La creazione abbonda.

Dal libro della Gènesi (Gn 1,20-2,4a) Dio disse: «Le acque brùlichino […] E fu sera e fu mattina: quinto giorno. Dio disse: «La terra produca esseri viventi secondo la loro specie […] Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: dòmini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». E Dio creò l’uomo a sua immagine ; a immagine di Dio lo creò : maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e Dio disse loro : «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra». Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba […]. E così avvenne. Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno. Così furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere. Dio, nel settimo giorno, portò a compimento il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro che aveva fatto. Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli aveva fatto creando. Queste sono le origini del cielo e della terra, quando vennero creati.

In questi giorni la Chiesa ci fa rileggere i primi capitoli della Genesi, quelli famosi della Creazione, e oggi ci viene proposta la seconda parte che termina con la creazione dell’uomo (non inteso in senso maschile ma come creatura). In questi duemila anni di magistero ci sono già innumerevoli considerazioni, approfondimenti, prediche, insegnamenti orali e scritti su questi primi capitoli della Bibbia che non possiamo alzare la mano come i primi della classe e dirvi che abbiamo capito tutto noi, per questo vogliamo solo aiutare a mettere a fuoco un aspetto che emerge da questo racconto: l’abbondanza.

Si può notare come l’uomo, in queste pagine della Genesi, sia come la ciliegina sulla torta, ma attenzione a non pensare che il resto della creazione sia di addobbo; non è che il Padre si sia messo a mirare la creazione pensando che mancasse qualcosa, e come fa il prestigiatore quando tira fuori dal cappello il coniglio così abbia tirato fuori dal suo cappello delle idee la creatura umana… no!

Ha pensato fin dall’inizio l’uomo, il quale però necessitava di un posto dove vivere, ecco che allora prima crea l’universo accogliente per poi collocarci finalmente l’uomo.

Se si affronta con calma la lettura di questo brano si può notare come la descrizione delle creature che ne emerge sia quasi meticolosa e non sia solo un banale elenco, assomiglia invece ad una planata dall’alto sulle creature come quelle alle quali ci hanno abituato da qualche tempo ormai i video eseguiti con i droni volanti i quali ci fanno ammirare paesaggi e particolari prima ignoti. Potrebbe anche sembrare un elenco troppo ridondante, esageratamente abbondante, eppure non descrive che una minima parte del mondo creato. Spesso ci si sofferma con le riflessioni sulla frase “… a nostra immagine e somiglianza…” pensando al desiderio di infinito che abbiamo dentro, o alla spinta a vivere rapporti interpersonali con altri poiché anche Dio in sé è comunione di amore fra tre persone, ma quasi mai si mette l’accento sull’abbondanza della Creazione.

Tutto è stato creato per l’uomo, dalle stelle più lontane all’erba del giardino di casa, se ci si ferma un attimo a pensare ci si accorge di quanta abbondanza il Signore abbia usato per pura gratuità nei nostri confronti. Noi non siamo mai andati sull’Himalaya né ci andremo mai e forse non lo vedremo mai dal vivo coi nostri occhi nemmeno da lontano, eppure Dio l’ha creato anche per noi ed è lì; noi non siamo mai stati e mai andremo alle Hawaii eppure esistono… per noi due che abitiamo a Brescia non cambia niente nella nostra vita quotidiana il fatto che esistano l’Himalaya e le Hawaii! Ma Dio ha voluto essere così abbondante perché la creazione è un piccolo riflesso di se stesso, e siccome Lui è infinitamente abbondante ecco allora che ha impresso anche nella Creazione un indizio che richiamasse alla Suo essere abbondante per natura.

E gli sposi? Essi sono chiamati a loro volta a vivere questa abbondanza e a renderla vita concreta attraverso: l’abbondanza della prole, l’abbondanza di gesti di amore concreto, l’abbondanza nell’amicizia, l’abbondanza di gratuità, l’abbondanza di servizio alle molteplici forme di povertà, l’abbondanza nel tempo dedicato all’ascolto del cuore dell’amato/a, l’abbondanza nel sacrificare se stessi per far felice il nostro coniuge, l’abbondanza nell’investire sull’educazione dei figli, l’abbondanza di elemosina, l’abbondanza nella cura dei parenti malati o vecchi, l’abbondanza di tempo nella preghiera… in sintesi siamo chiamati a vivere un matrimonio abbondante di santità… quando ci si ferma a contare non c’è più la gratuità.

Che c’azzecca la gratuità? L’abbondanza e la gratuità vanno a braccetto, non si può definire una realtà abbondante se non c’è gratuità, se ci pensiamo bene è così anche nelle piccole cose umane: notiamo ad esempio che quando riceviamo beni dalle persone che ci amano, spesso la misura è oltre il fabbisogno, per cui tale misura la chiamiamo abbondanza e non viene misurata dal donatore, per cui essa è gratuita; quando definiamo una realtà abbondante significa che supera la reale necessità, e la misura che abbonda è comunque compresa nella realtà stessa perciò è gratuita… gratis e abbondanza vanno di pari passo.

Se potessimo fare un elenco delle grazie ricevute dal Signore non basterebbero 100 fogli, contando solo quelle che conosciamo, se poi nell’elenco potessimo aggiungere quelle che nemmeno conosciamo né sappiamo di aver ricevuto, chissà quanti fogli occorrerebbero! Citiamo solo un paio di grazie: ogni mattina che ci siamo svegliati e ci siamo resi conto di essere ancora vivi è una grazia gratuita del Padre, ogni respiro che facciamo è voluto dal Signore. Provate a contare solo queste due grazie: questa non vi sembra abbondanza?

Coraggio sposi, il matrimonio deve essere la palestra dove si impara a vivere con abbondanza come il Padre, senza misurare tutto come gli avari, ma donando tutto e anche di più con gratuità, allora diventeremo sempre più a somiglianza di Dio.

Giorgio e Valentina.

Galline o aquile ?

Dalla lettera agli Ebrei (Eb 12,1-4) Fratelli, anche noi, circondati da tale moltitudine di testimoni, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento. Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio. Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo. Non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato.

Siamo ancora a riflettere su un brano della lettera agli Ebrei, e questa volta lo sguardo di S. Paolo si concentra sulla famosa simbologia della buona battaglia, che è un’immagine eloquente, e ne coglie un aspetto usando un’altra immagine: la corsa. Quando si fa una corsa di solito è preferibile essere leggeri, bisogna essere pieni di energie senza avere lo stomaco ingolfato da una vorace abbuffata, non si corre bene con un sassolino nelle scarpe, bisogna sapere che la corsa avrà un termine, bisogna allenare il corpo e la mente con costanza e perseveranza per resistere alle fatiche e superare gli ostacoli di varia natura, deve essere ben chiaro il punto di arrivo e la meta sicché la corsa acquisti più dignità e senso nel sopportare la fatica.

Portiamo tutte queste realtà nella vita spirituale e capiremo cosa intende l’Apostolo, soprattutto pensiamo al peso da deporre, cioè al peccato. Quale atleta si metterebbe a correre i 100m con un’altra persona aggrappata sulla schiena tipo koala? Nessuno, perché nella più rosea delle previsioni camminerà lentamente, oppure la corsa si limiterà a pochi passi eseguiti con enorme fatica. Analogamente, il cammino spirituale di molti sposi cristiani è frenato dal peccato che è come quel peso caricato sulle spalle.

E la maggior parte di queste persone sono i più vicini alla tonaca del parroco: sono quelli che partecipano a 50 corsi di formazione e di evangelizzazione, partecipano alle catechesi, ai ritiri spirituali, alle veglie di preghiera, pregano tutte le novene, insomma pare che nulla possa impedire loro di essere santi subito, ed invece sentiamo molte testimonianze di come queste persone avvertano di non fare progressi nella vita spirituale e non ne capiscano le cause. La causa è il peso del peccato che frena così tanto il cammino/la corsa fino ad arrestarla. Per correre bene bisogna essere agili e snelli altrimenti è come se il campione dei 100m corresse con uno zaino di 35 chili sulle spalle, va da sé che il podio lo veda solo in fotografia o col cannocchiale.

Molti sposi cristiani pensano che sia sufficiente riempirsi di pratiche religiose per essere ben visti dal Signore, similmente all’atleta che corre con lo stomaco ingolfato da un’abbuffata. Molti altri credono che nella vita sia sufficiente “essere della brave persone“, similmente a chi corre senza una meta, senza un obiettivo ben definito, senza puntare al podio. Ma la Chiesa non si stanca di ripeterci che la nostra prima vocazione è alla santità, ognuno nel proprio stato di vita, la vocazione è la santità e non “essere delle brave persone “, la vocazione è la santità e non un generico ed insignificante “fare del bene agli altri“, la vocazione è la santità e non “riempirsi di pratiche religiose” asettiche che non partono da un cuore amante il Signore, la vocazione è la santità e non un “volersi bene” all’acqua di rose.

Capite? La santità è di più, è molto di più, santità è allenarsi e correre per il podio, non inteso genericamente, ma per il primo posto nel podio, dobbiamo correre per l’oro, non dobbiamo accontentarci del podio semplicemente, dobbiamo volere il massimo, ma è lo stesso che vuole il Signore da noi, ce lo ha ripetuto più volte quando ci ha detto che noi siamo il sale e la luce del mondo, altrimenti avrebbe detto che siamo dei banali insaporitori e non sale, ci avrebbe detto che siamo una lucignolino e non luce. Ci sono molti sposi che non vogliono essere tutti del Signore, ma concedono al Signore questo o quell’aspetto della propria vita, che di solito è il 10% del proprio matrimonio (siamo ottimisti), il resto se lo tengono per sé ritenendosi anche fin troppo generosi nei confronti del Signore. Ma il Signore ci dona tutto e noi come lo ricambiamo?

Il Signore ha pensato per noi proprio quel coniuge fin dall’eternità e ce ne fa dono dimostrando di avere fiducia nelle nostre capacità poiché ci chiede di amarlo noi per Lui, ci chiede di essere Suoi ambasciatori per l’amato/a. Lui ci ha donato l’unico Figlio che aveva, continua a riempirci di grazie che nemmeno conosciamo, e noi lo ricambiamo con così poco? Gli sposi che vogliono correre per l’oro della santità devono abbandonare almeno il peccato mortale, consegnare al Signore il 100% della propria vita, cominciare a vivere una vita virtuosa. La consacrazione matrimoniale chiede tutto ma dona di più.

Cari sposi, la santità è l’obiettivo, la meta è aiutarsi vicendevolmente a diventare santi, primo posto sul podio, non accontentatevi. Certi sposi assomigliano a quell’aquila che viveva come una gallina perché nessuno le aveva detto che lei fosse un’aquila. Coraggio sposi, libriamoci in volo !

Giorgio e Valentina.

Domenica e famiglia : un connubio possibile /53

continuing … L’Eucarestia è comunque infinitamente di più di ciò che le nostre povere parole riescono ad esprimere, è un mistero di cui possiamo fare esperienza reale e concreta, è un mistero in cui immergersi per viverlo realmente e da cui lasciarsi plasmare volta dopo volta. Coraggio famiglie, Gesù ci aspetta e vuole fare di noi un tabernacolo vivente. Oggi rifletteremo proprio su questo termine latino tabernaculum che è stato usato nella Bibbia per tradurre la parola ebraica  מִשְׁכָּן mishkàn, che significa dimora. Quindi la parola tabernacolo nella Bibbia è usata per intendere il luogo della casa di Dio presso gli uomini, la dimora di Dio in mezzo al Suo popolo.

Nell’Antico Testamento, quando Israele era ancora nomade, la tenda che conteneva l’Arca dell’Alleanza era trattata e considerata con il massimo del rispetto e dell’onore poiché essa era la dimora di Dio in mezzo al Suo popolo… un po’ come se adesso potessimo portarci in giro la nostra chiesa parrocchiale. Se uno voleva stare vicino a Dio doveva entrare nella tenda che conteneva l’Arca, questa tenda era la dimora di Dio presso il Suo popolo, significava la presenza di Dio, era quindi un tabernacolo. Certamente era una prefigura del vero tabernacolo che troviamo nelle chiese cattoliche oggi, poiché nel tabernacolo antico la presenza del Signore era spirituale grazie alla presenza delle Tavole della Legge consegnate a Mosè e scritte da Dio, ma nei nostri tabernacoli è tutta un’altra cosa poiché la presenza non è solo spirituale, la presenza di Gesù nelle ostie consacrate è reale, vera e sostanziale.

Naturalmente vengono conservate solo le ostie per motivi pratici/logistici, ciò non intacca in alcun modo il fatto che anche nella più piccola e singola briciola di ogni ostia consacrata ci sia lo stesso Gesù intero (corpo, sangue, anima e divinità) tanto quanto c’è nell’ostia intera e tanto quanto in ogni singola goccia di vino consacrato, anche se, ribadiamo, vengono conservate solo le ostie per motivi di praticità; infatti risulta più semplice trasportare e stoccare delle ostie di pane piuttosto che del vino, il quale necessiterebbe di contenitori ermetici per evitare eventuali dispersioni della sostanza ed anche il trasporto risulterebbe più laborioso e di non facile soluzione.

Ma tornando alla nostra riflessione, dobbiamo quindi considerare che in un ostia consacrata c’è la presenza vera, reale e sostanziale di Gesù Cristo il Figlio del Padre celeste, lo stesso che camminava per la Palestina 2000 anni fa, e la Sua presenza resta in tale ostia fino a che gli accidenti del pane sussistono. La scienza ci dice che un boccone di pane resta pane nel nostro organismo per circa 10/15 minuti prima che venga preso d’assalto e disgregato dai succhi gastrici, ciò significa che il pane resta tale per questi minuti, ne concludiamo che noi ci teniamo dentro Gesù per circa un quarto d’ora.

Se quindi noi mangiamo quell’ostia consacrata e poi torniamo al nostro posto, è come se il tabernacolo della chiesa si fosse replicato in noi e venisse con noi nel nostro banco. Praticamente, con la Santa comunione, noi diventiamo oggettivamente dei tabernacoli che camminano poiché abbiamo in bocca la stessa sostanza che è conservata nel tabernacolo.

Ora facciamo qualche piccolo ragionamento: spesso il momento della Santa Comunione viene “risolto” il più velocemente possibile dai preti, dei quali non capiamo i motivi della fretta che dimostrano, sicché ne consegue che la Messa finisce da lì a 5 minuti scarsi, se appena finita la Messa c’è il fuggi fuggi generale manco ci fosse una bomba ad orologeria in chiesa, che ne è di quel Gesù dentro a tutte quelle persone? Più di una volta ci è successo di ricevere l’Eucarestia per ultimi, tornare al nostro posto, inginocchiarci, non fare in tempo nemmeno a recitare un Padre Nostro che sul più bello arriva la preghiera finale con benedizione incorporata. Meglio una doccia gelata! Vi lasciamo spiegare meglio dalle parole di un santo cosa accade e cosa bisognerebbe fare:

Un episodio racconta di una nobildonna che andava spesso alla Messa celebrata da San Filippo Neri. Dopo aver preso la Comunione, ella se ne andava mancando di fare un adeguato ringraziamento. La cosa si verificava spesso. Un giorno, prima di iniziare la celebrazione della Messa, san Filippo disse a due chierichetti: “Ad un mio cenno seguite con le candele accese una donna che io vi indicherò”. Iniziò la Messa, dopo la Comunione, la solita nobildonna, ricevuta l’ostia, lasciò la Chiesa. San Filippo fece cenno ai due chierichetti e questi obbedirono all’istante. I due fanciulli, con due grosse candele accese, seguivano la donna. Questa ovviamente si girò e chiese loro il perché. I fanciulli dissero la verità e la donna, visibilmente innervosita, tornò in chiesa per chiedere spiegazioni al sacerdote. “Come vi siete permesso?” disse a san Filippo, ma questi di rimando: “Signora, mi sono permesso perché stava portando la Santissima Eucaristia in processione per le strade di Roma. Lo sa o non lo sa che ogni qualvolta riceviamo Gesù Sacramentato diventiamo per un po’ di tempo dei tabernacoli viventi?”. La nobildonna capì tutto e non osò replicare.

Giorgio e Valentina.

Un corpo mi hai dato…

Dalla lettera agli Ebrei (Eb 10,1-10) Fratelli, la Legge, poiché possiede soltanto un’ombra dei beni futuri e non la realtà stessa delle cose, non ha mai il potere di condurre alla perfezione per mezzo di sacrifici – sempre uguali, che si continuano a offrire di anno in anno – coloro che si accostano a Dio. Altrimenti, non si sarebbe forse cessato di offrirli, dal momento che gli offerenti, purificati una volta per tutte, non avrebbero più alcuna coscienza dei peccati? Invece in quei sacrifici si rinnova di anno in anno il ricordo dei peccati. È impossibile infatti che il sangue di tori e di capri elimini i peccati. Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: “Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà”». Dopo aver detto: «Tu non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato», cose che vengono offerte secondo la Legge, soggiunge: «Ecco, io vengo a fare la tua volontà». Così egli abolisce il primo sacrificio per costituire quello nuovo. Mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre.

Continua la proposta della Chiesa, in questo tempo post-natalizio, di farci leggere la lettera di S. Paolo agli Ebrei, ed anche in questo estratto viene specificato come i sacrifici dell’antica legge siano solo una pallida figura dell’unico, nuovo e definitivo sacrificio di Cristo, viene inoltre specificato come quest’ultimo sacrificio non sia compiuto col corpo di animali, ma il nuovo agnello da sacrificare fosse proprio il corpo stesso di Gesù: …un corpo invece mi hai preparato… Inoltre specifica che questo sacrificio viene compiuto da Gesù come atto di obbedienza alla volontà del Padre, e noi …mediante quella volontà siamo stati santificati…

Dobbiamo stare sempre attenti a non cadere nel tranello di pensare che approfondire le verità della nostra fede sia tempo perso e che in fondo non c’entri niente con la vita matrimoniale di tutti i giorni; oggi stiamo affrontando la verità di Gesù sacerdote e vittima per la nostra salvezza, ma non è una verità astratta, al contrario, è una verità che deve diventare vita reale. Ricordiamoci sempre che il matrimonio sacramento deve essere una relazione ad immagine della Trinità, il modo di amarci deve essere figura del modo che Cristo ha di amare. E qual è questo stile? Oggi ne vediamo una sola caratteristica descritta proprio dal brano oggi proposto: Cristo ha amato sacrificando il suo corpo come vittima di sacrificio.

Cari sposi, ma noi che rapporto abbiamo col nostro corpo? E con il corpo dell’amato/a?

Ci sarebbe tanto da scrivere sul tema del corpo che racchiudere tutto in un solo articolo è impensabile, ed in effetti tutti gli articoli di questo blog hanno come sfondo il corpo come mezzo espressivo dell’amore, oggi ne vedremo solo un aspetto: l’aspetto sacrificale del corpo. Del sacrificio non se ne parla così spesso, e ancor meno si trovano testimoni gioiosi e credibili del sacrificio. Incontriamo per esempio tanti sposi che raccontano le proprie fatiche di genitori, magari comuni a quelle di tanti altri, ma c’è uno sfondo di insoddisfazione dentro questi racconti, c’è uno sfondo di non-senso, non si intravede un barlume di eternità.

Ci sono invece tanti coniugi che affrontano le fatiche dell’essere genitori, padri che sostentano da soli una famiglia numerosa e per questo sopportano turni estenuanti di lavoro, madri che ascoltano le confidenze di tutti e a tutti sanno dare una parola di conforto senza che nessuno si accorga che anche lei ne avrebbe bisogno, ecc… MA dietro a questi sacrifici non c’è mai un lamento per la situazione di difficoltà. Perché ? Perché c’è il senso del vivere, c’è lo sguardo verso l’eternità, e quindi questa vita con tutte le sue numerose difficoltà acquista un valore eterno e nello stesso tempo se ne coglie la caducità.

Cari sposi, dobbiamo recuperare questo senso dentro le fatiche di ogni giorno, ma non dobbiamo limitarci alle fatiche ed ai sacrifici che il normale corso della vita richiede a tutti, dobbiamo saper andare oltre imparando da Gesù ad offrire i nostri corpi come ha fatto Lui: fino all’ultima goccia di sangue. E gratuitamente, senza pretendere di vedere i frutti dei nostri sacrifici e senza pretendere un ringraziamento.

La maggior parte dei frutti dei sacrifici dei nostri nonni hanno preso vita in noi nipoti, ma essi non li hanno nemmeno visti eppure si sono sacrificati lo stesso, e così accade spesso anche con i nostri genitori. Il matrimonio con le sole forze umane non va avanti tanto, diremmo che “tira a campare”, ecco perché serve la Grazia del sacramento. Tutte le volte che sopporto lei/lui con pazienza e senza rinfacciare, senza vendetta, porto un pezzo di Paradiso nella relazione sponsale. Tutte le volte che faccio un sacrificio unendo il mio sforzo corporale al sacrificio di Gesù porto un pezzo di Paradiso nel matrimonio.

Ogni fatica ed ogni sacrificio, se vissuto in unione col cuore a Gesù, acquista un senso d’eternità, e noi sposi siamo chiamati a vivere così il matrimonio; le fatiche non spariranno come per magia, ma avranno dentro un senso, il senso del donare tutto fino in fondo e gratuitamente ad imitazione del sacrificio del corpo di Gesù. Coraggio sposi, portiamo un pezzo di Paradiso nelle nostre case.

