa raccontò, il 18 novembre del 1572 e consistette in un vero e proprio matrimonio spirituale con Cristo.

Che senso ha tutto quanto vi sto raccontando? Molto, perché nella Sacra Scrittura sin dai Profeti, in particolar modo Osea e Isaia, si parla di matrimonio spirituale tra Dio e Israele, un rapporto che possiede tutti gli elementi della scelta d’amore come anche dell’infedeltà, del perdono, dell’intimità di coppia.

Ora, nel sacramento del matrimonio è la coppia a fare la parte del popolo di Israele. Come tante altre volte si è detto in questo blog, la grazia matrimoniale non è una semplice benedizione che scende sui coniugi come quella che si dà alle macchine o agli animali il 17 gennaio per S. Antonio. Nelle nozze cristiane Cristo sposa la coppia.

Un grande teologo medievale, Riccardo di San Vittore (1110-1173), nella sua opera De Trinitate dice che l’amore è sempre trinitario, altrimenti è proiezione di sé. Se la relazione di amore non è abitata dallo Spirito Santo si rischia seriamente di finire in una corrispondenza biunivoca dove poi avvengono pasticci psicologici, tipo trasfert e controtransfert, proiezioni nell’altro della propria immagine.

Teresa si muove su un terreno simile e dice due cose fondamentali sul matrimonio spirituale. Anzitutto che è il pieno compimento della grazia battesimale e in questo anticipa l’importante affermazione di Familiaris Consortio 54: “Il sacramento del matrimonio, che riprende e ripropone il compito, radicato nel battesimo e nella cresima, di difendere e diffondere la fede” e poi lo sviluppo della vita cristiana adulta, cioè come sviluppo completo della grazia perché si arriva a una piena unione con Dio.

Difatti, nel suo Castello interiore, Teresa descrivendo la settima morada (mansione o dimora) usa le caratteristiche del fidanzamento e del matrimonio spirituale che consiste nel vedere il Signore stesso (7M 1,3). In definitiva, l’unione con Dio o matrimonio spirituale è una partecipazione profonda al desiderio di Dio stesso di salvare tutti gli uomini. Attraverso il matrimonio spirituale tutto è trasformato e si riceve un nuovo desiderio di vivere assumendo la nostra vocazione cristiana in maniera ancora più concreta, senza alcuna fuga dal reale.

Tutto ciò consta perfettamente nella missione del sacramento del matrimonio che è il primo alleato dell’ordine sacerdotale per costruire la Chiesa. Voi sposi portate a compimento tutto ciò non allontanandovi dal mondo ma trasformandolo da dentro tramite il “rendere visibile, a partire dalle cose semplici, ordinarie, l’amore con cui Cristo ama la sua Chiesa” (Amoris Laetitia 121).

Ecco allora, cari sposi, che è più chiaro come Teresa, nella sua consacrazione a Dio, ha fatto splendere la vocazione sponsale di voi coniugi, che non si deve chiudere nella coppia ma deve aprirsi e tendere anzitutto all’amore di Cristo, come il pieno compimento dell’amore stesso che vi unisce.

padre Luca Frontali

La fede oltre i miracoli

Cari sposi,

il mese di ottobre è iniziato sotto il segno di Santa Teresina di Lisieux, la piccola carmelitana che sul letto di morte, ripeté “tutto è grazia” per esprimere il proprio abbandonarsi nelle braccia della misericordia divina. La liturgia di oggi è centrata su una grazia particolare: guarigione dalla lebbra, che unisce la prima lettura al Vangelo. La lebbra, alias morbo di Hansen, è una pericolosa malattia infettiva che all’epoca di Gesù isolava totalmente i contagiati dal momento che non esistevano cure. Le rare guarigioni, per quanto riguarda il mondo ebraico, erano normate dal libro del Levitico, il quale prevedeva minuziose indicazioni sia per la diagnosi che la riammissione nella comunità una volta cessato il pericolo.

