Domenica scorsa, rivolgendosi alle famiglie, Papa Leone ha sottolineato un aspetto di grande rilievo, passato forse troppo inosservato: il matrimonio non è solo un ideale da inseguire, ma un canone – cioè la forma concreta e piena dell’amore. Un’affermazione che merita di essere approfondita, perché cambia radicalmente il modo in cui guardiamo alla vocazione coniugale.
Papa Leone ha usato, sebbene pronunciate con sua consueta dolcezza, parole potenti. Perché un “canone” non è un’aspirazione, ma una regola viva. È l’insieme delle caratteristiche che definiscono qualcosa nella sua verità più piena. Il matrimonio, dunque, non è una bella idea, ma il “metro” con cui si misura l’amore vero. Non è l’ombra del sentimento, ma il suo corpo. E questo cambia tutto.
L’amore ha bisogno di un corpo
Nel mondo contemporaneo, l’amore è spesso ridotto a emozione passeggera, a spontaneità istintiva, a coerenza con il proprio sentire. Ma se l’amore non ha forma, se non ha un contenitore, se non ha un confine che lo protegga, rischia di svanire nel tempo. Il matrimonio sacramentale è quel “corpo” dato all’amore, quel limite che non mortifica ma custodisce.
Scrive don Luigi Maria Epicoco: “L’amore ha bisogno di una forma per restare fedele a se stesso. E questa forma non è una prigione, ma un grembo. Non è un recinto, ma un’alleanza.”
Il matrimonio è l’alleanza che dà carne all’amore. È quella struttura che lo tiene in piedi anche quando la passione traballa, quando il desiderio si affievolisce, quando la stanchezza sembra spegnere l’incanto. È ciò che permette all’amore di superare il tempo e le sue intemperie.
Un amore che trasforma, non che consuma
Papa Francesco, in Amoris Laetitia, ci mette in guardia da un amore che consuma l’altro invece di donarsi. Parla di “una cultura del provvisorio” che ha svuotato di senso la fedeltà, e ci invita a recuperare un amore che sia scelta radicale, dono totale, percorso spirituale. Solo un amore così può davvero essere “canone”: cioè misura e non solo sogno.
Il matrimonio, infatti, non è il luogo dove si esaudiscono tutti i desideri, ma dove si purificano. È la fucina nella quale l’amore diventa adulto. Dove si passa dall’innamoramento all’amare. E questo richiede tempo, pazienza, perdono, sacrificio.
L’illusione dell’amore perfetto
Dal punto di vista psicologico, questa visione del matrimonio come canone risponde a un bisogno profondo dell’anima: quello di essere contenuta, strutturata, guidata. Come spiega l’Analisi Transazionale, ogni persona ha dentro di sé tre stati dell’Io: Genitore, Adulto e Bambino. L’amore immaturo è spesso dominato dal Bambino: desidera essere accolto senza condizioni, cerca emozioni forti, teme il rifiuto. Ma l’amore maturo deve passare attraverso l’Adulto, capace di scegliere, di restare, di integrare. Il matrimonio è lo spazio in cui questo passaggio può avvenire, se vissuto nella verità.
Molte coppie entrano nel matrimonio con l’idea che l’altro colmerà ogni loro vuoto. Ma come dice ancora Epicoco, “nessuno può essere il Salvatore dell’altro”. Solo Cristo salva. Il coniuge non è Dio, ma un compagno di pellegrinaggio, ferito e bisognoso di grazia. Il matrimonio non è il paradiso, ma il sentiero per arrivarci.
Quando la legge è grazia
Per questo il matrimonio è sì una legge, ma una legge redenta. Non imposta dall’esterno, ma accolta nel cuore. È come la liturgia: ripetitiva, sì, ma vitale. I riti della vita coniugale — il buongiorno, il pasto condiviso, l’atto di perdono, l’abbraccio della sera — sono i “riti liturgici” dell’amore che trovano il culmine nel gesto sacramentale che è l’amplesso. E come ci ricorda il Catechismo, “la grazia del sacramento è destinata a perfezionare l’amore dei coniugi” (CCC 1641). La grazia non elimina la fatica, ma la trasfigura.
Il matrimonio è canone dell’amore perché ci obbliga a uscire dal narcisismo, dalla logica del “finché mi va”, e ci educa alla comunione. Solo così l’amore non diventa un capriccio, ma una vocazione.
Una chiamata alla verità dell’amore
Allora il punto non è: “Questo matrimonio mi rende felice?”. Ma: “Questo matrimonio mi sta facendo diventare più vero, più libero, più capace di amare?”. È il passaggio dalla logica del bisogno a quella del dono.
Il matrimonio, dunque, non è la scenografia dell’amore, ma il suo canone. È il luogo dove l’amore diventa carne, si struttura, cresce, si purifica, e — se lasciamo entrare Dio — si trasfigura. Non sarà mai perfetto. Ma sarà reale. E sarà fecondo. Perché ciò che ha forma può durare. Ciò che ha radici può fiorire.
E questo è il vero miracolo del matrimonio: non essere il luogo delle emozioni perfette, ma delle scelte fedeli. Non essere il sogno dell’amore, ma la sua verità.
Antonio e Luisa
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