Protezione e salvezza.

La prima lettura di oggi è piuttosto lunga, quindi ne faremo un riassunto : Sennàcherib, re d’Assiria, manda un messaggio intimidatorio a Ezechìa, re di Giuda, assicurandolo che non gli servirà a nulla confidare nel suo Dio perché tanto l’Assiria prenderà Gerusalemme con la forza così come ha fatto con gli altri territori. Ezechìa allora si reca nel tempio del Signore e pronuncia una meravigliosa preghiera accorata e piena di fede, la quale verrà esaudita. Infatti Isaìa, figlio di Amoz, manda a dire ad Ezechìa una grande e bella profezia che rivela l’intento del Signore, riportiamo solo la parte finale di questa promessa del Signore :

[il re d’Assiria] Ritornerà per la strada per cui è venuto ; non entrerà in questa città. Oracolo del Signore. Proteggerò questa città [Gerusalemme] per salvarla, per amore di me e di Davide mio servo”». Ora in quella notte l’angelo del Signore uscì e colpì nell’accampamento degli Assiri centottantacinquemila uomini. Sennàcherib, re d’Assiria, levò le tende, partì e fece ritorno a Nìnive, dove rimase.

In questa meravigliosa pagina dell’Antico Testamento si tocca con mano la misericordia del Signore, che si “lascia commuovere” dalla preghiera di Ezechìa e “corre” in aiuto del suo popolo. Nella nostra riflessione non ci concentreremo tanto sui nomi e sugli episodi, quanto sulle dinamiche, saranno queste che ci aiuteranno a fare un passo in avanti con la nostra fede.

E’ interessante questo episodio per la nostra vita matrimoniale, abbiamo provato a rileggerlo sostituendo al nome di Ezechìa i nostri nomi di sposi, e al posto del nome del re assiro potrebbero esserci diverse persone/eventi, perché i nemici della nostra Gerusalemme matrimoniale potrebbero essere molteplici e diversi lungo l’arco della nostra vita a due.

Diverse volte su questo blog abbiamo nominato diversi nemici della nostra relazione, del nostro matrimonio, del nostro sacramento, ed anche questa pagina della Parola non nega che nella vita ci siano dei nemici (rappresentati dal re assiro).. probabilmente i nostri nemici non impugnano armi come spade, ma posseggono armi come la lingua, la maldicenza, l’invidia, la calunnia, la lussuria, l’ira, l’imprudenza, ecc… queste armi a volte feriscono di più della spada. Sono armi che feriscono nell’intimo della relazione, nel cuore, negli affetti, nella castità, nella fede, ma possiamo imitare il re Ezechìa.

Qual è la mossa vincente degli sposi ?

La risposta non è nella psicologia, non è nella nostra buona volontà, non è nelle risorse umane, non è nelle nostre amicizie e nemmeno nelle parentele, tutte queste sono risorse ed aiuti molto importanti che non vanno mai trascurati ma non sono tutto e non sono la parte più consistente; impariamo dal salmo che “se il Signore non costruisce la casa invano vi faticano i costruttori“… senza il Signore e la Sua Grazia noi possiamo fare e disfare il mondo intero ma non ci salveremo mai da soli.

Come Ezechìa dobbiamo andare nel tempio di Gerusalemme, cioè il luogo dove c’è la presenza di Dio. Noi siamo più fortunati di Ezechìa perché abbiamo un luogo privilegiato dove Dio è veramente, realmente e sostanzialmente presente con il Suo Corpo e Sangue, la Sua anima e la Sua divinità; nel tempio di Gerusalemme il Signore era presente solo spiritualmente attraverso le famose Tavole della Legge custodite all’interno dell’Arca dell’Alleanza, mentre nei nostri tabernacoli è presente Colui che ha scritto quelle Tavole, Colui che ha parlato a Mosè!

Il momento migliore per gustare la presenza del Signore è certamente nella S. Messa, ma poi gli sposi hanno un altro asso nella manica, poiché essi stessi sono il segno sensibile ed efficace della Grazia di Cristo l’uno per l’altra. Nel Vangelo Gesù ha detto che dove 2 o 3 sono riuniti nel Suo Nome, Lui è in mezzo a loro… e noi sposi non siamo forse 2? E non siamo riuniti nel sacro vincolo matrimoniale nel Suo Nome?

Anche il nostro matrimonio è un tempio dove abita la reale presenza di Dio, similmente a ciò che accade nell’Eucarestia, abbiamo molto di più del re Ezechìa… non so se sia una coincidenza ma anche noi siamo re della Gerusalemme del nostro matrimonio, come Ezechìa prega per salvare la città santa, così noi sposi possiamo pregare per salvare la nostra Gerusalemme : il nostro matrimonio.

La Scrittura annota alla fine che fu l’angelo del Signore a mettere a posto le cose, Ezechìa ed il suo esercito non impugnò nessuna arma se non quella preghiera accorata del re che chiedeva al Signore di manifestare la Sua gloria, similmente dobbiamo fare noi sposi quando siamo sotto attacco nemico: rifugiarci nel Signore, nella preghiera fiduciosa, nella Sua dolce presenza, e poi lasciare che Lui faccia la Sua mossa per disarmare il nemico. Il primo nemico da annientare è il peccato.

Coraggio sposi, comportiamoci da re e regine.

Giorgio e Valentina.

Domenica e famiglia : un connubio possibile / 37

(Nelle formule seguenti, le parole del Signore si pronuncino con voce chiara e distinta, come è richiesto dalla loro natura). La vigilia della sua passione, (prende il pane e, tenendolo leggermente sollevato sull’altare, prosegue) : egli prese il pane nelle sue mani sante e venerabili, (alza gli occhi), e alzando gli occhi al cielo a te, Dio Padre suo onnipotente, rese grazie con la preghiera di benedizione, spezzò il pane, lo diede ai suoi discepoli e disse: (si inchina leggermente), Prendete, e mangiatene tutti : questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi. (Presenta al popolo l’ostia consacrata, la depone sulla patena e genuflette in adorazione. Poi prosegue ): Allo stesso modo, dopo aver cenato, (prende il calice e, tenendolo leggermente sollevato sull’altare, prosegue): prese nelle sue mani sante e venerabili questo glorioso calice, ti rese grazie con la preghiera di benedizione, lo diede ai suoi discepoli e disse: (si inchina leggermente), Prendete, e bevetene tutti: questo è il calice del mio Sangue, per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me. (Presenta al popolo il calice, lo depone sul corporale e genuflette in adorazione).

Qui siamo al nucleo di ogni S. Messa, al vertice verso cui tende tutta la vita cristiana e il punto da cui riparte, è come se fosse l’asso nella manica di Dio. Nella Sua strategia di salvezza non Gli sono mancate fantasia e originalità, tanto da stupire i Suoi più vicini e confondere i Suoi avversari. Il Signore aveva già rassicurato i Suoi con la promessa dello Spirito Santo: <<Non vi lascerò soli…>>; ma questa del Sacramento dei Sacramenti è stata un’idea talmente geniale che solo Dio avrebbe potuto concepirla.

Sono stati scritti innumerevoli testi sulla Divina Eucarestia, il patrimonio dottrinale e magisteriale della Chiesa non ha e non teme rivali, ci sono pagine di una chiarezza disarmante… se le prediche dei nostri sacerdoti avessero come tema unico la Santissima Eucarestia non basterebbe una vita per esaurirne il contenuto, ed infatti non saremo certo noi ad apportare nuovi contributi al Magistero, vogliamo solo mettere in luce qualche piccolo frammento di un enorme puzzle, come se guardando al microscopio una goccia possiamo intravedere l’immensità e la magnificenza dell’oceano.

Vorremmo in questo primo articolo far notare quelle note inserite tra le parentesi (in realtà le parentesi le abbiamo aggiunte noi per motivi grafici ma nell’originale sono scritte in rosso e a caratteri più piccoli), esse sono così esplicite e semplici da seguire che non riusciamo a capire il motivo per cui molti sacerdoti si prendano delle licenze (per usare un eufemismo): forse alcuni le ritengono troppo banali e semplici… altri forse le ritengono non così vincolanti… probabilmente ci sarà anche chi le ritiene di poco conto avanzando la scusa (alquanto bambinesca) che Dio guarda i cuori… ci sono molti che pensano di essere più moderni e snobbano la bimillenaria saggezza della Chiesa… qualcun altro forse crede che queste regole incatenino la propria fede, come una zavorra che non la fa volare verso il cielo.

Cari sposi e carissimi sacerdoti, nel nostro cammino di fede abbiamo sperimentato (e continuiamo a farlo) ciò che i grandi santi (nostri modelli, esempi e maestri) ci hanno sempre insegnato, e cioè che la fede ricevuta nel Battesimo è come un seme, ma tocca a noi alimentarla e con la Grazia crescerà giorno dopo giorno. Come ?

Esattamente come il coltivatore cresce una piantina: con la stessa cura, paziente e perseverante di tutti i giorni. Ma anche come fa una mamma (e un papà) col proprio figlio : gli stessi gesti, le stesse parole, gli stessi orari, la stessa cura tutti i santi giorni, o meglio, ogni santo giorno. Non è forse vero che siamo cresciuti grazie alla perseveranza e alla cura paziente dei nostri genitori (nonostante i loro difetti)?

Il segreto quindi è ripetere ogni santo giorno le stesse parole, gli stessi gesti, perché <<chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvo (Mt 10,22)>>.

  • Se un gesto liturgico è semplice significa che dice già tutto e non ha bisogno di spiegazioni ed inoltre la sua semplicità ci aiuta a ricordarlo senza studi particolari, quindi la semplicità non è banalità nonostante la rima… soprattutto nella Liturgia. Un bacio sulle guance paffute di un bimbo non è forse un gesto semplice? Eppure lo usiamo proprio perché col gesto diciamo tutto il nostro affetto/amore a quella creatura senza bisogno di spiegazioni.
  • Un gesto liturgico è vincolante perché vincola la fede personale alla fede della Chiesa Cattolica: quando si ormeggia un’imbarcazione al porto bisogna assicurarla col vincolo della cima altrimenti si disperde in mare, similmente con i gesti liturgici vincoliamo la nostra fede personale alla fede della Chiesa che ci è stata data col Battesimo così che non si disperda.
  • A volte riceviamo dai nostri cari gesti di amore che ci riempiono il cuore, ma agli occhi di una persona esterna alla relazione pare che sia un gesto di poco conto, quando invece per noi è stato un gesto importante perché simbolico e carico di amore/affetto/sentimento, in quel gesto noi abbiamo guardato il cuore. Similmente, Dio guarda il cuore con cui si compie un gesto liturgico, ma ciò non significa che non lo dobbiamo fare perché a nostra discrezione sembra essere di poco conto. Quando l’artigiano crea un oggetto nella sua bottega, sa che ogni piccolo gesto ha la propria importanza perché tramandato da secoli di esperienza, anche se agli occhi degli altri molti suoi gesti sembrano di poco conto e non sono moderni, ma grazie a quei gesti antichi e sempre attuali crea un oggetto d’arte che contiene secoli di saggezza. Similmente il sacerdote deve essere come quell’artigiano… stiamo attenti perché Dio guarda anche il cuore con cui io decido di non compiere quel gesto per mancanza di umiltà e per gretto orgoglio: se Dio guarda il cuore, lo guarda sempre, non solo quando decido io !
  • Quando un papà insegna al bambino ad andare in bicicletta, dà delle regole e delle indicazioni affinché il bambino impari ad andare da solo. Queste regole e gesti non sono delle catene per tenere ancora il bambino vicino a sé, ma sono ciò che lo rendono autonomo, regole e gesti necessari affinché il bambino riesca ad andare lontano da solo con la bicicletta. Se vogliamo spiccare il volo con la mongolfiera dobbiamo certamente scaricare la zavorra ma poi dobbiamo osservare le regole che ci impone la fisica per poter volare lontano, queste regole non sono per zavorrare ma per liberare. Similmente dobbiamo liberarci della zavorra dei peccati ma per volare alto nella fede serve rispettare regole e gesti di bimillenaria sapienza e saggezza.

Cari sposi, insegnate ai vostri figli la ricchezza dentro i gesti più semplici della stare a Messa, in questo momento della liturgia dobbiamo stare in ginocchio anche se non c’è l’inginocchiatoio, sta accadendo il Miracolo della consacrazione sull’altare, sono in ginocchio anche gli angeli, chi siamo noi per non fare lo stesso? Coraggio, ogni gesto di fede aiuta la fede stessa, la alimenta e la sostiene: sia chi il gesto lo compie sia chi lo guarda.

Giorgio e Valentina.

Dentro nel vortice?

Dal primo libro dei Re (1Re 21,17-29) : [Dopo che Nabot fu lapidato,] la parola del Signore fu rivolta a Elìa il Tisbìta: «Su, scendi incontro ad Acab, re d’Israele, che abita a Samarìa; ecco, è nella vigna di Nabot, ove è sceso a prenderne possesso. Poi parlerai a lui dicendo: “Così dice il Signore: Hai assassinato e ora usurpi!”. Gli dirai anche: “Così dice il Signore: Nel luogo ove lambirono il sangue di Nabot, i cani lambiranno anche il tuo sangue”». Acab disse a Elìa: «Mi hai dunque trovato, o mio nemico?». Quello soggiunse: «Ti ho trovato, perché ti sei venduto per fare ciò che è male agli occhi del Signore. Ecco, io farò venire su di te una sciagura e ti spazzerò via. Sterminerò ad Acab ogni maschio, schiavo o libero in Israele. Renderò la tua casa come la casa di Geroboàmo, figlio di Nebat, e come la casa di Baasà, figlio di Achìa, perché tu mi hai irritato e hai fatto peccare Israele. Anche riguardo a Gezabèle parla il Signore, dicendo: “I cani divoreranno Gezabèle nel campo di Izreèl”. Quanti della famiglia di Acab moriranno in città, li divoreranno i cani; quanti moriranno in campagna, li divoreranno gli uccelli del cielo». In realtà nessuno si è mai venduto per fare il male agli occhi del Signore come Acab, perché sua moglie Gezabèle l’aveva istigato. Commise molti abomini, seguendo gli idoli, come avevano fatto gli Amorrèi, che il Signore aveva scacciato davanti agli Israeliti. Quando sentì tali parole, Acab si stracciò le vesti, indossò un sacco sul suo corpo e digiunò; si coricava con il sacco e camminava a testa bassa. La parola del Signore fu rivolta a Elìa, il Tisbìta: «Hai visto come Acab si è umiliato davanti a me? Poiché si è umiliato davanti a me, non farò venire la sciagura durante la sua vita; farò venire la sciagura sulla sua casa durante la vita di suo figlio».

Ci rendiamo conto che questa lettura è un pochetto lunga, anche se in realtà è una parte di un racconto molto più ampio della vita del re Acab, dal quale possiamo trarre tanti insegnamenti per la nostra vita. Nel capitolo precedente viene narrata la vicenda per cui Gezabéle riesce ad ottenere in favore di suo marito Acab, il campo di Nabot; però lo fa con la corruzione e l’omicidio premeditato e con il beneplacito del marito. Perciò il Signore manda Elia a comunicare il castigo che Acab aveva attirato su di sé con la propria condotta malvagia.

Sicuramente molti lettori faranno fatica ad accettare il Signore che manda castighi, ma a ben vedere questa lettura non mette in discussione in alcun modo la bontà del Signore, quanto evidenziare invece la profondità in cui può spingersi la malvagità dell’uomo che agisce contro le leggi di Dio. Purtroppo le nuove generazioni non usano quasi più il linguaggio del castigo nell’educazione e quindi fanno fatica ad entrare in questa dinamica della vita spirituale, mentre invece basti pensare agli attuali scrutini per rendersi conto che ha a che fare con la vita quotidiana: lo studente meritorio viene premiato con la promozione e quello svogliato/lazzarone viene castigato/punito con la bocciatura.

Quando un genitore dà un castigo ad un figlio, lo fa affinché quest’ultimo si renda conto della gravità della sue azioni ed impari ad agire meglio… ma nel castigo umano c’è dentro anche il nostro orgoglio ferito di genitori, le nostre rabbie, le nostre imperfezioni, le nostre ferite psicologico/affettive irrisolte, ma in Dio non c’è nulla di tutto ciò perché Dio è perfettissimo e non ha di queste turbe psicologiche né orgoglio ferito, perciò il suo castigo è puro perché ha come fine la nostra conversione; Dio non ha bisogno di sentirsi realizzato come padre, Lui non ha bisogno di conferme psicoaffettive, Dio rimane tale nonostante le nostre scelte, Egli è casto e ci vuole rendere casti come Lui attraverso il castigo che significa appunto “rendere casto”. Perchè nella castità c’è gioia e amore. Lo fa per un bene più grande.

Il castigo di Dio quindi non è una specie di vendetta nei nostri confronti, ma ha il solo scopo di renderci casti, è una purificazione, è un’anticipo del purgatorio già su questa terra; il castigo è quindi un puro atto di amore di Dio a cui non sfugge neanche il nostro pensiero, perciò si comprende quanto sia stupido pensare che Dio lasci accadere questo o quel castigo senza fare niente, quasi come uno spettatore inerme a braccia conserte burlandosi delle nostre disavventure… è un pensiero di chi non ha fede, non è la prospettiva di chi ha Dio come Padre e quindi vive la propria figliolanza divina.

Ma il Signore è talmente buono e misericordioso che “ritratta” il castigo destinato ad Acab a causa del suo pentimento, ma siccome Dio è anche giusto è necessario che qualcuno sconti questi peccati e questo avverrà con il figlio di Acab. Non perchè si debba per forza punire qualcuno ma perchè il male porta in sè delle conseguenze e dei frutti avvelenati. Ancora una volta non è in discussione la bontà di Dio che amministra la giustizia e la misericordia con la massima perfezione ed in maniera castissima, il problema è la condotta dell’uomo, che può portarlo talmente lontano da Dio da non sentire più nemmeno il richiamo della coscienza, allora Dio si “vede costretto” ad usare l’arma del castigo perché esso ci tocca nella carne e quindi lo avvertiamo con maggiore intensità ed immediatezza rispetto al richiamo della coscienza o altre manifestazioni interiori della misericordia di Dio.

Forse molti lettori si staranno chiedendo perché Acab sembra essere più castigato rispetto alla moglie Gezabéle, in fondo era stata di quest’ultima l’idea malvagia, è lei la mente criminale, quindi secondo i nostri canoni dovrebbe essere lei a subire la sorte peggiore, ed invece accade il contrario, perché?

Il motivo risiede nel fatto che lui poteva fermarla e dire di no, essendo anche re la sua parola avrebbe acquistato più peso, quindi lui aveva avuto la possibilità di scegliere il bene e rifiutare il male, ed è sempre così per ciascuno di noi. Cari sposi, non lasciamoci trascinare in quest’abisso del male, esso è come un vortice che piano piano ti risucchia e resti imprigionato al suo interno.

Se dovesse accadere che il nostro coniuge ci “spinge” a compiere un’azione sbagliata, noi non siamo in alcun modo obbligati a dispiacere a Dio per compiacere al coniuge… anche perché poi finiremmo come Adamo ed Eva a giocare al “la colpa non è mia, è stato/a lui/lei”, sicuramente ci saranno delle attenuanti di cui Dio terrà conto nel suo giudizio, ma poi verrà a chiedere conto a ciascuno di noi del perché non siamo intervenuti per tentare di far desistere il nostro coniuge, o, peggio, lo abbiamo avvallato.

Cari sposi, non lasciamoci ingannare dall’impeto con cui si presentano le tentazioni… anche quando il nostro/a amato/a ci volesse disgraziatamente spingere verso il male, teniamo la bussola puntata in direzione del vero bene, dobbiamo aiutarci l’un l’altra sul cammino della santità e non sul cammino della perdizione.

Coraggio sposi, teniamo sempre presente la coppia di Acab e Gezabéle, per non imitarli mai.

Giorgio e Valentina.

Ma è tutta farina del tuo sacco ?

Dal primo libro dei Re (1 Re 17,7-16) […] Fu rivolta a lui (Elia) la parola del Signore: «Àlzati, va’ a Sarèpta di Sidone; ecco, io là ho dato ordine a una vedova di sostenerti». Egli si alzò e andò a Sarèpta. Arrivato alla porta della città, ecco una vedova che raccoglieva legna. […] Elìa le disse: «Non temere; va’ a fare come hai detto. Prima però prepara una piccola focaccia per me e portamela; quindi ne preparerai per te e per tuo figlio, poiché così dice il Signore, Dio d’Israele: “La farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non diminuirà fino al giorno in cui il Signore manderà la pioggia sulla faccia della terra”». Quella andò e fece come aveva detto Elìa; poi mangiarono lei, lui e la casa di lei per diversi giorni. La farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunciato per mezzo di Elìa.

