Cap. XXIX Ritorna a casa della Fata, la quale gli promette che il giorno dopo non sarà più un burattino, ma diventerà un ragazzo. Gran colazione di caffè-e-latte per festeggiare
questo grande avvenimento.
Dopo due capitoli in cui sono descritte altre due disavventure del burattino (causate dalla propria disobbedeinza), ecco che finalmente riesce a ritornare a casa della Fata, ma gli tocca di restare sull’uscio ad aspettare tutta la notte al freddo e bagnato fradicio di pioggia.
In verità al suo bussare risponde una Lumaca che però ci mette nove lunghe ore a scendere dal quarto piano per aprirgli la porta, la Fata non vuole essere disturbata durante il sonno perciò il Nostro si deve accontentare della Lumaca.
Al mattino poi, gli viene servita una colazione finta, poiché si dovè accorgere che il pane era di gesso, il pollastro di cartone e le quattro albicocche di alabastro, colorite al naturale.
In questa apparente indifferenza ed insensibilità della Fata si nasconde in realtà un gesto educativo: dare il tempo a Pinocchio di ripensare alle proprie responsabilità, alla propria colpa; è il tempo necessario per rientrare in sé stessi e fare un’esame di coscienza; è il momento in cui i sentimenti si acquietano e si comincia a far funzionare la ragione; è il tempo che aiuta a far nascere in noi il pentimento ed insieme il desiderio di cambiamento per una vita migliore, una vita buona, una nuova vita; è il momento di prendere coscienza della nostra pochezza, della nostra fragilità per ricercare l’abbraccio consolante e riabilitante della Chiesa (impersonificata dalla Fata).
Anche in questo capitolo si trova una straordinaria similitudine con la parabola del Figliol prodigo, nella quale il padre perdona il figliol prodigo senza dargli nemmeno il tempo di scusarsi ; e così anche la Fata perdona Pinocchio appena esso rinviene dalla svenimento:
Quando si riebbe, si trovò disteso sopra un sofà, e la Fata era accanto a lui. – Anche per questa volta ti perdono, – gli disse la Fata, – ma guai a te se me ne fai un’altra delle tue!… Pinocchio promise e giurò che avrebbe studiato, e che si sarebbe condotto sempre bene.
Questo capitolo racconta con la tecnica della fiaba il ritorno a casa del figliol prodigo, ed è così che accade anche per noi ogni volta che ci allontaniamo dalla Fata/Chiesa.
Cari sposi, a volte succede che anche nella relazione sponsale l’altro venga a bussare alla porta del nostro cuore per chiderci scusa, non lasciamolo nove ore senza risposta, non è un bambino da rieducare! Facciamo come il padre che aspettava il ritorno del figlio con ansia (e fiducia nel suo ritorno) continuando a guardare l’orizzonte per scorgerne la figura, e non appena lo scorge da lontano gli si gettò al collo e lo baciò e lo riabilitò figlio.
Così anche noi col nostro coniuge, appena intuiamo da lontano il suo ritorno, gettiamoci al suo collo e ri-sposiamolo. Coraggio! Il nostro coniuge deve sentire la nostra fiducia illimitata nel suo ritorno, deve essere sicuro di trovare sempre l’abbraccio del ritorno a casa, noi siamo casa sua!
Giorgio e Valentina.