Giorgio e Valentina.

Quanto è difficile l’obbedienza!

Dalla lettera agli Ebrei (Eb 5,1-10) Fratelli, ogni sommo sacerdote è scelto fra gli uomini e per il bene degli uomini viene costituito tale nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati. Egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anche lui rivestito di debolezza. A causa di questa egli deve offrire sacrifici per i peccati anche per se stesso, come fa per il popolo. Nessuno attribuisce a se stesso questo onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne. Nello stesso modo Cristo non attribuì a se stesso la gloria di sommo sacerdote, ma colui che gli disse: «Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato», gliela conferì come è detto in un altro passo : «Tu sei sacerdote per sempre, secondo l’ordine di Melchìsedek». Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote secondo l’ordine di Melchìsedek.

Continuano le letture che ci raccontano Gesù, un po’ come quando prima facciamo un regalo e poi ne spieghiamo i pregi affinché chi lo riceve possa goderne appieno… similmente la Chiesa, subito dopo il Natale, continua a spiegarci chi è Gesù mettendone in rilievo ora un particolare ora un altro. Di sicuro il tema centrale della Lettera agli Ebrei è quello di Gesù sommo sacerdote, ma in questo brano scorgiamo alcuni particolari. All’inizio del brano S. Paolo ricorda agli Ebrei, che già conoscevano molto bene la figura del sommo sacerdote, come quest’ultimo sia in grado di sentire giusta compassione in quanto anch’egli uomo… ebbene se ne è capace il sommo sacerdote figuriamoci se non ne è capace il vero ed eterno sommo sacerdote.

Cari sposi, quando ci rapportiamo con Gesù non dobbiamo pensare che siccome Lui è Dio ci debba esaudire punto e basta. Tante volte, per la verità quasi tutte, quando raccontiamo le nostre tribolazioni ad una persona amica non ci aspettiamo innanzitutto che essa ci dia una soluzione ai nostri problemi, ci basta che ci ascolti, poi magari potrà capitare che ci aiuti nello sbrigare tanti nodi aggrovigliati, ma come situazione primaria chiediamo almeno l’accoglienza dell’ascolto… e spesso ci congediamo dall’altro più leggeri, rincuorati e incoraggiati, spronati nell’affrontare le varie vicissitudini sicuri della comprensione dell’amico.

Ecco con quale spirito dobbiamo innanzitutto accostarci a Gesù, come faremmo con quella persona amica, sicuri che in Lui troviamo qualcuno che ci ascolti nel profondo, qualcuno che sappia usare compassione e comprenda la nostra fatica perché anche Lui ha la nostra stessa natura, se ne intende di dolori e fatiche, S. Paolo stesso ci ricorda che patì. Cari sposi, il momento migliore per parlarGli è quello della Santa Comunione eucaristica, e dobbiamo avere questo colloquio intimo singolarmente, ma nulla vieta che poi i due sposi si ritrovino in un altro momento per parlare cuore a cuore con Gesù.

Un altro particolare che intendiamo evidenziare è la parte finale del brano : Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, […] . In questa frase è riassunta bene la verità che in Gesù coesistono le due nature, quella umana e quella divina, ognuna piena al 100%. Infatti scrive Figlio con la maiuscola e anche nel resto del brano è esplicitato che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, ma qui aggiunge che pur essendo Figlio, cioè Dio per natura, tuttavia aveva qualcosa da imparare come uomo. Ed ha imparato l’obbedienza, una virtù oggi più che mai disattesa e sottovalutata anche in casa cristiana. Quante volte abbiamo disubbidito come sposi ai comandi del Signore? Quante volte abbiamo disubbidito come genitori? E come fidanzati com’è andata? Ognuno ha le proprie risposte, quello che è certo è che dietro ad ogni obbedienza c’è una fatica più o meno grande a seconda di quanto ci è stato chiesto, è duro ammettere che stiamo sbagliando, è duro piegare le nostre inclinazioni, le nostre tendenze, la nostra volontà alla volontà di un Altro… ma dietro ad ogni fatica c’è una ricompensa, e la nostra ricompensa è la salvezza. Dio non ci chiede mai nulla che non sia per il nostro bene.

Finché siamo convinti che la vita sia tutta qui non metteremo mai mano alla nostra conversione per imparare ad obbedire, perché la vita eterna resterà in secondo piano, alla stregua di una pia illusione. Quanto più cominciamo a capire che questa vita è una prova, anche di obbedienza, allora la prenderemo sul serio e cominceremo ad obbedire, all’inizio solo per essere salvati; ma è man mano che si progredisce nella virtù dell’obbedienza che si capisce come la salvezza sia già presente dentro l’opera e dentro i frutti della obbedienza stessa perché l’obbedienza conduce sempre al bene.

Coraggio sposi, anche Gesù è stato esaudito, ma ha dovuto sudarselo, Lui che era perfetto, non vedo perché noi dovremmo avere la vita eterna a basso prezzo.

Giorgio e Valentina.

Domenica e famiglia : un connubio possibile /52

Ci eravamo lasciati con la citazione del giovane santo del nostro tempo: Carlo Acutis, il quale ha definito l’Eucarestia la sua “autostrada per il Cielo”! Probabilmente questo ragazzo intendeva l’Eucarestia nel suo duplice significato, e cioè come sinonimo della Messa e come il Sacramento nascosto sotto le specie del pane e del vino, poiché faceva di tutto per non mancare alla Messa quotidiana e alla comunione eucaristica.

Questi due significati sono però inscindibili poiché la consacrazione del pane e del vino avviene solo nella celebrazione della S. Messa, ma la ricezione del Corpo e del Sangue del Signore (quella che comunemente chiamiamo comunione) non è strettamente legata alla partecipazione alla Messa. Probabilmente all’inizio dell’esperienza della Chiesa la consumazione delle specie consacrate avveniva esclusivamente durante il Divino Sacrificio, ma ben presto si è capita l’importanza fondamentale di questo Sacramento e quindi sono nate tutte le forme di amore, dedizione, onorificenza e devozione alla Santissima Eucarestia: la S. Comunione agli ammalati (i quali non possono partecipare fisicamente alla Messa), la conservazione delle specie consacrate nei tabernacoli, la genuflessione e le dovute riverenze, le adorazioni eucaristiche, tutte le forme d’arte per dare onore all’Eucarestia, le processioni eucaristiche e le devozioni popolari.

Tutta questa fioritura di arte e devozione la si deve al fatto che i cristiani hanno sempre fatto esperienza di quanto la Santissima Eucarestia sia vitale e faccia la differenza nel cammino della santità, di come essa sia la chiave di volta per entrare nel Mistero della nostra salvezza, se vogliamo assomigliare sempre più al nostro Maestro non possiamo restare digiuni di questo pane del Cielo, di questa nuova e vera manna, di questo divino alimento, di questo cibo di vita eterna… molta cinematografia e letteratura si sono sbizzarrite circa l’elisir di vita eterna, ebbene, i cristiani possono nutrirsi tutti i giorni di questo cibo di eterna vita ma, ahimè, viene spesso sottovalutato o ignorato, declassato alla stregua di un rituale magico.

Ovviamente non si tratta di magia, semmai avviene un prodigio miracoloso o un miracolo prodigioso, che è il mistero della transustanziazione, la quale è inspiegabile dalla scienza ma non dalla ragione né dalla fede, le quali sanno andare ben oltre i risultati scientifici pur tenendone conto, anzi sono proprio questi risultati a confermare ciò che la fede cattolica da sempre crede e che la ragione spinge a ritenere ragionevole credervi. Ci riferiamo ai famosi miracoli eucaristici, i quali non fanno altro che confermare la realtà della transustanziazione oltre ogni limite posto normalmente dalle leggi della natura, per approfondire meglio vi consigliamo la lettura del libro che raccoglie la dettagliata ricerca eseguita proprio da quel giovane Acutis, spinto dall’amore e dalla fede nell’Eucarestia.

Di solito quando si deve affrontare un lungo viaggio in automobile si sceglie sempre la via più veloce, più diretta, di solito essa corrisponde all’autostrada, similmente l’Eucarestia è la via più veloce e più diretta per il Cielo. Ci ha aiutato entrare un pochino di più in questo grande e meraviglioso mistero meditare su uno dei miracoli di Gesù, e precisamente quello dell’emorroissa che non osa avvicinarsi a Gesù ma si accontenta di toccarne il lembo del mantello: le bastò sfiorare non Gesù, ma il lembo del Suo mantello affinché venisse guarita.

Quando riceviamo l’Eucarestia noi abbiamo molto di più dell’emorroissa, poiché non ci accontentiamo del lembo del Suo mantello, non ci accontentiamo nemmeno di toccarGli una mano, ma ce lo abbiamo tutto dentro di noi, dentro il nostro corpo e diventa nostro anche nell’anima. Questa verità diventa vita vissuta, diventa carne tanto più quanto il nostro cuore è aperto all’azione della Grazia; a riguardo c’è la testimonianza di una grande santa “eucaristica”: S. Gemma Galgani, la quale spesso seguiva la Messa dal fondo della Chiesa perché non poteva resistere col corpo all’impeto cardiocircolatorio di stare vicino al tabernacolo, più si avvicinava all’Eucarestia e più sentiva un fuoco ardere dentro nel petto; quando poi riceveva l’Eucarestia ( per intenderci faceva la comunione) la gente intorno sentiva (senza l’ausilio di uno stetoscopio) palpitare con grande foga due cuori che diventava un palpitare all’unisono.

Quella di Gemma è solo una tra le molte testimonianze di santità con particolare sensibilità eucaristica, ci sarebbero da approfondire: la beata Imelda Lambertini morta a 13 anni in estasi durante la prima comunione ed il suo corpo è ovviamente ancora incorrotto dal 12 Maggio 1333; la beata Alexandrina Maria Da Costa che smise di alimentarsi assumendo ogni giorno soltanto l’ostia consacrata per i suoi ultimi 13 anni di vita; S. Tommaso d’Aquino compose praticamente tutti gli inni eucaristici che si pregano e si cantano ancora oggi; S. Alfonso Maria Dè Liguori ha scritto le preghiere per le visite e l’adorazione eucaristica S. Giovanni Paolo II ci ha regalato l’enciclica Ecclesia de Eucharistia, e molti altri che non possiamo citare e più tanti ancora che non conosciamo.

L’Eucarestia è un’autostrada per il Cielo perché se è vero che Gesù lo si può incontrare anche nei fratelli, nei poveri, nei sofferenti, nelle situazioni della vita, nella lettura della Sua Parola, dentro un’amicizia, dentro la relazione coniugale di un amore sponsale suggellato dal sacramento del matrimonio, ecc… è pur vero che questo incontro, quando c’è, rimane un incontro spirituale, una presenza spirituale, mentre con l’Eucarestia la presenza è vera, reale e sostanziale poiché Gesù è veramente, realmente e sostanzialmente presente nelle specie del pane e del vino consacrate, e lo è aldilà della nostra fede… in parole povere Lui è presente sia che noi ci crediamo oppure no, la Sua presenza non dipende dalla nostra fede, altrimenti che Dio sarebbe se fosse limitato dalla nostra povera fede?

L’Eucarestia è comunque infinitamente di più di ciò che le nostre povere parole riescono ad esprimere, è un mistero di cui possiamo fare esperienza reale e concreta, è un mistero in cui immergersi per viverlo realmente e da cui lasciarsi plasmare volta dopo volta. Coraggio famiglie, Gesù ci aspetta e vuole fare di noi un…

…….to be continued, stay tuned.

Giorgio e Valentina.

Quale vantaggio?

Dalla lettera agli Ebrei (Eb 2,5-12) […] Avendo sottomesso a lui tutte le cose, nulla ha lasciato che non gli fosse sottomesso. Al momento presente però non vediamo ancora che ogni cosa sia a lui sottomessa. Tuttavia quel Gesù, che fu fatto di poco inferiore agli angeli, lo vediamo coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto, perché per la grazia di Dio egli provasse la morte a vantaggio di tutti. Conveniva infatti che Dio – per il quale e mediante il quale esistono tutte le cose, lui che conduce molti figli alla gloria – rendesse perfetto per mezzo delle sofferenze il capo che guida alla salvezza. […]

Le letture liturgiche dei giorni che seguono il periodo natalizio sono un susseguirsi di vari richiami al Mistero dell’Incarnazione, guardandolo da vari punti di vista per sottolinearne ora un aspetto ora un altro, proprio per fissare bene nella mente e nel cuore dei fedeli ciò che è stato appena celebrato nei giorni scorsi… una sorta di flashback in cui si ricostruisce l’evento per carpirne il significato in tutta la sua portata.

Abbiamo preso solo la parte centrale del brano proposto nella Messa odierna perché mette in luce un aspetto che dovremmo tenere sempre presente all’interno della nostra relazione sponsale: Gesù è morto per noi, cioè a nostro vantaggio, il vantaggio è la nostra salvezza eterna. Prima di relegare quest’ultima verità come scontata, con pensieri del tipo: “che scoperta… ma guarda che novità che scrivono questi due… e pensare che la Chiesa è 2000 anni che lo dice… non è che sia una frase originale… lo sapevamo già” ecc… vi consigliamo di continuare la lettura per capire quanto questa verità diventi carne nella relazione sponsale.

Ci sono diversi approcci nel raccontare e spiegare la vita matrimoniale, esistono diverse metodologie per affrontare il tema del sacramento del matrimonio, e lo abbiamo sperimentato collaborando in questi anni a tanti corsi prematrimoniali, parrocchiali e non: c’è quello che punta molto sulle dinamiche psicologiche, quello che non le considera quasi per niente buttando tutto sullo spirituale, quello che non parla di sesso, quello che non osa parlare di castità pre e post-matrimoniale, quello che non parla di fede, quello che non osa dire la parola peccato, quello che reputa il corso inutile in partenza, quello che considera i fidanzati alla stregua di clienti, quello che li considera degli scalda-banchi, quello che li considera praticamente già sposati, quello che non chiede loro la conversione, quello che non parla del sacramento del matrimonio, quello che lo banalizza equiparandolo al matrimonio civile, ecc…

Abbiamo voluto fare un elenco di questi tentativi più o meno riusciti perché spesso l’anello mancante in quasi tutti è l’aspetto evangelizzante, cioè che Gesù è morto a vantaggio nostro. Perché parlare della sua morte proprio nel tempo natalizio? Perché è la missione per cui è nato, anche se ora siamo inondati da sentimenti teneri verso un piccolo, indifeso ed innocente bimbo che nasce in una stalla, non dobbiamo dimenticare il motivo della Sua Incarnazione, e cioè la nostra salvezza. Già, ma come è stata ottenuta la nostra salvezza? Grazie alla Sua Croce, e ce lo ricorda il colore rosso del periodo natalizio che richiama il rosso del sangue versato sulla Croce. Non lo vogliamo ricordare perché siamo dei guastafeste, ma perché è la Chiesa stessa che ce lo ricorda, anche se in toni sommessi ed un po’ velati… ma anche il famoso canto di S. Alfonso Maria de Liguori “Tu scendi dalle stelle” ad un certo punto dice “…ah, quanto ti costò l’avermi amato…” ed infatti Gli costò la vita.

Questo continuo richiamo alla Croce non ci deve intristire, al contrario ci deve riempire il cuore di gratitudine gioiosa, perché abbiamo ricevuto la grazia della vita eterna senza meriti personali; oppure, cambiando prospettiva, possiamo tranquillamente affermare che se avesse voluto aspettare i nostri meriti personali per donarci la grazia divina, non sarebbe mai salito su quella Croce, sarebbe ancora lì ad aspettare. Mentre invece la vita del cristiano è gratitudine continua verso un Amore incondizionato ed immeritato. Ma c’è un particolare che in molti omettono, e cioè che questo amore immeritato l’ha ricevuto anche mia moglie/mio marito.

Se quando penso alla mia vita ringrazio Gesù di essere morto in Croce a mio vantaggio, quante volte lo ringrazio e sono grato/a perché non ha esitato a fare lo stesso per il mio coniuge? Spesso pensiamo al nostro consorte come il/la compagno/a di viaggio nel cammino della vita, nel cammino della santità, nel cammino della saggezza… tutti pensieri bellissimi, ma poi come mi rapporto con lui/lei ?

La nostra relazione sponsale è cambiata radicalmente da quando abbiamo compreso che Gesù è morto per l’altro tanto quanto lo ha fatto per me, è come se il nostro matrimonio avesse una marcia in più. Se bacio lei/lui mosso solo da un sentimento umano è cosa buona, ma se bacio colei/colui che vale il sangue del Figlio di Dio cambia tutto. Il nostro bacio, il nostro perdono reciproco, i nostri abbracci, i nostri servizi domestici, le tenerezze reciproche, le coccole e le carezze… ecc… acquistano un valore eterno perché sto baciando, sto accarezzando, sto perdonando, sto sopportando, sto abbracciando, sto coccolando colei/colui che costa il sangue di Cristo. E se Cristo non ha esitato a dare la Sua vita per il mio coniuge, chi sono io per negargli/le un perdono oppure una carezza?

Cari sposi, in questo tempo natalizio vi invitiamo a guardare al vostro consorte come a colui/colei per il/la quale Cristo ha versato il Suo sangue, non vi sembra degno del vostro amore? pazienza, è degno però della Croce di Gesù! Se è ritenuto degno dell’amore divino proprio da Colui che è l’Amore per essenza, chi sono io per non considerarlo/la degno/a del mio piccolo e povero amore? Coraggio sposi, la santità è di casa: ospitiamola!

Giorgio e Valentina.

Una nuova culla!

Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo (1Gv 2,29-3,6) Figlioli, se sapete che Dio è giusto, sappiate anche che chiunque opera la giustizia, è stato generato da lui. Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui. Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro. Chiunque commette il peccato, commette anche l’iniquità, perché il peccato è l’iniquità. Voi sapete che egli si manifestò per togliere i peccati e che in lui non vi è peccato. Chiunque rimane in lui non pecca; chiunque pecca non l’ha visto né l’ha conosciuto.

Oggi la Chiesa ci fa contemplare, attraverso letture e preghiere della Liturgia odierna, il Santissimo nome di Gesù, il nome al di sopra di ogni altro nome, il soavissimo nome nel quale siamo salvati, il nome che dice l’essenza e la missione di Colui che porta tale nome : Dio salva / Dio è salvezza. Sembra una ovvietà, ma in tempi di confusione come quelli che stiamo vivendo c’è bisogno più che mai di ribadire alcune verità che stanno alla base della nostra fede e quindi anche alla base della nostra vita con le scelte che essa comporta. Uno dei “soprannomi” di Gesù è proprio quello che riguarda la missione contenuta nel Suo nome: Salvatore; ed è talmente penetrato nella vita del nostro popolo che è abbastanza diffuso, specialmente nel sud Italia, sia come nome che come cognome.

Con la frase: Gesù è Il Salvatore si intendono due realtà che formano un’unica verità di fede: Gesù è vero Dio e vero uomo, 100% Dio e 100% uomo (tranne il peccato), in Lui coesistono le due nature divina e umana, il mistero dell’Incarnazione che stiamo celebrando e contemplando in questo periodo ci ricorda proprio questa verità. Se la Chiesa dicesse di professare la sua fede in Dio che salva sarebbe troppo generico, invece dire che Il Salvatore è Gesù cambia tutto e va al nocciolo della questione. Il mondo preferisce festeggiare la nascita di un grande uomo, di una brava persona che ha fatto tanto bene nella sua vita, un grande leader di popolo, il fondatore di una nuova religione, un grande profeta, un martire sociale/politico, un bambino che è diventato un grande maestro di vita, tutti modi di vedere Gesù sotto il solo profilo della natura umana.

La natura umana di Gesù non va rinnegata ma va definita e precisata bene, in Lui non c’è confusione tra le due nature ma distinzione, infatti sulla Croce non c’era solo un martire sociale/politico ma c’era il Redentore, il Figlio di Dio generato dal Padre. E qui entra in gioco la Sua natura divina, perché se diciamo che in Croce c’era il Figlio di Dio (generato dal Padre e quindi della stessa sostanza), stiamo dicendo che quell’uomo appeso sulla Croce non è solo un uomo e nello stesso tempo stiamo dicendo che Dio salva attraverso un vero uomo appeso ad una vera Croce di vero legno con chiodi veri. Questo mistero è ben sintetizzato in una strofa di un antico inno all’Eucarestia di S. Tommaso d’Aquino, l’Adoro Te devòte: […] sulla Croce solo la divinità era nascosta, qui (nell’Ostia consacrata) anche l’umanità del Verbo è celata (testo originale in latino: In cruce latébat sola Déitas, at hic latet simul et humànitas).

Cari sposi, quando sentiamo dire che Dio salva, dobbiamo sempre specificare il modo con cui Dio salva, perché il modo dice tutto, dobbiamo quindi sempre specificare che Dio salva attraverso la Croce di Gesù. Non v’è altra salvezza, non esiste un altro salvatore, non c’è un’altra porta per accedere alla salvezza, solo Gesù è salvezza di Dio.

Cari sposi, sentite il bisogno di salvare il vostro matrimonio? La salvezza è Gesù.

Sentite la necessità di salvare il vostro rapporto? La salvezza è Gesù.

