Davanti al bivio abbiamo incontrato Retrouvaille

Quel momento in cui ci troviamo di fronte al bivio. C’è ancora speranza per il nostro matrimonio? O non ne vale più la pena?

Tanti di noi hanno vissuto momenti difficili della vita matrimoniale. Sono momenti bui in cui le ferite sembrano così grandi da minare le basi del rapporto di coppia. Questi momenti oscurano la speranza di un futuro e lasciano posto a delusione e scoraggiamento.

Quando ci sposiamo e ci giuriamo amore e fedeltà, ci vediamo come dei supereroi pronti ad affrontare insieme la vita e le sue tempeste, certi di essere così forti da riuscire a non lasciarcene travolgere: “Noi siamo una coppia perfetta!” ci diciamo…”Quello che succede agli altri a noi non potrà succedere perché siamo forti e uniti!” ci ripetiamo…

Ma poi arriva la Vita: con le sue inquietudini, con i suoi fallimenti, con le sue fragilità, con i suoi tormenti. Noi, marito e moglie, così fiduciosamente ciechi, così certi della stabilità della nostra unione. Siamo profondamente impreparati e ci facciamo travolgere interamente. Come singoli e come coppia, crolliamo come un castello di sabbia all’arrivo di un’onda alta.

Entriamo così nella spirale della crisi: non capiamo bene come e quando sia cominciata. Non comprendiamo come abbia preso il sopravvento su di noi. Non sappiamo come abbiamo fatto a perdere il controllo del timone della nostra nave matrimoniale.

Fatto sta che ci troviamo senza una rotta, in mezzo ad una tempesta di emozioni negative, brancolando nel buio della sfiducia e del “ma come abbiamo fatto ad arrivare a questo punto?!” e “perché a me? perché a noi?!

Ed ecco qui il bivio: io sposa, io sposo, posso ricominciare da capo, da sola/o?

Posso essere una di quelle persone che, dopo un matrimonio finito, sembrano rinate? Ritrovano la libertà come se non l’avessero mai avuta. Viaggiano senza i figli. Si sentono emancipati perché vivono e fanno tutto da soli.

Posso, io coniuge, ritrovare la serenità e la felicità nell’essere di nuovo single? Anzi chissà forse starei anche meglio. Sarebbe tutto un ricominciare, uno scoprire. Sarebbe un costruire nuovi equilibri, punendo il mio coniuge e allontanandomi da lui/lei.

Ma poi ci sono le altre voci interiori, l’altra strada del bivio: e il mio sogno della famiglia per sempre? E la serenità dei miei figli che vorrebbero coricarsi tutte le sere sapendo che papà e mamma sono insieme. E il mio desiderio di condividere il cammino della vita con il mio coniuge? Posso ancora fidarmi di lui/lei ed essere felice? E se non ci provo di nuovo magari me ne pentirò?!

È a questo punto della nostra vita matrimoniale, di fronte a questo bivio di sofferenza e interrogativi che abbiamo incontrato Retrouvaille. Era una timida luce fioca nel buio pesto della crisi e dello scoraggiamento. Tutti intorno a noi ci proponevano soluzioni o fughe, o strade da percorrere che però non vedevamo nostre e non ci davano speranza.

Abbiamo partecipato al weekend senza grandi aspettative. Piano piano in noi qualcosa si è sciolto. L’olio della speranza ha mitigato le nostre ferite. Ancora oggi, con impegno e volontà, siamo qui. Cerchiamo di integrare queste ferite nella nostra storia personale e in quella matrimoniale. Siamo certi che non siamo mai al riparo dalle tempeste. Possiamo affrontarle con la consapevolezza di essere sempre in cammino per crescere come singoli e come sposi. Il matrimonio è un percorso continuo in cui non si è mai arrivati. Ci permette di sperimentare, pur nelle fatiche umane, la grazia ricevuta il giorno in cui abbiamo celebrato il Sacramento che ci ha fatti una cosa sola!

Veronica & Vito (Retrouvaille Italia)

Secondi matrimoni e rischio di divorzio: realtà e motivazioni

Negli ultimi anni c’è stato un incremento di seconde nozze. Può succedere d’incontrare persone risposate che manifestino di essere contente della loro nuova situazione. “Finalmente ho trovato un uomo/una donna che mi capisce veramente, con cui vado d’accordo e che mi fa stare bene”.

Ovviamente sto parlando di nozze civili. Per un cristiano cattolico, il Sacramento, se è valido, dura tutta la vita. Questo vale anche con separazione o divorzio. Pertanto, non è possibile risposarsi, tranne, eventualmente, dopo la morte del coniuge.

È logico pensare che, quando una persona decida di risposarsi, sia più matura, anche solo per l’età più grande e che faccia tesoro dell’esperienza accumulata nel tempo. Mi aspetterei quindi che le seconde nozze portino a una stabilità e siano un successo per la coppia.

Invece i dati statistici dicono il contrario: I secondi matrimoni sono più esposti al rischio di divorzio. Mediamente durano meno del primo matrimonio.

Lasciando stare tutto l’aspetto di fede di cui parlo continuamente e che determina le mie scelte, questa cosa mi ha incuriosito. Quindi sono andato a informarmi sulle motivazioni che portano a questo risultato. Ho anche parlato con esperti del settore.

Premetto che molti matrimoni falliscono per comportamenti sbagliati. Ferite provenienti dalla famiglia di origine, egoismo e narcisismo sono frequentemente le cause. Ci sono altre problematiche spesso poco note addirittura al diretto interessato. C’è il forte rischio di commettere sempre gli stessi errori (corsi e ricorsi storici). Non solo, anche nella scelta delle persone, tendiamo a orientarci in un certo modo, secondo i soliti parametri.

Per questo, prima di impegnarsi in un secondo matrimonio, sarebbe indispensabile farsi seguire da uno psicologo/consulente familiare e da un assistente spirituale che facciano riflettere e pongano delle domande a cui nemmeno si era pensato o che si stanno volutamente evitando.

Aggiungo che, a volte, c’è troppa fretta. Si è sulla scia, magari, di un nuovo innamoramento. Il famoso “perdere la testa” spesso è cominciato quando ancora il primo matrimonio non era finito. Oppure è stato addirittura la causa del fallimento.

Bisognerebbe, dopo un divorzio, stare fermi a riflettere per diversi mesi (o qualche anno) su quello che è andato male. Bisognerebbe riflettere sulle responsabilità e sui concorsi di colpa. Inoltre, si dovrebbe risolvere il fardello che uno si porta dietro.

A volte mi viene da sorridere. Ad esempio, tu, donna, come puoi pensare che quell’uomo che è arrivato a tradire la moglie e a far soffrire i figli, non possa in futuro tradire anche te? Con te ha un legame decisamente inferiore. È assurdo. Eppure tutti credono di essere così speciali da non poter diventare a loro volta vittime. Si arrabbiano se succede.

Quando ci si risposa si hanno delle aspettative elevate sulle relazioni e sulla famiglia. Queste aspettative possono venire frantumate alle prime difficoltà o evento imprevisto. In questo caso, la situazione viene amplificata quando sono presenti figli provenienti dalle precedenti relazioni.

Io vedo quanto sia già difficile la gestione delle figlie in seguito alla separazione. Hanno sempre la valigia pronta. Faccio il tassista per andare a prenderle ogni volta e poi per portarle ai vari impegni che hanno. Per fortuna abito in un paese vicino a dove abitano con la mamma, solo quindici chilometri. In un fine settimana posso arrivare a compiere questo tragitto molte volte.

Quasi tutte le coppie al secondo matrimonio hanno già dei figli. Ciò vuol dire che, insieme alle farfalle sullo stomaco, ci sono gli aspetti pratici legati alla gestione di ben due famiglie. Ammetto che in una situazione del genere avrei molte difficoltà. Non avrei il minimo tempo da dedicare ad altre cose o a me stesso. Questo significa anche relazionarsi non più solo con il tuo ex, ma anche con l’ex della tua compagna (o compagno).

Conosco diverse coppie risposate. Non sono rare frasi del tipo: “Il tuo ex dovrebbe dare più soldi, per tuo figlio”. Oppure “La tua ex non porta mai tua figlia a danza e così ci devi pensare tu”. Oppure “Anche quest’anno dovremo portare i tuoi figli in vacanza con noi, perché la tua ex non vuole tenerli in quel periodo”.

Un altro aspetto da tenere in considerazione è quello economico. I soldi sono uno dei motivi principali di litigio. La coppia, in seguito a una situazione finanziaria più complessa, non è detto che abbia gli stessi obbiettivi su come ripartire il bilancio familiare. Non è detto che abbia gli stessi obbiettivi su come spenderli. Ci sono delle spese fisse da sostenere, quelle stabilite dopo il divorzio. Cioè il mantenimento dei figli, oltre a tutte le loro spese extra (mediche, scolastiche e sportive).

Infine, chi ha già fatto un divorzio, sa a cosa va incontro. Non fa più paura come la prima volta. Se un patrigno o una matrigna non ha mai legato con i suoi figliastri, si sentirà meno in colpa nel dover dividere una famiglia allargata che non ha mai sentito come sua. Certamente ci sono anche coppie in cui tutte queste difficoltà non impediscono di restare insieme per tanto tempo. Tuttavia, si trovano comunque a gestire una situazione decisamente complessa. Insomma, io penso che sia preferibile cercare di risolvere i problemi all’interno della propria famiglia. Questo è vero anche da un punto di vista umano/civile. È meglio farlo senza andare a crearsene di nuovi tramite nuove relazioni e famiglie allargate che poi danneggiano anche i figli.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Perché io non sia come una vagabonda

Proseguiamo con la lettura del Cantico dei Cantici. Clicca qui per le puntate precedenti.

L’amata

Dimmi, o amore dell’anima mia,

dove vai a pascolare le greggi,

dove le fai riposare al meriggio,

perché io non sia come una vagabonda

che insegue i greggi dei tuoi compagni.

Dimmi, o amore dell’anima mia. Amore erotico, ma non solo. Qualcosa di molto più profondo. Un amore che nasce nella profondità della persona e che si manifesta attraverso il corpo. Il desiderio del corpo diviene modalità di esprimere l’amore più profondo. Quanto spesso questa armonia dell’amore viene disattesa. Quante volte il corpo viene usato per cercare piacere e per soddisfare pulsioni che nulla hanno a che fare con l’amore autentico descritto nel Cantico.

Quanta povertà. Quanta mancanza di consapevolezza. Quanta incapacità di comprendere il senso e il valore del corpo e di quello che si può esprimere attraverso il corpo.

Dove vai a pascolare le greggi, dove le fai riposare al meriggio, perché io non sia come una vagabonda che insegue i greggi dei tuoi compagni. Lui non è presente nel momento in cui lei pone questa domanda. Infatti alla domanda non risponderà l’amato, ma il coro. Lei è sola. Sta vivendo un dramma d’amore. Sa che non è perfetta. L’abbiamo visto nei versetti precedenti. Sa che ha commesso errori.

Sa anche che l’amato è l’unico che lei desidera. Sente dentro di sé la certezza che lui è l’uomo della sua vita. Solo lui. Nessun altro. Dimmi dove sei. Dove pascolano le tue greggi, affinché io non debba trovare un altro uomo. Se cercassi l’amore in altri uomini, non lo troverei mai. Sarei come una vagabonda alla continua ricerca di qualcosa che posso trovare solo in te. La mia anima anela solo a te.

Naturalmente qui c’è forte il richiamo simbolico a Dio per gli ebrei e a Gesù per noi. Solo Gesù può riempire quel vuoto d’amore a cui anela la nostra anima. C’è però, forte, anche una dinamica dell’innamoramento e dell’amore. Quando ci si innamora, questa forza misteriosa ti rapisce il cuore. Nient’altro ti può distogliere. Niente può essere altrettanto avvincente. Tutto il nostro pensiero e il nostro interesse è verso quella persona che ci ha conquistato. Per noi cristiani c’è qualcosa in più.

Soltanto con Luisa ho avvertito forte dentro di me la consapevolezza che quella donna era giusta per me. Lo sentivo. Se ho iniziato un cambiamento radicale nella mia vita è perché ho avvertito nel cuore che attraverso di lei avrei dato compimento alla mia vita e avrei incontrato Cristo. Per questo sono stato tenace. Non ho mollato.

Non è stato un fidanzamento facile. Ora, dopo diversi anni di matrimonio, ne ho la certezza. Se avessi lasciato perdere con Luisa, avrei perso il dono più grande che Dio aveva pensato per me.

Antonio e Luisa

Maria e Giuseppe vergini e sposi. Perché?

Oggi affronto un tema di grande importanza. Spesso viene trascurato e può facilmente essere soggetto a fraintendimenti. Sto parlando della verginità di Maria e di Giuseppe. È importante sottolineare che entrambi erano vergini e non hanno mai avuto alcun tipo di rapporto sessuale tra di loro.

Questo è un fatto indiscutibile secondo la nostra fede cattolica, come anche dice Papa Giovanni Paolo II nella Redemptoris Custos: “Gli evangelisti, pur affermando chiaramente che Gesù è stato concepito per opera dello Spirito Santo e che in quel matrimonio è stata conservata la verginità (cfr. Mt 1,18-24; Lc 1,26-34), chiamano Giuseppe sposo di Maria e Maria sposa di Giuseppe (cfr. Mt 1,16.18-20.24; Lc 1,27; 2,5)” (n. 7).

D’altro canto, la Santa Famiglia rappresenta un esempio e una guida per tutte le famiglie cristiane. Papa Francesco ha detto: “Quella di Nazaret è la famiglia-modello. In essa tutte le famiglie del mondo possono trovare il loro sicuro punto di riferimento e una sicura ispirazione” (Angelus, 27 dicembre 2020). Pertanto, è necessario chiedersi cosa possiamo trarre da questa premessa così significativa.

Questo può portare certi cristiani, che hanno già una concezione spiritualista della fede e magari hanno qualche problema ad accettare il proprio corpo, a confermare la propria convinzione che un matrimonio bianco sia più santo e virtuoso. Ma è davvero così? È lecito considerare il matrimonio senza consumazione sessuale tra Maria e Giuseppe come un ideale da perseguire? Potrebbe essere vero che l’introduzione della sfera sessuale in una relazione possa abbassarne il valore e renderla meno santa?

È interessante notare come alcune persone credano in queste teorie. Poi si trovano a fare i conti con disastri matrimoniali. Questo lascia spazio a riflessioni profonde sul nostro modo di concepire il rapporto di coppia e sulla sacralità dell’intimità fisica.

Aggiungiamo a quanto scritto fino ad ora un altro tassello molto significativo. Questo tassello è la teologia del corpo di San Giovanni Paolo II. Il Papa santo, con la sua straordinaria eloquenza, ha spiegato la sessualità in modo magistrale. Ha detto che il rapporto sessuale tra i due sposi ha una valenza incredibile. Questa valenza supera la semplice dimensione terrena e si apre al trascendente di Dio. È importante comprendere questo. Il significato più profondo del corpo e della sessualità consiste nel vivere la nostra sponsalità con Cristo.

In altre parole, quando ci uniamo in un intimo incontro, ci doniamo completamente l’uno all’altra. Non solo in anima ma anche nel corpo. Facciamo una straordinaria esperienza di Dio e del suo amore. Da quando ho scelto di sposare Luisa, abbiamo sposato anche Cristo, camminando insieme sulla via della spiritualità e dell’amore. Nel momento dell’intimità, ci uniamo come sposi. Ci avviciniamo sempre di più a Cristo. Avvertiamo la sua presenza con noi.

Perché Maria e Giuseppe non hanno avuto bisogno di fare l’amore? Questa domanda solleva un interessante spiegazione che possiamo desumere dalle catechesi di Giovanni Paolo II. Maria, in realtà, viveva già un’unione profonda e totale con Cristo. La Chiesa, infatti, non solo la considera madre di Gesù, ma anche Sposa di Dio. Questo concetto introduce un’idea intrigante. Per Maria, la possibilità di vivere un’intimità fisica con suo marito come mezzo per unirsi ancora di più a Cristo sarebbe stato per lei un passo indietro. Perché lei è già oltre.

Al contrario, il papa polacco sostiene che Maria abbia guidato Giuseppe verso il mistero verginale dell’unione con Dio. Questa è stata un’esperienza straordinaria. Ha portato entrambi in avanti nel loro cammino spirituale. Riflettendo su quanto discusso, emergono alcune conclusioni che possiamo trarre da questa prospettiva affascinante e unica.

Maria e Giuseppe sono esempi straordinari nel dono. La loro dedizione e amore reciproco sono un faro luminoso per tutte le coppie. Non si limitano semplicemente a mostrare un esempio di come vivere insieme. Incarnano anche l’essenza delle diverse vocazioni. Sia quella del celibato che quella del matrimonio. La loro unione è una sinfonia di amore e fede, che offre una testimonianza di speranza e di forza. Maria e Giuseppe ci insegnano che la vera grandezza sta nel dono di sé senza riserve, che supera ogni ostacolo e che si sostiene reciprocamente nella vita di coppia. Sono una coppia che incarna la bellezza e la sacralità dell’unione matrimoniale. Non sono però esempio nel modo di concretizzare questa donazione reciproca incarnando entrambe le vocazioni. Lo ha espresso appunto Giovanni Paolo II in una delle catechesi sulla teologia del corpo:

Il matrimonio di Maria con Giuseppe (in cui la Chiesa onora Giuseppe come sposo di Maria e Maria come sposa di lui), nasconde in sé, in pari tempo, il mistero della perfetta comunione delle persone, dell’Uomo e della Donna nel patto coniugale, e insieme il mistero di quella singolare “continenza per il regno dei cieli”: continenza che serviva, nella storia della salvezza, alla più perfetta “fecondità dello Spirito Santo” cioè “Solo Maria e Giuseppe, che hanno vissuto il mistero del suo concepimento e della sua nascita, divennero i primi testimoni di una fecondità diversa da quella carnale, cioè della fecondità dello Spirito” (Udienza del 24 marzo 1982).

Fare l’amore è bellissimo e sacro. Quindi, a meno che non siate Maria e Giuseppe (che comunque rimangono un caso UNICO nella storia) o abbiate una chiamata particolare (ma deve essere di entrambi e confermata da una guida e nel discernimento), fare l’amore è un atto di intimità profonda. Fatelo!

Non farlo non solo vi impedirebbe di fare un passo avanti come nel caso di Giuseppe, ma al contrario vi farebbe regredire nel matrimonio e nel cammino di fede. Perciò, non esitate a vivere pienamente l’amore nella vostra vita matrimoniale, perché è un’esperienza che porta gioia, intimità e connessione ancora più profonda tra voi e soprattutto con Dio.

Antonio e Luisa

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Un amore da favola? No, uno che salva!

Oggi vi condivido un articolo duro, indigesto, uno di quelli che certamente genererà tante critiche e commenti negativi. Ma io non sono sui social per raccontare un amore idealizzato fatto di farfalle e cuoricini. Non racconto un amore fatto di emozioni e pulsioni. Io cerco di interrogarmi sull’amore quello vero. Racconto quello di Dio che è incarnato da Gesù nella Sua vita terrena. In modo sublime si manifesta nella Sua Passione, morte e resurrezione. Quello è l’Amore a cui sono chiamato, siamo tutti chiamati.

