Commemorare Amore e Perdita: Vedovi nella Messa di Anniversario

Ho ricevuto un messaggio che mi ha toccato. Una lettrice mi ha posto un quesito: Nella messa di anniversario dei matrimoni in parrocchia possono partecipare i anche i vedovi o le vedove? Nella sua parrocchia c’è una signora che avrebbe festeggiato 50 anni di matrimonio. Però, purtroppo, la morte del marito è giunta prima. Ora questa signora aggiunge al lutto della perdita anche il dolore per l’invisibilità della sua vita matrimoniale agli occhi della sua comunità parrocchiale. Il parroco non ha pensato a ricordare anche il suo matrimonio durante la Messa. Per lei questo è un dolore perché è come se vedesse cancellati tutti gli anni condivisi con suo marito.

La Chiesa è molto chiara. Si è espressa in diversi contesti e attraverso diversi pontefici. Sì, i vedovi possono partecipare alla Messa di anniversario del matrimonio in parrocchia. Anche se uno dei coniugi è deceduto, la Chiesa riconosce il valore e la sacralità del sacramento matrimoniale, che rimane significativo per chi è rimasto in vita. Partecipare a una Messa di anniversario offre al vedovo o alla vedova un modo di ricordare l’unione matrimoniale. È anche un’opportunità per pregare per l’anima del coniuge defunto e rinnovare la propria fede nel legame spirituale che continua oltre la morte. Con la morte cessa il vincolo ma l’amore resta.

Molte parrocchie offrono la possibilità di includere preghiere specifiche per i defunti durante la Messa. Questo fa sentire la presenza del coniuge defunto come parte della celebrazione. È un’occasione per la comunità parrocchiale di sostenere e confortare i vedovi nella loro memoria del matrimonio e nel loro cammino spirituale. Se il vedovo o la vedova desiderano partecipare attivamente, devono informare il sacerdote o il parroco. Possono suggerire eventuali intenzioni specifiche. Si possono includere preghiere particolari durante la liturgia.

So che alcuni non saranno d’accordo perché in tante parrocchie non si usa. Quindi è importante fornire le fonti di quanto affermo. I principali riferimenti magisteriali che riguardano la partecipazione dei vedovi alle celebrazioni legate al matrimonio, come una Messa di anniversario, sono legati al valore del matrimonio cristiano e alla dignità dei defunti nel contesto della comunità ecclesiale. Ecco alcuni testi rilevanti:

Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC): Il matrimonio sacramentale è un’unione indissolubile che riflette l’amore tra Cristo e la Chiesa (CCC 1617). Sebbene la morte ponga fine agli obblighi matrimoniali (CCC 2382), la Chiesa invita a pregare per i defunti e a ricordare i legami familiari anche dopo la morte (CCC 1689). Questo rende legittima e significativa la partecipazione dei vedovi a una Messa di anniversario matrimoniale, che celebra non solo il legame terreno, ma anche la dimensione eterna della comunione dei santi.

Esortazione apostolica “Familiaris Consortio” (1981) di Giovanni Paolo II: Giovanni Paolo II afferma che i vedovi “devono essere sostenuti spiritualmente e accolti con affetto dalla comunità ecclesiale” (n. 84). Anche dopo la morte del coniuge, il matrimonio rimane un’esperienza significativa che porta frutti spirituali, specialmente attraverso la preghiera e la celebrazione dell’Eucaristia.

Direttorio di pastorale familiare per la Chiesa in Italia (1993): Il Direttorio italiano incoraggia la Chiesa a ricordare i defunti nelle celebrazioni matrimoniali e a integrare i vedovi nelle celebrazioni comunitarie. Le parrocchie sono invitate a celebrare momenti significativi come gli anniversari, che includono il ricordo del coniuge defunto, favorendo la preghiera e il sostegno alla persona rimasta in vita.

Esortazione apostolica “Amoris Laetitia” (2016) di Papa Francesco: In Amoris Laetitia, Papa Francesco parla dell’importanza di sostenere coloro che hanno perso il coniuge. La comunità cristiana è chiamata a “offrire particolare vicinanza e conforto” (n. 253) ai vedovi, che trovano nel sacramento dell’Eucaristia una forza per vivere nella speranza cristiana.

Questi riferimenti indicano chiaramente che la Chiesa riconosce il valore spirituale di commemorare il matrimonio anche dopo la morte di un coniuge, e che i vedovi possono partecipare e trovare conforto nelle celebrazioni liturgiche legate al matrimonio.

Antonio e Luisa

Santità Quotidiana: Amore e Impegno

Spesso tendiamo a idealizzare i santi. Attribuiamo loro una sorta di onnipotenza. Questo li fa apparire come supereroi dotati di poteri straordinari. È quasi rassicurante immaginarli così: creature elevate, immuni alle nostre debolezze, figure lontane che nulla hanno a che fare con le difficoltà di ogni giorno. Questa visione, però, rischia di allontanarci dalla verità. Inoltre, ci sottrae alla responsabilità di lavorare, anche noi, per la nostra crescita spirituale. Se mettiamo i santi su un piedistallo inaccessibile, rischiamo di credere una cosa sbagliata. Pensiamo che la santità sia un traguardo fuori dalla nostra portata. Ma i santi erano persone come noi, con le stesse debolezze, tentazioni e difficoltà. Quello che li ha resi santi è stata la loro risposta di fede e amore alla vita, un invito che è anche per noi. Come ha detto San Giovanni Paolo II: “Non abbiate paura di essere i santi del nuovo millennio!

La santità è un dono per tutti

La verità è che ognuno di noi ha tutto ciò che serve per essere santo. La santità non è questione di poteri straordinari. È questione di apertura a Dio e abbandono alla sua volontà. Don Fabio Rosini è noto per il suo impegno nell’accompagnare i giovani nella fede. Ci insegna che “la santità è proprio il non opporsi al progetto di Dio su di noi“.

Siamo fatti per lasciar agire Dio attraverso di noi, perché, come dice San Tommaso d’Aquino, “solo Dio è santo” e noi possiamo partecipare alla Sua santità attraverso la nostra fiducia in Lui. Siamo tutti chiamati alla santità in modo unico e irripetibile. Santa Teresa di Lisieux ci ricorda: “Non devo farmi santa in modo straordinario, ma nel compiere con amore il mio piccolo dovere”. Ogni vita è una strada verso la santità. Ogni cammino umano può raggiungere la santità se ci lasciamo guidare dall’amore e dalla fiducia in Dio.

Sposi chiamati alla santità

Anche la vocazione al matrimonio è un cammino di santità. Spesso ci dimentichiamo che il matrimonio non è un punto di arrivo. È un punto di partenza. Don Oreste Benzi affermava: “Bisogna sposarsi con l’idea di diventare santi.” Questo non significa che tutto sarà sempre semplice. Anzi, implica una costante conversione del cuore. Richiede un continuo ricentrarsi su Dio. Include la decisione di amare il nostro coniuge con fedeltà e generosità. Come ha sottolineato San Giovanni Paolo II, “l’amore non è un’astrazione; l’amore ha un volto, ha delle mani, ha delle gambe. È concreto”. Vivere il matrimonio come vocazione richiede allora un impegno quotidiano. Ogni giorno bisogna avere una volontà rinnovata di offrire sé stessi in dono. Questo è necessario anche nelle piccole cose.

Se manca questo slancio generoso, l’amore si trasforma in una semplice convivenza. In questa relazione, si cerca solo compagnia e conforto per riempire la solitudine. Papa Francesco ci esorta con parole forti: “Il matrimonio cristiano è una chiamata che ci richiede un impegno di santità… Chi sposa un altro, non lo sposa per se stesso, ma per camminare con lui verso Dio”. Questo richiede la capacità di rinunciare a qualcosa di nostro per il bene dell’altro. Un donarsi che ci chiede sacrificio e generosità. Ma apre il cuore alla gioia autentica.

L’abbraccio della croce

Essere santi nel matrimonio non significa non fallire mai, ma imparare a rialzarci e a ricominciare con fiducia. La testimonianza di tanti sposi dimostra che hanno trovato pace nella fedeltà. Questo avviene anche in mezzo a difficoltà o tradimenti. È una prova della forza trasformante della santità. Chiara Corbella Petrillo era una giovane madre. Ha testimoniato con la sua vita la forza dell’amore fedele fino alla fine. Ha detto: “La logica è quella della croce: regalarsi per primi, senza chiedere nulla all’amato”.

Vivere la croce non significa solo soffrire. Significa abbracciare un amore che è disposto a dare senza chiedere nulla in cambio. Quando amiamo così, invochiamo Dio nella nostra relazione e permettiamo alla sua grazia di agire in noi. È questo amore disinteressato. È la capacità di restare, di perdonare e di ricominciare. Questo ci apre la strada alla santità e ci porta pace. Santa Teresa di Calcutta ha riassunto questa dinamica con semplicità: “Non possiamo fare grandi cose. Possiamo fare solo piccole cose con grande amore”. La santità, dunque, è un impegno di amore quotidiano.

Santità ordinaria e straordinaria

Forse ci sorprenderà pensare che la santità non ci chiede gesti eroici, ma atti di amore quotidiano. La santità è davvero per tutti e ciascuno di noi è chiamato a viverla nella propria situazione. Come diceva San Francesco di Sales, “si può pregare ovunque, purché si abbia un cuore che ascolta e si metta Dio al centro della propria vita”. In questo cammino, la diversità è ricchezza. Ci sono santi analfabeti e santi studiosi. Ci sono santi re e mendicanti. Sono santi uomini e donne, sposi, giovani e anziani. Non dobbiamo copiare nessuno, ma trovare la nostra strada nella santità. La nostra vocazione, che sia la famiglia, il lavoro, o la vita consacrata, è il nostro cammino di santità.

In conclusione, siamo chiamati a vedere la santità non come qualcosa di impossibile, ma come una vocazione a cui rispondere con amore, impegno e fiducia. Come dice Papa Benedetto XVI: “Il mondo offre comodità, ma voi non siete fatti per la comodità, siete fatti per la grandezza!

Rinnoviamo ogni giorno la decisione di vivere la nostra vocazione con generosità. Apriamo il nostro cuore all’amore di Dio, unico vero santo. Dio ci invita tutti a unirci a Lui.

Antonio e Luisa

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Celebrare Halloween in Chiave Cristiana: Idee Alternative

Il significato cristiano di Halloween si ricollega alle celebrazioni del Triduo dei Morti. Queste celebrazioni comprendono le festività di Ognissanti (1° novembre) e la commemorazione dei defunti (2 novembre). La parola “Halloween” deriva dall’inglese antico All Hallows’ Eve. Significa “Vigilia di Tutti i Santi”. Questa vigilia precede la festa cristiana di Ognissanti, dedicata a celebrare tutti i santi, conosciuti e sconosciuti.

Nelle sue origini cristiane, Halloween era una serata dedicata alla preparazione della celebrazione dei santi. In quel momento, i fedeli ricordavano la vittoria della vita sulla morte attraverso la Resurrezione.

Con il passare del tempo, Halloween ha assunto toni più pagani e folcloristici. Questi toni sono legati a tradizioni celtiche come il festival di Samhain. Il festival segnava la fine dell’estate e l’inizio dell’inverno. Durante questo periodo si credeva che i confini tra il mondo dei vivi e quello dei morti si assottigliassero. Nella tradizione popolare, Halloween è quindi diventato un’occasione per esorcizzare le paure legate alla morte attraverso travestimenti e simboli macabri. Purtroppo, e tanti esorcisti lo affermano, Halloween è anche una delle feste dei satanisti dove viene celebrato il demonio. Ma questo è un altro discorso che non voglio approfondire qui e che comunque non vale per la maggior parte delle persone che lo festeggiano.

Mi sono divertito a fare una ricerca che voglio condividere con voi. In quale modo possiamo appropriarci di questa festa – che ormai fa parte anche della vita dei nostri figli – per renderla un’occasione di luce e non di tenebra? Le comunità cristiane hanno pensato proposte diverse ma, a mio avviso, molto interessanti. Vi riporto le più significative.

“Holyween” o “Notte dei Santi”: Una delle alternative più popolari è la celebrazione della “Notte dei Santi”, in cui i bambini e i ragazzi sono invitati a vestirsi da santi o personaggi biblici. L’idea è di trasformare Halloween in una festa della luce, con sfilate e rappresentazioni sui valori cristiani, ricordando le vite dei santi.

Festa della Luce: Alcune parrocchie organizzano la “Festa della Luce”, una serata di giochi, musica e preghiera incentrata sul tema della luce e della vittoria sul buio. I partecipanti sono invitati a portare candele o lanterne per simboleggiare la luce della fede.

Caccia al Tesoro dei Santi: Questa iniziativa, molto apprezzata dai giovani, prevede una sorta di “caccia al tesoro” in cui i partecipanti devono risolvere enigmi legati alla vita dei santi. Ogni stazione racconta un episodio della vita di un santo e, una volta completato il percorso, i ragazzi ricevono un piccolo premio.

“Dolcetto del Santo”: In alternativa al classico “dolcetto o scherzetto”, alcune parrocchie distribuiscono i “dolcetti del Santo”, caramelle o dolciumi con allegati brevi messaggi spirituali o citazioni dai santi, trasformando così il gesto in un’occasione di riflessione.

Laboratori artistici e creativi: Alcune comunità organizzano laboratori dove i bambini possono realizzare disegni o creazioni a tema religioso, come decorazioni con immagini di santi, angeli o simboli cristiani. A fine serata, le creazioni vengono esposte o donate.

Veglia di Preghiera e Adorazione Eucaristica: Alcune parrocchie, per gli adulti e i giovani, organizzano veglie o momenti di adorazione eucaristica nella notte di Halloween, incoraggiando i fedeli a riflettere sulla loro fede e sul significato della vita eterna.

Cineforum sui Santi o Testimonianze di Fede: In molte parrocchie si organizza un cineforum con la proiezione di film sulla vita di santi o testimonianze di fede e di sacrificio. Questa proposta si rivolge spesso a un pubblico più adulto, offrendo uno spazio di riflessione e confronto.

Possiamo scegliere se assistere passivamente a un processo inevitabile oppure decidere di trasformare in modo attivo una festa che non ci appaertiene più – ma che nasce come ricorrenza cristiana – in in’occasione di evangelizzazione e di condivisione di luce e bellezza. Cosa è meglio?

Antonio e Luisa

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Perché proprio a me? Le domande dei bambini davanti alla separazione dei genitori

In questo mese è uscito un volume prezioso, intitolato “Perché proprio a me?”. È curato dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza. Il libro raccoglie una serie di frasi, pensieri e disegni di bambini/ragazzi realizzati in seguito alla separazione dei genitori. Non ho ancora letto il libro. Ho letto solo l’articolo che ne riportava una piccola sintesi. Sono tuttavia rimasto colpito da alcune frasi.

Un esempio è quella di Luca, 8 anni: “Quando mamma e papà si sono separati, si son rotte tante cose nella mia famiglia. I miei giochi riesco ad aggiustarli quasi tutti, ma l’amore tra mamma e papà non c’è stato niente per incollarlo di nuovo”. Oppure quella di Giacomo, 11 anni: “Mi sento tirato da due parti e ho paura di spezzarmi a metà”.


Innanzitutto, mi fa piacere quando si parla dei grandi esclusi nelle separazioni, cioè i figli. Si discute tanto su chi si sta separando, sulle loro difficoltà e problematiche. Ma raramente si ha cura di chi ne paga soprattutto le conseguenze, cioè chi è nato dall’amore di due persone. A nessuno viene in mente di domandare a un figlio: “Tu vorresti che il babbo e la mamma si separassero?” La risposta sarebbe scontata. Inoltre, ritengo che un bambino non sia nemmeno in grado di immaginarlo fino a quando ciò accade.

Finalmente viene scritto chiaramente che “la separazione non è innocua per un bambino, perché va a incidere sul suo bisogno di sicurezza. Fa emergere paure, interrogativi, incertezze e altri stati d’animo”. Tante volte ho sentito dire: “I figli si abitueranno“. Altri dicono: “Cresceranno più in fretta“. Queste sono tutte frasi per diminuire i sensi di colpa. Non affrontano il problema seriamente.

La verità è che i figli nascono dall’amore e dall’unione di due persone. Dio avrebbe potuto certamente creare esseri umani capaci di moltiplicarsi da soli, come succede in alcune specie animali (partenogenesi). Se ha disposto diversamente, ci deve essere un motivo profondo. Inoltre, il nascituro non ha caratteristiche solo dell’uno o dell’altra. Manifesta una fusione dei due patrimoni genetici.

Il mondo che i figli conoscono, quello in cui sono nati, quello di cui si fidano e che dà loro sicurezza è la famiglia. Se la famiglia si divide, questo mondo crolla insieme alle loro certezze e ai loro riferimenti. È come se prendessimo una pianta e gli togliessimo la terra vicino alle radici. Come possiamo credere poi che possa continuare a crescere bene come prima?

Attenzione, la famiglia non deve essere perfetta. Nessuna famiglia lo è. Il mondo in cui viviamo non è perfetto. Anzi, facendoglielo credere, li illuderemmo soltanto. Gli faremmo credere che le persone sono quelle giuste se non avvengono mai discussioni e conflitti. I figli si adatteranno certamente con la separazione. Tuttavia, insegniamo loro che l’amore “per sempre” non esiste. Come faranno a fidarsi nuovamente?

