La sottile linea rossa tra testimonianza ed esibizionismo

Viviamo in un tempo in cui l’esposizione è diventata quasi inevitabile. I social network sono piazze affollate, luoghi in cui si racconta ciò che si vive, ciò che si pensa, ciò che si ama. Anche la fede, inevitabilmente, entra in questi spazi. Ed è proprio qui che emerge una domanda delicata, a volte scomoda, ma necessaria: quando il nostro mostrarci come cattolici è testimonianza autentica e quando, invece, rischia di diventare esibizionismo spirituale? Insomma: c’è – e, se sì, dov’è – la sottile linea rossa tra testimonianza ed esibizionismo?

Non è solo la parafrasi del titolo di un film del 1998. Tratto, a sua volta, dall’omonimo un romanzo del 1962. È un punto cruciale, uno snodo decisivo dell’esserci sui social come cristiani, come fedeli, come coppia, come testimoni, appunto. Testimoni di Cristo, non testimonial di se stessi. La differenza è nel come ci si espone. E con che intenzione lo si fa. Con che intenzione, con che spirito, con che cuore.

Il Vangelo non ha paura della visibilità. Cristo stesso ha parlato alle folle, ha compiuto segni davanti a tutti, ha affidato ai suoi discepoli un mandato chiaro e universale: andare e annunciare. La fede, per sua natura, tende a espandersi, a comunicarsi, a farsi incontro. Non è un tesoro da seppellire, ma una luce da porre sul candelabro perché illumini la casa. Tacere per timore di apparire, nascondersi per paura del giudizio, non è sempre umiltà; talvolta è rinuncia alla missione.

Esiste, tuttavia, una linea sottile, rossa come il sangue del sacrificio e come il fuoco dello Spirito, che separa la testimonianza dall’esibizione. La testimonianza nasce da un incontro che trabocca, l’esibizionismo nasce dal bisogno di essere visti. La prima ha Cristo come centro, il secondo ha l’io. La testimonianza dice «guardate Lui», l’esibizionismo dice «guardate me» o «guardate noi». Alcune volte solo sussurrandolo, altre addirittura gridandolo. «Io sono io e voi siete nessuno». Squallido, vero?

Il cattolico che si espone sui social non lo fa per mostrarsi migliore, più coerente, più santo degli altri. Sa bene – se è onesto con se stesso e con gli altri – di essere un peccatore perdonato, non un modello da ammirare. Parla di Cristo perché Cristo ha parlato a lui, racconta la bellezza della fede perché quella bellezza lo ha salvato, rialzato, consolato. In questo senso, condividere una preghiera, un pensiero spirituale, un frammento di vita illuminato dal Vangelo non è autocelebrazione, ma gratitudine che diventa parola, immagine, reel. Ossia diventa testimonianza.

La fede autentica non ha bisogno di costruire una vetrina. Non si misura in like, non si nutre di consenso, non cerca approvazione. È sobria, anche quando è ardente. È semplice, anche quando è profonda. Chi testimonia davvero non ha l’ansia di apparire perfetto, anzi spesso mostra le proprie ferite, perché è proprio lì che la grazia di Dio si è fatta spazio. San Paolo lo dice con forza: è nella debolezza che si manifesta la potenza di Dio. Quando questo criterio guida il cuore, anche l’esposizione pubblica diventa umile.

Certo, il rischio dell’esibizionismo esiste sempre, e nessuno ne è immune. Per questo la testimonianza cristiana richiede un continuo discernimento interiore. La domanda decisiva non è tanto «Posso pubblicarlo?» ma «Perché lo pubblico?». È per attirare attenzione su di me o per aprire uno spiraglio su Dio? È per sentirmi approvato o per offrire una parola che possa incoraggiare, consolare, far nascere una domanda nel cuore di chi legge? Quando il movente è l’amore, anche un post diventa preghiera; quando il movente è l’ego, anche una frase pia rischia di svuotarsi.

Esporsi come cattolici oggi è anche un atto di coraggio. Significa accettare di non piacere a tutti, di essere fraintesi, talvolta derisi. Chi lo fa per vanità si stanca presto, perché il giudizio degli altri diventa insopportabile. Chi lo fa per Cristo, invece, trova la forza di restare, perché non cerca se stesso ma Colui che lo ha chiamato. È la differenza tra chi si mette in scena e chi si mette in cammino. La bellezza della fede non ha bisogno di effetti speciali. Brilla quando è vera, quando è incarnata, quando profuma di vita vissuta. Parlare di Cristo sui social non significa proclamarsi maestri, bensì compagni di strada; non significa esibire le proprie capacità quanto condividere una speranza che sostiene. La testimonianza autentica è sempre un atto d’amore, mai di superiorità.

La sottile linea rossa tra testimonianza ed esibizionismo passa dunque nel silenzio del cuore, lì dove solo Dio vede. Se ciò che mostriamo nasce dalla preghiera, se è attraversato dal desiderio di servire e non di emergere, allora anche uno schermo può diventare luogo di evangelizzazione. Perché, quando al centro non ci siamo noi, ma Cristo, persino i social possono trasformarsi in un piccolo pulpito da cui annunciare, con umiltà e verità, la bellezza della fede che salva.

Fabrizia Perrachon

Dal Chicco alla spiga” è il primo cammino cattolico di preghiera, speranza, guarigione ed elaborazione dal lutto da aborto spontaneo, COMPLETAMENTE GRATUITO, con dodici appuntamenti serali online da settembre a dicembre più incontro finale in presenza. Iscriversi alla seconda edizione di “Dal Chicco alla spiga” è semplicissimo!!! Basta cliccare questo link. “Battiti d’amore vero”: testo di Fabrizia Perrachon, voce e musica di Marco Mammoli, realizzazione artistica di Michele Rosati. LA PRIMA CANZONE D’AMORE PER I BAMBINI NATI IN CIELO! Ascoltatela, cantatela, imparatela e diffondetela da questo link. Per acquistare i miei libri clicca qui. Desideri offrirmi un caffè, un cappuccino o una spremuta? Clicca qui! Mi darai una mano fondamentale nel sostenere tutte le mie numerose attività di evangelizzazione e diffusione della speranza cristiana! Grazie davvero dal profondo del cuore. Fabrizia

Le mamme non si arrendono mai

C’è una forza misteriosa e assolutamente indomabile che attraversa la storia del mondo. Una forza che non fa rumore ma che è capace di spostare le montagne e ribaltare i destini più segnati. È il cuore di una madre che prega per i propri figli. Chiunque abbia sperimentato il dolore, la trepidazione o lo sconforto nel vedere un figlio prendere strade sbagliate, allontanarsi dalla verità o smarrire se stesso, trova in una figura straordinaria una bussola, un’ancora e una speranza incrollabile. È Santa Monica, la cui memoria celebriamo il 27 agosto.

Monica non ha avuto una vita semplice e la sua santità non è nata in un reame fatato, ma nel fango delle preoccupazioni quotidiane. Il suo cruccio più grande portava un nome altisonante, destinato a cambiare la storia del pensiero umano: Agostino. Quel figlio primogenito, dotato di un’intelligenza straripante, acuta e vivace, era però un’anima in perenne tempesta. Ribelle, inquieto, affascinato da filosofie stravaganti e immerso in una vita disordinata, Agostino sembrava fare di tutto per scappare lontano da quel Dio che la madre gli indicava con tanta dolcezza. Più Monica stringeva le mani in preghiera, più Agostino sembrava allontanarsi, imbarcandosi persino di nascosto per l’Italia pur di sfuggire al fiato sul collo di quella madre così tenace.

Ma le mamme non si arrendono mai. Monica non si è limitata a guardare da lontano o a rassegnarsi a quel destino di “figlio perduto”. Ha preso quelle lacrime amare, che rigavano il suo volto giorno e notte, e le ha trasformate nel carburante di una preghiera incessante, ostinata, quasi sfacciata nella sua insistenza davanti al trono di Dio. Per oltre due decenni, Monica ha seguito Agostino passo dopo passo, non solo fisicamente attraversando il Mediterraneo, ma soprattutto spiritualmente. È rimasta lì, sentinella invisibile, a tessere una rete di suppliche attorno a quel cuore di pietra. Sapeva bene che le parole umane a volte falliscono, ma che le ginocchia piegate aprono varchi persino nei cuori più induriti. Oltre alla fiducia incrollabile in Dio, c’era una promessa che la sosteneva. Le venne detto: «È impossibile che un figlio di tante lacrime vada perduto».

Alla fine, l’impossibile avvenne. A Milano, sotto la guida del vescovo Ambrogio e toccato dalla Grazia, quel cuore ribelle cedette. Agostino crollò in un pianto liberatorio sotto un albero di fico, ascoltando una voce che diceva: «Prendi e leggi». In quel preciso istante, l’uomo della carne moriva e nasceva il Santo. Monica ha avuto la gioia immensa di vedere suo figlio non solo battezzato, ma trasformato nel più grande dottore della Chiesa. La profezia, pronunciata proprio dallo stesso Sant’Ambrogio, divenne realtà.

Sant’Agostino stesso, nelle sue celebri Confessioni, scriverà pagine di una gratitudine commovente per sua madre, riconoscendo apertamente di essere stato partorito da lei due volte: la prima alla vita terrena, la seconda alla vita della fede e della Grazia attraverso il martirio d’amore delle sue lacrime. Monica, poco prima di morire, dirà al figlio che il suo compito nel mondo era ormai terminato, perché l’unico motivo per cui desiderava rimanere in vita era vederlo cristiano cattolico prima di morire. Dio le aveva concesso persino più di quanto osasse sperare.

L’esempio di Santa Monica parla oggi a tutti i genitori che vivono il dramma di vedere i propri figli distanti dalla fede, prigionieri delle dipendenze, della confusione o del vuoto esistenziale di questo tempo. Ci dice che nessuna preghiera va perduta, che nessuna lacrima versata davanti al Tabernacolo è inutile, e che il tempo di Dio non è il nostro. Quando tutto sembra perduto, e il silenzio del Cielo appare insopportabile, la festa di questa grande madre ci sussurra di non mollare la presa. Le mamme non si arrendono mai perché sanno che l’amore, se agganciato alla fedeltà di Dio, ha sempre l’ultima parola. E prima o poi, la Grazia vince su tutto.

Fabrizia Perrachon

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Si può imparare a far funzionare (bene!) un matrimonio?

Si può imparare a far funzionare bene un matrimonio? Si può imparare a discutere senza umiliarsi, a chiedere perdono, a comunicare quando sembra impossibile capirsi, a custodire la tenerezza negli anni? Si può imparare a vivere la sessualità come un vero linguaggio dell’amore? A riconoscere le proprie ferite senza lasciare che governino la coppia? A rimanere uniti quando arrivano le prove? A sperare ancora dopo un aborto spontaneo, quando una gravidanza perduta lascia nella coppia un vuoto che spesso gli altri non comprendono? E, si può imparare, insieme, a trasformare anche un lutto prenatale in un cammino di amore, fede e speranza?

La risposta della Scuola Nuziale, giunta alla sua terza edizione, è sì! Proprio in questo sta la sua intuizione più bella e controcorrente: l’amore non è soltanto qualcosa che accade; è qualcosa che si può imparare, allenare, custodire e far crescerePerché – se nella vita siamo disposti a studiare per un lavoro, a prendere una patente, a imparare una professione – dovremmo pensare che per diventare marito e moglie basti innamorarsi?

Ci prepariamo con attenzione al giorno delle nozze: scegliamo la chiesa, il ristorante, i fiori, le fotografie, gli abiti. Ma chi ci insegna a essere sposi quando il matrimonio comincia davvero? Chi ci prepara al primo litigio, alla gestione delle differenze, alla nascita dei figli, alle ferite che riemergono, ai momenti in cui ci si ama ancora ma non ci si comprende più? E soprattutto, chi accompagna una coppia quando arriva una prova di cui si parla ancora troppo, la perdita di un figlio? La Scuola Nuziale è l’unico percorso per coppie che dedica uno spazio specifico anche all’esperienza dell’aborto spontaneo e del lutto prenatale, riconoscendo che la perdita di un figlio atteso non riguarda soltanto la donna, ma può ferire profondamente entrambi gli sposi e la relazione stessa. In un mondo che spesso invita a “voltare pagina” troppo in fretta, qui si può trovare uno spazio per dare un nome al dolore, attraversarlo insieme e riscoprire, anche nella fede, la possibilità di sperare.

La Scuola Nuziale nasce proprio per offrire agli sposi e ai fidanzati un’occasione concreta per fermarsi, guardare la propria relazione con occhi nuovi e riscoprire la straordinaria vocazione ricevuta nel Sacramento. Il percorso, promosso nell’ambito del Progetto Mistero Grande e dell’Intercomunione delle famiglie, affronta l’amore sponsale nelle sue dimensioni più profonde e concrete: la relazione, il corpo, la sessualità, la psiche, le ferite e le risorse della coppia, senza dimenticare le prove che possono attraversare la storia di due sposi.

Perché il punto non è diventare una “coppia perfetta”, che non esiste! Il punto è diventare una coppia capace di ricominciare, di perdonarsi, di crescere e di lasciarsi trasformare dalla grazia. San Paolo definisce il matrimonio un «mistero grande» riferendolo a Cristo e alla Chiesa (Ef 5,32): una frase che cambia completamente prospettiva. Il matrimonio cristiano non è soltanto una storia d’amore privata. È una testimonianza dell’amore di Cristo. È una piccola Chiesa domestica. È una strada attraverso la quale Dio educa due persone ad amare sempre di più.

E allora la domanda non è soltanto: “Il nostro matrimonio funziona?” La domanda vera è: “Che cosa stiamo facendo perché il nostro matrimonio viva, cresca e porti frutto?”. La terza edizione della Scuola Nuziale è un invito proprio a questo: regalare tempo alla coppia, fermarsi dalla corsa quotidiana, imparare, confrontarsi, pregare, riscoprire ciò che forse con gli anni abbiamo dato per scontato e affrontare anche quelle ferite che troppo spesso restano nascoste.

Perché dell’amore non si smette mai di essere studenti. E, forse, è proprio questa la buona notizia: non siamo chiamati semplicemente a far funzionare il nostro matrimonio. Siamo chiamati a farlo fiorire. Anche quando la vita ci mette davanti a una perdita. Anche quando il dolore sembra cancellare il futuro che avevamo immaginato. Anche quando dobbiamo imparare, insieme, a sperare oltre un lutto prenatale.

La Scuola Nuziale torna per la terza volta. Potrebbe davvero essere l’occasione per tornare “sui banchi dell’amore: non perché il nostro matrimonio sia “sbagliato”, ma perché l’amore, quando è vero, merita di essere conosciuto sempre più profondamente. E perché, con Cristo al centro, persino le ferite più profonde possono diventare — senza negare il dolore — luoghi nei quali ricominciare a sperare.

Basta volerlo, basta crederci, basta iscriversi a questo link.

Fabrizia Perrachon

Battiti d’amore vero”: testo di Fabrizia Perrachon, voce e musica di Marco Mammoli, realizzazione artistica di Michele Rosati. LA PRIMA CANZONE D’AMORE PER I BAMBINI NATI IN CIELO! Ascoltatela, cantatela, imparatela e diffondetela da questo link. Per acquistare i miei libri clicca qui. Desideri offrirmi un caffè, un cappuccino o una spremuta? Clicca qui! Mi darai una mano fondamentale nel sostenere tutte le mie numerose attività di evangelizzazione e diffusione della speranza cristiana! Grazie davvero dal profondo del cuore. Fabrizia

“Martire dell’amore”, con amore e per amore

Ci sono pagine della storia umana che sembrano scritte nel buio più fitto, dove la dignità dell’uomo viene calpestata fino a essere ridotta a un semplice numero impresso sulla carne. Auschwitz era questo: una spaventosa fabbrica di disumanizzazione, un luogo progettato per cancellare non solo i corpi, ma l’anima stessa, l’empatia, la solidarietà. Eppure, proprio nel cuore di quell’inferno di filo spinato e cenere, la logica del Vangelo ha saputo accendere una luce così folgorante da squarciare per sempre l’oscurità. Una luce che porta il nome, la veste e il sorriso di padre Massimiliano Kolbe.

La scena di fine luglio del 1941 è scolpita nella memoria della Chiesa. A seguito della fuga di un prigioniero, scatta la terribile decimazione punitiva: dieci uomini vengono scelti a caso per morire di fame e di sete nel famigerato Blocco 11. Tra di essi c’è Franciszek Gajowniczek, un giovane padre di famiglia che scoppia in lacrime, gridando la sua disperazione per la moglie e i figli che teme di non rivedere mai più. In quel momento di terrore paralizzante, avviene l’impensabile. Un uomo fa un passo avanti, uscendo dalle righe dei prigionieri immobili. È il numero 16670. Si toglie il berretto davanti al comandante e fa una richiesta assurda per la logica spietata del lager: «Voglio morire al posto di quest’uomo. Io sono un sacerdote cattolico, sono vecchio e non ho famiglia; la sua vita è necessaria ai suoi cari».

San Giovanni Paolo II, salito sulla cattedra di Pietro, volle canonizzare questo suo straordinario connazionale non semplicemente come un testimone classico della fede, ma coniando per lui un titolo immenso e indelebile: “Martire dell’amore”. Il Papa polacco sottolineò con forza la specificità di quel sacrificio. Il richiamo al Vangelo è immediato e potentissimo. “Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15, 13). Padre Kolbe non morì solo per non aver rinnegato verbalmente Cristo, ma morì per un atto d’amore supremo, salvando una vita che era carne, sostentamento e futuro per una famiglia intera. Sostituendosi a quel papà, Massimiliano Kolbe ha preso su di sé la morte fisica ma ha, al contempo, protetto la santità e il valore eterno del focolare domestico, dimostrando che l’amore sponsale e paterno merita il sacrificio più alto.

Nel bunker della fame, dove di solito si udivano solo urla, bestemmie e lamenti disperati, quel sacerdote francescano trasformò l’agonia in una liturgia. Sotto la sua guida, i condannati iniziarono a cantare inni alla Vergine Maria e a pregare. Morirono in grazia. Padre Kolbe si spense per ultimo, il 14 agosto, offrendo il braccio all’iniezione letale di acido fenico con totale serenità. Con amore, e per amore.

