Un master di altissimo livello!

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi (1Cor 12,12-14.27-31a) Fratelli, come il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito. E infatti il corpo non è formato da un membro solo, ma da molte membra. Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra. Alcuni perciò Dio li ha posti nella Chiesa in primo luogo come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri; poi ci sono i miracoli, quindi il dono delle guarigioni, di assistere, di governare, di parlare varie lingue. Sono forse tutti apostoli? Tutti profeti? Tutti maestri? Tutti fanno miracoli? Tutti possiedono il dono delle guarigioni? Tutti parlano lingue? Tutti le interpretano? Desiderate invece intensamente i carismi più grandi.

Questo è un testo di San Paolo famoso perché si parla spesso della Chiesa come il corpo mistico di Cristo e si fa riferimento a questo brano nelle varie omelie/catechesi, mettendo in evidenza come Cristo sia il capo del corpo e noi sue membra. E questo paragone del corpo è talmente azzeccato che lo capisce chiunque, basta rileggersi l’intero capitolo 12 nel quale S. Paolo si sofferma su qualche membro del corpo espandendo ed esplicitando con esempi, cosicché da sgombrare ogni eventuale dubbio.

Qualcuno si starà chiedendo il perché della nostra riflessione visto che è un argomento abbastanza intuitivo, ed in effetti ad una lettura superficiale basterebbe ricordare ad ogni membro della Chiesa che il proprio posto è importante per il buon andamento di tutto il corpo, nonostante il proprio apporto sembri insignificante e piccolo se visto in se stesso.

Da questa semplice analisi possiamo già trovare un’applicazione per gli sposi: molti di essi spesso si demoralizzano, si sconfortano perché sono tutti presi dalle faccende domestiche, compreso l’accudimento di figli/parenti e perdono l’orizzonte di tutto il corpo di Cristo.

Abbiamo incontrato mamme/spose che non si sentono realizzate a restare a casa per fare le mamme e le spose perché hanno studiato tanto, hanno 2 o 3 master, prima di sposarsi avevano una professione di alto livello, e così si sentono sminuite se devono restare a casa a fare “solo” la mamma e la sposa. Per la logica di questo mondo sono delle donne insignificanti, ma non è affatto così. Innanzitutto l’accudimento dei figli è un investimento sociale poiché essi sono il futuro della società, se l’accudimento riguarda persone malate è altrettanto un risparmio per lo Stato poiché questi malati non sovraffollano le strutture del Sistema Sanitario Nazionale che è già abbastanza stressato; e questi sono solo semplici ragionamenti sul piano meramente orizzontale, ma c’è molto di più sul lato della fede.

Quando ero (Giorgio) un giovane ragazzo speravo che la mia professione fosse fare il musicista illudendomi per tanti anni, ma stavo inseguendo un sogno (non cattivo e malvagio in sé), e per fare questo stavo perdendo di vista la mia vocazione, mi ero buttato a capofitto in questo sogno non avendo più energie da investire nella mia vera realizzazione. Dopo diversi tentativi ed illusioni mi accorsi che il sogno non andava riposto in un cassetto chiuso, ma provai a “regalarlo” al Signore, e Lui lo inserì nel progetto che Dio aveva sulla mia vita. Fu così che il talento musicale regalatomi dal Signore si rivelò una delle strade privilegiate per la mia salvezza, fu grazie ad esso (per esempio) che conobbi Valentina, la mia sposa in Cristo. Vi ricordate quando il Signore dice nel Vangelo che avremo il centuplo già quaggiù? Io ho ricevuto davvero il centuplo ma ho dovuto rinunciare ai miei progetti per il Suo progetto che si è rivelato molto più grande e più ambizioso del mio.

E così può succedere a quelle spose e mamme di cui sopra, perché il Signore di noi non butta via niente, ma volge tutto secondo i suoi piani se noi ci fidiamo, di noi butta via solo il peccato, anche se in realtà il Signore usa anche il male per ottenere un bene più grande. Care spose e mamme, la vostra prima preoccupazione non deve essere quella della carriera e della vostra autodeterminazione in qualsivoglia attività professionale, se la vita vi sta chiedendo per un certo periodo di tempo di essere spose e mamme, non è già un’investimento per il Paradiso sufficiente? La vostra sposa e mamma di riferimento, la Madonna, non ha forse vissuto la sua sponsalità e la sua maternità a fianco di S. Giuseppe e nell’accudimento della casa e del bambino Gesù? Lei avrebbe potuto vantare titoli ben maggiori di 50 lauree e master messi insieme, come ad esempio essere la Madre di Dio, oppure l’Immacolata sempre Vergine, eppure ha preferito la strada del nascondimento nella doverosa quotidianità.

Non vi basta essere spose e madri? Dio vi ha fatto il dono speciale della maternità, vi ha fatto compartecipi della Sua opera creatrice, vi ha affidato un suo figlio (il vostro sposo) perché lo amiate insieme a Lui e al posto Suo ; vi ha poi affidato dei pargoletti perché si fida di voi per mostrare loro il Suo volto materno… non vi basta? Avete una dignità altissima, Dio si fida di voi per riportare nel mondo la pace, la tenerezza, la dolcezza, l’accoglienza, avete in voi la culla della vita che nemmeno gli angeli hanno.

Coraggio spose, coraggio mamme. Pochi giorni fa la Chiesa ha celebrato il Santissimo Nome di Maria ridando la dignità a tutte le donne, essa però non è nelle realizzazioni di questo mondo ma nella realizzazione del progetto di Dio su di voi, avete da affrontare un nuovo master molto più impegnativo degli altri.

Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo!

Giorgio e Valentina.

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Ci serve una bella doccia!

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi (1 Cor 6, 1-11) Fratelli, quando uno di voi è in lite con un altro, osa forse appellarsi al giudizio degli ingiusti anziché dei santi? Non sapete che i santi giudicheranno il mondo? E se siete voi a giudicare il mondo, siete forse indegni di giudizi di minore importanza? Non sapete che giudicheremo gli angeli? Quanto più le cose di questa vita ! Se dunque siete in lite per cose di questo mondo, voi prendete a giudici gente che non ha autorità nella Chiesa? Lo dico per vostra vergogna! Sicché non vi sarebbe nessuna persona saggia tra voi, che possa fare da arbitro tra fratello e fratello? Anzi, un fratello viene chiamato in giudizio dal fratello, e per di più davanti a non credenti ! È già per voi una sconfitta avere liti tra voi! Perché non subire piuttosto ingiustizie? Perché non lasciarvi piuttosto privare di ciò che vi appartiene? Siete voi invece che commettete ingiustizie e rubate, e questo con i fratelli ! Non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio ? Non illudetevi : né immorali, né idolatri, né adùlteri, né depravati, né sodomìti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né calunniatori, né rapinatori erediteranno il regno di Dio. E tali eravate alcuni di voi! Ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio.

È un brano che trasuda schiettezza e chiarezza non lasciando spazio a fraintendimenti, noi non affronteremo direttamente i vari rimproveri che S. Paolo fa alla comunità cristiana di Corinto poiché va da sé che valgono anche per noi, ma ci limiteremo a raccogliere qualche considerazione.

Innanzitutto cominceremo col capire perché l’apostolo faccia questi rimproveri/correzioni alle comunità cristiane: lo si evince dagli stessi suoi scritti, nei quali, in altre parti, ricorda alla comunità che è stato lui stesso a generarla nella fede con la sua predicazione (a cui ha fatto seguito l’amministrazione del battesimo) e quindi non solo si sente padre nella fede di tale comunità ma di fatto lo è davvero.

E quale buon padre non rimprovera e non corregge i suoi figli quando ce n’è bisogno?

Ma cosa muove poi questo amore paterno dell’apostolo? Paolo corregge i suoi figli (e indirettamente anche noi) perché li ama e vuole il loro bene, cioè non vuole solo che siano delle cosiddette “brave persone” o “persone bene educate” e non basta nemmeno che siano “onesti e bravi cittadini”, ma la cosa che più gli interessa è che si convertano e si salvino l’anima… guarda caso è la stessa cosa che vuole Dio Padre! È quindi a partire da questa paternità che dobbiamo leggere i vari rimproveri/correzioni.

E’ bella l’esortazione dell’apostolo quando dice : “Non illudetevi […]” , in fondo è come se dicesse : “State tranquilli che se faticate sulla via del bene, sulla via della Verità, sulla via della santità, allora erediterete il regno di Dio“; vuole rassicurare i suoi circa il fatto che stare nella Verità è certamente faticoso ma lo richiede la santità a cui sono stati chiamati… forse Paolo aveva il sentore che qualcuno pensasse di andare in Paradiso senza merito, sperando in una salvezza che non pretendesse una conversione di vita reale.

Ed eccoci alla meravigliosa frase conclusiva che spiega il motivo di tanta esuberanza nel rimprovero paolino. Se qualche riga prima egli fa un elenco ai suoi figlioli di tutta una serie di azioni e stati di vita peccaminosi, i quali precludono alla salvezza operata da Cristo, ora l’apostolo si vede “obbligato” a ricordare loro che tali erano anch’essi prima di incontrarlo. Questa memoria del proprio passato peccaminoso può aiutare i convertiti, da una parte, ad avere compassione e pazienza verso coloro che ancora vivono nel peccato, dall’altra li deve stimolare a non tornare più alla vecchia vita.

E per spronarli con impeto usa 3 verbi interessanti : “...lavàti…santificati…giustificati...”.

Queste parole infuocate d’amore sono rivolte anche a noi sposi: con la grazia sacramentale siamo stati lavati dai peccati… di solito appena si esce dalla doccia non si ha il desiderio di buttarsi nel fango fino al collo, e perché invece ci piace così tanto sporcarci l’anima molto peggio che neanche il fango? Dobbiamo tornare alla doccia spirituale sempre più frequentemente.

Quando ci siamo sposati abbiamo ricevuto in dono un surplus di Spirito Santo, oltre a quello ricevuto negli altri Sacramenti, e se si chiama Santo è perché la Sua azione specifica è stata racchiusa nel nome; Egli infatti è Il Santificatore, Colui che ci rende santi, Colui che ha scelto la coppia di sposi come Sua dimora… cari sposi, non facciamo fuggire dal nostro matrimonio un così illustre ospite con un comportamento indegno.

A noi genitori è successo di andare a scusarci con una persona estranea alla famiglia per le malefatte commesse dal proprio figlio (spesso succede quando i figli sono ancora in tenera età), e compiendo questo gesto abbiamo giustificato il bambino di fronte alla persona terza ma anche il bambino con se stesso, portando noi il peso delle conseguenze di tale gesto. È come se dicessimo al figlio che gli abbiamo azzerato il conto ed ora può ripartire da zero perché la pezza ce l’abbiamo messa noi genitori e ci siamo presi noi la colpa. Questo atteggiamento paterno è lo stesso che ha Dio, non ha forse portato Lui il peso delle nostre malefatte sulla Croce? Non ci ha forse dato un’altra possibilità, come se avesse azzerato il conto? La giustificazione operata da Cristo, cioè l’opera di renderci giusti, deve necessariamente incontrarsi con la nostra umanità, non funziona alla stregua del prestigiatore “Sim, salabim “, ma ha bisogno di trovare in noi corrispondenza di una vita reale.

Coraggio sposi, siamo stati chiamati ad una vita più bella, più piena, più ricca di… di eternità. E quale occasione migliore per chiedere tutto ciò alla Madonna, di cui oggi festeggiamo la Natività?

Giorgio e Valentina.

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Rimbocchiamoci le maniche!

Dal libro del profeta Geremìa (Ger 1, 17-19) In quei giorni, mi fu rivolta questa parola del Signore : «Tu, stringi la veste ai fianchi, àlzati e di’ loro tutto ciò che ti ordinerò ; non spaventarti di fronte a loro, altrimenti sarò io a farti paura davanti a loro. Ed ecco, oggi io faccio di te come una città fortificata, una colonna di ferro e un muro di bronzo contro tutto il paese, contro i re di Giuda e i suoi capi, contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese. Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti».

Questa è la prima lettura che ci è stata offerta qualche giorno fa nella memoria del martirio di S. Giovanni Battista, ed è uno stralcio di un capitolo più lungo nel quale il Signore investe Geremia della missione di annunciare il castigo ai popoli che hanno voltato le spalle a Dio peccando di idolatria.

Fa eco il brano del Vangelo di Marco in cui è narrato il martirio, o meglio, in questa lettura del profeta Geremia si delinea la missione ed anche la prefigura del Battista, il quale sarà investito del coraggio dello Spirito Santo per denunciare un adulterio per scuotere le coscienze, e non rinuncerà a dire la Verità nonostante la persecuzione.

Le parole che si sente rivolgere il profeta le possiamo tranquillamente applicare a noi come singoli battezzati, e nello specifico a noi sposi, sacramento vivente di Cristo. Vedremo come i vari incoraggiamenti da parte del Signore siano forza vitale anche per noi sposi.

Innanzitutto cominciamo col ribadire (come in tanti altri articoli e libri su questo blog) la dimensione profetica degli sposi: singolarmente abbiamo già ricevuto la dimensione profetica nel Battesimo, ma nel Sacramento del Matrimonio avviene che non solo si “sommano” i Beni e le Grazie battesimali dei due sposi, ma ciò che prima apparteneva al singolo sposo/a diventa patrimonio di Grazia e in un certo senso “appartiene” anche al coniuge che ne gode dei frutti, ma c’è molto di più poiché nasce una nuova dimensione con un nuovo linguaggio e due protagonisti/profeti che profetizzano sia quando sono insieme che quando sono da soli con le altre persone… ed anche in questo gli sposi sono icona trinitaria poiché dove una Persona divina agisce ci sono anche le altre due Persone : sulla Croce c’era il Figlio ma non è che il Padre e lo Spirito Santo fossero a farsi un drink al bar dell’oratorio in attesa della risurrezione!

Ritorniamo al nostro brano e analizziamolo frase dopo frase per quanto ci è possibile, e ci accorgeremo che la Parola è vocazione perché chiama ad una risposta.

  • Tu – Il Signore non chiama mai una massa informe, chiama ogni singola anima, ogni singola coppia di sposi/profeti a far parte del suo esercito perciò nessun battezzato e nessuna coppia si senta esclusa, anche se ognuna risponde alla chiamata profetica con carismi e modalità proprie.
  • stringi la veste ai fianchi, àlzati – Non sono ammessi gli scansafatiche… che tradotto nel nostro linguaggio suonerebbe come : “rimboccati le maniche” oppure “mettiti la tuta da lavoro”. E’ lo stesso gesto che fa Gesù poco prima di cominciare la Lavanda dei piedi… che sia un rimando non troppo celato?
  • e di’ loro tutto ciò che ti ordinerò – Avete notato che tutti i verbi sono imperativi? Non sono dei suggerimenti ma dei comandi da parte del capitano dell’armata. Non dobbiamo tacere. Non possiamo fare come gli struzzi che mettono la testa sotto terra.
  • non spaventarti di fronte a loro, altrimenti sarò io a farti paura davanti a loro – Sicuramente i nostri nemici cercheranno di spaventarci con vari mezzi. E’ una tattica del nemico tentare di zittire i cristiani cosicché le coscienze restino nella loro palude sabbiosa. Non dobbiamo cedere alla paura, ci deve far tremare di più il commettere un peccato che essere perseguitati in nome della Verità.
  • oggi io faccio di te come una città fortificata, una colonna di ferro e un muro di bronzo contro tutto il paese – Ecco la promessa del Signore di mandare i suoi aiuti che rendono invalicabili i nostri confini, i confini della nostra coscienza che deve obbedire a Dio piuttosto che agli uomini.
  • Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti – Cosa possiamo desiderare di più da un capitano? Abbiamo la certezza della vittoria solo se Lui sta con noi.

Coraggio sposi, noi siamo chiamati ad essere dei moderni “Battista”. Certamente la Verità non va taciuta e va a braccetto con la Carità, quindi con modi e tempi da valutare a seconda delle occasioni. Non possiamo però tacere per paura della guerra che ci muoveranno contro, se Dio è con noi siamo salvi. Molte coscienze sono assopite ed hanno bisogno di convertirsi per salvarsi, aspettano la parola di Verità detta, vissuta e testimoniata dagli sposi. Se non lo faremo per paura degli avversari sarà Lui a farci paura davanti a loro perché lontano da Dio esiste solo la paura e l’Inferno. Coraggio !

Giorgio e Valentina.

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Non c’è trucco non c’è inganno!

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési (2Ts 2,1-3a.13-17) Riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e al nostro radunarci con lui, vi preghiamo, fratelli, di non lasciarvi troppo presto confondere la mente e allarmare né da ispirazioni né da discorsi, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia già presente. Nessuno vi inganni in alcun modo! […] Noi dobbiamo sempre rendere grazie a Dio per voi, fratelli amati dal Signore, perché Dio vi ha scelti come primizia per la salvezza, per mezzo dello Spirito santificatore e della fede nella verità. A questo egli vi ha chiamati mediante il nostro Vangelo, per entrare in possesso della gloria del Signore nostro Gesù Cristo. Perciò, fratelli, state saldi e mantenete le tradizioni che avete appreso sia dalla nostra parola sia dalla nostra lettera. E lo stesso Signore nostro Gesù Cristo e Dio, Padre nostro, che ci ha amati e ci ha dato, per sua grazia, una consolazione eterna e una buona speranza, conforti i vostri cuori e li confermi in ogni opera e parola di bene.

E’ un brano che potremmo liquidare come non utile al nostro vivere perché non siamo né Tessalonicesi né Greci, tantomeno siamo contemporanei di San Paolo, perciò certi problemi del loro momento storico non ci toccano. Se utilizzassimo un simile approccio alla Parola di Dio leggeremmo solo le pagine dove sono contenuti verbi al futuro, praticamente la lasceremmo sempre chiusa nella libreria di casa catalogata tra i libri storici e i manoscritti antichi. Ed invece oggi scopriremo che quelle parole sono vere anche per noi.

Già in quegli anni giravano voci sulla seconda venuta del Signore, sulla imminente fine del mondo, c’erano già gli impostori, ammaliatori di folle, i falsi profeti, i visionari, i turlupinatori di vario rango; se questo da una parte ci tranquillizza di fronte ai moderni falsi profeti e turlupinatori in quanto rassicurati dal fatto che la Chiesa sa già come affrontarli visto che ha dovuto combatterli fin dai propri inizi, dall’altra ci conferma che il nemico è sempre all’opera e non dorme mai. Se il nemico non ha sosta significa che la nostra fede gli fa paura, a che almeno essa è veramente data per la salvezza eterna visto che qualcuno ce la vuol rubare.

