Una Casa Viva

Questa è la Prima Lettura di ieri, memoria di San Filippo Neri:

Dagli Atti degli Apostoli (At 16,11-15) Salpati da Tròade, facemmo vela direttamente verso Samotràcia e, il giorno dopo, verso Neàpoli e di qui a Filippi, colonia romana e città del primo distretto della Macedònia. Restammo in questa città alcuni giorni. Il sabato uscimmo fuori della porta lungo il fiume, dove ritenevamo che si facesse la preghiera e, dopo aver preso posto, rivolgevamo la parola alle donne là riunite. Ad ascoltare c’era anche una donna di nome Lidia, commerciante di porpora, della città di Tiàtira, una credente in Dio, e il Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo. Dopo essere stata battezzata insieme alla sua famiglia, ci invitò dicendo: «Se mi avete giudicata fedele al Signore, venite e rimanete nella mia casa». E ci costrinse ad accettare.

Questo breve brano ci racconta in particolare della fede semplice e genuina di una donna di nome Lidia, di lei ci sono giunte solo poche e scarne informazioni, ma sono quelle essenziali per fare qualche riflessione.

La prima riflessione è che tra i primi discepoli del Signore, spiccano le donne. Ma perché? Dobbiamo innanzitutto sapere che eravamo agli albori del cristianesimo, il quale non era ancora ben visto se non addirittura osteggiato e perseguitato, la cultura dominante non dava troppa importanza al valore delle donne, perciò per esse era abbastanza semplice passare inosservate nel recarsi al luogo della preghiera. Sappiamo che la salvezza di Dio passa attraverso l’umanità, anche quando tutto sembra remare contro, ed infatti il Signore ha usato questa situazione contingente della società volgendola a proprio favore; se le donne fossero state seguite dai persecutori non avremmo avuto quella rapida diffusione del Vangelo che invece si è verificata.

La seconda riflessione che la fede è passata da Lidia al resto della propria famiglia, qualcuno potrebbe dire che era una consuetudine all’epoca, però di fatto sono stati battezzati tutti i membri della famiglia, ed è ragionevole pensare che per famiglia si intendesse includere anche genitori o parenti stretti, forse anche la servitù, oltre a coniugi e figli. Ma aldilà del numero dei componenti del nucleo familiare vogliamo mettere in luce come dal cuore di una mamma di casa, la fede si irradia anche nel cuore di tutti quasi per osmosi.

La terza ed ultima riflessione è che in quella casa sono stati ospitati due tra i più grandi evangelizzatori, e dai racconti degli Atti, non era nè la prima nè l’ultima volta. Non ci viene raccontato cosa accadeva in quelle case durante il soggiorno degli Apostoli, ma possiamo supporre che quelle case diventassero come delle moderne aule di catechismo, come delle oasi di preghiera, come dei piccoli templi ospitando quella che poi verrà chiamata Santa Messa. E sicuramente gli Apostoli traevano grandi insegnamenti da questi soggiorni casalinghi, poiché se loro predicavano la fede nel Signore Gesù annunciando la Sua Salvezza, le mamme di quella casa erano l’incarnazione di quella fede raccontata da essi.

Questi episodi ci testimoniano di come i due Sacramenti dell’Ordine e del Matrimonio siano vitali l’uno per l’altro, in un continuo sostegno ed arricchimento reciproco. Le mamme e le spose quindi, hanno un grandissimo ed elevato compito nell’essere fede incarnata, il compito di arrivare al cuore di tutti i membri della casa, a volte anche senza parole. Coraggio.

Giorgio e Valentina

Acquista il libro con gli articoli più belli del blog

Acquista il libro Il dono del corpo. La sessualità come dono sacro tra gli sposi.

Acquista L’ecologia dell’amore

Piedi che salvano

Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace, del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza. (Is 52,7)

Questo breve estratto dal libro del profeta Isaia è l’Antifona della Santa Messa odierna in cui si celebra la memoria di San Bernardino da Siena (8/9/1380 – 20/5/1444), un grande predicatore. Ma questo santo viene ricordato anche per aver dato un particolare impulso alla diffusione del famoso trigramma “IHS” che è l’abbreviazione acronima del Santissimo Nome di Gesù, ma tra le varianti la più diffusa, detta appunto di San Bernardino, è “Iesus Hominum Salvator”, ovvero “Gesù Salvatore dell’umanità”.

La devozione particolare al Santissimo Nome di Gesù ha reso famoso San Bernardino anche tra i suoi contemporanei, ma il fatto che sia lontana a noi nel tempo non significa che essa abbia perso di importanza o sia sorpassata da un’altra. Sappiamo bene che il nome di Gesù significa “Dio salva/Dio è salvezza”, perciò ogni volta che pronunciamo questo nome è come se dicessimo “Dio salva”.

Inoltre bisogna sempre tenere presente che è un nome che viene dal Cielo, non è un qualsiasi nome umano, è un nome imposto dall’Angelo che lo comunicò a San Giuseppe: “ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù” (Mt 1,21).

Quindi ogni volta che ripetiamo questo nome stiamo dicendo non solo una Parola di Dio, stiamo dicendo La Parola(Il Verbo) di Dio fatta carne, stiamo usando un linguaggio del Cielo, stiamo dicendo il nome che è stato sulle labbra della Madonna, sulle labbra di San Giuseppe, il Nome pronunciato dall’Arcangelo Gabriele.

Dire “Dio salva” è la stessa cosa che pronunciare il nome di Gesù. Il brano di Isaia ci ricorda di come siano belli i piedi del messaggero che annuncia la salvezza, ma possiamo tranquillamente sostituire la parola salvezza con Gesù: come sono belli i piedi del messaggero che annuncia Gesù.

Cari sposi, quante volte abbiamo visto il nostro coniuge venirci incontro? Quante volte abbiamo visto camminare verso di noi il nostro coniuge? Quante volte abbiamo guardato i suoi piedi mentre ci veniva incontro per un abbraccio?

Gli sposi sacramentati sono l’uno per l’altra il segno tangibile, sensibile ed efficace della Grazia di Cristo, e quindi sono la manifestazione corporea della salvezza di Gesù. Solo guardando il nostro sposo/sposa come messaggero di salvezza riusciamo a scorgere quando Dio ci ami in maniera unica e personalizzata.

Solo guardando così il nostro coniuge, allora potremo dire con Isaia: Benedetti quei piedi che camminano verso di me, perché sono i piedi del messaggero di Gesù, anzi, sono i piedi che Gesù usa per amarmi, per venirmi incontro.

Coraggio sposi, ripetiamo spesso al nostro coniuge il Santissimo e dolcissimo nome di Gesù.

Giorgio e Valentina.

Acquista il libro con gli articoli più belli del blog

Acquista il libro Il dono del corpo. La sessualità come dono sacro tra gli sposi.

Acquista L’ecologia dell’amore

L’Asso nella Manica

In questo giorno di festa ricorre l’anniversario della prima apparizione della Vergine Maria ai tre pastorelli in quel di Fatima, avvenuta il 13/05/1917: una data tanto cara ai comuni fedeli che si affidano alla Madre di Dio ogni giorno recitando il Santo Rosario. Si potrebbero dire molte cose su quest’apparizione, così abbiamo deciso di estrarre un particolare di quel “primo” 13 Maggio, riportato da Lucia, la più grande dei tre pastorelli:

“Eravamo tanto vicini che ci trovavamo dentro la luce che La circondava o che Ella stessa spargeva attorno. Forse ad un metro e mezzo di distanza, più o meno.”

Ovviamente sono parole di una ragazzina e nemmeno molto erudita, ma la bellezza raccontata così semplicemente ci fornisce un meraviglioso assist per la nostra vita:

più ci avviciniamo alla Madonna e più siamo avvolti dalla luce celeste.

Molte coppie ci raccontano di avvertire una strana sensazione tra loro, come se tra loro ci fosse un muro, ma non un muro fisico, un muro nero, un muro buio, un muro fatto di oscurità, e ovviamente non riescono a vedere l’altro oltre questo buio.

Gratta gratta e si scopre che non stanno vicini alla fonte dell’Amore, non vivono cioè in amicizia con Dio. Ma se questa potrebbe sembrare un’analisi troppo fredda e rigida, forse è meglio fare qualche passo indietro.

Succede talvolta che qualcuno si irrigidisca appena sente parlare di Gesù, non lo fa certamente con malizia, solitamente è una reazione dovuta a qualche preconcetto culturale o ideologico, quasi certamente è cresciuto in contesti in cui l’incontro con Gesù non è stato facilitato (quando va bene) oppure addirittura impedito.

Ma siccome il detto popolare recita che la mamma è sempre la mamma, ecco che allora ci si presenta una seconda possibilità: la mamma di Gesù. Di solito una mamma degna di tale nome è sempre protesa verso il futuro del proprio figlio, non sarebbe un mamma seria se le sue scelte educative fossero solo dei surrogati per riempire il proprio ego o il proprio desiderio di maternità.

Una mamma dona tutto ciò che ha di più prezioso per il futuro del figlio, e questo è ancora più evidente nel parto, poiché la mamma è pronta a mettere a repentaglio la propria vita pur di dare alla luce un figlio.

Una mamma mette sempre tutti d’accordo in famiglia, la mamma tiene le redini delle relazioni famigliari, non certamente come un despota ma come servizio; succede spesso che un figlio sappia qualcosa del fratello parlando al telefono con la mamma piuttosto che dal fratello stesso, insomma una (buona) mamma non fa litigare nessuno.

Quando si incontrano due mamme si raccontano sempre con entusiasmo i progressi dei propri figli piuttosto che i propri acciacchi perché il loro amore per i figli è tanto grande che il proprio ego passa in secondo piano.

E la Madonna è il prototipo di mamma, lei è la mamma perfetta, la “tota pulchra”, la tutta bella… se cè una mamma che mette tutti d’accordo è proprio lei. Sentiamo spesso persone, che non mettono piede in chiesa da anni, chiedere un aiuto alla Madonna, anche solo con poche sillabe; lo si nota anche in qualche processione mariana, ove non è insolito vedere persone che normalmente non vedi mai a Messa; e che dire dei tantissimi giardini delle case ove c’è una piccola grotta con una statuina della Madonna sormontata da rose.

Cari sposi, se non sapete che pesci pigliare per rimettere in piedi il vostro matrimonio, per dipanare le tenebre che ci sono tra voi due, avvicinatevi alla Madonna come è successo ai tre pastorelli di Fatima, allora la Sua luce avvolgerà il vostro matrimonio così come ha avvolto quei tre bambini in quel 13 Maggio.

Siccome il Signore ci conosce bene e sa che tutti veniamo al mondo da un rapporto viscerale con la mamma, allora ha usato la Sua Madre come un espediente per raggiungerci. La Madonna è quindi come l’asso nella manica per Dio, e lei non fa altro che portarci Gesù.

Coraggio sposi, se volete un matrimonio luminoso avvicinatevi alla luce della Madre di Dio.

Giorgio e Valentina

Acquista il libro con gli articoli più belli del blog

Acquista il libro Il dono del corpo. La sessualità come dono sacro tra gli sposi.

Acquista L’ecologia dell’amore

Il nostro cuore è chiuso al traffico: è una ZTL

Salmo 120 Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore, che ha fatto cielo e terra. Non lascerà vacillare il tuo piede, non si addormenterà il tuo custode. Non si addormenta, non prende sonno, il custode d’Israele. Il Signore è il tuo custode, il Signore è come ombra che ti copre, e sta alla tua destra. Di giorno non ti colpirà il sole, né la luna di notte. Il Signore ti proteggerà da ogni male, egli proteggerà la tua vita. Il Signore veglierà su di te, quando esci e quando entri, da ora e per sempre.

Questo scorso fine settimana si è tenuto a Loreto il ritiro conclusivo della “Scuola nuziale 2024/25“, noi dell’equipe siamo arrivati già al Venerdì sera per i preparativi; eravamo da una parte tranquilli perché eravamo riusciti a giocare d’anticipo di mezza giornata rispetto all’inizio del ritiro, e dall’altra sentivamo tutta la responsabilità non tanto che tutti gli ingranaggi girassero bene quanto piuttosto che fosse sorgente di Grazia per i partecipanti.

Siccome il Signore è uno che conosce bene i Suoi polli, per sostenerci ogni tanto ci regala qualche prezioso aiuto o suggerimento; e così ecco che arriva il Salmo sopra riportato presente nei vespri di Venerdì sera.

Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto? In qualche frangente dei preparativi alzavamo gli occhi al cielo chiedendoci appunto come avremmo fatto a risolvere questo o quello; la risposta del Signore è precisa : Il mio aiuto viene dal Signore, che ha fatto cielo e terra.

Era la Parola giusta al momento giusto. Può succedere che quando si organizzano eventi di questo tipo ci si lasci fagocitare dalle preoccupazioni circa la riuscita di tutto, e allora ci si accartoccia il cervello cercando di non lasciare nulla di imprevisto, prevedendo anche il non prevedibile.

Naturalmente non stiamo affermando che non bisogni pianificare tutto nei minimi particolari, ma che questo non diventi affanno per il cuore, altrimenti soffochiamo lo Spirito Santo il quale, probabilmente, avrebbe tanta voglia di agire, ma rimane come intrappolato nei nostri meccanismi umani.

Il rischio è che tutto funzioni alla perfezione, al pari di un orologio svizzero, ma resti tutto sul piano orizzontale, sul piano umano, un bell’evento umano con una patina di spiritualità, quasi come una spolveratina di zucchero a velo per tentare di mascherare la torta bruciata sotto.

Alla fine di un evento cristiano (come un ritiro, una catechesi, un congresso, una predica, un pellegrinaggio …) bisogna un po’ saper tirare le conclusioni, non tanto come fanno i manager d’azienda al fine di migliorare la prestazione X o Y, ma come farebbe una comunità che ha a cuore la salute spirituale dei propri fedeli.