La lezione che ci lascia questo gigante della fede, proprio alla vigilia della solennità dell’Assunta, è di una forza disarmante. Ci insegna che l’odio non si vince con altro odio, ma solo con la sovrabbondanza della carità. Padre Kolbe non ha semplicemente salvato un uomo; ha salvato l’idea stessa di umanità all’interno del lager. Ha dimostrato che persino dove l’uomo viene ridotto a un oggetto, la Grazia divina può renderlo conforme a Cristo, capace di un dono di sé che supera ogni confine naturale.

Oggi, ricordare il “martire dell’amore” significa risvegliare le nostre comunità dal torpore dell’indifferenza. Ci interroga profondamente su quanto siamo disposti a spendere della nostra vita per coloro che ci sono affidati o per chi si trova nel bisogno quotidiano. La santità di Massimiliano Kolbe non è una fotografia sbiadita del secolo scorso, ma una chiamata attualissima a vivere ogni giorno “con amore e per amore”, sapendo che nessun gesto di carità, specialmente quello speso a difesa della famiglia e della vita, andrà mai perduto agli occhi del Padre. Dal fango di Auschwitz alla gloria del Cielo, quel numero 16670 ci ricorda che “L’odio non serve a niente, solo l’amore crea”. Come diceva lui, come visse lui, come testimoniò lui.

Fabrizia Perrachon

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Trasfigurati nell’amore

Il Tabor non è una vetta solitaria riservata esclusivamente a mistici, eremiti o ascesi distaccati dal mondo. C’è un Tabor nascosto, intimo e profondamente luminoso, che si erge proprio al centro di ogni focolare domestico. È il monte su cui sale la coppia cristiana, chiamata a vivere il proprio cammino quotidiano non come una faticosa e grigia routine, ma come una progressiva e splendida rivelazione. Letta in chiave sponsale, la Trasfigurazione di Gesù diventa un’icona di straordinaria potenza per comprendere cosa accada davvero quando due cuori decidono di amarsi nel Signore.

Ricordiamo la scena evangelica: Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, sale sul monte e, mentre prega, il suo volto cambia d’aspetto e le sue vesti diventano candide e sfolgoranti. Che cos’è questo misterioso evento se non la manifestazione visibile di ciò che è invisibile? Sul Tabor, l’umanità di Gesù non viene cancellata, ma viene illuminata dal di dentro, mostrando tutta la bellezza della sua divinità. Questa è esattamente la vocazione del matrimonio cattolico: essere un luogo teologico in cui l’amore umano, con tutte le sue fragilità, le sue fatiche e la sua carne, viene letteralmente investito dalla luce divina della Grazia, diventando capace di splendere di una luce che, altrimenti, non gli apparterrebbe. Ma, soprattutto, non potrebbe durare.

Nel sacramento delle nozze avviene una misteriosa trasfigurazione. Due persone comuni, con i loro difetti, i loro limiti e la loro storia terrena, vengono avvolte dalla nube dello Spirito Santo. Da quel momento, ogni piccolo gesto del quotidiano – preparare la tavola, accudire i figli, stringersi la mano dopo una discussione, condividere la fatica del lavoro – smette di essere una semplice azione quotidiana. Il matrimonio stesso viene illuminato, glorificato, trasfigurato. Il volto dell’altro, segnato dal tempo e dalle stanchezze della vita, agli occhi dello sposo e della sposa che amano con il cuore di Dio, brilla come il sole. Si impara a scorgere la presenza viva di Cristo proprio nei dettagli più ordinari dell’esistenza coniugale.

Signore, è bello per noi stare qui!” (Mt 17,4). L’esclamazione di Pietro sul monte è il grido profondo di ogni coppia che sperimenta la dolcezza della comunione coniugale. È l’esperienza di quei momenti di grazia in cui, pur in mezzo alle tempeste della vita, si sperimenta una gioia così piena, una complicità così totale e una pace così profonda da far desiderare che quel momento non finisca mai. È il “bello” del matrimonio, l’anticipo del Cielo sulla terra.

Tuttavia, il Vangelo ci ricorda che sul Tabor non si può piantare una tenda definitiva. Bisogna scendere dal monte, ritornare sulla strada, camminare verso Gerusalemme e affrontare il Calvario. L’amore trasfigurato non è un amore che fugge dalla realtà o che vive di sole emozioni spirituali. È un amore che fa il pieno di luce sulla vetta per avere la forza di attraversare le valli oscure della prova, della malattia e del sacrificio. Gli sposi scendono dal loro monte quotidiano fortificati da quella visione, sapendo che la gloria splendente vista sul Tabor è la stessa che sosterrà il loro amore quando si tratterà di salire sulla croce del dono di sé.

Essere trasfigurati dall’amore, allora, significa permettere a Dio di abitare le nostre stanze, di purificare i nostri sguardi e di rendere sfolgoranti le nostre vesti nuziali giorno dopo giorno. Non è un colpo di magia, ma il frutto di una preghiera condivisa, di un’Eucaristia vissuta come nutrimento della coppia, di un perdono rinnovato prima che tramonti il sole. Quando un uomo e una donna si amano così, la loro stessa vita diventa un Tabor vivente, un segno luminoso per il mondo che grida a tutti che l’amore eterno è possibile, che la fedeltà è sorgente di bellezza e che il matrimonio, se vissuto in Cristo, è davvero un pezzetto di Cielo spalancato sulla terra.

Fabrizia Perrachon

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Ulisse, Penelope e quel miracolo chiamato matrimonio

Il nuovo film di Christopher Nolan – osannato quanto criticato – ha riportato sul grande schermo l’epopea di Omero, tra mostri, sirene, tempeste e un interminabile viaggio verso Itaca. Al di là dei pregi e dei difetti del film, che ho visto pochi giorni fa, una delle domande più interessanti che vale la pena farci non riguarda soltanto ciò che Ulisse trova durante il suo viaggio. Riguarda ciò che, dopo vent’anni, trova tornando a casa: sua moglie. Il matrimonio di Ulisse e Penelope, raccontato migliaia di anni fa, ha ancora qualcosa da dire a noi, uomini e donne del 2026? Moltissimo. Anzi, oggi più che mai.

Penelope non è semplicemente una donna che aspetta. È una donna che custodisce una promessa. Mentre Ulisse attraversa il mare, lei affronta un’altra battaglia: quella contro il tempo, la solitudine, le pressioni e la tentazione di considerare finita una storia soltanto perché l’altro è lontano. Il suo telaio, fatto e disfatto ogni giorno, diventa il simbolo di una fedeltà che non è passività, ma una scelta ben precisa. Qui il mito diventa sorprendentemente moderno. Viviamo in un tempo in cui tutto sembra sostituibile: un telefono, un lavoro, una casa, perfino una relazione. Quando qualcosa si rompe, spesso la prima domanda non è «Come possiamo aggiustarlo?», ma «Con che cosa – e soprattutto con chi – possiamo sostituirlo?».

Il matrimonio cristiano, invece, ci ricorda che l’amore non è soltanto ciò che proviamo quando tutto è facile. È anche ciò che scegliamo quando arrivano la stanchezza, la malattia, le incomprensioni, le difficoltà, le tempeste. In una parola, le odissee della vita. La maturità affettiva, che forse tanto ci manca, è comprendere che ogni relazione autentica attraversa momenti difficili, e che non tutto ciò che si incrina deve essere immediatamente abbandonato. A volte amare significa chiedere scusa. Altre volte fare il primo passo. Altre ancora restare accanto a un letto d’ospedale, preparare il caffè anche dopo una discussione, ricordarsi che dall’altra parte della nostra rabbia c’è la persona alla quale abbiamo promesso di voler bene.

Al di là del film stesso, il viaggio di Ulisse può, e deve, suscitare in noi molte riflessioni. Innanzitutto, perché egli non viaggia semplicemente verso una donna, viaggia verso casa. Questo parla profondamente al matrimonio cristiano. Ogni coppia conosce le proprie tempeste: le incomprensioni possono diventare mostri, le tentazioni sirene, la solitudine un’isola apparentemente impossibile da raggiungere. Ma il sacramento del matrimonio dice agli sposi qualcosa di meraviglioso e di “mitico”: «Non siete soli». Quando due persone pronunciano un “per sempre”, pronunciano una parola troppo grande per le sole forze umane. Per questo hanno bisogno di Dio, della preghiera, del perdono e della grazia di ricominciare.

La storia di Ulisse e Penelope ci ricorda che amare non significa promettere che nulla cambierà, ma promettere di imparare ad amarsi anche dentro i cambiamenti. Perché nessuno arriva alla fine del viaggio uguale a quando è partito. E, forse, il vero miracolo di un matrimonio non è restare identici, ma riuscire a riconoscersi ancora, dopo gli anni, le fatiche, le rughe. Ma, proprio per questo, amarsi ancora di più e ancora riconoscersi, come – ben prima delle persone – addirittura fa Argo, il fedele amico a quattro zampe, con l’amato padrone. Penelope pure, prima tra tutti, aspetta con fede e speranza che, “guarda caso”, sono due virtù cristiane, nonché i pilastri stessi della nostra relazione con Dio. E, quindi, della relazione sponsale.

Ulisse non è perfetto, e questo già lo sapevamo, ben prima del film di Nolan. Ulisse non è un personaggio biblico, e su questo non c’è dubbio. Ulisse fa dell’intelligenza un’arma a doppio taglio, e questo lo abbiamo imparato molto bene leggendo e studiando Dante e la Divina Commedia. Al di là di tutto e di tutti, sua moglie lo aspetta, con amore e dedizione. Quante donne, oggi, lo farebbero? E quanti mariti, oggi, farebbero di tutto per tornare a casa, anche quando costa così tanto sacrificio? Questo significa vedere un film e interrogarsi sul matrimonio, sul proprio matrimonio, sui valori cristiani. È partire dalla quotidianità e farne un esercizio: di fede, di maturità, di spiritualità.

Perché, in fondo, anche la nostra vita è un’Odissea. A volte partiamo, a volte ci perdiamo, a volte siamo noi ad aspettare e altre volte siamo noi ad avere bisogno di tornare. I cristiani sanno che, oltre ogni Itaca terrena, c’è un Padre che non smette mai di aspettare i suoi figli. Il Dio della Bibbia è il Dio dell’Alleanza, il Dio che non cancella la sua promessa quando l’uomo si allontana, anche per vent’anni. Questa è la lezione più bella del matrimonio di Ulisse e Penelope! L’amore vero non è soltanto trovare qualcuno: è scegliere qualcuno, custodirlo, perdonarlo, aspettarlo e, anche quando ci si è smarriti, imparare con umiltà a tornare a casa.

Fabrizia Perrachon

Dal Chicco alla spiga” è il primo cammino cattolico di preghiera, speranza, guarigione ed elaborazione dal lutto da aborto spontaneo, COMPLETAMENTE GRATUITO, con dodici appuntamenti serali online da settembre a dicembre più incontro finale in presenza. Iscriversi alla seconda edizione di “Dal Chicco alla spiga” è semplicissimo!!! Basta cliccare questo link. “Battiti d’amore vero”: testo di Fabrizia Perrachon, voce e musica di Marco Mammoli, realizzazione artistica di Michele Rosati. LA PRIMA CANZONE D’AMORE PER I BAMBINI NATI IN CIELO! Ascoltatela, cantatela, imparatela e diffondetela da questo link. Per acquistare i miei libri clicca qui. Desideri offrirmi un caffè, un cappuccino o una spremuta? Clicca qui! Mi darai una mano fondamentale nel sostenere tutte le mie numerose attività di evangelizzazione e diffusione della speranza cristiana! Grazie davvero dal profondo del cuore. Fabrizia

Il primo bacio coniugale cristiano

C’è un bacio che, più di tutti, racconta la purezza e la bellezza dell’amore coniugale secondo il cuore di Dio. È il bacio di sant’Anna e san Gioacchino, i genitori della Vergine Maria, che Giotto ha immortalato nella cappella degli Scrovegni di Padova. Un gesto semplice, ma carico di Cielo. Due volti che si avvicinano, due mani che si stringono, due anime che si ritrovano dopo l’attesa, il dolore, la speranza. In quell’abbraccio, nella loro fedeltà provata dal tempo e dalla fede, inizia una storia che cambierà il mondo: la storia dell’amore redento.

La scena dipinta da Giotto è tratta dal Protovangelo di Giacomo: Gioacchino e Anna, sposi anziani e senza figli, dopo aver pregato e pianto a lungo la loro sterilità, ricevono da un angelo l’annuncio che Dio ha ascoltato la loro supplica. Si incontrano alla Porta d’Oro di Gerusalemme, e lì si abbracciano e si baciano. Un bacio che non nasce dal desiderio, ma dalla gratitudine. È il bacio della promessa compiuta, dell’amore che, dopo l’attesa, diventa fecondo.

Giotto, con la sua sapienza mistica, non raffigura solo un momento affettivo: mostra il sacramento dell’amore umano che diventa segno dell’amore divino. In quel tocco di labbra e in quello sguardo luminoso, la grazia comincia a fiorire. Dal loro bacio nascerà Maria, l’Immacolata, e attraverso di lei verrà nel mondo il Redentore. È come se Dio stesso avesse scelto di entrare nella storia attraverso un gesto d’amore tra due sposi santi.

Nell’arte di Giotto, non c’è nulla di sdolcinato. Il bacio di Anna e Gioacchino è casto, composto, ma pieno di calore. È il primo bacio coniugale veramente cristiano, perché unisce il cuore umano alla volontà divina. Non è possesso, ma dono. Non è passione che divora, ma fuoco che purifica. È la testimonianza che anche la tenerezza coniugale — quella più umana, più quotidiana — può essere luogo della grazia. La Chiesa insegna che il matrimonio è sacramento: segno visibile di una realtà invisibile, partecipazione all’amore stesso di Cristo per la Chiesa. Guardando Anna e Gioacchino, comprendiamo che questa verità non è un concetto astratto, ma un’esperienza viva. Loro ci ricordano che ogni gesto di amore fedele tra marito e moglie è liturgia domestica, un atto di culto che unisce Cielo e terra.

In un tempo che confonde l’amore con il desiderio, Giotto ci restituisce il suo vero volto: l’amore come vocazione alla santità. Anna e Gioacchino non si baciano per sé stessi, ma in Dio e per Dio. È un amore che genera vita non solo biologica, quanto piuttosto spirituale. In quel bacio sono custodite la speranza di ogni coppia sterile, la consolazione di ogni matrimonio provato, la promessa che nulla è impossibile a Dio quando l’amore è vero e fedele. Ogni coppia cristiana, guardando quel dipinto, può ritrovare la propria storia: le attese, le lacrime, le riconciliazioni, le benedizioni. Perché anche oggi Dio continua a far nascere miracoli nelle famiglie che credono, nelle unioni che restano salde, nei cuori che sanno perdonarsi e ricominciare. Questo primo bacio coniugale cristiano, dunque, non è solo un episodio del passato: è un’icona di speranza per il presente. È l’immagine di ogni sposo e di ogni sposa che, guardandosi negli occhi, riconoscono l’altro come dono di Dio e non come diritto. È il simbolo di un amore che sa inginocchiarsi e dire: «Grazie, Signore, per la vita che ci affidi, per la gioia che ci unisce, per la croce che ci purifica».

Il matrimonio cristiano, quando è vissuto così, diventa un sacramento che parla il linguaggio della tenerezza. E quel linguaggio, il mondo riesce comunque a percepirlo, anche quando ha dimenticato tutto il resto. Il bacio di Anna e Gioacchino è più che un’immagine: è Buona Novella dipinta. Racconta che la santità non è assenza d’amore umano, ma il suo compimento. È Dio che benedice un abbraccio, che rende feconda una promessa, che trasforma l’attesa in canto di gioia. Nel loro bacio, l’amore coniugale trova la sua origine e il suo destino: nascere da Dio, vivere per Dio, e condurre a Dio. Perché, in fondo, ogni vero amore cristiano è un’eco di quel primo bacio, alla Porta d’Oro, quando il Cielo e la terra si sono incontrati.

Fabrizia Perrachon

Dal Chicco alla spiga” è il primo cammino cattolico di preghiera, speranza, guarigione ed elaborazione dal lutto da aborto spontaneo, COMPLETAMENTE GRATUITO, con dodici appuntamenti serali online da settembre a dicembre più incontro finale in presenza. Iscriversi alla seconda edizione di “Dal Chicco alla spiga” è semplicissimo!!! Basta cliccare questo link. “Battiti d’amore vero”: testo di Fabrizia Perrachon, voce e musica di Marco Mammoli, realizzazione artistica di Michele Rosati. LA PRIMA CANZONE D’AMORE PER I BAMBINI NATI IN CIELO! Ascoltatela, cantatela, imparatela e diffondetela da questo link. Per acquistare i miei libri clicca qui. Desideri offrirmi un caffè, un cappuccino o una spremuta? Clicca qui! Mi darai una mano fondamentale nel sostenere tutte le mie numerose attività di evangelizzazione e diffusione della speranza cristiana! Grazie davvero dal profondo del cuore. Fabrizia

Bisognosi ma salvi

“Bisognosi ma salvi” è forse una delle definizioni più vere della condizione umana davanti a Dio. Bisognosi, perché nessuno si salva da sé. Bisognosi di grazia, di perdono, di pazienza, di una misericordia che ci preceda quando cadiamo e ci rialzi quando ci sentiamo perduti. Ma salvi, perché Cristo ha già aperto la strada, e la Chiesa ci insegna che anche la nostra povertà, se consegnata a Lui, può diventare luogo di redenzione. Il purgatorio stesso, così spesso frainteso, è il segno più luminoso di questa verità: non è il rifiuto di Dio, ma il suo ultimo gesto d’amore, il fuoco che purifica ciò che è ancora incompiuto affinché l’anima possa entrare nella gioia perfetta.

