Chi semina vento…

Dal libro del profeta Osèa (Os 8,4-7.11-13) Così dice il Signore : «Hanno creato dei re che io non ho designati ; hanno scelto capi a mia insaputa. Con il loro argento e il loro oro si sono fatti idoli, ma per loro rovina. Ripudio il tuo vitello, o Samarìa! La mia ira divampa contro di loro; fino a quando non si potranno purificare ? Viene da Israele il vitello di Samarìa, è opera di artigiano, non è un dio : sarà ridotto in frantumi. E poiché hanno seminato vento, raccoglieranno tempesta. Il loro grano sarà senza spiga, se germoglia non darà farina e, se ne produce, la divoreranno gli stranieri. Èfraim ha moltiplicato gli altari, ma gli altari sono diventati per lui un’occasione di peccato. Ho scritto numerose leggi per lui, ma esse sono considerate come qualcosa di estraneo. Offrono sacrifici e ne mangiano le carni, ma il Signore non li gradisce ; ora ricorda la loro iniquità, chiede conto dei loro peccati : dovranno tornare in Egitto».

Con questa lettura la Chiesa si dimostra madre, un atteggiamento educativo che caratterizza lo stile della Liturgia, specialmente quella non riformata, questo caldo estivo e le belle giornate assolate potrebbero portarci sulla strada della rilassatezza spirituale, nel senso che sentiamo il bisogno di affrancarci dai rigori invernali, sia quelli climatici che quelli dei nostri doveri scolastici e/o lavorativi, per cui non dovrebbe stupire se un genitore mettesse in guardia i propri figli dal non prendere con troppa leggerezza una data situazione, praticamente la Chiesa ci sta invitando a non abbassare la guardia, a non considerarci arrivati.

Ed il profeta Osea è un altro di quei profeti che sa come rimettere in riga il popolo a lui affidato, sono parole dure, inequivocabili, soprattutto per noi che le leggiamo fuori da quel contesto storico e sociale suonano troppo severe, ma dobbiamo ricordare che il Signore ha rinnovato numerose volte la Sua Alleanza con Israele, ha compiuto numerosi prodigi per salvarlo dalle più disparate situazioni, ha mandato anche diversi aiuti umani come Sansone che lo liberò dai Filistei, ma questo popolo “è un popolo dalla dura cervice” , così lo apostrofava Mosè già parecchio tempo prima di Osea.

Come si può facilmente intuire questo popolo si dimostra ingrato e proprio uno “zuccone”, così infatti denominiamo i nostri figli quando “fanno finta” di aver capito e puntualmente agiscono al contrario di come dicono di aver capito… chissà quante volte ci sarà capitato di dire ai nostri figli : “Sei proprio uno zuccone! Allora non vuoi proprio capire.

Osea usa queste parole severe ispirato dallo Spirito di Dio, perché si trova davanti all’ennesimo tradimento da parte del popolo rispetto all’ennesima alleanza del Signore. Se ci pensiamo bene il Signore non chiede chissaché, in fondo sta chiedendo principalmente che non si facciano idoli e che rispettino le sue leggi, il peccato che procura i danni maggiori al popolo di Israele è proprio l’idolatrìa… che tradotto per noi sono i peccati contro il primo (e più grande) Comandamento… è il primo anche nell’importanza, infatti se disubbidiamo al primo Comandamento “Non avrai altro dio all’infuori di me” succede che a cascata disubbidiamo a tutti gli altri perché se Lui non è il nostro dio perde senso rispettare le Sue leggi.

Vi siete mai chiesti da dove arrivi il detto popolare “chi semina vento raccoglierà tempesta“? Ora avete la risposta, ma non ci deve bastare per vivere meglio come sposi. Dobbiamo domandarci come sposi quali sono gli idoli che continuamente ci costruiamo da soli, nonostante le ripetute avance da parte di Dio e del Suo Figliolo Gesù.

Incontriamo molte coppie che hanno idoli quali: il successo nel lavoro, la carriera, la salute fisica, la giovinezza e la prestanza del corpo, il benessere economico, il tempo libero, le amicizie extra coniugali, il sesso libero da regole, il giudizio positivo degli altri, la maternità e/o la paternità a comando… ma tutti questi idoli hanno i loro altari sui quali si sacrificano: tempo per la preghiera, tempo per la coppia, educazione dei figli, spazio, risorse, energie, mente, pensieri, affetti, desideri, concentrazione, intelligenza e vita spirituale.

E noi sposi come rimaniamo? SVUOTATI dal di dentro. Cos’è che ci svuota? Abbiamo seminato vento e quindi raccogliamo tempesta… ed è proprio questa tempesta a distruggere tutto senza pietà, così come capita in qualche sfortunato giorno estivo di cui abbiamo memoria anche recente, quando essa arriva devasta tutto il raccolto e si rimane senza niente per non parlare dei danni alle case o altro… tutto questo succede nel nostro cuore, nella nostra anima, nella nostra vita.

Questi idoli devastano il raccolto dell’amore matrimoniale: devastano la tenerezza, la dolcezza, l’intimità fisica, i sentimenti, gli affetti, l’unione dei cuori degli sposi… devastano anche la capacità di perdonare, lo sguardo, le parole belle, le carezze, i baci, gli abbracci, i complimenti reciproci, il tempo che dedichiamo alla coppia. Con questi idoli il nostro matrimonio “produce grano senza spiga, e se germoglia non darà farina“, cioè non darà da mangiare, non darà sostentamento all’amore, non sarà amore fecondo, non sarà vita sia l’uno per l’altra sia all’infuori della coppia.

Coraggio sposi, possiamo riprendere in mano il nostro amore matrimoniale ad immagine dell’amore oblativo di Gesù, e per farlo cominciamo a togliere quelle maschere di cui hanno parlato Antonio e Luisa ieri, prendiamo il coraggio a piene mani e distruggiamo i nostri idoli con i loro altari, riprendiamo con fiducia a seguire Colui che ci promette non solo mari e monti, ma la felicità già su questa terra ed il Paradiso senza fine.

Giorgio e Valentina

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Ripensare l’urbanistica a due

Sal 47 (48) Grande è il Signore e degno di ogni lode nella città del nostro Dio. La tua santa montagna, altura stupenda, è la gioia di tutta la terra. Il monte Sion, vera dimora divina, è la capitale del grande re. Dio nei suoi palazzi un baluardo si è dimostrato. O Dio, meditiamo il tuo amore dentro il tuo tempio. Come il tuo nome, o Dio, così la tua lode si estende sino all’estremità della terra; di giustizia è piena la tua destra.

Questo Salmo ci raggiunge in modo particolare perché vogliamo invitarvi a una lettura un po’ inusuale, ma prima di inoltrarci nella nostra riflessione vogliamo inquadrare un po’ questa preghiera. È un inno di lode al Signore, un inno alla sua magnificenza, un invito pressante a lodare il Signore.

Vogliamo farvi notare un particolare: questa preghiera non inneggia al Signore tanto per gli atti di magnificenza compiuti da Lui, quanto per Lui in se stesso. Non si fa un elenco delle opere da Lui compiute, ma lo si loda in quanto Dio; è la lode più pura in quanto non loda per i benefici avuti ma per la sua essenza. È la stessa lode che ritroviamo nell’inno del Gloria durante la S.Messa: “[…] noi Ti lodiamo, Ti benediciamo, Ti rendiamo grazie per la Tua gloria immensa”.

Dopo questa prima fotografia del Salmo vediamo di inoltrarci nella sua comprensione come coppia di sposi, innanzitutto si parla di monte, di città con i suoi palazzi e infine di tempio. Certamente il salmista, quando parlava di monte, città e palazzi, o di tempio di Dio, si riferiva ai luoghi fisici, che per il popolo di Israele erano (e lo sono anche per noi tuttora) molto importanti, ma noi cercheremo di vedere olte la loro fisicità intravedendo cosa nella vita degli sposi possa essere monte, città e tempio.

Il monte Sion, vera dimora divina, è la capitale del grande re. Il monte di Sion è il luogo dove risiede la città con i suoi palazzi, e lo potremmo paragonare alla vita degli sposi nel suo insieme. È il luogo dove gli sposi decidono insieme la planimetria della città, l’urbanistica, decidono quali siano le strade principali e quali gli snodi strategici per non alimentare gli ingorghi, decidono anche i punti panoramici. Nella vita sponsale gli sposi devono insieme costruire una nuova città che prima non esisteva, ma soprattutto essa deve essere la capitale del re, non sono loro i reali che la governano, ma è il Signore il re della loro vita.

Dio nei suoi palazzi un baluardo si è dimostrato. Questi palazzi nella vita matrimoniale corrispondono alle varie attività, ai vari ambiti in cui gli sposi vivono, agiscono ed operano. Affinché Dio sia un baluardo anche in questi palazzi, è necessario che gli sposi decidano quali palazzi siano i più importanti, devono decidere insieme quanta importanza dare ad ogni palazzo affinché l’urbanistica nel suo insieme risulti ben ordinata come vuole il re.

O Dio, meditiamo il tuo amore dentro il tuo tempio. Qual è il tempio di Dio degli sposi? Sono gli sposi stessi, sia perché ognuno è divenuto col Battesimo tempio dello Spirito Santo, ma anche perché la nuova realtà, cioè il loro sacro vincolo indissolubile è il tempio dove Dio abita realmente. Meditare quindi l’amore di Dio nel tempio dell’altro significa lasciarsi amare da Dio attraverso lui/lei.

Coraggio sposi. Forse alcuni potrebbero trovare queste metafore un po’ azzardate, ma potrebbero essere spunto per un passo in avanti nell’Amore.

Giorgio e Valentina

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Un cammino con una sola impronta

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 1,5-17) Al tempo di Erode, re della Giudea, vi era un sacerdote di nome Zaccarìa, della classe di Abìa, che aveva in moglie una discendente di Aronne, di nome Elisabetta. Ambedue erano giusti davanti a Dio e osservavano irreprensibili tutte le leggi e le prescrizioni del Signore. Essi non avevano figli, perché Elisabetta era sterile e tutti e due erano avanti negli anni. Avvenne che, mentre Zaccarìa svolgeva le sue funzioni sacerdotali davanti al Signore durante il turno della sua classe, gli toccò in sorte, secondo l’usanza del servizio sacerdotale, di entrare nel tempio del Signore per fare l’offerta dell’incenso. Fuori, tutta l’assemblea del popolo stava pregando nell’ora dell’incenso. Apparve a lui un angelo del Signore, ritto alla destra dell’altare dell’incenso. Quando lo vide, Zaccarìa si turbò e fu preso da timore. Ma l’angelo gli disse: «Non temere, Zaccarìa, la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, e tu lo chiamerai Giovanni. Avrai gioia ed esultanza, e molti si rallegreranno della sua nascita, perché egli sarà grande davanti al Signore; non berrà vino né bevande inebrianti, sarà colmato di Spirito Santo fin dal seno di sua madre e ricondurrà molti figli d’Israele al Signore loro Dio. Egli camminerà innanzi a lui con lo spirito e la potenza di Elìa, per ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti e preparare al Signore un popolo ben disposto».

Abbiamo voluto riportare per intero il brano del Vangelo che verrà proposto stasera nella Santa Messa vespertina, oggi infatti è la vigilia di una solennità: la Natività di san Giovanni Battista. A tal riguardo leggiamo poche righe di sant’Agostino:

La Chiesa festeggia la natività di Giovanni, attribuendole un particolare carattere sacro. Di nessun santo, infatti, noi celebriamo solennemente il giorno natalizio; celebriamo invece quello di Giovanni e quello di Cristo. Giovanni però nasce da una donna avanzata in età e già sfiorita. Cristo nasce da una giovinetta vergine. Il padre non presta fede all’annunzio sulla nascita futura di Giovanni e diventa muto. La Vergine crede che Cristo nascerà da lei e lo concepisce nella fede.

Questi testi ci confermano quanto sia solenne il giorno di san Giovanni Battista, ma soprattutto quanto sia importante e fondamentale la sua santità; ma il nostro intento oggi non è incensare tanto la figura di questo grande santo (e parente) del Signore Nostro Gesù Cristo, quanto evidenziare alcuni passaggi che il Vangelo ci riporta sui suoi santi genitori, ovvero i santi coniugi Zaccaria ed Elisabetta.

Ambedue erano giusti davanti a Dio e osservavano irreprensibili tutte le leggi e le prescrizioni del Signore. Fin qui sembra una descrizione abbastanza normale di due santi, se non sono irreprensibili loro chi altri? Ma forse un particolare può sfuggire, e cioè che Ambedue erano giusti davanti a Dio, il che potrebbe ancora sembrare un particolare del tutto ovvio, ma nel caso di una coppia di sposi non lo è affatto. Perchè il Vangelo ci tiene a sottolinearlo? Forse per far fare bella figura ai genitori del Battista, o c’è di più?

Secondo noi c’è di più. E il di più sta proprio nel fatto che ambedue erano giusti, non solo Zaccaria, il quale sarà il protagonista del brano grazie al suo dialogo con l’angelo. La loro società era praticamente tutta orientata al maschile, almeno nelle manifestazioni pubbliche, e così anche nei rituali religiosi, per cui il fatto che l’evangelista Luca ci tenga a precisare che anche Elisabetta fosse giusta davanti a Dio, è un dettaglio che ci fa capire come per un cristiano, Luca, cambi tutto, anche lo sguardo che ha sui fatti. Alcuni studiosi potrebbero ribattere che Luca è stato designato come “l’evangelista delle donne” e quindi è normale che Elisabetta (come tante altre donne) faccia bella figura nel suo vangelo.

Sarà anche così ma noi abbiamo letto questo “ambedue” alla luce di ciò che viene esplicitato poco dopo: Essi non avevano figli, perché Elisabetta era sterile e tutti e due erano avanti negli anni. Al tempo di Gesù, la sterilità della moglie era considerata uno dei motivi più validi e socialmente accettati per il ripudio, tanto che per la scuola di Hillel rientrava ampiamente nei motivi legittimi di divorzio. Quindi in maniera sottile Luca ci sta dicendo che la giustizia praticata da Zaccaria supera di gran lunga quella decisa dalla legge sociale, ed inoltre è praticamente lo stesso gesto di san Giuseppe, il padre putativo di Gesù, il quale decide di non ripudiare la Vergine Maria nonostante la legge fosse dalla sua parte.

Inoltre si annota anche che tutti e due erano avanti negli anni, quindi la loro giustizia davanti a Dio non era una cosetta di poco conto, ma una perseveranza di tanti anni fatta di gesti di tutti i giorni. E’ come se fosse un cammino a due ma risulti poi un’impronta sola: gli sposi sono una sola carne, un solo cuore, un solo spirito.

Cari sposi, la nostra giustizia davanti a Dio deve prendere esempio da questi due santi sposi, che non si sono ribellati a Dio per la loro sterilità, ma hanno dato a Dio secondo giustizia e perciò Lui è sempre al primo posto, questo ha reso fecondo il loro amore nel servizio alla comunità e in chissà quanti altri modi non documentati. E questa giustizia si traduce in carne, in gesti concreti eseguiti giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, fino ad essere avanti negli anni.

Poi sappiamo come andrà a finire, e cioè che la loro sterilità sarà sanata da un intervento divino, da loro nascerà il Battista. Ai nostri occhi sembra che Dio abbia scelto loro come genitori di un grande santo quasi come un premio della loro perseveranza e della loro irreprensibilità: Ambedue erano giusti davanti a Dio e osservavano irreprensibili tutte le leggi e le prescrizioni del Signore. Non possiamo sapere le motivazioni e i disegni insondabili della Provvidenza di Dio, ma è certo che la loro fede sia stata provata duramente, poiché la sterilità era vista da quel popolo come una maledizione.

Zaccaria ed Elisabetta non si aspettavano sicuramente di essere oggetto di un così grande privilegio, ed insieme grande responsabilità, come quello di crescere colui che sarebbe divenuto il precursore del Messia, probabilmente si sentivano inadatti ma Dio non sceglie chi è già bravo, sceglie secondo le sue logiche, e rende capaci quelli che sceglie.

Cari sposi, il sacramento del Matrimonio è la scelta di Dio di incarnarsi nella vostra vita vissuta, nella vostra relazione, perciò nessuna coppia sacramentata può dirsi inadatta, poiché il Signore rende adatti e capaci coloro che Lui sceglie. Coraggio.

Giorgio e Valentina.

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Talis pater, talis filius!

Dal trattato «Sul Padre nostro» di san Cipriano, vescovo e martire (Nn. 11-12; CSEL 3, 274-275) Quanto è preziosa la grazia del Signore, quanto alta la sua degnazione e magnifica la sua bontà verso di noi! Egli ha voluto che noi celebrassimo la nostra preghiera davanti a lui e lo invocassimo col nome di Padre, e come Cristo è Figlio di Dio, così noi pure ci chiamassimo figli di Dio. Questo nome nessuno di noi oserebbe pronunziarlo nella preghiera, se egli stesso non ci avesse permesso di pregare così. Dobbiamo dunque ricordare e sapere, fratelli carissimi, che, se diciamo Dio nostro Padre, dobbiamo comportarci come figli di Dio perché allo stesso modo con cui noi ci compiacciamo di Dio Padre, così anch’egli si compiaccia di noi.  Comportiamoci come tempio di Dio, perché si veda che Dio abita in noi. E il nostro agire non sia in contrasto con lo spirito […] Anche il beato Apostolo in una sua lettera ha scritto: «Non appartenete a voi stessi; infatti siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo!» (1 Cor 6, 20).

Sarà sicuramente capitato a tutti di sentire il racconto di qualche genitore o nonno che, commentando il comportamento del figlio o del nipote, se ne sia uscito con la locuzione latina: talis pater/mater, talis filius, ovvero che il figlio ricopia il comportamento del padre o della madre. Esistono anche altre locuzioni italiane o dialettali che esprimono lo stesso concetto, però vengono usate sempre nell’accezione negativa, ossia esprimono il fatto che il figlio ricalchi lo stesso errore paterno o materno.

Non vogliamo qui entrare in qualche dinamica familiare da cui faremmo fatica a districarci, ma sicuramente è certo il fatto che alcuni comportamenti che mettiamo in atto, in realtà li abbiamo adottati come nostri ma sono la copia di quello che abbiamo visto fare dai nostri genitori (e a loro volta dai loro genitori) quando eravamo piccoli oppure, in taluni casi, sono il loro esatto contrario.