Questa riflessione vuole essere la risposta a un commento che ho trovato sotto un articolo di qualche giorno fa. Una lettrice del blog ha scritto:

Gesù vuole amore, rispetto, complicità nella buona e nella cattiva sorte. Il matrimonio è una scelta come tutto il resto nella vita. Un impegno che deve essere preso da entrambi. Altrimenti diventa martirio! Gesù non ci chiama al martirio, alla mortificazione, alla malattia psichica e psichiatrica che ne deriva da una pessima relazione. Non è amore questo! Non va confuso! Un tradimento è un tradimento! Giuda si andò ad impiccare per aver tradito Gesù! Altro ché!

Quello che ha scritto questa persona è sicuramente giusto e sensato. Se uno ragiona in modo strettamente umano non fa una piega. Ora però lasciate che vi offra qualche provocazione. Qualche spunto di riflessione che credo possa essere importante. Almeno per me lo è. Io sono anni che cerco di interrogarmi su questi temi. Su cosa significhi amare, se la mia promessa sia valida solo in caso sia corrisposta.

La promessa matrimoniale.

Se crediamo che il nostro amore sia dovuto solo in caso sia corrisposto, dobbiamo avere il coraggio di rifiutare il matrimonio sacramento. Perchè la promessa matrimoniale è molto chiara. Prometto di esserti fedele sempre! Nella gioia e nel dolore. Prometto di amarti e onorarti tutti i giorni della vita. Non leggo nulla circa la reciprocità. Nulla può sciogliere la mia promessa. Noi promettiamo un amore gratuito e incondizionato.

Se non siamo convinti di questo è inutile andare in chiesa a fare una sceneggiata. Stiamo promettendo il falso. Per questo tanti matrimonio sono nulli. Papa Francesco sta martellando tanto sulla questione di nullità. Il Papa chiede essenzialmente due attenzioni. Processi più rapidi per dichiarare la nullità e una preparazione al matrimonio dei fidanzati fatta in modo più serio. Non basta qualche incontro serale per dare due nozioni. Manca la consapevolezza in tanti sposi.

Non ci sposiamo in chiesa per celebrare un matrimonio più bello e coinvolgente. Ci sposiamo in chiesa per offrire noi stessi, la nostra vita, la nostra relazione a Cristo. Perchè ne faccia cosa Sua. Perché il nostro amore possa essere immagine del Suo. Quindi, cara lettrice, sì possiamo essere chiamati anche al martirio. Lo stiamo promettendo implicitamente con la formula matrimoniale. Se non siamo disposti a questo c’è solo una cosa da fare: non sposarci sacramentalmente.

Una scelta libera!

La nostra lettrice pone l’attenzione su un fattore molto importante. L’amore non deve condurre alla malattia psichica. In questo le diamo pienamente ragione. Non a caso ci viene in aiuto ancora il rito del matrimonio. Noi promettiamo, come abbiamo visto, un amore incondizionato. Ciò è possibile, lo pronunciamo durante la promessa, solo con la grazia di Cristo. La grazia di Gesù non è una pozione magica che il giorno delle nozze inizia a scorrere nelle nostre vene e ci dona i siperpoteri. La grazia di Cristo presuppone un’apertura del cuore. Solo se coltiviamo una relazione con Gesù, personale e di coppia, saremo capaci di accogliere nel cuore lo Spirito Santo. Che altro non è che Amore. Solo nella relazione con Gesù ci sentiremo figli e figlie amati. Il matrimonio non è fatto da due poveri. Due persone che cercano l’uno nell’altro di riempirsi il serbatoio dei bisogni affettivi e sessuali. Il matrimonio è fatto da due figli di Re. Essi cercano nell’altro il modo di corrispondere a un amore che già hanno nel cuore. Nessuno potrà loro togliere questo amore. Solo così l’amore può essere autentico, incondizionato e gratuito. Altrimenti diventa solo una modalità tossica di stare insieme. Diventa dipendenza affettiva dove uno domina sull’altro.

Un amore che salva

Se saremo capaci di amare così allora il nostro amore diventa davvero sacro. Diventa davvero di Dio. L’amore di Cristo in croce ha redento il mondo intero. Così, noi potremo, nel nostro piccolo, partecipare a quella salvezza. L’ho raccontato tante volte. Se oggi sono qui a scrivere di amore dopo ventidue anni che sono sposato con Luisa è grazie all’amore gratuito di mia moglie. I primi anni di matrimonio sono andato in crisi. Troppi impegni e responsabilità. Ero diventato freddo, scostante, assente. Stavo in casa pochissimo e lasciavo spesso Luisa sola con due bimbi piccoli. Lei mi ha sempre amato senza condizioni. E’ vero avrei potuto approfittarne. Invece il suo amore gratuito mi ha commosso e mi ha spinto a maturare e a cercare di corrispondere Luisa con lo stesso amore. Sentirmi amato quando mi comportavo da stronzo mi ha sbloccato spiritualmente. Non sempre finisce bene è vero. Ci sono casi in cui ci si separa. Come nel caso di Ettore (autore in questo blog). Però il suo amore è comunque salvato e salvifico. Ettore, con la sua testimonianza e con l’offerta della sua sofferenza, sta contribuendo a rendere il nostro mondo migliore. Testimonia un amore libero da egoismo e capace di dono totale e incondizionato. E Ettore è nella pace. Perchè Ettore sa di essere figlio di Re. Sa di essere figlio amato. Non serve altro. Non è un mendicante. E’ più ricco di tanti sposi che magari stanno insieme perchè si usano a vicenda e hanno trovato un equilibrio.

Che piaccia o no, Gesù non offre un amore da favola. Dove tutto andrà sempre bene. Geù offre un amore che salva e questa salvezza, per tutti, passa da croci più o meno pesanti da portare.

Antonio e Luisa

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Sono bruna, ma bella (8 puntata)

L’amata

Sono bruna, ma bella,

o figlie di Gerusalemme,

come le tende di Qedar,

come i padiglioni di Salmah.

Non stupitevi della mia pelle bruna;

è il sole che mi ha abbronzata.

I figli di mia madre si sono irritati con me:

mi hanno messo a custodia delle vigne; ma la mia vigna, la mia, non l’ho custodita.

Iniziamo oggi il primo poema del Cantico dei Cantici. Clicca qui per leggere le riflessioni già pubblicate. Prima caratteristica che salta all’occhio, scorrendo questo paragrafo, è il continuo richiamo alla natura. Richiami a luoghi, animali, fiori, profumi ben noti in quella comunità rurale di pastori seminomadi. Per noi è molto più difficile comprendere immagini come le tende di Qedar. A coloro i quali leggevano questi versi all’epoca in cui furono scritti, richiamavano un determinato colore, una determinata caratteristica. Noi, quindi, dobbiamo faticare un po’ di più.

Sono bruna, ma bella. La Sulamita non è perfetta. È bruna, bruciata dal sole. Non rientra nei canoni di bellezza dell’epoca. Ciò nonostante la Sulamita afferma la sua bellezza. Lei si sente bella: non state a guardare se sono scura. È stato il sole ad abbronzarmi. I miei fratelli mi guardano con sdegno. Non sono riuscita a custodire la mia vigna. Sono bella perché sono io. Non sono perfetta, ma sono stata capace di accettarmi per come sono. Ho accettato di essere io, con tutti i miei pregi, ma anche con i miei difetti. Con tutti i miei inestetismi. Con la mia pelle bruciata dal sole. Nell’amore metterò tutta me stessa. Non quello che aspiro ad essere, non quella che vorrei essere. Non mi farò distruggere dai miti di bellezza e da ciò che vorrei nascondere. Nell’amore si mette tutto. Anche quello che non piace. Perché solo così sarà possibile abbandonarmi completamente all’amore del mio sposo. Solo così sarà possibile svelarmi completamente e lasciare che il suo sguardo possa posarsi su di me. Lasciare che lui mi desideri per quella che sono. Perché solo così, nell’abbandono completo, può manifestarsi in pienezza la mia bellezza, che va oltre i miei difetti, i miei inestetismi, le mie fissazioni e le mie insicurezze. Affinché lui possa accogliermi e assaporare tutta la mia bellezza, che lui già intravede e non desidera altro che farne esperienza completamente. Donne! È un cammino che dovete fare. A volte serviranno anni, serviranno battaglie e sofferenze, ma il risultato sarà grandioso. Rischiate un’eterna competizione con le altre. Non solo, rischiate anche un’eterna competizione con il vostro ideale di donna. Con una donna perfetta che non esiste se non nella vostra testa. Liberatevi! Lasciatevi amare senza nessun velo, senza il velo della vergogna, senza il velo dell’insicurezza, senza il velo della competizione, senza il velo della paura. Riusciteci e sarà per voi un’esperienza meravigliosa. Un’esperienza che vi riaprirà davvero la porta dell’Eden. Sentirsi accolte così, completamente, è fare esperienza di un autentico amore incondizionato e disinteressato, come nelle origini.

C’è anche una seconda riflessione che possiamo fare. La vigna cosa indica? La vigna indica il corpo della donna, in particolare, le parti intime. Lei non è riuscita a custodirle. Non sappiamo cosa sia successo. Possiamo immaginarlo. Sicuramente un dramma che la Sulamita si porta dentro. Una sofferenza forte nata da qualcosa del suo passato. Non è perfetta. Non lo è nel corpo e non lo è nelle sue esperienze. Questo non le impedisce, però, di sentirsi bella. Non le impedisce di sentirsi degna del suo re. Non importa tutto il resto. Quante donne, invece, non accettano i propri limiti, le proprie imperfezioni, il proprio passato, e per questo non riescono ad aprirsi totalmente allo sposo? Troppe. Come fare, allora, a sentirsi belle? Ciò che fa sentire una donna bella è lo sguardo dell’amato. Vale per tutte. Anche per Luisa è stato così. Ha vissuto una vita sentendosi brutta e inadeguata. Fino a quando non ha alzato lo sguardo e ha incontrato quello di Cristo. Allora si è sentita per la prima volta bella. Nonostante i suoi difetti e i suoi limiti. Nonostante le sue cadute e i suoi errori. Io ho visto quella bellezza e me ne sono innamorato. Probabilmente se non avesse incontrato Cristo prima di me, non me ne sarei accorto. Ora che siamo sposi tocca a me prestare gli occhi a Cristo. Luisa può continuare a sentirsi bella e amabile, attraverso il mio sguardo, specchiandosi nei miei occhi. Lo sguardo è immediato, arriva prima di ogni altro gesto, perché è diretto, ma non per forza ravvicinato. Uno sguardo può incoraggiare ad avvicinarsi o al contrario può allontanare e far sentire la persona amata non desiderata. Lo sguardo è la prima parte di me che interagisce con l’altro e instaura un dialogo. Come non pensare alla nostra vita di coppia? Se ci si conosce profondamente e dopo anni di matrimonio di solito è così, uno sguardo dice tutto. Uno sguardo, che viene dal profondo di me stesso e che si arricchisce di tutto il vissuto carico di amore e tenerezza, mi permetterà di far sentire la mia sposa bellissima sempre e di vedere in lei una creatura che mi meraviglia ogni giorno. Questa è la bellezza del matrimonio. Questo è il miracolo del matrimonio. Perché se la mattina quando la guardi nello stato in cui si ritrova, con i capelli che sparano, le borse sotto gli occhi e l’orrendo pigiamone di flanella e, nonostante questo, ti appare bellissima, beh allora di vero miracolo si tratta. Miracolo dell’amore. Sentite quello che scrive don Oreste Benzi a proposito dello sguardo:Sentirete, guardandovi negli occhi l’un l’altra di essere costruttori di pace, di essere misericordiosi, di essere miti e semplici, di essere affamati e assetati di giustizia. Sentirete la gioia stupenda che viene dal sentirsi chiamati: questa è la vocazione che il Signore ci dona. E allora, ripieni di Dio, tu sposa leggerai la tua bellezza negli occhi del tuo sposo, perché credo che una sposa non possa leggere la propria bellezza guardandosi allo specchio, ma guardandolo negli occhi del proprio marito sente tutta la propria preziosità e la propria bellezza.

La mia sposa ha bisogno di sentirsi bella e desiderata, e io con il mio sguardo posso darle questa certezza. Anche questo è amare.

Antonio e Luisa

Un matrimonio vincente? Impara a perdere

Siamo in una società che i media ci dicono essere ancora patriarcale. Dove l’uomo comanda. Di pochi giorni fa la polemica in Svezia. Alcuni esponenti della chiesa protestante hanno proposto di cancellare un’usanza che ritengono simbolicamente sbagliata. Il padre non deve più accompagnare la sposa all’altare. Non deve consegnarla all’uomo che la sposerà. Questo gesto avrebbe, secondo questi religiosi, il significato di consegnarla al suo nuovo “padrone”. E poi ci sono le barzellette e i luoghi comuni. Mariti pronti a dire sempre si alla moglie per evitare conflitti e problemi. Tanto alla fine decide sempre lei, tanto vale dire subito di sì.

Non è mio interesse giudicare queste situazioni ma in entrambe c’è un sottinteso pericoloso. Il matrimonio è un gioco di potere. C’è uno dei due che sottomette l’altro. M questo non è amore. Almeno non quello a cui dovremmo tendere noi cristiani che abbiamo in Gesù un esempio molto diverso.

Noi siamo abituati a credere che per essere realizzati e felici dobbiamo essere dei vincenti. Persone che mettono al primo posto sé stessi. Capite bene che così poi non funziona tanto nel matrimonio. Funziona finché l’altro è appunto funzionale alle nostre esigenze. Una frase che sento spesso e che sembra essere anche molto di buon senso è Sto con te perché mi fai stare bene. Attenzione questo presuppone che se non mi fai stare bene allora ti lascio. Non sposatevi se avete questa idea. La formula matrimoniale è chiara: prometto di esserti fedele sempre nella gioia e nel dolore…… Quando ci siamo sposati lo vedevamo bene. In chiesa sull’altare c’era il crocifisso.

Nel matrimonio è invece bello perdere. E’ bello sapersi svuotare. Lo spiega molto bene don Renzo Bonetti:

La via del perdere e dello svuotarsi è la via dell’esperienza dell’amore infinito. Gli sposi non devono acquisire questa virtù con continui sforzi e tensione di volontà. Sono già partecipi dell’umiltà di Gesù nell’amare. Hanno lo Spirito Santo che fa dello svuotamento di Dio, del Verbo di Dio, l’unità con la carne umana in Maria. Se ci sono persone che sono chiamate a vivere l’umiltà, cioè a diventare grandi perdendo, sono gli sposi. Perché questa partecipazione, questo svuotamento, questa umiltà sono riempiti della forza e della qualità di amore con cui Gesù stesso ama.

Quindi la conclusione è molto evidente. Noi sposi non siamo realizzati quando troviamo una persona sottomessa che si rende disponibile a soddisfare ogni nostra richiesta e ogni nostro desiderio. Perché non riusciremo mai a svuotarci di noi stessi. Il matrimonio non ti dà una schiava o uno schiavo di cui disporre. Ti mette accanto una persona. Una persona diversa da te. Così diversa che tutto il corpo lo racconta. Così diversa che resterà sempre un mistero. La bellezza della sessualità: maschio e femmina. Una persona che ha idee, atteggiamenti, sensibilità diverse. Che fa scelte diverse. Che fa errori e che ti fa anche soffrire. Però è lì che impari a fare posto dentro di te. A svuotarti del tuo ego. A farti umile. Solo così ci sarà lo spazio per far entrare lo Spirito Santo. Solo così ci sarà in te una vera conversione.

Quindi un matrimonio riuscito non è quello dove trovi la persona che ti asseconda in tutto. Anzi un matrimonio così potrebbe non portare grandi frutti spirituali. Il matrimonio riuscito è quello di chi riesce a svuotarsi per fare posto allo Spirito Santo. Uno sposo come Ettore – autore di tanti articoli qui sul blog – ha scelto di svuotarsi completamente. Lo ha fatto per restare fedele a una moglie che ha scelto di lasciarlo e di unirsi ad un altro uomo. Credo che abbia un matrimonio più riuscito di tanti che magari restano insieme solo per soddisfare i propri reciproci bisogni.

Antonio e Luisa

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Segui ciò che senti. Va sempre bene?

Capita spesso di trovarmi in discussioni sui social dove il dialogo è molto difficile. Anche per il fatto di poter solo scrivere, non c’è un vero confronto faccia a faccia. Infatti spesso preferisco rimanere in silenzio e non commentare. Siamo ovviamente tutti diversi, con culture/formazioni diverse e soprattutto esperienze molto differenti. Tuttavia, ho notato che raramente si cerca di andare oltre alla propria visione. Raramente si cerca, almeno a grandi linee, di intercettare un punto di vista diverso.

Nessuno di noi può dire di “avere ragione” in maniera assoluta. Questo è particolarmente vero su temi così complessi come la fede. Vedo che tutta l’attenzione viene rivolta verso il “sentire” e verso la “felicità a tutti i costi”. Questo avviene qualsiasi strada si scelga di percorrere. 

Alcune frasi tipiche sono: “Se una persona si sente così, perché non dovrebbe farlo?”, oppure “Tu cosa ne sai della sofferenza che prova?” e se tento di spiegare quello che penso e ritengo giusto, ecco che arrivano le sentenze finali. “Sei del medioevo/un estremista religioso”. Oppure “Sei omofobo”. Queste sono etichette che non vogliono dire assolutamente nulla. Tuttavia, vanno di moda in questo periodo storico.

Non sono qui a scrivere per lamentarmi. Sono qui per riflettere un po’ sul “sentire” e sulle motivazioni che ci sono dietro.

Io credo che non ci sia niente di sbagliato nel comportarsi secondo quello che uno sente. Tuttavia, è necessario prima essere sicuri che questo avvenga nella piena libertà interiore. Quindi, non condizionati da ferite, confusione, narcisismo o simili. Inoltre, deve portare dei benefici. Deve portare la felicità vera (a lungo termine). Non deve danneggiare gli altri. Anzi, semmai che li possa aiutare. Da dove o da chi viene questo sentire? È qualcosa che mi avvicina all’eternità?

Parlavo poco tempo fa con un insegnante che lavora molto lontano dall’Italia. Mi raccontava di avere in classe una ragazza adolescente che crede di essere un gatto. Così le devono dare da mangiare su una ciotola in terra. Mi diceva che molte delle persone intorno a lei non ci vedevano niente di male. Se lei era contenta così e si sentiva di comportarsi in quel modo.

Anche tutte le persone che in questo momento stanno facendo la guerra nel mondo, credo che siano convinte e sentano di fare la cosa giusta. Addirittura non per beneficio o arricchimento personale, ma verso un popolo o una patria.

Se io “sento” qualcosa e devo prendere delle decisioni importanti, devo essere sicuro che questo sentire soddisfi le condizioni che ho citato sopra.

