I nostri cuori sono liberi di fronte all’amore? Non la libertà del “faccio quello che voglio”. E nemmeno l’amore degli stickers a cuoricino o delle dichiarazioni eclatanti da film. Parlo dell’amore vero, autentico, quello che si dona e che dona, che dà prima di ricevere. Siamo capaci di un amore così?
Trentacinque anni fa, in Belgio, stava per accadere qualcosa di clamoroso, che avrebbe segnato un prima e un dopo nella storia. Non solo quella politica ma, soprattutto, quella delle coscienze. Il 3 aprile 1990 re Baldovino abdicò per due giorni pur di non firmare il referendum che legalizzava l’aborto entro le dodici settimane. “So che agendo così – scrisse al Capo del Governo Wilfried Martens – non scelgo una strada facile e che rischio di non essere capito da un buon numero di concittadini. Ma è la sola via che in coscienza posso percorrere”. Chapeau. C’era una volta un re. Fedele al Re del Cielo.
Baldovino, autenticamente cattolico, aveva sempre messo Dio al primo posto nella sua vita. Non aveva vissuto un’infanzia semplice: perduta la madre a cinque anni, era stato fatto prigioniero durante la Seconda Guerra Mondiale. Il 15 dicembre del 1960 aveva sposato Fabiola de Mora y Aragón, nobile spagnola, anche lei credente fervente. Si racconta che entrambi erano stati nubili a lungo perché intenzionati a sposarsi solo con la persona giusta. Fabiola aveva dichiarato: “Ho messo la mia vita nelle mani di Dio, mi abbandono a Lui, forse Egli mi prepara qualcosa”. Da ragazza aveva pubblicato una serie di novelle per bambini, intitolata “Los doce cuentos maravillosos”, i “Dodici racconti meravigliosi”.
La vita di Baldovino e Fabiola fu messa alla prova da ben cinque aborti spontanei. La coppia, pur davanti a queste prove dolorosissime, non perse mai la fede e affrontò tutto con grande abbandono alla volontà di Dio. Il sovrano dichiarò: “Ci siamo interrogati sul senso della nostra sofferenza e, a poco a poco, abbiamo capito che il nostro cuore era più libero per amare tutti i bambini, assolutamente tutti i bambini”. Chapeau. C’era una volta un re. Fedele al Re del Cielo.
Baldovino e Fabiola amavano i bambini, da sempre. Non avrebbero mai firmato una legge che ne avrebbe condannato a morte un alto numero. Baldovino e Fabiola furono coerenti con la loro fede, anche a discapito della loro posizione di reali. Baldovino abdicò per due giorni per non metterci la firma. E la faccia. E la coscienza. Non poteva opporsi perché il Parlamento aveva ormai deciso. Lui, però, non si è sporcato l’anima vendendola “al mercato del mondo”, come avrebbe detto San Charbel. La legge passò ma senza la sua approvazione. E il suo autografo. E la sua anima. Baldovino e Fabiola avevano dimostrato nei fatti, e non solo a parole, la loro fede e il loro amore a Dio. E, con esso, l’amore alla vita. Avevano, così, cinque figli nati in Cielo e chissà quanti sulla terra. Amati davvero.
Il 17 dicembre 2024 è partito l’iter per la causa di beatificazione di Baldovino. Dopo la visita del Papa in Belgio, il Dicastero delle Cause dei Santi ha avviato il regolare processo, costituendo una Commissione formata da esperti in ricerca archivistica e storia belga, con il compito di raccogliere e valutare la documentazione relativa al sovrano.
Baldovino e Fabiola si sono amati di un amore autentico, vero, libero. Libero dai condizionamenti del loro status sociale, libero dall’ipocrisia, libero dalle falsità. Il non aver avuto figli sulla terra non ha scalfito il loro rapporto né quello con Dio. Anzi, ha rinsaldato entrambi, rendendo i loro cuori capaci di amare nella libertà e nella grandezza di chi sa che Dio dispone tutto per il Bene più grande. Baldovino e Fabiola si erano fidanzati a Lourdes l’8 luglio del 1951 e, senza dubbio, Maria Santissima è stata la loro guida, la loro forza, la loro speranza.
Baldovino aveva composto di suo pugno una preghiera: “Che importa se devo bere un calice amaro, e se sento il mio cuore triste fino alla morte: poiché sei tu, Gesù, che vuoi il sacrificio, io non conto. A tua volontà, mio Gesù, lascia cadere il velo, mostrami la tua bellezza, stringimi tra le tue braccia, o dal cielo oscurato ruba ogni stella: io non conto. Dammi, mio Gesù, la tua pace o la tempesta, corona i miei sforzi, o non sostenermi, sotto il peso dei dolori lascia piegare la mia testa: io non conto. Che il mio cuore sia ferito, anche da coloro che amo, che importa mio Gesù, visto che mi amerai! Che il bene che faccio sia esso stesso sospettato: io non conto. Se vuoi che ti onori incessantemente, o se devo languire nell’impotenza, ahimè! Che importa, mio Gesù! Lo vuoi: ti adoro! Io non conto. Se devo finire di scalare il calvario, se il Cireneo manca anche ai miei passi, che importa, mio Gesù! Vedrai la mia miseria. Io non conto. Non importa il mio piacere, la mia gioia, la mia sofferenza! Solo Gesù deve contare nel mio cuore qua sotto. Solo a lui gloria, amore, gratitudine: io non conto”.
Chapeau. C’era una volta un re. Fedele al Re del Cielo. E con una regalità che profuma tanto di Lassù e poco di quaggiù, la cui preghiera – in Quaresima – può diventare anche la nostra.
Fabrizia Perrachon