E questo accade per una serie di motivazioni di tipo psicologico, emozionale e relazionale che non intendiamo affrontare perché non è terreno nostro, ma intendiamo solo mettere in risalto che di tali comportamenti a volte nemmeno ce ne accorgiamo da noi stessi; spesso è un’altra persona (il nostro coniuge per esempio) che ci fa notare la somiglianza o la completa dissonanza col comportamento messo in atto da un nostro genitore.

Sono comportamenti che sono passati dai nostri genitori a noi come fosse un processo di osmosi, per cui sono entrati a far parte del nostro bagaglio senza che noi potessimo deciderli in modo attivo come nostro patrimonio.

Facciamo un esempio personale: per noi non può esistere una Domenica senza la partecipazione alla Santa Messa, ed in particolare alla Santa Messa mattutina, e quelle volte in cui le situazioni (non dipendenti dalla nostra volontà) ci hanno costretto a farne senza (per esempio la malattia) o a parteciparvi ad un tardo orario pomeridiano, abbiamo vissuto la situazione con un certo rammarico e dolore. E questo dispiacere non veniva in primis dagli insegnamenti del Catechismo, ma dal fatto che siamo entrambi cresciuti nelle nostre rispettive famiglie d’origine con quella ritualità della Domenica, e cioè al primo posto la Santa Messa poi tutto il resto, anche quando si era in vacanza o c’era una gita o altri eventi, ci si alzava prestissimo per partecipare alla Santa Messa di buon mattino e poi si faceva tutto il resto, il resto c’era ma stava al secondo posto anche cronologicamente. Questo è un esempio di come noi abbiamo assorbito per osmosi il comportamento dei nostri genitori.

Se tutto ciò è vero per quando riguarda i nostri genitori umani, quanto sarà vero per quanto riguarda Colui che è Il Genitore per antonomasia, Il Padre, “dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome” (Efesini 3,14-15)?

Cari sposi, quest’oggi san Cipriano ci ammonisce proprio su questo tema: Dobbiamo dunque ricordare e sapere, fratelli carissimi, che, se diciamo Dio nostro Padre, dobbiamo comportarci come figli di Dio. Così come vale per i genitori terreni il fatto che per assimilare un comportamento bisogna che lo abbiamo vissuto e visto in prima persona, così per poter vivere come figli di Dio bisogna frequentare il Padre, bisogna che impariamo per osmosi il modo di agire dal suo modo di agire. Più frequentiamo la Sua presenza e più per osmosi agiremo come Lui, quasi senza accorgercene. Un paio di esempi : se viviamo sulla nostra pelle il perdono saremo più disponibili al perdono, se viviamo la tenerezza di una presenza discreta ma reale e concreta e più ci verrà naturale agire allo stesso modo.

Ma credete che tutto ciò (e molto di più che non possiamo e non riusciamo ad esprimere) valga solo per noi come genitori o solo come buoni cristiani in modo generico ? Naturalmente no, poiché questo processo di osmosi deve penetrare fin nel midollo del nostro matrimonio, deve cominciare a permeare fin dai più piccoli gesti quotidiani di amore concreto per il nostro coniuge: Glorificate dunque Dio nel vostro corpo!

Coraggio allora sposi, abbiamo il tempo estivo per gustare la bellezza e la nobiltà di essere figli di Dio, e lo siamo realmente.

Giorgio e Valentina.

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Dentro nel vortice?

Dal primo libro dei Re (1Re 21,17-29) : [Dopo che Nabot fu lapidato,] la parola del Signore fu rivolta a Elìa il Tisbìta: «Su, scendi incontro ad Acab, re d’Israele, che abita a Samarìa; ecco, è nella vigna di Nabot, ove è sceso a prenderne possesso. Poi parlerai a lui dicendo: “Così dice il Signore: Hai assassinato e ora usurpi!”. Gli dirai anche: “Così dice il Signore: Nel luogo ove lambirono il sangue di Nabot, i cani lambiranno anche il tuo sangue”». Acab disse a Elìa: «Mi hai dunque trovato, o mio nemico?». Quello soggiunse: «Ti ho trovato, perché ti sei venduto per fare ciò che è male agli occhi del Signore. Ecco, io farò venire su di te una sciagura e ti spazzerò via. Sterminerò ad Acab ogni maschio, schiavo o libero in Israele. Renderò la tua casa come la casa di Geroboàmo, figlio di Nebat, e come la casa di Baasà, figlio di Achìa, perché tu mi hai irritato e hai fatto peccare Israele. Anche riguardo a Gezabèle parla il Signore, dicendo: “I cani divoreranno Gezabèle nel campo di Izreèl”. Quanti della famiglia di Acab moriranno in città, li divoreranno i cani; quanti moriranno in campagna, li divoreranno gli uccelli del cielo». In realtà nessuno si è mai venduto per fare il male agli occhi del Signore come Acab, perché sua moglie Gezabèle l’aveva istigato. Commise molti abomini, seguendo gli idoli, come avevano fatto gli Amorrèi, che il Signore aveva scacciato davanti agli Israeliti. Quando sentì tali parole, Acab si stracciò le vesti, indossò un sacco sul suo corpo e digiunò; si coricava con il sacco e camminava a testa bassa. La parola del Signore fu rivolta a Elìa, il Tisbìta: «Hai visto come Acab si è umiliato davanti a me? Poiché si è umiliato davanti a me, non farò venire la sciagura durante la sua vita; farò venire la sciagura sulla sua casa durante la vita di suo figlio».

Ci rendiamo conto che questa lettura è un pochetto lunga, anche se in realtà è una parte di un racconto molto più ampio della vita del re Acab, dal quale possiamo trarre tanti insegnamenti per la nostra vita. Nel capitolo precedente viene narrata la vicenda per cui Gezabéle riesce ad ottenere in favore di suo marito Acab, il campo di Nabot; però lo fa con la corruzione e l’omicidio premeditato e con il beneplacito del marito. Perciò il Signore manda Elia a comunicare il castigo che Acab aveva attirato su di sé con la propria condotta malvagia.

Sicuramente molti lettori faranno fatica ad accettare il Signore che manda castighi, ma a ben vedere questa lettura non mette in discussione in alcun modo la bontà del Signore, quanto evidenziare invece la profondità in cui può spingersi la malvagità dell’uomo che agisce contro le leggi di Dio. Purtroppo le nuove generazioni non usano quasi più il linguaggio del castigo nell’educazione e quindi fanno fatica ad entrare in questa dinamica della vita spirituale, mentre invece basti pensare agli attuali scrutini per rendersi conto che ha a che fare con la vita quotidiana: lo studente meritorio viene premiato con la promozione e quello svogliato/lazzarone viene castigato/punito con la bocciatura.

Quando un genitore dà un castigo ad un figlio, lo fa affinché quest’ultimo si renda conto della gravità della sue azioni ed impari ad agire meglio… ma nel castigo umano c’è dentro anche il nostro orgoglio ferito di genitori, le nostre rabbie, le nostre imperfezioni, le nostre ferite psicologico/affettive irrisolte, ma in Dio non c’è nulla di tutto ciò perché Dio è perfettissimo e non ha di queste turbe psicologiche né orgoglio ferito, perciò il suo castigo è puro perché ha come fine la nostra conversione; Dio non ha bisogno di sentirsi realizzato come padre, Lui non ha bisogno di conferme psicoaffettive, Dio rimane tale nonostante le nostre scelte, Egli è casto e ci vuole rendere casti come Lui attraverso il castigo che significa appunto “rendere casto”. Perchè nella castità c’è gioia e amore. Lo fa per un bene più grande.

Il castigo di Dio quindi non è una specie di vendetta nei nostri confronti, ma ha il solo scopo di renderci casti, è una purificazione, è un’anticipo del purgatorio già su questa terra; il castigo è quindi un puro atto di amore di Dio a cui non sfugge neanche il nostro pensiero, perciò si comprende quanto sia stupido pensare che Dio lasci accadere questo o quel castigo senza fare niente, quasi come uno spettatore inerme a braccia conserte burlandosi delle nostre disavventure… è un pensiero di chi non ha fede, non è la prospettiva di chi ha Dio come Padre e quindi vive la propria figliolanza divina.

Ma il Signore è talmente buono e misericordioso che “ritratta” il castigo destinato ad Acab a causa del suo pentimento, ma siccome Dio è anche giusto è necessario che qualcuno sconti questi peccati e questo avverrà con il figlio di Acab. Non perchè si debba per forza punire qualcuno ma perchè il male porta in sè delle conseguenze e dei frutti avvelenati. Ancora una volta non è in discussione la bontà di Dio che amministra la giustizia e la misericordia con la massima perfezione ed in maniera castissima, il problema è la condotta dell’uomo, che può portarlo talmente lontano da Dio da non sentire più nemmeno il richiamo della coscienza, allora Dio si “vede costretto” ad usare l’arma del castigo perché esso ci tocca nella carne e quindi lo avvertiamo con maggiore intensità ed immediatezza rispetto al richiamo della coscienza o altre manifestazioni interiori della misericordia di Dio.

Forse molti lettori si staranno chiedendo perché Acab sembra essere più castigato rispetto alla moglie Gezabéle, in fondo era stata di quest’ultima l’idea malvagia, è lei la mente criminale, quindi secondo i nostri canoni dovrebbe essere lei a subire la sorte peggiore, ed invece accade il contrario, perché?

Il motivo risiede nel fatto che lui poteva fermarla e dire di no, essendo anche re la sua parola avrebbe acquistato più peso, quindi lui aveva avuto la possibilità di scegliere il bene e rifiutare il male, ed è sempre così per ciascuno di noi. Cari sposi, non lasciamoci trascinare in quest’abisso del male, esso è come un vortice che piano piano ti risucchia e resti imprigionato al suo interno.

Se dovesse accadere che il nostro coniuge ci “spinge” a compiere un’azione sbagliata, noi non siamo in alcun modo obbligati a dispiacere a Dio per compiacere al coniuge… anche perché poi finiremmo come Adamo ed Eva a giocare al “la colpa non è mia, è stato/a lui/lei”, sicuramente ci saranno delle attenuanti di cui Dio terrà conto nel suo giudizio, ma poi verrà a chiedere conto a ciascuno di noi del perché non siamo intervenuti per tentare di far desistere il nostro coniuge, o, peggio, lo abbiamo avvallato.

Cari sposi, non lasciamoci ingannare dall’impeto con cui si presentano le tentazioni… anche quando il nostro/a amato/a ci volesse disgraziatamente spingere verso il male, teniamo la bussola puntata in direzione del vero bene, dobbiamo aiutarci l’un l’altra sul cammino della santità e non sul cammino della perdizione. Coraggio sposi, teniamo sempre presente la coppia di Acab e Gezabéle, per non imitarli mai.

Giorgio e Valentina.

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Lo stupore contemplativo

Abbiamo celebrato Domenica scorsa la solennità della Santissima Trinità, e noi abbiamo avuto la grazia di poterlo fare nella Basilica del Santuario di Loreto, insieme ai numerosi partecipanti al ritiro di fine anno della Scuola nuziale.

Sono stati due giorni intensi che ci hanno dato la possibilità di meditare la bellezza del Sacramento del Matrimonio sotto vari aspetti, da varie angolature e con sensibilità diverse. Queste differenze sono state proprio la ricchezza di questo ritiro, come se non bastasse un solo aspetto per destare stupore dinanzi a tanta bellezza affidata agli sposi.

E quasi a conferma di tutto ciò la conclusione è avvenuta nella solennità della Santissima Trinità, anche questo un mistero che più che comprendere, la Chiesa ci invita a contemplare. Il mistero trinitario non è una realtà afferrabile dalla natura umana, e se Dio non ce lo avesse rivelato noi non avremmo potuto nemmeno lontanamente immaginarlo. Quel che resta dunque è lo stupore dinanzi alla bellezza di un Dio che è comunione di amore fra tre persone uguali e distinte. E’ un mistero da contemplare e da vivere, infatti solo vivendolo come realtà, anche se ineffabile, si comprende come lo stupore e la contemplazione siano l’atteggiamento giusto.

Eppure questo Dio infinito ed eterno, che neanche i cieli dei cieli possono contenere si fa nostro ospite ed abita dentro di noi dal giorno del nostro Battesimo. Una realtà soprannaturale così grande, così inafferrabile, così perfetta in se stessa, che vuole abitare in una creatura (ognuno di noi) così piccola, così circoscritta, così finita e così imperfetta. Colui che non solo è la fonte dell’amore, ma è l’Amore stesso, ci onora della sua presenza dentro la nostra umanità che spesso non lo ricambia dell’amore ricevuto. L’eterno dentro il temporaneo, l’infinito dentro il finito, l’immortale dentro un mortale, lo sconfinato dentro un limitato… l’amore di cui siamo oggetto non può non stupirci.

In fondo in fondo cosa abbiamo fatto per meritare tutto ciò? Nulla, è solo frutto di un Dio che non riesce a smettere di amare nella comunione. Ma se tutta questa bellezza è già dentro ogni battezzato, cosa sarà mai una coppia di sposi che col Sacramento del Matrimonio diventa Sacramento che cammina per le strade?

Diventa non solo icona della Trinità, diventa casa sua, proprietà sua, sua dimora stabile, diventa una manifestazione sensibile del suo amore trinitario di comunione eterna. Tutto ciò e molto di più, che ora non riusciamo ad esprimere, è racchiuso nel Sacramento del Matrimonio, il quale a sua volta, è come se fosse una piena fioritura del Battesimo.

Cari sposi, questa settimana cominciamo a guardare il nostro coniuge con questi nuovi occhi di stupore del Mistero che lui o che lei racchiude. Coraggio.

Giorgio e Valentina

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Tetelestai. Conto già pagato

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 19,25-34) […] Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». […]

Ieri la Chiesa ha celebrato la memoria della Beata Vergine Maria Madre della Chiesa, e per aiutarci a comprendere dove tutto ciò è iniziato è stato letto il brano del vangelo di Giovanni sopra riportato, del quale noi abbiamo estrapolato solo un paio di frasi. Non vogliamo approfondire la tematica della maternità di Maria, quanto di come ha affrontato la morte suo figlio, il Nostro Signore Gesù Cristo.

Sappiamo tutti che Gesù ha affrontato la morte in croce, una morte infamante ed umiliante, straziante e davvero crudele, sappiamo anche che l’ha affrontata nonostante la paura umana si facesse sentire, quindi ha agito con coraggio, sappiamo anche altri dettagli ma soprattutto quello che a noi interessa è lo scopo di questa Passione: la nostra salvezza. E fin qui nulla di nuovo. Ma c’è un particolare che sfugge troppo di frequente alla riflessione sulla Passione di Gesù: quel “tutto è compiuto”, che nel testo originale è “tetelestai“. Tetelestai è un’espressione in greco antico (traslitterazione di τετέλεσται) che significa “È compiuto” o “Pagato per intero”.

Vi sarà successo ancora, alla fine di una cena tra amici, di arrivare in cassa e scoprire che qualcuno dei vostri amici aveva provveduto a pagare l’intero importo. Come vi siete sentiti? Amati, considerati, coccolati; qualcuno vi ha regalato un’ottima serata di allegria, buon cibo e buona compagnia senza pretendere nemmeno un ringraziamento, solo per il gusto di vedervi felici. La stessa sensazione di gratitudine dovremmo averla nei confronti del Salvatore che ci ha regalato infinitamente di più di una cena tra amici. Eppure ce ne dimentichiamo così spesso, ma questo è un altro tema.

Se Gesù ha potuto esclamare “tetelestai” significa che non era rimasto altro da fare, e chi altro poteva sapere ciò se non Lui, che era perfetto uomo e vero Dio? Se dunque Gesù pronuncia tetelestai non ci possono essere dubbi sul fatto che la storia sarebbe potuta andare diversamente, doveva andare così e solo così, se lo dice Lui che è Dio chi siamo noi per mettere in dubbio le sue scelte?

Ma ora arriviamo al nodo centrale: nel Sacramento del Matrimonio la misura di come amare è la croce di Gesù, è il suo stile che dobbiamo imitare e di cui siamo resi capaci col Sacramento, ma noi possiamo andare a dormire ogni sera potendo dire il nostro tetelestai? Imitare Gesù significa anche potersi addormentare ogni sera con la pace profonda di chi ha fatto tutto ciò che era in proprio potere per portare a compimento il Sacramento del Matrimonio. Gesù non muore senza dolore, ma è sicuro di aver fatto fino in fondo la volontà del Padre suo, sa che morirà affidandosi al Padre, non come un disperato ma come un fiducioso.

Quel compimento avvenuto sulla Croce ci ricorda un altro compimento, quello della Genesi cap. 2,1-2: “Così furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere. Dio, nel settimo giorno, portò a compimento il lavoro che aveva fatto […] “. Portare a compimento assomiglia al metter la ciliegina sulla torta, come quando ad un’opera artistica manca l’ultimo tocco finale, quello appunto che dà compimento al tutto.

Cari sposi, ogni giorno noi abbiamo la vocazione di portare a compimento l’opera iniziata in noi dal Sacramento, non tutto è sulle nostre spalle naturalmente, siamo corroborati dalla Grazia in questo costante lavoro quotidiano. Prima di addormentarci chiediamoci se oggi abbiamo portato a compimento la nostra vocazione sponsale, siamo sicuri di aver fatto tutto ciò che era in nostro potere per amare il nostro coniuge di un amore fedele, indissolubile, unico, totale e fecondo?

Se così non fosse dobbiamo chiedere scusa al nostro coniuge prima di chiudere gli occhi, perché il sonno del giusto ristora anche il corpo non solo l’anima, oltre ad essere un gesto di giustizia verso di lui/lei. Coraggio sposi, non dobbiamo aver paura di mostrare le nostre debolezza al nostro coniuge, le ha sposate, quindi dovrebbe essere colui/colei che meglio ci aiuta a superarle o ad affrontarle.

Ogni giorno ha il suo tetelestai.

