Prima di proseguire con i versetti dell’Epilogo ci preme approfondire un concetto importante: quello di morte – non quella fisica tranquilli. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).
C’è una morte silenziosa che nessun corso prematrimoniale riesce a spiegare fino in fondo: la morte necessaria che ogni sposo e ogni sposa devono attraversare se vogliono vivere un amore maturo. Non è la morte che si oppone all’amore, ma quella che ne diventa conseguenza. Perché solo morendo a certe parti di me posso rinascere come marito e come padre, come moglie e come madre.
Gesù lo dice con una chiarezza disarmante: «Chi perderà la sua vita per causa mia, la troverà» (Mt 16,25). E nel matrimonio questo versetto diventa metodo quotidiano: se voglio trovare la mia vita insieme a te, devo accettare di perdere qualcosa di me.
La verità è che ogni matrimonio passa attraverso fasi psicologiche naturali, sane, necessarie.
C’è la fase dell’innamoramento, dove proiettiamo sull’altro il “meglio di noi” e viviamo come se tutto fosse semplice. È la fase in cui io vedo in te quasi un “angelo custode” fatto su misura per me. Poi arriva la fase della disillusione, quando l’altro si rivela diverso da come lo avevo immaginato e io scopro che l’amore non è un sentimento, ma un lavoro. Infine c’è la fase della scelta adulta: quella in cui capisco che posso amare solo se accetto di cambiare, di rinunciare, di crescere. È qui che entrano in gioco le tre morti del matrimonio: tre passaggi interiori che trasformano la coppia da due innamorati a due sposi veri.
1. Morire al mio egoismo: dall’innamoramento alla scelta dell’altro
La prima morte è la più complessa perché tocca ciò che di più infantile abita in noi: l’egoismo strutturale con cui nasciamo tutti. All’inizio della relazione questo egoismo è mascherato. Quando sono innamorato, tutto mi viene spontaneo: ascoltarti, essere gentile, rinunciare, sorridere. Perché?
Perché in fondo, senza accorgermene, sto ancora cercando la mia gratificazione. Sono spinto dal desiderio, dall’entusiasmo, dal bisogno di essere amato. Ma quando la fase dell’illusione svanisce, emerge la parte vera: chi sono quando non ho più gratificazione immediata?
È lì che nasce la morte dell’egoismo. Significa imparare a leggere le situazioni non più con il metro del “mi conviene?”, ma del “ci fa bene?”. Gesù lo ricorda con forza: «Quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). E il mio “più piccolo” non è un gruppo generico di persone: è mia moglie, è mio marito. L’altro, proprio quello con cui vivo ogni giorno.
Ricordo bene quando, anni fa, correre con un’amica stava diventando qualcosa di pericoloso. Non era successo nulla. Ma i segnali c’erano. Dentro di me si apriva quella tensione sottile tra il desiderio di piacere e la coscienza che stavo entrando in un territorio che avrebbe devastato tutto. Avrei potuto concedermi un piacere immediato. Ma poi? Avrei perso tutto ciò che conta.
Ho scelto la via più umile: fuggire. Come Giuseppe davanti alla moglie di Putifarre (Gen 39,12). Ho scelto di rinunciare prima che fosse troppo tardi. Quella rinuncia ha nutrito il nostro matrimonio più di mille gesti romantici. Perché l’amore vero non sempre si vede. Spesso è ciò che non facciamo.
2. Morire al mio orgoglio: dalla disillusione alla relazione vera
La seconda morte è quella dell’orgoglio. Il passaggio che avviene nella fase di disillusione, quando ci accorgiamo che l’altro non è come lo avevamo idealizzato. All’inizio vedo in te la parte più bella. Poi arrivano le prime frustrazioni:
- “Non mi capisce.”
- “Non è come me.”
- “Sbaglia.”
- “Mi ferisce.”
E l’orgoglio si alza come un muro invisibile. L’orgoglio è la parte di noi che vuole avere sempre ragione, che non sopporta critiche, che vive ogni divergenza come un attacco personale. È quella voce interiore che dice: “Lui deve cambiare”, “Lei deve capire”. San Paolo, quando descrive l’amore, non parla di emozioni. Dice: «L’amore non si gonfia» (1Cor 13,4). Ecco: l’orgoglio gonfia. L’amore sgonfia.
Morire al mio orgoglio significa accettare che anch’io sono fragile. Che io non sono migliore. Che l’altro non mi deve nulla. È un passaggio psicologico essenziale: dalla relazione simmetrica (“io valgo più di te”) alla relazione adulta (“siamo entrambi limitati e ci scegliamo lo stesso”).
Nella coppia tutto cambia quando capiamo che non è importante vincere, ma restare uniti.
La famiglia non è un tribunale dove qualcuno deve essere assolto. È un luogo in cui entrambi possiamo sbagliare, chiedere scusa, ricominciare.
3. Morire alla mia volontà: dalla dipendenza alla libertà reciproca
La terza morte è la più adulta: morire alla mia volontà. È il passaggio che permette alla coppia di entrare nella fase matura: quella dell’autentica intimità. Non intimità fisica — quella è solo un linguaggio. Ma intimità psicologica: quando so accettare che tu sei diversa da me e non ho bisogno che tu sia come vorrei.
Questa morte riguarda il bisogno di controllo. Il desiderio che tutto funzioni secondo i miei piani. La pretesa che l’altro soddisfi le mie aspettative. Gesù nel Getsemani dice: «Non sia fatta la mia volontà, ma la tua» (Lc 22,42). Non è rassegnazione: è affidamento. È la scelta di credere che l’Amore costruisce qualcosa anche quando non lo capisco.
Morire alla mia volontà significa riconoscere che:
- ho quel lavoro, e lì posso amare;
- ho quella famiglia, e lì posso servire;
- ho quella storia, e lì posso crescere;
- ho quella sposa, con i suoi limiti e i suoi doni, e lì posso diventare santo.
La tua diversità non è un fastidio: è la strada attraverso cui Dio mi educa, mi purifica, mi libera. È così che la coppia passa dalla fase di dipendenza (“ho bisogno che tu sia così”) alla fase adulta (“ti amo nella tua libertà”).
La grande rinascita
Le tre morti — dell’egoismo, dell’orgoglio e della volontà — non tolgono nulla. Creano spazio. Sono le morti che permettono alla coppia di passare:
- dall’illusione all’amore realistico,
- dalla fusione infantile alla comunione adulta,
- dal “ti amo perché mi fai stare bene” al “ti amo perché insieme cresciamo”.
Gesù usa un’immagine potentissima: «Se il seme non muore, rimane solo; se invece muore, porta molto frutto» (Gv 12,24). Quello che muore in noi — l’egoismo, la pretesa, la superbia — diventa terreno fertile. Diventa spazio per l’Amore. Diventa il modo concreto con cui, ogni giorno, diventiamo sposi. Perché alla fine solo chi sa morire…sa amare davvero.
Antonio e Luisa
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