Il 16 luglio la Chiesa alza gli occhi verso Maria con un titolo che profuma di silenzio, di fedeltà, di promessa: la Beata Vergine del Carmelo. In questo giorno, antichissimo e tenerissimo, il cuore dei fedeli si stringe alla Madre che veglia sul cammino terreno e, con particolare misericordia, sulle anime che attendono la piena luce del Cielo. La tradizione cattolica la venera infatti come speciale patrona e consolatrice delle anime del purgatorio, la Madre del Suffragio che non dimentica nessuno dei suoi figli, neppure quelli che stanno ancora attraversando l’ultima purificazione dell’amore. La memoria liturgica del 16 luglio custodisce proprio questa speranza: Maria non lascia sola l’anima bisognosa, ma la accompagna verso la salvezza definitiva.

La Madonna del Carmelo, che nella devozione popolare viene raffigurata mentre tende la mano alle anime purganti, ci ricorda che la salvezza è sempre relazione. Nessuno arriva al Cielo da solo. Siamo salvati da Cristo dentro una trama di comunione: la preghiera dei santi, l’intercessione di Maria, il suffragio della Chiesa, l’amore di chi resta sulla terra. Questa stessa logica di comunione si riflette in modo mirabile nel matrimonio cristiano.

Esso, infatti, non è soltanto un patto umano, né soltanto il luogo degli affetti, della casa e dei figli. È una via di santificazione reale, concreta, quotidiana. È uno strumento di Dio per la salvezza dei coniugi. Là dove il mondo vede soltanto convivenza, il Vangelo vede un altare nascosto. Là dove la sensibilità moderna cerca l’autorealizzazione, la fede riconosce una scuola di dono. Due sposi, nel sacramento, ricevono la grazia non solo di amarsi, ma di condursi reciprocamente in Paradiso.

Come Maria prende per mano le anime bisognose e le conduce oltre il fuoco purificatore, così nel matrimonio ogni coniuge è chiamato a diventare per l’altro una mano tesa verso il Cielo. Il marito salva la moglie non nel senso “orgoglioso” del termine, ma nel senso evangelico della carità. Pregando per lei, sopportandola nelle fragilità, incoraggiandola nella fede, custodendo la sua dignità, offrendole il perdono quando cade. E la moglie salva il marito nello stesso modo, con quella sapienza silenziosa che sa trasformare la vita ordinaria in liturgia domestica.

Le piccole mortificazioni di ogni giorno, le rinunce nascoste, le ferite perdonate, i sacrifici fatti senza applausi, le notti vegliate accanto a un dolore, le incomprensioni attraversate senza fuggire: tutto questo, nel matrimonio vissuto in Cristo, diventa materia di redenzione. È come se Dio prendesse la polvere dei giorni e ne facesse oro eterno. Gli sposi imparano lentamente che amarsi non significa trovare qualcuno che riempia i propri vuoti, ma offrire a Dio i propri vuoti perché li trasformi in spazio di grazia per l’altro.

In questa prospettiva, anche la fragilità del matrimonio acquista un significato nuovo. Gli sposi non sono santi perché perfetti, ma perché perseverano. Sono bisognosi, e proprio per questo possono essere salvi. Hanno bisogno ogni giorno di ricominciare, di chiedere scusa, di lasciarsi educare dalla croce. Ma il sacramento agisce nel profondo come una sorgente nascosta: quando tutto sembra consumarsi nella fatica, la grazia continua a lavorare. Il matrimonio diventa così una sorta di purgatorio d’amore già sulla terra, non come pena, ma come lenta purificazione dell’egoismo, fino a imparare il linguaggio di Cristo che ama fino alla fine.

La Madonna del Carmelo, patrona delle anime del purgatorio, insegna agli sposi proprio questa speranza: che nessun amore offerto a Dio va perduto. Anche le lacrime di una moglie per la conversione del marito, anche la fedeltà di un marito nelle stagioni aride dell’amore, anche il dolore condiviso quando la vita ferisce, diventano preghiera che salva. Il matrimonio, allora, è uno dei “luoghi” in cui comprendiamo meglio cosa significhi essere “bisognosi ma salvi”: poveri di forze, ma ricchi di grazia; segnati dai limiti, ma custoditi dalla promessa di Dio. E allora il 16 luglio, sotto il manto della Vergine del Carmelo, gli sposi possono riconoscere la loro vocazione più profonda: non semplicemente vivere insieme, ma camminare insieme verso la santità. Non solo costruire una famiglia, ma edificare un piccolo tratto di Cielo sulla terra. Non soltanto condividere il tempo, ma prepararsi reciprocamente all’eternità.

Alla fine, questo è l’amore cristiano: due anime che, tenendosi per mano, attraversano le prove della vita senza smettere di guardare Dio. Bisognosi, sì. Ma proprio per questo, se restano sotto il manto di Maria e dentro la grazia del sacramento, meravigliosamente salvi.

Fabrizia Perrachon

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Papa Leone, il chicco e la spiga

L’estate è una stagione meravigliosa, per il corpo e per l’anima. Le lunghe giornate di sole sembra ci ridiano il gusto di vivere. Cieli azzurri, tramonti spettacolari, mare o monti, vacanze, tempo libero. E quei profili dorati – le spighe ondeggianti nei campi con il vento – che ci fanno domandare: «Se il mondo può essere così bello, allora cosa sarà il Paradiso?».

Queste descrizioni non sono solo belle cartoline o romantici sfondi per post social acchiappa link. Sono immagine bibliche, care al cuore e al linguaggio di Gesù. La tradizione cattolica ne ha pienamente colto il senso di eternità che portano con sé e ne ha parlato persino Papa Leone. Nel suo primo discorso “Urbi et orbi” del 5 aprile 2026, solennità della Santa Pasqua di resurrezione, ha affermato: “La forza con cui Cristo è risorto è totalmente non violenta. È simile a quella di un chicco di grano che, marcito nella terra, cresce, si apre un varco tra le zolle, germoglia e diventa una spiga dorata”.

“Dal Chicco alla spiga”, dunque. Proprio come il cammino cattolico di preghiera, speranza, elaborazione e guarigione dal lutto da aborto spontaneo che, per la seconda volta, mio marito ed io proponiamo anche quest’anno. A Dio piacendo, i mesi da settembre e dicembre ci vedranno camminare assieme con Gesù e con molti genitori che hanno tanto – davvero tanto – bisogno di consolazione dopo la morte di un figlio nel grembo.

Chi ci conosce lo sa: quattordici anni fa ci siamo passati. Se non fosse stato per Dio, non saremmo “usciti bene” da qual dolore lancinante. “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”, il passo dell’Apocalisse che suona come una promessa, è l’altra faccia dal chicco che diventa spiga dorata. La visione cattolica del lutto prenatale nasce proprio da questa speranza: nessuna vita, per quanto breve e nascosta agli occhi del mondo, è insignificante davanti a Dio. Il bambino atteso non è mai veramente perduto in quanto è una persona amata dal Padre, custodita nel suo mistero di misericordia. Il dolore dei genitori non viene negato né minimizzato; al contrario, la Chiesa lo accoglie e lo riconosce come il lutto per una vita reale, per un figlio reale.

La fede non cancella le lacrime, ma le illumina con la certezza che l’amore non è perso né sciupato e che la morte non ha la parola definitiva. Nel cuore della ferita può germogliare, lentamente, una speranza nuova: quella di un Dio che sa trasformare il seme caduto nella terra in una vita feconda e che, anche attraverso il mistero della sofferenza, continua a ripetere: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose». Ma tu fidati di Me! Tu affidati a Me! O, come potentemente affermava San Giovanni Paolo II: “Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo”.

In questa seconda edizione – tutta online più ritiro finale in presenza – di “Dal Chicco alla spiga”, saranno con noi tanti ospiti; doni meravigliosi di un Dio sovrabbondantemente meraviglioso, che non solo accoglie e consola, ma ci fa resuscitare dai dolori più acuti. In che senso? Rinascere da una ferita profonda significa donare agli altri ciò che si è ricevuto: nuova forza, nuova consapevolezza, nuova dolcezza, nuova speranza. “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8) ci ha detto Gesù. Ecco perché “Dal Chicco alla spiga” è un regalo, per tutti. Perché l’amore di Dio, per primo, è così!

Se anche il vostro cuore custodisce il nome di un figlio mai dimenticato, venite a percorrere con noi “Dal Chicco alla Spiga”: è un cammino per chi cerca uno spazio dove il proprio dolore possa essere accolto senza giudizio, illuminato dalla preghiera e sostenuto dalla fraternità. È un tempo donato per riconsegnare a Dio le domande, le ferite, i sensi di colpa e i silenzi che spesso accompagnano il lutto prenatale. Perché il chicco che cade nella terra non scompare: muore per portare frutto. E anche il cuore ferito, quando si lascia raggiungere dall’amore di Cristo, può tornare a respirare, a sperare e a vivere. Venite: insieme scopriremo che Dio non cancella la nostra storia, ma la trasfigura, e che dall’inverno del dolore può davvero nascere una spiga dorata.

Fabrizia Perrachon

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Solo perché è la moglie di un calciatore

«Solo perché è la moglie di un calciatore». Quante volte abbiamo letto, ascoltato e – forse – anche detto una frase così? «È sempre al centro del gossip, solo perché è la moglie di un calciatore». «Ha i vestiti, i gioielli, le scarpe e le borse costose e griffate solo perché è la moglie di un calciatore». «Non lavora, non fatica ma è piena di soldi solo perché è la moglie di un calciatore». «Ha un fisico pazzesco e può allenarsi quando vuole solo perché è la moglie di un calciatore». E potremmo andare avanti all’infinito. È addirittura stato coniato un termine specifico per identificarle: WAGS. Ossia Wifes And Girlfriends. Già, le WAG: onnipresenti nei rotocalchi e nei social, protagoniste del jet-set, delle pubblicità, dei brand di lusso.

Eppure, è proprio da una WAG che è arrivata una lezione di vita enorme e gigantesca. Si chiamava Andrea, ed era la moglie del calciatore venezuelano Héctor Bello. Aveva una vita, dei sogni, una famiglia. E soprattutto aveva una figlia di appena un anno, il suo piccolo tesoro. Poi la terra ha tremato. Il Venezuela è stato scosso dalla violenza del terremoto anzi, dei terremoti. Due scosse violentissime a distanza di nemmeno un minuto. In pochi secondi il mondo di tante famiglie è crollato. Muri, case, certezze. In quei momenti non c’è il tempo di pensare, di calcolare, di riflettere. C’è solo l’istinto più profondo che abita il cuore umano. E nel cuore di una madre vive una legge che nessuna teoria è mai riuscita a spiegare fino in fondo: dare la vita per i propri figli.

Quando tutto intorno cadeva, Andrea ha compiuto il gesto più grande che un essere umano possa compiere: ha protetto la sua bambina con il proprio corpo. Ha fatto scudo con sé stessa. Ha trasformato il suo abbraccio nell’ultimo rifugio per quella creatura di un anno che aveva messo al mondo. La piccola, fisicamente, si è salvata. Lei no. Esiste qualcosa di più smisurato di questo?

La domanda attraversa il Vangelo e trova una risposta nelle parole di Gesù: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13). Andrea non è morta per un ideale astratto. Non è morta per la gloria, per il successo, per il denaro. Quella gloria, quel successo e quel denaro che ci dà tanto fastidio nelle WAG. Quella gloria, quel successo e quel denaro che tanto invidiamo alle WAG. Per Andrea, in quel momento, non erano nulla. Meno di zero. Andrea è morta per amore. Ha compiuto, nel silenzio e nel terrore di un terremoto, ciò che il cristianesimo indica da duemila anni come la forma più alta della vita: il dono totale di sé.

Per questo la sua storia ci commuove così profondamente. Perché ci ricorda una verità che il rumore del mondo spesso cerca di soffocare: il valore di una persona non si misura dai follower, dai vestiti che indossa, dal conto in banca o dal cognome che porta. Andrea non era “solo la moglie di un calciatore”. Era una madre. Era una sposa. Era una donna capace di amare fino all’estremo. E in quell’istante terribile è diventata un’immagine vivente di quell’amore che Cristo ha mostrato sulla croce: un amore che si consegna perché un altro possa vivere.

Quante volte giudichiamo le persone dalla superficie. Quante volte etichettiamo, semplifichiamo, riduciamo una vita a uno stereotipo. Le WAG, diciamo. Come se dietro quella sigla non ci fossero persone vere, con le loro paure, le loro fragilità, le loro virtù nascoste. Poi arriva una storia come questa e ci obbliga a fermarci. Perché davanti a una madre che dona la propria vita per la figlia cadono tutte le categorie, tutti i pregiudizi, tutte le ironie, tutte le etichette, tutte le maschere.

Resta soltanto il mistero dell’amore. Un amore che sa farsi sacrificio. Un amore che sa dire, senza parole: «Prendi la mia vita, purché tu possa avere la tua». Forse è questo il messaggio più grande che Andrea lascia al mondo. Gli eroi, molto spesso, non indossano una divisa o una corona da sovrani. A volte indossano i vestiti semplici di una madre e stringono al petto una bambina di un anno mentre il mondo crolla. E mentre tanti la ricorderanno come la moglie di un calciatore, il Cielo – ne siamo certi – la conosce con il suo vero nome, quello più bello: madre. Una madre che, in tutti i sensi, ha donato la sua vita alla figlia, fino all’ultimo, fino all’estremo, con amore e per amore

L’eterno riposo, Andrea, e grazie per il tuo esempio! Ci fa dire che nel mondo non ci sono solo buio e male. C’è ancora tanto Bene! E il Bene, quando donato per la salvezza altrui, diventa testimonianza e profumo di Paradiso.

Fabrizia Perrachon

Battiti d’amore vero”: testo di Fabrizia Perrachon, voce e musica di Marco Mammoli, realizzazione artistica di Michele Rosati. LA PRIMA CANZONE D’AMORE PER I BAMBINI NATI IN CIELO! Ascoltatela, cantatela, imparatela e diffondetela da questo link. Per acquistare i miei libri clicca qui. Desideri offrirmi un caffè, un cappuccino o una spremuta? Clicca qui! Mi darai una mano fondamentale nel sostenere tutte le mie numerose attività di evangelizzazione e diffusione della speranza cristiana! Grazie davvero dal profondo del cuore. Fabrizia

45 anni d’amore

Quarantacinque anni. Un numero che, nella prospettiva umana, indica maturità. E che, in quella di Dio, racconta solo l’inizio di un amore che non smette di fiorire. Dal 25 giugno 1981, quando la Regina della Pace apparve per la prima volta a sei giovani nel piccolo villaggio di Medjugorje, il mondo ha visto accendersi una sorgente di grazia che continua a scorrere — silenziosa ma instancabile — nei cuori di milioni di pellegrini.

Medjugorje è diventata una parola che profuma di conversione, di riconciliazione, di preghiera. Ma è anche, sorprendentemente, una parola che parla d’amore umano: quante coppie si sono conosciute ai piedi del Podbrdo, durante un rosario, davanti all’Eucaristia, o in fila per la confessione? Quanti fidanzati, arrivati da soli con uno zaino e mille domande, sono tornati a casa con la certezza di un cammino da percorrere insieme? Ecco perché oggi, nel 2026, mentre celebriamo i 45 anni delle apparizioni di Medjugorje, possiamo dire che questa storia non è solo un racconto di fede: è anche una storia di amori nati dal Cielo, amori benedetti dalla Madonna e cresciuti all’ombra del suo manto.

Tra questi, ci siamo anche mio marito ed io, che ci siamo incontrati per la prima volta proprio a Medjugorje, nell’agosto 2004, durante il meraviglioso Festival dei giovani. E non solo: anche molte coppie di nostri amici hanno fatto altrettanto! Perché Medjugorje è una scuola di tenerezza divina. Tra la preghiera e la penitenza, tra la fatica del monte e la dolcezza del Santissimo, i cuori imparano di nuovo a vedere. E quando due sguardi si incontrano lì — purificati dal perdono, accesi dal desiderio di Dio — l’amore che nasce non è solo umano, ma redento, guarito, trasfigurato. Tanti matrimoni sono cominciati proprio così: due pellegrini che si ritrovano sotto lo stesso cielo, a recitare insieme il Rosario, e scoprono che la pace non è solo un dono da ricevere, ma un cammino da vivere a due. In quei momenti, il messaggio di Medjugorje prende carne: “Pregate, digiunate, credete, amate.” È un programma di vita che non riguarda solo il mondo intero, ma anche la piccola chiesa domestica che è la famiglia.

Maria, a Medjugorje, non ha mai smesso di ricordare che l’amore vero nasce nella preghiera e si conserva nella grazia. Gli sposi che si sono conosciuti lì, che hanno fondato la loro unione sull’Eucaristia e sulla confessione frequente, sanno che il matrimonio non è una favola romantica, ma una missione. È la vocazione a rendere visibile sulla terra l’amore stesso di Dio. È il prolungamento concreto dell’altare nella vita quotidiana: due mani che si stringono per sempre davanti a Cristo e diventano strumento della sua pace nel mondo. Ogni famiglia nata a Medjugorje è, in fondo, un piccolo santuario della Regina della Pace. È la prova vivente che la Madonna non viene solo per parlare: viene per generare. Generare fede, speranza, amore; generare figli che portano la luce nelle tenebre, e famiglie che diventano rifugio di misericordia in un mondo smarrito, “buio e perso”, come Maria stessa ha detto più volte.

Nel 2026, mentre la Chiesa guarda con stupore a quarantacinque anni di frutti spirituali, possiamo guardare anche a quei frutti umani che rivelano lo stesso mistero di Dio: l’amore che nasce, cresce e salva. Ogni anniversario non è solo memoria, ma chiamata: chiamata a rinnovare il “sì” di Maria, a dire ancora una volta “fiat” anche nei matrimoni, nelle famiglie, nelle comunità. Forse la forza di Medjugorje è proprio questa: insegnarci che il Cielo è vicino, che l’amore vero non si improvvisa ma si costruisce nella grazia, e che la pace promessa da Maria comincia proprio lì, nel cuore di una coppia che prega insieme, perdona insieme, e insieme cammina verso Dio. Perché l’amore vero — quello benedetto, custodito, crocifisso e risorto — è l’unica cosa che il tempo non consuma. È il miracolo più grande che Maria continua a compiere, da quarantacinque anni, nel cuore dei suoi figli.

Fabrizia Perrachon

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Perché si chiama “luna di miele”?