Volete salvare la vostra coppia e la vostra famiglia? La salvezza è Gesù.

Dire che è Gesù significa riconoscere che quel bambino nel presepio è il Figlio di Dio che si è fatto carne circa 2000 anni fa. E riconoscere che si è fatto carne significa riconoscere che la fede cristiana non è astratta, ma è carne vissuta, e la Sua Grazia passa necessariamente dalla Sua sposa, la Chiesa. Il matrimonio è quella scuola di vita dove si impara come la carne può diventare presepio del Dio fatto uomo. Coraggio sposi, la nostra carne matrimoniale è quella nuova culla in cui deporre il Divin Bambinello.

Giorgio e Valentina.

Domenica e famiglia : un connubio possibile /51

(Il sacerdote, rivolto all’altare, dice sottovoce:) Il Corpo di Cristo mi custodisca per la vita eterna. (E con riverenza si comunica al Corpo di Cristo. Poi prende il calice e dice sottovoce:) Il Sangue di Cristo mi custodisca per la vita eterna. (E con riverenza si comunica al Sangue di Cristo. Mentre il sacerdote si comunica al Corpo di Cristo, si inizia il Canto di comunione o si proclama l’antifona. Il sacerdote prende poi la patena o la pisside e si reca verso i comunicandi. Nel presentare a ognuno l’ostia, la tiene alquanto sollevata e dice:) Il Corpo di Cristo. (Il comunicando risponde:) Amen. (E riceve la comunione. Nello stesso modo si comporta il diacono quando distribuisce la comunione. Quando si distribuisce la comunione sotto le due specie, si osservi il rito indicato nell’Ordinamento Generale del Messale Romano, nn. 28ı-287. Terminata la distribuzione della comunione, il sacerdote, o il diacono, o l’accolito, alla credenza o a lato dell’altare, purifica la patena sul calice e quindi il calice. Mentre purifica la patena e il calice, il sacerdote dice sottovoce:) Il sacramento ricevuto con la bocca sia accolto con purezza nel nostro spirito, o Signore, e il dono a noi fatto nel tempo ci sia rimedio per la vita eterna. (Poi il sacerdote può tornare alla sede. Secondo l’opportunità, si può osservare il sacro silenzio per un tempo conveniente, oppure cantare un salmo o un altro canto di lode o un inno. Poi, stando alla sede o all’altare, il sacerdote, rivolto al popolo, dice a mani giunte:) Preghiamo. (E tutti, insieme con il sacerdote, pregano per qualche momento in silenzio, a meno che sia già stato osservato subito dopo la comunione. Poi il sacerdote, con le braccia allargate, dice l’Orazione dopo la comunione. L’Orazione dopo la comunione termina con la conclusione breve: – se è rivolta al Padre:) Per Cristo nostro Signore. (– se è rivolta al Padre, ma alla fine di essa si fa menzione del Figlio:) Egli vive e regna nei secoli dei secoli. (– se è rivolta al Figlio:) Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. (Il popolo acclama:) Amen.

Mentre ci addentriamo ancora un poco nel mistero della comunione abbiamo voluto continuare comunque la lettura del Messale che si riferisce proprio a questo momento delicato e meraviglioso; quelle del Messale sono indicazioni che non hanno bisogno di commenti ma indicano come vivere questa realtà grande, poiché la forma è sostanza nonostante questa verità venga continuamente disattesa o, peggio, ignorata, oltraggiata e vilipesa. Nell’articolo precedente abbiamo messo in luce come ricevere il Signore col nostro corpo e poi nel nostro cuore/spirito/anima sia un mistero che assomiglia un poco a quando le famiglie ripuliscono casa per un illustre ospite, ma essendo un mistero è una realtà che ci supera perciò le nostre poche righe sono poca cosa così come lo è una scintilla rispetto al fuoco da cui proviene la scintilla stessa.

Per concludere il discorso già iniziato nel precedente articolo dobbiamo doverosamente ribadire (come spiegato nel Catechismo) che NON SI PUO’ ricevere l’eucarestia in stato di peccato mortale o, se volete volgerla al positivo, si PUO’ ricevere l’eucarestia SOLO in stato di grazia, altrimenti si mangia e si beve la propria condanna (cfr 1Cor 11,27-29). Dobbiamo altresì ribadire che lo scopo della Messa non è la comunione, i fini della Messa sono quelli del sacrificio di Gesù sulla Croce, e sono 4 : adorazione (fine latreutico dal greco latrìa = adorazione), azione di grazie ( dal greco eucharistía = ringraziamento), propiziazione (o riparazione o espiazione) ed infine impetrazione (o supplica o richiesta). Questi 4 fini sono quelli che ci insegna il Magistero e come potete notare la comunione non è contemplata, infatti la partecipazione devota alla Messa è sufficiente per assolvere il grave dovere del precetto domenicale da parte dei fedeli, ed in essa la comunione non è un dovere, perché allora è così importante?

Per capirlo dobbiamo fare un piccolo passo indietro per ribadire che la Messa è principalmente azione di Cristo e poi della Chiesa come Sua continuazione nel tempo, ma l’Agnello di Dio è sempre Lui, chi compie le 4 azioni di adorazione, ringraziamento, propiziazione e impetrazione presso il Padre è sempre Lui, perciò la nostra presenza a Messa non aggiunge nulla al Suo sacrificio, ma è un dolce dovere parteciparvi devotamente per ringraziare di tanta misericordia, per adorare il mistero della nostra Redenzione, per impetrare nuove grazie ed espiare le nostre colpe. Assomiglia un po’ a quando in famiglia si guardano e riguardano le vecchie fotografie dei bei tempi passati: non ci si stanca mai ed è sempre bello ricordare affetti, sentimenti, momenti intensi, il nostro passato, la nostra infanzia, i nostri nonni, le persone care… similmente ad ogni Messa è come rivivere l’evento della nostra salvezza, cioè la Croce di Cristo, e dovremmo avere lo stesso atteggiamento di quando si guardano le vecchie fotografie.

La comunione col Suo Corpo ed il Suo Sangue ha lo scopo di renderci partecipi di queste Sue 4 azioni per assumere la Sua forma nella nostra carne, per migliorare la nostra sempre più perfetta adesione al mistero che celebriamo, per divenire sempre più somiglianti a Lui, per essere sempre più “alter Christi”, cioè “altri Cristi” nel mondo, come il metallo fuso che assume la forma della cavità nella quale viene versato, e questa forma per noi è lo stesso Gesù. Se vogliamo perfezionare sempre più la nostra imitazione di Cristo abbiamo bisogno di nutrirci di Lui attraverso le sacre specie consacrate a Messa, e se ne avverte sempre più la necessità man mano che si avanza nel cammino di fede; normalmente nell’esperienza umana avviene che il cibo che noi mangiamo si trasforma in un qualche modo in noi, con l’Eucarestia avviene l’esatto contrario: è questo cibo divino che trasforma noi in Lui, a patto che ci lasciamo trasformare giorno dopo giorno, volta dopo volta.

Il giovane Carlo Acutis ha sapientemente descritto così la sua esperienza della comunione eucaristica: l’Eucarestia è la mia autostrada per il Cielo! Imitiamo questo santo contemporaneo e non sprechiamo le grazie che il Signore ha già pronte per noi nella santa comunione. Continueremo nel prossimo articolo ad approfondire alcuni particolari della Comunione eucaristica.

Giorgio e Valentina.

Ristrutturiamo ?

Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo (1Gv 1,1-4) Figlioli miei, quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita – la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi -, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia piena.

Oggi la Chiesa celebra la festa di San Giovanni Apostolo, ecco perché ci fa leggere i suoi scritti che sono sempre molto densi ed impegnativi, ma d’altronde stiamo parlando del “discepolo amato”, colui che forse più di tutti riusciva ad entrare in intimità col Maestro, tanto che Pietro durante l’Ultima Cena fa un cenno a lui affinché intenerisca Gesù circa la questione del traditore; anche Leonardo da Vinci ritrae Pietro che domanda a Giovanni di fare da tramite presso Gesù nel suo famosissimo quadro dell’Ultima Cena.

Sembrerebbero dei particolari di poco conto per leggere la Parola di Dio, ed invece sono di grande aiuto proprio nella comprensione non tanto del testo quanto della sostanza di ciò che ci vuole dire Giovanni. E’ pur vero che la Parola di Dio rimane tale e non perde di importanza, ma se a raccontarci alcune verità è proprio colui che osò appoggiarsi al petto di Gesù in quell’Ultima Cena, allora va da sé che la testimonianza conferma (se casomai ci fosse bisogno) la veridicità dei Vangeli e come significato nascosto ci fa intuire che queste parole vanno a toccare l’intimità di Gesù, poiché le scrive chi ha conosciuto un po’ più da vicino quei pensieri che albergavano il cuore e la mente del Maestro.

La Chiesa di fronte al Natale ci fa contemplare la duplice natura di Gesù Cristo attraverso preghiere, rituali, letture dall’Antico e dal Nuovo Testamento; essa non vuole che dimentichiamo mai che siamo di fronte al grande Mistero dell’Incarnazione del Verbo eterno del Padre, e quindi ci dona letture e preghiere che parlano della natura umana di Gesù e altrettante che parlano della Sua natura divina. Ribadiamo che la nostra fede crede che Gesù non sia un semidio oppure un super-uomo con attributi divini, quasi fosse una specie di Ercole, ma in Lui sussistono le due nature: quella umana e quella divina, cioè Gesù è 100% uomo (tranne il peccato) e 100% Dio. La lettura di oggi è un tipico esempio dove non ci si stanca di raccontare l’esperienza di Gesù con attributi carnali esplicitati nei 5 sensi umani, ma al contempo si dichiara apertamente che Egli è il Figlio di Dio. Per la nostra vita matrimoniale ci sembra più opportuno concentrarsi di più sugli aspetti carnali senza dimenticare che stiamo parlando del Verbo del Padre.

Spesso la vita dei cristiani devoti viene vista come una fede che non ha molto a che fare con la vita concreta… niente di più sbagliato. Al contrario, la vita cristiana, è talmente carnale che anche Dio ha scelto di farsi carne in un preciso momento storico in un preciso popolo che abitava un preciso territorio… nulla lasciato al caso ma tutto pensato nei minimi dettagli. Parlando di questi giorni natalizi con un giovane, ci ha chiesto se fossimo andati a Messa il giorno di Natale perché lui non ce l’ha fatta, ed ha aggiunto che sarebbe andato uno di questi giorni poiché, a suo dire, non è molto importante andare proprio in quel giorno ma l’importante è presentarsi al cospetto di Dio all’interno del periodo natalizio senza dare troppa importanza ad un giorno piuttosto che ad un altro.

Purtroppo questa mentalità ha preso piede in ampia parte del popolo italiano riducendo il cristianesimo a qualche formuletta da recitare alla bell’e meglio quando ce la si sente. Siccome è duro accettare che il cristianesimo è carne vissuta, e che richiede tanto sforzo, abnegazione di sé, rinuncia, sacrificio e rigore (non rigorismo fine a se stesso)… allora lo si snobba relegandolo a smielato sentimento religioso sperando così di prenderne le distanze ed affrancarsi dal duro lavoro della santità. Cari sposi, anche San Giovanni ci testimonia che il rapporto con Gesù ha a che fare con la carne : “abbiamo veduto, … sentito, … visto…toccato con mani ” e se c’è una vocazione che ce la si gioca proprio con la carne, essa è sicuramente il matrimonio. Gli sposi hanno la possibilità di sperimentare con i propri sensi l’incontro con Gesù, e di essere l’uno per l’altra le mani di Gesù, gli occhi di Gesù, l’abbraccio di Gesù, il perdono di Gesù…ecc… ma perché tutto ciò diventi realtà c’è bisogno del lavoro quotidiano su se stessi, c’è bisogno della nostra personale e quotidiana conversione, affinché il Verbo si faccia carne anche dentro la carne del nostro matrimonio.

Coraggio sposi, non è mai troppo tardi per mettere mano alla ristrutturazione del nostro matrimonio.

Giorgio e Valentina.

Vobis signum

Dal libro del profeta Isaìa (Is 7,10-14) In quei giorni, il Signore parlò ad Àcaz: «Chiedi per te un segno dal Signore, tuo Dio, dal profondo degli inferi oppure dall’alto». Ma Àcaz rispose: «Non lo chiederò, non voglio tentare il Signore». Allora Isaìa disse: «Ascoltate, casa di Davide! Non vi basta stancare gli uomini, perché ora vogliate stancare anche il mio Dio? Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele».

Siamo ormai alle porte del Natale 2022 e l’annuncio dell’Emmanuele da parte della Chiesa si fa sempre più pressante; potrebbe sembrare un invito quasi ossessivo o compulsivo ma non dobbiamo mai dimenticare la fragilità della condizione umana dopo il peccato originale… ci bastano 5 minuti senza Dio per combinare disastri di ogni tipo, ordine e grado, la Chiesa che ci è madre non si stanca di indicarci Colui che è il Salvatore anche di quei 5 minuti disastrosi.

Siamo tornati alla lettura del profeta Isaia, il quale in questo brano sembra dare una risposta un po’ scontrosa ad Acaz, ma in realtà profetizza la venuta del Messia. Sembra una cosa scontata e banale ma questo segno, così viene chiamata l’Incarnazione, non è un segno mandato su richiesta di un uomo, ma è iniziativa di Dio: a voi un segno = vobis signum. Questa è proprio la sostanziale differenza tra il cristianesimo e le altri religioni: le varie religioni sono iniziative umane ma il cristianesimo è iniziativa di Dio.

Il termine “religione” ha a che fare con il verbo religere, cioè intessere rapporti più o meno vincolanti con qualcuno, è infatti un’esigenza della natura umana quella di socializzare, di creare rapporti interpersonali, ma perché? Molte risposte ci vengono dalla scienza che studia la psiche ed il comportamento umano, ma questa scienza ci potrà rispondere forse riguardo al come ma non saprà mai spiegarci il perché, dov’è l’origine, di questo moto interiore dell’uomo.

Ebbene, la risposta la troviamo solo nell’antropologia cristiana, e principalmente sta nel fatto che Dio è unità di amore indissolubile fra tre Persone, il Dio rivelato da Gesù Cristo è eterna comunione di amore, una continua relazione interpersonale; siccome la Bibbia ci ha rivelato che l’uomo è stato creato ad immagine e somiglianza di Dio, ecco che si spiega come l’uomo tenda ad avere continue relazioni interpersonali di amore e non viva senza di esse, senza questa comunione/socialità l’uomo muore. La prima relazione che l’uomo cerca è quella con il proprio Creatore o con un essere/entità che avverte come superiore a se stesso e che dia senso anche alla propria esistenza umana; e tutto questo è ciò che sta alla base della varie religioni: il desiderio di entrare in contatto, di avere un rapporto interpersonale, di intessere relazioni, di religere rapporti con questo sconosciuto essere superiore.

Quindi le religioni sono tentativi più o meno riusciti di religere un rapporto con un dio. Al contrario, il cristianesimo, è un’iniziativa di Dio e NON umana. L’iniziativa è quella che ci viene descritta in questo brano da Isaia: […]la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele… che significa Dio-con-noi.

Quello che ci stiamo preparando a celebrare non è il semplice ricordo di una iniziativa di carattere umano tantomeno la banale nascita di un bambino come tutti gli altri; ci stiamo preparando a celebrare ancora una volta la grande ed unica e rivoluzionaria iniziativa da parte del Padre: l’Incarnazione di Suo Figlio.

Da quando Gesù si è fatto carne, tutto ciò che riguarda l’uomo è degno di grande onore e di grande stima (eccetto il peccato) da parte nostra, se Dio si è fatto carne, allora tutto cambia e tutto può cambiare. Non è una idea strampalata di qualche uomo di buoni desideri, è una iniziativa di Dio in persona. Non celebriamo un’idea, una filosofia di vita, una filantropia, uno stile di vita… al contrario celebriamo Dio fatto carne.

Cari sposi, se Dio si è umiliato ed abbassato a tal punto da assumere la nostra carne, tutto ciò che riguarda la nostra carne deve assumere una realtà divina. Quindi il nostro matrimonio non può essere relegato ad un insieme di equilibri psicologici, non può essere sminuito ad essere un banale “volersi-bene”, nemmeno ad un superficiale “stiamo insieme per farci compagnia” o alcunché di simile. Ma vi pare che il Figlio di Dio abbia fatto tutta quella fatica e si sia umiliato a tal punto da assumere una carne mortale solo per un banale “volersi bene”? Colui che nemmeno i cieli dei cieli riescono a contenere si è umiliato da restare nascosto dentro una carne umana solo per “farci stare bene psicologicamente”? Colui che è Onnipotente ed illimitato ha scelto di “imprigionarsi” in una carne mortale con tutti i limiti che ciò comporta solo perché noi potessimo “farci compagnia”?

Coraggio sposi, che se Dio è con noi (Emmanuele) non possiamo temere nulla. Dio è davvero con noi ed è presente nel nostro matrimonio sacramento. Dio è in mezzo a noi è l’equivalente di dire che la Salvezza è in mezzo a noi poiché Colui che sta nel nostro matrimonio è il Salvatore. Il nostro matrimonio è abitato dal Salvatore! Ma è necessario che la casa dove Lui vuole abitare sia curata nei minimi dettagli e resti sempre pulita e pura. Nessuna religione si è mai sognata di pensare nemmeno per un momento che il proprio dio sia in mezzo (anche nella carne) agli uomini, è una rivelazione del cristianesimo che, abbiamo imparato oggi, non è equiparabile ad una religione, ma è l’incontro vivo con Cristo Gesù, anzi il cristianesimo è Gesù Cristo che sta in mezzo a noi e quindi salva.

Coraggio sposi, anche il matrimonio più scombinato ha una chance con Gesù, ma solo con Lui!

Santo Natale a tutti voi.

Giorgio e Valentina.

Domenica e famiglia: un connubio possibile /50

( Il sacerdote, con le mani giunte, dice sottovoce: ) Signore Gesù Cristo, Figlio del Dio vivo, che per volontà del Padre e con l’opera dello Spirito Santo morendo hai dato la vita al mondo, per il santo mistero del tuo Corpo e del tuo Sangue liberami da ogni colpa e da ogni male, fa’ che sia sempre fedele alla tua legge e non sia mai separato da te. ( Oppure: ) La comunione al tuo Corpo e al tuo Sangue, Signore Gesù Cristo, non diventi per me giudizio di condanna, ma per tua misericordia sia rimedio e difesa dell’anima e del corpo. ( Il sacerdote genuflette, prende l’ostia e tenendola un po’ sollevata sulla patena o sul calice, rivolto al popolo, dice ad alta voce: ) Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo. Beati gli invitati alla cena dell’Agnello. ( E continua, dicendo insieme con il popolo: ) O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa, ma di’ soltanto una parola e io sarò salvato.

Siamo giunti ad un momento delicato per tutti, nel quale è bene conservare il massimo silenzio e compostezza nel rispetto della preghiera silenziosa di ciascuno. Abbiamo volutamente aggiunto nella citazione le parole riservate al sacerdote perché ci sono di grande aiuto nella comprensione della solennità del momento nonché per pregare anche noi con lui nel nostro cuore, se non con le stesse parole almeno con lo stesso moto dell’anima che queste parole dovrebbero suscitare.

Nella prima preghiera il sacerdote ricorda a se stesso, per l’ennesima volta, che ciò che sta per mangiare è frutto di un sacrificio di morte, dice infatti: “[…]morendo hai dato la vita al mondo“; qualcuno potrebbe pensare che la Chiesa ritenga che i suoi figli siano dei deficienti ed invece no, siccome conosce la natura fragile dell’uomo, semplicemente vuole rafforzare la nostra fede giorno dopo giorno, e come fa un buona madre ripete le stesse cose 20 volte al giorno ai suoi figli casomai sorgessero dubbi di fede in quel momento solenne, ecco perché il sacerdote (per primo) ripete a se stesso e si trova sulle labbra quelle stesse parole ogni volta affinché la sua fede non vacilli proprio in quegli istanti, ma al contrario ne tragga profitto e confermi nella fede i suoi parrocchiani.

Finite le preci, il sacerdote si rivolge al popolo con le stesse parole appena recitate poco prima nell’Agnus Dei: “[…] Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo[…]” quasi a mo’ di presentazione; come se il popolo prima avesse recitato o cantato l’Agnus Dei senza un riferimento oggettivo e fisico, ma ora, finalmente, eccolo lì Colui che abbiamo invocato poco prima col titolo di Agnello di Dio, il sacerdote ce lo presenta così ad imitazione del Battista quando anch’egli (si racconta nel Vangelo) lo presentò alla sua gente con le stesse parole… per fare un paragone umano un po’ azzardato ma che rende l’idea : una sorte di presentazione ufficiale in pompa magna come quando la celebrità si presenta sul palco dopo l’insistente acclamazione della folla esultante.

A questo punto è bene inginocchiarsi perché si è di fronte all’Agnello di Dio, come quando ci si inginocchia di fronte al Re, anche la forma esteriore ci induce a farlo poiché non c’è molta differenza tra l’esposizione del Santissimo Sacramento e questo momento: nella prima il Santissimo è presentato con l’ostensorio (una teca di vetro decorata) mentre in questo momento è tra le mani del sacerdote ma è sempre Lui, non è meno Santissimo di quando è nell’ostensorio.

