Oggi trattiamo un tema molto urgente e, allo stesso tempo, molto diffuso: l’ansia da prestazione. Quando sentiamo questa espressione pensiamo quasi subito alla sessualità. In realtà riguarda la vita molto più in profondità. Riguarda il matrimonio, le relazioni, il modo in cui guardiamo noi stessi e il modo in cui crediamo di dover essere amati. Viviamo infatti in una società che misura tutto sulle prestazioni. Fin da piccoli impariamo che il nostro valore è legato a ciò che facciamo. A scuola un voto ci qualifica, al lavoro siamo valutati sulla base dei risultati e degli standard richiesti, che sembrano crescere continuamente. Siamo immersi in una cultura competitiva dove il confronto è costante: con i colleghi, con gli amici, con chi sembra avere più successo di noi. A volte questa competizione è evidente, altre volte è più sottile ma non meno reale.
Pensiamo anche ai social network: lì il valore di una persona sembra essere determinato dal numero di like, visualizzazioni o approvazioni. L’apparenza diventa facilmente criterio di successo. Il rischio è che questo modo di pensare, lentamente e quasi senza accorgercene, entri anche dentro le mura di casa e condizioni le nostre relazioni affettive. Ed è proprio qui che nasce il problema, perché l’amore non è una prestazione e il matrimonio non è un concorso. Eppure spesso lo viviamo come se lo fosse.
Nel cuore umano esiste un desiderio profondo di infinito e di perfezione. Desideriamo essere amati totalmente, senza limiti, senza condizioni. Questo desiderio è profondamente umano e, per chi crede, rimanda al desiderio di Dio. Tuttavia, quando riversiamo questa esigenza sull’altro senza riconoscere i suoi limiti, rischiamo di trasformarla in una pretesa. Quando ci sposiamo promettiamo di amarci nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia. Ma nel profondo molti di noi sperano che la gioia prevalga sempre e che l’altro sia capace di renderci felici quasi automaticamente. Non sempre siamo davvero pronti ad accogliere le debolezze, le fragilità e i difetti della persona che abbiamo accanto. Eppure la vita matrimoniale, con la sua quotidianità fatta di lavoro, stanchezza, figli, preoccupazioni e routine, ha una caratteristica molto chiara: tira fuori tutto. Non solo le qualità, ma anche i limiti.
È proprio in questo contesto che può nascere l’ansia da prestazione nella relazione. Se l’amore viene percepito come qualcosa che bisogna meritare, allora ognuno comincia inconsciamente a sentirsi sotto esame. Bisogna essere bravi coniugi, genitori attenti, persone sempre disponibili, pazienti e comprensive. Quando non riusciamo a esserlo, nasce un senso di fallimento. Il paradosso è che anche in famiglia, che dovrebbe essere il luogo più sicuro e accogliente, rischiamo di non sentirci liberi di essere noi stessi. La casa, invece di essere uno spazio di libertà, diventa il luogo dove dobbiamo continuamente dimostrare qualcosa. Dimostrare di meritare l’amore dell’altro, di non deluderlo, di essere all’altezza delle aspettative.
Ma se l’amore dipende dalla prestazione, allora non è più amore: diventa uno scambio. Io ti amo se tu mi dai qualcosa. Io ti amo se soddisfi le mie aspettative. È un meccanismo molto fragile, perché basta poco per incrinarlo. Quando l’altro non riesce più a corrispondere a ciò che ci aspettavamo, si arriva facilmente a pensieri come “non mi ama più” oppure “ho sbagliato a sposarlo”. In realtà spesso non è sbagliata la persona, ma il presupposto con cui abbiamo costruito la relazione.
La verità è che nessuno può essere perfetto ventiquattr’ore su ventiquattro. Non è possibile perché significherebbe smettere di essere umani. Ecco perché uno dei doni più grandi nel matrimonio è sentirsi accolti anche nella propria fragilità. Quando facciamo qualcosa di straordinario per l’altro possiamo sentirci apprezzati o riconosciuti, ma non necessariamente amati. In quel momento l’altro potrebbe amare ciò che abbiamo fatto, non ciò che siamo. L’esperienza più profonda dell’amore nasce invece quando non siamo al massimo, quando siamo stanchi, fragili o magari delusi da noi stessi. È proprio allora che uno sguardo buono, un sorriso o un abbraccio inatteso diventano potentissimi, perché ci fanno sentire amati non per la nostra performance ma per la nostra persona. Questo amore gratuito è liberante. Ci libera dalla paura di sbagliare e ci permette di dare il meglio di noi stessi senza l’angoscia di dover essere perfetti.
Questo discorso diventa particolarmente evidente quando arriviamo alla dimensione dell’intimità fisica. Il rapporto sessuale tra marito e moglie è in qualche modo una sintesi della relazione affettiva: il corpo racconta ciò che accade nel cuore della coppia. Per questo motivo l’ansia da prestazione si manifesta spesso proprio in questo ambito. Molte disfunzioni sessuali non hanno infatti una causa organica ma psicologica. Fenomeni come l’eiaculazione precoce, la difficoltà di erezione, il vaginismo o il calo del desiderio sono spesso collegati a tensioni interiori, paure, aspettative troppo alte o alla sensazione di essere giudicati. Quando il rapporto fisico diventa una prova da superare, il corpo smette di essere un linguaggio e diventa uno strumento da controllare. L’uomo può sentirsi obbligato a dimostrare virilità e capacità di prestazione; la donna può sentirsi sotto pressione nel dover rispondere alle aspettative o nel timore di non essere desiderabile. In queste condizioni il corpo si irrigidisce, la tensione aumenta e l’intimità perde la sua dimensione di libertà.
Al contrario, le coppie che vivono una relazione stabile, affettuosa e sicura sperimentano spesso una maggiore serenità anche nella sessualità. Non perché siano perfette o perché tutto funzioni sempre senza difficoltà, ma perché sanno di non dover dimostrare nulla. Quando due sposi si sentono davvero accolti, il rapporto fisico cambia completamente significato: non è più una performance ma un dono reciproco. Non è una prova da superare ma un incontro. Durante l’intimità non si pensa più a “come sto andando”, ma a “come posso donarmi”. Non ci si sente osservati o giudicati, ma accolti. E proprio questa sicurezza permette al corpo di rilassarsi e alla relazione di diventare più profonda.
L’intimità diventa allora ciò che dovrebbe essere: un linguaggio di fiducia. Un momento in cui marito e moglie si consegnano l’uno all’altra senza difese e senza maschere. È un’esperienza di abbandono reciproco che nasce dalla certezza di essere amati, non dalla paura di essere valutati. Imparare questo richiede tempo, pazienza e tenerezza reciproca, ma è uno dei cammini più belli che il matrimonio possa offrire. In fondo è proprio ciò che promettiamo il giorno delle nozze: non di essere perfetti, ma di amarci sempre. Anche quando siamo fragili, anche quando sbagliamo, anche quando non riusciamo a dare il meglio di noi. Perché l’amore vero non nasce dalla prestazione, ma dalla fiducia.
Antonio e Luisa
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