Dobbiamo sempre tener ben presente la famosa locuzione latina “Salus animarum suprema lex esto“, ovvero “la salvezza delle anime sia la legge suprema”. Grati al Signore di averci incoraggiato con questa Sua Parola, abbiamo cominciato l’avventura con la certezza e la serenità che il nostro custode, il Signore, Non si addormenta, non prende sonno. E’ questa serena certezza e fiducia che permette di ridimensionare anche tutti gli inconvenienti.

Cari sposi, questo è lo stile di vita che il nostro matrimonio deve avere. Lasciamo passare lo Spirito Santo e non impediamoGli di passare con le nostre strade chiuse al trafffico. A volte il nostro cuore, la nostra vita, sembra una ZTL, sempre chiusa al traffico per paura di chissà quale inquinamento. Coraggio allora, questo Tempo Pasquale ci sproni ad aprire le nostre ZTL spirituali.

Giorgio e Valentina

Acquista il libro con gli articoli più belli del blog

Acquista il libro Il dono del corpo. La sessualità come dono sacro tra gli sposi.

Acquista L’ecologia dell’amore

Scambio di Cuori

Oggi la Chiesa celebra la festa di Santa Caterina da Siena, vergine e dottore della Chiesa, patrona d’Italia e d’Europa; inutile dire che questa donna ha un’importanza di non poco conto per la vita della Chiesa, sotto tanti punti di vista.

Come nostra consuetudine ci limiteremo ad approfondire solo un aspetto tra quelli possibili, un po’ come quando i vetri di una finestra sono appannati però ci si limita a pulire solo una piccola zona sufficiente per dare una sbirciatina di fuori. Similmente daremo una sbirciatina alla santità di Santa Caterina attraverso uno degli aspetti che l’ha caratterizzata: lo sposalizio mistico con Gesù.

A chi, tra gli sposi che stanno leggendo, si stesse chiedendo cosa c’entri tutto ciò rispetto al proprio matrimonio, invitiamo a pazientare nella lettura. L’immagine che abbiamo utilizzato in frontespizio è un quadro di autore ignoto che raffigura un’esperienza mistica avuta dalla Santa e raccontata ai posteri dal suo confessore; fu una visione mistica nella quale Gesù le disse: “Ecco carissima figlia mia, siccome io l’altro giorno ti tolsi il tuo cuore, così ora ti do il mio per il quale tu sempre vivi“. E questa visione fece eco alla precedente nella quale Gesù le diede l’anello -visibile solo a lei- del succitato sposalizio mistico.

Potremmo dire che la seconda visione spiega la prima, poiché negli sposi avviene proprio questo scambio di cuori, questa sorta di commercio di cuori: il cuore dell’uno comincia a ragionare, vedere, capire… vivere la vita insomma, in simbiosi col cuore dell’altra e viceversa. Noi abbiamo avuto la grazia di ricevere diverse testimonianze di coppie sposate da più di 60 anni, le quali ci hanno confermato che che i loro due cuori ormai battevano all’unisono.

E’ proprio questa l’esperienza meravigliosa che siamo chiamati a vivere giorno dopo giorno: due cuori all’unisono ancor più intimamente ed ancor prima e meglio rispetto all’unione dei corpi. Ma tutto ciò diventa impossibile senza la Grazia, perché i nostri cuori umani sono feriti, poveri, deboli, fragili; c’è bisogno allora di un altro cuore che alimenti i nostri due: e questo è il cuore di Cristo.

Abbiamo bisogno di un trapianto di cuore come quello avvenuto per Santa Caterina, solo così potremo amare il nostro coniuge come Cristo lo ama.

Cari sposi, il nostro Sacramento ci tiene legati al cuore di Gesù, senza di Lui il nostro amore perde la sua linfa vitale, come il tralcio che secca se reciso dalla vite. Ce lo spiega bene Santa Caterina in una frase contenuta in una sua lettera indirizzata ad una donna che viveva di prostituzione, alla quale ella ricorda la sua dignità di figlia di Dio, ma andrebbe meditata anche da noi sposi, perché anche noi siamo stati fatti membra del corpo mistico di Cristo.

Dalle Lettere di Santa Caterina (CCLXXVI – A una Meretrice in Perugia) Oimè, oimè che a pensare che tu abbia perduta la memoria del tuo Creatore, e che tu non vedi che tu se’ fatta come il membro che è tagliato dal corpo, che, essendo tagliato, subito si secca: e così tu essendo tagliata e divisa da Cristo per lo peccato mortale, se’ fatta come ’l legno arido e secco, senza neuno frutto.

Giorgio e Valentina

Acquista il libro con gli articoli più belli del blog

Acquista il libro Il dono del corpo. La sessualità come dono sacro tra gli sposi.

Acquista L’ecologia dell’amore

Ci pensa solo Lui?

Sal 32 (33) Retta è la parola del Signore e fedele ogni sua opera. Egli ama la giustizia e il diritto; dell’amore del Signore è piena la terra. Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme, su chi spera nel suo amore, per liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame. L’anima nostra attende il Signore: egli è nostro aiuto e nostro scudo. Su di noi sia il tuo amore, Signore, come da te noi speriamo.

Questo è il Salmo proposto nella Santa Messa odierna, il Martedì fra l’ottava di Pasqua. Nonostante la Chiesa di quaggiù stia vivendo un momento delicato dopo la recente morte di Papa Francesco, la Chiesa come sposa di Cristo non smette di annunciare la vittoria del suo sposo sulla morte e sul peccato, ed è proprio questa vittoria del Signore Gesù, conquistata sulla Croce, che dona una nuova prospettiva alle cose di questo mondo, compreso il dolore e lo sgomento per Papa Francesco.

Ce lo conferma anche l’inizio del Salmo sopracitato: Retta è la parola del Signore e fedele ogni sua opera. Se Lui è fedele a se stesso in eterno, non come noi, allora significa che davvero le redini della storia sono in mano a Colui che sappiamo essere il Re dei Re, il Re dei secoli, e quindi anche della storia, compresa la fragile situazione di un nuovo Conclave per eleggere il nuovo Papa.

Ma questa visione non vale solo per la situazione della Chiesa di questi giorni, ma soprattutto vale per la nostra vita matrimoniale di tutti i giorni. Gli sposi sacramentati sanno che il Signore si è impegnato con loro per fornirli di tutti gli strumenti della Grazia necessari per compiere il proprio dovere e santificarsi nella via matrimoniale.

Non osi separare l’uomo ciò che Dio ha unito“, ve la ricordate questa frase? L’abbiamo sentita nel giorno del rito delle nostre nozze, ed è una frase di Gesù riportata dall’evangelista Matteo. Se dunque Retta è la parola del Signore -citando il Salmo- significa che, in ultima analisi, la decisione di unirsi in matrimonio è sì in capo ai due fidanzati, ma non è tutta farina del loro sacco; in realtà i due fidanzati -dopo un congruo tempo di fidanzamento- sono giunti alla convinzione che il Signore li ha chiamati ad essere uno in Lui.

Sicché il matrimonio è la felice cooperazione tra il disegno del Signore e la libera volontà dell’uomo di aderire a tale disegno, o progetto, o vocazione che dir si voglia.

Quando sopraggiungono le difficoltà matrimoniali, possiamo imputare tale danno al Signore, o piuttosto ce le siamo procurate da soli? Se Lui è fedele in ogni Sua opera, allora quando la relazione non gira per il verso giusto non può essere a causa di una Sua presunta infedeltà, altrimenti che opera di Dio sarebbe? Quando il matrimonio vive una fase di stanca non possiamo definirla un’opera del Signore, ma allora come fare ad uscirne?

Proprio lasciando agire Lui in noi, proprio lasciandolo entrare nei nostri sepolcri del cuore per farci risorgere, cosicché sia un’opera del Signore.

Cari sposi, la Pasqua di Cristo deve ancora manifestare tutta la sua potenza dentro il nostro matrimonio, tutta la sua forza di risurrezione dentro la nostra relazione. A volte i cambiamenti ci fanno paura perché temiamo di perdere qualcosa di noi, come se quello che il Signore ci chiede ci faccia perdere la nostra dignità. In realtà non abbiamo nulla da temere, siamo uno in Colui che fa nuove tutte le cose, compreso il nostro matrimonio. Coraggio.

Giorgio e Valentina

Acquista il libro con gli articoli più belli del blog

Acquista il libro Il dono del corpo. La sessualità come dono sacro tra gli sposi.

Acquista L’ecologia dell’amore

Che bella decisione

 Sal 70 (71) In te, Signore, mi sono rifugiato, mai sarò deluso. Per la tua giustizia, liberami e difendimi, tendi a me il tuo orecchio e salvami. Sii tu la mia roccia, una dimora sempre accessibile; hai deciso di darmi salvezza: davvero mia rupe e mia fortezza tu sei! Mio Dio, liberami dalle mani del malvagio. Sei tu, mio Signore, la mia speranza, la mia fiducia, Signore, fin dalla mia giovinezza. Su di te mi appoggiai fin dal grembo materno, dal seno di mia madre sei tu il mio sostegno. La mia bocca racconterà la tua giustizia, ogni giorno la tua salvezza, che io non so misurare. Fin dalla giovinezza, o Dio, mi hai istruito e oggi ancora proclamo le tue meraviglie.

Eccoci giunti alla tanto attesa Settimana Santa che culminerà tra due giorni con l’inizio del Triduo Pasquale, vertice di tutto l’anno liturgico; oggi la Chiesa ci propone questo Salmo all’interno della Santa Messa, una preghiera che racchiude in sè ringraziamento, lode e domanda.

Anche in questo caso, concentreremo la nostra riflessione su una sola tra le tante espressioni di questo Salmo 70, poiché abbiamo imparato a procedere per piccoli passi ma sicuri. Tutti i papà e tutte le mamme che leggono questi articoli conoscono bene come un bimbo impari a camminare: non parte di botto come nulla fosse, al contrario, procede per piccoli passi e finché non si sente sicuro e stabile con un passo non procede al passo successivo. Se ci pensiamo bene, è un procedimento che utilizziamo anche da adulti nella vita, solo che non lo applichiamo più con così tanto impegno all’azione del camminare, ma a molte altre attività dell’esistenza umana.

L’espressione che abbiamo scelto è la seguente: hai deciso di darmi salvezza. Quando parliamo della Salvezza alle coppie, spesso ce ne usciamo con una frase simile: “Il Signore Gesù è andato sulla Croce quel Venerdì perché decise di andarci, e non perché non sapesse che fare quel giorno, come se fosse chiuso il bar dove solitamente andava con i Dodici a farsi l’aperitivo il Venerdi!“.

Per qualcuno suona un po’ sfacciato, quasi irriverente parlare così del primo Venerdi Santo, ma in realtà la nostra frase vuole andare al nocciolo della questione: la Passione non è piombata addosso a Gesù come un imprevisto, sicché Lui, da bravo Figlio di Dio, ha accettato di buon grado la volontà del Padre accogliendola. No!

Gesù significa “Dio salva“, quindi Lui ha assunto la natura umana (nel grembo verginale di Sua Madre, Maria) apposta per operare la nostra salvezza, Lui aveva una missione (la nostra salvezza) e l’ha portata a compimento attraverso la Croce.

Si leggono meditazioni della Via Crucis che approfondiscono il tema delle famose 3 cadute di Gesù sotto il peso della Croce, e sono sempre molto profonde e significative, ma quasi mai si leggono meditazioni che raccontano delle altrettante volte in cui Gesù si rialzò da quelle 3 cadute.

Perché Gesù si rialzò 3 volte nonostante il peso della Croce? Perchè il Suo obiettivo era la Croce, Lui voleva andarci su quella Croce. Un masochista? No, semplicemente era la Sua missione, e siccome doveva liberarci dal peccato, ha voluto portare su di sé (qui tollis peccata mundi) le conseguenze dei nostri peccati, ha portato sul suo corpo quello che il peccato fa alla nostra anima, ha lasciato che Satana sfogasse la propria cattiveria sul Suo corpo immacolato affinché non lo facesse con noi, Lui ci ha fatto da parafulmine, ha portato su di sè quello che in realtà meritiamo noi.

Cari sposi, ma questa salvezza come ci raggiunge a distanza di quasi 2000 anni? Con i sacramenti. Ma per noi sposi ce n’è uno in particolare, cucito su misura per ciascuno dei due sposi: il Sacramento del Matrimonio, ovvero il nostro amato coniuge. Spesso troviamo mille pretesti per lamentarci di lui/lei, ma quasi mai lo vediamo come strumento e mezzo di salvezza nonché di santificazione.

Come cambierebbe il nostro approccio nei confronti del nostro coniuge se lo vedessimo con gli occhi della fede: lo strumento attraverso cui Dio mi vuole salvare. Che cura e che attenzioni diverse avremmo, lo tratteremmo con i guanti bianchi perché Dio ha deciso di salvarmi (anche) attraverso di lei o di lui.

Coraggio sposi, ancora una piccola porzione di Settimana Santa per cominciare a vivere così; guardando il nostro coniuge poter dire al Signore: hai deciso di darmi salvezza attraverso lui/lei.

Giorgio e Valentina

Acquista il libro con gli articoli più belli del blog

Acquista il libro Il dono del corpo. La sessualità come dono sacro tra gli sposi.

Acquista L’ecologia dell’amore

Volti Inattesi e Orecchi Nuovi

Sal 101 (102) Signore, ascolta la mia preghiera, a te giunga il mio grido di aiuto. Non nascondermi il tuo volto nel giorno in cui sono nell’angoscia. Tendi verso di me l’orecchio, quando t’invoco, presto, rispondimi! Le genti temeranno il nome del Signore e tutti i re della terra la tua gloria, quando il Signore avrà ricostruito Sion e sarà apparso in tutto il suo splendore. Egli si volge alla preghiera dei derelitti, non disprezza la loro preghiera. Questo si scriva per la generazione futura e un popolo, da lui creato, darà lode al Signore: «Il Signore si è affacciato dall’alto del suo santuario, dal cielo ha guardato la terra, per ascoltare il sospiro del prigioniero, per liberare i condannati a morte».

