Ognuno di noi sogna un amore pieno e felice, un amore come quello dei film, che possa durare in eterno. E spesso si ha la convinzione che questo amore debba venire spontaneo, naturale. Nella fase iniziale ogni relazione sembra magica, si è avvolti dalla tenerezza dei gesti e si sperimenta un’alchimia unica: è la fase dell’innamoramento in cui l’altro ci appare perfetto, un sogno finalmente realizzato. Dopo poco tempo, però, iniziamo a vedere i difetti dell’altro, la visione perfetta si incrina e le difficoltà comunicative si fanno sempre più marcate.
Che fare dunque? Chiudere la relazione e cercarne un’altra nella speranza che tutto possa fluire in modo liscio? Tante sono le storie che finiscono per questo motivo: terminata la magia iniziale, ognuno va per la propria strada. Ed è qui che si manca il bersaglio: si tratta di attraversare una fase precisa e passare dall’innamoramento alla scelta.
Un amore solido e maturo passa anche attraverso la fatica: la fatica di comunicare, la fatica di venirsi incontro, di comprendere l’altro che è, appunto, diverso da me. Una persona con la sua storia e le sue ferite, che si interfaccia alla vita in modo differente rispetto a me. Si tratta di voler costruire con la persona che Dio mi ha messo accanto. Restare nei momenti di crisi, andare incontro all’altro e non innalzare un muro.
Come è possibile costruire anche nei momenti di sofferenza? Leggendo la Parola incontriamo un uomo che ha sperimentato da vicino la sofferenza, Abramo. Egli era “molto ricco in bestiame, oro e argento” (Gen 13,2), lui e la moglie Sara erano avanti con gli anni e non erano riusciti ad avere figli; a Sara, inoltre, “era cessato ciò che avviene regolarmente alle donne”. (Gen 18, 11)
Abramo si trova davanti ad una grande sofferenza: un uomo così ricco non avrebbe avuto una discendenza e si apprestava a dare tutti i suoi beni in eredità ad un domestico! Abramo, tuttavia, non scappa ma rimane accanto a sua moglie. Il Signore gli si manifesta con un comando preciso:
“Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò”. (Gen 12, 1) Il Signore gli ordina di lasciare tutte le sue sicurezze. La risposta di Abramo non si fa attendere: non si chiede i motivi, non esita, riconosce come degno di fede l’autore della Promessa.
La sua risposta è azione concreta: Abramo “partì, come gli aveva ordinato il Signore” (Gen 12, 4) all’età di 75 anni. Insieme a lui partirono la moglie Sara, Lot, tutti i beni che avevano acquistato e tutte le persone che si erano procurati lì. Successivamente sarà Dio stesso a promettere ad Abramo una discendenza: “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle. […] Tale sarà la tua discendenza”. (Gen 15, 5)
Sono trascorsi dieci anni da quando Abramo aveva lasciato la propria città di origine, Ur dei Caldei, per mettersi in cammino, e fa esperienza del limite umano. Non era arrivato nessun figlio, Sara sente di non poter più generare vita e vuole correre ai ripari: per questo invita il marito ad unirsi alla schiava, Agar, per poter avere un figlio. Da lei nascerà Ismaele: quest’ultimo rappresenta il frutto degli sforzi umani, il frutto dell’incredulità. Quante volte sperimentiamo una fatica, una sofferenza e cerchiamo di fare da soli: rattoppare, ricucire – con gli strumenti che abbiamo – senza interpellare Dio. Nonostante questo, Dio benedirà Ismaele e lo renderà fecondo ma intende stabilire la propria alleanza con Isacco, il figlio che concederà a Sara. Anche quando vogliamo fare da soli, Dio ci lascia liberi e non smette di farsi presente con il Suo amore.
Quando Dio rivela ad Abramo che sarà proprio Sara a generare un figlio, lei rise dentro di sé perché non credeva che fosse possibile alla sua età. “C’è forse qualche cosa d’impossibile per il Signore?”, (Gen 18, 14) chiederà il Signore ad Abramo, vedendo che Sara aveva riso. Ed è quello che il Signore chiede ad ognuno di noi, quando dubitiamo che possa realizzare nelle nostre vite la Sua promessa di bene. Tante volte, come Sara, siamo schiacciati dalle nostre incredulità, da quello che umanamente vediamo non realizzarsi. Ma è proprio lì che Dio sta operando, tra le pieghe delle nostre attese.
La storia di Abramo e Sara ci consegna un messaggio potente. Abramo ci invita a lasciare le nostre certezze, i nostri schemi, le nostre sicurezze. Ci invita a metterci in cammino verso una meta che il Signore ci indicherà. Nonostante il passare degli anni, nonostante la fatica del viaggio, Abramo ci invita all’azione concreta. Non stanchiamoci della fatica, non stanchiamoci delle difficoltà, anche nella relazione che viviamo ogni giorno. Non stanchiamoci di andare incontro all’altro e amarlo nelle sue fragilità.
Solo allora l’amore potrà crescere e rafforzarsi e vedremo ogni giorno rinnovarsi la Promessa di quel “Sì” pronunciato il giorno del matrimonio. Ricordiamoci che siamo figli di un Padre che desidera per noi una vita piena e ricca. Affidiamogli le nostre fatiche, le nostre sofferenze con la certezza che siamo figli Suoi e ci ricolmerà di tutti i beni necessari al nostro cammino. Così quando volgeremo indietro lo sguardo, sarà solo per fare memoria di quanto Dio ha realizzato per noi.
Francesca Parlangeli
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