Raffaele: Dio entra nella coppia come compagno di viaggio

«Io sono Azaria, figlio del grande Anania, uno dei tuoi parenti.» (Tb 5,13)

Dio non si sostituisce a noi. Ci accompagna. Clicca qui per leggere i moduli già pubblicati. Quando Dio decide di muoversi dentro la storia di Tobia, non fa quello che molti di noi si aspettano. Non cancella il problema con un colpo di scena. Lo abbiamo già visto nel capitolo precedente. Non restituisce subito la vista a Tobi. Non rimette a posto la vita come se fosse un puzzle. Dio manda un compagno di viaggio. E lo manda in un modo quasi “normale”: Raffaele si presenta come Azaria, come uno che appartiene alla cerchia familiare, uno che può essere accolto senza paura. È come se Dio dicesse: “Non ti tolgo il cammino. Ti do una presenza dentro il cammino”.

Questa è una chiave enorme per gli sposi. Perché spesso, quando una coppia è stanca o ferita, la tentazione è trasformare Dio in un tappabuchi: “Signore, intervieni. Risolvi. Fai tu. Cambia tu l’altro. Sistemaci tu”. È una preghiera comprensibile, soprattutto quando si è al limite. Ma in realtà, sotto, c’è una fede ancora infantile: l’idea che Dio sia una forza magica che aggiusta ciò che non funziona, senza che noi dobbiamo attraversare davvero il processo.

Il capitolo 5 del testo biblico, invece, racconta un Dio diverso. Un Dio che accompagna. Un Dio che cammina. Un Dio che non sostituisce. Raffaele non prende il posto di Tobia. Non si mette davanti per trascinarlo. Non lo rende passivo. Lo aiuta a partire. E partire è già la prima cura. Perché chi soffre tende a chiudersi, a fermarsi, a rimanere bloccato nel proprio dolore. Il viaggio di Tobia, in questo senso, è anche un viaggio psicologico: passare dalla paralisi alla scelta, dalla paura al passo successivo.

Qui entra bene la chiave dell’Analisi Transazionale. Raffaele oltre che l’incarnazione della presenza di Dio è anche l’immagine della funzione dell’Io Adulto sano: quella parte di noi che osserva, valuta, si orienta nella realtà e decide con lucidità. Quando una coppia è sotto stress prolungato, l’Adulto spesso si indebolisce e vengono “contaminate” le decisioni da due forze: il Genitore critico (“si fa così, è colpa tua, sbagli sempre”) oppure il Bambino ferito (“non ce la faccio, nessuno mi capisce, mi sento solo”). In quei momenti la relazione non ragiona più: reagisce.

Raffaele, invece, non reagisce. Accompagna. Fa domande, suggerisce, sostiene. È una presenza che non alza il volume emotivo, ma lo abbassa. È la differenza tra salvataggio e accompagnamento. Il salvataggio ti toglie responsabilità e ti rende dipendente; l’accompagnamento ti restituisce forza e ti rende capace. Questo è esattamente ciò che Dio vuole fare nella coppia.

Molti sposi, quando sono in crisi, oscillano tra due estremi: o pretendono che l’altro li “salvi” (e quindi diventano dipendenti, esigenti, delusi), oppure si chiudono in una solitudine orgogliosa (“non ho bisogno di nessuno”). Raffaele propone una terza via: la via della compagnia adulta. Non sei solo. Ma sei chiamato a camminare. C’è un punto delicato: Raffaele si presenta come “parente”. È un dettaglio prezioso. Perché significa che Dio spesso ci raggiunge non con eventi straordinari, ma con mediazioni umane: una persona, un consiglio, un incontro, un cammino spirituale, una guida, un terapeuta, un sacerdote, un amico vero, un gruppo di sposi. Non sempre la grazia arriva come luce dal cielo. A volte arriva come qualcuno che ti dice: “Vengo con te”.

Per gli sposi questa è una liberazione. Perché molte coppie si vergognano di chiedere aiuto. Pensano che un matrimonio “bello” debba cavarsela da solo. Ma la Bibbia racconta il contrario: il cammino della salvezza passa spesso attraverso una compagnia. E chiedere aiuto non è fallire. È diventare adulti. Ecco perché Dio non entra nella coppia come tappabuchi. Non entra per “fare al posto vostro”. Entra per rendervi più capaci. È la differenza tra una fede magica e una fede adulta. La fede magica dice: “Dio risolva”. La fede adulta dice: “Dio cammini con noi mentre impariamo a fare la nostra parte”.

C’è un altro punto chiave nel capitolo 5 del testo. Anche Tobi, il padre, deve compiere un passaggio adulto: lasciare andare. Deve fidarsi. Deve accettare che non può controllare tutto. Questo parla direttamente agli sposi: quante volte il controllo nasce dalla paura. Controllo delle spese, del tempo, delle scelte, delle parole, perfino delle emozioni dell’altro. Ma l’amore non cresce nel controllo. Cresce nella fiducia e nella responsabilità. Raffaele è lì anche per questo: per mostrare che la protezione non coincide con il controllo. Proteggere una relazione non significa evitare ogni rischio, ma imparare ad attraversare il rischio insieme, senza distruggersi.

Quando una coppia vive Dio come alleato, cambia la postura del cuore. Non si chiede più solo: “Perché Dio non interviene?”. Si comincia a chiedere: “Qual è il passo possibile oggi?”. E il passo possibile, spesso, è piccolo: una conversazione vera, una rinuncia al sarcasmo, una richiesta di perdono, un limite sano, una decisione condivisa, un aiuto cercato fuori.

Il miracolo, in Tobia, inizia così: non con la soluzione immediata, ma con un cammino accompagnato. E per gli sposi questo è un messaggio potentissimo: Dio non vi sostituisce. Non vi rimpiazza. Non fa sparire la fatica. Ma vi rende capaci di camminare dentro la fatica senza perdere il cuore. Dio entra nella coppia come compagno di viaggio. E quando una coppia si lascia accompagnare, non diventa perfetta: diventa più vera, più responsabile, più libera. E questo, spesso, è la prima guarigione.

Antonio e Luisa

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