La risposta del popolo ricopia quasi alla lettera la frase del centurione nel Vangelo di Matteo (8, 5-11), una frase che denota una grande fede ma anche un’umiltà profonda. Nell’originale latino (che si recita nel rito “vetus ordo“) la frase è molto più eloquente perché se per il centurione il tetto sotto il quale Gesù non sarebbe stato degno di entrare era il semplice tetto fisico della propria abitazione, per noi il tetto è il nostro cuore, la nostra anima, il nostro corpo.

E se per il centurione il tetto fisico non era degno di ospitare Gesù, cosa dovremmo dire noi che lo ospitiamo in maniera molto più intima del tetto fisico? Noi lo ospitiamo col nostro corpo, nel nostro cuore, nella nostra anima, come rendere degna dimora all’Agnello di Dio, al Re dei Re, al Figlio di Dio, a Dio in persona?

Le famiglie sanno bene cosa significhi dare un ripulita alla casa quando arriva un ospite importante, ecco perché il nostro lavoro di sposi in Cristo è quello di rendere il nostro corpo ed il nostro cuore sempre più una degna dimora per Gesù.

Nel prossimo articolo ci addentreremo un poco di più in questo grande mistero della comunione.

Giorgio e Valentina.

Il vero risorgimento!

Dal libro del profeta Sofonìa (Sof 3,1-2.9-13) Così dice il Signore: «Guai alla città ribelle e impura, alla città che opprime! Non ha ascoltato la voce, non ha accettato la correzione. Non ha confidato nel Signore, non si è rivolta al suo Dio». «Allora io darò ai popoli un labbro puro, perché invochino tutti il nome del Signore e lo servano tutti sotto lo stesso giogo. Da oltre i fiumi di Etiopia coloro che mi pregano, tutti quelli che ho disperso, mi porteranno offerte. In quel giorno non avrai vergogna di tutti i misfatti commessi contro di me, perché allora allontanerò da te tutti i superbi gaudenti, e tu cesserai di inorgoglirti sopra il mio santo monte. Lascerò in mezzo a te un popolo umile e povero» .Confiderà nel nome del Signore il resto d’Israele. Non commetteranno più iniquità e non proferiranno menzogna; non si troverà più nella loro bocca una lingua fraudolenta. Potranno pascolare e riposare senza che alcuno li molesti.

Questa volta la prima lettura non viene tratta da Isaia ma da un altro profeta che vede una situazione disastrosa per il suo popolo, in quanto vive un tempo in cui il popolo prescelto si lascia condizionare dalle religioni dei popoli con cui convive. Sofonia si trova a dover combattere il culto degli astri, idolatrie e apostasie; sente perciò l’ardente desiderio che il Signore torni a regnare nei cuori della sua gente.

Anche in questo libro ci sono ammonimenti e correzioni, ma a volte le voci dei profeti vengono ignorate o taciute, sono voci fastidiose perché ci ricordano le nostre mancanze, le nostre incoerenze, i nostri peccati, sono come la voce della coscienza del popolo. Noi spesso leggiamo pagine di questo tipo con lo stato d’animo di chi la sa lunga, con l’altezzosità di non essere parte del popolo ebraico, con la superbia di chi legge le disgrazie altrui sentendosene immune : niente di più sbagliato!

Il popolo d’Israele è sicuramente un popolo dalla “dura cervice” (come viene definito nel libro dell’Esodo) ma non per questo è tanto lontano dalle bassezze umane e dalle colpe in cui anche noi italiani cadiamo così frequentemente e con troppa facilità. Le miserie e le fragilità umane sono comuni alla natura umana e non appartengono in esclusiva ad un popolo o ad un’etnia, ma accomunano l’esperienza umana di ogni secolo e di ogni società, causando rovinose cadute nei medesimi peccati magari con sfumature diverse per ogni epoca, ma questo non ci esime dal sentirci già a posto in quanto sappiamo già chi sia il Salvatore promesso all’antico Israele.

La Chiesa ci è madre e sa bene che il cuore dell’uomo assomiglia troppo spesso ad una bandieruola esposta al vento, perciò ci mette in guardia affinché possiamo imparare dagli errori del passato, ma sembra che Israele sia un popolo che è stato superato di gran lunga nella dura cervice dal popolo italiano. Non è forse vero che anche tanti italiani si sono lasciati condizionare e inficiare la fede dal paganesimo e dagli idoli del mondo?

Questi articoli non sono la sede ne hanno l’intenzione di fare un elenco della malefatte del nostro popolo tanto per piangersi addosso con un elenco asettico, le analisi sociali/politiche/pastorali le lasciamo ad altri, noi sentiamo l’urgenza di rivolgerci alle coppie di sposi affinché la nuova coscienza del popolo italiano, il nuovo e vero risorgimento italiano (quello della fede), cominci e si instauri a partire dalle famiglie fondate sul Sacramento del Matrimonio.

Il profeta Sofonia annuncia guai per chi si ribella ai comandi del Signore, ma non possiamo pensare che tali parole siano indirizzate sempre agli altri e mai a noi per primi. Inoltre, Sofonia ci insegna che i guai non saranno solo per l’anima nell’aldilà, ma cominciano di qua. La salvezza è reale, è una realtà che ha a che fare innanzitutto con la nostra vita terrena. Ci sono tante coppie che con impegno e fatica, unite all’azione della Grazia, hanno risollevato le sorti del proprio matrimonio facendolo letteralmente rinascere in uno ancora più bello ; e le conseguenze di ciò si sono viste e toccate con mano, sono cambiamenti reali e non immaginari, è cambiata la loro quotidiana vita terrena perché sono tornate ad una vita di fede. Similmente, non possiamo sperare che restare lontano dal Signore e dai Suoi comandi non abbia conseguenze reali a cominciare dalla realtà di questa vita terrena. Le immagini usate da Sofonia rispecchiano la mentalità e gli usi locali di quelle terre, ma descrive azioni reali, come quella di portare offerte oppure quella di pascolare.

Troppe coppie si sono immischiate con la mentalità di questo mondo, il quale le ha ormai convinte che a Natale nasca solo un bambino eccezionale come ne sono nati tanti altri, un grande uomo, un filantropo, uno che ha fatto genericamente del bene, purtroppo anche tante prediche non hanno più il sapore dell’attesa di un Salvatore… sì, nasce il Salvatore, ma non si capisce bene da cosa debba salvarci: dal governo di questo o quello? dalla povertà? dalla tirannia? dalle disuguaglianze sociali? dalle armi atomiche? dalla finanza disumana? dal disastro ecologico? dal dissesto economico? dalle guerre?

Sono situazioni dalle quali vogliamo tutti sicuramente essere salvati, ma sono tutte realtà terrene, poiché sia che viviamo in guerra oppure in pace, sia che viviamo in povertà o in ricchezza, sia che viviamo con un governo X o Y, alla fine dovremo morire e lasciare questo mondo : sia esso bello o brutto, ricco o povero, freddo o caldo, governato bene o male… e allora da cosa ci dovrà salvare questo famoso salvatore ?

Dalla perdizione eterna, dall’Inferno: questa è la realtà dalla quale il Signore ci salva. Tutte le altre realtà sopraelencate sono certamente urgenti nella misura in cui sono subordinate alla Salvezza eterna, altrimenti stiamo aspettando il natale di un messia di stampo politico/sociale/militare.

Le realtà sopraelencate cambieranno nella misura in cui noi ritorneremo ad una vita di fede, la prima e vera rivoluzione urgente e necessaria è la nostra personale conversione. Coraggio cari sposi, l’Avvento è l’ora di prendere le distanze dal paganesimo in cui siamo immersi e riappropriarci della nostra bella e divina fede cattolica. Buon risorgimento!

Giorgio e Valentina.

C’è da lavorare!

Dal libro del profeta Isaìa (Is 40,1-11) «Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati». Una voce grida: «Nel deserto preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia innalzata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in vallata. Allora si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini insieme la vedranno, perché la bocca del Signore ha parlato». […]

Alcuni capitoli di Isaia sono talmente commoventi per l’amore misericordioso che raccontano, tanto che ci è sembrato un delitto tagliarne buona parte rispetto a quello che la Chiesa ci fa leggere nella Liturgia di oggi, ma per motivi redazionali siamo stati costretti a farlo. Ci lasciamo allora coinvolgere dal capoverso scelto per fare un balzo in avanti nel cammino della vita sponsale. Chi ha vissuto l’esperienza del deserto sa bene che è un luogo dove non ci sono strade con confini ben definiti, dove i punti di riferimento sono ben pochi e dov’è difficile preparare una strada sapendo che forse il giorno dopo al suo posto potremmo vedere una nuova duna.

A Brescia, nel 1998 abbiamo avuto la gioia di avere la presenza di Papa Giovanni Paolo II in occasione della beatificazione di Giuseppe Tovini: naturalmente è stata una grande festa per tutta la città, la quale ha beneficato di questo evento con rifacimenti di mantelli stradali e varie opere di abbellimento civico. E’ questa l’opera a cui si riferisce il profeta Isaia, l’opera di preparare la strada per il passaggio del Signore; così come prepariamo le strade cittadine per un evento importante dobbiamo preparare la strada che è dentro il nostro cuore, dentro la nostra vita, dentro il nostro matrimonio.

Sembrerebbe un controsenso chiedere di preparare una strada nel deserto sapendo quanto è difficile ed inospitale quel luogo, eppure Isaia non ha dubbi. Molte volte il nostro matrimonio sembra quel deserto in cui l’orizzonte non cambia guardandosi attorno per 360 gradi, non c’è una strada, non c’è una direzione, ci si sente persi e sperduti. Eppure Isaia ci invita a preparare una strada al Signore proprio in quella situazione, proprio nel deserto in cui è finito il nostro matrimonio, affinché esso si trasformi in un luogo ospitale. Certo non è un lavoro di facile realizzazione, agli occhi di molti risulta un’idea folle, ma non per Isaia, il Signore non ha paura di passare in mezzo al nostro deserto anche se la strada è solo abbozzata, Lui non sembra uno di quei tipi troppo schizzinosi, basta cominciare e il resto del lavoro lo fa Lui con la Sua Grazia.

Quando la nostra relazione diventa un deserto è il momento di rimboccarsi le maniche e ricominciare a fare la corte al nostro coniuge, piangersi addosso non serve a nulla ed è controproducente. A volte il nostro matrimonio è una steppa da spianare perché le differenze tra noi ci hanno allontanato invece che essere una ricchezza l’uno per l’altra. Altre volte ci sono valli che ci siamo scavati da soli, picconata dopo picconata ci siamo rinchiusi nel nostro buco che pian piano è diventata una valle e forse abbiamo anche picconato il nostro coniuge creando una seconda valle anche nel suo cuore. Alcune coppie hanno permesso alle divergenze ed alle differenti vedute di diventare sempre più ostacoli all’interno della relazione di coppia, fino a che esse sono diventate alte come colli e, in taluni casi, come monti. Molte coppie hanno lasciato entrare nella loro relazione d’amore le fatiche e le ferite del passato sicché la relazione è diventata come un terreno accidentato.

Cari sposi, il cammino dell’Avvento può rivelarsi un tempo per riconquistare la nave del nostro matrimonio e consegnare il timone al migliore timoniere di sempre: il Signore. Ci sarà da impegnarsi per colmare quelle valli con il perdono reciproco ed imparare a riconoscere i pregi dell’altro/a abbandonando il piccone; ci sarà da abbassare i colli ed i monti dedicando del tempo all’ascolto del cuore dell’altro/a; ci sarà da curare le ferite del passato dell’altro/a con la comprensione, con la pazienza, con la tenerezza di chi accoglie senza giudicare. E poi cosa succederà ?

«[…] Allora si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini insieme la vedranno, perché la bocca del Signore ha parlato».

Il nostro matrimonio diventerà finalmente la gloria del Signore, come quello sguardo fiero del papà e della mamma verso il proprio figliolo che diventa adulto. Coraggio sposi, è tempo di rimboccarsi le maniche!

Giorgio e Valentina.

Domenica e famiglia: un connubio possibile /49

La pace del Signore sia sempre con voi. ( Il popolo risponde: ) E con il tuo spirito. ( Poi, secondo l’opportunità, il diacono, o il sacerdote, aggiunge: ) Scambiatevi il dono della pace. ( E tutti si scambiano vicendevolmente un gesto di pace, di comunione e di carità secondo gli usi locali. Il sacerdote dà la pace al diacono o al ministro. Il sacerdote quindi prende l’ostia, la spezza sopra la patena e ne mette un frammento nel calice, dicendo sottovoce: ) Il Corpo e il Sangue del Signore nostro Gesù Cristo, uniti in questo calice, siano per noi cibo di vita eterna. ( Intanto si canta o si dice: ) Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi. Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi. Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, dona a noi la pace. ( Oppure in canto: ) Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis. Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis. Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem. ( Se la frazione del pane si prolunga, l’invocazione si può ripetere più volte; l’ultima invocazione si conclude con le parole: dona a noi la pace [dona nobis pacem]. )

La pace invocata nella frase precedente ora viene anche vissuta e scambiata reciprocamente con un gesto simbolico del corpo. Purtroppo anche in questo momento vengono compiuti numerosi abusi liturgici con sacerdoti e fedeli che fanno il giro della chiesa per salutare tutti per non parlare di danze e balli e canti allegri quasi fosse una festa umana, sembra di essere al ristorante di una festa di nozze. Attenzione però che la questione non è smorzare gli entusiasmi, non è essere inflessibili rispetto alle norme, non è fare gli anaffettivi e freddi per non mostrare le proprie emozioni, non è questione di gusti personali, neanche di bon-ton, non è che a noi non piaccia fare festa in compagnia, non siamo degli asociali… la vera questione è che non siamo ad una cena di classe per una bella rimpatriata!

La pace che ci scambiamo ce l’ha guadagnata col suo sacrificio un uomo inchiodato nella sua carne su una croce romana, ed ora Egli è presente sull’altare nascosto sotto le specie del pane e del vino, come un agnello sgozzato, e guarda caso questo uomo è pure Dio! Probabilmente quel famoso Venerdì sotto la Croce non si stava consumando allegramente un aperitivo dell’happy hour con lo spritz e le patatine e le olive, anzi… ci risulta che sotto la croce stavano alcune donne piangenti, tra cui Sua Madre che soffriva di un dolore atroce. La pace che ci scambiamo è quella che viene dal riconoscersi peccatori perdonati, peccatori ai quali è stato risparmiato il supplizio della Croce perché su quella Croce meritavamo di esserci inchiodati noi al posto del Figlio di Dio.

Le famiglie conoscono bene questo moto dell’anima: quello della riconoscenza dei sacrifici che un altro ha fatto per noi. Ci sono tante mamme che decorano la tavola domenicale con la tovaglia ricamata con tanto amore dalla nonna tra i dolori di mani artritiche oppure tanti papà che fanno la manutenzione alla casa costata tanti anni di sacrifici e rinunce al nonno. E guai a chi maltratta quella tovaglia, provate ad usarla come canovaccio per pulire per terra e vedete se riuscite a farla franca… giustamente dovreste fare i conti con la ciabattata ad ore dodici! Oppure provate a prendere a picconate gli stipiti della casa o del garage e vedete se non avvertite del bruciore quando vi arriva da dietro uno scapaccione di quelli sonori! Giustamente la mamma inviterà tutti i commensali a godere della bellezza dei ricami costati tante ore alla nonna mentre invece il papà chiederà il rispetto e la dovuta accortezza nell’uso della casa costata sacrifici al nonno.

Care famiglie, queste esperienze le dobbiamo portare con noi quando siamo a Messa perché lì sull’altare c’è ben più della tovaglia ricamata dalla nonna e molto più della casa costata anni di sacrifici al nonno: c’è la nostra salvezza! Se trattiamo con rispetto e devozione le cose buone di questo mondo costate sacrificio, come la tovaglia e la casa, perché non dovremmo trattare almeno con altrettanto rispetto e devozione le cose buone del Cielo che, al contrario di quelle terrene, sono eterne? Inoltre, le cose buone della terra ce le hanno procurate altre creature mentre le cose buone del Cielo ce le ha procurate il Creatore stesso, per questi motivi la prossima Domenica allo scambio della pace le famiglie sapranno sicuramente comportarsi adeguatamente serbando rispetto e senso del sacro.

Subito dopo lo scambio della pace c’è la recita o il canto dell’ Agnello di Dio durante il quale la Chiesa non si stanca di ripeterci quanto appena ricordato poc’anzi, e cioè il fatto che la pace ci viene da un sacrificio, da Colui che come un agnello sacrificale è stato offerto e si è offerto per noi. Ci permettiamo di fare una piccola menzione riguardo la traduzione in italiano del verbo latino “tollis”, non perché siamo esperti di latino ma perché ci sembra che restando più fedeli al significato originale si possano cogliere sfumature che aiutano il cammino di fede.

In italiano quel “tollis” è diventato “togli” ma in realtà Gesù non ha tolto il peccato, ma lo ha vinto. Se avesse tolto il peccato dal mondo non si spiegherebbe perché noi dopo 2000 anni siamo ancora peccatori. Forse quel “togli” fa riferimento più alla sua azione misericordiosa, nel senso che al peccatore pentito il Signore elargisce il Suo perdono, e al peccatore suona come se il peccato fosse tolto. Se però usiamo una traduzione più corretta la frase suonerebbe circa così : Agnello di Dio che prendi su di te i peccati del mondo, ecc.. ” oppure: “Agnello di Dio che togli i peccati del mondo prendendoli su di te, ecc…” avremmo una frase forse meno cantabile o meno poetica però più corretta.

Nella Passione, Gesù si è caricato come peso su di sé i nostri peccati, li ha presi in carico, se li è addossati su di sé come fa un agnello sacrificale o il capro espiatorio che subisce al posto degli uomini l’ira divina. Con la medesima intenzione Gesù si è lasciato inchiodare su quella croce affinché insieme alle Sue Sante mani e ai Suoi Santi piedi fossero inchiodati anche i nostri peccati. San Paolo ci insegna che ““Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece (oppure lo trattò da) peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio” (2 Cor 5:21)… praticamente ciò che è successo a Gesù sulla croce è successo anche al peccato: come Gesù è stato inchiodato anche il peccato è stato inchiodato; come Gesù è morto sulla croce così anche il peccato è morto sulla croce.

Ma Gesù è risorto poi, mentre il peccato è rimasto sconfitto inchiodato su quella croce, sconfitto dalla risurrezione di Gesù.

Coraggio famiglie, anche se siamo caduti in basso coi peccati da sentirci indegni del perdono del Signore, non temiamo perché Lui è morto sulla Croce proprio per quella colpa, ma noi dobbiamo riconoscerci peccatori e batterci il petto quando cantiamo o recitiamo l’Agnello di Dio. Il perdono di Dio ci dona la forza di perdonarci a vicenda in famiglia.

Giorgio e Valentina.

Tutti all’ombra.

Dal libro del profeta Isaìa (Is 4,2-6) In quel giorno, il germoglio del Signore crescerà in onore e gloria e il frutto della terra sarà a magnificenza e ornamento per i superstiti d’Israele. Chi sarà rimasto in Sion e chi sarà superstite in Gerusalemme sarà chiamato santo: quanti saranno iscritti per restare in vita in Gerusalemme. Quando il Signore avrà lavato le brutture delle figlie di Sion e avrà pulito Gerusalemme dal sangue che vi è stato versato, con il soffio del giudizio e con il soffio dello sterminio, allora creerà il Signore su ogni punto del monte Sion e su tutti i luoghi delle sue assemblee una nube di fumo durante il giorno e un bagliore di fuoco fiammeggiante durante la notte, perché la gloria del Signore sarà sopra ogni cosa come protezione, come una tenda sarà ombra contro il caldo di giorno e rifugio e riparo contro la bufera e contro la pioggia.

Il tempo dell’Avvento comincia con la lettura di molti brani del profeta Isaia che preannunciano la venuta del Signore Gesù e descrivono la Gerusalemme futura, il Paradiso. Naturalmente le immagini usate da Isaia riflettono la cultura e il tempo in cui scrive, perciò non dobbiamo stupirci se nomina animali o piante a noi sconosciuti o descrive paesaggi a noi ignoti, quello che ci interessa è il fatto che ciò che viene descritto è una situazione quasi surreale (soprattutto nei capitoli seguenti) ma bella, serena e pacifica.

Abbiamo sicuramente già sentito decine di omelie e richiami di tanti sacerdoti che descrivono il tempo forte dell’Avvento esortandoci a viverlo in pienezza; la Chiesa è premurosa verso i suoi figli e, conoscendo la dura cervice di cui siamo portatori, non si stanca di farci rivivere ogni anno questo tempo sperando che le sollecitazioni esterne aiutino i moti dell’anima. In particolare oggi vorremmo soffermarci sulla seconda parte di questo brano, quando Isaia cita la nube di giorno e il fuoco notturno: rifugio e protezione per ogni evenienza. Nei tanti seminari, incontri di approfondimento, corsi e convegni a cui partecipiamo si ascoltano sempre delle testimonianze pubbliche di conversione oppure delle storie in privato di persone che hanno incontrato il Signore in mille modi e nelle più disparate occasioni.