Questo è un estratto della prima lettura di oggi, nella quale è raccontato un miracolo che il Signore ha operato per mezzo di Elia; è un episodio abbastanza noto, infatti viene citato da Gesù nel Vangelo di Luca:

(Lc 4,26) C’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il Paese ma a nessuna di esse fu mandato Elia se non a una vedova a Sarepta di Sidone.

Gesù cita la fede della vedova di Sarepta per esprimere tutta la tristezza perché gli abitanti della sua città non hanno riconosciuto in lui il Messia, il Figlio di Dio. La vedova pagana credette alle parole di Elia che le trasmetteva la promessa di Dio di intervenire per salvarla dalla carestia. Chi era questa vedova? Una mamma, povera e addolorata, che però può accogliere chi è più povero di lei perché le molte prove vissute le hanno insegnato la ricchezza della gratuità; essa dona e condivide tutto ciò che ha per il proprio sostentamento e quello di suo figlio non sapendo che il miracolo sarebbe accaduto di lì a poco.

E non è finita qui, perché nei versetti seguenti il racconto prosegue con la morte di questo unico figlio che verrà riportato alla vita da un secondo miracolo operato da Dio per mezzo delle mani di Elia. Ci sono alcuni livelli di lettura di questo episodio che non ci permettono di farne un’analisi completa ed esauriente, ma ci limiteremo a qualche pennellata che possa aiutarci nel cammino di crescita dell’amore sponsale.

Se stiamo abbastanza in superficie potremmo imparare quanto sia cosa buona poter condividere il poco che si ha, anche se è tutto ciò che abbiamo, perché il Signore non guarda alla quantità di dono ma alla quantità di cuore donato nonché alla gratuità di questo dono. E già qui noi sposi abbiamo di che imparare: quando doniamo al nostro coniuge, doniamo tutto (anche se apparentemente sembra poco) ed in modo gratuito?

Molti sposi ci hanno testimoniato che a loro è accaduto un prodigio simile a quello di questa vedova, poiché il poco che uno donava in un momento di stanchezza (stanchezza nella relazione) si è rivelato nutrimento non solo per altro ma anche per se stesso tanto che ci si chiedeva se tutto questo nutrimento fosse farina del suo sacco! Sembrava infatti essercene poca di farina in quel sacco eppure ha sfamato l’amore di entrambi e per parecchi giorni: il Signore moltiplica il nostro poco!

Se facciamo un passo più all’interno notiamo come ci siano gli elementi per catalogare questo episodio come una prefigura della venuta del Messia : vi troviamo infatti l’anticipo dell’Eucarestia; e la troviamo naturalmente nella focaccia di pane che la vedova prepara per Elia, e nel particolare si può notare come a Dio non sia indifferente la “fame” di Elia (durante una carestia) tanto da disporre tutto per soddisfare il bisogno necessario per lui, così farà con noi nell’Eucarestia che è quella “focaccia di pane” che ci nutre soprattutto nei momenti di carestia; e proprio quando tutto intorno a noi sembra prospettarci la fine ecco che arriva quella “focaccia di pane” che non solo soddisfa nell’immediato ma alimenta anche la vedova ed il figlio per molti giorni. Così anche l’Eucarestia è quel pane divino, è quella nuova manna dal cielo che ci sostenta soprattutto quando intorno c’è carestia, e poi ci alimenta donandoci la forza per affrontare il cammino della vita “fino al giorno in cui il Signore manderà la pioggia”… come a dire che l’Eucarestia è cibo del Paradiso che ci basta fino al giorno della nostra morte ed inoltre ci salva dalla carestia, cioè dalla morte dell’anima.

Cari sposi, anche la nostra vita matrimoniale rischia di vivere dei momenti di carestia: carestia di gesti di affetto, carestia nella relazione, carestia nel rispetto, carestia nel saper morire a se stessi per l’altro, carestia nel dialogo, carestia nell’intimità sessuale, carestia nella accoglienza e dono reciproco, carestia negli ingredienti che servono a preparare la “focaccia dell’amore” di ogni santo giorno… può succedere, però abbiamo un rimedio che è l’Eucarestia, questo pane del cielo che non è solo del semplice “pane benedetto”, ma è veramente, realmente e sostanzialmente Colui che è l’Amore fatto carne, Colui che ci insegna ad amare il nostro coniuge, Colui che è la soluzione ad ogni carestia sopracitata perché la prima carestia che viene annientata è quella dentro il nostro cuore.

Coraggio allora sposi, per questo tipo di pane non esistono intolleranze o allergie, non esiste la celiachia spirituale… fidatevi di Colui che già ama più di voi il vostro coniuge, ma desidera amarlo/la insieme e attraverso ognuno di voi.

Giorgio e Valentina.

Domenica e famiglia : un connubio possibile /36

Continuiamo col testo della Preghiera Eucaristica I (Canone Romano) riportato sul Messale:

(Con le braccia allargate, prosegue) : Accetta con benevolenza, o Signore, questa offerta che ti presentiamo noi tuoi ministri e tutta la tua famiglia : disponi nella tua pace i nostri giorni, salvaci dalla dannazione eterna, e accoglici nel gregge dei tuoi eletti. (Congiunge le mani.) (Tenendo le mani stese sulle offerte, dice ): Santifica, o Dio, questa offerta con la potenza della tua benedizione, e degnati di accettarla a nostro favore, in sacrificio spirituale e perfetto, perché diventi per noi il Corpo e il Sangue del tuo amatissimo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo. (Congiunge le mani.)

Il sacerdote, dopo aver pregato il Padre per i vivi e averLo lodato per i santi, ora recita l’ultima e fervente supplica perché Lui accetti la nostra offerta e si degni di cambiare quest’ultima nel Corpo e nel Sangue del Suo Figlio diletto. In questa parte centrale e vitale della Messa sono ancor più importanti i gesti e le parole che il sacerdote è tenuto a compiere ; qui sopra le indicazioni dirette al celebrante le trovate tra parentesi, ma esse, purtroppo, sono spesso ritenute da tanti sacerdoti come indicazioni di massima, quasi come fossero auspicabili e volontarie, e non, come invece sono, dei gesti e delle parole OBBLIGANTI e DOVEROSE. Certo questo linguaggio diretto potrà suscitare reazioni “avverse”, ma in realtà all’inizio del Messale c’è una parte consistente che potremmo definire come “le istruzioni per l’uso e la lettura del Messale”, una sorta di legenda, quasi un manuale dentro un manuale, nella quale , tra le tantissime indicazioni, è scritto a chiare lettere al n.24 : “[…] Tuttavia, il sacerdote ricordi di essere il servitore della sacra Liturgia e che nella celebrazione della Messa a lui non è consentito aggiungere, togliere o mutare nulla a proprio piacimento“.

La prima supplica accorata ricorda al sacerdote stesso di essere un ministro di Dio ed a noi ricorda di essere la famiglia di Dio (se infatti col Battesimo siamo resi figli di Dio siamo anche fratelli tra noi) ; ma poi ci sono 3 richieste speciali :

  1. La prima è quella della pace : “disponi nella tua pace i nostri giorni“. Non è la pace che dà il mondo, ma la Sua pace, che deriva dal vivere nella Sua Grazia ; ma soprattutto con quel “disponi” ci ricorda che la Sua pace è un DONO di Dio e non uno sforzo umano, inoltre si fa menzione de “i nostri giorni”… la Chiesa pellegrina nel tempo non dimentica il proprio stato di precarietà su questa terra.
  2. La seconda è : “salvaci dalla dannazione eterna“. Giustamente la Chiesa non si stanca di ricordarci che la peggior cosa che ci possa capitare non è la malattia, la sofferenza, la tribolazione, nemmeno la morte, ma quella di morire in disgrazia, quella di dannarci eternamente… e la salvezza viene da Dio, non ci salviamo da soli con le nostre mani perciò il sacerdote prega a nome nostro con quel “salvaci”.
  3. La terza è “accoglici nel gregge dei tuoi eletti“. Finalmente la prospettiva del Paradiso ci viene presentata… che bello far parte di quel gregge che per sempre (davvero), per l’eternità non deve più pensare a procurarsi cibo in verdi vallate, che non deve più temere incursioni dei nemici, che non ha più paura di nulla e vive nella pace eterna perché ormai è perennemente con il Suo Buon Pastore.

I gesti che il sacerdote deve compiere sono molto antichi ed hanno significati e simbologie che ci sorpassano, per esempio le braccia allargate ricordano le braccia di Cristo in croce, quindi un abbandono totale alla volontà del Padre ; e poi le mani congiunte ci ricordano quell’antico gesto che si faceva per sancire la propria obbedienza di servi nelle mani del padrone, quindi anche noi obbediamo e siamo come schiavi (nell’amore) di Nostro Signore Gesù Cristo ; il terzo gesto indicato sono le mani stese sull’oblazione dell’ostia e del calice, così come anticamente il gran sacerdote le poneva sulla vittima del sacrificio così queste mani ricordano al celebrante stesso ed a noi fedeli che quell’offerta sarà fra pochi attimi proprio la vittima del sacrificio e NON sarà una semplice memoria degli ultimi gesti di Gesù con del “banale” pane benedetto.

Da ultimo vorremmo soffermarci sulla seconda parte della preghiera : “diventi per noi il Corpo e il Sangue del tuo amatissimo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo “:

  • Anzitutto quel “per noisignificaa favore nostro, in nostro favore” ; non significa che l’offerta diventi Corpo e Sangue solo ed esclusivamente per noi che siamo lì presenti mentre per tutti gli altri no ; non significa nemmeno “secondo noi, secondo il nostro pensiero” perché il pane ed il vino diverranno Corpo e Sangue comunque, aldilà che noi ci crediamo o no, anche se non dovesse crederci nessuno dei presenti compreso il sacerdote (come avvenne nel miracolo eucaristico di Bolsena nell’estate del 1263).
  • Le mani del sacerdote sono state consacrate con l’olio santo, sicché tutte le volte che lui stende le mani scende lo Spirito Santo, ma anche quando tocca qualcosa o qualcuno deve farlo con questa consapevolezza, e cioè di agire in persona Christi, con questo gesto che il sacerdote compie lo Spirito Santo di Dio scende… capito bene ? Non è che sia un gesto tanto per fare un po’ di teatro… scende la terza persona stessa della Santissima Trinità, lo Spirito Santo… nel mese di Giugno siamo soliti celebrare la festa della Pentecoste, ma in realtà ad ogni S. Messa scende lo Spirito Santo, è come se succedesse una nuova Pentecoste, tutte le volte. Noi la celebriamo solennemente una volta all’anno, ma essa è stata istituita per ricordarci che lo Spirito Santo non scende solo in quel giorno… il problema nostro è che non usiamo così spesso gli occhi della fede quando siamo lì a Messa, ma se potessimo vedere le realtà spirituali vedremmo come un fascio di luce potentissimo e luminosissimo uscire dalle mani del sacerdote… se si potesse vedere con gli occhi corporei ci vorrebbero i Carabinieri ad ogni S. Messa fuori sul sagrato per tenere a bada la gente che vorrebbe entrare in chiesa anche solo per poter vedere questo miracolo.

Care famiglie, andate dai vostri sacerdoti a farvi benedire, insistete e chiedete la benedizione di Dio per mano loro, chiedete soprattutto che vi tocchino con la mano sul capo mentre recitano la preghiera di benedizione… Valentina ed io abbiamo spesso chiesto e ricevuto queste benedizioni e non possiamo esprimere fino in fondo le sensazioni e le grazie che abbiamo ricevuto, forse la descrizione più vicina alla verità è che si avverte come un fuoco benefico che penetra partendo dal capo e pervade tutta la persona, soprattutto quando siamo stati benedetti da vescovi e cardinali.

Cari sposi, ci siamo ripetuti spesso che il nostro Sacramento del Matrimonio ha molto a che fare con la carne, anzi potremmo quasi chiamarlo il sacramento della carne/corpo poiché senza di esso il sacramento non sussiste e l’amore non è scambiato tra i due sposi… ebbene, non crediate che il tatto non abbia a che fare con il sacramento dell’Ordine, infatti ai sacerdoti vengono unte le mani con una unzione che è più indelebile dei tatuaggi, è da quella unzione a forma di croce che passa lo Spirito Santo quando ci benedicono, quando consacrano, quando ci assolvono dai peccati… una bellissima pratica è quella di baciare (ancora il corpo protagonista) le mani del sacerdote dopo la S. Messa perché grazie a quelle mani l’ostia ed il vino sono divenuti il Corpo, Sangue Anima e Divinità di Gesù Cristo.

Coraggio sposi, manifestiamo la nostra fede anche col corpo ai nostri sacerdoti, per loro sarà una edificazione nel cammino di santità, il primo passo per cambiare è sentirsi amati e valorizzati. Cari sacerdoti, non abbiate paura ad essere “fuori moda”, anzi… noi vi vogliamo solo fuori moda perché antichi e sempre nuovi.

Giorgio e Valentina.

Attori oppure CEO?

Nella liturgia odierna la prima lettura ci sprona così:

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 12,9-16b) Fratelli, la carità non sia ipocrita: detestate il male, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. Non siate pigri nel fare il bene; siate invece ferventi nello spirito; servite il Signore. Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera. Condividete le necessità dei santi; siate premurosi nell’ospitalità. Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite. Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non nutrite desideri di grandezza; volgetevi piuttosto a ciò che è umile.

Alcune volte la Parola di Dio sembra cucita apposta sulle nostre vite, è un’esperienza che possiamo fare tutti poiché essa è viva, non è un libro qualsiasi, non è una raccolta di saggi o aforismi, ma è uscita dal pensiero di Dio, è come se Dio avesse chiesto di trascrivere il proprio pensiero ad alcuni uomini scelti ed abbia guidato la loro mano nel redigere i vari libri; ma soprattutto non dobbiamo mai dimenticare che Gesù è il Verbo fatto carne, la Parola di Dio si è fatta carne in Gesù, ecco perché essa è viva e non è lettera morta, a patto che apriamo il cuore alla Sua azione.

Alcune volte troviamo episodi e riferimenti tipici dell’epoca in cui sono stati redatti i vari scritti, ma questo non ci deve distogliere dall’aprire il cuore allo Spirito Santo che agisce nella Parola, poiché questi riferimenti sono solo come l’estetica esterna di una scatola, non il suo contenuto; essi sono come il pretesto per dire qualcosa circa il cuore dell’uomo e soprattutto quello di Dio. In questo caso S. Paolo sta scrivendo alla comunità di Roma, ma visto che questa è solo la parte estetica esterna alla scatola, vediamo cosa troviamo all’interno di essa.

Innanzitutto c’è un lungo elenco di suggerimenti/ordini molto pratici ed utili che possono benissimo essere applicati aldilà del proprio stato di vita, proprio per questo li dobbiamo sentire indirizzati per noi sposi; se lo stile dell’amore deve caratterizzare la comunità cristiana, quale miglior comunità esiste di quella domestica, nella quale si impara ad amare?

Potremmo passare in rassegna ogni ordine elencato, ma sarebbe solo un’approfondimento di consigli saggi se dimenticassimo il fulcro di tutto ciò, e cioè l’incipit iniziale “la carità non sia ipocrita“. Sembra una frase da cartello stradale della Pubblicità Progresso, ma dobbiamo intenderla bene: il termine carità usato da S. Paolo è la forma più alta dell’amore, quella che in greco è “charis” ed in latino è “caritas“, e cioè l’amore disinteressato, l’amore che imita quello di Cristo; altrove infatti S. Paolo parla della “carità di Cristo“.

Ma cosa significa che la carità non deve essere ipocrita? Il termine ipocrita usato negli scritti paolini ha il significato di “attore” [dal lat. hypocrĭta, dal gr. hypokritḗs ‘attore’, quindi ‘simulatore’].

Cari sposi, probabilmente alcuni di noi da giovani avevano velleità per il cinema o la televisione, mentre qui l’apostolo ci richiama a non fare gli attori, ma non inteso come professione rispettabile, ma attori nell’amore, attori nella carità. Probabilmente il nostro Paolo aveva visto tante rappresentazioni teatrali nei suoi lunghi viaggi perciò sapeva bene in cosa consistesse la professione dell’attore.

Cosa fa un attore? Di fronte ad alcuni (il pubblico) si comporta in un modo che non è la propria vera identità, la quale viene a galla solo con altri (vita privata).

Cari sposi, qual è la nostra vera identità di sposi in Cristo?

Fare le veci di Dio per il nostro coniuge, essere come dei rappresentanti legali della Trinità, siamo come dei CEO nell’azienda della Carità di Cristo. Infatti come ai veri CEO così anche ad ogni sposo/a sono demandate, in ambito societario e aziendale, le maggiori responsabilità in materia di gestione e decisioni strategiche, e questa azienda a gestione famigliare è la CARITA’, la carità vera che imita e proviene da quella di Cristo, siamo quindi in società con Lui.

Gli sposi e le spose che si amano con questa caratteristica gareggiano nello stimarsi a vicenda, non sono pigri nel bene, sono ferventi nello Spirito, perseverano nella preghiera e vivono tutti gli altri atteggiamenti descritti in questo brano paolino.

Ma come facciamo a vivere tutto questo? Cominciando da un ordine, per esempio possiamo cominciare con il gareggiare nello stimarci a vicenda, piano piano che il nostro amore crescerà, questo atteggiamento virtuoso si trascinerà dietro le altre virtù; e le virtù vissute scacciano i vizi contrari ad esse.

Coraggio sposi: provare per credere!

PS: Per chi avesse ancora dei dubbi, il Signore ci ha dato un comando: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati”, l’amore sponsale è quindi un obbligo, dolce ma pur sempre obbligo/comando, a noi tocca eseguirlo da bravi discepoli.

Giorgio e Valentina.

Nuovi terremoti!

Ecco la prima lettura di oggi :

Dagli Atti degli Apostoli (At 16,22-34) : In quei giorni, la folla [degli abitanti di Filippi] insorse contro Paolo e Sila, e i magistrati, fatti strappare loro i vestiti, ordinarono di bastonarli e, dopo averli caricati di colpi, li gettarono in carcere e ordinarono al carceriere di fare buona guardia. Egli, ricevuto quest’ordine, li gettò nella parte più interna del carcere e assicurò i loro piedi ai ceppi. Verso mezzanotte Paolo e Sila, in preghiera, cantavano inni a Dio, mentre i prigionieri stavano ad ascoltarli. D’improvviso venne un terremoto così forte che furono scosse le fondamenta della prigione; subito si aprirono tutte le porte e caddero le catene di tutti. Il carceriere si svegliò e, vedendo aperte le porte del carcere, tirò fuori la spada e stava per uccidersi, pensando che i prigionieri fossero fuggiti. Ma Paolo gridò forte: «Non farti del male, siamo tutti qui». Quello allora chiese un lume, si precipitò dentro e tremando cadde ai piedi di Paolo e Sila; poi li condusse fuori e disse: «Signori, che cosa devo fare per essere salvato?». Risposero: «Credi nel Signore Gesù e sarai salvato tu e la tua famiglia». E proclamarono la parola del Signore a lui e a tutti quelli della sua casa. Egli li prese con sé, a quell’ora della notte, ne lavò le piaghe e subito fu battezzato lui con tutti i suoi; poi li fece salire in casa, apparecchiò la tavola e fu pieno di gioia insieme a tutti i suoi per avere creduto in Dio.

Ci rendiamo conto della lunghezza del testo ma ci sembrava buona cosa citarlo tutto questa volta, ciononostante ci soffermeremo solo su alcuni particolari.

Ad una prima lettura sembra non avere molto senso la richiesta che il carceriere pone a Paolo: «Signori, che cosa devo fare per essere salvato?». In effetti potrebbe sembrare una richiesta d’aiuto solo per salvarsi dalle conseguenze nefaste di tale evento sulla propria carriera di carceriere, eppure per Paolo e Sila la domanda ha un solo canale di uscita, una sola possibile risposta: egli chiede la salvezza di Gesù. Ma cosa ha suscitato in lui tale coscienza? Lo scrittore non riporta che il carceriere si sia intrattenuto in colloqui informali con i due carcerati Paolo e Sila, inoltre quando accade il terremoto annota che lui si svegliò, un modo come un altro per dire che, siccome dormiva, proprio non se li filava per niente i due carcerati, anzi, pare che la decisione di gettarli nella parte più interna e brutta del carcere fosse sua.

Quindi, cos’è che ha suscitato in lui la richiesta di conversione? La risposta di Paolo : «Non farti del male, siamo tutti qui».