Che cosa può esprimere tutto ciò per voi sposi? La lebbra è sinonimo di tutti quei problemi e difficoltà che possono riempire le nostre vite al punto da far sperimentare solitudine e lontananza, tra di voi, nei confronti degli altri e addirittura da Dio. Il Signore è tanto buono, che sempre ci viene incontro, ci dà una mano, ci vuole sollevare e così può permettere la guarigione, la cessazione di quello che tanto ci ha afflitto. Eppure, molte persone, coppie, si possono fermare qui. Possono cercare unicamente lo stare bene, il non aver grossi problemi, un certo equilibrio di vita. Che grande tentazione quella di far coincidere il benessere con la vita di fede! “Eh, se c’è la salute, c’è tutto!”.

La vicenda del miracolo dei 10 lebbrosi sta a significare proprio questo, che il vero miracolo avviene soprattutto in questa persona che è passata dallo stare bene al diventare un vero credente, uno che riconosce che “tutto è grazia”. Anche voi sposi siete chiamati a fare questo nella vostra relazione. Ci può essere “lebbra” tra di voi, il vostro amore potrebbe esserne contagiato, ma la soluzione non sarà solo una buona terapia di coppia, un percorso di accompagnamento tipo Retrouvaille, quel bravo sessuologo che sa trovare l’inghippo… la svolta, come fece quel tale, consiste nel lodare, glorificare e ringraziare sempre il Signore assieme per quello che siete perché la gratitudine attira sempre nuove grazie e nuovi doni di Dio.

Quante coppie, anche credenti, stanno più o meno bene, “reggono” direbbe qualcuno. Ma il Signore non ha fatto il matrimonio per arrivare a una sostanziale condizione di stabilità relazionale. Gesù, lo Sposo, vuole una coppia “salvante e salvata” (cfr. Familiaris Consortio 49) perché sa vedere in ogni cosa, anche nelle proprie fragilità, nella propria storia un po’ stramba, nelle nostre famiglie di origine, la presenza di Dio.

È qui il salto di qualità che tanto vorrebbe da voi il Signore! Come avrebbe voluto che tutti e 10 fossero tornati a ringraziarlo. Vi auguro di trovare quel tempo assieme ogni giorno per lodare, magnificare, benedire la mano di Dio che ci conduce giorno per giorno nella sua sequela.

ANTONIO E LUISA

Solo uno dei lebbrosi sanati si meraviglia, contempla il miracolo ricevuto e la grandezza del dono gratuito e immeritato che ha ricevuto. Solo uno torna indietro a ringraziare. E’ il samaritano, quello più lontano dal Dio d’Israele, più lontano e proprio per questo, forse, meno abituato alla bellezza della vita alla Sua presenza. Per questo resta senza parole e rapito dalla meraviglia di quello che ha sperimentato. Ecco, noi dobbiamo essere capaci di non perdere questa meraviglia. Di non dare mai per scontato nè Gesù, nè il nostro matrimonio. Quanti invece danno per scontato il matrimonio e la persona che hanno accanto? Quanti non hanno più voglia di prendersi cura della persona che hanno sposato? Quanti vogliono il massimo con il minimo sforzo? Dare per scontato è quanto di più triste ci possa essere in una relazione. Significa non essere più capaci di intravedere qualcosa di prezioso, significa non capirne il valore. Significa non essere più capaci di meravigliarsi.

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“Gli sposi vivranno della loro fede”

Cari sposi,

che bello pensare se San Paolo avesse indirizzato l’odierna Epistola proprio a voi al posto del suo figlio spirituale Timoteo! Se mai fosse stato così, allora il celebre passaggio diventerebbe: “Figli miei, ricordatevi di ravvivare il dono di Dio che è in voi mediante la benedizione delle mie mani”. Ravvivare la grazia del dono del sacramento nuziale non si esaurisce solo nel ricordarsi ogni anno la data del matrimonio, o baciarsi gli anelli a vicenda tutte le sere, o tenersi teneramente per mano quando si cammina per strada… tutte cose belle ed encomiabili, che sicuramente vi aiutano. Vorrei mettere in luce un altro aspetto sotteso a tutte le letture di oggi e che vi appartiene, sicuro che vi può donare un nuovo slancio.

