Sara: sette mariti, sette morti. Quando ti senti “sbagliata”

«Meglio per me morire che vivere, perché sento rivolgere contro di me insulti ingiusti» (Tb 3,6)

Nel quarto modulo ci soffermiamo su Sara e sul suo passato che diventa identità. Clicca qui per leggere i moduli già pubblicati. Ci sono momenti nella vita in cui non ci si sente semplicemente feriti, ma profondamente sbagliati. Non è solo dolore, non è solo fatica: è quella sensazione sottile e corrosiva che qualcosa in noi non funzioni davvero. Come se fossimo destinati a fallire. Come se portassimo addosso un marchio invisibile che prima o poi rovina tutto. La storia di Sara, nel libro di Tobia, entra proprio qui, nel punto più fragile dell’anima umana. Sette mariti, sette morti. Una sequenza che non è solo tragedia, ma identità ferita. Sara non è soltanto una donna che ha sofferto perdite: è una donna che si sente diventare il problema.

Il testo biblico non nasconde la profondità della sua disperazione. Gli insulti della serva che la accusa di essere responsabile della morte dei mariti scavano dentro di lei una ferita ancora più grande della perdita stessa. Perché quando il dolore si ripete, la mente cerca una spiegazione, e spesso la trova nel posto sbagliato: dentro di sé. Sono io il problema.” È qui che nasce la vergogna. Non la sana consapevolezza dei propri limiti, ma quella convinzione tossica che confonde ciò che è accaduto con ciò che siamo. Sara smette di essere una donna ferita e inizia a percepirsi come una donna maledetta.

Questa dinamica è sorprendentemente attuale. Molti portano nella relazione di coppia una storia segnata da tentativi falliti, relazioni finite male, esperienze di rifiuto o ferite profonde. E spesso, senza accorgersene, costruiscono un’identità a partire da questi eventi: “Io non sono capace di amare”, “Io rovino tutto”, “Con me finisce sempre così”. È quello che, nell’Analisi Transazionale, viene chiamato copione di fallimento: una narrazione interna che si forma presto e che poi guida inconsciamente le scelte, i comportamenti, persino le aspettative. Il Bambino adattato, dentro di noi, impara a sopravvivere credendo che il problema sia la propria esistenza.

Sara arriva a desiderare la morte. Non per disperazione teatrale, ma perché la vergogna può diventare insopportabile. Quando l’identità si spezza, la persona non vede più possibilità. Tuttavia, la Bibbia compie un movimento sorprendente: mentre Sara prega nel dolore, anche Tobia prega altrove. Due solitudini che non si conoscono, due ferite che salgono verso Dio nello stesso momento. Questo intreccio nascosto racconta una verità fondamentale: quando la persona sente di essere arrivata al limite, la storia non è finita. Dio sta già tessendo incontri che ancora non vediamo.

Nella coppia, la presenza di ferite non guarite è inevitabile. Nessuno arriva al matrimonio completamente integro. Ognuno porta con sé pezzi di storia, esperienze, paure, copioni interiori. Il problema non è avere ferite, ma negarle o identificarvisi totalmente. Quando una persona entra nella relazione convinta di essere “sbagliata”, spesso interpreta ogni conflitto come conferma di quella convinzione. Un silenzio dell’altro diventa rifiuto, una difficoltà diventa prova della propria inadeguatezza. Così il passato, non attraversato, continua a vivere dentro il presente.

Il Bambino adattato che si sente maledetto cerca strategie per difendersi. A volte compiace, pur di non perdere l’amore. Altre volte si ritira prima ancora di essere ferito. Altre ancora attacca, anticipando il dolore. Ma in tutte queste modalità c’è la stessa radice: la paura di essere davvero ciò che la vergogna racconta. Ed è qui che la figura di Sara diventa profetica. Perché la sua storia non si chiude con la morte, ma con la possibilità di una relazione nuova. Non perché il passato venga cancellato, ma perché smette di definire l’identità.

Per gli sposi, questa pagina biblica invita a una responsabilità reciproca delicata e profonda. Non si tratta di salvare l’altro, ma di creare uno spazio in cui le ferite possano essere viste senza giudizio. Quando un partner porta dentro un copione di fallimento, la relazione può diventare un luogo di guarigione o un terreno che lo rafforza. Piccole frasi, piccoli sguardi, piccole dinamiche quotidiane possono confermare la vergogna o scioglierla lentamente. La guarigione non avviene attraverso discorsi perfetti, ma attraverso una presenza costante che dice implicitamente: “Tu non sei la tua storia.

La fede cristiana aggiunge un livello ancora più radicale. Non solo non siamo definiti dal passato, ma siamo continuamente chiamati a una nuova identità. Dio non guarda Sara come una donna maledetta, ma come una figlia amata destinata alla vita. Questo sguardo precede ogni cambiamento e lo rende possibile. Senza uno sguardo nuovo, la persona resta intrappolata nel copione. Con uno sguardo nuovo, anche il dolore più antico può diventare terreno di rinascita.

Attraversare il passato non significa riviverlo ossessivamente, ma riconoscerlo, nominarlo, portarlo alla luce. Molti credono che basti dimenticare per andare avanti, ma ciò che non viene attraversato continua a chiedere spazio. E nel matrimonio questo emerge inevitabilmente, perché la vicinanza emotiva fa riaffiorare ciò che è rimasto nascosto. La coppia allora diventa una sorta di laboratorio spirituale: non il luogo dove nascondere le fragilità, ma dove imparare a stare davanti ad esse senza perdere la speranza.

Sara ci insegna che il punto più basso può diventare l’inizio di una svolta. Non perché il dolore venga negato, ma perché viene attraversato con una preghiera che restituisce dignità. E forse è proprio questa la parola più importante per chi si sente “sbagliato”: non sei il tuo passato. Ma se non lo attraversi, continuerai a portarlo con te. La buona notizia è che non devi attraversarlo da solo. Nella fede, nella relazione, nella verità condivisa, ciò che sembrava maledizione può diventare spazio di incontro e di vita nuova.

Antonio e Luisa

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