Santa Lucia: una donna integra e libera

Oggi la Chiesa fa memoria di Santa Lucia, giovane martire di Siracusa, amatissima soprattutto dai bambini. Per me – Antonio – questo giorno ha un significato ancora più personale: è anche il giorno del mio compleanno. E forse è per questo che, fin da piccolo, Lucia ha abitato la mia immaginazione con la sua luce limpida e ferma. Ma più cresco, più mi accorgo che la sua storia custodisce una verità essenziale della nostra fede: l’importanza del corpo.

In un mondo che spiritualizza tutto o, al contrario, riduce tutto a biologia, Lucia ricorda che il cristianesimo è una fede incarnata. La novità più destabilizzante di Cristo non è un’idea, ma un fatto: Dio si fa carne. Non appare come spirito evanescente o energia cosmica, ma come un uomo con un volto, una voce, delle mani, delle lacrime. Questa non è un’aggiunta secondaria: è la rivoluzione. Se Dio ha assunto un corpo, allora il corpo non è più un “guscio”, ma parte integrante della persona.

La cultura greco-latina tendeva a separare nettamente anima e corpo; Cristo invece ricompone, tiene insieme. La Bibbia già lo suggeriva: l’uomo nasce dal soffio e dalla polvere, dal cielo e dalla terra. E Gesù lo mostra continuamente: ama attraverso il corpo. Con lo sguardo che rialza Pietro, con la mano che tocca il lebbroso, con le lacrime sulla tomba di Lazzaro, con il pane spezzato nell’Ultima Cena. Non c’è gesto di Gesù che non passi attraverso la carne. Persino il tradimento avviene con un bacio. E la croce, il trono dell’amore, è un’offerta totale del corpo e del sangue.

La scelta di Lucia: una logica d’amore che il mondo non capiva

Dentro questa verità si comprende il coraggio radicale di Lucia. Lei desiderava appartenere totalmente a Cristo, e sapeva che questa donazione non poteva avvenire “solo” nell’anima: doveva passare dal corpo. Per questo rifiutò con fermezza un matrimonio imposto, pur conoscendo il rischio della persecuzione. Non fu incoscienza, ma lucidità. I suoi contemporanei probabilmente la giudicarono irragionevole: Perché non sposarsi e poi dedicarsi comunque a Dio? Lucia, però, aveva intuito una cosa che la fede cristiana insegna da sempre: non si può donare il cuore senza donare il corpo. La persona è una unità.

La sua verginità non fu disprezzo del matrimonio, ma risposta a una chiamata unica. La vocazione, in fondo, funziona così: ti chiede tutto. Non perché Dio sia esigente, ma perché l’amore vero non tollera le mezze misure. Chi si dona a Cristo nella verginità dice: “Il mio corpo è per Te”. Chi si dona nel matrimonio dice: “Il mio corpo è per te, sposo o sposa, segno vivo dell’amore di Dio”.

La lettura psicologica: il corpo come luogo della verità

Anche l’Analisi Transazionale ci aiuta a capire questo punto. Il Corpo, nella TA, è spesso il luogo in cui si rivelano i nostri “copioni”: tensioni, adattamenti, paure, gesti automatici. Il Bambino Adattato può usare il corpo per compiacere; il Genitore Normativo per controllare; l’Adulto, invece, lo riconosce come luogo della relazione vera, libera, responsabile.

Lucia è un esempio di Adulto integro: riconosce ciò che sente, decide con coerenza, non si lascia manipolare né dalle pressioni sociali né dalle paure interiori. Il suo corpo diventa l’espressione più limpida della sua libertà. E questo vale anche per noi sposi: nella vita matrimoniale il corpo può diventare luogo di fusione immatura, di ricatto affettivo, o di donazione adulta. Dipende da quale parte di noi sceglie di guidare.

La vocazione degli sposi: amare Dio dentro una carne che parla

Nella mia storia personale – come marito di Luisa – ho capito una cosa decisiva: posso amare mia moglie con tutta l’anima solo se la amo con tutto il corpo. Non esiste un corpo “neutro”, come se l’intimità fosse un’appendice. Nel matrimonio, il corpo è linguaggio sacramentale: dice ciò che le parole non possono dire. Dice: “Io sono tuo. Totalmente, liberamente, fedelmente”.

Se il mio corpo non fosse suo, il mio cuore non riuscirebbe mai a essere realmente suo. È la logica dell’alleanza biblica: “Saranno una sola carne” non è poesia, è teologia. È morale cattolica allo stato puro. La fedeltà non è un limite: è il grembo in cui nasce la libertà dell’amore.

Il corpo come tempio: la lezione finale di Lucia

Viviamo in un mondo che spesso fa due operazioni opposte: idolatra il corpo o lo disprezza. Lo usa come merce, lo consuma, lo espone, lo baratta. Santa Lucia ci ricorda invece la verità più semplice e più alta: il corpo è sacro perché è abitato dallo Spirito Santo.

E proprio perché è sacro, va custodito. Lucia preferì sacrificare la propria vita piuttosto che consegnare il corpo a un amore non autentico. Non fu fanatismo, ma intelligenza spirituale: ciò che è prezioso si protegge. La castità cristiana nasce da qui: non dalla paura, ma dalla coscienza del valore. E allora capisco ancora meglio la grande lezione di Lucia: il corpo è talmente prezioso che merita di essere donato una sola volta, totalmente, definitivamente, a chi abbiamo promesso amore eterno – nel matrimonio o nella verginità consacrata. Questo è l’amore maturo. Questo è l’amore che illumina. Questo è l’amore che salva

Antonio e Luisa

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