Due preghiere disperate, un solo Dio che ascolta

«Meglio per me morire che vivere, perché ho ascoltato false accuse e sono oppresso da grande tristezza.» (Tb 3,6)

«Tu sai, Signore, che sono pura… Comanda che io sia liberata da questa prova.» (Tb 3,15)

Che cosa significa pregare davvero, pregare da adulti? Perché tante volte la nostra preghiera somiglia più a una richiesta magica che a una relazione viva? In questo capitolo entreremo dentro questa domanda, per riscoprire una preghiera capace di abitare il dolore senza fuggirlo. Clicca qui per leggere i moduli già pubblicati. 

Il capitolo 3 del libro di Tobia è uno dei più intensi di tutta la Scrittura. Non è una pagina edificante nel senso superficiale del termine. È una pagina cruda. Due persone, in luoghi diversi, elevano a Dio una preghiera che non chiede successo, non chiede benedizioni, non chiede miracoli spettacolari. Chiede di non soffrire più. Chiede di non morire dentro.

Tobi prega dopo l’ennesima umiliazione. È cieco, dipende dagli altri, si sente peso. Anna lo ha ferito con parole dure. La vita che aveva costruito sembra crollata. La sua preghiera non è composta. È un grido. Dice a Dio che preferirebbe morire piuttosto che vivere nella vergogna e nella tristezza. Contemporaneamente, in un’altra città, anche Sara prega. Sette mariti morti la precedono. Sette accuse implicite. Sette ferite. È diventata il bersaglio delle parole degli altri. Anche lei non chiede ricchezza, né un futuro luminoso. Chiede di essere liberata. Chiede che finisca quel dolore che la sta schiacciando.

Il testo dice una frase decisiva: le loro preghiere salirono insieme davanti a Dio. Questa è la svolta. Non si conoscono. Non pregano insieme. Non hanno un piano. Eppure le loro parole disperate si incontrano nel cuore di Dio. Questo è profondamente consolante per gli sposi. Ci sono momenti nel matrimonio in cui non si sa più cosa fare. Si è tentato di parlare. Si è discusso. Si è taciuto. Si è resistito. E poi si arriva a un punto in cui resta solo una domanda: “E adesso?”. È lì che spesso nasce una preghiera diversa. Non più la preghiera del “risolvi”, ma quella del “non lasciarmi crollare”.

Molti vivono la fede dentro un copione implicito che potremmo chiamare Genitore magico: “Se prego bene, Dio sistemerà le cose. Se faccio il bravo, tutto tornerà a posto”. È un modo infantile di credere, comprensibile ma fragile. Quando la realtà non cambia, quando il problema resta, quel copione entra in crisi. E insieme a lui rischia di crollare anche la fiducia. Tobi e Sara superano proprio questo passaggio. Non chiedono a Dio di fare una magia immediata. Non negoziano. Non promettono. Si presentano veri. Espongono la loro angoscia senza filtri. Questa è già una fede più adulta.

Dal punto di vista dell’Analisi Transazionale, è il passaggio dal Genitore magico all’Adulto credente. Il Genitore magico delega tutto: “Dio risolva, Dio sistemi, Dio intervenga”. L’Adulto credente, invece, dice: “Mi affido, ma resto presente. Non scappo dalla realtà. Non nego il dolore. Lo porto davanti a Dio”. La preghiera vera non elimina il dolore. Lo rende abitabile. Questo è un punto decisivo per gli sposi. Pregare insieme non significa fare formule perfette o avere emozioni spirituali intense. Significa stare davanti a Dio quando non si ha più lucidità, quando non si hanno soluzioni, quando si è tentati di chiudersi. È un atto di verità prima ancora che di devozione.

Quante coppie pregano solo quando tutto va bene o solo per chiedere che qualcosa cambi. Ma c’è un altro modo di pregare, più maturo: pregare per non indurirsi. Pregare per non spegnersi. Pregare per non lasciare che il risentimento diventi identità. Tobi e Sara non ricevono una risposta immediata. Non c’è una voce dal cielo che spiega tutto. C’è però un movimento invisibile: Dio manda Raffaele. La salvezza comincia mentre loro sono ancora nel buio. Questo è importante: la risposta di Dio inizia prima che loro se ne accorgano.

Nel matrimonio accade qualcosa di simile. Quando una coppia decide di non smettere di pregare – anche male, anche tra le lacrime, anche con poche parole – qualcosa si muove. Non sempre cambia subito la situazione esterna. Ma cambia lo spazio interno. L’Adulto torna a respirare. Si crea una distanza tra il dolore e l’identità. Non sono solo la mia rabbia. Non sono solo la mia delusione. Sono una persona che attraversa un dolore.

Pregare insieme quando non si sa più cosa fare è un atto potente. Non perché costringe Dio a intervenire, ma perché impedisce al cuore di chiudersi definitivamente. È una forma di resistenza spirituale. È dire: “Non capisco, ma resto”. È dire: “Non vedo la strada, ma non voglio camminare da solo”. La pagina di Tobia ci insegna che Dio non aspetta preghiere perfette. Ascolta quelle vere. Non si scandalizza della disperazione. Non si offende per il grido. Entra proprio lì.

Per gli sposi questo è un messaggio liberante. Non bisogna essere spiritualmente forti per pregare. Bisogna essere sinceri. A volte la preghiera più autentica è: “Signore, non so cosa fare. Aiutami a non chiudermi”.

La vera domanda non è: “Dio mi toglierà questo dolore?”. La vera domanda è: “Posso attraversarlo senza perdere il cuore?”. La fede adulta non elimina la croce, ma impedisce che diventi cinismo. Due preghiere disperate. Un solo Dio che ascolta. Non interviene con magia. Interviene aprendo un cammino. E spesso il primo miracolo non è che il problema sparisce, ma che il cuore non muore.

E questo, nel matrimonio, è già salvezza.

Antonio e Luisa

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