Praticamente si sente amato, lui che li aveva maltrattati gettandoli nella parte più interna e buia del carcere, lui che probabilmente aveva assistito alle loro torture, lui che li aveva trattati come animali pur vedendoli torturati e coi vestiti strappati, lui che aveva assicurato i loro piedi ai ceppi, ed invece proprio lui si sente amato perché Paolo gli grida di non farsi del male; probabilmente aveva assistito a scene simili chissà quante volte, e spesso magari era stato ricambiato con insulti, improperi o minacce, ma questa volta è tutto diverso, questa volta lui si può permettere di dormire perché i carcerati non lo insultano con cori minacciosi e oltraggiosi per tutta la notte, no, questa volta tutto è paradossalmente tranquillo, perché? Per il fatto che gli unici che avevano il diritto di reclamare la propria innocenza, cioè Paolo e Sila, invece di urlare o sbattere i pugni contro le sbarre, si mettono in preghiera cantando inni a Dio.

Cari sposi, cosa facciamo noi quando siamo trattati come Paolo e Sila? Questo è un grande insegnamento per noi sposi, noi che spesso non le mandiamo a dire quando veniamo calpestati e vediamo che i nostri sforzi d’amore vengono vanificati, ignorati o denigrati. Noi che spesso non vediamo l’ora che l’amato/a si accorga dei nostri gesti affinché almeno ci ringrazi. Ed invece Paolo e Sila ci insegnano che quando siamo nella tribolazione dobbiamo stare in preghiera ed innalzare inni a Dio, soprattutto quando siamo ingiustamente trattati male, dobbiamo quindi riporre la nostra fiducia e la nostra consolazione in Dio.

Ma nella vita di coppia è più frequente stare dalla parte del carceriere aldilà dell’innocenza dell’altro/a, ed ecco così che fissiamo bene il nostro coniuge nella zona più interna delle prigioni che noi stessi abbiamo creato, prigioni che sono molto più invalicabili di quelle di Filippi, casomai lui/lei provasse una fuga.

Il miracolo a cui assistette il carceriere è possibile ancora oggi anche dentro le nostre relazioni malate, ad una condizione : che si “cantino” inni a Dio in preghiera per amare il nostro carceriere. Il miracolo avviene solo dopo che Paolo e Sila pregano (e cantano), perché sperano più nella ricompensa di Dio che negli aiuti umani. Anche noi sposi dobbiamo amare il nostro coniuge con la piena fiducia nella ricompensa di Dio più che negli aiuti umani.

Dobbiamo imparare da Paolo e Sila a non portare rancore nonostante la nostra innocenza, vera o presunta, ed innalzare inni a Dio per amare ancora di più il nostro amato/a di un amore più grande: quello stesso di Dio.

Coraggio sposi, il sacramento ci ha abilitato ad amare con questo stile, ne siamo divenuti capaci, forse non saremo subito dei campioni ma ne siamo capaci, basta allenarsi.

Giorgio e Valentina.

Domenica e famiglia : un connubio possibile / 35

Continuiamo l’analisi della Preghiera Eucaristica I, la quale dopo la menzione della porzione di Chiesa pellegrina ( vedi puntata precedente ), continua con la memoria della Chiesa trionfante:

Memoria dei santi. In comunione con tutta la Chiesa, ricordiamo e veneriamo anzitutto la gloriosa e sempre Vergine Maria, Madre del nostro Dio e Signore Gesù Cristo, san Giuseppe, suo sposo, i tuoi santi apostoli e martiri : Pietro e Paolo, Andrea, [Giacomo, Giovanni, Tommaso, Giacomo, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Simone e Taddeo ; Lino, Cleto, Clemente, Sisto, Cornelio e Cipriano, Lorenzo, Crisogono, Giovanni e Paolo, Cosma e Damiano] e tutti i tuoi santi : per i loro meriti e le loro preghiere donaci sempre aiuto e protezione. Con le braccia allargate, prosegue : Accetta con benevolenza, o Signore, questa offerta che ti presentiamo noi tuoi ministri e tutta la tua famiglia : disponi nella tua pace i nostri giorni, salvaci dalla dannazione eterna, e accoglici nel gregge dei tuoi eletti.

Come abbiamo già ricordato nel primo affondo sulla Preghiera Eucaristica I, qua sono citati 24 nomi di santi apostoli e martiri, che richiamano sicuramente i 24 vegliardi che nella visione di Giovanni nel libro dell’Apocalisse stavano intorno al trono dell’Agnello. Sicuramente è stata fatta una scelta che necessariamente ha “escluso” alcuni santi, i quali non sono stati discriminati per chissà quali ragioni, ma semplicemente bisognava stare nel numero di 24 e siccome i primi 12 sono gli Apostoli restavano liberi solo altri 12 nomi; ed in questo secondo elenco ci sono 12 papi, vescovi e martiri dei primi tempi del cristianesimo, è una scelta dettata un po’ dall’epoca in cui è stata redatta questa preghiera e un po’ dal fatto che ricordare questi primi santi ci aiuta a non perdere memoria delle radici anche storiche della nostra fede e secondariamente ci ricorda che il sangue dei martiri genera nuovi cristiani come il concime per il terreno.

Ovviamente non si può citare la Chiesa trionfante senza nominare la Madonna, ed infatti la preghiera comincia proprio con il suo ricordo e la sua venerazione; vogliamo far notare che in queste poche parole iniziali sono contenuti già molteplici insegnamenti a cui accenneremo solo, sia per limiti personali sia perché non è il nostro obiettivo primario. Mettiamo in evidenza qualche parola:

  • In comunione con tutta la Chiesa. Già da questa apertura possiamo notare come la Messa sia fonte di unità non solo per tutto il popolo convenuto alla celebrazione, ma anche e soprattutto ci unisce alle anime del Paradiso, è quell’atto rituale che ci fa sperimentare la cosiddetta comunione dei santi; l’abbiamo ripetuto più volte ma è sempre bello ricordare che la Messa è un anticipo su questa terra delle realtà celesti, in altre parole un antipasto del Paradiso. E perché siamo in comunione? Perché la liturgia del Cielo è una lode perenne all’Agnello, il quale ha sicuramente accanto a sé la Sua Madre Santissima che riceve la giusta venerazione che Le spetta in quanto Madre di Dio e Regina del Cielo.
  • Ricordiamo e veneriamo anzitutto la gloriosa e sempre Vergine Maria. E’ un condensato di Catechismo questa frase, perché ci ricorda di venerare la Madonna e non di adorarla, poiché Ella è una creatura, certo la più sublime e la più perfetta, la tutta bella, la tutta santa, ma pur sempre creatura e non una dea, o una sorta di Dio Padre al femminile. Poi ci dice che è gloriosa, altro che la ragazzina un po’ sprovveduta ed incosciente che ha accettato dall’arcangelo Gabriele la proposta del Padre come fosse un giochetto, altro che una ragazza come tante, altro che una brava ragazza come ce ne sono tante, NO! Queste sono solo alcune frasi che abbiamo sentito in più di qualche omelia purtroppo, sono tentativi malriusciti di sminuire la figura gloriosa della Madre di Dio. Non vogliamo approfondire questa tematica ma vogliamo porre una domanda provocatoria: ma vi pare che il Padre abbia pazientato per secoli la pienezza del tempo per inviare il Suo unico Figlio e lasciarlo in mano ad una ragazzina sprovveduta, una tra tante, una qualunque? Non vi sembra ovvio e logico che si sia preparato una madre degna di ospitare nel proprio utero purissimo nientedimeno che il Dio fatto uomo, il Messia atteso da secoli, il Salvatore del genere umano? Non avremmo forse agito così anche noi al posto del Padre?
  • Madre del nostro Dio e Signore Gesù Cristo. Anche qui si ribadisce una verità della nostra fede, e cioè non solo che la Madonna è madre, ma soprattutto che lo è del nostro Dio. L’accento non è sulla maternità di Maria, ma sull’Incarnazione del Verbo di Dio come vero uomo. Ed anche quest’accentuazione sbugiarda da sola le maldicenze che vogliono farci allontanare dalla Madonna con la scusa che essa ci allontanerebbe da Dio, infatti la seconda parte della frase annota che questo Dio è il Signore nostro Gesù Cristo. Quindi la presenza della Madonna non mette in secondo piano né svilisce Gesù, ma al contrario : siccome a Dio è piaciuto donarci Gesù attraverso Maria, chi siamo noi per toglierla di mezzo e decidere di poter fare a meno di lei?
  • San Giuseppe, suo sposo. Anche per il glorioso San Giuseppe vale la stessa domanda provocatoria di poco fa: se voi foste stati al posto di Dio Padre avreste affidato il vostro unico figlio ad un falegname/carpentiere qualunque? Se già è stata scelta la madre purissima di quel bambino preziosissimo (che è il Salvatore/Messia), poteva essa fare affidamento su uno sposo come tanti, o bisognava trovare un uomo speciale per questa missione speciale? La risposta logica ci fa capire come San Giuseppe sia spesso sottovalutato come una figura di secondo piano, purtroppo ancora poco conosciuto, amato, pregato, venerato. Ed invece è la persona sulla quale ha scommesso la propria quotidianità la Madre di Dio; la Regina del Cielo, la Vergine purissima, poteva sposare un uomo che non avesse la dignità di un re? Poteva dirsi sposa di un uomo non purissimo, di un uomo non casto? Impossibile! Perciò cari sposi, quando si dice che la famiglia è una chiesa domestica, quale migliore modello possiamo avere se non la Santa Famiglia?
  • E tutti i tuoi santi : per i loro meriti e le loro preghiere donaci sempre aiuto e protezione. Dopo San Giuseppe c’è l’elenco dei 24 nomi di cui sopra, e poi si chiede al Padre di esaudirci non per la bontà delle nostre richieste, ma per i meriti di questi nostri fratelli che ci hanno preceduto. Cari sposi, la Santa Messa è anche una scuola di preghiera: quando ci troviamo di fronte ad una difficoltà dobbiamo far ricorso ai santi, e presentare al Signore la nostra richiesta attraverso i meriti dei santi che invochiamo, perché il Signore si intenerisca di fronte ai suoi figli prediletti che già stanno vicino a Lui nella gloria del Paradiso, e magari sono quei 24 vegliardi che incessantemente cantano la lode e la gloria dell’Agnello.

Coraggio famiglie, la Domenica possiamo sperimentare la comunione dei santi, invocandone l’intercessione, abbiamo degli amici in Cielo e per il posto in Paradiso si può essere dei “raccomandati“.

Giorgio e Valentina.

Passe-partout per il regno di Dio?

Ecco una piccola parte della prima lettura proposta oggi nella liturgia:

Dagli Atti degli Apostoli (At 14,19-28) […] [Paolo e Barnaba] Dopo aver annunciato il Vangelo a quella città e aver fatto un numero considerevole di discepoli, ritornarono a Listra, Icònio e Antiòchia, confermando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede «perché – dicevano – dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni». Designarono quindi per loro in ogni Chiesa alcuni anziani e, dopo avere pregato e digiunato, li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto. Attraversata poi la Pisìdia, raggiunsero la Panfìlia […] .

Prosegue il ciclo di letture dal libro degli Atti degli Apostoli, il quale libro è un resoconto preciso quasi come fosse un manuale del perfetto evangelizzatore e discepolo del Maestro, ecco perché troviamo così tanti riferimenti geografici e altri particolari, proprio a testimonianza di come il Vangelo sia stato proclamato al mondo intero (fino ad allora conosciuto).

In questo contesto troviamo molte descrizioni di cosa comporti l’evangelizzazione e la testimonianza del Vangelo, nonché i racconti delle prove alle quali sono stati sottoposti i discepoli per difendere la propria fede in Gesù Cristo. Ed è proprio a queste prove che volgeremo la nostra riflessione, non tanto per considerarle una ad una nei loro aspetti esteriori, quanto per fare nostra la frase centrale “dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni“.

Apparentemente sembra una frase che Paolo e Barnaba usano indirizzate a se stessi quasi a rassicurare i discepoli probabilmente un poco smarriti di fronte alle molte difficoltà incontrate dai loro evangelizzatori di fiducia, infatti ne troviamo conferma nella parole introduttorie: “confermando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede“. Ma forse la Parola di Dio ci vuole dire ancora di più, infatti come primo significato ci vuole sicuramente testimoniare con quanto zelo e difficoltà il Vangelo si sia diffuso fino ad arrivare a noi, ma dall’altra ci chiede conto di questa ricchezza che ci troviamo tra le mani.

E’ un po’ come se ci dicesse che se vogliamo stare dalla parte di Cristo dobbiamo essere disposti a soffrire, nessuno si illuda di andare in Paradiso senza passare dalla Croce. Sembrano far eco le parole del Maestro quando a più riprese ha messo in guardia chi lo volesse seguire con tanto entusiasmo affinché non diventasse il discepolo entusiastico ma non perseverante… un po’ come il fuoco di paglia.

Cari sposi, a Gesù non dispiace affatto l’entusiasmo nella fede, ma non vuole che il nostro matrimonio sia come quel fuoco di paglia che dura poco nonostante le fiamme iniziali siano molto belle e alte. Il nostro matrimonio deve avere quella caratteristica che Paolo e Barnaba hanno evidenziato nella lettura, e cioè che le tribolazioni che passiamo non ci scoraggino, ma possiamo vederle come il passe-partout del regno di Dio, come una chiave di accesso attraverso la quale sperimentare già in questa vita la bellezza del regno di Dio in mezzo a noi.

Spesso abbiamo molte domande su questo “regno di Dio”: cosa sia esso, che tipo di regno sia, chi sia il Re e chi siano i sudditi, dove trovarlo e come viverlo, ecc… ma quasi mai ci chiediamo come si faccia ad entrarvi. Se uno volesse andare a casa di un amico, bisogna che conosca l’indirizzo e come potervici entrare, deve sapere se sia sufficiente presentarsi al citofono oppure se l’amico gli faccia avere un paio di chiavi della porta d’entrata… similmente per entrare in questo regno c’è una porta con una chiave di accesso, il nostro pass-partout sono le nostre tribolazioni.

Tranquilli, non siamo estimatori del pessimismo né tantomeno masochisti, semplicemente dobbiamo considerare che se diciamo di essere discepoli del Maestro significa che la nostra vita deve tendere alla Sua imitazione; perciò se il Padre ha scelto la via della sofferenza anche per il Figlio che non aveva colpa alcuna, significa che quella è la via maestra, appunto, e non è un gioco di parole. Questo ci autorizza al vittimismo, al masochismo? Nient’affatto, però ci mette in guardia di fronte alle difficoltà che nella vita incontriamo a causa del Vangelo, come a dire che esse fanno parte del gioco.

Cari sposi, siamo disposti a questo? In linea teorica siamo sicuri che molti risponderanno di sì, ma poi quando ci tocca la vita? facciamo qualche esempio…….Siamo disposti a tacere in una discussione accettando le critiche del nostro coniuge? Siamo disposti a contare fino a mille prima di rispondere con un insulto o prima di sbattere la porta in faccia a lei/lui? Siamo disposti a mettere al primo posto il TU e il NOI piuttosto che il nostro IO? Siamo disposti ad essere sbeffeggiati (magari anche dal nostro coniuge) solo perché la Domenica non perdiamo MAI la S. Messa?

Carissimi sposi, la vita matrimoniale è un dono prezioso che il Signore ha messo nelle nostre mani affinché ci potessimo aiutare l’un l’altra nell’avvincente cammino della santità. Non sapete come diventare santi? Cominciate ad imitare il sacrificio di Gesù nella vostra casa e nella vostra relazione matrimoniale. Impossibile? No, con Dio anche l’impossibile diventa possibile.

Entrare nel regno di Dio significa anche vivere un matrimonio santo, bello, sereno e felice, non perché vada sempre tutto bene e non ci siano mai malattie, dolori, incomprensioni, difficoltà, persecuzioni, ecc… no, ma perché anche nelle tribolazioni abbiamo un Re che non ha esitato a dare la Sua vita per noi e non ci molla neanche per un attimo con la Sua Grazia che è fonte di Pace, ma non la pace che dà il mondo. Qual è il regno di Dio per gli sposi? Il loro matrimonio.

Coraggio, adesso sappiamo qual è il passe-partout.

Giorgio e Valentina.

C’è sempre una prima volta!

La liturgia di oggi ci dona questa prima lettura :

Dagli Atti degli Apostoli (At 11,19-26) In quei giorni, quelli che si erano dispersi a causa della persecuzione scoppiata a motivo di Stefano erano arrivati fino alla Fenicia, a Cipro e ad Antiòchia e non proclamavano la Parola a nessuno fuorché ai Giudei. Ma alcuni di loro, gente di Cipro e di Cirène, giunti ad Antiòchia, cominciarono a parlare anche ai Greci, annunciando che Gesù è il Signore. E la mano del Signore era con loro e così un grande numero credette e si convertì al Signore. Questa notizia giunse agli orecchi della Chiesa di Gerusalemme, e mandarono Bàrnaba ad Antiòchia. Quando questi giunse e vide la grazia di Dio, si rallegrò ed esortava tutti a restare, con cuore risoluto, fedeli al Signore, da uomo virtuoso quale era e pieno di Spirito Santo e di fede. E una folla considerevole fu aggiunta al Signore. Bàrnaba poi partì alla volta di Tarso per cercare Sàulo: lo trovò e lo condusse ad Antiòchia. Rimasero insieme un anno intero in quella Chiesa e istruirono molta gente. Ad Antiòchia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani.

Avrete certamente notato come la prima lettura nel tempo pasquale sia tratta per la quasi totalità dal libro degli Atti degli Apostoli. E questo a motivo della gloriosa risurrezione di Gesù, coloro che erano fuggiti impauriti e si erano nascosti per timore di essere catturati ecco che dopo la risurrezione e la discesa dello Spirito Santo vengono trasformati in impavidi e tenaci dando inizio a quella meravigliosa avventura dell’evangelizzazione “ad gentes”, cioè non solo ai Giudei ma a tutte le genti.

Questo brano ha il suo fulcro su due frasi : “cominciarono a parlare anche ai Greci, annunciando che Gesù è il Signore” e “Ad Antiòchia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani.“. E vedremo che sono due frasi che possono benissimo essere rivolte a noi sposi.

Abbiamo già sottolineato come all’inizio dell’evangelizzazione i discepoli si rivolgevano esclusivamente ai Giudei, ma non per cattiveria nei confronti degli altri popoli, ma semplicemente perché erano convinti che Gesù, essendo Lui stesso Giudeo, fosse venuto per salvare solo i Giudei, dovevano ancora capire tante cose nonostante fossero gli Apostoli scelti dal Maestro, avevano un percorso da fare anch’essi dentro di sé. Perciò consideravano i greci un popolo non-eletto e quindi non degni di ricevere questa grande notizia di Gesù risorto.

Purtroppo è una mentalità ancora diffusa e ci sono tante coppie di sposi che non ritengono degne altre coppie di ricevere quest’annuncio per i più disparati motivi. Se per i discepoli del brano in questione è scusabile l’atteggiamento di chiusura, non si può dire di certo lo stesso per noi oggi. Il popolo eletto non è più formato da giudei, ma il popolo eletto è fatto da ” i battezzati”; noi sposi non possiamo decidere chi è degno dell’annuncio e chi no. Non dobbiamo rinunciare ad evangelizzare sempre e comunque, il resto lo fa lo Spirito Santo; la fede in Gesù Signore deve essere una proposta di salvezza e non un’imposizione dall’alto.

Ma ci sono anche coppie che si sentono come quei Greci a cui non veniva fatto l’annuncio perché stranieri, perché non-eletti. Si negano da se stesse fin dal principio la possibilità di vivere per l’eternità in Cristo Gesù e di riconoscerLo come il Signore delle loro vite, dei loro cuori. La maggior parte delle volte, queste persone usano queste argomentazioni come scudo, perché cambiare fa male, è come un po’ morire e quindi preferiscono restare nel “loro brodo”. Cari sposi, non esistono delle coppie escluse dall’Amore di Dio che promana dalla Sua Croce, quando Gesù si è immolato non lo ha fatto solo per alcuni, lo ha fatto per tutti, sta a noi la scelta di accettare la Sua salvezza o di continuare per la nostra strada.

La seconda frase “Ad Antiòchia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani” ci piacerebbe che la sentissimo rivolta ad ognuno di noi sposi, se al posto di Antiochia mettessimo i nostri due nomi, oppure “noi coppia” . All’interno di ogni coppia di sposi Cristo dovrebbe trovare la sua dimora, dovrebbe starci comodo in mezzo a noi due. Cari sposi, facciamo posto a Cristo perché chi ci vede possa esclamare: quei due si possono chiamare cristiani perché si vede che sono di Cristo.

Coraggio, lasciatevi invadere da Cristo senza paura… c’è sempre una prima volta !

Giorgio e Valentina.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 34

Continuiamo la preghiera Eucaristica I seguendo il Messale :

Intercessione per i vivi .
Ricordati, Signore, dei tuoi fedeli [N. e N.].
Congiunge le mani e prega brevemente per quelli che vuole ricordare.
Poi, con le braccia allargate, continua:

Ricordati di tutti coloro che sono qui riuniti, dei quali conosci la fede e la devozione: per loro ti offriamo e anch’essi ti offrono questo sacrificio di lode, e innalzano la preghiera a te, Dio eterno, vivo e vero, per ottenere a sé e ai loro cari redenzione, sicurezza di vita e salute.

