Il nostro matrimonio è come il cedro del Libano

Proseguiamo con il terzo poema. Il corteo nuziale sta giungendo. Lo sposo è trepidante. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Il coro

Ecco, è il suo trono, quello di Salomone! / Lo scortano sessanta prodi / tra i più valorosi d’Israele. / Tutti sono armati di spada, e addestrati alla guerra; / ciascuno porta al fianco la spada / contro i pericoli della notte. / Un padiglione nuziale s’è costruito il re Salomone / con il legno del Libano. / Le sue colonne sono d’argento, / il suo tetto è d’oro; / il suo sedile di porpora; / l’interno ricamato con amore / delle figlie di Gerusalemme. / Uscite, figlie di Sion, / guardate il re Salomone, / con la corona con cui lo incoronò sua madre / nel giorno del suo sposalizio, / nel giorno della gioia del suo cuore.

Lo sposo è impaziente. L’abbiamo visto nei versetti precedenti a questi. Dietro quell’iniziale “Che cos’è?”, si nasconde tutto il desiderio di vedere, di conoscere la sposa in tutta la sua bellezza. Ogni sposo, in fondo, ha provato questa impazienza. Lo siamo stati anche noi, il giorno del nostro matrimonio. Sapevamo che il matrimonio avrebbe rappresentato qualcosa di completamente nuovo, una relazione unica, diversa da qualsiasi altra vissuta prima. Ora, con anni di matrimonio alle spalle, posso vedere chiaramente come quel momento abbia segnato l’inizio di una meravigliosa novità, ma già allora il mio cuore lo percepiva. Lei era – e continua a essere – la mia regina.

La sposa è regina per ogni sposo. Non è una persona da possedere, ma un dono prezioso da custodire. San Giovanni Paolo II, nella Teologia del corpo, ci ricorda: “La donna è affidata all’uomo, e l’uomo è affidato alla donna, non semplicemente come oggetto di possesso o di consumo, ma come un dono incommensurabile e reciproco”. Le guardie armate che accompagnano la sposa nel Cantico dei Cantici simboleggiano questa sua preziosità, ma anche la responsabilità dello sposo: custodire questo dono come la perla più preziosa della sua vita.

Dio ci ha preparati per il matrimonio, per questo meraviglioso percorso a due. È un cammino sacro, da difendere contro le insidie del mondo, dal peccato e dalla concupiscenza. Non è sempre facile. Tuttavia, come insegna ancora Giovanni Paolo II: “L’amore vero è esigente. Non è un’attrazione passeggera, un’illusione romantica o una semplice emozione. È un impegno che chiama a crescere e a donarsi continuamente”.

Un altro significato profondo del matrimonio è la guarigione e l’apertura all’altro. Se vissuto in Cristo, il matrimonio può liberarci dalle nostre paure, dalle difese che ci tengono prigionieri e dalle ferite che ci impediscono di accogliere l’altro in pienezza. La sposa, come nel Cantico, non avrà più bisogno di guerrieri armati: con il suo sposo si sentirà al sicuro, accolta, amata. Questo è il nostro compito, la nostra vocazione matrimoniale. Anche se sbaglieremo, il nostro desiderio di volerci bene non dovrà mai venire meno.

Il baldacchino di Salomone, fatto con il profumato cedro del Libano, simboleggia una relazione duratura e immortale. Allo stesso modo, il nostro matrimonio è radicato nella Parola fatta carne, che non passerà mai. La relazione matrimoniale, come il Santo dei Santi che custodiva l’Arca dell’Alleanza, è abitata da Dio stesso. Noi, come sposi, siamo il tabernacolo dell’amore di Cristo: nella nostra limitata capacità di amare, portiamo l’infinito amore di Dio.

Ritorno al giorno del nostro matrimonio. Quando Luisa è entrata in chiesa con il suo abito bianco e si è avvicinata all’altare, verso di me, non riuscivo a contenere l’emozione. In quel momento, mi sentivo come lo sposo del Cantico, che pregustava l’inizio di qualcosa di immenso. È come dice Mr. Darcy in Orgoglio e Pregiudizio: “Tu mi hai stregato anima e corpo, e ti amo, ti amo, ti amo”. In quel momento non capivo ancora tutta la realtà che il matrimonio avrebbe dischiuso, ma già il mio cuore gioiva per qualcosa che intuivo essere grande, troppo grande.

Antonio e Luisa

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