Quindi niente di nuovo sotto al sole (vista la calura estiva); quando ci capita di vedere qualcuno sgranare gli occhi di fronte ai moderni impostori meravigliandosi della loro esistenza, basta far loro leggere pagine come quella di oggi e rassicurarli che le fragilità, le povertà ed i peccati dell’uomo sono sempre gli stessi, poiché l’uomo sempre tale è rimasto anche se evoluto tecnicamente e socialmente.

Anche oggi come allora abbiamo bisogno di tornare alla Verità di sempre che mai muta per smontare fin dal loro nascere le moderne imposture, abbiamo forse bisogno di sentire ancora dal vivo la voce di un moderno San Paolo che gridi : Nessuno vi inganni in alcun modo!.

Sì, cari sposi, la nostra fede non è mutata rispetto a quella che animava l’Apostolo delle genti 2000 anni fa circa, e se l’alimentiamo con la vita di Grazia sarà facile scovare gli ammaliatori moderni, quelli che con i loro giri di parole lasciano la testa confusa invece che aiutarci a vivere con più chiarezza e semplicità (non banalità) la fede.

Ve le ricordate le parole che spesso usava un popolare prestigiatore? Non c’è trucco non c’è inganno! Nella nostra fede di sempre è proprio così, non c’è trucco e non c’è inganno, non lasciamoci rubare le certezze della nostra fede dai prestigiatori di parole. Abbiamo bisogno di certezze nella fede e non di dubbi! Per esempio abbiamo la certezza che la grazia sacramentale del matrimonio non ci abbandonerà mai se staremo in Grazia di Dio. Molti sposi mandano a gambe all’aria il loro matrimonio perché hanno paura di affrontare le difficoltà, non hanno voglia di impegnarsi a rinunciare a se stessi per far vivere l’altro e far vivere la coppia. E’ doloroso morire a sè stessi, alle proprie indoli, ai propri interessi, ai propri desideri, al proprio carattere, alle proprie vedute, alle proprie ragioni per mettere al centro l’altro e quindi per tenere in vita il matrimonio con le sue Grazie , MA è la strada che ha percorso anche Gesù e che noi siamo chiamati a seguire.

Non è forse vero che Lui ha rinunciato a tutto di sé fino a morire in croce per ognuno di noi, per far vivere noi, per spalancarci le porte del Paradiso? Gli sposi che vivono così hanno la certezza di seguire il Maestro sulla via della Croce, senza trucco e senza inganno, il dolore da sopportare è mitigato dalla certezza che siamo nella Sua Grazia, ed è essa a darci la forza per sopportare, per vincere il nostro io, il nostro amor proprio, sicuri che Lui non ci abbandona mai. Gli ammaliatori moderni invece ci vogliono convincere con i giri di parole mascherati di saggezza : “devi rifarti una vita” – “devi pensare un po’ a te stesso/a” – “hai diritto anche tu ad un po’ di felicità“.

Qua c’è l’inganno!

Coraggio sposi, abbiamo molte armi a nostra disposizione contro i nemici della nostra salvezza eterna, restiamo saldi e scopriremo dov’è il trucco e dov’è l’inganno.

Giorgio e Valentina.

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Sant’Elena: sposa come una fiaccola

Oggi la Chiesa ricorda Sant’Elena, imperatrice. Ne ricordiamo un piccolo estratto dalla biografia.

Fu la ricchezza d’animo, più ancora di quella materiale legata al prestigio, a caratterizzare l’agire di Sant’Elena, già prima della conversione avvenuta in età adulta. Umiltà, generosità e dedizione al prossimo emergono dalle scarne notizie di cui disponiamo. La modestia e delicatezza di Elena innamorò il giovane ufficiale Costanzo Cloro, che, nonostante le fosse di grado sociale superiore, la volle in sposa conducendola con sé in Dardania, nei Balcani. La giovane che non aveva diritto ai titoli onorifici del marito, gli fu sposa fedele e nel 280 a Naisso in Serbia diede alla luce il figlio Costantino. Gli onori non ne inorgoglirono mai il cuore, anzi stimolarono in lei l’innata attenzione al prossimo che si concretizzò nell’elemosina, nel venire incontro alle necessità materiali dei poveri, nella liberazione dal carcere, dalle miniere e dall’esilio di numerose persone. Le opere di misericordia riflettevano la fede di Elena, luminosa e contagiosa al punto che in molti si chiedono quanto abbia influito sulla conversione del figlio e sulla promulgazione dell’editto di Milano del 313 che diede libertà di culto ai cristiani dopo tre secoli di persecuzione. Si racconta che prendesse parte alle celebrazioni religiose, vestendo abiti modesti per confondersi tra la folla e invitasse gli affamati a pranzo servendoli di persona. La statura spirituale di Elena fu tale da essere scelta insieme ai santi Andrea, Veronica e Longino tra le statue monumentali ai piedi dei pilastri della cupola michelangiolesca nella Basilica Vaticana.

Nella Chiesa dei tempi moderni sembra che siamo poco allenati a far risaltare le figure di donne proclamate sante che erano spose e madri. Ecco quindi che oggi vi vogliamo proporre questa donna che non si santificò estraniandosi dal matrimonio, andando a vivere in isolamento sul cucuzzolo della montagna, bensì vivendo appieno la propria condizione di donna sposata e madre dell’imperatore Costantino, quindi la santità non è un ostacolo alla vita ordinaria e per nessuna categoria sociale, ricca o povera che sia.

La modestia e delicatezza di Elena innamorò il giovane ufficiale Costanzo Cloro. Questa la prima delle caratteristiche che vogliamo evidenziare, in realtà sono due virtù che si spalleggiano a vicenda. La modestia nel vestire e nel parlare sono solo la rivelazione esterna di un atteggiamento del cuore, un atteggiamento che conosce la bellezza di essere un dono del Creatore, creata con un corpo che è un dono sponsale da trattare con delicatezza, un dono che non va svalutato, un corpo che non merita di essere trattato alla mercé di un prodotto da vetrina, un corpo che cela il mistero della vita, un corpo che custodisce la vita nuova e che si fa culla per una nuova creatura. Costanzo se ne innamora perché intuisce il valore di quella giovane donna che lascia capire di non voler essere trattata come una preda.

quanto abbia influito sulla conversione del figlio Non è la prima né l’ultima volta che la fede di una madre converte i figli, solo che questo accade secondo tempistiche e modalità note solo alla Provvidenza, spesso però sentiamo madri che si lamentano del fatto che il Signore sembri non ascoltare le loro richieste. Vi poniamo una domanda: vogliamo davvero piegare la volontà di Dio alla nostra, o non è forse giusto il contrario, ovvero piegare la nostra volontà a quella di Dio?

Si racconta che prendesse parte alle celebrazioni religiose, vestendo abiti modesti per confondersi tra la folla e invitasse gli affamati a pranzo servendoli di persona. L’ultimo aspetto che vogliamo evidenziare di questa santa donna è quello di non voler farsi notare quando mette in opera la carità, potrebbe sembrare in apparenza solo timidezza, in realtà sappiamo come la Parola di Dio ci metta in guardia dal mettersi in mostra quando si ama: “non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra” (Mt 6.3) e con molte altre esortazioni simili. Questo atteggiamento ci aiuta a mantenere un “profilo basso”, a non inorgoglirci, a non montare in superbia, a tenere la bussola orientata nella posizione corretta. E’ perfettamente riassunto in una frase del Salmo 115: “Non nobis, non nobis Domine, sed nomine tuo da gloria” (Non a noi, non a noi Signore, ma al tuo nome dà gloria).

Questi aspetti non sono solo virtù ricercate, ma sono la modalità con cui la dimensione regale del Sacramento del Marimonio si attua, non a caso abbiamo citato la vita di un’imperatrice.

Coraggio sposi, il mondo contemporaneo ha bisogno di queste testimonianze silenziose, di sposi che si spendono per amore. Il nome Elena significa “fiaccola”, quindi l’amore incarnato diventa come la luce di una fiaccola, una luce che non abbaglia, ma che indica una presenza. L’ultima parola ai mariti: la vostra sposa è perfettamente capace di mettere in atto queste virtù incarnate in sant’Elena, ma necessita del vostro amore; ai mariti il compito di far fiorire nelle proprie mogli queste virtù.

Giorgio e Valentina.

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Le novelle Maddalena

Dalle «Omelie sui vangeli» di san Gregorio Magno, papa (Om. 25, 1-2. 4-5; PL 76, 1189-1193) Maria Maddalena, venuta al sepolcro, e non trovandovi il corpo del Signore, pensò che fosse stato portato via e riferì la cosa ai discepoli. Essi vennero a vedere, e si persuasero che le cose stavano proprio come la donna aveva detto. Di loro si afferma subito: «I discepoli intanto se ne tornarono di nuovo a casa»; poi si soggiunge: «Maria invece stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva» (Gv 20, 10-11). In questo fatto dobbiamo considerare quanta forza d’amore aveva invaso l’anima di questa donna, che non si staccava dal sepolcro del Signore, anche dopo che i discepoli se ne erano allontanati. Cercava colui che non aveva trovato, piangeva in questa ricerca e, accesa di vivo amore per lui, ardeva di desiderio, pensando che fosse stato trafugato. Accadde perciò che poté vederlo essa sola che era rimasta per cercarlo; perché la forza dell’opera buona sta nella perseveranza, come afferma la voce stessa della Verità: «Chi persevererà sino alla fine, sarà salvato» (Mt 10, 22). Cercò dunque una prima volta, ma non trovò, perseverò nel cercare, e le fu dato di trovare. Avvenne così che i desideri col protrarsi crescessero, e crescendo raggiungessero l’oggetto delle ricerche. I santi desideri crescono col protrarsi. Se invece nell’attesa si affievoliscono, è segno che non erano veri desideri.

Oggi prendiamo spunto per la nostra riflessione da questa intensa omelia che ha molto da insegnarci sulla figura S. Maria Maddalena (che significa Maria proveniente da Magdala).

Innanzitutto si mette in evidenza la differenza tra il comportamento maschile dei discepoli/apostoli e quello femminile di Maria Maddalena. Gli uni, visto il sepolcro vuoto non stanno lì molto a disperarsi ma se ne tornano a casa; lei, invece, resta lì a piangere. Il punto chiave non è che resti per piangere, ma il fatto che resti, questo conta. E questo è un tipico atteggiamento femminile e molto materno: lasciarsi coinvolgere anche emotivamente da ciò che succede a quelli che si amano come se fosse accaduto a se stesse.

Nonostante l’evidenza dei fatti dica che Gesù non c’è lei continua a cercarlo, come se la realtà concreta fosse solo un sogno, per lei non poteva essere vero che Gesù fosse semplicemente scomparso, e quindi lo cerca aldilà dell’evidenza del sepolcro vuoto. Ed infatti Gesù si lascerà trovare proprio da lei, perché aveva saggiato la sua perseveranza nella ricerca.

Questo atteggiamento tutto femminile è quell’ancora che salva le nostre coppie, le nostre famiglie. Ci sono tantissime spose e mamme che fanno di tutto (o l’hanno fatto) per tenere unita la famiglia quando tutto sembra sfasciato, che non smettono di cercare la comunione laddove viene ignorata, che non si fermano nemmeno di fronte ad un sepolcro… proprio come Maria Maddalena.

Il Signore poi ha sfruttato questi diversi atteggiamenti dei discepoli e della Maddalena per i suoi fini di salvezza. Ed infatti accade così, come ci racconta l’omileta di cui sopra, che I santi desideri crescono col protrarsi. Se invece nell’attesa si affievoliscono, è segno che non erano veri desideri.

Questa è una bella lezione anche per noi sposi, se infatti non progrediamo nella vita spirituale ma restiamo all’età del catechismo ( tanto per intenderci ) non è che forse non abbiamo i desideri santi? Oppure si sono affievoliti gli entusiasmi iniziali? Tante coppie partono con entusiasmo, ma poi si lasciano soffocare dalle cose di questo mondo, che assorbono tutte le loro energie, e la relazione intanto? E la vita spirituale di coppia che fine ha fatto?

Coraggio sposi, questo tempo di distensione estiva possa aiutarci a ritrovare il gusto dei desideri santi sulla scorta di S. Maria Maddalena.

Giogio e Valentina.

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Quello che abbiamo

Dal Vangelo secondo Matteo ( Mt 14,13-21 ) Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui». E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati : dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Su questi temi la Chiesa con il suo Magistero è ricchissima e quindi non inventiamo niente di nuovo, ma cerchiamo solo di “girare la frittata” in chiave sponsale, grati ai tanti predicatori che si spendono ( e si sono spesi nei secoli ) per proclamare in tutte le salse la bontà, la santità, le meraviglie, le bellezze, la grandiosità, la sublimità dell’Eucarestia, cioè di quel “pane vivo disceso dal cielo” a cui accennavamo all’inizio.

Ci sembra opportuno soffermarsi sulla risposta di Gesù, quel “portatemeli qui“. Vogliamo ricordare l’importanza di riconoscere di avere tra le mani quel poco che, se resta in mano nostra, rimane tale, se invece viene dato a Gesù, ci penserà Lui a moltiplicarlo e ne farà pure avanzare dodici ceste. Detta così è semplice e sbrigativa, ma alla resa dei conti, sappiamo essere ben più complicata la faccenda. Ci soffermeremo su due atteggiamenti : la lagna e la “avarizia spirituale“.

Per non sentire le lagne dei lettori, cominceremo a trattare la lagna. Quante volte incontriamo coppie di sposi che si lagnano in continuazione : …ecco, noi non siamo così bravi come voi (voi, chi?), noi non guadagniamo tanto, noi non abbiamo tutto questo (quale?) tempo, noi non abbiamo tanta fede come voi (…ancora voi, chi?), noi non abbiamo doni straordinari come voi (..siamo fissati con questo voi, eh?), noi non abbiamo ecc……. d’accordo abbiamo capito, ma invece cosa avete? Qualcosa ce l’avrete pure voi come tutti gli sposi nel sacramento, o no?

Coraggio sposi, cominciate a fare un elenco di quello che già avete, cominciate ad aprire lo zaino della vostra vita a due, del vostro matrimonio sacramento, cominciate a sbirciarvi dentro e troverete anche voi i vostri 5 pani e 2 pesci.

Abbiamo una casa piccola… usatela nella grazia di Dio e diventerà una Reggia di Caserta in mano al Signore.

Abbiamo mezz’ora al giorno libera… usatela nella grazia di Dio e vi scorderete le lancette dell’ora.

Abbiamo solo uno stipendio… ringraziate Dio nella sua Grazia e la Provvidenza non tarderà a farsi viva alla porta.

Abbiamo solo doni semplici… coltivateli in grazia di Dio e diventeranno carismi per la Chiesa intera.

Cari sposi, non vi ricordate quella Parola:”A chi ha, sarà dato; invece a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha.“? Quindi, il problema della sterilità spirituale del nostro matrimonio è da attribuirsi a Dio o siamo noi che ci fidiamo sempre troppo poco della Parola di Dio? In realtà, il problema non consiste nella Parola che è fin troppo chiara, ma siamo noi sposi che spesso siamo avari spiritualmente, ed ecco che è arrivato il momento di affrontare il secondo atteggiamento sopracitato.

La ” avarizia spirituale” è come un freno a mano sempre tirato mentre pretendi di viaggiare a 130 Km/h in autostrada oppure è come stirare 200 camicie col ferro da stiro spento . Non importa quanto è lunga la lista di ciò che trovate nel vostro zaino del matrimonio, non importa se avete 2 pani e 5 pesci, o se invece avete 1 pane e 1 pesce, oppure anche 20 pani e 3300 pesci, il problema è che la avarizia spirituale non ci consente di consegnare tutto, ma proprio tutto, quello che troviamo nello zaino a Gesù senza pretese, senza lagne, ma con gratitudine e ferma fede/fiducia, ci penserà poi Lui a compiere il miracolo della moltiplicazione facendo addirittura avanzare 12 ceste piene.

L’unico atteggiamento richiesto da Gesù è: “portatemeli qui!”. Cari sposi, coraggio! Il Signore Gesù aspetta solo questo da noi, la consegna gratuita, poi ce ne sarà in abbondanza per noi e per la Chiesa intera perché Lui è uno sprecone in questioni di amore.

Giorgio e Valentina.

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Due gusti di uno stesso gelato

SALMO 10   Nel Signore mi sono rifugiato, come potete dirmi: *«Fuggi come un passero verso il monte»? Ecco, gli empi tendono l’arco, † aggiustano la freccia sulla corda * per colpire nel buio i retti di cuore. Quando sono scosse le fondamenta, * il giusto che cosa può fare? Ma il Signore nel tempio santo, * il Signore ha il trono nei cieli. I suoi occhi sono aperti sul mondo, * le sue pupille scrutano ogni uomo. Il Signore scruta giusti ed empi, * egli odia chi ama la violenza. Farà piovere sugli empi brace, fuoco e zolfo, * vento bruciante toccherà loro in sorte. Giusto è il Signore, ama le cose giuste; * gli uomini retti vedranno il suo volto.

Nei Vespri di ieri c’era questo Salmo che ci ha fatto riflettere sulla rettitudine, la quale è una virtù di fondamentale importanza; in questa preghiera la rettitudine è citata due volte direttamente e altre attraverso la giustizia. In effetti il Magistero (CCC n.1780 e n.1807) insegna che:

La dignità della persona umana implica ed esige la rettitudine della coscienza morale. La giustizia è la virtù morale che consiste nella costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto.[…] L’uomo giusto, di cui spesso si fa parola nei Libri sacri, si distingue per l’abituale dirittura dei propri pensieri e per
la rettitudine della propria condotta verso il prossimo.

Da tutto ciò si intuiscono tre realtà importanti per noi: la prima è che la giustizia e la rettitudine sono come due gusti di uno stesso gelato; la seconda è che la rettitudine non è esclusiva dei cristiani ma è sottintesa alla dignità della persona umana; la terza è che l’uomo giusto agisce alla luce del sole.

Due gusti di uno stesso gelato. La giustizia è una virtù che facciamo fatica a comprendere appieno perché gli esempi che abbiamo davanti spesso sono molto lontani dal dare a ciascuno il proprio. La storia ci ha consegnato tante persone di grande fama come persone di cui andare fieri, ce li hanno sempre presentati come esempi da imitare o quantomeno da venerare nel tempio della società civile. Quante volte poi assistiamo a scene dove viene premiato chi meno se lo merita, e questo in vari campi. A volte poi scambiamo la giustizia con la imparzialità. Un proverbio dice: per trovare ingiustizie non occorrono lanterne… insomma, non siamo per niente aiutati da questo mondo a vivere la giustizia cosicché facciamo fatica a vivere con rettitudine sia i pensieri sia le azioni. Quante volte, ad esempio, abbiamo ricevuto da figli tutti la stessa punizione o lo stessa sculacciata nonostante non fossimo tutti i fratellini egualmente colpevoli della marachella?