Questo è il Salmo della Santa Messa odierna, una richiesta accorata al Signore affinché ascolti la nostra preghiera. Naturalmente il Signore ascolta tutte le preghiere di richiesta, ma non tutte sono esaudite secondo i nostri criteri, ed è per questo motivo che il salmista attribuisce caratteristiche dell’umana natura a Dio, per sentirlo più vicino a sé; è in questo contesto che trovano collocazione espressioni come “Non nascondermi il tuo volto […] Tendi verso di me il tuo orecchio“.

Lungo il cammino della vita di fede non mancano momenti in cui Dio si manifesta a noi in tutto il Suo splendore, la Sua bellezza, la Sua potenza, ed altri in cui sembra nascondersi, quasi che ci tenga d’occhio ma da lontano, con discrezione, ed altri ancora in cui sembra essersi dimenticato di noi.

Il salmista è un uomo di fede, che ha un rapporto vivo con il suo Signore, un rapporto fatto di alti e bassi, di vicinanza e lontananza, di discrezione e di confidenza… proprio come un qualsiasi rapporto di amore. C’è però una differenza, e sta tutta nel fatto che nelle nostre relazioni umane più intime, le relazioni sponsali, gli alti e i bassi sono reciproci, mentre nel rapporto col Signore le variazioni sono tutte a nostro carico, Lui rimane sempre fedele nonostante a volte usi stratagemmi di varia natura per mettere alla prova il nostro amore nei Suoi confronti.

Le espressioni del Salmo che abbiamo sottolineato sono molto vicine alla nostra esperienza matrimoniale, qualche volta è capitato di litigare e per ripicca usiamo l’arma della freddezza nascondendo il volto l’un l’altra per qualche tempo oppure per vendetta si usa la strategia dell’indifferenza facendo finta di non sentire nemmeno la voce dell’altro/a.

Ma noi sposi cristiani siamo quel sacramento vivente dell’amore di Cristo l’un per l’altra, come è possibile agire così? La nostra relazione sponsale ha cambiato marcia da quando la consapevolezza di essere la manifestazione sensibile dell’amore di Cristo l’un per l’altra ha messo radici sempre più profonde nella nostra coscienza di sposi in Cristo.

Non siamo solo due che si piacciono e che si vogliono bene, non siamo solo due che hanno un progetto comune o hobby e interessi comuni, non siamo solo due che volevano formare una famiglia, non siamo solo due che si sopportano a vicenda, no. Siamo la tenerezza di Cristo per l’altro, siamo il perdono di Cristo l’uno per l’altra, siamo la Sua misericordia per l’altro, siamo la Sua pazienza, tutto ciò – e molto di più – sono gli sposi cristiani l’uno per l’altra.

Allora si capiscono bene quelle parole del Salmo “Non nascondermi il tuo volto […] Tendi verso di me il tuo orecchio” è un impegno di vita di ciascuno per il proprio coniuge, se siamo chiamati ad essere l’amore incarnato di Cristo per lui o per lei come possiamo nasconderci il volto o non ascoltarci reciprocamente?

Coraggio sposi, ancora una piccola porzione di Quaresima per cominciare a vivere così.

Giorgio e Valentina

Acquista il libro con gli articoli più belli del blog

Acquista il libro Il dono del corpo. La sessualità come dono sacro tra gli sposi.

Acquista L’ecologia dell’amore

Sindrome di Calimero

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 5,1-16) Ricorreva una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. A Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, vi è una piscina, chiamata in ebraico Betzatà, con cinque portici, sotto i quali giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici. Si trovava lì un uomo che da trentotto anni era malato. Gesù, vedendolo giacere e sapendo che da molto tempo era così, gli disse: «Vuoi guarire?». Gli rispose il malato: «Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me». Gesù gli disse: «Àlzati, prendi la tua barella e cammina». E all’istante quell’uomo guarì: prese la sua barella e cominciò a camminare. […]

Questo è un estratto del Vangelo della Santa Messa di oggi, che narra di un miracolo forse abbastanza noto per via della frase di Gesù : «Àlzati, prendi la tua barella e cammina». Essendo un Vangelo, quello di Giovanni, ricco di simbolismi, è conveniente per noi restare su un piccolo particolare che ad una prima lettura superficiale rischia di passare inosservato.

Tutti noi abbiamo provato sulla nostra pelle, almeno una volta, la portata di sofferenza, fatica e dolore di una malattia. Non si tratta qui di stilare una classifica in base alla malattia, poichè sappiamo bene come ad ogni malanno (anche un banale raffreddore, un mal di testa improvviso o un mal di pancia) corrisponda un grado diverso di sofferenza, fatica e dolore.

Quello che vogliamo evidenziare è il fatto che chiunque di noi si trovi in una situazione di malattia, non veda l’ora non solo di guarire ma di trovare la giusta cura per iniziarla il prima possibile. Mentre invece il paralitico del Vangelo non sembra sentire questa urgenza, al contrario, quasi pare che se la prenda comoda da ben 38 anni.

Gesù gli fa la domanda più semplice che si possa fare ad un malato: «Vuoi guarire?».. E lui, invece di rispondere con altrettanta semplicità un rapido “Sì”, articola una risposta traballante: «Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me».

La nostra replica (non quella di Gesù) sarebbe stata del tipo: Mi stai dicendo che in 38 anni non hai trovato nessuno che ti aiutasse? Non è che forse sei stato tu a non chiedere aiuto? E noi sposi, cosa risponderemmo alla semplice domanda di Gesù ?

Quando incontriamo coppie che ci chiedono aiuto, capita di trovare persone che, pur riconoscendo qualcosa da sistemare nel proprio matrimonio, in realtà non vogliono davvero guarire. Per alcuni, infatti, è più rassicurante restare nel ruolo di vittima, cercando compassione e attenzioni, piuttosto che affrontare il cambiamento.

A noi piace chiamare questa situazione “sindrome di Calimero“, con esplicito riferimento al pulcino protagonista dapprima di un “Carosello” e poi di una fortunata serie di episodi di cartoni animati. Questo pulcino se ne usciva sempre con questa frase : «Eh, che maniere! Qui fanno sempre così, perché loro sono grandi e io sono piccolo e nero… è un’ingiustizia però». E’ proprio grazie a questa frase che Calimero si è attirato le simpatie di grandi e piccini.

Ma noi sposi non possiamo cadere in questa trappola: per essere considerati dal nostro coniuge (o la coppia stessa dagli altri) non abbiamo bisogno di ricorrere a questi sotterfugi. Vuoi vedere sbocciare il tuo matrimonio come un fiore in primavera? Datti da fare, comincia a cambiare te stesso, non crogiolarti nelle tue sofferenze, nelle tue fragilità. Dobbiamo prendere coraggio e rispondere a Gesù con un semplice e rapido “Sì”.

Coraggio sposi, abbiamo ancora una porzione di Quaresima per lasciarci guarire da Gesù, senza però tralasciare nulla che è di nostra competenza.

Giorgio e Valentina

Acquista il libro con gli articoli più belli del blog

Acquista L’ecologia dell’amore

Un Attimo Lunghissimo

Dal libro del profeta Isaìa (Is 7,10-14;8,10c) In quei giorni, il Signore parlò ad Acaz: «Chiedi per te un segno dal Signore, tuo Dio, dal profondo degli inferi oppure dall’alto». Ma Acaz rispose: «Non lo chiederò, non voglio tentare il Signore». Allora Isaìa disse: «Ascoltate, casa di Davide! Non vi basta stancare gli uomini, perché ora vogliate stancare anche il mio Dio? Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele, perché Dio è con noi».

Questa è la prima lettura nella Santa Messa di oggi: solennità dell’Annunciazione del Signore, una festa che ci dona una grande gioia nella fede. Non è semplicemente una questione di tempistica, ovvero siccome mancano esattamente 9 mesi al Natale del Signore Gesù sembra palesemente ovvio inserirne il concepimento 9 mesi prima, ma questo ci costringe ad alcune riflessioni.

1- Il cristianesimo non ha nulla di alienante o disumano. La nostra fede ha i piedi ben saldati a terra, per questo pone questa solennità esattamente a nove mesi dal Natale, per ricordarci che il Figlio di Dio è nato da donna, ed è vero uomo, verità che diverse eresie nei secoli hanno cercato di offuscare; la fede cattolica ribadisce oggi che Gesù è 100% Dio ma anche 100% uomo, tranne il peccato. Questo bambino si è sviluppato dentro l’utero di una mamma umana come tutti i bambini, e nonostante fosse Dio non ha voluto sottrarsi alle regole della natura umana che Lui stesso ha istituito.

2 – La grande dignità della donna. Se mai qualcuno avesse dubbi, sappia che da sempre la Chiesa, sull’esempio di Nostro Signore Gesù Cristo, ha riconosciuto la grande dignità della donna all’interno dell’opera della Creazione prima e della Redenzione poi. Se ci pensiamo bene, Dio ha affidato l’intero progetto della Redenzione alla risposta di una giovane vergine. Se spendiamo parole a profusione circa l’incarnazione del Salvatore, non ne spendiamo mai abbastanza sulla donna che ha reso possibile tutto ciò: la Vergine Maria.

Facendo una ricerca dei più famosi quadri dell’Annunciazione, scopriamo che in molti l’Arcangelo Gabriele è in ginocchio, non sarà un caso no? Non possiamo credere che Leonardo da Vinci abbia mandato un sms al Botticelli oppure che il Beato Angelico si sia sentito al telefono con Raffaello, eppure questo particolare ci offre lo spunto per riflettere su come anche le creature angeliche stiano in ginocchio di fronte alla Vergine. Gli angeli sono superiori per natura alla Madonna eppure a nessuno di essi è stato concesso di essere la Madre di Dio; la Madonna quindi li ha superati in Grazia, infatti la veneriamo anche col titolo di Regina degli Angeli.

E’ come se il Cielo stesse in silenzio (ed in ginocchio) per qualche attimo ad aspettare la risposta di Maria, sembra che Gabriele stia supplicandola di dire di sì. I papà e le mamme conoscono bene questa situazione, quando si attende il verdetto di un responso medico, oppure una notizia molto importante, sembra che anche il respiro si interrompa per qualche attimo per non disturbare il silenzio. Sono attimi che sembrano durare un’eternità, e che hanno bisogno di trovare soluzione in una risposta, qualunque essa sia.

3 – Il destino dell’umanità nelle mani delle donne. Il Cielo ha messo nelle mani di una giovane Vergine il destino del mondo, pensiamo mai che lei avrebbe potuto dire liberamente di no? Eppure l’Altissimo si è fidato di lei, le ha offerto la possibilità di diventare Madre di Dio pur restando Vergine. Lei ha realizzato pienamente se stessa, la propria femminilità è sbocciata nell’amore, nel dono sincero di sè ad un amore che l’ha preceduta.

San Giovanni Paolo II così scrive nella Mulieris dignitatem al n.30:

[…]La forza morale della donna, la sua forza spirituale si unisce con la consapevolezza che Dio le affida in un modo speciale l’uomo, l’essere umano. Naturalmente, Dio affida ogni uomo a tutti e a ciascuno. Tuttavia, questo affidamento riguarda in modo speciale la donna – proprio a motivo della sua femminilità – ed esso decide in particolare della sua vocazione. […] soprattutto i nostri giorni attendono la manifestazione di quel «genio» della donna che assicuri la sensibilità per l’uomo in ogni circostanza: per il fatto che è uomo!

Carissimi, il futuro del mondo è sicuramente in mano agli sposi, ma in particolare è affidato alla sensibilità delle nostre donne. Chi meglio di loro può testimoniare la bellezza della vita dal suo naturale principio alla sua fine, la dignità di ogni vita umana perché fatta ad immagine del Creatore e destinata all’eternità?

Cari mariti, in questo giorno si innalzi la nostra lode al Signore per il dono delle nostre spose, forse non necessariamente con le mimose possiamo onorarle, ma non dimenticatevi che l’amore è vita reale, dobbiamo dimostrare loro la nostra riconoscenza.

Coraggio, scongeliamo i freezer dei nostri cuori e scaldiamo la nostra casa di amore vero.

Giorgio e Valentina

Acquista il libro cob gli articoli più belli del blog

Un Intreccio Ordinato

O Dio, che hai ordinato la penitenza del corpo come medicina dell’anima, fa’ che ci asteniamo da ogni peccato per avere la forza di osservare i comandamenti del tuo amore. Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Questa è la preghiera di colletta della Santa Messa di ieri, che può sembrare una semplice richiesta di aiuto al Signore per affrontare la grande penitenza quaresimale. Ed in effetti questa preghiera porta con sè anche questo elemento, ma ce n’è un altro che, a ben vedere, sottindende all’austera pratica penitenziale. Ma prima di adddentrarci in esso, ci pare doveroso evidenziare ciò che la Chiesa ci indica attraverso le parole di questa preghiera.

Ultimamente, sui social, circolano numerosi messaggi d’inizio Quaresima che invitano a praticare il “vero digiuno gradito al Signore”, corredati da un lungo elenco di azioni possibili. Non vogliamo avviare polemiche su questi messaggi, poiché non contengono errori in sé. Desideriamo però evidenziare che molti dei gesti proposti, pur essendo lodevoli, sono la conseguenza di altri gesti che li precedono.

Di quali gesti si tratta? Digiuno, preghiera e carità. La carità descritta in quegli elenchi dovrebbe manifestarsi esteriormente come frutto di un sincero cambiamento interiore, reso possibile proprio dal digiuno e dalla preghiera. In assenza di questa trasformazione, si corre il rischio che tali opere restino soltanto un esercizio di filantropia fine a sé stesso o, peggio, un mezzo per dare ulteriore nutrimento all’ego, gonfiandolo di vanagloria nel vanto di simili azioni.

Qual è dunque la strada giusta? Quella proposta dalla preghiera di colletta di cui sopra. Nella sequenza ci sono: la penitenza del corpo, la medicina dell’anima, l’astinenza da ogni peccato, la forza per osservare i comandamenti dell’amore.