La Chiesa non è solo quella che vediamo organizzata con le umane istituzioni, poiché essa è la porzione più piccola ed anche la meno santa, non dobbiamo dimenticare che la Chiesa è composta da tre porzioni : quella trionfante (in Paradiso, con angeli e santi, con la Madonna e Gesù), quella purgante (in Purgatorio) e quella militante (ancora su questa terra). Nella preghiera Eucaristica I sono menzionate tutte e tre queste porzioni di Chiesa, e per ognuna di essa ci sono preghiere intrise di una fede immutata di sempre.

Fin dalle prime volte che ascoltammo queste parole di intercessione per i vivi ci sentimmo un po’ interpellati, poiché il sacerdote prega per “coloro che sono qui riuniti, dei quali conosci la fede e la devozione“. Forse eravamo un poco distratti dall’ambiente esterno, non pienamente consapevoli di cosa stesse accadendo, eppure il sacerdote pregò con queste parole e destò subito la nostra attenzione… nonostante siamo qui un po’ distratti il prete prega per noi, intercede presso Dio al posto nostro ed in favore nostro, raccomandando noi presso l’Altissimo e quasi assicurando lui in prima persona circa la bontà della nostra fede e devozione… che coraggio !

Che coraggio cha dimostra la Chiesa nel mettere sulla bocca dei nostri sacerdoti una simile ardita preghiera !

Cari sposi, ma siamo proprio così sicuri di poter meritare che il nostro parroco ci metta la faccia al posto nostro davanti al Signore Onnipotente quasi scommettendo sulla nostra fede e devozione ?

Se ci fermiamo un attimo a pensare dobbiamo dedurre che la Chiesa ha in grande considerazione i suoi figli che ancora militano su questa terra, viene da pensare che sia più convinta lei della nostra fede piuttosto che noi stessi. Certamente questa preghiera è ardita e ci dà tanto materiale su cui lavorare per un sincero esame di coscienza e per un serio lavoro di conversione personale e di coppia.

Succede così anche nelle cose umane : se il capoufficio andasse dal datore di lavoro per aiutarci nella promozione, e si mettesse ad esaltare la dedizione che abbiamo per il nostro lavoro, la cura dei dettagli e la precisione che profondiamo in ogni aspetto della nostra mansione, sicuramente ci daremmo da fare per essere all’altezza della nostra descrizione così fin troppo generosa. Similmente accade lo stesso in questa preghiera in cui la parte del capoufficio è affidata al sacerdote che celebra.

Cari sposi, abbiamo un intercessore che parla bene di noi davanti all’Altissimo, a noi il compito dunque di esserne degni affinché le sue parole diventino sempre più realtà viva.

La seconda parte della frase parla del “sacrificio di lode” , sembrano due parole apparentemente in contrasto tra loro poiché siamo soliti associare alla parola “sacrificio” un’azione che ci costa un po’ di fatica mentre invece lodare il Signore ci appare un’azione gioiosa e quasi rilassante. Le parole a cui si rifà questa preghiera sono parole che troviamo in alcuni Salmi ma anche negli scritti paolini, perciò non sono invenzioni della Chiesa, sono parole che la Chiesa ha fatto sue e le ha raccolte nelle sue orazioni sullo stile di preghiera imparato nella Bibbia.

E proprio imitando lo stile della Parola di Dio la Chiesa ci insegna che dare lode a Lui è un sacrificio nel senso etimologico del termine, cioè significa “fare qualcosa (un rito) di sacro” oppure “rendere sacro“. Ed in effetti lodare Dio è un’azione sacra che coinvolge tutto l’essere, poiché attraverso la lode si sperimenta la misericordia di Dio, ci si abbandona a Lui, si partecipa della gioia dello Spirito Santo, si ritrova la pace perduta, ecc… ma è anche un sacrificio nel senso che rinunciamo a qualcosa per amore di Dio.

Infatti, se innanzitutto e soprattutto cominciamo a lodare il Signore certamente rinunciamo a presentarGli le nostre interminabili richieste di vario tipo, ordine e grado. Se la nostra preghiera fosse solo una supplica sarebbe povera perché incentrata sui nostri bisogni e quindi si correrebbe il rischio che il centro della preghiera non sia la comunione con Dio né un dialogo con Lui né tantomeno Lui stesso, ma il centro saremmo noi stessi con i nostri bisogni (presunti o reali) di questa vita. Se invece imparassimo a lodare sempre e comunque scopriremmo che niente è scontato, scopriremmo la grandezza del ringraziamento, la grandezza di una fede certa ed indefettibile in un Dio che ci è Padre e ci accompagna ; con la sua misericordia ci precede e ci guida ; impareremmo inoltre a confidare in un Dio che non delude chi confida in Lui; diremmo ai nostri problemi che non ci vinceranno perché abbiamo Dio come Padre; invece di parlare con Dio facendo il resoconto delle nostre problematiche e chiedendo la soluzione che noi pensiamo migliore faremmo come Maria a Cana, e cioè ci limiteremmo a presentarGli i nostri problemi ma lasciando a Lui il pieno potere e controllo sulla nostra vita e sui problemi.

In poche parole il sacrificio della lode è una vera scuola di preghiera.

Da ultimo, questa preghiera Eucaristica I ci insegna le priorità nella vita : “per ottenere a sé e ai loro cari redenzione, sicurezza di vita e salute.” Come potete notare la prima e necessaria cosa da chiedere all’Onnipotente è la nostra redenzione ; la salute fisica è all’ultimo posto. Chi ha orecchie per intendere…

Giorgio e Valentina.

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Identikit come la Digos!

In questi giorni ancora freschi della notizia sconvolgente della Pasqua, la Chiesa ci fa leggere, come prima lettura della Messa, dei brani tratti dal Nuovo Testamento che sostituiscono quelli del Vecchio da cui di solito viene tratta la suddetta lettura. Ciò a significare, a confermare, la risurrezione di Gesù come evento a cui il Vecchio Testamento tendeva, Gesù infatti ci ricorda diverse volte che Lui è venuto per portare a compimento il Vecchio. In questo festoso giorno in cui la Chiesa celebra i due santi apostoli Filippo e Giacomo ci viene proposto questo brano:

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi (1 Cor 15,1-8a ) : Vi proclamo, fratelli, il Vangelo che vi ho annunciato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi e dal quale siete salvati, se lo mantenete come ve l’ho annunciato. A meno che non abbiate creduto invano! A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici.
In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me.

Ci sembra importante sottolineare la parte centrale in cui Paolo ci ricorda di aver tramesso quello che anche lui ha ricevuto. Ed in effetti è proprio questo il compito degli evangelizzatori, altrimenti non sarebbero definibili tali. Ma serve una patente speciale che attesti l’essere evangelizzatori o testimoni?

Ci sono alcune scuole per evangelizzatori, ma queste servono solamente per apprendere diverse tecniche di linguaggio umano, per conoscerle ed imparare a padroneggiarle, ma non saranno mai in grado di far diventare un ateo un evangelizzatore poiché la mera tecnica non basta se non si è incontrato Gesù. Quali sono dunque le caratteristiche di un buon evangelizzatore/testimone?

Non è nostra intenzione fare un trattato sull’argomento, ma vorremmo semplicemente tentare di abbozzare un identikit come quelli che divulgano i poliziotti della Digos per catturare il malvivente ricercato. Desideriamo innanzitutto tranquillizzare i nostri lettori che si staranno già chiedendo quale tipo di requisiti siano indispensabili per diventare un testimone/evangelizzatore: non sono necessarie specifiche abilità da palcoscenico, né da showman, né da speaker radiofonico, né da presentatore televisivo.

Il primo requisito è essere battezzato poiché è il Sacramento che ci ha catapultati nella vita eterna e ci ha strappati dalle grinfie sataniche. Poi di sicuro sarebbe meglio essere anche cresimati, poiché questo Sacramento ci rende abili alla testimonianza e ci infonde il coraggio del martirio, infatti martirio significa testimonianza. Cari sposi, per caso vi siete accorti che questi due Sacramenti sono indispensabili per il Sacramento del matrimonio? Ed è proprio la natura del matrimonio che li sottende entrambi. Infatti col Battesimo veniamo inabitati dalla Santissima Trinità e diventiamo sacerdoti, re e profeti, ma poi tutto ciò ha bisogno per così dire di una spinta in più, come quando le mamme spengono il forno perché le lasagne sono già pronte, ma se le vogliono perfette le devono rimettere nel forno spento ma ancora caldo affinché si formi quella crosticina che dona croccantezza ed un gusto unico al piatto… la Cresima assomiglia in qualche misura a quella crosticina delle lasagne.

Ed è proprio quella croccantezza della Cresima che rende il gusto dell’amore che ci scambiamo unico ed irripetibile dentro la relazione sponsale; l’evangelizzazione/testimonianza si deve toccare con mano dentro il matrimonio e poi si deve allargare come i cerchi concentrici dell’acqua verso tutte le altre realtà esterne alla coppia.

Continuiamo l’identikit: se non ho ricevuto niente da Cristo di chi sono testimone? S. Paolo ci avverte implicitamente quando dice di aver trasmesso ciò che ha ricevuto per primo. Come può uno sposo amare la propria sposa dell’amore di Cristo se per primo non ne fa esperienza? Come potrà una sposa amare con la tenerezza e la misericordia di Dio se prima non ne fa esperienza? Cari sposi, il primo luogo (dopo la liturgia sacramentale) dove incontrare Gesù risorto è la nostra casa, la nostra sponsalità, la nostra relazione. Dobbiamo impegnarci personalmente nel cammino di santità affinché possiamo donare al nostro consorte ciò che per primi abbiamo ricevuto da Cristo stesso, e nello stesso tempo dobbiamo dare spazio e tempo al nostro amato/a per poter crescere nell’esperienza personale di incontro con Lui.

Coraggio sposi, il tempo pasquale ci è propizio per questo incontro col risorto. La Digos del Cielo aspetta il nostro identikit !

Giorgio e Valentina.

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Occhio al ruggito!

Ieri è stata la festa liturgica di S. Marco evangelista, e nella Messa ci è stata proposta come prima lettura questo brano :

Dalla prima lettera di san Pietro apostolo (1 Pt  5,5b-14) : Carissimi, rivestitevi tutti di umiltà gli uni verso gli altri, perché Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili. Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, affinché vi esalti al tempo opportuno, riversando su di lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi. Siate sobri, vegliate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro cercando chi divorare.

Abbiamo tralasciato gli ultimi versetti perché vogliamo soffermarci su questa prima parte. E’ interessante notare come colui che parla agli altri di umiltà è lo stesso che, poco più di una settimana fa, ha estratto dal fodero la spada ed ha tagliato l’orecchio a Malco; vi ricordate la notte dell’Ultima Cena quando vengono nell’Orto degli Ulivi per catturare Gesù e Pietro lo difende con la foga della spada?

Vi siete mai chiesti come mai la madre Chiesa ci faccia ascoltare nei giorni della Passione il racconto della veemenza di Pietro nell’Orto degli Ulivi nel tentativo di difendere il Maestro, e dopo poche ore l’irruenza sembra aver lasciato il posto alla paura tanto che addirittura rinnegherà quello stesso Maestro, e solamente 9 giorni dopo sentiamo ancora questo Pietro che ci esorta tutti a rivestirci di umiltà?

Cosa è successo nel frattempo? Semplice: Gesù è risorto!

E le parole di san Pietro apostolo che leggiamo sono parole che arrivano non solo dopo la risurrezione del Maestro, ma anche dopo la Pentecoste e l’Ascensione del Signore. Verrebbe da chiedersi : che fine ha fatto quel Pietro raccontato nei vangeli della Passione? Come può parlarci di umiltà uno che non ha contato neanche fino a 2 per estrarre dal fodero la propria spada e colpire il servo Malco?

Tutto ciò è possibile perché nel frattempo è avvenuta una trasformazione di Pietro, si è convertito e lo Spirito Santo che è sceso su di lui nel giorno di Pentecoste ha reso mite un uomo irruento, ha reso umile un uomo forse un po’ superbo, ha reso prudente un imprudente, ha reso temperante un uomo un po’ sregolato. Ed è proprio quest’ultima virtù messa in luce in questo brano. Infatti è lo stesso Pietro che ci esorta alla sobrietà, cioè alla vigilanza su noi stessi, alla temperanza, la moderatezza, la morigeratezza; e se l’esortazione arriva proprio da lui che prima non padroneggiava su se stesso possiamo star tranquilli.

Chi meglio di altri ci può mettere in guardia da uno sbaglio se non colui che prima di noi lo ha commesso e non vuole che anche noi ripetiamo il suo sbaglio ?

Quando ci si imbatte in Gesù risorto niente più rimane come prima, tutto cambia, non c’è nulla della nostra umanità che non abbia bisogno della presenza di Gesù e che da essa non riceva nuova luce, nuovo slancio, nuovo vigore, nuova vita. Lo stesso Gesù, che è l’Agnello descritto nell’Apocalisse seduto sul trono, ce lo attesta con quella frase così perentoria : “Ecco, Io faccio nuove tutte le cose!” (Ap 21,5)

Cari sposi, non abbiate paura del Risorto, Egli fa nuove tutte le cose. Fa nuovo anche un matrimonio vecchio, guarisce un matrimonio malato, fa rinascere a nuova vita un matrimonio morto.

Seguendo il consiglio di S. Pietro dobbiamo riversare in Dio ogni nostra preoccupazione perché Egli ha cura di noi. Se crediamo che ci ha creati Lui, se crediamo che ci ha fatti conoscere Lui l’uno all’altra, se crediamo che ci ha consacrati e consegnati Lui l’uno all’altra nel matrimonio, se crediamo che siamo Sua icona nel matrimonio, perché mai dovrebbe scordarsi di noi e lasciarci privi del Suo aiuto?

Certamente non può operare senza il nostro necessario contributo, per questo il nostro impegno di sposi deve essere quello di operare secondo l’esortazione di S. Pietro, e cioè dobbiamo restare sobri, dobbiamo vegliare. E’ un invito a vivere la virtù della temperanza, a vigilare su noi stessi innanzitutto, perché c’è un leone ruggente pronto a divorarci.

A noi, gente cresciuta tra il cemento e le fabbriche, sfugge un po’ l’immagine di un leone ruggente, ma dobbiamo considerare che gli uditori contemporanei di S. Pietro conoscevano molto bene il ruggito del leone, e quando l’apostolo paragona il diavolo ad un leone ruggente avranno forse sobbalzato un poco per la paura. Quando un leone ruggisce lo si sente da molto lontano, e se ci si imbatte in un ruggito a poca distanza non è infrequente sentire scombinarsi tutte le budella con una sensazione che mette i brividi ed il terrore ci blocca, ci si raggela il sangue. Queste sono solo alcune sensazioni che si provano con un ruggito, ma il diavolo è molto più di un leone in carne ed ossa. E per di più è come quel leone ruggente che però ha pure fame, non poteva capitarci di peggio; se già il ruggito ci terrorizza, sapere che potremmo essere la sua cena è il peggio che potrebbe capitarci.

La vigilanza da parte nostra è fondamentale affinché possiamo sentire il ruggito già da molto lontano. Quando due sposi vivono costantemente la preghiera, la rinuncia ed il sacrificio, restano in grazia di Dio, sanno regnare su se stessi, dominare il proprio corpo, non si abbassano alla cupidigia delle passioni, lottano contro la concupiscenza, allora restano sobri e possono vigilare su loro stessi sentendo il ruggito già da molto lontano e quindi possono cambiare strada per non farsi mangiare dal leone diabolico.

Coraggio sposi, abbiamo un nemico che è un mago dei travestimenti, ma se stiamo dalla parte di Gesù possiamo smascherare ogni suo tentativo di attacco per sbranarci… e se qualche coppia dovesse essere già caduta nella sua trappola, non abbia a temere poiché abbiamo Chi ci sa strappare dalle fauci di questo leone : Gesù, il Risorto! Coraggio famiglie, abbiano un nemico che è come un leone, ma abbiamo Gesù che è molto di più di un semplice domatore di leoni !

Giorgio e Valentina.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 33

Ed eccoci giunti al momento che fa, per così dire, da contorno al cuore di ogni S. Messa. Il “contorno” si chiama propriamente Preghiera Eucaristica nel cui centro, il cui cuore, è la consacrazione del pane e del vino, la riattualizzazione del sacrificio (incruento) di Gesù Cristo. Nelle ultime due versioni del Messale sono state aggiunte tre Preghiere Eucaristiche a quella che fino all’ultima riforma liturgica del 1969 era l’unica; chiamata Canone Romano o Preghiera Eucaristica I, essa continua ad essere l’unica presente nel Messale del rito antico (vetus ordo). E nella nostra disamina, seppur a grandi linee, ci atterremo proprio alla Preghiera Eucaristica I, che ci sembra la più ricca sotto tutti i punti di vista. Dopo questa brevissima ma doverosa nota storica cominciamo ad entrare in questa grande preghiera che siamo sicuri arricchirà la fede di tanti di noi, così come è stato per milioni di cristiani da oltre 500 anni. Non potremo passare in rassegna ogni singolo passaggio, ma cercheremo di fare emergere qualche punto chiave anche se non siamo dei professori di liturgia.

Questa Preghiera Eucaristica I comincia con una supplica al Padre (usando l’aggettivo clementissimo) affinché si degni di accettare e benedire l’offerta che Gli presentiamo, menzionando subito che tale offerta è un sacrificio puro e santo, e per ben due volte nella prima parte si definisce la Chiesa santa e cattolica, specificando che essa è custode della fede divina e cattolica trasmessa dagli apostoli. Sembrano argomenti scontati, pare ovvio che sia così… eppure da tanti secoli la Chiesa quotidianamente, ad ogni S. Messa fa recitare queste frasi perché conosce la natura umana, la quale si dimentica con più facilità delle grazie ricevute dal Signore piuttosto che il pin del bancomat o le password/credenziali per accendere i computers.

Cosa fanno le mamme tutti i giorni? Ricordano ai figli sempre le solite, stesse, identiche cose ogni santo giorno affinché prima o poi “ti entrino in quella zucca” si suol dire.

E la Chiesa che ci è madre fa lo stesso, e tutti i giorni ad ogni S. Messa sia feriale che festiva (almeno nel vetus ordo) ripete ai suoi figli che la fede che hanno ricevuto e devono custodire è santa, divina e cattolica. E semmai se ne dimenticassero, quello che sta per accadere è un sacrificio puro e santo; innanzitutto ricorda che è un sacrificio prima ancora di essere cena, mensa, incontro, rendimento di grazie ; puro perché lo compie nientedimeno che l’uomo per eccellenza, il più perfetto tra i nati da donna, Gesù; santo perché Egli è 100% uomo (tranne nel peccato) e 100% Dio in quanto Figlio di Dio, e chi è più santo di Dio visto che nell’acclamazione del Santo abbiamo appena cantato/recitato che il Signore è tre volte Santo? Se ci pensiamo bene usiamo questo tipo di espressione anche nel linguaggio comune quando vogliamo essere sicuri di una cosa, ad esempio : il papà chiede al figlio … “hai finito i compiti ?” si sente rispondere un banale “sì papà“, allora per sicurezza incalza con “tutti ?” e il bambino ancora ““, ma la conferma delle conferme arriva alla fine quando il genitore ribadisce “ma proprio tutti tutti tutti?“… come avrete notato anche noi usiamo ripetere 3 volte una parola per confermarla definitivamente ed irrevocabilmente, ed ecco perché proclamiamo che il Signore è Santo Santo Santo.

Facciamo notare come questa Preghiera Eucaristica fin dall’inizio si rivolga espressamente a Dio Padre, rivolgendosi a Lui con diverse espressioni di fede ma anche affettuose, la prima è “clementissimo”. E’ un’aggettivo declinato giustamente al superlativo poiché è rivolto a Dio, però racchiude in sé un’affettuosa fiducia, infatti si aggiunge subito che noi Lo supplichiamo, e per essere certi che accetti la nostra supplica si chiede che accetti la nostra offerta “per” Gesù, cioè attraverso Gesù, ricordandoGli che è Suo Figlio e nostro Signore. In questo modo il Padre si lascia commuovere non tanto dalla nostra fiduciosa/affettuosa supplica, quanto invece dalla menzione del Suo Figlio amato, è come se il Padre sia messo spalle al muro dall’intercessione del Suo Figlio… se fosse un dialogo tra due amici potrebbe essere di questo tono: “se non l’accetti per noi, accettalo almeno per il Tuo Figlio e nostro Signore Gesù Cristo, dai non puoi rifiutarcelo per Gesù“.