La rettitudine non è esclusiva dei cristiani. Più la coscienza morale della persona è retta e più essa vive secondo la propria dignità. Quante volte la dignità degli oppressi grida contro il prepotente di turno che li schiaccia? Ed è un grido silenzioso, fatto di rettitudine morale, che non scende a compromessi pur di avere qualche privilegio in società a scapito dell’anima. Tanti di noi hanno davanti l’esempio di nonni che hanno faticato ma senza mai farsi sfuggire una lamentela, ai nostri occhi la loro dignità è molto più alta di cattivi e prepotenti che si sono ricoperti di onori in questo mondo con l’immoralità.

L’uomo giusto agisce alla luce del sole. Nel Salmo si legge: Ecco, gli empi tendono l’arco, † aggiustano la freccia sulla corda * per colpire nel buio i retti di cuore. Gli empi agiscono nel nascondimento, nel buio per non essere scoperti, a tal riguardo vi sono alcuni proverbi: Sol gente di mal’affare, bestie e botte, van fuori di notte… Notte, amore e vino fanno spesso l’uomo meschino… Di notte si ritirano i galantuomini ed escono i birbanti. Questo avviene perché chi agisce così sa perfettamente che sta facendo qualcosa di losco, qualcosa che la coscienza gli rimprovera, allora si convince che agendo nell’oscurità anche la coscienza (forse nemmeno Dio) lo possa vedere. Al contrario, l’uomo giusto agisce alla luce del sole poiché ha la coscienza pulita, non ha bisogno della complicità del buio, non ha nemmeno bisogno del clamore o della pubblicità.

Cari sposi, ogni volta che che ne abbiamo bisogno il Signore è pronto a darci una mano in modi che solo Lui conosce, è un atto di giustizia agli sposi sacramentati e si chiama in gergo Grazia sacramentale. Non abbiamo un Dio che ci lascia orfani, non ci lascia in balìa degli empi, ma vuole da parte nostra atti di giustizia e di rettitudine di cuore. Ne è un esempio la preghiera di Tobia la prima notte di nozze con Sara: Ora non per lussuria io prendo questa mia parente, ma con rettitudine d’intenzione. Vivere la castità coniugale è un atto di giustizia verso il nostro coniuge, la fedeltà vissuta è un atto di giustizia e di rettitudine, la fecondità è rettitudine di cuore.

Coraggio allora, non lasciamo che i condizionatori delle nostre case raggelino anche il nostro cuore e la nostra relazione sponsale. Buon gelato a due gusti.

Giorgio e Valentina.

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Un popolo nuovo

Salmo 101 Signore, ascolta la mia preghiera, * a te giunga il mio grido. Non nascondermi il tuo volto; † nel giorno della mia angoscia piega verso di me l’orecchio. * Quando ti invoco: presto, rispondimi. […] I popoli temeranno il nome del Signore * e tutti i re della terra la tua gloria, quando il Signore avrà ricostruito Sion * e sarà apparso in tutto il suo splendore. Egli si volge alla preghiera del misero *e non disprezza la sua supplica. Questo si scriva per la generazione futura * e un popolo nuovo darà lode al Signore. Il Signore si è affacciato dall’alto del suo santuario, * dal cielo ha guardato la terra, per ascoltare il gemito del prigioniero, * per liberare i condannati a morte; perché sia annunziato in Sion il nome del Signore * e la sua lode in Gerusalemme, quando si aduneranno insieme i popoli * e i regni per servire il Signore.

Oggi la Chiesa ci fa pregare questo Salmo impregnato di richiesta fiduciosa al Signore. Sembrerebbe quasi scontato che sia così, visto che ci hanno insegnato che Dio è tale e quindi riporre in Lui la nostra fiducia è come fare un investimento di sicura riuscita. Sul fatto che Lui sia Dio nessun cristiano farà fatica ad ammetterlo, ma quanti cristiani vivono di fatto da figli del Padre?

Il problema non sta nel fatto che Dio ascolti o no le nostre preghiere, le nostre richieste più o meno giuste, il problema non sta nemmeno nel fatto che Dio consideri le nostre preghiere più o meno importanti. Il problema sta in ciò che muove la nostra preghiera, sgorga da un cuore di figlio o da un cuore di schiavo, da un cuore che ripone nel Padre la propria fiducia o da un cuore che ha paura di Dio?

Sicuramente ci sarà capitato di rapportarci con un bimbo che vuole interagire con noi nel suo gioco, di solito allunga le sue manine verso noi per farci vedere qualche giocattolo, oppure in qualche altro modo cerca la nostra attenzione e ci fa (anche silenziosamente) la richiesta di giocare con lui, di aiutarlo ad esplorare il mondo. Il modo col quale affida la sua richiesta all’adulto è talmente potente da riuscire a far giocare anche quelle persone più restìe a lasciarsi andare al gioco spensierato.

E questo succede perché la richiesta del piccolo è piena di fiducia nell’adulto, al punto che anche quando un adulto si sente non all’altezza di giocare con lui, alla fine cede perché si sente investito di una fiducia da parte del bimbo che forse non merita, ecco allora che il cuore si scioglie e comincia il rapporto. E’ come se questo bimbo fosse un professionista motivatore, ha più fiducia il bimbo nell’adulto che l’adulto in se stesso. Riportiamo questa esperienza nel nostro rapporto col Padre, dove l’adulto è Lui e noi siamo quel bimbo. Noi dobbiamo vivere con l’atteggiamento di quel bimbo, sicuri che il Padre in qualche modo ci verrà in soccorso.

Cari sposi, il futuro della Chiesa è (anche) nelle nostre mani, poiché i nuovi santi di cui la Chiesa ha bisogno sono quelli che hanno visto lo stile con cui Cristo ama a cominciare dalla propria casa, dalla vita ordinaria di un grande sacramento quale è il matrimonio, sono quelli che hanno visto come si prega da mamma e papà, chè lo hanno imparato in famiglia.

e un popolo nuovo darà lode al Signore. Questo popolo nuovo vive tra le nostre case, è un popolo di sposi che prima vive da figli del Padre e poi da genitori, non il contrario altrimenti si invertono le priorità.

dal cielo ha guardato la terra, per ascoltare il gemito del prigioniero, * per liberare i condannati a morte A volte siamo proprio noi sposi questi prigionieri, e lo diventiamo se seguiamo ciò che il mondo ci proprina sul matrimonio, sulla castità, sull’affettività, sulla sessualità, sull’intimità coniugale… così facendo siamo condannati a morte perché il mondo ci fa vivere in una cultura della morte. Ma gli sposi sacramentati sanno che c’è un liberatore, un Salvatore, che ci ha (già) salvato dalla condanna a morte che gravava su di noi: Cristo Gesù.

Coraggio allora cari sposi, non temiamo di presentare le nostre richieste al Padre, non abbiamo un Dio lontano, poiché si è fatto uomo come noi (fuorché il peccato) vi lasciamo con qualche riga a tal riguardo del prossimamente beato card. Fulton Sheen:

NON C’È NESSUNA PREGHIERA SENZA UNA RISPOSTA: “Avvicinati a Dio in piena fiducia e anche con l’audacia di un figlio amorevole che ha il diritto di chiedere favori a un Padre. Dio non risponde immediatamente per insegnarci ad affidarci completamente a Lui. L’attesa è una “palestra spirituale” che ci libera dalla fretta e dall’egocentrismo. Dio è sempre vicino: Quando Dio sembra silenzioso, in realtà è più vicino che mai, accompagnandoci nelle difficoltà e nel dolore.

Giorgio e Valentina

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Come allo stadio

Salmo 83 Quanto sono amabili le tue dimore, Signore degli eserciti! L’anima mia languisce e brama gli atri del Signore. Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente. Anche il passero trova la casa, la rondine il nido, dove porre i suoi piccoli, presso i tuoi altari, Signore degli eserciti, mio re e mio Dio. Beato chi abita la tua casa: sempre canta le tue lodi! Beato chi trova in te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio.

Ieri mattina la Liturgia ci ha fatto cantare le lodi di Dio, per cominciare bene la giornata non c’è niente di meglio che ricordarsi di Colui che ci ha desiderati, pensati e voluti in questa vita, che ci ha permesso di esserci anche questa mattina, e che ci dona più grazie di quelle che riusciamo a contare.

Per entrare un poco meglio nella comprensione di questo Salmo dobbiamo considerare che per un ebreo il tempio del Signore era tutto, con le dovute differenze sarebbe come per un tifoso andare allo stadio della sua squadra del cuore. Ecco perché il salmista canta gli atri della casa di Dio con i suoi altari, un po’ come se il nostro tifoso cantasse la bellezza delle poltrone o degli spogliatoi.

A questo punto le donne che leggono potrebbero già girare l’articolo al marito che sta seguendo i Mondiali in questo periodo, e farebbero bene perché alcune realtà belle della nostra fede divina e cattolica le si capiscono meglio con metafore, con immagini eloquenti.

Vorremmo porre la vostra attenzione su una espressione: Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente . Forse non ce ne rendiamo conto fino in fondo ma per un ebreo parlare della gloria di Dio e parlare della grandezza del suo tempio (inteso proprio come l’edificio) è praticamente la stessa cosa, poiché l’uomo non è un angelo, non è incorporeo, ha bisogno quindi di sperimentare la grandezza di Dio, ha bisogno di sentirla sulla sua pelle, ha bisogno che essa diventi cosa da toccare, cosa da vedere. Ecco perchè nell’Antico Testamento, in particolar modo, troviamo moltissime espressioni vive della gloria del Signore, o di altri suoi attributi, paragonate a spettacoli della natura o create dall’ingegno umano.

E questa espressione forse ne è la tra le più eloquenti, poiché non esulta solo il cuore (inteso come la parte invisibile, quella più intima ed interiore) ma anche la carne. La gioia provata nell’incontro con il Dio vivente non può essere contenuta dentro i confini del cuore, trabocca e sfocia nella carne, come la violenza dell’acqua quando una diga si rompe, non c’è argine che tenga. Tornando al nostro tifoso, allo stadio si vive un’esperienza molto simile quando c’è un gol della nostra squadra del cuore, ed il nostro tifoso prorompe in grida di gioia inarrestabili ed incontrollabili, è l’esperienza che il corpo non riesce a trattenere la gioia del cuore, è una vera e propria diga che si rompe.

Che bello che sarebbe se questa esperienza fosse quella di due sposi che si amano teneramente da poter esultare nella carne ogni volta che si incontrano al ritorno dal lavoro. Cari sposi questo è possibile se l’amore che ci scambiamo non viene solo da noi stessi, ma riconosciamo che è stato il Signore a metterci nel cuore un amore speciale ed esclusivo per il nostro coniuge, come se ci avesse scelti come suoi ambasciatori speciali per lei/lui.

Coraggio allora, per fare questo bisogna ricorrere alla grazia sacramentale, chiederla nella preghiera. Domandiamo che sia il Signore ad amare il nostro coniuge attraverso la nostra mascolinità o femminilità. Non dimentichiamo il nostro tifoso: è come se fosse lui a rappresentare tutta la squadra presso gli altri tifosi, ne sarebbe onorato ma anche investito di una grande responsabilità.

Giorgio e Valentina.

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Chi semina vento…

Dal libro del profeta Osèa (Os 8,4-7.11-13) Così dice il Signore : «Hanno creato dei re che io non ho designati ; hanno scelto capi a mia insaputa. Con il loro argento e il loro oro si sono fatti idoli, ma per loro rovina. Ripudio il tuo vitello, o Samarìa! La mia ira divampa contro di loro; fino a quando non si potranno purificare ? Viene da Israele il vitello di Samarìa, è opera di artigiano, non è un dio : sarà ridotto in frantumi. E poiché hanno seminato vento, raccoglieranno tempesta. Il loro grano sarà senza spiga, se germoglia non darà farina e, se ne produce, la divoreranno gli stranieri. Èfraim ha moltiplicato gli altari, ma gli altari sono diventati per lui un’occasione di peccato. Ho scritto numerose leggi per lui, ma esse sono considerate come qualcosa di estraneo. Offrono sacrifici e ne mangiano le carni, ma il Signore non li gradisce ; ora ricorda la loro iniquità, chiede conto dei loro peccati : dovranno tornare in Egitto».

Con questa lettura la Chiesa si dimostra madre, un atteggiamento educativo che caratterizza lo stile della Liturgia, specialmente quella non riformata, questo caldo estivo e le belle giornate assolate potrebbero portarci sulla strada della rilassatezza spirituale, nel senso che sentiamo il bisogno di affrancarci dai rigori invernali, sia quelli climatici che quelli dei nostri doveri scolastici e/o lavorativi, per cui non dovrebbe stupire se un genitore mettesse in guardia i propri figli dal non prendere con troppa leggerezza una data situazione, praticamente la Chiesa ci sta invitando a non abbassare la guardia, a non considerarci arrivati.

Ed il profeta Osea è un altro di quei profeti che sa come rimettere in riga il popolo a lui affidato, sono parole dure, inequivocabili, soprattutto per noi che le leggiamo fuori da quel contesto storico e sociale suonano troppo severe, ma dobbiamo ricordare che il Signore ha rinnovato numerose volte la Sua Alleanza con Israele, ha compiuto numerosi prodigi per salvarlo dalle più disparate situazioni, ha mandato anche diversi aiuti umani come Sansone che lo liberò dai Filistei, ma questo popolo “è un popolo dalla dura cervice” , così lo apostrofava Mosè già parecchio tempo prima di Osea.

Come si può facilmente intuire questo popolo si dimostra ingrato e proprio uno “zuccone”, così infatti denominiamo i nostri figli quando “fanno finta” di aver capito e puntualmente agiscono al contrario di come dicono di aver capito… chissà quante volte ci sarà capitato di dire ai nostri figli : “Sei proprio uno zuccone! Allora non vuoi proprio capire.

Osea usa queste parole severe ispirato dallo Spirito di Dio, perché si trova davanti all’ennesimo tradimento da parte del popolo rispetto all’ennesima alleanza del Signore. Se ci pensiamo bene il Signore non chiede chissaché, in fondo sta chiedendo principalmente che non si facciano idoli e che rispettino le sue leggi, il peccato che procura i danni maggiori al popolo di Israele è proprio l’idolatrìa… che tradotto per noi sono i peccati contro il primo (e più grande) Comandamento… è il primo anche nell’importanza, infatti se disubbidiamo al primo Comandamento “Non avrai altro dio all’infuori di me” succede che a cascata disubbidiamo a tutti gli altri perché se Lui non è il nostro dio perde senso rispettare le Sue leggi.

Vi siete mai chiesti da dove arrivi il detto popolare “chi semina vento raccoglierà tempesta“? Ora avete la risposta, ma non ci deve bastare per vivere meglio come sposi. Dobbiamo domandarci come sposi quali sono gli idoli che continuamente ci costruiamo da soli, nonostante le ripetute avance da parte di Dio e del Suo Figliolo Gesù.

Incontriamo molte coppie che hanno idoli quali: il successo nel lavoro, la carriera, la salute fisica, la giovinezza e la prestanza del corpo, il benessere economico, il tempo libero, le amicizie extra coniugali, il sesso libero da regole, il giudizio positivo degli altri, la maternità e/o la paternità a comando… ma tutti questi idoli hanno i loro altari sui quali si sacrificano: tempo per la preghiera, tempo per la coppia, educazione dei figli, spazio, risorse, energie, mente, pensieri, affetti, desideri, concentrazione, intelligenza e vita spirituale.

E noi sposi come rimaniamo? SVUOTATI dal di dentro. Cos’è che ci svuota? Abbiamo seminato vento e quindi raccogliamo tempesta… ed è proprio questa tempesta a distruggere tutto senza pietà, così come capita in qualche sfortunato giorno estivo di cui abbiamo memoria anche recente, quando essa arriva devasta tutto il raccolto e si rimane senza niente per non parlare dei danni alle case o altro… tutto questo succede nel nostro cuore, nella nostra anima, nella nostra vita.

Questi idoli devastano il raccolto dell’amore matrimoniale: devastano la tenerezza, la dolcezza, l’intimità fisica, i sentimenti, gli affetti, l’unione dei cuori degli sposi… devastano anche la capacità di perdonare, lo sguardo, le parole belle, le carezze, i baci, gli abbracci, i complimenti reciproci, il tempo che dedichiamo alla coppia. Con questi idoli il nostro matrimonio “produce grano senza spiga, e se germoglia non darà farina“, cioè non darà da mangiare, non darà sostentamento all’amore, non sarà amore fecondo, non sarà vita sia l’uno per l’altra sia all’infuori della coppia.

Coraggio sposi, possiamo riprendere in mano il nostro amore matrimoniale ad immagine dell’amore oblativo di Gesù, e per farlo cominciamo a togliere quelle maschere di cui hanno parlato Antonio e Luisa ieri, prendiamo il coraggio a piene mani e distruggiamo i nostri idoli con i loro altari, riprendiamo con fiducia a seguire Colui che ci promette non solo mari e monti, ma la felicità già su questa terra ed il Paradiso senza fine.

Giorgio e Valentina

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Ripensare l’urbanistica a due

Sal 47 (48) Grande è il Signore e degno di ogni lode nella città del nostro Dio. La tua santa montagna, altura stupenda, è la gioia di tutta la terra. Il monte Sion, vera dimora divina, è la capitale del grande re. Dio nei suoi palazzi un baluardo si è dimostrato. O Dio, meditiamo il tuo amore dentro il tuo tempio. Come il tuo nome, o Dio, così la tua lode si estende sino all’estremità della terra; di giustizia è piena la tua destra.

Questo Salmo ci raggiunge in modo particolare perché vogliamo invitarvi a una lettura un po’ inusuale, ma prima di inoltrarci nella nostra riflessione vogliamo inquadrare un po’ questa preghiera. È un inno di lode al Signore, un inno alla sua magnificenza, un invito pressante a lodare il Signore.

Vogliamo farvi notare un particolare: questa preghiera non inneggia al Signore tanto per gli atti di magnificenza compiuti da Lui, quanto per Lui in se stesso. Non si fa un elenco delle opere da Lui compiute, ma lo si loda in quanto Dio; è la lode più pura in quanto non loda per i benefici avuti ma per la sua essenza. È la stessa lode che ritroviamo nell’inno del Gloria durante la S.Messa: “[…] noi Ti lodiamo, Ti benediciamo, Ti rendiamo grazie per la Tua gloria immensa”.

Dopo questa prima fotografia del Salmo vediamo di inoltrarci nella sua comprensione come coppia di sposi, innanzitutto si parla di monte, di città con i suoi palazzi e infine di tempio. Certamente il salmista, quando parlava di monte, città e palazzi, o di tempio di Dio, si riferiva ai luoghi fisici, che per il popolo di Israele erano (e lo sono anche per noi tuttora) molto importanti, ma noi cercheremo di vedere olte la loro fisicità intravedendo cosa nella vita degli sposi possa essere monte, città e tempio.

