Cos’è che conta?

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati (Gal 6,14-18) Fratelli, quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo.  Non è infatti la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l’essere nuova creatura. E su quanti seguiranno questa norma sia pace e misericordia, come su tutto l’Israele di Dio. D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi : io porto le stigmate di Gesù sul mio corpo.  La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con il vostro spirito, fratelli. Amen.

Questo brano è un piccolo passaggio dell’ultimo capitolo di una lettera che Paolo scrive alla comunità della Galazia, oggi parte della Turchia, che si era lasciata convincere dalla predicazione di alcuni cristiani di origine ebrea sul fatto che la salvezza richiedeva il rispetto della legge di Mosè, in particolar modo sulla questione della circoncisione. Ma procediamo con ordine, leggiamo come commenta S. Agostino l’inizio di questo brano […]il mondo per me è stato crocifisso[…] :

Non mi tiene impegolato. Non consento che mi accalappi. In questa maniera il mondo non può nuocermi e io dal mondo non ho nulla da desiderare. Gloriandosi della croce di Cristo, il cristiano non intende piacere per motivi umani; né teme le persecuzioni dell’uomo carnale avendole affrontate per primo colui che si lasciò crocifiggere per dare l’esempio a quanti avrebbero calcato le sue orme.

Sono così ovvie le parole di questo commento che è facile cadere nella tentazione di farsele scivolare addosso senza che esse ci penetrino per cambiarci.

Siamo così sicuri che il mondo, inteso come il mondo governato dal suo principe, il diavolo, non abbia nessuna influenza sulla nostra vita, non ci abbia accalappiati?

Conosciamo coppie che, ad esempio, si sono lasciate convincere che la Domenica sia un giorno come un altro e quindi dedicano questa giornata a sé stessi, ai propri hobby, al proprio piacere e, nella migliore delle ipotesi, “regalano a Dio” l’oretta scarsa della S. Messa e poi quel portone chiuso dietro di sé rimane chiuso anche nel cuore per tutto il resto della settimana perché, dicono, “io prego quando me la sento“. Altre, si sono lasciate convincere che l’aborto sia un diritto e che non sia proprio un grande male, e tantissime altre sono convinte che l’uso di anticoncezionali (anche abortivi) sia lecito, oppure che la convivenza (dei figli magari) sia ormai da digerire come un dato di fatto che non è poi un male così grave perché l’importante è “se sta bene a loro… i tempi sono cambiati”. Naturalmente abbiamo un po’ generalizzato per grandi tematiche e non vogliamo offendere alcuno, ma sono esempi che ci fanno capire come il pensiero del mondo sia entrato nello stile di vita di moltissimi cristiani quasi inconsapevolmente.

Siamo ancora convinti che il mondo non nuoccia alla salute della anime dei credenti? Nella seconda frase poi, S. Paolo tocca il tema della circoncisione, ma lasciamoci ancora guidare da S. Agostino:

In effetti non la circoncisione in se stessa reca danno ai credenti ma il riporre in simili pratiche la speranza della salvezza. Risulta anche dagli Atti degli Apostoli che i giudaizzanti volevano inculcare la circoncisione proprio nel senso che i pagani passati alla fede, senza le pratiche legali non si sarebbero potuti salvare. Ora l’Apostolo rigetta come perniciosa non l’opera in sé ma la falsità di questa dottrina,

L’Apostolo non vuole ovviamente rigettare le opere, ma facciamo un esempio sociale per capire meglio: se io fossi uno di quei vandali che vanno in giro a disturbare interi quartieri con il gruppo degli ultras della mia squadra X, potrei sentirmi un bravo cittadino solo per il fatto che pago le tasse? Se fossi indifferente al vicino di casa, anzi, se lo odiassi fino a riempirlo di dispetti e se disprezzassi ogni anziano che vedo per la via, potrei sentirmi un cittadino modello solo per il fatto di aver pagato la tassa comunale della casa o dei rifiuti? Per essere un cittadino modello non basta fare la differenziata!

Ora, bisogna applicare lo stesso ragionamento per la vita di fede : dopo che ho rispettato tutte le leggi posso dirmi salvato? Povero me, cadrei in superbia, se pensassi che a salvarmi sono le mie opere; annullerei la salvezza operata da Gesù sulla croce. Come abbiamo già avuto modo di ribadire, i santi non si sono salvati per le loro opere, ma con le loro opere.

Questo non significa che il rispetto delle regole sia inutile, significa invece che esso è subordinato all’opera di salvezza. Cari sposi, noi non rispettiamo la legge del Signore per essere salvati, ma rispettiamo la legge del Signore perché quella salvezza già abita in noi, Lui si è sacrificato sulla Croce per noi, per donarci la vita eterna.

Gli sposi cristiani, ad esempio, non partecipano la Messa domenicale perché è un precetto della Chiesa, ma vi partecipano perché la salvezza fa già parte della loro vita, perché il sacrificio di Cristo ha ottenuto il perdono dei loro peccati.

Coraggio cari sposi, non è il tempo di disfare le valigie estive e ritornare alla routine del mondo con la sua lontananza da Dio, è il tempo invece di riempire le valigie del cuore per partire per un viaggio verso l’uomo nuovo, verso la santità delle nostre relazioni. Dobbiamo fare la differenziata nella nostra vita, dobbiamo buttare via le opere della carne, le opere dell’uomo vecchio le dobbiamo gettare nel bidone dello sporco non riciclabile. Coraggio, non abbiamo più scuse !

Giorgio e Valentina.

Ma perché succedono tutte a noi?

Dal libro di Giobbe (Gb 3,1-3.11-17.20-23) Giobbe aprì la bocca e maledisse il suo giorno. Prese a dire: «Perisca il giorno in cui nacqui e la notte in cui si disse: “È stato concepito un maschio!”. Perché non sono morto fin dal seno di mia madre e non spirai appena uscito dal grembo? Perché due ginocchia mi hanno accolto, e due mammelle mi allattarono? Così, ora giacerei e avrei pace, dormirei e troverei riposo con i re e i governanti della terra, che ricostruiscono per sé le rovine, e con i prìncipi, che posseggono oro e riempiono le case d’argento. Oppure, come aborto nascosto, più non sarei, o come i bambini che non hanno visto la luce. Là i malvagi cessano di agitarsi, e chi è sfinito trova riposo. Perché dare la luce a un infelice e la vita a chi ha amarezza nel cuore, a quelli che aspettano la morte e non viene, che la cercano più di un tesoro, che godono fino a esultare e gioiscono quando trovano una tomba, a un uomo, la cui via è nascosta e che Dio ha sbarrato da ogni parte?».

La prima lettura di oggi è fra quelle pagine della Bibbia che mal si digeriscono e che facciamo fatica a riconoscerla classificata come Parola di Dio, eppure anch’essa lo è, ma come possiamo allora provare a digerirla? La prima cosa intelligente da fare è quella di contestualizzarla, cioè non dobbiamo compiere lo sbaglio di estrapolare qua e là parti della Parola di Dio senza capirne il contesto più ampio.

Lo stesso lavoro dobbiamo farlo per questo brano di Giobbe, il quale si trova a vivere una vera e propria vessazione demoniaca, una prova durissima da parte di Dio. Ma andiamo con ordine: Satana sfida Dio e Gli chiede il permesso di tormentare il Suo servo Giobbe perché desista dall’essere uomo retto e integro, timorato di Dio; il Signore concede a Satana il potere di vessarlo e tormentarlo… cominciano così i guai per il malcapitato Giobbe.

Questo brano si riferisce al giorno in cui il nostro sbotta con i suoi tre amici fidati, i quali sono convinti che la condizione del poveretto sia un castigo divino causato per un suo peccato nascosto, dopo 7 giorni coi propri amici, l’ottavo giorno il poveretto si sfoga lanciandosi in questo lamento nei confronti del Signore, un brano che occupa da solo l’intero capitolo 3 del libro.

Questo atteggiamento sembra non consono per un uomo chiamato “mio servo” dallo stesso Signore, uomo di fede integra e retto nell’agire, insomma un vero modello da imitare… eppure ad un certo punto sembra non tenere botta, non regge il colpo, più che la liberazione dai tormenti della carne invoca la morte come liberazione definitiva sicuro di riposare nel Signore.

Per comprendere appieno questo brano dobbiamo vedere in lui la prefigura del Salvatore (guarda caso anche Lui è chiamato il servo di Dio, l’uomo retto e integro), infatti Giobbe si trova ad affrontare questa pena da solo, non compreso né dalla famiglia né dagli amici, che anziché consolarlo lo pungolano con l’idea che in fondo queste pene se l’è andate a cercare lui stesso a causa di un suo peccato nascosto… similmente anche Gesù affronta la Passione da solo, ed anche lui è innocente ma percosso da Dio come se fosse un malfattore, anzi la Scrittura dice che Dio lo trattò da peccato.

Ed anche Gesù ad un certo punto sbotta con il Suo Padre quando è da solo nell’orto degli Ulivi, le forze della natura umana non ce la fanno a sopportare ma ritrova la forza per affrontare tutto quando decide di fare la volontà del Padre. Se anche Gesù ha provato questo stato d’animo, l’ha fatto da una parte per mostrarci come si affrontano le varie croci della vita, dall’altra la sua sofferenza è stata vicaria, (cioè al posto nostro) ed in ultimo perché non avessimo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità.

Dobbiamo però puntualizzare com’è questo sfogo di Giobbe (simile e prefigura di quello di Gesù), poiché se da un lato rivela un certo grado di intimità col Signore, solo tra amici intimi infatti ci si lascia andare con una certa animosità quasi irruente, per l’altro lato invece dimostra di non arrabbiarsi col Signore accusandolo di essere l’artefice della sofferenza, ma si limita a chiederGli il perché. Quanti sposi vivono le varie croci con questo stato d’animo?

Giobbe esige un perché dal Signore perché la propria coscienza non gli rimprovera nulla, nonostante l’odio di Satana si scateni contro di lui, egli rimane di animo integro e invoca la morte fisica sicuro di riposare in pace, di trovare la requie del giusto in quello che conosciamo come Paradiso. Certamente Giobbe aveva in grande stima questa vita ed il suo grande valore altrimenti non si sarebbe comportato rettamente, ma questo sfogo nasconde anche una fede certa nell’aldilà della pace eterna dei giusti.

Certamente ci risulta difficile legittimare un tale modo di esprimersi con il Signore, ma dobbiamo anche considerare che Giobbe è sfinito, lo dichiara lui stesso, ed è sicuro di trovare riposo in Dio poiché la sua coscienza è retta. Sicuramente anche a noi sarà successo di fare una sfuriata nei confronti di Dio, ma quanti di noi possono invocare la morte fisica sicuri del riposo eterno? Giobbe non teme di morire perché la sua coscienza non gli rimprovera nulla, ma noi?

Se in un giorno di arrabbiatura invocassimo anche noi la morte piuttosto che la sofferenza, ed il Signore dovesse ascoltarci, saremmo così sicuri di andare dritti in Paradiso? Non è che forse noi, a differenza di Giobbe, abbiamo qualche peccato che la coscienza ci rimprovera? Non ci viene mai il dubbio che le sofferenze forse ce le siamo procurate da soli con i nostri peccati?

Questo brano di Giobbe, come vedete, è in grado di suscitare non poche riflessioni. Ma la più importante è ricordarci quanta sofferenza il Signore Gesù abbia patito al posto nostro e per il nostro bene; Gesù è il “nuovo Giobbe” potremmo dire, cioè Colui che patisce ingiustamente, Lui che era Il Giusto per eccellenza, Lui che era il vero Agnello di Dio (l’agnello è appunto una figura innocente e docile), Lui che sebbene vicino alla morte fisica era tranquillo poiché la Sua coscienza non Gli rimproverava nulla, anche Lui sferzato da Satana con i suoi squadroni infernali, anche Lui abbandonato, solo e non compreso nemmeno dalle persone più vicine, e nonostante tutto ciò continua imperterrito la Via Crucis e si lascia inchiodare su quell’infame patibolo che è la Croce.

Tutto questo (e molto di più che nemmeno riusciamo ad immaginare) a vantaggio di chi? Di noi, di noi sposi, per donarci una nuova vita, per subire Lui al posto nostro ciò che meritiamo noi con i nostri peccati.

Cari sposi, quando arrivano le sofferenze, non allontaniamoci dal Signore quasi fossimo offesi dal Suo apparente menefreghismo, ma, al contrario, avviciniamoci ancora di più a Lui, perché il Signore ci scruta come quando il maestro controlla che il proprio allievo esegua il lavoro secondo quanto insegnato. Gli sposi sono particolarmente attaccati, in questo periodo storico, dalle brigate infernali, perché essi ricordano a Satana ciò che l’ha fatto dannare: non accettare che Dio si facesse uomo… inoltre gli ricordano sempre che Colui che l’ha sconfitto, che è risorto dalla morte, è nato da donna, è nato in seno ad una coppia di sposi, in una famiglia… ecco perché ci ha tanto in odio, ma noi sposi abbiamo la Grazia e quando arrivano i momenti bui, dobbiamo invocare la vicinanza del Signore e della Sua dolcissima Madre.

Coraggi sposi,

chi semina nel pianto raccoglierà nel giubilo !

Giorgio e Valentina.

Domenica e famiglia : un connubio possibile /44

( Con la destra si batte il petto, mentre dice : ) Anche a noi, tuoi ministri, peccatori, ( e con le braccia allargate, prosegue : ) ma fiduciosi nella tua infinita misericordia, concedi, o Signore, di aver parte alla comunità dei tuoi santi apostoli e martiri : Giovanni, Stefano, Mattia, Barnaba, [ Ignazio, Alessandro, Marcellino, Pietro, Felicita, Perpetua, Agata, Lucia, Agnese, Cecilia, Anastasia ] e tutti i tuoi santi; ammettici a godere della loro sorte beata non per i nostri meriti, ma per la ricchezza del tuo perdono.

Proseguiamo nell’approfondimento della grande Preghiera Eucaristica I: dopo aver affrontato la parte che ricorda le anime purganti, la Chiesa non si stanca di chiedere, per bocca del ministro ordinato, la sorte beata dei santi in Paradiso. Perché tanta insistenza?

La Chiesa pellegrina sa che la vera meta della nostra vita terrena è il Paradiso, ma per “conquistarlo” dobbiamo corrispondere alla misericordia del Signore passando da questa “valle di lacrime” che è la nostra conversione. Ecco spiegato il motivo della menzione iniziale “Anche a noi, tuoi ministri, peccatori[…]“. Le lacrime si riferiscono non solo alle pene di questa vita, ma anche e soprattutto alle lacrime del pentimento, una grazia specialissima che dobbiamo costantemente chiedere al Signore. La consapevolezza della nostra condizione umana (ossia di peccatori) non ci deve mai abbandonare, ma nello stesso tempo essa non deve essere un peso, un macigno che schiaccia il nostro slancio verso la santità, poiché abbiamo la certezza che “tutto è grazia”, siamo sicuri quindi che la misericordia di Dio colmerà i vuoti che lasciamo noi, arriverà là dove i nostri limiti ci fermano.

Le parole iniziali di questa parte sono rivolte in particolar modo al sacerdote che celebra la Messa, il quale agisce certamente “in persona Christi, ma nel medesimo tempo non deve mai dimenticare di essere un ministro indegnamente consacrato, le sue mani sono state consacrate in primis per la salvezza altrui e non per la propria. La santità personale del sacerdote cresce nella misura in cui la sua vita si “adegua” alla sua consacrazione. E’ per questo motivo che si fa menzione di alcuni santi, quasi a spronare il sacerdote all’imitazione delle virtù di questi santi dei primi secoli.

Alcuni si chiedono come mai siano citati questi e non altri santi. Questa preghiera è molto antica e quindi i santi nominati sono di quel periodo storico, ma forse l’intenzione con cui non sono stati cambiati lungo i secoli si deve al fatto che dobbiamo sempre fare memoria delle radici della nostra fede, abbiamo il dovere di non dimenticare da dove arriva la nostra fede (che è apostolica abbiamo recitato nel Credo): essa è stata tramandata dagli Apostoli alle prime comunità cristiane, via via poi è stata confermata e testimoniata da questi santi citati (e migliaia di altri non menzionati), per poi arrivare ai nostri antenati che l’hanno trasmessa ai nostri bisnonni, che l’hanno trasmessa ai nostri nonni, che l’hanno trasmessa ai nostri genitori, i quali l’hanno trasmessa a noi che stiamo facendo lo stesso con i nostri figli. E’ una lunga catena di fede che ci lega finanche ai santi del primo secolo, in particolar modo ci sembra doveroso ricordare per noi genitori Felicita e Perpetua alle quali dedicheremo un prossimo articolo.

La preghiera termina poi con le parole consolanti della nostra fede divina e cattolica: ammettici a godere della loro sorte beata non per i nostri meriti, ma per la ricchezza del tuo perdono. La nostra vita può essere anche una valle di lacrime, sia per i tormenti nella carne sia per quelli spirituali, può essere una vita breve ma pura e casta come quella di San Domenico Savio o della Beata Imelda Lambertini, può essere una vita cominciata nel peccato e convertita come quella di S. Agostino, oppure lunga e ricca di miracoli e di opere pie come quella di S. Pio da Pietrelcina o S. Teresa di Calcutta… ma tutte queste splendide anime godono la visione beata di Dio nel Paradiso non per i loro tanti meriti, ma per la ricchezza del perdono del Signore.

Sono in Paradiso non per i loro meriti, ma con i loro meriti, poiché anche in Paradiso non saremo tutti uguali, c’è una gerarchia anche là, altrimenti che ne sarebbe della divina Giustizia? Forse a molti suonerà strana questa gerarchia tra i salvati, ma in effetti quanti di noi possono affermare con onestà di pregare per tante ore ogni giorno tante quante ne pregava S. Teresa di Calcutta? O quanti possono testimoniare di compiere gli stessi digiuni di S. Padre Pio? Quanti si mortificano nel corpo come facevano i due fratellini Santa Jacinta e San Francisco Marto? Quanti possono dire di vivere le stesse virtù nel numero e nella stessa intensità di S. Giovanni Bosco?

Certamente in Paradiso avremo tutti lo stesso premio che è Dio stesso, la sua visione beata, e questo ci soddisferà in eterno in un gaudio senza fine poiché ci riempiremo di Dio, ma non ci riempiremo tutti in egual misura, ci riempiremo a seconda della capacità di ciascuno; se avremo lavorato su questa terra per dilatare sempre di più il nostro cuore affinché diventasse gigantesco per contenere Dio (vedi gli esempi dei santi di cui sopra), allora Dio riempirà questo cuore gigantesco fino all’orlo per l’eternità, ma se avremo lavorato poco il nostro cuore assomiglierà ad un bicchierino da caffè, allora Dio riempirà fino all’orlo quel bicchierino da caffè. Il problema quindi non sta nella Giustizia di Dio, ma nella misura/capacità del nostro cuore, della nostra anima… e questa misura dipende dai nostri meriti personali.

Dio è infinito e non ha problemi a riempire un cuore gigantesco oppure un cuoricino piccolo come un bicchierino da caffè, Lui è fedele e riempirà il nostro cuore di sé stesso fino all’orlo per tutta l’eternità, sicché il nostro cuore non avrà più bisogno di altro perché avrà già Tutto.

Coraggio famiglie, impegniamoci ogni giorno per dilatare sempre di più il nostro cuore per Dio cominciando con la preghiera per eccellenza della Domenica : la S. Messa.

Giorgio e Valentina.

Non è proprio all’acqua di rose!

Ecco la prima lettura nella Messa di ieri:

Dal libro dei Proverbi (Prv 3,27-34) Figlio mio : non negare un bene a chi ne ha il diritto, se hai la possibilità di farlo. Non dire al tuo prossimo : «Va’, ripassa, te lo darò domani», se tu possiedi ciò che ti chiede. Non tramare il male contro il tuo prossimo, mentre egli dimora fiducioso presso di te. Non litigare senza motivo con nessuno, se non ti ha fatto nulla di male. Non invidiare l’uomo violento e non irritarti per tutti i suoi successi, perché il Signore ha in orrore il perverso, mentre la sua amicizia è per i giusti. La maledizione del Signore è sulla casa del malvagio, mentre egli benedice la dimora dei giusti. Dei beffardi egli si fa beffe e agli umili concede la sua benevolenza.

Il libro dei Proverbi viene spesso sottovalutato, considerato solo come una raccolta di saggi consigli utili per tutte le circostanze della vita, viene sminuito come se fosse un libro di saggezza meramente umana, ma se la Chiesa ha deciso di elevarlo a Parola di Dio non possiamo leggerlo solo sul piano orizzontale del nostro limitato vivere terreno, ma c’è una dimensione verticale che spesso viene nascosta tra le trame delle frasi e altre volte viene esplicitata come succede in questo brano in cui viene citata la benedizione del Signore nei confronti del giusto ed anche la Sua maledizione per il malvagio.

Siccome questo libro parla ad un popolo con una cultura che non ama molto gli arzigogolamenti, il messaggio più immediato e di facile comprensione è quello che se si desidera avere la benedizione del Signore bisogna seguire le indicazioni date, altrimenti si subisce la maledizione da parte sua. Come a dire “uomo avvisato, mezzo salvato” , tanto per restare in tema di proverbi.

Lungo il nostro cammino abbiamo incontrato tante coppie che fanno fatica a comprendersi reciprocamente, non tanto per la già evidente differenza che portano il maschile e il femminile, quanto per la mancanza di dialogo profondo, quel dialogo che aiuta gli sposi a scoprire l’altro/a nel suo modo di agire, di reagire, di vivere una situazione sia essa piacevole o non, ci fa scoprire in pratica il mondo interiore dell’altro/a.

E questo dialogo profondo aiuta non solo chi ascolta ma anche colui/colei che si svela, perché aiuta a riporre la propria fiducia nell’altro sempre di più, in un crescente “abbraccio” nell’altro, ci si abbandona l’uno nelle mani dell’altra sempre più in profondità.

Ricordiamo sempre come i due sposi diventino (e sono chiamati a divenirlo sempre di più) un solo corpo, una sola anima ed un solo cuore; sembra una frase da cioccolatini, da romanticoni di fronte ad un tramonto con una pioggia di petali di rose, ma in realtà la Chiesa ci insegna che i due non sono una mera somma di due individualità, non sono nemmeno una società di due “gestori della logistica”, non sono neanche due che semplicemente si vogliono bene e si stanno simpatici per non invecchiare da soli, non sono due che vanno d’accordo su tutto cosicché ognuno sfrutti l’altro per le doti che mancano a sé stesso. No! Per essere e fare questo non è necessario sposarsi, basta essere due persone di buona volontà, così come si riesce a far “funzionare” un reparto/ufficio al lavoro, si può benissimo far “funzionare” una convivenza tra due persone magari con figli, ma così però non si è sposi.