Dice Papa Francesco giustamente che il dono del sacramento, la grazia nuziale, “non è una «cosa» o una «forza», perché in realtà Cristo stesso «viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio” (Amoris Laetitia 73). Quando pensiamo a un dono subito la mente va a un bel pacco regalo, con nastri e fiocchi dorati. Ma il dono nuziale consiste piuttosto, come appena visto, in una relazione speciale, un legame distinto e “superiore” con Cristo, un nuovo rapporto a tu per tu con una Persona Vivente. Tale rapporto con Gesù per voi sposi è definito dal Magistero come distinto e “superiore” al Battesimo perché non siete già solo figli amati ma ora, oltre a ciò, siete rivestiti anche di un’ulteriore capacità di amare e di amarvi. Non più un solo dono personale, quale il Battesimo, la Cresima, l’Ordine, ma un bene condiviso che vi lancia verso una particolare capacità di donarvi.

Perché è così? Perché la grazia del matrimonio è una specificazione del Battesimo – “il sacramento del matrimonio riprende e specifica la grazia santificante del battesimo” (Familiaris Consortio 56), cioè è un continuare a crescere e progredire nel dono di essere diventati figli nel Figlio. Gli apostoli nel Vangelo di oggi sentono il forte bisogno di venire fortificati e accresciuti nella loro fede vedendo l’esempio di Gesù e la missione che Lui stava deponendo nelle loro povere e fragili mani. Ugualmente voi, quando un giorno vi siete innamorati e avete capito che nella vostra storia vi era un Disegno più grande di voi stessi, avete appunto bisogno di crescere continuamente nella fede che il matrimonio vi colloca nel cuore del Progetto di Dio di rendere manifesto il Suo Amore nel mondo, ben oltre l’avere figli e stare assieme.

Detto questo, bisogna ricordare che ciò vale da parte di Dio, è quello che Lui fa per voi, è la dimensione discendente da Lui a voi. Ciò nonostante, il dono non schiaccia nessuno di voi, non obbliga ad alcun comportamento, non priva minimamente la vostra libertà. Piuttosto vi mette nelle condizioni ottimali di corrispondere e tocca a voi riappropriarvi del dono, vivendo in stretto contatto con Gesù Sposo. È qui ci aiuta il finale della prima lettura del profeta Gioele: “il giusto vivrà della fede”. Per voi sposi si declina proprio come lo stare in relazione profonda con Cristo e per ravvivare così ogni giorno il dono ricevuto. Cari sposi, per la grazia ricevuta, siete in una tale relazione esperienziale con Cristo che, se lo volete e Glielo permettete, potete davvero vivere con lo Sposo ogni giorno, ravvivando e maturando il dono di un amore che Lui vi ha fatto.

ANTONIO E LUISA

Noi vorremmo soffermarci invece sulle parole servi inutili. Inutile, senza utile, gratuito. Tutto ciò che facciamo deve essere gesto d’amore gratuito senza pretendere nulla in cambio. Solo così quel servizio sarà donato e appagante per noi. Fare per dovere o per forza costa molta più fatica, perchè non ci riempie il cuore e non è vissuto come dono, ma come obbligo. Il dono nutre il rapporto d’amore e la relazione con l’altro o con i figli. L’obbligo, invece, distrugge il rapporto. Il dono è bello di per sé, l’obbligo, invece, alimenta pretese e confronti. Solo se ci riconosciamo servi inutili, saremo capaci di essere dono e servizio per la nostra famiglia.

