Il capitolo 11 è la continuazione narrativa dell’incontro tra Pinocchio e Mangiafoco, il tema è sostanzialmente lo stesso, ovvero il confronto tra la vita da burattini e la vita da figli che hanno un padre che li aspetta a casa; oggi affronteremo il capitolo 12:
Il burattinaio Mangiafoco regala cinque monete d’oro a Pinocchio, perché le porti al suo babbo Geppetto e Pinocchio invece, si lascia abbindolare dalla Volpe e dal Gatto e se ne va con loro.
Se finora il nostro protagonista si era scontrato con il male dentro sé, ora arriva il tema del male esteriore a sé, e se la strada per allontanarsi dalla casa di Geppetto verso il teatro dei burattini sembrava percorsa in un attimo, ecco che invece il ritorno a casa sembra interminabile.
Potrebbe essere solo uno stratagemma narrativo, ma viene descritta la verità: la strada del bene e quella del male sono inversamente proporzionali, se per perdersi basta un attimo, al contrario, per ritrovare la strada del bene e riparare al male commesso è ben più faticoso.
Forse molti lettori si staranno già schierando dalla parte di quelli che in fondo non fanno nulla di male, di quelli che credono di non aver molto da rimproverarsi, sono sempre gli altri le persone cattive.
Non dobbiamo mai presumere troppo di noi stessi, perché tutti noi siamo stati inondati da sentimenti buoni e buone intenzioni, almeno quanto Pinocchio, ma poi la nostra storia è lì a testimoniarci che spesso a buone intenzioni non hanno fatto seguito i fatti. Non è il caso di piangersi addosso né di autocommiserarci, ma nemmeno dobbiamo far finta di niente, la nostra natura un po’ “legnosa” come quella di Pinocchio ci aiuta a non farci crescere in superbia, per non crescere troppo convinti e sicuri di sé fino al punto di non avvertire più la necessità di un Padre. E non è necessario avere una lista da ergastolo per poter riconoscere la nostra natura ferita, basta un pensiero… ci basti sapere che il diavolo quando si è dannato eternamente non ha peccato col corpo – è stato creato senza corpo – ma solo col pensiero, con un atto della propria volontà.
Questa non è la sede per il catechismo sul peccato, ma abbiamo almeno voluto ribadire l’ovvio, per non lasciare spazio a dubbi e fraintendimenti di sorta.
-Buongiorno, Pinocchio – gli disse la Volpe , salutandolo garbatamente. – Com’è che sai il mio nome? – domandò il burattino.
Ognuno di noi spera di poter nascondere il male, spera di agire nel nascondimento cosicché occhio non vede cuore non duole, ed invece la nostra coscienza conosce tutto; ed il tentatore ci conosce benissimo, sa il nostro nome, conosce le nostre reazioni, le nostre inclinazioni, le nostre miserie, le nostre fragilità, ecco perché conosce Pinocchio per nome. Fin qui sarebbe tutto come da manuale, ma poi accade l’inaspettato:
– Conosco bene il tuo babbo. – Dove l’hai veduto? – L’ho veduto ieri sulla porta di casa sua. – E che cosa faceva? – Era in maniche di camicia e tramava dal freddo. –
Si tratta certamente di astuzia per far cadere nel tranello il povero malcapitato, ma è il solito trucchetto che ha usato l’antico serpente della Genesi: fingere solidarietà con lo sventurato per poi infliggere il veleno mortale.
Cari sposi, facciamo attenzione alle lusinghe del mondo, facciamo attenzione ai nostri nemici che dicono di saperla lunga sul Padre, su come ragiona Dio. Per esempio dobbiamo diffidare da chi ci concede facili compromessi col peccato apportando come scusa che Dio è tanto buono ed avrebbe grattacapi ben più gravi – come le guerre, gli omicidi, gli stupri, le bestemmie – che la nostra insignificante e piccola vita… cosa vuoi che sia se usate il preservativo (per fare un esempio molto comune anche tra chi crede), ci sono cose ben peggiori, mica ci fa caso Dio a queste “piccolezze”.
Dobbiamo opporci a queste lusinghe con un chiaro e forte NO. Altrimenti facciamo la fine di Pinocchio che pensa di… (seguire la prossima puntata)
Giorgio e Valentina.
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