Giorgio e Valentina

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Riflessi d’eterno

Dal trattato «Su lo Spirito Santo» di san Basilio Magno, vescovo (Cap. 9, 22-23; PG 32, 107-110) Chi è quell’uomo che, udendo gli appellativi dello Spirito Santo, non si solleva con l’animo e non innalza il pensiero alla suprema natura di Dio? Infatti è stato chiamato Spirito di Dio e Spirito di verità, che procede dal Padre: Spirito forte, Spirito retto, Spirito creatore. Spirito Santo è l’appellativo che gli conviene di più e che gli è proprio. […] Ad essi tuttavia egli non si dà in ugual misura, ma si concede in rapporto all’intensità della fede.[…] Per lui i cuori si elèvano in alto, i deboli vengono condotti per mano, i forti giungono alla perfezione. Egli risplende su coloro che si sono purificati da ogni bruttura e li rende spirituali per mezzo della comunione che hanno con lui. E come i corpi molto trasparenti e nitidi al contatto di un raggio diventano anch’essi molto luminosi ed emanano da sé nuovo bagliore, così le anime che hanno in sé lo Spirito e che sono illuminate dallo Spirito diventano anch’esse sante e riflettono la grazia sugli altri. […]

Già da qualche tempo la Chiesa ci sta preparando ai misteri che stiamo celebrando in questo periodo pasquale, così il tema della discesa dello Spirito Santo già riecheggia nella preghiere dell’Ufficio divino, ecco perché oggi ci viene offerto questo estratto del trattato di san Basilio Magno. Vorremmo solo portarne alla vostra attenzione un paio di aspetti che l’autore richiama: la capacità in base all’accoglienza ed il riflesso della grazia santificante.

La capacità in base all’accoglienza. Questo tema non è spesso trattato con la rilevanza che meriterebbe in contesti quali catechesi parrocchiali e simili, non abbiamo alcun intento di sentenziare nessuno ma solo di fare una fotografia della realtà; purtroppo il fedele medio ha la percezione di avere il diritto di invocare l’aiuto dello Spirito Santo e che quest’ultimo abbia il dovere di venire in modo illimitato. In realtà dietro questa percezione c’è una parte di verità che ora tenteremo di raccontare, e per farlo partiremo da un aneddoto vissuto in una nostra gita famigliare. Dopo una bella camminata alpina, ci siamo trovati ad una ricca fonte di acqua fresca e pura ma avevamo con noi un solo bicchierino minuscolo, evidentemente tra i mille accessori utili in una gita con bimbe piccole qualcuno si è dimenticato i bicchieri per tutti. L’acqua sgorgava con vivacità dalla fonte, ce n’era in sovrabbondanza, continuando a zampillare tutto il giorno in una tale quantità tanto da chiedersi donde mai arrivasse tutta quest’acqua. La sete si era fatta viva, tanto che col desiderio avremmo bevuto tutta l’acqua della fonte ma avevamo con noi solo quel misero bicchierino. Vi lasciamo immaginare la scena di bere un po’ alla volta contando sulla ridotta capacità del bicchierino oppure sull’altrettanto esigua quantità che le mani a conchetta possono raccogliere per aiutare a bere delle bambine.

Questo aneddoto ci insegna che per l’uomo è impossibile contenere tutto lo Spirito Santo ma che può riceverne un poco alla volta in base al “bicchierino” che ha a disposizione. Quindi è vero che lo Spirito Santo viene in soccorso di chi lo invoca, ed essendo infinito non ha problemi con le quantità, ma riempie solo la quantità di cuore che gli lascia il giusto spazio.

Il riflesso della grazia. E’ impossibile riflettere una luce su di una superficie e pretendere che il riflesso sia uguale all’originale in intensità, colore e portata. Per quanto quella superficie, come quella dell’acqua, appaia perfetta, in realtà essa non è del tutto neutra, cosicché il riflesso che ne esce appare uguale all’origine ad un primo sguardo, ma attente analisi chimico-fisiche rivelerebbero alcune differenze rispetto all’originale. Ne consegue che per riflettere la sua grazia, il Signore passa dall’umanità, ma ogni santo lascia passare solo alcuni tratti della luce originale.

Questo secondo aspetto stimola gli sposi sacramentati a diventare sempre più santi l’un per l’altra, ma anche ad aiutare l’altro/a a diventare sempre più santo/a, sicché chi ci incontra possa vedere il riflesso di una luce sempre più fedele all’originale.

Cari sposi, il sacramento del Matrimonio ci ha abilitati ad essere il riflesso della grazia divina l’uno per l’altra: quando si dona una parola di perdono c’è un riflesso di Dio, quando si fa una carezza di condivisione c’è un riflesso di Dio, quando gli occhi sorridono c’è un riflesso di Dio, quando accolgo in un abbraccio il dolore dell’altro/a c’è il riflesso di Dio, quando scelgo il NOI facendo morire l’IO c’è un riflesso di Dio, quando i due corpi si fondono a significare l’unione dei cuori e delle anime c’è un riflesso di Dio, quando incoraggio il bene senza far risaltare il male c’è un riflesso di Dio, quando contemplo la bellezza della vita donata per amore c’è un riflesso di Dio, gli sposi cristiani col sacramento sono un riflesso d’eterno per chi li circonda.

Vivere con questa consapevolezza ed esserne grati apre il cuore e fa ancora più posto allo Spirito Santo, coraggio e ne vedremo delle belle nel nostro matrimonio.

Giorgio e Valentina.

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La Madre delle madri

Domenica scorsa è stata una festa popolare molto importante: la festa della mamma. Noi per aiutare la riflessione abbiamo scelto un brano dalla Passione secondo Giovanni ( cap 19, 25-34 ): In quel tempo, stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé. […]

I Padri ed i Dottori della Chiesa, commentando questo brano evangelico, sottolineano come Maria sia divenuta Madre della Chiesa, la quale è rappresentata dal discepolo Giovanni, e quindi per approfondimenti su questo tema vi rimandiamo agli scritti dei Santi, per ora ci basti citare l’antico adagio scritto da S. Luigi Maria Grignion de Montfort : Ad Jesum per Mariam….. a Gesù attraverso Maria, quindi si arriva a Gesù solo passando da Maria, perché è piaciuto a Dio di entrare nel mondo attraverso Maria e quindi non è una scelta della Chiesa, ma è stata una scelta di Dio…. a noi il compito solo di vivere questa scelta con tutte le meravigliose conseguenze che questa felice scelta comporta.

Torniamo a noi, perché questi articoli non hanno uno scopo catechetico, ma si occupano della realtà coniugale in primis… ci accorgeremo come Maria è anche Madre delle coppie, Madre degli sposi cristiani in quanto facenti parte della Chiesa.

Perché sotto la Croce ci sono solo donne? Facciamo qualche ipotesi: gli evangelisti vogliono mettere in risalto la viltà degli Apostoli (tranne Giovanni che è giovane e forse un po’ sprovveduto), i quali se la sono data a gambe mettendo quindi in risalto come dal giorno della Pentecoste essi siano, al contrario, divenuti impavidi grazie all’azione dello Spirito Santo …. oppure…. era doveroso per Gesù sperimentare l’angoscia e la tristezza dell’abbandono degli amici nel momento più tragico perché lo sentissimo più vicino a noi come uomo… oppure…. era necessario che Gesù affrontasse la Passione da solo per dimostrarci cosa significhi fare la volontà del Padre fino in fondo… oppure…. era necessario che gli Apostoli rimanessero vivi perché altrimenti dopo la Risurrezione non avrebbero evangelizzato il mondo cominciando il grande cammino avventuroso della Chiesa… oppure… perché le donne erano praticamente trasparenti per quella società, quindi nessuno avrebbe badato a loro… può darsi che siano vere tutte quante insieme ad altre non citate, ma noi ne aggiungiamo una di stampo familiare.

Sotto la croce ci sono le donne, o meglio, ci stanno le donne, o meglio ancora, stanno in piedi sotto la Croce. Possiamo solo immaginare quanto abbia potuto essere straziante per la Madonna assistere alla Passione del Figlio, eppure sceglie di restare perché anche solo l’incrociarsi degli sguardi potesse infondere coraggio a Gesù, potesse esserGli di conforto, potesse comunicare la sua com-passione col Figlio….. pensiamo che per Gesù, la presenza silenziosa di Sua Madre (insieme a quella di altre donne) possa essere stato tutto questo aiuto che siamo riusciti a decifrare in poche parole ma sia molto di più quello che non abbiamo colto e non riusciremo mai a cogliere perchè il legame tra Gesù e Maria è personalissimo e intimo.

Pensando a questa scena straziante non possiamo dimenticare tutte quelle donne che hanno vissuto scene simili nei campi di battaglia, negli ospedali militari in guerra, o chissà quali altre situazioni di dolore straziante… le donne sempre presenti. Perché? Le risposte possono essere diverse, ma sicuramente una è il fatto che Gesù è maschio e quindi per quanto perfetto ed indefettibile in ogni suo aspetto della natura umana ( quella che tra gli esperti viene definita la santissima umanità di Cristo Gesù ), ci ha manifestato la paternità di Dio Padre….. ma noi, povere creature molto limitate e fragili, avevamo bisogno di vedere manifesta anche la maternità di Dio: ecco che Dio si è inventato Maria, la creatura perfetta Immacolata e Santissima.

Non è un caso che sarà proprio quel ragazzo sotto la Croce a descrivere quella scena, scrivendo da vecchio, in questo bellissimo brano tratto dal suo Vangelo; sicuramente a Giovanni è rimasta impressa la scena per gli evidenti motivi della straordinarietà dell’evento, ma non si è dimenticato di menzionare le donne… si può facilmente intuire che siano state queste donne, soprattutto la Madonna, a rassicurare il giovane, a tenerlo stretto a sé, a confortarlo, a sopportarne le lacrime ed il dolore…. le donne spesso dimostrano un coraggio ed una tempra che i maschi se le sognano… forse semplicemente perché la loro maternità innata le fa restare anche quando tutto sembra perso, restano fino alla fine.

Abbiamo fatto tutti esperienza di quando (magari da bambini) si sta male per una qualche sofferenza, e la prima cosa che cerchiamo, non è la soluzione per cancellare/annullare il nostro dolore, ma qualcuno che ci com-patisca, cioè che porti con noi il peso di quella sofferenza cosicché sia un poco più sopportabile : questo è il ruolo tipico delle mamme.

Care spose, vi invitiamo a riscoprire questa vostra meravigliosa caratteristica, tutta femminile ; è una maternità da vivere sia come spose nei confronti dei vostri sposi, sia da mamme nei confronti dei figli (naturali o no, non fa differenza) che vi sono stati donati. Affidatevi ad una super mamma, alla Madre delle madri, a colei che è la Madre per eccellenza, all’unica porta per accedere a Gesù, vi insegnerà a vivere da fidanzate (per chi ancora lo è), da spose e da mamme e grazie alla vostra femminilità/maternità farete gustare ai vostri cari un’anticipo di Paradiso, la consolazione di Dio, la tenera maternità di un Dio che ha affidato alle vostre cure alcune sue creature perché si fida di voi.

Coraggio carissime spose, è giunta l’ora di assomigliare alla Madre per eccellenza, la Beata Vergine Maria, Madre della Chiesa. Ai mariti il compito di aiutare a far fiorire questa bellezza tutta femminile, cominciando col ringraziamento, con la tenerezza e la dolcezza che meritano, ed insieme lodare il Signore.

Giorgio e Valentina.

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Questo è il giorno

Dai «Discorsi» di san Gregorio di Nissa, vescovo (Disc. sulla risurrezione di Cristo, 1; PG 46, 603-606. 626-627) È venuto il regno della vita ed è stato distrutto il dominio della morte. Una diversa generazione è apparsa, e una vita diversa e un diverso modo di vivere. La nostra stessa natura ha subìto un cambiamento. […] «Questo è il giorno che ha fatto il Signore» (Sal 117, 24), giorno ben diverso da quelli che furono stabiliti all’inizio della creazione del mondo e che si misurano col trascorrere del tempo. Questo giorno segna l’inizio di una nuova creazione. Poiché in questo giorno Dio crea un cielo nuovo e una terra nuova, come afferma il Profeta. E quale cielo? Il firmamento della fede in Cristo. E quale terra? Un cuore buono, come disse il Signore, una terra avida della pioggia che la irriga e che produce abbondante messe di spighe. […] In questo giorno viene creato il vero uomo ad immagine e somiglianza di Dio. E non deve divenire il tuo mondo questo inizio: «Questo giorno che ha fatto il Signore»? Questo giorno e questa notte che il Profeta disse diversi dagli altri giorni e dalle altre notti? […]

Potrà sembrare strano che qualcuno vissuto nel IV secolo dopo Cristo abbia qualcosa da dire a noi che viviamo a sedici secoli di distanza, eppure è proprio così, e succede perché i santi sono coloro che più di altri hanno approfondito le realtà della nostra fede divina e cattolica ed hanno compreso il cuore umano anche negli angoli più remoti. Le due conoscenze sembrano antitetiche ma in realtà sono complementari perché conoscendo meglio il Creatore si possono conoscere meglio le sue creature.

Continua la gioia pasquale della sposa di Cristo, la Chiesa, la quale canta ancora: «Questo è il giorno che ha fatto il Signore» (Sal 117, 24), e sicuramente si riferisce al giorno della Risurrezione di Cristo, ma san Gregorio ci dona una sfumatura non indifferente di questa espressione. Il santo vescovo ci spiega infatti : giorno ben diverso da quelli che furono stabiliti all’inizio della creazione del mondo e che si misurano col trascorrere del tempo, che con un linguaggio moderno potremmo descrivere il giorno dello “start“, oppure il giorno in cui si è riformattato l’hard disk, per dirla con gli informatici.

Quel giorno glorioso non è stato semplicemente un giorno un po’ più speciale di altri, infatti san Gregorio ci dice tra le righe che questo giorno non è da annoverare tra quelli che si misurano col trascorrere del tempo, ma esso travalica il tempo (e lo spazio).

Cosa ce ne faremmo di un dio che, sta bene che sia pure risorto dai morti, ma che alla fine quella sua risurrezione rimane un evento chiuso e circoscritto in un passato lontano da noi di circa 20 secoli? Che ha a che fare con il mio presente quel giorno, sia pure glorioso, del passato? Se fosse solo un giorno speciale per quel Gesù di Nazareth, magari mi farebbe piacere per lui e poco più, potrei anche uscirmene fuori con frasi del tipo : congratulazioni per la tua risurrezione, sei stato super, mi fa piacere per te, adesso però io ho il mio presente da vivere quindi auguri e… alla prossima!

Ma san Gregorio ci dice che quel giorno è il giorno di una nuova creazione, di un nuovo cielo e di una terra nuova, un nuovo mondo quindi, e questo mondo è quello che vive dentro ciascuno di noi: è il nostro cuore, la nostra umanità nuova. Basta solo che noi crediamo e ci lasciamo traformare in un nuovo mondo, buttando via il vecchio mondo che ci opprimeva con le sue decadenze e le sue brutture. Perché tutto ciò avvenga è necessario credere nell’onnipotenza di Dio: se ha sconfitto davvero la morte, cosa vuoi che sia per Lui risanare un matrimonio malato ? Dio risponderebbe: e che ci vuole?

Il problema non sta quindi nella sua onnipotenza ma nella nostra risposta a Lui, sta nel credere che anche oggi è «Questo è il giorno che ha fatto il Signore», oggi è il giorno propizio, questo giorno che ha fatto il Signore è un giorno eterno perché ogni giorno della nostra vita terrena è quel giorno, ma non bisogna aspettare il “domani del mai” che assomiglia a quel fatidico Lunedì in cui si comincia la dieta, cioè mai.

Cari sposi, se sentite che il vostro matrimonio è un po’ malato non aspettate domani, oggi è il giorno che ha fatto il Signore; se avete delle ferite da rimarginare, dei perdoni da dare, delle scuse da chiedere non aspettate domani perché oggi è il giorno che ha fatto il Signore; se dovete togliere un po’ di polvere dalla vostra relazione non aspettate domani perché oggi è il giorno che ha fatto il Signore. Ci vuole coraggio per credere, ma ce ne vuole di più per cominciare a cambiare, non perdiamonci d’animo e ne vedremo delle belle nel nostro matrimonio.

PS: san Gregorio di Nissa era fratello di san Basilio Magno.

Giorgio e Valentina

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Programma di un re fedele

SALMO 100   Amore e giustizia voglio cantare, * voglio cantare inni a te, o Signore. Agirò con saggezza nella via dell’innocenza: * quando a me verrai? Camminerò con cuore integro, * dentro la mia casa. Non sopporterò davanti ai miei occhi azioni malvagie; † detesto chi fa il male, * non mi sarà vicino. Lontano da me il cuore perverso, * il malvagio non lo voglio conoscere. Chi calunnia in segreto il suo prossimo * io lo farò perire; chi ha occhi altezzosi e cuore superbo * non lo potrò sopportare. I miei occhi sono rivolti ai fedeli del paese † perché restino a me vicino: * chi cammina per la via integra sarà mio servitore. Non abiterà nella mia casa chi agisce con inganno, * chi dice menzogne non starà alla mia presenza. Sterminerò ogni mattino tutti gli empi del paese, * per estirpare dalla città del Signore quanti operano il male.

Questa mattina le lodi ci donano questo Salmo che è il programma di un re che vuole essere fedele al Signore, ecco perché parla di estirpare gli empi del paese in vari modi. Forse ci potrà sembrare un linguaggio un po’ duro, forse troppo intransigente, ma dobbiamo tenere presente l’epoca in cui è stato redatto, la cultura che respirava il suo autore, una cultura che vedeva nel re la colonna portante di un regno. Non deve allora meravigliarci un linguaggio un po’ rude, a tratti intransigente e drastico, per governare un regno bisognava a volte usare il pugno di ferro per fare in modo che il popolo si sentisse al sicuro e protetto dai criminali.

Quando si ha la responsabilità di altre vite, come nel caso dei genitori nei confronti dei propri bambini, ci si rende conto di quanto possiamo diventare prudenti, quasi diffidenti con persone e cose, inoltre spesso emerge il nostro lato rigoroso, inflessibile ed intransigente pur di salvaguardare la vita dei più piccoli e/o dei più indifesi dei quali sentiamo il peso della responsabilità.