C’è un’espressione che, da sola, accende immagini di tenerezza, promesse e panorami mozzafiato: luna di miele. Non è soltanto un modo di dire romantico. È un frammento di storia, di antropologia, di fede. È il simbolo di un inizio che vuole essere dolce, custodito, benedetto. Ma perché si chiama “luna di miele”?

L’espressione affonda le radici nel mondo antico. In diverse culture europee, dopo le nozze, gli sposi bevevano per un ciclo lunare – circa un mese – una bevanda a base di miele. Alimento prezioso e incorruttibile, era simbolo di dolcezza, fecondità e prosperità. La luna, con il suo ciclo, richiamava il tempo della fertilità e il ritmo della vita. Il termine inglese honeymoon compare già nel Medioevo: indicava quel primo mese in cui l’amore è intenso, luminoso, quasi irreale, ma anche fragile come la luna che cresce e cala. La tradizione germanica parlava proprio di un periodo di trenta giorni in cui si offriva agli sposi una bevanda al miele per augurare una vita feconda e gioiosa.

Per i cristiani, la luna di miele non è soltanto un residuo pagano trasformato. È l’immagine della Grazia sa appena ricevuta. È il tempo in cui l’uomo e la donna, uniti nel sacramento del Matrimonio, imparano a riconoscere la presenza di Dio nella loro intimità. Non solo viaggio, non solo riposo, ma piuttosto rivelazione e custodia dell’amore, umano e divino insieme.

La Scrittura parla spesso di miele come segno della promessa: l’espressione “terra dove scorrono latte e miele” compare per ben venti volte. Interessante! Il miele è dolcezza, ma anche nutrimento. È il gusto della fedeltà di Dio. La luna, invece, riflette la luce del sole, non brilla di luce propria. Così è l’amore umano: non è autosufficiente, ma riflette la luce dell’Amore che è Dio. La luna di miele, allora, diventa metafora della coppia che riflette la luce di Cristo, Sole che non tramonta. Nel sacramento del Matrimonio, gli sposi diventano segno visibile dell’amore di Cristo per la Chiesa. Il viaggio di nozze è il primo passo di questa missione: un tempo separato, quasi “liturgico”, in cui si custodisce l’alleanza appena pronunciata.

È un dato noto che in Italia, come nella gran parte dell’Occidente, il numero dei matrimoni sia calato negli ultimi decenni. Cambiano le abitudini, si posticipano le scelte definitive, aumentano le convivenze. Eppure, c’è qualcosa che resiste, quasi intoccabile: il viaggio di nozze. Si può ridurre il numero degli invitati, semplificare il ricevimento, scegliere un abito meno sfarzoso. Ma la luna di miele resta. È come se, anche in una società disincantata, si avvertisse che quell’inizio ha bisogno di uno spazio sacro.

E non è solo romanticismo: è anche tutela giuridica, un diritto garantito per legge. Nel nostro ordinamento, il lavoratore che si sposa ha diritto al congedo matrimoniale. La disciplina generale è prevista da un decreto che – pensate – risale ben al 1937! Oggi, per la maggior parte dei lavoratori dipendenti, i contratti collettivi prevedono quindi giorni di congedo matrimoniale retribuito, generalmente da fruire in modo continuativo entro un certo termine dalla celebrazione. Questo diritto è ulteriormente regolato e armonizzato attraverso la normativa lavoristica vigente e la contrattazione collettiva nazionale. È significativo: lo Stato riconosce che il matrimonio merita tempo! Tempo sottratto alla produttività. Tempo protetto. Tempo dedicato all’inizio di una nuova famiglia. In un’epoca che monetizza tutto, il fatto che il viaggio di nozze sia, di fatto, garantito da un diritto al congedo retribuito, è una dichiarazione culturale potente: l’amore stabile è un bene sociale.

Ma perché è così importante questo tempo? Perché il matrimonio non è solo una festa di un giorno. È un sacramento che apre un cammino. E ogni cammino ha bisogno di un primo tratto vissuto senza interferenze. La luna di miele è il tempo in cui due storie diventano una sola storia, per la prima volta nel, con e per il sacramento ricevuto. È il tempo delle prime preghiere insieme da marito e moglie. Delle prime decisioni condivise. Dei primi silenzi che non fanno paura. È il tempo in cui gli sposi imparano che l’amore non è solo emozione, ma scelta quotidiana. Che la dolcezza del miele deve attraversare anche le future fatiche. Che la luce della luna può affievolirsi, ma che la Grazia resta.

Il fatto che il numero dei matrimoni diminuisca non significa che il desiderio di amore fedele sia scomparso. Anzi. Forse proprio perché è raro, è ancora più prezioso. E la luna di miele è come se fosse una profezia della fedeltà. Una profezia che dice quanto valga la pena di promettersi per sempre!  Una profezia che dice quanto l’amore abbia bisogno di essere celebrato, custodito, difeso! Una profezia che dice quanto il “per sempre” non sia una prigione quanto un bellissimo orizzonte, cui guardare insieme!

Fabrizia Perrachon

Battiti d’amore vero”: testo di Fabrizia Perrachon, voce e musica di Marco Mammoli, realizzazione artistica di Michele Rosati. LA PRIMA CANZONE D’AMORE PER I BAMBINI NATI IN CIELO! Ascoltatela, cantatela, imparatela e diffondetela da questo link. Per acquistare i miei libri clicca qui. Desideri offrirmi un caffè, un cappuccino o una spremuta? Clicca qui! Mi darai una mano fondamentale nel sostenere tutte le mie numerose attività di evangelizzazione e diffusione della speranza cristiana! Grazie davvero dal profondo del cuore. Fabrizia

Sposi: immagine del Sacro Cuore di Gesù per le strade del mondo

Voi sposi siete il Sacro Cuore di Gesù vivente per le strade del mondo”. Già solo questa frase farebbe, da sola, l’intero articolo. Alla vigilia del giorno dedicato a “quel Cuore che ha tanto amato gli uomini”, come si sentì dire Santa Maria Margherita Alacoque, lasciamoci coccolare da questa dichiarazione sorprendente. È sempre Don Renzo Bonetti ad avercela regalata, al ritiro finale della seconda edizione della Scuola Nuziale, a Loreto a fine maggio. Già, ma, cosa significa, veramente, essere il Sacro Cuore di Gesù vivente per le strade del mondo? Come avviene questa chiamata? Qual è la nostra responsabilità? In che modo rendere possibile – e coerente – tutto questo?

Immagina di camminare per le strade trafficate della tua città. In mezzo al rumore dei motori, alla fretta dei passanti e agli sguardi bassi incollati sugli smartphone, incroci una coppia di sposi. Forse si tengono per mano, forse stanno condividendo un gesto semplice, una parola distratta, o forse portano insieme il peso di una giornata faticosa. Cosa vedi in loro? La sociologia ci direbbe che vedi il nucleo della società; la psicologia, un legame affettivo. Ma la teologia cattolica fa un balzo infinito, vertiginoso, che toglie il fiato. Con un’intuizione profonda, Don Renzo Bonetti ha condensato questo mistero in una frase che scuote le fondamenta del quotidiano: “Voi sposi siete il Sacro Cuore di Gesù vivente per le strade del mondo”. Non si tratta di una metafora poetica o di un complimento romantico. È un’affermazione di un realismo teologico sconvolgente. Gli sposi cristiani non sono semplicemente chiamati a “imitare” Gesù: essi sono il Suo Cuore che pulsa visibilmente nel bel mezzo della storia umana.

Per comprendere l’immensità di questa frase, dobbiamo prima entrare nel mistero del Sacro Cuore di Gesù. Nella tradizione e nell’iconografia cattolica, il Cuore di Cristo non è un simbolo statico o sdolcinato. È un cuore fiammeggiante, circondato di spine e squarciato da una ferita. Questo Cuore è la sorgente stessa della Redenzione, l’oceano da cui scaturiscono tutti i Sacramenti. Ed è qui che il mistero del Sacro Cuore si aggancia, in modo quasi incredibile, alla vita di una coppia di sposi. Nel giorno del Matrimonio, l’amore umano tra un uomo e una donna viene letteralmente “rapito” dalla grazia divina. Attraverso il Sacramento, Gesù fa agli sposi un dono audace: prende il Suo Cuore e lo innesta nel loro legame. Da quel momento, il modo di amarsi degli sposi riceve la stessa “frequenza di battito” del Cuore di Cristo.

Gli sposi diventano il Sacro Cuore vivente perché la loro quotidianità riflette esattamente la teologia di quel Cuore divino. L’amore sponsale è un Amore di carne tra le strade. Le persone, oggi, non cercano definizioni teologiche di Dio; cercano di vederLo. E dove possono farlo? Lo vedono quando due sposi si perdonano, quando si accolgono nella stanchezza, quando crescono i figli, quando si guardano con tenerezza dopo anni di battaglie. Quello è il Cuore di Gesù che ama attraverso braccia, baci e parole umane. L’amore sponsale è spine e perdono. In ogni matrimonio ci sono le spine. Ci sono i difetti dell’altro, le ferite reciproche, le incomprensioni. Ma quando gli sposi decidono di non arroccarsi nel proprio orgoglio e scelgono di perdonarsi, stanno mostrando al mondo il Cuore squarciato di Gesù, che guarisce le ferite trasformandole in feritoie di luce. L’amore sponsale è darsi nel quotidiano. L’amore coniugale è un fuoco che consuma l’egoismo. Dire “sì” all’altro ogni mattina, nelle gioie e nei dolori, nella salute e nella malattia, significa vivere la stessa dinamica del Venerdì Santo e della Pasqua: morire a se stessi perché l’altro abbia la vita.

Cari sposi, questa consapevolezza è la fine della noia e della mediocrità. Quando sparecchiate la tavola, quando gestite il bilancio familiare con fatica, quando vi stringete la mano in un momento di dolore, voi non state solo portando avanti la vostra vita. Voi state permettendo a Cristo di camminare ancora nella storia. Il mondo ha un disperato bisogno di vedere che l’amore fedele, eterno e misericordioso è possibile. Ha bisogno di vedere che il Sacro Cuore non è relegato tra le pagine di un libro di devozione o confinato in una statua di gesso, ma è vivo, respira, sorride e si commuove lungo i marciapiedi delle nostre città, nei supermercati, negli uffici. Voi siete quel Cuore. Noi siamo quel Cuore. Se scegliamo Lui come modello, fine e meta, diventiamo l’avamposto della tenerezza di Dio nel mondo. Non dobbiamo aver paura della nostra fragilità, perché è proprio dentro i nostri limiti che il Sacro Cuore di Gesù sceglie, ogni giorno, di continuare a battere per l’umanità. Noi dobbiamo volerLo, dobbiamo dirGli sì. Al resto ci pensarà “quel Cuore che ha tanto amato gli uomini” … e gli sposi!

Fabrizia Perrachon

Battiti d’amore vero”: testo di Fabrizia Perrachon, voce e musica di Marco Mammoli, realizzazione artistica di Michele Rosati. LA PRIMA CANZONE D’AMORE PER I BAMBINI NATI IN CIELO! Ascoltatela, cantatela, imparatela e diffondetela da questo link. Per acquistare i miei libri clicca qui. Desideri offrirmi un caffè, un cappuccino o una spremuta? Clicca qui! Mi darai una mano fondamentale nel sostenere tutte le mie numerose attività di evangelizzazione e diffusione della speranza cristiana! Grazie davvero dal profondo del cuore. Fabrizia

Sposi fecondi, non solo tre giorni

La coppia cristiana contiene il potenziale atomico dell’amore di Cristo“. Non si ascolta, o legge, tutti i giorni un’affermazione così, vero? È una delle tante perle con cui, domenica scorsa, Don Renzo Bonetti ha infiammato i nostri cuori durante la sua catechesi. Sì perché, lo scorso fine settimana, da venerdì 29 a domenica 31 maggio, si è svolto il ritiro finale in presenza dell’edizione 2026 della Scuola Nuziale. Abbiamo già parlato, in questo blog e non solo, di cosa sia questa “scuola online per un matrimonio felice”. La prima nel suo genere ad occuparsi di tutti – ma proprio tutti – gli aspetti della vita sponsale.

Questo è stato il secondo anno, di frequenza e di ritiro. Per la seconda volta centinaia di famiglie si sono ritrovate per festeggiare. Ma cosa esattamente? Il primo vero ponte estivo? Una mini fuga dalla routine prima delle vacanze vere e proprie? Un “non si sa bene cosa, basta stare insieme e fare quattro chiacchiere”? No, decisamente no. Ci siamo ritrovati per festeggiare la bellezza, la pienezza e la profondità del matrimonio cristiano.

“La fecondità degli sposi” è stato ciò non tanto, e non solo, su cui ci siamo concentrati nei giorni scorsi, ma la missione scritta nel nostro DNA di coniugi cristiani, che forse conosciamo ancora troppo poco. Non si è fecondi solo tre giorni all’anno, a Loreto! Ma sempre, dovunque e comunque, ma se e solo se siamo innestati alla vera vite che è Cristo.

Un eccezionale, emozionante ed emozionato Don Renzo, ci ha ricordato che “Gli sposi partecipano al mistero della Trinità, nell’unità e nel fecondo amore” per diventare “protagonisti dell’umanità“. E ancora: “Se c’è unità c’è fecondità, se non c’è unità non c’è fecondità“. Il bello del ritrovarsi, dello stare insieme, del pregare insieme, dell’abbracciarsi, del passare tempo insieme e, perché no, del commuoversi insieme, niente sarebbero e a poco varrebbero se terminassero con il treno che ti riporta a casa. O dopo l’ennesima coda in autostrada. Sarebbero un’evasione estetica e basta. Bello, sì, ma sterile; che è appunto il contrario di fecondo.

La vetta dell’unità della coppia di raggiunge nella Comunione Eucaristica, nel Pane consacrato. Gesù si unisce all’unità della coppia per dare bellezza a lui e a lei“, ha detto anche il caro Don Renzo. In quel momento sublime – quando, cioè, Gesù è vivo e presente – non sono più soltanto due sposi che si amano con le loro forze umane, ma due cuori che accolgono Cristo vivo e presente. Gesù entra nella loro alleanza, abita la loro comunione e la trasfigura dall’interno.

L’Eucaristia è il luogo dove l’amore umano incontra l’Amore divino. È lì che le fragilità diventano occasione di grazia, le ferite trovano consolazione, i limiti si aprono alla misericordia. Quando marito e moglie si nutrono dello stesso Pane di Vita, non ricevono soltanto un sacramento: ricevono Colui che li ha chiamati ad essere “una sola carne” e che ogni giorno rinnova in loro la capacità di donarsi, perdonarsi e ricominciare.

Le parole di Don Renzo ci ricordano una verità meravigliosa: Gesù è bellezza che dona bellezza. Una bellezza che non è soltanto esteriore o sentimentale, ma quella che nasce dalla fedeltà e dalla presenza di Dio. È la bellezza di due anime che camminano insieme verso il Cielo, sostenute dalla grazia sacramentale. Nell’Eucaristia gli sposi scoprono che il loro amore non è soltanto un progetto umano, ma una vocazione divina. E più si lasciano nutrire da Cristo, più diventano segno vivo del Suo amore per la Chiesa. Per questo la Comunione non è solo il culmine della vita cristiana, ma anche il cuore pulsante dell’amore coniugale: lì tutto si unisce, tutto si purifica, tutto fiorisce nell’eternità di Cristo.

E si scopre, così, che la Scuola Nuziale non è un semplice corso, un semplice ritiro, una semplice seppur meravigliosa occasione di Grazia, ma un investimento intelligente,  capace di valere crediti per il Cielo. Se lo vogliamo davvero, se ci crediamo davvero.


Fabrizia Perrachon

“Battiti d’amore vero”: testo di Fabrizia Perrachon, voce e musica di Marco Mammoli, realizzazione artistica di Michele Rosati. LA PRIMA CANZONE D’AMORE PER I BAMBINI NATI IN CIELO! Ascoltatela, cantatela, imparatela e diffondetela da questo link. Per acquistare i miei libri clicca qui. Mi darai una mano fondamentale nel sostenere tutte le mie numerose attività di evangelizzazione e diffusione della speranza cristiana! Grazie davvero dal profondo del cuore. Fabrizia

Voglio esserci

Ci sono parole che non nascono per essere dette, ma per essere vissute. «Voglio esserci» è una di queste. Non è uno slogan, non è una promessa da social, non è una frase da film romantico. È una decisione che si prende nel silenzio, quando la vita smette di essere leggera e chiede autenticità. Lo spunto per questo articolo proviene da una storia vera. Un marito e una moglie, una famiglia normale, fatta di lavoro, risate, progetti, abitudini condivise. Poi un giorno arriva una diagnosi che non bussa: entra. Una malattia che cambia i ritmi, il volto, le forze, i sogni. Lei inizia a spegnersi piano, non solo nel corpo ma anche nello sguardo. E lui, davanti a quella fragilità nuova, capisce che l’amore non è più soltanto camminare insieme, ma imparare a reggere il peso dell’altro.

All’inizio ha paura. Non della fatica quanto dell’impotenza. Perché quando ami davvero qualcuno, la sofferenza dell’altro diventa anche la tua. Le notti diventano più lunghe, le giornate più lente, le preoccupazioni più grandi. In mezzo a quella tempesta interiore, lui fa una scelta che non nasce dall’eroismo, ma dal Vangelo: non scappare. Non delegare. Non trasformare l’amore in assistenza fredda. Guardarla negli occhi e dirle, senza bisogno di parole: voglio esserci. Essere presenti non significa solo curare. Significa restare quando tutto invita ad andare via. Significa lavare, nutrire, aspettare, ascoltare, stringere una mano che trema. Significa rinunciare a una parte di sé per proteggere la dignità dell’altro. È un martirio silenzioso, che non fa rumore, che accumula tesori per il Cielo.

Nel sacramento del matrimonio non ci si promette felicità eterna, ma fedeltà nella gioia e nel dolore. E quel dolore, quando arriva, non è una punizione: è una chiamata. Cristo stesso ci ha insegnato che l’amore vero non si misura quando tutto va bene, ma quando qualcuno ha bisogno di essere portato sulle spalle. Come il buon samaritano, questo marito non passa oltre. Si ferma. Si sporca le mani. Cambia i suoi piani per salvare una persona. Molti pensano che la croce sia solo sofferenza. In realtà è soprattutto comunione. Lui lo capisce giorno dopo giorno. Ogni gesto diventa preghiera. Ogni carezza è un atto di fede. Ogni fatica è un “sì” rinnovato davanti a Dio. La salvezza, molte volte, non è un miracolo spettacolare quanto la dolcezza della presenza. Scelta, voluta, vissuta. Quando una persona malata non si sente sola, qualcosa dentro ricomincia a vivere.

