Mi sono immaginato l’incontro in cielo tra due grandi del nostro tempo. In un’immaginaria sala colma di luce, due figure si incontrano: Papa Francesco, volto di una Chiesa che accoglie e abbraccia, e San Giovanni Paolo II, custode ardente della verità e della dottrina cattolica. Tra loro non vi è contrapposizione, ma un dialogo profondo, nato dall’amore per Cristo e la sua Chiesa. Si confrontano, si ascoltano, si interrogano. Perché l’accoglienza e la verità non si escludono, ma si richiamano reciprocamente in un’armonia che solo lo Spirito sa orchestrare.
Francesco apre con tono sereno: “La Chiesa non è una dogana, è la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa.” La sua voce è quella di un pastore che ha camminato nelle periferie del mondo, che ha visto il dolore, la solitudine, le fragilità dell’uomo moderno. “Non possiamo aspettare che le persone siano perfette per annunciare loro il Vangelo. L’ospedale da campo si allestisce dove i feriti si trovano, non dopo che sono guariti.”
Giovanni Paolo II lo guarda con affetto, ma anche con fermezza. “L’uomo non può vivere senza verità. È la verità che lo libera, che gli dà senso, che gli dona dignità.” La sua voce è solida, radicata in anni di lotta contro il relativismo e i totalitarismi. “L’amore vero – dice – non si oppone mai alla verità. Anzi, solo chi ama davvero dice la verità, anche quando costa.”
Francesco annuisce, ma rilancia: “Certo, ma come possiamo trasmettere la verità a cuori feriti, se non passiamo prima dalla porta della misericordia?” Parla di una Chiesa che sa piangere, che sa attendere i tempi di Dio nelle persone. “Il tempo è superiore allo spazio – ripete spesso – e la realtà è superiore all’idea. Non possiamo ingabbiare la grazia in schemi rigidi.”
Giovanni Paolo II sorride appena, poi risponde: “È vero, ma senza la luce della dottrina, rischiamo di confondere misericordia con permissivismo. La verità evangelica non è un peso, è una luce sul cammino.” Ricorda le parole pronunciate a Veritatis Splendor: “Non c’è libertà senza verità. La coscienza non crea la verità, la scopre.”
Nel dialogo, i due si avvicinano. Francesco riconosce: “Senza dottrina, l’accoglienza diventa generica, quasi sentimentale. La misericordia stessa ha bisogno di una struttura che la sostenga.” E Giovanni Paolo II riconosce a sua volta: “La dottrina che non si fa carne nella compassione, rischia di diventare sterile, giudicante. Cristo non ha condannato l’adultera, ma l’ha sollevata e poi le ha detto: ‘Va’ e non peccare più.’”
La sintonia cresce. Entrambi ammettono che la sfida non è scegliere tra accoglienza e verità, ma tenerle insieme in un equilibrio vitale, che solo la preghiera e il discernimento possono custodire. In fondo, Gesù stesso è la perfetta sintesi di questa tensione: pieno di grazia e di verità (Gv 1,14).
Due approcci, una sola Chiesa
Il falso dilemma tra misericordia e dottrina si dissolve nel riconoscere che ogni epoca ha bisogno di accenti diversi. Giovanni Paolo II ha parlato a un mondo confuso dopo le ideologie del Novecento. Aveva bisogno di stabilità, di identità, di ancoraggi profondi. La sua dottrina, solida e luminosa, ha offerto un faro a intere generazioni. Papa Francesco, invece, parla a un mondo ferito, sradicato, disorientato dall’individualismo e dalla cultura dello scarto. Il suo linguaggio di accoglienza, ascolto, prossimità, è balsamo per chi si sente escluso.
Non è questione di “migliore” o “peggiore”, ma di discernere ciò che lo Spirito chiede alla Chiesa in un dato tempo storico. In un mondo in cui tanti si allontanano non perché hanno dubbi sulla dottrina, ma perché non si sentono amati o compresi, l’accoglienza è la prima porta della verità. Ma una volta entrati, serve anche la fermezza di un annuncio che non tradisce il Vangelo, che non relativizza il bene e il male, che osa ancora dire “no” e “sì” con chiarezza.
Discernere con fiducia
Come capire cosa richiede oggi la Chiesa? Come evitare di cadere o nel dogmatismo freddo o nel buonismo vago? La risposta non è nel gusto personale o nella reazione emotiva. Serve discernimento spirituale, ascolto dello Spirito, preghiera comunitaria. E serve fiducia: fiducia nella Chiesa, che, pur tra fragilità umane, è guidata da Cristo; fiducia nei Papi, che non sono padroni della verità ma suoi servitori; fiducia che Dio scrive diritto anche sulle righe storte della storia.
In un tempo in cui la verità viene talvolta strumentalizzata e l’accoglienza svuotata di contenuto, la Chiesa è chiamata a essere madre e maestra: tenera nel cuore, salda nel fondamento. E noi, figli di questo tempo, camminiamo insieme. Non scegliamo tra Francesco o Giovanni Paolo. Preghiamo per saperli ascoltare entrambi. Perché in ciascuno di loro c’è qualcosa dello Spirito che parla oggi alla nostra vita.
Antonio e Luisa
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