L’Accoglienza nella Vita di Coppia: Una Nuova Speranza

Oggi sentiamo spesso nominare la parola “accoglienza”, coniugata nei vari contesti sociali.  Noi abbiamo provato a risalire all’origine di questa parola, per scoprire quanto di vero e profondo c’è dentro e vedere questa bellezza nella relazione di coppia. I latini ci dicono che A + CUM + LEGERE ci riporta al “legare insieme con un strumento”.

Quando ci siamo conosciuti è stato facile accoglierci, ci siamo legati l’uno all’altra con il nostro volerci bene, tutto veniva facile, era divertente e stimolante stare insieme. Quello che ci attraeva, forse inconsapevolmente, era l’essere così diversi. Ci siamo accolti per la bellezza che vedevamo l’uno nell’altra e per quello che ci faceva stare bene. Ci siamo girati attorno come amici per parecchi anni, per poi innamorarci. Venivamo entrambi dagli oratori parrocchiali, condividevamo gli stessi ideali cristiani e il desiderio di costruire una bella famiglia numerosa. Ci sembrava di essere in paradiso, di aver trovato la fantomatica “metà della mela”. Era entusiasmante anche provare esperienze distanti da noi stessi, proprio per venirsi incontro e far piacere all’altro. Con queste premesse abbiamo deciso di sposarci, certi di essere una coppia consolidata e capace di resistere a qualsiasi cosa.

Appena sposati ci siamo accorti subito che vivere insieme non era come sognare di vivere insieme. Le nostre diversità sono affiorate e poi esplose nel giro di poco, il nostro entusiasmo iniziale era sparito, come pure la spontaneità nello stare insieme; quelle diversità che ci avevano tanto avvicinati, ora ci stavano allontanando; erano diventate intollerabili e inaccettabili con il nuovo stile di vita matrimoniale. Le cose si sono ulteriormente complicate quando abbiamo “accolto” i figli che Dio ha voluto donarci. Una famiglia numerosa, una casa tutta nostra, un gruppo di amici con figli dell’età dei nostri, un cammino spirituale condiviso, tutto come avevamo desiderato, ma allora cosa non funzionava? La metà della mela non combaciava più?!

Per tanti anni abbiamo proseguito in questa apatia, fingevamo di vivere fino in fondo il nostro matrimonio, impegnandoci nei gruppi famiglia, organizzando campi famiglie, frequentando corsi di formazione per coppie, ma tutto questo rimaneva una bella teoria che non si incarnava nella nostra relazione, rimanendo una vuota raccolta di nozioni. Fino ad arrivare a non parlarci più, a non accoglierci più, ma a respingerci; quello spazio che avevamo creato dentro di noi per l’altro, era stato riempito dal nostro egoismo e dalle nostre pretese di cambiarci. Abbiamo dovuto toccare il fondo per capire che da soli non ce l’avremmo mai fatta. Nella sera della quasi separazione, dopo l’ennesima lite, ci siamo guardati negli occhi e abbiamo deciso di partecipare al programma Retrouvaille. Già questa decisione ha aperto uno spiraglio, era il periodo di Natale e l’abbiamo visto come un dono che Gesù ci stava offrendo, come un’altra occasione di accoglierci nuovamente.

Con Retrouvaille abbiamo appreso strumenti efficaci per vivere al meglio la nostra relazione. Siamo partiti da noi stessi, dai nostri pregi e difetti, dai nostri sentimenti per imparare a guardarci dentro con occhi nuovi e a conoscere e poi ad accogliere prima di tutto noi stessi. Abbiamo capito che entrambi siamo membri attivi della nostra relazione, che non siamo chiamati ad attendere, ma ad andare incontro all’altro. Amare è un verbo di azione, come anche accogliere. L’accoglienza parte dal riconoscere noi stessi fragili e fallibili, prima di guardare l’errore nell’altro; questo ci porta a dare una nuova possibilità ogni volta che si cade. Ci siamo accorti che la metà della mela non è reale, ognuno di noi è “uno” e unico. Non dobbiamo completarci, ma aprirci l’un l’altro e metterci in gioco.

L’accoglienza ci insegna che l’altro è un dono, un dono che Dio ha voluto per me e come tale va custodito, senza pretendere di cambiarlo. In tutto questo noi sposi cristiani sappiamo che non siamo soli, che non dobbiamo contare soltanto sulle nostre forze limitate. Quello strumento che ci lega e ci fa stare insieme è il nostro sacramento, che è più prezioso dell’oro e nessuno può portarcelo via; e insieme agli strumenti di Retrouvaille, possiamo costruire, come dice Papa Francesco “la logica del noi”.