Il monte Sion, vera dimora divina, è la capitale del grande re. Il monte di Sion è il luogo dove risiede la città con i suoi palazzi, e lo potremmo paragonare alla vita degli sposi nel suo insieme. È il luogo dove gli sposi decidono insieme la planimetria della città, l’urbanistica, decidono quali siano le strade principali e quali gli snodi strategici per non alimentare gli ingorghi, decidono anche i punti panoramici. Nella vita sponsale gli sposi devono insieme costruire una nuova città che prima non esisteva, ma soprattutto essa deve essere la capitale del re, non sono loro i reali che la governano, ma è il Signore il re della loro vita.

Dio nei suoi palazzi un baluardo si è dimostrato. Questi palazzi nella vita matrimoniale corrispondono alle varie attività, ai vari ambiti in cui gli sposi vivono, agiscono ed operano. Affinché Dio sia un baluardo anche in questi palazzi, è necessario che gli sposi decidano quali palazzi siano i più importanti, devono decidere insieme quanta importanza dare ad ogni palazzo affinché l’urbanistica nel suo insieme risulti ben ordinata come vuole il re.

O Dio, meditiamo il tuo amore dentro il tuo tempio. Qual è il tempio di Dio degli sposi? Sono gli sposi stessi, sia perché ognuno è divenuto col Battesimo tempio dello Spirito Santo, ma anche perché la nuova realtà, cioè il loro sacro vincolo indissolubile è il tempio dove Dio abita realmente. Meditare quindi l’amore di Dio nel tempio dell’altro significa lasciarsi amare da Dio attraverso lui/lei.

Coraggio sposi. Forse alcuni potrebbero trovare queste metafore un po’ azzardate, ma potrebbero essere spunto per un passo in avanti nell’Amore.

Giorgio e Valentina

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Un cammino con una sola impronta

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 1,5-17) Al tempo di Erode, re della Giudea, vi era un sacerdote di nome Zaccarìa, della classe di Abìa, che aveva in moglie una discendente di Aronne, di nome Elisabetta. Ambedue erano giusti davanti a Dio e osservavano irreprensibili tutte le leggi e le prescrizioni del Signore. Essi non avevano figli, perché Elisabetta era sterile e tutti e due erano avanti negli anni. Avvenne che, mentre Zaccarìa svolgeva le sue funzioni sacerdotali davanti al Signore durante il turno della sua classe, gli toccò in sorte, secondo l’usanza del servizio sacerdotale, di entrare nel tempio del Signore per fare l’offerta dell’incenso. Fuori, tutta l’assemblea del popolo stava pregando nell’ora dell’incenso. Apparve a lui un angelo del Signore, ritto alla destra dell’altare dell’incenso. Quando lo vide, Zaccarìa si turbò e fu preso da timore. Ma l’angelo gli disse: «Non temere, Zaccarìa, la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, e tu lo chiamerai Giovanni. Avrai gioia ed esultanza, e molti si rallegreranno della sua nascita, perché egli sarà grande davanti al Signore; non berrà vino né bevande inebrianti, sarà colmato di Spirito Santo fin dal seno di sua madre e ricondurrà molti figli d’Israele al Signore loro Dio. Egli camminerà innanzi a lui con lo spirito e la potenza di Elìa, per ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti e preparare al Signore un popolo ben disposto».

Abbiamo voluto riportare per intero il brano del Vangelo che verrà proposto stasera nella Santa Messa vespertina, oggi infatti è la vigilia di una solennità: la Natività di san Giovanni Battista. A tal riguardo leggiamo poche righe di sant’Agostino:

La Chiesa festeggia la natività di Giovanni, attribuendole un particolare carattere sacro. Di nessun santo, infatti, noi celebriamo solennemente il giorno natalizio; celebriamo invece quello di Giovanni e quello di Cristo. Giovanni però nasce da una donna avanzata in età e già sfiorita. Cristo nasce da una giovinetta vergine. Il padre non presta fede all’annunzio sulla nascita futura di Giovanni e diventa muto. La Vergine crede che Cristo nascerà da lei e lo concepisce nella fede.

Questi testi ci confermano quanto sia solenne il giorno di san Giovanni Battista, ma soprattutto quanto sia importante e fondamentale la sua santità; ma il nostro intento oggi non è incensare tanto la figura di questo grande santo (e parente) del Signore Nostro Gesù Cristo, quanto evidenziare alcuni passaggi che il Vangelo ci riporta sui suoi santi genitori, ovvero i santi coniugi Zaccaria ed Elisabetta.

Ambedue erano giusti davanti a Dio e osservavano irreprensibili tutte le leggi e le prescrizioni del Signore. Fin qui sembra una descrizione abbastanza normale di due santi, se non sono irreprensibili loro chi altri? Ma forse un particolare può sfuggire, e cioè che Ambedue erano giusti davanti a Dio, il che potrebbe ancora sembrare un particolare del tutto ovvio, ma nel caso di una coppia di sposi non lo è affatto. Perchè il Vangelo ci tiene a sottolinearlo? Forse per far fare bella figura ai genitori del Battista, o c’è di più?

Secondo noi c’è di più. E il di più sta proprio nel fatto che ambedue erano giusti, non solo Zaccaria, il quale sarà il protagonista del brano grazie al suo dialogo con l’angelo. La loro società era praticamente tutta orientata al maschile, almeno nelle manifestazioni pubbliche, e così anche nei rituali religiosi, per cui il fatto che l’evangelista Luca ci tenga a precisare che anche Elisabetta fosse giusta davanti a Dio, è un dettaglio che ci fa capire come per un cristiano, Luca, cambi tutto, anche lo sguardo che ha sui fatti. Alcuni studiosi potrebbero ribattere che Luca è stato designato come “l’evangelista delle donne” e quindi è normale che Elisabetta (come tante altre donne) faccia bella figura nel suo vangelo.

Sarà anche così ma noi abbiamo letto questo “ambedue” alla luce di ciò che viene esplicitato poco dopo: Essi non avevano figli, perché Elisabetta era sterile e tutti e due erano avanti negli anni. Al tempo di Gesù, la sterilità della moglie era considerata uno dei motivi più validi e socialmente accettati per il ripudio, tanto che per la scuola di Hillel rientrava ampiamente nei motivi legittimi di divorzio. Quindi in maniera sottile Luca ci sta dicendo che la giustizia praticata da Zaccaria supera di gran lunga quella decisa dalla legge sociale, ed inoltre è praticamente lo stesso gesto di san Giuseppe, il padre putativo di Gesù, il quale decide di non ripudiare la Vergine Maria nonostante la legge fosse dalla sua parte.

Inoltre si annota anche che tutti e due erano avanti negli anni, quindi la loro giustizia davanti a Dio non era una cosetta di poco conto, ma una perseveranza di tanti anni fatta di gesti di tutti i giorni. E’ come se fosse un cammino a due ma risulti poi un’impronta sola: gli sposi sono una sola carne, un solo cuore, un solo spirito.

Cari sposi, la nostra giustizia davanti a Dio deve prendere esempio da questi due santi sposi, che non si sono ribellati a Dio per la loro sterilità, ma hanno dato a Dio secondo giustizia e perciò Lui è sempre al primo posto, questo ha reso fecondo il loro amore nel servizio alla comunità e in chissà quanti altri modi non documentati. E questa giustizia si traduce in carne, in gesti concreti eseguiti giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, fino ad essere avanti negli anni.

Poi sappiamo come andrà a finire, e cioè che la loro sterilità sarà sanata da un intervento divino, da loro nascerà il Battista. Ai nostri occhi sembra che Dio abbia scelto loro come genitori di un grande santo quasi come un premio della loro perseveranza e della loro irreprensibilità: Ambedue erano giusti davanti a Dio e osservavano irreprensibili tutte le leggi e le prescrizioni del Signore. Non possiamo sapere le motivazioni e i disegni insondabili della Provvidenza di Dio, ma è certo che la loro fede sia stata provata duramente, poiché la sterilità era vista da quel popolo come una maledizione.

Zaccaria ed Elisabetta non si aspettavano sicuramente di essere oggetto di un così grande privilegio, ed insieme grande responsabilità, come quello di crescere colui che sarebbe divenuto il precursore del Messia, probabilmente si sentivano inadatti ma Dio non sceglie chi è già bravo, sceglie secondo le sue logiche, e rende capaci quelli che sceglie.

Cari sposi, il sacramento del Matrimonio è la scelta di Dio di incarnarsi nella vostra vita vissuta, nella vostra relazione, perciò nessuna coppia sacramentata può dirsi inadatta, poiché il Signore rende adatti e capaci coloro che Lui sceglie. Coraggio.

Giorgio e Valentina.

Acquista i nostri libri Il dono del corpo La grazia degli imperfetti Sentire per amare Tobia e Sara

Talis pater, talis filius!

Dal trattato «Sul Padre nostro» di san Cipriano, vescovo e martire (Nn. 11-12; CSEL 3, 274-275) Quanto è preziosa la grazia del Signore, quanto alta la sua degnazione e magnifica la sua bontà verso di noi! Egli ha voluto che noi celebrassimo la nostra preghiera davanti a lui e lo invocassimo col nome di Padre, e come Cristo è Figlio di Dio, così noi pure ci chiamassimo figli di Dio. Questo nome nessuno di noi oserebbe pronunziarlo nella preghiera, se egli stesso non ci avesse permesso di pregare così. Dobbiamo dunque ricordare e sapere, fratelli carissimi, che, se diciamo Dio nostro Padre, dobbiamo comportarci come figli di Dio perché allo stesso modo con cui noi ci compiacciamo di Dio Padre, così anch’egli si compiaccia di noi.  Comportiamoci come tempio di Dio, perché si veda che Dio abita in noi. E il nostro agire non sia in contrasto con lo spirito […] Anche il beato Apostolo in una sua lettera ha scritto: «Non appartenete a voi stessi; infatti siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo!» (1 Cor 6, 20).

Sarà sicuramente capitato a tutti di sentire il racconto di qualche genitore o nonno che, commentando il comportamento del figlio o del nipote, se ne sia uscito con la locuzione latina: talis pater/mater, talis filius, ovvero che il figlio ricopia il comportamento del padre o della madre. Esistono anche altre locuzioni italiane o dialettali che esprimono lo stesso concetto, però vengono usate sempre nell’accezione negativa, ossia esprimono il fatto che il figlio ricalchi lo stesso errore paterno o materno.

Non vogliamo qui entrare in qualche dinamica familiare da cui faremmo fatica a districarci, ma sicuramente è certo il fatto che alcuni comportamenti che mettiamo in atto, in realtà li abbiamo adottati come nostri ma sono la copia di quello che abbiamo visto fare dai nostri genitori (e a loro volta dai loro genitori) quando eravamo piccoli oppure, in taluni casi, sono il loro esatto contrario.

E questo accade per una serie di motivazioni di tipo psicologico, emozionale e relazionale che non intendiamo affrontare perché non è terreno nostro, ma intendiamo solo mettere in risalto che di tali comportamenti a volte nemmeno ce ne accorgiamo da noi stessi; spesso è un’altra persona (il nostro coniuge per esempio) che ci fa notare la somiglianza o la completa dissonanza col comportamento messo in atto da un nostro genitore.

Sono comportamenti che sono passati dai nostri genitori a noi come fosse un processo di osmosi, per cui sono entrati a far parte del nostro bagaglio senza che noi potessimo deciderli in modo attivo come nostro patrimonio.

Facciamo un esempio personale: per noi non può esistere una Domenica senza la partecipazione alla Santa Messa, ed in particolare alla Santa Messa mattutina, e quelle volte in cui le situazioni (non dipendenti dalla nostra volontà) ci hanno costretto a farne senza (per esempio la malattia) o a parteciparvi ad un tardo orario pomeridiano, abbiamo vissuto la situazione con un certo rammarico e dolore. E questo dispiacere non veniva in primis dagli insegnamenti del Catechismo, ma dal fatto che siamo entrambi cresciuti nelle nostre rispettive famiglie d’origine con quella ritualità della Domenica, e cioè al primo posto la Santa Messa poi tutto il resto, anche quando si era in vacanza o c’era una gita o altri eventi, ci si alzava prestissimo per partecipare alla Santa Messa di buon mattino e poi si faceva tutto il resto, il resto c’era ma stava al secondo posto anche cronologicamente. Questo è un esempio di come noi abbiamo assorbito per osmosi il comportamento dei nostri genitori.

Se tutto ciò è vero per quando riguarda i nostri genitori umani, quanto sarà vero per quanto riguarda Colui che è Il Genitore per antonomasia, Il Padre, “dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome” (Efesini 3,14-15)?

Cari sposi, quest’oggi san Cipriano ci ammonisce proprio su questo tema: Dobbiamo dunque ricordare e sapere, fratelli carissimi, che, se diciamo Dio nostro Padre, dobbiamo comportarci come figli di Dio. Così come vale per i genitori terreni il fatto che per assimilare un comportamento bisogna che lo abbiamo vissuto e visto in prima persona, così per poter vivere come figli di Dio bisogna frequentare il Padre, bisogna che impariamo per osmosi il modo di agire dal suo modo di agire. Più frequentiamo la Sua presenza e più per osmosi agiremo come Lui, quasi senza accorgercene. Un paio di esempi : se viviamo sulla nostra pelle il perdono saremo più disponibili al perdono, se viviamo la tenerezza di una presenza discreta ma reale e concreta e più ci verrà naturale agire allo stesso modo.

Ma credete che tutto ciò (e molto di più che non possiamo e non riusciamo ad esprimere) valga solo per noi come genitori o solo come buoni cristiani in modo generico ? Naturalmente no, poiché questo processo di osmosi deve penetrare fin nel midollo del nostro matrimonio, deve cominciare a permeare fin dai più piccoli gesti quotidiani di amore concreto per il nostro coniuge: Glorificate dunque Dio nel vostro corpo!

Coraggio allora sposi, abbiamo il tempo estivo per gustare la bellezza e la nobiltà di essere figli di Dio, e lo siamo realmente.

Giorgio e Valentina.

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Dentro nel vortice?

Dal primo libro dei Re (1Re 21,17-29) : [Dopo che Nabot fu lapidato,] la parola del Signore fu rivolta a Elìa il Tisbìta: «Su, scendi incontro ad Acab, re d’Israele, che abita a Samarìa; ecco, è nella vigna di Nabot, ove è sceso a prenderne possesso. Poi parlerai a lui dicendo: “Così dice il Signore: Hai assassinato e ora usurpi!”. Gli dirai anche: “Così dice il Signore: Nel luogo ove lambirono il sangue di Nabot, i cani lambiranno anche il tuo sangue”». Acab disse a Elìa: «Mi hai dunque trovato, o mio nemico?». Quello soggiunse: «Ti ho trovato, perché ti sei venduto per fare ciò che è male agli occhi del Signore. Ecco, io farò venire su di te una sciagura e ti spazzerò via. Sterminerò ad Acab ogni maschio, schiavo o libero in Israele. Renderò la tua casa come la casa di Geroboàmo, figlio di Nebat, e come la casa di Baasà, figlio di Achìa, perché tu mi hai irritato e hai fatto peccare Israele. Anche riguardo a Gezabèle parla il Signore, dicendo: “I cani divoreranno Gezabèle nel campo di Izreèl”. Quanti della famiglia di Acab moriranno in città, li divoreranno i cani; quanti moriranno in campagna, li divoreranno gli uccelli del cielo». In realtà nessuno si è mai venduto per fare il male agli occhi del Signore come Acab, perché sua moglie Gezabèle l’aveva istigato. Commise molti abomini, seguendo gli idoli, come avevano fatto gli Amorrèi, che il Signore aveva scacciato davanti agli Israeliti. Quando sentì tali parole, Acab si stracciò le vesti, indossò un sacco sul suo corpo e digiunò; si coricava con il sacco e camminava a testa bassa. La parola del Signore fu rivolta a Elìa, il Tisbìta: «Hai visto come Acab si è umiliato davanti a me? Poiché si è umiliato davanti a me, non farò venire la sciagura durante la sua vita; farò venire la sciagura sulla sua casa durante la vita di suo figlio».

Ci rendiamo conto che questa lettura è un pochetto lunga, anche se in realtà è una parte di un racconto molto più ampio della vita del re Acab, dal quale possiamo trarre tanti insegnamenti per la nostra vita. Nel capitolo precedente viene narrata la vicenda per cui Gezabéle riesce ad ottenere in favore di suo marito Acab, il campo di Nabot; però lo fa con la corruzione e l’omicidio premeditato e con il beneplacito del marito. Perciò il Signore manda Elia a comunicare il castigo che Acab aveva attirato su di sé con la propria condotta malvagia.

Sicuramente molti lettori faranno fatica ad accettare il Signore che manda castighi, ma a ben vedere questa lettura non mette in discussione in alcun modo la bontà del Signore, quanto evidenziare invece la profondità in cui può spingersi la malvagità dell’uomo che agisce contro le leggi di Dio. Purtroppo le nuove generazioni non usano quasi più il linguaggio del castigo nell’educazione e quindi fanno fatica ad entrare in questa dinamica della vita spirituale, mentre invece basti pensare agli attuali scrutini per rendersi conto che ha a che fare con la vita quotidiana: lo studente meritorio viene premiato con la promozione e quello svogliato/lazzarone viene castigato/punito con la bocciatura.

Quando un genitore dà un castigo ad un figlio, lo fa affinché quest’ultimo si renda conto della gravità della sue azioni ed impari ad agire meglio… ma nel castigo umano c’è dentro anche il nostro orgoglio ferito di genitori, le nostre rabbie, le nostre imperfezioni, le nostre ferite psicologico/affettive irrisolte, ma in Dio non c’è nulla di tutto ciò perché Dio è perfettissimo e non ha di queste turbe psicologiche né orgoglio ferito, perciò il suo castigo è puro perché ha come fine la nostra conversione; Dio non ha bisogno di sentirsi realizzato come padre, Lui non ha bisogno di conferme psicoaffettive, Dio rimane tale nonostante le nostre scelte, Egli è casto e ci vuole rendere casti come Lui attraverso il castigo che significa appunto “rendere casto”. Perchè nella castità c’è gioia e amore. Lo fa per un bene più grande.

Il castigo di Dio quindi non è una specie di vendetta nei nostri confronti, ma ha il solo scopo di renderci casti, è una purificazione, è un’anticipo del purgatorio già su questa terra; il castigo è quindi un puro atto di amore di Dio a cui non sfugge neanche il nostro pensiero, perciò si comprende quanto sia stupido pensare che Dio lasci accadere questo o quel castigo senza fare niente, quasi come uno spettatore inerme a braccia conserte burlandosi delle nostre disavventure… è un pensiero di chi non ha fede, non è la prospettiva di chi ha Dio come Padre e quindi vive la propria figliolanza divina.