Nell’articolo si dice che bisogna aiutare i genitori a separarsi bene per “aiutarli a porre al centro i figli, per costruire una comunicazione nuova e positiva”. Io invece penso sia fondamentale evitare le separazioni. Bisognerebbe seguire le persone dal punto di vista psicologico e spirituale. Occorre scoraggiarle con leggi migliori o applicando bene quelle esistenti, come il tentativo obbligatorio di conciliazione in tribunale. Questo tentativo, a causa dell’elevato numero di cause, è ormai una proforma.

Non bisognerebbe separarsi dai figli, oltre che dal coniuge, ma di fatto avviene spesso così. Anche con tutta la buona volontà, sono costretto a vedere le mie figlie solo in certi giorni. Posso incontrarle solo in certi orari. In questo modo perdo la quotidianità e una relazione costante e di qualità con loro.

Tutti abbiamo le più grandi ambizioni per i nostri figli. Vogliamo che siano meglio di noi e che non gli manchi niente. Desideriamo che abbiano quello che non abbiamo avuto noi da giovani. Anche io lavoro di più per loro. Cerco di mettere da parte qualcosa. Lo faccio perché possano avere tante possibilità nella vita. Questo include opportunità di studio, formazione e conoscenza del mondo. A volte trascuriamo che gli strumenti sono meno importanti di una crescita senza ferite. Si possono certamente amare i figli singolarmente come genitori separati. Ma se tu davvero vuoi loro bene, devi prima di tutto curare la relazione con il coniuge. Da qui sgorga la sorgente di una corretta crescita. L’amore tra i genitori è essenziale in questo.

Non credo che due persone possano restare insieme solo per i figli. Ad un certo punto i figli crescono e giustamente prendono in mano la loro vita. Servono quindi anche altre motivazioni. Certamente dovrebbe esserci una responsabilità comune per non distruggere il loro mondo. Forse si scoprirebbe che se ci siamo innamorati di una persona e poi sposati, non è avvenuto per caso.

A me dispiace molto quando altri separati mi raccontano le difficoltà dei figli, i loro problemi e la loro rabbia. Raccontano la mancanza di un rapporto sano con uno dei genitori e i fenomeni di alienazione parentale. Sono tutti aspetti che, più o meno marcati, ho visto e vedo nelle mie figlie.

La mia speranza è che, grazie anche alla consapevolezza degli effetti sui figli riportati in questo libro, molti genitori si sensibilizzino e facciano il possibile per evitare loro questa sofferenza.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Il suo Vessillo su di Me è Amore

Siamo nei primi versetti del secondo capitolo del Cantico dei Cantici e l’amore dei due amanti diventa sempre più prorompente. Una bellezza di cui vogliono fare esperienza. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice). Per leggere gli articoli già pubblicati clicca qui.

L’amata

Io sono un narciso della pianura, un giglio delle valli.

L’amato

Come un giglio fra i rovi, così l’amica mia tra le ragazze.

L’amata

Come un melo tra gli alberi del bosco, così è il mio diletto tra i giovani. Alla sua ombra desiderata mi siedo, dolci al mio palato i suoi frutti. Egli mi ha introdotto nella casa del vino, il suo vessillo su di me è amore!

Io sono un narciso della pianura, un giglio delle valli. Questo modo di rappresentarsi potrebbe sembrare quasi superbo, eccessivo. In realtà non è così. È consapevolezza di essere bella. Consapevolezza che si rinforza dallo sguardo del suo sposo, carico di desiderio e di meraviglia. Il tuo sguardo mi fa sentire bella. Il tuo sguardo mi riempie di dignità. Non mi stai guardando come preda da consumare. Mi stai guardando come un re guarda la sua regina. Come colui che non ha desiderio, se non quello di abbracciarmi ed essere uno con me.

Salomone risponde dicendo Come un giglio fra i rovi, così l’amica mia tra le ragazze. Non è un modo per squalificare le altre ragazze. Questa affermazione dello sposo manifesta una realtà fortissima che sta vivendo nell’intimo del suo cuore. Una sensazione totalizzante. Non ho occhi che per te. Desidero soltanto te. Le altre mi paiono rovi al tuo confronto. Tu sei un giglio, un fiore meraviglioso. Un’immagine ripresa successivamente da grandi poeti, tra cui Petrarca nel Canzoniere: Chiare, fresche et dolci acque, ove le belle membra pose colei che sola a me par donna.

Che solo a me par donna. Questi bellissimi versi esprimono, secoli dopo e in una cultura completamente diversa, la stessa consapevolezza degli sposi del Cantico. Tu sei la sola donna. Donna viene dal latino domina, che significa signora. Quindi, lei è la sola con la facoltà di comandare al cuore del poeta. Inoltre, è l’unica degna rappresentante di tutto il genere femminile. Petrarca esprime esattamente lo stesso concetto del Cantico. L’amore autentico è sempre lo stesso, in qualsiasi epoca e civiltà, perché la stessa è la natura del cuore umano.

Lei risponde all’amato, confermando l’unicità dell’amore che provano l’uno per l’altra: Come un melo tra gli alberi del bosco, così è il mio diletto tra i giovani.

Un melo tra tanti alberi anonimi, tutti uguali. Un melo nel bosco risalta per il colore, il sapore e il profumo dei suoi frutti. Tu mi provochi un piacere che nessun altro mi può dare. Tu sei il solo per me. Tanto che la Sulamita continua: Alla sua ombra desiderata mi siedo, dolci al mio palato i suoi frutti. Questi versi esprimono il desiderio di lei di unirsi all’amato. Di sedersi alla sua ombra. Di essere abbracciata e protetta da lui. Di poterlo gustare completamente in tutta la sua presenza e la sua persona.

Un piacere che diventa sempre più forte. Diventa sempre più forte e intimo, tanto che termina dicendo: Egli mi ha introdotto nella casa del vino. Due righe che esprimono un’intimità profonda anche sensibile e corporale che lei sta evocando o vivendo. La cella del vino è la cantina. La cantina è il luogo dove il vino fermenta. Da mosto diventa vino buono. Come a voler evidenziare che, vivendo la nostra intimità, noi sposi veniamo trasformati, non siamo più gli stessi. Da mosto che eravamo, dopo questa esperienza autentica e sensibile d’amore, diveniamo molto di più. Diveniamo vino buono.

C’è un forte richiamo anche alle nozze di Cana. La Grazia di Dio trasforma la nostra umanità in qualcosa di più grande. Nell’amplesso succede proprio questo: lo Spirito Santo ci plasma e ci rende sempre più suoi. L’amplesso è un gesto sacramentale proprio degli sposi con il quale si celebra e si sigilla il matrimonio.

Il suo vessillo su di me è amore. Il vessillo è segno degli eserciti e della vittoria. Sono tua, mi hai conquistato. Non con la forza e con la prepotenza. Sono tua perché vinta dall’amore, dal tuo amore per me. Il Cantico è meraviglioso. Racconta di un amore così bello che non può farci desiderare che di replicarlo nella nostra relazione. Non è impossibile. Possiamo farlo se entrambi ci impegniamo per questo.

Antonio e Luisa

Come lo Spirito Santo Sostiene l’Amore Coniugale

Per integrare l’articolo di ieri dove riprendavamo la catechesi di Papa Francesco, abbiamo deciso di mettere in evidenza come concretamente lo Spirito Santo sostiene e arricchisce l’unità e l’amore degli sposi.

Il matrimonio cristiano non è semplicemente un contratto o un legame giuridico tra due persone. È un sacramento che porta con sé una serie di doni divini. Dio, attraverso il matrimonio, concede agli sposi delle grazie fondamentali. Queste grazie li aiutano a vivere e a rafforzare il loro amore reciproco e la loro unione. Le coppie diventano immagine della Trinità e partecipano del Suo Amore.

Tra questi doni, tre spiccano in particolare: la grazia sacramentale, la grazia santificante e il legame coniugale cristiano. Questi doni non solo rendono sacra l’unione tra l’uomo e la donna. Aiutano anche a perseverare nei momenti di difficoltà. Permettono loro di crescere insieme nella fede e nell’amore.

La Grazia Sacramentale: Un Sostegno Costante per l’Amore Coniugale

Cristo è la fonte di questa grazia. Come una volta Dio ha incontrato il suo popolo con un’alleanza di amore e di fedeltà, così ora il Salvatore degli uomini e Sposo della Chiesa incontra i coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio (ccc 1641)

La grazia sacramentale è uno dei doni principali che Dio offre agli sposi attraverso il sacramento del matrimonio. Essa rappresenta un “diritto” divino. Un diritto che consente agli sposi di ricevere da Dio tutti gli aiuti necessari per perseverare e perfezionare il loro amore coniugale. In altre parole, questa grazia è una risorsa spirituale costante. Interviene nella vita quotidiana degli sposi. Li sostiene e li aiuta a superare le difficoltà che inevitabilmente incontrano nel loro cammino insieme.

Ogni matrimonio attraversa momenti di crisi o difficoltà, che possono derivare da incomprensioni, stress, problemi esterni o altre sfide. Tuttavia, la grazia sacramentale permette agli sposi di affrontare queste prove con forza e serenità, sapendo che Dio è con loro e li sostiene. Questa grazia non elimina le difficoltà. Offre agli sposi la capacità di superarle insieme. Ciò rafforza il loro amore e la loro unione.

La Grazia Santificante: Un Amore che Riflette l’Amore di Dio

Gli sposi sono arricchiti e rafforzati dalla grazia del sacramento per una comunione più profonda con Dio e tra di loro (Familiaris Consortio 56)

Accanto alla grazia sacramentale, il matrimonio offre agli sposi un altro dono prezioso: la grazia santificante. Questa grazia è meno conosciuta rispetto alla prima, ma è altrettanto importante. La grazia santificante è un amore creato da Dio. È simile al suo stesso Amore. Lo Spirito Santo infonde questo amore nei cuori degli sposi. Questo amore divino non sostituisce l’amore umano. Lo trasforma e lo eleva. Questo lo rende più puro, più forte e più perseverante.

La grazia santificante, quindi, non solo aiuta gli sposi a vivere il loro amore in modo più profondo. Essa li rende anche partecipi dell’amore di Dio stesso. È uno strumento di trasformazione interiore, che rende il loro amore umano un riflesso dell’amore divino. Tuttavia, affinché questa grazia possa agire pienamente, gli sposi devono essere aperti a riceverla. È lo Spirito Santo che infonde quest’amore nei loro cuori. La sua azione dipende dall’apertura e dalla disponibilità degli sposi ad accoglierlo.

Il Legame Coniugale Cristiano: Un’Unione Sostenuta dallo Spirito Santo

Cristo Signore ha benedetto con particolare abbondanza questo amore multiforme, nato dalla divina sorgente della carità e strutturato sull’esempio della sua unione con la Chiesa. (Gaudium et Spes 48-49)

Il legame coniugale cristiano è forse il dono più profondo e misterioso che Dio offre nel sacramento del matrimonio. Attraverso questo legame, lo Spirito Santo infiamma d’amore i cuori degli sposi, saldandoli in modo indissolubile. Dal momento in cui il sacramento è celebrato, gli sposi non sono più due individui separati. Diventano una sola carne. Sono uniti da un amore che riflette l’unità tra Cristo e la sua Chiesa.

Questo legame non è solo un simbolo, ma una realtà spirituale viva. Gesù entra nell’amore degli sposi e abita perennemente nella loro unione, rendendola sacra e indissolubile. Gli sposi, quindi, non amano più solo con il proprio cuore umano. Amano Dio e l’un l’altro con un cuore solo. Sono uniti dal fuoco consacratorio dello Spirito Santo. Questo legame indissolubile rende i coniugi un’immagine vivente della Trinità. È una profezia dell’amore di Dio per l’umanità e per la sua Chiesa.

Perché i Matrimoni Falliscono?

Di fronte a questa ricchezza di doni divini, è naturale chiedersi perché così tanti matrimoni, anche quelli cristiani, falliscono. Papa Francesco, in vari interventi, ha sottolineato che molti matrimoni sono nulli fin dall’inizio. Spesso è perché mancano di una base solida di preparazione spirituale e morale. Tuttavia, anche nei matrimoni validi, il fallimento può derivare da un’incapacità di accogliere e vivere i doni che Dio offre.

I doni del matrimonio non si ricevono automaticamente: devono essere richiesti e accolti. Come per ogni sacramento, il matrimonio richiede una preparazione spirituale adeguata. Inoltre, è necessaria una vita vissuta nella castità e nella lotta contro il peccato. Peccati come la pornografia, l’adulterio, l’aborto e l’egoismo possono impedire agli sposi di accedere alla grazia sacramentale e santificante. Questi peccati li privano della forza spirituale necessaria per far crescere e proteggere il loro amore. Ciò non significa non peccare più. Non ne siamo capaci. Significa impegnarsi a non farlo e quando succede accedere al sacramento della confesione per liberarsi del peso ed aprire il cuore alla misericordia di Dio

Preparare il Cuore all’Accoglienza della Grazia

In conclusione, il matrimonio cristiano è un dono straordinario. Esso offre agli sposi la possibilità di vivere un amore profondo e indissolubile. Questo amore è sostenuto e santificato dalla grazia di Dio. Tuttavia, affinché questo dono si realizzi pienamente, bisogna mantenere una costante apertura. È essenziale collaborare con lo Spirito Santo. Solo così si può trasformare l’amore umano in un riflesso dell’amore divino.

Antonio e Luisa

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Lo Spirito Santo e il sacramento del matrimonio

Mercoledì scorso Papa Francesco ha proseguito la serie di Catechesi Lo Spirito e la Sposa. Lo Spirito Santo guida il popolo di Dio incontro a Gesù nostra speranza. Nella catechesi di due giorni fa il papa argentino ha approfondito Lo Spirito Santo e il sacramento del matrimonio. Ne sono scaturite riflessioni davvero interessati e che meritano un approfondimento. Tutte le catechesi del papa vanno meditate. Quando si rivolge direttamente a noi sposi, è importante prestare ancora più attenzione. Cosa ha detto?

Nella tradizione cristiana, la riflessione sullo Spirito Santo non si è fermata alla semplice professione di fede del Credo. È proseguita attraverso i secoli grazie all’opera di grandi Padri e Dottori della Chiesa. In particolare, nella tradizione latina, sant’Agostino ha giocato un ruolo centrale nello sviluppo di una dottrina sullo Spirito Santo. Questa dottrina illumina non solo la vita cristiana in generale. Riguarda anche aspetti fondamentali come il sacramento del matrimonio.

La Trinità come Comunione di Amore

Sant’Agostino parte dalla rivelazione biblica che “Dio è amore” (1Gv 4,8). Egli spiega che l’amore implica una relazione. C’è chi ama, chi è amato e l’amore stesso che unisce. Il Padre è Amante, il Figlio è Amato, e lo Spirito Santo è l’Amore con il quale essi si amano a vicenda. (De Trinitate (Sulla Trinità) – Libro VIII, 10, 14). Nel contesto trinitario, il Padre è colui che ama. Il Figlio è colui che è amato. Lo Spirito Santo è l’amore che li unisce. Da questa visione emerge un Dio unico, ma non solitario; è un Dio di comunione, un’unità d’amore tra più persone. Lo Spirito Santo, quindi, può essere visto non solo come la “terza persona” della Trinità. È il “Noi” divino che esprime l’unità del Padre e del Figlio. Esso fonda anche l’unità della Chiesa. La Chiesa è intesa come un corpo composto da molte persone.

Lo Spirito Santo nel Matrimonio

La presenza dello Spirito Santo si estende anche alla vita familiare e, in particolare, al sacramento del matrimonio. Il matrimonio cristiano è il segno visibile di un dono reciproco tra uomo e donna. Questo dono è stato pensato dal Creatore fin dalla Genesi. Quando Dio creò l’uomo e la donna a sua immagine e somiglianza (Gen 1,27). Questa coppia è la prima manifestazione della comunione d’amore che riflette quella trinitaria.

Come Dio è un “Noi” nella Trinità, anche gli sposi sono chiamati a diventare un “Noi”. Non devono vedersi solo come “io” e “tu”, ma piuttosto formare un’unità, un soggetto collettivo capace di affrontare il mondo, inclusi i figli, come un unico “Noi”. Questo legame è fondamentale per il benessere dei figli, che trovano sicurezza e serenità nell’unità dei genitori. La rottura di questa unità, come avviene nei casi di separazione, è spesso causa di sofferenza per i figli, che si trovano a pagare il prezzo della disgregazione familiare.

Il Sostegno dello Spirito Santo nel Matrimonio

Per vivere pienamente la vocazione matrimoniale, gli sposi hanno bisogno del sostegno dello Spirito Santo. Lo Spirito Santo è il Dono per eccellenza. Dove lo Spirito entra, rinasce la capacità di donarsi l’uno all’altro. Alcuni Padri della Chiesa hanno paragonato l’amore che lo Spirito Santo infonde nella Trinità a gesti d’affetto come il bacio e l’abbraccio. Essi sottolineano così la sua presenza come sorgente di gioia e unione nel matrimonio.

Costruire un matrimonio saldo non è facile, soprattutto nel contesto della società moderna. Tuttavia, come insegna Gesù, costruire sulla roccia della fede e dell’amore vero è l’unica strada per evitare che l’unione matrimoniale crolli, con conseguenze che ricadono in particolare sui figli. Molti matrimoni, come a Cana di Galilea, possono trovarsi nella situazione di mancare del “vino”. Questa mancanza rappresenta l’assenza di gioia e passione. In questi casi, lo Spirito Santo può operare il miracolo di rinnovare l’amore e la gioia. Esso trasforma l’abitudine in un nuovo entusiasmo per la vita insieme.