Essere sposi è ben altro, è molto di più, anzi, è ontologicamente un’altra realtà, non è questione di opinioni, tantomeno di cultura, né di periodi storici, è questione di sostanza, di essenza.

Mentre si leggono questi versi di Proverbi ci si potrebbe rasserenare circa il fatto che essi siano norme buone da rispettare nei rapporti verso il prossimo ( se Dio vorrà un giorno vedremo cosa ci racconta Gesù di questa storia del “prossimo”), e qui siamo soliti pensare ai colleghi, ai vicini di casa, ai parenti, alle amicizie, alle persone in coda al supermercato, alla cassiera, al gruppo di mamme della scuola, al gruppo dei catechisti, ai volontari di questa o quella associazione… tutto ciò è buono e nobile, bello e giusto, ma ci pensiamo mai che il più prossimo ce l’abbiamo in casa, e che l’abbiamo anche sposato?

[…] non negare un bene a chi ne ha il diritto, se hai la possibilità di farlo. Non dire al tuo prossimo: «Va’, ripassa, te lo darò domani», se tu possiedi ciò che ti chiede. […] I due sposi hanno il dovere di essere fedeli, ed è un dovere che deriva dalla natura stessa del matrimonio non solo dalle proprie promesse fatte solennemente il primo giorno di nozze, ma questa fedeltà non è solo un dovere dell’uno, ma diventa diritto dell’altro. Naturalmente questa fedeltà deve essere integrale: è una fedeltà che comprende la fedeltà del mio pensiero, dei miei sguardi, delle mie azioni, delle mie parole, e va vissuta aldilà del comportamento dell’altro… praticamente è una fedeltà “all inclusive”. Quanti sposi negano al proprio consorte il diritto alla fedeltà? E lo stesso discorso vale per l’unicità e per l’indissolubilità matrimoniale. Quanti negano al proprio sposo o sposa questo bene prezioso che è l’unicità? Quanti negano all’altro il diritto all’indissolubilità? Spesso invece cadiamo nel tranello del mondo che vuole svilire il matrimonio, ad allora neghiamo a noi stessi e all’altro la fedeltà o l’indissolubilità.

Fin dal primo corso fidanzati ci insegnarono a non andare a letto “litigati”, cioè a non addormentarci prima di essersi riconciliati e perdonati vicendevolmente (“Non tramonti il sole sulla vostra ira” Ef4,26 ). Purtroppo qualche volta ci siamo cascati pure noi in questo tranello dell’orgoglio, ma il giorno dopo siamo stati tanto male che ci è sembrato di vivere una giornata infernale, e di fatto è così, perché dentro il cuore alberga l’inferno quando c’è la ripicca, la vendetta, la superbia… senza perdono il cuore si atrofizza.

Cari sposi, quando litighiamo tra noi, non aspettiamo mai domani, non dobbiamo mai dire al nostro coniuge “[…] «Va’, ripassa, te lo darò domani», se tu possiedi ciò che ti chiede.[…] , se la Parola ci dice di agire così con il prossimo, a maggior ragione bisogna agire così col proprio consorte. Abbiamo già “in tasca” il perdono, la fedeltà, abbiamo l’unicità, l’indissolubilità.. basta controllare bene nelle “tasche” del nostro sacramento che c’è già tutto questo… e molto di più.

Coraggio sposi, il Signore ha inventato il matrimonio per fare di noi quel capolavoro che aveva in mente fin dall’eternità. Non lasciamoci ingannare dal mondo, la vita che ci offre il mondo punta al ribasso e ci chiede poco impegno; il matrimonio in Cristo invece non è mica all’acqua di rose, chiede tutto ma offre ancora di più oltre ogni immaginazione!

Giorgio e Valentina.

Un master di altissimo livello!

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi (1Cor 12,12-14.27-31a) Fratelli, come il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito. E infatti il corpo non è formato da un membro solo, ma da molte membra. Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra. Alcuni perciò Dio li ha posti nella Chiesa in primo luogo come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri; poi ci sono i miracoli, quindi il dono delle guarigioni, di assistere, di governare, di parlare varie lingue. Sono forse tutti apostoli? Tutti profeti? Tutti maestri? Tutti fanno miracoli? Tutti possiedono il dono delle guarigioni? Tutti parlano lingue? Tutti le interpretano? Desiderate invece intensamente i carismi più grandi.

Questo è un testo di San Paolo famoso perché si parla spesso della Chiesa come il corpo mistico di Cristo e si fa riferimento a questo brano nelle varie omelie/catechesi, mettendo in evidenza come Cristo sia il capo del corpo e noi sue membra. E questo paragone del corpo è talmente azzeccato che lo capisce chiunque, basta rileggersi l’intero capitolo 12 nel quale S. Paolo si sofferma su qualche membro del corpo espandendo ed esplicitando con esempi, cosicché da sgombrare ogni eventuale dubbio.

Qualcuno si starà chiedendo il perché della nostra riflessione visto che è un argomento abbastanza intuitivo, ed in effetti ad una lettura superficiale basterebbe ricordare ad ogni membro della Chiesa che il proprio posto è importante per il buon andamento di tutto il corpo, nonostante il proprio apporto sembri insignificante e piccolo se visto in se stesso.

Da questa semplice analisi possiamo già trovare un’applicazione per gli sposi: molti di essi spesso si demoralizzano, si sconfortano perché sono tutti presi dalle faccende domestiche, compreso l’accudimento di figli/parenti e perdono l’orizzonte di tutto il corpo di Cristo.

Abbiamo incontrato mamme/spose che non si sentono realizzate a restare a casa per fare le mamme e le spose perché hanno studiato tanto, hanno 2 o 3 master, prima di sposarsi avevano una professione di alto livello, e così si sentono sminuite se devono restare a casa a fare “solo” la mamma e la sposa. Per la logica di questo mondo sono delle donne insignificanti, ma non è affatto così. Innanzitutto l’accudimento dei figli è un investimento sociale poiché essi sono il futuro della società, se l’accudimento riguarda persone malate è altrettanto un risparmio per lo Stato poiché questi malati non sovraffollano le strutture del Sistema Sanitario Nazionale che è già abbastanza stressato; e questi sono solo semplici ragionamenti sul piano meramente orizzontale, ma c’è molto di più sul lato della fede.

Se la fede non diventa vita non è vera fede, ma si ha l’illusione di credere, ecco perché in ogni circostanza dobbiamo sempre chiederci come collocare questa stessa esperienza all’interno del cammino di fede, della nostra vita spirituale. Non possiamo illuderci di vivere una dicotomia tra la vita reale e la vita di fede. Alla fine della vita ciò che conta è se abbiamo atteso alla nostra vocazione in modo degno e santo: in altre parole è la santità la nostra vera realizzazione.

Quando ero (Giorgio) un giovane ragazzo speravo che la mia professione fosse fare il musicista illudendomi per tanti anni, ma stavo inseguendo un sogno (non cattivo e malvagio in sé), e per fare questo stavo perdendo di vista la mia vocazione, mi ero buttato a capofitto in questo sogno non avendo più energie da investire nella mia vera realizzazione. Dopo diversi tentativi ed illusioni mi accorsi che il sogno non andava riposto in un cassetto chiuso, ma provai a “regalarlo” al Signore, e Lui lo inserì nel progetto che Dio aveva sulla mia vita. Fu così che il talento musicale regalatomi dal Signore si rivelò una delle strade privilegiate per la mia salvezza, fu grazie ad esso (per esempio) che conobbi Valentina, la mia sposa in Cristo. Vi ricordate quando il Signore dice nel Vangelo che avremo il centuplo già quaggiù? Io ho ricevuto davvero il centuplo ma ho dovuto rinunciare ai miei progetti per il Suo progetto che si è rivelato molto più grande e più ambizioso del mio.

E così può succedere a quelle spose e mamme di cui sopra, perché il Signore di noi non butta via niente, ma volge tutto secondo i suoi piani se noi ci fidiamo, di noi butta via solo il peccato, anche se in realtà il Signore usa anche il male per ottenere un bene più grande. Care spose e mamme, la vostra prima preoccupazione non deve essere quella della carriera e della vostra autodeterminazione in qualsivoglia attività professionale, se la vita vi sta chiedendo per un certo periodo di tempo di essere spose e mamme, non è già un’investimento per il Paradiso sufficiente? La vostra sposa e mamma di riferimento, la Madonna, non ha forse vissuto la sua sponsalità e la sua maternità a fianco di S. Giuseppe e nell’accudimento della casa e del bambino Gesù? Lei avrebbe potuto vantare titoli ben maggiori di 50 lauree e master messi insieme, come ad esempio essere la Madre di Dio, oppure l’Immacolata sempre Vergine, eppure ha preferito la strada del nascondimento nella doverosa quotidianità.

Non vi basta essere spose e madri? Dio vi ha fatto il dono speciale della maternità, vi ha fatto compartecipi della Sua opera creatrice, vi ha affidato un suo figlio (il vostro sposo) perché lo amiate insieme a Lui e al posto Suo ; vi ha poi affidato dei pargoletti perché si fida di voi per mostrare loro il Suo volto materno… non vi basta? Avete una dignità altissima, Dio si fida di voi per riportare nel mondo la pace, la tenerezza, la dolcezza, l’accoglienza, avete in voi la culla della vita che nemmeno gli angeli hanno.

Coraggio spose, coraggio mamme. La vostra dignità non è nelle realizzazioni di questo mondo ma nella realizzazione del progetto di Dio su di voi, avete da affrontare un nuovo master molto più impegnativo degli altri.

Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo!

Giorgio e Valentina.

Domenica e famiglia: un connubio possibile /43

(Con le braccia allargate, dice : ) Ricordati, o Signore, dei tuoi fedeli [N. e N.] , che ci hanno preceduto con il segno della fede e dormono il sonno della pace. (Congiunge le mani e prega brevemente per quelli che vuole ricordare. Poi, con le braccia allargate, continua : ) Dona loro, o Signore, e a tutti quelli che riposano in Cristo, la beatitudine, la luce e la pace. (Congiunge le mani.)

Questa intercessione per i defunti è breve ma è densa nonostante le parole siano poche, perché la Chiesa ha sempre avuto una grande capacità di sintesi nel dire grandi verità usando solo le parole essenziali e precise; le parole delle preci usate da tanti secoli, soprattutto nella divina liturgia, sono puntuali e mai divaganti o peggio ancora nebulose, ma sono chiare e profonde nella loro semplicità.

In questo preciso momento si fa menzione dei defunti per i quali il sacerdote offre il divino sacrificio, ma non è detto che quando il sacerdote non nomini nessuno ad alta voce questo non avvenga, semplicemente i nomi non sono detti ad alta voce per vari motivi. Ma vediamo di addentrarci un poco in questa realtà dell’intercessione per i defunti.

Facciamo una brevissima introduzione: la nostra salvezza ce l’ha guadagnata Gesù sulla Croce e non ci salviamo grazie alle nostre opere ma con le nostre opere, cioè non sono le nostre opere a salvarci ma la misericordia del Signore, tuttavia le nostre opere (la nostra conversione) sono necessarie e meritorie. Infatti il ladrone pentito si è salvato non grazie alle proprie opere malvagie, ma grazie alla libera risposta personale, compiuta gli ultimi istanti della propria esistenza, alla chiamata alla conversione da parte di Gesù, il quale lo ha salvato nella Sua Infinita Misericordia.

Il Signore ci ha creato per il Paradiso, ossia esso è la nostra destinazione finale, la meta verso cui correre; ma il peccato è entrato in questo mondo con i nostri progenitori, cosicché in Paradiso non ci si va senza merito, cioè senza il nostro concorso, senza il nostro impegno a corrispondere alla Grazia. Questa vita terrena è solo un passaggio, ed è il tempo di compiere l’opera della nostra salvezza, cioè della nostra conversione, e se l’opera viene compiuta in questo mondo bene, altrimenti bisognerà concluderla in Purgatorio.

Le anime che sono in Purgatorio necessitano delle nostre preghiere per “velocizzare” la propria espiazione, per abbreviare la permanenza nel fuoco purificatore hanno bisogno di intercessori, cioè di qualcuno che si sacrifichi per loro e si interponga tra loro e la Giustizia divina quasi come a mitigare quest’ultima.

Per la liberazione di queste anime noi possiamo offrire sacrifici personali, penitenze e preghiere, e ciò è molto buono, santo e nobile, ma essendo opera umana non è nemmeno paragonabile al Sacrificio per eccellenza, cioè a quello del Figlio di Dio consostanziale al Padre. Le nostre opere di penitenza sono sante e meritorie, ma per quanto sante e pie resteranno sempre e solo umane e mai divine, mentre invece il sacrificio della S.Messa è opera di Dio, è opera di Gesù Cristo.

Perciò quando un sacerdote celebra una Messa per l’anima di un defunto, applica i meriti della Croce di Cristo a quell’anima.

Diverso invece è il caso in cui il sacerdote ricorda un defunto durante la S.Messa nelle proprie intenzioni di preghiera personale: sarà una preghiera grande e molto gradita al Signore ma non è la stessa cosa del fatto di applicare i meriti del sacrificio di Cristo per quell’anima.

Quindi è molto importante far celebrare tante Messe per i nostri cari defunti, oltre ad essere una delle 7 opere di misericordia spirituale (Pregare Dio per i vivi e per i morti), essa assolve a due compiti: il primo è quello di non dimenticarli sia sul piano umano che quello spirituale, ed il secondo è dimostrare loro che li amiamo ancora donando loro il massimo che possiamo per il massimo a cui già tendono. E non è indispensabile partecipare a quella Messa, potrebbe succedere di essere impossibilitati a parteciparvi non per nostra decisione, l’importante è che il sacerdote la celebri con diligenza.

Care famiglie, portiamo senza paura i nostri bambini alle Messe di anniversario per i nostri defunti, per esempio i nonni, i bisnonni, zii, parenti e amici cari; impareranno che tra noi e loro il legame è ancora forte, anzi lo è di più perché non ci sono più le limitazioni del corpo. Noi abbiamo ripetuto spesso alle nostre figlie che ora possono parlare e chiedere aiuto al nonno meglio di prima, perché ora il nonno non è più mezzo sordo… purché sia fatto con lo stile della e nella preghiera… ma se noi non insegniamo questo ai nostri figli, quando noi non ci saremo più chi farà celebrare Messe per noi?

Il Purgatorio non è una comoda sala d’aspetto, con la tv ed i fumetti per ingannare l’attesa, ma è un fuoco purificatore… purificante sì, ma pur sempre fuoco. Gli insegnamenti dei santi e le loro vite ci testimoniano che dobbiamo far di tutto per evitare il Purgatorio e finire dritti in Paradiso, ma se così non fosse chi pregherà per noi?

A volte basta una sola Messa per liberare le anime del Purgatorio, noi non lo sappiamo e ci affidiamo alla misericordia del Padre, ecco perché dobbiamo sempre continuare a far celebrare Messe per i nostri defunti ; se poi non dovessero servire loro, il Padre elargirà questi benefici come e dove vorrà, ma non andranno persi.

Molti si chiedono se serva dare un’offerta in denaro al sacerdote: la disciplina della Chiesa dice che non è obbligatorio a meno che la parrocchia/il santuario non decida altrimenti per necessità/urgenze di varia natura. E’ però vivamente consigliato per almeno 3 motivi: il primo è che privarsi del denaro è segno di mortificazione; secondariamente ci aiuta psicologicamente a dare importanza, ci aiuta a ricordare la data e ci sprona a parteciparvi; terzo motivo è che l’offerta in denaro è un gesto concreto di riconoscenza al sacerdote ed un aiuto per la sua sussistenza.

Giorgio e Valentina.

Ci serve una bella doccia!

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi (1 Cor 6, 1-11) Fratelli, quando uno di voi è in lite con un altro, osa forse appellarsi al giudizio degli ingiusti anziché dei santi? Non sapete che i santi giudicheranno il mondo? E se siete voi a giudicare il mondo, siete forse indegni di giudizi di minore importanza? Non sapete che giudicheremo gli angeli? Quanto più le cose di questa vita ! Se dunque siete in lite per cose di questo mondo, voi prendete a giudici gente che non ha autorità nella Chiesa? Lo dico per vostra vergogna! Sicché non vi sarebbe nessuna persona saggia tra voi, che possa fare da arbitro tra fratello e fratello? Anzi, un fratello viene chiamato in giudizio dal fratello, e per di più davanti a non credenti ! È già per voi una sconfitta avere liti tra voi! Perché non subire piuttosto ingiustizie? Perché non lasciarvi piuttosto privare di ciò che vi appartiene? Siete voi invece che commettete ingiustizie e rubate, e questo con i fratelli ! Non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio ? Non illudetevi : né immorali, né idolatri, né adùlteri, né depravati, né sodomìti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né calunniatori, né rapinatori erediteranno il regno di Dio. E tali eravate alcuni di voi! Ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio.

E’ un brano che trasuda schiettezza e chiarezza non lasciando spazio a fraintendimenti, noi non affronteremo direttamente i vari rimproveri che S. Paolo fa alla comunità cristiana di Corinto poiché va da sé che valgono anche per noi, ma ci limiteremo a raccogliere qualche considerazione.

Innanzitutto cominceremo col capire perché l’apostolo faccia questi rimproveri/correzioni alle comunità cristiane: lo si evince dagli stessi suoi scritti, nei quali, in altre parti, ricorda alla comunità che è stato lui stesso a generarla nella fede con la sua predicazione (a cui ha fatto seguito l’amministrazione del battesimo) e quindi non solo si sente padre nella fede di tale comunità ma di fatto lo è davvero.

E quale buon padre non rimprovera e non corregge i suoi figli quando ce n’è bisogno ?

Ma cosa muove poi questo amore paterno dell’apostolo? Paolo corregge i suoi figli (ed indirettamente anche noi) perché li ama e vuole il loro bene, cioè non vuole solo che siano delle cosiddette “brave persone” o “persone bene educate” e non basta nemmeno che siano “onesti e bravi cittadini”, ma la cosa che più gli interessa è che si convertano e si salvino l’anima… guarda caso è la stessa cosa che vuole Dio Padre! E’ quindi a partire da questa paternità che dobbiamo leggere i vari rimproveri/correzioni.

E’ bella l’esortazione dell’apostolo quando dice : “Non illudetevi […]” , in fondo è come se dicesse : “State tranquilli che se faticate sulla via del bene, sulla via della Verità, sulla via della santità, allora erediterete il regno di Dio” ; vuole rassicurare i suoi circa il fatto che stare nella Verità è certamente faticoso ma lo richiede la santità a cui sono stati chiamati… forse Paolo aveva il sentore che qualcuno pensasse di andare in Paradiso senza merito, sperando in una salvezza che non pretendesse una conversione di vita reale.

Ed eccoci alla meravigliosa frase conclusiva che spiega il motivo di tanta esuberanza nel rimprovero paolino. Se qualche riga prima egli fa un elenco ai suoi figlioli di tutta una serie di azioni e stati di vita peccaminosi, i quali precludono alla salvezza operata da Cristo, ora l’apostolo si vede “obbligato” a ricordare loro che tali erano anch’essi prima di incontrarlo. Questa memoria del proprio passato peccaminoso può aiutare i convertiti, da una parte, ad avere compassione e pazienza verso coloro che ancora vivono nel peccato, dall’altra li deve stimolare a non tornare più alla vecchia vita.

E per spronarli con impeto usa 3 verbi interessanti : “...lavàti…santificati…giustificati…”.

Queste parole infuocate d’amore sono rivolte anche a noi sposi: con la grazia sacramentale siamo stati lavati dai peccati… di solito appena si esce dalla doccia non si ha il desiderio di buttarsi nel fango fino al collo, e perché invece ci piace così tanto sporcarci l’anima molto peggio che neanche il fango? Dobbiamo tornare alla doccia spirituale sempre più frequentemente.

Quando ci siamo sposati abbiamo ricevuto in dono un surplus di Spirito Santo, oltre a quello ricevuto negli altri Sacramenti, e se si chiama Santo è perché la Sua azione specifica è stata racchiusa nel nome; Egli infatti è Il Santificatore, Colui che ci rende santi, Colui che ha scelto la coppia di sposi come Sua dimora… cari sposi, non facciamo fuggire dal nostro matrimonio un così illustre ospite con un comportamento indegno.

A noi genitori è successo di andare a scusarci con una persona estranea alla famiglia per le malefatte commesse dal proprio figlio (spesso succede quando i figli sono ancora in tenera età), e compiendo questo gesto abbiamo giustificato il bambino di fronte alla persona terza ma anche il bambino con se stesso, portando noi il peso delle conseguenze di tale gesto. E’ come se dicessimo al figlio che gli abbiamo azzerato il conto ed ora può ripartire da zero perché la pezza ce l’abbiamo messa noi genitori e ci siamo presi noi la colpa. Questo atteggiamento paterno è lo stesso che ha Dio, non ha forse portato Lui il peso delle nostre malefatte sulla Croce? Non ci ha forse dato un’altra possibilità, come se avesse azzerato il conto? La giustificazione operata da Cristo, cioè l’opera di renderci giusti, deve necessariamente incontrarsi con la nostra umanità, non funziona alla stregua del prestigiatore “Sim, salabim “, ma ha bisogno di trovare in noi corrispondenza di una vita reale.

Coraggio sposi, siamo stati chiamati ad una vita più bella, più piena, più ricca, più più più più… eterna.

Giorgio e Valentina.

Rimbocchiamoci le maniche!

Dal libro del profeta Geremìa (Ger 1, 17-19) In quei giorni, mi fu rivolta questa parola del Signore : «Tu, stringi la veste ai fianchi, àlzati e di’ loro tutto ciò che ti ordinerò ; non spaventarti di fronte a loro, altrimenti sarò io a farti paura davanti a loro. Ed ecco, oggi io faccio di te come una città fortificata, una colonna di ferro e un muro di bronzo contro tutto il paese, contro i re di Giuda e i suoi capi, contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese. Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti».

Questa è la prima lettura che ci viene offerta nella memoria del martirio di S. Giovanni Battista, ed è uno stralcio di un capitolo più lungo nel quale il Signore investe Geremia della missione di annunciare il castigo ai popoli che hanno voltato le spalle a Dio peccando di idolatria.

Fa eco il brano del Vangelo di Marco in cui è narrato il martirio, o meglio, in questa lettura del profeta Geremia si delinea la missione ed anche la prefigura del Battista, il quale sarà investito del coraggio dello Spirito Santo per denunciare un adulterio per scuotere le coscienze, e non rinuncerà a dire la Verità nonostante la persecuzione.

Le parole che si sente rivolgere il profeta le possiamo tranquillamente applicare a noi come singoli battezzati, e nello specifico a noi sposi, sacramento vivente di Cristo. Vedremo come i vari incoraggiamenti da parte del Signore siano forza vitale anche per noi sposi.