Quando la osservi scritta, sembra soltanto una semplice sequenza; quando invece la vivi, diventa un meraviglioso intreccio tra corpo e anima. Per comprenderlo meglio, occorre ripercorrere questa sequenza a ritroso. Proviamoci insieme.

Come facciamo ad avere la forza di osservare i comandamenti del Suo amore? Astenendoci dai peccati. Come facciamo ad astenerci da essi? Dobbiamo guarire l’anima. Con quale medicinan? Con la penitenza del corpo.

Cari sposi, chi meglio degli sposi potrebbe essere la “pubblicità vivente” dei comandamenti del Suo amore? Nessuno. Siamo noi sposi. E per vivere al meglio tale amore, la preghiera di colletta sopra citata ci dà delle indicazioni molto precise.

La bellezza e la forza della Quaresima risiedono anche nel ricordarci quel meraviglioso intreccio in cui le azioni del corpo trasformano l’anima, e quest’anima rinnovata si esprime a sua volta attraverso nuovi gesti corporei, pieni di un Amore nuovo. La preghiera è il collante di questo intreccio, poiché coinvolge insieme corpo e anima: a volte sono le ginocchia a costringere l’anima a inginocchiarsi, altre volte è l’anima che trasfigura il corpo.

Coraggio sposi, abbiamo ancora un po’ di strada quaresimale.

Giorgio e Valentina

Acquista il libro cob gli articoli più belli del blog

Poche ciance

Sal 33 (34) Magnificate con me il Signore, esaltiamo insieme il suo nome. Ho cercato il Signore: mi ha risposto e da ogni mia paura mi ha liberato. Guardate a lui e sarete raggianti, i vostri volti non dovranno arrossire. Questo povero grida e il Signore lo ascolta, lo salva da tutte le sue angosce. Gli occhi del Signore sui giusti, i suoi orecchi al loro grido di aiuto. Il volto del Signore contro i malfattori, per eliminarne dalla terra il ricordo. Gridano i giusti e il Signore li ascolta, li libera da tutte le loro angosce. Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato, egli salva gli spiriti affranti.

Questo Salmo viene proclamato nella Santa Messa odierna, è una preghiera incoraggiante. Abbiamo cominciato il cammino quaresimale da una settimana, e la Chiesa non perde tempo in ciance sentimentaloidi, non ci dà una pacca sulle spalle con un generico “andrà tutto bene”, ma ci sostiene ed incoraggia a proseguire nel cammino arduo della penitenza.

La Chiesa sa bene che il cuore dell’uomo è facilmente pieno di entusiasmo all’inizio di un cammino, ma ben presto si fanno avanti sconforto, afflizione e delusione per le tante buone intenzioni rimaste incompiute. Torna alla mente il detto che recita così: “Di buone intenzioni è lastricato l’inferno”.

Conoscendo tutto ciò la Chiesa, che ci è madre, ci esorta a non mollare alle prime difficoltà, e lo fa anche con le parole di questo Salmo, del quale prenderemo in esame solo una piccola porzione.

Ho cercato il Signore: mi ha risposto e da ogni mia paura mi ha liberato.

Succcede spesso di incontrare coppie che sono come bloccate coi piedi nelle sabbie mobili. Sono coppie bloccate in una situazione relazionale di stallo, non progrediscono mai, anzi, questa immobilità li fa regredire nel rapporto.

Non si tratta di fare analisi di varie situazioni, poiché ogni coppia è unica, ma si tratta di dare una via d’uscita. Ora non importa quale sia la situazione che vi fa restare impantanati, magari da anni, non importano le cause, gli errori, le responsabilità, le colpe, i peccati, niente di tutto ciò importa in questo momento.

Quello che importa è sapere che se cerchiamo il Signore, Lui ci risponde e che ci libera da ogni nostra paura. A volte tra i vari motivi di stallo relazionale c’è semplicemente la paura di avere paura.

La Chiesa conosce bene il cuore dell’uomo, ed è per questo che all’inizio del cammino matrimoniale pone il Sacramento, per darci tutti gli strumenti della Grazia utili ed indispensabili per il matrimonio.

Gli strumenti della Grazia sono posti all’inizio perché non sono meritori, se fossero meritori ci verrebbero dati alla fine del percorso, invece sono donati all’inizio per renderci capaci ed idonei ad affrontare i pericoli della vita. Uno di questi pericoli è proprio il blocco a causa della paura.

Ma noi non siamo soli, ricordate il consenso matrimoniale ? “…con la Grazia Cristo, prometto…” quindi non siamo soli nello sforzo, se con noi c’è Dio siamo in maggioranza, soleva ripetere spesso don Bosco.

Coraggio sposi, il Signore ci libera dalle nostre paure e ci dona il coraggio di affrontarle e superarle.

Giorgio e Valentina

Vuoi Regnare? Servizio è la Risposta

Dio onnipotente, servire te è regnare: concedi a noi, per intercessione di san Casimiro, di vivere costantemente al tuo servizio in santità e giustizia. Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Questa è la preghiera chiamata Colletta, nella quale si fa riferimento al santo venerato oggi: San Casimiro, nato a Cracovia, Principe di Polonia e Granduca di Lituania, patrono della Polonia e della Lituania. Il suo modo di fare il sovrano è quello sottolineato in questa preghiera, vale a dire che il suo modo di regnare è stato quello di mettersi al servizio dei propri sudditi, a cominciare dai poveri.

La Chiesa quindi, oggi ci ricorda che chi si mette alla scuola di Gesù e vuole regnare, per farlo deve servire, ce lo ha dimostrato Gesù stesso con la Lavanda dei piedi. Quando ci si mette alla scuola di Gesù si scopre presto che i suoi canoni sono spesso opposti a quelli dei potenti del mondo, per cui chi ha idee di grandezza e si fa discepolo di Gesù troverà una strada al contrario.

Gli sposi sono dei privilegiati in questo cammino di servizio, poichè si scopre ben presto che nel matrimonio la regola non sei tu stesso, altrimenti il matrimonio non funziona. Dobbiamo subito precisare che non bisogna cadere nel tranello di leggere questo solo con la lente della psicologia, della relazione tra noi o con la lente della pedagogia per quanto riguarda i figli. La relazione tra noi certamente è il piatto forte, ma non è lei la protagonista del nostro matrimonio, altrimenti rischiamo di ridurre il marimonio cristiano a una bella relazione con belle doti umane e poco più , nella migliore delle ipotesi anche benedetto dal sacerdote per conto di un non ben specificato dio.

Ed invece no, il nostro matrimonio è un sacramento, per cui il protagonista è Gesù Cristo, che certamente prende forma nelle nostre vite, maschile e femminile, ognuna con le proprie caratteristiche e peculiarità.

Ma se uno ha velleità di regnare come la mette con ‘sta storia?

Beh, se intendiamo regnare come dice il mondo, abbiamo sbagliato maestro, se invece impariamo dal Maestro, allora scopriamo che in realtà il vero Re è Lui, ma noi partecipiamo di questo Suo regnare, poiché il Suo regno non è di questo mondo.

Il Suo regno è un fatto di cuore, di anima, di spirito, di fede, è un regno di quell’Amore Creatore dapprima, Redentore poi ed infine Santificatore.

Ma se vogliamo partecipare del Suo regno dobbiamo passare dal servire, cioè? Vi rispondiamo con le parole di Santa Gianna Beretta Molla, una sposa e mamma, la quale così si esprime in una lettera del 09 Aprile 1955 al suo futuro sposo Pietro:

Pietro carissimo, tu sai che è mio desiderio vederti e saperti felice; dimmi come dovrei essere e ciò che dovrei fare per renderti tale.

Coraggio sposi, le parole di Santa Gianna si commentano da sole, ma come è stato possibile renderle vita vera per lei, anche a noi è stata data la stessa Grazia, lo stesso sacramento.

Giorgio e Valentina

Attenti al lupo

Sal 22 (23) Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia, mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome. Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici. Ungi di olio il mio capo; il mio calice trabocca. Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, abiterò ancora nella casa del Signore per lunghi giorni.

Oggi prendiamo in esame una frase tratta da uno dei Salmi più famosi, sarà per le immagini che evoca, sarà perché è stato musicato da più musicisti e con ottimi risultati molto popolari, sarà per l’intensità e la profondità di alcune frasi, in ogni caso ci accodiamo alla lista dei fans di questo splendido Salmo.

La frase a cui ci riferiamo è la seguente: Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. Conosciamo diverse coppie che stanno attraversando un momento buio, proprio quella valle oscura descritta sopra, e ci testimoniano quanto sia difficile restare sereni e non temere alcun male; se poi questi momenti non sono vissuti nella fede, non fanno parte di un cammino di crescita spirituale, allora non solo rimane difficile ma diventa impossibile.

Camminare in una valle oscura non è mica uno scherzo, significa che non sai dove stai andando, non vedi la meta, non scorgi il pascolo laggiù… ma noi ragioniamo così perché usiamo il nostro schema mentale di uomini che vogliono sapere tutto prima e nei minimi dettagli, mentre invece la prospettiva del Salmo è quella della pecora che fa parte di un gregge. La pecora non si preoccupa di dove sta, di dove la stia conducendo il pastore, di dove sia il pascolo, e non si preoccupa di tutto ciò proprio perché il conducente non è la pecora ma il pastore.

Cari sposi, qua sorge la prima riflessione per noi: siamo docili come le pecorelle di un gregge oppure vogliamo metterci al posto del conducente, il pastore?

Ora riflettiamo sulla seconda parte della frase: Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. C’è una grande differenza tra il bastone ed il vincastro: il primo è più nerboruto, dritto e corto mentre il secondo è molto lungo e ricurvo alla sommità Il bastone serve al pastore per scacciare i lupi e le altre belve feroci mentre il vincastro è un vimine, nomalmente di salice, tenero e flessuoso, che il pastore usa per stimolare dolcemente le pecore e i teneri agnellini sfiorandoli sui fianche per farli camminare e per tenerli tutti insieme.

Attenti al lupo, recitava la famosa canzone, ricordandoci quindi che il bastone non è per noi, ma per i nemici, mentre per noi percorelle c’è il vincastro. Se noi sposi ci mettiamo fra le pecorelle di Dio, vediamo il pastore che cammina davanti al gregge, lo conduce fuori, lo guida verso i pascoli appoggiandosi, soprattutto nei passaggi più difficili al suo bastone che gli dà visibilmente sicurezza. E la sicurezza tranquilla del pastore dà sicurezza e tranquillità anche a noi e a tutto il gregge. Quando vediamo poi il pastore brandire con decisione il suo bastone contro i nostri nemici che vorrebbero disperderci per rapirci e divorarci, allora la mia, la nostra, sicurezza si carica di fiducia e di coraggio. Poi quando vediamo il pastore avvicinarsi e sentiamo che ci sfiora con il morbido vincastro, sentiamo la sua tenerezza incoraggiante e capiamo che egli non è un mercenario, ma è il nostro buon pastore e che noi gli apparteniamo.

Ecco perché il bastone ed il vincastro del Signore ci danno sicurezza nella vita, perché da una parte siamo difesi e dall’altra incoraggiati e guidati.

Coraggio cari sposi, tocca ad ognuno di noi essere per il nostro coniuge come quel bastone e come quel vincastro.

Giorgio e Valentina.

Le Chiavi di Casa

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 8,22-26) In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli giunsero a Betsàida, e gli condussero un cieco, pregandolo di toccarlo. Allora prese il cieco per mano, lo condusse fuori dal villaggio e, dopo avergli messo della saliva sugli occhi, gli impose le mani e gli chiese: «Vedi qualcosa?». Quello, alzando gli occhi, diceva: «Vedo la gente, perché vedo come degli alberi che camminano». Allora gli impose di nuovo le mani sugli occhi ed egli ci vide chiaramente, fu guarito e da lontano vedeva distintamente ogni cosa. E lo rimandò a casa sua dicendo: «Non entrare nemmeno nel villaggio».

Questo è il brano di Vangelo che sentiremo nella Santa Messa di domani, ed è abbastanza significativo che episodi come questo vengano proposti nel tempo che precede la Quaresima, sembra già anticiparne qualche tematica, quasi fosse una pennellata veloce che preannuncia il vero dipinto.

In questo brano vi si possono scorgere diversi temi: la cecità fisica simbolo di un’altra cecità ben più importante, l’imposizione delle mani di Gesù, la discrezione del miracolo compiuto fuori del villaggio, e l’insistenza dei discepoli affinchè Gesù tocchi questo cieco.

La nostra riflessione riguarderà questo “tocco” di Gesù. Si può notare come anche in questo miracolo ci sia bisogno del tocco di Gesù. Certamente Gesù, in quanto Dio, non necessita di gesti esterni ed umani, ma in quanto uomo ha voluto che fosse così.

Se qualcuno non fosse ancora convinto, sappia che il cristianesimo è carne vissuta, non c’è niente di irreale, di fantastico, niente spiritualismi, nulla che non abbia a che fare con la carne viva. E tutto ciò da quando Dio si è fatto carne, poteva sicuramente decidere diversamente, ma ha deciso di farsi uomo, e continua a voler passare dall’uomo per manifestarsi.

Infatti si è legato indissolubilmente alla Sua sposa, la Chiesa, ed ha deciso di rendersi presente attraverso di essa, ovvero di santificarci con i sacramenti.

Ogni sacramento è azione dello Spirito Santo, il quale rende presente Cristo, ma per farlo si serve sia della forma quanto della materia, ovvero di parole pronunciate dal ministro che vengono incarnate in un gesto ed in un elemento materiale (acqua, olio…). Non solo la forma e non solo la materia, e l’una e l’altra insieme.

Nel Sacramento del Matrimonio la forma è il consenso espresso dagli sposi mentre la materia sono le persone stesse degli sposi, uno con la mascolinità e l’altra con la femminilità.

Incontriamo molti sposi che si sentono in crisi, non si sentono così uniti in comunione di amore e di cuori… gratta gratta scopri che hanno una pessima relazione col proprio corpo, ovvero con quella materia attraverso la quale lo Spirito Santo agisce nel Sacramento. Come sopra abbiamo ricordato non ci deve essere solo la forma o solo la materia, e l’una e l’altra; quindi non basta il consenso dato chissà quanti anni fa, bisogna che la materia faccia la sua parte.