Ci sono giorni in cui lui crolla, piange di nascosto, si chiede perché proprio a loro. Poi torna accanto a lei, come Cristo che cade e si rialza. E in quel ritorno continuo scopre che l’amore non è un sentimento: è una scelta quotidiana. Oggi sono stanco, però resto. Oggi ho paura, però resto. «Voglio esserci» diventa, allora, una preghiera concreta. È il Vangelo vissuto in cucina, in ospedale, in una stanza silenziosa. È la santità che non finisce nei libri, ma nel cuore di chi ama fino in fondo.

In un mondo che scarta ciò che è fragile, questa storia ci ricorda che la vera forza è restare. Che l’amore cristiano non promette assenza di dolore, ma presenza dentro il dolore. Che Dio non toglie sempre la croce, ma ci insegna a portarla insieme. E forse, alla fine, «Voglio esserci» è proprio questo: scegliere ogni giorno di essere il riflesso dell’amore di Cristo nella vita di qualcuno. Anche quando costa. Anche quando fa male. Anche quando nessuno applaude. Perché chi ama davvero non dice solo “ti amo”. Dice: io resto. Sempre. E, “guarda caso”, lo stesso italiano utilizza il plurale “esserci”: il noi pur se il soggetto è l’io. Perché, nel vero amore, il soggetto è sempre a due: te e io che diventiamo un noi. Ed è così che, nel «Voglio esserci», respiriamo la vera essenza nuziale.

Fabrizia Perrachon

Battiti d’amore vero”: testo di Fabrizia Perrachon, voce e musica di Marco Mammoli, realizzazione artistica di Michele Rosati. LA PRIMA CANZONE D’AMORE PER I BAMBINI NATI IN CIELO! Ascoltatela, cantatela, imparatela e diffondetela da questo link. Per acquistare i miei libri clicca qui. Desideri offrirmi un caffè, un cappuccino o una spremuta? Clicca qui! Mi darai una mano fondamentale nel sostenere tutte le mie numerose attività di evangelizzazione e diffusione della speranza cristiana! Grazie davvero dal profondo del cuore. Fabrizia

L’amore entra anche a porte chiuse

L’amore, da dove entra? Dove, come, quando passa? Ha una porta d’ingresso privilegiata? La Parola di Dio ci insegna che l’amore entra anche a porte chiuse. C’è un’immagine del Vangelo e degli Atti degli Apostoli che non smette di commuovere il cuore della fede: il cenacolo chiuso. Le porte serrate, le finestre socchiuse, il silenzio pesante della paura. Gli apostoli raccolti insieme ma ancora feriti, smarriti, incapaci di comprendere fino in fondo la portata della Pasqua. Eppure, è proprio lì, in quello spazio sbarrato, che irrompe Dio. Lo Spirito Santo discende, come vento impetuoso e fuoco vivo, e trasforma una stanza chiusa nel grembo della Chiesa nascente.

È una delle immagini più consolanti della vita cristiana: Dio non aspetta sempre che siamo pronti. L’amore di Dio non si ferma davanti alle porte chiuse. Anzi, molto spesso sceglie proprio quelle. Entra dove noi ci siamo barricati, raggiunge le stanze interiori che abbiamo sigillato per paura, visita i luoghi della nostra vulnerabilità. Là dove l’uomo si chiude, lo Spirito apre. Là dove il cuore teme, Dio accende.

Questo mistero non riguarda soltanto gli apostoli. Riguarda in modo profondissimo anche il matrimonio. Ci sono stagioni della vita sponsale in cui le porte sembrano chiudersi. Non sempre per cattiveria. A volte per stanchezza. A volte per delusioni mai guarite. A volte per ferite antiche che uno dei due porta dentro da anni e che improvvisamente riaffiorano. A volte perché il dolore della vita, il lavoro, i figli, le preoccupazioni economiche, le incomprensioni quotidiane rendono difficile perfino parlarsi davvero. Si può vivere nella stessa casa e trovarsi in un cenacolo a porte chiuse.

Ci si ama ancora, forse, ma non si sa più come raggiungersi. Le parole non arrivano. Gli sguardi si abbassano. Le attese si accumulano come polvere sui mobili dell’anima. In quei momenti la tentazione più grande è pensare che tutto sia perduto, che la grazia non riesca più a passare, che il sacramento sia diventato un ricordo lontano. Ma è proprio qui che la fede cattolica osa pronunciare la sua parola più bella: lo Spirito Santo sa entrare anche lì.

L’amore di Dio non ha bisogno di porte aperte per iniziare a salvare. Basta una crepa. Basta una preghiera sussurrata quasi senza convinzione. Basta una lacrima nascosta sul cuscino. Basta il desiderio, magari piccolissimo, di non voler rinunciare del tutto. Lo Spirito passa attraverso queste fessure dell’anima come il vento del cenacolo, e ciò che sembrava immobile ricomincia lentamente a respirare.

La salvezza dei coniugi, in fondo, è proprio questo miracolo continuo. Non la favola di due persone sempre perfette, sempre unite, sempre luminose, ma la certezza che Dio continua a operare anche quando l’amore umano sembra essersi smarrito. Il sacramento del matrimonio custodisce una grazia che non coincide con l’emozione del momento. È una presenza viva, perseverante, paziente, che resta anche nei giorni in cui il cuore si difende dietro serrature interiori. Ci sono matrimoni in cui il Signore entra attraverso il dolore. Una malattia condivisa, una prova familiare, una perdita, una crisi inattesa possono diventare il luogo in cui ciò che era chiuso si riapre. Non perché la sofferenza sia buona in sé, ma perché Dio sa trasformare anche il limite in varco di grazia.

Altre volte entra attraverso il perdono, quel gesto umilissimo e potentissimo che rompe la logica dell’orgoglio. Una sola parola sincera, «scusa», può avere la forza del vento di Pentecoste. E altre volte ancora lo Spirito entra nel silenzio fedele di chi continua ad amare quando non riceve nulla in cambio, di chi prega per il coniuge quando l’altro non prega più, di chi custodisce la promessa fatta davanti all’altare anche nei giorni in cui quella promessa sembra attraversare il buio. Questa è la forma più alta dell’amore sponsale cristiano: credere che Dio sta lavorando anche oltre ciò che vediamo.

Il cenacolo ci insegna che le porte chiuse non sono la fine della storia. Sono spesso il luogo in cui la storia vera comincia. Gli apostoli vi entrarono impauriti e ne uscirono missionari. Allo stesso modo, molti sposi attraversano stagioni di chiusura e ne escono più veri, più umili, più uniti, perché lo Spirito ha bruciato l’orgoglio, ha purificato le attese immature, ha insegnato il linguaggio del dono. L’amore di Dio non si scandalizza delle nostre chiusure. Le conosce. Le attraversa. Le redime. E insegna ai coniugi che anche quando la relazione sembra non avere più finestre, esiste sempre un Cielo capace di entrare dal tetto.

Perché lo Spirito Santo non bussa soltanto alle porte aperte. Scende proprio dove l’uomo si è chiuso, per ricordargli che nessuna paura è più forte della grazia, e nessuna notte coniugale è così serrata da impedire a Dio di farvi nascere una nuova Pentecoste.

Fabrizia Perrachon

Battiti d’amore vero”: testo di Fabrizia Perrachon, voce e musica di Marco Mammoli, realizzazione artistica di Michele Rosati. FINALMENTE LA CANZONE E’ USCITA SU YOUTUBE! Ascoltatela, cantatela, imparatela e diffondetela da questo link. Per acquistare i miei libri clicca qui.Desideri offrirmi un caffè, un cappuccino o una spremuta? Clicca qui!Mi darai una mano fondamentale nel sostenere tutte le mie numerose attività di evangelizzazione e diffusione della speranza cristiana! Grazie davvero dal profondo del cuore. Fabrizia

Prometto di amarti sempre

Ci sono date che non si dimenticano, anche quando gli anni cominciano a passare. Il 13 maggio, per noi, è una di quelle. L’anniversario della prima apparizione di Maria Santissima a Fatima nel 1917 e l’anniversario del nostro matrimonio. Giorno in cui Dio ci ha legati con Lui e in Lui per sempre. Un legame, un sacramento, più forte del tempo, delle lacrime e delle nostre fragilità. Diciannove anni fa ci siamo detti, ma soprattutto l’abbiamo detto a Dio, “prometto di esseri fedele sempre … e amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita”. Diciannove anni fa abbiamo detto “sì” davanti all’altare. Un sì pieno di entusiasmo, di sogni, di fiducia. Ancora non potevamo sapere quanta Grazia ci sarebbe voluta per farlo crescere, custodirlo e farlo rifiorire ogni giorno. Perché la verità è che il matrimonio non è solo un cammino di sorrisi e spensieratezza, ma un pellegrinaggio attraverso le valli e le montagne della vita.

Come tutti gli sposi, anche noi abbiamo conosciuto la gioia limpida dei giorni di luce così come il dolore che piega il cuore. Abbiamo sorriso insieme e abbiamo pianto insieme. Abbiamo perso un figlio prima ancora di poterlo stringere, e in quel mistero che sembrava solo buio, abbiamo scoperto la luce della fede, quella che non chiede di capire tutto, ma di credere che Dio non abbandona mai. Quel figlio, che ora vive in Cielo, è diventato parte del nostro amore: un legame eterno, invisibile e reale, che ci spinge ogni giorno a guardare più in Alto. E ad annunciarlo al mondo intero.

Mente chi dice che ci saranno solo sorrisi e felicità. Dice il vero chi avverte che non mancheranno i momenti della fatica quotidiana, della malattia, del lutto, della sofferenza. Però è proprio lì, dove l’amore umano è messo a dura prova, che la Grazia di Dio inizia a operare. Il sacramento del matrimonio non è solo una benedizione ricevuta un giorno, ma una sorgente viva che continua a scorrere, se le lasciamo spazio. È Cristo stesso che abita nella casa degli sposi, che trasforma la routine in preghiera, la debolezza in tenerezza, la povertà in ricchezza d’anima. Ogni volta che ci prendiamo per mano dopo una lite, è Lui che ci riconcilia. Ogni volta che affrontiamo una difficoltà insieme, è Lui che cammina accanto a noi. Ogni volta che scegliamo di perdonarci, è Lui che rinnova il nostro “sì”.

La bellezza del matrimonio cristiano non sta nel non soffrire – non sarebbe reale nè possibile – ma nel non essere mai soli nel dolore. Non nel vivere senza tempeste, ma nell’avere una roccia su cui ancorarsi anche quando il mare è agitato. E quella roccia è Cristo, che non ritira mai la Sua promessa: “Io sono con voi tutti i giorni” (Mt 28, 20). Dopo diciannove anni, possiamo dire che la Grazia è più forte di tutto. Più forte del dolore, più forte della stanchezza, più forte dello sconforto. La Grazia ci ha insegnato che l’amore vero non è tanto e solo un sentimento da custodire quanto piuttosto un dono da rinnovare. È un seme che cresce anche nel terreno arido, perché ha radici nel cuore stesso di Dio.

E allora sì: siamo sposi nella gioia e nel dolore, ma sempre dentro la gioia più grande di tutte: quella dell’amore di Dio che salva e sostiene. Perché il matrimonio, vissuto come sacramento, è davvero una via di santità, una chiamata a diventare segno vivente dell’amore fedele, paziente e misericordioso di Cristo per la Sua Chiesa. E se qualcuno ci chiedesse qual sia il segreto di questi 19 anni, potremmo rispondere solo così: è la Grazia di Cristo.

Così, con il cuore pieno di riconoscenza, rinnoviamo il nostro “sì” davanti a Dio: per la vita che abbiamo condiviso e che speriamo di condividere ancora, per moltissimi altri anni. Per il figlio che è qui con noi e per il figlio che ci attende Lassù. Per le prove che ci hanno uniti più di ogni successo, e per l’amore che, giorno dopo giorno, continua a stupirci, a farci crescere, a salvarci,

Fabrizia Perrachon

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Son tutte belle le mamme del mondo

Son tutte belle le mamme del mondo…” cantava una vecchia canzone, con quella melodia dolce che sa di casa, di domeniche serene, di grembiuli profumati di pane e di carezze. Ed è vero: tutte le mamme sono belle. Ma non solo perché sorridono nelle foto di famiglia o perché sanno preparare la cena con un gesto d’amore. Sono belle perché riflettono il volto di Dio, che è tenerezza, fedeltà e dono totale.

All’avvicinarsi del giorno dedicato a loro, è importante celebrare non solo l’aspetto affettivo, ma ragionare sulla vocazione più alta della femminilità: quella di accogliere, custodire e donare la vita. Ogni madre — biologica o spirituale, giovane o anziana, sana o sofferente — partecipa al mistero stesso della maternità di Maria, la Madre di Dio e nostra Madre.

La canzone dice “son tutte belle”, e la fede cattolica ne svela il segreto: la vera bellezza della madre non è solo esteriore, ma è la bellezza del dono. È il riflesso di un amore che non tiene nulla per sé. Belle sono le mamme che vegliano accanto a una culla, ma anche quelle che restano sveglie accanto a un letto d’ospedale. Belle sono le mamme che accompagnano i figli a scuola e quelle che li affidano al Cielo perché li hanno perduti troppo presto. O i cui figli non sono nati a questo mondo ma direttamente Lassù. Belle sono le mamme che sorridono, ma anche quelle che piangono in quanto non hanno potuto avere un bimbo, nonostante lo avessero tanto desiderato.

E, poi, ci sono le madri spirituali: le consacrate, le catechiste, le donne che, senza generare figli biologici, generano vita nelle anime, accolgono, educano, consolano. Anche loro appartengono a quel coro che canta: “Son tutte belle le mamme del mondo”. Perché si può essere madri nel corpo e nello spirito, madri nel cuore e nello spendersi per gli altri, madri di figli altrui cui si riesce a donare tutto l’amore possibile. Madri nella gioia e nel dolore, madri sulla terra e madri per sempre. C’è una luce, nei volti delle madri, che non si spegne mai: è la luce della carità incarnata, dell’amore che sa essere crocifisso e risorto. È la stessa luce che brillava negli occhi di Maria ai piedi della Croce, quando il dolore e la fede si fondevano in un unico “fiat”.

In questa festa, non possiamo dimenticare le mamme che camminano tra le fatiche e le ombre. Le mamme sole, che portano tutti i pesi nel cuore, eppure trovano sempre un sorriso per i figli. Le mamme che lottano contro la malattia, che offrono il proprio dolore come preghiera nascosta. Le mamme che si sentono inadeguate, che temono di non farcela, ma continuano ad amare con tutto ciò che hanno. A loro, la Chiesa dice: voi siete simili a Maria. Perché anche Lei ha conosciuto la solitudine, l’angoscia, la paura. Ma non ha mai smesso di credere. Ogni madre che resiste, che perdona, che continua a sperare, anche quando tutto sembra perduto, è una testimonianza vivente della forza di Dio nel mondo.

E poi c’è Lei, la Madre per eccellenza, Maria, la “piena di grazia”, la donna che ha dato il suo “sì” perché la Vita potesse entrare nel mondo. Tutta la bellezza delle mamme trova in Lei la sua sorgente. Quando diciamo che “sono tutte belle”, è perché in ciascuna di loro brilla un riflesso di Maria. È Lei che insegna a ogni madre come custodire, come perdonare, come sperare. È Lei che consola le mamme che soffrono, che abbraccia quelle che hanno perso un figlio, che sorride a quelle che non smettono di pregare per i loro ragazzi lontani. Nessuna mamma è sola, se si affida a Maria. Ogni dolore può diventare offerta, ogni fatica può diventare grazia. Perché la maternità, nella sua verità più profonda, è una partecipazione al mistero stesso dell’amore di Dio che crea e salva.

Fabrizia Perrachon

Battiti d’amore vero”: testo di Fabrizia Perrachon, voce e musica di Marco Mammoli, realizzazione artistica di Michele Rosati. FINALMENTE LA CANZONE E’ USCITA SU YOUTUBE! Ascoltatela, cantatela, imparatela e diffondetela da questo link. Per acquistare i miei libri clicca qui. Desideri offrirmi un caffè, un cappuccino o una spremuta? Clicca qui! Mi darai una mano fondamentale nel sostenere tutte le mie numerose attività di evangelizzazione e diffusione della speranza cristiana! Grazie davvero dal profondo del cuore. Fabrizia

Il diavolo vestirà anche Prada ma…


È appena uscito nelle sale “Il diavolo veste Prada 2”, sequel acclamato, annunciato, pubblicizzato ovunque. È così, ancora una volta, è utile riflettere partendo proprio dal quotidiano. Sì, perché – purtroppo – c’è qualcosa di affascinante nel male, quando si presenta bene. Non arriva quasi mai con il volto cupo e minaccioso che immaginiamo, ma con eleganza, sicurezza, perfino stile. Viene da pensare al titolo del celebre film “The Devil Wears Prada” , dove tutto è impeccabile, raffinato, desiderabile. Eppure, sotto la superficie, qualcosa consuma, svuota, logora.

Perché la verità è scomoda quanto liberante: il male non seduce con ciò che è brutto, ma con ciò che appare bello. Il male ti uccide con ciò che ti propone. Non ti distrugge con l’orrore, ma con il desiderio. Non ti spinge con la forza, ma ti attira con promesse che sembrano innocue, perfino giuste. Non ti aggredisce, ti lusinga. Ti attrae, ti confonde, ti manipola. “Massì, non c’è niente di male …”. Eppure già solo la parola compare nella frase.