Innanzitutto cominciamo col ribadire (come in tanti altri articoli e libri su questo blog) la dimensione profetica degli sposi: singolarmente abbiamo già ricevuto la dimensione profetica nel Battesimo, ma nel Sacramento del Matrimonio avviene che non solo si “sommano” i Beni e le Grazie battesimali dei due sposi, ma ciò che prima apparteneva al singolo sposo/a diventa patrimonio di Grazia e in un certo senso “appartiene” anche al coniuge che ne gode dei frutti, MA c’è molto di più poiché nasce una nuova dimensione con un nuovo linguaggio e due protagonisti/profeti che profetizzano sia quando sono insieme che quando sono da soli con le altre persone… ed anche in questo gli sposi sono icona trinitaria poiché dove una Persona divina agisce ci sono anche le altre due Persone : sulla Croce c’era il Figlio ma non è che il Padre e lo Spirito Santo fossero a farsi un drink al bar dell’oratorio in attesa della risurrezione!

Ritorniamo al nostro brano e analizziamolo frase dopo frase per quanto ci è possibile, e ci accorgeremo che la Parola è vocazione perché chiama ad una risposta.

  • Tu – Il Signore non chiama mai una massa informe, chiama ogni singola anima, ogni singola coppia di sposi/profeti a far parte del suo esercito perciò nessun battezzato e nessuna coppia si senta esclusa, anche se ognuna risponde alla chiamata profetica con carismi e modalità proprie.
  • stringi la veste ai fianchi, àlzati – Non sono ammessi i lazzaroni scansafatiche… che tradotto nel nostro linguaggio suonerebbe come : “rimboccati le maniche” oppure “mettiti la tuta da lavoro”. E’ lo stesso gesto che fa Gesù poco prima di cominciare la Lavanda dei piedi… che sia un rimando non troppo celato?
  • e di’ loro tutto ciò che ti ordinerò – Avete notato che tutti i verbi sono imperativi? Non sono dei suggerimenti ma dei comandi da parte del capitano dell’armata. Non dobbiamo tacere. Non possiamo fare come gli struzzi che mettono la testa sotto terra.
  • non spaventarti di fronte a loro, altrimenti sarò io a farti paura davanti a loro – Sicuramente i nostri nemici cercheranno di spaventarci con vari mezzi. E’ una tattica del nemico tentare di zittire i cristiani cosicché le coscienze restino nella loro palude sabbiosa. Non dobbiamo cedere alla paura, ci deve far tremare di più il commettere un peccato che essere perseguitati in nome della Verità.
  • oggi io faccio di te come una città fortificata, una colonna di ferro e un muro di bronzo contro tutto il paese – Ecco la promessa del Signore di mandare i suoi aiuti che rendono invalicabili i nostri confini, i confini della nostra coscienza che deve obbedire a Dio piuttosto che agli uomini.
  • Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti – Cosa possiamo desiderare di più da un capitano? Abbiamo la certezza della vittoria solo se Lui sta con noi.

Coraggio sposi, noi siamo chiamati ad essere dei moderni “Battista”. Certamente la Verità non va taciuta e va detta con modi e tempi da valutare a seconda delle occasioni. Non possiamo tacere per paura della guerra che ci muoveranno contro, se Dio è con noi siamo salvi. Molte coscienze sono assopite ed hanno bisogno di convertirsi per salvarsi, aspettano la parola di Verità detta, vissuta e testimoniata dagli sposi. Se non lo faremo per paura degli avversari sarà Lui a farci paura davanti a loro perché lontano da Dio esiste solo la paura e l’Inferno. Coraggio !

Giorgio e Valentina.

Domenica e famiglia : un connubio possibile/ 42

(Quindi, con le braccia allargate, il sacerdote dice: ) In questo sacrificio, o Padre, noi tuoi ministri e il tuo popolo santo celebriamo il memoriale della beata passione, della risurrezione dai morti e della gloriosa ascensione al cielo del Cristo tuo Figlio e nostro Signore; e offriamo alla tua maestà divina, tra i doni che ci hai dato, la vittima pura, santa e immacolata, pane santo della vita eterna, calice dell’eterna salvezza. Volgi sulla nostra offerta il tuo sguardo sereno e benigno, come hai voluto accettare i doni di Abele, il giusto, il sacrificio di Abramo, nostro padre nella fede, e l’oblazione pura e santa di Melchisedek, tuo sommo sacerdote. (Si inchina e, a mani giunte, prosegue: ) Ti supplichiamo, Dio onnipotente: fa’ che questa offerta, per le mani del tuo angelo santo, sia portata sull’altare del cielo davanti alla tua maestà divina, perché su tutti noi che partecipiamo di questo altare, comunicando al santo mistero del Corpo e Sangue del tuo Figlio, (in posizione eretta, facendosi il segno della croce, dice: ) scenda la pienezza di ogni grazia e benedizione del cielo.

Il sacerdote continua la Preghiera Eucaristica con queste parole che, come avrete notato, sono tutte rivolte al Padre, e sono parole dense di affetto filiale e di fede in un Dio che nonostante la Sua onnipotenza e la Sua maestà ci è Padre; infatti tutte le espressioni a Lui rivolte assomigliano a certi rituali di corte, quando tutte le volte che ci si rivolge ai re/regine umani bisogna usare “sua maestà” oppure “altezza reale” o altri epiteti simili.

Se si ascolta con attenzione (suggeriamo di rileggerla lentamente di proprio conto) questa preghiera si nota che essa ha la connotazione della supplica accorata e fiduciosa come quella del servo che si rivolge a “sua altezza reale” sicuro di trovare udienza e misericordia. Ed è proprio questo il sentimento filiale e di fede che la Chiesa vuole suscitare in noi.

Vorremmo poi mettere in evidenza come questa preghiera cominci proprio col ricordare ciò che la S. Messa è nella sua essenza: “In questo sacrificio, o Padre, […]”, la Chiesa non si stanca di ripetere che c’è un sacrificio; allo stesso tempo ci ricorda che c’è un’offerta legata al sacrificio, e questa offerta è la Chiesa che la compie per mano del ministro (il sacerdote). In quest’offerta però la Chiesa non è sola ma si inserisce nell’offerta di Gesù stesso, come l’innesto segue la sorte dell’intera pianta.

Usiamo un’immagine casalinga per aiutarci: quando le mamme stanno cucinando utilizzano principalmente le mani, ma ciò non significa che il resto del corpo non ne sia coinvolto, in un certo senso potremmo dire che le mamme cucinano anche coi piedi, giacché l’intero corpo sta eretto grazie ad essi: l’attore principale sono le mani ma il resto del corpo si muove per favorire l’azione delle mani.

Similmente l’attore principale della Messa è Gesù con il Suo sacrificio e la Sua offerta, ma siccome Lui ha portato su di sé tutti i peccati degli uomini sulla Croce, siccome Lui ha voluto assumere la nostra natura umana, siccome Lui è il nostro prototipo di uomo, siccome la Chiesa è la Sua prolunga nel tempo, siccome Lui è il capo del corpo mistico che è la Sua Chiesa, siccome la Sua offerta è vicaria (cioè al posto di qualcun altro), siccome Lui ha elevato la dignità della natura umana a quella divina, ecco allora che la Chiesa pellegrina nel tempo (cioè noi che siamo ancora in questo mondo) si associa all’offerta di Gesù al Padre.

Inoltre, queste ripetute espressioni sulla maestà del Padre ci ricordano che Gesù si è sacrificato per obbedienza al Padre Suo, per mostrarci e dimostrarci l’assoluta maestà del Padre, per testimoniarci la doverosa e assoluta obbedienza che Gli dobbiamo; Gesù si è offerto al Padre come atto di adorazione e profonda venerazione nei Suoi confronti.

Da ultimo vogliamo mettere in evidenza come questa preghiera ci testimoni la presenza delle realtà celesti durante ogni S. Messa. Questa verità di fede, la comunione dei santi, l’avevamo già affrontata in un precedente articolo, e questa preghiera ci ricorda che gli angeli e i santi sono in comunione di adorazione con noi, infatti si affida ad un angelo il compito di portare la nostra offerta dinanzi al Re. Siccome la Chiesa sa che il sacerdote, che sta pregando il Padre a nome del popolo convenuto, è un ministro sacro ma è peccatore, ecco perché sente la necessità che a presentare l’offerta sia un essere puro, come a dire che la nostra supplica ha più chance di essere esaudita se a presentarla è un “cortigiano del Re”: un angelo appunto che sta alla corte di Dio Onnipotente.

Cari sposi, la nostra parte in questa preghiera è la supplica silenziosa, dentro nel nostro cuore dobbiamo unirci alle parole del sacerdote umiliandoci dinanzi alla maestà divina affinché accetti la nostra offerta per mano del Suo angelo santo.

Sicuramente i 12 Apostoli presenti all’Ultima Cena di Gesù non saranno stati sbracati a tavola, di sicuro saranno stati attentissimi ed in silenzio con le orecchie tese mentre Gesù parlava loro, sicuramente non guardavano il cellulare o l’orologio per controllare quanto durasse la cena. E così anche noi dobbiamo fare imitando gli Apostoli.

Dobbiamo aiutare il sacerdote e gli altri fratelli convenuti a mantenere un clima di silenzio orante, come quando aspettiamo un momento speciale col fiato sospeso; in questo momento Gesù è già presente nell’Ostia consacrata e quindi l’atteggiamento migliore è quello di restare in ginocchio, tuttavia il Messale lascia la libertà di rialzarsi dopo la consacrazione.

Il nostro suggerimento è quello che, in piedi o in ginocchio, il nostro corpo sia associato al movimento dell’anima; anche il nostro corpo deve pregare, e cioè deve restare composto, meglio se con le mani giunte, in silenzio, il più fermo possibile, in questo modo aiuteremo noi stessi ad associarci con più comunione di preghiera alle parole del sacerdote… affinché dove l’anima non arriva, arrivi il corpo… e dove il corpo non arriva, arrivi l’anima.

Coraggio famiglie, siamo il sale della terra ed è qui (nel sacrificio della Messa) che manteniamo il nostro sale col suo sapore, altrimenti diventa buono solo ad essere gettato in terra e calpestato dagli uomini.

Giorgio e Valentina.

Non c’è trucco non c’è inganno!

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési (2Ts 2,1-3a.13-17) Riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e al nostro radunarci con lui, vi preghiamo, fratelli, di non lasciarvi troppo presto confondere la mente e allarmare né da ispirazioni né da discorsi, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia già presente. Nessuno vi inganni in alcun modo! […] Noi dobbiamo sempre rendere grazie a Dio per voi, fratelli amati dal Signore, perché Dio vi ha scelti come primizia per la salvezza, per mezzo dello Spirito santificatore e della fede nella verità. A questo egli vi ha chiamati mediante il nostro Vangelo, per entrare in possesso della gloria del Signore nostro Gesù Cristo. Perciò, fratelli, state saldi e mantenete le tradizioni che avete appreso sia dalla nostra parola sia dalla nostra lettera. E lo stesso Signore nostro Gesù Cristo e Dio, Padre nostro, che ci ha amati e ci ha dato, per sua grazia, una consolazione eterna e una buona speranza, conforti i vostri cuori e li confermi in ogni opera e parola di bene.

E’ un brano che potremmo liquidare come non utile al nostro vivere perché non siamo né Tessalonicesi né Greci, tantomeno siamo contemporanei di San Paolo, perciò certi problemi del loro momento storico non ci toccano. Se utilizzassimo un simile approccio alla Parola di Dio leggeremmo solo le pagine dove sono contenuti verbi al futuro, praticamente la lasceremmo sempre chiusa nella libreria di casa catalogata tra i libri storici e i manoscritti antichi. Ed invece oggi scopriremo che quelle parole sono vere anche per noi.

Già in quegli anni giravano voci sulla seconda venuta del Signore, sulla imminente fine del mondo, c’erano già gli impostori, ammaliatori di folle, i falsi profeti, i visionari, i turlupinatori di vario rango; se questo da una parte ci tranquillizza di fronte ai moderni falsi profeti e turlupinatori in quanto rassicurati dal fatto che la Chiesa sa già come affrontarli visto che ha dovuto combatterli fin dai propri inizi, dall’altra ci conferma che il nemico è sempre all’opera e non dorme mai. Se il nemico non ha sosta significa che la nostra fede gli fa paura, a che almeno essa è veramente data per la salvezza eterna visto che qualcuno ce la vuol rubare.

Quindi niente di nuovo sotto al sole (vista la calura estiva); quando ci capita di vedere qualcuno sgranare gli occhi di fronte ai moderni impostori meravigliandosi della loro esistenza, basta far loro leggere pagine come quella di oggi e rassicurarli che le fragilità, le povertà ed i peccati dell’uomo sono sempre gli stessi, poiché l’uomo sempre tale è rimasto anche se evoluto tecnicamente e socialmente.

Anche oggi come allora abbiamo bisogno di tornare alla Verità di sempre che mai muta per smontare fin dal loro nascere le moderne imposture, abbiamo forse bisogno di sentire ancora dal vivo la voce di un moderno San Paolo che gridi : Nessuno vi inganni in alcun modo!.

Sì, cari sposi, la nostra fede non è mutata rispetto a quella che animava l’Apostolo delle genti 2000 anni fa circa, e se l’alimentiamo con la vita di Grazia sarà facile scovare gli ammaliatori moderni, quelli che con i loro giri di parole lasciano la testa confusa invece che aiutarci a vivere con più chiarezza e semplicità (non banalità) la fede.

Ve le ricordate le parole che spesso usava un popolare prestigiatore? Non c’è trucco non c’è inganno! Nella nostra fede di sempre è proprio così, non c’è trucco e non c’è inganno, non lasciamoci rubare le certezze della nostra fede dai prestigiatori di parole. Abbiamo bisogno di certezze nella fede e non di dubbi! Per esempio abbiamo la certezza che la grazia sacramentale del matrimonio non ci abbandonerà mai se staremo in Grazia di Dio. Molti sposi mandano a gambe all’aria il loro matrimonio perché hanno paura di affrontare le difficoltà, non hanno voglia di impegnarsi a rinunciare a se stessi per far vivere l’altro e far vivere la coppia. E’ doloroso morire a sè stessi, alle proprie indoli, ai propri interessi, ai propri desideri, al proprio carattere, alle proprie vedute, alle proprie ragioni per mettere al centro l’altro e quindi per tenere in vita il matrimonio con le sue Grazie , MA è la strada che ha percorso anche Gesù e che noi siamo chiamati a seguire.

Non è forse vero che Lui ha rinunciato a tutto di sé fino a morire in croce per ognuno di noi, per far vivere noi, per spalancarci le porte del Paradiso? Gli sposi che vivono così hanno la certezza di seguire il Maestro sulla via della Croce, senza trucco e senza inganno, il dolore da sopportare è mitigato dalla certezza che siamo nella Sua Grazia, ed è essa a darci la forza per sopportare, per vincere il nostro io, il nostro amor proprio, sicuri che Lui non ci abbandona mai. Gli ammaliatori moderni invece ci vogliono convincere con i giri di parole mascherati di saggezza : “devi rifarti una vita” – “devi pensare un po’ a te stesso/a” – “hai diritto anche tu ad un po’ di felicità“. Qua c’è l’inganno!

Coraggio sposi, abbiamo molte armi a nostra disposizione contro i nemici della nostra salvezza eterna, restiamo saldi e scopriremo dov’è il trucco e dov’è l’inganno.

Giorgio e Valentina.

Tutti i nodi vengono al pettine!

Dal libro del profeta Ezechièle (Ez 28,1-10) Mi fu rivolta questa parola del Signore : «Figlio dell’uomo, parla al principe di Tiro: Così dice il Signore Dio : Poiché il tuo cuore si è insuperbito e hai detto : “Io sono un dio, siedo su un trono divino in mezzo ai mari”, mentre tu sei un uomo e non un dio, hai reso il tuo cuore come quello di Dio, ecco, tu sei più saggio di Daniele, nessun segreto ti è nascosto. Con la tua saggezza e la tua intelligenza hai creato la tua potenza ammassato oro e argento nei tuoi scrigni ; con la tua grande sapienza e i tuoi traffici hai accresciuto le tue ricchezze e per le tue ricchezze si è inorgoglito il tuo cuore. Perciò così dice il Signore Dio : Poiché hai reso il tuo cuore come quello di Dio, ecco, io manderò contro di te i più feroci popoli stranieri ; snuderanno le spade contro la tua bella saggezza, profaneranno il tuo splendore. Ti precipiteranno nella fossa e morirai della morte degli uccisi in mare. Ripeterai ancora: “Io sono un dio”, di fronte ai tuoi uccisori ? Ma sei un uomo e non un dio, in balìa di chi ti uccide.»

Come avete certamente intuito, anche questa pagina di Ezechièle ci riferisce di una rovinosa fine per l’uomo che si ribella a Dio, in questo caso il principe di Tiro si è insuperbito al punto da autodichiararsi un dio. E la giustizia divina rispetta la decisione dell’uomo lasciando che esso se la sbrighi da solo visto che si sente un dio… in questo caso il castigo se lo infligge da solo, il superbo, poiché vuol fare a meno di Dio, e Dio fa un passo indietro anche se potrebbe aiutarlo contro i nemici.

Spesso siamo portati a pensare che in una situazione del genere, Dio debba intervenire, ma secondo voi Dio vuole dei burattini da muovere con i fili a proprio piacimento? Uno tra i più grandi doni che il Creatore ha fatto ad ogni uomo, maschio o femmina che sia, è la libertà. Una libertà che potrebbe rivelarsi anche a svantaggio del donatore nonché del donatario, se usata male… ma se ci pensiamo bene a nessuno di noi piacerebbe avere un coniuge che ci ama a comando, non sarebbe più amore libero!

L’esigenza propria dell’amore è quella di essere libero e di lasciare libero, altrimenti il nostro matrimonio sarebbe un contratto di lavoro tra le parti… ma a nessuno di noi piacerebbe essere amato da contratto, perché presto o tardi non ci sentiremmo valorizzati per quel che siamo.

Qualche volta succede anche a noi di chiedere ad una figlia di svolgere un servizio casalingo e di sentire un borbottio provenire dalla voce della chiamata in causa, la quale potrebbe anche cominciare il lavoretto richiesto con celerità, se non fosse che il più delle volte viene eseguito talmente di malavoglia e con poco afflato (non si capisce il perché non debbano vedere l’operazione “pulizia cucina” come un’investimento per il proprio futuro) da risultare irritante per noi genitori…. qualche volta finisce col cacciare via dalla cucina la figlia suddetta e di svolgere noi il servizio al suo posto piuttosto che vederlo fatto tanto per fare.

E succede così anche nella relazione d’amore… a volte preferiamo non ricevere quel tal gesto di amore perché lo vediamo fatto come una mera esecuzione di un lavoro richiesto, corredato di lamentele e grugniti di vario genere… “se lo devi fare senza amore, senza metterci passione, lascia stare che mi arrangio…”.

Se è così tra noi che siamo fatti ad immagine del Creatore, perché Lui dovrebbe trovar piacere nel ricevere amore da degli schiavi e non da dei figli che lo ricambiano dell’amore ricevuto? Ed è così che questa libertà donataci da Dio potrebbe ritorcersi contro di Lui, praticamente ci ha creati mettendo in conto un grande rischio, quello di essere rifiutato, quello di non essere ricambiato… ogni amore ha dentro un rischio, e Dio rispetta talmente tanto la nostra libertà da rischiare di vederci dannare l’anima piuttosto che forzarci ad amarLo come se fossimo dei burattini con i fili mossi da Lui.

Ecco perché a volte Dio non interviene, probabilmente è lì che ci segue con un groppo in gola, ma pur di non ledere la nostra inviolabile libertà resta un passo indietro e ci lascia in balìa delle conseguenze della nostra scelta… certamente poi interviene con la sua misericordia nel cuore e nella coscienza dell’uomo con il famoso “rimorso della coscienza” e con altri stratagemmi simili per tentare di salvare il salvabile fino all’ultimo istante, non lasciando nulla di intentato per salvarci.

Con la tua saggezza e la tua intelligenza hai creato la tua potenza ammassato oro e argento nei tuoi scrigni ” : cari sposi, anche nel nostro matrimonio abbiamo degli scrigni in cui poter ammassare tesori, ma sta a noi la scelta su quale tipo di tesori accumulare, se tesori di “amore donato gratis” per il Paradiso oppure tesori per il godimento di beni terreni ma che non servono per entrare in Paradiso.

Tutti i nodi vengono al pettine! E il pettine del Giudizio dopo la morte c’è per tutti. Coraggio sposi, abbiamo ancora un tratto di strada da fare insieme, svuotiamo i nostri scrigni di tesori inutili e cominciamo a riempirli di tesori per il Cielo.

Giorgio e Valentina.

Domenica e famiglia : un connubio possibile /41

(Quindi, il sacerdote canta o dice) Mistero della fede. (Il popolo prosegue acclamando) Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta. (Oppure) Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo a questo calice, annunciamo la tua morte, Signore, nell’attesa della tua venuta. (Oppure) Tu ci hai redenti con la tua croce e la tua risurrezione: salvaci, o Salvatore del mondo.

Ci soffermiamo stavolta sulle risposte del popolo, in quanto è facile cadere nella trappola della ripetizione a memoria senza approfondire il significato delle parole. La prima parte delle tre risposte è molto chiara perché continua a confermarci che l’attività principale della Chiesa è l’evangelizzazione a partire dalla S. Messa; tutto deve ruotare intorno alla Messa, ogni attività apostolica o progetto pastorale deve ruotare intorno alla Messa… è qui la fonte di qualsivoglia attività della Chiesa militante.

Se la Chiesa volesse affrancarsi dalla S. Messa in una sua attività, ridurrebbe quest’ultima ad una mera opera umana, anche dignitosa e nobile, ma solo umana; un’opera con tali presupposti è da intendersi già fallimentare (nel senso dell’evangelizzazione) in partenza perché si baserebbe su una realtà fallace quale è la realtà dell’umana natura. Una Chiesa che agisse così si autoridurrebbe ad una grande associazione di volontariato, una bella congregazione di opere pie, una tra le tante Onlus, ma la Chiesa è molto di più ed ha una missione divina, la Chiesa è il Corpo mistico di Cristo… questa immagine del corpo usata da S. Paolo è spesso sottovalutata, ma con i nostri canoni matrimoniali diventa molto più comprensibile.