Ma il Signore è talmente buono e misericordioso che “ritratta” il castigo destinato ad Acab a causa del suo pentimento, ma siccome Dio è anche giusto è necessario che qualcuno sconti questi peccati e questo avverrà con il figlio di Acab. Non perchè si debba per forza punire qualcuno ma perchè il male porta in sè delle conseguenze e dei frutti avvelenati. Ancora una volta non è in discussione la bontà di Dio che amministra la giustizia e la misericordia con la massima perfezione ed in maniera castissima, il problema è la condotta dell’uomo, che può portarlo talmente lontano da Dio da non sentire più nemmeno il richiamo della coscienza, allora Dio si “vede costretto” ad usare l’arma del castigo perché esso ci tocca nella carne e quindi lo avvertiamo con maggiore intensità ed immediatezza rispetto al richiamo della coscienza o altre manifestazioni interiori della misericordia di Dio.

Forse molti lettori si staranno chiedendo perché Acab sembra essere più castigato rispetto alla moglie Gezabéle, in fondo era stata di quest’ultima l’idea malvagia, è lei la mente criminale, quindi secondo i nostri canoni dovrebbe essere lei a subire la sorte peggiore, ed invece accade il contrario, perché?

Il motivo risiede nel fatto che lui poteva fermarla e dire di no, essendo anche re la sua parola avrebbe acquistato più peso, quindi lui aveva avuto la possibilità di scegliere il bene e rifiutare il male, ed è sempre così per ciascuno di noi. Cari sposi, non lasciamoci trascinare in quest’abisso del male, esso è come un vortice che piano piano ti risucchia e resti imprigionato al suo interno.

Se dovesse accadere che il nostro coniuge ci “spinge” a compiere un’azione sbagliata, noi non siamo in alcun modo obbligati a dispiacere a Dio per compiacere al coniuge… anche perché poi finiremmo come Adamo ed Eva a giocare al “la colpa non è mia, è stato/a lui/lei”, sicuramente ci saranno delle attenuanti di cui Dio terrà conto nel suo giudizio, ma poi verrà a chiedere conto a ciascuno di noi del perché non siamo intervenuti per tentare di far desistere il nostro coniuge, o, peggio, lo abbiamo avvallato.

Cari sposi, non lasciamoci ingannare dall’impeto con cui si presentano le tentazioni… anche quando il nostro/a amato/a ci volesse disgraziatamente spingere verso il male, teniamo la bussola puntata in direzione del vero bene, dobbiamo aiutarci l’un l’altra sul cammino della santità e non sul cammino della perdizione. Coraggio sposi, teniamo sempre presente la coppia di Acab e Gezabéle, per non imitarli mai.

Giorgio e Valentina.

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Lo stupore contemplativo

Abbiamo celebrato Domenica scorsa la solennità della Santissima Trinità, e noi abbiamo avuto la grazia di poterlo fare nella Basilica del Santuario di Loreto, insieme ai numerosi partecipanti al ritiro di fine anno della Scuola nuziale.

Sono stati due giorni intensi che ci hanno dato la possibilità di meditare la bellezza del Sacramento del Matrimonio sotto vari aspetti, da varie angolature e con sensibilità diverse. Queste differenze sono state proprio la ricchezza di questo ritiro, come se non bastasse un solo aspetto per destare stupore dinanzi a tanta bellezza affidata agli sposi.

E quasi a conferma di tutto ciò la conclusione è avvenuta nella solennità della Santissima Trinità, anche questo un mistero che più che comprendere, la Chiesa ci invita a contemplare. Il mistero trinitario non è una realtà afferrabile dalla natura umana, e se Dio non ce lo avesse rivelato noi non avremmo potuto nemmeno lontanamente immaginarlo. Quel che resta dunque è lo stupore dinanzi alla bellezza di un Dio che è comunione di amore fra tre persone uguali e distinte. E’ un mistero da contemplare e da vivere, infatti solo vivendolo come realtà, anche se ineffabile, si comprende come lo stupore e la contemplazione siano l’atteggiamento giusto.

Eppure questo Dio infinito ed eterno, che neanche i cieli dei cieli possono contenere si fa nostro ospite ed abita dentro di noi dal giorno del nostro Battesimo. Una realtà soprannaturale così grande, così inafferrabile, così perfetta in se stessa, che vuole abitare in una creatura (ognuno di noi) così piccola, così circoscritta, così finita e così imperfetta. Colui che non solo è la fonte dell’amore, ma è l’Amore stesso, ci onora della sua presenza dentro la nostra umanità che spesso non lo ricambia dell’amore ricevuto. L’eterno dentro il temporaneo, l’infinito dentro il finito, l’immortale dentro un mortale, lo sconfinato dentro un limitato… l’amore di cui siamo oggetto non può non stupirci.

In fondo in fondo cosa abbiamo fatto per meritare tutto ciò? Nulla, è solo frutto di un Dio che non riesce a smettere di amare nella comunione. Ma se tutta questa bellezza è già dentro ogni battezzato, cosa sarà mai una coppia di sposi che col Sacramento del Matrimonio diventa Sacramento che cammina per le strade?

Diventa non solo icona della Trinità, diventa casa sua, proprietà sua, sua dimora stabile, diventa una manifestazione sensibile del suo amore trinitario di comunione eterna. Tutto ciò e molto di più, che ora non riusciamo ad esprimere, è racchiuso nel Sacramento del Matrimonio, il quale a sua volta, è come se fosse una piena fioritura del Battesimo.

Cari sposi, questa settimana cominciamo a guardare il nostro coniuge con questi nuovi occhi di stupore del Mistero che lui o che lei racchiude. Coraggio.

Giorgio e Valentina

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Tetelestai. Conto già pagato

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 19,25-34) […] Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». […]

Ieri la Chiesa ha celebrato la memoria della Beata Vergine Maria Madre della Chiesa, e per aiutarci a comprendere dove tutto ciò è iniziato è stato letto il brano del vangelo di Giovanni sopra riportato, del quale noi abbiamo estrapolato solo un paio di frasi. Non vogliamo approfondire la tematica della maternità di Maria, quanto di come ha affrontato la morte suo figlio, il Nostro Signore Gesù Cristo.

Sappiamo tutti che Gesù ha affrontato la morte in croce, una morte infamante ed umiliante, straziante e davvero crudele, sappiamo anche che l’ha affrontata nonostante la paura umana si facesse sentire, quindi ha agito con coraggio, sappiamo anche altri dettagli ma soprattutto quello che a noi interessa è lo scopo di questa Passione: la nostra salvezza. E fin qui nulla di nuovo. Ma c’è un particolare che sfugge troppo di frequente alla riflessione sulla Passione di Gesù: quel “tutto è compiuto”, che nel testo originale è “tetelestai“. Tetelestai è un’espressione in greco antico (traslitterazione di τετέλεσται) che significa “È compiuto” o “Pagato per intero”.

Vi sarà successo ancora, alla fine di una cena tra amici, di arrivare in cassa e scoprire che qualcuno dei vostri amici aveva provveduto a pagare l’intero importo. Come vi siete sentiti? Amati, considerati, coccolati; qualcuno vi ha regalato un’ottima serata di allegria, buon cibo e buona compagnia senza pretendere nemmeno un ringraziamento, solo per il gusto di vedervi felici. La stessa sensazione di gratitudine dovremmo averla nei confronti del Salvatore che ci ha regalato infinitamente di più di una cena tra amici. Eppure ce ne dimentichiamo così spesso, ma questo è un altro tema.

Se Gesù ha potuto esclamare “tetelestai” significa che non era rimasto altro da fare, e chi altro poteva sapere ciò se non Lui, che era perfetto uomo e vero Dio? Se dunque Gesù pronuncia tetelestai non ci possono essere dubbi sul fatto che la storia sarebbe potuta andare diversamente, doveva andare così e solo così, se lo dice Lui che è Dio chi siamo noi per mettere in dubbio le sue scelte?

Ma ora arriviamo al nodo centrale: nel Sacramento del Matrimonio la misura di come amare è la croce di Gesù, è il suo stile che dobbiamo imitare e di cui siamo resi capaci col Sacramento, ma noi possiamo andare a dormire ogni sera potendo dire il nostro tetelestai? Imitare Gesù significa anche potersi addormentare ogni sera con la pace profonda di chi ha fatto tutto ciò che era in proprio potere per portare a compimento il Sacramento del Matrimonio. Gesù non muore senza dolore, ma è sicuro di aver fatto fino in fondo la volontà del Padre suo, sa che morirà affidandosi al Padre, non come un disperato ma come un fiducioso.

Quel compimento avvenuto sulla Croce ci ricorda un altro compimento, quello della Genesi cap. 2,1-2: “Così furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere. Dio, nel settimo giorno, portò a compimento il lavoro che aveva fatto […] “. Portare a compimento assomiglia al metter la ciliegina sulla torta, come quando ad un’opera artistica manca l’ultimo tocco finale, quello appunto che dà compimento al tutto.

Cari sposi, ogni giorno noi abbiamo la vocazione di portare a compimento l’opera iniziata in noi dal Sacramento, non tutto è sulle nostre spalle naturalmente, siamo corroborati dalla Grazia in questo costante lavoro quotidiano. Prima di addormentarci chiediamoci se oggi abbiamo portato a compimento la nostra vocazione sponsale, siamo sicuri di aver fatto tutto ciò che era in nostro potere per amare il nostro coniuge di un amore fedele, indissolubile, unico, totale e fecondo?

Se così non fosse dobbiamo chiedere scusa al nostro coniuge prima di chiudere gli occhi, perché il sonno del giusto ristora anche il corpo non solo l’anima, oltre ad essere un gesto di giustizia verso di lui/lei. Coraggio sposi, non dobbiamo aver paura di mostrare le nostre debolezza al nostro coniuge, le ha sposate, quindi dovrebbe essere colui/colei che meglio ci aiuta a superarle o ad affrontarle.

Ogni giorno ha il suo tetelestai.

Giorgio e Valentina

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Riflessi d’eterno

Dal trattato «Su lo Spirito Santo» di san Basilio Magno, vescovo (Cap. 9, 22-23; PG 32, 107-110) Chi è quell’uomo che, udendo gli appellativi dello Spirito Santo, non si solleva con l’animo e non innalza il pensiero alla suprema natura di Dio? Infatti è stato chiamato Spirito di Dio e Spirito di verità, che procede dal Padre: Spirito forte, Spirito retto, Spirito creatore. Spirito Santo è l’appellativo che gli conviene di più e che gli è proprio. […] Ad essi tuttavia egli non si dà in ugual misura, ma si concede in rapporto all’intensità della fede.[…] Per lui i cuori si elèvano in alto, i deboli vengono condotti per mano, i forti giungono alla perfezione. Egli risplende su coloro che si sono purificati da ogni bruttura e li rende spirituali per mezzo della comunione che hanno con lui. E come i corpi molto trasparenti e nitidi al contatto di un raggio diventano anch’essi molto luminosi ed emanano da sé nuovo bagliore, così le anime che hanno in sé lo Spirito e che sono illuminate dallo Spirito diventano anch’esse sante e riflettono la grazia sugli altri. […]

Già da qualche tempo la Chiesa ci sta preparando ai misteri che stiamo celebrando in questo periodo pasquale, così il tema della discesa dello Spirito Santo già riecheggia nella preghiere dell’Ufficio divino, ecco perché oggi ci viene offerto questo estratto del trattato di san Basilio Magno. Vorremmo solo portarne alla vostra attenzione un paio di aspetti che l’autore richiama: la capacità in base all’accoglienza ed il riflesso della grazia santificante.

La capacità in base all’accoglienza. Questo tema non è spesso trattato con la rilevanza che meriterebbe in contesti quali catechesi parrocchiali e simili, non abbiamo alcun intento di sentenziare nessuno ma solo di fare una fotografia della realtà; purtroppo il fedele medio ha la percezione di avere il diritto di invocare l’aiuto dello Spirito Santo e che quest’ultimo abbia il dovere di venire in modo illimitato. In realtà dietro questa percezione c’è una parte di verità che ora tenteremo di raccontare, e per farlo partiremo da un aneddoto vissuto in una nostra gita famigliare. Dopo una bella camminata alpina, ci siamo trovati ad una ricca fonte di acqua fresca e pura ma avevamo con noi un solo bicchierino minuscolo, evidentemente tra i mille accessori utili in una gita con bimbe piccole qualcuno si è dimenticato i bicchieri per tutti. L’acqua sgorgava con vivacità dalla fonte, ce n’era in sovrabbondanza, continuando a zampillare tutto il giorno in una tale quantità tanto da chiedersi donde mai arrivasse tutta quest’acqua. La sete si era fatta viva, tanto che col desiderio avremmo bevuto tutta l’acqua della fonte ma avevamo con noi solo quel misero bicchierino. Vi lasciamo immaginare la scena di bere un po’ alla volta contando sulla ridotta capacità del bicchierino oppure sull’altrettanto esigua quantità che le mani a conchetta possono raccogliere per aiutare a bere delle bambine.

Questo aneddoto ci insegna che per l’uomo è impossibile contenere tutto lo Spirito Santo ma che può riceverne un poco alla volta in base al “bicchierino” che ha a disposizione. Quindi è vero che lo Spirito Santo viene in soccorso di chi lo invoca, ed essendo infinito non ha problemi con le quantità, ma riempie solo la quantità di cuore che gli lascia il giusto spazio.

Il riflesso della grazia. E’ impossibile riflettere una luce su di una superficie e pretendere che il riflesso sia uguale all’originale in intensità, colore e portata. Per quanto quella superficie, come quella dell’acqua, appaia perfetta, in realtà essa non è del tutto neutra, cosicché il riflesso che ne esce appare uguale all’origine ad un primo sguardo, ma attente analisi chimico-fisiche rivelerebbero alcune differenze rispetto all’originale. Ne consegue che per riflettere la sua grazia, il Signore passa dall’umanità, ma ogni santo lascia passare solo alcuni tratti della luce originale.

Questo secondo aspetto stimola gli sposi sacramentati a diventare sempre più santi l’un per l’altra, ma anche ad aiutare l’altro/a a diventare sempre più santo/a, sicché chi ci incontra possa vedere il riflesso di una luce sempre più fedele all’originale.

Cari sposi, il sacramento del Matrimonio ci ha abilitati ad essere il riflesso della grazia divina l’uno per l’altra: quando si dona una parola di perdono c’è un riflesso di Dio, quando si fa una carezza di condivisione c’è un riflesso di Dio, quando gli occhi sorridono c’è un riflesso di Dio, quando accolgo in un abbraccio il dolore dell’altro/a c’è il riflesso di Dio, quando scelgo il NOI facendo morire l’IO c’è un riflesso di Dio, quando i due corpi si fondono a significare l’unione dei cuori e delle anime c’è un riflesso di Dio, quando incoraggio il bene senza far risaltare il male c’è un riflesso di Dio, quando contemplo la bellezza della vita donata per amore c’è un riflesso di Dio, gli sposi cristiani col sacramento sono un riflesso d’eterno per chi li circonda.

Vivere con questa consapevolezza ed esserne grati apre il cuore e fa ancora più posto allo Spirito Santo, coraggio e ne vedremo delle belle nel nostro matrimonio.

Giorgio e Valentina.

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La Madre delle madri

Domenica scorsa è stata una festa popolare molto importante: la festa della mamma. Noi per aiutare la riflessione abbiamo scelto un brano dalla Passione secondo Giovanni ( cap 19, 25-34 ): In quel tempo, stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé. […]

I Padri ed i Dottori della Chiesa, commentando questo brano evangelico, sottolineano come Maria sia divenuta Madre della Chiesa, la quale è rappresentata dal discepolo Giovanni, e quindi per approfondimenti su questo tema vi rimandiamo agli scritti dei Santi, per ora ci basti citare l’antico adagio scritto da S. Luigi Maria Grignion de Montfort : Ad Jesum per Mariam….. a Gesù attraverso Maria, quindi si arriva a Gesù solo passando da Maria, perché è piaciuto a Dio di entrare nel mondo attraverso Maria e quindi non è una scelta della Chiesa, ma è stata una scelta di Dio…. a noi il compito solo di vivere questa scelta con tutte le meravigliose conseguenze che questa felice scelta comporta.

Torniamo a noi, perché questi articoli non hanno uno scopo catechetico, ma si occupano della realtà coniugale in primis… ci accorgeremo come Maria è anche Madre delle coppie, Madre degli sposi cristiani in quanto facenti parte della Chiesa.

Perché sotto la Croce ci sono solo donne? Facciamo qualche ipotesi: gli evangelisti vogliono mettere in risalto la viltà degli Apostoli (tranne Giovanni che è giovane e forse un po’ sprovveduto), i quali se la sono data a gambe mettendo quindi in risalto come dal giorno della Pentecoste essi siano, al contrario, divenuti impavidi grazie all’azione dello Spirito Santo …. oppure…. era doveroso per Gesù sperimentare l’angoscia e la tristezza dell’abbandono degli amici nel momento più tragico perché lo sentissimo più vicino a noi come uomo… oppure…. era necessario che Gesù affrontasse la Passione da solo per dimostrarci cosa significhi fare la volontà del Padre fino in fondo… oppure…. era necessario che gli Apostoli rimanessero vivi perché altrimenti dopo la Risurrezione non avrebbero evangelizzato il mondo cominciando il grande cammino avventuroso della Chiesa… oppure… perché le donne erano praticamente trasparenti per quella società, quindi nessuno avrebbe badato a loro… può darsi che siano vere tutte quante insieme ad altre non citate, ma noi ne aggiungiamo una di stampo familiare.

Sotto la croce ci sono le donne, o meglio, ci stanno le donne, o meglio ancora, stanno in piedi sotto la Croce. Possiamo solo immaginare quanto abbia potuto essere straziante per la Madonna assistere alla Passione del Figlio, eppure sceglie di restare perché anche solo l’incrociarsi degli sguardi potesse infondere coraggio a Gesù, potesse esserGli di conforto, potesse comunicare la sua com-passione col Figlio….. pensiamo che per Gesù, la presenza silenziosa di Sua Madre (insieme a quella di altre donne) possa essere stato tutto questo aiuto che siamo riusciti a decifrare in poche parole ma sia molto di più quello che non abbiamo colto e non riusciremo mai a cogliere perchè il legame tra Gesù e Maria è personalissimo e intimo.

Pensando a questa scena straziante non possiamo dimenticare tutte quelle donne che hanno vissuto scene simili nei campi di battaglia, negli ospedali militari in guerra, o chissà quali altre situazioni di dolore straziante… le donne sempre presenti. Perché? Le risposte possono essere diverse, ma sicuramente una è il fatto che Gesù è maschio e quindi per quanto perfetto ed indefettibile in ogni suo aspetto della natura umana ( quella che tra gli esperti viene definita la santissima umanità di Cristo Gesù ), ci ha manifestato la paternità di Dio Padre….. ma noi, povere creature molto limitate e fragili, avevamo bisogno di vedere manifesta anche la maternità di Dio: ecco che Dio si è inventato Maria, la creatura perfetta Immacolata e Santissima.