La Preparazione Spirituale al Matrimonio

Infine, nella preparazione al matrimonio, oltre agli aspetti giuridici e psicologici, sarebbe utile approfondire anche la dimensione spirituale. Lo Spirito Santo è la vera fonte dell’unità tra gli sposi. Un proverbio italiano dice: “Tra moglie e marito non mettere il dito”, ma in realtà c’è un dito che dovrebbe essere messo tra i due, ed è il “dito di Dio”, cioè lo Spirito Santo, capace di consolidare e rendere sacro il legame matrimoniale.

In sintesi, la dottrina sullo Spirito Santo ci invita a riconoscerlo come il principio dell’unità non solo nella Trinità e nella Chiesa, ma anche nel matrimonio, che è chiamato a essere riflesso di quell’amore divino che tutto unisce.

Antonio e Luisa

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La Bottega dell’Orefice e la Teologia del Corpo

“La bottega dell’orefice” è un’opera teatrale scritta da Karol Wojtyła, il futuro San Giovanni Paolo II, nel 1960. Il dramma, diviso in tre atti, esplora temi centrali come l’amore, il matrimonio, e il significato profondo del legame coniugale. Quest’opera anticipa alcuni dei concetti teologici che Giovanni Paolo II svilupperà più tardi nella sua “Teologia del corpo”, un corpus di catechesi pronunciate durante i suoi mercoledì generali dal 1979 al 1984. Ecco come l’opera precorre la teologia del futuro Papa:

1. La centralità dell’amore sponsale

Gli anelli che ci ha dato l’orefice non sono solo per noi, ma per Lui. Insieme dobbiamo cercare di capire che cosa ci ha chiamato a vivere attraverso questo vincolo.

Nel dramma, Karol analizza la relazione tra uomo e donna, concentrandosi sull’importanza del matrimonio come sacramento e come vocazione all’amore. Questo amore è visto non solo come un sentimento ma come una responsabilità e un impegno reciproco che riflette l’amore di Dio per l’umanità. Nello stesso periodo è uscito Amore e responsabilità, un trattato filosofico del futuro papa. Un libro che è una riflessione profonda sulla sessualità umana, l’amore e la moralità. Ciò evidenzia come il tema fosse già molto caro al santo polacco.

Nella Teologia del corpo, Giovanni Paolo II descriverà il matrimonio come un’immagine visibile dell’amore trinitario e dell’alleanza tra Cristo e la Chiesa. Entrambi i testi, dunque, si concentrano sulla sacralità del matrimonio e sul ruolo fondamentale che l’amore gioca nel realizzarsi del disegno divino.

2. La dignità della persona e il dono di sé

Il matrimonio è un grande sacramento… ma non tutti sanno vivere questa realtà. Si perde la vera essenza, quella che va al di là delle emozioni e del momento.

Ne La bottega dell’orefice, i protagonisti affrontano il mistero del “dono di sé”, centrale alla loro vocazione matrimoniale. La dimensione sacramentale del matrimonio è vista come il luogo privilegiato per la realizzazione del vero significato dell’esistenza umana: donarsi all’altro in modo totale, libero e disinteressato.

La Teologia del corpo approfondisce ulteriormente questa idea, dove Giovanni Paolo II sostiene che il corpo umano è “un sacramento visibile”, espressione del dono di sé che rispecchia il dono che Dio ha fatto all’umanità. Il matrimonio, quindi, è una partecipazione a questa dinamica di dono e reciprocità.

3. L’indissolubilità del matrimonio

Le nostre mani sembrano stringersi sugli anelli, come se non riuscissero a staccarsi, come se qualcuno in qualche modo ci costringesse a mantenerli.

Un altro tema centrale de La bottega dell’orefice è la riflessione sull’indissolubilità del matrimonio. Il personaggio principale, Stefano, riflette sulla “misura dell’amore” e come essa non possa essere ridotta al solo sentimento, ma implichi una fedeltà che va oltre le emozioni del momento.

Questo punto si collega direttamente con gli insegnamenti della Teologia del corpo, dove Giovanni Paolo II insiste sull’indissolubilità del matrimonio come parte del disegno originario di Dio. Il matrimonio è un patto sacro che non può essere sciolto, se non nella morte, poiché rappresenta l’unione stessa di Cristo con la Chiesa.

4. La sofferenza e il sacrificio nell’amore

Solo attraverso la sofferenza possiamo capire il significato della fedeltà. Non è facile, ma il matrimonio non è stato creato per essere facile, bensì per renderci completi, nell’amore e nel dolore.

Nel dramma, Wojtyła mette in scena anche il ruolo della sofferenza all’interno del matrimonio. I personaggi affrontano le difficoltà e i sacrifici che inevitabilmente fanno parte della vita coniugale, ma Wojtyła suggerisce che proprio attraverso queste prove il loro amore può essere purificato e reso più profondo.

Anche nella Teologia del corpo, Giovanni Paolo II riconosce il valore redentivo della sofferenza quando è vissuta nell’amore. Il sacrificio personale diventa un mezzo per crescere nella santità e nell’amore reciproco, partecipando alla croce di Cristo.

5. La dimensione escatologica dell’amore

Andrea: E se il nostro amore non fosse solo per ora? Se fosse destinato a durare, anche quando noi non ci saremo più?
Teresa: È difficile immaginarlo… Ma forse è proprio così. Il nostro amore, la nostra fedeltà, è parte di qualcosa di più grande di noi. Non finisce con la nostra vita qui. Deve avere un senso più ampio.

Nell’ultimo atto de La bottega dell’orefice, Wojtyła introduce un tema di trascendenza: il matrimonio non si esaurisce nel presente terreno, ma ha una dimensione escatologica, che punta verso l’eternità. L’amore coniugale, nel suo compimento, è un’anticipazione dell’unione perfetta con Dio.

Giovanni Paolo II svilupperà questa visione nella Teologia del corpo, affermando che il significato ultimo del corpo e del matrimonio si realizza pienamente solo nella vita eterna, dove saremo uniti in modo definitivo a Dio.

6. La libertà e la responsabilità

Andrea: Abbiamo scelto liberamente di sposarci, nessuno ci ha costretto. Ma ora vedo che quella scelta, così semplice allora, porta con sé un peso enorme. Ogni giorno dobbiamo riconfermare quella scelta, ogni giorno dobbiamo essere pronti a viverla pienamente.
Teresa: Sì, non è mai stato facile, ma la nostra libertà di scegliere porta con sé una responsabilità che dobbiamo affrontare insieme. Siamo noi a dover decidere ogni giorno di restare fedeli a quel ‘sì’.

La bottega dell’orefice sottolinea la libertà della scelta nel matrimonio, ma anche la responsabilità che essa comporta. Ogni atto di amore è un atto di volontà che ha delle conseguenze sul futuro della coppia e sul loro cammino verso Dio.

Nella Teologia del corpo, Giovanni Paolo II ribadisce che la libertà umana non è un fine in sé, ma è orientata alla verità e al bene. La vera libertà si trova nel dono di sé, e il matrimonio è l’ambito in cui questa libertà si realizza nel modo più pieno e autentico.

Conclusione

La bottega dell’orefice precorre la Teologia del corpo nel suo sguardo profondo sul significato del matrimonio e dell’amore umano, intesi come partecipazione al piano salvifico di Dio. Karol Wojtyła già in questa sua opera teatrale affronta temi che svilupperà ampiamente nel suo pontificato, offrendo una riflessione che unisce filosofia, teologia e spiritualità, invitando i lettori a considerare il matrimonio non solo come una realtà terrena, ma come un segno del mistero divino.

Antonio e Luisa

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L’amore degli sposi è tabernacolo di Dio

Questo è uno dei passi più significativi del Cantico. Questi versetti mettono in evidenza la grandezza del matrimonio! Leggiamoli insieme. Ma prima se volete leggere gli articoli già pubblicati cliccate qui.

L’amata

Come sei incantevole, amore mio,

quanto sei amabile!

Erba verde è il nostro letto.

Travi della nostra casa i cedri,

nostro soffitto i cipressi.

Come sei incantevole, amore mio, quanto sei amabile! La sposa risponde all’amato. C’è chiaramente un richiamo al salmo 44: Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo. Salmo che certamente era conosciuto dalle persone del tempo. La parte più interessante è però quella successiva.

Erba verde è il nostro letto. Travi della nostra casa i cedri, nostro soffitto i cipressi. Sicuramente una descrizione molto particolare e che a noi, uomini del XXI secolo, sfugge completamente. Non ci dice nulla di particolare.

C’è, invece, un significato molto importante. La caratteristica più evidente di questi versi è un improvviso cambio di scena. Torna prepotentemente la natura. È un’immagine meravigliosa: ci viene riproposto il paradiso terrestre. I due sposi godono non solo del loro amore reciproco, ma anche di tutta la bellezza del creato. È un canto rivolto a Dio stesso, alla sua creazione. C’è un significato ancora più nascosto. Il cedro e il cipresso sono menzionati per un motivo preciso.

Il Tempio era costruito proprio con legno di cedro, in particolare lo era la parte che introduceva al Santo dei Santi. Qui c’è un parallelismo meraviglioso, così bello e grande da commuoverci. Santo dei Santi sta a Cantico dei Cantici. Significato fin troppo chiaro. Dove c’è l’amore autentico tra gli sposi, lì c’è la presenza del Signore!

Scopriamo, quindi, che esiste un altro tabernacolo. In questo tabernacolo è presente realmente Dio. È un luogo concreto ma invisibile. Deve essere custodito, protetto, amato e santificato. Esiste un luogo dove non possono accedere tutti, ma solo chi è chiamato da Dio. Quel luogo è il noi degli sposi, quel luogo è la relazione sponsale tra un uomo e una donna. L’amore tra gli sposi è tabernacolo di Dio.

Matrimonio ed Eucarestia sono molto simili proprio per questo. Entrambi hanno in sé Gesù vivo, concreto e reale, anche se con modalità diverse. Quel luogo, dove Dio ha posto la sua tenda per incontrarci, sostenerci, amarci e riempirci di Lui, è troppo spesso ignorato dagli sposi. È sporcato e dissacrato dal loro egoismo e dai loro peccati.

La loro relazione è il luogo dove dimora Dio. Dovrebbe essere curata e nutrita. Ciò richiede tutta la loro volontà e il loro impegno per renderlo un luogo degno. Padre Raimondo, il nostro padre spirituale, che ci ha accompagnato e insegnato tanto, era solito dire: Mi piacerebbe vedere il rispetto che c’è in chiesa durante l’adorazione anche nell’intimità delle famiglie.

Anche se non si dice abbastanza, uno dei peccati più gravi è l’adulterio. L’adulterio significa spezzare l’alleanza con Dio, voler scacciare Dio dal tabernacolo della nostra relazione per metterci il nostro io. L’adulterio è cercare di uccidere Dio nella nostra vita.

Tutte queste riflessioni sono tratte dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Antonio e Luisa

Riscoprire l’Amore con la Preghiera Condivisa

La preghiera nella vita di coppia non è solo un rito. È un potente strumento di unione e sostegno. Serve nei momenti di difficoltà. La nostra esperienza personale testimonia il suo valore inestimabile, specialmente nei periodi di crisi.

La nostra relazione è nata in un gruppo di formazione e impegno missionario. Da subito abbiamo avuto una profonda sintonia in campo spirituale. Era bello poter condividere gli aspetti più profondi della nostra vita di fede e del nostro rapporto con Dio. Ci dedicavamo anche del tempo alla preghiera insieme.

Tuttavia, dopo il matrimonio, col passare degli anni, questa dimensione è venuta meno. L’intensità di lavoro e studio e le responsabilità familiari hanno eroso il nostro tempo insieme. I nostri dialoghi si sono ridotti a semplici scambi di informazioni pratiche. Dio non rientrava più nel nostro orizzonte. La distanza emotiva cresceva silenziosamente, mentre l’intimità e il desiderio di condivisione svanivano gradatamente.

Le nostre differenze caratteriali sembravano diventare irrisolvibili. Contestualmente, le aspettative di un matrimonio felice sembravano irrimediabilmente frantumate. La prospettiva di una separazione incombeva su di noi.

Fu in quel periodo che scoprimmo Retrouvaille. Attraverso incontri e dialoghi guidati, Retrouvaille ci ha offerto gli strumenti per riscoprire il valore del dialogo sincero e profondo. A poco a poco, abbiamo iniziato a svelare i nostri sentimenti repressi. Abbiamo rivelato le nostre paure e speranze. Abbiamo imparato a perdonarci a vicenda per gli errori passati. È stato nel corso di questo percorso che abbiamo riscoperto anche la bellezza e l’importanza della preghiera insieme.

La famiglia che prega unita resta unita” è un adagio che abbiamo sentito risuonare profondamente nei nostri cuori. Retrouvaille ci ha aiutato a ricordare come la preghiera condivisa potesse riaccendere la scintilla del nostro amore. Ha anche rinforzato la nostra relazione. Ritrovare insieme il cammino della preghiera ci ha permesso di trovare conforto e forza. Ha rinnovato il nostro impegno reciproco. Abbiamo riscoperto la fiducia e l’unità perdute.

Oggi, la preghiera è diventata fondamentale nella nostra vita di coppia e familiare. Cerchiamo di essere fedeli a questo quotidianamente, sia nei momenti di gioia che in quelli più difficili. Coinvolgiamo anche i nostri figli. Questo rituale quotidiano ci ha aiutato a superare la crisi. Ha continuato a fortificare il nostro legame. Ora è più profondo e resistente.

In un’epoca in cui la famiglia è spesso messa alla prova da sfide esterne e interne, la preghiera emerge come un rifugio sicuro e un fondamento solido su cui edificare un rapporto duraturo. Dedicarsi alla preghiera insieme fortifica i legami familiari, offrendo una stabilità emotiva e spirituale indispensabile.

Attraverso di essa, si invoca la protezione e la guida divina. Si crea anche un momento di condivisione e di ascolto reciproco. Questi sono elementi fondamentali per ogni relazione sana. La preghiera non solo salva, ma rinnova e rafforza, tessendo legami indissolubili di amore e fede.

Stefano e Michela Manfrin – Retrouvaille Italia

Non disperarti! Tutto, se affidato, concorre al bene!

La vita è un cammino affascinante. Tuttavia, è imprevedibile e possono succedere avvenimenti tanto belli quanto brutti. Non ricordo chi l’ha detto. Se tutte le gioie ci venissero date in un solo giorno, moriremmo all’istante. Lo stesso accadrebbe se tutti i dolori ci venissero dati in un solo giorno. Fortunatamente il buon Dio ci dosa gioie e dolori nel tempo. Così il nostro cuore può sopportare quello che ci accade di volta in volta.

Quando succede qualcosa di veramente brutto, quali sono i passi da fare e gli atteggiamenti da tenere? Io mi riferisco in modo particolare alla tragedia della separazione che ho vissuto in prima persona. La vedo continuamente ripetersi in tante persone. Quello che provo ora ad accennare vale per qualunque fatto brutto. Sarebbero necessarie molte pagine. Questo vale per eventi come malattie, lutti, gravi difficoltà o incomprensioni.  

Innanzitutto, è necessario prendere coscienza della realtà. Non bisogna sforzarsi di cercare colpevoli e responsabili. Se mi rompo una gamba, può essere per colpa mia o per un incidente. Non cambia la situazione se maledico me stesso, gli altri o peggio, Dio. Non è facile. Il nostro cervello prova in tutti modi a non farci accettare l’evidenza, spesso così assurda e imprevista. Io molte volte pensavo di trovarmi dentro un Grande Fratello immaginario o che fosse tutto un sogno. Riflettevo: “Ora mi sveglio e cambia tutto”. Oppure m’illudevo: “Ora mia moglie ci ripensa, non può succedere realmente”.

Inoltre, è inutile farsi domande che non hanno risposta, come chiedersi “Perché mi è successo?” o frasi simili, del tipo “Che cosa ho fatto di male?” o addirittura prendersela con Dio, attribuendo a Lui la nostra sofferenza.

Per esperienza si comincia a risalire dalla voragine in cui siamo caduti quando si accetta l’evidenza. Si smette di passare le giornate tormentandosi di domande. Si afferma: “Bene, questa cosa brutta non la volevo, non la vorrei affrontare. Ma cosa posso fare ora per stare meglio io ed eventualmente gli altri? (ad esempio i figli)”.

È normale farsi prendere dalla disperazione e piangere, ma questo momento deve essere molto breve. Nelle giornate storte, sembra che tutto si sia allineato contro di noi. Tuttavia, spargere lacrime non porta benefici a lungo termine. Si ottiene solo uno sfogo momentaneo che può farci stare meglio solo per poco tempo. È necessario allontanare i brutti pensieri. Evitiamo di assecondarli o di passare le giornate a ragionarci sopra. Manteniamoci impegnati in attività pratiche e fisiche che ci piacciono. Queste attività ci aiutano ad attenuare la tensione.

So bene che quando uno soffre, vede solo la sua situazione. Non è che guardare altre condizioni peggiori faccia stare meglio. Non possiamo assolutizzare l’accaduto dicendo: “Peggio di così non mi poteva capitare” oppure “La mia vita è finita”. Noi siamo cristiani e sappiamo che magari non andrà tutto bene ma che tutto, se affidato a Dio, può concorrere al bene, anche se non ci capiamo proprio niente e ci sembra il contrario!