Santa Teresa di Lisieux e la “piccola via”

Cari sposi,

oggi celebriamo la festa di Santa Teresa di Lisieux (1873-1897), la giovane carmelitana francese, divenuta, al pari di San Francesco Saverio, compatrona dei missionari. Parlarne in un articolo di blog è davvero molto complesso data la sua gigantesca statura spirituale ma cercherò di evidenziare alcuni tratti che spero siano di grande luce e profitto per voi coniugi.

Uno dei punti che ha reso Santa Teresina famosa non solo nella Chiesa cattolica ma anche tra i non credenti è senza dubbio la “piccola via” o anche “l’infanzia spirituale”. Teresa era l’ultima di 5 sorelle, entrò in Carmelo prima dell’età consentita per uno speciale privilegio del Papa Leone XIII. Elementi che hanno contribuito a considerare la piccolezza come un elemento distintivo della sua vita. Ma in cosa consiste veramente questa piccolezza che lei ha evidenziato così tante volte? Lasciamo che sia nientemeno che Papa Benedetto a spiegarcelo:

Così si esprime anche nelle ultime righe della Storia di un’anima: «Appena do un’occhiata al Santo Vangelo, subito respiro i profumi della vita di Gesù e so da che parte correre… Non è al primo posto, ma all’ultimo che mi slancio… Sì lo sento, anche se avessi sulla coscienza tutti i peccati che si possono commettere, andrei, con il cuore spezzato dal pentimento, a gettarmi tra le braccia di Gesù, perché so quanto ami il figliol prodigo che ritorna a Lui» (Ms C, 36v-37r). «Fiducia e Amore» sono dunque il punto finale del racconto della sua vita, due parole che come fari hanno illuminato tutto il suo cammino di santità, per poter guidare gli altri sulla stessa sua «piccola via di fiducia e di amore», dell’infanzia spirituale (cf Ms C, 2v-3r; LT 226) (Udienza 6 aprile 2011).

La piccola via è pertanto il sapersi veramente figli amati di Dio e arrivare a vedere il Suo amore a partire dalle più piccole cose di ogni giorno. È stata lei stessa ad affermare che la piccola via non è altro che il vivere santamente la vita quotidiana (cfr. Manoscritto B, 3v).

Che valore ha tutto ciò per voi sposi? Pare a prima vista un tipico modo di vivere la fede solo per chi entra in un monastero e non mette più il naso fuori. Eppure, è l’esatto contrario. Papa Francesco ci ha insegnato che “gli sposi, infatti, in forza del Sacramento, vengono investiti di una vera e propria missione, perché possano rendere visibile, a partire dalle cose semplici, ordinarie, l’amore con cui Cristo ama la sua Chiesa” (Udienza 2 aprile 2014).

È nella vita ordinaria che lo Spirito Santo, il Quale ha consacrato la vostra unione, agisce e fa meraviglie. Non siete chiamati ad allontanarvi dal lavoro, dalle faccende domestiche, dal prendervi cura dei genitori anziani, dall’educare i bambini, ecc. Ma è in essi che passa la vostra via alla santità. Solo grazie allo Spirito Santo, la vostra promessa può trasformarsi in passi semplici e quotidiani per far crescere l’amore. Ecco la vostra “Piccola via”, fatta di gesti e azioni concrete, che diventa una luce e un faro per chi vi vede.


Mi permetto in conclusione di consigliarvi un prezioso strumento spirituale che può farvi entrare ancora di più in questa verità, che Santa Teresina ha così mirabilmente vissuto. Si tratta di un percorso per voi sposi, ideato da Don Renzo Bonetti che appunto si è ispirato alla nostra Santa: “La piccola via degli sposi cristiani” in cui sono presentate in maniera semplice e sintetica le principali verità sul matrimonio in modo che le possiate conoscere, gustare, contemplare e mettere in pratica, sia come singola coppia che come percorso condiviso con altri sposi. Santa Teresa di Lisieux sia la vostra compagna di viaggio su questa strada che porta infallibilmente in Cielo.

padre Luca Frontali

Ricchi e poveri

Cari sposi,

nelle letture di oggi a prima vista il Signore pare indirizzarci esclusivamente ad essere generosi con chi è difficoltà economica, a fare offerte, a riservare un tempo per la Caritas, ecc. tutte cose giuste, in particolar modo vista la situazione attuale. Ma c’è anche una dimensione nuziale sottesa nella liturgia, un aspetto che magari a prima vista può passare inosservato.