Non è un caso che sarà proprio quel ragazzo sotto la Croce a descrivere quella scena, scrivendo da vecchio, in questo bellissimo brano tratto dal suo Vangelo; sicuramente a Giovanni è rimasta impressa la scena per gli evidenti motivi della straordinarietà dell’evento, ma non si è dimenticato di menzionare le donne… si può facilmente intuire che siano state queste donne, soprattutto la Madonna, a rassicurare il giovane, a tenerlo stretto a sé, a confortarlo, a sopportarne le lacrime ed il dolore…. le donne spesso dimostrano un coraggio ed una tempra che i maschi se le sognano… forse semplicemente perché la loro maternità innata le fa restare anche quando tutto sembra perso, restano fino alla fine.

Abbiamo fatto tutti esperienza di quando (magari da bambini) si sta male per una qualche sofferenza, e la prima cosa che cerchiamo, non è la soluzione per cancellare/annullare il nostro dolore, ma qualcuno che ci com-patisca, cioè che porti con noi il peso di quella sofferenza cosicché sia un poco più sopportabile : questo è il ruolo tipico delle mamme.

Care spose, vi invitiamo a riscoprire questa vostra meravigliosa caratteristica, tutta femminile ; è una maternità da vivere sia come spose nei confronti dei vostri sposi, sia da mamme nei confronti dei figli (naturali o no, non fa differenza) che vi sono stati donati. Affidatevi ad una super mamma, alla Madre delle madri, a colei che è la Madre per eccellenza, all’unica porta per accedere a Gesù, vi insegnerà a vivere da fidanzate (per chi ancora lo è), da spose e da mamme e grazie alla vostra femminilità/maternità farete gustare ai vostri cari un’anticipo di Paradiso, la consolazione di Dio, la tenera maternità di un Dio che ha affidato alle vostre cure alcune sue creature perché si fida di voi.

Coraggio carissime spose, è giunta l’ora di assomigliare alla Madre per eccellenza, la Beata Vergine Maria, Madre della Chiesa. Ai mariti il compito di aiutare a far fiorire questa bellezza tutta femminile, cominciando col ringraziamento, con la tenerezza e la dolcezza che meritano, ed insieme lodare il Signore.

Giorgio e Valentina.

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Questo è il giorno

Dai «Discorsi» di san Gregorio di Nissa, vescovo (Disc. sulla risurrezione di Cristo, 1; PG 46, 603-606. 626-627) È venuto il regno della vita ed è stato distrutto il dominio della morte. Una diversa generazione è apparsa, e una vita diversa e un diverso modo di vivere. La nostra stessa natura ha subìto un cambiamento. […] «Questo è il giorno che ha fatto il Signore» (Sal 117, 24), giorno ben diverso da quelli che furono stabiliti all’inizio della creazione del mondo e che si misurano col trascorrere del tempo. Questo giorno segna l’inizio di una nuova creazione. Poiché in questo giorno Dio crea un cielo nuovo e una terra nuova, come afferma il Profeta. E quale cielo? Il firmamento della fede in Cristo. E quale terra? Un cuore buono, come disse il Signore, una terra avida della pioggia che la irriga e che produce abbondante messe di spighe. […] In questo giorno viene creato il vero uomo ad immagine e somiglianza di Dio. E non deve divenire il tuo mondo questo inizio: «Questo giorno che ha fatto il Signore»? Questo giorno e questa notte che il Profeta disse diversi dagli altri giorni e dalle altre notti? […]

Potrà sembrare strano che qualcuno vissuto nel IV secolo dopo Cristo abbia qualcosa da dire a noi che viviamo a sedici secoli di distanza, eppure è proprio così, e succede perché i santi sono coloro che più di altri hanno approfondito le realtà della nostra fede divina e cattolica ed hanno compreso il cuore umano anche negli angoli più remoti. Le due conoscenze sembrano antitetiche ma in realtà sono complementari perché conoscendo meglio il Creatore si possono conoscere meglio le sue creature.

Continua la gioia pasquale della sposa di Cristo, la Chiesa, la quale canta ancora: «Questo è il giorno che ha fatto il Signore» (Sal 117, 24), e sicuramente si riferisce al giorno della Risurrezione di Cristo, ma san Gregorio ci dona una sfumatura non indifferente di questa espressione. Il santo vescovo ci spiega infatti : giorno ben diverso da quelli che furono stabiliti all’inizio della creazione del mondo e che si misurano col trascorrere del tempo, che con un linguaggio moderno potremmo descrivere il giorno dello “start“, oppure il giorno in cui si è riformattato l’hard disk, per dirla con gli informatici.

Quel giorno glorioso non è stato semplicemente un giorno un po’ più speciale di altri, infatti san Gregorio ci dice tra le righe che questo giorno non è da annoverare tra quelli che si misurano col trascorrere del tempo, ma esso travalica il tempo (e lo spazio).

Cosa ce ne faremmo di un dio che, sta bene che sia pure risorto dai morti, ma che alla fine quella sua risurrezione rimane un evento chiuso e circoscritto in un passato lontano da noi di circa 20 secoli? Che ha a che fare con il mio presente quel giorno, sia pure glorioso, del passato? Se fosse solo un giorno speciale per quel Gesù di Nazareth, magari mi farebbe piacere per lui e poco più, potrei anche uscirmene fuori con frasi del tipo : congratulazioni per la tua risurrezione, sei stato super, mi fa piacere per te, adesso però io ho il mio presente da vivere quindi auguri e… alla prossima!

Ma san Gregorio ci dice che quel giorno è il giorno di una nuova creazione, di un nuovo cielo e di una terra nuova, un nuovo mondo quindi, e questo mondo è quello che vive dentro ciascuno di noi: è il nostro cuore, la nostra umanità nuova. Basta solo che noi crediamo e ci lasciamo traformare in un nuovo mondo, buttando via il vecchio mondo che ci opprimeva con le sue decadenze e le sue brutture. Perché tutto ciò avvenga è necessario credere nell’onnipotenza di Dio: se ha sconfitto davvero la morte, cosa vuoi che sia per Lui risanare un matrimonio malato ? Dio risponderebbe: e che ci vuole?

Il problema non sta quindi nella sua onnipotenza ma nella nostra risposta a Lui, sta nel credere che anche oggi è «Questo è il giorno che ha fatto il Signore», oggi è il giorno propizio, questo giorno che ha fatto il Signore è un giorno eterno perché ogni giorno della nostra vita terrena è quel giorno, ma non bisogna aspettare il “domani del mai” che assomiglia a quel fatidico Lunedì in cui si comincia la dieta, cioè mai.

Cari sposi, se sentite che il vostro matrimonio è un po’ malato non aspettate domani, oggi è il giorno che ha fatto il Signore; se avete delle ferite da rimarginare, dei perdoni da dare, delle scuse da chiedere non aspettate domani perché oggi è il giorno che ha fatto il Signore; se dovete togliere un po’ di polvere dalla vostra relazione non aspettate domani perché oggi è il giorno che ha fatto il Signore. Ci vuole coraggio per credere, ma ce ne vuole di più per cominciare a cambiare, non perdiamonci d’animo e ne vedremo delle belle nel nostro matrimonio.

PS: san Gregorio di Nissa era fratello di san Basilio Magno.

Giorgio e Valentina

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Programma di un re fedele

SALMO 100   Amore e giustizia voglio cantare, * voglio cantare inni a te, o Signore. Agirò con saggezza nella via dell’innocenza: * quando a me verrai? Camminerò con cuore integro, * dentro la mia casa. Non sopporterò davanti ai miei occhi azioni malvagie; † detesto chi fa il male, * non mi sarà vicino. Lontano da me il cuore perverso, * il malvagio non lo voglio conoscere. Chi calunnia in segreto il suo prossimo * io lo farò perire; chi ha occhi altezzosi e cuore superbo * non lo potrò sopportare. I miei occhi sono rivolti ai fedeli del paese † perché restino a me vicino: * chi cammina per la via integra sarà mio servitore. Non abiterà nella mia casa chi agisce con inganno, * chi dice menzogne non starà alla mia presenza. Sterminerò ogni mattino tutti gli empi del paese, * per estirpare dalla città del Signore quanti operano il male.

Questa mattina le lodi ci donano questo Salmo che è il programma di un re che vuole essere fedele al Signore, ecco perché parla di estirpare gli empi del paese in vari modi. Forse ci potrà sembrare un linguaggio un po’ duro, forse troppo intransigente, ma dobbiamo tenere presente l’epoca in cui è stato redatto, la cultura che respirava il suo autore, una cultura che vedeva nel re la colonna portante di un regno. Non deve allora meravigliarci un linguaggio un po’ rude, a tratti intransigente e drastico, per governare un regno bisognava a volte usare il pugno di ferro per fare in modo che il popolo si sentisse al sicuro e protetto dai criminali.

Quando si ha la responsabilità di altre vite, come nel caso dei genitori nei confronti dei propri bambini, ci si rende conto di quanto possiamo diventare prudenti, quasi diffidenti con persone e cose, inoltre spesso emerge il nostro lato rigoroso, inflessibile ed intransigente pur di salvaguardare la vita dei più piccoli e/o dei più indifesi dei quali sentiamo il peso della responsabilità.

Il discorso invece cambia nel caso in cui la responsabilità che abbiamo è nei confronti di noi stessi; spesso in questo caso ci sentiamo autorizzati a sgarrare le regole, concediamo trasgressioni di varia entità, e siamo subito pronti all’autoassoluzione. Questo perché non sopportiamo il peso della verità su noi stessi, ci guardiamo tutti i giorni allo specchio, ma in fondo vediamo solo un’immagine di noi riflessa. Allo specchio non riusciamo a vedere la profondità del nostro essere, altrimenti ne moriremmo di vergogna, ci sembra meno doloroso quindi usare il velo dell’autoassoluzione con noi stessi col rischio di divenire spietati con gli altri in modo inversamente proporzionale a quanto siamo larghi di maniche con noi stessi.

E il Salmo 100 cosa c’entra con tutto ciò? Esso è una sorta di proclama politico di un re che vuole vivere fedele al Signore… una sorta di promessa elettorale… il candidato quindi si mostra intransigente con il male in varie forme al fine di meritare la benedizione di Dio. Fin qui nulla da obiettare se non per il fatto che anche noi abbiamo un regno sul quale regnare come re, un regno nel quale far perire chi calunnia il prossimo, un regno nel quale non sopportare chi ha occhi altezzosi e cuore superbo… e questo regno è il nostro cuore.

Cari sposi, il regno sul quale dobbiamo regnare è principalmente il nostro cuore, la nostra vita; e non di rado quelli che hanno occhi altezzosi siamo proprio noi stessi, quelli che calunniano il prossimo siamo noi stessi, e così via. Proviamo allora ad applicare queste norme al regno del nostro cuore però con lo stesso rigore del re fedele al Signore… senza sconti al male. Regnare su noi stessi è esercitare il ministero regale battesimale, un dono che come ogni dono porta con sè una responsabilità. Tutto ciò poi si riversa nel matrimonio ampliando ed integrando i doni che ogni coniuge porta nella coppia, sicché il ministero personale diventa la regalità di coppia.

Sembrano discorsi astratti ma basterà un esempio per calare tutto ciò in vita concreta: quante volte ordiniamo a noi stessi di contare almento fino a 20 prima di rispondere malamente ed in modo irruento e sgarbato al proprio coniuge? Quante volte ci imponiamo di ingoiare bocconi amari per mantenere la comunione tra noi? Quante volte mettiamo la nostra volontà all’ultimo posto per donare la propria disponibilirà all’altro/a?

Coraggio sposi, facciamo un bel programma di vita regale, in effetti siamo figli di Re, comportiamoci allora come tali e ne vedremo di belle nel nostro matrimonio.

Giorgio e Valentina.

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Un duetto originale

Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo (Disc. 34, 1-3. 5-6; CCL 41, 424-426) «Cantate al Signore un canto nuovo; la sua lode nell’assemblea dei fedeli» (Sal 149, 1). Siamo stati esortati a cantare al Signore un canto nuovo. L’uomo nuovo conosce il canto nuovo. Il cantare è segno di letizia e, se consideriamo la cosa più attentamente, anche espressione di amore. Colui dunque che sa amare la vita nuova, sa cantare anche il canto nuovo. Che cosa sia questa vita nuova, dobbiamo saperlo in vista del canto nuovo. Infatti tutto appartiene a un solo regno: l’uomo nuovo, il canto nuovo, il Testamento nuovo. Perciò l’uomo nuovo canterà il canto nuovo e apparterrà al Testamento nuovo. Non c’è nessuno che non ami, ma bisogna vedere che cosa ama. Non siamo esortati a non amare, ma a scegliere l’oggetto del nostro amore. Ma che cosa sceglieremo, se prima non veniamo scelti? Poiché non amiamo, se prima non siamo amati. Ascoltate l’apostolo Giovanni: Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo (cfr. 1 Gv 4, 10). […] Ma bada che la tua vita non abbia a testimoniare contro la tua voce. Cantate con la voce, cantate con il cuore, cantate con la bocca, cantate con la vostra condotta santa. «Cantate al Signore un canto nuovo». Volete dire le lodi a Dio? Siate voi stessi quella lode che si deve dire, e sarete la sua lode, se vivrete bene.

La Chiesa è ancora immersa nello stupore della Pasqua e ci esorta attraverso questo scritto di sant’Agostino a cantare un canto nuovo, e lo fa richiamando le parole dell’Exultet cantate nella solenne Veglia Pasquale. Il testo che abbiamo riportato è un estratto, ma è chiaro il riferimento al canto come espressione di amore.

La Chiesa non dimentica mai che il popolo ha bisogno di regole sì, ma che tali regole debbano sgorgare da un cuore che pulsa, non da un freddo rigorismo fine a se stesso. Per questo la Chiesa ci comanda di cantare un canto nuovo d’amore, per amore e con amore, ma sta bene attenta a non illuderci che questo canto nuovo sia legato a sentimenti passeggeri o, peggio ancora, alle emozioni estemporanee. Sant’Agostino ribadisce che il canto nuovo è il canto nuovo di una vita nuova, e nel suo ragionamento interscambia spesso (anche nelle parti che abbiamo tagliato) il verbo “cantare” col verbo “amare” tanto da iniziare un filo logico imperniato sul verbo “cantare e finire argomentando col verbo “amare“…le due espressioni si confondono quindi nella riflessione del santo, ma va anche oltre perché poi passa dal verbo”amare” alla vita reale. Praticamente è come se dicesse che il canto nuovo è il nuovo modo di amare, ed è vita concreta.

Per scrivere una nuova canzone serve un’idea musicale ancor prima di avere un testo, poi serve darle un vestito, per così dire, che si chiama arrangiamento ed infine serve il cantante che interpreta bene. Insomma ci vuole sia la fantasia che l’originalità, sia il rispetto delle regole musicali che il coraggio di esplorare nuove soluzioni, serve l’estro ma anche il lavoro meticoloso.

Tutte queste caratteristiche ben si addicono al matrimonio poiché gli sposi sono stimolati ad amarsi reciprocamente con la fantasia e l’originalità che ogni giorno necessita senza avere per forza un copione ben definito in partenza. Poi sicuramente ci sono delle regole da rispettare ma a volte bisogna osare col coraggio. Altre volte poi serve l’estro per uscire da una fase di stallo ma è il lavoro meticoloso del “giorno dopo giorno”che fa la differenza.

Cari sposi, il Signore aspetta da noi il coraggio di testimoniare con la vita il canto del cuore. E cosa dovrebbe cantare il cuore se non la misericordia che il Signore ha usato a noi? Qui non si tratta di compilare un resoconto per stabilire cosa rientri sotto la dicitura “misericordia” e cosa no, si tratta invece di riconoscere come l’amore del Signore ci preceda sempre e comunque; non dobbiamo decidere se siamo amati da Lui ma decidere se ricambiare il suo amore.

Uno sposo non può amare la propria sposa (e viceversa) se prima non ama se stesso, ma per fare ciò deve riconoscere di essere amato per primo dal Signore, di essere oggetto della predilezione d’amore del Padre che lo ha creato, del Figlio che lo ha redento e dello Spirito Santo che gli comunica questo amore santificante con la Grazia. Molte incomprensioni tra coniugi, molte chiusure, tante freddezze nascono proprio dal non aver ricambiato questo amore di Dio, ma quale prova vogliamo di più di un Dio che si lascia crocifiggere pur di dirci che ci ama? Che pur essendo immortale per natura decide di subire la morte per dimostrarci la sua vicinanza? Che risorgendo dalla morte ci dice che essa non ha l’ultima parola su di noi?

Coraggio allora sposi, le prove della vita non devono avere il potere di intaccare questa verità di un amore sconfinato che ci ha raggiunto e che vuole continuare a restare vicino a noi attraverso il nostro coniuge. Un amore così potente che riesce a travalicare le povertà e e fragilità umane, che riesce a passare nonostante i limiti del nostro coniuge. Solo con uno sguardo così nuovo sgorgherà dal nostro cuore un canto nuovo, un nuovo stile di vita, un amore fantasioso, originale, coraggioso, estroso. Siete pronti allora a cantare un bel duetto per testimoniare l’amore sponsale?

Giorgio e Valentina

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Il corpo parla all’anima

Dalle «Catechesi» di san Cirillo di Gerusalemme (Catech. 21, Mistagogica 3, 1-3; PG 33, 1087-1091) Battezzati in Cristo e rivestiti di Cristo, avete assunto una natura simile a quella del Figlio di Dio. Il Dio, che ci ha predestinati ad essere suoi figli adottivi, ci ha resi conformi al corpo glorioso di Cristo. Divenuti partecipi di Cristo, non indebitamente siete chiamati «cristi» cioè «consacrati», perciò di voi Dio ha detto: «Non toccate i miei consacrati» (Sal 104, 15). […] Anche a voi, dopo che siete emersi dalle sacre acque, è stato dato il crisma, di cui era figura quello che unse il Cristo, cioè lo Spirito Santo. […] Cristo non fu unto dagli uomini con olio o altro unguento materiale, ma il Padre lo ha unto di Spirito Santo, prestabilendolo salvatore di tutto il mondo, come dice Pietro: Gesù di Nazaret, che Dio unse di Spirito Santo (cfr. At 10, 38). […] Egli fu unto con spirituale olio di letizia, cioè con lo Spirito Santo, il quale è chiamato olio di letizia, perché è lui l’autore della spirituale letizia. Voi, invece, siete stati unti con il crisma, divenendo così partecipi di Cristo e solidali con lui. Guardatevi bene dal ritenere questo crisma come un puro e ordinario unguento. Santo è quest’unguento e non più puro e semplice olio. Dopo la consacrazione non è più olio ordinario, ma dono di Cristo e dello Spirito Santo. È divenuto efficace per la presenza della sua divinità e viene spalmato sulla tua fronte e sugli altri tuoi sensi con valore sacramentale. Così, mentre il corpo viene unto con l’unguento visibile, l’anima viene santificata dal santo e vivificante Spirito.

