Cari sposi, la Parola continua a parlarci usando immagini simili nelle ultime domeniche. Abbiamo visto Gesù che inizia la sua vita pubblica in una terra “tenebrosa”, non nel senso meteorologico per essere abitate in maggioranza da persone non credenti. Ed oggi rimane il simbolo della luce in aggiunta a quello del sale. Entrambi hanno una pluralità di significati che rimandano al loro effetto su di noi: tanto non si può restare indifferenti alla luce del sole, al punto che il nostro occhio spontaneamente si chiude, come nemmeno il palato ignora la sapidità di una pietanza.
Però entrambi, luce e sale, sono solo un mezzo per farci capire qualcosa di molto più profondo, non legato per forza al mondo del I secolo. Difatti, dice Giovanni Paolo II: “Il linguaggio di Gesù, ricco di immagini e parabole, manifesta insieme la misericordia di Dio e l’esigenza della conversione” (Redemptoris Missio 13), un modo per toccare i cuori delle persone sia del passato che del futuro.
Cosa dicono allora a noi, nel 2026? Essere luce vuol dire riflettere qualcosa di Colui che è stato chiamato da Simeone “luce per rivelarti alle genti” (cfr. Lc 2, 32). Analogamente essere sale significa che Gesù sta dando “sapore” alla mia vita, gli conferisce un tocco particolare. Quando siamo di Cristo, lo facciamo sentire agli altri, in un modo o nell’altro. Lo diceva bene Origene, uno dei Padri della Chiesa, nel suo “Commento a Matteo”; Egli interpreta Cristo stesso come il sale primario e i discepoli in quanto partecipano di Cristo. Quindi, più siamo in relazione con Cristo e più la nostra vita ha un gusto particolare e al tempo stesso lo trasmette agli altri.
Ora, so bene che quando ci troviamo davanti a queste affermazioni contundenti del Vangelo può insinuarsi nel nostro cuore una certa tristezza o inadeguatezza: “magari fossi un lumino da cimitero…, mi sento proprio insipido… non ne combino una giusta…”. Eppure, nel testo Gesù non sta dando un comando, non dice “siate sale o siate luce” ma piuttosto usa un verbo al presente: “voi siete luce e sale”. Vuol dire che il dono di essere tali è già in noi e – lo sappiamo – è per la grazia del Battesimo che Cristo, “luce del mondo” (Gv 8, 12) vive in noi. Di conseguenza, siamo già insaporiti di sale perché abbiamo il dono della Sapienza con cui possiamo comprendere il piano divino e trovare il “sapore” di Dio nelle cose.
Anche Papa Francesco va in questa direzione quando ci dice:
“È «sale» il discepolo che, nonostante i fallimenti quotidiani – perché tutti noi ne abbiamo –, si rialza dalla polvere dei propri sbagli, ricominciando con coraggio e pazienza, ogni giorno, a cercare il dialogo e l’incontro con gli altri. È «sale» il discepolo che non ricerca il consenso e il plauso, ma si sforza di essere una presenza umile, costruttiva, nella fedeltà agli insegnamenti di Gesù che è venuto nel mondo non per essere servito, ma per servire. E di questo atteggiamento c’è tanto bisogno!” (Angelus, 9 febbraio 2020).
Bello sentirsi dire che si è sale e luce a partire da piccole cose, vissute con amore! Ma c’è anche una luce e un sale che vengono elargiti dal sacramento del matrimonio, difatti pure il matrimonio è stato concepito dal Signore quale datore di sale e luce divina. Devo ammettere che sono rimasto sorpreso quando, in un seminario per sposi, ho ascoltato da don Renzo Bonetti dire: “il sacramento del matrimonio non è in ultima istanza per gli sposi ma per la Chiesa”. Chiaramente sono frasi da intendere non come “aut aut” ma piuttosto “et et”. Quindi il matrimonio è anzitutto un bene sia per gli sposi ma che è chiamato, per sua natura, a diventare dono anche per chi è toccato da quel matrimonio.
E allora come può una coppia essere sale e luce? Analogamente a come avviene in natura: la luce del sole inizia gradualmente dall’aurora, poi l’alba infine la levata. Cioè è un cammino di crescita continua in cui gli sposi vogliono attingere e rinnovare di continuo il loro amore nel Signore, quando Lo cercano, Gli parlano assieme, Lo invocano assieme, Lo rendono partecipe di gioie, sofferenze, scelte di vita…
Davvero non è così difficile, ma uno dei due deve iniziare e poi a poco a poco coinvolgere l’altro/a in questo cammino a Tre. Cari sposi, vi invito ancora una volta a far leva più sullo stupore e sulla considerazione del dono ricevuto, che sul dovere di essere coerenti – giustamente – con la vocazione ricevuta. E così, la gioiosa certezza di essere stati arricchiti di questa grazia fa scaturire di per sé la voglia di viverla.
ANTONIO E LUISA
Da qualche mese io e Luisa abbiamo iniziato a ritagliarci un’ora alla settimana per l’adorazione insieme. All’inizio sembrava solo un impegno in più dentro giornate già piene, ma piano piano è diventato un punto fermo. Seduti in silenzio davanti al Signore, senza dover risolvere tutto subito, abbiamo imparato a portarGli le fatiche, le incomprensioni, le scelte da fare. Tornando a casa, spesso non cambiavano le situazioni esterne, ma cambiava il nostro sguardo: più pazienza, più ascolto, meno fretta di avere ragione. Ho capito che essere sale e luce non nasce da grandi gesti, ma da piccoli appuntamenti fedeli in cui lasciamo che Dio illumini passo dopo passo il nostro amore.
Acquista i nostri libri Il dono del corpo. L’ecologia dell’amore La grazia degli imperfetti