Quando ad esempio una donna sposata mi dice che vuole separarsi perché ha incontrato l’uomo della sua vita, domando: ”Sei sicura di quello che stai facendo?” Chiedo anche: ”Pensi che, a parte una passione momentanea, che potrà pure essere molto gratificante, questa scelta ti renderà felice per tutta la tua vita? Non solo per un breve tempo?” “Hai pensato alle conseguenze sulla tua famiglia (marito e figli)?”, “Dietro il tuo sentire c’è Dio o il diavolo (che vuol dire divisore) che ti tenta?”.

La società è formata da famiglie e per questo sposarsi non è un fatto privato. È un avvenimento pubblico. Tanto è vero che, sia in chiesa, sia in comune viene firmato un atto ufficiale alla presenza dei testimoni. Le separazioni, benché siano purtroppo molto diffuse, vanno a danneggiare la società. Incrinano quella che è la struttura portante e creano disagi a vari livelli. Questi disagi comprendono la povertà economica e morale (a beneficio ovviamente di altre figure/settori, che si arricchiscono su questi fallimenti).

Infatti, con la separazione avviene anche una frattura tra le famiglie di origine, i parenti e gli amici. Questi si schierano a favore dell’uno o dell’altra. Anche questo provoca sofferenza. Provoca particolare sofferenza quando avviene con quelle persone con cui si sono condivisi diversi momenti importanti della vita.

Per fare un altro esempio, tante persone sono in conflitto con il proprio corpo. Non lo apprezzano e addirittura non lo riconoscono. Pensano che per essere belli sia necessario essere tutti uguali e modelli perfetti. Non comprendono che quello che ci rende unici e irripetibili sono anche i nostri difetti. Anche quelle parti del corpo che non ci piacciono ci rendono unici.  Seguendo questo “sentire” e pensando in tal modo di superare queste insoddisfazioni, si assumono medicine. Si fanno operazioni che sono spesso irreversibili in caso di ripensamento. Così si rovina l’opera di Dio. 

Nei limiti del possibile, la cura del corpo è molto importante. Non deve essere mai trascurata (come il mangiare sano e l’attività fisica). La felicità non viene però dall’esterno in base a come siamo e a quello che possediamo. È il frutto di una relazione profonda e intima con Gesù. San Francesco ci insegna questo. Pur non avendo niente e non essendo bello, ha vissuto nella perfetta letizia.

Non ho le risposte per tante cose. Ho compreso però che quello che “sentiamo” deve essere vagliato attraverso un confronto con il nostro Signore. Cosa farebbe Gesù al mio posto? Quello che faccio aiuta davvero me stesso e gli altri? Dopo, sarò davvero più felice? Mi sono confidato con qualcuno esperto e competente? Ho pregato a lungo prima di decidere?

Dopo aver risposto a queste e ad altre domande, allora sì che possiamo decidere in tutta tranquillità!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Ricorderemo le tue carezze più del vino (7 puntata)

Con questa settimana terminiamo le riflessioni sul Prologo del Cantico dei Cantici. Clicca qui per leggere le precedenti puntate.

L’amata

Inebrianti, per la loro fragranza, i tuoi profumi.

Il tuo nome è un profumo che si diffonde.

Per questo le ragazze si innamorano di te.

Attirami dietro a te, corriamo! Improvvisamente, da un’immagine che può sembrare quasi statica, un affresco, quasi a voler sospendere il tempo in quel momento tanto coinvolgente, la scena prende vita. Il Cantico è così. Non è una descrizione, ma è una poesia. Se fosse diverso non avrebbe questa ricchezza di sensazioni, emozioni, immagini e colori. Lascia aperto molto all’immaginazione di ognuno, affinché tutti possano immedesimarsi.

Torniamo al testo. Quando si ama e si è amati, ci si sente come la Sulamita. Ci si sente trascinati e attirati da una forza incredibile. Si può fare qualsiasi cosa. Qualsiasi cosa, ma con te. Con te sono disposta a tutto. La traduzione dall’ebraico può essere anche più forte: rapiscimi, prendimi con te. Esprime quindi con forza questo grandissimo desiderio dell’amata di essere presa dall’amato. L’amata vuole essere trasportata in un altro mondo, fatto di meraviglia e pienezza. Vuole vivere, in tutte le sue manifestazioni, quell’amore che sente così forte dentro di lei. C’è il desiderio profondo di sentirsi completamente donna, di vivere appieno la sua femminilità. Lei sente che può esserlo solo con lui. Dopo questa scena quasi frenetica, cambia di nuovo ancora tutto.

M’introduca il re nella sua alcova. Questo desiderio profondo dell’amato necessita di intimità. Quasi a dire: voglio te, solo te, tutto ciò che mi interessa sei tu. Tutto il resto in questo momento è superfluo, quasi fastidioso. Voglio concentrarmi su di te. C’è già un primo e forte richiamo anche sessuale. La stanza del re non è accessibile a tutti, è la stanza nuziale. Badate bene. Lui è un re. Non ha importanza se lo sia davvero oppure no. Per lei lo è.

Lo stesso vale per noi sposi. Siamo re e regine l’uno per l’altra. Lo siamo ogni volta che ci comportiamo da re e da regina. Ogni volta che ci facciamo servi dell’amore e ci mettiamo al servizio dell’altro. Non siamo tiranni. I tiranni distruggono l’amore e la coppia. Il re, invece, perfeziona la relazione e custodisce la sua sposa. Lei lo ha incoronato re, donandosi totalmente a lui. L’amore regna ed è potente.

Per gioire e fare festa con te. Portami nelle tue stanze e assaporiamo insieme la gioia e il piacere della nostra intimità. Il testo è molto esplicito. Non lascia spazio a fraintendimenti. Gli sposi si amano attraverso il corpo. Ed è gioia, bellezza, esperienza di pienezza e di verità. È anche piacere. Piacere che è dono di Dio. Quando è vissuto in una relazione santa, Dio stesso lo vuole per noi[1].

Ricorderemo le tue carezze più del vino. Questa esperienza d’amore non si può dimenticare. È migliore del vino, che esprime la pienezza della gioia e della festa. Le tue carezze sono ancora più belle. Questa esperienza d’amore è un richiamo continuo a cui orientare tutta la nostra vita. Ricordare la bellezza per poterla custodire, per far sì che non muoia. A volte costa fatica donarci all’altro, donare la nostra tenerezza, donare il nostro tempo, donare il nostro ascolto, ecc. Costa fatica e saremmo tentati di lasciar perdere: tanto, cosa può cambiare? Ricordiamo invece tutto questo. Il nostro impegno avrà il risultato di non far spegnere tutta questa bellezza che c’è tra di noi.

A ragione di te ci si innamora! Forse lo dice lei. Forse lo dice una voce esterna. Non è importante. Qui l’immagine di lui si confonde con quella dell’amore stesso. Un’esperienza che suscita una gioia e un desiderio tali che nulla può essere come prima.

Antonio e Luisa

Caro Nicodemo. La Lettura del nostro matrimonio

Caro Nicodemo,

ti vedo mentre aspetti il calar del sole, gli occhi di chi sa che questa notte sarà diversa da tutte le altre. Guardi nervosamente la gente rincasare, le botteghe chiudere, gli ultimi affanni del giorno finire, lo scalpicciare dei passi polverosi dei mendicanti che tendono la mano ai pochi rimasti in strada.

È notte, ora. E lo sappiamo bene che non dormirai. Ma ormai ci hai quasi fatto l’abitudine, l’insonnia si è moltiplicata ultimamente. Stavolta, però, non la combatterai. Hai un appuntamento importante.

Vorrei sapere se è più paura o scaltrezza quella che ti spinge fuori al buio, adesso: paura di esser riconosciuto dai tuoi, di perdere la tua reputazione, paura, in fondo, di esserti semplicemente sbagliato. O scaltrezza di chi intuisce che la meta è qualcosa di vero, ha capito la posta in gioco e vede le tenebre come alleate, non ostacoli, per procedere speditamente.

Vorrei davvero chiedertelo, Nicodemo, ma non ti rallenterò. Hai appena chiuso alle tue spalle la porta di casa, il cuore in gola, non è tempo di chiacchiere questo. Mi limito a seguirti, senza disturbare. Le tue domande sono le mie.

Perciò vai e ti vedo accelerare il passo ad ogni svolta, serrare più forte a te il mantello ad ogni incrocio. Il Sinedrio non approverebbe. Tira da tempo una brutta aria là dentro: un nome rimbalza sempre più spesso fra gli scribi e i farisei, la tensione sta salendo, i borbottii aumentano, la calma apparente scricchiola. Tu, per grazia, hai un cuore accogliente. Le parole del predicatore hanno risvegliato qualcosa che cercavi da tempo, interrogativi nuovi hanno fatto capolino. Una grandezza non umana… in parole umane.

Chissà quante volte lo avrai ascoltato parlare in pubblico, defilato, con crescente interesse ma senza osare avvicinarlo. Ora che, finalmente, hai ottenuto un incontro non ti sembra quasi vero.

Ecco che bussi alla porta di una vecchia casa. Hai il fiatone. Sono un paio di discepoli ad aprirti la porta, facendoti entrare rapidamente: assonnati ma felici, hanno visto il tuo buon cuore. La comprensibile diffidenza iniziale ha ceduto il passo all’accoglienza quando hanno capito le intenzioni che ti muovono.

Un breve scambio fra voi, cordiale. Consegni il mantello, ti ricomponi ma le mani tremano. I sorrisi dei discepoli ti avranno tranquillizzato ma non c’è tempo da perdere. Lui ti sta aspettando.

Sedermi al tavolo con voi è chiedere troppo? Lo vorrei davvero – osare come stai osando tu! – ma resto sulla soglia, mi basta. Sto per assistere ad un dialogo fra i più alti di tutto il Vangelo, nella luce tremolante di qualche candela. Si sente un buon profumo (saranno le bevande calde che avete di fronte?), la finestra è aperta, l’aria frizzante, la notte placida e senza vento. Ma di vento ti parlerà presto Gesù, il Cristo, che ti invita a sederti e accoglie il tuo fiume di parole.

Finalmente, Nicodemo, puoi dirgli tutto! Tutte le tue domande, i tuoi dubbi, le tue riflessioni, ciò che ti ha portato fin lì, davanti all’uomo di cui tutti parlano e che tutti cercano. Farfugli un po’, ti mangi qualche parola, l’emozione è palpabile: organizzare quell’incontro non è stato semplice e sai che sarà difficile ripeterlo.

Hai fretta di dirgli tutto e subito, sintetizzando mesi di notti bianche, da quando lo hai sentito parlare per la prima volta. Piano piano, poco alla volta, il tremolio cede il posto alla pace che quell’uomo infonde. Lo immagino guardarti sorridendo: sa bene da dove vieni, che non sei uno sprovveduto, che hai studiato molto. E difatti non ti nasconde niente: rinascere dall’alto, ma che significa, vuoi capire, carne e spirito, vento e direzione. Il dialogo si fa serrato, fitto, pieno. Vorresti prendere appunti. Niente parabole con te, ma una Verità che fatichi ad afferrare. Dritto al punto eppure così profondo.

Parla di Mosè e del serpente nel deserto, del Figlio dell’Uomo, del mondo salvato per mezzo di Lui, di vita eterna. Gesù risponde a domande che non sapevi di avere. Spiega luce e tenebre, verità e menzogne, profetizza e fa memoria. E tu, frastornato, comprendi ancora poco ma senti che quest’uomo è degno di fede.

Quanto sarà durato il vostro dialogo? Quante ore? Non lo sai. Ad un certo punto noti che la notte si sta facendo più chiara. Gesù ti guarda rinascere dall’alto. Il cammino è ancora lungo ma non sei già più lo stesso, Nicodemo. Ti alzi, sentendoti pesante e leggero al tempo stesso. Un abbraccio che dura quanto basta per farti sciogliere in un pianto liberatorio, forse di sollievo, forse di stupore. Nessuno dei due sembra avere sonno: avete acceso un fuoco eterno, stanotte, e scritto una pagina di Vangelo che non passerà.

Ti guardo ricomporti, rivestirti, salutare, uscire, seguito dallo sguardo amorevole di Gesù di Nazareth, che chissà quando rivedrai ma sei certo succederà. Capisci la portata enorme di quello che ha detto, intuisci che il Sinedrio è ben lontano dalla logica del Messia, pensieri su pensieri ti affollano la mente e ti chiedi come vivrai d’ora in poi.

Sai, Nicodemo – mi permetto di riaccompagnarti discretamente a casa – questo dialogo lo abbiamo letto nel giorno del nostro Matrimonio e, ancora oggi, interroga e stupisce i cristiani nel mondo. Sei stato coraggioso. Se tutti finora eravamo convinti di avere una sola vita, adesso e grazie a te Gesù ce ne svela un’altra, che non ci possono dare i nostri genitori ma solo il Cielo. Abbiamo bisogno di entrare in questa seconda vita, un cammino nuovo, controcorrente, di fede.

Questo passo ha accompagnato anche le nostre notti, sai? I nostri deserti. Come sposi, accompagna il nostro cammino insieme. E, in particolare, proprio a chi sceglie la vocazione matrimoniale è richiesta una rinascita dal Cielo: solo così possiamo puntare al ‘per sempre’ che ci siamo promessi, che Gesù ci conferma.

Hai intravisto i misteri del Regno, Nicodemo. Ti saremo sempre grati di aver disobbedito ai tuoi pari percorrendo una via diversa, di notte, sulle orme della Verità.

Ti guardo rincasare e hai una luce nuova negli occhi. Sappiamo già che non la lascerai andare. Mi scuso ancora per l’invadenza, spero di non averti disturbato. Resto qui, davanti al Vangelo di stanotte, a contemplare la grandezza e la potenza delle parole vive del Signore, sentendomi decisamente minuscola di fronte a tanto.

Ehi, aspetta…

Nascere dallo Spirito, rinascere dal Cielo, come si fa? Questo non te lo ha detto con chiarezza! Sorridendo divertito, ti ha lasciato altre domande. Forse nell’accoglienza di questa Parola nuova? Lo vedrai, lo vedremo, nel cammino. Con Lui.

Sorridi anche tu. È tempo di riposo, Nicodemo. Finalmente, quello vero.

Giada

Rinascere insieme: il percorso Retrouvaille per rafforzare il legame di coppia

Spesso, quando ci veniva chiesto: “Come va? Come state?” tendevamo a rispondere: “Tutto bene, grazie”, o “Non c’è male…”. La verità è che negli ultimi tempi entrambi stavamo molto male, e la nostra risposta era solo di facciata.

Ci sembrava strano dover ammettere la nostra crisi e le nostre difficoltà davanti ai nostri amici e conoscenti. Era molto più semplice far finta di niente. Mostrare una facciata di serenità e allegria. La sofferenza e il disagio ci sembravano cose da nascondere, cose non “onorevoli”.

Dopo la nascita dei primi due figli, piano piano avevamo perso l’abitudine di parlare. Non condividevamo in profondità i nostri sentimenti. Ci mancava il tempo, il desiderio e forse avevamo anche paura. In verità, alcune piccole crepe, non risolte, negli anni si erano trasformate in fratture prima e in crepacci dopo.

Una coppia di amici, che aveva fatto il percorso di Retrouvaille, ci aveva suggerito di partecipare. Inizialmente ci eravamo detti: “Beh, non siamo mica una coppia in crisi”. Ma la crisi che loro vedevano in nuce, si è poi manifestata in maniera evidente.

Questo accadde dopo la nascita del quarto figlio. Abbiamo avuto litigate furiose, scambi di accuse e offese. Eravamo completamente rassegnati a dover vivere una relazione apatica. Fino a quando, ad un certo punto, ognuno di noi due avrebbe voluto essere altrove, rispetto al proprio matrimonio.

Poi c’è stata la svolta del percorso di Retrouvaille. Abbiamo capito che ognuno di noi doveva mettere il proprio 100% per recuperare la relazione. Ci ha aiutato molto condividere senza pregiudizi i nostri sentimenti. È stato utile avere un metodo chiaro per gestire i conflitti. Abbiamo compreso che una crisi sviluppata in anni non può risolversi facilmente in poche settimane. Ci vuole uno sforzo costante e la decisione di cominciare e ricominciare.

Il programma Retrouvaille ci ha aiutato a guardare le nostre ferite da un punto di vista diverso. Gli strumenti che abbiamo imparato ad usare durante il percorso ci stanno aiutando a dipanare le nostre incomprensioni. Ci aiutano anche a riflettere sulle nostre personali problematiche e responsabilità. Tutto questo accompagnati da altre coppie che prima di noi hanno patito le difficoltà della crisi e della separazione. 

Abbiamo capito meglio che la cosiddetta “mistica del magari” era semplicemente una scusa. Questo è stato possibile con la chiave di volta di questo approccio. Magari non avessi sposato questa persona. Magari il mio coniuge non fosse così. Magari avessi più tempo. Tutto ciò serviva per cercare degli alibi al nostro disimpegno sulla nostra relazione.

Come tutte le cose serie, anche il programma di Retrouvaille non è una formula magica. Non risolve i problemi una volta per tutte. Sappiamo ora che ciascuno di noi due deve all’altro un impegno continuo. Non bisogna farsi scoraggiare dai sentimenti spiacevoli che possono ripresentarsi. L’amore è una decisione, che va presa ogni giorno.  Pensavamo di poter risolvere la nostra crisi e tornare alla nostra relazione di prima… in verità ora stiamo cercando di costruire una nuova relazione, più forte e più intima di quella precedente.

Maria Alessandra e Marco B. (Retrouvaille Italia)

Dì ti amo senza dire ti amo

L’amore non è fatto di parole. Anzi è fatto di parole, perché l’amore va manifestato. Io sono felice quando Luisa mi esprime il suo amore e la sua gioia di avermi accanto e lei lo è altrettanto quando sono io a farlo nei suoi confronti. Le parole non dette sono – certo sto estremizzando – un peccato che va confessato. Perché le parole buone non dette rientrano pienamente in tutte quelle omissioni d’amore che commettiamo spessissimo ogni giorno.

Quando, durante l’esame di coscienza prima di una confessione, non riusciamo a trovare grosse mancanze, forse dovremmo concentrarci di più sulle nostre omissioni. Io ne trovo tantissime.

Ma torniamo all’inizio di questa riflessione. L’amore non è fatto solo di parole. Quelle parole hanno bisogno di una concretezza. Una concretezza fatta di altre parole, di gesti e di scelte. Vediamo ora alcuni modi di esprimere amore senza pronunciare la parola amore.

Di che ti manca

Quando l’altro è lontano ci sentiamo più poveri. Quando si vive una relazione piena godiamo della presenza vicendevole. È piacevole sentire la voce dell’altro, sfiorarsi reciprocamente in casa, trovare conforto negli abbracci o anche nel semplice sguardo. È gratificante potersi raccontare reciprocamente le proprie esperienze, sapendo di avere un sostegno e una persona intima con cui confrontarsi. Non c’è dubbio che, nonostante le tecnologie moderne possano avvicinare le persone a distanza, non si paragonano mai al calore e alla vicinanza fisica. Dopo una lunga giornata di lavoro o una trasferta, è un vero sollievo poter finalmente rientrare a casa e esprimere quanto ci sia mancata o mancato l’altra persona. È un modo di rimarcare quanto l’altro sia prezioso e unico, consolidando il legame speciale che si condivide.