Da ultimo evidenziamo come l’offerta sia anzitutto a favore della Chiesa, ma non si smette di “ricordare” al Padre che la Chiesa è Sua, che è santa e che è cattolica. Sembrano parole riempitive ma in realtà sono fondamentali in quanto studiate una ad una, e dietro ad ognuna c’è una realtà grande. Sacerdote e fedeli si sentono ripetere tutti i giorni che la Chiesa non appartiene agli uomini ma è Sua, parole che ci liberano da ogni tentativo di possesso/potere, ma sono anche parole liberanti nel senso che qualunque disastro gli uomini compiano la Chiesa è Sua, è Lui che ne tiene il timone. Poi si attesta che la Chiesa è santa, non perché al suo interno non vi siano peccatori, ma perché il capo è Lui che è santo santo santo. Ed infine si ribadisce che la Chiesa è cattolica, il che ci dovrebbe tenere al riparo da deviazioni dottrinali e dovrebbe ricordare al sacerdote celebrante che è stato ordinato ministro della Chiesa cattolica, la cui dottrina deve insegnare e la cui fede deve celebrare, fede che ininterrottamente ed integralmente è arrivata a noi dagli apostoli.

Riportiamo a piè pagina la prima parte commentata oggi:

(Il sacerdote, con le braccia allargate, dice) : Padre clementissimo, noi ti supplichiamo e ti chiediamo per Gesù Cristo, tuo Figlio e nostro Signore, (congiunge le mani e dice) : di accettare (traccia un unico segno di croce sul pane e sul calice, dicendo) : e benedire questi doni, queste offerte, questo sacrificio puro e santo. (Allargando le braccia, continua) : noi te l’offriamo anzitutto per la tua Chiesa santa e cattolica, perché tu le dia pace, la protegga, la raduni e la governi su tutta la terra in unione con il tuo servo il nostro papa N., il nostro vescovo N. [con me indegno tuo servo] e con tutti quelli che custodiscono la fede cattolica, trasmessa dagli apostoli.

Giorgio e Valentina.

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Quando il gioco si fa duro…

Prendiamo in esame la prima lettura che ci è stata proposta il Giovedì Santo, ne riportiamo solo alcune frasi :

Dal libro dell’Èsodo (Es 12,1-8.11-14) In quei giorni, il Signore disse a Mosè e ad Aronne in terra d’Egitto:
«Questo mese sarà per voi l’inizio dei mesi, sarà per voi il primo mese dell’anno. Parlate a tutta la comunità d’Israele e dite: “Il dieci di questo mese ciascuno si procuri un agnello per famiglia, un agnello per casa [..]. Il vostro agnello sia senza difetto, maschio, […] Preso un po’ del suo sangue, lo porranno sui due stipiti e sull’architrave delle case nelle quali lo mangeranno. Ecco in qual modo lo mangerete: con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano; lo mangerete in fretta. È la Pasqua del Signore! In quella notte io passerò per la terra d’Egitto e colpirò ogni primogenito nella terra d’Egitto, uomo o animale; così farò giustizia di tutti gli dèi dell’Egitto. Io sono il Signore! Il sangue sulle case dove vi troverete servirà da segno in vostro favore: io vedrò il sangue e passerò oltre; non vi sarà tra voi flagello di sterminio quando io colpirò la terra d’Egitto. […]
».

E’ una pagina abbastanza conosciuta grazie anche ai celebri film kolossal che trattano il tema del grande Esodo dall’Egitto verso la Terra Promessa, ma proprio per questo spesso viene declassificato ad evento che ha, se non del miracoloso, almeno del mitico e quindi non ascrivibile a fatto storico. Ed invece è un fatto realmente accaduto, non è un’invenzione di qualche fantasioso scrittore di miti e leggende, ed ha qualcosa da dire ancora a noi dopo circa tremila anni, e soprattutto a noi sposi.

Innanzitutto ogni famiglia si deve procurare un agnello maschio, puro, senza macchia, senza difetto… non vi viene in mente nessuno con queste caratteristiche? Naturalmente Gesù è quel nuovo agnello (Agnello di Dio) maschio, puro in quanto anche vero Dio, senza difetto nella sua perfetta umanità, né macchia alcuna di peccato nemmeno del peccato originale naturalmente.

Ma come fa ogni famiglia a “procurarsi” Gesù?

Sicuramente i due sposi (nel sacramento del matrimonio) sono la presenza di Gesù nel mondo e quindi anche nel focolare domestico, ma questa presenza reale ha bisogno di essere continuamente alimentata, rivitalizzata, vissuta ed incrementata da una vita di grazia, da una vita sacramentale molto attiva, soprattutto grazie al costante e frequente nutrimento della Santissima Eucaristia da parte dei due sposi, unito all’accostamento abituale alla Confessione.

E’ con questa vita di Grazia che i due sposi “segnano” gli stipiti della porta della propria casa, sia della casa di mattoni che della casa del loro cuore, la casa che è il loro matrimonio. Dobbiamo “segnare” gli stipiti della porta di ingresso perché per essa si entra nella casa ; dobbiamo quindi custodire e blindare la porta del nostro cuore col sangue del nuovo agnello pasquale, che è Gesù, perché altrimenti per essa può entrare il demonio e fare razzia di tutte le grazie del Signore; e se dovesse passare anche l’angelo dell’ira del Signore, vedendo la porta del nostro cuore imbrattata dal sangue del Suo Figlio, allora si muoverà a compassione di noi e ci userà misericordia.

E se per disgrazia noi sposi dovessimo perdere appunto lo stato di grazia, dobbiamo correre al confessionale col cuore contrito perché la nostra porta del cuore è senza “segno del sangue”, è sguarnita, è come incustodita, non è blindata dal sangue di Gesù e quindi è facile preda.

Ma poi perché il Signore ordina di mangiare l’agnello con i fianchi cinti, il bastone in mano ed i sandali ai piedi? Perché il popolo doveva essere già pronto per la partenza… adesso ci direbbe di preparare già i bagagli, mettere in auto le valigie, i trolley pronti all’uso, le chiavi già nella serratura, tenere il motore già acceso… abbiamo capito, ma perché tutta ‘sta fretta?

E’ la fretta tipica di chi non vede l’ora di abbandonare il proprio Egitto che lo tiene schiavo, i propri peccati, i propri vizi, per poi incamminarsi subito verso la Terra Promessa, la terra di Grazia del Signore, la terra dove il nostro matrimonio è icona reale e viva dell’Amore di Dio, quella terra dove ogni nostro bisogno trova appagamento pieno, la vera e ultima Terra Promessa sarà il Paradiso.

Coraggio allora sposi, non lasciamoci cadere le braccia ! Si dice che quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare ; ed in questo tempo molto duro e difficile sia politicamente che socialmente, sia culturalmente che spiritualmente, noi sposi dobbiamo essere quei duri che non mollano, ma che cominciano a giocare.

Coraggio sposi, “giochiamo” al gioco di chi imbratta meglio la porta della propria casa, facciamo a gara con le altre coppie nella gara a chi segna meglio i propri stipiti, gareggiamo nella santità!

Giorgio e Valentina.

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Qualche giorno fa la prima lettura che la Chiesa ci ha proposto era la seguente:

Dal libro della Gènesi (Gen 17,3-9) In quei giorni Abram si prostrò con il viso a terra e Dio parlò con lui:
«Quanto a me. ecco la mia alleanza è con te: diventerai padre di una moltitudine di nazioni. Non ti chiamerai più Abram, ma ti chiamerai Abramo, perché padre di una moltitudine di nazioni ti renderò.
E ti renderò molto, molto fecondo; ti farò diventare nazioni e da te usciranno dei re. Stabilirò la mia alleanza con te e con la tua discendenza dopo di te di generazione in generazione, come alleanza perenne, per essere il Dio tuo e della tua discendenza dopo di te. La terra dove sei forestiero, tutta la terra di Canaan, la darò in possesso per sempre a te e alla tua discendenza dopo di te; sarò il loro Dio». Disse Dio ad Abramo: «Da parte tua devi osservare la mia alleanza, tu e la tua discendenza dopo di te, di generazione in generazione».

Faremo poche considerazioni sperando che possano esservi di aiuto in questo tempo prezioso della Settimana Santa. Se ci fermassimo a questa lettura non capiremmo le ragioni che hanno spinto la Chiesa a parlare di Abramo nei giorni in cui ci avviciniamo alla contemplazione della Passione del Signore Gesù. Ad una lettura superficiale sembrerebbero due eventi slegati tra loro, ma nel Vangelo sarà citato proprio Abramo, o meglio sarà la sua grandezza ad essere oggetto di disputa tra Gesù ed i Giudei che infatti ribattono a Gesù : <<[…] Sei tu forse più grande del nostro padre Abramo ?>>. Quindi la grandezza di Abramo viene descritta per sommi capi nella prima lettura, cosicché da avere un metro di misura per valutare la grandezza di Gesù; se già Abramo ci appare così grande con le promesse connesse a lui, figuriamoci quanto più grande debba essere il Messia atteso da secoli e le promesse connesse a Lui. Abramo quindi è anche una prefigura dello stesso Messia. Ma dopo questa breve introduzione torniamo al nostro testo della Genesi.

Metteremo in rilievo solo qualche riflessione : la prostrazione di Abram e Dio che parla con lui, promesse di Dio, cambio del nome, alleanza/contratto bilaterale.

  • La prostrazione di Abram. Avrete notato come il fatto che Dio parli sia conseguenza dell’atto di adorazione di Abram, come a dire in modo implicito che la prima cosa da fare per imitare il grande Abram è quella di adorare Dio. Cari sposi, avete bisogno di parlare con Dio? avete bisogno di risposte da Lui? La prima e necessaria cosa da fare è adorare Dio come Abram, con il viso a terra, a significare che più in basso di così non si può andare; Abram ha espresso con il corpo ciò che c’era dentro il cuore: il Signore è il mio Dio e io sono il suo servo, lo adoro e mi umilio innanzi a Lui. Nella nostra cultura il prostrarsi è stato sostituito con lo stare in ginocchio, ma l’atteggiamento del cuore è lo stesso. Conseguentemente a questo atto di adorazione, non prima, Dio parla con Abram.
  • Promesse di Dio. Quando Dio comincia a fare promesse le spara grosse, diremmo noi, sembra di sentire le grandi promesse elettorali dei nostri politici in campagna elettorale, solo che c’è una grande e sostanziale differenza: Dio mantiene sempre le Sue promesse, non è mica quel politico che una volta eletto perde memoria delle promesse fatte agli elettori, no! Inoltre Dio non è nemmeno come quelle persone che prima di fare una promessa agli altri verificano se potranno mantenerla, facendo una statistica di convenienza con le proiezioni nel futuro, no! Dio fa le cose in grande, Dio è uno sprecone nelle promesse di bene, non bada a spese costi quel che costi… ed infatti Gli è costato l’unico Figlio! Cari sposi, perché ci attraggono molto di più le promesse pre-elettorali del politico di turno piuttosto che le promesse di Bene eterno di Dio?
  • Cambio del nome. Una delle prime cose che Dio compie subito è quella di cambiare nome ad Abram. Perché Abram significa “padre nobile” mentre Abramo “padre di una moltitudine“. Ma sappiamo come nel mondo semitico il nome di una persona racchiuda tutta la sua essenza, equivale quindi alla sua identità, alla sua missione, al suo compito nel mondo, non è semplicemente un suono atto a chiamarlo. Tant’è vero che il nome Gesù significa “Dio salva-Dio è salvezza“, infatti è il Salvatore; oppure pensiamo a Simone che riceve con il nuovo nome, Pietro, la missione di essere la pietra sulla quale Gesù edificherà la Sua Chiesa. E così è anche per noi sposi, cioè? Con il sacramento nuziale noi riceviamo dal Signore una nuova missione, un nuovo compito nel mondo e nella Chiesa, una nuova identità: non siamo più due che semplicemente si amano e si piacciono, ma siamo icona di Cristo. E la nostra nuova realtà, il nostro NOI è come se fosse il nostro nuovo nome similmente ad Abram.
  • Alleanza. Da ultimo, come la ciliegina sulla torta, arrivano le condizioni del contratto, potremmo dire. Prima Dio le spara grosse le promesse, non bada a spese, mette l’acquolina in bocca ad Abram, come si suol dire promette mari e monti, sembra quasi di vedere i fuochi d’artificio tanto sono enormi le promesse, e c’è di più perché all’inizio non chiede subito una collaborazione attiva di Abram ma dice “la mia alleanza è con te” senza premettere un “solo se” oppure “a condizione che“. Perché Dio ci conosce bene e sa che a muoverci spesso è la convenienza, nel caso di Abramo la convenienza di vedere realizzate tutte le promesse di Dio, nel nostro caso potrebbero essere le promesse di un cuore sereno e di un matrimonio felice, nonché la promessa del Paradiso. Ebbene, anche a noi sposi, come ad Abramo, l’unica condizione “contrattuale” richiesta è quella di osservare la Sua alleanza, vale a dire le Sue leggi ed i suoi decreti, di generazione in generazione. Praticamente siamo in affari con Dio, solo che il socio di maggioranza è Lui con il 99% del capitale, a noi è richiesto solo l’1%. I nostri sforzi, cari sposi, sono ben poca cosa rispetto alla parte che fa la Grazia. A noi costa solo l’1% ma poi godremo del 101% già su questa terra.

Cari sposi, scegliete la convenienza di questa partnership con Dio!

Auguri di una Santa Pasqua !

Giorgio e Valentina.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 32

Vediamo ora di analizzare alcuni particolari sulle indicazioni del Messale circa l’acclamazione del “Santo” ed il suo contenuto. Partiamo col riferimento del Messale :

Alla fine (il sacerdote) congiunge le mani e conclude il prefazio cantando o proclamando ad alta voce
insieme con il popolo:
Santo, Santo, Santo il Signore Dio dell’universo. I cieli e la terra sono pieni della tua gloria. Osanna nell’alto dei cieli. Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Osanna nell’alto dei cieli.
Oppure in canto:
Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus Deus Sábaoth. Pleni sunt caeli et terra glória tua. Hosánna in excélsis.
Benedíctus qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

E’ inutile (e controproducente) negare la struttura dell’uomo, siccome siamo dotati anche di corpo, non possiamo far finta che esso non esista e che non abbia le sue esigenze solo perché questo ci costa fatica. Quando il Messale dà delle indicazioni, non vuole che i fedeli obbediscano tanto per farlo, ma desidera che essi aderiscano con una scelta, sicché i rituali esterni esprimano ciò che sta avvenendo dentro il cuore; ma è vero anche che se dentro il cuore non sta avvenendo niente, esso sia aiutato, corroborato, alimentato, confermato ed incoraggiato dal gesto esterno del corpo. Torneremo nelle puntate successive su questo argomento della preghiera del corpo, intanto ci soffermiamo sul momento del “Santo“.

Il Messale indica : […] conclude il prefazio cantando o proclamando. Ciò significa che ci sono sì due opzioni, ma la prima è sempre da preferire, non è stata scritta per prima a caso, non è un libro di poesie o di prosa che segue le relative regole, no ! Il Messale è stato scritto come se fosse una guida passo passo.

Ed infatti subito dopo la parola “proclamando” segue il testo in italiano. Ma bisogna notare che subito dopo il testo italiano segue quello originale in latino preceduto dall’indicazione : Oppure in canto: […]. Questo significa che se viene proclamato va bene in italiano, ma se viene cantato (che è la prima e migliore opzione) sia eseguito in latino.

Facciamo subito una piccola digressione circa il “Sanctus” in latino. Noi non abbiamo studiato la lingua latina in maniera approfondita con gli studi scolastici, ma ciò non toglie nulla alla preghiera, non è necessario capire tutto fino in fondo per aderirvi con la fede. Ad esempio: tutti i cristiani credono nel dogma della Santissima Trinità senza capirlo fino in fondo a causa dei limiti umani, ciononostante credono in questa grande verità e non è loro impedito un profondo e serio cammino di ascesi cristiana, perché il non-capire fino in fondo non è di ostacolo alla fede. Anzi, questo non-capire dovrebbe suscitare un senso di profondo stupore di fronte a realtà più grandi della nostra limitatezza e finitezza umana, realtà che ci sovrastano, ci trascendono, ci superano ma non per questo meno vere o meno reali.

Questo testo latino ha un particolare significato che sfugge nella traduzione italiana e riguarda la parola “Sábaoth“: è un termine ebraico e la sua traduzione corretta è “eserciti” mentre nella traduzione italiana si è preferito optare per “universo” ; non conosciamo bene i motivi che hanno spinto ad ufficializzare l’attuale versione italiana, siamo certi però che inneggiare al “Dio degli eserciti” oppure “Dio delle schiere celesti” colora questo canto di un connotato militare non indifferente. Sapere di essere di fronte al Signore (inteso come capo/comandante) di un esercito di combattenti infonde una certa carica di orgoglio, di appartenenza, anche perché oltre alle schiere celesti ci sono le schiere militanti, ovvero noi che con la Cresima siamo diventati soldati di Cristo.

Cari sposi, siamo soldati di Cristo, ma per combattere contro chi ?

Il canto del “Sanctus” è per noi l’inno che gli eserciti cantano fieramente prima della battaglia per incutere timore agli avversari, ed i nostri avversari sono i diavoli con le loro tentazioni.

Dobbiamo cantarlo con ardore per farli tremare di paura !

Da una parte c’è Satana col suo esercito di diavoli/demoni e dall’altra c’è Cristo vittorioso con la Madonna Regina ed il glorioso S. Giuseppe, attorniati dal doppio (rispetto ai diavoli) delle milizie angeliche celesti capitanate da S. Michele arcangelo, ai quali si aggiungono le schiere innumerevoli dei beati, dei martiri, dei vergini, dei santi, ed infine ci siamo anche noi Chiesa militante.

Gli sposi hanno un ruolo importante in questa grande coralità, poiché quando canta anche solo uno dei due sposi, è come se cantasse anche l’altro giacché siamo un corpo solo.

Coraggio sposi , non importa avere l’intonazione degna di un Grammy Awards, basta l’ardore della fede e la fierezza di aver deciso in quale schieramento militare… ovviamente dalla parte del Vincitore !

Giorgio e Valentina.

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Pensate di farla franca?

Vi riportiamo solo qualche stralcio della (lunga) prima lettura della Liturgia di qualche giorno fa.

Dal libro della Sapienza ( Sap 2,1a.12–22 ) << Dicono gli empi fra loro sragionando: «Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d’incomodo e si oppone alle nostre azioni; ci rimprovera le colpe contro la legge e ci rinfaccia le trasgressioni contro l’educazione ricevuta. […] È diventato per noi una condanna dei nostri pensieri; ci è insopportabile solo al vederlo, perché la sua vita non è come quella degli altri, e del tutto diverse sono le sue strade. […] e si vanta di avere Dio per padre. […] Mettiamolo alla prova con violenze e tormenti, […] Condanniamolo a una morte infamante, perché, secondo le sue parole, il soccorso gli verrà». Hanno pensato così, ma si sono sbagliati; la loro malizia li ha accecati. Non conoscono i misteriosi segreti di Dio, non sperano ricompensa per la rettitudine né credono a un premio per una vita irreprensibile. >>

Abbiamo scelto poche frasi ma vi invitiamo sempre ad una lettura completa per avere un quadro d’insieme. Cercheremo di mettere a fuoco solo un paio di argomenti che ci aiutino a vivere meglio la nostra vocazione matrimoniale.

Anzitutto c’è un binomio antico e sempre attuale ma del quale spesso ce ne dimentichiamo : fede e ragione. Qualcuno tempo fa ce lo ha ricordato, qualcuno che onoriamo e veneriamo come santo, qualcuno del cui nome molti si riempiono la bocca e pochi ne imitano le virtù e ne seguono il magistero: Karol Wojtyla meglio noto col nome di papa S. Giovanni Paolo II. Nella bellissima enciclica  Fides et Ratio c’è un incipit che si condensa in una metafora meravigliosa: «La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità». Come a dire che l’una va in simbiosi con l’altra, non si può volare senza un’ala, con la fede si perde anche la ragione, e per rendersene conto basta osservare i recenti avvenimenti che tutti ben conosciamo.

Ma è un fenomeno antico come l’uomo stesso, infatti il brano citato comincia proprio dicendo che l’empio sragiona, cioè chi non ha fede sragiona pur di portare acqua al proprio mulino. Cari sposi, stiamo sempre con le antenne ben drizzate per captare le onde radio della fede, non lasciamoci circuire con vani ragionamenti empi, del tipo : ” che c’è di male ?… se tanto non sentite più attrazione l’uno per l’altra va bene così… si vede che era destino che finisse così… hai diritto a rifarti un’altra vita… l’importante è che tu te la senta… in fondo non hai mica ucciso nessuno… adesso devi pensare un po’ a te stesso/a… ” e via di questo passo.