Il ricco epulone e Lazzaro possono diventare, simbolicamente, anche due modi di comportarsi nei coniugi. Difatti, l’uomo ricco disdegna questo povero e nemmeno si accorge di lui, ne prova ribrezzo al punto da non rendersi conto della sua indigenza.

Può accadere anche nella vita coniugale che le povertà relazionali, le proprie fragilità e debolezze, come anche i peccati personali diventino motivo di biasimo, di irrigidimento e in fin dei conti di allontanamento mutuo. Succede così che un difetto, magari ignorato o volutamente ridimensionato nel fidanzamento o nei primi anni assieme, poi si trasformi in fonte di litigi furibondi e così la nostra povertà di fa diventare estranei, può generare indifferenza reciproca. Esattamente come fece il ricco con il povero Lazzaro.

Non è un caso però che in tali situazioni c’è chi, dei due, si crede quello ricco, cioè al di sopra, superiore all’altro, senza pecche rischiando di vedere il coniuge con uno sguardo distaccato e svalutante. Ecco il peccato del ricco epulone: una cecità del cuore che gli ha impedito di cogliere tutto il bene ma anche i bisogni, le aspettative dell’altro. Dice papa Francesco circa l’atteggiamento tra coniugi:

“Avere gesti di attenzione per l’altro e dimostrazioni di affetto. L’amore supera le peggiori barriere. Quando si può amare qualcuno o quando ci sentiamo amati da lui, riusciamo a comprendere meglio quello che vuole esprimere e farci capire. Superare la fragilità che ci porta ad avere timore dell’altro come se fosse un «concorrente». È molto importante fondare la propria sicurezza su scelte profonde, convinzioni e valori, e non sul vincere una discussione o sul fatto che ci venga data ragione” (Amoris Laetitia, 140).

Possiate guardarvi sempre così, come persone povere e fragili ma immensamente amate da Dio Padre. Il matrimonio diventa così l’occasione costante di donarsi a vicenda questo sguardo divino, in cui non scompaiono di certo i nostri limiti ma sono accolti grazie alla Misericordia e alla bontà che ci provengono dal Signore.

ANTONIO E LUISA

Sempre consapevoli della nostra povertà e miseria umana, ci siamo affidati con fede e riconoscenza al nostro Dio. E’ sempre stato un sostegno, una presenza viva, una persona a cui chiedere, con cui arrabbiarsi e da ringraziare. Il nostro cuore non è mai stato pieno di noi, perché conoscevamo la nostra pochezza. Così da due persone cresciute piene di complessi, di ferite e di paure è nata una famiglia che non si tira indietro, che si è aperta alla vita concependo 5 figli (di cui uno, Giò, è già in cielo ad attenderci e a fare il tifo per noi), che ha avuto i momenti difficili, di aridità, di incomprensione, ma non abbiamo mai fatto affidamento sulle nostre forze, avremmo fallito prima e peggio degli altri. Ci siamo affidati a Dio, abbiamo creduto in Lui, alle sue promesse e tutto è passato, ritrovandoci più forti di prima.

Dio vuole rivelarsi ad ognuno di noi. Rivelarsi cioè riversarsi, farsi conoscere. Nella Bibbia la conoscenza implica un entrare nell’altro, divenirne parte. Dio vuole fare questo con noi, sta a noi riconoscerci poveri, per far posto a Lui e alla sua Grazia.

Coltivare l’indivisibile

Chi non ha una idea, seppur vaga di cosa sia l’atomo?

