Le emozioni autentiche nella coppia: il disgusto

Oggi la terza emozione. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. Tra le emozioni autentiche, il disgusto è probabilmente la meno nominata, soprattutto nella vita di coppia. Spesso viene percepito come qualcosa di inaccettabile, quasi vergognoso, perché sembra contraddire l’idea di amore come accoglienza totale. Eppure, in Analisi Transazionale, il disgusto è un’emozione primaria con una funzione precisa e fondamentale: proteggere l’integrità della persona. Segnala che qualcosa viene vissuto come invasivo, contaminante o non più compatibile con i confini profondi dell’individuo.

Molti partner faticano a riconoscere il disgusto perché temono che nominarlo significhi ferire l’altro o mettere in discussione il legame. Dire “questa cosa mi respinge”, “questo gesto mi fa stare male”, “non mi sento al sicuro in questo modo” espone a un rischio relazionale elevato. Così il disgusto viene represso, razionalizzato o trasformato in silenzio. Ma un disgusto non ascoltato non scompare. Rimane sotto traccia e, nel tempo, si manifesta come distanza emotiva, freddezza, ritiro del desiderio o ironia difensiva.

È fondamentale distinguere il disgusto autentico dal disprezzo, perché pur sembrando simili producono effetti profondamente diversi nella relazione. Il disprezzo svaluta l’altro, lo umilia, lo riduce a qualcosa di inferiore o indegno. È un’emozione che rompe il legame perché nega la dignità della persona. Il disgusto autentico, invece, non nasce dal voler ferire, ma dal bisogno di proteggere. Non dice “tu non vali”, ma “questa modalità non mi fa bene”.

Il disgusto autentico segnala che un confine è stato superato o messo a rischio. Chiede una rinegoziazione dei confini fisici, emotivi, sessuali e spirituali, senza accusare né colpevolizzare. Quando viene riconosciuto e ascoltato, il disgusto permette alla relazione di tornare in un luogo sicuro, dove l’intimità non è invasione e l’amore non diventa sacrificio forzato. Quando invece viene negato o giudicato, la persona impara a difendersi chiudendosi: il corpo si ritrae, il desiderio si spegne, la comunicazione si irrigidisce. Non per cattiveria, ma per sopravvivenza emotiva.

Dal punto di vista dell’Analisi Transazionale, il disgusto è strettamente legato al rispetto del Sé Bambino. È l’emozione che protegge dalla violazione, dall’invasione, dall’essere costretti a tollerare ciò che fa male “per amore”. Molte persone, soprattutto nelle relazioni affettive e matrimoniali, hanno imparato a ignorare il proprio disgusto per non deludere, per non creare conflitti, per non essere accusate di egoismo. Ma l’amore che chiede di rinnegare i propri confini non è amore maturo. È adattamento.

Nella vita di coppia il disgusto riguarda spesso l’intimità, non solo sessuale ma anche emotiva. Può emergere quando l’altro invade spazi personali, quando usa parole o gesti che feriscono, quando forza tempi, ritmi o modalità che non sono condivisi. In questi casi il disgusto segnala che l’intimità sta diventando invasione. Se non viene ascoltato, il corpo stesso prende distanza: il desiderio cala, il contatto diventa meccanico, la relazione perde calore.

Dal punto di vista spirituale, il disgusto è un’emozione che spesso viene moralizzata o repressa, soprattutto nei contesti cristiani. Si è diffusa, talvolta in modo silenzioso, l’idea che amare significhi sopportare tutto, accettare tutto, perdonare sempre e comunque, anche quando questo comporta il sacrificio di sé. Ma questa non è la logica del Vangelo. Nei Vangeli vediamo Gesù provare un disgusto profondo davanti a ciò che profana la verità: quando entra nel tempio e trova uno spazio di preghiera trasformato in mercato, non resta indifferente. Quel gesto non nasce dall’impulsività, ma dal rifiuto netto di una contaminazione: il sacro ridotto a strumento, la relazione con Dio piegata al potere e al profitto.

Gesù mostra disgusto anche davanti all’ipocrisia, quando denuncia chi “pulisce l’esterno del bicchiere” ma resta marcio dentro. Non tutto è accoglibile, non tutto è sano, non tutto può essere spiritualizzato. Questo ci dice che anche il limite fa parte dell’amore maturo. Il cristianesimo non chiede l’annullamento della persona, ma la sua piena fioritura.

Dire “questo non mi fa bene”, “questo mi ferisce”, “qui mi fermo” non è mancanza di misericordia, ma esercizio di verità. Il disgusto, quando è autentico, diventa un alleato del discernimento spirituale: segnala che qualcosa non è in sintonia con la dignità della persona, con il rispetto del corpo, con la verità della relazione. Anche il “no”, quando nasce da questa verità, può essere una forma profonda di amore, perché protegge sia chi lo dice sia chi lo riceve da una relazione che rischia di diventare distruttiva.

Esiste però anche un disgusto difensivo, che non nasce dalla violazione di un confine reale ma da ferite non elaborate. È il disgusto che respinge l’intimità per paura di essere toccati nel punto fragile. In questo caso il disgusto non protegge, ma isola. Per questo è importante discernere: il disgusto autentico chiede rispetto, quello difensivo chiede guarigione. Entrambi, però, meritano ascolto.

Imparare a riconoscere il disgusto autentico significa imparare a dire dei “no” che non chiudono, ma proteggono. Significa restituire dignità al corpo, alle emozioni, alla storia personale. Nella coppia, quando il disgusto viene nominato con rispetto e accolto senza giudizio, può diventare un’occasione di crescita profonda. Non perché sia piacevole, ma perché è vero.

Il disgusto autentico non è il contrario dell’amore. È uno dei suoi guardiani. Dove il disgusto viene ascoltato, l’amore può restare vivo senza diventare invasivo. Dove viene negato, l’amore rischia di trasformarsi in sacrificio silenzioso. E nessuna relazione può fiorire a lungo su un sacrificio che non viene mai detto.

Antonio e Luisa

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