Nel contesto della vita di coppia e del matrimonio, questa dinamica è fin troppo reale. Il male striscia e si insinua nel cuore, nella mente, nell’anima. Non con un “tradisci” urlato, con un “te lo meriti” sussurrato. Non con “lascia tutto”, con “pensa un po’ di più a te stesso”. Non con “smetti di amare”, con “non senti più quello di prima, no?”. E così, piano piano, si rischia davvero di scivolare. Il diavolo non distrugge l’amore con un colpo solo: lo consuma lentamente, rendendo attraente ciò che lo indebolisce. Ti propone libertà senza responsabilità, piacere senza verità, autonomia senza comunione. E mentre sembra offrirti di più, in realtà ti sta togliendo tutto. Anche nel matrimonio. Anche il matrimonio.

Una coppia cristiana oggi vive immersa in un mondo che ha reso tutto immediato, leggero, sostituibile. Anche l’amore. Anche le promesse. “Se non funziona, cambia.” “Se non ti soddisfa, lascia.” “Se ti pesa, evita.” Ma il matrimonio non è una tendenza. Non è la location di punta perché le foto vengono meglio e sono più instagrammabili. Il sacramento nuziale non è una fase, non è un accessorio da cambiare quando non è più “di moda”. È alleanza. Non perché sia tutto semplice, ma perché con Dio tutto è vero.

È scegliere ogni giorno l’altro, anche quando non è perfetto, anche quando non emoziona come all’inizio, anche quando richiede fatica. Perché l’amore non è solo sentimento: è fedeltà che attraversa il tempo. E qui sta la differenza radicale. Il male propone scorciatoie affascinanti. Dio propone strade vere. Il male promette tutto ma poi svuota e distrugge. Dio chiede tutto ma poi riempie e costruisce tutto. Il male dice: “Prendi.” Dio dice: “Dona”

E nella vita sponsale questo si vede chiaramente, perché quando una coppia smette di donarsi e inizia a trattenere, qualcosa si spegne. Quando l’“io” prende il posto del “noi”, l’amore perde respiro. Quando due sposi mettono Dio al centro, però, succede qualcosa di sorprendente: l’amore non semplicemente sopravvive, galleggia, ma cresce, si moltiplica. Diventa più profondo, più libero, più vero. Diventa fecondo. Non perché spariscano le difficoltà, ma perché cambia lo sguardo. Non si più è soli, si è in tre: te, io e soprattutto Dio.

E allora anche le tentazioni, quelle eleganti, quelle ben vestite, quelle che sembrano innocue, perdono forza. Perché vengono smascherate. Il diavolo vestirà anche Prada, sì. Ma resta sempre quello che è. Mentre l’amore vero non si lascia ingannare a lungo. Non è questione di stile ma di preghiera, di amore, di verità. Perché ha imparato a riconoscere ciò che costruisce da ciò che consuma. Ciò che illumina da ciò che abbaglia. Ciò che salva da ciò che, lentamente, “ti uccide con ciò che ti propone”.

Alla fine, la scelta è sempre lì, quotidiana, concreta: seguire ciò che brilla o ciò che resta. Sul serio. Il matrimonio cristiano, quando è vissuto fino in fondo, è proprio questo: non sceglie ciò che passa, ma ciò che dura. Non ciò che seduce, ma ciò che salva.

E allora, lasciamo che il male si vesta come vuole. Noi vestiamoci di luce, di bellezza, di pienezza di Cielo. Con buona pace della moda, noi “rivestiti di Cristo” (Gal 3, 27).

Fabrizia Perrachon

Battiti d’amore vero”: testo di Fabrizia Perrachon, voce e musica di Marco Mammoli, realizzazione artistica di Michele Rosati. FINALMENTE LA CANZONE E’ USCITA SU YOUTUBE! Ascoltatela, cantatela, imparatela e diffondetela da questo link. Per acquistare i miei libri clicca qui. Desideri offrirmi un caffè, un cappuccino o una spremuta? Clicca qui! Mi darai una mano fondamentale nel sostenere tutte le mie numerose attività di evangelizzazione e diffusione della speranza cristiana! Grazie davvero dal profondo del cuore. Fabrizia

Ogni lasciata è persa

Ogni lasciata è persa” è uno di quei detti che attraversano i secoli con la semplicità delle verità antiche. Lo sentiamo usare per parlare di occasioni mancate, di amori non coltivati, di strade abbandonate troppo in fretta. Sotto la superficie meramente pratica di questo proverbio si nasconde qualcosa di molto più profondo, che alla luce della fede acquista un significato quasi spirituale: ciò che non custodisci, ciò che non ami, ciò che non scegli di portare fino in fondo, lentamente si perde.

L’origine del detto è popolare e concreta. Nasce dal mondo dei giochi di carte, in particolare da quelli tradizionali italiani come la scopa: la carta lasciata sul tavolo, se non viene presa, può essere conquistata dall’avversario. La “lasciata” diventa “persa” perché ciò che non raccogli, ciò che non difendi, ciò che non fai tuo, finisce inevitabilmente nelle mani di qualcun altro o si disperde. Col tempo, questa regola di gioco è diventata metafora della vita: le occasioni non coltivate, gli affetti trascurati, le scelte rimandate si consumano da sole. Il Vangelo va ancora più in profondità: ci diche che nulla di ciò che Dio ci affida è neutro. Ogni relazione, ogni talento, ogni chiamata è un dono da custodire. E quando un dono viene lasciato, non resta sospeso: si svuota, si raffredda, si spegne. “Ogni lasciata è persa” diventa allora un richiamo spirituale alla responsabilità dell’amore.

Dio non è un Dio delle cose lasciate a metà. È un Dio che affida e attende risposta. Gesù stesso, nelle parabole, parla continuamente di campi da coltivare, di talenti da far fruttare, di vigne da custodire. Il servo che nasconde il talento e lo lascia improduttivo non viene lodato: non perché abbia fatto il male, ma perché ha lasciato il bene inutilizzato. E ciò che si lascia, lentamente, muore. Anche nell’amore umano questo principio si manifesta con una chiarezza disarmante. Un rapporto non si rompe sempre per un grande tradimento. Spesso si perde per abbandoni piccoli: una parola non detta, una carezza rimandata, un perdono non concesso, una presenza che diventa assenza. Non serve distruggere: basta lasciare. E ciò che non viene scelto ogni giorno smette di sentirsi scelto.

Nel cristianesimo l’amore non è mai passivo. Maria non lascia il suo “sì” sospeso: lo rinnova sotto la croce. Giuseppe non lascia Maria nel momento dell’incomprensione: la prende con sé. Gesù non lascia l’umanità quando costa troppo: resta fino alla fine. Tutta la storia della salvezza è una lotta contro la tentazione della fuga. Perché Dio sa che ciò che viene lasciato senza cura si perde non per cattiveria, ma per freddezza, per abbandono, per incuria. “Ogni lasciata è persa” diventa allora una frase che parla anche alla fede. Se lasci la preghiera, perdi lentamente il dialogo. Se lasci la fiducia, perdi la pace. Se lasci l’amore, perdi la capacità di amare. Non perché Dio si allontani, ma perché il cuore, non esercitato, si irrigidisce. L’amore, come un muscolo, vive solo se viene usato.

C’è qualcosa di profondamente vero e anche doloroso in questo proverbio: la vita non conserva al posto nostro. Non mette in cassaforte ciò che trascuriamo. Le relazioni non si autoproteggono, la fede non si autosostiene, la speranza non si autoalimenta. Tutto chiede presenza. Tutto chiede scelta. Tutto chiede un “resto”, un “rimango”, un “ci sono”. E allora “ogni lasciata è persa” non è una minaccia, ma una chiamata. È Dio che sembra dirci: «Non lasciare ciò che ti ho affidato. Non lasciare una persona senza amore. Non lasciare un sogno senza coraggio. Non lasciare la fede senza cuore. Perché ciò che non viene amato non resta vuoto: si spegne».

Alla fine, questo detto popolare incontra il cuore del Vangelo: l’amore vero non si conserva da solo. Va scelto, custodito, attraversato. E chi impara a non lasciare, scopre che nulla di ciò che è vissuto con amore va davvero perduto. Perché nella logica di Dio non vince chi possiede, ma chi si prende cura. E ciò che non lasci, alla fine, ti salva.

Fabrizia Perrachon

Battiti d’amore vero”: testo di Fabrizia Perrachon, voce e musica di Marco Mammoli, realizzazione artistica di Michele Rosati. FINALMENTE LA CANZONE E’ USCITA SU YOUTUBE! Ascoltatela, cantatela, imparatela e diffondetela da questo link. Per acquistare i miei libri clicca qui. Desideri offrirmi un caffè, un cappuccino o una spremuta? Clicca qui! Mi darai una mano fondamentale nel sostenere tutte le mie numerose attività di evangelizzazione e diffusione della speranza cristiana! Grazie davvero dal profondo del cuore. Fabrizia

Battiti d’amore vero

Quante volte nella vita, quando siamo innamorati o felici, diciamo: «Mi fai battere il cuore!». Il cuore che batte è sinonimo di vita, di bellezza, di pienezza. Ci sentiamo un po’ in Paradiso prima del tempo, vero? A volte il Cielo si manifesta in modo potente, altre con un sussurro, un respiro, un’ispirazione. Fu un lieve fruscio a richiamare l’attenzione di Santa Bernadette, che la Chiesa ricorda il 16 aprile. Un po’ di vento, una brezza leggera: così le si manifestò Maria Santissima la prima volta. E poi c’è il battito del cuore, il discrimine tra la vita e la morte.

Il battito del cuore è il primo segno della vita che si manifesta nel grembo. Un suono ritmico, chiaro, inequivocabile, capace di riempire di speranza. Quando i genitori lo ascoltano per la prima volta, spesso non trattengono le lacrime: perché in quel battito c’è già una persona, una promessa, una storia che inizia. Non è solo un segnale biologico. È il segno che la vita è lì, custodita, amata, voluta. Per questo, quando quel battito non c’è più, il silenzio che lo sostituisce è devastante. «Non c’è più battito» non è solo una constatazione medica: è la frattura improvvisa tra l’attesa e il dolore, tra la speranza e la perdita. La fede cristiana guarda anche a questo mistero con grande rispetto e dignità. La vita non è mai insignificante, anche quando è brevissima e nascosta nella pancia della mamma. Ogni vita è conosciuta da Dio, voluta da Dio, amata da Dio. Perché quel piccolo cuore, seppur abbia battuto per poco tempo, ha avuto un significato eterno.

Anche se nati in Cielo, questi bimbi sono battiti d’amore vero, perché il loro eco è per sempre. Come la loro anima. Voluta da Dio. Amata da Dio. Accolta da Dio. Un canto per loro non esisteva. Nel novembre 2024 mi arrivò l’ispirazione. Buttai giù il testo di getto. Mi serviano, però, voce e musicisti per renderlo effettivamente una canzone. Il Cielo me li ha mandati: Marco Mammoli – autore di “Emmanuel”, l’inno della GMG del 2000 nonché miglior voce maschile premiata ai Catholic Music Awards del 2025 – e Michele Rosati, chitarrista d’eccezione. Così è nata “Battiti d’amore vero”, la prima canzone d’amore per i bambini nati in Cielo.

Ecco per voi il testo completo:

“Battiti d’amore vero

Sei Tu Signore, che ci intessi

nelle profondità di un grembo,

a volte ostile e altre generoso.

Sei Tu che chiami alla vita,

e anche quando sembra perduta,

non lo è mai, perché siamo in Te,

creature amate dall’anima eterna.

Rit. Piccoli dal cuore puro,

battiti d’amore vero

aiutate anche noi

ad amare come voi!

Piccoli dal cuore grande,

più grande di voi,

siete puro dono

Lassù, ai piedi del trono.

Sei Tu Signore, che accogli

i figli nel tuo Cielo,

se la terra li rifiuta e li nega,

Tu li stringi più forte a Te.

Sei Tu che doni la forza

a chi ne sente la mancanza

e si affida tutto a Te

e trasformi i sogni sospesi

in preghiere e desideri abbracciati.

Rit. Piccoli dal cuore puro,

battiti d’amore vero

aiutate anche noi

ad amare come voi!

Piccoli dal cuore grande,

più grande di voi,

siete puro dono

Lassù, ai piedi del trono.

Solo Tu trasformi le tenebre in luce,

rendi ogni cuore, di nuovo capace,

di aprirsi alla vita per come la disponi

sapendo che senza speranza Tu non ci abbandoni.

Rit. Finale. Piccoli dal cuore buono,

insegnate il perdono,

pregate con noi

che siamo uniti a voi!

Guarendo dal rimpianto

sale Lassù questo canto.

Piccoli dal cuore puro,

battiti d’amore vero”

Battiti d’amore vero”: testo di Fabrizia Perrachon, voce e musica di Marco Mammoli, realizzazione artistica di Michele Rosati. DAL 13 APRILE IN ANTEPRIMA su Spotify, Amazon Music ed Apple Music (a breve, in tutte le altre piattaforme musicali). Ascoltala qui. Inizia ad ascoltarla. Inizia a cantarla. Inizia a diffonderla. Inizia ad amarla.

Fabrizia Perrachon

Per acquistare i miei libri (tra cui l’ultimo, “Il Filo invisibile. Storie vere di grazia, maternità e speranza” la raccolta dei miei articoli più belli su questo blog e anche “San Charbel. Una guida silenziosa“) clicca qui. Desideri aiutarmi con il contributo di un caffè o di un cappuccino? Mi darai una mano fondamentale nel sostenere tutte le mie numerose attività di evangelizzazione e diffusione della speranza cristiana! Grazie davvero dal profondo del cuore. Fabrizia

L’amore è un atto della volontà

L’amore non è fatto di parole, né di sentimenti, ma di azioni. E un atto della volontà, è un dono, cioè una donazione”. Frasi stupende, vero? Mi hanno colpita all’istante, quando le ho lette. Desidero condividerle con tutti voi alle porte della domenica della Divina Misericordia. Perché? Semplice: perché sono state scritte da Santa Faustina nel suo Diario. Ed è proprio grazie lei, segretaria di Gesù e apostola della Divina Misericordia, che dobbiamo questo culto meraviglioso. Faustina si riferiva all’amore in generale, a qualsiasi tipo d’amore che possono provare gli uomini. Compreso, innanzitutto, l’amore perso il Creatore. Vero è che l’amore coniugale è una delle sue manifestazioni umanamente più sublimi. Dunque, possiamo utilizzarle per rifletterne in chiave sposale.

L’amore coniugale, nella luce della fede cristiana, è una realtà profondamente seria e meravigliosamente concreta. Le parole di Santa Faustina Kowalska ci conducono al cuore stesso del mistero dell’amore tra marito e moglie, un mistero che affonda le sue radici in Dio e si esprime nella quotidianità della vita vissuta insieme. Nel matrimonio cristiano l’amore non è anzitutto emozione, né entusiasmo passeggero, ma una scelta rinnovata ogni giorno. È la decisione di voler bene all’altro anche quando il sentimento si affievolisce, quando la fatica prende il posto dell’entusiasmo, quando il tempo mette alla prova le promesse. In questo senso l’amore è davvero un atto della volontà: un “sì” pronunciato una volta sull’altare e poi ripetuto, silenziosamente, in mille gesti ordinari. È nel perdono offerto senza rumore, nella pazienza che attende, nella fedeltà che resiste alle tempeste, che l’amore coniugale si rivela per ciò che è realmente.

Santa Faustina ci ricorda che l’amore è dono, “donazione” di sé. Nel matrimonio questo dono assume una forma totale, perché gli sposi non offrono solo qualcosa di sé, ma se stessi. Il corpo, il tempo, i sogni, le fragilità, la storia personale diventano materia di un’offerta reciproca. È un amore che non trattiene, che non calcola, che non mette condizioni, ma che si consegna con fiducia, sapendo che solo chi perde la propria vita per amore la ritrova in pienezza. In questa donazione si riflette l’amore stesso di Cristo, che sulla croce non ha pronunciato molte parole, ma ha amato fino alla fine, offrendo tutto.

L’amore coniugale cristiano è dunque un amore pasquale, segnato dalla logica della croce e della risurrezione. Ci sono momenti di morte, di rinuncia, di silenzio sofferto, ma proprio lì germoglia una vita nuova. Gli sposi imparano che amare significa spesso tacere per non ferire, cedere per custodire la comunione, sacrificare un desiderio per il bene dell’altro o della famiglia. È in queste azioni nascoste che l’amore cresce, si purifica e diventa fecondo, capace di generare non solo figli, ma anche speranza, pace, stabilità.

In un mondo che identifica l’amore con l’intensità del sentimento e con la soddisfazione immediata, il matrimonio cristiano diventa una profezia silenziosa. Testimonia che l’amore vero è fedele, perseverante, concreto. È fatto di mani che lavorano insieme, di ginocchia piegate nella preghiera comune, di sguardi che sanno ancora riconoscersi anche dopo anni di cammino condiviso. È un amore che si lascia plasmare dalla grazia del sacramento, perché da solo l’uomo non è capace di amare così a lungo e così in profondità.

Alla scuola della Divina Misericordia, dunque – l’Amore donato per eccellenza – gli sposi scoprono che l’amore cresce quanto più si dona. Ogni atto di volontà orientato al bene dell’altro apre il cuore all’azione di Dio, che trasforma la fatica in offerta e la fragilità in luogo di misericordia. Il matrimonio diventa allora una via di santità concreta, fatta non di gesti straordinari, ma di una fedeltà quotidiana vissuta per amore, con amore e nell’Amore. In questa donazione reciproca, umile e perseverante, l’amore coniugale rivela il suo volto più vero: quello di un amore che salva, perché partecipa dell’amore stesso di Dio. Nell’amore sponsale la Divina Misericordia è il respiro silenzioso che tiene uniti gli sposi: è il viatico che insegna a ricominciare ogni giorno, a perdonarsi senza stancarsi e ad amarsi non come si vorrebbe, ma come Cristo ama, trasformando le ferite in sorgenti di comunione. “Misericordias Domini, in aeternum cantabo!”

Fabrizia Perrachon

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Fate questo in memoria di me

Nella preghiera intensa del Giovedì Santo, quando la Chiesa si riunisce davanti al mistero dell’Ultima Cena, risuona una frase che attraversa i secoli e arriva fino alle nostre case, alle nostre tavole, alla nostra quotidianità: “Fate questo in memoria di me”. Non è soltanto un invito liturgico. È una chiamata d’amore. È Gesù che entra nella carne della nostra storia, nelle pieghe delle nostre relazioni, nelle ferite delle nostre coppie, e sussurra: «Non smettete di ricordare, perché la memoria è il luogo dove la morte può tornare vita».