Il discorso invece cambia nel caso in cui la responsabilità che abbiamo è nei confronti di noi stessi; spesso in questo caso ci sentiamo autorizzati a sgarrare le regole, concediamo trasgressioni di varia entità, e siamo subito pronti all’autoassoluzione. Questo perché non sopportiamo il peso della verità su noi stessi, ci guardiamo tutti i giorni allo specchio, ma in fondo vediamo solo un’immagine di noi riflessa. Allo specchio non riusciamo a vedere la profondità del nostro essere, altrimenti ne moriremmo di vergogna, ci sembra meno doloroso quindi usare il velo dell’autoassoluzione con noi stessi col rischio di divenire spietati con gli altri in modo inversamente proporzionale a quanto siamo larghi di maniche con noi stessi.

E il Salmo 100 cosa c’entra con tutto ciò? Esso è una sorta di proclama politico di un re che vuole vivere fedele al Signore… una sorta di promessa elettorale… il candidato quindi si mostra intransigente con il male in varie forme al fine di meritare la benedizione di Dio. Fin qui nulla da obiettare se non per il fatto che anche noi abbiamo un regno sul quale regnare come re, un regno nel quale far perire chi calunnia il prossimo, un regno nel quale non sopportare chi ha occhi altezzosi e cuore superbo… e questo regno è il nostro cuore.

Cari sposi, il regno sul quale dobbiamo regnare è principalmente il nostro cuore, la nostra vita; e non di rado quelli che hanno occhi altezzosi siamo proprio noi stessi, quelli che calunniano il prossimo siamo noi stessi, e così via. Proviamo allora ad applicare queste norme al regno del nostro cuore però con lo stesso rigore del re fedele al Signore… senza sconti al male. Regnare su noi stessi è esercitare il ministero regale battesimale, un dono che come ogni dono porta con sè una responsabilità. Tutto ciò poi si riversa nel matrimonio ampliando ed integrando i doni che ogni coniuge porta nella coppia, sicché il ministero personale diventa la regalità di coppia.

Sembrano discorsi astratti ma basterà un esempio per calare tutto ciò in vita concreta: quante volte ordiniamo a noi stessi di contare almento fino a 20 prima di rispondere malamente ed in modo irruento e sgarbato al proprio coniuge? Quante volte ci imponiamo di ingoiare bocconi amari per mantenere la comunione tra noi? Quante volte mettiamo la nostra volontà all’ultimo posto per donare la propria disponibilirà all’altro/a?

Coraggio sposi, facciamo un bel programma di vita regale, in effetti siamo figli di Re, comportiamoci allora come tali e ne vedremo di belle nel nostro matrimonio.

Giorgio e Valentina.

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Un duetto originale

Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo (Disc. 34, 1-3. 5-6; CCL 41, 424-426) «Cantate al Signore un canto nuovo; la sua lode nell’assemblea dei fedeli» (Sal 149, 1). Siamo stati esortati a cantare al Signore un canto nuovo. L’uomo nuovo conosce il canto nuovo. Il cantare è segno di letizia e, se consideriamo la cosa più attentamente, anche espressione di amore. Colui dunque che sa amare la vita nuova, sa cantare anche il canto nuovo. Che cosa sia questa vita nuova, dobbiamo saperlo in vista del canto nuovo. Infatti tutto appartiene a un solo regno: l’uomo nuovo, il canto nuovo, il Testamento nuovo. Perciò l’uomo nuovo canterà il canto nuovo e apparterrà al Testamento nuovo. Non c’è nessuno che non ami, ma bisogna vedere che cosa ama. Non siamo esortati a non amare, ma a scegliere l’oggetto del nostro amore. Ma che cosa sceglieremo, se prima non veniamo scelti? Poiché non amiamo, se prima non siamo amati. Ascoltate l’apostolo Giovanni: Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo (cfr. 1 Gv 4, 10). […] Ma bada che la tua vita non abbia a testimoniare contro la tua voce. Cantate con la voce, cantate con il cuore, cantate con la bocca, cantate con la vostra condotta santa. «Cantate al Signore un canto nuovo». Volete dire le lodi a Dio? Siate voi stessi quella lode che si deve dire, e sarete la sua lode, se vivrete bene.

La Chiesa è ancora immersa nello stupore della Pasqua e ci esorta attraverso questo scritto di sant’Agostino a cantare un canto nuovo, e lo fa richiamando le parole dell’Exultet cantate nella solenne Veglia Pasquale. Il testo che abbiamo riportato è un estratto, ma è chiaro il riferimento al canto come espressione di amore.

La Chiesa non dimentica mai che il popolo ha bisogno di regole sì, ma che tali regole debbano sgorgare da un cuore che pulsa, non da un freddo rigorismo fine a se stesso. Per questo la Chiesa ci comanda di cantare un canto nuovo d’amore, per amore e con amore, ma sta bene attenta a non illuderci che questo canto nuovo sia legato a sentimenti passeggeri o, peggio ancora, alle emozioni estemporanee. Sant’Agostino ribadisce che il canto nuovo è il canto nuovo di una vita nuova, e nel suo ragionamento interscambia spesso (anche nelle parti che abbiamo tagliato) il verbo “cantare” col verbo “amare” tanto da iniziare un filo logico imperniato sul verbo “cantare e finire argomentando col verbo “amare“…le due espressioni si confondono quindi nella riflessione del santo, ma va anche oltre perché poi passa dal verbo”amare” alla vita reale. Praticamente è come se dicesse che il canto nuovo è il nuovo modo di amare, ed è vita concreta.

Per scrivere una nuova canzone serve un’idea musicale ancor prima di avere un testo, poi serve darle un vestito, per così dire, che si chiama arrangiamento ed infine serve il cantante che interpreta bene. Insomma ci vuole sia la fantasia che l’originalità, sia il rispetto delle regole musicali che il coraggio di esplorare nuove soluzioni, serve l’estro ma anche il lavoro meticoloso.

Tutte queste caratteristiche ben si addicono al matrimonio poiché gli sposi sono stimolati ad amarsi reciprocamente con la fantasia e l’originalità che ogni giorno necessita senza avere per forza un copione ben definito in partenza. Poi sicuramente ci sono delle regole da rispettare ma a volte bisogna osare col coraggio. Altre volte poi serve l’estro per uscire da una fase di stallo ma è il lavoro meticoloso del “giorno dopo giorno”che fa la differenza.

Cari sposi, il Signore aspetta da noi il coraggio di testimoniare con la vita il canto del cuore. E cosa dovrebbe cantare il cuore se non la misericordia che il Signore ha usato a noi? Qui non si tratta di compilare un resoconto per stabilire cosa rientri sotto la dicitura “misericordia” e cosa no, si tratta invece di riconoscere come l’amore del Signore ci preceda sempre e comunque; non dobbiamo decidere se siamo amati da Lui ma decidere se ricambiare il suo amore.

Uno sposo non può amare la propria sposa (e viceversa) se prima non ama se stesso, ma per fare ciò deve riconoscere di essere amato per primo dal Signore, di essere oggetto della predilezione d’amore del Padre che lo ha creato, del Figlio che lo ha redento e dello Spirito Santo che gli comunica questo amore santificante con la Grazia. Molte incomprensioni tra coniugi, molte chiusure, tante freddezze nascono proprio dal non aver ricambiato questo amore di Dio, ma quale prova vogliamo di più di un Dio che si lascia crocifiggere pur di dirci che ci ama? Che pur essendo immortale per natura decide di subire la morte per dimostrarci la sua vicinanza? Che risorgendo dalla morte ci dice che essa non ha l’ultima parola su di noi?

Coraggio allora sposi, le prove della vita non devono avere il potere di intaccare questa verità di un amore sconfinato che ci ha raggiunto e che vuole continuare a restare vicino a noi attraverso il nostro coniuge. Un amore così potente che riesce a travalicare le povertà e e fragilità umane, che riesce a passare nonostante i limiti del nostro coniuge. Solo con uno sguardo così nuovo sgorgherà dal nostro cuore un canto nuovo, un nuovo stile di vita, un amore fantasioso, originale, coraggioso, estroso. Siete pronti allora a cantare un bel duetto per testimoniare l’amore sponsale?

Giorgio e Valentina

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Il corpo parla all’anima

Dalle «Catechesi» di san Cirillo di Gerusalemme (Catech. 21, Mistagogica 3, 1-3; PG 33, 1087-1091) Battezzati in Cristo e rivestiti di Cristo, avete assunto una natura simile a quella del Figlio di Dio. Il Dio, che ci ha predestinati ad essere suoi figli adottivi, ci ha resi conformi al corpo glorioso di Cristo. Divenuti partecipi di Cristo, non indebitamente siete chiamati «cristi» cioè «consacrati», perciò di voi Dio ha detto: «Non toccate i miei consacrati» (Sal 104, 15). […] Anche a voi, dopo che siete emersi dalle sacre acque, è stato dato il crisma, di cui era figura quello che unse il Cristo, cioè lo Spirito Santo. […] Cristo non fu unto dagli uomini con olio o altro unguento materiale, ma il Padre lo ha unto di Spirito Santo, prestabilendolo salvatore di tutto il mondo, come dice Pietro: Gesù di Nazaret, che Dio unse di Spirito Santo (cfr. At 10, 38). […] Egli fu unto con spirituale olio di letizia, cioè con lo Spirito Santo, il quale è chiamato olio di letizia, perché è lui l’autore della spirituale letizia. Voi, invece, siete stati unti con il crisma, divenendo così partecipi di Cristo e solidali con lui. Guardatevi bene dal ritenere questo crisma come un puro e ordinario unguento. Santo è quest’unguento e non più puro e semplice olio. Dopo la consacrazione non è più olio ordinario, ma dono di Cristo e dello Spirito Santo. È divenuto efficace per la presenza della sua divinità e viene spalmato sulla tua fronte e sugli altri tuoi sensi con valore sacramentale. Così, mentre il corpo viene unto con l’unguento visibile, l’anima viene santificata dal santo e vivificante Spirito.

Troppo spesso la pedagogia della Chiesa come madre viene snobbata o dimenticata, però la sua azione andrebbe meglio valutata in un quadro più ampio del giorno ricorrente. Si corre il rischio di arrivare a Messa e scoprire “per caso” che quel giorno lì sia la Domenica della Divina Misericordia, e spesso si esce di chiesa inconsapevoli di cosa ci aspetterà la prossima Domenica. Vivendo così il tempo liturgico perde di valore pedagogico, si vive l’emozione transitoria di quei pochi momenti della Domenica mattina ma ben presto tutto passa, cosicché già nel primo pomeriggio si è persa la percezione della tal ricorrenza o della tal festività. Invece la Chiesa ci guida passo dopo passo per aiutarci a sedimentare nel cuore le verità della nostra fede.

San Giovanni Paolo II ha voluto fissare la festa della Divina Misericordia proprio nell’ottavo giorno di Pasqua, ma perché ? Avrà semplicemente guardato le date libere da ricorrenze nel calendario ? Ovviamente no, voleva con questo gesto ribadire la sorgente di quella Misericordia, ovvero non farci dimenticare presto la Passione di Gesù che ci ha meritato tale Divina Misericordia, o meglio, che la Croce stessa è un gesto di Divina Misericordia. Sono passati poco più di 8 giorni dal Sacro Triduo, e la Chiesa ci ricorda da dove è scaturita questa Misericordia, cioè ci sta dicendo di non buttare distrattamente nel dimenticatoio il Mistero celebrato appena una settimana fa.

E lo fa ravvivandone alcuni aspetti, ecco spiegato il motivo di tale lettura di san Cirillo, il quale, ribadisce ai neobattezzati (durante la Veglia del Sabato Santo) da dove è scaturita la fonte che ha permesso loro di divenire figli adottivi di Dio. San Cirillo fa un ragionamento che abbiamo tagliato per ragioni di spazio, perché la parte per noi più interessante arriva verso la fine, dove questo santo vescovo mette in guardia i propri fedeli dal banalizzare le cose della fede:

Guardatevi bene dal ritenere questo crisma come un puro e ordinario unguento. Santo è quest’unguento e non più puro e semplice olio. Dopo la consacrazione non è più olio ordinario, ma dono di Cristo e dello Spirito Santo. È divenuto efficace per la presenza della sua divinità e viene spalmato sulla tua fronte e sugli altri tuoi sensi con valore sacramentale. Così, mentre il corpo viene unto con l’unguento visibile, l’anima viene santificata dal santo e vivificante Spirito.

Naturalmente queste frasi non hanno bisogno di molti commenti, e ci fanno capire quanto noi siamo superficiali spesso nel trattare non solo le cose della nostra fede divina e cattolica, ma anche annessi e connessi, quali gli oggetti benedetti: le statue sacre, l’aqua e l’olio santi, il sale esorcizzato, la corona del Rosario, il pendente a forma di crocifisso, l’ulivo benedetto, ecc….

Ma non siamo ancora al centro della riflessione, Cirillo spiega che quell’olio, dopo la sua consacrazione, non è più un mero unguento, ma un segno efficace della Grazia di Cristo, una presenza reale della sua divinità, quindi non possiamo più trattarlo come un normale olio. Se questo è tutto vero per un po’ di olio, perché non dovrebbe esserlo anche per gli altri segni reali e sensibili della presenza di Cristo, così come lo sono gli sposi per il Sacramento del Matrimonio? tutto quello che si dice in queste poche righe sull’olio si può rileggerlo sostituendo la parola “olio” con la parola “il mio sposo/la mia sposa”.

Allora il mio coniuge non è più solo un puro e semplice esemplare della razza umana, ma il segno sacramentale della reale presenza di Cristo nella mia vita concreta. E se con l’olio si spalma il corpo per nutrire l’anima, come dovremmo usare il nostro corpo per nutrire l’anima del nostro coniuge? Si capisce immediatamente che ci viene chiesto un cambio radicale di mentalità, uno sguardo nuovo sul proprio corpo come segno per l’altro/a della Grazia di Cristo, ed insieme richiede il rispetto sommo del corpo dell’altro/a come strumento nelle mani di Dio; lo tratterò quindi col dovuto rispetto, con la massima cura e la dignità di cui è portatore.

Coraggio allora sposi, la Divina Misericordia si manifesta anche attraverso i nostri corpi.

Giorgio e Valentina.

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Prendere il toro per le corna

Nei giorni scorsi abbiamo partecipato al Sacro Triduo e quest’anno la Chiesa ci ha proposto la Passione del Signore secondo l’evangelista Giovanni, il quale, a differenza dei tre sinottici, vuole mettere in evidenza che Gesù è il sommo sacerdote soprattutto durante la sua Passione. Lo sentiamo ripetuto nella preghiera Eucaristica II, la più usata dai sacerdoti, la quale recita così:

Egli, consegnandosi volontariamente alla passione, prese il pane, rese grazie, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli, e disse: […]

Anche questa preghiera rimanda all’evangelista Giovanni sottolineando quel “volontariamente“, anche se spesso la ascoltiamo con superficialità, a volte distratti, o forse non ci abbiamo mai fatto caso, ma questa preghiera resta lì con le sue parole pensate una ad una per richiamarci ad un fatto fondante per la nostra fede: Gesù non ha subìto la Passione, l’ha decisa. Noi infatti non crediamo in un Dio che ci ha salvato col piano B dopo che il piano A è saltato, la Croce non è stato un intoppo, non ha usato il piano di scorta perché Giuda Iscariota, col suo tradimento, l’ha costretto ad accettare la morte infamante della croce. NO.

Gesù si è incarnato proprio per morire sulla Croce per noi e al nostro posto, la Croce l’ha decisa e l’ha voluta per riparare la rottura causata dal peccato originale. Ce lo conferma anche il testo dell’Exultet, l’inno cantato nella Veglia pasquale: Egli ha pagato per noi all’eterno Padre il debito di Adamo, e con il sangue sparso per la nostra salvezza ha cancellato la condanna della colpa antica. […] o immensità del tuo amore per noi! per riscattare lo schiavo hai sacrificato il tuo Figlio!

Un particolare del racconto della Passione di Giovanni ci ha colpito: Disse loro Gesù: «Sono io!». Vi era con loro anche Giuda, il traditore. Appena disse loro «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra. Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno». Gesù replicò: «Vi ho detto: sono io. […]

Non vi siete mai chiesti perché Gesù si sia lasciato prima catturare dai soldati e poi crocifiggere quando gli bastava la sola parola per stenderli a terra tutti quanti? Forse aveva urlato troppo? E poi, è Lui che prende in mano la situazione, visto che i soldati erano tutti a terra, e incalza chiedendo loro: «Chi cercate?». Avrebbe potuto prendere la palla al balzo e scappare mentre erano a terra. E ancora, perchè le altre volte che volevano catturarlo o lapidarlo è sfuggito alle loro mani, ma ora non fugge più?

Proprio perché era giunta la sua ora, il tempo era compiuto, e quindi prende in mano la situazione e dirige Lui, quasi fosse un direttore d’orchestra. Giovanni ci mostra quindi un Gesù sacerdote, sommo sacerdote, che si offre, e non un Messia che subisce una morte ingiusta.

Cari sposi, tutto ciò porta con sè molti insegnamenti per la nostra anima, tra cui quello di prendere il toro per le corna, per dirla come il detto popolare. Non serve a molto rimuginare sui tempi andati quando tutto andava bene; non è di aiuto l’autocommiserazione; non è nemmeno nei mezzi umani che possiamo cercare risposte complete, nè nella scienza nè nella tecnica; il problema non va evitato, va affrontato. Come? Come ha fatto Gesù che ha pregato il Padre col dolore nel cuore, ma poi ha agito con una forza disumana.

Il nostro aiuto è nel nome del Signore recita il Salmo 121, proprio a ricordarci che il Signore non scavalca i problemi, non li minimizza né li ingigantisce, ma ci dà le armi per affrontarli. Dobbiamo agire anche noi come Gesù che ha tenuto le redini della sua Passione, certi che il Padre non mancherà di aiutarci come e quando meno ce l’aspettiamo.

Coraggio allora, può darsi che tante coppie si sentano come schiacciate dai problemi relazionali, che li sentano più grandi di loro, e si lasciano sopraffare da essi. Ma gli sposi cristiani i problemi li guardano dritti negli occhi, sapendo che dopo il Venerdi Santo c’è sempre la Domenica di Pasqua.