Le vie del Signore non sono le nostre vie” : sobbalza subito alla mente questa verità, ed è proprio questa l’esperienza che facciamo quando sentiamo le tante e diverse testimonianze di fede vissuta e/o trovata/ri-trovata. Se si facesse una ricerca per trovare in quanti modi il Signore viene descritto all’interno della Bibbia si rimarrebbe stupiti della fantasiosa ricchezza di similitudini ed immagini con le quali l’uomo descrive la sua esperienza di Dio. Isaia non si tira indietro in quanto a linguaggio figurativo e fa di questo linguaggio una sua caratteristica, ma ovviamente la nostra non vuole essere una fredda analisi linguistico/letteraria, ma un’introduzione al tema, poiché dobbiamo capire le motivazioni che stanno alla base dell’immagine della nube e del fuoco, immagini che sicuramente nascono dall’esperienza stessa di Isaia. In quella terra il caldo diurno rende difficile la vita umana, e talvolta impossibile, col tempo però l’uomo ha imparato a proteggersi dalla calura che non dà tregua, il sole fa sentire la sua forza specialmente nelle zone desertiche, bisogna esser preparati con la giusta dose d’acqua, con il giusto riparo dai raggi che scottano altrimenti si rischia grosso; sicuramente questi disagi hanno segnato la vita di fede del profeta ed il suo rapporto con Dio.

Ci sono tante coppie di sposi che vivono la stessa esperienza del sole desertico: sempre stressate dalle mille faccende, la vita che conducono (e che spesso subiscono loro malgrado) li costringe a “stare sempre sul pezzo”, sempre all’erta, non si fa in tempo a finire una faccenda che già si è catapultati in quella seguente, in un turbinio che non dà tregua fino a che non si trova requie con la testa sul cuscino (forse). Questo stile di vita impatta anche sulla vita spirituale, sull’anima, la quale si convince che la vita è tutta qui, nello sbrigare le mille faccende, e pian piano, giorno dopo giorno, si perde il contatto con l’eternità, si perde la consapevolezza del nostro destino finale… una vita così non trova requie nemmeno con la testa sul cuscino, perché mentre il corpo cerca tranquillità per riposare, immediatamente la coscienza fa sentire il proprio richiamo, e ci si chiede non tanto se si è riusciti a far tutto, ma ci si chiede quale sia il senso di tutto questo affannarsi.

Isaia ci aiuta e ci indica che il Signore è la nostra protezione contro il caldo martellante come fanno una nube o una tenda con la loro ombra, il Signore è l’unico che ci fa dormire tranquilli perché dà senso al nostro correre, anzi il senso è Lui stesso, il senso ultimo delle nostre giornate e il senso che dona nuovo entusiasmo e nuovo coraggio per affrontare le sfide di ogni giorno. Cari sposi, se vi sentite come chi sta sotto il sole cocente senza tregua, procuratevi dei momenti durante la giornata per ripararvi all’ombra del Signore, è l’unico che può donarvi il refrigerio a cui anelate, le faccende da sbrigare non spariranno come per magia, ma all’ombra del Signore anche la mente si fa più nitida, i pensieri si districano meglio, ritroverete nuova forza per affrontare le sfide che vi attendono.

Purtroppo ci sono anche coppie che vivono come in una bufera, nel freddo o nella pioggia, ed anche per loro il Signore è protezione e rifugio come lo è il fuoco contro il freddo. La vita sponsale è una sfida continua, a volte si affrontano i problemi con la giusta determinazione ma tante altre volte prendono il sopravvento l’abitudine all’altro/a e la stanchezza, mentre la relazione diventa quella bufera dove imperversano freddo e pioggia. Cari sposi, se siete in un momento di intemperie, non scoraggiatevi, ma lasciatevi riscaldare dal Signore; Lui sa riscaldare un cuore infreddolito dal gelo dell’indifferenza, dall’egoismo; Lui sa ridare vita ad un cuore intirizzito da una relazione “antartica”, ma bisogna stare vicino al fuoco per riceverne il calore, altrimenti più vi allontanerete dalla fonte e più sarà il vostro matrimonio a pagarne il caro prezzo.

Care spose, se vivete accanto ad un “orso bianco”, sappiate che sotto la sua morbida pelliccia c’è tanto caldo, ma bisogna avvicinarlo con cautela e tanta tenerezza, basta conoscerne i gusti. Cari sposi, se vivete con la “foca artica”, sappiate che non ha orecchie esterne ma possiede un ottimo udito, soprattutto in materia sentimentale ed affettiva, quindi è meglio che i vostri gesti dicano del vostro amore tenero verso di lei perché il suo udito non la ingannerà.

Buon cammino di Avvento.

Giorgio e Valentina.

Immolato, ma in piedi!

Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo ( Ap 5,1-10 ) Io, Giovanni, vidi nella mano destra di Colui che sedeva sul trono, un libro scritto sul lato interno e su quello esterno, sigillato con sette sigilli. Vidi un angelo […] Uno degli anziani mi disse: «Non piangere; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli». Poi vidi, in mezzo al trono, circondato dai quattro esseri viventi e dagli anziani, un Agnello, in piedi, come immolato; aveva sette corna e sette occhi, i quali sono i sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra. […] Giunse e prese il libro dalla destra di Colui che sedeva sul trono. E quando l’ebbe preso, i quattro esseri viventi e i ventiquattro anziani si prostrarono davanti all’Agnello, avendo ciascuno una cetra e coppe d’oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi, e cantavano un canto nuovo : «Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai riscattato per Dio, con il tuo sangue, uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione, e hai fatto di loro, per il nostro Dio, un regno e sacerdoti, e regneranno sopra la terra».

Continua la lettura di passi dall’Apocalisse, questa volta abbiamo tagliato molto le parti perché vogliamo focalizzare l’attenzione solo su un particolare che ci aiuterà nella vita di sposi. Innanzitutto vorremo farvi notare come queste visioni siano ricche di figure fantasiose ma che sono molto simboliche poiché Giovanni ama usare questa forma di scrittura. Ma veniamo subito al dunque, la figura su cui vogliamo porre l’attenzione oggi è l’Agnello sgozzato, o immolato a seconda della traduzione, ma è la stessa cosa perché per immolare un agnello (secondo i rituali sacrificali ebraici) bisogna sgozzarlo. E qui non si fa fatica ad attribuire al Cristo questa simbologia dell’agnello, sappiamo benissimo che Gesù è chiamato anche Agnello di Dio fin dai suoi esordi pubblici, quando il Battista lo addita così il giorno dopo del famoso Battesimo, descritto nel Vangelo di Giovanni, lo stesso autore dell’Apocalisse.

Ormai da tanti anni in una parrocchia del Bresciano viene allestito un famoso presepio vivente davvero spettacolare poiché è stato ricostruito un paesino della Palestina, un borgo con case, locande e botteghe artigiane, c’è pure il castello di Erode, i figuranti sono tutti vestiti con abiti tipici, e poi ci sono i pastori con le bestie, da ultimo ovviamente c’è una coppia di sposi con un infante (non la stessa ovviamente, ma diverse a turno) a rappresentare la Sacra Famiglia. Tra i pastori, quello che attira molto l’attenzione è quello che dà l’agnellino in braccio ai bambini, è un’esperienza tutta da ricordare per i piccoli ma anche per mamma e papà che non si lasciano sfuggire l’occasione per una foto ricordo ma soprattutto la parte migliore è quella di accarezzarlo per sentirne la morbidezza. Visitiamo questo bel presepio da 20 anni, ma ciò che ci impressiona ogni volta è la docilità dell’agnellino che si lascia accarezzare senza neanche un belato.

Dopo aver vissuto questa esperienza abbiamo finalmente capito cosa intendesse Giovanni quando scrive di Gesù come l’Agnello di Dio ; infatti Gesù si è lasciato immolare con la docilità con cui quell’agnellino sta in braccio ai bambini e si lascia toccare e accarezzare da essi senza neanche un belato, e così fece Gesù: non aprì bocca come agnello condotto al macello (Is 53,7). Nonostante l’agnellino passi da un bambino all’altro e venga un po’strapazzato dalla manine ansiose di toccarlo, non si arrabbia mai. Avete mai visto un agnello arrabbiarsi? Neanche Gesù si arrabbiò durante la Passione, nonostante le torture subite, è stato grazie a questa esperienza che abbiamo capito un pochino di più la Passione del Signore.

In questo brano, Gesù viene descritto “Agnello in piedi, come immolato (sgozzato)“. Avete mai visto un agnello sgozzato in piedi? Se prendiamo l’agnellino dalle manine dei bambini e lo portiamo a sgozzare, nel giro di pochissimo cadrà stecchito al suolo e non si rialzerà mai più. Gesù invece è sì un agnello sgozzato, ma ritto in piedi: è un linguaggio simbolico che dice che Gesù è risorto (ritto in piedi) ma porta sul Suo corpo glorificato i segni della Passione (sgozzato). Ed è proprio questo Agnello sgozzato che è degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, grazie alla Sua Passione. Gesù viene descritto poche righe prima come “il leone della tribù di Giuda” che ha vinto, però non è il leone ad aprire i sigilli, ma è l’agnello. Perché Gesù affronta la Passione con la forza del leone e risorge con tale forza, ma vince con la forza del perdono dalla Croce, vince con la passione vicaria, vince con la dolcezza del Suo Amore. Cari sposi, è questa l’immagine a cui noi siamo chiamati ad assomigliare: l’agnello immolato ma ritto in piedi.

Quando vogliamo far risorgere la nostra relazione sponsale dobbiamo necessariamente essere “sgozzati”, epurati cioè dai nostri peccati, dai nostri egoismi, con la docilità ed il silenzio dell’agnello che soffre per amare, soffre per poter risorgere, e quando risorgerà (per Grazia di Dio) sarà ritto in piedi ma con i segni della sofferenza poiché essa è un passaggio obbligato, se lo è stato per il Signore che era purissimo, perché dovremmo esserne esenti noi che non siamo proprio un esempio di purezza?

Coraggio sposi, ci aspetta un bel cammino di Avvento per ritrovare la docilità dell’agnello e la forza del leone per affrontare la sofferenza.

Giorgio e Valentina.

Domenica e famiglia : un connubio possibile /48

(Solo il sacerdote, con le braccia allargate, continua:) Liberaci, o Signore, da tutti i mali, concedi la pace ai nostri giorni, e con l’aiuto della tua misericordia vivremo sempre liberi dal peccato e sicuri da ogni turbamento, nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro salvatore Gesù Cristo. (Congiunge le mani.)

Questa preghiera continua, sviluppa ed allarga l’ultima domanda del Padre Nostro esplicitandone meglio i contenuti, nella versione originale è più ricca facendo menzione della Madonna e dei Santi nonché specificando che i mali sono quelli passati, presenti e futuri ; nella nuova traduzione sopra riportata è stata fatta la scelta di abbreviare e sintetizzare molte preci. Nella prima parte di questa preghiera si parla di turbamento, traduzione italiana dell’originale “perturbatione“. Non chiede di liberarci dalle paure come qualche sacerdote azzarda inserendo abusivamente parole personali qua e là secondo il proprio gusto (cosa peraltro vietata esplicitamente dalle regole liturgiche ). L’originale latino può avere diverse accezioni come “disturbo, confusione e disordine” ma non “paura”. Il Signore ha voluto provare sulla propria pelle la paura nella Passione, perché mai il Padre dovrebbe toglierla a noi se nemmeno è stata risparmiata al Figlio di Dio?

I turbamenti a cui si riferisce sono quelli causati dal Maligno. Naturalmente il Battesimo ci ha ridato la vita di Grazia, ma ci ha lasciato le conseguenze del peccato originale, per cui non siamo immuni dalle concupiscenze, dalle tentazioni e dagli influssi diabolici… a quale sicurezza si riferisce la preghiera quando dice “sicuri da ogni turbamento”? La sicurezza di appartenere al Signore se si resta in Grazia di Dio, di stare nella “squadra del Vincitore”, per cui possiamo resistere agli assalti del nemico infernale non senza fatica e sudore e volontà, ma certi che contro di noi nulla può il tentatore se siamo in Grazia di Dio… è una dura lotta, è una battaglia che non ci abbandonerà fino alla morte, quando finalmente potremo riposare (non a caso lo chiamiamo eterno riposo) se vinceremo l’ultima e decisiva battaglia finale restando forti nella fede nel Figlio di Dio e sicuri nell’intervento della Sua Misericordia.

(Il popolo conclude la preghiera con l’acclamazione:) Tuo è il regno, tua la potenza e la gloria nei secoli.

Questa acclamazione acquista una forza ed un fascino tutto particolare se si canta con vigore soprattutto nelle Messe solenni, ancora una volta è tutto il popolo che unisce la propria voce alla perenne lode delle schiere beate del Paradiso.

(Il sacerdote, con le braccia allargate, dice ad alta voce:) Signore Gesù Cristo, che hai detto ai tuoi apostoli: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace», non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa, e donale unità e pace secondo la tua volontà. ( Congiunge le mani. ) Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. (Il popolo risponde:) Amen.

Fino a questo momento tutte le preghiere della Messa erano rivolte al Padre tranne questa che si rivolge direttamente al Figlio per invocare la pace; e si rivolge proprio a Colui che è La Pace, chiamato anche il Principe della Pace, Colui che riappacifica con il Suo sangue gli esseri della terra e quelli del cielo, ma la pace che porta Gesù NON è la pace che dà il mondo. Spesso il mondo intende la pace come la semplice assenza di guerre, ed in parte la comprende, ma la pace che dà Gesù è tutt’altra, è la riconciliazione dell’uomo con Dio. Quando l’uomo è riconciliato con Dio il suo cuore vive nella pace perché è stato perdonato, gli è stata usata misericordia, e se rimane in Grazia di Dio non esiste nulla che possa portar via dal cuore la pace di Cristo. Quando le famiglie hanno Cristo, hanno già tutto.

Care famiglie, concludiamo lasciandovi un breve scritto di S. Teresa d’Avila, diventato anche un canto famoso, che dice di questa pace del cuore:

In spagnolo : Nada te turbe, nada te spante, quien a Dios tiene nada le falta. Nada te turbe, nada te spante, solo Dios basta.

In italiano : Niente ti turbi, nulla ti spaventi, a chi ha Dio nulla manca. Niente ti turbi, nulla ti spaventi, solo Dio basta.

Cantatela in famiglia quando tutto sembra andare storto, oppure recitatela spesso perché Gesù è la nostra pace.

Giorgio e Valentina.

Sposi, non abbiate paura, aprite, anzi, spalancate il cuore a Cristo!

Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo (Ap 3,1-6.14-22) <<Io Giovanni, udii il Signore che mi diceva: […] All’angelo della Chiesa che è a Laodicèa scrivi: “Così parla l’Amen, il Testimone degno di fede e veritiero, il Principio della creazione di Dio. Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca. Tu dici: Sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla. Ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo. Ti consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, e abiti bianchi per vestirti e perché non appaia la tua vergognosa nudità, e collirio per ungerti gli occhi e recuperare la vista. Io, tutti quelli che amo, li rimprovero e li educo. Sii dunque zelante e convèrtiti. Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. Il vincitore lo farò sedere con me, sul mio trono, come anche io ho vinto e siedo con il Padre mio sul suo trono. Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese”>>.

Questa settimana la Chiesa ci propone la lettura di vari brani tratti da un libro che non è molto usato nelle catechesi, come se fosse una miniera poco usata ma che contiene moltissimi insegnamenti e verità di fede. Ci sembra utile sottolineare che le visioni raccontate in questo libro san Giovanni le ebbe con molta probabilità durante la prigionia, ma soprattutto forse durante momenti di preghiera intensa nel giorno del Signore, in quella che noi chiamiamo Messa Domenicale. Abbiamo volutamente tagliato il testo perché non bisogna mai mettere troppa carne sul fuoco, infatti già il brano riportato necessita di essere preso a piccole dosi ma masticato bene.

Ci concentreremo su due spezzoni di frasi che apparentemente sembrano slegate tra loro, ma che in realtà si compenetrano a vicenda.

<<Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca.>> Sono parole perentorie, che non lasciano spazio a fraintendimenti, sono parole infuocate d’amore, che vogliono scuotere l’animo umano per destarlo dalla tiepidezza in cui molte anime vivono.

Noi spesso commettiamo peccati nel nascondimento, lontano da occhi indiscreti, nel segreto del nostro cuore con i nostri pensieri, oppure nel segreto delle nostre stanze, col favore del buio, delle tenebre, perché in fondo ci illudiamo che nessuno ci veda, soprattutto ci autoconvinciamo che nessuno lo sappia; mentre invece possiamo nascondere tutto a tutti ma non a Dio, Lui conosce persino i nostri più piccoli e reconditi pensieri, nulla sfugge al Creatore, ed in questa frase ce lo ricorda con tanta chiarezza casomai avessimo a dimenticarlo.

In seconda battuta poi, ci mette in guardia dalla tiepidezza dell’anima che non permette gli slanci della santità ma si accontenta e si bea dei risultati raggiunti dandoci l’illusione di essere arrivati a chissà quale grado di santità! Ed è così che molte coppie di sposi cristiani si accontentano della Messa Domenicale senza provarvi il gusto di parteciparvi almeno una volta infrasettimanale… altre si accontentano della omelia della Domenica come unica fonte di catechesi… molti sono gli sposi che si limitano ad un segno di croce alla mattina ed uno alla sera senza mai provare ad andare oltre… ci sono tante occasioni per uscire dalla tiepidezza: ritiri per coppie, seminari su un tal argomento, week-end di spiritualità, cenacoli di preghiera, cicli di conferenze e/o catechesi, libri di spiritualità e di vita cristiana per tutti i gusti, le Quarantore di adorazione Eucaristica, tridui dei morti, novene in preparazione a qualche solennità, processioni… e chi più ne ha più ne metta; la vita cristiana non ha nulla da invidiare a nessun’altra realtà in quanto a varietà di scelta pur nella medesima strada.

La vita cristiana dei fratelli nella fede assomiglia ad un viaggio in famiglia… c’è chi è impegnato alla guida, chi cerca sulla cartina la strada giusta, chi si gode il panorama fiducioso dell’autista, chi altrettanto fiducioso dorme sul sedile posteriore, chi sta attento alla guida pronto a richiamare l’autista alla prudenza, chi è impaziente di arrivare ed ogni due minuti chiede a che punto si è, chi caccia fuori dal finestrino la testa per godere del vento in faccia, chi ama accendere il condizionatore e chi preferisce il vento tra i capelli, chi ama le soste all’autogrill e chi preferisce fare lunghe tratte e fermarsi solo quando necessario, chi ama cantare per ammazzare il tempo e chi vuole ascoltare la musica alla radio, chi non parla mai e chi non sta mai zitto… MA tutti sullo stesso veicolo per lo stesso viaggio verso la stessa meta, con le stesse intenzioni ma con approcci diversi.

Cari sposi, il Signore non ci vuole tiepidi, Lui ci ha scelti come Suoi ambasciatori nel mondo per dire con il nostro amore sponsale che Lui ama sempre e comunque l’uomo e che Cristo e la Sua Chiesa sono inseparabili. Ma per portare a termine questo compito ha bisogno di sposi forti nella fede, tenaci e temperanti, virtuosi e coraggiosi, uniti in un solo cuore ed un solo corpo come la Chiesa è unita al Cristo poiché ne è il Suo corpo mistico.

Il Signore ci vuole portare sempre più in alto in ogni senso: << Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. >>; è un chiaro, dolcemente pressante, invito ad aprire questa famosa porta del cuore, la quale ha solo la maniglia all’interno. Il Signore è rispettoso e non la forzerà mai, poiché la maniglia è solo all’interno solo noi possiamo aprirla quando ci decidiamo a farlo. Ma la parte più bella è che quando noi la apriamo Lui viene e cena con noi; questa cena è simbolica poiché si rifà alla cena che si era soliti fare per siglare un patto di alleanza tra l’ospite e l’invitato, o comunque invitare a cena qualcuno è simbolico di aprire la nostra vita all’invitato, di voler costruire un rapporto o di consolidarlo… e Gesù usa questa immagine della cena per dire tutto ciò, perché non vede l’ora di entrare nel nostro cuore e diventarne il Re.

Coraggio sposi, non lasciamoci ingannare dal mondo che ci vuole appiattire tutti allo stesso livello, con la dittatura del pensiero unico ci rende schiavi del suo potere con delle catene infernali mentre invece Gesù ha spezzato queste catene con la Sua Risurrezione.

Sposi, non abbiate paura, aprite, anzi, spalancate il cuore a Cristo!

Giorgio e Valentina.

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Un popolo puro e sobrio.

Dalla lettera di san Paolo apostolo a Tito (Tt 2,1-8.11-14) Carissimo, insegna quello che è conforme alla sana dottrina. Gli uomini anziani siano sobri, dignitosi, saggi, saldi nella fede, nella carità e nella pazienza. Anche le donne anziane abbiano un comportamento santo: non siano maldicenti né schiave del vino; sappiano piuttosto insegnare il bene, per formare le giovani all’amore del marito e dei figli, a essere prudenti, caste, dedite alla famiglia, buone, sottomesse ai propri mariti, perché la parola di Dio non venga screditata. Esorta ancora i più giovani a essere prudenti, offrendo te stesso come esempio di opere buone: integrità nella dottrina, dignità, linguaggio sano e irreprensibile, perché il nostro avversario resti svergognato, non avendo nulla di male da dire contro di noi. È apparsa infatti la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo. Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone.