D’altra parte, la cosa più brutta che ci può capitare, la morte, è stata vinta, quindi inutile stare a preoccuparsi (facile a dirsi, ma molto difficile da mettere in pratica, lo dico per me!).

Quando si sta male, si desidera stare meglio e risolvere i problemi al più presto. Tuttavia, questo è spesso difficile da realizzare. È necessario mantenere la calma. Bisogna cercare di rilassarsi e avere pazienza. Se si è fatto il possibile, alcune cose richiedono tempo per essere metabolizzate. Con l’abitudine, il dolore si attenua.

Gli amici sono di grande aiuto. Questo è vero specialmente per quelli che ci sono passati. Possono quindi darti indicazioni. A volte ti abbracciano e dicono che ce la farai. Anche se sarà dura, ci saranno tante battaglie da superare.

Le relazioni sono fondamentali. Una cosa semplice e banale, come una pizza o un gelato in compagnia, può dare una svolta a una brutta giornata. Anche se gli altri non ti risolvono i problemi, già parlarne equivale a condividere il peso che si sta portando. Ovviamente bisogna scegliere persone di fiducia che possano aiutare e non aumentare i problemi o la confusione.

Parlo raramente di consigli. Credo che Dio permetta solo cose che possiamo superare con le nostre forze interiori. Mai al di sopra delle nostre possibilità. Pertanto, ognuno di noi ha tutti gli strumenti necessari per prendere le giuste decisioni. Si tratta solo di prenderne coscienza e di affidarsi a Dio. Per fare questo, è indispensabile mettersi in ascolto tramite la preghiera. Il santo rosario dovrebbe accompagnarci tutti i giorni. Quando siamo in difficoltà, la preghiera andrebbe intensificata. Gesù ci ha insegnato ad avere la consapevolezza di ricevere quello di cui abbiamo bisogno in quel momento e non quello che vorremmo.

Può sembrare un controsenso, ma ho imparato a ringraziare Dio anche quando mi capitano le cose brutte. Ad esempio, quando ho fatto un piccolo incidente con l’auto, invece di imprecare, ho ringraziato perché poteva andare peggio. Inoltre, nessuno si è fatto male. Noi possiamo infatti verificare quello che avviene, ma non tutte le cose che ci vengono evitate e quindi come veniamo protetti da tante insidie.

In ogni caso, ma quanto è bella la vita e quello che ci circonda! Basta guardare un arcobaleno dopo un temporale. Prendere in braccio un bambino. Accarezzare un animale per sentirsi sollevati, vivi e parte di un mondo bellissimo e preparato per noi, nonostante tutto quello che ci possa capitare!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Il mio diletto è per me un sacchetto di mirra

Entriamo ancora di più nella bellezza di questo libro della Bibbia. Il Cantico dei Cantici è poesia ed è meraviglia. Ricordo che tutte queste riflessioni sono tratte dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice). Clicca qui per leggere gli articoli precedenti.

L’amata

Il mio diletto è per me come un sacchetto di mirra, passa la notte tra i miei seni.

L’amato mio è per me come un grappolo di cipro delle vigne di En-ghedi.

L’amato

Quanto sei bella, amata mia, quanto sei incantevole!

I tuoi occhi sono come colombe.

Abbiamo terminato il precedente capitolo con il parallelismo tra l’amore degli sposi del Cantico e il gesto di Maria, sorella di Marta. Gesto con il quale Maria ha cosparso Gesù con il nardo. Parallelismo che ci ricorda che l’amore matrimoniale ci prepara alle nozze eterne con Cristo.

Il modo in cui Maria ama Cristo deve essere bussola per noi sposi. Amando il nostro sposo o la nostra sposa ci prepariamo ed impariamo ad amare Cristo nell’eternità. Ci stupiamo della bellezza di Gesù, quando ci stupiamo della bellezza l’uno dell’altra. Contempliamo la meraviglia di Gesù, quando contempliamo la meraviglia l’uno dell’altra. Incontriamo Gesù quando lo intravediamo nell’altro. Capite ora perché i gesti d’amore tra gli sposi sono veri gesti sacerdotali?

Torniamo ora al Cantico. All’epoca le donne erano solite portare al collo un sacchettino con della mirra. Un sacchettino che quindi scendeva fino al seno. Questa immagine è molto eloquente. Un’altra essenza. Un altro profumo. Un amore che richiama la passione. Richiama il seno e quindi una parte del corpo femminile che accende l’eros dell’uomo. Profumo che inebria e incendia di passione l’uomo. Amore sensibile e carnale. Il desiderio è in crescendo.

Un desiderio casto emerge. Non è generato dalla concupiscenza e dalla spinta a possedere. Nasce dalla profonda scoperta della meraviglia dell’altro. Desiderio che nasce nel cuore e si svela nella geografia del corpo. Un’immagine che richiama la fecondità dell’amore. I seni nutrono la vita generata dalla nostra relazione. È un richiamo forte a nutrire l’amore. Ogni volta che ci si dona l’uno all’altra c’è fecondità. Non solo quando si concepisce un figlio, ma anche quando si genera nuova vita amore. Quando si cresce nella capacità di amarsi e di amare.

La traduzione della CEI propone: quanto sei bella, amata mia, quanto sei bella! Don Carlo Rocchetta preferisce: quanto sei incantevole! Questa traduzione esprime molto meglio la percezione dello sposo. Tutti noi uomini, credo, possiamo identificarci in questa traduzione. Quanto sei incantevole è un aggettivo molto più soggettivo. Non importa se non sei poi oggettivamente così bella. Se hai difetti, se hai inestetismi. Se hai qualche chilo di troppo. Sei incantevole per me. Mi fermo ad ammirarti. Mi fermo e resto rapito dalla tua persona. Sei piena di grazia e di fascino per me.

Questa è la traduzione che meglio può esprimere quanto sta accadendo tra i due sposi del Cantico. È una traduzione nella quale tutti noi possiamo riconoscerci. Guardiamo la nostra sposa con questo sguardo. Facciamola sentire la più bella di tutte!

Antonio e Luisa

Sesso e Libertà: Riscoprire l’Intimità Vera

In questi giorni scorrendo le varie notizie sui social è facile imbattersi in qualche post che racconta del Calippo Tour. Detto semplicemente, due ragazze, creator di onlyfans – oggi il mestiere più antico si chiama anche così – per farsi pubblicità vanno in giro per varie città italiane a cercare uomini che desiderino fare determinati contenuti espliciti con loro. Di che contenuti si tratta non serve che lo dica, è abbastanza eloquente il nome del tour.

Ora non voglio soffermarmi sulla questione Calippo Tour. Voglio usare questa notizia per mettere in evidenza il poco valore che oggi la società riserva al sesso e al corpo. Certo questo modo di agire non riguarda tutti. Sono casi limite ma sono comunque un sintomo chiaro. Anche perché pochi si scandalizzano del modo che hanno trovato queste due ragazze per fare soldi. Il corpo è loro e lo usano come vogliono. Non fanno male a nessuno. Questo è un po’ il pensiero comune. D’altronde siamo nel ventunesimo secolo. Bisogna avere la mente aperta.

Noi cristiani dovremmo portare una sensibilità diversa. Non perchè siamo ancorati al medioevo, come dicono tanti. Ma perchè sappiamo l’importanza del corpo e di cosa significa intimità. Almeno dovremmo saperlo.

L’intimità non è fare sesso con qualcuno. L’intimità non è mostrare i propri genitali. L’intimità non è condividere un letto o un orgasmo. Il Calippo tour esprime esattamente questo. Puoi fare qualsiasi gesto sessuale con una persone che era e resterà un perfetto estraneo per te.

L’intimità, don Epicoco lo spiega benissimo in una sua catechesi, è essere libero. Libero di mostrare non il tuo corpo ma tutta la tua persona. Intimità è mostrarti all’altro nella verità di te stesso. Quando lo puoi fare con la certezza che l’altro non ti ferirà ti senti finalmente libero ed amato. Noi siamo pieni di maschere. Proprio perchè siamo feriti. Abbiamo vissuto delle esperienze fin dalla nostra infanzia che ci dicono che non possiamo essere veri. Dobbiamo adattarci a un noi stessi che gli altri si aspettano. Per questo non possiamo sentirci davvero amati.

La fede cambia tutto proprio in questo. Ci sentiamo guardati e amati da un Dio che ci conosce nel profondo e ci vuole bene. Ciò che cambia il cuore delle persone non è la paura del giudizio finale. È scoprire di avere un Padre che ti ama. Così come sei, nei tuoi casini e nelle tue fragilità. Anche quando pecchi, non smette mai di vederti bello, anzi bellissimo. Questo è la libertà e la verità della vera intimità.

Non è il sesso a fare l’intimità. È l’intimità dei cuori e la verità della relazione che danno valore, piacere e pienezza al sesso. Per questo non credete a quelli che vi dicono che per stare con una persona devi andarci a letto. Non serve il sesso per capire se c’è chimica. Basta sentirsi attratti fisicamente per capirlo. Serve piuttosto un fidanzamento fatto bene, che permetta ai due di preparare i cuori e perfezionare quell’intimità che permette loro di essere liberi l’uno con l’altra. Per arrivare al primo rapporto – nel matrimonio – preparati. Dove il sesso diventa un modo per manifestare quel desiderio di voler essere liberi di essere uno con l’altro nella verità di noi stessi. Ma quanto è bello così! Accetto tutto il tuo corpo perché accetto come sei tu, senza bisogno che tu nasconda parti di te.

Poi questo prosegue nel matrimonio. Vogliamo fare l’amore bene? Non smettiamo di custodire la nostra intimità. Non smettiamo di perfezionare la nostra capacità di accoglierci, di perdonarci. Non smettiamo di guardarci oltre i nostri errori. Solo così il tempo che passa renderà il nostro corpo più vecchio ma il nostro amore sempre più forte. Perché il vero piacere del sesso non è l’orgasmo. È l’esperienza di essere accolti nella verità, in corpo ed anima, dall’altro.

Antonio e Luisa

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Sposi da vetrina

E se a metterci sul piedistallo ci pensiamo… noi stessi? Che succede quando, gradualmente, una coppia di sposi inizia la scalata del proprio ego? Quando gli altri o i propri talenti diventano solo un mezzo per emergere e brillare?

Succede che il piedistallo di cartone contraddice le belle parole professate. E questa differenza, ad un occhio attento, risulta evidente.

Continuiamo il capitolo sull’invidia reciproca. Esiste, come ho scritto nel precedente articolo, un rischio di svalutarsi e considerarsi “da meno”. Questo ha un corrispettivo diametralmente opposto: la vetrina da esposizione. Credersi belli, bravi, “di più” e godere dell’ammirazione generale, nutrendo il proprio ego di applausi e lettori.

Voglio premettere una cosa importante: i talenti (ognuno ne ha) vanno fatti fruttare, guai a nasconderli sottoterra! Nessuno si creda povero di essi. Ed è bello che risplenda la Sua gloria attraverso gli infiniti modi e gesti e opere e parole che Egli ispira ai suoi Figli. Largo spazio, dunque, alle coppie che hanno qualcosa da dare, testimonianze da fare, storie da scrivere e via dicendo. Così si nutre il popolo di Dio, si nutre l’annuncio, le membra sono in movimento e la Chiesa prospera. Un tripudio!

Il problema è sempre e comunque questione di cuore. Inizia quando si diventa lusingati e si gongola degli applausi. Ci si offende se non si viene coinvolti in iniziative dove si è sempre stati presenti. Si sgomita per essere i prediletti del parroco. La rabbia emerge quando sembra negato ciò che ci spetta (lo spazio, la nostra presenza…). Abbiamo un problema e si chiama idolatria. Gli idoli diventiamo noi stessi.

Seconda premessa: succede a tutti e sì, se ne esce. Il piedistallo, comunque, durerà poco. È fatto di carta. Va distrutto quanto prima o lo farà la vita stessa, dimostrando quanto le ambizioni stridano con la fede professata.

La ruvidità che utilizzo ha una motivazione molto semplice. Ho visto e vedo coppie che hanno tanto da donare (in termini di testimonianza). Queste coppie sono escluse da altre coppie, semplicemente per paura di perdere il posto faticosamente “guadagnato”. Coppie che non cedono, che non mollano, che non servono più tanto gli altri ma molto loro stesse. E consacrati un po’ tiepidi che, semplicemente, le lasciano fare, perché è quell’usato sicuro che conforta e dà sicurezza. E così, per anni, a guidare una realtà trovi sempre le stesse persone.

Ogni coppia è diversa, ogni coppia ha qualcosa da dare. La coppia a voi vicina ha qualcosa che voi stessi non potete dare. Invece, ciò che potete offrire voi, potete offrirlo soltanto voi. Capite quanta ricchezza nascosta sottoterra?

Capite quanto farebbe bene a tutti poter godere del tesoro tutto intero, anziché di un solo denaro? Capite quanto sarebbe bello smontare il piedistallo di carta e tornare, uniti, a servire il gregge?

Qualcuno avrà bisogno dei vostri talenti, come Sposi. Qualcuno avrà bisogno dei talenti che ha un’altra coppia. Qualcuno del modo di comunicare la fede di un’altra ancora… e così via. Il Signore ci ha reso bisognosi gli uni degli altri ma non tutti hanno bisogno di voi.

È Dio che soddisfa i bisogni di ognuno – solo Lui può colmare ogni vita. E qua entra in gioco la scomodissima umiltà, che va rispolverata!

Sì, quell’umiltà capace di cedere il passo. Di tornare a quella frase buffa ma vera: “Dio esiste ma non sei tu. Rilassati!”. E di scoprire che (udite, udite) a fare un passo indietro… non perdiamo niente. Anzi, si guadagna e il guadagno raddoppia, poiché diventa guadagno di tutti. No, non succede niente di brutto a mollare un po’ la presa. Lasciamo che vadano avanti altri. Potrebbero non avere esperienza, ma hanno la voglia di mettersi a servizio. Lo fanno con entusiasmo e un po’ di incoscienza. Quanto bene può fare cedere il posto? Scardiniamo questi idoli e dei piedistalli facciamo carta straccia. Sempre al primo comandamento siamo. Non ci si schioda proprio mai. Non a caso è il primo. Non avrai altro Dio all’infuori di me.

Non rendiamoci idoli di noi stessi, sposi da vetrina, da esposizione: il vero potere è e resta il servizio. Spontaneamente dato, ricevuto, anche lasciato quando serve, con sapienza.

Giada di @nesentilavoce

Coppie che invidiano altre coppie

Quella coppia è stratosferica. Testimonianze, raduni, tour… sono davvero un passo avanti! Loro sì che hanno trovato il loro posto nel mondo. Sono chiamati dal Signore. Valgono qualcosa. Mica come noi, scapestrati e pigri, che viviamo alla giornata, fra lavatrici e code in auto… mediocri. Loro, circondati da amici, splendono. Noi al massimo possiamo timidamente sederci in ultima fila. E magari prendercela pure l’uno con l’altra, perché non siamo in grado di brillare di più“.

Ecco, cari sposi. C’è una dinamica in cui rischiamo tutti di cadere. Tendiamo a credere (non a caso uso questo verbo) che ci siano coppie di serie A e coppie di serie B. Sposi fruttuosi e sposi grigi. Sposi “da meno” e sposi che sono “di più”: hanno qualcosa in più, fanno qualcosa in più, dicono qualcosa in più.

Iniziamo a scardinare, pezzo per pezzo, questo piedistallo che ci siamo costruiti. Su di esso facciamo salire gli altri. Come Gesù è nell’Eucarestia (vivo!), così è in mezzo agli Sposi (nella stanza nuziale, nel cibo, nei figli, nei gesti). E Gesù non è sempre lo stesso, ieri, oggi e sempre? Forse in alcune coppie è più presente che in altre? Questa è, permettetemi un termine forte, una bestemmia. Pensare che sia un Dio ‘spezzettato’, che si dà maggiormente a qualcuno piuttosto che ad altri, un Dio che fa preferenze di persone, che premia una coppia anziché un’altra, che muore solo per qualcuno e non per tutti: questo non è il Dio che conosciamo.

Noi sposi abbiamo tutti la medesima dignità. Questa dignità non è data dai nostri meriti. È data dalla presenza stessa del Signore nel Sacramento che abbiamo celebrato. Questa presenza è con noi ogni giorno.

Le grazie e il Bene che vedi, e che certamente molti fanno, sono per tutti. Sono un dono di cui gioire e godere. Sono una manifestazione del Signore per il bene tuo e degli altri, dell’umanità intera. Nulla toglie al valore che ogni coppia di Sposi ha, un valore intrinseco che non è possibile togliere. Dal momento che il sigillo è stato messo, lì resta.

Il dono o l’impegno altrui, per cui a volte può sembrare (erroneamente, ripetiamocelo) che alcuni sposi siano “più sposi” di altri, è capace di beneficare chi lo circonda e moltiplicare anche il nostro Amore. Non per merito, lo ripeto, ma perché è il Signore ad ispirare tanto Bene. La logica del “siamo amati se siamo bravi” è distruttiva. Non saremo mai bravi abbastanza. Non saremo mai impegnati abbastanza. Non saremo mai applauditi abbastanza.

Sei invidioso perché Dio è buono? Non può fare delle sue cose ciò che vuole? Queste domande sono nel Vangelo e con queste Gesù sa rimettere ordine nel nostro animo scombussolato.