Giorgio e Valentina.

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Potare l’ulivo per non soffocare il bene

Dal libro «Su lo Spirito Santo» di san Basilio Magno, vescovo (15, 35; PG 32, 127-130) L’economia di salvezza di Dio, nostro salvatore, consiste nel rialzare l’uomo dalle sue cadute e nel farlo ritornare alla intimità divina, liberandolo dall’alienazione a cui l’aveva portato la disobbedienza. La venuta di Cristo nella carne, gli esempi di vita evangelica, le sofferenze, la croce, la sepoltura, la risurrezione sono per la salvezza dell’uomo perché abbia di nuovo, mediante l’imitazione di Cristo, l’adozione a figlio di cui era dotato all’inizio. […]   Ma come possiamo renderci conformi alla morte di lui? Facendoci conseppellire con lui per mezzo del battesimo. Qual è allora il modo della sepoltura e quale il frutto della sua imitazione? Prima di tutto è necessario interrompere il modo di vivere di prima. Ma nessuno può arrivare a tanto se non rinasce di nuovo, secondo le parole del Signore. La rigenerazione infatti, come emerge dalla parola stessa, è l’inizio di una seconda vita. Perciò prima di iniziare una seconda vita, bisogna por fine alla prima.[…]

Siamo ormai nel pieno della Settimana Santa, la settimana che riassume tutta la nostra fede, è per questo che abbiamo la possibilità di fare un passo in più spedito e deciso verso la santità, e proviamo a farlo cominciando a riflettere su quanto ci spiega san Basilio Magno.

Prima di addentrarci nella riflessione vi raccontiamo un aneddoto di qualche giorno fa: stavamo potando il nostro ulivo ma ci dispiaceva tagliare alcuni rami ormai talmente grossi e robusti da avere quasi vita propria, sembrava di vanificare tutto il lavoro fatto dalla pianta nell’anno trascorso dall’ultima potatura. E’ stato un lavoro duro segare a mano quei rami poderosi, per quelli più piccoli è un lavoro semplice e piuttosto sbrigativo, ma per quelli grossi ci vuole sudore e fatica, ma soprattutto la decisione risoluta di tagliarli.

Ma qual è l’obiettivo di tagliare tutti quei rami? Ce lo insegna san Basilio: Prima di tutto è necessario interrompere il modo di vivere di prima. L’obiettivo è il bene complessivo della pianta, e nel caso specifico dell’ulivo bisogna svuotare nel centro la pianta per farla respirare, bisogna poi lasciare solo tre/quattro rami principali che trasportano i nutrienti ai nuovi rametti che così diventano frondosi e rigogliosi per la prossima fioritura. Cari sposi, la nostra anima (e quindi il nostro matrimonio) deve essere trattata come questo ulivo.

  • Dobbiamo avere il coraggio di tagliare quei rami che soffocano e non ci lasciano respirare, per esempio uno di questi potrebbe essere il ramo della lussuria; e forse sono rami diventati così grossi che tagliarli diventa duro e faticoso, ma soprattutto dobbiamo essere risoluti nel volerli tagliare.
  • Dobbiamo poi lasciare solo tre/quattro rami principali buoni con i quali nutrire tutta l’anima, uno dei quali potrebbe essere la vita sacramentale attiva: Santa Messa, Comunione e Confessione frequenti. Un altro ramo potebbe essere la sana dottrina cattolica sempre approfondita.
  • Non bisogna dimenticare di tagliare anche quei rametti più piccoli cresciuti senza limiti, quasi in modo selvaggio ed incontrollato; un esempio di questi piccoli rametti potrebbe essere il continuo brontolìo, oppure lo scetticismo nei confronti del proprio consorte; un altro rametto potrebbe essere il lasciarsi trascinare dalla corrente delle faccende da sbrigare senza guardare mai in faccia il proprio coniuge o senza nemmeno una preghiera in comune.

Coraggio allora sposi, dobbiamo trattare la nostra singola anima ed il nostro matrimonio come la potatura di un ulivo: risoluti nel tagliare i rami grossi che soffocano e tolgono nutrienti al resto della pianta, liberare spazio al centro per lasciarla respirare meglio e potare anche quei rametti selvaggiamente cresciuti senza controllo.

Abbiamo ancora qualche giorno per deciderci. Buona Pasqua di risurrezione!

Giorgio e Valentina

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La casa in un abbraccio

Dalla lettera agli Ebrei (3, 1-19) Fratelli santi, partecipi di una vocazione celeste, fissate bene la mente in Gesù, l’apostolo e sommo sacerdote della fede che noi professiamo, il quale è stato fedele a colui che l’ha costituito, così come lo fu Mosè in tutta la sua casa (cfr. Nm 12, 7). […]In verità Mosè fu fedele in tutta la casa di lui come servitore, per rendere testimonianza di ciò che doveva essere annunziato più tardi; Cristo, invece, lo fu in qualità di figlio costituito sopra la sua propria casa. E la sua casa siamo noi, a condizione che conserviamo la libertà e la speranza di cui ci vantiamo. Per questo, come dice lo Spirito Santo: Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori come nel giorno della ribellione, nel giorno della tentazione nel deserto, dove mi tentarono i vostri padri mettendomi alla prova, pur avendo visto per quarant’anni le mie opere.

Oggi la Chiesa ci aiuta ad entrare bene nel tempo della Passione di Gesù proponendoci questa lettura della quale abbiamo riportato solo una piccola parte, l’intento della Chiesa è quello di mostrarci come Gesù sia davvero il nuovo Mosè, sia davvero il compimento di quelle promesse, sia dunque il vero e sommo sacerdote. Ma soprattutto la parte che più ci interessa è che se Mosè fu fedele sì, ma come servitore sulla casa di Dio, Cristo invece fu fedele non come servitore, ma come figlio, in qualità di figlio, e come figlio la casa del Padre è anche la sua.

Ma la parte migliore arriva ora: E la sua casa siamo noi, a condizione che conserviamo la libertà e la speranza di cui ci vantiamo. Cari sposi, la sua casa siamo noi, capito? Detta così risulta semplice, una frase fatta e ripetuta spesso da rasentare la banalità, ma basta fermarsi un attimo perché pian piano penetri nel cuore.

Quando andiamo in villeggiatura per qualche giorno di vacanza ed alloggiamo in qualche camera o appartamento, di solito non disfiamo le valigie lasciando così i cassetti e gli armadi vuoti fino alla partenza, ma perché? Perchè non ritieniamo quella camera come una casa. Quali sono le caratteristiche di una casa? La casa è un posto stanziale, non cambia posto ogni giorno, quando torniamo la ritroviamo ancora al suo posto, quasi fosse lì ad aspettarci. La casa poi riflette in qualche misura la personalità di chi la abita; grande o piccina che sia non importa, l’importante è che sia abitata da coloro che amiamo.

Della casa si potrebbero trovare altre caratteristiche, ma sicuramente quella principale è che deve essere abitata da persone che si amano. E questo ce lo conferma anche il fatto che a volte ci sentiamo a casa stando fuori le mura di una casa: ci sentiamo a casa in un abbraccio, nel calore di una carezza, nell’accoglienza di una personala parola casa quindi ci suona come sinonimo di amore. Quale posto migliore per sentirsi a casa se non nella relazione matrimoniale?

Ma c’è ancora di più: se la relazione viene abitata da Cristo attraverso il sacramento, allora tutto prende un’altra piega. Ed ora facciamo un’ulteriore affondo: la relazione matrimoniale, anche se abitata da Cristo, è solo anticipo e figura di un’altra relazione più profonda e più intensa, è come se fosse una sorte di preparazione alla vera sponsalità dell’anima: la relazione con Cristo. Questa relazione sarà anche quella che dura per tutta l’eternità e che riempirà tutto il nostro essere quando saremo in Paradiso.

Il compito quindi del nostro matrimonio è quello non solo di essere l’uno per l’altra casa di amore, ma essere l’uno per l’altra casa di Cristo, per preparare il nostro coniuge al vero sposo della propria anima: Cristo stesso.

Coraggio allora sposi, restano ancora pochi giorni di Quaresima per poter diventare casa di amore per il nostro coniuge, ma soprattutto per diventare casa di Cristo. Attenzione però che se prepariamo una casa per Cristo, deve essere Lui a regnare in quella casa, Lui ne è il padrone come il Padre l’ha costituito.

Giorgio e Valentina

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Come due pugili

Dai «Discorsi» di san Pietro Crisologo, vescovo ​(Disc. 43; PL 52, 320 e 322) Tre sono le cose, tre, o fratelli, per cui sta salda la fede, perdura la devozione, resta la virtù: la preghiera, il digiuno, la misericordia. Ciò per cui la preghiera bussa, lo ottiene il digiuno, lo riceve la misericordia. Queste tre cose, preghiera, digiuno, misericordia, sono una cosa sola e ricevono vita l’una dall’altra. Il digiuno è l’anima della preghiera e la misericordia la vita del digiuno. Nessuno le divida, perché non riescono a stare separate. Colui che ne ha solamente una o non le ha tutte e tre insieme, non ha niente. Perciò chi prega, digiuni. Chi digiuna abbia misericordia. Chi nel domandare desidera di essere esaudito, esaudisca chi gli rivolge domanda. Chi vuol trovare aperto verso di sé il cuore di Dio non chiuda il suo a chi lo supplica. […] O uomo, sii tu stesso per te la regola della misericordia. Il modo con cui vuoi che si usi misericordia a te, usalo tu con gli altri. La larghezza di misericordia che vuoi per te, abbila per gli altri. Offri agli altri quella stessa pronta misericordia, che desideri per te. […] Il digiuno non germoglia se non è innaffiato dalla misericordia. Il digiuno inaridisce, se inaridisce la misericordia. Ciò che è la pioggia per la terra, è la misericordia per il digiuno. Quantunque ingentilisca il cuore, purifichi la carne, sràdichi i vizi, semini le virtù, il digiunatore non coglie frutti se non farà scorrere fiumi di misericordia.

Spesso nella nostra fede ci imbattiamo nel numero tre sotto diverse sfaccettature, ad anche in questo discorso esso salta fuori a più riprese e con la forza tipica dei santi che non perdono occasione per tentare di salvare le anime. Anche se ne abbiamo tagliato diverse parti, questo discorso ha come sfondo l’insistenza sull’armonizzare la vita spirituale con quella carnale: un argomento molto caro a questo blog che tenta ogni giorno di far emergere nuove sfaccettature per cui l’amore sponsale deve essere un’incarnazione di un Sacramento che tutto sostiene.

Per molti il trinomio di preghiera, digiuno e misericordia inseparabili tra loro potrà sembrare un po’ azzardato, forse ad altri può sembrare una meta inarrivabile, un traguardo degno di vette di grandi santità, eppure è alla portata di tutti, poiché a ciascuno viene chiesto secondo giustizia e non secondo equità. Ricordate la parabola dei talenti? A chi più viene affidato più viene richiesto dal padrone, ciascuno secondo le proprie capacità e soprattutto senza confronti con altri, poiché lo sguardo del Padre si posa su ogni singola creatura come unica ed irripetibile.

Ma la nostra attenzione si è rivolta soprattutto alla parte centrale: O uomo, sii tu stesso per te la regola della misericordia. Il modo con cui vuoi che si usi misericordia a te, usalo tu con gli altri. La larghezza di misericordia che vuoi per te, abbila per gli altri. Offri agli altri quella stessa pronta misericordia, che desideri per te.

Se questo vale come regola nelle più comuni relazioni umane, a maggior ragione vale per la relazione tra marito e moglie. Quante volte sentiamo racconti di mogli che tengono il muso per tre giorni o di mariti che prima che gli passi ci vuole anche una settimana. Quante volte ci siamo cascati anche noi in questo tranello che l’orgoglio ci gioca?

E’ un tranello che ci mette l’uno contro l’altra come due nemici, come due sfidanti, come due pugili all’angolo pronti a scatenare la propria furia, pronti a dimostrare la propria forza, la propria ragione, sicuri così di poter dominare l’altro al fine di soggiogarlo al nostro io. Cari sposi, come può una relazione matrimoniale cadere così in basso?

Quanto bella è invece la misericordia che sa aspettare i tempi dell’altro, che sa riconoscere i propri limiti, che tutto scusa, che comincia col ricordare con quanta tenerezza ci siamo scambiati gli anelli il primo giorno, che mette l’altro nelle condizioni di poter ripartire con fiducia in se stesso, che non comincia le frasi con l’ “io” scusante oppure con il “tu” accusatorio ma con il NOI.

Coraggio sposi, in questa seconda parte di Quaresima tagliamo i ponti con l’orgoglio, seguiamo l’esortazione di san Pietro Crisologo che ci invita a cominciare a vivere il trinomio di preghiera, digiuno e misericordia, senza pensare di arrivare subito a chissà quali vette di santità ma cominciamo con piccoli passi concreti e possibili, ma soprattutto perseveranti, la Grazia del sacramento non mancherà.

Giorgio e Valentina.

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Come un topo in trappola

Dal libro dell’Esodo (14, 10-31) […] Mosè rispose: «Non abbiate paura! Siate forti e vedrete la salvezza che il Signore oggi opera per voi; perché gli Egiziani che voi oggi vedete, non li rivedrete mai più! Il Signore combatterà per voi, e voi starete tranquilli». Il Signore disse a Mosè: «Perché gridi verso di me? Ordina agli Israeliti di riprendere il cammino. Tu intanto alza il bastone, stendi la mano sul mare e dividilo, perché gli Israeliti entrino nel mare all’asciutto. Ecco, io rendo ostinato il cuore degli Egiziani, così che entrino dietro di loro e io dimostri la mia gloria sul faraone e tutto il suo esercito, sui suoi carri e sui suoi cavalieri. Gli Egiziani sapranno che io sono il Signore, quando dimostrerò la mia gloria contro il faraone, i suoi carri e i suoi cavalieri». […] Allora Mosè stese la mano sul mare. E il Signore durante tutta la notte risospinse il mare con un forte vento d’oriente, rendendolo asciutto; le acque si divisero. Gli Israeliti entrarono nel mare sull’asciutto, mentre le acque erano per loro una muraglia a destra e a sinistra.

Questa è la lettura che la Chiesa ci ha offerto ieri nell’Ufficio, e nonostante sia un episodio famoso anche per i non cristiani c’è sempre il pericolo di prenderlo troppo alla leggera, infatti nasconde una pedagogia divina che sottovalutiamo troppo spesso.

Innanzitutto dobbiamo ringraziare la maternità con cui la Chiesa ci accompagna nel cammino quaresimale, un cammino che spesso assomiglia a quello degli israeliti nel deserto, e non mancano gli avvertimenti di pericoli ma soprattutto non manca mai la speranza della salvezza. La Chiesa non dimentica mai di incoraggiare i suoi figli a camminare così come Dio incoraggiò gli israeliti che dovevano sfuggire alla tirannia dell’Egitto, proprio come abbiamo letto nel brano di cui sopra.

Per molti lettori è rispauto, ma forse per alcuni può essere la prima volta che si imbattono in questo episodio dell’Esodo nel bel mezzzo della Quaresima, ci pare corretto quindi ricordare che esso è prefigura di ciò che avverrà con la salvezza operata da Cristo sulla croce: Mosè è prefigura del Salvatore, il Mar Rosso è figura delle difficoltà nel combattimento spirituale di ogni uomo, la tirannia dell’Egitto è figura della tirannia del peccato, il passaggio del Mar Rosso è figura del passaggio dalla vita nel peccato alla vita di grazia, un passaggio dalla morte alla vita.

Ma torniamo al motivo per cui ci ha colpito questo brano, e sta nelle parole che Dio rivolge a Mosè: Ordina agli Israeliti di riprendere il cammino. Tu intanto alza il bastone, stendi la mano sul mare e dividilo.

La prima azione richiesta dal Signore è quella di riprendere il cammino e non quella di dividere le acque del Mar Rosso. Sembra scontato, ma provate ad immedesimarvi in quel popolo: si ritrova bloccato tra il mare (tra l’altro senza alcuna imbarcazione) e il nemico che al mattino arriverà in un battibaleno, praticamente si sentono come un topo in trappola, per qualche ora c’è ancora la colonna di nube ma l’indomani che si farà?

Immaginatevi di sentire l’ordine di radunare tutto per riprendere il cammino, magari stavate cercando qualche ora di riposo per riprendere un po’ le forze, non avete neanche fatto in tempo a disfare le valigie che già dovete ripartire, sì, ma per andar dove? In quale direzione? Ricordiamo inoltre che questo popolo non aveva con sè le moderne automobili o i camper, ma aveva carri con tende, bestiame, cibo e vestiti, pentole e vettovaglie varie, famiglie con tanti bambini, ma anche i vecchi ed i malati. Quindi riprendere il cammino non era poca cosa, tantomeno immediata… ebbene, nonostante tutte queste difficoltà oggettive, nonostante problemi anche di logistica (che affiorano inevitabilmente quando si è in tanti) il Signore chiede di ripartire.

Possiamo solo immaginare le diverse reazioni della gente ad un simile comando apparentemente irrazionale da parte del suo condottiero. La prima lezione: il Signore non ci dà mai la pappa pronta, chiede sempre prima la fiducia in Lui. Al posto di Mosè, noi forse avremmo chiesto a Dio di poter dividere le acque prima, e dopo, solamente dopo ripartire; così ragiona l’uomo, ma il Signore chiede fiducia nella sua Onnipotenza.

Cari sposi, anche se ci sembra illogico, dobbiamo fare come il popolo di Israele e riprendere il cammino con fiducia nella Provvidenza di Dio, anche se la situazione matrimoniale che stiamo affrontando ci fa sentire come un topo in trappola, il Signore ci ha promesso il suo aiuto. Non sappiamo ancora quale Mar Rosso aprirà nella nostra vita, ma la sua paterna Provvidenza non mancherà. Lasciamoci stupire dal Signore, quando saremo pronti per fare il primo passo allora si aprirà il sentiero asciutto in mezzo al mare.

Coraggio sposi, non lasciamoci infiacchire dalle nostre debolezze che affiorano in questa Quaresima, affidiamo i nostri sforzi di amare il nostro coniuge meglio e più di prima al Signore, e Lui non mancherà di farcene vedere delle belle nel nostro matrimonio.

