Verso l’infinito e oltre….

Quando ci siamo innamorati, il tempo cambiava consistenza. Non era un problema aspettare un’ora sotto casa di lei e non bastava mai il tempo passato insieme, “Ma come, è già passata un’ora?”. Lo spazio perdeva importanza, era sufficiente la presenza dell’altro: una panchina diventava il luogo più bello del mondo, una passeggiata sotto casa ci faceva sentire pieni; non serviva un ristorante stellato, non serviva un viaggio esotico, qualsiasi pizzeria andava bene. Per non parlare degli amici e anche della scuola che diventano qualcosa di poco importante e trascurabile. Quell’esperienza non era un’illusione, era un assaggio di infinito.

Molte canzoni provano a trasmettere con il testo e con la musica il fascino dell’amore, ma è difficile riuscire a esprimere questa bellezza infinita; le canzoni di successo sono quelle che riescono a far vibrare dentro di noi quelle corde d’infinito, a richiamare quelle emozioni, come quella che pochi giorni fa ha vinto il festival di Sanremo, “Per sempre si” di Sal da Vinci.

Dentro ogni uomo e ogni donna c’è una fame d’infinito che nessuna realtà terrena riesce a colmare del tutto e il matrimonio è il luogo privilegiato dove questa fame si manifesta con più forza. Non è un caso che gli innamorati parlino di “per sempre”, il cuore umano non si accontenta del “finché dura”, desidera qualcosa che non finisca.

Per questo, quando davanti all’altare ci siamo guardati negli occhi e abbiamo detto “prometto di esserti fedele sempre”, stavamo consegnando il nostro amore all’eternità, perché abbiamo avuto l’intuizione che era necessario affidarlo a Chi ha il potere sul tempo e sullo spazio; l’amore infatti non può avere una scadenza temporale o dei confini fisici.

Possiamo misurare quasi tutto nella nostra vita: la pressione, il battito cardiaco, persino l’intelligenza, ma l’amore no: non esiste un’unità di misura dell’amore, non è quantificabile, perché l’amore vero ha il sapore dell’eternità. Addirittura l’amore può essere così elevato da superare l’istinto di autoconservazione, che è l’istinto umano più forte nell’uomo: quale papà o quale mamma non si getterebbe tra le fiamme per salvare il proprio figlio? Oppure, per fare esempi più comuni e ordinari: un padre che lavora fino a tardi, stanco, eppure trova la forza di ascoltare la figlia adolescente che ha bisogno di parlare; una madre che si alza di notte per l’ennesima volta, senza contare le ore di sonno perse; uno sposo che rinuncia a un’opportunità personale per il bene della famiglia.

Questi sono atti sponsali, sono partecipazione concreta all’amore di Cristo che si dona senza misura. Nell’intimità degli sposi si riflette questo mistero: quando l’unione è sincera, totale, aperta alla vita, non si cerca solo il piacere, si cerca comunione, si cerca unità, si cerca quell’esperienza di completezza che rimanda a Dio. Il ricco e il povero, in una casa semplice o in una villa, possono sperimentare la stessa intensità, perché l’amore non dipende dalle condizioni esterne, ma dalla capacità di donarsi. Il piacere finisce, ma la comunione resta e ciò che resta è segno di infinito.

Vorremmo bloccare quel momento dell’intimità così bello nell’eternità, fuori dal tempo e dallo spazio e penso che anche chi usa il sesso in maniera sbagliata, sregolata o chi tradisce, forse sta cercando qualcosa nella strada sbagliata, nonostante non lo sappia.

Quante volte abbiamo detto: “Ti amo così tanto che per te farei di tutto, sarei disposto a dare anche la vita” e lo diciamo sul serio. Ma da dove viene questa capacità di amare più della nostra stessa comodità, più del nostro tempo, a volte più della nostra stessa vita? Viene da quella scintilla d’infinito che Dio ha messo nel nostro cuore. Io che sono una creatura finita, sono in grado, con Dio, di generare un amore infinito. Il desiderio d’infinito non si spegne con la maturità dell’amore, si trasforma, diventa meno euforico, ma più solido: non è più fatto solo di slanci, ma di perseveranza; non è più solo “non posso vivere senza di te”, ma “scelgo di camminare con te, anche quando costa”.

Quando la vita attraversa prove ancora più dure, quel desiderio può diventare una forza silenziosa, amare senza essere capiti, restare fedeli alla propria vocazione anche quando l’altro non corrisponde; continuare a credere che l’amore non è possesso ma dono, amare oltre i meriti. Ma proprio perché l’amore è così grande, quando viene ferito il dolore è immenso. Quando arrivano incomprensioni profonde, tradimenti, distanze, separazioni, non si rompe solo un equilibrio umano: si incrina qualcosa di sacro. Si soffre perché sembra crollare il “per sempre”, è come vedere una casa costruita con fatica cedere improvvisamente: non piangi solo per i muri, piangi per i sogni che avevi arredato dentro, cioè il desiderio d’infinito che avevamo affidato a quell’unione.

Eppure la fede ci dice qualcosa di sconvolgente: il “per sempre” non crolla con la fragilità umana, il vincolo sacramentale non si spegne con la crisi, Cristo non ritira la Sua fedeltà. Alla fine, il matrimonio cristiano è questo: un cammino in cui due persone scoprono che il loro “per sempre” umano è fragile, sì, ma è custodito dentro un “Per Sempre” più grande. Non siamo noi la sorgente dell’infinito, siamo mendicanti che hanno ricevuto una scintilla e sono chiamati a custodirla. È la nostalgia del Cielo impressa nella carne della nostra storia concreta di sposi e ogni volta che scegliamo di amare, nonostante tutto, quella nostalgia diventa carne, diventa fedeltà, diventa una scintilla.

Allora sì, possiamo ancora dire “per sempre”, non perché siamo perfetti, non perché non sbaglieremo mai, ma perché abbiamo scoperto che l’amore vero non nasce dalla nostra forza, bensì da una Presenza che rende possibile ciò che, da soli, non sapremmo sostenere: noi siamo finiti, Lui è infinito, ma quando l’Infinito entra nel finito, il finito non è più lo stesso.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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