Cari sposi, anche questa domenica la liturgia ha un sapore alquanto “polemico”. Ci vengono offerti due scenari di lotta, il primo quello di una vera e propria battaglia, il secondo un litigio processuale. Perché la Chiesa li mette in parallelo? Cosa vuole trasmetterci?
Anzitutto andiamo al primo scenario: la guerra tra gli Amaleciti e il popolo di Israele. Quest’ultimo ha appena vissuto l’ennesimo miracolo, ha assistito infatti ad un fatto che ha dell’incredibile. Nel bel mezzo di una zona arida e secca, Dio fa sgorgare acqua dalla roccia, cioè da un oggetto che è costitutivamente privo di liquido. Poco dopo il popolo riprende la marcia verso la Terra Promessa ma si scontra con gli abitanti del posto, la gente di Amalek, abili e ostici guerrieri del deserto. Mosè, ormai anziano, se ne resta sulla sommità del colle e prega il Signore perché conceda la vittoria e il popolo eletto possa continuare il suo viaggio.
Il secondo scenario è un fatto molto comune all’epoca. Ai tempi di Gesù, infatti, le vedove erano spesso vulnerabili e povere, senza una rete di sicurezza sociale e con una posizione sociale precaria, il che era garantito invece dal marito. Si comprende bene allora la caparbietà di questa donna nel giocarsi il tutto per tutto, non avendo oramai nulla da perdere.
Cosa accomuna le due scene? Anzitutto che la preghiera è una lotta. Lo afferma chiaramente il Catechismo: “La preghiera è un dono della grazia e una risposta decisa da parte nostra. Presuppone sempre uno sforzo. I grandi oranti dell’Antica Alleanza prima di Cristo, come anche la Madre di Dio e i santi con lui, ci insegnano che la preghiera è una lotta. Contro chi combattiamo? Contro noi stessi e contro le astuzie del Tentatore che fa di tutto per distogliere l’uomo dalla preghiera, dall’unione con Dio” (n. 2725).
Quante volte ci facciamo vincere dalla difficoltà di perseverare! Vorremmo vedere subito esauditi i nostri desideri ma la Tradizione della Chiesa è molto saggia su questo punto. Uno dei massimi esponenti dei Padri del Deserto, Evagrio Pontico diceva: “La preghiera è lotta fino all’ultimo respiro” (De Oratione, n. 52).
Una lotta che non possiamo vincere da soli, abbiamo bisogno dei fratelli e sorelle che ci sostengano. Che bello vedere addirittura un Papa che si china umilmente verso la Chiesa intera, all’inizio del suo pontificato, e chiede umilmente preghiere! Si potrebbero scrivere trattati sulle testimonianze dell’efficacia della preghiera di intercessione a favore di chi ne ha più bisogno! E che meraviglia sapere che ci sono tante persone che stanno pregando per me in questo momento, che mi portano all’altare ogni giorno. In questo senso è una benedizione contare su sacerdoti, consacrate, religiosi che spendono la vita per questo servizio.
Perciò ci ricordava Papa Francesco: “La preghiera è la medicina della fede, il ricostituente dell’anima. Bisogna, però, che sia una preghiera costante. Se dobbiamo seguire una cura per stare meglio, è importante osservarla bene, assumere i farmaci nei modi e nei tempi dovuti, con costanza e regolarità. In tutto nella vita c’è bisogno di questo. Pensiamo a una pianta che teniamo in casa: dobbiamo nutrirla con costanza ogni giorno, non possiamo inzupparla e poi lasciarla senz’acqua per settimane! A maggior ragione per la preghiera: non si può vivere solo di momenti forti o di incontri intensi ogni tanto per poi “entrare in letargo”. La nostra fede si seccherà. C’è bisogno dell’acqua quotidiana della preghiera, c’è bisogno di un tempo dedicato a Dio, in modo che Lui possa entrare nel nostro tempo, nella nostra storia; di momenti costanti in cui gli apriamo il cuore, così che Egli possa riversare in noi ogni giorno amore, pace, gioia, forza, speranza; nutrire, cioè, la nostra fede” (Angelus, 16 ottobre 2022).
Ed ecco allora che si comprende bene quanto si adatta tutto ciò alla vostra vita sponsale. Ricordatevi che siete una chiesa domestica! La Chiesa, come sposa di Cristo, vive della preghiera costante al Suo Signore ed anche voi sposi siete chiamati a questo.
Vorrei fare due semplici sottolineature al riguardo. A volte la preghiera solo di uno sarà fondamentalmente per vari motivi (scarsa educazione ad essa, problematiche varie…). Ma non per questo è meno potente ed efficace, come diceva Adrienne von Speyr (1902-1967), una mistica, moglie e fedele discepola di Hans Urs Von Balthasar: “Il coniuge è affidato alla preghiera dell’altro; è un atto di custodia spirituale” (Servizio e contemplazione). Assai lodevole, quindi, e a volte eroica la preghiera “in solitario” di un coniuge in attesa di poter camminare assieme su questa strada. Ma comunque resta un gesto sempre fecondo, secondo i parametri del Signore.
E poi la preghiera sponsale non va tarata sullo stile monacale o religioso, né come tempistica né come modalità. Chi si prefiggesse questo stile, potrebbe sperimentare grandi frustrazioni e delusioni visto il carattere laico della vita di coppia. La Chiesa, nella sua saggezza, consiglia sempre che gli sposi si diano regole minime di preghiera, momenti brevi ma frequenti (mattina o sera), che puntino soprattutto a scambiarsi le risonanze della Parola, le ispirazioni dello Spirito Santo.
Questa è la base per costruire pian piano uno stile di vita matrimoniale in cui la preghiera di coppia diventa molto di più del semplice pregare simultaneamente. Significa scambiarsi l’anima, condividere al coniuge quello che il Signore mi dona, anche nelle piccole cose. Tale scambio diviene così un potentissimo strumento che genera e rigenera continuamente il “noi” e rafforza l’unità sponsale, l’essere una sola carne, l’identità sacramentale. Cari sposi, vi invito ad essere tenaci e costanti nella preghiera, come i personaggi che la Parola ci presenta oggi, certi che da essa uscirete sempre vittoriosi nelle sfide che la vita vi offre.
ANTONIO E LUISA
Non aggiungiamo nulla alle parole di don Luca. Vi proponiamo un esercizio. La sera, quando la casa tace e tutto si calma, provate a ritrovarvi insieme, marito e moglie, nella penombra della vostra stanza. Non come due singoli, ma come due cuori in uno alla presenza del Terzo, il Signore. Abbracciatevi e fate spazio a un momento di preghiera condivisa. Potete iniziare con un segno di croce e un respiro profondo, per lasciare fuori le preoccupazioni della giornata. Poi, uno alla volta, ringraziate Dio per qualcosa di concreto vissuto quel giorno: una parola gentile, un gesto di tenerezza, un perdono ricevuto o donato. Affidategli anche le fatiche e le paure, soprattutto quelle che riguardano la vostra coppia o i vostri figli. Infine, in silenzio o a voce bassa, beneditevi reciprocamente: uno sull’altro, tracciate un piccolo segno di croce sulla fronte, chiedendo che il Signore custodisca il vostro amore. Una modalità che coinvolge anche il corpo e che può essere un’occasione per convincere quei coniugi che digeriscono meno la preghiera.
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