Questi NON sono ragionamenti, sono sragionamenti !

Sono pensieri empi che si vestono di pensiero intelligente, di ragionamenti etici/morali/adulti, sono i pensieri di coloro che si autoproclamano cattolici adulti. Ma i cattolici adulti nella fede sono dei credenti al 100%, non sono dei creduloni pronti a credere a chiunque apra a proposito e a sproposito la bocca.

Gli sposi col sacramento del matrimonio sono fedeli fino a che morte non li separi e difendono la vita dal suo naturale sorgere al suo naturale tramonto costi quel che costi. A Gesù essere fedele al Padre è costato la vita terrena, e gli sposi cristiani sanno che la vita terrena è solo una piccola parte, quella vera ed eterna è in Paradiso.

Parliamo di questo “costi quel che costi” perché ci introduce al secondo argomento che propone il brano del libro della Sapienza : la persecuzione. Il brano si mette in chiara connessione con tutto ciò che ha subìto Gesù nella Passione, che è il giusto per eccellenza. Ma il giusto di cui parla il brano è anche il cristiano che non è un credulone e che vive la propria fede sulla propria pelle: è uno sposo che non si vergogna di fare il digiuno a pane e acqua il venerdì di Quaresima in mensa coi colleghi ; è una sposa che si veste con pudore; è uno sposo che non usa volgarità e parolacce nel proprio linguaggio; è una sposa che non parla mai male del proprio marito con le amiche/colleghe; è uno sposo che non usa modi e parole equivoche con le altre donne; è una sposa che non accetta complimenti dagli altri uomini con secondi fini… l’elenco è incompleto ma sufficiente.

Cari sposi, una vita giusta attira le persecuzioni degli empi, perché essa è un costante, il più delle volte anche silenzioso, richiamo alla loro coscienza. Ma ascoltare la propria coscienza è faticoso e soprattutto quando non ci approva diventa molto fastidioso. Ed è così che l’empio, eliminando il giusto, pensa di eliminare il fastidioso tarlo della propria coscienza.

Cari sposi, abbiamo ancora gli ultimi giorni di questa Quaresima per convertirci. Coraggio, avanti con fiducia, la grazia del sacramento del matrimonio è lì pronta a sostenerci.

Giorgio e Valentina.

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Non fare i T-Rex !

Riportiamo uno stralcio della prima lettura di oggi :

Dal libro del profeta Ezechièle (Ez 47,1-9.12) : In quei giorni [l’angelo] mi condusse all’ingresso del tempio [del Signore] e vidi che sotto la soglia del tempio usciva acqua verso oriente, poiché la facciata del tempio era verso oriente. Quell’acqua scendeva sotto il lato destro del tempio, dalla parte meridionale dell’altare. Mi condusse fuori dalla porta settentrionale e mi fece girare all’esterno, fino alla porta esterna rivolta a oriente, e vidi che l’acqua scaturiva dal lato destro. Quell’uomo avanzò verso oriente e […] Mi disse: «Queste acque scorrono verso la regione orientale, scendono nell’Aràba ed entrano nel mare: sfociate nel mare, ne risanano le acque. Ogni essere vivente che si muove dovunque arriva il torrente, vivrà: il pesce vi sarà abbondantissimo, perché dove giungono quelle acque, risanano, e là dove giungerà il torrente tutto rivivrà. Lungo il torrente, su una riva e sull’altra, crescerà ogni sorta di alberi da frutto, le cui foglie non appassiranno: i loro frutti non cesseranno e ogni mese matureranno, perché le loro acque sgorgano dal santuario. I loro frutti serviranno come cibo e le foglie come medicina».

Come avrete certamente intuito la lettura è molto più lunga perché fa una descrizione meticolosa della scena tra l’angelo e l’uomo, addirittura riportando le misure del megatorrente, ma quello che ci interessa maggiormente è la spiegazione dell’angelo che troviamo sopracitata.

A questa lettura fa eco il Vangelo che narra la guarigione, dopo 38 anni di sofferenza, del paralitico nella piscina di Betzatà ad opera naturalmente di Gesù; sulla stessa onda (non a caso si parla di acqua) l’Antifona cita Isaia (55,1): O voi tutti assetati, venite all’acqua; voi che non avete denaro, venite e dissetatevi con gioia.

Ci sono alcuni particolari che dobbiamo tener presenti perché ci aiutano nella comprensione del significato più profondo e lo faremo naturalmente alla luce del Vangelo, alla luce di Gesù, altrimenti l’Antico Testamento resterebbe per molti versi incomprensibile.

  • Notiamo dapprima come in questa visione di Ezechiele, si parli di questo prodigioso evento acquoso che parte dal tempio e non dal mercato o dal cinema, a significare che è dal Signore che arriva l’acqua salvifica, e il Signore lo si incontra nel tempio e da lì sgorga la salvezza e lì ne troviamo la sorgente ; sì, cari sposi, se vogliamo incontrare il Signore è nel tempio che dobbiamo andare, alla sorgente di acqua che zampilla, cioè dobbiamo andare a Messa dove incontriamo la sorgente di cui nutrirci che è Gesù.
  • Poi si noti come il tempio fosse rivolto ad oriente e l’acqua fluisca proprio verso oriente, cioè verso il sorgere del sole, e c’è ora un nuovo sole che è sorto da un nuovo oriente, abbiamo un sole vivo che è Gesù stesso e non tramonterà mai perché è risorto per l’eternità.
  • Le misure del megatorrente sono esagerate, 1000 cubiti misurati 4 volte almeno, come a dire che la Grazia che dona il Signore è esagerata, è fuori misura, è oltre ogni nostra aspettativa, è sovrabbondante, perché il Signore non è un tirchio ; e qua abbiamo da imparare come sposi a non misurare i nostri gesti d’amore, non dobbiamo fare come i T-Rex che avevano le braccine corte, dobbiamo esagerare in amore ad imitazione dell’amore del Signore Gesù. Gli sposi devono esagerare con abbracci e baci teneri e parole seducenti, senza dimenticare di fare con slancio i piccoli lavori di casa, verso le proprie spose senza cadere nel ridicolo o ritornare alla fase adolescenziale. Dall’altra parte le spose devono esagerare con i complimenti e la riconoscenza nonché con i gesti affettuosi di contatto fisico che tanto piacciono ai maschi, senza dimenticare di farli sentire unici grazie ai loro piatti preferiti.
  • E là dove giungerà il torrente tutto rivivrà dice l’angelo ad Ezechiele. Sì, cari sposi, se lasciamo che il torrente d’acqua viva della Grazia del Signore ci travolga, allora tutto rivivrà. Molti sposi si chiedono come/cosa fare per ravvivare il loro amore, il loro matrimonio, la loro relazione, la qualità dei loro gesti… ebbene, non c’è rimedio migliore della Grazia del Signore che, unita ai nostri piccoli sforzi, compie il miracolo di risuscitare ciò che era morto. Sentite che il vostro rapporto è come morto? Potete risuscitarlo con la Grazia. Certo non devono mancare gli aiuti umani uniti ai nostri sforzi di coppia, ma vi ricordate le dimensioni del megatorrente? Gigantesco, sproporzionato rispetto alla terra circostante, come a dire che il nostro apporto è necessario, doveroso, operoso, imprescindibile, ma la parte più consistente la fa la Grazia di questa acqua viva che è Gesù stesso.

Coraggio sposi, il vostro matrimonio tornerà più rigoglioso ed abbondante di frutti rispetto a prima solo se cresce sulle sponde di questo megatorrente di Grazia.

Giorgio e Valentina.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 31

Ed eccoci giunti al momento tanto temuto dai demoni. Se qualcuno stesse pensando ad una preghiera di esorcismo si sentirà deluso, perché invece oggi tratteremo il canto/acclamazione del “Santo“. Abbiamo già anticipato come questa acclamazione unisca le nostre umili voci al coro di tutti gli angeli e di tutti i santi, vedremo ora di addentrarci piano piano in questo magnifico momento.

Partiamo dal testo e dalle indicazioni del Messale :

Alla fine [il sacerdote] congiunge le mani e conclude il prefazio cantando o proclamando ad alta voce insieme con il popolo:
Santo, Santo, Santo il Signore Dio dell’universo. I cieli e la terra sono pieni della tua gloria. Osanna nell’alto dei cieli. Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Osanna nell’alto dei cieli.
Oppure in canto:
Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus Deus Sábaoth. Pleni sunt caeli et terra glória tua. Hosánna in excélsis.
Benedíctus qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Il testo è un misto di due visioni avute da Isaia e da S. Giovanni, rispettivamente descritte nei primi 6 versetti del capitolo 6 del libro di Isaia e nel libro dell’Apocalisse al capitolo 4 versetti dall’1 al 10. Sono due visioni una più magnifica dell’altra, ed ognuna mette in luce alcuni particolari dell’adorazione e glorificazione di Dio in Paradiso. Sono immagini talmente ricche e suggestive che un po’ suscitano la “santa invidia” per i due sant’uomini ai quali è stato concesso di vedere queste realtà celesti.

I due racconti delle visioni hanno particolari comuni che hanno tanto da dirci: in primo luogo c’è un trono sul quale è assiso il Signore, intorno poi ci sono tanti esseri viventi che cantano la gloria e la maestà di Dio Re, innumerevoli angeli (serafini in Isaia) e una schiera di santi (24 vegliardi in candide vesti nell’Apocalisse). Le descrizioni degli esseri viventi e del trono sono diverse ma hanno in comune la volontà di descrivere lo splendore della visione.

Motivi redazionali uniti ai nostri grandi limiti ci impongono di non dilungarci troppo, ma ci sarebbe tanto da approfondire, perciò ci scuserete se non riusciremo ad essere esaustivi, vorremmo quantomeno suscitarvi quella sensazione di acquolina in bocca.

Come abbiamo già accennato nella puntata precedente, gli innumerevoli angeli descritti da Isaia li troviamo nominati nel Prefazio, mentre i 24 vegliardi dell’Apocalisse li troviamo nella preghiera che segue l’acclamazione del “Santo”, almeno nella sua forma cosiddetta Canone Romano (Preghiera Eucaristica I) che da oltre 500 anni rafforza la fede dei cattolici, infatti troviamo l’elenco di 24 santi martiri: la spiritualità cristiana ha visto nei martiri i 24 vegliardi descritti da S. Giovanni nell’Apocalisse, i quali hanno le vesti candide come segno di purezza oltre ad una corona d’oro a simboleggiare la corona del martirio. Ma 24 è un numero che ricorre altre volte nelle Scritture, infatti altri studiosi vedono questi 24 vegliardi come i 24 ordini sacerdotali descritti nel Primo libro delle Cronache, ma anche le 12 tribù di Israele unite ai 12 Apostoli… aldilà di queste disquisizioni ciò che a noi importa è che il “Santo” è come la cerniera tra il nostro mondo e la realtà celeste.

In quel momento è come se si squarciassero i cieli e tutta la corte celeste scendesse lì dove siamo noi a Messa per cantare insieme a noi la gloria del Signore Dio, ci sono tutte le schiere di angeli e tutti i santi che ci hanno preceduto in Paradiso. Figuratevi se in un contesto del genere i demoni se ne stanno lì a guardare come nulla fosse a braccia conserte, assolutamente no! Ed infatti tremano di paura, se la fanno sotto, e si nascondono o se la danno a gambe levate.

Immaginate di andare allo stadio per guardare la finale di una partita di calcio tra le due squadre acerrime rivali, magari il famoso derby d’Italia tra Inter e Juventus: mentre prendete posto nel vostro comparto vi accorgete di essere nella curva dei rivali, e come se non bastasse avete indossato la maglia della vostra squadra del cuore, per cui non potete far finta di niente e cominciano a tremarvi le gambe mentre tutti i tifosi intorno a voi cominciano a cantare l’inno della propria squadra. Ai demoni succede qualcosa di simile quando c’è il momento del “Santo” poiché si trovano nel posto sbagliato al momento sbagliato e per di più sono in minoranza.

Noi, quindi, dovremmo cantare orgogliosamente il “Santo” come quei tifosi che ripetono a squarciagola il proprio inno per far tremare di paura i tifosi avversari, e tanto potente è la loro voce da far tremare tutto lo stadio. Similmente noi dobbiamo unire le nostre voci alle innumerevoli schiere celesti così da far scappare tutti i demoni fino all’ultimo, e, nello stesso tempo, mentre recitiamo o cantiamo il “Santo” la nostra fede si rinsalda e si rinforza in quel Re a cui acclamiamo, a cui diamo gloria.

Care famiglie, non abbiate paura nel far sentire la vostra voce in chiesa domani, ne trarrà vantaggio la vostra fede; e qualora non sapeste come pregare nelle vostre case, soprattutto con i bambini piccoli, cantate insieme il “Santo” con gioia ma con fierezza, magari davanti ad un bel crocifisso. Coraggio sposi, una famiglia che canta con fede, prega due volte.

Giorgio e Valentina.

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Urgenza, allarme in corso !

Martedì della seconda settimana di Quaresima la Chiesa ci propone questa lettura dal Capitolo 1 del libro del profeta Isaia :

(Is 1,10.16-20) Ascoltate la parola del Signore, capi di Sòdoma ; prestate orecchio all’insegnamento del nostro Dio, popolo di Gomorra! «Lavatevi, purificatevi, allontanate dai miei occhi il male delle vostre azioni. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova». «Su, venite e discutiamo – dice il Signore. Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve. Se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana. Se sarete docili e ascolterete, mangerete i frutti della terra. Ma se vi ostinate e vi ribellate, sarete divorati dalla spada, perché la bocca del Signore ha parlato».

Probabilmente ad Isaia piaceva molto la neve perché la cita più volte nel suo libro, ma cerchiamo innanzitutto di contestualizzare il testo: siamo intorno all’anno 720 a.C. e l’impero assiro sta facendo piazza pulita intorno a sé, ha già preso il Regno del Nord (Samaria) e si annunciano tribolazioni anche per il Regno di Giuda finora risparmiato, nel frattempo Isaia mette in guardia il suo popolo affinché non smarrisca la fede/fiducia in quel Dio che lo fece uscire dall’Egitto con mano potente; ma ora questo popolo eletto è minacciato dalla spada assira ed ecco probabilmente spiegato il riferimento alla spada sul finale.

Isaia presenta al popolo di Israele la conversione come mezzo per scongiurare la devastante invasione assira, ed infatti lo mette in guardia sulle gravi conseguenze che comporterebbe il non desistere dalla sua condotta malvagia facendo riferimento alle famose Sodoma e Gomorra.

Potrebbe apparire ad una prima istanza un linguaggio duro ed incomprensibile, adatto a gente abituata a parole dirette, poche ciance. Ed in effetti è proprio così, ma perché Isaia non la prende larga? Perché in gioco c’è la salvezza di un popolo, e il castigo per la sua condotta è già alle porte servendosi della spada assira. Non c’è tempo per le ciance, non c’è tempo per prenderla larga.

Per capire bene questo appello di Isaia basta cambiare i nomi attualizzandoli, ed il gioco è fatto. Al posto del popolo di Israele leggiamo “popolo italiano”, ancora meglio se “popolo cattolico”, e più precisamente “popolo degli sposi” ; al posto della spada assira leggiamo la spada del peccato, la morte eterna, l’Inferno. Stiamo esagerando? No, semplicemente vogliamo aiutarvi ad entrare nella dinamica di questa urgenza; Isaia sembra aver fretta di avvisare il popolo, la spada assira è alle porte, non c’è tempo per troppi giri di parole, solo poche frasi chiare e perentorie.

Ma qual è la nuova urgenza per noi?

La C O N V E R S I O N E!

Sì, cari sposi, la nostra conversione ( o con il suo sinonimo evangelico “penitenza” ) è urgente più della emergenza politica e sociale attuale; nulla è più urgente della nostra conversione personale e di coppia, poiché le emergenze di questo mondo si aggiustano nella misura in qui procede la nostra conversione, altrimenti saranno solo rimedi umani, certamente necessari, doverosi e nobili, ma solo umani.

Il pericolo è dietro l’angolo, e qual è? La nostra perdizione eterna.

Non lo diciamo per spaventare né per fare terrorismo spirituale ad alcuno, ma è una possibilità reale che non possiamo tacere, specialmente in questo tempo in cui il male viene presentato come bene ed il bene viene additato come male. La spada del peccato è alle porte, ma la sua lama ferisce più in profondità di quella assira giacché colpisce l’anima separandoci da Dio.

Ma esiste una via d’uscita, un proverbio dice “Finché c’è vita c’è speranza”, già ma quale speranza? La speranza di convertirsi, di pentirsi dei propri peccati, abbiamo questa possibilità fino all’ultimo respiro. Ed è commovente l’immagine misericordiosa di Dio presentata da Isaia, sembrano parole uscite dalle viscere materne, da chi sente l’appartenenza del figlio con un cordone ombelicale perenne, smontando l’immagine (erronea e falsata) di un dio dell’Antico Testamento troppo severo, tutto regole e punizioni.

Ma quando mai si è sentito un dio parlare all’uomo con parole così accorate, quasi supplicandolo di tornare da lui? Come se Dio si sentisse un po’ più solo senza l’uomo. Succede a volte anche tra noi sposi: pur di non perdere l’altro uno dei due è disposto a scendere a compromessi, similmente il Signore pare voler dire questo quando esclama: “Su, venite e discutiamo…”, non si esprimerebbe così se non fosse misericordioso e desideroso di averci con Lui in Paradiso.

E poi quella stupenda immagine dei peccati rossi scarlatto che diventano bianchi come la neve… spesso da casa nostra si vedono le Alpi innevate, ed ogni volta che le ammiriamo ci viene in mente questo versetto di Isaia… in effetti probabilmente non esiste un colore in natura più bianco di quello della neve.. così Isaia usa quest’immagine poetica per dire che Dio è sempre pronto a perdonare i nostri peccati trasformando la nostra anima da rosso scarlatto a bianco che più bianco non si può… non c’è detersivo che tenga… chi ha orecchie per intendere intenda!

Coraggio sposi, è giunta l’ora urgente di mettere mano alla più grande opera che un uomo possa compiere : la propria conversione e la conversione di coppia. Noi ce la mettiamo tutta, ma poi la Grazia fa la parte più consistente.

Cari sposi, cominciate a pregare ogni giorno insieme con questa preghiera di Geremia : “Convertici Signore, e noi ci convertiremo “.

Allarme conversione attivato !

Giorgio e Valentina.

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Come va la digestione? /2

La scorsa settimana avevamo riflettuto sulla Parola di Dio paragonata alla pioggia che scende dal cielo nel capitolo 55 del libro di Isaia.

Rileggiamo ancora il brano :

Dal libro del profeta Isaìa (Is 55,10-11) Così dice il Signore: «Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata»

Oggi concentriamo la riflessione sulla neve. Perché questa differenziazione? Ancora una volta prendiamo spunto dalla realtà dell’ordine naturale per applicarlo alle realtà spirituali.

La neve protegge il terreno dall’aria fredda invernale, mantenendo una temperatura che non andrà mai sotto 0°C, proprio come farebbe una pacciamatura. La neve inoltre irriga il terreno con un costante e graduale rilascio di acqua di ottima qualità perché ricca di sostanze nutritive che si depositano man mano in superficie.

Come potete notare la neve agisce diversamente dall’acqua benché abbiano la medesima origine. E così è anche la Parola di Dio: essa ha un’unica origine ma mentre scende come pioggia per alcuni cuori, per altri è come neve.

La Parola di Dio si deposita sul nostro cuore e lo protegge dal freddo del peccato, dall’inverno dell’anima, mantenendo una temperatura che non scende mai sotto lo zero. Il nostro cuore corporeo infatti ha bisogno di calore per poter funzionare e restare in vita, così anche il cuore della nostra anima ha bisogno del calore della Parola che riscalda con la sua dolcezza, che ristora l’animo affranto come un balsamo. Quando avvertiamo che si sta abbassando la temperatura dell’anima, dobbiamo subito ricorrere alla Parola di Dio che la riscalda; quando Dio parla non ha mai parole fredde per il peccatore, al contrario, Lui vuole che il peccatore si converta e viva.

Solo per citare qualche esempio tra gli innumerevoli :

Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò… Quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali… Così sarete allattati e vi sazierete al seno delle sue consolazioni ; succhierete e vi delizierete al petto della sua gloria…  Il nostro Dio è un Dio che salva… Padre degli orfani e difensore delle vedove è Dio nella sua santa dimora. A chi è solo, Dio fa abitare una casa, fa uscire con gioia i prigionieri… Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore… chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna… Coraggio, sono io, non abbiate paura!