Vedo coppie di sposi anziani che vanno a fare la spesa assieme. Poi vanno a Messa. Passano la giornata in casa a fare cose semplici come leggere un giornale o pulire la cucina. Vanno a letto sereni e magari si prendono cura di qualche nipote con gioia. Vedo coppie impegnate in Diocesi, attive nel sociale, pronte ad organizzare ritiri e testimonianze a cui accorrono centinaia di ragazzi. Fra questi due esempi, non vedo differenze. Il Signore gioisce per entrambi allo stesso modo. Ama entrambi allo stesso modo. Santifica entrambi ugualmente con la Sua gloria.

Cari sposi, entriamo nella logica dei figli. Un padre e una madre non fanno preferenze. Scoprono che, con più figli, l’Amore non si divide. Invece, si moltiplica. Da figli, esercitiamoci nella consapevolezza di questo. Siamo amati oltre misura. Tutti, tutti, tutti meritiamo un Dio che è morto crocifisso e Risorto. Destinatari di gioia infinita, grazia a profusione, amore strabordante e frutti in abbondanza. Non tutti sono chiamati a fare le stesse cose. E meno male! Ma siamo chiamati ad abitare il mondo a nostro modo. Ognuno lo fa in modo originale, con la creatività di Dio, lungo la strada ispirata dallo Spirito Santo. Membra di un solo corpo – non esiste membro superfluo, inutile, scartabile!

Giada di @nesentilavoce

Il mio nardo spande il suo profumo

Adesso arrivano dei versetti meravigliosi che vanno letti e meditati. Clicca qui per leggere gli articoli già pubblicati. Gli articoli sono tutti tratti dal testo Sposi sacerdoti dell’amore (Antonio e Luisa De Rosa – Tau Editrice). Un testo che cerca di raccontare il Cantico dei Cantici.

L’amata

Mentre il re è sul suo divano,

il mio nardo spande il suo profumo.

Lei lo ha cercato, lui l’ha contemplata. Ora i due sposi sono insieme. Inizia un duetto. È un dialogo intimo da cui si spande come un profumo tutto l’amore. Il desiderio e la meraviglia si stanno generando nel cuore dei due protagonisti. Lasciatevi avvolgere. Immedesimatevi.

Tu, donna, sei la Sulamita che arde d’amore per il suo re. Tu, uomo, sei Salomone che non desidera che stringere in un abbraccio la sua regina. Lei è andata da lui. Lo ha cercato. Anche questo è un gesto quasi di ribellione ai costumi del tempo. Ha preso lei l’iniziativa. Entra nella stanza del re e la stanza è pervasa dal profumo.

Torna il profumo. In questo caso di nardo. Come a dire che la vita del re assume una ricchezza nuova grazie a quella presenza. Il luogo è lo stesso, ma nello stesso tempo tutto è nuovo. Profumo che simboleggia l’amore stesso. Realtà invisibile ma concreta. Il profumo è quello del nardo, essenza molto preziosa. Un amore prezioso e inebriante. Il profumo avvolge la persona del re. Il re è avvolto dall’amore e dal desiderio della sua regina. Lo percepisce chiaramente. Un dialogo senza parole, ma che arriva dritto all’altro. Tutto il mio amore lo effondo per te. Mi rendo bella per te. Dirò di più.

A cosa rimanda il nardo? Chi si comporta allo stesso modo?

Gesù era a Betania, in casa di Simone il lebbroso; mentre egli era a tavola entrò una donna che aveva un vaso di alabastro pieno d’olio profumato, di nardo puro, di gran valore; rotto l’alabastro, gli versò l’olio sul capo.

Il significato è lo stesso. La Sulamita, attraverso il nardo, vuole esprimere tutto il suo amore per il suo sposo, per il suo re. Così Maria di Betania. Attraverso quel gesto vuole esprimere tutto il suo amore e il suo abbandono per Gesù, l’unico e autentico Re. Per amare Cristo, la sposa deve amare lo sposo e lo sposo deve amare la sposa. Entrambi devono farlo come la Sulamita e come Maria.

Maria ama senza riserve. Il suo amore è senza limite e oltre il necessario. Tanto che appare quasi uno spreco. Sembra che non sia necessario darsi così tanto. Invece Gesù la esalta proprio per questo. Perché l’amore deve essere così. Nel nostro matrimonio abbiamo rotto il vaso di nardo? Oppure siamo avari e diamo qualche goccia ogni tanto per non sprecarne?

Ci esprimiamo in gesti di tenerezza, di servizio, di cura, di attenzione. Oppure, limitiamo tutto al minimo indispensabile? Diamo per scontato l’amore che ci unisce? Spesso mostriamo solo una piccola parte del nostro amore. Questo è il vero spreco.

Siete riusciti a identificarvi nella Sulamita o in Salomone? Avete assaporato la bellezza di quanto scritto in questi versi ripensando alla vostra vita di coppia? Se è così, avete un matrimonio vivo e meraviglioso. In caso contrario, impegnatevi. Affidatevi a Cristo perché vi dia la capacità di recuperare questa bellezza. A questa bellezza tutti siamo chiamati.

Antonio e Luisa

Come i genitori possono rovinare il matrimonio dei figli

I genitori, per quanto spesso animati da buone intenzioni, possono avere un impatto negativo sul matrimonio dei figli. Questo accade in diversi modi. Questo accade soprattutto quando si intromettono eccessivamente o non rispettano i confini tra la coppia e la famiglia d’origine.

Intromissione nelle decisioni. Alcuni genitori tendono a voler controllare o influenzare le decisioni dei figli. Questo può riguardare scelte economiche, educative o personali. Questo può creare tensioni tra i coniugi, poiché il partner può sentirsi sminuito o messo da parte.

Conflitti di lealtà. I figli sposati possono trovarsi divisi tra il desiderio di essere fedeli al proprio coniuge e il desiderio di non deludere i propri genitori. Questo può creare un senso di colpa e pressione che erode la serenità della coppia.

Critiche al partner. Genitori che criticano il partner del figlio, direttamente o indirettamente, possono minare la fiducia. Possono anche destabilizzare il matrimonio. Se un coniuge sente di non essere accettato o rispettato dai suoceri, questo può generare frustrazione e allontanamento.

Dipendenza economica o emotiva. Se i genitori offrono troppo supporto economico o emotivo, i figli possono faticare. Essi non riusciranno a sviluppare l’indipendenza necessaria per affrontare le sfide coniugali. Un’eccessiva dipendenza dai genitori può portare a un rapporto di coppia sbilanciato o immaturo.

Mancanza di rispetto dei confini. Genitori che non rispettano i limiti della vita privata dei figli. Ad esempio, intromettersi nella gestione della casa o dei figli. Questo può creare risentimento e conflitti all’interno del matrimonio.

Per evitare che ciò accada, è importante che i genitori riconoscano il loro ruolo di sostegno. Devono rispettare i confini. Devono anche permettere ai figli di crescere come coppia autonoma. D’altra parte, i figli devono imparare a stabilire e mantenere questi confini. Devono proteggere la loro relazione e affrontare insieme le difficoltà senza interferenze esterne.

Qui però finiscono le “colpe” dei genitori. Ripetiamo, e non ci stanchiamo di farlo, che la responsabilità della relazione è di chi la vive. Non possiamo incolpare i nostri genitori se non siamo capaci di mettere dei confini. Se i nostri genitori si allargano un po’ troppo è perché noi permettiamo loro di farlo. Cosa fare quindi?

Non sposatevi se le dinamiche sono quelle sopraindicate. Il primo consiglio è quello di prevenire prima che curare. Se il vostro fidanzato o la vostra fidanzata è chiaramente in una delle situazioni sopraindicate non sposatelo. Non pensate di poter cambiare le cose dopo. È un’illusione.

Mettete i confini voi! Insieme! I confini funzionano solo se a metterli sono entrambi i coniugi. Se lo fa solo uno dei due non può funzionare. Si può litigare dentro casa ma fuori uniti. Non dobbiamo mostrare disaccordo. Se mia moglie litiga con mia madre, io davanti a mia madre difendo mia moglie. Poi nel privato possiamo anche discutere sul suo comportamento. Mostrare disaccordo è già una crepa dopo possono entrare gelosie e competizioni. E’ fondamentale mettere un confine dove la famiglia di origine non possa entrare e mettere zizzania.

Dobbiamo morire essenzialmente al nostro essere figli. Per diventare sposi e genitori è importante svestire i panni di figli. Non significa non riconoscere più i nostri genitori come tali. Il nostro amore per loro resterà invariato. Solo, saremo diversi noi. La nostra famiglia sarà un’altra e il nostro ruolo cambierà. Possiamo sposarci e dare forma ad una nuova famiglia solo se saremo capaci di lasciare la nostra famiglia di origine. Non significa che non frequenteremo più i nostri genitori e che non avremo più amore e tempo per loro. Nulla di tutto questo! Significa non essere più dipendenti da loro. I nostri amici Roberto e Claudia di Amati per Amare la chiamano desatelizzazione. Cosa significa allora lasciare nostro padre e nostra madre? Mettere al primo posto il nostro coniuge. In concreto? Non dipendere dalle aspettative e influenze della famiglia di origine. Essere capaci di mettere dei confini entro i quali i nostri genitori non possono influire. Non si tratta solo di confini materiali come le quattro mura di casa, ma si tratta soprattutto di confini emotivi.

Non mettetevi in competizione. L’errore più grande che in questi casi si può commettere è mettersi in competizione. Purtroppo è anche la reazione più immediata ed impulsiva. È importante, quindi, da un lato spronare l’altro, non far finta di niente. Il problema c’è e va affrontato. Senza però fare la guerra. Mettersi in competizione fa sentire l’altro in mezzo a due fuochi. Se è dipendente, non autonomo dalla famiglia di origine, reagisce male o cerca di non affrontare il discorso. C’è un acuirsi delle tensioni. Se il nostro coniuge è dipendente non funziona. Non è riuscito ancora ad elaborare i confini e dare un ultimatum lo distrugge.

Ognuno dei due sposi si interfaccia con la propria famiglia. Ciò significa che se io dovessi avere problemi con la madre di mia moglie, è meglio che lasci comunque parlare mia moglie. Lei può gestire meglio la situazione. Ciò che dice un figlio o una figlia ha un peso diverso rispetto a quando parla un genero o una nuora.

I genitori non devono avere le chiavi di casa e se le hanno non usarle quando noi siamo in casa. Devono bussare sempre. Si tratta di un accorgimento più psicologico che altro. È importante capiscano che stanno entrando nella casa di un’altra famiglia, non della loro.

Questo articolo non vuole essere una critica ai nostri genitori. Spesso sono delle persone meravigliose e anche dei nonni premurosi per i nostri figli. Però alcune cose vanno messe in chiaro. Questo è necessario per potersi volere bene in un modo sano e non dannoso per tutti.

Antonio e Luisa

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Responsabilità nel Tradimento: Chi è Colpevole?

Parlavo con una mia cara amica. Questo è successo pochi giorni fa. Abbiamo discusso riguardo ai tradimenti all’interno del matrimonio. Stavamo ragionando se fosse un atteggiamento prevalentemente maschile o femminile. Sul momento, ho detto che una volta erano gli uomini a tradire maggiormente. Ora, forse, le cose si sono invertite. In realtà, ho riflettuto in seguito, che è una considerazione che, da un certo punto di vista, non ha tanto senso. Infatti, gli uomini tradiscono con altre donne. E viceversa. Quindi, la responsabilità è solo di chi ci prova? O anche di chi non sa dire di no?

Dopo la separazione sono stato oggetto di attenzioni esplicite da parte di alcune donne impegnate/sposate. Ho risposto in modo chiaro che non ero minimamente interessato. Ammetto che, sul momento, mi abbia fatto piacere e che qualche pensiero mi sia venuto. Tuttavia non sarei riuscito fisicamente a tradire mia moglie, perché la ritengo una cosa sbagliata per tanti motivi.

Se ad esempio un uomo sposato s’invaghisce di un’altra donna, quest’ ultima è in grado di dirgli: “Cosa vuoi da me? Lasciami perdere e torna da tua moglie e dalla tua famiglia!“. Anche se questa donna fosse single e non sposata, quindi completamente libera sentimentalmente, frequentare un uomo sposato che ha già una famiglia e magari anche dei figli, la rende colpevole di tradimento. O almeno corresponsabile. È bene ricordare che comunque al di fuori del matrimonio cristiano e cioè senza una promessa di vita, si dovrebbe vivere in castità.

Naturalmente può succedere che le persone nascondano di essere impegnate o sposate. Così si diventa inconsapevoli complici di tradimento. Però credo che le cose si possano tenere nascoste per poco tempo. Questo accade solo se ci si assenta per lunghi periodi da casa.

Capisco bene che faccia sempre piacere quando una persona ti cerca. Ti fa i complimenti e manifesta attrazione verso di te. Ti fa sentire importante e apprezzato. Questo aumenta la tua autostima e la tua considerazione. Tuttavia, la serietà di una persona e la sua integrità e fede si vedono durante le tentazioni.

Conosco persone che dietro l’insistenza, ad esempio, di un collega hanno dovuto cambiare lavoro perché stavano per cedere. Oppure è successo a un separato fedele che per dare un passaggio in auto a una sua amica, questa gli è letteralmente montata addosso. Fortunatamente lui è riuscito a resistere. Per questo il buon senso consiglia di evitare situazioni che possano metterci in difficoltà. A parole siamo tutti bravi, ma sono i fatti quelli che contano.

Se c’è una coppia in crisi, andrebbe aiutata a risolvere i problemi relazionali, comunicativi e personali. Al contrario, accettando le avance dell’uno o dell’altra, si va spesso a dare il colpo di grazia al loro rapporto.

Io non vorrei mai trovarmi nella situazione di avere qualche responsabilità nella fine di una storia d’amore. Non me lo perdonerei mai. Non ci dormirei la notte, specialmente se ci sono dei figli.

Il principio evangelico, infatti, dice non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. Come noi non vorremmo che si inserissero altre persone nella nostra famiglia, così sarebbe bene fare verso gli altri. Anzi, in realtà, il principio non è in versione negativa, ma positiva. Cioè, “fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te”. Quindi, non si tratta di evitare qualcosa, di non fare, ma di prendere l’iniziativa e andare così incontro agli altri.

In sintesi, se una persona sposata ci provasse con te, non solo non dovresti acconsentire. Dovresti farle anche capire che è un atteggiamento sbagliato. Non è rispettoso. Non è cristiano. Non è portatore di qualcosa di buono.

Naturalmente questa è la teoria. Poi so bene che in pratica è molto difficile. Anzi, è molto probabile essere mandati a quel paese, oppure sentirsi chiedere: “Sei omosessuale?” se non acconsenti. Ad ogni modo, anche se non si dice nulla, è possibile almeno pregare per lei. È possibile anche pregare per la coppia in crisi.

Saper dire di no, rifiutare e non farsi trascinare in qualcosa di sbagliato non è per niente facile. Lo vediamo già nelle prime pagine della Bibbia. Il serpente tenta Eva con successo e poi Eva coinvolge Adamo. Eva non avrebbe dovuto fidarsi del serpente. Adamo avrebbe dovuto ricucire con fermezza lo strappo che si era creato. Invece si è fatto abbindolare anche lui. È diventato così ugualmente responsabile del tradimento.

D’altra parte, uscire con un uomo o con una donna è semplice. Non ci vuole niente. Il difficile è non farlo!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Assomigli alla cavalla del cocchio del faraone

Riprendiamo la lettura del Cantico dei Cantici. Settimana scorsa (clicca qui per le puntate precedenti) siamo rimasti con l’esclamazione dell coro che si rivolge alla Sulamita con Incantevole tra le donne. Il coro lascia ora la parola allo sposo, a Salomone.

L’amato

Tu assomigli, o amica mia,

alla cavalla del cocchio del faraone

Le tue guance sono belle fra gli orecchini,

il tuo collo tra i vezzi di perle. Ti faremo trecce d’oro, con grani d’argento.

Ora la parola passa allo sposo. Passa a Salomone. Tu assomigli, o amica mia, alla cavalla del cocchio del faraone. Una donna del nostro tempo con la nostra mentalità si potrebbe offendere. Come? Mi paragoni ad un cavallo? Come ti permetti! In realtà questa esclamazione racconta la meraviglia che sta provando lo sposo.

Non è una cavalla qualsiasi. È la puledra del cocchio del faraone. Una puledra di razza, la più bella. Tanto bella da essere scelta dal faraone, il re più potente del mondo all’epoca. Può farci sorridere questo paragone, ma ricordo che si tratta di un’opera scritta in un contesto semplice. Fu scritta in una comunità di pastori seminomadi. La natura è la pietra di paragone per ciò che esiste di più bello.

Non hanno un altro modo per esprimere la bellezza di Dio e dell’uomo. Il risultato, se ci liberiamo dei nostri schemi mentali, è una poesia. Questa poesia riempie il cuore di chi l’ascolta o la legge.

Le tue guance sono belle fra gli orecchini, il tuo collo tra i vezzi di perle. Ti faremo trecce d’oro, con grani d’argento. Lo sguardo dello sposo cambia. Passa dal generale al particolare. Si posa sul viso e sul collo dell’amata. Lo sposo si sofferma sulla bellezza della sposa. Tanto bella che merita gioielli ed ornamenti per far risaltare maggiormente questa meraviglia. Faremo per te pendenti d’oro. Li faremo per te, solo per te. Tu sola sei degna di tutto questo. In te ho scoperto questa regalità che mi ha colpito. Mi ha colpito così tanto che voglio farti dono di oro e di argento.