In queste settimane la Chiesa ci offre vari scritti paolini, che per noi sposi sono una fonte ricchissima, quest’oggi vediamo questo brano tratto dalla lettera che Paolo scrive al suo fidato discepolo Tito, che nonostante la giovane età viene messo dallo stesso Paolo a guida di Creta come vescovo. Tra i tantissimi insegnamenti scegliamo quello sulla sobrietà. E’ un tema uscito di moda dalle prediche domenicali, ed in questo articolo non ne faremo una catechesi per sostituirci ai sacerdoti, ma vogliamo delineare qualche tratto della sobrietà sicché da aiutare le coppie che ancora non la conoscono a pensare di cominciare a vivere questa splendida virtù.

Come tutte le virtù anch’essa necessita di sforzo, fatica, impegno, dedizione, coraggio, determinazione, rinnegamento di sé; non esiste virtù che risulti facile al primo colpo, che sia di semplice realizzazione… assomiglia un po’ all’allenamento che gli sportivi olimpionici mettono in atto giorno dopo giorno, fatica dopo fatica, per tanti mesi e anni fino a che arrivano a conquistare il podio…ebbene, quel podio è il risultato di anni di fatiche, non è stato calato dal cielo già pronto… anche i campioni “non nascono imparati“. Similmente quando vediamo una persona esercitare una virtù, non dobbiamo mai pensare che tali comportamenti siano connaturali per essa; e quasi mai sapremo e/o vedremo gli enormi sforzi e fatiche personali a cui si è sottoposta per possedere tale virtù poiché il cristiano virtuoso non sfoggia mai i traguardi raggiunti ma si sente sempre un passo indietro rispetto alla perfezione di sé.

La sobrietà viene anche chiamata moderazione perché non esiste un campo della vita umana in cui essa non possa essere esercitata: il vestire, il parlare, il guardare, l’ascoltare, il divertimento, la lettura, il riposo, la sessualità, il cibo e le bevande… insomma tutto ciò che riguarda il soddisfacimento degli appetiti sensibili e le esigenze naturali… per dirla in altri termini la morale ed il buon costume, scevri da ogni forma di eccesso e superfluo. La sobrietà ti fa gustare il piacere di un bel piatto di pasta alla carbonara senza fare il tris a tutti i costi per eccedere e cadere nel peccato di gola; la sobrietà si compiace di una doccia calda rilassante e rigenerante ma senza esagerare troppo altrimenti il piacere schiavizza; la sobrietà sa ascoltare delle spassosissime barzellette ma rinnega quelle scurrili e non le ascolta; la sobrietà sa godere del divertimento come momento ricreativo necessario rimanendo in tempi e modi morigerati ; la sobrietà sa apprezzare una buona birra ma non ti fa ubriacare; la sobrietà è prudente e parsimoniosa nell’uso del denaro ma non è avara; la sobrietà insegna agli sposi l’uso della sessualità senza scadere nella lussuria; la sobrietà aiuta l’uomo a vestirsi con elegante semplicità mettendo in risalto onestà e dignità; la sobrietà fa scegliere alla donna abiti che mettano in luce la sua dolcezza e la sua sensibilità materna senza scadere nella volgarità facendo di essa un oggetto sexy; la sobrietà sa parlare solo quando è necessario e non diventa mai scurrile né aggressiva.

Care coppie, la sobrietà deve diventare una caratteristica di noi che viviamo il Sacramento del Matrimonio, una sorta di cartellino di riconoscimento, ma come la si possiede? Vi sveliamo un trucco imparato dai santi: bisogna esercitare la virtù contraria al vizio che vogliamo eliminare. Innanzitutto bisogna decidersi risolutamente per il cammino di santità e chiedere l’aiuto della Grazia Sacramentale del Matrimonio. Concretamente poi bisogna cominciare con piccoli passi possibili, giorno dopo giorno senza mai venir meno all’impegno. Man mano che si progredisce nell’aspetto della sobrietà prescelta (per esempio il cibo), esso trascinerà dietro di sé automaticamente un altro aspetto, poi un altro ed un altro ancora, fino a che la sobrietà diventerà un modus vivendi. Coraggio sposi, l’autunno è tempo di lasciar cadere e morire le vecchie foglie per fare spazio alle nuove.

Chi ha orecchi per intendere intenda.

Giorgio e Valentina.

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Domenica e famiglia :un connubio possibile / 47

(Il sacerdote, deposti il calice e la patena, a mani giunte, canta o dice:Obbedienti alla parola del Salvatore e formati al suo divino insegnamento, osiamo dire: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male. (Oppure in canto:Pater noster, qui es in caelis: sanctificétur nomen tuum; advéniat regnum tuum; fiat volúntas tua, sicut in caelo, et in terra. Panem nostrum cotidiánum da nobis hódie; et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris; et ne nos indúcas in tentatiónem; sed líbera nos a malo.

Nel primo articolo abbiamo affrontato la recita del Padre nostro sotto la visuale dell’obbedienza, una virtù tutta da riscoprire in questi tempi travagliati in cui sembra che ognuno si costruisca e viva una fede “fai-da-te“, mentre invece la Liturgia ci educa ad obbedire a dei rituali, a delle forme esteriori che però rivelano ed aiutano l’interiorità a crescere conforme alla fede ricevuta; questa armonia tra anima/spirito e corpo è rispettosa di come il Creatore abbia pensato l’uomo: uno spirito incarnato ed un corpo informato dallo spirito che lo vivifica, le due realtà sono distinte ma non separate.

Ed è così che, distinte ma inseparabili fino alla morte, le realtà umane del corpo e dell’anima sono ad immagine e somiglianza di Dio, infatti anche all’interno della Santissima Trinità le tre Persone Divine sono distinte ma inseparabili. Ma c’è un particolare del modus operandi della Trinità che vogliamo oggi evidenziare e che ci riporterà al Padre Nostro.

La Trinità è un Mistero insondabile fino in fondo, ma possiamo intuire qualcosa della Sua grandezza grazie agli indizi che Dio stesso ci ha lasciato. Per esempio possiamo notare, nella Parola di Dio, che quando una Persona agisce o parla, non lo fa mai in modo autoreferenziale ma rimanda sempre ad una della altre due Persone o tutte e due insieme.

Per fare qualche esempio prendiamo in esame solo alcuni episodi: il Padre parla del Figlio al Battesimo sul fiume Giordano “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto“, la cosa si ripete quasi identica durante la Trasfigurazione, preannuncia la venuta del Figlio subito dopo il peccato originale di Adamo ed Eva “Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno” lo Spirito Santo indica il Figlio al Battesimo scendendo su di Lui in modo columbiforme, il compito dello Spirito Santo viene svelato da Gesù “Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto“; infine quasi ogni volta che apre bocca il Figlio parla del Padre e/o dello Spirito Santo “Io e il Padre siamo una cosa sola“, oppure “Ogni cosa mi è stata affidata dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio“, ed eccoci a quella volta in cui Gesù insegnò a pregare ai suoi discepoli con la preghiera del Padre Nostro.

Da questo breve elenco di episodi si intuisce che una caratteristica della Trinità è quella di essere Amore, un amore che continuamente circola tra le tre Persone, un amore che mette l’altro al centro, un amore che non è mai autoreferenziale. Ed è grazie a questa caratteristica che abbiamo il Padre Nostro; Gesù, essendo Dio, avrebbe potuto insegnare una preghiera autocelebrativa, del tipo “Gesù nostro, che sei il Messia…” ed invece insegna una preghiera in cui il Suo Santo nome, il nome dolcissimo di Gesù, il nome che salva, il nome che fa tremare Satana, il nome con il quale si scacciano i demoni negli esorcismi, quel nome non è nemmeno menzionato, anzi la prima delle 7 richieste è che sia santificato il nome del Padre, non quello del Figlio !

Cari sposi, la Chiesa ci insegna che col Sacramento del Matrimonio i due sposi ricevono per Grazia un nuovo amore creato del tutto simile a quello di Dio per potersi amare vicendevolmente con lo stesso stile di Dio. E lo stile di Dio, abbiamo capito, è Trinitario, è comunione di amore, comunione di intenti. Ci dobbiamo chiedere se anche noi quando parliamo lo facciamo per parlare bene del nostro coniuge, se quando agiamo lo facciamo per comunione di intenti col nostro coniuge, se facciamo la volontà del nostro coniuge (nel Bene s’intende).

Il nostro parlare ed agire assomiglia almeno lontanamente a quello degli esempi che abbiamo sopracitato della Trinità? Per fare esempi familiari concreti : quando lasciamo i nostri figli col nostro coniuge stiamo in ansia pensando che non sia all’altezza di gestirli e lo tempestiamo di messaggi/telefonate con scadenze di 10 minuti? Se c’è da prendere una decisione sulla quale l’unico/a che ne capisce è il mio coniuge, me ne sto tranquillo/a sapendo che la sua decisione sarà per il bene comune?

Quando domani a Messa reciteremo il Padre Nostro pensiamo a come Gesù avrà recitato questa meravigliosa preghiera, con quale fiducia smisurata nel Padre, il Padre Suo… azzardiamo una ipotesi : ci piace pensare che parte di questa preghiera siano le stesse parole che Gesù stesso usava quando si ritirava in disparte per pregare il Padre e ad un certo punto abbia deciso di insegnarle ai suoi discepoli.

Coraggio famiglie, pregate con un cuore solo il Padre Nostro anche tra le vostra mura domestiche, non limitatevi alla recita domenicale a Messa, ne trarrà enormi vantaggi la comunione di intenti e la comunione dei cuori di tutti i componenti della famiglia. Recitatelo tante volte quante volete, non c’è limite alla preghiera, se non quello che decidiamo noi coi nostri limiti umani.

Giorgio e Valentina.

Che tipo di guadagno?

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési (Fil 1,18b-26) Fratelli, purché in ogni maniera, per convenienza o per sincerità, Cristo venga annunciato, io me ne rallegro e continuerò a rallegrarmene. So infatti che questo servirà alla mia salvezza, grazie alla vostra preghiera e all’aiuto dello Spirito di Gesù Cristo, secondo la mia ardente attesa e la speranza che in nulla rimarrò deluso; anzi nella piena fiducia che, come sempre, anche ora Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia. Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno. Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere. Sono stretto infatti fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo. Persuaso di questo, so che rimarrò e continuerò a rimanere in mezzo a tutti voi per il progresso e la gioia della vostra fede, affinché il vostro vanto nei miei riguardi cresca sempre più in Cristo Gesù, con il mio ritorno fra voi.

La Parola di Dio viene paragonata ad una spada a due tagli, la quale taglia col primo ed anche col secondo movimento, non lasciando nulla di integro lungo il suo percorso; se infatti il primo taglio dovesse lasciare residui, il passaggio della lama di ritorno assicura che quest’ultimi vengano definitivamente tagliati. La spada a due tagli di questo brano vuole quindi assicurarsi che al suo passaggio nulla resti come prima; ma perché questo avvenga dobbiamo permettere alla Parola di entrare nel nostro cuore. Certo, pensare di essere come un ananas che viene reciso in due non è proprio confortante per la nostra psiche, ma se ci pensiamo bene, tutti abbiamo bisogno di guardarci dentro nel profondo e tagliare quello che non va, e farlo senza residui, un taglio netto e preciso, senza possibili ritorni al passato, senza nostalgia dell’uomo vecchio. E’ questo l’approccio che useremo nell’approfondire il brano di San Paolo, il quale ci mette spalle al muro di fronte al tema della morte e della vita eterna.

Ho chiesto ai miei colleghi se desiderano andare in pensione domani e passare il resto della propria vita a dedicarsi ai propri hobby senza limiti di tempo né di soldi, stranamente tutti mi hanno risposto di sì. Ovviamente la risposta è tale perché si pensa che la vita che viene proposta loro sia una vita ideale, come un sorta di paradiso a cui si anela e che solletica i nostri sensi. Ma se si rivolge la stessa domanda in altri termini ne sentiremmo delle belle. Per farlo dobbiamo sostituire le parole pensione con morte ed il resto della propria vita con vita eterna/Paradiso… ora proviamo a riformulare la domanda : Vorresti morire domani per andare in Paradiso e godere in eterno di una vita straordinaria senza pensieri, senza preoccupazioni, senza malattie?

Tutti desideriamo il Paradiso dopo questa vita, ma non tutti siamo disposti a lasciarla subito per avere quella eterna, perché? Eppure non ci viene proposta una vita che duri solo qualche anno e nemmeno qualche decina, neanche qualche secolo e neanche qualche millennio, ma molto di più, durerà in eterno. Chi si lascerebbe sfuggire questa occasione imperdibile ? Assomiglia a quelle offerte commerciali a tempo, quelle in cui per approfittare del mega sconto bisogna necessariamente acquistare entro e non oltre una certa data… similmente l’offerta della vita eterna è riservata a questa vita, è l’unica ed irripetibile occasione a tempo determinato, non possiamo sperare di avere un’altra opportunità, abbiamo solo il tempo limitato a questa vita terrena.

San Paolo si trova diviso tra questi due aneliti, quello di vivere questa vita per Cristo oppure morire per vivere appieno la totalità di comunione con Lui. In entrambi i casi la meta è Cristo. Da una lettura superficiale sembra quasi che ci sia un desiderio di suicidio, una sorta di richiesta di eutanasia, ma non dobbiamo lasciarci ingannare dalle parole “il morire è un guadagno“, non c’è in Paolo nessun disprezzo per la vita terrena, al contrario asserisce poco prima che “il vivere per me è Cristo” e cosa c’è di più vitale che volere vivere di Colui che è risorto dalla morte ?

Cari sposi, il nostro matrimonio, la nostra relazione sponsale, deve assomigliare sempre di più alla condizione esistenziale di San Paolo; dobbiamo con l’Apostolo “lavorare con frutto” cioè vivere il matrimonio come via di santità per il nostro coniuge, infatti anche Paolo è proteso a restare in questa vita per la maggior utilità dei suoi figli spirituali: “per voi è più necessario che io rimanga nel corpo“. Dobbiamo vivere il matrimonio con questo doppio anelito: con i piedi ben piantati in terra per vivere la volontà di Cristo e con il cuore/la testa/la mente nel Cielo, nella vita futura che MAI finirà. Se cominciamo a vivere così allora il nostro coniuge diventa un compagno di viaggio fantastico, e se emergessero i suoi difetti, sarebbe l’occasione propizia per crescere nella pazienza di quel Paradiso in cui i difetti non esistono; così anche un’incomprensione tra noi ci aiuta a riflettere su quanto ci manchi ancora alla perfezione della vita eterna, quanto aneliamo che tutto, compresa la nostra relazione, sia perfetto e totale.

Coraggio sposi, il nostro matrimonio è quella grande offerta a tempo limitato, dobbiamo approfittarne per non lasciarci sfuggire l’occasione di vivere il QUI ED ORA col cuore nel PER SEMPRE.

Giorgio e Valentina.

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A ciascuno il proprio.

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni (Ef 6,1-9) Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore, perché questo è giusto. «Onora tuo padre e tua madre!». Questo è il primo comandamento che è accompagnato da una promessa: «perché tu sia felice e goda di una lunga vita sulla terra». E voi, padri, non esasperate i vostri figli, ma fateli crescere nella disciplina e negli insegnamenti del Signore. Schiavi, obbedite ai vostri padroni terreni con rispetto e timore, nella semplicità del vostro cuore, come a Cristo, non servendo per farvi vedere, come fa chi vuole piacere agli uomini, ma come servi di Cristo, facendo di cuore la volontà di Dio, prestando servizio volentieri, come chi serve il Signore e non gli uomini. Voi sapete infatti che ciascuno, sia schiavo che libero, riceverà dal Signore secondo quello che avrà fatto di bene. Anche voi, padroni, comportatevi allo stesso modo verso di loro, mettendo da parte le minacce, sapendo che il Signore, loro e vostro, è nei cieli e in lui non vi è preferenza di persone.

Questo testo è quello che sta alla base della spiegazione del quarto Comandamento divino all’interno del Catechismo, nel quale viene spiegato come onorare i propri genitori si dilata nei comportamenti verso i propri superiori o verso i propri sottoposti. Infatti alla base di questo Comandamento c’è il riconoscere che la paternità di Dio si manifesta concretamente dentro i volti e le storie che la vita ci pone accanto. Su quest’ultimo concetto si fonda uno dei famosi voti che fanno i sacerdoti, i frati/monaci e le suore/monache: l’obbedienza. Ovviamente la virtù dell’obbedienza è da vivere ed intendere bene, poiché essa non può mai pretendere qualcosa che vada contro coscienza oppure contro la legge di Dio; ma non è questa la sede per approfondire tale virtù, piuttosto ne metteremo in luce alcuni aspetti che ci interessano come sposi.

Nella prima parte del testo San Paolo dà alcune direttive sia ai figli che ai genitori/educatori, affinché nessuno si senta escluso dalla fatica di migliorare se stesso, vivendo nel rispetto della legge di Dio e nella Sua giustizia. Ci sono altri passi nella Bibbia dove è elogiato il rispetto e l’onore che ciascuno deve nei confronti dei propri genitori, soprattutto quando noi diventiamo adulti e loro sono ormai vecchi o malati e bisognosi di assistenza. Tante coppie ci hanno reso una straordinaria testimonianza di come si assiste un anziano oppure un malato con dignità, cioè rispettandolo innanzitutto come essere umano e non come un oggetto guasto da sostituire o da riparare; inoltre poi è stato onorato benché vecchio e/o infermo.

Ma cosa significa onorare? Ci lasciamo aiutare da esempi reali: se i miei genitori mi hanno insegnato (e testimoniato) che il matrimonio è costituito dalla decisione ferma di amare l’altro costi quel che costi fino a che morte non ci separi, ecco che se io mi lascio andare alla prima difficoltà col mio coniuge e poi ci separiamo o addirittura divorziamo con facilità e leggerezza, allora porterò disonore alla mia famiglia d’origine perché non avrò tenuto alta la bandiera degli insegnamenti paterni. Similmente se dovessi comportarmi da libertino seminando figli a destra e a sinistra, senza costruire legami forti e duratori tantomeno una famiglia, anche in questo caso porterei disonore ai retti insegnamenti ricevuti dai genitori. Se dovessi maltrattare i miei genitori solo perché vecchi e malati, considerandoli pazzi e non prendendomene cura, anche in questo caso disonorerei i miei genitori.

Se, al contrario, me ne prendessi cura proprio perché malati e vecchi, e lo facessi anche solo per il fatto che sono i miei genitori, allora li onorerei. Siccome poi siamo anche cristiani abbiamo una marcia in più, ecco allora che questa cura sarà amorevole, tenera e delicata. Abbiamo diversi motivi che ci spingono ad onorare i genitori soprattutto quando sono nella vecchiaia e/o nella malattia:

  • sono coloro che ci hanno donato la vita, la mamma in particolare ci ha accolto nel suo grembo per nove mesi e poi ci ha partorito, mentre il papà ha contribuito con la sua sussistenza ed i suoi sacrifici.
  • ci hanno donato amore attraverso i loro sacrifici, grandi o piccoli che siano, ci hanno nutrito, ci hanno allevato, ci hanno vestito, ci hanno cambiato tanti pannolini.
  • ci hanno donato i loro insegnamenti di vita, alcuni fondamentali per la nostra crescita
  • sono coloro i quali hanno contribuito col Padre celeste alla nostra procreazione, noi non ci saremmo senza di loro, siamo stati creati in quel preciso istante da quei precisi genitori il nostro patrimonio genetico esiste solo grazie a loro, altrimenti noi non saremmo noi, siamo stati pensati da Dio per quel momento nel tempo.

Purtroppo però il mestiere del genitore s’impara facendolo, “non si nasce imparati” ; e sicuramente tutti i genitori hanno commesso errori nel crescere e nell’educare i propri figli, errori che diventano delle ferite per i figli. Molte coppie si ritrovano all’interno del proprio matrimonio quelle ferite “non guarite” della propria infanzia, il problema non è che esistano tali ferite, ma che non siano state affrontate e quindi risolte/guarite. Esse sono una grande minaccia per la pace della coppia e della serenità della relazione poiché si rischia di scaricare il dolore, ancora vivo e pulsante, che ancora ci provocano, tutto sul nostro coniuge. Ma il nostro coniuge non potrà mai sostituire il papà o la mamma, potrà aiutarci a superare e ad affrontare queste ferite ed accompagnarci nel disagio che ancora viviamo, ci potrà sostenere, incoraggiare, confortare, capire, scusare, ma non potrà e non dovrà MAI prendere il posto di nostra madre o di nostro padre.

La prima soluzione è il perdono dei nostri genitori. Ci hanno provocato delle ferite in buona fede, non sapendo di farlo, sperando di fare il nostro bene? Non possiamo colpevolizzarli e condannarli per qualcosa per cui non hanno agito con malizia, sarebbe crudele.

Ci hanno provocato delle ferite con malizia? A maggior ragione sono bisognosi del nostro perdono, sia sul piano umano che su quello della fede, e noi abbiamo bisogno di perdonarli per guarire e liberare il nostro cuore… non ha detto forse Gesù di perdonare 70 volte 7, cioè praticamente sempre?