Cari sposi, il nostro non è un sacramento per quelli che abitano sulle nuvole, il nostro è un sacramento che è ben radicato in terra, radicato nella mascolinità e nella femminilità. Anche noi possiamo guarire la cecità del nostro coniuge, e per farlo dobbiamo condurlo fuori dal villaggio, lontano da sguardi indiscreti, vale a dire nell’intimità del nostro NOI, della nostra relazione d’amore.

Lasciamo che Cristo abiti nei nostri corpi, noi siamo casa Sua ma dobbiamo darGli le chiavi altrimenti come fa ad agire?

Giorgio e Valentina.

Una Lourdes diversa

Il sacrificio che ti presentiamo, o Padre, nel devoto ricordo della Madre del tuo Figlio, ci trasformi, per tua grazia, in offerta perenne a te gradita. Per Cristo nostro Signore.

Questa è la preghiera che il sacerdote, nella Santa Messa odierna, recita sulle offerte. Oggi è una ricorrenza molto popolare poiché la memoria liturgica della Beata Vergine Maria di Lourdes è diventata universalmente anche la Giornata del malato. La Liturgia della Chiesa oggi ci aiuta a tenere lo sguardo fisso sulla Madre di Dio e sulle sue bellezze attraverso le letture e le orazioni della Santa Messa.

Nella nostra riflessione vi proponiamo solo le poche parole di questa preghiera offertoriale, la quale ci ricorda che il nostro sacrificio si può trasformare in offerta perenne gradita al Padre. Senza fare una catechesi, ci basti sapere che in un modo a noi misterioso, l’offerta che noi presentiamo al Padre si unisce all’offerta che Gesù fa di se stesso durante la Santa Messa.

Ma qual è l’offerta che noi possiamo fare al Padre?

La nostra vita certamente, però è una risposta troppo semplicistica, noi invece vorremmo provocarvi una riflessione più approfondita. Non vogliamo invitarvi a fare un elenco di cosa si possa offrire al Padre, al contrario, ci chiediamo se qualcosa abbia il diritto di starne fuori.

Se il nostro matrimonio è sacramento, se ognuno di noi è sacramento di salvezza per il proprio coniuge, se ognuno di noi è segno sensibile ed efficace attraverso cui passa la Grazia di Cristo, se ogni nostra coppia è segno dell’amore del Padre verso ogni uomo e della sponsalità che lega indissolubilmente Cristo alla Chiesa Sua sposa, perché mai qualcosa del nostro matrimonio dovrebbe star fuori dalla lista delle offerte presentate al Padre?

Nulla del nostro matrimonio è autorizzato a restare fuori dalla relazione col Padre. La preghiera usa l’espressione “offerta perenne a te gradita“, il fatto che sia offerta dipende da noi ed il fatto che sia gradita dipende anche dal Padre.

Coraggio sposi, l’invito di oggi è quello di fare della nostra vita matrimoniale un offerta perenne, non un giorno sì e dieci no, non solo qualche volta, non solo se ci ricordiamo.

Ci permettiamo di lasciarvi un suggerimento: fatelo all’inizio della giornata, cosicché ogni azione che compiamo durante il giorno si riveste di uno splendore diverso, non ci sarà più un giorno brutto, ci saranno solo giorni offerti. E piano piano anche il nostro cuore comincerà a vivere ogni gesto con questa cura, non ci saranno più gesti banali, perché ogni gesto sarà offerta al Padre, e quando lo sarà ecco che sicuramente diventerà gradito al Padre.

E’ un po’ come se il matrimonio diventi un nuova Lourdes in cui la Vergine Maria tocca le nostre infermità per trasformarle in offerte gradite al Padre.

Giorgio e Valentina.

Gli sposi portano la buona notizia

Sal 21 (22) Scioglierò i miei voti davanti ai suoi fedeli. I poveri mangeranno e saranno saziati, loderanno il Signore quanti lo cercano; il vostro cuore viva  per sempre! Ricorderanno e torneranno al Signore tutti i confini della terra; davanti a te si prostreranno tutte le famiglie dei popoli. A lui solo si prostreranno quanti dormono sotto terra, davanti a lui si curveranno quanti discendono nella polvere. Lo servirà la mia discendenza. Si parlerà del Signore alla generazione che viene; annunceranno la sua giustizia; al popolo che nascerà diranno: «Ecco l’opera del Signore!».

Sapete come inizia questo Salmo, e sapete quale uomo famoso lo ha recitato/pregato poco prima di spirare?

L’inizio (dopo il titolo che fa da primo versetto) è questo: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?, non vi ricorda nessuna scena? Certamente avrete già intuito che il tizio famoso della domanda precedente è nientemeno che il Nostro Signore Gesù Cristo sulla croce. Come può accadere che un uomo reciti una preghiera che parla di un futuro raggiante e pieno di speranza certa anche se sa di morire da lì a poco?

Ovviamente per rispondere non ci si può trincerare dietro al fatto che quell’uomo fosse il Figlio di Dio e che quindi per Lui tutto risultasse più facile… non è per niente vero poiché la natura umana (tranne il peccato) è stata assunta in pieno e quindi ha dovuto fidarsi del Padre, il Padre Suo.

Ed è proprio su questo punto che vorremmo proporvi di riflettere: come è possibile per noi sposi, credere in un futuro prospero quando intorno a noi il mondo sembra vincere sulla cristianità?

La risposta la troviamo nell’ultima frase del Salmo : al popolo che nascerà diranno: «Ecco l’opera del Signore!». Questa frase è perfetta in bocca a Gesù poiché è Lui stesso quell’opera del Signore, è l’opera della Redenzione. E’ proprio quest’opera il motivo della nostra speranza in un futuro buono per le generazioni a venire. Non c’è notizia più sconvolgente, più dirompente e più urgente di questa:

Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. (Gv 3,16-17)

Noi sposi siamo sacramento vivente e perenne di questa notizia sconvolgente, ed essa non è la notiziona del secolo, ma è la notizia dell’Universo, la notizia delle notizie. Noi sposi diveniamo questa notizia vivente poiché il vincolo che ci lega è sacro, in quanto non è solo un vincolo d’amore benedetto da Dio, ma il vincolo è Gesù Cristo stesso.

Coraggio allora, sposi, non stanchiamoci mai di gridare questa notizia al mondo, in primis al nostro coniuge, poi alle generazioni future (i nostri figli) e poi a tutti gli altri. Il mondo sta aspettando questa notizia delle notizie. La nostra stessa vita sponsale è come un’impronta nel tempo del passaggio di Dio in questo secolo.

Giorgio e Valentina.

Il canto più bello

 Sal 97 (98) Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie. Gli ha dato vittoria la sua destra e il suo braccio santo. Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza, agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia. Egli si è ricordato del suo amore, della sua fedeltà alla casa d’Israele. Tutti i confini della terra hanno veduto la vittoria del nostro Dio. Acclami il Signore tutta la terra, gridate, esultate, cantate inni! Cantate inni al Signore con la cetra, con la cetra e al suono di strumenti a corde; con le trombe e al suono del corno acclamate davanti al re, il Signore.

Ieri è stato proclamato questo Salmo nella liturgia della Parola, e nonostante il testo faccia spesso ricorso al verbo “cantare”, lo ascoltiamo quasi sempre proclamato e non cantato. Alla loro genesi queste preghiere salmodiche erano state concepite come canti dei quali purtroppo sono andate perse le melodie iniziali, anche se poi il repertorio del canto gregoriano ha ridato la dignità di canti alla maggior parte dei Salmi.

Ed è proprio la loro iniziale natura di canti ad essere la motivazione principale per cui si incontrano nei Salmi continue esortazioni al canto, alla lode e all’acclamazione.

Oggi ci soffermiamo solo sulla prima di questi inviti alla lode: “Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie.” … come può essere un invito a cantare un canto nuovo se in realtà questo salmo nasce sotto forma di canto? Forse che l’autore sapeva già che le sue melodie sarebbero andate perse, una sorte di preveggenza? Forse non era ancora stato inventato il pentagramma e non poteva depositare l’opera presso l’organo di tutela del copyright?

Quando nel lontano 1998 mi iscrissi ad un corso per musicisti cattolici, pensai di andare a fare una scorpacciata di musica, ma già la prima sera ci fu dato il “libro di testo” che avremmo seguito per tutta la settimana, il quale aveva un titolo alquanto eloquente: “Il silenzio del musicista“. In conclusione, scoprii che per fare musica bene, la prima cosa da sviluppare non sono le tecniche di esecuzione, di arrangiamento, di lettura, di postura o altro; la prima cosa da sviluppare è la capacità di ascolto. Ed il primo ascolto lo si deve al nostro cuore, al nostro mondo interno, perché è da lì che nasce l’espressione musicale.

Cari sposi, per cantare al Signore, per lodarlo, bisogna che prima impariamo a scorgere nella nostra vita le Sue tracce che Lui ha disseminato a piene mani lungo il corso della nostra esistenza… un po’ come ha fatto Pollicino che ha lasciato le tracce del proprio passaggio.

La seconda cosa che imparai (in quel corso) è legata al fatto che non sempre l’ispirazione per nuove composizioni è ai massimi livelli, a volte sembra che l’ispirazione ci volti le spalle per molto tempo… e che fare allora?

Il tutor ci disse: “Quando non esce una canzone dal di dentro, fai in modo che la tua stessa vita sia una canzone nel Signore“. Cari sposi, il canto nuovo che dobbiamo cantare al Signore è la nostra stessa vita di sposi.

Coraggio.

Giorgio e Valentina.

Meglio un pentolino o una batteria intera?

Dal Sal 110 (111) Renderò grazie al Signore con tutto il cuore, tra gli uomini retti riuniti in assemblea. Grandi sono le opere del Signore: le ricerchino coloro che le amano. Ha lasciato un ricordo delle sue meraviglie: misericordioso e pietoso è il Signore. Egli dà il cibo a chi lo teme, si ricorda sempre della sua alleanza. Mandò a liberare il suo popolo, stabilì la sua alleanza per sempre. Santo e terribile è il suo nome. La lode del Signore rimane per sempre.

Oggi è il giorno in cui la Chiesa celebra la memoria di una martire dei primi tempi, sant’Agnese, che il Signore coronò con una seconda corona, oltre al martirio, che è la verginità; e grazie a quest’ultima corona è divenuta la patrona delle vergini e delle fidanzate.

Sicuramente tra le lettrici del blog ci saranno diverse donne che rientrano in queste due categorie, oppure che sono madri di una di esse, perciò invitiamo tutte le donne appartenenti alle due categorie di approfondire la figura di Agnese, più che sul piano agiografico, soprattutto nell’imitazione delle virtù e nell’invocazione come patrona della propria persona.

Spesso incontriamo sposi/fidanzati che non vivono una vita sacramentale attiva, sono adulti anagraficamente ma la loro vita spirituale è rimasta all’età del catechismo oratoriano da ragazzini. Non vogliamo con questo giudicare nessuno, è solo una fotografia della realtà che incontriamo sovente, però essa ci aiuta per entrare un poco più in profondità di una frase del Salmo 110.

Grandi sono le opere del Signore: le ricerchino coloro che le amano.

Il Signore è proprio un signore, non fa le cose con sufficienza, non è banale, non le fa con approssimazione, non le fa tanto per fare, non è un taccagno, se decide di fare una cosa la fa bene, la fa giusta e la fa con grande magnificenza.

Potrebbe sembrare scontato che Dio, visto che è infinito, faccia le cose in grande. Se col ragionamento ci sembra che tutto fili via liscio, nella vita ordinaria spesso siamo noi a porre dei limiti a Dio. In che senso?

Per esempio, nella nostra preghiera di richiesta ci limitiamo a chiedergli di trovare un lavoro, di trovare una casa, di ritrovare la salute perduta, che i nostri cari tornino a casa incolumi la sera, che l’esame medico vada per il meglio, ecc… tutte cose buone ovviamente, ma sono limitate. Vi riportiamo il nostro esempio di vita scusandoci in anticipo se a molti potrà sembrare piccola cosa, ma per noi è stato segno della Provvidenza e della Sua magnificenza.

Eravamo giovani e ci stavamo frequentando già da qualche tempo (col cammino intrapreso con padre Bardelli), ci siamo fidanzati e poi abbiamo pensato di sposarci. Mentre si valutava il tutto succcede che Valentina perde il lavoro, l’azienda va a rotoli, non recupera otto mesi di stipendi arretrati e nemmeno il TFR… tutto sembra remare contro i sogni di un futuro insieme oltre ai preparativi prossimi della festa di nozze. In questa situazione instabile ed incerta, sembrerebbe ovvio chiedere al Signore un aiuto per aggiustare prima le cose per poi pensare a sposarsi, la casa, la festa, ecc… Ebbene, noi abbiamo osato di più, abbiamo chiesto la cosa più importante e non la più urgente. Abbiamo deciso di sposarci lo stesso chiedendo al Signore di preparare i nostri cuori come casa Sua. Nel giro di tre giorni arriva una chiamata da un’amico che offre un lavoro a Valentina, poco dopo la possibilità di un primo appartamento, nel giro di qualche mese ci siamo sposati.

Cari sposi, come vi abbiamo dimostrato col nostro piccolo aneddoto, dobbiamo imparare a puntare al massimo e all’importante per la santità, per la salvezza, il Signore donando il tanto dona anche il meno.

Facciamo un esempio casalingo un po’ strampalato e simpatico: se voi chiedete un pentolino, vi arriva un pentolino, ma se voi chiedete una nuova cucina con tanto di batteria di pentole inclusa, nella cucina nuova è compresa la batteria nella quale è compreso il vostro pentolino inziale. Nel dono maggiore è compreso il dono minore. Con sant’Agnese il Signore ha operato proprio così.