Giorgio e Valentina

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Doni personalizzati

Dai «Discorsi» di san Gregorio Nazianzeno, vescovo ​(Disc. 14 sull’amore verso i poveri, 23-25; PG 35, 887-890) Riconosci l’origine della tua esistenza, del respiro, dell’intelligenza, della sapienza e, ciò che più conta, della conoscenza di Dio, della speranza del regno dei cieli, dell’onore che condividi con gli angeli, della contemplazione della gloria, ora certo come in uno specchio e in maniera confusa, ma a suo tempo in modo più pieno e più puro. Riconosci, inoltre, che sei divenuto figlio di Dio, coerede di Cristo e, per usare un’immagine ardita, sei lo stesso Dio! Donde e da chi vengono a te tante e tali prerogative? Se poi vogliamo parlare di doni più umili e comuni, chi ti permette di vedere la bellezza del cielo, il corso del sole, i cicli della luce, […] Ebbene, egli in cambio di tutto ciò che cosa ti chiede? L’amore. Richiede da te continuamente innanzitutto e soprattutto l’amore a lui e al prossimo. L’amore verso gli altri egli lo esige al pari del primo. Saremo restii a offrire a Dio questo dono dopo i numerosi benefìci da lui elargiti e quelli da lui promessi? Oseremo essere così impudenti? Egli, che è Dio e Signore, si fa chiamare nostro Padre, e noi vorremmo rinnegare i nostri fratelli? Guardiamoci, cari amici, dal diventare cattivi amministratori di quanto ci è stato dato in dono. […] Egli non fece discriminazioni, non si mostrò avaro con nessuno.

Ieri la Chiesa ci ha donato la lettura di questo saggio, del quale noi abbiamo conservato poche frasi utili per la nostra riflessione: San Gregorio fa un lungo elenco di doni naturali e soprannaturali, ma l’elenco non è fine a se stesso, al contrario l’intento è quello di farci prendere coscienza dell’infinita magnanimità del Creatore.

Spesso succede che incontriamo persone che già al mattino presto si lamentano, non hanno ancora messo piede al lavoro che già parte la lamentela del giorno, perché succede questo? E spesso succede che queste persone siano cristiani come noi, ma allora cosa manca? Non è nostro il compito di valutare ogni singola situazione, però possiamo dare un contributo affinché le parole di san Gregorio non siano state scritte invano.

Siamo generalmente così presi dalle cose di questo mondo, dalle tante faccende che dobbiamo sbrigare che non facciamo più caso alle grazie di cui siamo destinatari. Sia ben inteso che le faccende che ci occupano non sono per forza azioni in sè cattive, anzi, spesso sono azioni buone e non di rado sante. Ma non è questo il punto, poiché quello che san Gregorio ci insegna è quello di accorgerci delle grazie che stanno a monte del nostro fare.

Quando eravamo dei giovanetti e andavamo a trovare i nonni, vedevamo che avevano non pochi acciacchi dell’età, li salutavamo chiedendo come stessero, e la risposta che arrivava spesso era (tradotta liberamente dal dialetto locale): “Ringrazio il Signore che anche questa mattina sono sceso/a dal letto con le mie gambe e sono ancora vivo/a, si vede che non si è ancora stufato di vedermi su questa Terra“. Erano persone sagge che vedevano la presenza di Dio in ogni istante della giornata, e di faccende ne avevano anche più di noi visto che non avevano molti aiuti come quelli che abbiamo noi dalla tecnologia moderna.

Se avessimo gli occhi per vedere il mondo spirituale ci accorgeremmo di come la grazia di Dio sia sempre all’opera in noi, quasi come se avessimo un alone tutt’attorno alla nostra persona. Se arriviamo in fondo a questo articolo è perché il Signore ci ha tenuto in vita e l’elenco delle grazie potrebbe continuare come quello di san Gregorio.

Guardiamoci, cari amici, dal diventare cattivi amministratori di quanto ci è stato dato in dono. Questo affondo di san Gregorio ci interpella come sposi in Cristo. Quale dono ci è stato dato da amministrare nel Matrimonio? Abbiamo tanti doni comuni ma poi ogni coppia ha il proprio dono specifico, un dono che è personalizzato, un dono “custom”, un dono costruito su misura per quella coppia, perché ogni coppia è una particolare manifestazione di un grande Amore. Ogni coppia è come una goccia unica ed irripetibile di un mare sconfinato.

Questo dono porta con sè anche un compito, una responsabilità, proprio come nella parabola dei talenti… custodire e far fiorire, portare a maturazione. Coraggio allora sposi, in questa Quaresima potrebbe essere un bella esperienza riguardare (con figli, parenti ed amici vari) l’album di nozze, e scorgere a partire da quelle foto di quante grazie siamo stati destinatari. Basta volerlo e ne vedremo delle belle nel nostro matrimonio.

Giorgio e Valentina.

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A scuola per scaldare il banco?

Dai «Commenti sul Diatessaron» di sant’Efrem, diacono (1, 18-19; SC 121, 52-53): Chi è capace di comprendere, Signore, tutta la ricchezza di una sola delle tue parole? È molto più ciò che ci sfugge di quanto riusciamo a comprendere. Siamo proprio come gli assetati che bevono ad una fonte. La tua parola offre molti aspetti diversi, come numerose sono le prospettive di coloro che la studiano. Il Signore ha colorato la sua parola di bellezze svariate, perché coloro che la scrutano possano contemplare ciò che preferiscono. Ha nascosto nella sua parola tutti i tesori, perché ciascuno di noi trovi una ricchezza in ciò che contempla. […] Rallègrati perché sei stato saziato, ma non rattristarti per il fatto che la ricchezza della parola ti superi. Colui che ha sete è lieto di bere, ma non si rattrista perché non riesce a prosciugare la fonte. È meglio che la fonte soddisfi la tua sete, piuttosto che la sete esaurisca la fonte. Se la tua sete è spenta senza che la fonte sia inaridita, potrai bervi di nuovo ogni volta che ne avrai bisogno. Se invece saziandoti seccassi la sorgente, la tua vittoria sarebbe la tua sciagura. Ringrazia per quanto hai ricevuto e non mormorare per ciò che resta inutilizzato. Quello che hai preso o portato via è cosa tua, ma quello che resta è ancora tua eredità. Ciò che non hai potuto ricevere subito a causa della tua debolezza, ricevilo in altri momenti con la tua perseveranza. Non avere l’impudenza di voler prendere in un sol colpo ciò che non può essere prelevato se non a più riprese, e non allontanarti da ciò che potresti ricevere solo un po’ alla volta.

Questo piccolo stralcio di commento è meraviglioso poiché ci lascia intravedere quanta ricchezza sia contenuta nella Parola di Dio, una ricchezza che ci supera. Ed inoltre ci conferma che non dobbiamo commettere l’errore di fermarci alla sola Parola, proprio per il fatto che essa ci supera la Chiesa Cattolica ha fin da subito intuito che aveva bisogno di essere incarnata e spiegata, di diventare visibile e traducibile in concrete scelte di vita, ecco perché il trittico su cui si fonda la fede e la dottrina cattolica sono Parola, Magistero e Tradizione.

Queste tre realtà sono come tre palline di gusti diversi su uno stesso cono gelato: per dire di aver mangiato il gelato bisogna mangiare tutti e tre i gusti. Molti sposi commettono l’errore di prendere uno di questi tre gusti di gelato da solo, ignorando o staccandolo dagli altri due, e così si va alla deriva poiché si rischia di perdere di vista l’incarnazione di questa Parola oppure la ratio che sta dietro ad una regola data dalla Chiesa, o perdere il gusto ad esempio per le pie devozioni.

Non è raro trovare coppie di sposi che paiono perfetti dall’esterno poiché assolvono in maniera quasi impeccabile tutti i loro doveri religiosi, oppure i loro doveri morali. Ma è sufficiente? Nel senso letterale sì, nel senso morale no.

Nel senso letterale si rimane proprio sulla superficie evitando di andare in profondità, ci si adopera per il minimo indispensabile al fine di soddisfare determinate necessità. Può capitare che una coppia reciti insieme tutti i giorni le lodi piuttosto che altre preghiere, ma recitare è sufficiente per pregare? Ovviamente la recita è indispensabile per la preghiera vocale ma non è sufficiente, bisogna che essa diventi preghiera del cuore (non inteso come sentimento, il cuore della volontà) e non resti una mera formuletta, altrimenti ognuno dei due coniugi ha assolto al suo dovere quotidiano come se timbrasse il cartellino. Vi ricordate quando il maestro ci diceva che non si andava a scuola per scaldare il banco? Uguale!

Nel senso morale ne conviene che non posso recitare tutte quelle belle preghiere ma poi non usare neanche una tenerezza verso il mio coniuge; è proprio in quel gesto tenero di amore che si incarna ciò che ho pregato, o meglio, ciò che abbiamo pregato insieme.

Sant’Efrem ci viene incontro, essendo anche lui coinvolto nel combattimento spirituale conosce bene le miserie e le debolezze del cuore umano, ecco perché ci stimola e ci sprona alla perseveranza, lui ne scrive a proposito della Parola ma è chiaro che vale per la crescita della nostra fede.

Ringrazia per quanto hai ricevuto e non mormorare per ciò che resta inutilizzato. Quanti sposi sentiamo lamentarsi perché non hanno ricevuto di più di questo o quello, ma siamo proprio sicuri che sia così? Siamo sicuri che il problema sia della fonte di questa Grazia? O piuttosto non è che sia un problema di poca disponibilità da parte nostra ad accogliere ciò che viene offerto?

Ciò che non hai potuto ricevere subito a causa della tua debolezza, ricevilo in altri momenti con la tua perseveranza. Cari sposi, se sentite di non aver acchiappato al volo le Grazie del Signore, rimediate con la perseveranza. Alcune Grazie straordinarie non tornano più, ma altre Grazie di stato, cioè quelle che ci servono per vivere il nostro stato matrimoniale, sono un po’ troppo per noi da “digerire” tutte insieme, quindi dobbiamo “acquisirle a rate”. Un po’ come quando tentiamo di scaricare un file troppo grande ed il nostro computer non ce la fa a scaricare in un battibaleno tutto in una volta.

Coraggio sposi, chiediamo la Grazia della perseveranza. Non basta ad esempio restar calmi una volta per dire di averla vinta sull’ira, ci vuole la perseveranza di tutti i giorni. Se seguiamo l’esortazione di sant’Efrem ne vedremo delle belle nel nostro matrimonio.

Giorgio e Valentina

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Chi tanto ama…

Dai «Dialoghi» di san Gregorio Magno, papa (Lib. 2, 33; PL 66, 194-196) Scolastica, sorella di san Benedetto, consacratasi a Dio fin dall’infanzia, era solita recarsi dal fratello una volta all’anno. L’uomo di Dio andava incontro a  lei, non molto fuori della porta, in un possedimento del monastero. Un giorno vi si recò secondo il solito […] La pia sorella perciò lo supplicò, dicendo: «Ti prego, non mi lasciare per questa notte; ma parliamo fino al mattino delle gioie della vita celeste». Egli le rispose: «Che cosa dici mai, sorella? Non posso assolutamente pernottare fuori del monastero».[…] Ma ella gli rispose: «Ecco, ho pregato te, e tu non hai voluto ascoltarmi; ho pregato il mio Dio e mi ha esaudita. Ora esci pure, se puoi; lasciami e torna al monastero». Ed egli che non voleva restare lì spontaneamente, fu costretto a rimanervi per forza. Così trascorsero tutta la notte vegliando e si saziarono di sacri colloqui raccontandosi l’un l’altro le esperienze della vita spirituale. Non fa meraviglia che Scolastica abbia avuto più potere del fratello. Siccome, secondo la parola di Giovanni, «Dio è amore», fu molto giusto che potesse di più colei che più amò. […]

Oggi è la memoria liturgica di Santa Scolastica, e la Chiesa ci dona uno scritto di san Gregorio Magno che racconta un aneddoto simpatico accaduto tra i due fratelli santi, ne abbiamo tagliato diverse parti a causa della lunghezza, però vi riassumiamo che santa Scolastica fa una preghiera silenziosa al Signore, e subito dopo scoppia una tale bufera da costringere il fratello (ed i suoi monaci accompagnatori) a rimanere contro la propria volontà per vegliare in preghiera ed intrattenere sacri colloqui.

Ma quello che ci aiuta nella riflessione è il commento di san Gregorio Magno: fu molto giusto che potesse di più colei che più amò. Questo commento sembra quasi ricalcare quello di Gesù riguardo alla donna che gli asciugò i piedi con le lacrime. E l’amore di cui si parla qui non è quello che intende il mondo, e cioè un mero sentimento o una serie di sentimenti buoni, no; l’amore di cui si parla qui è quell’atto di decidersi per il bene, per la cosa buona, è la volontà di stimare il bene e compiere azioni concrete per conseguirlo.

Sicuramente tra i lettori ci sono mamme che ricordano le poppate notturne, anche papà si intende, e non erano di certo tutte un tripudio di sentimenti benevoli; ci saranno state notti faticose, alzate controvoglia, risvegli più duri. Probabilmente le prime poppate notturne sono tutte intrise di tenerezza materna, ma poi col passare delle settimane e dei mesi comincia a farsi sentire la stanchezza, e quindi la mamma smette di amare il piccolo?

Non è forse vero che di notte, anche se distrutta dalla stanchezza e dal sonno mancato, anche se i sentimenti spingono verso l’opposto, la mamma allatta il proprio figlioletto, lo coccola, gli cambia l’ennesimo pannolino, lo ninna, ecc…? E perché lo fa? Cosa la spinge a soffocare i propri sentimenti e ad agire da mamma? L’amore che nutre per il figlio, quell’amore che mira al bene del bimbo.

Cari sposi, è proprio questo l’atteggiamento che dobbiamo avere dentro il Matrimonio: atti di amore concreto, bisogna volerlo l’amore, volerlo a tutti i costi, anche se dobbiamo ingoiare bocconi amari, anche se dobbiamo soffocare i nostri sentimenti… certo che sarebbe meglio essere sostenuti dai sentimenti, sicché saremmo molto facilitati in questo comandamento, ma non è sempre così.

Un altro esempio di vita ci viene incontro: forse tanti di noi hanno potuto compiere gli studi grazie agli enormi sacrifici dei genitori, forse molti vivono nella casa pagata dal nonno grazie ai suoi risparmi sudati, ebbene questi nostri avi hanno compiuto gesti concreti di privazioni e sacrifici per amore nostro, forse non avevano chissà quali sentimenti che li aiutavano però li hanno compiuti lo stesso, e questo non lo chiamiamo forse amore? Certo che sì.

Coraggio allora sposi, prendiamo esempio da santa Scolastica che ha ottenuto dal Signore perché ha tanto amato. Se faremo così ne vedremo delle belle nel nostro Matrimonio.

Giorgio e Valentina

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Come un “luna park”

Dalla prima lettera ai Tessalonicesi di san Paolo, apostolo (4, 1-18) Fratelli, vi preghiamo e supplichiamo nel Signore Gesù: avete appreso da noi come comportarvi in modo da piacere a Dio, e così già vi comportate; cercate di agire sempre così per distinguervi ancora di più. Voi conoscete infatti quali norme vi abbiamo dato da parte del Signore Gesù. Perché questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione: che vi asteniate dalla impudicizia, che ciascuno sappia mantenere il proprio corpo con santità e rispetto, non come oggetto di passioni e libidine, come i pagani che non conoscono Dio; che nessuno offenda e inganni in questa materia il proprio fratello, perché il Signore è vindice di tutte queste cose, come già vi abbiamo detto e attestato. Dio non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santificazione. Perciò chi disprezza queste norme non disprezza un uomo, ma Dio stesso, che vi dona il suo Santo Spirito.

Oggi la nostra riflessione parte da questo breve stralcio di San Paolo, il quale ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo della teologia del Sacramento del Matrimonio, non tanto o solamente per l’alto tenore del contenuto, ma anche per la modalità con cui tale contenuto viene inserito nella vita concreta delle persone. Paolo infatti, sapeva partire dal dato oggettivo di ciò che trovava dinanzi a sé, per portare ad un livello più alto la vita della comunità che incontrava. E’ per questo motivo che alcune allusioni o riferimenti al contesto culturale e sociale dell’epoca ci risultano un po’ anomale o estranee, ma dobbiamo sapere che Tessalonica era città importante e trafficata, con intensi commerci, caratterizzata da prosperità ma anche da corruzione.

Sapendo come fosse Tessalonica a quel tempo si capisce come mai Paolo insista molto sulla purezza e sul pudore, sulla santificazione del corpo, a vantaggio di tutta la persona. In particolare la nostra riflessione si concentra su una frase : Perché questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione: che vi asteniate dalla impudicizia, che ciascuno sappia mantenere il proprio corpo con santità e rispetto, non come oggetto di passioni e libidine, come i pagani che non conoscono Dio.

Ad una prima lettura sembra un semplice richiamo alla purezza/castità, quasi una raccomandazione del padre spirituale ai propri figli, ma in realtà è più profondo di quanto appaia ad un primo sguardo. Paolo non sta dando una norma da seguire, quasi fosse la ricetta magica della purezza, non sta entrando nei particolari di regole e norme, non ancora, ma non perché esse non esistano o non siano importanti, ma perché sta mettendo le basi per tali regole e norme pratiche.

Un po’ come fanno i muratori quando operano una ristrutturazione, per cui non è sufficiente dare una ripulita ai muri e re-intonacarli, non si tratta di dare un bella rinfrescata alla facciata, ma si comincia verificando la tenuta delle fondamenta, e poi piano piano si completerà il resto, ma a partire dalle fondamenta. Se non si fa così il rischio è quello di avere una casa imbellettata ma con alto rischio di collasso.

Similmente Paolo riparte dalle fondamenta, dalla realtà dell’umana natura creata ad immagine di Dio, lo dice alla fine citando i pagani che non conoscono Dio. Li riporta all’origine del fine della creazione dell’uomo : Dio non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santificazione.

Come a dire che il corpo ha un ruolo fondamentale nella santificazione, non è un accessorio alla stregua di un optional, ma è un dato fondante dell’intera struttura umana, senza corpo non saremmo uomini, col solo corpo saremmo animali, siamo quindi spiriti incarnati.