Chiedigli delle sue cose e ascolta cosa ha da dirti

Un altro modo di far sentire amata la persona che hai accanto consiste nel mostrarti interessato a lei. Chiedi come sta, come si sente, cosa è successo sul lavoro. Come è andata quella riunione a cui teneva molto. Ascolta le sue gioie, le sue preoccupazioni e mostrati sinceramente interessato. Ricorda sempre di essere genuino nell’esprimere la tua empatia e di essere presente in modo autentico, in modo che lei possa sentirsi supportata e amata in ogni momento. E ricorda che ogni situazione va tarata con il peso dell’altro e non con il tuo. Se tua moglie si preoccupa per quella che per te è una stupidata non darle poco peso. Il centro è quello che tua moglie prova e non il problema in sé. E viceversa. Noi spesso non possiamo risolvere i problemi dell’altro ma possiamo renderli meno pesanti con la nostra presenza ed empatia.

Ringrazia

Ringraziare è uno dei segreti di una relazione che funziona, è un modo per coltivare gratitudine e apprezzamento reciproco. Oltre a far sentire l’altro prezioso e importante, il ringraziamento crea un ciclo positivo all’interno della relazione. Quando si ringrazia, si riconosce il valore dell’altro e si sottolinea l’importanza dei gesti di gentilezza e dei momenti condivisi. Questo atteggiamento permette a chi ringrazia di focalizzare lo sguardo non solo su ciò che manca, ma anche su tutto ciò che riceve in dono, riuscendo a cogliere l’essenza del dono gratuito. Ogni gesto di servizio, ogni piccola attenzione e ogni manifestazione di affetto diventano così motivo di gratitudine e stupore. In questo modo, impariamo a valorizzare e riconoscere l’amore gratuito che ci circonda, riducendo la tendenza alla lamentazione e allontanando i fattori di negatività dalla relazione, per avvicinarci sempre di più l’uno all’altro.

Chiedi perdono

Chiedere perdono è un gesto di volontà. Non deve essere per forza sentito. Significa riconoscere dignità e valore all’altro. Che non è una cosa nostra ma è una persona da amare. Non da usare. Una persona a cui relazionarsi con rispetto. Spesso non lo facciamo. Siamo egoisti ed egocentrici. Chiedere perdono è un atto di volontà che ci permette di riconsegnare dignità e valore all’altro. Ci permette quindi di restituire bellezza all’altro. E perdonare significa riconoscere l’altro come prezioso ma fragile. Riconoscere nella fragilità dell’altro un’opportunità per rilanciare e per rendere la relazione più forte e più bella di prima. Il perdono genera in chi lo riceve gratitudine ed amore. Possiamo testimoniarlo nella nostra personale storia, ma credo che ognuno di voi possa confermare.

Abbiamo cercato di esprimere alcune scelte che si sono rivelate importanti nella nostra vita matrimoniale. Speriamo possa esservi utile per una riflessione magari condivisa in coppia. Molte volte ci allontaniamo per delle omissioni. Basta poco per vivere più felici.

Antonio e Luisa

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Il tuo nome è un profumo che si diffonde (6 puntata)

Proseguiamo come ogni lunedì con la pubblicazione dei capitoli del nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice). Cliccate qui per leggere le puntate già uscite.

L’amata

Inebrianti, per la loro fragranza, i tuoi profumi.

Il tuo nome è un profumo che si diffonde.

Per questo le ragazze si innamorano di te.

Inebrianti, per la loro fragranza, i tuoi profumi. Dal vino passiamo ai profumi. Dal gusto all’odorato. Vedete i sensi come entrano in gioco? Tutto il corpo è coinvolto, perché questo è un amore che chiede tutto e che dà tutto. L’immagine del profumo è molto significativa. Un’immagine che ricorrerà molto spesso in questo testo.

Il profumo sicuramente richiama la concretezza delle essenze con cui si sono cosparsi, ma c’è anche un altro significato più simbolico e molto più profondo. Il profumo ti avvolge, ma non lo vedi. Il profumo ti penetra, ti inebria e ti si appiccica addosso. Il profumo, tra i vari elementi che troviamo in natura, ha la caratteristica di essere etereo, invisibile, ma anche materiale, in quanto emanazione di qualcosa di concreto che può essere un liquido, una pianta o altro ancora.

Quando sento il profumo di un fiore l’aroma entra in me, anche se non vedo il fiore. C’è quindi questo connubio tra l’invisibile e il visibile che è molto interessante. Connubio tra spirito e corpo. Perché così è l’amore. Non lo vediamo eppure lo avvertiamo, lo sentiamo, ne facciamo esperienza. Qui la Sulamita sta cantando dell’amore del suo uomo: la tua presenza mi inebria come un profumo. Mi sei entrato dentro con il tuo amore e questo è meraviglioso. Il tuo amore mi entra dentro, mi avvolge tutta, è qualcosa che mi rimane addosso. Non solo: mi parla di te.

Il tuo nome è un profumo che si diffonde. Qui non c’è nessuna parafrasi da fare. È già chiarissimo. Aroma che si espande con te. Il nome identifica la persona. Tu, mio Salomone, sei un profumo per me.

Per questo le ragazze si innamorano di te. La Sulamita mostra orgoglio: lui è così bello che le altre donne non possono che innamorarsi di lui. È il più bello di tutti. Non sappiamo se sia vero oppure no. Per lei, però, è così. Lui è il più bello di tutti.

Qui mi rivolgo alle spose, poi ce ne sarà anche per gli uomini. Capite qual è lo sguardo che dovete cercare di mostrare, recuperare, custodire e perfezionare? Lui è tanto bello e tanto amabile che è impossibile che le altre non si innamorino di lui. Dovete avere questo sguardo per vostro marito. Siete chiamate a questo nei confronti di vostro marito. Dovete entrare in questa sensibilità, in questo percorso, per comprendere come la gioia che vi può dare il vostro sposo nessun altro ve la può dare. Nonostante i suoi difetti, le sue fragilità, il fatto che sia burbero o chissà cos’altro. Come quell’uomo non c’è nessun altro.

Antonio e Luisa

Il più grande dei comandamenti

Il Vangelo di ieri è bellissimo e ci offre la bussola per imparare ad amare. Vale per tutti! Ma forse noi sposi siamo coinvolti un po’ di più. Cosa abbiamo ascoltato ieri? Gesù risponde a un dottore della legge che gli domanda quale sia il comandamento più importante e afferma:

Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti.

Prima evidenza che salta subito all’occhio è l’ordine dei due comandamenti. Ne esiste un primo e un secondo. Questo non perché Dio sia geloso e voglia essere il primo. Lo dice per noi. Questo significa che il secondo diventa possibile solo quando si vive il primo. Solo amando Dio saremo capaci di amare autenticamente il nostro coniuge. Solo se saremo ricchi dell’amore di Dio saremo capaci di amare il nostro prossimo più prossimo. Lo faremo con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza.

Gesù risponde citando l’inizio dello Shema‘Jisra’el. Questa preghiera è la professione di fede che ogni credente ebreo ripete tre volte al giorno. Questa preghiera parte da un verbo: Ascolta Israele! Perché non possiamo conoscere se non ascoltiamo. Dio si racconta a noi attraverso la Sua Parola. Solo poi nascerà in noi il desiderio di conoscerlo ancora meglio e di intessere una vera relazione con Lui. Ma tutto parte dall’ascolto. Io con Luisa non ho avuto il colpo di fulmine. Si mi piaceva ma ciò che me l’ha fatta desiderare ardentemente è stato conoscerla. E più la conoscevo, più l’ascoltavo e più ne ero attratto e più volevo sapere di lei. Credo che con la fede sia la stessa cosa.

Tutto parte dall’ascolto. L’ascolto come incontro. Sentire la voce e con essa la presenza di Dio che ti ama. Dio che é presente in ogni momento della vita. Dio è pronto a farti sentire quanto sei prezioso e desiderato in ogni momento. Anche quando tu stesso non pensi di meritare nulla o non credi di valere granché. Solo chi riesce a farsi ascolto, a sentire la presenza di Dio nella sua vita può riscoprire la sua fede. La fede non è altro che la nostra risposta all’amore di Dio. Dio si rivela. All’uomo è data la grazia di accogliere e di conoscere Dio attraverso Cristo e attraverso la Parola. Questa è la fede cristiana. Giovanni Paolo II definisce la fede non come un semplice fidarsi. Egli la descrive come aprire il cuore al dono che Dio ci fa di Se Stesso e del Suo amore. La virtù della fede perfeziona la nostra capacità di accogliere la manifestazione di Dio e di percepire il Suo amore misericordioso per noi.

Se la fede ci aiuta a perfezionare l’accoglienza di Dio, la carità ci aiuta a perfezionare la nostra capacità di rispondere a quella autodonazione di Dio a noi. La fede è accoglienza, la carità invece è la donazione di noi stessi. Cosa accade quindi alla virtù della carità nel matrimonio? La carità fa degli sposi una cosa sola, si trasformano in dono l’uno per l’altra. La carità genera e perfeziona l’unità tra gli sposi. Dio in sé è uno e trino in virtù dell’amore. Così si realizza in noi la capacità di generare quell’unità d’amore divina. Si realizza anche la capacità di mostrare quell’unità d’amore divina.

Attraverso la carità nel matrimonio, io sposo, se lo voglio e agisco quindi di conseguenza, posso donarmi e amare la mia sposa come l’ama Dio. Questo nonostante tutte le mie miserie, debolezze, finitezze e fragilità. È lo Spirito Santo che con la Grazia del matrimonio opera in me. Ma cosa significa amare la mia sposa e donarmi a lei come Dio? Come si dona Dio? 

Dio si dona per primo, è puro dono. Noi abbiamo la capacità, donataci dallo Spirito Santo, di perdonare per primi e sempre, di fare sempre il primo passo per la riconciliazione, senza curarci di avere o meno ragione. Dobbiamo uscire da noi stessi, dalle nostre rivendicazioni e ripicche e mettere l’altro al centro delle nostre preoccupazioni. Ci ho impiegato alcuni anni per capirlo. Per tanto tempo ho fatto pagare alla mia sposa i torti subiti veri o presunti. Lo facevo con musi lunghi e indifferenza mantenuta ostinatamente per ore se non per giorni. Aspettavo le sue scuse. Questa non è carità ma soltanto orgoglio.  Come dice San Paolo, la nostra deve invece essere una gara a chi si ama di più. Deve essere una gara a chi si perdona di più e per primo. Questa è la carità reciproca.

Altra caratteristica dell’amare di Dio è la gratuità. Dio ci ama senza voler nulla in cambio. Io facciamo lo stesso con la mia sposa? Oppure sono bravissimo a ricattarla sottilmente? Le faccio pesare ciò che faccio? Continuamente paragono ciò che le do con quanto ricevo? Questa non è carità ma un baratto di affetto, di servizio, di “amore”. Dio non ci insegna ad amarci così. Questa modalità di amare porterà presto o tardi a rancori e distanza tra gli sposi. La virtù della carità non solo ci abilita ad amarci per sempre. Ci permette di amarci sempre. Questo accade anche quando l’altro è antipatico e non si rende amabile con il suo atteggiamento o le sue azioni.

È difficile, non lo nego. Anche io manco di carità innumerevoli volte verso la mia sposa. Ora sono consapevole di questo. Chiedo a Dio di donarmi la carità per superare le mie miserie e poter essere davvero dono gratuito per lei. Chiara Corbella chiedeva a Dio: Dammi la Grazia di vivere la Grazia.

Attenzione! Gesù afferma, non senza ragione e non a caso, che l’amore per il prossimo va comparato all’amore per noi stessi. Ciò significa che per amare dobbiamo prima essere capaci di amarci. Che per donarci e non svenderci dobbiamo conoscere il nostro valore. Solo così amare per primo e amare gratuitamente saranno caratteristiche di un amore libero e maturo. Non saranno segni di una dipendenza affettiva. Solo così anche la croce può essere una scelta libera. Non deve mai essere una conseguenza della nostra paura di non essere amati. Non deve mai essere una conseguenza della nostra convinzione di non valere abbastanza.

L’ultima caratteristica dell’amore di Dio è la gioia. Dio si dona con gioia. Dio è felice di averci creati, si rallegra quasi stupendosi della meraviglia da Lui creata: l’uomo. È una cosa molto buona. Anche noi vogliamo essere capaci di amarci così. Guardiamoci sempre con uno sguardo meravigliato. Uno sguardo riconoscente che coglie la bellezza. Questa bellezza è generata in noi e nella nostra vita dalla presenza della persona amata. Riuscire a cogliere questa bellezza è il segreto per trovare la pace e la gioia di amare.

E voi? Amate da Dio? Almeno ci provate? Mettete tutto il cuore, l’anima, la mente e il corpo?

Antonio e Luisa

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I livelli del sesso: occasionale, in relazione stabile, e nel matrimonio sacramento

L’abbiamo scritto, credo, centinaia di volte in questo blog. Il sesso nel matrimonio è migliore. Attenzione! Non ne facciamo una questione meramente morale e religiosa. Non si tratta di affermare in modo astratto che il sesso all’interno del matrimonio è consentito mentre al di fuori è sempre peccato. Sappiamo bene che ormai le norme morali risultano ai più astratte e prive di senso. Per questo la gran parte dei cristiani non le segue. E mi ci metto anche io. Quando conobbi Luisa e lei mi propose la castità il mio primo pensiero fu di catalogare Luisa come repressa bigotta. Mi è servita la concretezza di un frate cappuccino che mi ha spiegato i motivi della castità. Mi ha spiegato il significato del sesso e del matrimonio. E da lì tutto è cambiato. Mi sono divertito, semplificando di molto le dinamiche umane, a raccontare tre livelli nei quali possiamo catalogare il sesso. Tre livelli crescenti in piacere e comunione.

Il sesso occasionale

Questo è il livello più povero. Forse il più esaltato ma il più povero. Cosa cerchi nel rapporto fisico? Cerchi conferme di essere una persona che piace? Cerchi di conquistare l’ennesima preda per sentirti forte? Cerchi di far cadere l’ennesimo uomo per sentirti desiderata e più bella? Questo è quello che guida uomini e donne a cercare rapporti occasionali. Ma è questo il significato del sesso? No, non è quello di riempire i nostri dubbi e i nostri bisogni di attenzione. In un rapporto occasionale il centro non è l’altro. Il centro sono io. Non c’è vera relazione ma solo un uso di una persona per ottenere piacere e conferme. Diventa una performance. Quando siamo in grado di superare la ricerca di gratificazione immediata, possiamo davvero scoprire la bellezza e la profondità dei rapporti umani. Dobbiamo concentrarci sulla costruzione di legami autentici. Possiamo davvero scoprire anche la bellezza e la profondità del sesso. Entriamo quindi nel secondo livello

Il sesso in una relazione stabile solo umana.

Non contempliamo ancora il matrimonio sacramento. Quando il sesso è vissuto all’interno di una relazione d’amore (sana) è tutto diverso. Non si cerca il semplice piacere fisico ma si cerca una relazione/connessione sempre più profonda. Non si cerca la performance ma si cerca la comunione. Il piacere più grande non viene dall’orgasmo ma dall’esperienza di sentirsi immersi in una comunione d’amore. Tanto che anche quando l’amplesso non riesce tecnicamente benissimo si può comunque vivere un’esperienza bellissima perché si dà corpo all’amore. Si dà concretezza sensibile all’amore. Questo amore è fondato in una relazione quotidiana. È fatta di continui gesti teneri di cura e di servizio vicendevoli. Ne è la prova il fatto che quando si vive una situazione di aridità e di distanza nella vita quotidiana di solito si fa di meno l’amore. Non perchè d’improvviso non si è più capaci di farlo. Non si fa più l’amore perchè scricchiola la base su cui verte la motivazione a cercarlo. Quando si vive questo tipo di sessualità solitamente il sesso diventa più appagante anche da un punto di vista meramente fisico. Ciò avviene perchè si supera la tensione di dover dimostrare e ci si concentra sulla comunione. Sul sentirsi sempre più complici e intimi. Sempre più uniti. La donna riesce ad abbandonarsi con fiducia ad un uomo che ama, che conosce e di cui si fida. L’uomo si libera dalla paura dinon essere abbastanza uomo, di fare brutte figure. E poi ci si conosce sempre meglio. Si sa come dare piacere a lui e a lei. Il sesso è un vestito da costruire su misura alla nostra coppia specifica.

Il sesso mel matrimonio sacramento

Questo è il livello top. Non c’è un gesto concreto e fisico che ti possa dare più piacere del sesso vissuto con tua moglie e tuo marito, sposi in Cristo. Davvero qui il sesso diventa un’esperienza di amore totale. Perché vale tutto quello che abbiamo già scritto nel livello precedente, ma c’è una componente in più. La componente più importante. In questo livello non mettiamo in gioco solo il nostro corpo e il nostro cuore (inteso come insieme di volontà, ragione e sentimenti) ma aggiungiamo il nostro spirito. La nostra parte più profonda e in contatto diretto con Dio. Due sposi che fanno l’amore bene, nel dono reciproco, stanno vivendo un’esperienza non solo umana ma trascendente. Stanno facendo esperienza dell’amore di Dio. Il sesso diventa preghiera e gesto sacro e liturgico. Il sesso diventa la modalità più bella per vivere il nostro sacramento. È la messa degli sposi.

Conclusioni

Capite ora cosa significa il concetto astratto di peccato? Significa non aderire alla pienezza dell’amore che Dio ha pensato e voluto per noi. Significa accontentarsi di una povertà grande nel caso del sesso occasionale e di una non pienezza nel caso di tante persone che si vogliono bene su un piano strettamente umano. La scelta è vostra. Noi abbiamo scelto di non accontentarci.

Antonio e Luisa

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Ripartiamo dalla famiglia

Venerdì scorso (16 agosto) è terminato l’XI Convegno Nazionale della Fraternità Sposi per Sempre a Loreto. Il tema era ”La Fedeltà: un’utopia o la verità dell’amore?” L’evento si è svolto sotto la guida di don Renzo Bonetti e con le catechesi di Don Salvatore Bucolo; eravamo 60 separati/divorziati, di cui quindici completamente nuovi, esclusi sacerdoti e accompagnatori.

Per la mia impressione e per i ritorni che ho ricevuto, è stato un bel convegno. È stato intenso, sia per le tematiche che per il programma serrato. È stato anche ricco e utile per approfondire, crescere e condividere. Come sempre, quando uno torna a casa, si porta con sé tutte le parole ascoltate, in particolare quelle delle persone con cui è stato più in contatto. Così le relazioni si rinsaldano e se ne creano di nuove.