Ora possiamo accogliere con una speranza nuova altre coppie, nei gruppi di giovani sposi, negli itinerari dei fidanzati, nel servizio in Retrouvaille, mostrando le nostre cicatrici senza paura, perché sono segno delle prove superate insieme. Possiamo e desideriamo portare ad altri la nostra esperienza di dolore guarito, che ha migliorato la nostra relazione e che ci permette di non fare più finta di vivere il nostro matrimonio. Abbiamo accolto la nostra storia come un dono per noi e per gli altri.

Barbara e Alessandro – Retrouvaille Italia

Il Copione di Vita e il Matrimonio: Un Viaggio verso la Libertà Emotiva

Il Copione di Vita secondo l’Analisi Transazionale

L’analisi transazionale, sviluppata dallo psichiatra Eric Berne negli anni ’50, ci offre uno strumento prezioso per comprendere le dinamiche che influenzano le nostre relazioni. Berne definisce il copione di vita come «un piano di vita che un bambino decide in base ai messaggi dei genitori». Questo piano, formato nell’infanzia, si costruisce sulla base delle esperienze vissute e dei messaggi espliciti o impliciti ricevuti dai genitori e dalle figure significative.

Il copione nasce come strategia di sopravvivenza emotiva: un bambino cerca di adattarsi all’ambiente per ottenere accettazione e amore. Tuttavia, queste strategie, che erano utili e necessarie in tenera età, possono trasformarsi in schemi rigidi e limitanti nell’età adulta. Come sottolinea Berne, «gli individui spesso non si rendono conto che stanno vivendo un copione predefinito, perché esso agisce a livello inconscio».

Il Copione nel Contesto delle Relazioni

Nel contesto delle relazioni interpersonali, il copione di vita può essere causa di sofferenza. Spesso, infatti, ripetiamo comportamenti appresi nell’infanzia, anche quando questi non sono più funzionali o appropriati. In particolare, nel matrimonio, il copione può portare a dinamiche distruttive: aspettative irrealistiche, difficoltà nell’esprimere autenticamente i propri sentimenti e paura di essere rifiutati.

Quando due persone si uniscono in matrimonio, portano con sé non solo le proprie esperienze passate, ma anche i loro copioni di vita. Come afferma il terapeuta Claude Steiner, collaboratore di Berne: «Le relazioni intime sono il terreno fertile in cui i copioni vengono messi alla prova, e spesso sono anche il luogo in cui possono essere riscritti».

La Forza dell’Amore Incondizionato

Nonostante le difficoltà che il copione può generare, il matrimonio può diventare un luogo di trasformazione. L’amore incondizionato – quello che accetta l’altro nella sua interezza, senza giudizio – ha il potere di interrompere gli schemi rigidi del copione, aprendo la strada alla libertà e all’autenticità.

Un esempio di questa forza trasformativa è narrato attraverso una testimonianza personale. Nei primi anni di matrimonio mi sono sentito in gabbia. Io sentivo forte la pressione. Ero convinto che per essere amato e non abbandonato dovevo sempre comportarmi come gli altri si aspettavano che facessi. Non potevo mai deludere nessuno o per me sarebbe stata la fine. Questo era in sintesi il mio copione. Con l’arrivo dei nostri primi due figli mi sono sentito troppo impreparato e inadeguato. Mi sono sentito un peso addosso troppo grande. Temevo di deludere mia moglie e di perdere tutto. Questo mi ha portato a comportarmi in modo freddo con lei. Questo mio modo di ragionare mi ha spesso intrappolato in comportamenti poco amorevoli e distaccati. Cercavo di stare più tempo possibile fuori casa. Un episodio in particolare rimane impresso nella mia memoria: dopo un litigio, mi sono chiuso in camera con il muso lungo, sbattendo la porta.

Dieci minuti dopo, Luisa entrò con un caffè in mano. Con un gesto semplice ma profondamente dolce – almeno io lo avvertii così – mi porse la tazza, accompagnata da un sorriso pieno di tenerezza. Questo gesto, privo di recriminazioni o parole dure, esprimeva un amore che andava oltre l’orgoglio e il bisogno di avere ragione. Mi lasciò senza parole facendomi sentire tutto il suo amore immeritato e mostrandomi la sua bellezza e forza. Mi amava anche se la stavo deludendo. Allora era possibile!

Quando il Copione si Riscrive

Quel gesto di amore incondizionato segnò un momento di svolta. Questo evento dimostra come l’amore, espresso in modo autentico e disinteressato, possa sciogliere le rigidità del copione, permettendo una connessione più profonda. Con me ha funzionato.

Mia moglie, con quel caffè, non solo ha mostrato compassione e comprensione, ma anche una capacità di amare che andava oltre il copione di entrambi. Già perchè anche lei ha contravvenuto al suo copione. Lo ha forzato comportandosi diversamente. Questo esempio dimostra come il matrimonio possa essere un luogo di crescita reciproca, dove ci si impara ad amare davvero, lasciando andare il bisogno di controllare o manipolare l’altro.

