Cari sposi, può essere che qualcuno di voi, magari sull’onda dell’impeto della ribellione giovanile avrà trovato sfogo nelle inebrianti letture di Friedrich Nietzsche e si sarà identificato nelle invettive contro il cristianesimo, come ad esempio: “la Chiesa combatte la passione con l’estirpazione in ogni senso: la sua pratica, la sua ‘cura’, è la castrazione” (Crepuscolo degli idoli).
Un senso di inquadramento ed incasellamento viene pressoché spontaneo se diamo una letta veloce al Discorso della Montagna, quello che il Vangelo di oggi mette al centro della Liturgia, perché è la ripresa del Decalogo, quindi in sostanza, regole da osservare per essere bravi e buoni. E qui lo spirito nietzschiano che aleggia ancora nella mentalità comune potrebbe di nuovo aizzarsi.
Eppure, se leggiamo bene il Signore sta facendo una cosa portentosa, in parte l’abbiamo già vista qualche domenica fa a proposito delle Beatitudini che sono pochi paragrafi prima di questo testo. Gesù sta rileggendo il Decalogo mettendo al centro la Sua Persona. Chi potrebbe fare una cosa del genere se non Dio? E infatti, vengono sì rimessi al centro i grandi “no” della Legge ma totalmente reinterpretati secondo il Cuore di Cristo.
Ricordiamoci che Gesù è Maestro, è la Verità in persona e presuppone vero quello che è di senso comune. In effetti, nella tradizione morale è frequente l’idea che i doveri negativi (non nuocere, non rubare, non uccidere…) siano più stringenti e universali dei doveri positivi (aiutare e promuovere il bene). Difatti, un divieto è spesso più facilmente universalizzabile: “Non uccidere” può valere per tutti e sempre, mentre un obbligo positivo richiede una specificazione contestuale (chi deve fare cosa? E quando? E fino a che punto?). Quindi la pedagogia delle 10 Parole non è poi così male…
Ma in tutto ciò dove sta l’aspetto positivo? Proprio nella Persona di Cristo, nella relazione con Lui. Per cui noi cristiani non obbediamo, strettamente parlando, delle Leggi. O meglio, l’essenza del nostro comportamento non è un nuovo codice etico bensì lo stile di vita di Cristo stesso. Sembra una banalità ma la Chiesa ha avuto piena chiarezza di questo con il rinnovamento teologico del XX secolo e il suo momento culmine è l’Enciclica Veritatis splendor di Giovanni Paolo II (1993). In essa, il filo rosso per comprendere qual è la norma di comportamento del cristiano è la parabola del “figliol prodigo”: “maestro, cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”. Un modo distinto di tradurre: come posso essere felice? E la risposta la sappiamo: “vieni e seguimi”.
Alla luce di questo principio va compresa la Parola odierna: il Siracide invita ad osservare i comandamenti come segno di una ricerca personale del bene, non come comando da un’autorità esterna; il Salmo promette la felicità a chi custodisce la Legge; Paolo ricorda ai Corinzi che è la Sapienza di Dio, cioè Cristo, a guidare la nostra condotta.
Infine, al centro del Vangelo c’è un’espressione di una profondità particolare: “portare a pienezza, portare a compimento”. Cristo è colui che porta a compimento ogni cosa, in particolar modo il desiderio di felicità e di senso, insito nel cuore umano e che nessun sistema valoriale o legislativo era in grado di garantire. Essere in Cristo, in relazione con Lui è allora dove ci giochiamo tutto e dove iniziamo sperimentare il centuplo quaggiù di chi Lo segue con tutto il cuore.
Per voi sposi vi è qui un’applicazione direi unica. Se è Cristo ad invitare il giovane ricco, e con lui per estensione, ogni battezzato, nel vostro caso direi che avviene il contrario. Infatti, nel sacramento del matrimonio è “il Salvatore degli uomini e sposo della Chiesa che viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio. Inoltre, rimane con loro” (cfr. GS 48).
Ciò significa che siete già sulla strada della pienezza del vostro amore, è lui che vi ha già instradato bene, anche se probabilmente ne avevate una consapevolezza parziale al momento di sposarvi.
Il Vangelo di oggi è una conferma della bontà e grandezza della vostra vocazione nuziale. Essa è via verso la pienezza, come ci ricorda Papa Francesco: “L’amore coniugale raggiunge quella pienezza a cui è interiormente ordinato, la carità coniugale” (Amoris laetitia 120). Cari sposi, voi questa pienezza la potete toccare con mano e farne esperienza, in un modo tutto vostro, che ad altri laici o religiosi o sacerdoti non è dato. A noi e a tutto il mondo, è dato di vedere i vostri frutti meravigliosi.
ANTONIO E LUISA
Voglio declinare quanto ha così ben espresso padre Luca in un ambito specifico del matrimonio. Per me fondamentale. Ho capito che la legge morale cattolica cambia quando smette di essere un insieme di divieti e diventa una strada di verità. Anche temi come i rapporti prematrimoniali o l’apertura alla vita, se vissuti come norme da subire, sembrano solo rinunce. Ma quando li ho accolti come un sì all’amore autentico, ho scoperto più libertà e profondità. Custodire il corpo prima del matrimonio è diventato rispetto e preparazione al dono reciproco; accogliere la fertilità ha rafforzato il dialogo e la responsabilità nella coppia. Non è sempre facile, ma la morale cristiana non toglie gioia: la orienta, trasformando la legge in un cammino concreto verso una pienezza reale.
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