Nei versetti che seguono la Sposa del Cantico si lascia andare a una descrizione meravigliosa e meravigliata dell’amato. Cosa possiamo dedurre? Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).
L’amata
Il mio dôdì è radioso e vermiglio, riconoscibile fra mille e mille. Il suo capo è oro, oro fino, i suoi riccioli fronde di palma, neri come il corvo. I suoi occhi come colombe su rivoli d’acqua; i suoi denti bagnati nel latte, ben ordinati tra loro. Le sue guance come aiuole di balsamo, aiuole di profumi; le sue labbra come gigli che stillano mirra fluida. Le sue mani impreziosite con anelli d’oro, adorne di gemme di Tarsis. Il suo petto come avorio levigato, ricoperto di zaffiri. Le sue gambe sono colonne di alabastro, posate su basi d’oro fino. Il suo aspetto come il Libano, magnifico come i cedri.
Mentre la sposa parla, tutto il corpo di lui è percorso dallo sguardo innamorato dell’amata. Gli occhi di lei scorrono sul volto di lui, soffermandosi su ogni particolare con stupore quasi sacro. Il capo del suo amato le appare come oro puro, simbolo di nobiltà e preziosità; i suoi capelli sono folti e neri, belli come grappoli di palma, segno di vigore giovanile. Lo sguardo di lei indugia poi sugli occhi di lui, che sono per lei profondi e placidi “come colombe su ruscelli d’acqua” – occhi limpidi in cui ci si potrebbe immergere e dolcemente naufragare. Le guance di lui profumano di aromi come giardini di balsamo in fiore, evocando tenerezza e conforto; le labbra, morbide come gigli, nascondono “aromi inebrianti” di mirra.
Ecco poi le mani dell’amato: solide e armoniose, simili ad anelli d’oro cesellato e tempestato di gemme – mani forti e al tempo stesso preziose, fatte per proteggere e accarezzare. Il petto e il ventre di lui appaiono alla donna come una scultura d’avorio lucente ornata di zaffiri, calda al tatto e levigata: il centro del suo essere le parla di purezza e dedizione, un cuore integro e luminoso.
Infine, le gambe dell’amato sono colonne di alabastro su basi d’oro, robuste e stabili, che lo sorreggono con la forza sicura di un pilastro. Nell’insieme, egli le sembra imponente e maestoso “come i cedri del Libano”, alberi giganti colmi di storia e mistero, forti ma eleganti.
Eppure, tutta questa possanza non intimorisce la sposa: al contrario, ella la celebra con compiacimento affettuoso, sapendo che dietro la statura imponente c’è il “tenero amante, pronto a donare… le delizie del suo palato”. Ogni metafora – oro, profumo, gigli, avorio, cedro – diventa espressione del desiderio che lei prova e della dedizione con cui lo onora.
Nominare le parti del corpo dell’amato, una ad una, equivale per la sposa a prendersi cura di lui con lo sguardo e con la parola: è un modo per dire “ti vedo, ti riconosco, ti amo in ogni tuo aspetto”. Attraverso questa lode minuziosa, la donna sembra quasi voler abbracciare l’intera persona dell’uomo amato, corpo e anima insieme, con gli occhi del cuore.
Questa scena del Cantico dei Cantici ci offre uno sguardo straordinariamente moderno e paritario sull’amore di coppia. In un testo antico ci aspetteremmo forse che fosse l’uomo a tessere le lodi della bellezza femminile – e infatti nel Cantico accade anche questo: altrove è lo sposo a descrivere il corpo di lei con immagini ardenti e vivide, esaltando i capelli della donna come un gregge di capre sulle colline, i suoi denti bianchi e perfetti come pecore appena tosate, le labbra come nastri scarlatti e il suo collo eretto come una torre. Ma qui i ruoli si ribaltano: nel brano di Ct 5,10-16 è la donna a prendere la parola, e il suo elogio dell’amato non è meno intenso o sensuale di quello dell’uomo.
C’è una differenza evidente tra le due descrizioni che esalta la complementarietà uomo-donna. La descrizione che canta la bellezza maschile è centrata su ciò che la donna non ha, ma che per lei è fonte di fascino e di attrattiva. È una descrizione di una bellezza virile e forte. La bellezza femminile, cantata da Salomone, era invece piena di dolcezza e sinuosità. Una bellezza forte contro una bellezza accogliente e feconda. Entrambe le descrizioni sono molto incentrate sul corpo e sulle parti dello stesso che riempiono gli occhi dei due amanti.
Amore reciproco, dunque, reciprocità di desiderio e di sguardi: entrambi i membri della coppia, l’uomo e la donna, si riconoscono a vicenda come preziosi e insostituibili. Questa reciprocità è al cuore dell’esperienza amorosa autentica. Ciascuno diventa, agli occhi dell’altro, “l’unico al mondo”, senza paragoni possibili. La sposa lo dice chiaramente: il suo diletto si distingue fra mille e mille, è unico tra una miriade di altri uomini. Allo stesso modo, per lui, anche lei è “unica al mondo” – come proclamerà più avanti il Cantico, «Una sola è la mia colomba, la mia perfetta» (Ct 6,9).