A volte il nostro cuore è come quel terreno che non ha bisogno di acqua immediata, ma di una protezione dal freddo infernale, ha bisogno di una Parola che come una coperta resta lì per ripararci dalle intemperie; e con un costante e graduale rilascio di qualche gocciolina d’acqua va ad irrigare il terreno del nostro cuore con dolcezza, con tanta discrezione, ma con altrettanta efficacia.

Ma come questa neve entra nel matrimonio?

Bisogna che noi diveniamo ogni giorno come un piccolo fiocco di neve per il nostro coniuge. Sì, perché la neve non scende con la stessa forza della pioggia; la neve, al contrario, scende piano piano, dolce dolce, leggera leggera si deposita con delicatezza fiocco dopo fiocco sul terreno, senza quasi che esso se ne accorga. E così dobbiamo fare noi nei confronti del nostro coniuge. Giorno dopo giorno possiamo regalargli/regalarle un piccolo passo della Scrittura come il fiocco di quella giornata.

Bastano poche parole: dolci, seducenti, splendenti, incoraggianti, accoglienti… lasciamoci ispirare dallo Spirito Santo.

Qualche esempio ? Perché non pensare di tenere una bella Bibbia sempre aperta sul tavolo, sul comò, sulla libreria, in un punto di passaggio, aperta ogni giorno su una pagina differente? E’ un inizio. Non sapete da che libro iniziare? Il libro dei Salmi è un ottimo inizio, lo trovate circa a metà Bibbia, a partire da pagina 795… trovato? no ! ah… già, forse avete un’edizione diversa dalla nostra.

Coraggio sposi, buona nevicata !

Giorgio e Valentina.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 30

Dopo la prima frase del Prefazio il sacerdote continua leggendone il resto che, solitamente, fa memoria delle grandi opere della Redenzione e/o Creazione e termina con quella frase che introduce il canto/acclamazione del “Santo”:

[…] E noi, uniti agli Angeli e agli Arcangeli, ai Troni e alle Dominazioni e alla moltitudine dei cori celesti, cantiamo con voce incessante l’inno della tua gloria : Santo, Santo, Santo… ecc…

oppure

[…] Per mezzo di lui gli Angeli lodano la tua gloria, le Dominazioni ti adorano, le Potenze ti venerano con tremore; a te inneggiano i cieli dei cieli e i Serafini, uniti in eterna esultanza. Al loro canto concedi, o Signore, che si uniscano le nostre umili voci nell’inno di lode: Santo, Santo, Santo… ecc…

Abbiamo riportato solo due tra le tante versioni a disposizione del sacerdote, il quale ha facoltà di scelta a seconda dei tempi e/o delle necessità, ma come avrete certamente notato entrambe (come le altre non riportate) esprimono lo stesso stupore seppur con piccole variazioni sul tema.

Se qualcuno tra i lettori fedeli sin dall’inizio a questo itinerario per la riscoperta della Messa avesse ancora il dubbio che essa sia un pezzetto di Paradiso celebrato in terra, ora può fugare tutti i suoi dubbi; infatti basta leggere e rileggere lentamente le frasi dei Prefazi sopracitati per rendersi conto che la Chiesa non ha dubbio alcuno : la Santa Messa è vivere un piccolissimo anticipo di Paradiso.

Non è una realtà inventata a tavolino dall’uomo per stordire se stesso come con gli oppiacei, non è un’accozzaglia di rituali, non è un rituale sacrificale per tenere a bada l’ira divina, non è solo un tentativo umano di celebrare il divino, non è unicamente realtà umana, la S. Messa è azione di Cristo e della Chiesa. Realtà che qualche paranoico potrebbe definire extra-sensoriale, qualcuno con idee new age la definirebbe come “il punto cosmico di contatto tra le forze spirituali e materiali”, una finestra aperta sul mondo spirituale, come in un film di fantascienza nel quale il protagonista entra in un’altra dimensione… parole più o meno accattivanti, più o meno evanescenti, ma che in realtà un po’ ci azzeccano, perché ci vuole la fede per vedere oltre i gesti rituali, gli occhi corporei non vedono niente di tutto quanto descritto nel testo sopracitato, eppure accade ; gli angeli davvero cantano la gloria di Dio e davvero noi uniamo le nostre voci alle loro.

Qualcuno si starà chiedendo cosa facciano tutto il giorno gli angeli in Paradiso, è una domanda che tutti abbiamo, ma una risposta ( seppur limitata alle nostre capacità di comprensione umana ) ce la dà sicuramente la Messa: di sicuro cantano la gloria di Dio. E non si stancano di fare sempre la stessa cosa, per tutta l’eternità, giorno e notte? Evidentemente no, perché in Paradiso non esiste il tempo, c’è solo l’eternità ed inoltre non ci sono limitazioni corporali per cui non ci si stanca né ci si annoia; ma soprattutto la visione/il godimento di Dio è talmente appagante che non servirà nient’altro.

In questo magnifico ed esaltante contesto angelico si inseriscono quelli che ancora sono in questa vita e che stanno lì a Messa : quelle mamme che con una mano fanno dondolare il passeggino e con l’altra tengono il fazzoletto alla sorellina, quei papà che con un occhio guardano all’altare e con l’altro controllano il figlio che non parli con gli amichetti, quelle nonne che in ginocchio pregano per la conversione dei figli o dei nipoti, quei nonni che sono lì nonostante tutti gli acciacchi per dire al Signore il proprio “eccomi”.

Proprio queste persone, non altre, le persone reali in carne ed ossa, hanno la possibilità in questo momento di tenere un piede in terra ed uno in Paradiso per unire la propria voce a quella di tutti gli angeli. Avrete notato infatti che alcune preghiere nominano semplicemente tutti gli angeli e i santi in modo generico appunto, mentre altre specificano meglio le varie missioni angeliche. Perché gli angeli sono innumerevoli e non possiamo contarli, ma detta così dà un’idea vaga, mentre se vogliamo rendere l’idea della quantità esorbitante allora serve specificare : Troni, Dominazioni, Serafini, Cherubini, ecc…

Vi piacerebbe stare vicino vicino a qualche angelo oppure qualche santo famoso? Non vi piacerebbe per esempio avere vicino l’arcangelo Gabriele? Ma non un altro angelo omonimo, proprio lo stesso che fece visita alla Madonna? Non vi piacerebbe stare vicino alla Madonna oppure a san Giuseppe? Basta andare a Messa. Se siete coristi/cantanti: non vi piacerebbe fare un duetto con l’arcangelo Raffaele? Oppure cantare insieme a S. Giovanni Paolo II? Basta stare a Messa con fede.

Sembra quasi che la Chiesa ci dia una sorta di autorizzazione temporanea per provare a far parte delle schiere dei beati… un po’ come quando si dà il “foglio rosa” al ragazzo che ancora non sa guidare ma gli si fa provare l’ebbrezza della guida… in questo momento della Messa avviene qualcosa di simile alla situazione del “foglio rosa“, però ce n’è ancora tanta di strada da fare per conseguire la patente di “santi”.

Coraggio allora famiglie, da domani possiamo fare le prove per il Paradiso. Sì, lo sappiamo, non ne siamo meritevoli, ma d’altronde Dio quando fa un regalo non aspetta che ne diventiamo degni, ma ci dà con il regalo anche gli strumenti per poterlo sfruttare al meglio.

Giorgio e Valentina.

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Come va la digestione?

Oggi la Chiesa ci offre un paio di versetti tratti dal libro di Isaia divenuti famosi grazie ad un brano musicale popolare negli ambienti oratoriani:

Dal libro del profeta Isaìa (Is 55,10-11) Così dice il Signore: «Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca : non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata»

Sono parole molto poetiche e commuoventi, ma non dobbiamo fermarci alle sensazioni esterne altrimenti cadremmo nel tranello da cui proprio esse ci mettono in guardia. Per comprenderle appieno potrebbe essere necessario analizzare il ciclo idrico imparato alle elementari ma vedremo che non sarà sufficiente.

Partendo dagli elementi della natura possiamo notare come l’acqua e la neve abbiano bisogno di trasformare in vita nuova e diversa ciò che le assorbe per poi ritrasformarsi in liquido che dal mare risale in vapore e diviene nuvola; la riflessione più immediata ci fa comprendere come la Parola scenda nel terreno dei cuori per irrigarli, dissetarli ed anche per fecondarli.

Ma c’è un ulteriore passaggio, e cioè il fatto che l’acqua piovana (in teoria) è pura perché distillata dall’evaporazione dei mari, laghi e fiumi, ma poi quando si incontra col terreno ecco che entra in simbiosi con le sostanze ivi contenute e quasi le “resuscita” trasformando un terreno disseccato e arido in terreno fertile ; similmente anche la Parola quando scende dal Cielo è puro distillato dell’amore di Dio, ma poi vivifica e “resuscita” le sostanze che altrimenti resterebbero infertili disseccando il terreno del nostro cuore. Quindi la Parola di Dio ha bisogno di entrare in contatto con le nostre realtà umane, ha bisogno di simbiosi con esse, è necessario che questa Parola si incarni, direbbero gli studiosi. E così come ogni terreno dà frutti diversi a seconda delle sostanza di cui è intriso, così anche le nostre vite hanno frutti diversi a seconda delle sostanze contenute nel cuore di quelle vite. Ecco perché ogni coppia cristiana deve trovare la propria modalità e il proprio linguaggio per esprimere la fecondità dell’amore di Dio che la nutre. Non possiamo aspettarci degli sposi fotocopia di altri sposi, ogni coppia ha la propria originalità che dipende dalle sostanze che l’acqua della Parola di Dio ha trovato nei cuori dei due.

Proseguiamo, se la Parola che scende dal Cielo è puro distillato dell’amore di Dio perché molte coppie cristiane scelgono cosa tenere e cosa no di questa Parola? Possiamo ritenere che Dio sia così cattivo e sadico da darci leggi ingiuste, che non siamo in grado di rispettare? Può essere che Dio sia così malvagio da darci una Parola che ci disumanizzi? Certo che no! Così come un bravo e saggio genitore sa armonizzare le parole rivolte al figlio, con la giusta dose di incoraggiamento senza tralasciare ammonimenti e rimproveri quando necessario, perché Dio dovrebbe fare diversamente, Lui che è Il Genitore per assoluto? Se dunque le parole umane di un genitore, anche se apparentemente dure da digerire, sono espressione del suo amore, tanto più le parole di Colui che è il nostro Creatore saranno espressione del Suo amore nonostante a volte risultino difficili da digerire. Ma il problema della digestione dipende dal destinatario delle parole, poiché esse sono puro distillato, come abbiamo visto in precedenza.

Il problema della digestione dipende dall’immagine che ci siamo fatti di Dio: se lo vediamo come il poliziotto pronto ad ammanettarci saranno parole dure, se lo vediamo come l’autovelox precisissimo nello scovare anche le nostre minime infrazioni saremo perdenti in partenza, se lo vediamo come il giudice implacabile staremo attenti alle nostre mosse che saranno di sicuro pochissime e ben calcolate, se lo vediamo come Padre che ama i suoi figli allora cambia tutta la prospettiva. Poiché se noi che siamo cattivi sappiamo dare cose buone ai nostri figli, tanto più il Padre nostro saprà dare cose buone ai suoi figli, no?

Coraggio sposi, affrontiamo la Parola come dono di vita, come quell’acqua distillata che viene per dissetare, irrigare, ammorbidire il terreno e fecondarlo, ed allora diremo davvero grazie di questa Parola.

La prossima settimana, a Dio piacendo, rifletteremo sulla neve.

Giorgio e Valentina.

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Stai tranquillo, stai solo per precipitare!

La prima lettura di qualche giorno fa finiva così:

Dalla lettera di san Giacomo apostolo (Gc 5,13-20) Fratelli miei, se uno di voi si allontana dalla verità e un altro ve lo riconduce, costui sappia che chi riconduce un peccatore dalla sua via di errore lo salverà dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati.

Il brano letto fa parte di una lettera in cui sono contenute un sacco di indicazioni pratiche per diverse situazioni, ma questa parte finale ci è sembrata più consona per la nostra realtà matrimoniale. Ma procediamo con ordine, e lo facciamo prendendo esempio da un’immagine che ci aiuterà a comprendere meglio ciò che S. Giacomo intendeva dirci.

Avete presente quando si cammina in montagna insieme ad un gruppo? Di solito davanti ed in coda ci stanno i due più esperti; l’uno per aprire il varco e l’altro per controllare che nessuno resti indietro. Se uno della comitiva dovesse scivolare in una scarpata gli altri del gruppo lo lascerebbero lì oppure si darebbero da fare per tirarlo fuori da quell’impaccio? Lo guarderebbero dall’alto e gli parlerebbero con tono rassicurante del tipo: “stai tranquillo, stai solo per precipitare… sotto di te c’è un burrone di soli 200 metri nel vuoto ma sarà bello precipitare… non ti preoccupare, in fondo una scivolata capita a tutti… semmai ce la facessi a risalire da solo raggiungici al rifugio… comunque da lì puoi notare particolari della natura che noi non vediamo… fra poco ti lanciamo un cuscino che così stai più comodo… ma che bello che sei arrivato fin lì, dovresti indicarci come hai fatto che così qualcuno di noi ti farebbe compagnia“?

Oppure si darebbero da fare con una corda dando al malcapitato le necessarie istruzioni su come fare ad aggrapparsi ad essa e non continuare a scivolare fino in fondo al burrone? Sicuramente la seconda, ed inoltre le parole di incoraggiamento sarebbero del tipo : “non ti disperare, stiamo già operando per venire a salvarti, porta pazienza ancora un poco e ti tireremo fuori da quest’impiccio, se seguirai le nostre indicazioni ti salverai e ritornerai a casa sano e salvo”.

Purtroppo negli ultimi tempi la linea pastorale di qualcuno assomiglia alla prima situazione in cui il malcapitato (in questo caso una coppia o uno dei due) viene lasciato lì ma rassicurato che lì starà bene e alla fine cadrà in un burrone bellissimo; ma davvero crediamo che una coppia che ha lasciato entrare al proprio interno peccati grandi quali l’aborto o l’adulterio (per non parlare di quelli legati al sesto comandamento o altri) stia così bene? Così bene come quel malcapitato scivolato nella scarpata ad un passo dal cadere nel burrone ?

San Giacomo ci sprona a ricondurre il peccatore sulla via della verità perché così facendo lo salveremo dalla morte, e da una morte eterna. Certamente è una salvezza che va offerta con garbo, con delicatezza, con la giusta dose di dolcezza, ma al contempo si usi la fermezza nei confronti del peccato e la verità sulla situazione… se fai un passo falso finisci nel burrone… fermati e aggrappati alla corda o morirai certamente!

Purtroppo la situazione descritta ahimè non è così insolita tra le coppie cristiane. Uno dei due scivola in qualche scarpata del peccato e l’altro/a lo guarda precipitare inerme e quasi accondiscendente, sentiamo frasi del tipo : che posso fare io?… è una sua decisione… ognuno pensa alla propria anima… l’importante è che lui/lei si senta bene… è adulto e non ha bisogno del badante… se sta bene a lui/lei va bene così… ecc…

Sposi carissimi, il nostro sacramento porta con sé tutti gli aiuti da parte del Signore. Credete forse che Colui che ci uniti nel Suo nome e ci ha pensati fin dall’eternità ci abbandoni proprio nel momento in cui scivoliamo nella scarpata del peccato?

Se davvero amiamo il nostro coniuge e vogliamo il suo vero bene, cioè il suo sommo bene eterno, dovremmo fare di tutto per riportarlo sulla via dritta, sulla via della verità; ci sono tante corde che possiamo lanciare al nostro amato/a che sta scivolando o è già scivolato nella scarpata del peccato: c’è anzitutto la preghiera accorata al Signore, fatta ogni giorno con insistenza e fiducia; c’è la corda dei sacrifici e delle mortificazioni personali come intercessione; c’è la corda della dolcezza, del garbo e della delicatezza; c’è la corda del perdono; c’è la corda dell’accoglienza ancora maggiore rispetto a prima; c’è la corda degli abbracci che infondono fiducia; c’è la corda del consiglio spirituale con un sacerdote; c’è la corda della confessione; c’è la corda della richiesta di aiuto ad altre coppie; c’è la corda della corte continua e ci sono tutte quelle corde che lo Spirito Santo vi suggerisce per riportare il/la vostro/a amato/a sulla via del Paradiso.

Cari sposi, coraggio che c’è un rifugio che ci attende alla fine della vita terrena, e dobbiamo fare di tutto per arrivarci insieme come coppia. Non tralasciamo nessun tipo di corda per giungere insieme al Paradiso.

Coraggio !

PS : Nel caso che ci sia una coppia da salvare spetta ad una coppia amica (o ad una coppia che vede nella scarpata i due) darsi da fare per offrire una corda di salvataggio: è un frutto della fecondità.

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Domenica e famiglia: un connubio possibile / 29

Continuiamo la riflessione sull’inizio della grande preghiera eucaristica:

Il sacerdote può cantare tutta, o in parte, la Preghiera Eucaristica. Il sacerdote inizia la Preghiera Eucaristica con il Prefazio. Allargando le braccia, dice: Il Signore sia con voi. Il popolo risponde: E con il tuo spirito. Alzando le mani, il sacerdote prosegue: In alto i nostri cuori. Il popolo: Sono rivolti al Signore. Con le braccia allargate, il sacerdote soggiunge: Rendiamo grazie al Signore nostro Dio. Il popolo: È cosa buona e giusta. Il sacerdote continua il prefazio con le braccia allargate: È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e in ogni luogo a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno. […]

Ripartiamo proprio da questa ultima frase (“E’ veramente cosa buona…”) che in apparenza sembra una di quelle frasi fatte, che si dicono tanto per compiacere qualcuno (in questo caso sarebbe Dio), quelle di cui nessuno ha memoria perché sono come foglie al vento, ed invece scopriremo che contiene della grandi verità della nostra fede divina e cattolica. Affronteremo 4 passaggi, ed ognuno di essi avrà qualcosa da rivelarci.

  • Buona. Sembrerebbe scontato il fatto che rendere grazie a Dio sia considerato cosa buona, ma se ci riflettiamo un pochino, scopriamo che non è affatto scontato; ci sono infatti molte persone convinte di essere la fonte e l’origine di se stessi, della propria vita, ma molto spesso perdono per strada l’orizzonte della propria esistenza. Abbiamo incontrato molte persone che pensano di essere grate solo a se stesse per il fatto di essere in buona salute ed avere un lavoro, oppure perché sono arrivate ad alcuni traguardi importanti nella vita, altre perché si sentono i fautori della propria tarda età come se avessero deciso da soli di svegliarsi ogni mattina. In realtà ci viene insegnato fin da piccoli a ringraziare quando si riceve un favore od un regalo da un’altra persona, ma stranamente ci si dimentica di ringraziare il più importante di tutti, Colui che ha la storia in mano ; “non cade foglia che Dio non voglia” recita il proverbio, a maggior ragione si occuperà di noi che valiamo molto più di una foglia, perciò è davvero cosa buona ringraziarLo.
  • Giusta. Nella Bibbia troviamo alcune persone definite giuste, tra le quali spicca il glorioso San Giuseppe, lo sposo della Madonna. Ma la virtù della giustizia non è solo da considerare per le realtà terrene, belle ma passeggere, ma anche e soprattutto per le realtà celesti. La giustizia non è dare a tutti lo stesso ma ad ognuno il proprio che merita; e chi è che merita di più di tutti? Dio, naturalmente. Quindi la virtù della giustizia è rettamente intesa e vissuta se nelle scelte della vita si mette Dio al posto che Gli spetta, cioè al primo. Rispettando questo ordine delle priorità, tutte le realtà della vita ricevono luce e forza nuove, ecco quindi che è cosa giusta lodare e ringraziare il buon Dio per ogni cosa.
  • Nostro dovere. Questo argomento potrebbe creare qualche problemino ai sentimentalisti. Non che i sentimenti non siano importanti, ma non possiamo orientare la nostra vita con essi, sarebbe un rischio troppo grande e sicuramente fallimentare. Immaginate se andassimo al lavoro solo “quando me la sento“, probabilmente la busta paga sarebbe prossima allo zero; oppure immaginate se una mamma desse il latte al proprio bambino solo di giorno perché la notte “non me la sento“, diremmo che non fa il proprio dovere di madre. Similmente anche Dio ha dei diritti nei nostri confronti, visto che è al primo posto sul podio, e quindi noi abbiamo dei doveri verso di Lui. Il primo dovere è lodarLo, ringraziarLo, adorarLo, pregarLo, perché siamo sue creature ed anche ogni nostro respiro è voluto da Lui; ma per fortuna questi doveri si rivelano non come un peso che rallenta il nostro cammino, ma come dolci doveri che danno forza e vigore a questo stesso cammino.
  • Fonte di salvezza. Quest’ultima parte rischiara con la sua freschezza gli altri tre punti. Infatti se qualcuno si fosse convinto che rendere grazie al Signore sia cosa buona, sia anche cosa giusta, sia pure nostro dovere, potrebbe non avere ben chiara la meta di queste azioni, e cioè la nostra salvezza. Quando rendiamo grazie al Signore sempre ed in ogni luogo, scopriamo come questo ci renda liberi dall’angoscia, dalla paura del futuro, dall’ansia da prestazione, e ci renda più aperti alle sfide della vita, più fiduciosi di essere nelle mani di un Padre che ha cura dei Suoi figli, più gioiosi davanti alla nuova vita che ci viene offerta ogni giorno… tutto ciò ci abitua ad orientare il nostro cuore a Dio istante dopo istante fino a che arriverà l’abbraccio eterno.