Sorprende pensare che un concetto così fondamentale di fisica nucleare sia stato già pensato nel V secolo a.C. da filosofi quali Democrito e Lisippo. Essi, senza microscopi a scansione o laboratori sofisticati, erano giunti a capire che in natura ogni cosa poteva essere divisa e scissa in più parti, ma solo fino a un certo punto. Vi era poi un limite oltre il quale ci si doveva fermare: l’atomo ossia letteralmente “ciò che è indivisibile”. Che acume! In effetti quello che loro intuirono a livello fisico, vale benissimo a livello affettivo ed esistenziale: anche nel nostro cuore vi è un ultimo spazio, intimo e recondito, che è indivisibile, perché solo si può condividere con una persona sola.

Gesù parla proprio di questo nel Vangelo di oggi. Ci mostra che esiste questa dimensione dentro di noi perché non è pensabile appartenere a più persone se non a Una sola. Voi sposi vi siete innamorati a vicenda, vi siete promessi fedeltà e appartenenza ma forse non eravate pienamente consapevoli che in quel momento, dinanzi all’altare, stavate entrando in una relazione piena e unica non tanto con il vostro coniuge quanto con Gesù stesso, lo Sposo della vostra vita. A ben vedere, il matrimonio è un appartenersi reciproco per diventare, come una sola carne, appartenenti a Dio Padre in Cristo. Lo dice bene Papa Francesco quando scrive:

Nella reciproca accoglienza e con la grazia di Cristo i nubendi si promettono dono totale, fedeltà e apertura alla vita, essi riconoscono come elementi costitutivi del matrimonio i doni che Dio offre loro, prendendo sul serio il loro vicendevole impegno, in suo nome e di fronte alla Chiesa” (Amoris Laetitia, 73).

Questo è il linguaggio dei mistici, i quali anelano solo e unicamente ad essere una sola cosa con Dio, come è il caso di Santa Teresa d’Avila, Santa Caterina da Siena, Santa Brigida…

È molto interessante leggere “Il Castello interiore” di Santa Teresa d’Avila in cui mostra la vita spirituale di un cristiano come il procedere dentro a un castello, cosa assai normale per una persona del 1500. Dagli spazi più esterni, come il cortile, le scale, i saloni, si passa alla parte più interna nella quale vive solo un signore che è Cristo.

Per voi sposi, coltivare l’appartenenza indivisibile a Cristo non è alienarsi dal coniuge ma tutto il contrario! È restare in relazione a Colui che è l’autore dell’amore che provate per vostro marito e moglie. Quando la vita spirituale è genuina, diventa la ricerca di un Volto che mi ama, allora di conseguenza il rapporto nel matrimonio ne trae beneficio, perché si sta toccando l’origine, la fonte da cui esso nasce. Quel Gesù che tu ami, si veste dei tratti del coniuge e ti chiama a donarti a lui e ricevere da lui una relazione di amore vero.

Cari sposi, Gesù vi invita a scegliere Lui ogni giorno, a metterLo al centro della vostra vita. Come disse Papa Benedetto: “non abbiate paura di Cristo! Egli non toglie nulla, e dona tutto. Chi si dona a lui, riceve il centuplo” (Benedetto, Omelia 24 aprile 2005).

ANTONIO E LUISA

Vorrei riprendere le parole di padre Luca e leggerle alla luce di quella che è la mia relazione con Luisa e alla luce di tante persone che ho avuto modo di ascoltare in questi anni. Come si cresce nell’amore verso l’altro? Permettendogli di essere sempre più il nostro tutto? I ragazzi cosa scrivono quando sono innamorati? Tu sei tutta la mia vita. Sei il mio universo. Bellissimo, no! Ma è amore vero? Può essere davvero amore quello? Detto in altre parole, se l’altro diventasse davvero il mio tutto io sarei libero di amarlo nella verità o farei di tutto per tenerlo vicino, anche quello che so essere sbagliato e che non fa bene alla relazione? In realtà no! Quello del sei tutto per me è un amore immaturo. L’amore sponsale mi chiede un lavoro diverso per maturare. Io prometto di volere bene a Luisa e per questo cerco di creare un confine con lei. Una parte di me del mio cuore deve appartenere solo a Dio. Quella parte che mi fa sentire amato e prezioso. Solo così saprò amare Luisa davvero, senza che il mio comportamento sia condizionato dal suo. E’ una vita che cerco di creare questa indipendenza da lei. All’inizio della mia relazione, lei era davvero il mio tutto. E’ vent’anni che lavoro su di me e cerco di nutrire la mia fede per staccarmi da questa dipendenza. E più riesco e più sono capace di amarla. E voi?