Coraggio sposi, impariamo a chiedere al Signore le cose grandi della vita. Chiediamo per esempio la grazia di una castità matrimoniale perfetta, di una tenerezza sponsale al massimo grado, chiediamo la grazia di piangere nostri peccati, la grazia del disgusto del peccato, la grazia di perdonare prontamente il nostro coniuge, la grazia di morire col conforto dei sacramenti. Grandi sono le opere del Signore: le ricerchino coloro che le amano.

Giorgio e Valentina.

Prendersi cura anche del noi

Dalla lettera agli Ebrei (Eb 2,14-18) Fratelli, poiché i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Cristo allo stesso modo ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita. Egli infatti non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo si prende cura. Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e degno di fede nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo. Infatti, proprio per essere stato messo alla prova e aver sofferto personalmente, egli è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova.

Questo brano lo sentiremo nella Messa di domani e fa parte di una serie di estratti della lettera di San Paolo agli Ebrei, nella quale si mette in evidenza il sacerdozio di Gesù, il suo essere il vero sommo sacerdote, il vero Messia tanto atteso.

È bello (e anche logico) che nei giorni subito dopo le feste natalizie la Chiesa si preoccupi di ribadire, di fissare meglio nei nostri cuori, di approfondire chi sia quel Gesù del quale abbiamo appena festeggiato il Natale.

La Chiesa, proprio come una buona madre, non perde tempo coi figli in chiacchiere inutili, ma li tiene sempre sul chi va là, non perde occasione per mettere in guardia i figli e ricordare loro il senso della vita per recuperare i significati dentro ogni gesto.

Ma la Chiesa non agisce solo come una buona madre, ma anche come una sposa, infatti, essendo la sposa di Cristo, ne tesse incessantemente le lodi ai propri figli ribadendo la natura del proprio sposo. Oggi vi invitiamo a tenere in evidenza un aspetto di Gesù: la cura.

Egli infatti non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo si prende cura.

Vi siete mai chiesti se Gesù si prenda cura degli angeli (quelli buoni si intende qui)? A quanto risulta da questa frase sembra di no, ma perché? Il motivo sta nel fatto che gli angeli santi non hanno bisogno di salvarsi, di provare la loro fede, poiché la loro decisione di stare nella santità di Dio è eterna, quindi si sono già schierati per l’eternità, mentre invece noi no.

Noi, al contrario degli angeli, non siamo ancora nell’eternità, e finchè siamo su questa terra la nostra decisione eterna può mutare. Ecco spiegato il motivo di tanta cura da parte di Gesù, non vuole che noi ci perdiamo eternamente.

E questa cura di Gesù nei nostri confronti è minuziosa fino ai più piccoli dettagli; se la vediamo in macro possiamo citare il mistero dell’Incarnazione col fine della Redenzione naturalmente, ma poi la Sua cura per noi è minuziosa fino al più piccolo istante della nostra giornata dal macro si passa al micro.

La cura di Gesù per noi non è come una pacca sulla spalla ogni tanto oppure un cinque da sportivo per coltivare il feeling tra noi e Lui. Sarebbe alquanto riduttivo, non credete? È invece la cura di ogni più piccolo pensiero, la cura di ogni dettaglio della nostra vita.

Ma se questo è vero per ciascuno di noi, quanto di tutto ciò si riverbera nella vita matrimoniale?

Infatti, se ogni coniuge è segno sensibile dell’amore di Cristo per l’altro, significa che questa cura meticolosa e minuziosa per il nostro coniuge tocca a noi.

Certo, non tutto è nelle nostre mani, c’è poi la Grazia di Cristo che colma le nostre lacune, che innalza al livello superiore le nostre deficienze, che imbottisce i nostri gesti di una sacralità che oltrepassa la mera gestualità.

Dobbiamo quindi chiederci quale cura minuziosa esprimiamo nei confronti del nostro coniuge, una cura di saputelli che aiutano i meno arrivati oppure una cura di tenerezza, dolcezza e sentimento, una cura che eleva l’altro o che lo degrada?

Coraggio sposi, impariamo ad avere cura del noi sacramentale, quel noi abitato da Gesù stesso.

Giorgio e Valentina

Le zone d’ombra

 Sal 2 Voglio annunciare il decreto del Signore. Egli mi ha detto: «Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato. Chiedimi e ti darò in eredità le genti e in tuo dominio le terre più lontane». E ora, siate saggi, o sovrani; lasciatevi correggere, o giudici della terra; servite il Signore con timore e rallegratevi con tremore.

Questo è il Salmo offerto nella Santa Messa odierna, il giorno dopo l’Epifania del Signore, infatti la Chiesa insiste sul concetto del Figlio del Padre; quel Bambino è davvero il Figlio di Dio, Colui che è il Re dei Re.

Ed è proprio su questo particolare che vogliamo fissare la nostra attenzione oggi, e cioè che non è un bambino qualunque che nasce poveramente e poi da grande farà grandi cose poiché è destinato a diventare un re, no. Lui fin dall’eternità era il Re dei Re che ha preso la decisione di salvarci e di entrare nel tempo, e per far questo ha assunto la nostra natura umana.

Con la sua vita umana Lui ha come sigillato la sua regalità portandola al culmine, non perché prima non fosse re, ma perché con i meriti della sua Passione, Morte e Resurezione l’ha portata a compimento, si è acquistato come il diritto di essere Re.

Quando si trovò innanzi a Pilato, Gesù specificò che tipo di regalità abbia:  (Gv 18,36) Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù»

Quindi su quali terre esercita la propria regalità Gesù?

Prima di capire questo bisogna fare una premessa: Gesù non è come i re di questo mondo che esercitano il potere a prescindere dai sudditi, Gesù invece è un re che esercita la propria regalità solo se è l’uomo a volerla accogliere, in sostanza non è un dominio coercitivo ma un dominio d’amore.

Il Salmo sopracitato ci dà un aiuto: ti darò in eredità le genti e in tuo dominio le terre più lontane.

Cari sposi, Gesù non vuole essere il re solo di una parte della nostra vita, Lui vuole tutto perché l’Amore vuole sempre tutto. Allora dobbiamo chiederci quali sono le zone in cui non abbiamo ancora permesso a Gesù di esercitare la Sua regalità. Ci sono ancora delle zone d’ombra nella nostra vita di mariti o di mogli?

Il Salmo ci rassicura sul fatto che Gesù abbia a cuore anche quelle zone d’ombra che nel Salmo sono chiamate le terre più lontane. Sono terre lontane dalla Grazia, o meglio, dal dominio d’amore di Colui che è l’Amore.

Coraggio sposi, il Signore Gesù non si schifa di essere Re anche di quelle zone d’ombra del nostro cuore, della nostra vita, Lui desidera intronizzarsi anche nelle terre più lontane affinché tutta la nostra vita resti sotto il Suo dominio d’Amore che è l’unico salva.

Giorgio e Valentina.

Un tripudio di gloria… e tra noi?

Sal 95 (96) Cantate al Signore un canto nuovo, cantate al Signore, uomini di tutta la terra. Cantate al Signore, benedite il suo nome, annunciate di giorno in giorno la sua salvezza. Gioiscano i cieli, esulti la terra, risuoni il mare e quanto racchiude; sia in festa la campagna e quanto contiene, acclamino tutti gli alberi della foresta. Davanti al Signore che viene: sì, egli viene a giudicare la terra; giudicherà il mondo con giustizia e nella sua fedeltà i popoli.

Questo bel Salmo lo troviamo nella Liturgia della Santa Messa di oggi, come si può notare è un Salmo di lode al Signore. Nella traduzione italiana troviamo una serie di verbi che danno proprio l’idea di una festa: cantate (usato 3volte), benedite, annunciate, gioiscano, esultino, risuoni, sia in festa, acclamino.

Chi si è fatto un’idea di Chiesa sempre triste, soporifera, noiosa, barbosa… deve necessariamente rivedere le proprie posizioni poiché basterebbe prestare un minimo di attenzione, quantomento ai testi delle preghiere e delle orazioni, per restare stupefatti da tanta esultanza.

Ma tutto questo tripudio si deve solo al Bambino del presepio, o meglio, è frutto solamente di tanti bei sentimenti teneramente natalizi suscitati dal recente presepio? Oppure c’è di più?

La grandezza di un Dio Creatore che prende la carne di creatura è un mistero insondabile per la mente umana, ma c’è un grande santo italiano, S.Alfonso Maria De’ Liguori, che ha riassunto in poche poetiche parole questo Mistero dell’Incarnazione: A Te, che sei del mondo il Creatore, mancano panni e fuoco, oh mio Signore.

È proprio di questa grandezza e onnipotenza di Dio che vengono intessute le lodi nelle parole della Chiesa. Ma quanto loda la Chiesa il proprio Signore? Tanto, tantissimo, o solamente a Natale e Pasqua?

Esclusa la Santa Messa, la preghiera ufficiale della Chiesa, la Liturgia delle Ore, ovvero l’Ufficio divino (detto anche Breviario), ha 7 appuntamenti quotidiani per la preghiera. Questo numero non è stato scelto a caso, esso è un numero che simboleggia il sempre (cfr la risposta di Gesù a Pietro di perdonare 70 volte 7), quindi dire che la Chiesa canta le lodi del Suo Signore 7 volte al giorno è come dire che le canta sempre. Il Catechismo (n 1174) ci conferma e offre l’assist per noi sposi:

Fedeli alle esortazioni apostoliche di pregare incessantemente, questa celebrazione (la Liturgia delle Ore) è costituita in modo da santificare tutto il corso del giorno e della notte per mezzo della lode di Dio. Essa costituisce la preghiera pubblica della Chiesa nella quale i fedeli (chierici, religiosi e laici) esercitano il sacerdozio regale dei battezzati. Celebrata nella forma approvata dalla Chiesa, la liturgia delle Ore è veramente la voce della Sposa stessa che parla allo Sposo, anzi è la preghiera di Cristo, con il suo corpo, al Padre.

Gli sposi non sono forse segno della sponsalità di Cristo e della Sua Chiesa (cfr Ef5,25-32)?

Se la Chiesa sposa intesse le lodi del Suo Sposo almeno 7 volte al giorno (numero simbolo del sempre), e se noi sposi siamo segno sensibile ed efficace di questa sponsalità, non è che forse dovremmo imitare la Chiesa sposa?

Quante volte al giorno gli sposi intessono le lodi l’uno dell’altra?

Dovremmo esercitarci di più in questa virtù, è un esercizio benefico sotto diversi punti di vista: sia psicologico che affettivo, sia spirituale che sentimentale, sia morale che sacramentale. È un’arma che ci protegge dall’infedeltà, che custodisce l’indissolubilità, che rende sempre più tenace l’unicità, che alimenta la fecondità e che costruisce la socialità.

Tutto il matrimonio ne trae beneficio, quando parliamo del nostro consorte dovremmo usare verbi simili a quelli del Salmo: cantare, benedire, annunciare, gioire, esultare, risuonare, stare in festa, acclamare. Gli sposi che si amano come Cristo sposo e la Chiesa, Sua sposa, sono come un presepio vivente. Coraggio sposi.

Giorgio e Valentina.

Tu costruisci una casa a me?

Dal secondo libro di Samuèle (2Sam 7,1-5.8b-12.14a.16) Il re Davide, quando si fu stabilito nella sua casa, e il Signore gli ebbe dato riposo da tutti i suoi nemici all’intorno, disse al profeta Natan: «Vedi, io abito in una casa di cedro, mentre l’arca di Dio sta sotto i teli di una tenda». Natan rispose al re: «Va’, fa’ quanto hai in cuor tuo, perché il Signore è con te». Ma quella stessa notte fu rivolta a Natan questa parola del Signore: «Va’, e di’ al mio servo Davide: “Così dice il Signore: Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti? Io ti ho preso dal pascolo, mentre seguivi il gregge, perché tu fossi capo del mio popolo Israele. Sono stato con te dovunque sei andato, ho distrutto tutti i tuoi nemici davanti a te e renderò il tuo nome grande come quello dei grandi che sono sulla terra. Fisserò un luogo per Israele, mio popolo, e ve lo pianterò perché vi abiti e non tremi più e i malfattori non lo opprimano come in passato e come dal giorno in cui avevo stabilito dei giudici sul mio popolo Israele. Ti darò riposo da tutti i tuoi nemici. Il Signore ti annuncia che farà a te una casa. Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu dormirai con i tuoi padri, io susciterò un tuo discendente dopo di te, uscito dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno. Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio.
La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a te, il tuo trono sarà reso stabile per sempre”».

Solitamente preferiamo riportare solo alcune frasi di un brano, questa volta vi chiediamo il piccolo sforzo di leggere il brano scelto dalla Liturgia odierna per intero: è la prima lettura della S.Messa feriale, non è già quella della Vigilia del Natale. Lo sforzo della lettura integrale ci è parso opportuno per due motivi: il primo semplicemente perché la Parola di Dio possa trovare un pochetto più di spazio nella nostra quotidianità che si prepara al grande giorno del Natale del Signore, e in secondo luogo affinché possiate trovare i vari riferimenti a cui accenneremo in questo articolo.

Ovviamente il focus del brano per un giorno come la Vigilia del Natale è nella parte finale, nella quale si allude a Gesù, che è quel discendente di Davide il cui trono sarà stabile per sempre e che Dio chiamerà figlio.

Abbiamo già ricordato negli articoli precedenti, come tutta la Liturgia dell’Avvento verta verso l’arrivo del Salvatore, non nasce infatti un bambino come tutti gli altri, ma il Figlio di Dio che si è fatto uomo. La nostra attenzione si è spostata però anche su altri particolari: il rapporto tra il re Davide ed il profeta Natan, il rapporto che ognuno di essi ha con Dio ed il riposo dai nemici.

Siamo consapevoli del fatto che oggi molti lettori si aspettino un articolo a sfondo natalizio, ma pian piano noterete poi come le riflessioni che vi proponiamo vadano comunque in direzione del Natale. Cominciamo quindi con ordine.