Quando i due sposi si amano nell’intimità fisica, non si scambiano solo coccole fisiche, non ci sono in gioco solo i due corpi, ci sono anche le anime, i cuori, i sentimenti, gli affetti, i desideri, le volontà, le decisioni… insomma tutto noi stessi. Se uno sposo fosse lì col corpo ma con la mente e i desideri fosse con un’altra donna, oppure con la testa (il capo) in un’altra attività, possiamo ancora dire che stia amando la propria sposa con tutto se stesso? E se una moglie stesse in intimità fisica con suo marito solo col corpo, ma con la testa (il capo), il desiderio e l’anima stesse altrove, sarebbe ancora vero amore ? Possiamo dire che due sposi che agiscono così si stiano amando con lo stile di Cristo ? Possiamo dire che questi due sposi lasciano che sia Cristo ad amare il coniuge attraverso il proprio corpo ?

Questo esempio ci fa comprendere come il corpo non sia scindibile dal resto di noi stessi, perché l’amore che si scambiano i due sposi sia vero, bello, nobile, casto, totale, irremovibile, ad immagine di quello di Dio, deve esserci una donazione totale, non basta il corpo, serve anche l’intenzione di amare, la volontà ; è necessario agire con un perché che mobilita anche il corpo, altrimenti tutto si riduce a puro esercizio fisico al pari del mondo animale o ad un insieme di combinazioni chimiche (questo è ciò che il mondo vuol farci credere).

Similmente succede anche nel corpo mistico di Cristo che è la Chiesa: se le diverse attività sono disgiunte dal capo (cioè da Cristo), restano ridotte ad attività umana, a puro esercizio del corpo che agisce senza il capo, senza la testa, senza un perché, senza l’anima… e come per l’esempio matrimoniale possiamo tirare le stesse conclusioni : resta una realtà umana che non porta con sé nulla di divino, non ha dentro Cristo perché non è nutrita da Lui.

Ecco perché il Messale ci fa ripetere “Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo a questo calice, annunciamo la tua morte, Signore, nell’attesa della tua venuta.“, proprio a ricordarci che ogni nostro “annuncio del Signore” parte da questo mangiare il Suo Corpo, è Lui il nutrimento della nostra vita, ciò che dà sapore ad ogni nostro gesto, è Lui che si nasconde dentro ogni nostra attività, a patto che ci nutriamo di Lui altrimenti i nostri gesti esprimeranno solo noi stessi e non avranno dentro il “tocco divino”… non saranno cioè annuncio della salvezza operata da Cristo Gesù ma annunceremo noi stessi.

Quando sentiamo dentro lo slancio missionario di annunciare Cristo e quindi la Sua salvezza da dove dobbiamo partire? Dalla S. Messa.

Cari sposi, sentiamo l’urgenza di annunciare la morte di Cristo offerta per la salvezza dell’uomo e vogliamo proclamare la Sua gloriosa risurrezione che ha sconfitto il peccato e la morte? Partecipiamo alla S.Messa e nutriamoci dell’Eucarestia, dopo e solamente dopo potremo agire di conseguenza a quella comunione con Cristo (ossia con gli effetti benefici sulla nostra vita che da essa derivano) altrimenti saranno tutti slanci missionari carichi di tanti bei sentimenti, ma soprattutto tanto carichi di noi stessi e non portatori di Cristo.

Vi riportiamo infine uno tra i tanti insegnamenti di S. Giovanni Maria Vianney (conosciuto come il santo curato d’Ars), un santo sacerdote, patrono dei parroci: «Tutte le buone opere insieme non equivalgono al santo sacrificio della Messa : esse, infatti sono opere degli uomini, mentre la messa è opera di Dio. Il martirio è nulla in suo confronto: è l’uomo che sacrifica a Dio la sua vita, ma la Messa è Dio che sacrifica all’uomo il suo Corpo e il suo Sangue».

Buona meditazione.

Giorgio e Valentina.

Appuntamento “romantico” nel deserto!

Dal libro del profeta Osèa (Os 2,16b.17b.21-22) Così dice il Signore : «Ecco, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Là mi risponderà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto. Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nell’amore e nella benevolenza, ti farò mia sposa nella fedeltà e tu conoscerai il Signore».

Di solito la proposta di matrimonio viene fatta in un luogo speciale, creando un’atmosfera unica, sfoderando tutte le armi romantiche di cui siamo attrezzati, mai si è sentito di un fidanzato che abbia fatto “La proposta” nel bel mezzo del deserto. Eppure il Signore sembra preferire questa “location” per dichiararsi alla sua amata.

Ma chi è questa amata ?

Se con pazienza si legge il resto dei capitoli del libro di Osea non si fatica a capire che il Signore parla della casa di Israele (un altro modo per chiamare il popolo eletto) la quale però si era prostituita agli dèi stranieri, ossia aveva commesso il gravissimo peccato di idolatrìa, peccato che attirerà molti guai al popolo eletto.

La Tradizione ci insegna che la nuova casa d’Israele che il Signore vuole fare Sua sposa è sicuramente la Chiesa (Cattolica), ma poi è anche la nostra anima, l’anima di ciascuno di noi.

Se siamo sinceri con noi stessi possiamo riconoscere che la storia del popolo eletto è anche la storia di ognuno di noi… siamo stati salvati col Battesimo dal nostro Egitto che ci schiavizzava; il Signore ci ha protetto dalla calura del sole del deserto e dal freddo della notte con la Sua Grazia di ogni giorno; ci ha nutrito con la nuova manna, il Pane del Cielo, l’Eucarestia; ha aperto le acque del Mar Rosso con la Sua Morte e Risurrezione per introdurci nella Terra Promessa… eppure noi ci ostiniamo a prostituirci agli idoli costruiti dalle mani dell’uomo. Sembrano parole forti inventate da noi? Ecco cosa scrive Osèa pochi versetti prima:

Quando il Signore cominciò a parlare a Osèa, gli disse : «[…]poiché il paese non fa che prostituirsi
allontanandosi dal Signore».

Ma il Signore non si dà per vinto, vuole riconquistare il primo posto nel cuore dell’amata, vuole creare quell’atmosfera che farà finalmente breccia nel cuore dell’amata, la nostra anima.

Che meraviglia avere un Dio che è innamorato della nostra anima e che ci dà un appuntamento “romantico” per farci la proposta di un matrimonio eterno! Non è da tutti!

Cari sposi, il nostro sacramento è un aiuto per la santificazione dell’anima del nostro coniuge perché è una sorta di anticipo delle vere nozze eterne, è come un antipasto del matrimonio eterno che la nostra anima vivrà con Dio in Paradiso.

Qualcuno ci chiede spesso che senso abbia impegnarsi così tanto per vivere il matrimonio quando in fin dei conti “basta volersi bene e rispettarsi” … ma se il nostro matrimonio è solo una bozza del vero matrimonio eterno che sarà con il vero Sposo, va da sé che non basta più “volersi bene e rispettarsi” perché quello lo fanno anche i non battezzati, noi sposi col Sacramento abbiamo una missione divina: far diventare la nostra relazione quel bozzetto (un po’ scarabocchiato magari) di Paradiso.

Il Signore ci ha abilitati ad amare come Lui, con la Sua forza, con il Suo stile, con le Sue caratteristiche, con la Sua pazienza, con il Suo perdono… quindi anche noi dobbiamo far di tutto per attirare a noi il nostro coniuge che si è allontanato, dobbiamo condurlo/la nel deserto e parlare al suo cuore, perché lontano da noi non può trovare neanche uno schizzo a matita del vero matrimonio eterno.

Dobbiamo impegnarci per un appuntamento “romantico” perché l’altro gusti l’amore di Dio dentro la nostra relazione. Coraggio sposi, è un compito arduo, ma il Signore quando investe un Suo soldato di una missione lo carica di armature ed armi per combattere e sconfiggere tutti i nemici.

Giorgio e Valentina.

Il referto radiologico con i saldi di agosto!

Dal libro del profeta Geremìa (Ger 30,1-2.12-15.18-22) Parola rivolta a Geremia da parte del Signore : «Così dice il Signore, Dio d’Israele: Scriviti in un libro tutte le cose che ti ho detto. Così dice il Signore : La tua ferita è incurabile, la tua piaga è molto grave. Nessuno ti fa giustizia ; per un’ulcera vi sono rimedi, ma non c’è guarigione per te. […] Ti ho trattato così per la tua grande iniquità, perché sono cresciuti i tuoi peccati. Così dice il Signore : Ecco, cambierò la sorte delle tende di Giacobbe e avrò compassione delle sue dimore. Sulle sue rovine sarà ricostruita la città e il palazzo sorgerà al suo giusto posto. Vi risuoneranno inni di lode, voci di gente in festa. […] Oracolo del Signore. Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio».

Il profeta Geremìa sembra avere due personalità: una inflessibile e perentoria, l’altra paziente e maternamente misericordiosa. Ovviamente non lo abbiamo conosciuto personalmente e non possiamo dire che avesse un disturbo bipolare… ci siamo permessi di scherzare un poco per aiutarci ad entrare meglio nell’argomento che oggi la Chiesa ci propone in questo brano.

Innanzitutto è bello sapere che Dio non vuole che il suo popolo abbia vuoti di memoria, a tal fine suggerisce di scrivere un libro “Scriviti in un libro tutte le cose che ti ho detto” , ma perché? Egli ci conosce meglio di noi stessi e sa che per restare nella Sua Grazia abbiamo bisogno continuamente di fare memoria, o meglio, di ricordare, cioè di riportare al cuore tutte le meraviglie che Lui ha compiuto per noi… a volte però non è una brutta idea scriversi anche gli ammonimenti, ed è così che Geremia mette per iscritto quanto il Signore gli suggerisce.

La tua ferita è incurabile, la tua piaga è molto grave. Nessuno ti fa giustizia; per un’ulcera vi sono rimedi, ma non c’è guarigione per te.” Pensiamo sempre troppo poco alla nostra situazione esistenziale, cioè che siamo delle creature che hanno ereditato il peccato originale. E’ questa la ferita di cui parla Geremìa, è questa la ferita incurabile dalla scienza umana, infatti ribadisce che per problemi medici i rimedi esistono, ma per il nostro male non v’è guarigione, non esiste nessuna medicina umana che ponga rimedio al peccato, non c’è elisir che tenga, nessun preparato farmacologico ha questo potere, né intrugli né pozioni, nemmeno l’amore del nostro coniuge, pertanto profondo che esso sia. L’unica medicina per il peccato è il Signore con la Sua Grazia. Geremìa ci ricorda la nostra situazione esistenziale, sembra quasi che legga il referto di una radiografia spirituale, ci svela la nostra caducità, ci mette di fronte al nostro limite.

Quando si legge il referto di una nostra radiografia non si può scappare dalla verità, esso è impietoso nel descrivere ciò che le immagini documentano, ma il fine del referto non è circoscritto alla descrizione, altrimenti sarebbe inutile ed anche deprimente, mentre invece il fine del referto è aiutare il medico a trovare la giusta cura per la situazione che il referto descrive analizzando le immagini diagnostiche.

Similmente il Signore fa una radiografia dell’uomo, dà il compito a Geremìa di redigere il referto cosicché il paziente, cioè noi, possiamo conoscere la verità di noi stessi; non è finita qui, perché il passo successivo è quello di andare dal medico, il quale in base alla diagnosi del referto troverà la cura giusta. E sappiamo già che il Signore con la Sua Grazia è sia il medico che l’unica cura giusta per il nostro male: il peccato.

Ecco, cambierò la sorte […] avrò compassione […]” Come un bravo medico, il Signore non si sofferma tanto sulle cause che ci hanno portato a contrarre la malattia, quanto invece si prodiga subito nel donarci la speranza della guarigione con quel “cambierò la sorte“. Sì, è vero, noi ci siamo tirati da soli la “zappa sui piedi” con le nostre scellerate decisioni di disobbedire alle Sue leggi, ma il Signore ci rincuora subito con quel “avrò compassione“.

Cari sposi, forse molti tra noi si sono tirati la “zappa sui piedi”, ma questo è il momento favorevole, questo è il momento in cui approfittare degli sconti di fine stagione… la Chiesa è in saldo, super-promozione di Agosto: c’è l’indulgenza plenaria detta del “perdon d’Assisi“, (per info seguire il link) ottenuta nel 1216 da San Francesco durante una visione che ebbe di Gesù e Maria. E’ questo un momento di Grazia speciale, E’ TUTTO GRATIS, non si paga nulla, è già stato pagato tutto da Gesù sulla Croce. Approfittiamone.

Qual è lo stato di sana e robusta costituzione che il Medico divino ci regala?

Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio” . E’ questa la salute che ci augura il Signore. La salute dell’anima!

Coraggio sposi, ultimi giorni di saldi : FUORI TUTTO (il peccato)!

Giorgio e Valentina.

Domenica e famiglia / 40 : un connubio possibile

(Quindi, il sacerdote canta o dice ) Mistero della fede. (Il popolo prosegue acclamando) Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta. (Oppure ) Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo a questo calice, annunciamo la tua morte, Signore, nell’attesa della tua venuta. (Oppure ) Tu ci hai redenti con la tua croce e la tua risurrezione : salvaci, o Salvatore del mondo.

La consacrazione termina con questa proclamazione solenne del sacerdote e questa altrettanto solenne risposta del popolo, la quale riprende alcuni passi biblici collocandoli nella dimensione liturgica. Il momento è talmente solenne che, come avrete certamente notato, le indicazioni del Messale vogliono farlo cantare al sacerdote, come prima opzione, proprio a significare e dare maggior risalto a quanto è appena avvenuto sull’altare sotto gli occhi di tutti: la transustanziazione.

Transustanziazione: dopo la consacrazione, quel che prima era del semplice pane bianco NON LO E’ PIU’ nella sua sostanza, quel che era vino NON LO E’ PIU’ nella sua sostanza; questi due elementi mantengono gli accidenti del pane e del vino, quali il colore, il sapore, l’odore, il gusto, la forma, ma la sostanza è cambiata per sempre e non torneranno più ad essere pane e vino.

Un meraviglioso ed intramontabile inno eucaristico scritto da S. Tommaso d’Aquino, l’Adoro Te devote, dice che i nostri sensi (la vista, il gusto, il tatto, l’odorato e l’udito) vengono come ingannati da questa presenza vera, reale e sostanziale di Gesù; se vogliamo vederLo/riconoscerLo è necessaria la fede altrimenti i sensi falliscono in questa impresa. Inoltre l’aquinate ci aiuta in questa prova di fede insegnandoci che, sulla Croce era (volutamente) nascosta la divinità di Gesù, nell’Eucarestia è nascosta anche l’umanità, il che ci riporta per l’ennesima volta all’evento sacrificale per eccellenza: la Croce di Gesù… lo abbiamo ripetuto più volte fin dagli inizi di questo percorso di riscoperta della S.Messa, descrivendola per quel che essa è, cioè la riattualizzazione del sacrificio di Gesù sulla Croce.

E’ curioso come la Chiesa ci presenti questa realtà definendola “Mistero della fede”, poiché spesso siamo portati a pensare ad un mistero della fede come a qualcosa di non tangibile, di astratto, come se fosse una realtà trascendentale e separata dalla condizione umana, ed invece… del Mistero della transustanziazione ne facciamo esperienza tangibilissima, a tal punto che lo mangiamo (ed in alcune occasioni lo beviamo pure).

Ancora una volta la Chiesa Cattolica ci dimostra che la fede cristiana non ha niente di disumano, non ha niente che non sia alla portata di tutti, non ha nulla che non possa essere sperimentabile da qualsiasi fedele attraverso i propri sensi, di fronte alla realtà della Eucarestia si smontano da sole le accuse che vorrebbero una fede cristiana sganciata dalla carne, dalla vita reale.

Non è forse reale mangiare e bere ?

Qualcuno forse potrebbe sentirsi a disagio pensando di non essere all’altezza di questi ragionamenti in quanto non laureato in teologia o filosofia, ma la Chiesa ci insegna che per avere fede non è necessario essere dei dotti, anzi, spesso la fede dei semplici supera quella dei dotti… in Paradiso non ci verrà chiesto di esibire l’attestato di laurea o altri certificati. Questa modernità ci vuole convincere del fatto che solo se capiamo tutto con la nostra ragione/ragionevolezza allora avremo fede, ma NON E’ VERO, questa è una tra le tante eresie già condannate e confutate dalla Chiesa nel corso dei secoli… basti solo pensare che, secondo questa eresia, solo i dotti avrebbero fede, mentre invece la Chiesa ha dichiarato Dottore della Chiesa (cioè docente) un’analfabeta : S. Caterina da Siena… solo per fare un esempio.

Quindi un mistero della fede non è una cosa illogica o irreale, tantomeno una cosa solo per dotti e sapienti (secondo le logiche umane), se così fosse a Messa dovrebbero essere presenti solo loro e tutti gli altri costretti a star fuori perché senza attestato.

Un mistero della fede è una realtà conoscibile dall’umana natura, la quale però ad una certo punto si ferma ed è costretta ad arrendersi ai propri limiti perché quella realtà è più grande dello scibile umano, lo supera e lo trascende… però di essa si può fare esperienza umanamente tangibile, nel caso dell’Eucarestia essa è talmente tangibile che la mangiamo. E tutta questa bellezza è racchiusa nelle parole che il sacerdote canta o pronuncia : Mistero della fede.

E’ come se il sacerdote ci dicesse che tutto ciò che realmente è avvenuto sull’altare, è accaduto davvero, ma supera i nostri canoni umani e sensibili da lasciarci esterrefatti ed esclamare, anzi cantare dallo stupore che è un mistero della fede… infatti nel rito antico (cosiddetto vetus ordo) l’esclamazione “Mistero della fede” non è staccata dalle parole vere e proprie della consacrazione del vino, con essa forma un tutt’uno perché la liturgia antica vive di stupore e di adorazione di fronte a tali sublimità.

Nella liturgia riformata è stato deciso di “spiegare” questo stupore separando l’esclamazione del sacerdote dalla consacrazione, e aggiungendo la risposta del popolo che abbiamo riportato nelle sue tre diverse versioni, ma la realtà non è cambiata. Cari sposi, se vi trovaste nella difficoltà di argomentare il vostro “andare a Messa la Domenica”, potreste sempre dire di andare a fare esperienza di un mistero della fede.

Giorgio e Valentina.

C’è bisogno di serotonina?

Dal libro del profeta Geremìa (Ger 14,17b-22): Il Signore ha detto: «I miei occhi grondano lacrime notte e giorno, senza cessare, perché da grande calamità è stata colpita la vergine, figlia del mio popolo, da una ferita mortale. […]». Hai forse rigettato completamente Giuda, oppure ti sei disgustato di Sion? Perché ci hai colpiti, senza più rimedio per noi? Aspettavamo la pace, ma non c’è alcun bene, il tempo della guarigione, ed ecco il terrore ! Riconosciamo, Signore, la nostra infedeltà, la colpa dei nostri padri : abbiamo peccato contro di te. Ma per il tuo nome non respingerci, non disonorare il trono della tua gloria. Ricòrdati! Non rompere la tua alleanza con noi. Fra gli idoli vani delle nazioni c’è qualcuno che può far piovere? Forse che i cieli da sé mandano rovesci? Non sei piuttosto tu, Signore, nostro Dio? In te noi speriamo, perché tu hai fatto tutto questo.

Oggi la Chiesa ci offre questa prima lettura che ci dona un’immagine del Signore a dir poco commovente. Dove lo si trova un dio i cui occhi grondano lacrime notte e giorno, senza cessare, per amore?

Il Signore non è mica quell’essere che se ne sta sulle nuvolette a farsi i fatti suoi, no! Il Signore è uno che ama e soffre per il dolore dell’amato, soffre e piange notte e giorno ininterrottamente, ma la ferita mortale non ha colpito Lui ma ha colpito l’amato/a.

Potremmo disquisire sull’esegesi e sui riferimenti profetici riguardo a quella “vergine, figlia del mio popolo, (colpita) da una ferita mortale”, ma fermiamoci a guardare la nostra esperienza di sposi: qual è la ferita mortale che potrebbe colpire la nostra amata/il nostro amato? Di sicuro ci sarebbero tante risposte di carattere psicoaffettivo, ma forse la ferita mortale per eccellenza è il peccato. Quanti sposi vedono vivere il proprio amato/la propria amata con questa tremenda ferita mortale e non piangono notte e giorno come fa Dio? Cari sposi, abbiamo un Dio compassionevole, le nostre vicissitudini sono a Lui care, talmente care che piange per le nostre ferite mortali, anzi, i suoi occhi grondano lacrime, che è di più del semplice piangere, è una sorta di superlativo di piangere.

E così dobbiamo imparare a fare anche noi vicendevolmente tra sposi, perché amare è volere il bene dell’altro, e qual è il bene maggiore se non la santità del Paradiso? La ferita mortale toglie il Paradiso, ecco perché dovremmo avere una fontana di lacrime per lui/lei.

La seconda parte del brano ci insegna a pregare: prima di avanzare richieste al Signore è necessario riconoscersi peccatori ed infedeli, e al contempo lodare la Sua fedeltà alla propria alleanza, lodare il Suo Santo nome, chiedere che intervenga nella nostra vita non tanto per risolverci le cose piuttosto per dare gloria al Suo nome, per non disonorare il trono della Sua gloria.

Cari sposi, dobbiamo imparare a tenere sempre alta l’idea della gloria di Dio, noi siamo ambasciatori nel mondo non di un dio minore, ma dell’unico Dio, il potente e glorioso Signore Re dell’universo, che si è incarnato in Gesù Cristo. Dobbiamo sempre tenere alta l’idea che siamo figli (per grazia e non per merito) di questo Dio glorioso e maestoso.

Quando ci troviamo di fronte ad un problema, invece di dire: “Dio, ho un grande problema”, dovremmo imparare a dire: “Problema, ho un grande Dio!”.

“Ricòrdati ! Non rompere la tua alleanza con noi.” : sembrerebbe un po’ eccessivo rivolgersi a Dio in cotal guisa, ma è un’espressione che nasce da un cuore che è in relazione col Padre. E’ un cuore che ha confidenza con Dio, tale da sembrare quasi inopportuno… che Dio abbia problemi di serotonina?

Impossibile, ma quando il cuore prega ed è in relazione col Padre le espressioni si coloriscono di connotati umani che rendono più vivida e fervida la preghiera, la rendono più accorata; è la supplica di un cuore aperto che non teme di svelare la propria intimità a Colui che l’ha creato.

Cari sposi, impariamo a pregare insieme con questo stile di viva confidenza e state tranquilli che il Signore non ha problemi di memoria !

Giorgio e Valentina.

Come un relitto!

Dal libro del profeta Michèa (Mi 7,14-15.18-20) Pasci il tuo popolo con la tua verga, il gregge della tua eredità, che sta solitario nella foresta tra fertili campagne ; pascolino in Basan e in Gàlaad come nei tempi antichi. Come quando sei uscito dalla terra d’Egitto, mostraci cose prodigiose. Quale dio è come te, che toglie l’iniquità e perdona il peccato al resto della sua eredità ? Egli non serba per sempre la sua ira, ma si compiace di manifestare il suo amore. Egli tornerà ad avere pietà di noi, calpesterà le nostre colpe. Tu getterai in fondo al mare tutti i nostri peccati. Conserverai a Giacobbe la tua fedeltà, ad Abramo il tuo amore, come hai giurato ai nostri padri fin dai tempi antichi.

