Nel Messaggio per la LX Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali (24 gennaio 2026), Papa Leone XIV offre una lettura lucida e profondamente antropologica del nostro tempo. Il Pontefice mette in guardia da una tecnologia che, invece di accompagnare il desiderio umano di relazione, rischia di sfruttarlo fino a snaturarlo. Quando la comunicazione non è più apertura all’altro ma diventa costruzione di un mondo “a nostra immagine e somiglianza”, allora non solo il singolo si impoverisce, ma viene ferito anche il tessuto sociale, culturale e persino politico delle nostre comunità.
Papa Leone XIV osserva che una tecnologia capace di catalogare i nostri pensieri, anticipare i nostri desideri e restituirci solo ciò che ci rassomiglia finisce per creare un vero e proprio “mondo di specchi”. In questo spazio riflettente l’altro scompare, e con lui la possibilità dell’incontro autentico. Senza l’accoglienza dell’alterità – ricorda il Papa – non può esserci né relazione né amicizia. È una diagnosi che intercetta una delle derive più inquietanti dell’attuale sviluppo dell’intelligenza artificiale.
Negli ultimi tempi, infatti, stanno prendendo piede applicazioni che permettono di creare fidanzate virtuali su misura. Questi strumenti promettono una compagnia digitale ideale: una figura femminile generata dall’IA che risponde ai desideri, alle esigenze e perfino ai capricci di chi la utilizza. Dietro questa tendenza apparentemente innocua si nascondono però profondi rischi antropologici, psicologici e spirituali, che riflettono le fragilità della nostra epoca.
La caratteristica più inquietante di queste relazioni virtuali è la loro assoluta asimmetria. La fidanzata digitale non ha volontà propria, non dice mai di no, non mette in discussione, non chiede nulla in cambio. È l’esatto opposto di ciò che Papa Leone XIV indica come comunicazione autentica: uno spazio in cui l’altro resta altro e proprio per questo mi educa, mi provoca, mi fa crescere. Come osserva lo psicoterapeuta Alberto Pellai, “l’amore vero nasce dal confronto con l’altro, dalla capacità di accogliere ciò che non comprendiamo e di lasciarci cambiare dalla relazione”. Una relazione senza alterità non è amore, ma narcisismo.
La costruzione di un partner su misura risponde al desiderio di controllo assoluto, profondamente radicato nella società contemporanea, dove l’autodeterminazione è spesso idolatrata come sommo bene. Ma l’amore autentico, come insegna il cristianesimo, non è dominio bensì dono reciproco. San Giovanni Paolo II, nella Mulieris Dignitatem, ricorda che la comunione delle persone si realizza nella mutua donazione di sé, non nella riduzione dell’altro a mero oggetto di soddisfazione.
Dietro la crescente attrazione per le relazioni virtuali si nasconde una profonda solitudine. Molti uomini, soprattutto giovani, faticano a vivere rapporti reali perché temono il rifiuto, il conflitto, la frustrazione che ogni relazione autentica inevitabilmente comporta. Preferiscono contesti in cui non rischiano di sentirsi sbagliati, messi alla prova o non abbastanza. La società della performance e dell’efficienza ha disabituato alla pazienza e alla vulnerabilità, spingendo a cercare relazioni “sicure”, dove non si è mai contraddetti e non si deve negoziare il proprio posto.
Il filosofo Fabrice Hadjadj osserva che l’amore è esattamente l’opposto della tecnologia, perché richiede tempo, attesa, rischio e persino sofferenza. Le app di fidanzate virtuali offrono invece una simulazione di intimità istantanea, in cui l’altro non chiede crescita, non espone al fallimento, non costringe a uscire dalle proprie difese interiori. Ma questa apparente protezione, nel tempo, impoverisce il cuore e rende sempre più difficile sostenere relazioni reali.
Dal punto di vista morale e spirituale, questo fenomeno diventa una vera scuola di chiusura relazionale. Abituarsi a un rapporto in cui l’altro esiste solo per confermare, compiacere e rassicurare rafforza dinamiche interiori infantili, dove il bisogno viene prima della responsabilità e il disagio viene evitato invece che attraversato. L’amore, così, non è più un luogo di crescita ma uno spazio di anestesia emotiva.
Papa Francesco, nell’Amoris Laetitia, ricorda che non esiste amore senza libertà e non c’è libertà senza la capacità di rinunciare a qualcosa di sé per il bene dell’altro. Dove tutto è programmato per non contraddirmi mai, non solo la libertà si spegne, ma si indebolisce anche la capacità di stare in relazione con persone reali, che non possono essere controllate né previste.
Eppure, dietro il successo di queste applicazioni, si cela anche un desiderio buono e profondo: il bisogno di sentirsi accolti senza condizioni, visti senza essere giudicati, degni di amore anche nella propria fragilità. È il desiderio di uno sguardo benevolo che molti non hanno sperimentato o che temono di perdere nel confronto reale.
La cultura digitale intercetta questo bisogno ma lo soddisfa in modo immaturo, evitando il passaggio decisivo: crescere nella capacità di stare in relazione senza fuggire quando emergono il limite, la frustrazione o il conflitto. Come ricorda Luigi Maria Epicoco, l’amore non è mai perfetto: è una promessa fragile da custodire giorno dopo giorno, accettando di non essere sempre confermati ma di essere comunque amati.
La sfida indicata da Papa Leone XIV è dunque educativa e pastorale. Famiglia, scuola e Chiesa sono chiamate a testimoniare che l’amore vero è faticoso e vulnerabile, ma proprio per questo è reale. In un mondo che moltiplica illusioni tecnologiche sempre più seducenti, la fedeltà concreta di relazioni imperfette resta il segno più credibile che solo l’incontro con l’altro, diverso da me, può salvare la nostra umanità.
Antonio e Luisa
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