Troppo spesso la pedagogia della Chiesa come madre viene snobbata o dimenticata, però la sua azione andrebbe meglio valutata in un quadro più ampio del giorno ricorrente. Si corre il rischio di arrivare a Messa e scoprire “per caso” che quel giorno lì sia la Domenica della Divina Misericordia, e spesso si esce di chiesa inconsapevoli di cosa ci aspetterà la prossima Domenica. Vivendo così il tempo liturgico perde di valore pedagogico, si vive l’emozione transitoria di quei pochi momenti della Domenica mattina ma ben presto tutto passa, cosicché già nel primo pomeriggio si è persa la percezione della tal ricorrenza o della tal festività. Invece la Chiesa ci guida passo dopo passo per aiutarci a sedimentare nel cuore le verità della nostra fede.

San Giovanni Paolo II ha voluto fissare la festa della Divina Misericordia proprio nell’ottavo giorno di Pasqua, ma perché ? Avrà semplicemente guardato le date libere da ricorrenze nel calendario ? Ovviamente no, voleva con questo gesto ribadire la sorgente di quella Misericordia, ovvero non farci dimenticare presto la Passione di Gesù che ci ha meritato tale Divina Misericordia, o meglio, che la Croce stessa è un gesto di Divina Misericordia. Sono passati poco più di 8 giorni dal Sacro Triduo, e la Chiesa ci ricorda da dove è scaturita questa Misericordia, cioè ci sta dicendo di non buttare distrattamente nel dimenticatoio il Mistero celebrato appena una settimana fa.

E lo fa ravvivandone alcuni aspetti, ecco spiegato il motivo di tale lettura di san Cirillo, il quale, ribadisce ai neobattezzati (durante la Veglia del Sabato Santo) da dove è scaturita la fonte che ha permesso loro di divenire figli adottivi di Dio. San Cirillo fa un ragionamento che abbiamo tagliato per ragioni di spazio, perché la parte per noi più interessante arriva verso la fine, dove questo santo vescovo mette in guardia i propri fedeli dal banalizzare le cose della fede:

Guardatevi bene dal ritenere questo crisma come un puro e ordinario unguento. Santo è quest’unguento e non più puro e semplice olio. Dopo la consacrazione non è più olio ordinario, ma dono di Cristo e dello Spirito Santo. È divenuto efficace per la presenza della sua divinità e viene spalmato sulla tua fronte e sugli altri tuoi sensi con valore sacramentale. Così, mentre il corpo viene unto con l’unguento visibile, l’anima viene santificata dal santo e vivificante Spirito.

Naturalmente queste frasi non hanno bisogno di molti commenti, e ci fanno capire quanto noi siamo superficiali spesso nel trattare non solo le cose della nostra fede divina e cattolica, ma anche annessi e connessi, quali gli oggetti benedetti: le statue sacre, l’aqua e l’olio santi, il sale esorcizzato, la corona del Rosario, il pendente a forma di crocifisso, l’ulivo benedetto, ecc….

Ma non siamo ancora al centro della riflessione, Cirillo spiega che quell’olio, dopo la sua consacrazione, non è più un mero unguento, ma un segno efficace della Grazia di Cristo, una presenza reale della sua divinità, quindi non possiamo più trattarlo come un normale olio. Se questo è tutto vero per un po’ di olio, perché non dovrebbe esserlo anche per gli altri segni reali e sensibili della presenza di Cristo, così come lo sono gli sposi per il Sacramento del Matrimonio? tutto quello che si dice in queste poche righe sull’olio si può rileggerlo sostituendo la parola “olio” con la parola “il mio sposo/la mia sposa”.

Allora il mio coniuge non è più solo un puro e semplice esemplare della razza umana, ma il segno sacramentale della reale presenza di Cristo nella mia vita concreta. E se con l’olio si spalma il corpo per nutrire l’anima, come dovremmo usare il nostro corpo per nutrire l’anima del nostro coniuge? Si capisce immediatamente che ci viene chiesto un cambio radicale di mentalità, uno sguardo nuovo sul proprio corpo come segno per l’altro/a della Grazia di Cristo, ed insieme richiede il rispetto sommo del corpo dell’altro/a come strumento nelle mani di Dio; lo tratterò quindi col dovuto rispetto, con la massima cura e la dignità di cui è portatore.

Coraggio allora sposi, la Divina Misericordia si manifesta anche attraverso i nostri corpi.

Giorgio e Valentina.

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Prendere il toro per le corna

Nei giorni scorsi abbiamo partecipato al Sacro Triduo e quest’anno la Chiesa ci ha proposto la Passione del Signore secondo l’evangelista Giovanni, il quale, a differenza dei tre sinottici, vuole mettere in evidenza che Gesù è il sommo sacerdote soprattutto durante la sua Passione. Lo sentiamo ripetuto nella preghiera Eucaristica II, la più usata dai sacerdoti, la quale recita così:

Egli, consegnandosi volontariamente alla passione, prese il pane, rese grazie, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli, e disse: […]

Anche questa preghiera rimanda all’evangelista Giovanni sottolineando quel “volontariamente“, anche se spesso la ascoltiamo con superficialità, a volte distratti, o forse non ci abbiamo mai fatto caso, ma questa preghiera resta lì con le sue parole pensate una ad una per richiamarci ad un fatto fondante per la nostra fede: Gesù non ha subìto la Passione, l’ha decisa. Noi infatti non crediamo in un Dio che ci ha salvato col piano B dopo che il piano A è saltato, la Croce non è stato un intoppo, non ha usato il piano di scorta perché Giuda Iscariota, col suo tradimento, l’ha costretto ad accettare la morte infamante della croce. NO.

Gesù si è incarnato proprio per morire sulla Croce per noi e al nostro posto, la Croce l’ha decisa e l’ha voluta per riparare la rottura causata dal peccato originale. Ce lo conferma anche il testo dell’Exultet, l’inno cantato nella Veglia pasquale: Egli ha pagato per noi all’eterno Padre il debito di Adamo, e con il sangue sparso per la nostra salvezza ha cancellato la condanna della colpa antica. […] o immensità del tuo amore per noi! per riscattare lo schiavo hai sacrificato il tuo Figlio!

Un particolare del racconto della Passione di Giovanni ci ha colpito: Disse loro Gesù: «Sono io!». Vi era con loro anche Giuda, il traditore. Appena disse loro «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra. Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno». Gesù replicò: «Vi ho detto: sono io. […]

Non vi siete mai chiesti perché Gesù si sia lasciato prima catturare dai soldati e poi crocifiggere quando gli bastava la sola parola per stenderli a terra tutti quanti? Forse aveva urlato troppo? E poi, è Lui che prende in mano la situazione, visto che i soldati erano tutti a terra, e incalza chiedendo loro: «Chi cercate?». Avrebbe potuto prendere la palla al balzo e scappare mentre erano a terra. E ancora, perchè le altre volte che volevano catturarlo o lapidarlo è sfuggito alle loro mani, ma ora non fugge più?

Proprio perché era giunta la sua ora, il tempo era compiuto, e quindi prende in mano la situazione e dirige Lui, quasi fosse un direttore d’orchestra. Giovanni ci mostra quindi un Gesù sacerdote, sommo sacerdote, che si offre, e non un Messia che subisce una morte ingiusta.

Cari sposi, tutto ciò porta con sè molti insegnamenti per la nostra anima, tra cui quello di prendere il toro per le corna, per dirla come il detto popolare. Non serve a molto rimuginare sui tempi andati quando tutto andava bene; non è di aiuto l’autocommiserazione; non è nemmeno nei mezzi umani che possiamo cercare risposte complete, nè nella scienza nè nella tecnica; il problema non va evitato, va affrontato. Come? Come ha fatto Gesù che ha pregato il Padre col dolore nel cuore, ma poi ha agito con una forza disumana.

Il nostro aiuto è nel nome del Signore recita il Salmo 121, proprio a ricordarci che il Signore non scavalca i problemi, non li minimizza né li ingigantisce, ma ci dà le armi per affrontarli. Dobbiamo agire anche noi come Gesù che ha tenuto le redini della sua Passione, certi che il Padre non mancherà di aiutarci come e quando meno ce l’aspettiamo.

Coraggio allora, può darsi che tante coppie si sentano come schiacciate dai problemi relazionali, che li sentano più grandi di loro, e si lasciano sopraffare da essi. Ma gli sposi cristiani i problemi li guardano dritti negli occhi, sapendo che dopo il Venerdi Santo c’è sempre la Domenica di Pasqua.

Giorgio e Valentina.

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Potare l’ulivo per non soffocare il bene

Dal libro «Su lo Spirito Santo» di san Basilio Magno, vescovo (15, 35; PG 32, 127-130) L’economia di salvezza di Dio, nostro salvatore, consiste nel rialzare l’uomo dalle sue cadute e nel farlo ritornare alla intimità divina, liberandolo dall’alienazione a cui l’aveva portato la disobbedienza. La venuta di Cristo nella carne, gli esempi di vita evangelica, le sofferenze, la croce, la sepoltura, la risurrezione sono per la salvezza dell’uomo perché abbia di nuovo, mediante l’imitazione di Cristo, l’adozione a figlio di cui era dotato all’inizio. […]   Ma come possiamo renderci conformi alla morte di lui? Facendoci conseppellire con lui per mezzo del battesimo. Qual è allora il modo della sepoltura e quale il frutto della sua imitazione? Prima di tutto è necessario interrompere il modo di vivere di prima. Ma nessuno può arrivare a tanto se non rinasce di nuovo, secondo le parole del Signore. La rigenerazione infatti, come emerge dalla parola stessa, è l’inizio di una seconda vita. Perciò prima di iniziare una seconda vita, bisogna por fine alla prima.[…]

Siamo ormai nel pieno della Settimana Santa, la settimana che riassume tutta la nostra fede, è per questo che abbiamo la possibilità di fare un passo in più spedito e deciso verso la santità, e proviamo a farlo cominciando a riflettere su quanto ci spiega san Basilio Magno.

Prima di addentrarci nella riflessione vi raccontiamo un aneddoto di qualche giorno fa: stavamo potando il nostro ulivo ma ci dispiaceva tagliare alcuni rami ormai talmente grossi e robusti da avere quasi vita propria, sembrava di vanificare tutto il lavoro fatto dalla pianta nell’anno trascorso dall’ultima potatura. E’ stato un lavoro duro segare a mano quei rami poderosi, per quelli più piccoli è un lavoro semplice e piuttosto sbrigativo, ma per quelli grossi ci vuole sudore e fatica, ma soprattutto la decisione risoluta di tagliarli.

Ma qual è l’obiettivo di tagliare tutti quei rami? Ce lo insegna san Basilio: Prima di tutto è necessario interrompere il modo di vivere di prima. L’obiettivo è il bene complessivo della pianta, e nel caso specifico dell’ulivo bisogna svuotare nel centro la pianta per farla respirare, bisogna poi lasciare solo tre/quattro rami principali che trasportano i nutrienti ai nuovi rametti che così diventano frondosi e rigogliosi per la prossima fioritura. Cari sposi, la nostra anima (e quindi il nostro matrimonio) deve essere trattata come questo ulivo.

  • Dobbiamo avere il coraggio di tagliare quei rami che soffocano e non ci lasciano respirare, per esempio uno di questi potrebbe essere il ramo della lussuria; e forse sono rami diventati così grossi che tagliarli diventa duro e faticoso, ma soprattutto dobbiamo essere risoluti nel volerli tagliare.
  • Dobbiamo poi lasciare solo tre/quattro rami principali buoni con i quali nutrire tutta l’anima, uno dei quali potrebbe essere la vita sacramentale attiva: Santa Messa, Comunione e Confessione frequenti. Un altro ramo potebbe essere la sana dottrina cattolica sempre approfondita.
  • Non bisogna dimenticare di tagliare anche quei rametti più piccoli cresciuti senza limiti, quasi in modo selvaggio ed incontrollato; un esempio di questi piccoli rametti potrebbe essere il continuo brontolìo, oppure lo scetticismo nei confronti del proprio consorte; un altro rametto potrebbe essere il lasciarsi trascinare dalla corrente delle faccende da sbrigare senza guardare mai in faccia il proprio coniuge o senza nemmeno una preghiera in comune.

Coraggio allora sposi, dobbiamo trattare la nostra singola anima ed il nostro matrimonio come la potatura di un ulivo: risoluti nel tagliare i rami grossi che soffocano e tolgono nutrienti al resto della pianta, liberare spazio al centro per lasciarla respirare meglio e potare anche quei rametti selvaggiamente cresciuti senza controllo.

Abbiamo ancora qualche giorno per deciderci. Buona Pasqua di risurrezione!

Giorgio e Valentina

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La casa in un abbraccio

Dalla lettera agli Ebrei (3, 1-19) Fratelli santi, partecipi di una vocazione celeste, fissate bene la mente in Gesù, l’apostolo e sommo sacerdote della fede che noi professiamo, il quale è stato fedele a colui che l’ha costituito, così come lo fu Mosè in tutta la sua casa (cfr. Nm 12, 7). […]In verità Mosè fu fedele in tutta la casa di lui come servitore, per rendere testimonianza di ciò che doveva essere annunziato più tardi; Cristo, invece, lo fu in qualità di figlio costituito sopra la sua propria casa. E la sua casa siamo noi, a condizione che conserviamo la libertà e la speranza di cui ci vantiamo. Per questo, come dice lo Spirito Santo: Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori come nel giorno della ribellione, nel giorno della tentazione nel deserto, dove mi tentarono i vostri padri mettendomi alla prova, pur avendo visto per quarant’anni le mie opere.

Oggi la Chiesa ci aiuta ad entrare bene nel tempo della Passione di Gesù proponendoci questa lettura della quale abbiamo riportato solo una piccola parte, l’intento della Chiesa è quello di mostrarci come Gesù sia davvero il nuovo Mosè, sia davvero il compimento di quelle promesse, sia dunque il vero e sommo sacerdote. Ma soprattutto la parte che più ci interessa è che se Mosè fu fedele sì, ma come servitore sulla casa di Dio, Cristo invece fu fedele non come servitore, ma come figlio, in qualità di figlio, e come figlio la casa del Padre è anche la sua.

Ma la parte migliore arriva ora: E la sua casa siamo noi, a condizione che conserviamo la libertà e la speranza di cui ci vantiamo. Cari sposi, la sua casa siamo noi, capito? Detta così risulta semplice, una frase fatta e ripetuta spesso da rasentare la banalità, ma basta fermarsi un attimo perché pian piano penetri nel cuore.

Quando andiamo in villeggiatura per qualche giorno di vacanza ed alloggiamo in qualche camera o appartamento, di solito non disfiamo le valigie lasciando così i cassetti e gli armadi vuoti fino alla partenza, ma perché? Perchè non ritieniamo quella camera come una casa. Quali sono le caratteristiche di una casa? La casa è un posto stanziale, non cambia posto ogni giorno, quando torniamo la ritroviamo ancora al suo posto, quasi fosse lì ad aspettarci. La casa poi riflette in qualche misura la personalità di chi la abita; grande o piccina che sia non importa, l’importante è che sia abitata da coloro che amiamo.

Della casa si potrebbero trovare altre caratteristiche, ma sicuramente quella principale è che deve essere abitata da persone che si amano. E questo ce lo conferma anche il fatto che a volte ci sentiamo a casa stando fuori le mura di una casa: ci sentiamo a casa in un abbraccio, nel calore di una carezza, nell’accoglienza di una personala parola casa quindi ci suona come sinonimo di amore. Quale posto migliore per sentirsi a casa se non nella relazione matrimoniale?

Ma c’è ancora di più: se la relazione viene abitata da Cristo attraverso il sacramento, allora tutto prende un’altra piega. Ed ora facciamo un’ulteriore affondo: la relazione matrimoniale, anche se abitata da Cristo, è solo anticipo e figura di un’altra relazione più profonda e più intensa, è come se fosse una sorte di preparazione alla vera sponsalità dell’anima: la relazione con Cristo. Questa relazione sarà anche quella che dura per tutta l’eternità e che riempirà tutto il nostro essere quando saremo in Paradiso.

Il compito quindi del nostro matrimonio è quello non solo di essere l’uno per l’altra casa di amore, ma essere l’uno per l’altra casa di Cristo, per preparare il nostro coniuge al vero sposo della propria anima: Cristo stesso.

Coraggio allora sposi, restano ancora pochi giorni di Quaresima per poter diventare casa di amore per il nostro coniuge, ma soprattutto per diventare casa di Cristo. Attenzione però che se prepariamo una casa per Cristo, deve essere Lui a regnare in quella casa, Lui ne è il padrone come il Padre l’ha costituito.

Giorgio e Valentina

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Come due pugili

Dai «Discorsi» di san Pietro Crisologo, vescovo ​(Disc. 43; PL 52, 320 e 322) Tre sono le cose, tre, o fratelli, per cui sta salda la fede, perdura la devozione, resta la virtù: la preghiera, il digiuno, la misericordia. Ciò per cui la preghiera bussa, lo ottiene il digiuno, lo riceve la misericordia. Queste tre cose, preghiera, digiuno, misericordia, sono una cosa sola e ricevono vita l’una dall’altra. Il digiuno è l’anima della preghiera e la misericordia la vita del digiuno. Nessuno le divida, perché non riescono a stare separate. Colui che ne ha solamente una o non le ha tutte e tre insieme, non ha niente. Perciò chi prega, digiuni. Chi digiuna abbia misericordia. Chi nel domandare desidera di essere esaudito, esaudisca chi gli rivolge domanda. Chi vuol trovare aperto verso di sé il cuore di Dio non chiuda il suo a chi lo supplica. […] O uomo, sii tu stesso per te la regola della misericordia. Il modo con cui vuoi che si usi misericordia a te, usalo tu con gli altri. La larghezza di misericordia che vuoi per te, abbila per gli altri. Offri agli altri quella stessa pronta misericordia, che desideri per te. […] Il digiuno non germoglia se non è innaffiato dalla misericordia. Il digiuno inaridisce, se inaridisce la misericordia. Ciò che è la pioggia per la terra, è la misericordia per il digiuno. Quantunque ingentilisca il cuore, purifichi la carne, sràdichi i vizi, semini le virtù, il digiunatore non coglie frutti se non farà scorrere fiumi di misericordia.

