Tratto da una storia vera. Di solito questa importante informazione è data all’inizio dei film che non sono frutto della fantasia di registi o sceneggiatori ma che possiedono fondamento nella realtà. Tale sarà anche il contenuto dell’articolo di oggi, il primo che ho l’onore di scrivere nel nuovo anno. Non semplicemente trecentosessantacinque giorni uno dopo l’altro ma un autentico Anno Nuovo, ossia un periodo inedito, bello, pieno in cui riscoprire la fede, camminando nella speranza. Il Giubileo appena iniziato ci sprona proprio a questo; e, con tanta gioia ed entusiasmo, anch’io lo auguro a ciascuno di voi, a ciascuno di noi.
Dunque, dicevamo, un articolo tratto da una storia vera. Già perché, qualche tempo fa, un episodio realmente accaduto mi ha obbligata a pormi delle domande, che condivido oggi con voi. Siamo capaci di chiedere aiuto? O pretendiamo che siano gli altri a darcelo quasi in automatico, senza aver alzato noi per primi la mano? Vediamo le persone attorno a noi come esseri umani o come esclusivi distributori di supporto? E, soprattutto, nelle richieste di aiuto siamo umili o esigenti?
Un noto detto della saggezza popolare recita: “Aiutati che il Ciel t’aiuta”. L’ho sentito ripetere così tante volte quand’ero piccola! Adesso i proverbi sono piuttosto snobbati, li usa solo più la fetta più adulta della popolazione. È un peccato, perché le verità e i consigli che si portano appresso, spesso fruttando rime o altri giochi letterari, restano impressi non solo nella memoria ma anche nel cuore. Quell’organo che troppo volte rendiamo duro, freddo, insensibile. Ma che tanto ci aiuterebbe a far andar meglio le cose. L’espressione di cui sopra è contenuta anche nei “Promessi sposi” di Alessandro Manzoni, in cui leggiamo: “Dio dice: aiutati, che ti aiuterò“.
Chiedere aiuto è un gesto di grande coraggio. Ci obbliga a uscire dalla nostra zona di confort. Ci fa esporre. Ci fa vedere per quello che realmente siamo: uomini e donne che possono avere delle difficoltà, delle debolezze, dei problemi, delle fatiche. Ci costringe a togliere la maschera dei sorrisi forzati e ci mostra nelle nostre fragilità. Il mondo detesta tutto questo. Bisogna presentarsi sempre perfetti, bellissimi, in formissima. L’apparenza conta più della sostanza. L’avere più dell’essere. Chiedere aiuto, far sapere che abbiamo bisogno di una mano, scardina queste finte certezze e spinge – chi chiede e chi viene in soccorso – verso la realtà, esattamente per come essa è.
Gesù prima di compiere un grande miracolo – quello della guarigione del cielo Bartimeo – gli ha domandato: “Che cosa vuoi che io faccia per te?” (Lc 18, 41). La richiesta può sembrare quanto meno strana perché Dio sa benissimo ciò di cui abbiamo bisogno. Se Gesù ha fatto questa domanda, però, sappiamo che non è casuale e che c’è un motivo ben preciso. Ed è lo stesso per il quale è necessario confessarsi personalmente a un sacerdote. Motivazione che risponde al nome di: umiltà.
Chiedere aiuto, dunque, significa essere umili perché non possiamo pretendere che gli altri capiscano il nostro bisogno di essere sostenuti se non siamo noi a dirglielo, a farglielo sapere, a farglielo capire. Se a ciascuno di noi appaiono evidenti le proprie necessità, dobbiamo renderci conto che non è così per il resto del mondo. Non è scontato che, sempre e comunque, ci si accorga dei bisogni e delle esigenze.
A volte è talmente lampante che non sono necessarie parole ma altre non è così. Soprattutto nel mondo iper virtualizzato ed iper virtualizzante come quello attuale. I social dominano le nostre comunicazioni: se non ci si conosce direttamente, o se ci si avvale solo di comunicazioni scritte, se l’SOS non parte forte e chiaro è quasi impossibile porgere la mano, o non è possibile farlo velocemente e con modalità ideonee. Quindi è ingiusto accusare gli altri di non saper aiutare se non glielo si chiede. Ecco perché è necessaria una buona dose di umiltà.
Atteggiamento, virtù, caratteristica che apre il cuore di Dio e i cuori degli uomini. Questo vale per tutti i rapporti: con il coniuge, con i figli, con i genitori, con fratelli e sorelle, con parenti, amici, colleghi e quant’altri. Maria stessa, nella splendida preghiera del Magnificat, dice: “Perché ha guardato l’umiltà della sua serva” (Lc 1, 48). Potrebbe essere un valido proposito per l’Anno Nuovo; non solo aiutare di più e meglio gli altri ma, nello stesso momento, imparare a farsi aiutare, mettendosi umilmente a nudo. Davanti agli uomini ma soprattuto davanti a Dio.
Fabrizia Perrachon