Ci hanno dato ciò che a loro volta hanno ricevuto (amore, educazione, affetto, attenzione, fede, coccole, ecc…): se avevano ricevuto tanto potevano darci tanto, ma se avevano ricevuto poco non potevano darci di più di quel poco; NON ha importanza che sia tanto o poco, ha importanza che ce l’abbiano dato.

Possiamo forse lamentarci col povero perché non ci regala 1 milione di euro? Non può darci ciò che non ha nemmeno lui… similmente i nostri genitori ci hanno donato ciò che avevano… NON possiamo condannarli, ma compatirli, comprenderli, perdonarli. Cari sposi, coraggio, non abbiate paura di perdonare gli sbagli anche dei vostri suoceri, perché ciò che è vostro marito/vostra moglie lo dovete anche ai suoi genitori; se vi siete innamorati di lui/lei non potete pensare di cancellare il suo passato. Con la Grazia Sacramentale del Matrimonio tutto è possibile. Coraggio.

Giorgio e Valentina.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile /46

(Il sacerdote, deposti il calice e la patena, a mani giunte, canta o dice:) Obbedienti alla parola del Salvatore e formati al suo divino insegnamento, osiamo dire: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male. (Oppure in canto:) Pater noster, qui es in caelis : sanctificétur nomen tuum; advéniat regnum tuum; fiat volúntas tua, sicut in caelo, et in terra. Panem nostrum cotidiánum da nobis hódie; et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris; et ne nos indúcas in tentatiónem; sed líbera nos a malo.

Con la preghiera del Padre Nostro e l’esortazione che la precede cominciano i cosiddetti Riti di Comunione. Questa preghiera è La Preghiera per eccellenza perché ce l’ha insegnata Gesù stesso ed infatti, nel Catechismo della Chiesa Cattolica, trova ampio spazio di approfondimento, inoltre sullo stesso Catechismo viene usata da base per la catechesi sulla preghiera e il pregare in generale. Non vogliamo addentrarci nei vari significati delle 7 richieste al Padre, per i quali vi rimandiamo direttamente al Catechismo.

Desideriamo in questo primo articolo mettere in evidenza la motivazione per cui il Pater non poteva non entrare a pieno diritto nel rituale del Divin Sacrificio, e questa prima motivazione ci viene dalla esortazione iniziale del sacerdote : Obbedienti. La virtù dell’obbedienza ci porterebbe molto lontani nella riflessione, ci basti però tener presente che la catastrofe delle catastrofi, cioè il peccato originale, è stato un atto di disobbedienza al Creatore, il Quale aveva proibito di mangiare i frutti di un solo albero; i nostri progenitori potevano mangiare i frutti di altre migliaia di alberi ed invece si intestardirono a voler mangiare dell’unico proibito: quanto ci affascina il non avere limiti, mal sopportiamo l’idea di essere limitati, di essere creature, di aver bisogno di regole, gli esperti la chiamano autodeterminazione dell’uomo nei confronti di Dio Creatore.

Care famiglie, la virtù dell’obbedienza va riscoperta in un tempo in cui ci inculcano che vada bene qualsiasi scelta nella vita, i fautori del nuovo concetto di libertà in realtà si vogliono affrancare dalle regole del cristianesimo, non ne vogliono sapere della vera libertà, quella che ci dona Cristo… per esempio ci vogliono convincere che l’aborto sia un diritto e non un omicidio, che l’adulterio non sia peccato ma emancipazione di sé, vogliono farci credere che la lussuria e la fornicazione non siano peccati, insistono nel farci credere che la castità non sia una grandissima virtù, che la verginità pre-matrimoniale sia un’invenzione della Chiesa e non un’esigenza del cuore umano, vogliono banalizzare l’atto sessuale con cui i due sposi si amano e generano nuova vita abbassandolo al livello animale, eccetera.

Quando eravamo fidanzati abbiamo accolto delle regole che ci sono state dettate dai nostri formatori, primo fra tutti padre Bardelli, e le abbiamo accolte nel nostro cuore facendole nostre, lasciando che operassero nella nostra vita anche se non le capivamo tutte fino in fondo.

Abbiamo obbedito, ci siamo fidati !

E abbiamo fatto bene, perché il rispetto di quelle regole non solo ci ha permesso di non cadere nel burrone del peccato mortale (specialmente il burrone dei peccati contro la castità), ma pian piano dal rispetto della norma siamo passati alla norma del rispetto, rispetto dell’ecologia dell’uomo fatto ad immagine e somiglianza di Dio, rispetto del corpo e rispetto dell’anima, rispetto dell’armonia tra corpo ed anima che esigeva l’amore di fidanzamento allora, ed esige l’amore sponsale oggi. Abbiamo compreso cammin facendo, anzi cammin vivendo; vivendo cioè quell’obbedienza che anche se non capisce tutto e subito, intuisce però che obbedire a Dio è un investimento per la vita.

Non è necessario capire sempre tutto e subito fino in fondo per obbedire, è necessario invece aderire con la volontà alla norma. E’ ragionevole obbedire al nostro Creatore! Nella Santa Messa, quindi, non poteva mancare il Padre Nostro, perché essa è tutta orientata al Padre, il Sacrificio di Gesù è l’adesione piena alla volontà del Padre, e la Sua volontà è che la salvezza passasse necessariamente da Gesù, dalla Sua Croce; se Gesù ha obbedito offrendosi al Padre come sacrificio perfetto e gradito, come il vero Agnello Pasquale, sarebbe insensato riattualizzare il medesimo Sacrificio senza pregare il Padre come Gesù ci ha insegnato.

Cari sposi, impariamo ad obbedire al Signore e ritroveremo la libertà perduta, saranno spezzate le catene che ci tengono legati al peccato, saremo veramente liberi quando decideremo di operare il Bene e di evitare il Male. Non dobbiamo aver paura dell’uomo nuovo, dobbiamo invece temere che l’uomo vecchio torni con prepotenza a farci disobbedire.

Coraggio, il Signore sostiene chi vacilla !

Giorgio e Valentina.

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Coccole divine

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Timòteo (2Tm 4,10-17b) Figlio mio, Dema mi ha abbandonato, avendo preferito le cose di questo mondo, ed è partito per Tessalònica; Crescente è andato in Galazia, Tito in Dalmazia. Solo Luca è con me. Prendi con te Marco e portalo, perché mi sarà utile per il ministero. Ho inviato Tìchico a Èfeso. Venendo, portami il mantello, che ho lasciato a Tròade in casa di Carpo, e i libri, soprattutto le pergamene. Alessandro, il fabbro, mi ha procurato molti danni: il Signore gli renderà secondo le sue opere. Anche tu guàrdati da lui, perché si è accanito contro la nostra predicazione. Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Nei loro confronti, non se ne tenga conto. Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero.

Nella festa liturgica di San Luca evangelista la Chiesa ci propone questo brano di Paolo a Timoteo, nel quale si testimonia come l’unico rimasto al fianco dell’Apostolo delle genti sia proprio Luca. Apparentemente è un brano che di matrimoniale ha poco e niente, ed in effetti non è il primo intento dello scrittore, il quale fa un resoconto della situazione all’amico Timoteo chiedendo aiuti di diverso tipo, e nello stesso tempo testimonia come il Signore non lo abbia mai abbandonato nel suo apostolato.

Quello che ci portiamo a casa, come sposi, è l’insegnamento che ci viene dal vissuto di Paolo; è un vissuto in cui possiamo trovare due atteggiamenti che per facilità di comprensione li terremo separati ma che in realtà sono come due facce della medesima medaglia.

Come si può notare rileggendo il brano, tra le righe si avverte pace nella descrizione degli accadimenti, nonostante siano descritti persecuzioni ed abbandoni di persone amiche il nostro Paolo non perde la pace. Come fa a restare così in pace?

Cari sposi, forse sarà successo anche ad alcuni di voi coppie di essere perseguitati da chi non sopporta la nostra testimonianza cristiana, può darsi che veniamo presi per pazzi, veniamo etichettati come retrogradi, possiamo essere esclusi dalle “grazie” del capufficio o del capo-reparto, ecc… ma come reagiamo di fronte a tutto ciò? Se in noi nasce il desiderio di vendetta o di rivalsa siamo sulla strada sbagliata, se pensiamo di essere arrivati e disprezziamo la mancanza di fede di chi ci maltratta siamo ancora sulla strada sbagliata, se pensiamo di aver capito tutto noi e consideriamo gli altri inferiori siamo sulla strada sbagliata, se ci gloriamo di essere perseguitati solo per il desiderio malsano di essere al centro dell’attenzione tanto per fare gli originali siamo ancora sulla strada sbagliata. Qual è la strada giusta allora?

E’ quella che ci indica indirettamente S. Paolo quando nel descrivere l’accaduto non usa parole dispregiative né offensive nei confronti dei nemici, non c’è traccia di livore nel suo racconto, non v’è desiderio di rivalsa, ma resta nella pace del cuore, pur non negando la verità dei fatti né ingigantendola.

Cari sposi, quando siamo in questa situazione, il Signore ci sta mettendo alla prova, sta verificando se la nostra fede è solo quella delle preghierine al mattino ed alla sera oppure se comincia ad essere robusta e solida. Ci sono coppie che sono state etichettate dagli amici come pazze ad accogliere ancora un figlio… “ne hanno già cinque”… oppure altre che sono ritenute imprudenti ad accogliere un nuovo figlio nonostante sappiano che nascerà con gravi malformazioni fisiche… “era meglio abortire visto che lo sapevano già”… e potremmo continuare con altri esempi. Come reagiamo noi? Ci lasciamo prendere dalla rivalsa oppure il nostro cuore è in pace perché è nella volontà del Signore?

Dobbiamo imparare a considerare la situazione dal punto di vista del Cielo: se il Signore vuole saggiare la nostra fede, vuole epurarla dalle impurità, vuole farci fare un passo in avanti nelle fede, allora dovrà permettere che incontriamo degli ostacoli lungo il cammino; e questi ostacoli spesso non sono solamente delle situazioni ma anche persone, e per di più persone vicine, perciò dobbiamo imparare a non disprezzare queste persone che, magari involontariamente, sono strumento di Dio per aumentare la nostra fede in Lui.

Il secondo atteggiamento che impariamo da Paolo è la sua assoluta confidenza nella Provvidenza di Dio. Questo è il vero motivo della pace del cuore che abbiamo sopra descritto, è questa la fonte della nostra pace: il sentirsi non solo la coscienza nella quiete di chi compie la volontà del Signore, ma anche e soprattutto la sicurezza della fiducia sicura e ferma nella Provvidenza del Padre, il Quale non abbandona mai i Suoi figli.

In particolar modo le mamme conoscono quella pace che infondono al loro piccino semplicemente col tenerselo accoccolato a sé; a volte ci sono pianti indecifrabili da parte dei genitori, sono momenti in cui l’infante non trova requie con nessuna distrazione, nessun gioco, niente di niente, l’unica pace e riposo dal pianto isterico è lo stare accoccolato alla mamma.

E così dovremmo fare noi sposi nei confronti del nostro Padre celeste: quando le situazioni ci remano contro, quando tutto e tutti ci sono avversi perché abbiamo fatto una scelta coraggiosa da veri figli di Dio, cristiani DOC, allora dobbiamo fare come quel bimbo di cui sopra e lasciare il nostro cuore di sposi nelle braccia del Padre, lasciarci coccolare da Colui che ci ha destinati da sempre l’uno per l’altra.

Coraggio sposi, alla fine S. Paolo testimonia come l’unico che non l’abbia mai abbandonato è stato il Signore, Colui che gli ha dato forza, Colui che è la nostra forza. Non dobbiamo temere le avversità e le persecuzioni perché abbiamo la grazia sacramentale: cioè il diritto a ricevere da parte di Dio tutti gli aiuti e tutte le grazie necessari a compiere la nostra vocazione matrimoniale. Coraggio, non siamo soli!

Giorgio e Valentina.

Come i buoi!

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati (Gal 4,22-24.26-27.31-5,1) Fratelli, sta scritto che Abramo ebbe due figli, uno dalla schiava e uno dalla donna libera. Ma il figlio della schiava è nato secondo la carne; il figlio della donna libera, in virtù della promessa. Ora, queste cose sono dette per allegoria: le due donne infatti rappresentano le due alleanze. Una, quella del monte Sinai, che genera nella schiavitù, è rappresentata da Agar. Invece la Gerusalemme di lassù è libera ed è la madre di tutti noi. Sta scritto infatti : «Rallégrati, sterile, tu che non partorisci, grida di gioia, tu che non conosci i dolori del parto, perché molti sono i figli dell’abbandonata, più di quelli della donna che ha marito». Così, fratelli, noi non siamo figli di una schiava, ma della donna libera. Cristo ci ha liberati per la libertà! State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù.

Prosegue la riflessione di questi giorni sulla lettera ai Galati, è un tempo in cui la Chiesa ci invita a riflettere sulla nostra condizione di figli di Dio, la nostra riflessione parte e si sviluppa a partire dall’ultima parte: “Così, fratelli, noi non siamo […] “. Non è la prima volta che gli scritti paolini affrontano questi temi della figliolanza divina, ma in questo frangente si tocca anche il tema della libertà.

Gli sposi cristiani fondano il sacramento del Matrimonio sul fatto di essere battezzati, esso li rende figli di Dio, è il Battesimo poi che li abilita ad essere i ministri del proprio sacramento, è ancora il Battesimo che li ha abilita ad essere sacramento l’uno per l’altra, in quanto col Battesimo vengono inabitati dalla Santissima Trinità e divengono strumento di santificazione l’uno per l’altra; è ancora il Battesimo protagonista nel renderli capaci di amare come ama Dio, infatti uno dei tre doni divini del Battesimo è la Carità.

Più gli sposi meditano e vivono appieno la loro realtà battesimale, e quindi la loro figliolanza divina (figli di una donna libera), più il loro Matrimonio diventa santo, più diventano capaci di amarsi l’un l’altra con lo stile di Dio, fino a morire per l’amato/a come ha fatto Cristo per noi.

Parafrasando Paolo possiamo dire: “Così, sposi, noi non siamo figli di una schiava, ma della donna libera; Agar era la schiava (di Sarai, la moglie di Abramo) che aveva partorito ad Abramo Ismaele, scelta obbligata in quanto Sara era sterile (prima della vicenda di Isacco), ma per motivi di invidia fu allontanata da Abramo stesso, Agar si perderà nel deserto e sarà poi soccorsa da un angelo del Signore che aiuterà lei ed il suo bambino. Ma la benedizione del Signore resta sul figlio Isacco, perché figlio della promessa e non secondo la carne, Ismaele infatti era stato voluto da una decisione (forse avventata) di Sarai, moglie di Abramo.

E così succede anche nella nostra vita di sposi, spesso prendiamo decisioni per conto nostro, senza consultare il Signore, e poi ci lamentiamo di non avere la benedizione di Dio su quella scelta. Anche a noi sposi succede di non aver fiducia nell’aiuto del Signore, di non saper rispettare che le vie del Signore non sono le nostre vie, che i tempi di Dio non sono i nostri tempi, dobbiamo imparare a pregare prima di prendere le decisioni, e più sono importanti le scelte più ci sarà bisogno di preghiera affinché il nostro cuore si “sintonizzi” sulle frequenze di Dio; quando poi il cuore sarà sintonizzato sulle frequenze giuste capiremo come agire, quali decisioni prendere. E’ un allenamento costante di tutti i giorni perché se aspettiamo di trovarci di fronte a scelte importanti per sintonizzare il cuore, esso non sarà abituato a quelle frequenze e rischiamo di sbagliare decisione, di fare scelte imprudenti, di illuderci che Dio benedica il nostro operato sempre e comunque.

Cari sposi, Paolo poi ci esorta a restare saldi per non lasciarci imporre di nuovo il giogo della schiavitù del peccato. Il giogo è uno strumento che serve per legare gli animali al carro che trainano, ma non sono gli animali che decidono la direzione, essa è decisa da chi guida il carro grazie al giogo. Praticamente Paolo ci sta dicendo di non lasciarci bloccare dal giogo del peccato, perché non solo esso ci tiene legati a sé come schiavi, ma ci fa andare nella direzione della perdizione eterna. E noi non vogliamo fare come i buoi, vero?

Troppi sposi restano a lungo legati al carro del peccato, non capiscono il perché del loro essere sempre litigiosi, cupi, il loro rapporto è sempre stanco ed annoiato, si sentono come in un vicolo cieco, praticamente sono come quei buoi che perdono ogni libertà. All’inizio si lasciano sedurre dai piaceri immediati e sensibili che il peccato procura, ma poi senza rendersene conto si ritrovano schiavizzati.

Paolo ci ricorda che col Battesimo siamo stati liberati dal giogo del peccato ed innestati nella vita divina, siamo figli della donna libera, cioè della promessa, la promessa del Redentore, la vita eterna può già cominciare in questa vita. Il nostro destino eterno è reale, non è una fantasia, ed è talmente reale che se viviamo nella libertà della Grazia, cominciamo già a pregustare in questa vita le delizie della vita futura.

Facciamo un esempio : se tutte le volte che sono tentato di commettere un adulterio anche solo col pensiero, ci casco e lo commetto, ecco che allora non sono libero di dire di no a questa tentazione perché sento che essa è più forte di me; se invece io la combatto con l’impegno personale e sorretto dalla Grazia, allora ne esco vincitore e sarò finalmente liberato dalle sue seduzioni. Questa è la libertà.

Coraggio cari sposi, per restare liberi basta cominciare a volerlo e decidersi per il Paradiso, allora il nostro Matrimonio diventerà un piccolo angolo di Cielo.

Giorgio e Valentina.

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Domenica e famiglia: un connubio possibile /45

( Congiunge le mani e prosegue: ) Per Cristo Signore nostro, tu, o Dio, crei e santifichi sempre, fai vivere, benedici e doni al mondo ogni bene. ( Prende sia la patena con l’ostia sia il calice ed elevandoli insieme canta o dice: ) Per Cristo, con Cristo e in Cristo, a te, Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli. ( Il popolo acclama: ) Amen.

Siamo giunti alle ultime due frasi della grande Preghiera Eucaristica I e vedremo come non siano solo la chiosa finale di un bel discorso, come accade nei talk-show o nei meeting mondani, ma racchiudono grandi verità della fede cattolica. Nella prima frase c’è racchiusa tutta la fede nell’Incarnazione del Verbo di Dio e riprende con parole diverse ciò che abbiamo espresso nel Credo espandendo il concetto : “ […] per mezzo di Lui tutte le cose sono state create. […] “. Non sarà facile ma cercheremo di condensare in poche parole questa Verità di fede che celebriamo a Natale.

Gesù è il Verbo eterno del Padre, quindi non ha cominciato ad esistere, come noi, solo quando ha trovato la Sua prima culla nel grembo di Sua madre, la Vergine Maria, ma è co-eterno al Padre ed allo Spirito Santo. Quindi era compresente e compartecipe al momento della Creazione, ecco perché nel Credo diciamo che tutte le cose sono state create per mezzo di Lui ed in vista di Lui, in vista cioè della Sua Incarnazione, Passione, Morte e Risurrezione… per dirla breve: in vista della Redenzione operata da Cristo.

Per Cristo Signore nostro, tu, o Dio, crei e santifichi sempre, fai vivere, benedici e doni al mondo ogni bene.

Desideriamo porre l’attenzione sull’iniziale preposizione “Per” che porta in sé un duplice significato. Il primo più semplice è quello appena descritto col concetto di “in vista di Lui”, ed il secondo significato è quello di: “attraverso, per mezzo di Lui“. Siccome Gesù si è abbassato, umiliato, a tal punto da assumere la nostra natura umana (eccetto il peccato), per il Padre questa Incarnazione del Verbo non può passare inosservata; siccome Lui si è caricato di tutti i peccati di tutti gli uomini di tutti i tempi e li ha inchiodati alla Croce significa che il Padre ci perdona grazie al sacrificio di Gesù poiché Lui è il prezzo del nostro riscatto; siccome in Lui coesistono le due nature, quella umana e quella divina (NON 50% uomo e 50% Dio, MA 100% uomo-tranne il peccato- e 100% Dio) ciò che il Padre compie passa sempre attraverso di Lui, quindi attraverso la Sua Santissima umanità… quindi è come se Gesù fosse il filtro imprescindibile attraverso cui passano le azioni divine.

Ce l’aveva già accennato Gesù stesso quando ci ha ricordato che dobbiamo pregare il Padre nel Suo Nome… è come se ci avesse detto che qualunque richiesta avessimo da avanzare nei confronti del Padre, Lui avrebbe fatto da mediatore, da intermediario, da portavoce, da ambasciatore ma anche da scudo in quanto anche Lui uomo al 100%… come se avesse voluto proteggerci dall’ira divina col mantello della Sua umanità, assomiglia un po’ a quando ci si ripara dai raggi UVA-UVB del sole estivo sotto l’ombrellone.

In Lui tutta l’umanità si raccoglie un po’ come quando tutta la famiglia si ripara sotto l’ombrellone, ecco perché la Chiesa finisce ogni preghiera col “Per Cristo nostro Signore”… ricordiamo al Padre che osiamo avanzare qualche richiesta ma solo nel nome del Suo Figlio Uomo-Dio. Infatti la seconda e conclusiva frase è un inno di gloria alla Trinità passando da Gesù, ricalcando solennemente che tutta la Preghiera Eucaristica sale a Dio Padre PER, CON e IN Cristo, nell’unità dello Spirito Santo… è una modalità di pregare che ci educa e ci insegna che la Trinità è inseparabile.