Oggi la prima lettura è abbastanza breve ma molto intensa, poiché ci dona una descrizione del Signore molto ricca, pare una di quelle descrizioni preparate per presentare un ritratto di olio su tela di un famoso autore. Le descrizioni non riguardano tanto l’estetica quanto l’essenza che viene descritta per immagini. Se qualcuno non sapesse come descrivere le attitudini di Dio, qui di sicuro troverebbe del materiale per arricchire il proprio linguaggio figurativo.

Se ricordate, subito dopo il tempo pasquale, in cui si raccontava la vita delle prime comunità cristiane (oggi le chiameremmo parrocchie o diocesi), c’è stato un tempo in cui la prima lettura insisteva sulle ammonizioni dei vari profeti dell’Antico Testamento, le quali mettevano in guardia l’uomo dal non accomodarsi spiritualmente sulle recenti festività cosicché da abbassare la guardia nella lotta contro il peccato; ed erano ammonizioni con un linguaggio duro, non davano spazio a fraintendimenti né a concessioni di vario tipo sui comportamenti da tenere, ricordando continuamente i castighi pronti ad abbattersi su chi avrebbe trasgredito.

Ora il tono sembra un po’ mitigato, non tanto perché la lotta sia diventata meno aspra, al contrario semmai, ma piuttosto perché a volte l’uomo ha bisogno di vedere la meta verso cui tende il proprio sforzo; la Chiesa, da brava mamma e pedagoga, sa che non bastano gli ammonimenti per far rigare dritto i propri figli, sa che questi figli hanno continuamente bisogno di essere motivati lungo il cammino della vita.

Quando si cammina in montagna c’è bisogno di tanto sforzo, concentrazione e determinazione per arrivare alla meta del rifugio in tempo, ma lungo il cammino, anche l’alpino più preparato sa che c’è bisogno di rifocillarsi, c’è bisogno ogni tanto di fermarsi per controllare la cartina, per verificare che tutte le persone della comitiva stiano bene, ogni tanto bisogna fermarsi a godere della vista del panorama, bisogna fermarsi ed alzare lo sguardo per vedere il rifugio anche solo da lontano per riprendere coraggio nell’affrontare la fatica, ogni tanto c’è bisogno di dirsi quanto manca alla meta, e così è anche nel cammino spirituale, e la lettura di oggi è quel fermarsi a vedere da lontano il rifugio e contemplare il panorama che man mano si staglia di fronte a noi mentre si sale lungo il sentiero.

  • Se qualcuno avesse perso memoria che il Signore compie prodigi, allora come oggi : “Come quando sei uscito dalla terra d’Egitto, mostraci cose prodigiose.”. Sì cari sposi, il Signore non ha smesso di compiere prodigi, in questi giorni abbiamo avuto la grazia di essere confermati in questo, notando i passi in avanti di una coppia di sposi che ce la sta mettendo tutta per migliorare il proprio matrimonio, e abbiamo lodato il Signore per quanto ha compiuto finora moltiplicando i frutti dei loro sforzi con la Sua Grazia.
  • Se qualcuno non conoscesse la salvezza del Signore : “Quale dio è come te, che toglie l’iniquità e perdona il peccato al resto della sua eredità?”. Ovviamente il riferimento ad altri déi riflette una condizione di allora, in cui tutti i popoli attorno ad Israele erano politeisti e spesso anche il popolo eletto cascava nel peccato di idolatria. Ma ciò che conta è che Dio toglie l’iniquità col perdono. Attenzione, perché Dio non scusa il peccato, Dio perdona il peccatore pentito, che è tutta un’altra cosa. Il mondo invece dice agli sposi : fate pure tutti gli adultèri che volete, fate pure tutti gli aborti che volete… tanto Dio è buono. Il profeta Michéa ci ricorda che Dio è sì buono perché perdona il peccatore pentito ma non scusa la sua condotta malvagia.
  • Può succedere tra sposi una litigata, e quello che più ferisce di solito è che l’altro smette di guardarci negli occhi, volta la faccia dall’altra parte, per ribadire che è ancora adirato con noi e lo sarà per tanto tempo fino a quando non gli daremo finalmente ragione ammettendo di essere dalla parte del torto. Sposi carissimi, dobbiamo imparare da Dio come si fa : “Egli non serba per sempre la sua ira, ma si compiace di manifestare il suo amore. Quante volte gli sposi risolvono le dispute tra loro così ?
  • I bambini hanno sempre delle domande grandi e bellissime : “Ma che fine fanno i miei peccati dopo che il sacerdote mi ha dato l’assoluzione?“. Ecco una risposta semplice e comprensibile : “Egli tornerà ad avere pietà di noi, calpesterà le nostre colpe.“. Le calpesta così come noi calpestiamo una mosca fastidiosa (che sia un’allusione alla Genesi con Maria che schiaccia la testa al serpente diabolico?). Ma il profeta rincara la dose : “Tu getterai in fondo al mare tutti i nostri peccati.”. Come quando i malviventi gettano sul fondo del mare o di un lago le prove della loro colpevolezza sicché nessuno le trovi, similmente il Signore tratta così i nostri peccati (del peccatore pentito), li considera come un relitto sul fondo dell’oceano più profondo che esista, in modo che nessuno più li ritrovi, come se non esistessero più.
  • Ma il Signore sa che noi abbiamo bisogno di punti fissi nella vita, affinché ci servano da bussola nel vivere, ecco perché ci rincuora: “Conserverai a Giacobbe la tua fedeltà, ad Abramo il tuo amore, come hai giurato ai nostri padri fin dai tempi antichi.”. Carissimi sposi, noi siamo quel nuovo Giacobbe, quel nuovo Abramo a cui il Signore ha giurato la propria fedeltà ed il proprio amore, non ha forse detto “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, Io sono in mezzo a loro“? E gli sposi cristiani non sono forse due uniti nel nome del Signore attraverso il sacramento del matrimonio?

Coraggio allora sposi, il Signore non molla la presa. Anche se avessimo commesso gravi peccati, non temiamo, ma accostiamoci alla Confessione ed i nostri peccati diventeranno dei relitti sul fondo dell’oceano della Sua Misericordia.

Gli sposi sono preziosi agli occhi del Signore. Coraggio!

Giorgio e Valentina.

Domenica e famiglia : un connubio possibile /39

(Nelle formule seguenti, le parole del Signore si pronuncino con voce chiara e distinta, come è richiesto dalla loro natura). La vigilia della sua passione, (prende il pane e, tenendolo leggermente sollevato sull’altare, prosegue) : egli prese il pane nelle sue mani sante e venerabili, (alza gli occhi), e alzando gli occhi al cielo a te, Dio Padre suo onnipotente, rese grazie con la preghiera di benedizione, spezzò il pane, lo diede ai suoi discepoli e disse: (si inchina leggermente), Prendete, e mangiatene tutti : questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi. (Presenta al popolo l’ostia consacrata, la depone sulla patena e genuflette in adorazione. Poi prosegue): Allo stesso modo, dopo aver cenato, (prende il calice e, tenendolo leggermente sollevato sull’altare, prosegue): prese nelle sue mani sante e venerabili questo glorioso calice, ti rese grazie con la preghiera di benedizione, lo diede ai suoi discepoli e disse: (si inchina leggermente), Prendete, e bevetene tutti: questo è il calice del mio Sangue, per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me. (Presenta al popolo il calice, lo depone sul corporale e genuflette in adorazione).

Spesso ci chiediamo come facciano certe persone a “farsi bastare” quell’oretta scarsa di S. Messa domenicale in mezzo al turbinio che ci impone questa società frenetica.

Con questa frase volutamente provocatoria non vogliamo in alcun modo puntare il dito sulle scelte personali di nessuno, al contrario, vorremmo invece soffermarci per un poco sulle difficoltà che molte persone incontrano nella frequentazione della S. Messa affinché la provocazione diventi motivo di riflessione per le coppie di sposi e per i sacerdoti.

Questa epoca è caratterizzata (seguendo i dati della media nazionale) da un elevato numero di persone anziane che non ha come contraltare un altrettanto numero di nuove generazioni, per cui è abbastanza diffusa la situazione di avere i genitori anziani e malati che sono bisognosi di quelle cure, attenzioni, compagnia e serenità che solo gli affetti familiari sanno dare. Ma questa società ci impone spesso di lavorare entrambi (marito e moglie) per vari motivi, inoltre i ritmi ed i giorni lavorativi sono sempre più disumani, perché non hanno al centro l’uomo ma il profitto… per cui spesso ci si ritrova figli unici che riescono ad aiutare i propri genitori solo la Domenica, e se c’è una governante (badante), essa ha il giorno libero di Domenica, per cui giocoforza vuole che la Domenica sia dedicata alla cura dei genitori… stesso discorso dicasi per chi ha figli disabili o comunque familiari in situazioni di bisogno estremo.

Sarebbe un discorso troppo lungo e non vorremmo banalizzarlo, ma solo portare all’attenzione la diversità e molteplicità di varianti nelle situazioni familiari. Ci sono poi le famiglie che non hanno anziani o disabili da accudire, ma semplicemente sono travolte dalle 1000 cose da fare di tutti i giorni; non necessariamente sono attività di svago, semplicemente si lavora in due e bisogna metterci tutto se stessi nel mandare avanti la casa e nell’educazione dei figli (magari tre, quattro o più), per cui si arriva al sabato sera senza accorgersi che è passata un’altra settimana tra: lavatrici, panni da stirare, accompagnamento alle attività scolastiche ed extra dei figli vari (ed ogni figlio richiede la propria attenzione), incontri in parrocchia, lavoro col proprio carico di stress (vedi sopra), scadenze dei tributi, ospitate del parentado, visite mediche, dentisti e chi più ne ha più ne metta…

Tutte queste persone non hanno altri momenti per la S.Messa se non di Domenica, certamente tra queste persone ci sono anche quelle che non vogliono trovare il tempo per il Signore, né durante la quotidianità tantomeno la Domenica che considerano dedicata (finalmente) alla cura di sé stessi e dei propri interessi più o meno nobili, ma a noi interessano le persone del primo gruppo : a noi interessano quegli sposi che si spendono tutti i giorni della settimana per amare Dio nella vita concreta della propria famiglia con tutto loro stessi, quando spesso la Messa feriale è un miraggio (per molte fasi della vita), cosicché ad essi “rimane”, oltre alla preghiera quotidiana, un altro caposaldo fermo ed irremovibile, costi quel che costi: la S. Messa domenicale.

Cari sposi, amare è una scelta, oltre che un obbligo dato dal comando di Gesù, e questa scelta sponsale è sempre feconda (se è autentico amore), cioè portatrice di nuova vita; vita che si concretizza nelle sue molteplici varianti, una di queste espressioni di amore fecondo è l’aiuto reciproco tra le famiglie. Provate a drizzare le orecchie: è probabile che nella vostra comunità ci siano persone/coppie che sono in grande difficoltà a partecipare alla S. Messa domenicale ma non trovino nessuno che li sostituisca nell’accudimento di quelle persone malate/fragili, nessuno che li sollevi da qualche servizio domestico… quale miglior aiuto se non quello di una coppia di sposi che rende “il giogo un po’ più soave e il carico leggero” ? Pensateci… chi ha tempo doni tempo a chi non ne ha.

Qualcuno si starà chiedendo cosa c’entri tutto ciò con le parole della Consacrazione che stiamo analizzando ; “[…] spezzò il pane, lo diede ai suoi discepoli e disse : Prendete, e mangiatene tutti : questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi“… queste parole sono immense ed hanno come primo significato quello della Santissima Eucarestia, ma portano con sé anche un secondo significato per noi: se la vita cristiana è imitazione di Cristo, come possiamo noi imitare Cristo in questo sacrificio del Suo Corpo, in questo Suo “spezzare il pane della propria vita” per molti ? Sicuramente in primis nella vita spesa per il nostro coniuge, ma poi anche come vita spesa per chi ne ha bisogno al di fuori della coppia, come espressione della fecondità della coppia… e si coniuga in mille modi, tanti quanti lo Spirito Santo ne ispira agli sposi che desiderano “spezzare il pane della propria vita in sacrificio per molti”. Ogni coppia può essere una manifestazione particolare dello Spirito Santo. Coraggio sposi, basta rendersi docili alla Sua azione.

Ora una parola ai sacerdoti partendo da un’altra provocazione : perché tanta fretta? Alla luce di quanto analizzato qui sopra speriamo che molti sacerdoti rivedano un po’ il proprio modo di celebrare. Non saremo certo noi i primi a ricordare loro la doverosa “ars celebrandi” (cioè l’arte di celebrare) a cui il Messale e la Tradizione cattolica li richiama, sicuramente però possiamo aiutarli nel testimoniare quanto sia importante per gli sposi vivere la S. Messa domenicale, che per molti (ahinoi) è l’unica di tutta la settimana (come sopra descritto).

Quando arriva il sabato sera e finalmente ci si sdraia nel letto per l’ultima volta della settimana, spesso si viene travolti dalla stanchezza accumulata nei 6 giorni, riaffiorano alla mente le tante vicissitudini della settimana, ma poi arriva un pensiero bello, anzi, bellissimo: “domani mattina finalmente andiamo a Messa”… abbiamo bisogno di ricaricarci per affrontare le sfide della settimana entrante… sentiamo la necessità di un ristoro del corpo e dello spirito… non abbiamo avuto un minuto di silenzio durante la settimana e ne abbiamo tanto bisogno… urge un incontro con Gesù che è l’unico a dare senso alle fatiche della settimana appena passata… Gesù è la nostra stazione di ricarica… è il nostro rifornimento settimanale… poi arriva Domenica mattina e si trovano alcune Messe che danno l’impressione di un’automobile incidentata che sta insieme col nastro adesivo… è come arrivare alla tanto desiderata stazione di rifornimento accorgendosi però che essa non ha la pistola adatta per la nostra automobile… sarebbe come arrivare alla stazione di ricarica e anziché trovare la presa della corrente per la nostra auto trovassimo un’ometto pronto a pedalare per alimentare una dinamo… ci sono alcuni sacerdoti che sembra improvvisino di volta in volta un nuovo colpo di scena pur di catturare l’attenzione quasi fosse uno show col problema dello share.

Cari sacerdoti, noi sposi abbiamo una necessità vitale della S. Messa e della Santissima Eucarestia, per imparare ad amarci nel sacramento del matrimonio come Lui e dobbiamo nutrirci di Essa e necessitiamo adorare Gesù presente in Essa, perché spesso avete così tanta fretta? Lasciateci il tempo di adorare il Signore Gesù presente in quell’Ostia Consacrata, è vero che nel Messale (sopra riportato) c’è scritto che dovete presentarlo al popolo però a volte vediamo più nel dettaglio una cometa o una stella cadente piuttosto che Gesù… che poi, quando si presenta una persona ad un’altra, solitamente si lascia il tempo che almeno le due si salutino e si presentino a vicenda, non basta il nome in un nanosecondo, ci vuole di più normalmente! Se è così tra noi uomini a maggior ragione con Gesù, no?

Noi sposi non abbiamo paura di adorare il Signore, è vitale per noi! Non abbiate paura, gli sposi non si stancano di stare a Messa, è l’unica ora in tutta la settimana. Abbiate almeno la medesima cura con cui gli sposi si scambiano tenerezze intime, non in fretta e tanto per fare, non alla carlona o in modo grossolano, ma con cura nei dettagli perché c’è di mezzo l’amore !

Ci sono tanti sacerdoti che hanno una sensibilità invidiabile nell’ascoltare le persone, usano un’attenzione particolare ai dettagli che le persone raccontano loro, hanno una grande tenerezza nell’accogliere le persone… ma Gesù nell’Ostia consacrata non è forse una Persona? Tra le vostre mani succede il miracolo dei miracoli, le vostre mani consacrate diventano ogni volta la culla per Gesù come a quel primo Natale, tra le vostre mani tenete il Sacratissimo cuore di Gesù ancora pulsante, come fate a non tremare di commozione ogni volta? Perché tanta fretta?

Sposi e sacerdoti insieme per adorare il Signore Gesù che ancora una volta si offre col Suo vero Corpo e col Suo vero Sangue : due sacramenti che si aiutano a vicenda come le due ali di una colomba bianca.

Giorgio e Valentina.

Occhio agli Aramèi!

Dal libro del profeta Isaìa (Is 7,1-9) Nei giorni di Acaz, figlio di Iotam, figlio di Ozìa, re di Giuda, Resin, re di Aram, e Pekach, figlio di Romelìa, re d’Israele, salirono contro Gerusalemme per muoverle guerra, ma non riuscirono a espugnarla. Fu dunque annunciato alla casa di Davide: «Gli Aramèi si sono accampati in Èfraim». Allora il suo cuore e il cuore del suo popolo si agitarono, come si agitano gli alberi della foresta per il vento. Il Signore disse a Isaìa: «Va’ incontro ad Acaz, tu e tuo figlio Seariasùb, fino al termine del canale della piscina superiore, sulla strada del campo del lavandaio. Tu gli dirai: “Fa’ attenzione e sta’ tranquillo, non temere e il tuo cuore non si abbatta per quei due avanzi di tizzoni fumanti […] Così dice il Signore Dio: Ciò non avverrà e non sarà ! Ancora sessantacinque anni ed Efraim cesserà di essere un popolo. Ma se non crederete, non resterete saldi”».

La Prima lettura di oggi si pone nel solco delle letture incoraggianti, dopo la serie di ammonimenti da parte del Signore per mettere in guardia i propri figli dalla rilassatezza spirituale ecco questa sorta di pausa rinfrescante, come un punto di ristoro all’ombra per rifocillarci, una piccola pausa prima di riprendere il cammino con rinnovate forze.

Abbiamo tagliato una buona parte del racconto che parlava di luoghi e nomi a noi sconosciuti, ma abbiamo lasciato la sostanza. Vorremmo da una parte vedere la reazione del popolo insidiato dai nemici, e dall’altra vedremo l’incoraggiamento di Dio.

Allora il suo cuore e il cuore del suo popolo si agitarono, come si agitano gli alberi della foresta per il vento” … Quante volte succede anche noi di vivere una situazione simile ? A volte anche il nostro cuore vive con questa agitazione dentro, bisogna notare però che il nemico è solo accampato, non ha ancora fatto irruzione, non ha ancora attaccato… sembrerebbe quasi che il Signore dica di non “fasciarsi la testa prima di rompersela”.

Certamente molti sposi si staranno chiedendo come si fa a restar tranquilli quando si sa che il nemico è accampato pronto per sferrare l’attacco, sarebbe da incoscienti ed imprudenti starsene a guardare lo scorrere degli eventi a braccia conserte, ma il Signore non rimprovera il suo popolo di questa comprensibile reazione umana, ma lo vuole portare ad un gradino più su.

Cari sposi, vi ricordate quando uno dei nostri figli ancora piccoletto veniva da noi con qualche problema insormontabile per lui, dalla nostra veduta però non sembrava più così insormontabile, perché quello che per il piccolo uomo sembra una montagna invalicabile, per l’adulto è un solo un piccolo ostacolo… la prospettiva dall’alto fa cambiare atteggiamento di fronte alle situazioni.

E così fa Dio Padre quando si accampano i nostri Aramèi, dalla sua prospettiva è tutta un’altra cosa, tutto si ridimensiona, questo non toglie a noi la fatica di affrontare un problema, ma dobbiamo confidare in un Dio che non lascia che i suoi figli abbiano prove oltre la loro portata.

Cari sposi, avete letto come vengono sbeffeggiati gli Aramèi dal Signore? Vengono così apostrofati : “non temere e il tuo cuore non si abbatta per quei due avanzi di tizzoni fumanti “… li ridicolizza, quasi li schernisce, un po’ come facevamo noi col nostro bimbo per rassicurarlo e calmarlo di fronte all’ostacolo… è commovente avere un Dio che per rassicurarci e per ridimensionare le nostre paure ridicolizza i nostri avversari… per tanto che siano temibili e possenti non lo saranno mai così tanto da superare il nostro Dio, li spazzerebbe via in un attimo con uno starnuto.

Ma qual è la soluzione ?

Ma se non crederete, non resterete saldi” : questa è la condizione per affrontare le nostre paure ed i nostri Aramèi. Il Signore non banalizza la nostra legittima paura, non ci rimprovera la nostra fragilità che ci fa agitare come gli alberi della foresta per il vento, non ci dice nemmeno che gli Aramèi non esistano o che non si siano accampati pronti a sferrare il loro attacco, abbiamo un Padre che prende in seria considerazione la nostra fragile condizione umana, e ci vuole aiutare a fare un salto di qualità nella fede, non ci lascia soli, non è indifferente ai nostri problemi.

Cari sposi, riprendiamo con coraggio il cammino di questo tempo. Non temiamo i nemici che vogliono distruggere la famiglia inventata da Dio e nemmeno quelli che banalizzano il sacramento del matrimonio : sono solo degli avanzi di tizzoni fumanti.

Non lasciamoci impressionare se sentiamo odore di bruciato , in fondo sono solo degli avanzi di tizzoni fumanti!

Giorgio e Valentina.

Chi semina vento…

Dal libro del profeta Osèa (Os 8,4-7.11-13) Così dice il Signore : «Hanno creato dei re che io non ho designati ; hanno scelto capi a mia insaputa. Con il loro argento e il loro oro si sono fatti idoli, ma per loro rovina. Ripudio il tuo vitello, o Samarìa! La mia ira divampa contro di loro; fino a quando non si potranno purificare ? Viene da Israele il vitello di Samarìa, è opera di artigiano, non è un dio : sarà ridotto in frantumi. E poiché hanno seminato vento, raccoglieranno tempesta. Il loro grano sarà senza spiga, se germoglia non darà farina e, se ne produce, la divoreranno gli stranieri. Èfraim ha moltiplicato gli altari, ma gli altari sono diventati per lui un’occasione di peccato. Ho scritto numerose leggi per lui, ma esse sono considerate come qualcosa di estraneo. Offrono sacrifici e ne mangiano le carni, ma il Signore non li gradisce ; ora ricorda la loro iniquità, chiede conto dei loro peccati : dovranno tornare in Egitto».

Questa è la prima lettura della Liturgia di oggi, ed è perfettamente in linea con lo stile delle letture di questo periodo, nel quale la Chiesa ci ammonisce da varie parti, sotto diversi aspetti, non ci vuole rammolliti dopo le recenti festività/solennità, ma ci rimette subito in riga ricordandoci la nostra condizione di poveri peccatori.