La memoria di cui parla Cristo non è nostalgia. Non è guardare indietro con rimpianto. È rendere presente. È prendere ciò che è stato spezzato e permettergli di respirare ancora. Come il pane che Gesù spezza, anche la vita di una coppia può essere spezzata: dalle incomprensioni che scavano distanza, dai litigi che lasciano parole non dette, dai silenzi che diventano muri, dai lutti che nessuno sa davvero nominare. A volte si piange per chi è andato via, a volte per chi non ha potuto nascere. Figli sognati, attesi, custoditi nel cuore per pochi battiti, e poi consegnati al Cielo. Ferite che non fanno rumore, ma che abitano per sempre.

Gesù, la sera del Giovedì Santo, non elimina il dolore. Lo attraversa. Sa che dopo il pane spezzato ci sarà il tradimento, la fuga, la croce. Eppure sceglie di restare. Sceglie di consegnarsi. Sceglie la memoria come via di resurrezione. Come a dire: «Non lasciate che ciò che avete amato vada perduto. Non seppellite la vostra storia sotto la paura. Fate della memoria un altare».

Nella coppia, la memoria è sacra. È ricordarsi non solo di come eravamo all’inizio, innamorati e ingenui, ma anche di come siamo diventati attraverso i momenti in cui siamo caduti e, soprattutto, rialzati. È portare davanti a Dio le parole sbagliate, le carezze mancate, le notti in cui non ci siamo capiti. Perché il Signore è proprio lì che entra, dove abbiamo fallito. Perché la Pasqua non è per chi è perfetto: è per chi ferito ma desidera rinascere, uscire dal buio e dal sepolcro. Esattamente come ha fatto Lui. La resurrezione non cancella le cicatrici. Le illumina. Il Cristo risorto porta ancora i segni dei chiodi. Anche l’amore sponsale, se vuole risorgere, deve smettere di nascondere le proprie piaghe. Le incomprensioni diventano allora un linguaggio nuovo, i litigi un grido di desiderio di essere visti, i lutti una preghiera silenziosa che unisce invece di separare.

E poi c’è la memoria di chi non c’è più. Non come ricordo struggente che blocca il presente, ma come presenza che lo rende più vero. Nelle famiglie cristiane nessuno si perde davvero. I figli nati Lassù, i genitori scomparsi, gli amici già salutati: amori che già abitano una comunione più grande. Non sono assenze, sono radici. Ricordarli significa permettere alla relazione di diventare più profonda, più larga, più capace di Paradiso. Quando Gesù dice “Fate questo in memoria di me”, ci invita a spezzare il pane anche nelle nostre case interiori. Sta a noi saperGli consegnare tutto. Questo è il mio corpo per Te, questa è la mia fragilità consegnata, questa è la mia storia che non voglio più difendere ma offrire. La coppia risorge quando smette di proteggersi e comincia a donarsi di nuovo, come la prima volta, con la sapienza del dolore attraversato.

Il Giovedì Santo non è solo l’inizio della Passione. È l’inizio di una speranza concreta. È Gesù che si inginocchia davanti ai piedi sporchi dell’uomo e li lava. Anche quelli dei coniugi stanchi, di chi non sa più come ricominciare, di chi porta nel cuore una culla vuota. Li lava con una tenerezza che non giudica, ma rigenera. La Pasqua allora diventa resurrezione delle relazioni. Non magia, ma fedeltà. Non dimenticanza, ma memoria che salva. Una memoria che non imprigiona nel passato, ma lo trasfigura. Una memoria non soltanto bagnata dalle lacrime, ma ricordo attivo che genera.

In questa Santa Pasqua, Gesù entra nelle nostre case, ancora una volta, dicendo ad ognuno di noi: «Fate questo in memoria di me. Fate della vostra storia una comunione. Fate delle vostre ferite una preghiera. Fate dei vostri lutti una promessa. Fate dell’amore una resurrezione quotidiana». Perché la famiglia non è completa quando è perfetta, ma quando è vera. E la memoria, quando è abitata da Cristo, non è dolore che resta, ma vita che ricomincia. Santa Resurrezione a tutti e a ciascuno!

Fabrizia Perrachon

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In amore vince chi resta

In amore vince chi resta”. È una frase che circola parecchio sui social. La si legge in molti post, come commento in svariati reels, in stati whatsapp di persone di un po’ tutte le età. È un detto che sembra semplice, popolare, ma dentro di sé custodisce una profondità sorprendente. Non parla di vittorie appariscenti, di conquiste rumorose o di trionfi che chiedono applausi. Parla di una vittoria silenziosa, nascosta, spesso invisibile agli occhi del mondo. Una vittoria che, letta alla luce della fede cattolica, assume un significato radicale e potentissimo: restare è una forma altissima di amore, forse la più alta.

Nel linguaggio del mondo, vincere significa primeggiare, superare l’altro, imporsi. Nel linguaggio del Vangelo, invece, vincere significa rimanere. Rimanere quando sarebbe più facile andare via. Rimanere quando non si capisce tutto. Rimanere quando il cuore è attraversato dal dubbio, dalla paura, dalla fatica. Rimanere non per debolezza, ma per fedeltà.

San Giuseppe è forse l’icona più limpida di questo “restare”. Si trova davanti a una situazione che lo supera completamente: Maria è incinta e lui non ne è il padre biologico. Potrebbe allontanarsi, potrebbe salvare la propria reputazione, potrebbe scegliere la via più semplice e socialmente giustificata. E invece resta. Resta nel silenzio, resta nell’obbedienza, resta accanto a una donna che ama anche quando non comprende pienamente il mistero che la avvolge. Che li avvolge, entrambi. Il suo è un restare che non fa rumore, che non pretende spiegazioni immediate, che si fida di Dio più delle proprie paure. In amore vince Giuseppe perché resta e, restando, diventa custode del più grande dono che il mondo abbia mai ricevuto.

Maria, poi, incarna il restare nella sua forma più alta e luminosa. Maria resta sotto la croce. Non fugge, non si ribella, non si sottrae al dolore. Resta mentre il Figlio muore, resta mentre il senso sembra crollare, resta mentre le promesse sembrano smentite dai fatti. In quel restare c’è tutta la forza dell’amore che non scappa davanti alla sofferenza, che non abbandona quando l’altro è nel momento più buio. Maria vince perché resta, e il suo restare diventa grembo anche del dolore, luogo in cui la morte non ha l’ultima parola.

Il cristianesimo è, in fondo, la religione di un Dio che resta. Gesù resta con i suoi fino alla fine, resta anche quando viene tradito, resta anche quando viene rinnegato, resta anche quando viene crocifisso. Non scende dalla croce, non si sottrae alla sofferenza, non salva se stesso per salvare la faccia. Resta per amore. Resta perché l’amore vero non è un sentimento che dura finché tutto va bene, ma una decisione che resiste anche quando tutto sembra perduto.

In amore vince chi resta” non significa sopportare passivamente, né accettare l’ingiustizia o il male. Significa scegliere la fedeltà come atto libero e consapevole. Significa credere che l’amore non si misura dalla facilità del cammino, ma dalla capacità di attraversarlo insieme. Per chi ha fede, restare non è immobilità: è perseveranza, è speranza incarnata, è fiducia che Dio opera anche quando non lo vediamo. Questo detto ci provoca, perché va contro la cultura dello scarto, contro la logica del «finché mi conviene», contro l’idea che quando qualcosa fa male vada subito abbandonata. Ci ricorda che l’amore autentico ha sempre un “costo”, ma che è proprio pagando quel “prezzo” che si entra nella sua verità più profonda. Restare significa dire all’altro: «Tu vali più delle mie paure, più della mia stanchezza, più della mia voglia di fuggire. Tu vali perché vali, innanzitutto, agli occhi di Dio. E anche ai miei».

Alla fine, chi resta non perde. Anche se piange, anche se soffre, anche se attraversa la notte. Perché nel Vangelo la vera vittoria non è evitare la croce, ma attraversarla senza smettere di amare. E chi resta, come Giuseppe, come Maria, come Cristo stesso, scopre che l’amore fedele non solo salva gli altri, ma trasforma radicalmente anche chi lo vive. In amore, davvero, vince chi resta.

Fabrizia Perrachon

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Anche Gesù ha avuto bisogno di un papà

Il 19 marzo la Chiesa celebra San Giuseppe e, insieme, la Festa del papà. Mi piace pensare che, al di là della semplice coincidenza di calendario, si nasconda una rivelazione profonda del modo in cui Dio ha voluto entrare nella nostra storia. Il Figlio eterno del Padre, Colui nel quale tutto è stato creato, ha scelto di crescere sotto lo sguardo vigile e amorevole di un uomo. Gesù ha avuto bisogno di un papà. Ha avuto bisogno di una presenza concreta, di una mano che lo guidasse, di una voce che gli insegnasse a chiamare il mondo per nome, di un cuore umano attraverso cui imparare cosa significhi obbedire, fidarsi, sentirsi custodito.

I Vangeli non ci hanno lasciato nemmeno una parola di Giuseppe. Eppure la sua paternità parla con una forza sorprendente. È una paternità fatta di silenzio operoso, di scelte rapide e coraggiose, di responsabilità assunte senza clamore. Giuseppe accoglie un figlio che non gli appartiene biologicamente, ma che gli è affidato totalmente. Lo protegge dalla minaccia di Erode, lo porta lontano, in Egitto, ricomincia da zero pur di salvargli la vita. Torna poi a Nazaret, dove Gesù cresce “in sapienza, età e grazia” (Lc 2, 52) anche per merito suo. In quella casa umile, Giuseppe insegna al Figlio di Dio il valore del lavoro, la dignità della fatica quotidiana, la fedeltà alle piccole cose.

Dire che Gesù ha avuto bisogno di un papà non diminuisce la sua divinità, ma esalta la verità della sua umanità. Dio non ha voluto fare a meno dell’amore di un padre terreno. Ha scelto di affidarsi a Giuseppe perché la paternità è una vocazione essenziale, capace di plasmare due cuore: quello del padre come quello del figlio. Gesù ha imparato a pregare guardando Giuseppe pregare, ha imparato ad ascoltare osservando Giuseppe obbedire alla volontà di Dio, ha imparato cosa significhi sentirsi al sicuro nel grembo di una famiglia. In Giuseppe, Gesù ha sperimentato una paternità che non domina, ma serve, che non possiede, ma dona.

In questo senso, San Giuseppe diventa il custode di ogni paternità. La sua figura illumina il senso profondo dell’essere padre oggi, in un tempo in cui questa vocazione è spesso ferita, sminuita o temuta. Essere un “buon” padre non significa essere perfetto, quanto essere presente. Non significa avere tutte le risposte, quanto rimanere accanto. Giuseppe non ha capito tutto, ma ha creduto. Non ha controllato il mistero, ma lo ha custodito. Così ogni papà è chiamato a essere segno di affidabilità, di protezione, di amore che resta anche quando costa.

Il 19 marzo, allora, è una festa che tocca il cuore di tutti. Dei padri che ogni giorno si spendono nel nascondimento della quotidianità, che lavorano, che si preoccupano, che a volte sbagliano ma non smettono di amare. Dei figli che hanno ricevuto una paternità solida e di quelli che ne portano una ferita, ma possono scoprire in San Giuseppe un padre spirituale, capace di colmare ciò che è mancato. È una giornata che ricorda alla Chiesa e al mondo che la paternità è un dono indispensabile, un riflesso concreto della paternità di Dio.

Anche Gesù ha avuto bisogno di un papà, e questo ci dice qualcosa di decisivo: nessuno cresce da solo. Neppure Dio fatto uomo. Abbiamo bisogno di un volto che ci accompagni, di mani che ci sostengano, di un cuore che ci insegni ad amare. San Giuseppe, padre giusto e silenzioso, continua a indicare la strada. E a ogni papà di oggi sussurra che il suo amore, anche quando sembra piccolo o insufficiente, può essere lo spazio in cui Dio sceglie di abitare. Che può essere veicolo dell’amore del Padre, il più grande che esiste. Può essere veicolo della voce che sussurra: «Non sei solo, ci sono qui io per te». A tutti i padri accanto a noi, come a quelli già in Cielo: grazie! San Giuseppe, vostro patrono e modello, vi protegga e benedica sempre e per sempre.

Fabrizia Perrachon

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Genitori tra Cielo e terra, passando per Medjugorje

Nulla è casuale: né il dolore, né la gioia, né la sofferenza, né l’amore. Sono tutte grazie che mio Figlio vi dona e che vi conducono alla vita eterna”. Maria Santissima diede questo messaggio a Medjugorje il 2 settembre 2016. È possibile dire questo a genitori che hanno vissuto la morte di un figlio? Esiste consolazione davanti a una tragedia umana di questo tipo? Si può ancora sperare dopo un lutto così? Queste, ed altre domande, sono state al centro del ritiro vissuto a Medjugorje dal 4 all’8 marzo scorso. Io c’ero. Invitata dall’associazione “Il tempo di Maria” a portare la testimonianza mia e di mio marito di genitori tra Cielo e terra.

È stato coraggioso organizzare un pellegrinaggio così. È stata la risposta ad una chiamata grande, importante, autentica. È stata la risposta ad una ferita che può distruggere. Oppure, al contrario, quella attraverso la quale può passare la resurrezione. Se il cuore è chiuso, il dolore e non esce e la consolazione non può entrare. Se da masso di pietra torna a battere, invece, è il buio che può andarsene e la luce entrare per rischiarare. Non è la pacca sulla spalla data tanto così, per fare. Non è il premio di consolazione quando si manca il podio. Non è lo zuccherino dato per addolcire la pillola. È Verità di Dio, è la Buona Novella che viene a guarire, consolare, lenire. È Dio che ti dice che non sei solo a soffrire. È Dio che sussurra al cuore di ogni mamma e di ogni papà che un figlio non è mai totalmente “perso”. È una parte di noi che è già arrivata alla Meta.

Come amo ripetere, se ci limitiamo alla prospettiva del mondo perdiamo tutta la parte di Bene, di Bello e di Buono che è nascosta anche dietro le tragedie più grandi. Imparare, piano piano, a guardare dalla prospettiva del Cielo, ci fa comprendere che Dio c’è. Per davvero! Che non è assente o distratto quando un figlio muore. Perché il Padre conosce bene la situazione. Anche Lui ha visto il Figlio morire, e morire in quel modo. Come Maria Santissima. “Stabat mater”. Dio Onnipotente e la Madonna sono anch’essi genitori tra Cielo e terra. La lacrima che cade dall’alto quando Gesù muore in croce, nel film “The passion” di Mel Gibson, rende bene l’idea. “Presso la croce di Gesù stava sua madre” (Gv 19,25). Una mamma addolorata ma non disperata. Perché Dio c’è. E la speranza è la risposta.

Vedere i volti di tante mamme e di tanti papà trasformati a Medjugorje è la dimostrazione che Gesù è l’unica vera medicina davvero efficace. Quando Gesù è vivo e presente, nell’Adorazione Eucaristica e nella Santa Messa, siamo in piena comunione tra quaggiù e Lassù. Quindi con i nostri figli. Proprio durante il ritiro, è stato detto che un sacerdote un giorno ha pronunciato una frase meravigliosa. Ciò che ci separa dai nostri cari già in Cielo è lo spessore di un’Ostia”. Diciamolo. Diciamo al mondo la Verità. Nessuno vuole negare la morte, e la morte di un figlio. Ma, altrettanto, nessuno può negare che con Dio anche i dolori più grandi trovano un senso. E la risposta a tanti perché ai quali il mondo non può rispondere. Perché gli manca la visione di tutta l’altra metà del cielo. La visione dell’eternità, del posto promesso, della vera vita che non finisce.

Non solo preghiere, non solo condivisione, non solo testimonianze. Il ritiro a Medjugorje è stato impreziosito dalla presenza di Diego Manetti. Scrittore, saggista, laureato in filosofia, scienze religiose e teologie. Un uomo di fede eccezionale, un caro amico. Le sue non sono state solo parole. Sono state il tramite attraverso cui avvicinarsi a Dio. Non più il Dio crudele che ci ha portato via un figlio. Ma il Dio infinitamente buono che ha accolto a Sé l’anima di nostro figlio. Un Padre – lo ripeto – che ha visto ucciso il suo Figlio diletto. Un Padre che è il senso di tutto. Un Padre che ama, un Padre che dona sempre, anche quando i distratti e gli assenti siamo noi. Che non riusciamo a capire, che non vogliamo capire. Perché, ancor prima che nostro, un figlio è sempre e innanzitutto figlio di Dio. E allora è sempre dono.

Invece che dire «ho perso un figlio», prova anche tu a dire «ho [nome] in Cielo». Non è un giochetto. Non è un semplice cambio linguistico. Non è un’acrobazia della mente. È l’amore di Dio che passa, che cura, che ti fa risorgere. Che fa risorgere te, mamma. Che fa risorgere te, papà. Che fa risorgere voi, come coppia. È quella scintilla che inizia ad illuminare il buio. È quel senso che niente e nessuno può donarti, se non la speranza cristiana. Che non è l’attesa passiva che un generico qualcuno faccia qualcosa. Ma la certezza che Qualcuno – con la Q maiuscola, molto maiuscola – prende la morte e la trasforma in vita nuova. “Nulla è casuale: né il dolore, né la gioia, né la sofferenza, né l’amore. Sono tutte grazie che mio Figlio vi dona e che vi conducono alla vita eterna”. Il tg non lo dirà mai. Ma Dio sì. Perché Dio è amore, sempre e per sempre.

Fabrizia Perrachon

È appena stata pubblicata la “Novena a Maria Santissima, Madre dei bambini nati in Cielo”, ispiratami senz’altro dall’Alto, con il sostegno teologico dei Padre Carmelitani del Santuario del Bambin Gesù di Arenzano (GE) e di Don Giulio Gallerani, parroco di Rastignano (BO), nonché la prefazione del Cardinale Angelo Bagnasco. Una novena per e con i bambini nati in Cielo non esisteva: finalmente ora la si può pregare tutti insieme! È possibile ordinare questa novena e riceverla a casa contattando il Santuario di Arenzano (010/9125785 oppure santuario@gesubambino.org), sostenendone le opere spirituali con una donazione all’IBAN IT21D0760101400000000002170.