Matrimonio immagine dell’Eucarestia: chi l’ha mai detto?

Cari sposi,

domani, 17 settembre, la Chiesa festeggia un santo vescovo e teologo, San Roberto Bellarmino (1542-1621). Fu un uomo di straordinaria intelligenza e virtù, membro della Compagnia di Gesù, vescovo poi cardinale e partecipante al Concilio di Trento. Una delle sue opere più famose, le “Controversie”, titolo dovuto alle polemiche che erano in atto con la nascente chiesa protestante, contiene un celebre riferimento al matrimonio in relazione all’Eucarestia. Vorrei citarlo ora perché è una pietra miliare nell’approfondimento sia teologico che spirituale del sacramento delle nozze:

Il sacramento del matrimonio si può considerare in due modi: il primo mentre si celebra, il secondo mentre perdura dopo che è stato celebrato. Giacché è un sacramento simile all’Eucarestia, la quale è sacramento non solo mentre si fa ma anche mentre perdura. Perché, fin quando i coniugi vivono, la loro comunione è sempre il sacramento di Cristo e della Chiesa”.

Anzitutto vi invito a leggerlo e rileggerlo più volte perché questa verità va capita nella meditazione, nella contemplazione. Non basta la nostra testolina ma ci vuole il cuore e soprattutto lo Spirito Santo che ci porti ad una intelligenza superiore. Umilmente vi vorrei sottolineare due aspetti che mi sembrano semplicemente stupendi:

1) Siete presenza viva di Cristo.

Già l’accostarvi all’Eucarestia per il fatto che perdura una Presenza, dovrebbe lasciarvi senza fiato. Avete capito bene, Gesù vive nel vostro amore dal momento della celebrazione del sacramento. Siccome è avvenuta una vera e propria consacrazione dello Spirito Santo (cfr. Gaudium et Spes 48, Familiaris Consortio 56, Amoris Laetitia 74) sul vostro amore. Da quel momento Lui cammina con voi. Sentitevi, quindi, come i discepoli di Emmaus, magari distratti e con mille pensieri per altre cose, ma sapete che Lui è lì con voi sempre, ne siate consapevoli o meno.

2) Siete riflesso di un Amore più grande del vostro.

Siete sacramento, cioè segno sensibile ed efficace dell’amore che Cristo ha per la Chiesa. Ossia, avete la capacità di donare la vita, di morire in croce per l’altro. Gesù vi ha dato il dono, evidentemente sta a voi metterlo a frutto. Vuol dire che ogni vostro gesto di amore contiene quello di Dio. Con quale cura e attenzione bisogna che vi amiate! Non è più solo una faccenda tra voi due, ma Dio stesso si è coinvolto nella vostra relazione.

Mi fermo qui. Vorrei invitarvi ad approfondire voi ulteriormente, certo che, come ha scritto Papa Francesco in Amoris Laetitia: “una comunione familiare vissuta bene è un vero cammino di santificazione nella vita ordinaria e di crescita mistica, un mezzo per l’unione intima con Dio” (n° 316). Appunto, nella misura in cui vivete la comunione con Gesù e tra di voi, che andate dentro con il cuore e la preghiera a questa verità, a questo stretto legame che vi unisce all’Eucarestia, sono sicuro che arriverete a vette mistiche di unione con Gesù.

Padre Luca Frontali