Oltre alle cinque catechesi, i laboratori, i momenti di preghiera, la bellissima fiaccolata nella vigilia di Santa Maria Assunta, il rinnovo delle promesse matrimoniali e la serata ricreativa elegante con canti e balli, abbiamo fatto una prova pratica di CFE, comunità familiari di evangelizzazione, divisi in piccoli gruppi. Tutte le catechesi che don Renzo ha fatto a noi nell’ultimo anno hanno riguardato questo argomento.

Non è nulla di nuovo nella Chiesa. Non s’inventa niente. Già i primi cristiani si ritrovavano per condividere la fede. Nel tempo, per motivi vari, questo sistema è passato in secondo piano rispetto ad altri strumenti di evangelizzazione.

Le CFE sono uno strumento pastorale che rende le famiglie protagoniste della missione e coscienti di essere chiesa domestica. Gli sposi consacrati dal Sacramento ricevono la Grazia di essere segno reale dell’Amore di Gesù per la Chiesa. Sono chiamati ad annunciarlo nella loro vita. In poche parole, se gli sposi non evangelizzano, è come se avessero ricevuto in regalo una Ferrari nuova e la tenessero sempre spenta nel garage.

Come dice bene Papa Francesco in Amoris Laetitia n° 87: La Chiesa è famiglia di famiglie, costantemente arricchita dalla vita di tutte le Chiese domestiche. Pertanto, in virtù del sacramento del matrimonio ogni famiglia diventa a tutti gli effetti un bene per la Chiesa. In questa prospettiva sarà certamente un dono prezioso, per l’oggi della Chiesa, considerare anche la reciprocità tra famiglia e Chiesa: la Chiesa è un bene per la famiglia, la famiglia è un bene per la Chiesa. La custodia del dono sacramentale del Signore coinvolge non solo la singola famiglia, ma la stessa comunità cristiana”.

La CFE ha una struttura che aiuta gli sposi a sperimentare di essere Chiesa vivendone gli elementi essenziali: preghiera, ascolto della Parola, condivisione e comunione fraterna. La casa diventa quindi solo il luogo intimo dove accogliere, una volta a settimana, una decina di persone, in qualsiasi stato di vita. Singoli, fidanzati, sposati, separati e consacrati possono partecipare. L’incontro avviene tipicamente dopo cena e al massimo dura un’ora e mezza.

Non è possibile qui scendere ulteriormente in dettagli, mi piace solo sottolineare come si conclude la CFE: con la recita del padre nostro, in piedi, tenuti per mano, ma girati verso l’esterno. È un piccolo segno che sta a indicare la missione. È lo sguardo rivolto verso il mondo, verso le persone vicine e lontane. Infatti, quello che avviene durante l’incontro non è solo per i partecipanti. Deve dare i suoi frutti anche all’esterno, in modo che la Sua parola e i Suoi doni vadano anche agli altri.

Come ho scritto, in genere la CFE viene condotta da una coppia di sposi: quindi perché può essere condotta anche da un separato/divorziato fedele? Proprio perché, anche in caso di separazione o divorzio, il Sacramento del matrimonio rimane completamente. È come se il coniuge fosse assente a causa di un impegno. (L’unità è in Cristo, non nel letto matrimoniale). In forza del Sacramento sono Chiesa stabilmente riunita, anche se rimango solo.

Ora che è finita la formazione sulle CFE, non so quanti di noi stanno pensando seriamente d’iniziare. È sicuramente un impegno che richiede tempo, cura, preparazione e preghiera (anche su chi invitare). Sono stato contento di aver acquisito le basi per poterla mettere in pratica, prima o poi, a Dio piacendo.

Stiamo vivendo un periodo di calo di vocazioni sacerdotali. Le chiese sono sempre più vuote. Forse lo Spirito Santo ci sta suggerendo di ripartire dal basso, dalle famiglie, dalla quotidianità, dai nostri amici e colleghi, com’è successo all’inizio del cristianesimo. Sono convinto che, se faremo così, tornando a mettere Gesù al centro nelle famiglie, ci sarà un’inversione di tendenza anche per tutte le altre vocazioni. È bene ricordare che le vocazioni nascono spesso dalla qualità e dalla gratuità dell’amore sperimentato fra le mura domestiche.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Mi baci con i baci della tua bocca (5 puntata)

Dopo una breve introduzione possiamo finalmente iniziare ad approfondire il testo di questo Libro. Partiamo dal Prologo. Clicca qui per recuperare gli articoli già pubblicati.

Cantico dei Cantici, che è di Salomone.
L’amata
Mi baci con i baci della tua bocca!
Sì, più inebrianti del vino sono le tue carezze.

Cantico dei Cantici, che è di Salomone. Fermiamoci subito sul titolo. Cantico dei Cantici. Canto sublime. Canto che supera tutti gli altri. Canto che tutti vorrebbero poter cantare. È il canto dell’amore nuziale pieno, che è scritto nel nostro cuore come desiderio più profondo. Tutti hanno desiderio di vivere quello che verrà cantato in questo libro. Tutti, essendo stati creati ad immagine e somiglianza di Dio, hanno questa impronta incancellabile. Tutti, che siano credenti o no, hanno il desiderio profondo di vivere questa esperienza di amore. Chi riesce già su questa terra a vivere questo amore è una persona felice. Pienamente felice, pienamente realizzata, pienamente uomo, pienamente donna.1

Canto sublime di Salomone. Chiariamo subito che questo testo non è stato scritto dal re Salomone. Viene attribuito a Salomone, come avviene anche per altre opere, perché si vuole evidenziarne l’importanza. Questo è un canto regale. È il canto dell’amore pieno, di chi non si accontenta delle briciole, di chi non mendica amore, ma di chi vuole assaporarlo fino in fondo. Il canto dell’amore è il canto del re. Così come Cristo è re e Cristo è amore. Naturalmente questa è una lettura cristiana. Cristo è re perché ama. Così anche noi, più saremo capaci di amare nella nostra relazione sponsale e più saremo re e regine della nostra vita. Più vivremo questo amore e meno saremo schiavi.

Mi baci con i baci della tua bocca! Il Cantico inizia con l’amata che prende subito la parola. Per tanti esegeti, qui c’è la prosecuzione del racconto della Genesi. All’esclamazione ammirata di Adamo di fronte ad Eva, Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa, lei non risponde. Il racconto della Genesi aveva lasciato il discorso in sospeso. Ora la Sulamita, l’amata del Cantico, risponde all’amato. Torniamo con l’immaginazione nell’Eden. In questa grande armonia delle origini. Adamo esplode di gioia alla vista della donna, una creatura così simile a lui, ma allo stesso tempo diversa, misteriosa e affascinante. Lei non resta impassibile. La risposta alla gioia di Adamo si trova nel Cantico: che lui mi baci con i baci della sua bocca!

Un’immagine subito fortissima. Lei riconosce nell’amato la persona che può soddisfare quel desiderio di intimità profonda che alberga nel suo cuore. Non un bacio solo, ma tanti baci, come se non potesse accontentarsi, ma desiderasse che quel momento non finisse mai. Il bacio tra innamorati è un’immagine fortissima, perché tutti noi, che ne abbiamo fatto esperienza, possiamo capire come attraverso questo gesto si possa davvero assaporare l’intimo dell’altro. Non solo apriamo il nostro intimo all’altro, il nostro respiro, il nostro alito vitale, ma siamo desiderosi di ricevere quello dell’altro.

Sì, più inebrianti del vino sono le tue carezze. Le tenerezze sono tutte quelle espressioni d’amore che ci possono essere tra due innamorati: carezze, abbracci, baci ecc. Sono migliori del vino. Il vino ha una valenza simbolica molto definita. Il vino è la gioia. Nelle nozze di Cana è evidentissimo questo richiamo. Vino è gioia, abbondanza, ebrezza e festa. Le tenerezze dell’amato sono meglio del vino. Significa che non c’è nulla che doni piacere, gioia e pienezza alla donna quanto le tenerezze dell’amato. Io le desidero sta dicendo l’amata all’amato. Avete certamente notato la spregiudicatezza dell’amata, che esprime i suoi desideri, il suo amore, la sua passione e prende l’iniziativa. Inconcepibile per la mentalità maschilista dell’epoca in cui il Cantico è stato scritto. Mentalità che però non ha impedito di riconoscere questo testo come ispirato da Dio.

Antonio e Luisa

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  1. Il Cantico, quindi, deve accompagnare gli innamorati nelle tappe oscure e serene, nel riso e nelle lacrime di quella stupenda vicenda che è il loro amore. Ma il Cantico è nella sua meta terminale la figura suprema dell’amore tra Dio e la sua creatura, per cui esso diventa un testo capitale soprattutto per tutti i credenti. Perciò, aveva ragione il grande scrittore cristiano del III secolo Origene di Alessandria quando scriveva: «Beato chi comprende e canta i cantici delle Sacre Scritture! Ma ben più beato chi canta e comprende il Cantico dei Cantici!». (da l’Osservatore Romano – Gianfranco Ravasi) ↩︎

Post coitum omne animale tristis est

Non è vero che è tutto oro ciò che luccica. Oggi cercheremo di dare una motivazione strettamente umana all’importanza di vivere il sesso all’interno di una relazione affettiva stabile e duratura. Perché solo così può essere un’esperienza davvero bella e appagante. Anche dopo, una volta finita.

Viviamo in una società ipersessualizzata che ci fa credere che fare l’amore sia un’attività bella e piacevole sempre. Basta essere consenzienti e farlo con chi ci piace. La pornografia ci insegna come la riuscita sia solo questione di misure e di tecnica. Come in ogni altra prestazione fisica o sportiva. Ma poi accade qualcosa che ci riporta alla realtà. Che ci dice che forse siamo fatti diversamente. Accade sovente che dopo avere avuto un rapporto fisico tante persone riferiscono di sentirsi tristi. E non dovete sentirvi strani se vi accade. Semplicemente non se ne parla ma è molto comune. Perché accade questo?

È una sensazione che riguarda maschio e femmina da sempre. Pensate che addirittura gli antichi romani avevano coniato un modo di dire riferito proprio a questo stato emotivo: “post coitum omne animal triste est” (“dopo il coito, ogni animale è triste”). Questo dimostra che non dipende da ciò che insegna la Chiesa. Non è una sensazione che nasce dalla nostra morale e dal nostro bigottismo che ci insinua sensi di colpa, ma nasce dall”incompiutezza di quel gesto.

Non ci sono molte ricerche al riguardo. Però qualcuna c’è. Una in particolare è un po’ datata ma molto significativa. 20 anni fa è stato registrato che almeno la metà delle donne sessualmente attive nel Regno Unito sperimentava tristezza, elevata irritabilità, ansia, malinconia o senso di colpa dopo aver avuto rapporti sessuali consensuali.

Il sesso illude

Il sesso catalizza tutta la nostra attenzione e tutti i nostri sensi. Nel nostro cervello ci sono strutture che si attivano durante il sesso e poi si “spengono”, generando uno squilibrio nelle emozioni. Pertanto, è probabile che una persona dimentichi i propri problemi durante l’atto sessuale e, dopo l’orgasmo, ritorni a uno stato di realtà che ricorda loro che sono ancora lì. I rapporti sessuali casuali e senza impegno aumentano questi sentimenti, poiché le emozioni negative vissute non trovano un luogo sicuro in cui esprimersi. Questo crea un vuoto maggiore nella persona, sia essa uomo o donna.

La delusione e la tristezza nascono dal senso di perdita di un’intimità emotiva profonda, ma che è durata un attimo; o ancora da un’intimità fisica così poco soddisfacente da lasciare un senso di lontananza remota, invece che di unione. È come se quell’incontro intimo ci avesse illuso di essere davvero in una comunione profonda con un’altra persona e poi una volta finito ci si ritrova soli come prima.

La tristezza post-coitale potrebbe essere quindi legata a una reazione chimica nel cervello o a sentimenti di vacuità dopo un’intimità fisica non supportata da un legame emotivo solido. Alcuni esperti suggeriscono che la chiave per evitare questo tipo di sentimento sia proprio quella di vivere l’intimità all’interno di una connessione più profonda e significativa, in cui l’atto sessuale sia solo uno dei tanti modi in cui due persone si esprimono reciprocamente amore e affetto. Questo approccio potrebbe portare a una maggiore soddisfazione e benessere emotivo anche dopo l’atto fisico, creando un ciclo virtuoso di connessione e felicità.

Che conclusioni possiamo trarre? Che come sempre la Chiesa non ci impone regole tanto per. C’è sempre una motivazione che coinvolge non solo la nostra fede ma la pienezza della nostra vita. Il sesso è fatto per rendere visibile, concreta e feconda una comunione più profonda e completa. La comunione dei corpi è vera quando esprime la comunione dell’intera persona fatta di anima, cuore, psiche, corpo, vita. Questo avviene in modo pieno nel matrimonio. Se viviamo quel gesto con persone con cui non abbiamo una relazione profonda non potremo che provare, una volta terminato, una nostalgia di una unione di cui abbiamo fatto esperienza per pochi minuti ma che non esiste.

Antonio e Luisa

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Matrimonio e spiritualità: la metafora degli alberi da frutto secondo Ezechiele

In questi giorni di vacanza abbiamo scelto di dedicare più tempo alla nostra coppia. I nonni si stanno occupando del nostro piccolo Pietro. Ci siamo presi del tempo per pregare insieme lo Spirito Santo e per meditare sul sacramento che, come sposi cristiani, costituiamo. Solo qualche mese fa abbiamo ricevuto la preghiera di effusione nel Rinnovamento nello Spirito.

È stato bello essere cullati tra le braccia del Padre. Ci siamo sentiti di volare sorretti dalle Sue ali. Siamo usciti da quella chiesa talmente euforici. Ci sentivamo così tanto felici. Avevamo il desiderio di abbracciare ogni persona che incontravamo. Volevamo dirgli: ”gioisci perché Dio ti ama!

Abbiamo capito facendone esperienza. Abbiamo provato ciò che hanno provato i discepoli a Pentecoste. Quando sono usciti dal cenacolo, li hanno visti come ubriachi. Abbiamo sentito proprio tutto l’amore dello Spirito Santo in un solo momento, un amore troppo grande. Abbiamo avuto la percezione che i nostri piedi si staccassero da terra.

Quella sensazione poi si esaurisce col tempo. Chi ha ricevuto l’effusione dello Spirito Santo lo sa bene. Non si vive sul monte della trasfigurazione ma si torna a casa. Le sofferenze e i problemi della vita quotidiana hanno un forte impatto sul nostro umore. Però non svanisce quella sete di Lui e di preghiera che lo Spirito Santo ha messo nei nostri cuori.

E così, tornando a questi nostri giorni di vacanza, abbiamo pregato insieme lo Spirito Santo con la preghiera di lode sia cantata che no. Il Signore ci ha donato una parola molto bella dal libro del profeta Ezechiele, capitolo 47 versetto 12 in cui è scritto:

Lungo il fiume, su una riva e sull’altra, crescerà ogni sorta di alberi da frutto, le cui fronde non appassiranno: i loro frutti non cesseranno e ogni mese matureranno, perché le loro acque sgorgano dal santuario. I loro frutti serviranno come cibo e le foglie come medicina.

Questi versetti vengono scritti dal profeta Ezechiele in un momento di grande patimento per il popolo ebraico, quello della deportazione. E in questo contesto il profeta ci dona un’immagine suggerita dallo Spirito Santo di ciò che avverrà. Un angelo mostra ad Ezechiele un tempio da cui nasce un rivolo d’acqua diretto verso oriente.

Il tempio in questione non è stato edificato sulla roccia, bensì sulla sabbia. Quindi non può essere luogo di salvezza per il popolo. Lo Spirito Santo si rivela come fonte di acqua viva che cresce sempre più. Dall’essere molto meno di un fiumiciattolo andando verso est (da dove spunta il sole) si ingrandisce sempre più. Diventa percorribile solo nuotandovi.

L’acqua che è lo Spirito Santo si dirige verso l’Araba. L’Araba è una terra calda e arida di deserto che si affaccia sul Mar Morto. Questa acqua è un’acqua che porta alla risurrezione facendo rifiorire ogni albero che porterà molto frutto. I loro frutti matureranno sempre più e non termineranno mai e le loro foglie non seccheranno mai. Le foglie poi, ci comunica infine Ezechiele, saranno medicina.

Questo passo, in apparenza molto enigmatico, parla direttamente a noi sposi. Quella che ci presenta Ezechiele nell’antico testamento è una immagine che rimanda alle nozze di Cana del nuovo testamento.

Nelle nozze di Cana, Gesù è identificato con il vino nuovo. Questo vino rende gli sposi capaci di amarsi di un amore sempre più vero e sincero. Con il passare degli anni, però, l’onda delle emozioni tende a modificarsi e ad esaurirsi. In questa visione metaforica del profeta Ezechiele gli sposi si trovano in una situazione di deserto. Quale coppia non si è mai trovata o non si troverà a camminare lungo sentieri desolati in determinati tempi di questo nostro peregrinare terreno?

Svariati possono essere i motivi. Possono essere problemi sul lavoro o di salute. Possono esserci difficoltà legate all’educazione dei figli, lutti familiari o ferite delle famiglie di origine che emergono. Allora Ezechiele ci invita a non disperare. Quel terreno sterile, grazie alla alleanza di Dio con gli sposi che si rinnova ogni giorno, diventa incredibilmente fertile.

L’acqua che disseta la valle di Araba è Gesù stesso. Nel sacramento dell’Eucarestia, Gesù ci permette di vivere giornalmente quella comunione d’amore con Lui. Questo ci consente di entrare in comunione tra noi. Ci fa sentire amati da Lui di un amore profondo come lo sono le acque che scorrono verso l’Araba. Ci rende come quegli alberi che portano molto frutto. Quali frutti?

I frutti dello Spirito, come afferma San Paolo nella sua lettera ai Galati, sono: carità, gioia, pace, magnanimità, benevolenza. Sono anche bontà, fedeltà, mitezza e dominio di sé. Restando uniti a Cristo Gesù con il sacramento dell’Eucarestia abbiamo la possibilità di far maturare questi frutti. Lo Spirito Santo che abita in noi li sta già facendo germogliare, ma sono ancora acerbi.

Poi, con la nostra meditazione, ci siamo soffermati molto sul segno delle foglie. Esse sono medicina degli alberi della valle della Araba. Noi sposi siamo le piante da frutto. Gesù è l’acqua che ci nutre. La terra prima è spoglia e poi feconda le varie “stagioni” della vita di una coppia. Ci siamo domandati: E le foglie che significato hanno in questa visione di Ezechiele?

Lo Spirito Santo, durante la nostra preghiera, ci ha sussurrato una caratteristica benefica delle foglie. Esse sono i polmoni delle piante (un albero senza foglie non può portare frutto). Ma sono anche i polmoni di tutto il mondo. Le piante ci donano l’ossigeno senza cui non possiamo vivere. Una caratteristica delle foglie è proprio la generosità. Le foglie, afferma Ezechiele, sono medicina. Ci permettono di morire al nostro ego per poter amare in maniera totale. Senza questo passaggio non possiamo nutrirci come le piante di ciò che Dio ci dona nel Suo Santo Spirito. Di conseguenza, i nostri frutti non possono maturare e diventare sostentamento per l’altro.