PER Cristo cioè attraverso come abbiamo già esplicitato.

CON Cristo perché anche Lui uomo al 100%, quindi Lui prega il Padre con noi.

IN Cristo perché la nostra preghiera/richiesta confluisce in Lui, avendo caricato su di sé tutti i nostri peccati, si è fatto carico di tutte le nostre richieste, poiché noi non avremmo nulla da vantare di fronte al Padre, ma in Lui possiamo vantare la SUA CROCE che ci ha meritato il perdono… un po’ come succede in famiglia quando il figlio vuole avanzare qualche richiesta al papà ma sa bene di non meritarla, ecco allora che manda la mamma come portavoce, la quale fa da mediatrice e si fa garante per il figlio, riuscendo così a soddisfarne le richieste.

Cari sposi, il Padre non vede l’ora di elargire le grazie che ha già lì pronte per noi, ma è necessario passare da Gesù, non possiamo scavalcarLo, non possiamo ignorare il Sacrificio di Gesù, la Sua opera mirabile, la Redenzione. Questo è un momento solenne della Messa, ecco spiegata la richiesta di cantare, al sacerdote, come prima opzione, per dare ancora più ufficialità alla preghiera, e, casomai il Padre volesse fare “orecchie da mercante” il sacerdote gli offre direttamente il Figlio tenendoLo tra le mani… più di così non si può!

Care famiglie, il nostro atteggiamento durante la Preghiera Eucaristica è quello del rigoroso silenzio orante, possiamo ascoltare le parole che il sacerdote pronuncia e farle nostre, oppure avanzare qualche richiesta personale e farla confluire nel “Per Cristo...”. Alla fine qua ci vuole un bell’ Amen ad alta voce che sigilla ed ufficializza.

Praticamente un finale col botto!

Giorgio e Valentina.

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Cos’è che conta?

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati (Gal 6,14-18) Fratelli, quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo.  Non è infatti la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l’essere nuova creatura. E su quanti seguiranno questa norma sia pace e misericordia, come su tutto l’Israele di Dio. D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi : io porto le stigmate di Gesù sul mio corpo.  La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con il vostro spirito, fratelli. Amen.

Questo brano è un piccolo passaggio dell’ultimo capitolo di una lettera che Paolo scrive alla comunità della Galazia, oggi parte della Turchia, che si era lasciata convincere dalla predicazione di alcuni cristiani di origine ebrea sul fatto che la salvezza richiedeva il rispetto della legge di Mosè, in particolar modo sulla questione della circoncisione. Ma procediamo con ordine, leggiamo come commenta S. Agostino l’inizio di questo brano […]il mondo per me è stato crocifisso[…] :

Non mi tiene impegolato. Non consento che mi accalappi. In questa maniera il mondo non può nuocermi e io dal mondo non ho nulla da desiderare. Gloriandosi della croce di Cristo, il cristiano non intende piacere per motivi umani; né teme le persecuzioni dell’uomo carnale avendole affrontate per primo colui che si lasciò crocifiggere per dare l’esempio a quanti avrebbero calcato le sue orme.

Sono così ovvie le parole di questo commento che è facile cadere nella tentazione di farsele scivolare addosso senza che esse ci penetrino per cambiarci.

Siamo così sicuri che il mondo, inteso come il mondo governato dal suo principe, il diavolo, non abbia nessuna influenza sulla nostra vita, non ci abbia accalappiati?

Conosciamo coppie che, ad esempio, si sono lasciate convincere che la Domenica sia un giorno come un altro e quindi dedicano questa giornata a sé stessi, ai propri hobby, al proprio piacere e, nella migliore delle ipotesi, “regalano a Dio” l’oretta scarsa della S. Messa e poi quel portone chiuso dietro di sé rimane chiuso anche nel cuore per tutto il resto della settimana perché, dicono, “io prego quando me la sento“. Altre, si sono lasciate convincere che l’aborto sia un diritto e che non sia proprio un grande male, e tantissime altre sono convinte che l’uso di anticoncezionali (anche abortivi) sia lecito, oppure che la convivenza (dei figli magari) sia ormai da digerire come un dato di fatto che non è poi un male così grave perché l’importante è “se sta bene a loro… i tempi sono cambiati”. Naturalmente abbiamo un po’ generalizzato per grandi tematiche e non vogliamo offendere alcuno, ma sono esempi che ci fanno capire come il pensiero del mondo sia entrato nello stile di vita di moltissimi cristiani quasi inconsapevolmente.

Siamo ancora convinti che il mondo non nuoccia alla salute della anime dei credenti? Nella seconda frase poi, S. Paolo tocca il tema della circoncisione, ma lasciamoci ancora guidare da S. Agostino:

In effetti non la circoncisione in se stessa reca danno ai credenti ma il riporre in simili pratiche la speranza della salvezza. Risulta anche dagli Atti degli Apostoli che i giudaizzanti volevano inculcare la circoncisione proprio nel senso che i pagani passati alla fede, senza le pratiche legali non si sarebbero potuti salvare. Ora l’Apostolo rigetta come perniciosa non l’opera in sé ma la falsità di questa dottrina,

L’Apostolo non vuole ovviamente rigettare le opere, ma facciamo un esempio sociale per capire meglio: se io fossi uno di quei vandali che vanno in giro a disturbare interi quartieri con il gruppo degli ultras della mia squadra X, potrei sentirmi un bravo cittadino solo per il fatto che pago le tasse? Se fossi indifferente al vicino di casa, anzi, se lo odiassi fino a riempirlo di dispetti e se disprezzassi ogni anziano che vedo per la via, potrei sentirmi un cittadino modello solo per il fatto di aver pagato la tassa comunale della casa o dei rifiuti? Per essere un cittadino modello non basta fare la differenziata!

Ora, bisogna applicare lo stesso ragionamento per la vita di fede : dopo che ho rispettato tutte le leggi posso dirmi salvato? Povero me, cadrei in superbia, se pensassi che a salvarmi sono le mie opere; annullerei la salvezza operata da Gesù sulla croce. Come abbiamo già avuto modo di ribadire, i santi non si sono salvati per le loro opere, ma con le loro opere.

Questo non significa che il rispetto delle regole sia inutile, significa invece che esso è subordinato all’opera di salvezza. Cari sposi, noi non rispettiamo la legge del Signore per essere salvati, ma rispettiamo la legge del Signore perché quella salvezza già abita in noi, Lui si è sacrificato sulla Croce per noi, per donarci la vita eterna.

Gli sposi cristiani, ad esempio, non partecipano la Messa domenicale perché è un precetto della Chiesa, ma vi partecipano perché la salvezza fa già parte della loro vita, perché il sacrificio di Cristo ha ottenuto il perdono dei loro peccati.

Coraggio cari sposi, non è il tempo di disfare le valigie estive e ritornare alla routine del mondo con la sua lontananza da Dio, è il tempo invece di riempire le valigie del cuore per partire per un viaggio verso l’uomo nuovo, verso la santità delle nostre relazioni. Dobbiamo fare la differenziata nella nostra vita, dobbiamo buttare via le opere della carne, le opere dell’uomo vecchio le dobbiamo gettare nel bidone dello sporco non riciclabile. Coraggio, non abbiamo più scuse !

Giorgio e Valentina.

Ma perché succedono tutte a noi?

Dal libro di Giobbe (Gb 3,1-3.11-17.20-23) Giobbe aprì la bocca e maledisse il suo giorno. Prese a dire: «Perisca il giorno in cui nacqui e la notte in cui si disse: “È stato concepito un maschio!”. Perché non sono morto fin dal seno di mia madre e non spirai appena uscito dal grembo? Perché due ginocchia mi hanno accolto, e due mammelle mi allattarono? Così, ora giacerei e avrei pace, dormirei e troverei riposo con i re e i governanti della terra, che ricostruiscono per sé le rovine, e con i prìncipi, che posseggono oro e riempiono le case d’argento. Oppure, come aborto nascosto, più non sarei, o come i bambini che non hanno visto la luce. Là i malvagi cessano di agitarsi, e chi è sfinito trova riposo. Perché dare la luce a un infelice e la vita a chi ha amarezza nel cuore, a quelli che aspettano la morte e non viene, che la cercano più di un tesoro, che godono fino a esultare e gioiscono quando trovano una tomba, a un uomo, la cui via è nascosta e che Dio ha sbarrato da ogni parte?».

La prima lettura di oggi è fra quelle pagine della Bibbia che mal si digeriscono e che facciamo fatica a riconoscerla classificata come Parola di Dio, eppure anch’essa lo è, ma come possiamo allora provare a digerirla? La prima cosa intelligente da fare è quella di contestualizzarla, cioè non dobbiamo compiere lo sbaglio di estrapolare qua e là parti della Parola di Dio senza capirne il contesto più ampio.

Lo stesso lavoro dobbiamo farlo per questo brano di Giobbe, il quale si trova a vivere una vera e propria vessazione demoniaca, una prova durissima da parte di Dio. Ma andiamo con ordine: Satana sfida Dio e Gli chiede il permesso di tormentare il Suo servo Giobbe perché desista dall’essere uomo retto e integro, timorato di Dio; il Signore concede a Satana il potere di vessarlo e tormentarlo… cominciano così i guai per il malcapitato Giobbe.

Questo brano si riferisce al giorno in cui il nostro sbotta con i suoi tre amici fidati, i quali sono convinti che la condizione del poveretto sia un castigo divino causato per un suo peccato nascosto, dopo 7 giorni coi propri amici, l’ottavo giorno il poveretto si sfoga lanciandosi in questo lamento nei confronti del Signore, un brano che occupa da solo l’intero capitolo 3 del libro.

Questo atteggiamento sembra non consono per un uomo chiamato “mio servo” dallo stesso Signore, uomo di fede integra e retto nell’agire, insomma un vero modello da imitare… eppure ad un certo punto sembra non tenere botta, non regge il colpo, più che la liberazione dai tormenti della carne invoca la morte come liberazione definitiva sicuro di riposare nel Signore.

Per comprendere appieno questo brano dobbiamo vedere in lui la prefigura del Salvatore (guarda caso anche Lui è chiamato il servo di Dio, l’uomo retto e integro), infatti Giobbe si trova ad affrontare questa pena da solo, non compreso né dalla famiglia né dagli amici, che anziché consolarlo lo pungolano con l’idea che in fondo queste pene se l’è andate a cercare lui stesso a causa di un suo peccato nascosto… similmente anche Gesù affronta la Passione da solo, ed anche lui è innocente ma percosso da Dio come se fosse un malfattore, anzi la Scrittura dice che Dio lo trattò da peccato.

Ed anche Gesù ad un certo punto sbotta con il Suo Padre quando è da solo nell’orto degli Ulivi, le forze della natura umana non ce la fanno a sopportare ma ritrova la forza per affrontare tutto quando decide di fare la volontà del Padre. Se anche Gesù ha provato questo stato d’animo, l’ha fatto da una parte per mostrarci come si affrontano le varie croci della vita, dall’altra la sua sofferenza è stata vicaria, (cioè al posto nostro) ed in ultimo perché non avessimo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità.

Dobbiamo però puntualizzare com’è questo sfogo di Giobbe (simile e prefigura di quello di Gesù), poiché se da un lato rivela un certo grado di intimità col Signore, solo tra amici intimi infatti ci si lascia andare con una certa animosità quasi irruente, per l’altro lato invece dimostra di non arrabbiarsi col Signore accusandolo di essere l’artefice della sofferenza, ma si limita a chiederGli il perché. Quanti sposi vivono le varie croci con questo stato d’animo?

Giobbe esige un perché dal Signore perché la propria coscienza non gli rimprovera nulla, nonostante l’odio di Satana si scateni contro di lui, egli rimane di animo integro e invoca la morte fisica sicuro di riposare in pace, di trovare la requie del giusto in quello che conosciamo come Paradiso. Certamente Giobbe aveva in grande stima questa vita ed il suo grande valore altrimenti non si sarebbe comportato rettamente, ma questo sfogo nasconde anche una fede certa nell’aldilà della pace eterna dei giusti.

Certamente ci risulta difficile legittimare un tale modo di esprimersi con il Signore, ma dobbiamo anche considerare che Giobbe è sfinito, lo dichiara lui stesso, ed è sicuro di trovare riposo in Dio poiché la sua coscienza è retta. Sicuramente anche a noi sarà successo di fare una sfuriata nei confronti di Dio, ma quanti di noi possono invocare la morte fisica sicuri del riposo eterno? Giobbe non teme di morire perché la sua coscienza non gli rimprovera nulla, ma noi?

Se in un giorno di arrabbiatura invocassimo anche noi la morte piuttosto che la sofferenza, ed il Signore dovesse ascoltarci, saremmo così sicuri di andare dritti in Paradiso? Non è che forse noi, a differenza di Giobbe, abbiamo qualche peccato che la coscienza ci rimprovera? Non ci viene mai il dubbio che le sofferenze forse ce le siamo procurate da soli con i nostri peccati?

Questo brano di Giobbe, come vedete, è in grado di suscitare non poche riflessioni. Ma la più importante è ricordarci quanta sofferenza il Signore Gesù abbia patito al posto nostro e per il nostro bene; Gesù è il “nuovo Giobbe” potremmo dire, cioè Colui che patisce ingiustamente, Lui che era Il Giusto per eccellenza, Lui che era il vero Agnello di Dio (l’agnello è appunto una figura innocente e docile), Lui che sebbene vicino alla morte fisica era tranquillo poiché la Sua coscienza non Gli rimproverava nulla, anche Lui sferzato da Satana con i suoi squadroni infernali, anche Lui abbandonato, solo e non compreso nemmeno dalle persone più vicine, e nonostante tutto ciò continua imperterrito la Via Crucis e si lascia inchiodare su quell’infame patibolo che è la Croce.

Tutto questo (e molto di più che nemmeno riusciamo ad immaginare) a vantaggio di chi? Di noi, di noi sposi, per donarci una nuova vita, per subire Lui al posto nostro ciò che meritiamo noi con i nostri peccati.

Cari sposi, quando arrivano le sofferenze, non allontaniamoci dal Signore quasi fossimo offesi dal Suo apparente menefreghismo, ma, al contrario, avviciniamoci ancora di più a Lui, perché il Signore ci scruta come quando il maestro controlla che il proprio allievo esegua il lavoro secondo quanto insegnato. Gli sposi sono particolarmente attaccati, in questo periodo storico, dalle brigate infernali, perché essi ricordano a Satana ciò che l’ha fatto dannare: non accettare che Dio si facesse uomo… inoltre gli ricordano sempre che Colui che l’ha sconfitto, che è risorto dalla morte, è nato da donna, è nato in seno ad una coppia di sposi, in una famiglia… ecco perché ci ha tanto in odio, ma noi sposi abbiamo la Grazia e quando arrivano i momenti bui, dobbiamo invocare la vicinanza del Signore e della Sua dolcissima Madre.

Coraggi sposi,

chi semina nel pianto raccoglierà nel giubilo !

Giorgio e Valentina.

Domenica e famiglia : un connubio possibile /44

( Con la destra si batte il petto, mentre dice : ) Anche a noi, tuoi ministri, peccatori, ( e con le braccia allargate, prosegue : ) ma fiduciosi nella tua infinita misericordia, concedi, o Signore, di aver parte alla comunità dei tuoi santi apostoli e martiri : Giovanni, Stefano, Mattia, Barnaba, [ Ignazio, Alessandro, Marcellino, Pietro, Felicita, Perpetua, Agata, Lucia, Agnese, Cecilia, Anastasia ] e tutti i tuoi santi; ammettici a godere della loro sorte beata non per i nostri meriti, ma per la ricchezza del tuo perdono.

Proseguiamo nell’approfondimento della grande Preghiera Eucaristica I: dopo aver affrontato la parte che ricorda le anime purganti, la Chiesa non si stanca di chiedere, per bocca del ministro ordinato, la sorte beata dei santi in Paradiso. Perché tanta insistenza?

La Chiesa pellegrina sa che la vera meta della nostra vita terrena è il Paradiso, ma per “conquistarlo” dobbiamo corrispondere alla misericordia del Signore passando da questa “valle di lacrime” che è la nostra conversione. Ecco spiegato il motivo della menzione iniziale “Anche a noi, tuoi ministri, peccatori[…]“. Le lacrime si riferiscono non solo alle pene di questa vita, ma anche e soprattutto alle lacrime del pentimento, una grazia specialissima che dobbiamo costantemente chiedere al Signore. La consapevolezza della nostra condizione umana (ossia di peccatori) non ci deve mai abbandonare, ma nello stesso tempo essa non deve essere un peso, un macigno che schiaccia il nostro slancio verso la santità, poiché abbiamo la certezza che “tutto è grazia”, siamo sicuri quindi che la misericordia di Dio colmerà i vuoti che lasciamo noi, arriverà là dove i nostri limiti ci fermano.

Le parole iniziali di questa parte sono rivolte in particolar modo al sacerdote che celebra la Messa, il quale agisce certamente “in persona Christi, ma nel medesimo tempo non deve mai dimenticare di essere un ministro indegnamente consacrato, le sue mani sono state consacrate in primis per la salvezza altrui e non per la propria. La santità personale del sacerdote cresce nella misura in cui la sua vita si “adegua” alla sua consacrazione. E’ per questo motivo che si fa menzione di alcuni santi, quasi a spronare il sacerdote all’imitazione delle virtù di questi santi dei primi secoli.

Alcuni si chiedono come mai siano citati questi e non altri santi. Questa preghiera è molto antica e quindi i santi nominati sono di quel periodo storico, ma forse l’intenzione con cui non sono stati cambiati lungo i secoli si deve al fatto che dobbiamo sempre fare memoria delle radici della nostra fede, abbiamo il dovere di non dimenticare da dove arriva la nostra fede (che è apostolica abbiamo recitato nel Credo): essa è stata tramandata dagli Apostoli alle prime comunità cristiane, via via poi è stata confermata e testimoniata da questi santi citati (e migliaia di altri non menzionati), per poi arrivare ai nostri antenati che l’hanno trasmessa ai nostri bisnonni, che l’hanno trasmessa ai nostri nonni, che l’hanno trasmessa ai nostri genitori, i quali l’hanno trasmessa a noi che stiamo facendo lo stesso con i nostri figli. E’ una lunga catena di fede che ci lega finanche ai santi del primo secolo, in particolar modo ci sembra doveroso ricordare per noi genitori Felicita e Perpetua alle quali dedicheremo un prossimo articolo.

La preghiera termina poi con le parole consolanti della nostra fede divina e cattolica: ammettici a godere della loro sorte beata non per i nostri meriti, ma per la ricchezza del tuo perdono. La nostra vita può essere anche una valle di lacrime, sia per i tormenti nella carne sia per quelli spirituali, può essere una vita breve ma pura e casta come quella di San Domenico Savio o della Beata Imelda Lambertini, può essere una vita cominciata nel peccato e convertita come quella di S. Agostino, oppure lunga e ricca di miracoli e di opere pie come quella di S. Pio da Pietrelcina o S. Teresa di Calcutta… ma tutte queste splendide anime godono la visione beata di Dio nel Paradiso non per i loro tanti meriti, ma per la ricchezza del perdono del Signore.

Sono in Paradiso non per i loro meriti, ma con i loro meriti, poiché anche in Paradiso non saremo tutti uguali, c’è una gerarchia anche là, altrimenti che ne sarebbe della divina Giustizia? Forse a molti suonerà strana questa gerarchia tra i salvati, ma in effetti quanti di noi possono affermare con onestà di pregare per tante ore ogni giorno tante quante ne pregava S. Teresa di Calcutta? O quanti possono testimoniare di compiere gli stessi digiuni di S. Padre Pio? Quanti si mortificano nel corpo come facevano i due fratellini Santa Jacinta e San Francisco Marto? Quanti possono dire di vivere le stesse virtù nel numero e nella stessa intensità di S. Giovanni Bosco?

Certamente in Paradiso avremo tutti lo stesso premio che è Dio stesso, la sua visione beata, e questo ci soddisferà in eterno in un gaudio senza fine poiché ci riempiremo di Dio, ma non ci riempiremo tutti in egual misura, ci riempiremo a seconda della capacità di ciascuno; se avremo lavorato su questa terra per dilatare sempre di più il nostro cuore affinché diventasse gigantesco per contenere Dio (vedi gli esempi dei santi di cui sopra), allora Dio riempirà questo cuore gigantesco fino all’orlo per l’eternità, ma se avremo lavorato poco il nostro cuore assomiglierà ad un bicchierino da caffè, allora Dio riempirà fino all’orlo quel bicchierino da caffè. Il problema quindi non sta nella Giustizia di Dio, ma nella misura/capacità del nostro cuore, della nostra anima… e questa misura dipende dai nostri meriti personali.

Dio è infinito e non ha problemi a riempire un cuore gigantesco oppure un cuoricino piccolo come un bicchierino da caffè, Lui è fedele e riempirà il nostro cuore di sé stesso fino all’orlo per tutta l’eternità, sicché il nostro cuore non avrà più bisogno di altro perché avrà già Tutto.

Coraggio famiglie, impegniamoci ogni giorno per dilatare sempre di più il nostro cuore per Dio cominciando con la preghiera per eccellenza della Domenica : la S. Messa.

Giorgio e Valentina.