Sal 97 (98) Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie. Gli ha dato vittoria la sua destra e il suo braccio santo. Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza, agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia. Egli si è ricordato del suo amore, della sua fedeltà alla casa d’Israele. Tutti i confini della terra hanno veduto la vittoria del nostro Dio. Acclami il Signore tutta la terra, gridate, esultate, cantate inni! Cantate inni al Signore con la cetra, con la cetra e al suono di strumenti a corde; con le trombe e al suono del corno acclamate davanti al re, il Signore.
Ieri è stato proclamato questo Salmo nella liturgia della Parola, e nonostante il testo faccia spesso ricorso al verbo “cantare”, lo ascoltiamo quasi sempre proclamato e non cantato. Alla loro genesi queste preghiere salmodiche erano state concepite come canti dei quali purtroppo sono andate perse le melodie iniziali, anche se poi il repertorio del canto gregoriano ha ridato la dignità di canti alla maggior parte dei Salmi.
Ed è proprio la loro iniziale natura di canti ad essere la motivazione principale per cui si incontrano nei Salmi continue esortazioni al canto, alla lode e all’acclamazione.
Oggi ci soffermiamo solo sulla prima di questi inviti alla lode: “Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie.” … come può essere un invito a cantare un canto nuovo se in realtà questo salmo nasce sotto forma di canto? Forse che l’autore sapeva già che le sue melodie sarebbero andate perse, una sorte di preveggenza? Forse non era ancora stato inventato il pentagramma e non poteva depositare l’opera presso l’organo di tutela del copyright?
Quando nel lontano 1998 mi iscrissi ad un corso per musicisti cattolici, pensai di andare a fare una scorpacciata di musica, ma già la prima sera ci fu dato il “libro di testo” che avremmo seguito per tutta la settimana, il quale aveva un titolo alquanto eloquente: “Il silenzio del musicista“. In conclusione, scoprii che per fare musica bene, la prima cosa da sviluppare non sono le tecniche di esecuzione, di arrangiamento, di lettura, di postura o altro; la prima cosa da sviluppare è la capacità di ascolto. Ed il primo ascolto lo si deve al nostro cuore, al nostro mondo interno, perché è da lì che nasce l’espressione musicale.
Cari sposi, per cantare al Signore, per lodarlo, bisogna che prima impariamo a scorgere nella nostra vita le Sue tracce che Lui ha disseminato a piene mani lungo il corso della nostra esistenza… un po’ come ha fatto Pollicino che ha lasciato le tracce del proprio passaggio.
La seconda cosa che imparai (in quel corso) è legata al fatto che non sempre l’ispirazione per nuove composizioni è ai massimi livelli, a volte sembra che l’ispirazione ci volti le spalle per molto tempo… e che fare allora?
Il tutor ci disse: “Quando non esce una canzone dal di dentro, fai in modo che la tua stessa vita sia una canzone nel Signore“. Cari sposi, il canto nuovo che dobbiamo cantare al Signore è la nostra stessa vita di sposi.
Coraggio.
Giorgio e Valentina.