Non saremmo cioè capaci di avere tutti quei gesti di amore e servizio. Quelle parole dolci e di incoraggiamento. Quelle attenzioni per il nostro sposo o per la nostra sposa attraverso i quali ci rendiamo pane spezzato per l’altro. Ovvero frutto che è cibo.

Le foglie possiamo pertanto associarle al sacramento della riconciliazione. Attraverso questo sacramento riscopriamo la voce di Dio nei nostri cuori. Questo ci permette di agire secondo la Sua volontà.

I sacramenti della Comunione, della Riconciliazione e del Matrimonio sono strettamente connessi tra loro. Per accostarci all’Eucarestia non dobbiamo essere perfetti altrimenti saremo già santi in paradiso. Sentendoci uno con Cristo, ricevendolo come pane di vita, siamo in grado di comprendere se ci sono degli errori che la nostra coscienza ci rimprovera. Questi ci rendono difficile sentirci avvolti dalle ali dello Spirito. Allora ritorniamo in ginocchio davanti al Padre. Gli chiediamo il dono della guarigione da tutto ciò che non viene da Lui. Chiediamo il dono della guarigione da ciò che è di ostacolo al processo di perfezionamento dei nostri frutti.

Senza voler togliere nulla all’esame di coscienza che facciamo privatamente, davanti a Lui eucarestia, non possiamo mentire a noi stessi. Lo Spirito di verità ci riempie.

Alessandra e Riccardo

Salomone e la Sulamita: un simbolo di armonia e uguaglianza (4 puntata)

Ultima riflessione prima di entrare nel cuore del libro. Per leggere i precedenti articoli clicca qui

Chi sono i due protagonisti del canto d’amore? Non hanno un nome specifico, non sono identificati. Restano un po’ anonimi. Questo cosa suggerisce? Che in quell’uomo e quella donna possono rispecchiarsi tutti gli sposi. La coppia del Cantico è un esempio e un’immagine di tutte le coppie del mondo.

In altre letterature famose possiamo trovare la vicenda di Romeo e Giulietta, di Paolo e Francesca, di Orfeo ed Euridice, di Tristano e Isotta e così via. Quella raccontata è la loro storia. Nel Cantico non si racconta la storia di qualcun altro, ma la nostra storia. Siamo noi i protagonisti. Ognuno di noi si può identificare.

Gli unici appellativi utilizzati nel testo non sono identificativi dei due protagonisti, ma hanno un forte richiamo simbolico. Lui Salomone, lei la Sulamita. Poi, nel proseguo, vedremo il perché di questi nomi. Posso subito anticipare la radice comune dei due nomi: la parola ebraica shalom, cioè pace. I due protagonisti sono l’uomo e la donna della pace. Adamo ed Eva invece, dopo il peccato originale, sperimentano tra loro distanza e incomprensione. Per contro, nel Cantico Salomone è l’uomo della pace per la Sulamita e lei è la donna della pace per lui. Si torna alle origini. All’armonia delle origini.

Altra considerazione importantissima e per nulla scontata: i due amanti sono posti sullo stesso piano di dignità. Un testo poetico di 500 anni prima di Cristo, quando la donna era considerata inferiore all’uomo, equipara la donna all’uomo. Un particolare spesso trascurato.

Viene proposta una donna attiva, che ha desideri e volontà indipendenti e con pari dignità dell’uomo, in una società che invece era maschilista. Probabilmente questo è stato uno dei motivi che hanno provocato tante opposizioni all’introduzione di questo testo nel canone sacro. La Sulamita appariva troppo spregiudicata, tanto da essere vista quasi come una poco di buono per l’epoca.

Un’ultima riflessione prima di iniziare con il Prologo del Cantico. C’è un’altra storia della Bibbia dove ci sono un uomo e una donna non identificati. Noi li chiamiamo Adamo ed Eva, ma il testo di Genesi li identifica come Ish e Isha. Anche in questo caso non sono nomi propri, ma hanno una forte valenza simbolica. Siamo sempre noi Ish e Isha. Salomone e la Sulamita sono Ish e Isha e sono Antonio e Luisa. Molti potrebbero pensare che l’amore narrato nel Cantico sia meraviglioso, ma non per loro.

Sono pienamente d’accordo che per tanti, troppi sposi è così. Il matrimonio è spesso fatica, divisione, rottura e sofferenza. Dimentichiamo le divergenze e lasciamoci trasportare e meravigliare dai versi del Cantico. Cerchiamo di contemplare a cosa tutti siamo chiamati. Cosa potremmo avere se solo ci abbandonassimo a Cristo nel nostro matrimonio.

Dalla prossima puntata incominceremo ad approfondire il testo partendo dal Prologo. Non mancate!

Antonio e Luisa

Contemplare per riparare l’amore ferito

Carissimi sposi, nel bel mezzo dell’estate, nel continuare il nostro cammino, desideriamo soffermarci sulla penultima lettera della parola CONTEMPLARE che ci riporta all’azione del RIPARARE.

Come sempre, se facciamo riferimento al vocabolario troviamo che questa parola deriva dal latino reparare, ovvero porre rimedio almeno in parte a un male, a un danno, a un errore o, ancora, aggiustare qualcosa di rotto.

Ma in modo particolare oggi, nella festa di santa Chiara d’Assisi, non possiamo non fare memoria di ciò che Cristo, nella chiesetta diroccata di San Damiano, chiese a san Francesco: «và e ripara la mia Casa, che come vedi è tutta in rovina».

Sappiamo bene che ciò che a Francesco veniva chiesto di riparare non era l’edificio fisico ma la Chiesa, intesa come l’intero popolo di Dio, amandola cos’ì com’era senza scandalizzarsi delle sue povertà e delle sue piaghe e cominciando da se stesso.

Anche a noi, Quel Crocifisso Vivente rivolge lo stesso invito: «Famiglia và e ripara la mia Chiesa Domestica, per rimostrare all’uomo di oggi il volto del Risorto, mediante la santità e la testimonianza dell’unione sacramentale di voi sposi».

Ma in che modo? Innanzitutto, accettando di far diventare la nostra casa anche “luogo di consolazione” in cui far riposare il cuore di chi cerca quell’Amore che guarisce dall’esperienza del non amore, del fallimento e della divisione.

Ed ecco che, proprio per questa missione, ci viene in aiuto la nostra sorella Chiara, grande maestra di contemplazione. Se Francesco era stato inviato per il mondo, a Chiara Cristo aveva chiesto di sostenere le membra deboli e vacillanti della Chiesa mediante la preghiera. Ed è con Chiara che anche noi, da dentro le mura domestiche, vogliamo raggiungere tutti i poveri d’amore con la nostra semplice preghiera (intensificata in questo Anno della Preghiera voluto da papa Francesco in preparazione al Giubileo) che diventa riparatrice solo se è alimentata dall’amore di Colui che ci ha sedotti: il nostro Sposo Gesù.

Specchiandoci, ogni giorno, nei Suoi occhi (aperti, parlanti, luminosi, attenti, vivi, dolcissimi) sentiamo di seguirne la direzione, di guardare dove guarda l’Amato e osservare gli orizzonti di vita che Lui vede. Dall’alto della croce, Egli vede sicuramente ogni ferita e l’infinito bisogno di amore e di misericordia dell’umanità ma è proprio da lì che dona Amore senza misura. È già solo questa contemplazione che ripara il nostro sguardo di sposi e ci fa desiderare di raggiungere le ferite dell’altro.

Come Chiara e Francesco, e mediante gli occhi di Cristo, ogni coppia di sposi cristiani può contemplare nelle stesse piaghe del Crocifisso ogni sua ferita che, una volta riparata col balsamo della consolazione e da uno sguardo nuovo, può diventare sanante per altre famiglie e per ogni uomo.

ESERCIZIO PER RIPARARE L’AMORE

Offriamo le sofferenze, anche le più piccole, che come coppia vivremo in questa giornata in riparazione ad una crisi coniugale di un’altra famiglia (anche se non la conosciamo).

PREGHIERA AL CROCIFISSO PER RIPARARE L’AMORE FAMILIARE FERITO

O alto e glorioso Dio, illumina le tenebredi ogni famiglia ferita. Dà ad ogni coppia di sposi fede retta, che alimenti la guarigione del loro cuore; speranza certa, per guardare con i Tuoi occhi il loro amore; carità perfetta, per donarsi l’uno all’altro senza pregiudizi e umiltà profonda per accogliere le reciproche ferite. Dà ad ogni membro della famiglia, senno e discernimento per compiere la tua vera e santa volontà e annunciare al mondo quella Pace e quel Bene che sono radicati solo nel Tuo Cuore. O Sposo celeste, ripara il nostro amore familiare. Amen.

Buona festa di santa Chiara!

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

Mistagogia del lavacro battesimale: significato e simbolismo

In questo articolo condivido una mistagogia del lavacro battesimale. Nelle precedenti riflessioni ci siamo soffermati, come un preludio, sui momenti dell’accoglienza, dell’ascolto della Parola di Dio e dell’unzione pre-battesimale, della rinuncia e della confessione di fede.

Al momento del lavacro il celebrante invita la famiglia e i padrini ad avvicinare il battezzando al fonte. In realtà è Gesù che invita: «Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: Dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva» (Giovanni 7, 38). In quel tempo Gesù disse queste parole per indicare il dono «dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui» (Giovanni 7,39).

L’acqua contenuta dal fonte battesimale è stata santificata durante i riti della veglia pasquale o, se questo non fosse possibile, all’inizio della liturgia del sacramento del battesimo. Il sacerdote in quel momento ha invocato lo Spirito Santo affinché avvenga una meraviglia di salvezza come avvenuto nel passato. La preghiera di benedizione fa memoria dei momenti in cui l’acqua è stata preparata per il battesimo: l’acqua della creazione, l’acqua del diluvio, l’acqua del mare dell’esodo, l’acqua del Giordano nel battesimo di Gesù, l’acqua dal fianco trafitto di Gesù.

Durante il momento del lavacro, quando il capo è bagnato con quest’acqua, il battezzando partecipa alla vita trinitaria perciò il sacerdote dice: «Io ti battezzo nel nome del Padre, e del Figlio, e dello Spirito Santo». Ogni battezzato dovrà narrare la meraviglia ricevuta in dono dal lavacro: «il Padre ci ha riplasmati, per mezzo del Figlio siamo stati riplasmati, e lo Spirito è vivificante. Anche nella prima creazione la Trinità era come adombrata in figure: il Padre plasmava, il Figlio era la mano del plasmatore, il Paraclito il soffio di chi inspirava la vita» (N. CABASILLAS, La vita in Cristo, Roma 2002, 117).  

Da oltre un millennio, la rinascita dall’acqua e dallo Spirito (cfr Gv 3,6) ha sostituito, nella quasi totalità, l’antica tradizione d’immersione totale della persona mantenendo la medesima significazione: «quest’acqua distrugge una vita e ne suscita un’altra, annega l’uomo vecchio e fa risorgere il nuovo … il gesto di immergersi nell’acqua e scomparire sembra un fuggire la vita nell’aria, ma fuggire la vita vuol dire morire. Riemergere invece e trovarsi di nuovo all’aria e alla luce è come un andare in cerca della vita e conseguirla» (N. CABASILLAS, 116).

Sull’architrave del battistero della Basilica del Laterano c’è un’iscrizione di papa Sisto III (432-440) che attribuisce al fonte battesimale la simbologia dell’utero materno: «Qui nasce al cielo un popolo di stirpe divina, cui genera lo Spirito fecondatore di queste acque. La Madre Chiesa, la virginea prole concepita per virtù dello Spirito Santo, partorisce in queste onde … Né v’ha alcuna differenza tra coloro che qui rinascono: li pareggia la medesima sorgente vitale, un identico Spirito, un’unica fede». Per la rigenerazione battesimale avvenuta nel fonte, come seno materno della Chiesa, ogni battezzato avrà la Chiesa per Madre per avere Dio come padre.

Può sorgere a questo punto la domanda: quali sono i bisogni di un nascituro nell’attimo in cui viene alla luce? Piange, ha fame, vuole essere coperto, invoca protezione, è in cerca di affetto; ancor prima ha bisogno della recisione del cordone ombelicale che come un ‘canale’ fino a quel momento ha trasmesso le sostanze necessarie per il suo sviluppo. Questo taglio pur se avviene materialmente non farà mai venire meno il legame esistenziale tra la mamma e suo figlio, ugualmente accadrà tra la Chiesa e ogni singolo battezzato.  

Fino a quando il cristiano vive sulla terra ha bisogno delle cure materne ecclesiali con i canali sacramentali per ricevere i tesori della vita spirituale, quando poi egli nascerà alla vita in Cielo non ne avrà più bisogno. Ecco perché la Chiesa deve essere amata e chiamata lietamente con il nome di ‘madre’: «non ci ha generati per poi abbandonarci e lasciarci correre da soli la nostra avventura: ci custodisce e ci tiene tutti uniti nel suo seno materno; viviamo sempre del suo spirito, ‘come i bambini nel seno della madre vivono della vita di lei’. Ogni cattolico nutre per essa un sentimento di tenera pietà filiale» (H. DE LUBAC, Meditazioni sulla Chiesa, Milano 2011, 182).

La Chiesa domestica, che poco prima del lavacro si è impegnata ad insegnare l’arte dell’amare Dio e il prossimo, dovrà chiedersi: è proprio difficile amare questa Chiesa-madre?

Forse se ciascuno avrà imparato ad amarla sulle ginocchia della propria madre non le sarà difficile neppure insegnare a fare altrettanto. «Sia sempre benedetta questa grande Madre augusta, sulle cui ginocchia ho tutto appreso» (P. Claudel). Ho imparato da lei a parlare e anche a pregare con la parola umana e quella del Vangelo, a guardare e forse anche a interpretare la realtà degli uomini e quella del divino, a ringraziare e a chiedere perdono … Così la Chiesa mi ha insegnato ad amare: quando ero sulle ginocchia della mia giovane madre ma anche quando, divenuta anziana, le rughe per le tante esperienze amare come un velo sul suo volto si sono posate. «Quante tentazioni proviamo verso questa Madre che dovremmo soltanto amare!» (H. De Lubac).

Don Antonio Marotta

Una vacanza al servizio del matrimonio

Nella terza e quarta settimana di luglio anche quest’anno si è svolta la vacanza formativa di Mistero Grande a Soraga in Val di Fassa, dedicata alle coppie entro i dieci anni di matrimonio (ogni coppia rimane solo una settimana).

Per il quarto anno consecutivo, io e altri quattro papà (Daniele, Ermes, Max, Sergio, che ho conosciuto nella Fraternità Sposi per Sempre) insieme ai figli (Carolina, Diletta, Elisa (Big e Junior), Emanuele, Matilde e Miriam), oltre ai “nonni” Natalino e Maddalena, abbiamo fatto animazione a 42 bambini (in età compresa tra 0 e 13 anni) nella seconda settimana di vacanza.

I bambini stavano con noi durante la mattina, mentre i genitori si dedicavano alla formazione con don Renzo Bonetti, Annalisa, vari sacerdoti e l’equipe di Mistero Grande; per il pranzo i genitori venivano a riprendere i figli e dopo avevamo la giornata libera per le escursioni o altre attività. È sempre un’esperienza che arricchisce sotto tanti punti di vista, provo soltanto a fare qualche breve riflessione.

Innanzitutto, è un tempo di qualità che posso trascorrere con le figlie, perché, anche se i ragazzi alla fine stanno per conto loro (camere comprese), condividiamo un “servizio” comune, oltre ai pasti della giornata e tutte le numerose attività che noi papà organizziamo nel pomeriggio e dopo cena.

Infatti, durante l’anno, tra la scuola, il lavoro e tutti gli impegni, non capita mai di essere così a lungo in contatto con loro e devo ammettere che tutti i figli hanno preso questo impegno seriamente, senza mai lamentarsi e anzi proponendosi per consolare il bambino di turno o per spingere un passeggino. Come genitore è un aspetto che mi rende orgoglioso e mi conferma che questi giovani, nonostante le ferite che si portano dietro, nel loro cuore hanno tutte le risorse necessarie per andare oltre e fare del bene a sé stessi e agli altri; addirittura, qualcuno dei nostri ragazzi è voluto venire con noi papà nella stanza adibita allo scopo, per imparare a cambiare un pannolino.

Ogni anno poi accade che qualcuno dei bambini si leghi in maniera particolare a uno dei nostri figli per il tempo passato insieme a giocare, colorare, andare sull’altalena o sullo scivolo.

In questo mondo così complesso e tormentato da venti di guerra, vedere dei bambini giocare e divertirsi con una palla, le bolle di sapone o altre cose semplici, è una bella ricarica di speranza e di fiducia sul futuro. Persino alcune bambine più grandi, tra i dieci e i tredici anni, vedendo noi animatori, si sono responsabilizzate così tanto, da creare, con tanto di etichette personali, uno “sportello” di aiuto per tutti i bambini che erano in difficoltà e piangevano, l’“Agenzia tante coccole”: avevano fatto la lista dei bambini più piccoli e mettevano una spunta ogni qual volta qualcuno di loro si addormentava nel passeggino o era sotto controllo nella piscina con le palline. Non voglio fare nomi, ma ci tengo a ringraziare le ragazze per questo prezioso aiuto e questa dimostrazione di amore che mi rimarrà fra i ricordi più belli di questa vacanza.

Quest’anno, oltre ai due eventi di baby dance, su richiesta dell’equipe, una sera abbiamo cenato all’aperto con i bambini nel piazzale davanti all’albergo (pizza, patatine fritte e gelato), mentre le coppie all’interno cenavano a lume di candela per dare l’opportunità, almeno una volta, di mangiare da soli, guardandosi negli occhi, senza doversi occupare dei figli. Credo sia stata una trovata molto apprezzata, perché effettivamente, magari con tre o quattro figli, la coppia non ha mai un tempo di qualità da dedicare a sé stessa, per confrontarsi, parlare liberamente e ricaricare un po’ le energie.

Con gli altri papà abbiamo commentato che, se avessimo potuto partecipare a una vacanza formativa del genere e avessimo così capito qualcosa in più del Sacramento del matrimonio, forse, la nostra famiglia non si sarebbe sfasciata. È un dubbio che rimarrà, nessuno lo può sapere, ma certamente un errore grave è stato quello di sposarsi, “viva gli sposi” e poi tanti saluti! Non eravamo formati bene e soprattutto non abbiamo fatto niente per recuperare dopo il matrimonio.

Quando due persone si sposano e vanno a vivere insieme, troveranno sempre delle difficoltà da superare nella vita, anche solo lo sconvolgimento e il cambio totale degli equilibri con l’arrivo di un figlio: se le coppie hanno chi le aiuta e chi continuamente le guida ad approfondire il Sacramento del matrimonio, ci sono buone speranze, altrimenti è probabile che, prima o poi, le cose vadano male o si rimanga insieme solo per una sorta di compromesso.