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“Ora e per sempre”, come canta Raf

Le canzoni sono lo specchio della società. Le canzoni ci aiutano a sognare, a riflettere e anche a pregare. Le canzoni veicolano emozioni, sensazioni, ricordi. Le canzoni – quando sono belle – insegnano. Non tutte hanno queste caratteristiche, ahinoi. Ma, quando le possiedono, vale davvero la pena parlarne. E così, oggi, ragioniamo insieme su “Ora e per sempre” di Raf, fresca fresca di Sanremo.

Già il titolo è una dichiarazione: Ora e per sempre. Un titolo che non parla di qualcosa di passeggero, ma che dura. Non di intensità momentanea, ma di fedeltà. Non di passione che brucia e si consuma, ma di fuoco che arde senza distruggere. In un tempo in cui l’amore è spesso ridotto a sensazione, a compatibilità temporanea, al «finché mi fai stare bene», la formula — ora e per sempre — suona controcorrente. È una parola che ricorda il linguaggio delle promesse matrimoniali. È una parola che profuma di altare.

Uno dei passaggi più intensi della canzone richiama l’idea di restare anche quando tutto è fragile, quando le certezze tremano. Non è l’amore dell’euforia iniziale. È l’amore che attraversa le crepe. Questo è il punto decisivo: il vero amore non è l’assenza di difficoltà, ma la scelta di non fuggire davanti alla difficoltà. Nel matrimonio cristiano, l’amore non è fondato su una promessa reciproca soltanto umana. È sigillato da Dio. Gli sposi non si dicono semplicemente “ti amerò finché mi sarà facile”. Si dicono: “Io accolgo te… e prometto di esserti fedele sempre … con la grazia di Cristo”.

Ecco la differenza. Vera, sostanziale, decisiva. Sempre. Non finché dura l’innamoramento. Non finché il carattere dell’altro mi è simpatico. Non finché la vita è comoda. La canzone suggerisce che l’amore vero è decisione quotidiana. E questo è profondamente cristiano. Profondamente rivoluzionario. Profondamente moderno. Non della modernità finta, effimera e costruita di cui è imbevuto il mondo. Ma della modernità senza tempo di Dio. Il tempo per sempre per Grazia, appunto.

C’è un altro aspetto potente nel titolo: ora. Il matrimonio cristiano non vive di nostalgie o di illusioni future. Vive nel presente. È nel quotidiano che si gioca la fedeltà. Nel perdono dato quando l’orgoglio vorrebbe tacere. Nella pazienza quando l’altro è stanco. Nella cura quando la salute vacilla. Nel restare quando la vocina cattiva ci suggerisce di cambiare. “Ora” significa che l’amore non è rimandato. È scelto nel concreto, nelle pieghe della giornata. L’Eucaristia stessa è un “ora”: “Questo è il mio corpo, offerto per voi.” Non un sentimento astratto, ma un dono reale. Così anche l’amore coniugale: non solo emozione, ma offerta, dono, comunione profonda.

Il “Per sempre” è un’espressione che il mondo teme.Viviamo in una cultura che diffida del “per sempre”. Il mondo propone amori condizionati: finché mi realizzi, finché mi emozioni, finché non trovo qualcosa di meglio. Sono amori contrattuali, revocabili, fragili. Hanno la forma dell’intensità, ma non la sostanza della fedeltà. Spesso sono passioni che bruciano in fretta e lasciano cenere. Il matrimonio cristiano, invece, è sacramento. È segno efficace della fedeltà di Dio.

Dio non ama a scadenza. Non rinegozia la sua alleanza quando l’uomo cade. Non si ritira quando è tradito. Il “per sempre” è l’eco dell’eternità nel tempo. Anche nel testo di Raf si percepisce questa tensione alla durata, alla scelta che supera l’istante. Ecco perché “Ora e per sempre” tocca una grande verità: sussurra che l’amore vero è partecipazione all’amore di Dio.

In fondo, ogni amore umano desidera l’eternità. Nessuno dice «ti amo per un po’». Il cuore, quando ama davvero, desidera che non finisca. La fede cristiana non reprime questo desiderio: lo compie. Perché l’amore che nasce in Dio non muore. Se la canzone di Raf ha avuto il coraggio di cantare un amore che resta, che promette, che si dona senza riserve, allora ha toccato una corda profondamente cristiana. In un’epoca di relazioni provvisorie, dire “Ora e per sempre” è quasi un atto straordinario. Di quelli che hanno il sapore del Cielo. Perchè “tra milioni di voci si nasconde la verità“. Quella di Dio.

Fabrizia Perrachon

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“Nella salute e nella malattia”: la storia di Eric Dane e della moglie Rebecca

La notizia della scomparsa di Eric Dane, l’amatissimo attore di Grey’s Anatomy morto il 19 febbraio 2026 all’età di 53 anni dopo una battaglia coraggiosa contro la sclerosi laterale amiotrofica (SLA), ha commosso fan e colleghi in tutto il mondo. Ma accanto al dolore e al tributo per il suo lavoro e la sua testimonianza pubblica ci sono aspetti altrettanto intensi e profondi dal punto di vista umano e cristiano: la relazione con Rebecca Gayheart, sua moglie dal 2004, e la decisione di ritirare la richiesta di divorzio che lei aveva presentato nel 2018.

Dopo anni di separazione e una vita non più condivisa come coppia, Gayheart ha annullato la procedura di divorzio nel marzo 2025, pochi mesi prima che Dane rendesse pubblica la sua diagnosi di SLA. In diverse interviste e dichiarazioni, Rebecca ha spiegato con grande sincerità che la sua motivazione era semplice ma profonda: insegnare alle loro figlie – Billie e Georgia – che si sta accanto alle persone care anche nei momenti più difficili.

Ho detto: Lui è la nostra famiglia, è vostro padre. Ci riusciremo nel miglior modo possibile, ha raccontato durante un’intervista su un podcast dedicato alla famiglia. Ha chiamato il loro amore “super complicato”, riconoscendo che non si trattava necessariamente di una riconciliazione romantica, ma di un legame profondo e durevole, radicato nella famiglia, nell’affetto e nella responsabilità verso i figli. Dane stesso, nel corso della sua battaglia, ha parlato con profonda gratitudine di Rebecca. In un’intervista condivisa con Good Morning America, l’attore ha confessato l’importanza del suo ruolo nella sua vita: nonostante le difficoltà e la separazione, ella è stata spesso la prima persona a cui si rivolgeva per conforto e sostegno. E proprio per questo, nelle ultime settimane di vita, Eric non solo ha vissuto circondato dall’affetto della sua famiglia, ma è stato anche accompagnato da un clima di presenza, cura e dignità fino al suo ultimo respiro.

Dal punto di vista cristiano, ciò che accade in questa storia non è un semplice “ritorno di fiamma” o un gesto casuale di compassione. È un’espressione del comandamento cristiano fondamentale di amare il prossimo come se stessi, “nella salute e nella malattia”. L’esperienza di Rebecca ed Eric – pur non essendo la romantica favola tradizionale – richiama l’insegnamento evangelico. Sull’importanza, la serietà e la solennità della promessa nuziale. E sulla dignità inviolabile della persona umana: ogni vita è preziosa agli occhi di Dio, anche quando è segnata dalla sofferenza.

Nel matrimonio cristiano, le promesse non sono semplici parole: sono alleanze che coinvolgono Dio e che non si cancellano di fronte alla difficoltà. Anche se l’amore coniugale cambia forma nel tempo – da romantico a familiare, da compagno di viaggio a custode di vita – la fedeltà diventa testimonianza di un amore che non abbandona il sofferente.

Al di là delle dinamiche personali e delle complesse realtà delle relazioni umane, la scelta di Rebecca di ritirare il divorzio e di accompagnare Eric nella malattia ci porge alcune domande inevitabili e feconde. Che cosa significa stare accanto a chi soffre quando il mondo ci invita a cercare prima i nostri interessi? In che modo la nostra fede ci chiama non solo ad amare nella gioia, ma a restare presenti nella tempesta? Come possiamo incarnare nella nostra vita quotidiana la compassione, la cura, il dono di sé che Gesù ci ha mostrato?

La scelta di Rebecca non è stata perfetta né priva di difficoltà. Lei stessa ha più volte parlato di quanto fosse “complicato” e incerto il suo cammino. Ma proprio lì si manifesta un aspetto essenziale della vita cristiana: non tanto e non solo la perfezione, quanto piuttosto la fedeltà. Ed è proprio quest’ultima che, resa visibile nella cura quotidiana, nelle decisioni difficili, nei piccoli gesti di presenza a volte invisibili, diventa un esempio di amore incarnato. Diventa un modo concreto di vivere la misericordia di Dio nel mondo, fino alla fine, “nella salute e nella malattia”.

Fabrizia Perrachon

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Nek parla dell’amore e cita San Paolo

Una frase di San Paolo nella Lettera ai Corinzi dice che l’amore tutto sopporta: penso che sia molto eloquente perché se non c’è quel sentimento non andrai mai molto lontano. Sapere che qualcuno sia sempre lì per te è commovente[1]. Questo è il passaggio chiave della bella e profonda intervista che Filippo Neviani, in arte Nek, ha rilasciato a Vanity Fair qualche settimana fa. Fa bene al cuore leggere simili dichiarazioni. Un artista, un vip che non si vergogna di parlare della fede, di citare la Parola di Dio, di ricordarci che il Signore c’è. Soprattutto quando si parla di coppia e di sponsalità.

Nek ha raccontato l’amore in versi e melodie che hanno toccato generazioni. Ma è in queste frasi che il cantante ha aperto il proprio cuore non solo come artista, quanto soprattutto come uomo che ha vissuto l’esperienza del matrimonio e della famiglia lungo oltre due decenni. Nelle sue parole semplici e sincere emerge una riflessione che trova un’eco profonda nella spiritualità cristiana. Il richiamo a San Paolo è, ovviamente, quello al cosiddetto “Inno alla carità”, ossia il capitolo tredici della Prima lettera ai Corinzi, versetti dall’uno al tredici.

Nek ha confessato che per lui l’amore oggi è un sentimento “adulto”, un fuoco che arde con meno fiammate e più profondità, perché va continuamente scelto e custodito. Ha sottolineato come in un matrimonio duraturo non sia l’orizzonte delle emozioni a reggere la coppia, ma la perseveranza nel “restare insieme anche quando la vita presenta ostacoli reali”, come la distanza, le difficoltà professionali e le prove personali. È significativo che in quel contesto egli abbia richiamato le parole di San Paolo nella Lettera ai Corinzi, quando afferma che “l’amore “tutto sopporta”; per Nek questa citazione non è un vezzo culturale, ma un principio che si è tradotto in “esperienze concrete”, sia nei momenti di luce sia nelle ore di ombra nelle relazioni umane.

Così, l’amore coniugale per Nek non è un sentimento effimero e fluttuante, ma una realtà incarnata, una scelta quotidiana di fedeltà e presenza. È ricordare ogni giorno perché si è deciso di legare la propria vita all’altra persona, è ritrovarsi negli sguardi dopo una giornata di stanchezza, è rialzarsi insieme dopo le inevitabili cadute che ogni cammino umano sperimenta. Come San Paolo insegna ai cristiani, “La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. 7Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1 Cor 13, 4-7).È questa dinamica di dono ciò che trasforma un rapporto umano in un vero sacramento di vita.

La testimonianza di Nek risuona in parallelo con una verità che la Chiesa cattolica propone da sempre: il matrimonio non è solo un’unione legale o affettiva, ma una vocazione, una chiamata alla santità attraverso il dono di sé. Proprio nel senso che San Paolo affida ai fedeli, l’amore sponsale è fatto non solo di attimi di felicità, ma di una volontà che si rinnova con coraggio e sacrificio. Nelle difficoltà, nelle incomprensioni e persino nelle ferite – come quelle che richiedono il perdono e la pazienza – il cuore umano è chiamato a guardare oltre se stesso.

E così, quando Nek parla di “tenere vivo il fuoco dell’amore”, egli parla di un amore che non si arrende alla prima difficoltà, ma che cresce nella quotidianità fatta di gesti di tenerezza, di ascolto, di piccoli gesti di cura e attenzione. È un amore che non si limita a “sentire”, ma che sceglie, ogni mattina, di rinnovare la promessa di esserci, di camminare insieme, di sostenersi reciprocamente nella gioia e nel dolore. È qui, nella concretezza di ogni giorno, che l’insegnamento di San Paolo – che l’amore tutto sopporta e non conosce fine – diventa per il credente non un principio astratto, ma una luce che guida il cuore e le azioni della coppia.

In un’epoca in cui spesso l’amore viene ritrattato come un’illusione o ridotto a fase transitoria dell’esistenza, la riflessione di Nek ci ricorda che l’amore coniugale cristiano è una promessa che si rinnova nella quotidianità con la grazia di Dio. E’ un cammino di crescita. E’ il luogo in cui due persone si aiutano a diventare più autenticamente se stesse, fino a rispecchiare, nella loro relazione, l’amore infinito di Cristo per la sua Chiesa.

Fabrizia Perrachon

4-8 marzo 2026: pellegrinaggio/ritiro a Medjugorje per genitori che hanno già figli in Cielo, andati Lassù a qualsiasi età e per qualsiasi ragione. Saranno presenti un sacerdote, Diego Manetti e … Desideri saperne di più per partecipare o diffondere? Clicca qui

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[1] Intervista integrale disponibile a questo link: https://www.vanityfair.it/article/nek-intervista-amore-moglie-patrizia-figlia-beatrice

Non mi posti sui social? Meglio così, grazie Amore!

È un titolo – volutamente – provocatorio. Ma la provocazione a volte, si sa, ci spinge a riflessioni profonde. In questo caso, è un titolo dietro al quale si nascondono una gran bella verità nonché studi scientifici. Qualche tempo fa l’algoritmo di un noto social network mi ha proposto il video di uno psicologo che affrontava questa possibilità, argomentandola in modo serio e abbastanza completo, nonostante il tempo e lo spazio necessariamente limitati di un video.  

Uno dei principali rischi dell’uso intenso dei social media, lo sappiamo, è il confronto sociale. Proprio sulla base di questo, la conclusione a cui si arriva è che le coppie che tendono a paragonare la loro relazione all’highlight reel altrui, magari idealizzato in modo acritico, rischiano di subire insicurezza e insoddisfazione. Al contrario, quelle che condividono meno contengono meglio queste pressioni e possono concentrarsi sull’autenticità del loro legame.

Una serie di studi condotti da Juwon Lee (Carnegie Mellon University) e Omri Gillath (University of Kansas) rivela che la divulgazione eccessiva online, soprattutto verso un pubblico ampio e generico, può indebolire l’intimità e la soddisfazione relazionale. Di contro, interazioni private favoriscono il legame emotivo. Uno studio sperimentale ha usato pagine Facebook simulate con diversi livelli di profondità nelle condivisioni. I partecipanti che immaginavano il proprio partner come autore di post profondi e molto personali su una pagina pubblica hanno riportato minore intimità e soddisfazione rispetto a quelli esposti a bacheche più neutre. La sovraesposizione mediatica, inoltre, può mettere in imbarazzo la “metà” meno social della coppia, inquinando di imbarazzo e malcontento il rapporto.

Diversi articoli recenti citano studi che correlano una presenza social ridotta delle coppie con livelli di felicità e autenticità maggiori. Il motivo è semplice: non dover mantenere una facciata spettacolare libera dal bisogno di mostrare a tutti quanto si sia felici. Inoltre, un articolo di Psychoadvisor descrive come l’oversharing di coppia (ossia la condivisione eccessiva) sia legato a stili di attaccamento ansiosi e a un bisogno eccessivo di conferme esteriori, rendendo la relazione più fragile, piuttosto che più forte. Il social media può facilitare sentimenti negativi come gelosia, distrazione e persino atteggiamenti di micro (o macro) infedeltà. Una maggiore esposizione online può amplificare sospetti e confronto con altre relazioni, danneggiando la fiducia reciproca.

Va però sottolineato che non tutta la condivisione è dannosa. Alcune forme moderate e orientate alla coppia—ad esempio cambiare insieme la foto del profilo o celebrare privatamente un anniversario—possono rafforzare il senso di unione e appartenenza. È questa, per esempio, la sottile linea rossa tra esibizionismo e testimonianza. Dove finisce uno e inizia l’altra? Quando si può parlare dell’uno piuttosto che dell’altra? Il parametro è sempre la carità cristiana: mi vanto se voglio mostrare esclusivamente me stesso (o noi stessi, nel caso di una coppia); cerco di dare la mia/nostra testimonianza quando il contenuto, la foto, il post o il video portano il messaggio del Vangelo. Non preoccupiamoci, dunque, di apparire quanto di piacere a Nostro Signore! Pensate, lo diceva già San Paolo, due mila anni fa: “Infatti, è forse il consenso degli uomini che cerco, oppure quello di Dio? O cerco di piacere agli uomini? Se cercassi ancora di piacere agli uomini, non sarei servitore di Cristo!” (Gal 1, 10).

Non preoccupiamoci, quindi, se il nostro lui o la nostra lei non ci posta compulsivamente sui social. Molto volte può essere un’espressione di protezione, quindi d’amore. L’importante è la condivisione del sentimento che lega, della roccia che è Cristo, che dev’essere alla base di ogni relazione sana, matura e duratura che si rispetti. E se proprio si vuole immettere qualcosa nei social, l’importante è discuterne insieme! Chiedendosi innanzitutto che cos’è che ci rappresenta come coppia. Senza dimenticare che allontanare i dispositivi elettronici può favorire momenti offline di grande qualità e importanza: conversazioni, attenzioni quotidiane, sostegno invisibile, preghiere. E, soprattutto, senza mai dimenticare che il miglior supporto per la coppia viene da Dio piuttosto che da un’approvazione esterna, magari di perfetti sconosciuti.

Allora saremo liberi di canticchiare, sulle note del celeberrimo “Il ballo del mattone”: Non essere geloso se non ti posto in un reel!  Piuttosto, “mettimi come sigillo sul tuo cuore” (Cant 8, 6).  

Fabrizia Perrachon

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