Nella preghiera intensa del Giovedì Santo, quando la Chiesa si riunisce davanti al mistero dell’Ultima Cena, risuona una frase che attraversa i secoli e arriva fino alle nostre case, alle nostre tavole, alla nostra quotidianità: “Fate questo in memoria di me”. Non è soltanto un invito liturgico. È una chiamata d’amore. È Gesù che entra nella carne della nostra storia, nelle pieghe delle nostre relazioni, nelle ferite delle nostre coppie, e sussurra: «Non smettete di ricordare, perché la memoria è il luogo dove la morte può tornare vita».
La memoria di cui parla Cristo non è nostalgia. Non è guardare indietro con rimpianto. È rendere presente. È prendere ciò che è stato spezzato e permettergli di respirare ancora. Come il pane che Gesù spezza, anche la vita di una coppia può essere spezzata: dalle incomprensioni che scavano distanza, dai litigi che lasciano parole non dette, dai silenzi che diventano muri, dai lutti che nessuno sa davvero nominare. A volte si piange per chi è andato via, a volte per chi non ha potuto nascere. Figli sognati, attesi, custoditi nel cuore per pochi battiti, e poi consegnati al Cielo. Ferite che non fanno rumore, ma che abitano per sempre.
Gesù, la sera del Giovedì Santo, non elimina il dolore. Lo attraversa. Sa che dopo il pane spezzato ci sarà il tradimento, la fuga, la croce. Eppure sceglie di restare. Sceglie di consegnarsi. Sceglie la memoria come via di resurrezione. Come a dire: «Non lasciate che ciò che avete amato vada perduto. Non seppellite la vostra storia sotto la paura. Fate della memoria un altare».
Nella coppia, la memoria è sacra. È ricordarsi non solo di come eravamo all’inizio, innamorati e ingenui, ma anche di come siamo diventati attraverso i momenti in cui siamo caduti e, soprattutto, rialzati. È portare davanti a Dio le parole sbagliate, le carezze mancate, le notti in cui non ci siamo capiti. Perché il Signore è proprio lì che entra, dove abbiamo fallito. Perché la Pasqua non è per chi è perfetto: è per chi ferito ma desidera rinascere, uscire dal buio e dal sepolcro. Esattamente come ha fatto Lui. La resurrezione non cancella le cicatrici. Le illumina. Il Cristo risorto porta ancora i segni dei chiodi. Anche l’amore sponsale, se vuole risorgere, deve smettere di nascondere le proprie piaghe. Le incomprensioni diventano allora un linguaggio nuovo, i litigi un grido di desiderio di essere visti, i lutti una preghiera silenziosa che unisce invece di separare.
E poi c’è la memoria di chi non c’è più. Non come ricordo struggente che blocca il presente, ma come presenza che lo rende più vero. Nelle famiglie cristiane nessuno si perde davvero. I figli nati Lassù, i genitori scomparsi, gli amici già salutati: amori che già abitano una comunione più grande. Non sono assenze, sono radici. Ricordarli significa permettere alla relazione di diventare più profonda, più larga, più capace di Paradiso. Quando Gesù dice “Fate questo in memoria di me”, ci invita a spezzare il pane anche nelle nostre case interiori. Sta a noi saperGli consegnare tutto. Questo è il mio corpo per Te, questa è la mia fragilità consegnata, questa è la mia storia che non voglio più difendere ma offrire. La coppia risorge quando smette di proteggersi e comincia a donarsi di nuovo, come la prima volta, con la sapienza del dolore attraversato.
Il Giovedì Santo non è solo l’inizio della Passione. È l’inizio di una speranza concreta. È Gesù che si inginocchia davanti ai piedi sporchi dell’uomo e li lava. Anche quelli dei coniugi stanchi, di chi non sa più come ricominciare, di chi porta nel cuore una culla vuota. Li lava con una tenerezza che non giudica, ma rigenera. La Pasqua allora diventa resurrezione delle relazioni. Non magia, ma fedeltà. Non dimenticanza, ma memoria che salva. Una memoria che non imprigiona nel passato, ma lo trasfigura. Una memoria non soltanto bagnata dalle lacrime, ma ricordo attivo che genera.
In questa Santa Pasqua, Gesù entra nelle nostre case, ancora una volta, dicendo ad ognuno di noi: «Fate questo in memoria di me. Fate della vostra storia una comunione. Fate delle vostre ferite una preghiera. Fate dei vostri lutti una promessa. Fate dell’amore una resurrezione quotidiana». Perché la famiglia non è completa quando è perfetta, ma quando è vera. E la memoria, quando è abitata da Cristo, non è dolore che resta, ma vita che ricomincia. Santa Resurrezione a tutti e a ciascuno!
Fabrizia Perrachon
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