Questo corpo è un dono e merita rispetto, non solo per il fatto che ci è stato dato in dono e non l’abbiamo scelto, ma perché se Dio ce l’ha donato per la santificazione è perché ci chiede di santificarci attraverso il corpo che abbiamo e non nonostante esso. E’ un mezzo ed insieme uno strumento di santificazione, d’altronde anche Gesù ha avuto bisogno di un corpo per salvarci sulla Croce, avrebbe potuto escogitare di salvarci anche solo col pensiero ma ha scelto di farlo col corpo.

In ultima analisi, il nostro corpo ha bisogno di essere trattato con cura e rispetto dapprima da noi stessi, ancor prima di esigerlo dagli altri; è necessario che facciamo pace col nostro corpo e ringraziamo Dio di questo corpo che abbiamo perché ci salveremo solo attraverso e con esso, senza il contributo del corpo per l’uomo non c’è salvezza poiché lo esige l’ontologia dela natura umana.

Cari sposi, quando vi chiedete come e cosa fare per testimoniare la bellezza del matrimonio cristiano cominciate a testimoniare dentro la relazione matrimoniale l’altissimo valore del vostro corpo e di quello del vostro coniuge; quando non saprete cosa dire ai giovani per cominciare il discorso sulla bellezza della castità potete dire come facciamo noi ai giovani fidanzati : Guardate che il vostro corpo ha la missione di trasmettere l’amore , non è un “Luna Park” in cui provare tutte le giostre.

Giorgio e Valentina

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Le primizie offerte a Dio

Dal libro del Deuteronomio (26, 1-19) In quei giorni Mosè parlò al popolo dicendo: «Quando sarai entrato nel paese che il Signore tuo Dio ti darà in eredità e lo possiederai e là ti sarai stabilito, prenderai le primizie di tutti i frutti del suolo da te raccolti nel paese che il Signore tuo Dio ti darà, le metterai in una cesta e andrai al luogo che il Signore tuo Dio avrà scelto per stabilirvi il suo nome. Ti presenterai al sacerdote in carica in quei giorni e gli dirai: Io dichiaro oggi al Signore tuo Dio che sono entrato nel paese che il Signore ha giurato ai nostri padri di darci. Il sacerdote prenderà la cesta dalle tue mani e la deporrà davanti all’altare del Signore tuo Dio e tu pronunzierai queste parole davanti al Signore tuo Dio: […] Ora, ecco, io presento le primizie dei frutti del suolo che tu, Signore, mi hai dato. […] Tu hai sentito oggi il Signore dichiarare che egli sarà il tuo Dio, ma solo se tu camminerai per le sue vie e osserverai le sue leggi, i suoi comandi, le sue norme e obbedirai alla sua voce. Il Signore ti ha fatto oggi dichiarare che tu sarai per lui un popolo particolare, come egli ti ha detto, ma solo se osserverai tutti i suoi comandi; egli, quanto a gloria, rinomanza e splendore, ti porrà sopra tutte le nazioni che ha fatte e tu sarai un popolo consacrato al Signore tuo Dio com’egli ha promesso».

Oggi prendiamo la nostra riflessione dal libro del Deuteronomio, abbiamo estrapolato alcune frasi risparmiandovi dei pezzi che sono solo descrittivi ed entrano in dettagli che nulla tolgono al nucleo, il quale altro non è che una serie di norme date da Mosè al popolo su varie questioni. E quelle sopra riportate fanno proprio al caso nostro perché mettono in luce l’azione sacerdotale.

Quando leggiamo brani di questo tipo non dobbiamo fermarci alle singole azioni poiché sono molto lontane da noi per tempo, cultura, società, mentalità, ma dobbiamo considerarle inserite nel contesto loro proprio; non dobbiamo correre il rischio di giudicare il contenuto di tali testi con i nostri parametri odierni, ma dobbiamo capire il cuore che muove (in questo caso) Mosè nel prescrivere tali rituali, dobbiamo innanzitutto capirne l’intenzione iniziale altrimenti prendiamo dei grossi granchi.

Dopo aver fatto questa piccola introduzione dobbiamo sempre considerare però che questa è Parola di Dio, non è un comune romanzo di umana fantasia, e questo ci aiuta a capire come Dio si inserisca nella storia umana mai con prepotenza, ma con delicatezza e pazienza, sapendo tollerare le (momentanee) storture (ovvero i nostri peccati) del suo popolo per portarlo passo dopo passo verso una nuova umanità liberandolo così dalle vecchie storture.

Ricorderete sicuramente il famoso film “Karate kid”, ebbene, all’inizio Daniel non era che un ragazzo insicuro di se stesso e con la passione per il karate, ma il maestro Miyagi vide già il campione che sarebbe divenuto, e così lo guida passo passo verso un nuovo Daniel, accettando e tollerando anche i piccoli fallimenti lungo il percorso che lo porterà a diventare il coraggioso ed intrepido Daniel-san, ed in questo è un perfetto esempio di come Dio ha fatto con il popolo di Israele.

Questo testo mette in luce l’azione sacerdotale, ma questo testo lo dobbiamo leggere nella luce del Nuovo Testamento, poiché Gesù è venuto per portare a compimento la vecchia legge, perciò lo leggeremo con questi nuovi occhi del Sacramento del Matrimonio e lo faremo in tre piccole tappe che descrivono tre azioni, tre movimenti.

Quando sarai entrato nel paese che il Signore tuo Dio ti darà in eredità e lo possiederai e là ti sarai stabilito, prenderai le primizie di tutti i frutti del suolo da te raccolti nel paese che il Signore tuo Dio ti darà, le metterai in una cesta e andrai al luogo che il Signore tuo Dio avrà scelto per stabilirvi il suo nome. Per gli sposi il paese in eredità è la Grazia del Sacramento del Matrimonio, ma questa Grazia non va gelosamente custodita sotto terra (alla guisa del famoso talento) ma bisogna raccogliere le primizie di questo nuovo paese per offrirle al Signore. Questo gesto di umiltà ci permette di riconoscere chi è il Signore e chi invece (noi) le creature che da Lui tutto ricevono senza merito.

Ti presenterai al sacerdote in carica in quei giorni sicuramente l’offerta più gradita al Padre è quella del Sacrificio della Santa Messa, ed in questo dobbiamo imparare a far celebrare delle Sante Messe solo per noi, solo per la nostra coppia, solo per crescere nella santità coniugale, anche senza aver per forza delle problematiche particolari, ma solo come ringraziamento e come atto di adorazione… non mancheranno Grazie particolari, ve lo possiamo testimoniare.

Dobbiamo anche imparare ad esercitare l’azione sacerdotale comune a tutti i battezzati, però va fatto nel modo giusto, donando le primizie. Molti infatti tengono per sé le cose belle della propria vita come se fossero i creatori di se stessi, lasciando così a Dio le magagne, le storture, le debolezze, le fragilità, invece Mosè ci insegna che a Dio si donano le primizie, le cose belle della nostra vita che poi sono ancora dono suo.

Il Signore ti ha fatto oggi dichiarare che tu sarai per lui un popolo particolaretu sarai un popolo consacrato al Signore tuo Dio com’egli ha promesso Cari sposi, noi siamo consacrati nell’amore matrimoniale come sacramento di Cristo l’uno all’altra, noi siamo per il Signore un popolo particolare, ci custodisce come con amore di predilezione, coraggio allora.

Giorgio e Valentina

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Fisso nel cuore

Dal libro del Deuteronomio (6, 4-25)In quei giorni, Mosè parlò al popolo dicendo: «Ascolta, Israele: Il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte. […] Quando in avvenire tuo figlio ti domanderà: Che significano queste istruzioni, queste leggi e queste norme che il Signore nostro Dio vi ha dato? tu risponderai a tuo figlio: Eravamo schiavi del faraone in Egitto e il Signore ci fece uscire dall’Egitto con mano potente. Il Signore operò sotto i nostri occhi segni e prodigi grandi e terribili contro l’Egitto, contro il faraone e contro tutta la sua casa.[…]

Questa è la lettura proposta oggi nell’Ufficio Divino, dalla quale abbiamo estrapolato poche frasi che però ci sembrano le più significative per noi sposi. Innanzitutto dobbiamo notare che colui che fa questa serie di esortazioni non è semplicemente un leader carismatico, non è il top-influencer del popolo che stava compiendo l’Esodo, ma è il mediatore tra Dio ed il suo popolo. Per comprendere meglio la figura di Mosè bisogna che lo vediamo per ciò che rappresenta: è una prefigura del Salvatore, infatti Gesù viene descritto più volte come il nuovo liberatore di Israele, come un novello Mosè, Gesù stesso parlerà non solo di Mosè ma anche della manna del deserto.

Se immaginiamo le stesse frasi sulla bocca di Gesù allora tutto il brano prende una nuova forma. Naturalmente quello che a noi sposi interessa è tutta la parte riguardante il ruolo dei genitori come primi catechisti dei propri figli e tutti quei riferimenti alla consueta vita familiare. E fin qui nulla da eccepire se non evidenziare come i primi testimoni che i figli guardano con occhio critico ma anche molto severo siamo proprio noi sposi e genitori.

Ovviamente questo ci obbliga ad un serio esame di coscienza circa l’educazione cristiana impartita ai nostri figli ma nonostante questo argomento sia della massima importanza non è il nocciolo della questione.

A noi pare invece che il centro non sia nell’elenco delle esortazioni sul come testimoniare la propria fede in famiglia (…quando sarai sedutoquando camminerai… ecc…), il centro è nella prima parte della frase: Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore.

E’ da questa parte del testo che si sviluppano poi i consigli e le esortazioni seguenti, come a dire che se questa è la premessa allora giocoforza la tua testimonianza sarà quando sei seduto, quando sei in piedi, quando dormi, quando mangi, ed in qualsiasi altro atto quotidiano.

Leggendo in modo superficiale questo testo si potrebbe pensare di prendere appunti su quando devo trasmettere la fede ai figli, così da non tradire la fiducia di Mosè, o meglio, di Gesù che è il nuovo Mosè. Ma le cose non stanno proprio così.

Quando le nostre figlie sono tornate da un’esperienza di Campus giovanile con un comunità di suore francescane, avevano il volto raggiante, sprizzavano gioia da tutti i pori, era palese che avessero dentro un fuoco che ardeva, non c’era bisogno di comandarle a bacchetta al fine di renderci partecipi della loro esperienza, trasudava da ogni gesto, ad ogni parola, ad ogni sorriso.

La bocca parla dell’abbondanza del cuore: se nel tuo cuore c’è miseria e meschinità allora dalla tua bocca uscirà solo quello, se nel tuo cuore c’è tempesta uscirà tempesta, se nel tuo cuore c’è l’amore per Dio allora uscirà quello.

Cari sposi, il fulcro sta proprio nel fatto che i precetti del Signore (ovvero il Suo amore per noi e la nostra risposta d’amore per Lui) devono stare fissi nel nostro cuore (sede della volontà) altrimenti possiamo anche leggere tutti i manuali del perfetto genitore o del perfetto catechista ma invano.

Coraggio allora, lasciamo che l’amore di Dio penetri nel nostro intimo, a tale scopo quanto è utile soffermarsi ancora a venerare la statuina di Gesù bambino nel presepio, infatti il presepio si metterà via il 2 Febbraio, abbiamo tempo.

Giorgio e Valentina

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La forza di amare è in noi stessi

Dalle «Regole più ampie» di san Basilio il Grande, vescovo (Risp. 2, 1; PG 31, 908-910) L’amore di Dio non è un atto imposto all’uomo dall’esterno, ma sorge spontaneo dal cuore come altri beni rispondenti alla nostra natura. Noi non abbiamo imparato da altri né a godere la luce, né a desiderare la vita, né tanto meno ad amare i nostri genitori o i nostri educatori. Così dunque, anzi molto di più, l’amore di Dio non deriva da una disciplina esterna, ma si trova nella stessa costituzione naturale dell’uomo, come un germe e una forza della natura stessa. Lo spirito dell’uomo ha in sé la capacità ed anche il bisogno di amare. L’insegnamento rende consapevoli di questa forza, aiuta a coltivarla con diligenza, a nutrirla con ardore e a portarla, con l’aiuto di Dio, fino alla sua massima perfezione. […] Diciamo in primo luogo che noi abbiamo ricevuto antecedentemente la forza e la capacità di osservare tutti i comandamenti divini, per cui non li sopportiamo a malincuore come se da noi si esigesse qualche cosa di superiore alle nostre forze, né siamo obbligati a ripagare di più di quanto ci sia stato elargito. Quando dunque facciamo un retto uso di queste cose, conduciamo una vita ricca di ogni virtù, mentre, se ne facciamo un cattivo uso, cadiamo nel vizio. […] Nella stessa nostra costituzione naturale possediamo tale forza di amare anche se non possiamo dimostrarla con argomenti esterni, ma ciascuno di noi può sperimentarla da se stesso e in se stesso. […]

Abbiamo estrapolato diverse frasi da questo scritto di san Basilio perché ci sono sembrate adatte alla vita matrimoniale, benché questa catechesi abbia più un taglio spirituale non sarà fuori luogo riportarla nell’alveo del matrimonio.

Infatti questo scritto insiste molto sulla natura dell’uomo come creatura uscita dalle mani di Dio che è Amore, e se ci soffermiamo un attimo a pensarci non possiamo che riconoscere che è così. Infatti chi di noi ha chiesto di venire al mondo? Chi può dire di aver compilato una richiesta per essere creato? Nessuno, poiché la nostra esistenza è il fatto concreto che qualcuno ci ha voluto bene, anche per chi non crede risulta impossibile dimostrare la non esistenza di Dio. Ma senza avventurarci in ragionamenti filosofici che ci porterebbero lontano ci basti sapere che il moto di amare ed il desiderio di essere amati è innato nella natura umana aldilà delle epoche e delle credenze religiose.

E san Basilio insiste proprio su questo aspetto dimostrando che la spinta naturale verso la bellezza è costitutiva dell’uomo in quanto uomo, e non ha a che fare con la propria cultura o con l’educazione ricevuta; ogni uomo, per esempio, rimane incantato dinanzi ad un bel tramonto o ad un panorama immenso, e si ferma ad ammirare perché quella bellezza che sta contemplando è un richiamo, quasi fosse nostalgia di casa.

Di quale casa ha nostalgia l’uomo? Della casa da cui proviene e cioè il cuore di Dio Creatore.

Cari sposi, quando a volte ci assale la tentazione di lamentarci del nostro coniuge perché ci appare non amabile, ricordiamoci che noi siamo costituiti con la capacità di amarlo/la. A volte ci viene più facile gettare la spugna: “ecco, non sono capace di amarlo/la, non riesco ad accettarlo/la, non ce la faccio, ecc… tutte scuse!

Sono tutti appigli per autoassolverci del disimpegno che mettiamo nella relazione matrimoniale. Siccome è più comodo, allora siamo facili a trovare mille cavilli pur di esentarci dalla fatica di amare, e così troviamo le attenuanti, risultato? Il coniuge resta non-amato.

Ma san Basilio ci sprona a cercare la forza dentro noi stessi, non è impossibile, sicuramente in alcune situazioni risulta difficile, ma difficile non è sinonimo di impossibile.

Coraggio allora cari sposi, in questo Gennaio facciamo in modo che il freddo non entri anche dentro i nostri cuori, e che non raffreddi il nostro matrimonio. Scongeliamo i freezer dentro di noi e scaldiamo il nostro coniuge con l’amore, come diceva uno slogan famoso: we can!

Giorgio e Valentina

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Un presepio vivente

Dal Martirologio della Chiesa Cattolica. Solennità dell’Epifania del Signore, nella quale si venera la triplice manifestazione del grande Dio e Signore nostro Gesù Cristo: a Betlemme, Gesù bambino fu adorato dai magi; nel Giordano, battezzato da Giovanni, fu unto dallo Spirito Santo e chiamato Figlio da Dio Padre; a Cana di Galilea, alla festa di nozze, mutando l’acqua in vino nuovo, manifestò la sua gloria.

In questo meraviglioso periodo abbondano i presepi viventi, e si va da quelli semplici ma pieni di devozione a quelli che negli anni sono diventati elaboratissimi ma si è persa l’iniziale pia devozione, tra questi due estremi nel mezzo ci sta tutta la gamma di variabili compresi i due che la nostra famiglia ha visitato.

I presepi viventi sono un’esperienza affascinante per bambini e per adulti; così anche noi, inizialmente spinti dal fatto di avere ancora una figlia di quattro anni, ci siamo avventurati nella visita di ben due presepi viventi nello stesso giorno.

E’ un’esperienza che se vissuta con fede riesce a farti cogliere le realtà significate dietro i vari figuranti o le varie stazioni scenografiche, sta a noi saper custodire poi e meditare nel cuore ciò che la Grazia ha suscitato.

E come sempre, la Grazia ci sorprende quando meno ce l’aspettiamo, così già nel primo presepio abbiamo ricevuto un piccolo dono in una delle tante stazioni: una candelina fatta a mano con l’uncinetto ed allegato un foglietto. Fin qua pensavamo al fatto che la signora si fosse intenerita all’imbattersi di quegli occhioni teneri e coccolosi di nostra figlia, non avendo resistito le avesse fatto un dono di cortesia, ed invece sul foglietto c’era la citazione del Salmo 27(26) : Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò timore? ed una preghiera: Aiutami Signore ad essere come questa candela, la tua luce nel mondo.

Ci ha ricordato come spesso sottovalutiamo i gesti piccoli ma teneri, concreti ma densi di significato. Questo è il tempo giusto per recuperare questo aspetto nella nostra relazione di sposi.

Nel secondo presepio poi abbiamo notato la semplicità genuina della gente di campagna, quella con pochi fronzoli e tanta concretezza, una fede semplice fatta di sorrisi, di accoglienza sincera, insomma due presepi e due esperienze diverse.

Nostra figlia però ha colto una comunanza tra i due presepi viventi, il fatto cioè che nelle varie stazioni i figuranti lavoravano tranquilli ed in serenità, in armonia tra loro. Cosìcché l’altro giorno mentre le abbiamo chiesto di aiutarci in qualche piccola faccenda domestica, se ne uscì con questa frase: la nostra casa è come un presepio vivente, ognuno fa un lavoretto ma stiamo insieme.