Spesso nella nostra fede ci imbattiamo nel numero tre sotto diverse sfaccettature, ad anche in questo discorso esso salta fuori a più riprese e con la forza tipica dei santi che non perdono occasione per tentare di salvare le anime. Anche se ne abbiamo tagliato diverse parti, questo discorso ha come sfondo l’insistenza sull’armonizzare la vita spirituale con quella carnale: un argomento molto caro a questo blog che tenta ogni giorno di far emergere nuove sfaccettature per cui l’amore sponsale deve essere un’incarnazione di un Sacramento che tutto sostiene.

Per molti il trinomio di preghiera, digiuno e misericordia inseparabili tra loro potrà sembrare un po’ azzardato, forse ad altri può sembrare una meta inarrivabile, un traguardo degno di vette di grandi santità, eppure è alla portata di tutti, poiché a ciascuno viene chiesto secondo giustizia e non secondo equità. Ricordate la parabola dei talenti? A chi più viene affidato più viene richiesto dal padrone, ciascuno secondo le proprie capacità e soprattutto senza confronti con altri, poiché lo sguardo del Padre si posa su ogni singola creatura come unica ed irripetibile.

Ma la nostra attenzione si è rivolta soprattutto alla parte centrale: O uomo, sii tu stesso per te la regola della misericordia. Il modo con cui vuoi che si usi misericordia a te, usalo tu con gli altri. La larghezza di misericordia che vuoi per te, abbila per gli altri. Offri agli altri quella stessa pronta misericordia, che desideri per te.

Se questo vale come regola nelle più comuni relazioni umane, a maggior ragione vale per la relazione tra marito e moglie. Quante volte sentiamo racconti di mogli che tengono il muso per tre giorni o di mariti che prima che gli passi ci vuole anche una settimana. Quante volte ci siamo cascati anche noi in questo tranello che l’orgoglio ci gioca?

E’ un tranello che ci mette l’uno contro l’altra come due nemici, come due sfidanti, come due pugili all’angolo pronti a scatenare la propria furia, pronti a dimostrare la propria forza, la propria ragione, sicuri così di poter dominare l’altro al fine di soggiogarlo al nostro io. Cari sposi, come può una relazione matrimoniale cadere così in basso?

Quanto bella è invece la misericordia che sa aspettare i tempi dell’altro, che sa riconoscere i propri limiti, che tutto scusa, che comincia col ricordare con quanta tenerezza ci siamo scambiati gli anelli il primo giorno, che mette l’altro nelle condizioni di poter ripartire con fiducia in se stesso, che non comincia le frasi con l’ “io” scusante oppure con il “tu” accusatorio ma con il NOI.

Coraggio sposi, in questa seconda parte di Quaresima tagliamo i ponti con l’orgoglio, seguiamo l’esortazione di san Pietro Crisologo che ci invita a cominciare a vivere il trinomio di preghiera, digiuno e misericordia, senza pensare di arrivare subito a chissà quali vette di santità ma cominciamo con piccoli passi concreti e possibili, ma soprattutto perseveranti, la Grazia del sacramento non mancherà.

Giorgio e Valentina.

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Come un topo in trappola

Dal libro dell’Esodo (14, 10-31) […] Mosè rispose: «Non abbiate paura! Siate forti e vedrete la salvezza che il Signore oggi opera per voi; perché gli Egiziani che voi oggi vedete, non li rivedrete mai più! Il Signore combatterà per voi, e voi starete tranquilli». Il Signore disse a Mosè: «Perché gridi verso di me? Ordina agli Israeliti di riprendere il cammino. Tu intanto alza il bastone, stendi la mano sul mare e dividilo, perché gli Israeliti entrino nel mare all’asciutto. Ecco, io rendo ostinato il cuore degli Egiziani, così che entrino dietro di loro e io dimostri la mia gloria sul faraone e tutto il suo esercito, sui suoi carri e sui suoi cavalieri. Gli Egiziani sapranno che io sono il Signore, quando dimostrerò la mia gloria contro il faraone, i suoi carri e i suoi cavalieri». […] Allora Mosè stese la mano sul mare. E il Signore durante tutta la notte risospinse il mare con un forte vento d’oriente, rendendolo asciutto; le acque si divisero. Gli Israeliti entrarono nel mare sull’asciutto, mentre le acque erano per loro una muraglia a destra e a sinistra.

Questa è la lettura che la Chiesa ci ha offerto ieri nell’Ufficio, e nonostante sia un episodio famoso anche per i non cristiani c’è sempre il pericolo di prenderlo troppo alla leggera, infatti nasconde una pedagogia divina che sottovalutiamo troppo spesso.

Innanzitutto dobbiamo ringraziare la maternità con cui la Chiesa ci accompagna nel cammino quaresimale, un cammino che spesso assomiglia a quello degli israeliti nel deserto, e non mancano gli avvertimenti di pericoli ma soprattutto non manca mai la speranza della salvezza. La Chiesa non dimentica mai di incoraggiare i suoi figli a camminare così come Dio incoraggiò gli israeliti che dovevano sfuggire alla tirannia dell’Egitto, proprio come abbiamo letto nel brano di cui sopra.

Per molti lettori è rispauto, ma forse per alcuni può essere la prima volta che si imbattono in questo episodio dell’Esodo nel bel mezzzo della Quaresima, ci pare corretto quindi ricordare che esso è prefigura di ciò che avverrà con la salvezza operata da Cristo sulla croce: Mosè è prefigura del Salvatore, il Mar Rosso è figura delle difficoltà nel combattimento spirituale di ogni uomo, la tirannia dell’Egitto è figura della tirannia del peccato, il passaggio del Mar Rosso è figura del passaggio dalla vita nel peccato alla vita di grazia, un passaggio dalla morte alla vita.

Ma torniamo al motivo per cui ci ha colpito questo brano, e sta nelle parole che Dio rivolge a Mosè: Ordina agli Israeliti di riprendere il cammino. Tu intanto alza il bastone, stendi la mano sul mare e dividilo.

La prima azione richiesta dal Signore è quella di riprendere il cammino e non quella di dividere le acque del Mar Rosso. Sembra scontato, ma provate ad immedesimarvi in quel popolo: si ritrova bloccato tra il mare (tra l’altro senza alcuna imbarcazione) e il nemico che al mattino arriverà in un battibaleno, praticamente si sentono come un topo in trappola, per qualche ora c’è ancora la colonna di nube ma l’indomani che si farà?

Immaginatevi di sentire l’ordine di radunare tutto per riprendere il cammino, magari stavate cercando qualche ora di riposo per riprendere un po’ le forze, non avete neanche fatto in tempo a disfare le valigie che già dovete ripartire, sì, ma per andar dove? In quale direzione? Ricordiamo inoltre che questo popolo non aveva con sè le moderne automobili o i camper, ma aveva carri con tende, bestiame, cibo e vestiti, pentole e vettovaglie varie, famiglie con tanti bambini, ma anche i vecchi ed i malati. Quindi riprendere il cammino non era poca cosa, tantomeno immediata… ebbene, nonostante tutte queste difficoltà oggettive, nonostante problemi anche di logistica (che affiorano inevitabilmente quando si è in tanti) il Signore chiede di ripartire.

Possiamo solo immaginare le diverse reazioni della gente ad un simile comando apparentemente irrazionale da parte del suo condottiero. La prima lezione: il Signore non ci dà mai la pappa pronta, chiede sempre prima la fiducia in Lui. Al posto di Mosè, noi forse avremmo chiesto a Dio di poter dividere le acque prima, e dopo, solamente dopo ripartire; così ragiona l’uomo, ma il Signore chiede fiducia nella sua Onnipotenza.

Cari sposi, anche se ci sembra illogico, dobbiamo fare come il popolo di Israele e riprendere il cammino con fiducia nella Provvidenza di Dio, anche se la situazione matrimoniale che stiamo affrontando ci fa sentire come un topo in trappola, il Signore ci ha promesso il suo aiuto. Non sappiamo ancora quale Mar Rosso aprirà nella nostra vita, ma la sua paterna Provvidenza non mancherà. Lasciamoci stupire dal Signore, quando saremo pronti per fare il primo passo allora si aprirà il sentiero asciutto in mezzo al mare.

Coraggio sposi, non lasciamoci infiacchire dalle nostre debolezze che affiorano in questa Quaresima, affidiamo i nostri sforzi di amare il nostro coniuge meglio e più di prima al Signore, e Lui non mancherà di farcene vedere delle belle nel nostro matrimonio.

Giorgio e Valentina

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Doni personalizzati

Dai «Discorsi» di san Gregorio Nazianzeno, vescovo ​(Disc. 14 sull’amore verso i poveri, 23-25; PG 35, 887-890) Riconosci l’origine della tua esistenza, del respiro, dell’intelligenza, della sapienza e, ciò che più conta, della conoscenza di Dio, della speranza del regno dei cieli, dell’onore che condividi con gli angeli, della contemplazione della gloria, ora certo come in uno specchio e in maniera confusa, ma a suo tempo in modo più pieno e più puro. Riconosci, inoltre, che sei divenuto figlio di Dio, coerede di Cristo e, per usare un’immagine ardita, sei lo stesso Dio! Donde e da chi vengono a te tante e tali prerogative? Se poi vogliamo parlare di doni più umili e comuni, chi ti permette di vedere la bellezza del cielo, il corso del sole, i cicli della luce, […] Ebbene, egli in cambio di tutto ciò che cosa ti chiede? L’amore. Richiede da te continuamente innanzitutto e soprattutto l’amore a lui e al prossimo. L’amore verso gli altri egli lo esige al pari del primo. Saremo restii a offrire a Dio questo dono dopo i numerosi benefìci da lui elargiti e quelli da lui promessi? Oseremo essere così impudenti? Egli, che è Dio e Signore, si fa chiamare nostro Padre, e noi vorremmo rinnegare i nostri fratelli? Guardiamoci, cari amici, dal diventare cattivi amministratori di quanto ci è stato dato in dono. […] Egli non fece discriminazioni, non si mostrò avaro con nessuno.

Ieri la Chiesa ci ha donato la lettura di questo saggio, del quale noi abbiamo conservato poche frasi utili per la nostra riflessione: San Gregorio fa un lungo elenco di doni naturali e soprannaturali, ma l’elenco non è fine a se stesso, al contrario l’intento è quello di farci prendere coscienza dell’infinita magnanimità del Creatore.

Spesso succede che incontriamo persone che già al mattino presto si lamentano, non hanno ancora messo piede al lavoro che già parte la lamentela del giorno, perché succede questo? E spesso succede che queste persone siano cristiani come noi, ma allora cosa manca? Non è nostro il compito di valutare ogni singola situazione, però possiamo dare un contributo affinché le parole di san Gregorio non siano state scritte invano.

Siamo generalmente così presi dalle cose di questo mondo, dalle tante faccende che dobbiamo sbrigare che non facciamo più caso alle grazie di cui siamo destinatari. Sia ben inteso che le faccende che ci occupano non sono per forza azioni in sè cattive, anzi, spesso sono azioni buone e non di rado sante. Ma non è questo il punto, poiché quello che san Gregorio ci insegna è quello di accorgerci delle grazie che stanno a monte del nostro fare.

Quando eravamo dei giovanetti e andavamo a trovare i nonni, vedevamo che avevano non pochi acciacchi dell’età, li salutavamo chiedendo come stessero, e la risposta che arrivava spesso era (tradotta liberamente dal dialetto locale): “Ringrazio il Signore che anche questa mattina sono sceso/a dal letto con le mie gambe e sono ancora vivo/a, si vede che non si è ancora stufato di vedermi su questa Terra“. Erano persone sagge che vedevano la presenza di Dio in ogni istante della giornata, e di faccende ne avevano anche più di noi visto che non avevano molti aiuti come quelli che abbiamo noi dalla tecnologia moderna.

Se avessimo gli occhi per vedere il mondo spirituale ci accorgeremmo di come la grazia di Dio sia sempre all’opera in noi, quasi come se avessimo un alone tutt’attorno alla nostra persona. Se arriviamo in fondo a questo articolo è perché il Signore ci ha tenuto in vita e l’elenco delle grazie potrebbe continuare come quello di san Gregorio.

Guardiamoci, cari amici, dal diventare cattivi amministratori di quanto ci è stato dato in dono. Questo affondo di san Gregorio ci interpella come sposi in Cristo. Quale dono ci è stato dato da amministrare nel Matrimonio? Abbiamo tanti doni comuni ma poi ogni coppia ha il proprio dono specifico, un dono che è personalizzato, un dono “custom”, un dono costruito su misura per quella coppia, perché ogni coppia è una particolare manifestazione di un grande Amore. Ogni coppia è come una goccia unica ed irripetibile di un mare sconfinato.

Questo dono porta con sè anche un compito, una responsabilità, proprio come nella parabola dei talenti… custodire e far fiorire, portare a maturazione. Coraggio allora sposi, in questa Quaresima potrebbe essere un bella esperienza riguardare (con figli, parenti ed amici vari) l’album di nozze, e scorgere a partire da quelle foto di quante grazie siamo stati destinatari. Basta volerlo e ne vedremo delle belle nel nostro matrimonio.

Giorgio e Valentina.

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A scuola per scaldare il banco?

Dai «Commenti sul Diatessaron» di sant’Efrem, diacono (1, 18-19; SC 121, 52-53): Chi è capace di comprendere, Signore, tutta la ricchezza di una sola delle tue parole? È molto più ciò che ci sfugge di quanto riusciamo a comprendere. Siamo proprio come gli assetati che bevono ad una fonte. La tua parola offre molti aspetti diversi, come numerose sono le prospettive di coloro che la studiano. Il Signore ha colorato la sua parola di bellezze svariate, perché coloro che la scrutano possano contemplare ciò che preferiscono. Ha nascosto nella sua parola tutti i tesori, perché ciascuno di noi trovi una ricchezza in ciò che contempla. […] Rallègrati perché sei stato saziato, ma non rattristarti per il fatto che la ricchezza della parola ti superi. Colui che ha sete è lieto di bere, ma non si rattrista perché non riesce a prosciugare la fonte. È meglio che la fonte soddisfi la tua sete, piuttosto che la sete esaurisca la fonte. Se la tua sete è spenta senza che la fonte sia inaridita, potrai bervi di nuovo ogni volta che ne avrai bisogno. Se invece saziandoti seccassi la sorgente, la tua vittoria sarebbe la tua sciagura. Ringrazia per quanto hai ricevuto e non mormorare per ciò che resta inutilizzato. Quello che hai preso o portato via è cosa tua, ma quello che resta è ancora tua eredità. Ciò che non hai potuto ricevere subito a causa della tua debolezza, ricevilo in altri momenti con la tua perseveranza. Non avere l’impudenza di voler prendere in un sol colpo ciò che non può essere prelevato se non a più riprese, e non allontanarti da ciò che potresti ricevere solo un po’ alla volta.

Questo piccolo stralcio di commento è meraviglioso poiché ci lascia intravedere quanta ricchezza sia contenuta nella Parola di Dio, una ricchezza che ci supera. Ed inoltre ci conferma che non dobbiamo commettere l’errore di fermarci alla sola Parola, proprio per il fatto che essa ci supera la Chiesa Cattolica ha fin da subito intuito che aveva bisogno di essere incarnata e spiegata, di diventare visibile e traducibile in concrete scelte di vita, ecco perché il trittico su cui si fonda la fede e la dottrina cattolica sono Parola, Magistero e Tradizione.

Queste tre realtà sono come tre palline di gusti diversi su uno stesso cono gelato: per dire di aver mangiato il gelato bisogna mangiare tutti e tre i gusti. Molti sposi commettono l’errore di prendere uno di questi tre gusti di gelato da solo, ignorando o staccandolo dagli altri due, e così si va alla deriva poiché si rischia di perdere di vista l’incarnazione di questa Parola oppure la ratio che sta dietro ad una regola data dalla Chiesa, o perdere il gusto ad esempio per le pie devozioni.

Non è raro trovare coppie di sposi che paiono perfetti dall’esterno poiché assolvono in maniera quasi impeccabile tutti i loro doveri religiosi, oppure i loro doveri morali. Ma è sufficiente? Nel senso letterale sì, nel senso morale no.

Nel senso letterale si rimane proprio sulla superficie evitando di andare in profondità, ci si adopera per il minimo indispensabile al fine di soddisfare determinate necessità. Può capitare che una coppia reciti insieme tutti i giorni le lodi piuttosto che altre preghiere, ma recitare è sufficiente per pregare? Ovviamente la recita è indispensabile per la preghiera vocale ma non è sufficiente, bisogna che essa diventi preghiera del cuore (non inteso come sentimento, il cuore della volontà) e non resti una mera formuletta, altrimenti ognuno dei due coniugi ha assolto al suo dovere quotidiano come se timbrasse il cartellino. Vi ricordate quando il maestro ci diceva che non si andava a scuola per scaldare il banco? Uguale!

Nel senso morale ne conviene che non posso recitare tutte quelle belle preghiere ma poi non usare neanche una tenerezza verso il mio coniuge; è proprio in quel gesto tenero di amore che si incarna ciò che ho pregato, o meglio, ciò che abbiamo pregato insieme.

Sant’Efrem ci viene incontro, essendo anche lui coinvolto nel combattimento spirituale conosce bene le miserie e le debolezze del cuore umano, ecco perché ci stimola e ci sprona alla perseveranza, lui ne scrive a proposito della Parola ma è chiaro che vale per la crescita della nostra fede.

Ringrazia per quanto hai ricevuto e non mormorare per ciò che resta inutilizzato. Quanti sposi sentiamo lamentarsi perché non hanno ricevuto di più di questo o quello, ma siamo proprio sicuri che sia così? Siamo sicuri che il problema sia della fonte di questa Grazia? O piuttosto non è che sia un problema di poca disponibilità da parte nostra ad accogliere ciò che viene offerto?

Ciò che non hai potuto ricevere subito a causa della tua debolezza, ricevilo in altri momenti con la tua perseveranza. Cari sposi, se sentite di non aver acchiappato al volo le Grazie del Signore, rimediate con la perseveranza. Alcune Grazie straordinarie non tornano più, ma altre Grazie di stato, cioè quelle che ci servono per vivere il nostro stato matrimoniale, sono un po’ troppo per noi da “digerire” tutte insieme, quindi dobbiamo “acquisirle a rate”. Un po’ come quando tentiamo di scaricare un file troppo grande ed il nostro computer non ce la fa a scaricare in un battibaleno tutto in una volta.

Coraggio sposi, chiediamo la Grazia della perseveranza. Non basta ad esempio restar calmi una volta per dire di averla vinta sull’ira, ci vuole la perseveranza di tutti i giorni. Se seguiamo l’esortazione di sant’Efrem ne vedremo delle belle nel nostro matrimonio.

Giorgio e Valentina

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