Un medico che si laureasse e che poi non si aggiornasse continuamente, per tutta la vita, sulle nuove scoperte, i farmaci e le terapie esistenti, non credo che riuscirebbe a curare bene i suoi pazienti: allo stesso modo una coppia che dicesse di aver capito finalmente il Sacramento, vuol dire che non ci ha capito proprio niente!

Per la mia esperienza sono convinto che molte famiglie si trovino in situazioni difficili perché la coppia non ha mai deciso di crescere insieme e quindi di leggere libri, partecipare a seminari, convegni, eventi e di camminare insieme con altre famiglie. Purtroppo, in pochissime parrocchie o realtà c’è questa sensibilità e consapevolezza che il matrimonio non è un punto di arrivo, ma di partenza; pertanto, un appuntamento come la prima edizione della scuola nuziale on line (clicca qui per info) ideata da Antonio e Luisa con Mistero Grande, è un’occasione importante per approfondire diverse tematiche.

Faccio un’ultima sottolineatura: qualcuno potrebbe pensare che vedere e frequentare delle belle famiglie come abbiamo fatto a Soraga, possa suscitare in noi papà separati un sentimento d’invidia, ma in realtà è proprio il contrario: noi siamo felicissimi che esistano delle coppie preparate che vivono in armonia e si vogliono bene, sono una bella testimonianza di come ama Dio e un segno di speranza. L’ho detto chiaramente alle coppie durante la breve testimonianza che mi hanno chiesto di fare l’ultimo giorno: “non so se l’avete capito, ma il futuro non della Chiesa, ma dell’intera umanità, dipende anche da voi e da come svolgerete la vostra missione”.

È stato bello conoscere e parlare con nuove coppie, rivedere alcune degli anni precedenti, darci l’appuntamento al prossimo anno e anche superare alcune difficoltà iniziali, come la titubanza dei genitori di lasciare per la prima volta bambini molto piccoli a questi strani papà, che alla fine, nonostante le raccomandazioni, sono degli sconosciuti.

Abbiamo anche ricevuto dei messaggi scritti di ringraziamento dalle coppie per la luce e l’amore che hanno visto nei loro figli dopo la vacanza: hanno capito che è un piccolo seme dell’amore di Dio che sicuramente, a tempo debito, fiorirà!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Cantico dei Cantici: un corpo sessuato per mostrare Dio (3 puntata)

Proseguiamo oggi con l’introduzione al testo. Clicca qui per rileggere le puntate già pubblicate.

Nel Cantico dei Cantici viene cantato l’amore. L’amore umano. È un libro che narra un’esperienza d’amore, concreta, tra un uomo e una donna. Un amore di tipo sponsale. Tutto il contesto lo fa credere. Non è solo un amore oblativo, di dono. Non è un amore platonico. È un amore prevalentemente carnale. È un amore completo, totale. Un amore passionale con risvolti erotici, per nulla velati, ma molto espliciti. Dove, seppur in modo poetico e mai volgare, non viene tralasciato nulla del corpo dell’amato e dell’amata.

Non viene tralasciato nulla di sensazioni, emozioni, sapori, odori e colori. Una bellezza che piano piano si svela, proporzionalmente allo svelarsi e all’accogliersi vicendevole dei due sposi, in un crescendo di esperienza sempre più concreta ed intima dell’uno con l’altra.

Per vivere questo amore cantato nel Cantico, dobbiamo purificare il nostro sguardo. Dobbiamo essere capaci di eliminare una certa malizia, che spesso si nasconde dietro certe idee di amore erotico. Dobbiamo eliminare anche un falso pudore, che spesso nasconde la nostra chiusura all’altro e incapacità di farci dono.

L’amore erotico tra due sposi non è nulla di vergognoso o di sporco. Certo possiamo sporcarlo noi con il nostro egoismo. L’amore erotico che Dio ha pensato per noi è qualcosa che apre alla meraviglia dell’amore, che diventa esperienza concreta vissuta nel corpo. Lo sguardo di Dio sulla sessualità umana, da sempre, è uno sguardo buono e positivo. L’espressione che troviamo nella Genesi al cap.1 E Dio vide che era cosa molto buona è posta proprio al termine della creazione dove aveva appena formato uomo e donna. Due creature sessuate, diverse e complementari, che, nell’unione intima, diventano una sola carne e diventano fecondi.

Due creature fatte a somiglianza di Dio, che nella loro relazione sponsale riproducono la relazione d’amore di Dio Trinità in se stesso. Detto in altre parole, Dio ci ha voluto sessuati, perché nell’unione intima e completa di due sposi si potesse scorgere, in maniera diversa e limitata ma concreta, la relazione perfetta delle persone della Trinità1.

Il corpo, che non solo ci appartiene ma ci costituisce come persone insieme all’anima, diventa strumento per esprimere in modo chiaro e netto quell’amore che abbiamo nel profondo di noi. Il corpo rende visibile ciò che non è visibile. Una realtà non solo lecita, ma santissima. Santissima come lo è il Cantico. Il Cantico parla di questo amore. Un libro da leggere con lo stupore di chi si addentra nella profondità del pensiero di Dio. Un libro che apre alle meraviglie di un’esperienza, che noi sposi possiamo e dobbiamo vivere nella concretezza della nostra relazione e della nostra vita insieme.

Antonio e Luisa

  1. E come tutti sappiamo, la differenza sessuale è presente in tante forme di vita, nella lunga scala dei viventi. Ma solo nell’uomo e nella donna essa porta in sé l’immagine e la somiglianza di Dio: il testo biblico lo ripete per ben tre volte in due versetti (26-27): uomo e donna sono immagine e somiglianza di Dio. Questo ci dice che non solo l’uomo preso a sé è immagine di Dio, non solo la donna presa a sé è immagine di Dio, ma anche l’uomo e la donna, come coppia, sono immagine di Dio. La differenza tra uomo e donna non è per la contrapposizione, o la subordinazione, ma per la comunione e la generazione, sempre ad immagine e somiglianza di Dio. (Udienza di Papa Francesco del 15/4/2015) ↩︎

Essere Single: Un Cammino di Conoscenza e Preparazione

Il mondo ci insegna che essere single e non avere impegni è la cosa migliore, perché significa essere un’anima libera. Ci si può dedicare ai propri interessi, alla propria formazione. Si può dedicare molto più tempo alla professione che piace. Insomma la famiglia è spesso considerata un intralcio alla realizzazione personale. E questo vale soprattutto per la donna. Il desiderio di famiglia è davvero solo una conseguenza della nostra cultura patriarcale? O c’è anche un desiderio del cuore di spendere la propria vita per qualcuno? Fino in fondo, senza sconti. Gesù lo dice: Chi perde la sua vita per me la troverà. Noi abbiamo bisogno di donarci per sentirci vivi. Per dare senso al nostro essere, al nostro essere qui. E sposarsi è uno dei modi per nutrire quel bisogno che ci costituisce. E chi vorrebbe e non riesce?

Chi ha nel cuore il desiderio di trovare qualcuno con cui condividere la propria vita e non riesce a trovarlo? E’ bene ricordare che la nostra vocazione primaria non è sposarci ma diventare santi. Ricordiamo che Dio ci chiama alla santità e ci chiede di impegnarci per questo. Il matrimonio è fatto di impegno e di volontà. Il matrimonio è un cammino ma anche prima camminiamo. Essere single non significa stare fermi. Il single non è una persona che semplicemente attende. Il single dovrebbe prepararsi ad accogliere una relazione profonda con un’alterità. Come? L’abbiamo scritto prima. Impegno e volontà. Il single cerca di conoscere sè stesso, le proprie difficoltà, i propri limiti, le proprie ferite. Ma anche i propri punti di forza. Il single non dovrebbe piangersi addosso ma cercare di comprendere e di interiorizzare quanto sia prezioso, quanto sia bello, quanto sia desiderabile. Comprendo che in un mondo fatto tanto di apparenza e di canoni estetici, diventa tutto più difficile, ma noi siamo cristiani. Abbiamo un Dio che è morto per ognuno di noi. Un Dio che ci trova meravigliosi. Se ti senti immobile ed incapace di vedere spiragli è il momento di riprendere in mano la tua vita. Solo quando tu ti sentirai almeno un po’ bello e desiderabile allora anche gli altri potranno intravedere la tua bellezza. Ora vi daremo alcuni consigli concreti.

Discernere

Senza dubbio, ognuno ha una vocazione e Dio sicuramente desidera che la scopriamo e la viviamo. Perchè desidera il nostro bene e ha pensato a una vita piena e buona per noi. Dobbiamo avere fiducia nel piano divino, anche se non possiamo vederlo. Accompagnate dunque il discernimento con molta preghiera, formazione e conoscenza di sé. Aggiungerei di non tralasciare anche dei percorsi psicologici. Siamo tutti feriti e spesso le nostre feriti ci impediscono di discernere liberamente e di aprirci al progetto di Dio su di noi. Io non sono single ma non mi vergogno di dire che sto lavorando ancora sulle mie ferite. Non si finisce mai.

Sii un dono per gli altri

Essere single è una grande opportunità per dare frutto. A volte, quando siamo single, possiamo avere più tempo per gli altri rispetto a quando abbiamo una famiglia. Probabilmente ci sono molte persone che hanno bisogno di te in questo momento. Hanno bisogno della tua presenza, del tuo ascolto, della tua parola, del tuo servizio. Tu puoi dare tanto. Non concentrarti solo su una relazione che desideri ma che ancora non c’è. Vivi le relazioni con chi hai intorno: amici, parenti, colleghi, volontariato ecc. Questo non solo ti rende prezioso per gli altri ma rende visibile la tua bellezza e la tua importanza anche a te stesso. Donarsi agli altri quando si è single porta frutti anche nel matrimonio.

Preparati

Abbiamo già parlato di conoscenza di sé, formazione e discernimento. Ma conoscere la persona che ti accompagnerà per tutta la vita, se è la tua vocazione, richiede molto di più. Dato che hai lavorato sugli aspetti più profondi di te stesso, cerca di maturare. Quali abitudini hai che non ti aiutano? Come puoi essere migliore ogni giorno? Cioè, se avessi già quella persona speciale davanti a te, come vorresti che ti trovasse? Insomma lavora sugli spigoli del tuo carattere e cerca di smussare quegli atteggiamenti meno amabili di te. Renditi amabile. Una persona amabile è una persona che è facile da amare. Cura non solo il carattere ma anche l’aspetto esteriore. Essere trasandati non è un pregio che dice quanto siamo staccati dalle cose del mondo ma dice semplicemente che non ci riteniamo preziosi. E se non lo pensiamo noi perchè dovrebbero pensarlo gli altri?

Termino con una breve testimonianza personale. Ho incontrato Luisa che lei aveva 35 anni e io 26. Lei non aveva mai avuto storie importanti. Solo qualche piccolo flirt. Mai un rapporto intimo con un uomo. Eppure io ho visto in lei una bellezza grande. Questo perchè lei da alcuni anni aveva smesso di piangersi addosso e aveva deciso di vivere. Di donarsi per come le era possibile e aveva cercato di approfondire e fortificare le propria fede. E questo lavoro ha dato frutti. Sono sicuro che non avrei visto quella bellezza se lei stessa non l’avesse interiorizzata e trovato il modo di renderla visibile.

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Piccole volpi grandi problemi

Prendeteci le volpi, le volpi piccoline che guastano le vigne, perché le nostre vigne sono in fiore. (Ct 2,15)

Si tratta di un versetto tratto dal Cantico dei Cantici. Io e Luisa, come molti che ci seguono sanno, abbiamo scritto un libro su questo meraviglioso testo dell’Antico Testamento. Quindi si tratta di un passo che abbiamo già affrontato altre volte nei nostri articoli. Ho scelto di tornarci perché sono parole troppo importanti e che offrono davvero una prospettiva illuminante da cui partire per riflettere sulla nostra relazione. Le piccole volpi sono un’immagine fantastica. Le piccole volpi non sembrano essere un pericolo. Così carine, così piccoline. Eppure proprio le piccole volpi possono distruggere la vigna. Possono distruggere la nostra relazione.

Le piccole volpi sono tutti quegli atteggiamenti che consideriamo in fin dei conti veniali, poco importanti, quasi banali, ma che possono, quando vengono reiterati nel tempo e diventano abitudine, spogliare la relazione di intimità, di complicità e di gioia. Possono allontanarci. Attenzione quindi, non si scherza su queste cose. Vi cito alcuni comportamenti che sono delle vere piccole volpi che attentano la nostra vigna. Scrivo al maschile ma vale per entrambi.

Non mi incoraggia mai. 

Solitamente se ci sposiamo è perchè la persona che abbiamo scelto non ci piace solo fisicamente. Abbiamo anche grande stima di lei. E’ importante il suo parere. Una delle ricchezze dell’essere coppia sta proprio nel poter condividere la gioia e i successi con l’altro e trovare una spalla su cui appoggiarsi e magari anche piangere quando ci sono fallimenti o sofferenze. Essere indifferenti a tutto questo, al mondo interiore dell’altro non lo fa sentire amato. Peggio ancora se siamo sempre pronti a criticare gli errori e siamo invece meno attenti a sostenere con una buona parola. Ecco la prima piccola volpe.

Cerca di cambiarmi in tutti i modi. 

Si, mi piaci, ma sarebbe meglio se tu fossi un po’ diverso, devi cambiare quell’atteggiamento che proprio non mi piace, e poi cambia idea su questa cosa. Insomma diventa come io ti voglio. Ogni tanto, ammettiamolo, abbiamo la tentazione di fare questi pensieri. Come tutte le persone di questo mondo l’altro ha dei difetti. Spesso usiamo dei mezzucci per ottenere ciò che vogliamo. Facciamo leva sul senso di colpa. Con il risultato che quando si affronterà una discussione su quel suo difetto l’altro si sentirà giudicato, non amato, attaccato, ci vedrà come un “nemico” e non come un alleato. Si chiuderà e fuggirà ogni occasione di dialogo su quell’argomento. Ci terrà nascosti i suoi sentimenti e i suoi errori. Creando di fatto una barriera tra noi e lui o lei. Solo accogliendola nel suo essere com’è senza pretesa di cambiarla, la persona amata sentirà il desiderio di attenuare i suoi difetti. Non per costrizione o sfinimento ma per amore. Non dobbiamo tacere ciò che non ci piace dell’altro ma è importante non far dipendere il nostro amore dal suo comportamento. Ricordate, poi, che se la plasmate a vostra immagine poi non sarà più la persona di cui vi siete innamorati. Insistere per cambiarlo è una grande piccola volpe. Attenzione. Cacciatela per tempo dalla vostra vigna.

Non mi dice mai quanto io sia bello e bravo per lei.

Non so perchè ma esiste un ambito in cui spesso siamo molto avari. Dovremmo dirci più spesso l’uno l’altra quanto siamo belli, quanto ancora ci piacciamo e quanto ci desideriamo. Non dovremmo perdere occasione per fare un complimento. Cose semplici: Che buono il risotto che hai cucinato. Oggi sei proprio bella! Grazie per aver risolto quel problema con la banca, io non avrei saputo da che parte cominciare. Sei un marito eccezionale. Sei una moglie meravigliosa. Cose molto semplici ma che ripetute nella nostra quotidianità costruiscono la nostra casa comune. Costruiscono la nostra relazione. Invece spesso perdiamo tante occasioni dando per scontato tante cose. Dando per scontato il nostro amore. Questa si che è una piccola volpe enormemente pericolosa. Non a caso nel rito matrimoniale promettiamo di amarci tutti i giorni della vita proprio per evidenziare come l’amore abbia bisogno di essere confermato ogni giorno.

Mi “bastona” per ogni errore

Nella nostra relazione gli errori dell’altro ci sono stati, ci sono e ci saranno sempre. D’altronde non sbaglia solo l’altro. Anche noi ne commettiamo a dozzine. Ci può stare avere delle discussioni e dei litigi ma mai mettere in discussione la persona e il rispetto per la persona. E’ importante riuscire a dividere l’errore da chi lo commette. Solo così potremo essere di aiuto e sostegno. Solo così l’altro avrà desiderio e non paura di confidarsi con noi, senza fare l’errore di tenere nascosti i suoi sbagli. Non è perfetto. Per fortuna che non è perfetto. Come dico spesso a Luisa: grazie a Dio non sei perfetta! Altrimenti come farei a dimostrarti il mio amore incondizionato se tu lo meritassi sempre? Naturalmente vale anche viceversa.

Questi sono dei piccoli comportamenti sbagliati che sembrano, presi singolarmente, banali e sopportabili. In realtà con il tempo possono causare grandi problemi di coppia. Possono portare fino al fallimento della relazione. Cacciate quindi le piccole volpi. Basta poco.

Antonio e Luisa

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Il senso di colpa non viene da Dio

Il senso di colpa non viene da Dio. Ne sono certo di questa affermazione. Il senso di colpa non è mai buono. Bisogna intendersi però. Il senso di colpa non va confuso con il senso del peccato. Sono due cose completamente diverse.

Il senso di colpa ti imprigiona. Il senso di colpa ti fa credere che tu sei il tuo errore. Che non puoi cambiare, che sei così e sempre lo sarai. Che è inutile impegnarsi e cercare di modificare quel tuo atteggiamento o comportamento perché tornerai inesorabilmente a caderci. Perché è parte di te. E’ radicato in te. Il senso di colpa si manifesta con pensieri del tipo: ecco l’ho fatto di nuovo, sono proprio irrecuperabile, non sono capace di fare nulla, faccio solo disastri, sono una frana. Tutti pensieri che si possono riassumere in sono fatto così. Mi faccio schifo. Il senso di colpa è sempre frutto di una mancanza di amore che induce a credere di non valere, di non essere abbastanza. Spesso i peggiori giudici di noi stessi siamo proprio noi. Sentenze definitive e senza appello.

Il senso del peccato è diverso. Il peccato è altro rispetto a noi. Questa situazione esistenziale viene dall’amore. Siamo consci di essere amati da un Padre misericordioso e ci dispiace esserci comportati in un certo modo non buono. Ma in questo caso non ci sentiamo condannati e non ci sentiamo brutti. Siamo preziosi agli occhi del Padre e questa è una certezza che ci riempie di autostima e di consapevolezza su chi siamo. Non ci facciamo schifo, ci fa schifo quello che abbiamo fatto, ci fa schifo il peccato. Peccato che non è parte di noi. Questo ci dà la motivazione per contrastare in futuro il ripetersi di certi comportamenti che non sono buoni e non fanno bene a noi e a chi ci vuole bene.

Il senso di colpa viene da Satana, il senso del peccato viene dallo Spirito Santo. E noi come ci comportiamo con nostro marito o nostra moglie? Riusciamo a dare voce allo Spirito Santo?

Come non pensare all’episodio evangelico dell’adultera. Lei era piena di senso di colpa, era stata giudicata dai farisei ma ancor prima da sé stessa. Non si piaceva. Non si era mai sentita davvero amata. Per questo peccava! Gesù ha saputo guardare quella donna non con il disprezzo dei farisei, ma con lo sguardo dell’innamorato che scorge tutto il valore della sua amata. Questo ha permesso all’adultera di separare il peccato da sé stessa. Non si è più sentita brutta e sporca ma ha visto, forse per la prima volta, tutta la meraviglia che era. Questo attraverso lo sguardo di Cristo.