Una frase folgorante uscita dall’innocenza di quattro anni, una frase che ha sciolto i nostri cuori come neve al sole, una frase che ha anche risolto l’enigma dell’articolo nel giorno dell’Epifania.

Cari sposi, le nostre case cristiane devono diventare come dei presepi viventi tutto l’anno, nella relazione sponsale che testimoniamo dobbiamo essere come la luce di una candela, una luce che non abbaglia ma che indica una presenza, e così anche nelle relazioni familiari lo stile deve essere quello di fare i “nostri lavoretti” in modo sereno ed in armonia tra noi perché consapevoli che nel nostro presepio vivente c’è la presenza della Sacra Famiglia. Auguri.

Giorgio e Valentina

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Un sacco piccolo ma abitato

Dai «Discorsi» di san Bernardo, abate (Disc. 1 per l’Epifania, 1-2; PL 133, 141-143) Si sono manifestate la bontà e l’umanità di Dio Salvatore nostro (cfr. Tt 2, 11). […] Dio Padre ha inviato sulla terra un sacco, per così dire, pieno della sua misericordia; un sacco che fu strappato a pezzi durante la passione perché ne uscisse il prezzo che chiudeva in sé il nostro riscatto; un sacco certo piccolo, ma pieno, se ci è stato dato un Piccolo (cfr. Is 9, 5), in cui però «abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Col 2, 9). Quando venne la pienezza dei tempi, venne anche la pienezza della divinità. […] Nulla mostra maggiormente la sua misericordia che l’aver egli assunto la nostra stessa miseria. Signore, che è quest’uomo perché ti curi di lui e a lui rivolga la tua attenzione? (cfr. Sal 8, 5; Eb 2, 6). Da questo sappia l’uomo quanto Dio si curi di lui, e conosca che cosa pensi e senta nei suoi riguardi. Non domandare, uomo, che cosa soffri tu, ma che cosa ha sofferto lui. Da quello a cui egli giunse per te riconosci quanto tu valga per lui, e capirai la sua bontà attraverso la sua umanità. Come si è fatto piccolo incarnandosi, così si è mostrato grande nella bontà; e mi è tanto più caro quanto più per me si è abbassato. Si sono manifestate – dice l’Apostolo – la bontà e l’umanità di Dio nostro Salvatore (cfr. Tt 3, 4). Grande certo è la bontà di Dio e certo una grande prova di bontà egli ha dato congiungendo la divinità con l’umanità.

Nell’Ottava del Santo Natale la Chiesa ci offre approfondimenti sul mistero dell’Incarnazione tratta da vari santi, e così facendo ci insegna un metodo che questo mondo moderno ha dimenticato: la contemplazione. La modernità ci ha abituati al tutto e subito, ci vuole assuefatti al vivere al 100% le emozioni (cosa che fanno i bimbi piccoli) quali che esse siano… se questa mattina è Natale allora che festa sia, se il pomerigggio sei triste per un motivo qualsiasi allora vivi la tristezza del momento; oggi sei incavolato col vicino e allora che arrabbiatura sia, se il giorno dopo sei contento perché arriva il pacco di Amazon tanto aspettato allora evviva il pacco, nel frattempo resti arrabbiato col vicino ma con la gioia del pacco di Amazon, e via di questo passo. Senza tregua da un’emozione all’altra, da uno stato d’animo all’altro in un battibaleno, da un selfie all’altro senza far funzionare più nemmeno la memoria visiva di quegli attimi perché tanto li puoi rivedere sul cellulare.

Ma l’uomo ha bisogno di vivere con tutto se stesso, il cuore dell’uomo ha bisogno di starci dentro alle esperienze, ha bisogno di sedimentare nell’animo le cose fondamentali e belle della vita, di farle proprie, ha bisogno di nutrire cuore, corpo e anima, non ha bisogno del mordi e fuggi… questo lo fanno le galline beccando ora qui ora là con disinvoltura poiché per esse non fa differenza il “qui” o il “là”.

La Chiesa ci è madre e conosce bene il cuore dell’uomo, per questo ci insegna la via della contemplazione, la via del sedimentare, la via del serbare nel silenzio del cuore (alla stregua di Maria), la via del custodire nel segreto dell’anima… è la via che ci insegnano i santi, quella cioè della continua commemorazione, del continuo ri-cordare : deriva dal latino recordāri, formato dal prefisso re- (di nuovo, indietro) e cor, cordis, che significa “cuore”; letteralmente “ricordare” significa “richiamare al cuore”.

E cosa dobbiamo richiamare al cuore in questi giorni dell’Ottava? Il grande mistero dell’Incarnazione, esso è talmente grande che non potremo mai conoscerlo fino in fondo, perciò è necessario riportare al cuore giorno dopo giorno un aspetto del mistero che abbiamo celebrato. La Chiesa fa sempre così: non aspetta che l’uomo sia pronto (non lo sarà mai abbastanza) per celebrare un mistero poiché è infinito mentre la nostra natura è finita, ma glielo offre subito come realtà presente che salva, da accogliere e celebrare ma che poi ha bisogno giorno dopo giorno di essere assorbita e contemplata e vissuta.

Del resto noi sposi ne siamo un esempio vivo, la Chiesa non ci ha donato il Sacramento del Matrimonio come un premio alla fine di un percorso, alla stregua di una patente, ma ce lo ha offerto subito come realtà salvante all’inizio del percorso matrimoniale. Spetta a noi sposi poi il compito di non abbandonare questo dono nello scaffale dei dimenticati, di non lasciarlo lì ad accumulare la polvere, spetta a noi la fatica del ri-cordare continuamente il dono ricevuto.

Da quello a cui egli giunse per te riconosci quanto tu valga per lui, e capirai la sua bontà attraverso la sua umanità. San Bernardo qui ci insegna a guardare al nostro coniuge con questi occhi: riconoscere il valore del mio coniuge con gli occhi di quel Dio che si fa bambino pur di salvarci… Nulla mostra maggiormente la sua misericordia che l’aver egli assunto la nostra stessa miseria.

Con questo sguardo nel cuore, giorno dopo giorno, riusciamo a contemplare non solo la bellezza del coniuge che il Signore ci ha consegnato, ma anche la grandiosità di un Dio che preferisce farsi piccolo pur di abitare nel cuore degli uomini.

Dio Padre ha inviato sulla terra un sacco, per così dire, pieno della sua misericordia; un sacco che fu strappato a pezzi durante la passione perché ne uscisse il prezzo che chiudeva in sé il nostro riscatto; un sacco certo piccolo, ma pieno, se ci è stato dato un Piccolo (cfr. Is 9, 5), in cui però «abita corporalmente tutta la pienezza della divinità».

Noi sposi sacramentati siamo presenza reale di Gesù l’uno per l’altra ed insieme per il mondo, dobbiamo quindi vivere come se fossimo quel sacco a cui allude san Bernardo, un sacco certamente piccolo, talmente piccolo da voler abitare in due sposi fragili ed imperfetti, ma un sacco che contiene un Dio vivo, una presenza che salva.

Coraggio sposi, sfruttiamo questi giorni dell’Ottava di Natale per aprire questo sacco.

Giorgio e Valentina

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Come due apripista

Dal «Commento su san Luca» di san Beda il Venerabile, sacerdote (1, 46-55; CCL 120, 37-39)  «Maria disse: L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore» (Lc 1, 46). Dice: il Signore mi ha innalzato con un dono così grande e così inaudito che non è possibile esprimerlo con nessun linguaggio: a stento lo può comprendere il cuore nel profondo. Levo quindi un inno di ringraziamento con tutte le forze della mia anima e mi do, con tutto quello che vivo e sento e comprendo, alla contemplazione della grandezza senza fine di Dio, poiché il mio spirito si allieta della eterna divinità di quel medesimo Gesù, cioè del Salvatore, di cui il mio seno è reso fecondo con una concezione temporale. […] «Come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre» (Lc 1, 55).

Si intende la discendenza spirituale, non carnale, di Abramo; sono compresi, cioè, non solo i generati secondo la carne, ma anche coloro che hanno seguito le orme della sua fede, sia nella circoncisione, sia nell’incirconcisione. Anche lui credette quando non era circonciso, e gli fu ascritto a giustizia. La venuta del Salvatore fu promessa ad Abramo e alla sua discendenza, cioè ai figli della promessa, ai quali è detto: «Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa» (Gal 3, 29).   È da rilevare poi che le madri, quella del Signore e quella di Giovanni, prevengono profetando la nascita dei figli: e questo è bene perché, come il peccato ebbe inizio da una donna, così da donne comincino anche i benefici, e come il mondo ebbe la morte per l’inganno di una donna, così da due donne, che a gara profetizzano, gli sia restituita la vita.

A poche ore dal Natale la Chiesa ci offre questo scritto del quale abbiamo preso la prima e ultima frase; la prima contestualizza il commento sull’inno del Magnificat, la seconda è quella che più ci è parsa adatta al nostro tempo.

Ultimamente stiamo assistendo a rivendicazioni della parte femminile della società a scapito di quella maschile, ovviamente ci sono state e ci sono esagerazioni da entrambe le parti, e queste avvengono quando si perde la bussola che orienta: l’antropologia cristiana. Nella corretta antropologia cristiana il maschile ed il femminile hanno medesima dignità, la quale si esprime e si manifesta con specificità peculiari per ciascuno dei due sessi, fermo restando che molte caratteristiche sono comuni. E’ questa la corretta visione che orienta il cristiano, perciò anche letture come quella sopra non prestano il fianco a ideologie varie proprio perché partono dalla visione che l’uomo è stato creato maschio e femmina, due sessi differenti in vista della comunione tra loro.

I due co-protagonisti dell’Avvento sono la Madonna ed il Battista, (non a caso un maschio ed una femmina) poiché sono posti come guide per noi, come due prototipi, come se fossero due bodyguard i quali fanno da apripista per il vip che deve passare in mezzo alla folla. Similmente ai bodyguard, i due apripista dell’Avvento non hanno attirato gli sguardi della gente su di sé, ma hanno aperto la strada al Figlio di Dio, ed ognuno dei due l’ha fatto con modalità singolari incarnate nella propria mascolinità e femminiltà.

[…] come il peccato ebbe inizio da una donna, così da donne comincino anche i benefici, e come il mondo ebbe la morte per l’inganno di una donna, così da due donne, che a gara profetizzano, gli sia restituita la vita. Questa ultima frase è carica di speranza per l’umanità intera, non serve sbandierare nessuna rivendicazione, perché semplicemente sta dicendo una verità. Il Signore ha disposto che sia la donna a custodire dentro di sè la vita nascente, e questo dato che potrebbe sembrare un mero dato biologico, apre la finestra sulla vita interiore, ci sta dicendo che la donna è posta come prima tenera culla non solo della vita corporale ma anche di quella spirituale. Certamente la Madre del Signore e santa Elisabetta avevano al loro fianco san Giuseppe e san Zaccaria, custodi e protettori a loro volta della propria sposa che portava in grembo la vita nascente.

San Beda ci dona un carico di speranza per il nostro futuro, poiché ci sta dicendo che la maternità, biologica o spirituale, ha un ruolo fondamentale per ridare al nosto mondo la vita, nel senso più ampio della parola.

Cari sposi, ma una donna come può portare una tale fardello da sola? Ha bisogno di un uomo che la protegga, la sostenga, la solleciti, la custodisca, e che la affianchi nel ridare a questo nostro mondo la vita bella che il Natale porta con sè.

Coraggio sposi, in questo tempo speciale tocca a noi sposi fare da apripista alla vita bella, alla Vita vera, così come hanno fatto il Battista e la Madonna, ed ognuno di noi lo può fare nella propria sponsalità, nel proprio matrimonio, nella propria mascolinità o femminilità.

Auguri di un Santo Natale.

Giorgio e Valentina

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Capaci per la Sua potenza

Dalla «Lettera a Diognèto» (Cap. 8, 5 – 9, 6; Funk 1, 325-327) […] Dopo aver tutto disposto dentro di sé assieme al Figlio, permise che noi fino al tempo anzidetto rimanessimo in balia d’istinti disordinati e fossimo trascinati fuori della retta via dai piaceri e dalle cupidigie, seguendo il nostro arbitrio. Certamente non si compiaceva dei nostri peccati, ma li sopportava; neppure poteva approvare quel tempo d’iniquità, ma preparava l’era attuale di giustizia, perché, riconoscendoci in quel tempo chiaramente indegni della vita a motivo delle nostre opere, ne diventassimo degni in forza della sua misericordia, e perché, dopo aver mostrato la nostra impossibilità di entrare con le nostre forze nel suo regno, ne diventassimo capaci per la sua potenza. […]

Nell’Ufficio di qualche giorno fa, ci è stato proposto uno stralcio di questa “Lettera a Diogneto”, dal quale noi abbiamo estrapolato solo qualche riga che ci aiuterà nella riflessione odierna.

Non è raro per noi incontrare coppie che ci confidano le proprie debolezze di singoli o di coppia, le proprie incapacità a far decollare il proprio matrimonio e, spesso, ci troviamo spiazzati al primo momento. Quando in una coppia sorgono problemi non bisogna aver paura di andare da qualcuno, poiché questo qualcuno esterno alla coppia è libero da coinvolgimenti affettivi, libero anche da dinamiche interne alla coppia che rendono il suo sguardo sulla situazione più lucido.

Dopo un primo momento spiazzante bisogna prendersi un poco di tempo per analizzare con calma varie questioni. Per gli sposi questo primo momento potrebbe sembrare come una montagna invalicabile, potrebbe spaventare un po’, ma la paura a volte tira brutti scherzi, perciò è necessario astenersi da giudizi affrettati e mettersi in una condizione di ascolto. Essa è una condizione che va oltre il mero udire, e richiede anche l’adesione del cuore.

Di solito noi non cominciamo mai col dispensare consigli e/o tattiche di comunicazione tra i due e/o strategie per far funzionare la coppia, la prima cosa che facciamo è quella di ricordare ai due proprio che sono in due, cioè che sono una coppia, che sono un sacramento vivente, che Dio li ha pensati insieme fin dall’eternità per essere il Suo amore incarnato maschile per lei e femminile per lui.

Cari sposi, il nostro impegno deve essere il massimo possibile, ma da soli non combineremmo niente (cfr. Gv 15.5 : “[…]senza di me non potete far nulla“), ci vuole la potenza salvifica di Dio Amore, la potenza del Santo Spirito che infonde nella nostra umanità maschile e femminile il Suo Amore, ci vuole la Redenzione operata dal Figlio che porta su di sè i nostri peccati e ci trasferisce nel Suo Regno: dopo aver mostrato la nostra impossibilità di entrare con le nostre forze nel suo regno, ne diventassimo capaci per la sua potenza.

Tutto questo non è indolore, però è possibile, con Lui l’impossibile diventa possibile, con la Sua potenza un marito burbero diventa una fonte di tenerezza, una sposa acida diventa amabile. Questi miracoli sono Grazie del Sacramento del Matrimonio che la Madonna non vede l’ora di spandere su noi sposi.

Coraggio! Manca poco al Natale.

Giorgio e Valentina

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Una promessa con una premessa

Dal «Commento sui salmi» di sant’Agostino, vescovo ​(Sal 109, 1-3; CCL 40, 1601-1603) ​Dio stabilì un tempo per le sue promesse e un tempo per il compimento di esse. Dai profeti fino a Giovanni Battista fu il tempo delle promesse; da Giovanni Battista fino alla fine dei tempi è il tempo del loro compimento. Fedele è Dio, che si fece nostro debitore non perché abbia ricevuto qualcosa da noi, ma perché ci ha promesso cose davvero grandissime. Pareva poco la promessa: Egli volle vincolarsi anche con un patto scritto, come obbligandosi con noi con la cambiale delle sue promesse, perché, quando cominciasse a pagare ciò che aveva promesso, noi potessimo verificare l’ordine dei pagamenti. Dunque il tempo dei profeti era di predizione delle promesse. […]. Ma era poco per Dio fare del suo Figlio colui che indica la strada: rese lui stesso via, perché tu camminassi guidato da lui sul suo stesso cammino.

Sovente troviamo nell’Ufficio testi di sant’Agostino e, come sempre, ci illuminano con la sapienza ed insieme la semplicità con cui sono esposte le verità della nostra fede divina, e sembra proprio che per santi di questo calibro risulti assai semplice rendere fruibile ai comuni fedeli la lettura di così alte intuizioni teologiche.

Il fulcro della nostra riflessione di oggi è sul tema della promessa di Dio, ovviamente Agostino si concentra sulla promessa del tanto atteso Messia, e la Chiesa non può che aiutarci nell’Avvento con letture di questo genere, ma noi vogliamo ricordare altre promesse legate alla seconda parte del testo che abbiamo riportato.

La promessa a cui ci riferiamo è quella che riguarda il sacramento del Matrimonio, ma non è quella che i due fidanzati si scambiano diventando così neosposi, insomma non è quella che si legge in chiesa, non è la formula del consenso anche se in realtà parte da lì. Il consenso infatti ad un certo punto recita così : “con la Grazia di Cristo, prometto di…”, come a dire che io, uomo o donna, prometto sì ma con la Grazia di Cristo, cioè non voglio essere da solo o da sola in questa promessa, non sarò l’unico attore di questa promessa, non voglio tutto sulle mie spalle, non è solo una promessa umana, ma una promessa con una premessa che è la Grazia di Cristo.

Se proviamo a dirla col suo significato contrario si capisce molto meglio: senza la Grazia di Cristo non voglio promettere... gli sposi sacramentati quindi non si arrischiano a promettere qualcosa che sanno benissimo di non riuscire a mantenere con le sole forze umane.

E qual è dunque la promessa di Dio? La grazia sacramentale, cioè la promessa di aiutare gli sposi con ogni mezzo necessario per vivere la loro condizione di sposi. Gli sposi sacramentati hanno la sicurezza di ricevere da parte del Signore tutti gli aiuti per affrontare le varie prove che la loro condizione di vita necessita, in ogni ambito ed in ogni situazione storica. Cari sposi, abbiamo un’assicurazione sulla vita nel vero senso della parola, coraggio!

Giorgio e Valentina

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