Care famiglie, a noi il compito di cominciare a rendere grazie al Signore nelle nostre case ancor prima di andare alla Messa domenicale, nonché di continuare durante gli altri giorni fino alla prossima Domenica. Oltre ad essere fonte di salvezza per tutta la famiglia, è educativo per i figli e fecondo poiché genera una vita nuova.

Basta solo scavalcare l’ostacolo iniziale, coraggio!

Giorgio e Valentina

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Non approfittarne!

Nella prima lettura della Messa di Domenica scorsa c’è una frase che vi riportiamo:

Dal primo libro di Samuèle (1Sam 26,2.7-9.12-13.22-23)  […]“Non ucciderlo! Chi mai ha messo la mano sul consacrato del Signore ed è rimasto impunito?” […]

Utilizziamo solo questa frase ma dobbiamo contestualizzarla : praticamente Saul va a cercare Davide con tremila soldati per farlo fuori affinché non diventi re al posto suo, ma Davide sfugge all’agguato, di notte scende nell’accampamento di Saul, ed ha l’occasione di ucciderlo senza che nessuno se ne accorga poiché tutti i soldati dormono beati. Davide però non compie l’omicidio ed esclama al suo braccio destro Abisài la frase sopra riportata.

Apparentemente sembra un’episodio tanto lontano nel tempo e nella cultura da non dirci niente, eppure basta fermarsi un momento e metterci nei panni dei protagonisti; Il Signore aveva rigettato Saul come re, a causa di un atto di mancanza di fede (leggi qui), ed al suo posto aveva scelto Davide. Un boccone troppo amaro per Saul il quale cerca vendetta, forse mosso anche dall’invidia (come Caino a suo tempo). Davide ha quindi tutte le ragioni per sbarazzarsi di Saul, per dargli una bella lezione, per far valere la preferenza di Dio nei suoi confronti, gli sarebbe bastato infilzarlo nel sonno e, senza grossi spargimenti di sangue innocente, avrebbe chiuso la questione, avrebbe regolato i conti, ma… c’è un ma… Davide non muove un dito contro il consacrato del Signore… ma Saul non era stato rigettato come re? Sì, ma non viene sconsacrato da Dio, perché? Perché Dio non agisce come noi, Egli non ritratta i suoi doni, le sue scelte, Egli è fedele alle proprie scelte… quindi se lo aveva consacrato, tale resta fino alla morte.

Ecco il primo insegnamento per noi sposi. Non sono sufficienti i nostri sbagli, le nostre fragilità, i nostri errori, i nostri peccati per farci sconsacrare da Dio. Se siamo sposi nel sacramento, lo siamo fino alla morte di uno dei due, anche se l’altro si comporta come Saul che volta le spalle a Dio, alla sua promessa e alla sua volontà nel vivere la propria vocazione… nonostante tutto ciò Dio non ritratta la parola data e lo lascia consacrato… similmente noi possiamo combinare un sacco di guai ma restiamo sposi l’uno dell’altra fino alla morte, è un vincolo che nemmeno Dio può scogliere… per fortuna Egli non ci ripaga secondo le nostre opere!

Continuiamo però l’approfondimento di questa frase perentoria della Parola di Dio pronunciata da Davide, poiché essa ha da ammonirci anche nel suo significato più prossimo, ossia è un invito a non uccidere il consacrato di Dio. Purtroppo assistiamo quotidianamente sui social media ad assalti più o meno velati a vari consacrati del Signore… questo prelato piuttosto che quell’altro ha detto o fatto questo con tanto di foto ad immortalarne il pubblico ludibrio, il pubblico scandalo… Davide aveva avuto questa opportunità eppure non ha alzato la mano sul consacrato del Signore, e quanti di noi invece uccidono i consacrati del Signore in vari modi? Non vogliamo essere sentimentaloni ma vogliamo ricordare che il Catechismo ci ha insegnato, riprendendo una frase della Parola di Dio, che “la lingua uccide più della spada”… l’uccisione fisica è solo uno dei tanti modi con cui uccidere una persona. I consacrati del Signore che sbagliano alla guisa di Saul possono essere quelli che vivono lontani da noi, ma può essere il nostro parroco o il nostro vescovo, non ha importanza questo, ma non dobbiamo ucciderli… sarebbe come dire a Dio che si è sbagliato sul loro conto (oltre ad essere un’ulteriore ferita alla comunione e spesso una mancanza di carità fraterna).

E’ possibile che Dio si sbagli? Ovviamente no. Dobbiamo sempre tener presente che abbiamo un Dio che sa trarre bene anche dal male… un esempio? Che male c’è peggiore del deicidio, cioè dell’uccidere Dio fattosi uomo in Cristo Gesù di Nazareth? Eppure da questo grande male Dio ha saputo trarre il più grande Bene: la Redenzione.

Cari sposi, nella nostra relazione impariamo ogni giorno che “si prendono più mosche con un cucchiaino di miele che con un barile di aceto“… se questo vale all’interno del nostro matrimonio è nostro compito trasportarlo con l’esempio al di fuori delle nostre mura domestiche… dobbiamo amare i nostri sacerdoti e vescovi anche e soprattutto quando sbagliano perché sono i consacrati di Dio… così come abbiamo imparato a nascondere agli altri i difetti del nostro amato/a per non ferirlo/a e mancare a lui/lei di rispetto , così dobbiamo fare anche con i consacrati di Dio.

Coraggio sposi, anche questo è un frutto di fecondità del nostro amore !

Giorgio e Valentina.

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Non saremo la ruota di scorta, vero?

Il 14 Febbraio la Chiesa festeggia i due Santi Cirillo (monaco) e Metodio (vescovo), compatroni d’Europa insieme ai Santi Benedetto da Norcia, Brigida di Svezia, Caterina da Siena, Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein). E san Valentino dove lo mettiamo? In Paradiso anche lui, ma la sua memoria liturgica è posta in secondo piano per dare spazio a questi due fratelli che vennero inviati in diversi luoghi dell’attuale est-Europa come evangelizzatori (verso la metà del IX secolo), la loro impresa più importante fu in Pannonia e Moravia, dove Cirillo lavorò a un nuovo alfabeto per le popolazioni locali e alle traduzioni dei testi sacri, alfabeto che conosciamo come cirillico; in questo giorno la Chiesa ci offre questa prima lettura nella Liturgia :

Dagli Atti degli Apostoli (At 13, 46-49) In quei giorni, [ad Antiòchia di Pisìdia] Paolo e Bàrnaba con franchezza dichiararono [ai Giudei]: «Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco : noi ci rivolgiamo ai pagani.
Così infatti ci ha ordinato il Signore: Io ti ho posto per essere luce delle genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra». Nell’udire ciò, i pagani si rallegravano e glorificavano la parola del Signore, e tutti quelli che erano destinati alla vita eterna credettero. La parola del Signore si diffondeva per tutta la regione.

Molte volte la Parola di Dio viene letta con meno enfasi della fiaba di Biancaneve… certo il linguaggio è un po’ diverso, ma se prestassimo più attenzione dovremmo avere gli occhi sgranati come quelli dei bambini quando si aspettano che Biancaneve dia un morso alla mela, ed invece no! Provate un po’ a mettervi nei panni di quei Giudei che si sentono ammonire con tanta veemenza dai due evangelizzatori e forse proverete un po’ di imbarazzo. Però…. a pensarci bene noi siamo gli altri. Gli altri chi? Quelli che Paolo e Bàrnaba definiscono pagani : “[…] noi ci rivolgiamo ai pagani“.

Ritorna alla mente un famoso miracolo di sant’ Antonio da Padova che si rivolse ai pesci del mare sulla spiaggia di Rimini poiché gli uomini non lo volevano ascoltare, ed anche lui si rivolse ai Riminesi con parole simili a quelle degli Atti: “Poiché vi dimostrate indegni della Parola del Signore, ecco, io mi rivolgerò ai pesci in modo da evidenziare ancora di più la vostra mancanza di fede”.

La cosa curiosa è che i pagani (così come i pesci) non si dispiacquero affatto di essere la seconda scelta… forse noi al loro posto avremmo mugugnato qualcosa del tipo: “chi siamo noi, la ruota di scorta?“. Loro invece no, anzi “si rallegravano e glorificavano la Parola del Signore“.

Da un certo punto di vista noi dovremmo ringraziare quei Giudei che rifiutarono la Parola di salvezza annunciata da Paolo e Bàrnaba, poiché se essi non l’avessero respinta, i due evangelizzatori sarebbero rimasti con tutta probabilità nel circondario di Israele, e non si sarebbero inoltrati per tutto il resto dell’Impero Romano fino ad approdare nella nostra bella Italia; che ne sarebbe stato di noi? Chi si sarebbe preso l’impegno di evangelizzare il nostro popolo? Saremmo rimasti nel paganesimo forse. Ed invece i nostri avi credettero alla Parola di salvezza e la nostra terra divenne il centro e la culla della cristianità.

Qualcuno starà pensando di leggere un articolo di sociologia storica, ma in realtà questa semplice analisi che ci siamo permessi di condividervi ha lo scopo di ravvivare in noi la coscienza di avere tra le mani un tesoro prezioso che altri hanno rifiutato, e noi che ne facciamo di questo tesoro?

Il brano finisce parlando dei pagani così : “tutti quelli che erano destinati alla vita eterna credettero“. Noi siamo destinati alla vita eterna! Non siamo destinati al nulla infinito, non ci smaterializziamo nell’indefinibile, no!

Destinati alla vita, e che vita ! NON siamo destinati alla morte!

Il nostro sacramento è un tesoro prezioso che ci deve aiutare ad arrivare alla nostra destinazione, altrimenti è solo uno stare insieme per tirare a campare. Ogni nostro gesto, ogni nostra carezza, ogni nostro abbraccio, ogni nostro sacrificio per l’altro/a deve farci vivere un pezzettino di Paradiso.

Cari sposi, l’invito che vi rivolgiamo oggi è quello di guardarvi negli occhi e ricordarvi reciprocamente la vostra destinazione finale: il Paradiso. Coraggio, anche le ruote di scorta sono destinate al paradiso!

Giorgio e Valentina.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 28

Terminato il momento dell’Offertorio il sacerdote recita una orazione sulle offerte e poi prosegue seguendo il Messale che indica così:

Il sacerdote può cantare tutta, o in parte, la Preghiera Eucaristica. Il sacerdote inizia la Preghiera Eucaristica con il Prefazio. Allargando le braccia, dice: Il Signore sia con voi. Il popolo risponde: E con il tuo spirito. Alzando le mani, il sacerdote prosegue: In alto i nostri cuori. Il popolo: Sono rivolti al Signore. Con le braccia allargate, il sacerdote soggiunge: Rendiamo grazie al Signore nostro Dio. Il popolo: È cosa buona e giusta. Il sacerdote continua il prefazio con le braccia allargate: È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e in ogni luogo a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno. […]

Abbiamo riportato solo l’incipit di un prefazio, quello più gettonato (che il sacerdote può scegliere a seconda delle occasioni), ma sostanzialmente iniziano tutti con questa frase seppur con leggere varianti, ma la sostanza è appunto la stessa. Cominciamo questa volta dalle ultime parole di questo incipit e la prossima volta affronteremo la prima parte, dove recita così : E’ veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza…

Spesso, purtroppo, la nostra preghiera è distratta durante la Santa Messa, per diversi motivi che nascono da dentro noi e altre volte perché il sacerdote legge il Messale con troppa velocità, noia e freddezza, altre volte siamo noi freddi e annoiati perché non ci siamo preparati per tempo; ma ora abbiamo la possibilità di fermarci un momento a leggere, capire, meditare, pregare, approfondire almeno una piccolissima frase della grande preghiera eucaristica.

Già solo il dialogo iniziale tra celebrante ed assemblea è ricco e festoso, ma non il festoso che pensiamo noi coi palloncini, gli aperitivi e le patatine…….NO……questo sarebbe festaiolo……..ma festoso perché solennemente ci si ricorda a vicenda il motivo per cui siamo lì tutti a Messa…..il celebrante sprona noi e la nostra risposta aumenta (o almeno dovrebbe) il suo desiderio di rendere a Dio tutta la gloria, l’onore, la lode, la latria (adorazione) che Gli spetta in un crescendo che alla fine spinge il celebrante a pregare solennemente esortandoci : avete proprio ragione ! è veramente cosa buona e giusta……ecc…..

Ma perchè dobbiamo rendere grazie sempre ed in ogni luogo? Sempre, cioè non solo quando le cose vanno per il verso giusto…..e invece quando le cose vanno male, quando arriva la sofferenza, la malattia, il lutto? Sono domande che meriterebbero risposte molto articolate e lunghe, con cicli di catechesi che affrontano un gradino alla volta le questioni, senza fretta, e con la dovuta disposizione d’animo. Quindi, perdonateci se in poche righe osiamo mettere in risalto solo un piccolo frammento di un grande puzzle.

Diventando genitori abbiamo avuto la grazia di “capire” un pochino di più l’atteggiamento di Dio Padre vivendo sulla nostra pelle alcune dinamiche coi figli ……..ve ne raccontiamo una a mo’ di esempio. Un giorno una nostra figlia venne disperata da noi, piangendo con i lacrimoni tipici di una bimba di due anni qual era, mostrandoci la bua che si era fatta al suo ditone preferito (quello che si succhiava)…..il dramma era che non poteva più metterselo in bocca. Fiduciosa è venuta dai genitori sapendo che lì avrebbe trovato aiuto, comprensione, conforto, tenerezza, sicurezza, fiducia, ecc…..il male che sentiva è rimasto e ha dovuto affrontarlo lei, ma…….non da sola.

Noi dobbiamo rendere grazie a Dio sempre ed in ogni luogo con questo atteggiamento della bimba…..a volte lo facciamo con le lacrime agli occhi….ma è l’atteggiamento del cuore che dice : ti rendo grazie Padre perché nelle tue mani è TUTTA la mia vita, e siccome Tu sei un Padre buono, non permetti che i tuoi figli affrontino da soli i dolori della vita, ma sei lì pronto a consolare, incoraggiare, guarire, lenire, confortare, comprendere ……..e non permetti che siamo provati al di sopra delle nostre forze…….ti rendiamo grazie non perché capiamo tutto subito dei nostri dolori, ma perché sei un padre, anzi no……..tu sei IL Padre.

Pregate così insieme e……..il dolore resterà, ma non ci ucciderà, non ci schiaccerà pensando di averla vinta su di noi. E il primo effetto sarà un cuore nuovo, che si abbandona alla dolcezza della Provvidenza.

Coraggio sposi, Dio non abbandona i suoi figli.

Giorgio e Valentina.

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Proprio lì!

Se Dio ci assiste con la Sua Sapienza proviamo a rivolgere la nostra attenzione non più sul Vangelo ma sulla Prima lettura a cominciare da oggi per una serie di settimane. Non perché il Vangelo non abbia più nulla da dire a noi sposi ma perché ci siamo accorti che molti cristiani saltano a piè pari l’Antico Testamento da cui spesso è tratta la prima lettura della Messa, forse traviati dall’idea ingiusta che Dio sia diventato più buono e misericordioso dal Vangelo in poi. Iniziamo questa nuova avventura dal brano proposto oggi dalla Liturgia:

Dal primo libro dei Re (1Re 8,22-23.27-30)  In quei giorni, Salomone si pose davanti all’altare del Signore, di fronte a tutta l’assemblea d’Israele e, stese le mani verso il cielo, disse: «Signore, Dio d’Israele, non c’è un Dio come te, né lassù nei cieli né quaggiù sulla terra! Tu mantieni l’alleanza e la fedeltà verso i tuoi servi che camminano davanti a te con tutto il loro cuore. Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruito! Volgiti alla preghiera del tuo servo e alla sua supplica, Signore, mio Dio, per ascoltare il grido e la preghiera che il tuo servo oggi innalza davanti a te! Siano aperti i tuoi occhi notte e giorno verso questa casa, verso il luogo di cui hai detto: “Lì porrò il mio nome!”. Ascolta la preghiera che il tuo servo innalza in questo luogo. Ascolta la supplica del tuo servo e del tuo popolo Israele, quando pregheranno in questo luogo. Ascoltali nel luogo della tua dimora, in cielo; ascolta e perdona!».

E’ una preghiera accorata fatta dal Re Salomone in nome di tutto il popolo e per esso fu una grande testimonianza di fede. E’ difficile restare impassibili dinanzi a tanta fede affettuosa in un Dio che non viene mai meno alle proprie promesse, è commovente pensare di avere un re che ci rappresenti con così tanta fede; sicuramente tra il popolo presente a quell’evento non saranno mancati uomini che hanno ritrovato l’entusiasmo di una fede magari un poco assopita sostenuti dal fervore del loro re, così ci saranno state altrettante donne che, con le lacrime agli occhi, hanno gioito in cuor loro abbracciando teneramente i propri figlioli. Quanta bellezza!

Provate a fare un gioco di fantasia sostituendo il re Salomone con il nome del vostro parroco e al posto del popolo di Israele usate il nome con cui sono chiamati gli abitanti della vostra parrocchia o del vostro paese/città ne resterete sorpresi.

Come sempre succede quando si medita la Parola, anche questa volta ci troviamo costretti a fare una scelta tra le tante possibili riflessioni per metterne in luce solo una. Ci lasceremo scuotere dalla parte centrale di questa preghiera, quando Salomone si chiede : “Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruito! […] Siano aperti i tuoi occhi notte e giorno verso questa casa, verso il luogo di cui hai detto: “Lì porrò il mio nome!

Com’è possibile che Dio abiti tra di noi se nemmeno i cieli dei cieli non lo possono contenere? E’ un mistero sconfinato, ma è reale. Se ci fermiamo un attimo e rientriamo in noi stessi è possibile anche perdere l’equilibrio.

Vorremmo focalizzare questa inabitazione di Dio in noi in due ambiti specifici: il Battesimo e il Matrimonio. Dal momento in cui siamo stati battezzati Dio ha cominciato a vivere in noi.. ma noi non siamo grandi come i cieli dei cieli, com’è possibile tutto ciò? Misteri dell’amore di Dio… addirittura San Paolo dirà che siamo diventati Tempio dello Spirito Santo… chi? Io? Certo che sì… ma cosa ho fatto per meritare un tale onore? Niente, anzi… spesso sembra che vogliamo scacciare un così illustre ospite con un comportamento indegno di tale onore… come quando si caccia di casa un ospite indesiderato sbattendogli dietro la porta quasi ad urlare con tale gesto il nostro disprezzo nei suoi confronti. E non sembra che i cieli dei cieli se la siano presa a male perché Dio abbia scelto di abitare nella vita di ogni battezzato.

Ma facciamo un passo in più : se due battezzati si sposano e diventano una carne sola, allora significa che il Tempio di cui sopra si allarga, giusto? Come se Dio stesse un po’ stretto in una sola persona ed abbia deciso di aumentare la capacità della persona stessa donandole un’altra persona… un po’ come quando una famiglia decide di comprare anche l’appartamento attiguo per aumentare gli spazi.

Cari sposi, il sacramento del matrimonio è quella casa/luogo citata nella preghiera di Salomone, quando dice: “Siano aperti i tuoi occhi notte e giorno verso questa casa, verso il luogo di cui hai detto: “Lì porrò il mio nome! “. Il nostro sacramento è ontologicamente proprio quella casa/luogo in cui Dio dimora, ma attenzione a non sciupare un così grande dono/onore, poiché non basta che lo sia per definizione, ma è necessario che lo diventi sempre di più giorno dopo giorno, fatica dopo fatica, perdono dopo perdono, sguardo dopo sguardo, gesto dopo gesto.

Caro sposo, Dio ha scelto di prendere dimora in te per donarle il Suo amore fedele e premuroso attraverso la tua umanità.

Cara sposa, Dio ha scelto di dimorare in te per aiutare il tuo sposo a vivere nella carne la tenerezza e la dolcezza del Suo amore.

Dio non può essere contenuto neanche dai cieli dei cieli ma si trova comodo nel sacramento del matrimonio e si trova perfettamente a suo agio nell’amore gratuito che ci doniamo scambievolmente.

Coraggio che Dio è proprio lì!

Giorgio e Valentina.

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