E’ un atteggiamento educativo che caratterizza lo stile della Liturgia, specialmente quella non riformata, questo caldo estivo e le belle giornate assolate potrebbero portarci sulla strada della rilassatezza spirituale, nel senso che sentiamo il bisogno di affrancarci dai rigori invernali, sia quelli climatici che quelli dei nostri doveri scolastici e/o lavorativi, per cui non dovrebbe stupire se un genitore mettesse in guardia i propri figli dal non prendere con troppa leggerezza una data situazione, praticamente la Chiesa ci sta invitando a non abbassare la guardia, a non considerarci arrivati.

Ed il profeta Osea è un altro di quei profeti che sa come rimettere in riga il popolo a lui affidato, sono parole dure, inequivocabili, soprattutto per noi che le leggiamo fuori da quel contesto storico e sociale suonano troppo severe, ma dobbiamo ricordare che il Signore ha rinnovato numerose volte la Sua Alleanza con Israele, ha compiuto numerosi prodigi per salvarlo dalle più disparate situazioni, ha mandato anche diversi aiuti umani come Sansone che lo liberò dai Filistei, ma questo popolo “è un popolo dalla dura cervice” , così lo apostrofava Mosè già parecchio tempo prima di Osea.

Come si può facilmente intuire questo popolo si dimostra ingrato e proprio uno “zuccone”, così infatti denominiamo i nostri figli quando “fanno finta” di aver capito e puntualmente agiscono al contrario di come dicono di aver capito… chissà quante volte ci sarà capitato di dire ai nostri figli : “Sei proprio uno zuccone! Allora non vuoi proprio capire.

Osea usa queste parole severe ispirato dallo Spirito di Dio, perché si trova davanti all’ennesimo tradimento da parte del popolo rispetto all’ennesima alleanza del Signore. Se ci pensiamo bene il Signore non chiede chissaché, in fondo sta chiedendo principalmente che non si facciano idoli e che rispettino le sue leggi, il peccato che procura i danni maggiori al popolo di Israele è proprio l’idolatrìa… che tradotto per noi sono i peccati contro il primo (e più grande) Comandamento… è il primo anche nell’importanza, infatti se disubbidiamo al primo Comandamento “Non avrai altro dio all’infuori di me” succede che a cascata disubbidiamo a tutti gli altri perché se Lui non è il nostro dio perde senso rispettare le Sue leggi.

Vi siete mai chiesti da dove arrivi il detto popolare “chi semina vento raccoglierà tempesta“? Ora avete la risposta, ma non ci deve bastare per vivere meglio come sposi. Dobbiamo domandarci come sposi quali sono gli idoli che continuamente ci costruiamo da soli, nonostante le ripetute avance da parte di Dio e del Suo Figliolo Gesù.

Incontriamo molte coppie che hanno idoli quali: il successo nel lavoro, la carriera, la salute fisica, la giovinezza e la prestanza del corpo, il benessere economico, il tempo libero, le amicizie extra coniugali, il sesso libero da regole, il giudizio positivo degli altri, la maternità e/o la paternità a comando… ma tutti questi idoli hanno i loro altari sui quali si sacrificano: tempo per la preghiera, tempo per la coppia, educazione dei figli, spazio, risorse, energie, mente, pensieri, affetti, desideri, concentrazione, intelligenza e vita spirituale.

E noi sposi come rimaniamo? SVUOTATI dal di dentro. Cos’è che ci svuota? Abbiamo seminato vento e quindi raccogliamo tempesta… ed è proprio questa tempesta a distruggere tutto senza pietà, così come capita in qualche sfortunato giorno estivo di cui abbiamo memoria anche recente, quando essa arriva devasta tutto il raccolto e si rimane senza niente per non parlare dei danni alle case o altro… tutto questo succede nel nostro cuore, nella nostra anima, nella nostra vita.

Questi idoli devastano il raccolto dell’amore matrimoniale: devastano la tenerezza, la dolcezza, i sentimenti, gli affetti, l’unione sempre più intima degli sposi… devastano anche lo sguardo, le parole belle, il tempo che dedichiamo alla coppia. Con questi idoli il nostro matrimonio “produce grano senza spiga, e se germoglia non darà farina“, cioè non darà da mangiare, non darà sostentamento all’amore, non sarà amore fecondo, non sarà vita sia l’uno per l’altra sia all’infuori della coppia.

Coraggio sposi, dobbiamo riprendere in mano il nostro amore matrimoniale ad immagine dell’amore oblativo di Gesù, distruggiamo i nostri idoli con i loro altari e riprendiamo con fiducia a seguire le leggi di Colui che ci promette non solo mari e monti, ma la felicità già su questa terra ed il Paradiso senza fine.

Giorgio e Valentina.

Domenica e famiglia : un connubio possibile / 38

(Nelle formule seguenti, le parole del Signore si pronuncino con voce chiara e distinta, come è richiesto dalla loro natura). La vigilia della sua passione, (prende il pane e, tenendolo leggermente sollevato sull’altare, prosegue) : egli prese il pane nelle sue mani sante e venerabili, (alza gli occhi), e alzando gli occhi al cielo a te, Dio Padre suo onnipotente, rese grazie con la preghiera di benedizione, spezzò il pane, lo diede ai suoi discepoli e disse: (si inchina leggermente), Prendete, e mangiatene tutti : questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi. (Presenta al popolo l’ostia consacrata, la depone sulla patena e genuflette in adorazione. Poi prosegue ): Allo stesso modo, dopo aver cenato, (prende il calice e, tenendolo leggermente sollevato sull’altare, prosegue): prese nelle sue mani sante e venerabili questo glorioso calice, ti rese grazie con la preghiera di benedizione, lo diede ai suoi discepoli e disse: (si inchina leggermente), Prendete, e bevetene tutti: questo è il calice del mio Sangue, per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me. (Presenta al popolo il calice, lo depone sul corporale e genuflette in adorazione).

Continuiamo ad approfondire il momento della consacrazione e proseguiamo il percorso iniziato con l’articolo precedente nel quale abbiamo un poco analizzato le indicazioni inserite tra parentesi; ora spostiamo la nostra attenzione sulle parole che il sacerdote pronuncia.

Queste parole le ha pronunciate Gesù stesso durante la famosa Ultima Cena, ed hanno fin da subito assunto la natura di testamento spirituale, poiché questa cena l’ha fortemente voluta Lui stesso poco prima della sua morte (cfr Lc 22, 15 : <<Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione.. >>), come a dare il LA a tutta la Passione… un po’ come quando il direttore, all’inizio delle prove spiega ai suoi orchestrali come interpretare il brano cosicché si cominci il lavoro col piede giusto… come quando il comandante della nave decide quale rotta seguire e lo comunica a tutti quelli a bordo.

Fin dai suoi inizi, la Chiesa ha considerato l’Ultima Cena come un evento prototipo, dal quale e nel quale avrebbe capito il proprio futuro; soprattutto lo si nota nel Vangelo di Giovanni, il quale rilegge tutta la vita di Gesù come fosse una storia teatrale nella quale le scene si susseguono l’una dopo l’altra legate da un filo conduttore e da una trama ben definita, probabilmente grazie al fatto che era il “discepolo che Gesù amava” ma forse complice anche la tarda età che gli dà il tempo di ritornare con la memoria sugli eventi e darne una lettura sapienziale e saggia.

E qual è la “rotta” che il comandante Gesù dà alla Sua Passione?

E’ la rotta del sacrificio, sulla scia dei sacrifici rituali già esistenti nell’ebraismo Lui si pone però ad un altro livello, dà una nuova connotazione che lo contraddistingue dai sacerdoti del suo popolo, poiché essi ricevevano un animale da sacrificare da parte dell’offerente, officiavano in sua vece e per conto suo, ma una volta finiti i rituali erano pronti per compierne un altro senza che quello appena compiuto li coinvolgesse più di tanto nella vita; anche Gesù si pone come offerente al Padre, ma la vittima da sacrificare non la compra fuori dal tempio portandola ad una altro sacerdote, poiché la vittima è Egli stesso, inoltre non c’è nessun sacerdote a cui dare il compito di officiare perché il sommo sacerdote è ancora Lui stesso: ecco perché lo abbiamo definito “comandante”, proprio per il fatto che è Gesù ad officiare al proprio sacrificio, è Lui che decide tutto in modo liberale e spontaneo, infatti molte altre volte avevano tentato di catturarlo ma non ce l’avevano fatta, solo questa volta Gesù si lascia catturare per essere sacrificato sull’altare della croce.

La chiesa mette sulla bocca del sacerdote un misto di Parola di Dio, parole di fede e devozione, e parole che pronunciò Gesù in persona; in queste parole solenni si mescolano devozione, fede, commozione, stupore, affetto, meraviglia, adorazione e lode. Sono un concentrato di fede e dottrina sul sacrificio di Gesù, sulla Sua missione salvifica.

Di questa preghiera di consacrazione ci colpisce sempre la parte che parla delle mani di Gesù definendole giustamente sante e venerabili… sembra proprio di vederle… è come se il sacerdote in quel momento prestasse le proprie mani a Gesù, ma anche di più… come se le mani del sacerdote fossero in qualche modo sostituite dalle mani di Gesù… quasi che le mani di Gesù ricoprano le mani del sacerdote come un guanto perfettamente aderente : che meraviglia!

E’ un potere grandissimo, unico ed esclusivo che è stato riservato ai soli sacerdoti, non solo a quelli santi ma anche a quelli che purtroppo si rivelano indegni di tale potestà; il Signore ha talmente fiducia nell’uomo che ha riservato questo potere a questi suoi figli specialissimi nonostante gli angeli, ma anche la Madre del Signore, ne fossero più degni. Gli angeli sono superiori per natura agli uomini nell’ordine della creazione, ciononostante loro non hanno questo potere di consacrare il pane ed il vino in Corpo e Sangue del Signore.

Se i nostri amati sacerdoti pensassero sempre a questa grande realtà ad ogni Messa che celebrano, probabilmente non riuscirebbero a finire le frasi dalla commozione. Carissimi sacerdoti, avete ricevuto da Dio un potere che neanche gli angeli e la Madonna hanno ricevuto, quale grande fiducia ripone in voi il Padre celeste!

A noi sposi è dato il compito di aiutare i nostri sacerdoti in questo momento di Grazia attraverso la nostra compostezza nello stare in ginocchio, il nostro rigoroso silenzio orante, la nostra fervorosa preghiera, la nostra devozione… anche i sacerdoti hanno bisogno di sostegno e lo trovano in un’assemblea ordinata, silenziosa, attenta, puntuale, devota… come fare con i bambini? Cercate di dare l’esempio, E’ importante che guardino i genitori ed imparino che questo è il momento dei momenti, quello in cui il Cielo scende in Terra, quello in cui Satana viene sconfitto ancora una volta, quello in cui i diavoli se la danno a gambe levate, il momento in cui la Storia giunge al suo compimento perché Dio è qui con noi.

Alle nostre figlie, quand’erano piccine abbiamo sempre spiegato (fuori dalla Messa) con parole semplici e comprensibili per loro, ad esempio : <<In quel momento il pane ed il vino diventano Gesù, questo è il motivo per cui mamma e papà stanno in ginocchio: Dio si fa presente, quel Dio che ti ha pensata ed amata da sempre e che ti ha mandata nella pancia della mamma per farci un regalo meraviglioso. Siccome Gesù è proprio lì davanti a noi, bisogna stare in ginocchio per adorarLo, perché è Dio>>

Coraggio sposi, stare in ginocchio vale più di tante prediche !

Giorgio e Valentina.

Eravamo come dei tizzoni!

Dal libro del profeta Amos (Am 3,1-8; 4,11-12) Ascoltate questa parola, che il Signore ha detto riguardo a voi, figli d’Israele, e riguardo a tutta la stirpe che ho fatto salire dall’Egitto: «Soltanto voi ho conosciuto tra tutte le stirpi della terra; perciò io vi farò scontare tutte le vostre colpe. Camminano forse due uomini insieme, senza essersi messi d’accordo? […] In verità, il Signore non fa cosa alcuna senza aver rivelato il suo piano ai suoi servitori, i profeti. Ruggisce il leone: chi non tremerà? Il Signore Dio ha parlato: chi non profeterà ? Vi ho travolti come Dio aveva travolto Sòdoma e Gomorra, eravate come un tizzone strappato da un incendio; ma non siete ritornati a me». Oracolo del Signore. Perciò ti tratterò così, Israele! Poiché questo devo fare di te: prepàrati all’incontro con il tuo Dio, o Israele !

Il profeta Amos è un uomo scelto da Dio per destare dal torpore del peccato il popolo di Israele; il Signore aveva fatto di tutto per attirare a sé il suo popolo, ma questo Gli ha voltato la faccia, sicché Dio gioca la carta del profeta Amos. Assomiglia un po’ a quando da giovani si tentava di tutto per far la corte alla ragazza che ci interessava, ma ella spesso non ci filava per niente, anzi pareva proprio rifiutare le nostre avance e preferire quelle di un altro. C’era anche chi giocava come ultima carta l’avanscoperta dell’amico, il quale era incaricato di avvicinare la ragazza per tastare il terreno per conto del mandatario e quasi sempre aveva anche il compito di tessere le lodi dello spasimante per tentare di indirizzare le attenzioni di lei verso il corteggiatore: questo amico assomiglia un po’ al profeta Amos.

Continua un po’ la serie di letture dall’Antico Testamento in cui Dio continuamente ci invita alla conversione, sono appelli carichi di affetto misericordioso. E’ interessante notare come Dio faccia sempre appello alla memoria della storia della salvezza, Egli sa che noi uomini dimentichiamo troppo in fretta le Sue grazie, non lo fa per rinfacciarci le Sue imprese miracolose o le Sue gesta magnanime; Dio non ha di queste carenze psicologiche tantomeno sono dei ricatti affettivi come quelli che mettiamo in atto noi. No, niente di tutto ciò.

Abbiamo già approfondito un poco la settimana scorsa il tema dei castighi, i quali sono la diretta conseguenza delle nostre azioni scellerate, ed hanno lo scopo di purificarci per farci cambiare vita, per farci ritornare alla vita di Grazia. Anche in questo brano gli appelli del Signore (per mezzo del profeta Amos) sono pressanti, in realtà abbiamo riportato solo una piccola parte del brano, il quale a sua volta è una piccola parte dei primi 3 capitoli del libro di Amos in cui sono presenti continui ed instancabili appelli alla conversione del popolo di Israele.

Vorremmo mettere in luce non tanto i castighi che il popolo attira su di sé (per conoscerli leggete il libro di Amos) quanto l’instancabile ed ostinato appello del Signore a convertirsi, a tornare a Lui con tutto il cuore. Ma soprattutto il Signore usa la strategia del ricordo delle grazie ricevute come una fessura da cui far entrare piano piano la Sua luce.

E’ particolarmente commosso il cuore di Dio quando arriva addirittura a paragonare la vita dei suoi fedeli ad un tizzone scampato al fuoco: <<eravate come un tizzone strappato da un incendio >>. Anche io e Valentina, come tante altre coppie di (allora) fidanzati, siamo stati strappati dall’incendio della mentalità del mondo come un tizzone ancora ardente, ed il Signore ha usato la persona di padre Bardelli.

Spesso nel nostro ministero di formazione di sposi e fidanzati ci accorgiamo di quanto siamo stati graziati da quell’incendio mondano, testimoniamo di come il Signore ci ha strappati da quelle fiamme infernali, ma soprattutto è salutare per noi ricordarci di come fossimo dei tizzoni già accesi, ma che sono stati salvati dall’incendio che avrebbe rovinato il nostro amore di fidanzamento ed inquinato poi il nostro matrimonio.

Quanti fidanzati sono ancora purtroppo dei tizzoni ardenti?

Tantissimi, ma da soli non ce la faranno mai, hanno bisogno di tanti sposi che, da una parte, fanno l’eco ad Amos nella denuncia del peccato e nell’appello alla conversione, e dall’altra, lo fanno con tanto tenerezza e dolcezza da riuscire ad aprire una fessura nel cuore di tanti, una fessura da cui entri la luce di Cristo.

Cari sposi, la nostra storia non sfugge agli occhi di Dio, Egli ci conosce, e sa bene che tipo di tizzoni fossimo, perciò prendete coraggio e fatevi annunciatori di una Verità più grande di noi, testimoniate di come il Signore ci ha redenti, ve lo vogliamo dire parafrasando il Salmo 103 :cari sposi, benedite il Signore con tutta l’anima, non dimenticate tutti i suoi benefici. Coraggio sposi, vi invitiamo questa settimana a riguardare il vostro album di nozze per ricordare di quante grazie il Signore vi ha accordato.

Giorgio e Valentina.

Protezione e salvezza.

La prima lettura di oggi è piuttosto lunga, quindi ne faremo un riassunto : Sennàcherib, re d’Assiria, manda un messaggio intimidatorio a Ezechìa, re di Giuda, assicurandolo che non gli servirà a nulla confidare nel suo Dio perché tanto l’Assiria prenderà Gerusalemme con la forza così come ha fatto con gli altri territori. Ezechìa allora si reca nel tempio del Signore e pronuncia una meravigliosa preghiera accorata e piena di fede, la quale verrà esaudita. Infatti Isaìa, figlio di Amoz, manda a dire ad Ezechìa una grande e bella profezia che rivela l’intento del Signore, riportiamo solo la parte finale di questa promessa del Signore :

[il re d’Assiria] Ritornerà per la strada per cui è venuto ; non entrerà in questa città. Oracolo del Signore. Proteggerò questa città [Gerusalemme] per salvarla, per amore di me e di Davide mio servo”». Ora in quella notte l’angelo del Signore uscì e colpì nell’accampamento degli Assiri centottantacinquemila uomini. Sennàcherib, re d’Assiria, levò le tende, partì e fece ritorno a Nìnive, dove rimase.

In questa meravigliosa pagina dell’Antico Testamento si tocca con mano la misericordia del Signore, che si “lascia commuovere” dalla preghiera di Ezechìa e “corre” in aiuto del suo popolo. Nella nostra riflessione non ci concentreremo tanto sui nomi e sugli episodi, quanto sulle dinamiche, saranno queste che ci aiuteranno a fare un passo in avanti con la nostra fede.

E’ interessante questo episodio per la nostra vita matrimoniale, abbiamo provato a rileggerlo sostituendo al nome di Ezechìa i nostri nomi di sposi, e al posto del nome del re assiro potrebbero esserci diverse persone/eventi, perché i nemici della nostra Gerusalemme matrimoniale potrebbero essere molteplici e diversi lungo l’arco della nostra vita a due.

Diverse volte su questo blog abbiamo nominato diversi nemici della nostra relazione, del nostro matrimonio, del nostro sacramento, ed anche questa pagina della Parola non nega che nella vita ci siano dei nemici (rappresentati dal re assiro).. probabilmente i nostri nemici non impugnano armi come spade, ma posseggono armi come la lingua, la maldicenza, l’invidia, la calunnia, la lussuria, l’ira, l’imprudenza, ecc… queste armi a volte feriscono di più della spada. Sono armi che feriscono nell’intimo della relazione, nel cuore, negli affetti, nella castità, nella fede, ma possiamo imitare il re Ezechìa.

Qual è la mossa vincente degli sposi ?

La risposta non è nella psicologia, non è nella nostra buona volontà, non è nelle risorse umane, non è nelle nostre amicizie e nemmeno nelle parentele, tutte queste sono risorse ed aiuti molto importanti che non vanno mai trascurati ma non sono tutto e non sono la parte più consistente; impariamo dal salmo che “se il Signore non costruisce la casa invano vi faticano i costruttori“… senza il Signore e la Sua Grazia noi possiamo fare e disfare il mondo intero ma non ci salveremo mai da soli.

Come Ezechìa dobbiamo andare nel tempio di Gerusalemme, cioè il luogo dove c’è la presenza di Dio. Noi siamo più fortunati di Ezechìa perché abbiamo un luogo privilegiato dove Dio è veramente, realmente e sostanzialmente presente con il Suo Corpo e Sangue, la Sua anima e la Sua divinità; nel tempio di Gerusalemme il Signore era presente solo spiritualmente attraverso le famose Tavole della Legge custodite all’interno dell’Arca dell’Alleanza, mentre nei nostri tabernacoli è presente Colui che ha scritto quelle Tavole, Colui che ha parlato a Mosè!

Il momento migliore per gustare la presenza del Signore è certamente nella S. Messa, ma poi gli sposi hanno un altro asso nella manica, poiché essi stessi sono il segno sensibile ed efficace della Grazia di Cristo l’uno per l’altra. Nel Vangelo Gesù ha detto che dove 2 o 3 sono riuniti nel Suo Nome, Lui è in mezzo a loro… e noi sposi non siamo forse 2? E non siamo riuniti nel sacro vincolo matrimoniale nel Suo Nome?

Anche il nostro matrimonio è un tempio dove abita la reale presenza di Dio, similmente a ciò che accade nell’Eucarestia, abbiamo molto di più del re Ezechìa… non so se sia una coincidenza ma anche noi siamo re della Gerusalemme del nostro matrimonio, come Ezechìa prega per salvare la città santa, così noi sposi possiamo pregare per salvare la nostra Gerusalemme : il nostro matrimonio.

La Scrittura annota alla fine che fu l’angelo del Signore a mettere a posto le cose, Ezechìa ed il suo esercito non impugnò nessuna arma se non quella preghiera accorata del re che chiedeva al Signore di manifestare la Sua gloria, similmente dobbiamo fare noi sposi quando siamo sotto attacco nemico: rifugiarci nel Signore, nella preghiera fiduciosa, nella Sua dolce presenza, e poi lasciare che Lui faccia la Sua mossa per disarmare il nemico. Il primo nemico da annientare è il peccato.

Coraggio sposi, comportiamoci da re e regine.

Giorgio e Valentina.

Domenica e famiglia : un connubio possibile / 37

(Nelle formule seguenti, le parole del Signore si pronuncino con voce chiara e distinta, come è richiesto dalla loro natura). La vigilia della sua passione, (prende il pane e, tenendolo leggermente sollevato sull’altare, prosegue) : egli prese il pane nelle sue mani sante e venerabili, (alza gli occhi), e alzando gli occhi al cielo a te, Dio Padre suo onnipotente, rese grazie con la preghiera di benedizione, spezzò il pane, lo diede ai suoi discepoli e disse: (si inchina leggermente), Prendete, e mangiatene tutti : questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi. (Presenta al popolo l’ostia consacrata, la depone sulla patena e genuflette in adorazione. Poi prosegue ): Allo stesso modo, dopo aver cenato, (prende il calice e, tenendolo leggermente sollevato sull’altare, prosegue): prese nelle sue mani sante e venerabili questo glorioso calice, ti rese grazie con la preghiera di benedizione, lo diede ai suoi discepoli e disse: (si inchina leggermente), Prendete, e bevetene tutti: questo è il calice del mio Sangue, per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me. (Presenta al popolo il calice, lo depone sul corporale e genuflette in adorazione).