Il re Davide non si dà riposo dai nemici da sé, ma glielo concede il Signore; nonostante sia re ed abbia comandato il proprio esercito per difendersi dai nemici, rimanda la propria condizione ad una concessione da parte di Dio. Molti sposi combattono da soli contro i propri nemici, vale a dire contro le proprie fragilità, difetti e peccati, ma lo fanno convinti di essere gli artefici da se stessi del proprio “successo”, e si ritrovano spesso a stringere un pugno di mosche, poiché non solo senza di Lui non possiamo fare niente, ma da soli facciamo anche peggio. Con la nostra volontà e la Sua Grazia si può ribaltare completamente un matrimonio da fallimentare a portatore di vino nuovo migliore del primo vino.

Nonostante il re Davide abbia piena autorità chiede consiglio al profeta Natan. Ma non è solo un’opinione quella richiesta a Natan, al pari di quelle che i vari governanti chiedono alla cerchia ristretta dei propri consiglieri. In questo caso Davide vuole luce sul proprio modo di gestire l’autorità. E’ un gesto che fa capire come Davide sappia benissimo di essere come uno che fa le veci del vero re, il Signore Dio, e che quindi ogni sua decisione debba essere in qualche modo derivata da Colui dal quale dipende ogni paternità/autorità. Gli sposi hanno l’autorità di essere l’uno per l’altra segno efficace e sensibile di Cristo stesso, e questa autorità si estende ai figli o ai sottoposti in genere. Devono quindi continuamente purificare il proprio cuore affinché nel loro operato si rispecchi, anche se imperfettamente e solo in parte, la volontà di Dio.

Natan risponde a Davide che le sue intenzioni erano buone e gli dà il proprio benestare, ma non ha ancora fatto i conti con l’oste. Non sappiamo il perché Natan abbia risposto così al re, sembra una risposta troppo frettolosa, spesso i profeti sentenziano dopo aver pregato o digiunato sulla questione posta loro, questa volta Natan sembra troppo sicuro di sé.. non sappiamo la verità. Possiamo solo dedurre qualcosa dal fatto che Dio abbia ribaltato non solo i piani del re Davide ma anche dello stesso Natan probabilmente perché in buona sostanza Dio fa capire a Natan chi è che comanda, chi è Dio e chi è creatura. Non voi costruite una casa a me, ma … Il Signore ti annuncia che farà a te una casa.

E la casa che Dio farà sarà la casa della Grazia operata dal Salvatore, una casa che sarà stebile per sempre.

Ecco cari sposi, il Salvatore è Colui che ha assunto la nostra natura umana per salvarci e darci riposo dai nemici infernali, è Colui che ci dona l’autorità dei figli di Dio e dei sacramenti viventi l’uno per l’altra, è Colui che non solo ci ha già preparato una casa, ma è già Lui la nostra casa.

Auguri di un Santo Natale.

Giorgio e Valentina

Un amore personalizzato

Dal Sal 24 (25) Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri. Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi, perché sei tu il Dio della mia salvezza. Ricòrdati, Signore, della tua misericordia e del tuo amore, che è da sempre. Ricòrdati di me nella tua misericordia, per la tua bontà, Signore. Buono e retto è il Signore, indica ai peccatori la via giusta; guida i poveri secondo giustizia, insegna ai poveri la sua via. 

Questo è l’estratto del Salmo 24(25) che abbiamo pregato ieri nella S.Messa. La madre Chiesa ci aiuta ad entrare nella novena di Natale ricordandoci che il Bambino che stiamo aspettando altro non è che il Dio della mia salvezza.

Tutte le nostre richieste al Signore, tutto il nostro sforzo del periodo di Avvento deve avere il suo punto focale nel fatto che Colui che aspettiamo è il nostro Salvatore, ma non un salvatore dozzinale, che prende un popolo e ne fa di tutti un fascio unico, ma un Salvatore personale.

Cari sposi, noi abbiamo un Dio che si è interessato talmente a noi che ci ha donato l’uno all’altra affinché il Suo amore e la Sua misericordia non fossero dozzinali, ma personalizzati … un amore su misura per noi.

Nella preghiera del Salmo di cui sopra ci sono diversi verbi, i quali convogliano verso un unico punto; fammi conoscere, insegnami, guidami, istruiscimi… tutte richieste con un minimo denominatore comune: perché sei tu il Dio della mia salvezza.

Se uno ci sentisse pregare, oppure se ci incontrasse per strada, capirebbe il perché delle nostre azioni?

Qualche collega o vicino di casa ci potrebbe chiedere le motivazioni della nostra fede e/o della nostra pratica religiosa, e a quel punto cosa potremmo rispondere? Col Catechismo in mano? Ovviamente no.

Un giorno di questi un collega ha detto di ammirare la tranquillità e la serenità con cui affrontiamo ogni giorno i problemi sul lavoro, ma cos’è che ci fa stare sereni e tranquilli anche di fronte alle problematiche? Il sapere che alle 17 timbriamo l’uscita e chi s’è visto s’è visto? Certo che no.

Il motivo di tutto ciò non si spiega col Catechismo in mano, ma si spiega con le parole di questo Salmo: perché sei tu il Dio della mia salvezza. Eravamo dei perduti a causa del peccato e Lui ci ha tratto in salvo. Siamo stati scelti a causa del nostro curriculum? No. Eletti per Grazia affinché gli intelligentoni del mondo restino confusi.

Cari sposi, tutta la vita matrimoniale, gli sforzi per combattere le nostre povertà, le angustie della vita, i sacrifici per i figli, ecc… sono solo dei doveri richiesti dal nostro stato di vita? Fosse solo così saremmo dei poveretti da compatire. Ogni gesto di amore sponsale porta con sè la potenza della riconoscenza, la forza della riconoscenza e della gratitudine verso un Amore che ci ha preceduti e che ci ha già salvati, perché sei tu il Dio della mia salvezza.

Quando vogliamo sdebitarci di un amore immeritato siamo disposti ad affrontare qualsiasi avversità pur di restituire l’amore ricevuto. Se è così nell’amore umano perché non dovrebbe esserlo verso Dio che ci ha elevati a dignità di sacramento vivente? Coraggio sposi, il Natale del Salvatore si avvicina.

Giorgio e Valentina.

Il Matrimonio Secondo Pinocchio /44 Da Burattini a Figli di Dio

Con questo articolo finisce il nostro itinerario dentro questo racconto, e l’ultimo capitolo contiene pagine molto emozionanti, in particolar modo la descrizione di Pinocchio che si sveglia non più burattino di legno ma bambino vero. Le parole che usa il Collodi hanno un che di magico poiché descrivono con la sua arte, forse inconsapevolmente, il cambiamento che avviene quando muore il nostro uomo vecchio e cominciamo a vivere da veri figli di Dio: l’uomo nuovo descritto da San Paolo nella lettera agli Efesini.

Vogliamo quindi porre un ultimo sguardo a questo racconto con gli occhi della fede, e lo facciamo mettendo in evidenza qualche frase.

Dopo andò a guardarsi allo specchio, e gli parve d’essere un altro.

Accade proprio così perché la conversione del cuore investe il corpo, il quale emana una luce diversa, una pace prima sempre sospirata e mai ottenuta, una serenità costante che prima era solo illusoria di pochi istanti, lo sguardo cambia perché ci sono occhi nuovi.

Pinocchio vede cambiato non solo se stesso, ma tutto attorno a sé: la casa non è più una capanna, il vestiario è nuovo con berretto e gli stivali di pelle, in tasca si trova un portamonete d’avorio con 40 zecchini d’oro al posto dei 40 soldi di rame che lui stesso s’era guadagnato col lavoro, ritrova il babbo sano ed arzillo e di buon’umore. Insomma, tutto è nuovo e più bello e più dignitoso.

Anche per gli sposi che ritrovano il sacramento perduto può avvenire tutto ciò, con la differenza che nel racconto di Pinocchio le cose cambiano davvero, mentre invece per noi sposi sovente la vita e le cose attorno a noi restano uguali a prima, o meglio, restano uguali e sono diverse nello stesso tempo.

Uguali perché magari il lavoro, la casa, il traffico, il coniuge, i figli, l’automobile, i suoceri, il capoufficio, i colleghi, il mutuo, il parroco, il vicino di casa… (e chi più ne ha più ne metta) restano quelli di prima con le loro luci e le loro ombre, ma diversi perché è cambiato il nostro sguardo, li vediamo con occhi nuovi, siamo noi ad essere cambiati.

E il vecchio Pinocchio di legno dove si sarà nascosto?

Eccolo là – rispose Geppetto: e gli accennò un grosso burattino appoggiato ad una seggiola, col capo girato sur una parte, con le braccia ciondoloni e con le gambe incrocicchiate e ripiegate a mezzo, da parere un miracolo se stava ritto.

Pinocchio si voltò a guardarlo; e dopo che l’ebbe guardato un poco, disse dentro di sé con grandissima compiacenza: – Com’ero buffo, quand’ero un burattino! e come ora son contento di essere diventato un ragazzino perbene!… –

Con queste poche righe si conclude la storia del burattino che tanto ci somiglia perché ancora stiamo come in esilio su questa terra, e quindi ci rispecchiamo nelle sue fragilità e nelle sue debolezze, ma anche nella sua capacità di rendersi conto di aver sbagliato e di pentirsene.

Ci ritroviamo nel suo desiderio di ritornare alla casa del babbo (il Padre) ed anche nei suoi ostinati tentativi di seguire le indicazioni della coscienza, quel suo e nostro continuo cadere e rialzarsi, quel suo e nostro anelito ad una vita più piena di significati.

Cari sposi, vi invitiamo a leggere queste ultime righe che abbiamo riportato non solo come l’uomo nuovo che guarda il vecchio se stesso ma anche e soprattutto come la visione che l’uomo ha di se stesso quando sarà nell’aldilà.

Dal Purgatorio o dal Paradiso guarderemo noi stessi e la nostra coppia nel tempo esclamando come Pinocchio: “Com’ero buffo… [Com’eravamo buffi] ” …quando litigavamo per ogni cosa, quando facevamo i superbi o gli altezzosi, quando facevamo i permalosi, quando non ci guardavamo l’un l’altra con gli occhi di Cristo.

Cari sposi, il Paradiso ed il tempo presente sono misteriosamente legati, anche se per ora il Paradiso ci appare futuro, ma quando saremo fuori dal rigido schema del tempo, ci sarà un eterno presente che ci svelerà ogni cosa.

Possiamo vivere il nostro Matrimonio come dei burattini di legno oppure aspirare a diventare dei ragazzini veri, dei veri figli del Padre; se cominciamo a vivere la condizione di figli, il Paradiso si farà già misteriosamente presente, come una sorta di assaggio, una pregustazione, quasi fosse un’antipasto.

Coraggio sposi, ora tocca a noi scrivere un racconto come fece il Collodi, ma la nostra storia non deve restare stampata su carta, noi possiamo scriverla con la nostra vita sponsale quotidiana, resterà stampata nei cuori e nelle vite di chi abbiamo amato.

Giorgio e Valentina.

La nostra parte

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 5,17-26) Un giorno Gesù stava insegnando. […] Ed ecco, alcuni uomini, portando su un letto un uomo che era paralizzato, cercavano di farlo entrare e di metterlo davanti a lui. Non trovando da quale parte farlo entrare a causa della folla, salirono sul tetto e, attraverso le tegole, lo calarono con il lettuccio davanti a Gesù nel mezzo della stanza. Vedendo la loro fede, disse: «Uomo, ti sono perdonati i tuoi peccati». […] Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati, dico a te – disse al paralitico -: àlzati, prendi il tuo lettuccio e torna a casa tua». Subito egli si alzò davanti a loro, prese il lettuccio su cui era disteso e andò a casa sua, glorificando Dio.

Questa volta prendiamo spunto dal Vangelo di ieri che abbiamo riportato non nella sua interezza ma soltanto per le poche frasi che aiutano la nostra riflessione.

Innanzitutto dobbiamo precisare che questo è un episodio raccontato nei tre Vangeli sinottici. Ogni evangelista mette in luce un particolare piuttosto che un altro. Proprio come accade quando sentiamo da più persone raccontarci un’esperienza che li accomuna, ogni racconto non sarà esattamente uguale all’altro. Ogni persona lo racconterà filtrato dai propri occhi e dalla propria personalità. Tuttavia, l’esperienza è la stessa e l’evento accaduto è il medesimo. Con queste semplici premesse affrontiamo il brano della guarigione del paralitico.

Non trovate strano che questi uomini abbiano tutta questa fretta, quasi importuni, ossessionati dal presentare a Gesù l’amico paralitico? Non potevano aspettare che finisse di predicare? Non bastava mettersi in fila come tutti gli altri? E dov’erano i bodyguard di Gesù, non si sono accorti che questi stavano saltando la fila?

Non cercheremo tanto di dare risposta a queste legittime domande. Cercheremo di scoprire l’insegnamento che si cela dietro a questo evento realmente accaduto.

È curioso notare come Gesù operi il miracolo a beneficio del paralitico per la fede dei suoi amici. Non avviene a causa di una richiesta del paralitico stesso. Il malato non apre bocca fino alla guarigione e solo per glorificare Dio. Il primo miracolo che opera Gesù non è nel corpo. Non è quello eclatante ed evidente. È quello che avviene nell’anima.

L’anima ha la priorità perché immortale. Il nostro corpo è certamente imprescindibile poiché ci salviamo con e attraverso di esso. Tuttavia, è un corpo corruttibile, un corpo che consegniamo alla terra … in attesa della risurrezione finale con il nostro corpo purificato, glorioso ed immarcescibile. Non dobbiamo quindi né disprezzarlo né idolatrarlo, ma trattarlo come tempio dello Spirito Santo, secondo l’insegnamento di San Paolo.

Come trattiamo il corpo nostro e quello del nostro coniuge? Come tempio dello Spirito Santo o no?

