Qualche tempo fa un amico mi ha confidato un episodio che mi ha profondamente colpito. Questo amico fa parte del Rinnovamento nello Spirito, vive la sua fede senza nasconderla, nemmeno sul posto di lavoro. È sposato, ha quasi cinquant’anni, tre figli, e negli ambienti che frequenta viene spesso etichettato come quello “strano”. Strano perché crede, prega, sceglie. Ma anche strano in un modo che attrae: perché porta con sé la luce di una scelta radicale.
Un giorno un collega, suo coetaneo, non sposato, abituato a vivere di relazioni brevi, di avventure e di consumo affettivo, gli si avvicina con una domanda tanto diretta quanto rivelatrice: Ma tu non ti stufi di fare l’amore sempre con la stessa donna? Non è sempre uguale? Non ti stanchi di lei, visto che il tempo non migliora certo il corpo, ma lo rende solo più vecchio e meno attraente?
Ho voluto riportare questa domanda perché, pur nella sua rudezza, è una delle domande più diffuse del nostro tempo. È la domanda di una cultura che riduce l’amore a prestazione, la sessualità a stimolo, il corpo a oggetto. È la domanda di un Io Bambino che cerca il piacere immediato, che teme la frustrazione, che fugge la profondità per non sentire il vuoto. Che non sa entrare in una intimità profonda e autentica.
Rispondere seriamente a questa domanda significa prima di tutto chiarire cosa intendiamo quando diciamo “fare l’amore”. Perché spesso si confonde l’atto sessuale con l’amore stesso. Ma fare l’amore, almeno per me, ad un livello prima ancora che sacramentale, è dare corpo, carne, voce e respiro a ciò che io e mia moglie ci portiamo dentro ogni giorno. È rendere visibile, attraverso il corpo, una comunione che nasce molto prima, nello sguardo, nell’ascolto, nella pazienza, nel perdono, nella scelta quotidiana di restare.
Come potrei stancarmi di questo? Ogni volta è diverso, perché noi siamo diversi. Ogni volta è più vero, perché l’amore nel tempo si purifica, attraversa crisi, si spoglia di illusioni e diventa più essenziale. Non più fondato sull’idealizzazione, ma sulla conoscenza reale dell’altro. Ed è qui che l’Analisi Transazionale ci aiuta a leggere in profondità ciò che accade: si passa dal bisogno infantile di essere appagati al desiderio adulto di donarsi. Dal “prendo per me” al “mi offro a te”.
Nel gesto dell’intimità coniugale entrano anni di storia: entrano le tenerezze e le stanchezze, i litigi e i perdoni, le parole dette e quelle taciute, le paure condivise, le preghiere sussurrate, i figli messi a letto, le mani che si cercano quando tutto pesa. Non entra solo il corpo. Entra tutta la persona. Per questo non è mai uguale. Perché non siamo mai gli stessi.
Il piacere, allora, non è più una semplice reazione chimico-muscolare, una scarica di pochi secondi che poi però lascia spesso il vuoto. Il piacere vero diventa il sentirsi abitati dall’altro. È l’esperienza di essere “a casa” dentro qualcuno. È la gioia profonda di un’unità che non si può comprare, non si può simulare, non si può improvvisare. È un piacere più lento, più pieno, più spirituale perché è anche psicologico e affettivo.
Resta però l’obiezione finale, la più crudele e la più sincera: Ti piace ancora anche se invecchia? Qui si tocca uno dei grandi misteri dell’amore sponsale. Sì, invecchiamo, tutti e due non solo lei. I corpi cambiano. Le forze diminuiscono. Il tempo lascia i suoi segni. Ma accade qualcosa di sorprendente: gli occhi vedono il cambiamento, il cuore vede la bellezza. E non è una bugia romantica. È una trasformazione dello sguardo.
La Psicologia ci direbbe che ciò che vediamo è sempre filtrato dalla nostra storia emotiva. La Fede ci dice che l’amore vero educa lo sguardo a vedere come Dio vede. Io non vedo solo ciò che mia moglie è ora nel corpo. Io vedo tutto ciò che è stata per me: la ragazza che mi ha scelto, la sposa che mi ha accolto, la compagna che ha sofferto con me, la madre che ha generato la nostra famiglia. Questa immagine interiore non appassisce. Anzi, si approfondisce.
È questo che l’uomo di oggi spesso non comprende: crede che la bellezza sia ciò che stimola, mentre la bellezza più vera è ciò che rimane. È la bellezza che nasce dal legame. È la bellezza che cresce dentro una fedeltà. È la bellezza che solo due sposi possono vedere l’uno dell’altra, perché è fatta di carne, memoria, intimità e alleanza.
E qui ritorna anche la dimensione morale e spirituale: la fedeltà non è una rinuncia al piacere, è la sua trasfigurazione. Non è un limite imposto, ma uno spazio protetto in cui l’amore può diventare pienamente umano. L’uomo che si annoia è spesso un uomo che non ha imparato ad andare in profondità. L’uomo che consuma è un uomo che ha paura di restare. L’uomo che resta, invece, scopre ogni giorno un mistero nuovo.
Per questo, se oggi mi chiedessero se ci si stanca di amare sempre la stessa donna, io risponderei che ci si stanca solo di ciò che non si ama davvero. Io oggi più di ieri non desidero che mia moglie. Nonostante il suo corpo sia oggettivamente invecchiato. L’amore vero, quello che attraversa gli anni, non toglie il desiderio: lo purifica, lo umanizza, lo rende eterno. E forse è proprio questo il miracolo più grande del matrimonio.
Antonio e Luisa
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