Quanto è vera questa cosa anche oggi! La mia sposa per esempio è felicissima quando le regalo un anello, un paio di orecchini o un ciondolo. Non credo che a colpirla sia la preziosità del regalo in sé. Non è una reazione da persona venale e superficiale. Ciò che la rende felice non è il valore materiale. La fa sentire amata il messaggio che c’è dietro. Le sto dicendo: tu sei bella, sei preziosa. Anzi di più. Le sto dicendo: tu sei la più bella e la più preziosa e te lo voglio dire attraverso questo dono.

Credo che uno dei gesti che più può ferire una donna, oltre al tradimento fisico, sia scoprire che il suo sposo ha regalato un gioiello ad un’altra donna. Un gesto del genere può causare un dolore profondo. Nella nostra cultura, ma mi sembra di capire anche in quella del Cantico, il gioiello ha un significato di esclusività. Un gesto riservato alla persona amata. Se il marito regalessa un gioiello a un’altra donna, questo atteggiamento farebbe sentire l’amata messa da parte. La farebbe dubitare della relazione stessa. Creerebbe tanta sofferenza e insicurezza. Non è così? Pensateci.

Questo mette in evidenza come le nostre scelte, i nostri desideri e le nostre aspirazioni siano abbondantemente influenzati dalla società in cui viviamo. Anche il nostro modo di vivere e pensare le relazioni ne è influenzato. Ciò non toglie che è insito in noi il desiderio di un amore esclusivo. Questo vale in ogni tempo e cultura. Questo è parte della nostra natura.

Antonio e Luisa

Amiamo le nostre differenze

Siamo decisamente diversi. Certamente le donne e gli uomini sono molto diversi. Però non è del tutto corretto affermare che siamo diversi. Diverso viene da divergere. Qualcosa di negativo che ci allontana. E per tanti è così. La diversità rende l’altro a volte incomprensibile nella sensibilità e nelle scelte. Invece è bello dire che siamo differenti. Differente viene dal latino fero, portare. Portare la nostra unicità che è altro e arricchirci l’uno della differenza dell’altro. Quanto sarebbe noioso se fossimo tutti uguali, vero? 

Per noi è stato ed è tuttora così. Durante la nostra relazione, grazie alla nostra conoscenza, abbiamo imparato a vedere le nostre differenze come qualcosa di positivo. In questo articolo vogliamo raccontarvi due cose in cui siamo complementari. Voi magari ne avete altre. Ma è bello così!

1. Ottimismo contro realismo

L’ideale è che entrambi siamo ottimisti e vedano sempre il lato positivo di ogni cosa. Ma per noi non è così. Luisa è sempre stata quella più negativa. Quella che di ogni situazione vede sempre la tragedia che si potrebbe compiere. Si preoccupa, si spaventa e pensa al peggio. Io invece cerco di vedere il lato positivo. Vedo sempre una via d’uscita e comunque ho speranza che le cose possano migliorare. Nel nostro caso ci aiutiamo a vicenda. Luisa trova sollievo e speranza nella mia leggerezza. Io resto con i piedi per terra e non sottovaluto le situazioni grazie alla sua pesantezza.

2. Spontaneità vs pianificazione

Io sono quello spontaneo. Quello che si lascia trasportare dalle emozioni del momento. In positivo e in negativo. Luisa è quella ponderata. Quella che pensa a quello che ogni gesto comporta. Due temperamenti opposti eppure possono essere una grande opportunità. La mia spontaneità permette più leggerezza e decisioni rapide. Quante volte Luisa sembrava titubante anche su situazioni sue lavorative e la mia spontaneità le ha permesso di lasciarsi andare. E quante volte lei è stata invece importante per me. La mia spontaneità può esondare nell’irruenza e farmi fare errori anche gravi. Lei riesce sempre a farmi riflettere sulle conseguenze delle mie scelte.

Sicuramente anche tu e tuo marito o tua moglie siete diversi sotto tanti aspetti, proprio come noi. Forse aspetti diversi dai nostri ma è normale sia così. Dobbiamo però garantire che queste differenze siano, per così dire, “sopportabili”. Ciò può avvenire solo nel rispetto reciproco. Se io amo mia moglie e l’ho scelta per la vita dovrebbe essere normale avere stima per le sue idee. Anche quando sono diverse dalle mie. Capite l’errore di tante coppie? La differenza va accolta come una prospettiva che allarga l’orizzonte. Non va vista come un problema che mi impedisce di agire come voglio. Poi nel dialogo si trova la strada insieme. A volte sarà la mia, altre quella di Luisa e altre ancora una terza via, la nostra.

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Istinto sessuale vs impulso sessuale: libertà e desiderio

L’abbiamo scritto molte volte. Dietro il sesso c’è una spinta ormonale notevole. In particolare per i maschi. L’intensità, dopo la pubertà, diventa davvero potente. Spesso la soddisfazione dei desideri che ne derivano è vista come una necessità. Non è così. Non si tratta di un bisogno vitale come sono bere, respirare e mangiare. La privazione di questi ultimi porta alla morte. Tuttavia non si può negare che questo desiderio possa essere molto forte.

E quanto più un desiderio è intenso, tanto più ci si può sentire “obbligati” a soddisfarlo. Non è forse quello che pensano in tanti? Forse anche tu credi che fare sesso sia un bisogno fisiologico. Non è così. So già le obiezioni di alcuni uomini. Ma i testicoli producono continuamente spermatozoi. Dobbiamo scaricare quelli vecchi. Quante volte l’ho sentito dire in gioventù. Lo pensavo anche io. Tra ragazzi è comune fare questi discorsi camerateschi. Tutte scemenze. Non c’è nessuna necessità di fare sesso. Non si muore a praticare l’astinenza e neanche si sta male. Il nostro corpo è una macchina perfetta. Esistono infatti le polluzioni notturne con cui il nostro organismo espelle il seme vecchio per far posto al nuovo. Il nostro corpo non sbaglia. Quello che noi sentiamo non è un bisogno fisiologico ma un desiderio, una pulsione psicofisica.

Può il desiderio prevalere sulla capacità di scelta? Qual è il ruolo che gioca la libertà di fronte al desiderio sessuale?

L’istinto sessuale riguarda gli animali

A livello fisico, sono due i desideri più intensi che un essere umano possa provare. Questi sono quelli legati al cibo e il desiderio sessuale. Dal punto di vista fisico, l’intensità di questi desideri si spiega con il fatto che entrambi mirano alla conservazione. Il primo, alla salvaguardia della propria vita. Il secondo, alla conservazione della specie. E tra i due il desiderio sessuale supera quello di cibo. A livello fisico, è il più intenso.

Non a caso il desiderio sessuale non riguarda solo l’uomo. Non solo gli esseri umani ma anche gli animali provano il desiderio sessuale. Negli animali non si parla però di desiderio. La cosa interessante è che in loro ciò avviene come un istinto. L’istinto è una fonte irresistibile di comportamento: quando un animale sperimenta questo istinto, cerca semplicemente di soddisfarlo. In un animale non c’è possibilità di scelta. Per questo non possiamo imputare nessuna colpa all’animale. Un cane non può essere giudicato moralmente per il suo comportamento sessuale.

L’impulso sessuale lascia l’ultima parola alla libertà

Gli esseri umani non hanno un istinto sessuale come gli animali. Va inteso in modo diverso. Nell’uomo il desiderio non ha mai l’ultima parola, ce l’ha la libertà. Non importa quanto sia forte il desiderio, gli esseri umani possono sempre scegliere. Puoi scegliere di soddisfare il desiderio oppure no; e, se decidi di soddisfarlo, puoi scegliere come farlo. Pertanto, a differenza degli animali, gli esseri umani possono essere giudicati moralmente, civilmente e penalmente. Una persona che abusa sessualmente di un’altra non può giustificarsi affermando semplicemente che non è stata in grado di trattenersi. Non è ammissibile. Perché la persona può sempre scegliere. Ed è per questo che nell’essere umano non è opportuno parlare di istinto, ma piuttosto di impulso sessuale. A differenza dell’istinto, l’impulso lascia l’ultima parola alla libertà. Ma torniamo a noi sposi.

Il desiderio sessuale è sempre positivo. Ed è positivo non solo perché facilita la continuità della specie umana attraverso la riproduzione. Come è per gli animali. Per noi uomini c’è molto di più. Il desiderio ci spinge ad entrare in relazione. Ci aiuta ad uscire dalla solitudine esistenziale per sentirci parte di un noi, di una comunione d’amore. Costituisce un impulso all’amore. Infatti, l’impulso sessuale è ordinato proprio affinché l’amore di coppia possa crescere e rafforzarsi. Parliamo qui di amore inteso non come sentimento, ma come decisione di cercare il bene dell’altro. E sarà proprio l’ordinamento di questo impulso all’amore che ci aiterà ad opporci all’impulso di trattare l’altro come un oggetto. Questo permetterà di valutare come buono o cattivo l’uso che se ne fa liberamente.

Nelle sue catechesi sulla Teologia del Corpo, san Giovanni Paolo II esprime perfettamente la necessità di sottomettere l’impulso sessuale alla nostra coscienza. Egli sottolinea l’importanza di questa sottomissione. Per trasformare un impulso in amore. Il papa dice: Nell’ambito erotico, l’”eros” (impulso) e l’”ethos” (realizzazione della verità antropologica) non divergono tra di loro. Non si contrappongono a vicenda. Sono chiamati ad incontrarsi nel cuore umano. In questo incontro, sono chiamati a fruttificare. Ben degno del “cuore” umano è che la forma di ciò che è “erotico” sia contemporaneamente forma dell’ethos. Questa forma è anche di ciò che è “etico”.

Il card. Raniero Cantalamessa esprime questo concetto in modo ancora più conprensibile affermando che: L’amore vero e integrale è una perla racchiusa dentro due valve che sono l’eros e l’agape. Non si possono separare queste due dimensioni dell’amore senza distruggerlo. Come non si possono separare tra loro idrogeno e ossigeno senza privarsi con ciò della stessa acqua.

Antonio e Luisa

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Cari genitori, Gesù unge la prole … la prole ungerà voi

Con questo articolo entriamo nella sequenza liturgica del post-lavacro (clicca per leggere i precedenti articoli).

Dopo la triplice infusione dell’acqua, e la partecipazione del battezzando alla Morte e Risurrezione del Signore Gesù, il sacerdote pronuncia la seguente orazione e subito dopo, in silenzio, unge la fronte del battezzato: «Dio onnipotente, Padre del nostro Signore Gesù Cristo, ti ha liberato dal peccato e ti ha fatto rinascere dall’acqua e dallo Spirito Santo, unendovi al suo popolo; egli stesso ti consacra con il crisma di salvezza, perché inserito in Cristo, sacerdote, re e profeta, sia sempre membra del suo corpo per la vita eterna».

Con questa preghiera il sacerdote comunica al battezzato che il Padre lo consacrerà per sempre. Con l’unzione che avverrà immediatamente dopo e lo consacrerà come parte del corpo mistico di Cristo. Un giorno di sabato, Gesù stesso, nella sinagoga di Nazaret, disse a tutti che anche lui aveva ricevuto l’unzione nel suo battesimo: «Lo Spirito del Signore è sopra di me per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore» (Luca 4, 18-19). Gesù si presenta al popolo come l’Unto che desidera salvare l’umanità e coinvolgere ogni persona nella relazione filiale.

«E quanto a voi, l’unzione che avete ricevuto da lui rimane in voi e non avete bisogno che qualcuno vi istruisca. Ma. Come la sua unzione vi insegna ogni cosa ed è veritiera e non mentisce, così voi rimanete in lui come essa vi ha istruito» (1Giovanni 2, 27).

A questo punto della liturgia battesimale la chiesa domestica, che aveva presentato il bambino per il battesimo, riceverà in dono da Cristo stesso non solo più un bambino. Riceverà un profeta, un sacerdote e un re. Le cui mani, la cui bocca, i cui piedi … saranno diventati di Cristo per poter “ungere” dello Spirito di Dio ogni realtà e persona che incontrerà sul suo cammino.

Egli sarà sacerdote per donarsi insieme a Gesù nell’opera di trasformazione della realtà del mondo e consegnarla al Padre. Egli sarà re per servire il prossimo amandolo nell’amore di Cristo. Egli sarà profeta per comunicare la Parola di Gesù come lampada per i passi nel cammino della vita.

Com’è bello sapere che nelle nostre chiese domestiche ci sia questo tesoro di grazia! Ogni membro è sacerdote, re, profeta! Sant’Agostino quando smise di resistere a Dio comprese di averlo cercato fuori, avventandosi sulle sue creature, da quel momento invece riconobbe di averlo incontrato dentro di sé. «Tu eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Eri con me, e non ero con te» (Le Confessioni, X, 26-27).

Medesima cosa sento di poter dire per la famiglia. In questo tempo è alla ricerca dell’Amore autentico. L’amore non deve più essere liquido, vulnerabile e passeggero. Volgiamo lo sguardo innanzitutto nei tesori battesimali della nostra famiglia. «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Apocalisse 3,20).

Gesù sta bussando non solo nella realtà extra-familiare ma proprio nelle relazioni intra-familiari. Liberiamolo per farlo uscire! Ascoltiamolo per dargli retta! Ogni parola e gesto sacerdotale, profetico e regale, di un membro della nostra famiglia, sarà il buon profumo di Cristo (cfr 2Corinzi 2, 15). Dio per spandere il profumo della sua presenza ci chiede di profumare con la nostra persona. «Cristo non ha mani ha soltanto le nostre mani per fare oggi il suo lavoro. Cristo non ha piedi ha soltanto i nostri piedi per guidare gli uomini sui suoi sentieri. Cristo non ha labbra ha soltanto le nostre labbra per raccontare di sé agli uomini di oggi. Cristo non ha mezzi ha soltanto il nostro aiuto per condurre gli uomini a sé oggi. Noi siamo l’unica Bibbia che i popoli leggono ancora siamo l’ultimo messaggio di Dio scritto in opere e parole». (Raul Follereau oppure Anonimo del XIV sec.).

Don Antonio Marotta

Incantevole tra le donne. Interferenze Sociali nell’Amore: Amici e Famiglia

Ci siamo lasciati una settimana fa con una descrizione bellissima e totalizzante dell’amore della Sulamita per il suo Salomone. Clicca qui per leggere le puntate precedenti. Ora la parola passa al coro.

Il coro

Se non lo sai, o incantevole tra le donne,

segui le orme del gregge

e conduci le tue caprette a pascolare

presso gli accampamenti dei pastori.

Se non lo sai, o incantevole tra le donne.

Risponde il coro. Mi soffermo subito sull’aggettivo incantevole. La traduzione CEI riporta bellissima, don Carlo Rocchetta lo traduce con incantevole. Un aggettivo che vuole evidenziare come la Sulamita sia bella in tutta l’interezza della sua persona.

Perché chi ama in modo autentico è una persona bella. È bella perché esprime in pienezza l’umanità che la costituisce. Esprime tutte le potenzialità del suo essere donna o del suo essere uomo, della sua femminilità o della sua virilità.

Il coro, proprio per questo, vede la Sulamita bellissima, incantevole. È l’amore che dal suo profondo si irradia sul suo corpo.

Segui le orme del gregge e conduci le tue caprette a pascolare presso gli accampamenti dei pastori.

Questo intervento del coro non è posto a caso. Come vedremo anche in altre parti del Cantico, il coro ha un ruolo importante. Rappresenta la società. Rappresenta tutto l’insieme delle persone che stanno vicino alla coppia del Cantico.

Salomone e la Sulamita non sono soli. Sono oggetto di ammirazione per chi li vede. Sono contemplati e ammirati. Tutti esprimono il desiderio che questa storia d’amore vada a buon fine. Tutto il contesto sociale aiuta gli amanti a prendere coscienza di ciò che sono. Inoltre, aiuta a capire che sono chiamati ad essere. Anche noi siamo così.

Quando notiamo due persone care che si cercano e si mostrano reciproco interesse, siamo come tentati di favorire quell’incontro. Vogliamo favorire quel germe di relazione. Quante storie sono nate grazie all’intervento e all’aiuto di amici. Quando non c’è malizia e i rapporti si basano su relazioni vere e autentiche, la società non è nemica della coppia. Al contrario, desidera che quelle persone possano esprimere tutta la bellezza e l’amore che sembrano poter generare.

Pensiamo invece quanto male possono farci amici e parenti che non vivono un rapporto libero e autentico con noi. Quanti genitori si intromettono nelle relazioni dei figli per gelosia. Quanti amici invidiosi rovinano fidanzamenti e famiglie. Attenzione a chi ci sta attorno. Ricordiamo che una volta sposati nostro marito e nostra moglie vengono prima di tutti gli altri. Prima anche di certe mamme che faticano a mollare la presa.

Antonio e Luisa

Davanti al bivio abbiamo incontrato Retrouvaille

Quel momento in cui ci troviamo di fronte al bivio. C’è ancora speranza per il nostro matrimonio? O non ne vale più la pena?

Tanti di noi hanno vissuto momenti difficili della vita matrimoniale. Sono momenti bui in cui le ferite sembrano così grandi da minare le basi del rapporto di coppia. Questi momenti oscurano la speranza di un futuro e lasciano posto a delusione e scoraggiamento.

