Viviamo in un tempo in cui l’esposizione è diventata quasi inevitabile. I social network sono piazze affollate, luoghi in cui si racconta ciò che si vive, ciò che si pensa, ciò che si ama. Anche la fede, inevitabilmente, entra in questi spazi. Ed è proprio qui che emerge una domanda delicata, a volte scomoda, ma necessaria: quando il nostro mostrarci come cattolici è testimonianza autentica e quando, invece, rischia di diventare esibizionismo spirituale? Insomma: c’è – e, se sì, dov’è – la sottile linea rossa tra testimonianza ed esibizionismo?
Non è solo la parafrasi del titolo di un film del 1998. Tratto, a sua volta, dall’omonimo un romanzo del 1962. È un punto cruciale, uno snodo decisivo dell’esserci sui social come cristiani, come fedeli, come coppia, come testimoni, appunto. Testimoni di Cristo, non testimonial di se stessi. La differenza è nel come ci si espone. E con che intenzione lo si fa. Con che intenzione, con che spirito, con che cuore.
Il Vangelo non ha paura della visibilità. Cristo stesso ha parlato alle folle, ha compiuto segni davanti a tutti, ha affidato ai suoi discepoli un mandato chiaro e universale: andare e annunciare. La fede, per sua natura, tende a espandersi, a comunicarsi, a farsi incontro. Non è un tesoro da seppellire, ma una luce da porre sul candelabro perché illumini la casa. Tacere per timore di apparire, nascondersi per paura del giudizio, non è sempre umiltà; talvolta è rinuncia alla missione.
Esiste, tuttavia, una linea sottile, rossa come il sangue del sacrificio e come il fuoco dello Spirito, che separa la testimonianza dall’esibizione. La testimonianza nasce da un incontro che trabocca, l’esibizionismo nasce dal bisogno di essere visti. La prima ha Cristo come centro, il secondo ha l’io. La testimonianza dice «guardate Lui», l’esibizionismo dice «guardate me» o «guardate noi». Alcune volte solo sussurrandolo, altre addirittura gridandolo. «Io sono io e voi siete nessuno». Squallido, vero?
Il cattolico che si espone sui social non lo fa per mostrarsi migliore, più coerente, più santo degli altri. Sa bene – se è onesto con se stesso e con gli altri – di essere un peccatore perdonato, non un modello da ammirare. Parla di Cristo perché Cristo ha parlato a lui, racconta la bellezza della fede perché quella bellezza lo ha salvato, rialzato, consolato. In questo senso, condividere una preghiera, un pensiero spirituale, un frammento di vita illuminato dal Vangelo non è autocelebrazione, ma gratitudine che diventa parola, immagine, reel. Ossia diventa testimonianza.
La fede autentica non ha bisogno di costruire una vetrina. Non si misura in like, non si nutre di consenso, non cerca approvazione. È sobria, anche quando è ardente. È semplice, anche quando è profonda. Chi testimonia davvero non ha l’ansia di apparire perfetto, anzi spesso mostra le proprie ferite, perché è proprio lì che la grazia di Dio si è fatta spazio. San Paolo lo dice con forza: è nella debolezza che si manifesta la potenza di Dio. Quando questo criterio guida il cuore, anche l’esposizione pubblica diventa umile.
Certo, il rischio dell’esibizionismo esiste sempre, e nessuno ne è immune. Per questo la testimonianza cristiana richiede un continuo discernimento interiore. La domanda decisiva non è tanto «Posso pubblicarlo?» ma «Perché lo pubblico?». È per attirare attenzione su di me o per aprire uno spiraglio su Dio? È per sentirmi approvato o per offrire una parola che possa incoraggiare, consolare, far nascere una domanda nel cuore di chi legge? Quando il movente è l’amore, anche un post diventa preghiera; quando il movente è l’ego, anche una frase pia rischia di svuotarsi.
Esporsi come cattolici oggi è anche un atto di coraggio. Significa accettare di non piacere a tutti, di essere fraintesi, talvolta derisi. Chi lo fa per vanità si stanca presto, perché il giudizio degli altri diventa insopportabile. Chi lo fa per Cristo, invece, trova la forza di restare, perché non cerca se stesso ma Colui che lo ha chiamato. È la differenza tra chi si mette in scena e chi si mette in cammino. La bellezza della fede non ha bisogno di effetti speciali. Brilla quando è vera, quando è incarnata, quando profuma di vita vissuta. Parlare di Cristo sui social non significa proclamarsi maestri, bensì compagni di strada; non significa esibire le proprie capacità quanto condividere una speranza che sostiene. La testimonianza autentica è sempre un atto d’amore, mai di superiorità.
La sottile linea rossa tra testimonianza ed esibizionismo passa dunque nel silenzio del cuore, lì dove solo Dio vede. Se ciò che mostriamo nasce dalla preghiera, se è attraversato dal desiderio di servire e non di emergere, allora anche uno schermo può diventare luogo di evangelizzazione. Perché, quando al centro non ci siamo noi, ma Cristo, persino i social possono trasformarsi in un piccolo pulpito da cui annunciare, con umiltà e verità, la bellezza della fede che salva.
Fabrizia Perrachon
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