Qui siamo al nucleo di ogni S. Messa, al vertice verso cui tende tutta la vita cristiana e il punto da cui riparte, è come se fosse l’asso nella manica di Dio. Nella Sua strategia di salvezza non Gli sono mancate fantasia e originalità, tanto da stupire i Suoi più vicini e confondere i Suoi avversari. Il Signore aveva già rassicurato i Suoi con la promessa dello Spirito Santo: <<Non vi lascerò soli…>>; ma questa del Sacramento dei Sacramenti è stata un’idea talmente geniale che solo Dio avrebbe potuto concepirla.

Sono stati scritti innumerevoli testi sulla Divina Eucarestia, il patrimonio dottrinale e magisteriale della Chiesa non ha e non teme rivali, ci sono pagine di una chiarezza disarmante… se le prediche dei nostri sacerdoti avessero come tema unico la Santissima Eucarestia non basterebbe una vita per esaurirne il contenuto, ed infatti non saremo certo noi ad apportare nuovi contributi al Magistero, vogliamo solo mettere in luce qualche piccolo frammento di un enorme puzzle, come se guardando al microscopio una goccia possiamo intravedere l’immensità e la magnificenza dell’oceano.

Vorremmo in questo primo articolo far notare quelle note inserite tra le parentesi (in realtà le parentesi le abbiamo aggiunte noi per motivi grafici ma nell’originale sono scritte in rosso e a caratteri più piccoli), esse sono così esplicite e semplici da seguire che non riusciamo a capire il motivo per cui molti sacerdoti si prendano delle licenze (per usare un eufemismo): forse alcuni le ritengono troppo banali e semplici… altri forse le ritengono non così vincolanti… probabilmente ci sarà anche chi le ritiene di poco conto avanzando la scusa (alquanto bambinesca) che Dio guarda i cuori… ci sono molti che pensano di essere più moderni e snobbano la bimillenaria saggezza della Chiesa… qualcun altro forse crede che queste regole incatenino la propria fede, come una zavorra che non la fa volare verso il cielo.

Cari sposi e carissimi sacerdoti, nel nostro cammino di fede abbiamo sperimentato (e continuiamo a farlo) ciò che i grandi santi (nostri modelli, esempi e maestri) ci hanno sempre insegnato, e cioè che la fede ricevuta nel Battesimo è come un seme, ma tocca a noi alimentarla e con la Grazia crescerà giorno dopo giorno. Come ?

Esattamente come il coltivatore cresce una piantina: con la stessa cura, paziente e perseverante di tutti i giorni. Ma anche come fa una mamma (e un papà) col proprio figlio : gli stessi gesti, le stesse parole, gli stessi orari, la stessa cura tutti i santi giorni, o meglio, ogni santo giorno. Non è forse vero che siamo cresciuti grazie alla perseveranza e alla cura paziente dei nostri genitori (nonostante i loro difetti)?

Il segreto quindi è ripetere ogni santo giorno le stesse parole, gli stessi gesti, perché <<chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvo (Mt 10,22)>>.

  • Se un gesto liturgico è semplice significa che dice già tutto e non ha bisogno di spiegazioni ed inoltre la sua semplicità ci aiuta a ricordarlo senza studi particolari, quindi la semplicità non è banalità nonostante la rima… soprattutto nella Liturgia. Un bacio sulle guance paffute di un bimbo non è forse un gesto semplice? Eppure lo usiamo proprio perché col gesto diciamo tutto il nostro affetto/amore a quella creatura senza bisogno di spiegazioni.
  • Un gesto liturgico è vincolante perché vincola la fede personale alla fede della Chiesa Cattolica: quando si ormeggia un’imbarcazione al porto bisogna assicurarla col vincolo della cima altrimenti si disperde in mare, similmente con i gesti liturgici vincoliamo la nostra fede personale alla fede della Chiesa che ci è stata data col Battesimo così che non si disperda.
  • A volte riceviamo dai nostri cari gesti di amore che ci riempiono il cuore, ma agli occhi di una persona esterna alla relazione pare che sia un gesto di poco conto, quando invece per noi è stato un gesto importante perché simbolico e carico di amore/affetto/sentimento, in quel gesto noi abbiamo guardato il cuore. Similmente, Dio guarda il cuore con cui si compie un gesto liturgico, ma ciò non significa che non lo dobbiamo fare perché a nostra discrezione sembra essere di poco conto. Quando l’artigiano crea un oggetto nella sua bottega, sa che ogni piccolo gesto ha la propria importanza perché tramandato da secoli di esperienza, anche se agli occhi degli altri molti suoi gesti sembrano di poco conto e non sono moderni, ma grazie a quei gesti antichi e sempre attuali crea un oggetto d’arte che contiene secoli di saggezza. Similmente il sacerdote deve essere come quell’artigiano… stiamo attenti perché Dio guarda anche il cuore con cui io decido di non compiere quel gesto per mancanza di umiltà e per gretto orgoglio: se Dio guarda il cuore, lo guarda sempre, non solo quando decido io !
  • Quando un papà insegna al bambino ad andare in bicicletta, dà delle regole e delle indicazioni affinché il bambino impari ad andare da solo. Queste regole e gesti non sono delle catene per tenere ancora il bambino vicino a sé, ma sono ciò che lo rendono autonomo, regole e gesti necessari affinché il bambino riesca ad andare lontano da solo con la bicicletta. Se vogliamo spiccare il volo con la mongolfiera dobbiamo certamente scaricare la zavorra ma poi dobbiamo osservare le regole che ci impone la fisica per poter volare lontano, queste regole non sono per zavorrare ma per liberare. Similmente dobbiamo liberarci della zavorra dei peccati ma per volare alto nella fede serve rispettare regole e gesti di bimillenaria sapienza e saggezza.

Cari sposi, insegnate ai vostri figli la ricchezza dentro i gesti più semplici della stare a Messa, in questo momento della liturgia dobbiamo stare in ginocchio anche se non c’è l’inginocchiatoio, sta accadendo il Miracolo della consacrazione sull’altare, sono in ginocchio anche gli angeli, chi siamo noi per non fare lo stesso? Coraggio, ogni gesto di fede aiuta la fede stessa, la alimenta e la sostiene: sia chi il gesto lo compie sia chi lo guarda.

Giorgio e Valentina.

Dentro nel vortice?

Dal primo libro dei Re (1Re 21,17-29) : [Dopo che Nabot fu lapidato,] la parola del Signore fu rivolta a Elìa il Tisbìta: «Su, scendi incontro ad Acab, re d’Israele, che abita a Samarìa; ecco, è nella vigna di Nabot, ove è sceso a prenderne possesso. Poi parlerai a lui dicendo: “Così dice il Signore: Hai assassinato e ora usurpi!”. Gli dirai anche: “Così dice il Signore: Nel luogo ove lambirono il sangue di Nabot, i cani lambiranno anche il tuo sangue”». Acab disse a Elìa: «Mi hai dunque trovato, o mio nemico?». Quello soggiunse: «Ti ho trovato, perché ti sei venduto per fare ciò che è male agli occhi del Signore. Ecco, io farò venire su di te una sciagura e ti spazzerò via. Sterminerò ad Acab ogni maschio, schiavo o libero in Israele. Renderò la tua casa come la casa di Geroboàmo, figlio di Nebat, e come la casa di Baasà, figlio di Achìa, perché tu mi hai irritato e hai fatto peccare Israele. Anche riguardo a Gezabèle parla il Signore, dicendo: “I cani divoreranno Gezabèle nel campo di Izreèl”. Quanti della famiglia di Acab moriranno in città, li divoreranno i cani; quanti moriranno in campagna, li divoreranno gli uccelli del cielo». In realtà nessuno si è mai venduto per fare il male agli occhi del Signore come Acab, perché sua moglie Gezabèle l’aveva istigato. Commise molti abomini, seguendo gli idoli, come avevano fatto gli Amorrèi, che il Signore aveva scacciato davanti agli Israeliti. Quando sentì tali parole, Acab si stracciò le vesti, indossò un sacco sul suo corpo e digiunò; si coricava con il sacco e camminava a testa bassa. La parola del Signore fu rivolta a Elìa, il Tisbìta: «Hai visto come Acab si è umiliato davanti a me? Poiché si è umiliato davanti a me, non farò venire la sciagura durante la sua vita; farò venire la sciagura sulla sua casa durante la vita di suo figlio».

Ci rendiamo conto che questa lettura è un pochetto lunga, anche se in realtà è una parte di un racconto molto più ampio della vita del re Acab, dal quale possiamo trarre tanti insegnamenti per la nostra vita. Nel capitolo precedente viene narrata la vicenda per cui Gezabéle riesce ad ottenere in favore di suo marito Acab, il campo di Nabot; però lo fa con la corruzione e l’omicidio premeditato e con il beneplacito del marito. Perciò il Signore manda Elia a comunicare il castigo che Acab aveva attirato su di sé con la propria condotta malvagia.

Sicuramente molti lettori faranno fatica ad accettare il Signore che manda castighi, ma a ben vedere questa lettura non mette in discussione in alcun modo la bontà del Signore, quanto evidenziare invece la profondità in cui può spingersi la malvagità dell’uomo che agisce contro le leggi di Dio. Purtroppo le nuove generazioni non usano quasi più il linguaggio del castigo nell’educazione e quindi fanno fatica ad entrare in questa dinamica della vita spirituale, mentre invece basti pensare agli attuali scrutini per rendersi conto che ha a che fare con la vita quotidiana: lo studente meritorio viene premiato con la promozione e quello svogliato/lazzarone viene castigato/punito con la bocciatura.

Quando un genitore dà un castigo ad un figlio, lo fa affinché quest’ultimo si renda conto della gravità della sue azioni ed impari ad agire meglio… ma nel castigo umano c’è dentro anche il nostro orgoglio ferito di genitori, le nostre rabbie, le nostre imperfezioni, le nostre ferite psicologico/affettive irrisolte, ma in Dio non c’è nulla di tutto ciò perché Dio è perfettissimo e non ha di queste turbe psicologiche né orgoglio ferito, perciò il suo castigo è puro perché ha come fine la nostra conversione; Dio non ha bisogno di sentirsi realizzato come padre, Lui non ha bisogno di conferme psicoaffettive, Dio rimane tale nonostante le nostre scelte, Egli è casto e ci vuole rendere casti come Lui attraverso il castigo che significa appunto “rendere casto”. Perchè nella castità c’è gioia e amore. Lo fa per un bene più grande.

Il castigo di Dio quindi non è una specie di vendetta nei nostri confronti, ma ha il solo scopo di renderci casti, è una purificazione, è un’anticipo del purgatorio già su questa terra; il castigo è quindi un puro atto di amore di Dio a cui non sfugge neanche il nostro pensiero, perciò si comprende quanto sia stupido pensare che Dio lasci accadere questo o quel castigo senza fare niente, quasi come uno spettatore inerme a braccia conserte burlandosi delle nostre disavventure… è un pensiero di chi non ha fede, non è la prospettiva di chi ha Dio come Padre e quindi vive la propria figliolanza divina.

Ma il Signore è talmente buono e misericordioso che “ritratta” il castigo destinato ad Acab a causa del suo pentimento, ma siccome Dio è anche giusto è necessario che qualcuno sconti questi peccati e questo avverrà con il figlio di Acab. Non perchè si debba per forza punire qualcuno ma perchè il male porta in sè delle conseguenze e dei frutti avvelenati. Ancora una volta non è in discussione la bontà di Dio che amministra la giustizia e la misericordia con la massima perfezione ed in maniera castissima, il problema è la condotta dell’uomo, che può portarlo talmente lontano da Dio da non sentire più nemmeno il richiamo della coscienza, allora Dio si “vede costretto” ad usare l’arma del castigo perché esso ci tocca nella carne e quindi lo avvertiamo con maggiore intensità ed immediatezza rispetto al richiamo della coscienza o altre manifestazioni interiori della misericordia di Dio.

Forse molti lettori si staranno chiedendo perché Acab sembra essere più castigato rispetto alla moglie Gezabéle, in fondo era stata di quest’ultima l’idea malvagia, è lei la mente criminale, quindi secondo i nostri canoni dovrebbe essere lei a subire la sorte peggiore, ed invece accade il contrario, perché?

Il motivo risiede nel fatto che lui poteva fermarla e dire di no, essendo anche re la sua parola avrebbe acquistato più peso, quindi lui aveva avuto la possibilità di scegliere il bene e rifiutare il male, ed è sempre così per ciascuno di noi. Cari sposi, non lasciamoci trascinare in quest’abisso del male, esso è come un vortice che piano piano ti risucchia e resti imprigionato al suo interno.

Se dovesse accadere che il nostro coniuge ci “spinge” a compiere un’azione sbagliata, noi non siamo in alcun modo obbligati a dispiacere a Dio per compiacere al coniuge… anche perché poi finiremmo come Adamo ed Eva a giocare al “la colpa non è mia, è stato/a lui/lei”, sicuramente ci saranno delle attenuanti di cui Dio terrà conto nel suo giudizio, ma poi verrà a chiedere conto a ciascuno di noi del perché non siamo intervenuti per tentare di far desistere il nostro coniuge, o, peggio, lo abbiamo avvallato.

Cari sposi, non lasciamoci ingannare dall’impeto con cui si presentano le tentazioni… anche quando il nostro/a amato/a ci volesse disgraziatamente spingere verso il male, teniamo la bussola puntata in direzione del vero bene, dobbiamo aiutarci l’un l’altra sul cammino della santità e non sul cammino della perdizione.

Coraggio sposi, teniamo sempre presente la coppia di Acab e Gezabéle, per non imitarli mai.

Giorgio e Valentina.

Ma è tutta farina del tuo sacco ?

Dal primo libro dei Re (1 Re 17,7-16) […] Fu rivolta a lui (Elia) la parola del Signore: «Àlzati, va’ a Sarèpta di Sidone; ecco, io là ho dato ordine a una vedova di sostenerti». Egli si alzò e andò a Sarèpta. Arrivato alla porta della città, ecco una vedova che raccoglieva legna. […] Elìa le disse: «Non temere; va’ a fare come hai detto. Prima però prepara una piccola focaccia per me e portamela; quindi ne preparerai per te e per tuo figlio, poiché così dice il Signore, Dio d’Israele: “La farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non diminuirà fino al giorno in cui il Signore manderà la pioggia sulla faccia della terra”». Quella andò e fece come aveva detto Elìa; poi mangiarono lei, lui e la casa di lei per diversi giorni. La farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunciato per mezzo di Elìa.

Questo è un estratto della prima lettura di oggi, nella quale è raccontato un miracolo che il Signore ha operato per mezzo di Elia; è un episodio abbastanza noto, infatti viene citato da Gesù nel Vangelo di Luca:

(Lc 4,26) C’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il Paese ma a nessuna di esse fu mandato Elia se non a una vedova a Sarepta di Sidone.

Gesù cita la fede della vedova di Sarepta per esprimere tutta la tristezza perché gli abitanti della sua città non hanno riconosciuto in lui il Messia, il Figlio di Dio. La vedova pagana credette alle parole di Elia che le trasmetteva la promessa di Dio di intervenire per salvarla dalla carestia. Chi era questa vedova? Una mamma, povera e addolorata, che però può accogliere chi è più povero di lei perché le molte prove vissute le hanno insegnato la ricchezza della gratuità; essa dona e condivide tutto ciò che ha per il proprio sostentamento e quello di suo figlio non sapendo che il miracolo sarebbe accaduto di lì a poco.

E non è finita qui, perché nei versetti seguenti il racconto prosegue con la morte di questo unico figlio che verrà riportato alla vita da un secondo miracolo operato da Dio per mezzo delle mani di Elia. Ci sono alcuni livelli di lettura di questo episodio che non ci permettono di farne un’analisi completa ed esauriente, ma ci limiteremo a qualche pennellata che possa aiutarci nel cammino di crescita dell’amore sponsale.

Se stiamo abbastanza in superficie potremmo imparare quanto sia cosa buona poter condividere il poco che si ha, anche se è tutto ciò che abbiamo, perché il Signore non guarda alla quantità di dono ma alla quantità di cuore donato nonché alla gratuità di questo dono. E già qui noi sposi abbiamo di che imparare: quando doniamo al nostro coniuge, doniamo tutto (anche se apparentemente sembra poco) ed in modo gratuito?

Molti sposi ci hanno testimoniato che a loro è accaduto un prodigio simile a quello di questa vedova, poiché il poco che uno donava in un momento di stanchezza (stanchezza nella relazione) si è rivelato nutrimento non solo per altro ma anche per se stesso tanto che ci si chiedeva se tutto questo nutrimento fosse farina del suo sacco! Sembrava infatti essercene poca di farina in quel sacco eppure ha sfamato l’amore di entrambi e per parecchi giorni: il Signore moltiplica il nostro poco!

Se facciamo un passo più all’interno notiamo come ci siano gli elementi per catalogare questo episodio come una prefigura della venuta del Messia : vi troviamo infatti l’anticipo dell’Eucarestia; e la troviamo naturalmente nella focaccia di pane che la vedova prepara per Elia, e nel particolare si può notare come a Dio non sia indifferente la “fame” di Elia (durante una carestia) tanto da disporre tutto per soddisfare il bisogno necessario per lui, così farà con noi nell’Eucarestia che è quella “focaccia di pane” che ci nutre soprattutto nei momenti di carestia; e proprio quando tutto intorno a noi sembra prospettarci la fine ecco che arriva quella “focaccia di pane” che non solo soddisfa nell’immediato ma alimenta anche la vedova ed il figlio per molti giorni. Così anche l’Eucarestia è quel pane divino, è quella nuova manna dal cielo che ci sostenta soprattutto quando intorno c’è carestia, e poi ci alimenta donandoci la forza per affrontare il cammino della vita “fino al giorno in cui il Signore manderà la pioggia”… come a dire che l’Eucarestia è cibo del Paradiso che ci basta fino al giorno della nostra morte ed inoltre ci salva dalla carestia, cioè dalla morte dell’anima.

Cari sposi, anche la nostra vita matrimoniale rischia di vivere dei momenti di carestia: carestia di gesti di affetto, carestia nella relazione, carestia nel rispetto, carestia nel saper morire a se stessi per l’altro, carestia nel dialogo, carestia nell’intimità sessuale, carestia nella accoglienza e dono reciproco, carestia negli ingredienti che servono a preparare la “focaccia dell’amore” di ogni santo giorno… può succedere, però abbiamo un rimedio che è l’Eucarestia, questo pane del cielo che non è solo del semplice “pane benedetto”, ma è veramente, realmente e sostanzialmente Colui che è l’Amore fatto carne, Colui che ci insegna ad amare il nostro coniuge, Colui che è la soluzione ad ogni carestia sopracitata perché la prima carestia che viene annientata è quella dentro il nostro cuore.

Coraggio allora sposi, per questo tipo di pane non esistono intolleranze o allergie, non esiste la celiachia spirituale… fidatevi di Colui che già ama più di voi il vostro coniuge, ma desidera amarlo/la insieme e attraverso ognuno di voi.

Giorgio e Valentina.

Domenica e famiglia : un connubio possibile /36

Continuiamo col testo della Preghiera Eucaristica I (Canone Romano) riportato sul Messale:

(Con le braccia allargate, prosegue) : Accetta con benevolenza, o Signore, questa offerta che ti presentiamo noi tuoi ministri e tutta la tua famiglia : disponi nella tua pace i nostri giorni, salvaci dalla dannazione eterna, e accoglici nel gregge dei tuoi eletti. (Congiunge le mani.) (Tenendo le mani stese sulle offerte, dice ): Santifica, o Dio, questa offerta con la potenza della tua benedizione, e degnati di accettarla a nostro favore, in sacrificio spirituale e perfetto, perché diventi per noi il Corpo e il Sangue del tuo amatissimo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo. (Congiunge le mani.)

Il sacerdote, dopo aver pregato il Padre per i vivi e averLo lodato per i santi, ora recita l’ultima e fervente supplica perché Lui accetti la nostra offerta e si degni di cambiare quest’ultima nel Corpo e nel Sangue del Suo Figlio diletto. In questa parte centrale e vitale della Messa sono ancor più importanti i gesti e le parole che il sacerdote è tenuto a compiere ; qui sopra le indicazioni dirette al celebrante le trovate tra parentesi, ma esse, purtroppo, sono spesso ritenute da tanti sacerdoti come indicazioni di massima, quasi come fossero auspicabili e volontarie, e non, come invece sono, dei gesti e delle parole OBBLIGANTI e DOVEROSE. Certo questo linguaggio diretto potrà suscitare reazioni “avverse”, ma in realtà all’inizio del Messale c’è una parte consistente che potremmo definire come “le istruzioni per l’uso e la lettura del Messale”, una sorta di legenda, quasi un manuale dentro un manuale, nella quale , tra le tantissime indicazioni, è scritto a chiare lettere al n.24 : “[…] Tuttavia, il sacerdote ricordi di essere il servitore della sacra Liturgia e che nella celebrazione della Messa a lui non è consentito aggiungere, togliere o mutare nulla a proprio piacimento“.

La prima supplica accorata ricorda al sacerdote stesso di essere un ministro di Dio ed a noi ricorda di essere la famiglia di Dio (se infatti col Battesimo siamo resi figli di Dio siamo anche fratelli tra noi) ; ma poi ci sono 3 richieste speciali :

  1. La prima è quella della pace : “disponi nella tua pace i nostri giorni“. Non è la pace che dà il mondo, ma la Sua pace, che deriva dal vivere nella Sua Grazia ; ma soprattutto con quel “disponi” ci ricorda che la Sua pace è un DONO di Dio e non uno sforzo umano, inoltre si fa menzione de “i nostri giorni”… la Chiesa pellegrina nel tempo non dimentica il proprio stato di precarietà su questa terra.
  2. La seconda è : “salvaci dalla dannazione eterna“. Giustamente la Chiesa non si stanca di ricordarci che la peggior cosa che ci possa capitare non è la malattia, la sofferenza, la tribolazione, nemmeno la morte, ma quella di morire in disgrazia, quella di dannarci eternamente… e la salvezza viene da Dio, non ci salviamo da soli con le nostre mani perciò il sacerdote prega a nome nostro con quel “salvaci”.
  3. La terza è “accoglici nel gregge dei tuoi eletti“. Finalmente la prospettiva del Paradiso ci viene presentata… che bello far parte di quel gregge che per sempre (davvero), per l’eternità non deve più pensare a procurarsi cibo in verdi vallate, che non deve più temere incursioni dei nemici, che non ha più paura di nulla e vive nella pace eterna perché ormai è perennemente con il Suo Buon Pastore.