Quando ci sposiamo e ci giuriamo amore e fedeltà, ci vediamo come dei supereroi pronti ad affrontare insieme la vita e le sue tempeste, certi di essere così forti da riuscire a non lasciarcene travolgere: “Noi siamo una coppia perfetta!” ci diciamo…”Quello che succede agli altri a noi non potrà succedere perché siamo forti e uniti!” ci ripetiamo…

Ma poi arriva la Vita: con le sue inquietudini, con i suoi fallimenti, con le sue fragilità, con i suoi tormenti. Noi, marito e moglie, così fiduciosamente ciechi, così certi della stabilità della nostra unione. Siamo profondamente impreparati e ci facciamo travolgere interamente. Come singoli e come coppia, crolliamo come un castello di sabbia all’arrivo di un’onda alta.

Entriamo così nella spirale della crisi: non capiamo bene come e quando sia cominciata. Non comprendiamo come abbia preso il sopravvento su di noi. Non sappiamo come abbiamo fatto a perdere il controllo del timone della nostra nave matrimoniale.

Fatto sta che ci troviamo senza una rotta, in mezzo ad una tempesta di emozioni negative, brancolando nel buio della sfiducia e del “ma come abbiamo fatto ad arrivare a questo punto?!” e “perché a me? perché a noi?!

Ed ecco qui il bivio: io sposa, io sposo, posso ricominciare da capo, da sola/o?

Posso essere una di quelle persone che, dopo un matrimonio finito, sembrano rinate? Ritrovano la libertà come se non l’avessero mai avuta. Viaggiano senza i figli. Si sentono emancipati perché vivono e fanno tutto da soli.

Posso, io coniuge, ritrovare la serenità e la felicità nell’essere di nuovo single? Anzi chissà forse starei anche meglio. Sarebbe tutto un ricominciare, uno scoprire. Sarebbe un costruire nuovi equilibri, punendo il mio coniuge e allontanandomi da lui/lei.

Ma poi ci sono le altre voci interiori, l’altra strada del bivio: e il mio sogno della famiglia per sempre? E la serenità dei miei figli che vorrebbero coricarsi tutte le sere sapendo che papà e mamma sono insieme. E il mio desiderio di condividere il cammino della vita con il mio coniuge? Posso ancora fidarmi di lui/lei ed essere felice? E se non ci provo di nuovo magari me ne pentirò?!

È a questo punto della nostra vita matrimoniale, di fronte a questo bivio di sofferenza e interrogativi che abbiamo incontrato Retrouvaille. Era una timida luce fioca nel buio pesto della crisi e dello scoraggiamento. Tutti intorno a noi ci proponevano soluzioni o fughe, o strade da percorrere che però non vedevamo nostre e non ci davano speranza.

Abbiamo partecipato al weekend senza grandi aspettative. Piano piano in noi qualcosa si è sciolto. L’olio della speranza ha mitigato le nostre ferite. Ancora oggi, con impegno e volontà, siamo qui. Cerchiamo di integrare queste ferite nella nostra storia personale e in quella matrimoniale. Siamo certi che non siamo mai al riparo dalle tempeste. Possiamo affrontarle con la consapevolezza di essere sempre in cammino per crescere come singoli e come sposi. Il matrimonio è un percorso continuo in cui non si è mai arrivati. Ci permette di sperimentare, pur nelle fatiche umane, la grazia ricevuta il giorno in cui abbiamo celebrato il Sacramento che ci ha fatti una cosa sola!

Veronica & Vito (Retrouvaille Italia)

Secondi matrimoni e rischio di divorzio: realtà e motivazioni

Negli ultimi anni c’è stato un incremento di seconde nozze. Può succedere d’incontrare persone risposate che manifestino di essere contente della loro nuova situazione. “Finalmente ho trovato un uomo/una donna che mi capisce veramente, con cui vado d’accordo e che mi fa stare bene”.

Ovviamente sto parlando di nozze civili. Per un cristiano cattolico, il Sacramento, se è valido, dura tutta la vita. Questo vale anche con separazione o divorzio. Pertanto, non è possibile risposarsi, tranne, eventualmente, dopo la morte del coniuge.

È logico pensare che, quando una persona decida di risposarsi, sia più matura, anche solo per l’età più grande e che faccia tesoro dell’esperienza accumulata nel tempo. Mi aspetterei quindi che le seconde nozze portino a una stabilità e siano un successo per la coppia.

Invece i dati statistici dicono il contrario: I secondi matrimoni sono più esposti al rischio di divorzio. Mediamente durano meno del primo matrimonio.

Lasciando stare tutto l’aspetto di fede di cui parlo continuamente e che determina le mie scelte, questa cosa mi ha incuriosito. Quindi sono andato a informarmi sulle motivazioni che portano a questo risultato. Ho anche parlato con esperti del settore.

Premetto che molti matrimoni falliscono per comportamenti sbagliati. Ferite provenienti dalla famiglia di origine, egoismo e narcisismo sono frequentemente le cause. Ci sono altre problematiche spesso poco note addirittura al diretto interessato. C’è il forte rischio di commettere sempre gli stessi errori (corsi e ricorsi storici). Non solo, anche nella scelta delle persone, tendiamo a orientarci in un certo modo, secondo i soliti parametri.

Per questo, prima di impegnarsi in un secondo matrimonio, sarebbe indispensabile farsi seguire da uno psicologo/consulente familiare e da un assistente spirituale che facciano riflettere e pongano delle domande a cui nemmeno si era pensato o che si stanno volutamente evitando.

Aggiungo che, a volte, c’è troppa fretta. Si è sulla scia, magari, di un nuovo innamoramento. Il famoso “perdere la testa” spesso è cominciato quando ancora il primo matrimonio non era finito. Oppure è stato addirittura la causa del fallimento.

Bisognerebbe, dopo un divorzio, stare fermi a riflettere per diversi mesi (o qualche anno) su quello che è andato male. Bisognerebbe riflettere sulle responsabilità e sui concorsi di colpa. Inoltre, si dovrebbe risolvere il fardello che uno si porta dietro.

A volte mi viene da sorridere. Ad esempio, tu, donna, come puoi pensare che quell’uomo che è arrivato a tradire la moglie e a far soffrire i figli, non possa in futuro tradire anche te? Con te ha un legame decisamente inferiore. È assurdo. Eppure tutti credono di essere così speciali da non poter diventare a loro volta vittime. Si arrabbiano se succede.

Quando ci si risposa si hanno delle aspettative elevate sulle relazioni e sulla famiglia. Queste aspettative possono venire frantumate alle prime difficoltà o evento imprevisto. In questo caso, la situazione viene amplificata quando sono presenti figli provenienti dalle precedenti relazioni.

Io vedo quanto sia già difficile la gestione delle figlie in seguito alla separazione. Hanno sempre la valigia pronta. Faccio il tassista per andare a prenderle ogni volta e poi per portarle ai vari impegni che hanno. Per fortuna abito in un paese vicino a dove abitano con la mamma, solo quindici chilometri. In un fine settimana posso arrivare a compiere questo tragitto molte volte.

Quasi tutte le coppie al secondo matrimonio hanno già dei figli. Ciò vuol dire che, insieme alle farfalle sullo stomaco, ci sono gli aspetti pratici legati alla gestione di ben due famiglie. Ammetto che in una situazione del genere avrei molte difficoltà. Non avrei il minimo tempo da dedicare ad altre cose o a me stesso. Questo significa anche relazionarsi non più solo con il tuo ex, ma anche con l’ex della tua compagna (o compagno).

Conosco diverse coppie risposate. Non sono rare frasi del tipo: “Il tuo ex dovrebbe dare più soldi, per tuo figlio”. Oppure “La tua ex non porta mai tua figlia a danza e così ci devi pensare tu”. Oppure “Anche quest’anno dovremo portare i tuoi figli in vacanza con noi, perché la tua ex non vuole tenerli in quel periodo”.

Un altro aspetto da tenere in considerazione è quello economico. I soldi sono uno dei motivi principali di litigio. La coppia, in seguito a una situazione finanziaria più complessa, non è detto che abbia gli stessi obbiettivi su come ripartire il bilancio familiare. Non è detto che abbia gli stessi obbiettivi su come spenderli. Ci sono delle spese fisse da sostenere, quelle stabilite dopo il divorzio. Cioè il mantenimento dei figli, oltre a tutte le loro spese extra (mediche, scolastiche e sportive).

Infine, chi ha già fatto un divorzio, sa a cosa va incontro. Non fa più paura come la prima volta. Se un patrigno o una matrigna non ha mai legato con i suoi figliastri, si sentirà meno in colpa nel dover dividere una famiglia allargata che non ha mai sentito come sua. Certamente ci sono anche coppie in cui tutte queste difficoltà non impediscono di restare insieme per tanto tempo. Tuttavia, si trovano comunque a gestire una situazione decisamente complessa. Insomma, io penso che sia preferibile cercare di risolvere i problemi all’interno della propria famiglia. Questo è vero anche da un punto di vista umano/civile. È meglio farlo senza andare a crearsene di nuovi tramite nuove relazioni e famiglie allargate che poi danneggiano anche i figli.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Perché io non sia come una vagabonda

Proseguiamo con la lettura del Cantico dei Cantici. Clicca qui per le puntate precedenti.

L’amata

Dimmi, o amore dell’anima mia,

dove vai a pascolare le greggi,

dove le fai riposare al meriggio,

perché io non sia come una vagabonda

che insegue i greggi dei tuoi compagni.

Dimmi, o amore dell’anima mia. Amore erotico, ma non solo. Qualcosa di molto più profondo. Un amore che nasce nella profondità della persona e che si manifesta attraverso il corpo. Il desiderio del corpo diviene modalità di esprimere l’amore più profondo. Quanto spesso questa armonia dell’amore viene disattesa. Quante volte il corpo viene usato per cercare piacere e per soddisfare pulsioni che nulla hanno a che fare con l’amore autentico descritto nel Cantico.

Quanta povertà. Quanta mancanza di consapevolezza. Quanta incapacità di comprendere il senso e il valore del corpo e di quello che si può esprimere attraverso il corpo.

Dove vai a pascolare le greggi, dove le fai riposare al meriggio, perché io non sia come una vagabonda che insegue i greggi dei tuoi compagni. Lui non è presente nel momento in cui lei pone questa domanda. Infatti alla domanda non risponderà l’amato, ma il coro. Lei è sola. Sta vivendo un dramma d’amore. Sa che non è perfetta. L’abbiamo visto nei versetti precedenti. Sa che ha commesso errori.

Sa anche che l’amato è l’unico che lei desidera. Sente dentro di sé la certezza che lui è l’uomo della sua vita. Solo lui. Nessun altro. Dimmi dove sei. Dove pascolano le tue greggi, affinché io non debba trovare un altro uomo. Se cercassi l’amore in altri uomini, non lo troverei mai. Sarei come una vagabonda alla continua ricerca di qualcosa che posso trovare solo in te. La mia anima anela solo a te.

Naturalmente qui c’è forte il richiamo simbolico a Dio per gli ebrei e a Gesù per noi. Solo Gesù può riempire quel vuoto d’amore a cui anela la nostra anima. C’è però, forte, anche una dinamica dell’innamoramento e dell’amore. Quando ci si innamora, questa forza misteriosa ti rapisce il cuore. Nient’altro ti può distogliere. Niente può essere altrettanto avvincente. Tutto il nostro pensiero e il nostro interesse è verso quella persona che ci ha conquistato. Per noi cristiani c’è qualcosa in più.

Soltanto con Luisa ho avvertito forte dentro di me la consapevolezza che quella donna era giusta per me. Lo sentivo. Se ho iniziato un cambiamento radicale nella mia vita è perché ho avvertito nel cuore che attraverso di lei avrei dato compimento alla mia vita e avrei incontrato Cristo. Per questo sono stato tenace. Non ho mollato.

Non è stato un fidanzamento facile. Ora, dopo diversi anni di matrimonio, ne ho la certezza. Se avessi lasciato perdere con Luisa, avrei perso il dono più grande che Dio aveva pensato per me.

Antonio e Luisa

Maria e Giuseppe vergini e sposi. Perché?

Oggi affronto un tema di grande importanza. Spesso viene trascurato e può facilmente essere soggetto a fraintendimenti. Sto parlando della verginità di Maria e di Giuseppe. È importante sottolineare che entrambi erano vergini e non hanno mai avuto alcun tipo di rapporto sessuale tra di loro.

Questo è un fatto indiscutibile secondo la nostra fede cattolica, come anche dice Papa Giovanni Paolo II nella Redemptoris Custos: “Gli evangelisti, pur affermando chiaramente che Gesù è stato concepito per opera dello Spirito Santo e che in quel matrimonio è stata conservata la verginità (cfr. Mt 1,18-24; Lc 1,26-34), chiamano Giuseppe sposo di Maria e Maria sposa di Giuseppe (cfr. Mt 1,16.18-20.24; Lc 1,27; 2,5)” (n. 7).

D’altro canto, la Santa Famiglia rappresenta un esempio e una guida per tutte le famiglie cristiane. Papa Francesco ha detto: “Quella di Nazaret è la famiglia-modello. In essa tutte le famiglie del mondo possono trovare il loro sicuro punto di riferimento e una sicura ispirazione” (Angelus, 27 dicembre 2020). Pertanto, è necessario chiedersi cosa possiamo trarre da questa premessa così significativa.

Questo può portare certi cristiani, che hanno già una concezione spiritualista della fede e magari hanno qualche problema ad accettare il proprio corpo, a confermare la propria convinzione che un matrimonio bianco sia più santo e virtuoso. Ma è davvero così? È lecito considerare il matrimonio senza consumazione sessuale tra Maria e Giuseppe come un ideale da perseguire? Potrebbe essere vero che l’introduzione della sfera sessuale in una relazione possa abbassarne il valore e renderla meno santa?

È interessante notare come alcune persone credano in queste teorie. Poi si trovano a fare i conti con disastri matrimoniali. Questo lascia spazio a riflessioni profonde sul nostro modo di concepire il rapporto di coppia e sulla sacralità dell’intimità fisica.

Aggiungiamo a quanto scritto fino ad ora un altro tassello molto significativo. Questo tassello è la teologia del corpo di San Giovanni Paolo II. Il Papa santo, con la sua straordinaria eloquenza, ha spiegato la sessualità in modo magistrale. Ha detto che il rapporto sessuale tra i due sposi ha una valenza incredibile. Questa valenza supera la semplice dimensione terrena e si apre al trascendente di Dio. È importante comprendere questo. Il significato più profondo del corpo e della sessualità consiste nel vivere la nostra sponsalità con Cristo.

In altre parole, quando ci uniamo in un intimo incontro, ci doniamo completamente l’uno all’altra. Non solo in anima ma anche nel corpo. Facciamo una straordinaria esperienza di Dio e del suo amore. Da quando ho scelto di sposare Luisa, abbiamo sposato anche Cristo, camminando insieme sulla via della spiritualità e dell’amore. Nel momento dell’intimità, ci uniamo come sposi. Ci avviciniamo sempre di più a Cristo. Avvertiamo la sua presenza con noi.

Perché Maria e Giuseppe non hanno avuto bisogno di fare l’amore? Questa domanda solleva un interessante spiegazione che possiamo desumere dalle catechesi di Giovanni Paolo II. Maria, in realtà, viveva già un’unione profonda e totale con Cristo. La Chiesa, infatti, non solo la considera madre di Gesù, ma anche Sposa di Dio. Questo concetto introduce un’idea intrigante. Per Maria, la possibilità di vivere un’intimità fisica con suo marito come mezzo per unirsi ancora di più a Cristo sarebbe stato per lei un passo indietro. Perché lei è già oltre.

Al contrario, il papa polacco sostiene che Maria abbia guidato Giuseppe verso il mistero verginale dell’unione con Dio. Questa è stata un’esperienza straordinaria. Ha portato entrambi in avanti nel loro cammino spirituale. Riflettendo su quanto discusso, emergono alcune conclusioni che possiamo trarre da questa prospettiva affascinante e unica.

Maria e Giuseppe sono esempi straordinari nel dono. La loro dedizione e amore reciproco sono un faro luminoso per tutte le coppie. Non si limitano semplicemente a mostrare un esempio di come vivere insieme. Incarnano anche l’essenza delle diverse vocazioni. Sia quella del celibato che quella del matrimonio. La loro unione è una sinfonia di amore e fede, che offre una testimonianza di speranza e di forza. Maria e Giuseppe ci insegnano che la vera grandezza sta nel dono di sé senza riserve, che supera ogni ostacolo e che si sostiene reciprocamente nella vita di coppia. Sono una coppia che incarna la bellezza e la sacralità dell’unione matrimoniale. Non sono però esempio nel modo di concretizzare questa donazione reciproca incarnando entrambe le vocazioni. Lo ha espresso appunto Giovanni Paolo II in una delle catechesi sulla teologia del corpo:

Il matrimonio di Maria con Giuseppe (in cui la Chiesa onora Giuseppe come sposo di Maria e Maria come sposa di lui), nasconde in sé, in pari tempo, il mistero della perfetta comunione delle persone, dell’Uomo e della Donna nel patto coniugale, e insieme il mistero di quella singolare “continenza per il regno dei cieli”: continenza che serviva, nella storia della salvezza, alla più perfetta “fecondità dello Spirito Santo” cioè “Solo Maria e Giuseppe, che hanno vissuto il mistero del suo concepimento e della sua nascita, divennero i primi testimoni di una fecondità diversa da quella carnale, cioè della fecondità dello Spirito” (Udienza del 24 marzo 1982).

