Cari sposi, oggi in modo speciale rendo lode al Signore per il dono di aver partecipato, per otto giorni completi, agli esercizi spirituali, guidati da un bravo e saggio sacerdote. Con semplicità e passione mi ha preso per mano e mi ha motivato ancora una volta a riconoscermi un figlio amato del Signore e alla sua Presenza tentare di mettere ordine nella vita.
Un punto su cui ha insistito parecchio e che oggi vedo provvidenzialmente al centro della Parola è proprio il tema del “posto”. Non quello “fisso” di Checco Zalone bensì il “luogo” che ha pensato per ciascuno di noi il Signore fin dall’eternità. Quante volte questo sacerdote mi ha sfidato con la domanda: “ti ricordi, vero, chi sei per Dio?”! Ecco qui il nocciolo su cui convergono tutte le letture, e in particolar modo il Vangelo, mettendo in evidenza la priorità dell’essere sull’apparire, la nostra vera identità piuttosto che l’immagine esteriore che proiettiamo sugli altri o le aspettative che essi riflettono su noi.
Siamo, infatti, ben consapevoli di vivere in un clima che ci ossessiona per la performance di risultati visibili e ammirabili da tutti: dal fisico magro e tonico, alla quantità di likes su Instagram, al vestire sempre griffati, fino alle scalate e sgomitate in ambienti di lavoro. Che risultati, o meglio dire, quali frutti porta tutto ciò? Direi piuttosto ansia, affanno di prestazione, frustrazione, depressione… tutte cose che non possono affatto venire dall’Alto.
Gesù vuole liberarci da tutte queste zavorre e pesi inutili per donarci la gioia vera, la pace duratura. Pertanto, oggi ci ricorda che la Sua sequela è la via dell’umiltà. Sono conoscendo a fondo Cristo ci troveremo, faremo davvero pace con noi stessi, con la nostra storia e ci ameremo davvero, a prescindere da tutto ciò che dicano o meno gli altri. Lo affermò chiaramente Giovanni Paolo II all’inizio del suo pontificato: “L’uomo […] non può vivere senza amore. Egli rimane per sé stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso se non gli viene rivelato l’amore, se non lo incontra, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente. Ed è per questo che Cristo Redentore rivela pienamente l’uomo all’uomo stesso.” (Redemptor Hominis, n. 10).
Quindi, in definitiva, il “luogo” a cui fa riferimento Gesù non è tanto un ambito fisico o uno status sociale o ecclesiale, quanto la condizione di figlio amato, di creatura redenta dal Suo Sangue e che conta infinitamente di più di ogni riconoscimento pubblico. Siamo stati fatti a immagine del Figlio e il Figlio è colui che serve, non è venuto ad essere servito.
Infine, non è causale che l’esempio concreto che Gesù sceglie per far capire il suo insegnamento, tra le mille circostanze a cui poteva attingere da fine osservatore qual è, sia proprio il matrimonio. Chi è che viene invitato alle nozze se non colui che vive una relazione di affetto, intimità e amicizia con lo Sposo? Ecco, quindi, che questo vangelo si compie anzitutto per voi sposi, chiamati ad essere servi a imitazione del vostro Sposo che si è cinto di grembiule e ha lavato i piedi.
Un grande teologo, originario di Venezia, il quale partecipò al Concilio Vaticano II e che poi ha speso la sua breve vita e il suo insegnamento proprio per le coppie, don Germano Pattaro, definiva gli sposi “i servi del Signore” (cfr. Gli sposi servi del Signore, EDB, Bologna 1979).
Servi della vita, servi della comunione, servi della fraternità, servi del Vangelo, servi del Regno che deve venire. Che bello quando due sposi concepiscono il proprio amore come un dono non solo per sé stessi ma anche a servizio di altri e si fanno pane spezzato. È Cristo, infatti, il primo a occupare quel posto in fondo, come ci ricorda Papa Benedetto: “ha preso l’ultimo posto nel mondo – la croce – e proprio con questa umiltà radicale ci ha redenti e costantemente ci aiuta” (Enciclica Deus caritas est, 35). Voi sposi attingete a quel dono di Cristo Servo, per la grazia matrimoniale, e siete in grado di mettervi al servizio con frutto per il bene di altri.
Per tutto questo, la seconda parte del Vangelo parla proprio di servizio gratuito, di come chi invita a un pranzo è sollecitato di rivolgersi piuttosto a persone bisognose. Chi sono oggi le persone che voi coniugi potete invitare ai vostri banchetti? Voi sposi siete le mani protese di Gesù rivolte a chi non crede all’Amore, chi bestemmia l’Amore, chi è stato ferito per mancanza di Amore. Il vostro amore consacrato, anche se non sarà celebrato sulle prime pagine – quale il recente matrimonio del fondatore di Amazon -, è quella goccia che scava la roccia e che silenziosamente feconda la terra della vostra famiglia e stente le radici e i tralci attorno a sé inseminando e arricchendo le relazioni, ed edificando con l’esempio.
In definitiva, il “posto” di voi sposi è riconoscersi amati incondizionatamente da Gesù, al punto da voler unirsi alla vostra relazione per sempre. E così, diventare capaci di imitarLo metterdosi al Suo servizio per amore.
ANTONIO E LUISA
I genitori, pur amandoci, inevitabilmente sbagliano. Anche io, come padre, ho commesso tanti errori. Sono certo che i miei genitori mi abbiano voluto bene, ma il loro amore, segnato dalle loro ferite, non è sempre arrivato fino a me. Per questo ho faticato ad amare e ad aprirmi a una relazione libera con Luisa: il nostro fidanzamento è stato difficile. Solo quando ho fatto esperienza profonda di essere figlio amato, tutto ha cominciato a cambiare. Senza sentirci amati, non riusciamo ad amare davvero e a donarci con libertà. La terapia aiuta a riconoscere le nostre ferite, ma ancora di più serve fare esperienza dell’amore infinito e gratuito di Dio, capace di guarire e rigenerare ogni cosa. Come ricorda don Luigi Maria Epicoco: “Quando scopri che Dio ti ama così come sei, allora capisci che puoi amare gli altri senza paura.”
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