I gesti che il sacerdote deve compiere sono molto antichi ed hanno significati e simbologie che ci sorpassano, per esempio le braccia allargate ricordano le braccia di Cristo in croce, quindi un abbandono totale alla volontà del Padre ; e poi le mani congiunte ci ricordano quell’antico gesto che si faceva per sancire la propria obbedienza di servi nelle mani del padrone, quindi anche noi obbediamo e siamo come schiavi (nell’amore) di Nostro Signore Gesù Cristo ; il terzo gesto indicato sono le mani stese sull’oblazione dell’ostia e del calice, così come anticamente il gran sacerdote le poneva sulla vittima del sacrificio così queste mani ricordano al celebrante stesso ed a noi fedeli che quell’offerta sarà fra pochi attimi proprio la vittima del sacrificio e NON sarà una semplice memoria degli ultimi gesti di Gesù con del “banale” pane benedetto.

Da ultimo vorremmo soffermarci sulla seconda parte della preghiera : “diventi per noi il Corpo e il Sangue del tuo amatissimo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo “:

  • Anzitutto quel “per noisignificaa favore nostro, in nostro favore” ; non significa che l’offerta diventi Corpo e Sangue solo ed esclusivamente per noi che siamo lì presenti mentre per tutti gli altri no ; non significa nemmeno “secondo noi, secondo il nostro pensiero” perché il pane ed il vino diverranno Corpo e Sangue comunque, aldilà che noi ci crediamo o no, anche se non dovesse crederci nessuno dei presenti compreso il sacerdote (come avvenne nel miracolo eucaristico di Bolsena nell’estate del 1263).
  • Le mani del sacerdote sono state consacrate con l’olio santo, sicché tutte le volte che lui stende le mani scende lo Spirito Santo, ma anche quando tocca qualcosa o qualcuno deve farlo con questa consapevolezza, e cioè di agire in persona Christi, con questo gesto che il sacerdote compie lo Spirito Santo di Dio scende… capito bene ? Non è che sia un gesto tanto per fare un po’ di teatro… scende la terza persona stessa della Santissima Trinità, lo Spirito Santo… nel mese di Giugno siamo soliti celebrare la festa della Pentecoste, ma in realtà ad ogni S. Messa scende lo Spirito Santo, è come se succedesse una nuova Pentecoste, tutte le volte. Noi la celebriamo solennemente una volta all’anno, ma essa è stata istituita per ricordarci che lo Spirito Santo non scende solo in quel giorno… il problema nostro è che non usiamo così spesso gli occhi della fede quando siamo lì a Messa, ma se potessimo vedere le realtà spirituali vedremmo come un fascio di luce potentissimo e luminosissimo uscire dalle mani del sacerdote… se si potesse vedere con gli occhi corporei ci vorrebbero i Carabinieri ad ogni S. Messa fuori sul sagrato per tenere a bada la gente che vorrebbe entrare in chiesa anche solo per poter vedere questo miracolo.

Care famiglie, andate dai vostri sacerdoti a farvi benedire, insistete e chiedete la benedizione di Dio per mano loro, chiedete soprattutto che vi tocchino con la mano sul capo mentre recitano la preghiera di benedizione… Valentina ed io abbiamo spesso chiesto e ricevuto queste benedizioni e non possiamo esprimere fino in fondo le sensazioni e le grazie che abbiamo ricevuto, forse la descrizione più vicina alla verità è che si avverte come un fuoco benefico che penetra partendo dal capo e pervade tutta la persona, soprattutto quando siamo stati benedetti da vescovi e cardinali.

Cari sposi, ci siamo ripetuti spesso che il nostro Sacramento del Matrimonio ha molto a che fare con la carne, anzi potremmo quasi chiamarlo il sacramento della carne/corpo poiché senza di esso il sacramento non sussiste e l’amore non è scambiato tra i due sposi… ebbene, non crediate che il tatto non abbia a che fare con il sacramento dell’Ordine, infatti ai sacerdoti vengono unte le mani con una unzione che è più indelebile dei tatuaggi, è da quella unzione a forma di croce che passa lo Spirito Santo quando ci benedicono, quando consacrano, quando ci assolvono dai peccati… una bellissima pratica è quella di baciare (ancora il corpo protagonista) le mani del sacerdote dopo la S. Messa perché grazie a quelle mani l’ostia ed il vino sono divenuti il Corpo, Sangue Anima e Divinità di Gesù Cristo.

Coraggio sposi, manifestiamo la nostra fede anche col corpo ai nostri sacerdoti, per loro sarà una edificazione nel cammino di santità, il primo passo per cambiare è sentirsi amati e valorizzati. Cari sacerdoti, non abbiate paura ad essere “fuori moda”, anzi… noi vi vogliamo solo fuori moda perché antichi e sempre nuovi.

Giorgio e Valentina.

Attori oppure CEO?

Nella liturgia odierna la prima lettura ci sprona così:

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 12,9-16b) Fratelli, la carità non sia ipocrita: detestate il male, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. Non siate pigri nel fare il bene; siate invece ferventi nello spirito; servite il Signore. Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera. Condividete le necessità dei santi; siate premurosi nell’ospitalità. Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite. Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non nutrite desideri di grandezza; volgetevi piuttosto a ciò che è umile.

Alcune volte la Parola di Dio sembra cucita apposta sulle nostre vite, è un’esperienza che possiamo fare tutti poiché essa è viva, non è un libro qualsiasi, non è una raccolta di saggi o aforismi, ma è uscita dal pensiero di Dio, è come se Dio avesse chiesto di trascrivere il proprio pensiero ad alcuni uomini scelti ed abbia guidato la loro mano nel redigere i vari libri; ma soprattutto non dobbiamo mai dimenticare che Gesù è il Verbo fatto carne, la Parola di Dio si è fatta carne in Gesù, ecco perché essa è viva e non è lettera morta, a patto che apriamo il cuore alla Sua azione.

Alcune volte troviamo episodi e riferimenti tipici dell’epoca in cui sono stati redatti i vari scritti, ma questo non ci deve distogliere dall’aprire il cuore allo Spirito Santo che agisce nella Parola, poiché questi riferimenti sono solo come l’estetica esterna di una scatola, non il suo contenuto; essi sono come il pretesto per dire qualcosa circa il cuore dell’uomo e soprattutto quello di Dio. In questo caso S. Paolo sta scrivendo alla comunità di Roma, ma visto che questa è solo la parte estetica esterna alla scatola, vediamo cosa troviamo all’interno di essa.

Innanzitutto c’è un lungo elenco di suggerimenti/ordini molto pratici ed utili che possono benissimo essere applicati aldilà del proprio stato di vita, proprio per questo li dobbiamo sentire indirizzati per noi sposi; se lo stile dell’amore deve caratterizzare la comunità cristiana, quale miglior comunità esiste di quella domestica, nella quale si impara ad amare?

Potremmo passare in rassegna ogni ordine elencato, ma sarebbe solo un’approfondimento di consigli saggi se dimenticassimo il fulcro di tutto ciò, e cioè l’incipit iniziale “la carità non sia ipocrita“. Sembra una frase da cartello stradale della Pubblicità Progresso, ma dobbiamo intenderla bene: il termine carità usato da S. Paolo è la forma più alta dell’amore, quella che in greco è “charis” ed in latino è “caritas“, e cioè l’amore disinteressato, l’amore che imita quello di Cristo; altrove infatti S. Paolo parla della “carità di Cristo“.

Ma cosa significa che la carità non deve essere ipocrita? Il termine ipocrita usato negli scritti paolini ha il significato di “attore” [dal lat. hypocrĭta, dal gr. hypokritḗs ‘attore’, quindi ‘simulatore’].

Cari sposi, probabilmente alcuni di noi da giovani avevano velleità per il cinema o la televisione, mentre qui l’apostolo ci richiama a non fare gli attori, ma non inteso come professione rispettabile, ma attori nell’amore, attori nella carità. Probabilmente il nostro Paolo aveva visto tante rappresentazioni teatrali nei suoi lunghi viaggi perciò sapeva bene in cosa consistesse la professione dell’attore.

Cosa fa un attore? Di fronte ad alcuni (il pubblico) si comporta in un modo che non è la propria vera identità, la quale viene a galla solo con altri (vita privata).

Cari sposi, qual è la nostra vera identità di sposi in Cristo?

Fare le veci di Dio per il nostro coniuge, essere come dei rappresentanti legali della Trinità, siamo come dei CEO nell’azienda della Carità di Cristo. Infatti come ai veri CEO così anche ad ogni sposo/a sono demandate, in ambito societario e aziendale, le maggiori responsabilità in materia di gestione e decisioni strategiche, e questa azienda a gestione famigliare è la CARITA’, la carità vera che imita e proviene da quella di Cristo, siamo quindi in società con Lui.

Gli sposi e le spose che si amano con questa caratteristica gareggiano nello stimarsi a vicenda, non sono pigri nel bene, sono ferventi nello Spirito, perseverano nella preghiera e vivono tutti gli altri atteggiamenti descritti in questo brano paolino.

Ma come facciamo a vivere tutto questo? Cominciando da un ordine, per esempio possiamo cominciare con il gareggiare nello stimarci a vicenda, piano piano che il nostro amore crescerà, questo atteggiamento virtuoso si trascinerà dietro le altre virtù; e le virtù vissute scacciano i vizi contrari ad esse.

Coraggio sposi: provare per credere!

PS: Per chi avesse ancora dei dubbi, il Signore ci ha dato un comando: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati”, l’amore sponsale è quindi un obbligo, dolce ma pur sempre obbligo/comando, a noi tocca eseguirlo da bravi discepoli.

Giorgio e Valentina.

Nuovi terremoti!

Ecco la prima lettura di oggi :

Dagli Atti degli Apostoli (At 16,22-34) : In quei giorni, la folla [degli abitanti di Filippi] insorse contro Paolo e Sila, e i magistrati, fatti strappare loro i vestiti, ordinarono di bastonarli e, dopo averli caricati di colpi, li gettarono in carcere e ordinarono al carceriere di fare buona guardia. Egli, ricevuto quest’ordine, li gettò nella parte più interna del carcere e assicurò i loro piedi ai ceppi. Verso mezzanotte Paolo e Sila, in preghiera, cantavano inni a Dio, mentre i prigionieri stavano ad ascoltarli. D’improvviso venne un terremoto così forte che furono scosse le fondamenta della prigione; subito si aprirono tutte le porte e caddero le catene di tutti. Il carceriere si svegliò e, vedendo aperte le porte del carcere, tirò fuori la spada e stava per uccidersi, pensando che i prigionieri fossero fuggiti. Ma Paolo gridò forte: «Non farti del male, siamo tutti qui». Quello allora chiese un lume, si precipitò dentro e tremando cadde ai piedi di Paolo e Sila; poi li condusse fuori e disse: «Signori, che cosa devo fare per essere salvato?». Risposero: «Credi nel Signore Gesù e sarai salvato tu e la tua famiglia». E proclamarono la parola del Signore a lui e a tutti quelli della sua casa. Egli li prese con sé, a quell’ora della notte, ne lavò le piaghe e subito fu battezzato lui con tutti i suoi; poi li fece salire in casa, apparecchiò la tavola e fu pieno di gioia insieme a tutti i suoi per avere creduto in Dio.

Ci rendiamo conto della lunghezza del testo ma ci sembrava buona cosa citarlo tutto questa volta, ciononostante ci soffermeremo solo su alcuni particolari.

Ad una prima lettura sembra non avere molto senso la richiesta che il carceriere pone a Paolo: «Signori, che cosa devo fare per essere salvato?». In effetti potrebbe sembrare una richiesta d’aiuto solo per salvarsi dalle conseguenze nefaste di tale evento sulla propria carriera di carceriere, eppure per Paolo e Sila la domanda ha un solo canale di uscita, una sola possibile risposta: egli chiede la salvezza di Gesù. Ma cosa ha suscitato in lui tale coscienza? Lo scrittore non riporta che il carceriere si sia intrattenuto in colloqui informali con i due carcerati Paolo e Sila, inoltre quando accade il terremoto annota che lui si svegliò, un modo come un altro per dire che, siccome dormiva, proprio non se li filava per niente i due carcerati, anzi, pare che la decisione di gettarli nella parte più interna e brutta del carcere fosse sua.

Quindi, cos’è che ha suscitato in lui la richiesta di conversione? La risposta di Paolo : «Non farti del male, siamo tutti qui».

Praticamente si sente amato, lui che li aveva maltrattati gettandoli nella parte più interna e buia del carcere, lui che probabilmente aveva assistito alle loro torture, lui che li aveva trattati come animali pur vedendoli torturati e coi vestiti strappati, lui che aveva assicurato i loro piedi ai ceppi, ed invece proprio lui si sente amato perché Paolo gli grida di non farsi del male; probabilmente aveva assistito a scene simili chissà quante volte, e spesso magari era stato ricambiato con insulti, improperi o minacce, ma questa volta è tutto diverso, questa volta lui si può permettere di dormire perché i carcerati non lo insultano con cori minacciosi e oltraggiosi per tutta la notte, no, questa volta tutto è paradossalmente tranquillo, perché? Per il fatto che gli unici che avevano il diritto di reclamare la propria innocenza, cioè Paolo e Sila, invece di urlare o sbattere i pugni contro le sbarre, si mettono in preghiera cantando inni a Dio.

Cari sposi, cosa facciamo noi quando siamo trattati come Paolo e Sila? Questo è un grande insegnamento per noi sposi, noi che spesso non le mandiamo a dire quando veniamo calpestati e vediamo che i nostri sforzi d’amore vengono vanificati, ignorati o denigrati. Noi che spesso non vediamo l’ora che l’amato/a si accorga dei nostri gesti affinché almeno ci ringrazi. Ed invece Paolo e Sila ci insegnano che quando siamo nella tribolazione dobbiamo stare in preghiera ed innalzare inni a Dio, soprattutto quando siamo ingiustamente trattati male, dobbiamo quindi riporre la nostra fiducia e la nostra consolazione in Dio.

Ma nella vita di coppia è più frequente stare dalla parte del carceriere aldilà dell’innocenza dell’altro/a, ed ecco così che fissiamo bene il nostro coniuge nella zona più interna delle prigioni che noi stessi abbiamo creato, prigioni che sono molto più invalicabili di quelle di Filippi, casomai lui/lei provasse una fuga.

Il miracolo a cui assistette il carceriere è possibile ancora oggi anche dentro le nostre relazioni malate, ad una condizione : che si “cantino” inni a Dio in preghiera per amare il nostro carceriere. Il miracolo avviene solo dopo che Paolo e Sila pregano (e cantano), perché sperano più nella ricompensa di Dio che negli aiuti umani. Anche noi sposi dobbiamo amare il nostro coniuge con la piena fiducia nella ricompensa di Dio più che negli aiuti umani.

Dobbiamo imparare da Paolo e Sila a non portare rancore nonostante la nostra innocenza, vera o presunta, ed innalzare inni a Dio per amare ancora di più il nostro amato/a di un amore più grande: quello stesso di Dio.

Coraggio sposi, il sacramento ci ha abilitato ad amare con questo stile, ne siamo divenuti capaci, forse non saremo subito dei campioni ma ne siamo capaci, basta allenarsi.

Giorgio e Valentina.

Domenica e famiglia : un connubio possibile / 35

Continuiamo l’analisi della Preghiera Eucaristica I, la quale dopo la menzione della porzione di Chiesa pellegrina ( vedi puntata precedente ), continua con la memoria della Chiesa trionfante:

Memoria dei santi. In comunione con tutta la Chiesa, ricordiamo e veneriamo anzitutto la gloriosa e sempre Vergine Maria, Madre del nostro Dio e Signore Gesù Cristo, san Giuseppe, suo sposo, i tuoi santi apostoli e martiri : Pietro e Paolo, Andrea, [Giacomo, Giovanni, Tommaso, Giacomo, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Simone e Taddeo ; Lino, Cleto, Clemente, Sisto, Cornelio e Cipriano, Lorenzo, Crisogono, Giovanni e Paolo, Cosma e Damiano] e tutti i tuoi santi : per i loro meriti e le loro preghiere donaci sempre aiuto e protezione. Con le braccia allargate, prosegue : Accetta con benevolenza, o Signore, questa offerta che ti presentiamo noi tuoi ministri e tutta la tua famiglia : disponi nella tua pace i nostri giorni, salvaci dalla dannazione eterna, e accoglici nel gregge dei tuoi eletti.

Come abbiamo già ricordato nel primo affondo sulla Preghiera Eucaristica I, qua sono citati 24 nomi di santi apostoli e martiri, che richiamano sicuramente i 24 vegliardi che nella visione di Giovanni nel libro dell’Apocalisse stavano intorno al trono dell’Agnello. Sicuramente è stata fatta una scelta che necessariamente ha “escluso” alcuni santi, i quali non sono stati discriminati per chissà quali ragioni, ma semplicemente bisognava stare nel numero di 24 e siccome i primi 12 sono gli Apostoli restavano liberi solo altri 12 nomi; ed in questo secondo elenco ci sono 12 papi, vescovi e martiri dei primi tempi del cristianesimo, è una scelta dettata un po’ dall’epoca in cui è stata redatta questa preghiera e un po’ dal fatto che ricordare questi primi santi ci aiuta a non perdere memoria delle radici anche storiche della nostra fede e secondariamente ci ricorda che il sangue dei martiri genera nuovi cristiani come il concime per il terreno.

Ovviamente non si può citare la Chiesa trionfante senza nominare la Madonna, ed infatti la preghiera comincia proprio con il suo ricordo e la sua venerazione; vogliamo far notare che in queste poche parole iniziali sono contenuti già molteplici insegnamenti a cui accenneremo solo, sia per limiti personali sia perché non è il nostro obiettivo primario. Mettiamo in evidenza qualche parola:

  • In comunione con tutta la Chiesa. Già da questa apertura possiamo notare come la Messa sia fonte di unità non solo per tutto il popolo convenuto alla celebrazione, ma anche e soprattutto ci unisce alle anime del Paradiso, è quell’atto rituale che ci fa sperimentare la cosiddetta comunione dei santi; l’abbiamo ripetuto più volte ma è sempre bello ricordare che la Messa è un anticipo su questa terra delle realtà celesti, in altre parole un antipasto del Paradiso. E perché siamo in comunione? Perché la liturgia del Cielo è una lode perenne all’Agnello, il quale ha sicuramente accanto a sé la Sua Madre Santissima che riceve la giusta venerazione che Le spetta in quanto Madre di Dio e Regina del Cielo.
  • Ricordiamo e veneriamo anzitutto la gloriosa e sempre Vergine Maria. E’ un condensato di Catechismo questa frase, perché ci ricorda di venerare la Madonna e non di adorarla, poiché Ella è una creatura, certo la più sublime e la più perfetta, la tutta bella, la tutta santa, ma pur sempre creatura e non una dea, o una sorta di Dio Padre al femminile. Poi ci dice che è gloriosa, altro che la ragazzina un po’ sprovveduta ed incosciente che ha accettato dall’arcangelo Gabriele la proposta del Padre come fosse un giochetto, altro che una ragazza come tante, altro che una brava ragazza come ce ne sono tante, NO! Queste sono solo alcune frasi che abbiamo sentito in più di qualche omelia purtroppo, sono tentativi malriusciti di sminuire la figura gloriosa della Madre di Dio. Non vogliamo approfondire questa tematica ma vogliamo porre una domanda provocatoria: ma vi pare che il Padre abbia pazientato per secoli la pienezza del tempo per inviare il Suo unico Figlio e lasciarlo in mano ad una ragazzina sprovveduta, una tra tante, una qualunque? Non vi sembra ovvio e logico che si sia preparato una madre degna di ospitare nel proprio utero purissimo nientedimeno che il Dio fatto uomo, il Messia atteso da secoli, il Salvatore del genere umano? Non avremmo forse agito così anche noi al posto del Padre?
  • Madre del nostro Dio e Signore Gesù Cristo. Anche qui si ribadisce una verità della nostra fede, e cioè non solo che la Madonna è madre, ma soprattutto che lo è del nostro Dio. L’accento non è sulla maternità di Maria, ma sull’Incarnazione del Verbo di Dio come vero uomo. Ed anche quest’accentuazione sbugiarda da sola le maldicenze che vogliono farci allontanare dalla Madonna con la scusa che essa ci allontanerebbe da Dio, infatti la seconda parte della frase annota che questo Dio è il Signore nostro Gesù Cristo. Quindi la presenza della Madonna non mette in secondo piano né svilisce Gesù, ma al contrario : siccome a Dio è piaciuto donarci Gesù attraverso Maria, chi siamo noi per toglierla di mezzo e decidere di poter fare a meno di lei?
  • San Giuseppe, suo sposo. Anche per il glorioso San Giuseppe vale la stessa domanda provocatoria di poco fa: se voi foste stati al posto di Dio Padre avreste affidato il vostro unico figlio ad un falegname/carpentiere qualunque? Se già è stata scelta la madre purissima di quel bambino preziosissimo (che è il Salvatore/Messia), poteva essa fare affidamento su uno sposo come tanti, o bisognava trovare un uomo speciale per questa missione speciale? La risposta logica ci fa capire come San Giuseppe sia spesso sottovalutato come una figura di secondo piano, purtroppo ancora poco conosciuto, amato, pregato, venerato. Ed invece è la persona sulla quale ha scommesso la propria quotidianità la Madre di Dio; la Regina del Cielo, la Vergine purissima, poteva sposare un uomo che non avesse la dignità di un re? Poteva dirsi sposa di un uomo non purissimo, di un uomo non casto? Impossibile! Perciò cari sposi, quando si dice che la famiglia è una chiesa domestica, quale migliore modello possiamo avere se non la Santa Famiglia?
  • E tutti i tuoi santi : per i loro meriti e le loro preghiere donaci sempre aiuto e protezione. Dopo San Giuseppe c’è l’elenco dei 24 nomi di cui sopra, e poi si chiede al Padre di esaudirci non per la bontà delle nostre richieste, ma per i meriti di questi nostri fratelli che ci hanno preceduto. Cari sposi, la Santa Messa è anche una scuola di preghiera: quando ci troviamo di fronte ad una difficoltà dobbiamo far ricorso ai santi, e presentare al Signore la nostra richiesta attraverso i meriti dei santi che invochiamo, perché il Signore si intenerisca di fronte ai suoi figli prediletti che già stanno vicino a Lui nella gloria del Paradiso, e magari sono quei 24 vegliardi che incessantemente cantano la lode e la gloria dell’Agnello.

Coraggio famiglie, la Domenica possiamo sperimentare la comunione dei santi, invocandone l’intercessione, abbiamo degli amici in Cielo e per il posto in Paradiso si può essere dei “raccomandati“.

Giorgio e Valentina.