Fare l’amore è bellissimo e sacro. Quindi, a meno che non siate Maria e Giuseppe (che comunque rimangono un caso UNICO nella storia) o abbiate una chiamata particolare (ma deve essere di entrambi e confermata da una guida e nel discernimento), fare l’amore è un atto di intimità profonda. Fatelo!

Non farlo non solo vi impedirebbe di fare un passo avanti come nel caso di Giuseppe, ma al contrario vi farebbe regredire nel matrimonio e nel cammino di fede. Perciò, non esitate a vivere pienamente l’amore nella vostra vita matrimoniale, perché è un’esperienza che porta gioia, intimità e connessione ancora più profonda tra voi e soprattutto con Dio.

Antonio e Luisa

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Un amore da favola? No, uno che salva!

Oggi vi condivido un articolo duro, indigesto, uno di quelli che certamente genererà tante critiche e commenti negativi. Ma io non sono sui social per raccontare un amore idealizzato fatto di farfalle e cuoricini. Non racconto un amore fatto di emozioni e pulsioni. Io cerco di interrogarmi sull’amore quello vero. Racconto quello di Dio che è incarnato da Gesù nella Sua vita terrena. In modo sublime si manifesta nella Sua Passione, morte e resurrezione. Quello è l’Amore a cui sono chiamato, siamo tutti chiamati.

Questa riflessione vuole essere la risposta a un commento che ho trovato sotto un articolo di qualche giorno fa. Una lettrice del blog ha scritto:

Gesù vuole amore, rispetto, complicità nella buona e nella cattiva sorte. Il matrimonio è una scelta come tutto il resto nella vita. Un impegno che deve essere preso da entrambi. Altrimenti diventa martirio! Gesù non ci chiama al martirio, alla mortificazione, alla malattia psichica e psichiatrica che ne deriva da una pessima relazione. Non è amore questo! Non va confuso! Un tradimento è un tradimento! Giuda si andò ad impiccare per aver tradito Gesù! Altro ché!

Quello che ha scritto questa persona è sicuramente giusto e sensato. Se uno ragiona in modo strettamente umano non fa una piega. Ora però lasciate che vi offra qualche provocazione. Qualche spunto di riflessione che credo possa essere importante. Almeno per me lo è. Io sono anni che cerco di interrogarmi su questi temi. Su cosa significhi amare, se la mia promessa sia valida solo in caso sia corrisposta.

La promessa matrimoniale.

Se crediamo che il nostro amore sia dovuto solo in caso sia corrisposto, dobbiamo avere il coraggio di rifiutare il matrimonio sacramento. Perchè la promessa matrimoniale è molto chiara. Prometto di esserti fedele sempre! Nella gioia e nel dolore. Prometto di amarti e onorarti tutti i giorni della vita. Non leggo nulla circa la reciprocità. Nulla può sciogliere la mia promessa. Noi promettiamo un amore gratuito e incondizionato.

Se non siamo convinti di questo è inutile andare in chiesa a fare una sceneggiata. Stiamo promettendo il falso. Per questo tanti matrimonio sono nulli. Papa Francesco sta martellando tanto sulla questione di nullità. Il Papa chiede essenzialmente due attenzioni. Processi più rapidi per dichiarare la nullità e una preparazione al matrimonio dei fidanzati fatta in modo più serio. Non basta qualche incontro serale per dare due nozioni. Manca la consapevolezza in tanti sposi.

Non ci sposiamo in chiesa per celebrare un matrimonio più bello e coinvolgente. Ci sposiamo in chiesa per offrire noi stessi, la nostra vita, la nostra relazione a Cristo. Perchè ne faccia cosa Sua. Perché il nostro amore possa essere immagine del Suo. Quindi, cara lettrice, sì possiamo essere chiamati anche al martirio. Lo stiamo promettendo implicitamente con la formula matrimoniale. Se non siamo disposti a questo c’è solo una cosa da fare: non sposarci sacramentalmente.

Una scelta libera!

La nostra lettrice pone l’attenzione su un fattore molto importante. L’amore non deve condurre alla malattia psichica. In questo le diamo pienamente ragione. Non a caso ci viene in aiuto ancora il rito del matrimonio. Noi promettiamo, come abbiamo visto, un amore incondizionato. Ciò è possibile, lo pronunciamo durante la promessa, solo con la grazia di Cristo. La grazia di Gesù non è una pozione magica che il giorno delle nozze inizia a scorrere nelle nostre vene e ci dona i siperpoteri. La grazia di Cristo presuppone un’apertura del cuore. Solo se coltiviamo una relazione con Gesù, personale e di coppia, saremo capaci di accogliere nel cuore lo Spirito Santo. Che altro non è che Amore. Solo nella relazione con Gesù ci sentiremo figli e figlie amati. Il matrimonio non è fatto da due poveri. Due persone che cercano l’uno nell’altro di riempirsi il serbatoio dei bisogni affettivi e sessuali. Il matrimonio è fatto da due figli di Re. Essi cercano nell’altro il modo di corrispondere a un amore che già hanno nel cuore. Nessuno potrà loro togliere questo amore. Solo così l’amore può essere autentico, incondizionato e gratuito. Altrimenti diventa solo una modalità tossica di stare insieme. Diventa dipendenza affettiva dove uno domina sull’altro.

Un amore che salva

Se saremo capaci di amare così allora il nostro amore diventa davvero sacro. Diventa davvero di Dio. L’amore di Cristo in croce ha redento il mondo intero. Così, noi potremo, nel nostro piccolo, partecipare a quella salvezza. L’ho raccontato tante volte. Se oggi sono qui a scrivere di amore dopo ventidue anni che sono sposato con Luisa è grazie all’amore gratuito di mia moglie. I primi anni di matrimonio sono andato in crisi. Troppi impegni e responsabilità. Ero diventato freddo, scostante, assente. Stavo in casa pochissimo e lasciavo spesso Luisa sola con due bimbi piccoli. Lei mi ha sempre amato senza condizioni. E’ vero avrei potuto approfittarne. Invece il suo amore gratuito mi ha commosso e mi ha spinto a maturare e a cercare di corrispondere Luisa con lo stesso amore. Sentirmi amato quando mi comportavo da stronzo mi ha sbloccato spiritualmente. Non sempre finisce bene è vero. Ci sono casi in cui ci si separa. Come nel caso di Ettore (autore in questo blog). Però il suo amore è comunque salvato e salvifico. Ettore, con la sua testimonianza e con l’offerta della sua sofferenza, sta contribuendo a rendere il nostro mondo migliore. Testimonia un amore libero da egoismo e capace di dono totale e incondizionato. E Ettore è nella pace. Perchè Ettore sa di essere figlio di Re. Sa di essere figlio amato. Non serve altro. Non è un mendicante. E’ più ricco di tanti sposi che magari stanno insieme perchè si usano a vicenda e hanno trovato un equilibrio.

Che piaccia o no, Gesù non offre un amore da favola. Dove tutto andrà sempre bene. Geù offre un amore che salva e questa salvezza, per tutti, passa da croci più o meno pesanti da portare.

Antonio e Luisa

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Sono bruna, ma bella (8 puntata)

L’amata

Sono bruna, ma bella,

o figlie di Gerusalemme,

come le tende di Qedar,

come i padiglioni di Salmah.

Non stupitevi della mia pelle bruna;

è il sole che mi ha abbronzata.

I figli di mia madre si sono irritati con me:

mi hanno messo a custodia delle vigne; ma la mia vigna, la mia, non l’ho custodita.

Iniziamo oggi il primo poema del Cantico dei Cantici. Clicca qui per leggere le riflessioni già pubblicate. Prima caratteristica che salta all’occhio, scorrendo questo paragrafo, è il continuo richiamo alla natura. Richiami a luoghi, animali, fiori, profumi ben noti in quella comunità rurale di pastori seminomadi. Per noi è molto più difficile comprendere immagini come le tende di Qedar. A coloro i quali leggevano questi versi all’epoca in cui furono scritti, richiamavano un determinato colore, una determinata caratteristica. Noi, quindi, dobbiamo faticare un po’ di più.

Sono bruna, ma bella. La Sulamita non è perfetta. È bruna, bruciata dal sole. Non rientra nei canoni di bellezza dell’epoca. Ciò nonostante la Sulamita afferma la sua bellezza. Lei si sente bella: non state a guardare se sono scura. È stato il sole ad abbronzarmi. I miei fratelli mi guardano con sdegno. Non sono riuscita a custodire la mia vigna. Sono bella perché sono io. Non sono perfetta, ma sono stata capace di accettarmi per come sono. Ho accettato di essere io, con tutti i miei pregi, ma anche con i miei difetti. Con tutti i miei inestetismi. Con la mia pelle bruciata dal sole. Nell’amore metterò tutta me stessa. Non quello che aspiro ad essere, non quella che vorrei essere. Non mi farò distruggere dai miti di bellezza e da ciò che vorrei nascondere. Nell’amore si mette tutto. Anche quello che non piace. Perché solo così sarà possibile abbandonarmi completamente all’amore del mio sposo. Solo così sarà possibile svelarmi completamente e lasciare che il suo sguardo possa posarsi su di me. Lasciare che lui mi desideri per quella che sono. Perché solo così, nell’abbandono completo, può manifestarsi in pienezza la mia bellezza, che va oltre i miei difetti, i miei inestetismi, le mie fissazioni e le mie insicurezze. Affinché lui possa accogliermi e assaporare tutta la mia bellezza, che lui già intravede e non desidera altro che farne esperienza completamente. Donne! È un cammino che dovete fare. A volte serviranno anni, serviranno battaglie e sofferenze, ma il risultato sarà grandioso. Rischiate un’eterna competizione con le altre. Non solo, rischiate anche un’eterna competizione con il vostro ideale di donna. Con una donna perfetta che non esiste se non nella vostra testa. Liberatevi! Lasciatevi amare senza nessun velo, senza il velo della vergogna, senza il velo dell’insicurezza, senza il velo della competizione, senza il velo della paura. Riusciteci e sarà per voi un’esperienza meravigliosa. Un’esperienza che vi riaprirà davvero la porta dell’Eden. Sentirsi accolte così, completamente, è fare esperienza di un autentico amore incondizionato e disinteressato, come nelle origini.

C’è anche una seconda riflessione che possiamo fare. La vigna cosa indica? La vigna indica il corpo della donna, in particolare, le parti intime. Lei non è riuscita a custodirle. Non sappiamo cosa sia successo. Possiamo immaginarlo. Sicuramente un dramma che la Sulamita si porta dentro. Una sofferenza forte nata da qualcosa del suo passato. Non è perfetta. Non lo è nel corpo e non lo è nelle sue esperienze. Questo non le impedisce, però, di sentirsi bella. Non le impedisce di sentirsi degna del suo re. Non importa tutto il resto. Quante donne, invece, non accettano i propri limiti, le proprie imperfezioni, il proprio passato, e per questo non riescono ad aprirsi totalmente allo sposo? Troppe. Come fare, allora, a sentirsi belle? Ciò che fa sentire una donna bella è lo sguardo dell’amato. Vale per tutte. Anche per Luisa è stato così. Ha vissuto una vita sentendosi brutta e inadeguata. Fino a quando non ha alzato lo sguardo e ha incontrato quello di Cristo. Allora si è sentita per la prima volta bella. Nonostante i suoi difetti e i suoi limiti. Nonostante le sue cadute e i suoi errori. Io ho visto quella bellezza e me ne sono innamorato. Probabilmente se non avesse incontrato Cristo prima di me, non me ne sarei accorto. Ora che siamo sposi tocca a me prestare gli occhi a Cristo. Luisa può continuare a sentirsi bella e amabile, attraverso il mio sguardo, specchiandosi nei miei occhi. Lo sguardo è immediato, arriva prima di ogni altro gesto, perché è diretto, ma non per forza ravvicinato. Uno sguardo può incoraggiare ad avvicinarsi o al contrario può allontanare e far sentire la persona amata non desiderata. Lo sguardo è la prima parte di me che interagisce con l’altro e instaura un dialogo. Come non pensare alla nostra vita di coppia? Se ci si conosce profondamente e dopo anni di matrimonio di solito è così, uno sguardo dice tutto. Uno sguardo, che viene dal profondo di me stesso e che si arricchisce di tutto il vissuto carico di amore e tenerezza, mi permetterà di far sentire la mia sposa bellissima sempre e di vedere in lei una creatura che mi meraviglia ogni giorno. Questa è la bellezza del matrimonio. Questo è il miracolo del matrimonio. Perché se la mattina quando la guardi nello stato in cui si ritrova, con i capelli che sparano, le borse sotto gli occhi e l’orrendo pigiamone di flanella e, nonostante questo, ti appare bellissima, beh allora di vero miracolo si tratta. Miracolo dell’amore. Sentite quello che scrive don Oreste Benzi a proposito dello sguardo:Sentirete, guardandovi negli occhi l’un l’altra di essere costruttori di pace, di essere misericordiosi, di essere miti e semplici, di essere affamati e assetati di giustizia. Sentirete la gioia stupenda che viene dal sentirsi chiamati: questa è la vocazione che il Signore ci dona. E allora, ripieni di Dio, tu sposa leggerai la tua bellezza negli occhi del tuo sposo, perché credo che una sposa non possa leggere la propria bellezza guardandosi allo specchio, ma guardandolo negli occhi del proprio marito sente tutta la propria preziosità e la propria bellezza.

La mia sposa ha bisogno di sentirsi bella e desiderata, e io con il mio sguardo posso darle questa certezza. Anche questo è amare.

Antonio e Luisa

Un matrimonio vincente? Impara a perdere

Siamo in una società che i media ci dicono essere ancora patriarcale. Dove l’uomo comanda. Di pochi giorni fa la polemica in Svezia. Alcuni esponenti della chiesa protestante hanno proposto di cancellare un’usanza che ritengono simbolicamente sbagliata. Il padre non deve più accompagnare la sposa all’altare. Non deve consegnarla all’uomo che la sposerà. Questo gesto avrebbe, secondo questi religiosi, il significato di consegnarla al suo nuovo “padrone”. E poi ci sono le barzellette e i luoghi comuni. Mariti pronti a dire sempre si alla moglie per evitare conflitti e problemi. Tanto alla fine decide sempre lei, tanto vale dire subito di sì.

Non è mio interesse giudicare queste situazioni ma in entrambe c’è un sottinteso pericoloso. Il matrimonio è un gioco di potere. C’è uno dei due che sottomette l’altro. M questo non è amore. Almeno non quello a cui dovremmo tendere noi cristiani che abbiamo in Gesù un esempio molto diverso.

Noi siamo abituati a credere che per essere realizzati e felici dobbiamo essere dei vincenti. Persone che mettono al primo posto sé stessi. Capite bene che così poi non funziona tanto nel matrimonio. Funziona finché l’altro è appunto funzionale alle nostre esigenze. Una frase che sento spesso e che sembra essere anche molto di buon senso è Sto con te perché mi fai stare bene. Attenzione questo presuppone che se non mi fai stare bene allora ti lascio. Non sposatevi se avete questa idea. La formula matrimoniale è chiara: prometto di esserti fedele sempre nella gioia e nel dolore…… Quando ci siamo sposati lo vedevamo bene. In chiesa sull’altare c’era il crocifisso.

Nel matrimonio è invece bello perdere. E’ bello sapersi svuotare. Lo spiega molto bene don Renzo Bonetti:

La via del perdere e dello svuotarsi è la via dell’esperienza dell’amore infinito. Gli sposi non devono acquisire questa virtù con continui sforzi e tensione di volontà. Sono già partecipi dell’umiltà di Gesù nell’amare. Hanno lo Spirito Santo che fa dello svuotamento di Dio, del Verbo di Dio, l’unità con la carne umana in Maria. Se ci sono persone che sono chiamate a vivere l’umiltà, cioè a diventare grandi perdendo, sono gli sposi. Perché questa partecipazione, questo svuotamento, questa umiltà sono riempiti della forza e della qualità di amore con cui Gesù stesso ama.

Quindi la conclusione è molto evidente. Noi sposi non siamo realizzati quando troviamo una persona sottomessa che si rende disponibile a soddisfare ogni nostra richiesta e ogni nostro desiderio. Perché non riusciremo mai a svuotarci di noi stessi. Il matrimonio non ti dà una schiava o uno schiavo di cui disporre. Ti mette accanto una persona. Una persona diversa da te. Così diversa che tutto il corpo lo racconta. Così diversa che resterà sempre un mistero. La bellezza della sessualità: maschio e femmina. Una persona che ha idee, atteggiamenti, sensibilità diverse. Che fa scelte diverse. Che fa errori e che ti fa anche soffrire. Però è lì che impari a fare posto dentro di te. A svuotarti del tuo ego. A farti umile. Solo così ci sarà lo spazio per far entrare lo Spirito Santo. Solo così ci sarà in te una vera conversione.

Quindi un matrimonio riuscito non è quello dove trovi la persona che ti asseconda in tutto. Anzi un matrimonio così potrebbe non portare grandi frutti spirituali. Il matrimonio riuscito è quello di chi riesce a svuotarsi per fare posto allo Spirito Santo. Uno sposo come Ettore – autore di tanti articoli qui sul blog – ha scelto di svuotarsi completamente. Lo ha fatto per restare fedele a una moglie che ha scelto di lasciarlo e di unirsi ad un altro uomo. Credo che abbia un matrimonio più riuscito di tanti che magari restano insieme solo per soddisfare i propri reciproci bisogni.

Antonio e Luisa

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