Morire a se stessi, accogliere l’altro: Efesini 5 e l’intimità degli sposi

Uno dei testi più discussi del Nuovo Testamento è certamente il capitolo 5 della Lettera agli Efesini. Le parole di san Paolo — «Le mogli siano sottomesse ai loro mariti» e «I mariti amino le mogli come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei» — vengono spesso lette con sospetto o ridotte a una questione di ruoli e gerarchie all’interno della famiglia. Eppure san Giovanni Paolo II, sia nella Teologia del corpo sia nel suo libro Amore e responsabilità, ci invita a guardare questo testo con occhi molto più profondi. Non si tratta soltanto di indicazioni morali o sociali: in quelle parole c’è una visione dell’amore sponsale che arriva fino al cuore della relazione tra uomo e donna, compresa la dimensione dell’intimità fisica.

Per comprendere questo passaggio bisogna partire da un punto fondamentale della visione cristiana dell’amore: il corpo non è mai separato dalla persona. Il corpo non è semplicemente materia o istinto. Il corpo parla. Attraverso il corpo la persona dice la verità del proprio amore oppure, al contrario, può contraddirla. Quando due sposi si uniscono fisicamente, non compiono soltanto un gesto biologico. Il loro corpo pronuncia una parola. Dice: mi dono a te. Dice: tu sei preziosa per me. Dice: la mia vita è per te.

È proprio in questa prospettiva che le parole di Efesini 5 acquistano una luce sorprendente. San Paolo chiede al marito di amare la moglie come Cristo ha amato la Chiesa, cioè fino al punto di dare la vita per lei. Giovanni Paolo II insiste molto su questo passaggio: non è un linguaggio simbolico o spiritualizzato, ma la struttura stessa dell’amore sponsale. L’uomo è chiamato a vivere l’amore come dono di sé, non come possesso dell’altro. Se questo principio viene applicato alla vita concreta degli sposi, significa che l’uomo non può vivere l’intimità come una ricerca egoistica del proprio piacere. È chiamato piuttosto a morire al proprio egoismo.

Questo “morire” non è qualcosa di astratto. Può diventare molto concreto nella vita di coppia: significa morire alla fretta, morire alla lussuria, morire alla tentazione di usare l’altro per soddisfare un bisogno. Amare come Cristo significa mettersi realmente al servizio della donna, anche dentro il gesto dell’intimità. Significa imparare ad ascoltare il corpo dell’altra persona, i suoi tempi, la sua sensibilità, le sue emozioni. Significa capire che l’intimità non comincia nel momento dell’atto, ma molto prima: negli sguardi, nelle parole, nella tenerezza quotidiana, nella capacità di creare uno spazio di sicurezza e di fiducia.

In questo senso anche ciò che comunemente chiamiamo preliminari smette di essere un dettaglio tecnico e diventa parte del linguaggio dell’amore. Diventa il modo con cui l’uomo esce da sé e si mette al servizio del bene dell’altra persona, desiderando il suo bene prima del proprio. È una forma concreta di quel “dare la vita” di cui parla san Paolo.

Ma il testo degli Efesini non parla solo dell’uomo. Paolo dice anche che la moglie è chiamata a essere sottomessa al marito. Questa parola oggi crea spesso disagio, perché viene interpretata come una forma di inferiorità o di subordinazione. In realtà, nella prospettiva cristiana, la sottomissione non è umiliazione ma accoglienza del dono dell’altro. È una dinamica di fiducia e di apertura reciproca.

Qui può essere utile ricordare anche ciò che oggi sappiamo dal punto di vista biologico e psicologico. Il desiderio maschile e quello femminile spesso non funzionano nello stesso modo. L’uomo produce mediamente molto più testosterone rispetto alla donna, e questo ormone è fortemente legato alla spinta del desiderio sessuale. Per questo molti uomini sperimentano un desiderio più spontaneo, più immediato, più fisico. La donna invece vive spesso ciò che diversi studiosi chiamano desiderio responsivo. Non sempre il desiderio nasce subito all’inizio, ma cresce dentro il clima della relazione, dentro la vicinanza, la tenerezza, la sicurezza affettiva.

In questa luce anche la parola “sottomissione” può essere compresa in modo diverso: può indicare la disponibilità della donna ad abbandonarsi al desiderio del marito, lasciandosi guidare da quella iniziativa più immediata e fisica. Non si tratta di subire o di annullarsi, ma di fidarsi dell’amore dell’altro e di entrare nel movimento del suo desiderio per scoprire che, proprio dentro quella comunione, anche il proprio cuore e il proprio corpo possono aprirsi all’intimità.

Quando questa dinamica funziona davvero, accade qualcosa di molto bello. Il desiderio più spontaneo dell’uomo diventa un invito alla comunione, mentre la disponibilità fiduciosa della donna permette all’intimità di diventare uno spazio di incontro autentico. L’uomo impara a uscire da sé e a donarsi, la donna impara ad accogliere e a lasciarsi amare. Così entrambi crescono.

Per questo Giovanni Paolo II ripete spesso che l’amore vero non è possesso ma dono reciproco di sé. Efesini 5 non è dunque un manifesto di dominio maschile, come a volte viene presentato. È, al contrario, uno dei testi più radicali sulla reciprocità dell’amore. Chiede all’uomo di fare la cosa più difficile: morire a se stesso. E chiede alla donna di fare qualcosa di altrettanto profondo: fidarsi dell’amore dell’altro.

Quando questo accade, anche il corpo diventa realmente luogo di comunione. L’intimità non è più soltanto un gesto fisico, ma diventa il linguaggio concreto attraverso cui gli sposi rinnovano ciò che il sacramento del matrimonio ha promesso: il dono totale e reciproco della propria vita.

Antonio e Luisa

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