Spesso si legge questo episodio con gli occhi del paralitico. Immedesimandosi in lui, siamo portati a riflettere e fare l’esame di coscienza. Anche noi abbiamo dentro una malattia che ci paralizza nel cammino di santità. Forse non sarà una malattia del corpo. Tuttavia, certamente qualche malanno nell’anima lo troviamo tutti. E la paralisi maggiore in questo percorso è il peccato per antonomasia, ossia il cosiddetto peccato mortale. E quest’analisi è senz’altro giusta e indefettibile.

Pochi però provano a leggere l’accaduto ponendosi nei panni degli amici che portano il lettuccio del paralitico. L’avranno portato da Gesù contro la sua volontà? Oppure sarà stato lui a chiedere loro un favore? Non si sa. Possiamo fare solo ipotesi. Quel che è certo è che da solo non ce l’avrebbe fatta. Non avrebbe quindi ottenuto il perdono dei peccati (prima) e la guarigione miracolosa del corpo (dopo).

Quanti sposi si pongono come quegli amici testardi e portano da Gesù qualche altra coppia? A volte basta accompagnare uno dei due sposi. Da solo, non riuscirebbe a piazzarsi davanti a Gesù. Chi di noi lo fa? Chi di noi mette in questo gesto tutta la fede testarda e quasi ossessionata degli amici del paralitico?

Coraggio sposi, non temiamo di calare dal tetto qualche persona amica e piazzarla davanti a Gesù… quando è lì, poi ci pensa Gesù, noi abbiamo finito la nostra parte.

Giorgio e Valentina.

Fame d’amore

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 15,29-37) […] Allora Gesù chiamò a sé i suoi discepoli e disse: «Sento compassione per la folla. Ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. Non voglio rimandarli digiuni, perché non vengano meno lungo il cammino». […] Portarono via i pezzi avanzati: sette sporte piene.

Questo Vangelo sarà letto nella Santa Messa di domani, ormai il quarto giorno di questo Avvento, e, probabilmente, la Chiesa ci propone questo brano della moltiplicazione dei pani e dei pesci per farci comprendere che quel bambino che stiamo aspettando è veramente Dio fatto uomo. Altrimenti quale uomo potrebbe compiere miracoli così eclatanti se non fosse Dio?

Ma al di là della famosa scena miracolosa vogliamo proporvi la riflessione sulla frase di Gesù, infatti non abbiamo riportato il brano nella sua interezza, ma ci siamo limitati a ciò che serviva per la meditazione.

Sicuramente i protagonisti di quella vicenda avranno vissuto l’evento per la cruda realtà che a loro si mostrava, però non v’è dubbio che l’evangelista Matteo abbia riflettuto bene su cosa scrivere nel suo “reportage” e di come descrivere i fatti. Tutti i Padri della Chiesa concordano nel vedere la moltiplicazione dei pani e dei pesci come una prefigura dell’Eucarestia, ed è proprio in questo ambito che si muove la nostra riflessione.

Ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. Noi vediamo in questi tre giorni la simbologia dei tre giorni di Cristo nel sepolcro. Ed infatti non c’è da mangiare. Quando si sta in una condizione mortifera non solo non si mangia, ma niente sfama. Ossia quando si vive una condizione in cui sembra morta la relazione col proprio coniuge, sembrano morte anche le altre relazioni, morte degli affetti, morte dell’entusiasmo di vivere, si vive insomma come una morte nel cuore, la quale morte invade tutti gli ambiti della nostra quotidianità.

Non voglio rimandarli digiuni, perché non vengano meno lungo il cammino. Gesù mostra anche una tenerezza e una concretezza umane che zittiscono i fautori del Gesù simbolico e non storico. Gesù sa che quando abbiamo la morte nel cuore nulla sfama, perché la fame del cuore è la fame di amore. Ed il Suo desiderio è quello di non lasciarci a bocca asciutta, altrimenti veniamo meno lungo il cammino della vita, ovvero ci scoraggeremmo se non avessimo il nutrimento d’amore necessario.

Questa attenzione alla vera fame del cuore è stata raccolta dalla sposa di Cristo, la Chiesa, la quale ha fatto in modo di non lasciarci mai senza quel pane di Amore che nutre il cuore, l’Eucarestia.

Cari sposi, se non vogliamo scoraggiarci lungo il cammino della vita matrimoniale, è necessario che diamo da mangiare al nostro cuore l’unico vero cibo che non perisce e che è farmaco di immortalità: l’Eucarestia, maestra di una vita spesa per amore. Se vogliamo imparare ad amarci sempre di più e sempre meglio bisogna che cominciamo in questo Avvento a considerare l’opportunità di aggiungere qualche Santa Messa infrasettimanale completata dalla santa comunione.

E’ lo stesso Gesù che mostra di preoccuparsi della nostra fame d’amore.

Portarono via i pezzi avanzati: sette sporte piene. Coraggio sposi, perché l’Eucarestia non toglie niente, ma dona tutto ed in abbondanza, addirittura ne avanza perché è talmente grande che ci supera ed arriva anche a chi ci incontra. Quando il cuore vive questa esperienza non è un cuore gonfio, ma un cuore traboccante di Amore, ce n’è di più di quel che serve.

Buon cammino di Avvento.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /43 La conversione non è per gli altri ma è per me stesso.

Rieccoci ancora all’ultimo capitolo di questo racconto straordinario che il Collodi confezionò un po’ per gioco e un po’ per lavoro. Abbiamo visto la volta scorsa come il Gatto e la Volpe impersonifichino coloro che muoiono impenitenti, ma poi Pinocchio fa un altro incontro.

Ritrova il suo vecchio compagno di merende Lucignolo, ma non c’è il tempo per i convenevoli poiché gli muore tra le braccia praticamente. E muore da asino. Una fine non molto dissimile dagli impenitenti, qui v’è l’insegnamento che chi sceglie liberamente di diventare asino e vivere così, muore da asino. Questa volta però le lacrime rigano il volto del burattino poiché un pezzo di vita importante era stato condiviso con Lucignolo, ma poi Pinocchio non si era rassegnato all’imbestiamento. Lacrime di tristezza per la fine del suo amico, ma forse lacrime che gli ricordano che se non avesse corrisposto alla voce della coscienza avrebbe avuto la stessa infausta fine.

E poi ritorna ancora la Fata sotto diverse sembianze, non si mostra a lui com’è veramente, quasi a sottolinearne l’umiltà. Si mostra a lui nel suo vero aspetto solo in sogno. La Fata non si stanca di provarci e riprovarci con Pinocchio, lo mette alla prova per saggiare le sue vere intenzioni, il suo amore. E’ solo quando lui dimostra di amare con i fatti che lei lo trasforma in bambino vero.

Ed è proprio quello che fa la Chiesa con noi sposi: non ci dà, per così dire, la pappa pronta. Ci mostra la via da seguire, ci dona le regole dell’autentico amore sponsale ma aspetta pazientemente che siamo noi a decidere di volerle seguire per il nostro bene. Facciamo un esempio terra terra così non diamo adito a malintesi.

Tutti conosciamo quei cartelli posti all’interno delle toilette comuni: “Per il rispetto di tutti si prega di tenere pulito“. Ecco, la frase più giusta per un autentico cambiamento sarebbe questa: “Per il rispetto della tua dignità di persona umana si prega di tenere pulito“.

La prima frase chiede un cambiamento per un bene comune, la seconda, invece, va alla radice del cambiamento. La prima frase parla di un gesto nobile ma potrebbe essere sterile, ovvero non necessita del cambiamento del cuore perché si potrebbe tenere pulito il locale ma con lamentele oppure con disprezzo, mentre la seconda richiede un combiamento del cuore. Cioè la conversione non è per gli altri ma è per me stesso.

La Chiesa ci dona delle regole di vita non per non far star male gli altri, il che sarebbe già nobile e bello, ma per santificare noi stessi.

Visto così il matrimonio assume tutta un’altra connotazione. Mi santifico cambiando il mio cuore per elevarlo alla sua alta dignità di figlio di Dio e facendolo amo meglio e di più mio marito o mia moglie.

Coraggio sposi, prendiamo esempio da Pinocchio.

Giorgio e Valentina.

Di chi siamo?

Sal 23 (24) Del Signore è la terra e quanto contiene: il mondo, con i suoi abitanti. È lui che l’ha fondato sui mari e sui fiumi l’ha stabilito. Chi potrà salire il monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non si rivolge agli idoli. Egli otterrà benedizione dal Signore, giustizia da Dio sua salvezza. Ecco la generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe.

Questo Salmo è stato proclamato nella Santa Messa di ieri, anche se non scelto appositamente ma ben si addice alla santa di cui si faceva memoria nella Liturgia: Santa Caterina d’Alessandria. Ella incarnò perfettamente la frase del Salmo “ Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non si rivolge agli idoli.“, poiché a soli 18 anni convertì numerose persone della corte del re Massimino e morì vergine e martire per essersi rifiutata di sacrificare agli idoli.

Già ci basterebbe per oggi meditare sulla vita di questa santa, testimone della fede, per fare un serio esame di coscienza su come noi genitori prepariamo ed educhiamo i nostri figli alla vita di fede. Noi genitori moderni che, spesso, ci facciamo remore a dire qualche no ai nostri figli perché sennò, poverini, potrebbero rimanere esclusi dai loro compagni di classe, rischiando di venire additati perché cristiani e, quindi, ci pieghiamo alla dittatura del pensiero unico e predominante, ovvero all’anticristianesimo.

Ma la Cresima non serve più a niente?

Non vogliamo polemizzare ma solo stimolare la riflessione, l’analisi e la conversione semmai. Ma da dove nasce la forza della testimonianza (Dal lat. cristiano martyrium, dal gr. martýrion ‘testimonianza’ •secc. XI-XII.) di cui S.Caterina ne è un limpido esempio?

Sgorga naturalmente dalla fede, la quale a sua volta ha alcuni punti fermi, alcuni fondamenti, uno dei quali è la prima frase del Salmo sopracitato: “Del Signore è la terra e quanto contiene: il mondo, con i suoi abitanti.

Cari sposi, se sostiamo un attimo a meditare questa frase d’esordio del Salmo 23, scopriamo che anche il nostro matrimonio è del Signore, ovvero il Sacramento vivente che noi siamo appartiene al Signore, noi siamo suoi, non ci possediamo l’un l’altra per noi stessi, ma apparteniamo l’uno all’altra nel Signore.

Riscoprire ogni giorno che il nostro matrimonio non è una nostra creatura, ma è del Signore, aiuta a dare la forza del martirio, poiché ogni gesto diventa martirio, ossia testimonianza di un Amore che ci sorpassa e che ci precede.

Noi coniugi sacramento vivente, siamo come l’avanguardia della Chiesa, siamo come il reparto avanzato, dal nostro sacro connubio e dall’educazione della prole derivano i nuovi santi, i nuovi martiri della fede, i nuovi santi sacerdoti e le nuove sante monache.

Cari sposi, abbiamo un ministero: Dio ci ha affidato il nostro coniuge per renderlo santo ed insieme ci ha costituito Chiesa domestica perché la nostra casa sia la fucina dei nuovi santi.

Coraggio sposi, abiamo una missione molto più importante di 007.

Giorgio e Valentina.

Di che parliamo noi sposi?

Sal 14 (15) Colui che cammina senza colpa, pratica la giustizia e dice la verità che ha nel cuore, non sparge calunnie con la sua lingua. Non fa danno al suo prossimo e non lancia insulti al suo vicino. Ai suoi occhi è spregevole il malvagio, ma onora chi teme il Signore. Non presta il suo denaro a usura e non accetta doni contro l’innocente. Colui che agisce in questo modo resterà saldo per sempre.

Questo è il Salmo proposto nella S.Messa odierna, come potete notare è piuttosto corto ma denso e racchiude in poche frasi tutta una vita di santità. Noi limiteremo la nostra riflessione ad una sola espressione: “dice la verità che ha nel cuore“. Essa non può essere estrapolata dal suo contesto, e quindi la evidenziamo ma tenendola sempre collegata alle altre espressioni, così come succede nella vita dei santi.

I santi sono coloro che hanno vissuto le virtù in modo eroico. Ogni santo è un’eccellenza in una virtù o in un aspetto particolare di essa. Tuttavia, anche le altre virtù sono state vissute e praticate nella sua vita santa. Per esempio non esiste un santo vergine che sia stato avaro, oppure un santo campione dell’umiltà che sia stato iracondo. Quindi anche noi prenderemo in esame solo un’espressione ma dobbiamo considerarla come un tassello di un puzzle.

Il nostro carissimo padre Bardelli ci ripeteva spesso il famoso proverbio: “la lingua batte dove il dente duole“. Stava parlando a dei giovani in cammino verso la scoperta dell’autentica verità sulla propria sessualità maschile o femminile, e ci mostrò la verità di questo proverbio facendoci notare come spesso la pornografia (con i suoi derivati come l’impudicizia) era entrata a pieno titolo non solo nella testa, ma anche nel costume e nei discorsi, come ad esempio nei modi di parlare, le allusioni nascoste dietro l’ironia, le risatine impure, le barzellette e così via.

Così c’insegnò a vivere la castità anche della lingua. Bastava misurare quanto quella impurità fosse presente nel proprio parlare. In questo modo, si poteva capire a che punto si stesse del cammino personale verso la virtù della castità.

Ecco quindi che l’espressione del Salmo che abbiamo preso in esame trova il suo giusto collocamento dentro la nostra vita di sposi.

Cari sposi, ognuno faccia verità su se stesso/a per poter cominciare quel bellissimo cammino di liberazione dalla schiavitù dell’impurità. E questo cammino renderà ancora più bello, vero e profondo il nostro rapporto sponsale. Esso arricchirà anche l’atto coniugale che è il gesto più intimo degli sposi. È quell’unione dei corpi che il Creatore ha pensato per noi.

Coraggio sposi, le nostre parole siano traboccanti dell’amore di Cristo che alberga nel nostro cuore così come ci insegna Gesù nel vangelo di Luca: “La bocca dell’uomo infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda» (Lc 6,45).

Dipende da noi cosa vogliamo far sovrabbondare nel cuore. Buon cammino di purificazione.

Giorgio e Valentina.