La vera sottomissione non è umiliazione, ma dono di sé

Nella catechesi del 4 agosto 1982, San Giovanni Paolo II torna a meditare sulla Lettera di San Paolo agli Efesini, offrendoci spunti profondi e ricchi di significato. Clicca qui per leggere l’approfondimento già pubblicato.

La lettera agli Efesini è uno dei testi più belli e potenti per capire cos’è il matrimonio cristiano. Non lo fa partendo dalle regole o dai problemi pratici, ma dal sogno di Dio per l’uomo e la donna. L’autore, fin dall’inizio, ci mostra un Dio che non improvvisa: “In Cristo ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati nell’amore”. Il matrimonio non è un’invenzione nostra: è dentro il piano eterno di Dio.

La Chiesa, ci dice Paolo, è il Corpo di Cristo, e Cristo ne è il Capo. Questa immagine non è solo teologica: prepara a capire il matrimonio come un riflesso vivo di questo legame. Il rapporto tra Cristo e la Chiesa è il modello dell’amore tra marito e moglie. Perciò, quando San Paolo parla agli sposi, non dà consigli di buon senso, ma indica un ideale altissimo: “Mariti, amate le vostre mogli come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei”. E alle mogli dice: accogliete e fidatevi di questo amore, come la Chiesa si affida a Cristo.

La frase centrale è: “Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo”. Qui c’è la chiave: non c’è un padrone e un sottoposto, ma due persone che si mettono al servizio reciproco, che cercano prima il bene dell’altro e non il proprio. La vera sottomissione, in ottica cristiana, non è umiliazione, ma dono di sé. È scegliere ogni giorno di mettere al centro il “noi” e non l’“io”.

Questa visione non è astratta: tocca la vita concreta di una coppia. Significa perdonarsi in fretta, perché l’orgoglio separa. Significa imparare a leggere i bisogni dell’altro e non solo i propri. Significa che la tenerezza non è facoltativa, ma una parte essenziale dell’amore, perché Cristo non si è limitato a salvare la Chiesa: l’ha amata con gesti, parole e vicinanza.

Il capitolo 5 degli Efesini fa anche un confronto tra la vita “vecchia” e quella “nuova” in Cristo. Prima eravamo “tenebra”, ora siamo “luce nel Signore”. Applicato al matrimonio, vuol dire che l’amore non può vivere di egoismo, rancore, tradimenti emotivi o fisici. È luce quando si lascia spazio allo Spirito Santo, quando si prega insieme, quando si canta — anche stonati — la gratitudine per la vita ricevuta.

San Paolo, subito dopo, allarga il discorso alla famiglia: parla di genitori e figli, di come i padri debbano educare senza esasperare, di come i figli debbano rispettare i genitori. All’epoca la famiglia comprendeva anche servi e lavoratori: segno che la logica dell’amore cristiano non si ferma alla coppia, ma si estende a tutte le relazioni quotidiane.

Però il cuore del brano rimane il legame tra marito e moglie. Qui San Paolo è chiarissimo: il matrimonio non è solo un accordo civile o un patto affettivo. È un mistero grande (“mysterion” in greco), che rimanda direttamente all’amore tra Cristo e la Chiesa. È per questo che il matrimonio cristiano è indissolubile: non perché la Chiesa sia rigida, ma perché l’amore di Cristo non si ritira mai.

Infine, la lettera chiude con un appello alla “battaglia spirituale”. È realistico: l’amore, anche il più bello, è sotto attacco. Non basta avere buone intenzioni: serve “indossare l’armatura di Dio” — la fede, la verità, la giustizia, la preghiera — per difendere la comunione dagli egoismi, dalle ferite, dalle tentazioni di mollare.

In sintesi, Efesini ci ricorda che nel matrimonio cristiano l’uomo e la donna sono chiamati a essere un segno vivo dell’amore di Cristo: un amore fedele, esclusivo, fecondo. Non due persone che “si sopportano” o “vanno d’accordo”, ma due vite intrecciate che diventano una cosa sola, senza perdere la propria identità. Un amore che non si limita a “stare insieme finché si sta bene”, ma che, proprio come Cristo, rimane e si dona anche quando costa.

Due calici che si riempiono

Immagina il matrimonio come una Messa che non finisce mai. Il giorno delle nozze, sull’altare, marito e moglie sono come due calici vuoti che si offrono a Dio. Non portano solo emozioni e promesse: portano se stessi, con i loro limiti e desideri. Dio, in quel momento, versa il suo Spirito in quei calici. Da quel giorno, ogni gesto d’amore — una carezza, un perdono, un sacrificio — è come alzare di nuovo quel calice davanti a Lui. L’amore non è più solo “loro”, ma è intriso della forza di Cristo.

Ecco perché Paolo dice: “Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo”: significa riconoscere che l’altro è un dono sacro, che il mio corpo, il mio tempo, la mia vita non mi appartengono più solo a me. Come nell’Eucaristia il pane e il vino diventano Corpo e Sangue di Cristo, così nell’amore coniugale il dono reciproco diventa sacramento vivo. Guardando una coppia che vive così, il mondo dovrebbe poter dire: “Qui Cristo è presente”.

Antonio e Luisa

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