L’amore che attende non è un amore spento o trattenuto. È l’amore che sa aspettare il tempo di Dio, che non brucia in fretta ma si lascia purificare e maturare. Il Cantico dei Cantici ci racconta questa attesa fatta di desiderio e di fiducia: l’amata arde d’amore, ma sceglie di custodire il suo desiderio finché diventa dono.Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).
Oh, se tu fossi un fratello per me, allattato al seno di mia madre! Incontrandoti per strada ti potrei baciare e nessuno potrebbe disprezzarmi…
L’ultimo canto del Cantico dei Cantici è forse uno dei più intensi di tutta la Scrittura. L’amata parla con un linguaggio pieno di passione, di desiderio, di attesa. Ma, dietro la poesia, c’è una verità profonda sull’amore umano e sul suo compimento.
Questi versi erano cantati nei matrimoni e parlano di una coppia di promessi sposi, non ancora uniti nella loro intimità. Erano ancora nel tempo dell’attesa, in quell’anno che separava la promessa nuziale dal matrimonio vero e proprio. Un tempo sospeso, fatto di sguardi, sogni, desiderio… e autocontrollo.
Nell’Israele antico, prima delle nozze, non erano permesse effusioni affettive. L’amata sa che non può ancora toccare, ma può desiderare. Brucia d’amore, ma sa che quell’amore deve essere custodito, perché ha un senso più grande.
Il desiderio che non brucia ma illumina
In queste parole della sposa risuona una tensione che tutti, in modi diversi, conosciamo: la tensione tra il desiderio e il tempo dell’attesa. È la stessa dinamica che attraversa ogni relazione umana: ciò che si desidera profondamente, per diventare fecondo, ha bisogno di tempo.
In psicologia diremmo che l’“Adulto” interiore custodisce l’impeto del “Bambino”, senza spegnerlo. Non lo reprime, ma lo orienta. Anche nella coppia credente, la maturità affettiva nasce quando si impara a trasformare l’impulso in promessa, l’istinto in dono.
L’amata desidera baciare il suo sposo per strada, senza vergogna, ma riconosce che non è ancora il momento. È la libertà di chi sa attendere per amore, non per paura. L’amore vero, infatti, non è mai pretesa: è fiducia nel tempo di Dio.
Maria, la donna dell’attesa e del rischio
In questa donna del Cantico possiamo scorgere un’immagine di quella che sarà Maria di Nazaret, la giovane promessa a Giuseppe. Anche lei vive un tempo sospeso, un “quasi matrimonio”. E proprio lì, in quel tempo incompiuto, Dio entra nella storia.
Quando Maria dice “sì” all’angelo, si espone a tutto: alla perdita dell’onore, al giudizio, persino alla condanna. In un contesto dove una gravidanza prima delle nozze era punita con la lapidazione, Maria offre tutta sé stessa alla volontà di Dio.
Il suo “fiat” è un atto di fede coraggiosa e affettiva: non un atto intellettuale, ma una consegna d’amore totale. Come l’amata del Cantico, anche Maria attende, ma non da passiva: attende con il cuore aperto e pieno di fiducia. Maria è la donna dell’attesa operosa, della speranza attiva, della tenerezza che custodisce la vita prima ancora che nasca.” (Papa Francesco, Angelus 2015)
Il matrimonio: la tenda di Dio tra due cuori
Il desiderio dell’amata non è peccato, ma promessa. È come un fuoco che Dio ha messo nel cuore dell’uomo e della donna perché imparino a donarsi totalmente. Ma questa donazione ha bisogno di un “luogo sacro”: il matrimonio. Nel matrimonio cristiano, Dio pone la sua tenda nel “noi” degli sposi. Lo Spirito Santo salda i due cuori in una comunione reale: non sono più due, ma una carne sola (Mt 19,6).
Quando questo accade, anche il corpo diventa linguaggio teologico: la carezza, l’abbraccio, la tenerezza diventano segni della grazia. L’unione fisica degli sposi non è più solo gesto umano, ma rito d’amore, sacramento vissuto nella carne. Come scrive san Giovanni Paolo II nella Teologia del corpo: “L’uomo e la donna, unendosi nel matrimonio, partecipano al mistero dell’amore creativo di Dio. Nel loro dono reciproco, il corpo parla il linguaggio della verità.”
Quando l’amore raggiunge questo livello di consapevolezza, l’intimità diventa casta. Non nel senso povero o negante che a volte si attribuisce alla parola, ma nel senso più pieno: pura, vera, integra. La castità non è assenza, ma pienezza. È la capacità di unire corpo e spirito in una sola intenzione d’amore.
Il vino aromatico e il succo di melograno
L’amata dice: «Ti farei bere vino aromatico e succo del mio melograno». Sono immagini simboliche, ma profondissime. Conferma quanto abbiamo già letto nei versetti precedenti. Il melograno è frutto fresco, vivo, pieno di semi: rappresenta la fecondità immediata, la gioia del primo amore, l’ebbrezza del desiderio. Il vino aromatico, invece, richiede tempo. Non nasce in un giorno. È l’amore che si affina, che sa aspettare, che diventa più buono col passare degli anni.
Nel linguaggio simbolico, possiamo dire che il vino è l’amore maturo, quello che attraversa le stagioni, le ferite, le prove. È il frutto del tempo e della fedeltà. È il passaggio dal “Bambino innamorato” al “Bambino libero e integrato”: non un amore che brucia e consuma, ma un amore che matura e costruisce. L’amore vero, come il vino buono, ha bisogno di tempo, di luce e di buio, di fermentazione e di pazienza. Non è mai istantaneo: nasce dal quotidiano, dalla scelta ripetuta di amare anche quando l’emozione si spegne.
L’abbraccio che non passa
La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi abbraccia.
Questo abbraccio racchiude tutta la tenerezza di Dio. È l’immagine dello sposo che sostiene e custodisce. La mano sotto il capo è il gesto di chi solleva, non schiaccia. È l’amore che sostiene la fragilità dell’altro. Nelle coppie di oggi, questo versetto ci ricorda che l’amore vero è sostegno reciproco, non possesso. È dire “sono qui” quando l’altro è stanco, quando non ha più forza, quando sembra distante.
Ogni matrimonio attraversa momenti di desiderio e momenti di distanza. Ma chi sa amare come l’amato del Cantico sa anche rispettare il ritmo dell’altro. Per questo egli dice: Non destate, non scuotete dal sonno l’amore, finché non lo desideri. L’amore non si impone. Non si forza. Si lascia fiorire nel tempo giusto, come un germoglio che cresce al sole e nella notte.
Il Cantico dei Cantici non è solo una poesia d’amore. È una profezia del matrimonio come cammino di salvezza. L’attesa dell’amata è l’attesa di ogni credente, di ogni coppia che desidera amare come Dio ama: con passione, ma anche con pazienza; con desiderio, ma anche con rispetto. Alla fine, l’amore umano non è solo un sentimento, ma una vocazione. È chiamata a trasformare il desiderio in dono, la passione in comunione, il tempo dell’attesa in eternità condivisa.
Antonio e Luisa
Acquista il libro Il dono del corpo. La sessualità come dono sacro tra gli sposi.