Ciò che siamo chiamati a fare noi sposi l’uno con l’altra. Quante volte abbiamo commesso peccati ed errori. Quante volte ci siamo sentiti brutte persone. Lo sguardo della persona amata può aiutarci a ritrovare la nostra bellezza e il nostro valore. Siamo preziosi e l’altro ci permette di comprenderlo.

Il segreto che ho imparato nel mio matrimonio, per essere capace di scrivere sulla sabbia le mancanze della mia sposa e non di lanciarle pietre, come magari facevo all’inizio della nostra storia insieme, è proprio essere capace di fare memoria. Memoria di tutte le volte che ho sentito l’amore misericordioso di Gesù su di me e sulla mia storia e memoria di tutte le volte che ho mancato nell’amare la mia sposa e lei mi ha perdonato. La cosa bella è che più passano gli anni e più la mia memoria si riempie di perdoni dati e ricevuti e questo mi lega sempre più alla mia sposa in una relazione toccata dalla fragilità e dagli errori e per questo capace di far sperimentare un amore gratuito e benedetto da Dio.

Antonio e Luisa

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Cantico dei Cantici: un libro spregiudicato (2 puntata)

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L’arte di amare con tutto il cuore e tutto il corpo ci viene insegnata da Dio, Dio si fa maestro, attraverso un libro della Bibbia: il Cantico dei Cantici. Se non entriamo in questo modo di amare, non entriamo nella vita vera, non vivremo mai appieno il nostro matrimonio. L’intimità sessuale è un mezzo privilegiato per gli sposi per perseguire la santità. L’intimità sessuale va rivalutata, liberando questo gesto dalle incrostazioni del passato e dagli inquinamenti del presente. Per questo gli sposi dovrebbero leggere e meditare spesso il Cantico dei Cantici, per immergere il loro cuore e la loro mente sempre più intensamente nell’educazione sessuale elargita loro da Dio stesso.

Se è vero che il nostro sacerdozio si concretizza nell’amare sempre più il nostro sposo o la nostra sposa, non possiamo che meditare e approfondire questo libro della Bibbia, dove Dio ci mostra il modo per poterlo fare in pienezza. Il matrimonio spesso è fatica, divisione, rottura e sofferenza. Ma Dio non ha pensato questo per noi. Non ha voluto che ci unissimo per sempre ad una persona affinché fossimo tristi e sofferenti, ma al contrario perché potessimo realizzarci in pienezza, recuperare quella parte di figliolanza divina che il peccato ci ha tolto e ci ha nascosto agli occhi. Sentite questo commento ebraico al Cantico dei Cantici:

Quando Adamo peccò, la Shekinah, la dimora di Dio, salì al primo cielo, allontanandosi dalla terra e dagli uomini. Quando peccò Caino, salì al secondo cielo. Con la generazione di Enoch, salì al terzo; con quella del diluvio, al quarto; con quella di Babele al quinto; con quella di Sodoma, al sesto; con la schiavitù di Egitto, al settimo, l’ultimo e il più lontano dagli uomini. Ma il giorno in cui il Cantico dei Cantici fu donato ad Israele, la Shekinah ritornò sulla terra.

Cosa significa questa bellissima riflessione? Possiamo riportare Dio nella nostra casa o, meglio, possiamo tornare ad abitare la dimora di Dio, amando come Dio ci ha insegnato sapientemente nel Cantico in modo carnale e passionale, ma puro, senza sguardo di possesso e concupiscenza che rovina tutto e avvizzisce l’amore tra gli sposi amanti. Il peccato rovina tutto, fa sì che l’essere nudi davanti al nostro amato o alla nostra amata diventi fastidioso e odioso, perché ci sentiamo vulnerabili e trasparenti, non possiamo nasconderci e il nostro egoismo è evidente a tutti.

Gesù ci ha redento, ha sconfitto il peccato e la morte con la sua morte e resurrezione e nel sacramento del matrimonio, attraverso la Sua Grazia, possiamo liberarci delle catene del peccato e amare con lo stile di Gesù, che non tiene nulla per sé, ma si mette totalmente a nudo per noi donando tutto di Lui a noi che siamo la Chiesa e quindi la Sua sposa. Se riusciremo ad amarci come gli amanti del Cantico dei Cantici, la nudità non sarà più motivo di disagio, ma sarà via di donazione e relazione vera e piena. Dio potrà scendere nella nostra casa dalle altezze del cielo, dove era finito a causa del nostro peccato, e potremo finalmente vivere nella pace e nell’amore di Dio.

Prima di leggere e meditare i canti di questo testo è necessaria una breve introduzione. Cosa è il Cantico dei Cantici? Di cosa tratta? Perché è stato inserito nella Bibbia? Il Cantico dei Cantici è uno dei libri sacri della Bibbia. È collocato nel cuore della Bibbia, cioè al centro. È uno dei libri più brevi di tutta la Sacra Scrittura eppure, qualunque sia la versione che voi usate, il Cantico è sempre posto al centro della Bibbia.

È un libro entrato nel canone sacro, prima per gli ebrei e poi anche per noi cristiani, non senza divisioni, discussioni e polemiche. È un testo che scotta, che parla dell’amore umano, anzi tratta dell’amore erotico umano. Alcuni passaggi potrebbero sembrare imbarazzanti e spregiudicati. Molti si sono chiesti cosa c’entra un testo del genere con la Sacra Scrittura. Lo Spirito Santo, che fa bene ogni cosa, alla fine ha trovato il modo affinché il Cantico fosse inserito nel canone sacro.

Non c’è un autore conosciuto ed unico per il Cantico. È una raccolta di canti d’amore. Canti conosciuti e usati in Israele molti secoli fa, durante le celebrazioni delle feste nuziali. Feste che duravano parecchi giorni. Canti antichi, tramandati, tradizionali, ma non sacri, fino al concilio ebraico di Javne della fine del I secolo d.C., quando un rabbino molto autorevole del tempo, Rabbi Akiva, ruppe gli indugi e spinse con convinzione per l’introduzione di questi canti all’interno dei testi sacri.

Per convincere i presenti disse: Il mondo intero non vale quanto il giorno in cui il Cantico fu dato ad Israele, poiché tutti gli scritti sono santi, ma il Cantico è santissimo. Rabbi Akiva aveva intuito la grandezza di questo testo. Non solo poteva entrare a pieno titolo nei libri sacri, ma ne aveva più motivo degli altri. Aveva intuito la grandezza di questo dono che Dio aveva fatto al suo popolo e, attraverso Israele, all’umanità intera.

Il Cantico è stato composto presumibilmente verso il quinto secolo avanti Cristo e ci sono voluti circa 600 anni per farlo entrare nel novero dei libri sacri. È considerato santissimo, perché il popolo d’Israele ha letto nel Cantico dei Cantici, e precisamente nello sposo e nella sposa, la figura di Dio e del popolo d’Israele stesso. Nel cristianesimo resta questa lettura, però, lo sposo non è più Yahweh ma Gesù e la sposa è la sua Chiesa. Non sono letture sbagliate. Sono letture legittime, profonde e autentiche. Ciò non toglie che anche la lettura che cercherò di proporre è altrettanto legittima e autentica. Non sono io a dirlo, ma tanti e autorevoli esegeti cristiani. Noi siamo sposi e dobbiamo cercare di incarnare nella nostra vita tutti quei significati che il Cantico può avere nella sua lettura teologica e mistica. Le letture più profonde di questo testo non lo rendono astratto e meno adatto agli sposi, ma al contrario, lo arricchiscono della dimensione profetica a cui gli sposi sono chiamati. Attraverso la vita di noi sposi quei versetti possono prendere vita e rendere concreta l’immagine dell’amore di Dio e la vicenda d’amore dei protagonisti. Procederemo quindi nei prossimi capitoli alla lettura più semplice e diretta, quella che vede la relazione d’amore tra uno sposo e una sposa. Relazione meravigliosa che apre alla pienezza dell’amore e consente di recuperare l’autenticità e la purezza delle origini.

Antonio e Luisa

Quando la moda racconta un sacramento

Mi chiamo Arianna e scrivo questo articolo in una veste particolare. Sono cristiana e credo nel matrimonio ma vorrei parlarvi di questo sacramento da una prospettiva originale, partendo dalla professione che ho scelto, quella della moda. Vorrei trattare di matrimonio partendo dall’abito nuziale. Ho voluto unire la mia fede alla professione che amo. Per questo il mio è certamente un libro sulla moda – si ho scritto un libro intitolato Moda sposi 2.0 – ma dove ho scelto di approfondire anche la parte relazionale e spirituale del matrimonio.

L’abito ha sempre avuto un significato che va oltre, non è mai solo un accessorio, trascende l’uso che se ne fa. Racconta chi siamo. Vale anche e soprattutto nel matrimonio. L’abito nuziale racconta moltissimo. Ci sono tantissimi riferimenti che è bello conoscere.

Nel mio libro La moda sposi 2.0 affronto la situazione della donna in Italia fin dall’antichità e racconto le evoluzioni delle tradizioni intorno alla cerimonia più importante nella vita di una coppia.

Nel mio libro l’aspetto della moda e dei trend è centrale ma di certo non manco di trattare di amore e della dimensione del sogno e della famiglia che si viene a creare. Perché tutto è legato in un intreccio di moda, di tradizione, di speranze e di amore. Non esiste un testo simile al momento e avevo piacere di condividere con voi e con i vostri lettori il mio messaggio di divulgazione e di supporto al vincolo/sacramento del matrimonio. 

Il matrimonio cristiano è un legame sacro che unisce amore, fede e tradizione, e rappresenta un’opportunità di crescita e di testimonianza per entrambi gli sposi. Sicuramente la dimensione del matrimonio secondo l’ottica cristiana non è solo una ricerca di abiti belli e di fiori ma un vero sacramento – segno sensibile della grazia – che avviene in chiesa, che unisce la comunità tutta e che sancisce l’inizio di un nuovo nucleo familiare. I cristiani vivono la scelta del matrimonio come una delle modalità più radicali e profonde per vivere la stessa fede e la relazione con Gesù. L’abito racconta questa realtà di intenti e di affidamento a Gesù.

Nel mio libro c’è tanto della nostra cultura e della nostra storia e purtroppo non posso tacere anche le difficoltà della donna nel corso dei secoli. È spesso stata vittima di prepotenze e violenze. Mi fa piacere che nella Chiesa, attraverso Papa Francesco, stia maturando una sensibilità maggiore verso la donna e si stia prendendo coscienza della dignità e della ricchezza della presenza femminile in ambito ecclesiale, sociale e lavorativo.

Un percorso che si è manifestato sin dal Concilio Vaticano II. Come dimenticare le bellissime parole di Giovanni Paolo II sulla ricchezza che può dare una donna alla società tutta. Che nel 1995 nella sua Lettera alle donne scrisse: Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna! Con la percezione che è propria della tua femminilità tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani.

Sono molto felice che gli ultimi Papi abbiano esortato i mariti ad amare le loro mogli come Cristo ama la Chiesa, ricordando che il matrimonio è davvero un impegno molto serio. Hanno semplicemente ricordato quello che il Vangelo afferma da sempre. Ricordiamo spesso il versetto dove San Paolo in Efesini 5 raccomanda la moglie di essere sottomessa al marito ma quasi mai come il Vangelo continua, dove possiamo leggere appunto che gli sposi sono chiamati ad amare la moglie come Cristo cioè dando la vita. Ad entrambi è richiesto il dono totale di sé, semplicemente declinato in modo diverso.

L’amore chiede reciprocità e rispetto della donna. Senza questo non può esserci amore e di conseguenza un vero matrimonio. E tutto ciò si può leggere anche da come è cambiato l’abito nuziale e il rito stesso.

Inoltre, la Bibbia sottolinea l’importanza di rispettare il matrimonio e di vivere secondo principi cristiani. Ad esempio, in Ebrei 13,4, si afferma: Il matrimonio sia rispettato da tutti e il talamo sia senza macchia. Questo ci ricorda che il matrimonio è prima di tutto un atto di fede e amore. E l’abito racconta esattamente questo. Perché l’abito della sposa nella tradizione italiana è bianco? Non dappertutto è così. Perché ricorda la vestina battesimale. Quando siamo stati rivestiti della purezza di Cristo lavati da ogni peccato, anche quello originale. La sposa indossando l’abito bianco trasmette il suo desiderio di vivere il matrimonio in modo puro ed autentico.

L’abito da sposa, non sempre in modo consapevole, esprime un desiderio del cuore della donna (e anche dell’uomo). Vuole dire: Voglio tornare ad avere questo sguardo, voglio essere rivestita di Dio, voglio essere bellissima per te. Il bianco è la trasfigurazione di Cristo. Vestirsi di bianco è voler mostrarsi al proprio sposo in una bellezza trasfigurata. Significa chiedere al proprio sposo di essere guardata, da quel giorno, non più con lo sguardo del mondo, ma con lo sguardo di Dio, guardarsi con la bellezza dei figli di Dio, una bellezza percepibile non a tutti, ma che è solo degli sposi e che rimarrà un tesoro da custodire e proteggere.

Nel mio libro celebro, allineandomi alla visione cattolica, l’amore tra un uomo e una donna, utilizzando immagini e metafore per esprimere la passione e l’intimità coniugale: sottolineo la bellezza dell’amore coniugale, che diventa fonte di ispirazione Papa Francesco esplora il valore del matrimonio cristiano affermando che il matrimonio è un’icona dell’amore di Dio per noi. Quando due persone celebrano il sacramento del matrimonio, Dio si “rispecchia” in loro, imprimendo i propri lineamenti e l’amore indelebile. 

Gli sposi hanno una missione ed è quella di essere testimoni dell’amore di Cristo. Il sacramento del matrimonio richiede coraggio e fede. È un atto di amore che va oltre sé stessi e la famiglia, testimoniando la forza dell’amore che supera i limiti come quello di Dio.

In sintesi, nel mio libro promuovo l’amore, il rispetto reciproco e l’unità nel matrimonio ed in ogni capitolo offro una prospettiva sulla relazione coniugale e su una scelta di vita che diventa vocazione e che attraverso di essa apre a una relazione più vera e profonda con Dio che è l’amore perfetto e la relazione piena.

Arianna Geronzi

La mia separazione? Un male che Dio può trasformare in bene

Lo scorso mese Ersilia (vicepresidente della Fraternità Sposi per Sempre) ed io, siamo andati a fare una testimonianza in un convegno per coppie sposate vicino a Roma e alla fine mi è stata rivolta questa domanda: Quando ti sei separato, non ti sei arrabbiato con Dio? Non hai visto questa cosa come una punizione da parte di Dio e anche dallo Stato che penalizza gli uomini nelle separazioni?

E’ una domanda interessante e riporto ora all’incirca quello che ho risposto e quello che non ho esposto per motivi di tempo. Quando una persona subisce un’ingiustizia o così la percepisce, è normale che nasca dentro di lui la rabbia e di conseguenza un sentimento di rivalsa o di vendetta: è quello che accade ad esempio quando a scuola prendiamo un voto basso rispetto al nostro impegno, oppure quando in ambito lavorativo, qualcuno prende un aumento di stipendio, non per merito, ma perché è diventato amico del capo. 

La vita è piena d’ingiustizie, di torti e di situazioni inferiori alle nostre attese: chi è un po’ grandicello come me, si ricorderà certamente del cartone animato Calimero, che ripeteva spesso È un’ingiustizia però! per la sua condizione di “piccolo e nero”.

Effettivamente, quando mia moglie se n’è andata, mi sono arrabbiato con Dio, perché, in base a quello che ritenevo di aver fatto, non lo meritavo, anche riguardo alla mia vita spirituale, come il catechismo in parrocchia che non ho mai lasciato. Le domande che mi facevo in continuazione erano due: Perché? e Che cosa ho fatto di male?

Solo con il tempo ho capito che sono domande inutili e senza senso, perché non possono avere, qui sulla terra, una risposta: le cose accadono per vari motivi, per la nostra fragilità fisica, per motivi naturali, per la nostra libertà che ci permette di fare del bene o del male e per errori umani.

Se avviene una frana e alcune persone muoiono, non è che è colpa di Dio che voleva punire qualcuno: certamente Dio sapeva che sarebbe avvenuta e avrebbe potuto evitarla, ma sulla prescienza di Dio hanno scritto biblioteche intere ed è completamente al di fuori dalla mia comprensione.

Di sicuro non è Dio che mi ha “mandato” la separazione, perché sicuramente avrebbe preferito che io in questo momento fossi insieme a mia moglie, anche solo per tutto il male che ha portato la separazione, verso i figli, i parenti, gli amici e tutti i conoscenti.

Venire a conoscenza poi, che a livello legale, sarei stato fortemente penalizzato per la casa, le figlie e i soldi, ha ulteriormente peggiorato le cose (questo contesto, purtroppo, è spesso anche alla base di tanti episodi di violenza).

Non nego che all’inizio è stato durissimo accettare la nuova situazione, si apriva un nuovo cammino della mia vita che io non volevo assolutamente percorrere e quindi, come un bambino bizzoso, battevo i piedi, mi lamentavo e piangevo. Avrei potuto certamente maledire Dio, bestemmiare e perdere quella poca fede che avevo, ma per grazia di Dio, così non è stato.

Conosco tante persone, alcune che scrivono anche qui sul blog che, per motivi vari, drammatici, come un lutto, la perdita di un figlio, un aborto spontaneo, una malattia, si sono trovate come me davanti a un bivio, ad un certo punto della loro vita e sono state in grado di trasformare una cosa brutta che li avrebbe potuti schiacciare, in qualcosa di positivo, di bene, di aiuto agli altri, di crescita umana e di fede.

Alla fine si tratta di una conversione: fino a quando non sei chiamato a scelte difficili, puoi dire tante belle parole, ma contano i fatti, non le chiacchiere! Io credo che il segreto del successo della nostra esistenza risieda sul come affrontiamo le sfide della vita e quello che ci capita, sia nel bene che nel male, che poi è quella fedeltà che gli sposi si promettono l’un l’altra e verso Dio.

Qualche volta mi capita di guardare indietro, dopo dieci anni e penso: Se non fosse successo niente, avrei conosciuto così tante persone? Avrei avuto così tanti amici? Avrei pregato di più? Avrei intrapreso un cammino costante di approfondimento del Sacramento del matrimonio? Avrei avuto un po’ di fede in più? Avrei approfondito la mia relazione con Gesù? Saprei affidarmi in questo modo? Sarei così proteso verso gli altri? Avrei cominciato a scrivere articoli, libri e fare testimonianze per aiutare chi si trova nella mia condizione? Sarei così in pace e sereno, nonostante la sofferenza?

Assolutamente no! Pertanto, mi trovo a riflettere che la separazione, che è un male, sempre, per me è stato un evento tragico, ma alla fine trasformato grazie a Dio in positivo, perché ha cambiato la direzione della mia vita, certamente verso un tratto in salita, ma in direzione di Dio!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)