Questo riconoscersi unici e speciali l’un l’altro alimenta l’amore e lo rende saldo. In psicologia si sottolinea che l’ammirazione reciproca è davvero un ingrediente fondamentale dell’amore di coppia: “L’amore implica sempre una buona dose di ammirazione reciproca… L’ammirazione rappresenta il principio di ciò che potrebbe trasformarsi in una storia d’amore, perché implica che riconosciamo nell’altro delle qualità che lo rendono unico e diverso… È proprio questa diversità a far sì che la nostra attenzione si concentri su di lui/lei, e che il partner sia insostituibile per noi” (lamenteemeravigliosa.it).
Non è mera idealizzazione romantica: è un vedere l’altro in profondità, riconoscerne il valore intrinseco, la specifica bellezza che lo rende diverso da chiunque altro. È grazie a questo sguardo di ammirazione che l’amato e l’amata, nel Cantico, si chiamano a vicenda “amico mio” e “amica mia”, oltre che “amato” e “amata”: ciascuno trova nell’altro non solo attrazione sensuale, ma anche una risonanza profonda, una fiducia complice, un’amicizia amorosa fatta di stima e rispetto. In effetti, come suggerisce la psicologa Ana Villarrubia, avere un partner che ammiriamo ci riempie di orgoglio (in senso buono) e sicurezza, perché sentiamo di aver scelto qualcuno di grande valore – e sapere di essere a nostra volta ammirati dall’altro ci conferma nel nostro valore.
Nasce così un circolo virtuoso: l’amore nutre l’ammirazione e l’ammirazione rafforza l’amore. I due sguardi, maschile e femminile, diversi e complementari, costruiscono una visione reciproca positiva che protegge la relazione anche nelle prove.
Certo, l’idealizzazione assoluta dell’altro può essere rischiosa se rifiuta di vedere i difetti reali; ma il Cantico dei Cantici, pur nella sua esaltazione poetica, non è ingenuo riguardo alle difficoltà. Proprio la cornice narrativa dei versetti citati ci parla di una crisi attraversata dai due amanti: c’è stata una mancanza d’incontro, un momento di smarrimento e paura (Ct 5,2-8). L’amato è venuto a cercarla nel cuore della notte, lei esitava, e ora lui si è allontanato; la donna, colta dal rimorso, esce nella notte per ritrovarlo e subisce persino violenza da parte delle guardie urbane.
È un passaggio drammatico: perfino l’amore più bello può conoscere notti oscure, incomprensioni, il timore di perdersi. Tuttavia, ciò che colpisce è come la sposa reagisce a questa crisi. Ella non si chiude nel risentimento, non si dispera credendo l’amore finito: al contrario, rilancia l’amore con nuova forza, ricordando a se stessa e dichiarando agli altri chi è davvero per lei l’uomo che ama.
Questa risposta suggerisce qualcosa di profondo: nei momenti di distanza o conflitto, ricordare le qualità dell’altro, rivivere mentalmente (o a voce alta) ciò che ci ha fatti innamorare, può riaccendere il sentimento e la motivazione a ricongiungersi. È un atto di fedeltà e speranza che anticipa la riconciliazione. La sposa del Cantico, elencando le doti dell’amato, in fondo sta custodendo la presenza di lui nel cuore, finché potrà riabbracciarlo. E di fatto, subito dopo questa lode appassionata, i due amanti nel poema biblico si ritrovano e si riconciliano (Ct 6, che segue). Il potere di questa lode è stato di richiamare l’amato alla relazione, di ricucire lo strappo attraverso il riconoscimento dell’altro inteso come memoria attiva del bene.
Nella vita quotidiana delle coppie, anche noi possiamo vivere qualcosa di simile: dopo un litigio o un allontanamento, decidere di mettere a fuoco ciò che apprezziamo dell’altro – invece di rimuginare solo su ciò che non va – è spesso la chiave per sciogliere il ghiaccio e riavvicinarsi. Gli esperti di relazioni di coppia concordano su questo punto: mantenere vivo l’apprezzamento è essenziale per superare le crisi. Ad esempio, i noti studi di John Gottman mostrano che una delle antidoti più efficaci al disprezzo e alla negatività è coltivare tenerezza e ammirazione verso il partner, esprimendole attivamente.
Anche quando l’infatuazione iniziale – quella fase di passione cieca che gli psicologi chiamano limerenza – svanisce col tempo, l’amore può trasformarsi invece di spegnersi: diventa meno idealizzato forse, ma più profondo, più solido. Affinché ciò accada, è necessario nutrire il legame con gesti e parole di affetto sincero. Come scrive la terapeuta Carolina Traverso, “esprimere affetto e ammirazione è un modo per tenere con sé gli aspetti positivi della fase di innamoramento, una volta passata l’idealizzazione del partner”.
In pratica, continuare a dire “tu sei bello/bella ai miei occhi, ecco ciò che amo di te” mantiene accesa la fiamma anche quando la routine e i piccoli difetti quotidiani potrebbero offuscarla. È l’opposto del dare l’altro per scontato. Anche dopo anni, il potere del riconoscimento reciproco consiste nel vedere e apprezzare il partner come ineguagliabile e prezioso, ogni giorno.
Antonio e Luisa
Acquista il libro con gli articoli più belli del blog
Acquista il libro Il dono del corpo. La sessualità come dono sacro tra gli sposi.