Siamo giunti alla seconda emozione. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. Tra le emozioni autentiche, la gioia è forse quella che più facilmente viene confusa. Spesso la identifichiamo con l’euforia, con l’entusiasmo momentaneo o con una sensazione di benessere continuo. Anche nella vita cristiana talvolta si parla di gioia come di uno stato da mantenere a tutti i costi, quasi un dovere spirituale. Ma la gioia autentica non è un’emozione permanente né una maschera da indossare. È un’esperienza profonda, reale, che nasce quando qualcosa di buono ci raggiunge davvero.
In psicologia la gioia è un’emozione primaria, universale, proporzionata all’evento che la genera e limitata nel tempo. Non invade la persona né la rende cieca, ma la apre. È una risposta sana all’incontro, al riconoscimento, alla sensazione di essere al posto giusto, con la persona giusta, anche solo per un momento. La gioia autentica non è rumorosa per forza, spesso è silenziosa. Non chiede di essere mostrata, ma abitata.
Il problema nasce quando la gioia viene confusa con l’obbligo di stare bene. In molti contesti, anche ecclesiali, passa l’idea che un cristiano “vero” debba essere sempre gioioso, sorridente, grato. Ma una gioia imposta diventa una forma sottile di negazione emotiva. Se non posso essere triste, non posso nemmeno essere davvero gioioso. La gioia autentica nasce solo in un cuore che ha fatto spazio anche al dolore.
L’Analisi Transazionale insegna che, quando una persona non può vivere la gioia autentica, spesso la sostituisce con emozioni parassite: eccitazione, euforia, iperattività, bisogno continuo di stimoli. È una gioia agitata, che non riposa, che ha bisogno di essere continuamente rinnovata perché non affonda le radici. La gioia autentica, invece, è stabile pur essendo temporanea. Non dipende dal controllo né dalla performance, ma dal contatto.
Anche sul piano spirituale questo è decisivo. Nei Vangeli la gioia non è mai scollegata dalla realtà. Gesù non chiede ai suoi di essere felici a comando. Parla di una gioia “piena”, che nasce dall’essere amati, dal sentirsi scelti, dal rimanere. È una gioia che attraversa anche la fatica, non la nega. Per questo la gioia cristiana non è euforia, ma pace profonda.
Nella vita di coppia la gioia autentica è spesso fragile e silenziosa. Non coincide con i grandi momenti, ma con quelli ordinari: sentirsi visti, riconosciuti, desiderati. È la gioia di tornare a casa e sentirsi accolti, di ridere insieme senza motivo, di condividere una stanchezza senza vergogna. Quando una coppia perde la capacità di riconoscere e nominare queste gioie semplici, inizia lentamente a inaridirsi.
Molti partner fanno fatica a condividere la gioia perché, paradossalmente, la gioia è un’emozione che espone quanto, e a volte più, del dolore. Dire “sto bene con te” significa rendersi vulnerabili, riconoscere che l’altro ha un potere reale su di noi. C’è chi teme di non essere ricambiato, chi ha paura di sembrare dipendente, chi è cresciuto imparando a non mostrare ciò che sente per non rischiare una delusione. In questi casi la gioia viene trattenuta, vissuta in silenzio o ridotta a qualcosa di scontato. Ma la gioia non condivisa, nel tempo, si spegne. Non perché venga meno il bene, ma perché manca il contatto.
Dire “sono felice con te”, “mi fa bene stare con te”, “mi sento a casa quando ci sei” non è mai neutro. Sono frasi che non accusano e non chiedono nulla, e proprio per questo mettono a nudo. Espongono il cuore senza difese, senza contratti impliciti. Eppure è proprio questa esposizione che nutre il legame. Una coppia cresce non solo quando attraversa il dolore insieme, ma anche quando impara a nominare il bene che c’è, senza paura di perderlo.
La gioia autentica è infatti profondamente relazionale. Non è solo un’emozione interna, privata, ma un’esperienza che si intensifica quando viene rispecchiata. Quando l’altro accoglie la mia gioia, la riconosce, la custodisce, quella gioia si amplia e mette radici. Quando invece viene ignorata, minimizzata o data per scontata, lentamente si ritira. In molte coppie la gioia non viene detta perché “tanto si vede”, “tanto è ovvio”. Ma ciò che non viene detto, spesso, nel tempo scompare o perde forza.
Esiste anche una gioia difensiva, che serve a coprire ferite non elaborate. È la gioia ostentata, sempre esibita, quella che non tollera il silenzio né la profondità. È una gioia che ha bisogno di essere vista, confermata, applaudita. La gioia autentica, invece, non ha paura del silenzio. Non ha bisogno di dimostrare nulla. È una gioia che riposa, che non compete, che non si giustifica. È la gioia di chi si sente a casa, anche senza doverlo spiegare.
Imparare a vivere la gioia autentica significa imparare a riconoscere il bene ricevuto e a permettersi di restare lì, senza fretta. Significa accettare che la gioia non è continua, ma vera quando arriva. Nella vita spirituale come in quella di coppia, la gioia non è una meta da raggiungere, ma un dono da accogliere. E come ogni dono, chiede solo una cosa: di essere abitato, non posseduto.
Antonio e Luisa
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