Conclusione

Il copione di vita, pur essendo un’eredità dell’infanzia, non è una condanna definitiva. Come suggerisce Berne, «È possibile riscrivere il proprio copione e scegliere un finale diverso». Nel contesto del matrimonio, questa riscrittura avviene spesso attraverso l’amore incondizionato, che offre uno spazio sicuro per essere autentici.

Il matrimonio, vissuto con verità e amore, può diventare uno strumento potente per interrompere i vecchi schemi e costruire una relazione basata sulla libertà e sulla connessione autentica. La storia del caffè – un gesto semplice ma straordinariamente significativo – ne è una prova concreta: l’amore vero non giudica, ma accoglie, trasformando e liberando chi lo vive.

Antonio e Luisa

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Il nostro matrimonio è come il cedro del Libano

Proseguiamo con il terzo poema. Il corteo nuziale sta giungendo. Lo sposo è trepidante. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Il coro

Ecco, è il suo trono, quello di Salomone! / Lo scortano sessanta prodi / tra i più valorosi d’Israele. / Tutti sono armati di spada, e addestrati alla guerra; / ciascuno porta al fianco la spada / contro i pericoli della notte. / Un padiglione nuziale s’è costruito il re Salomone / con il legno del Libano. / Le sue colonne sono d’argento, / il suo tetto è d’oro; / il suo sedile di porpora; / l’interno ricamato con amore / delle figlie di Gerusalemme. / Uscite, figlie di Sion, / guardate il re Salomone, / con la corona con cui lo incoronò sua madre / nel giorno del suo sposalizio, / nel giorno della gioia del suo cuore.

Lo sposo è impaziente. L’abbiamo visto nei versetti precedenti a questi. Dietro quell’iniziale “Che cos’è?”, si nasconde tutto il desiderio di vedere, di conoscere la sposa in tutta la sua bellezza. Ogni sposo, in fondo, ha provato questa impazienza. Lo siamo stati anche noi, il giorno del nostro matrimonio. Sapevamo che il matrimonio avrebbe rappresentato qualcosa di completamente nuovo, una relazione unica, diversa da qualsiasi altra vissuta prima. Ora, con anni di matrimonio alle spalle, posso vedere chiaramente come quel momento abbia segnato l’inizio di una meravigliosa novità, ma già allora il mio cuore lo percepiva. Lei era – e continua a essere – la mia regina.

La sposa è regina per ogni sposo. Non è una persona da possedere, ma un dono prezioso da custodire. San Giovanni Paolo II, nella Teologia del corpo, ci ricorda: “La donna è affidata all’uomo, e l’uomo è affidato alla donna, non semplicemente come oggetto di possesso o di consumo, ma come un dono incommensurabile e reciproco”. Le guardie armate che accompagnano la sposa nel Cantico dei Cantici simboleggiano questa sua preziosità, ma anche la responsabilità dello sposo: custodire questo dono come la perla più preziosa della sua vita.

Dio ci ha preparati per il matrimonio, per questo meraviglioso percorso a due. È un cammino sacro, da difendere contro le insidie del mondo, dal peccato e dalla concupiscenza. Non è sempre facile. Tuttavia, come insegna ancora Giovanni Paolo II: “L’amore vero è esigente. Non è un’attrazione passeggera, un’illusione romantica o una semplice emozione. È un impegno che chiama a crescere e a donarsi continuamente”.

Un altro significato profondo del matrimonio è la guarigione e l’apertura all’altro. Se vissuto in Cristo, il matrimonio può liberarci dalle nostre paure, dalle difese che ci tengono prigionieri e dalle ferite che ci impediscono di accogliere l’altro in pienezza. La sposa, come nel Cantico, non avrà più bisogno di guerrieri armati: con il suo sposo si sentirà al sicuro, accolta, amata. Questo è il nostro compito, la nostra vocazione matrimoniale. Anche se sbaglieremo, il nostro desiderio di volerci bene non dovrà mai venire meno.

Il baldacchino di Salomone, fatto con il profumato cedro del Libano, simboleggia una relazione duratura e immortale. Allo stesso modo, il nostro matrimonio è radicato nella Parola fatta carne, che non passerà mai. La relazione matrimoniale, come il Santo dei Santi che custodiva l’Arca dell’Alleanza, è abitata da Dio stesso. Noi, come sposi, siamo il tabernacolo dell’amore di Cristo: nella nostra limitata capacità di amare, portiamo l’infinito amore di Dio.

Ritorno al giorno del nostro matrimonio. Quando Luisa è entrata in chiesa con il suo abito bianco e si è avvicinata all’altare, verso di me, non riuscivo a contenere l’emozione. In quel momento, mi sentivo come lo sposo del Cantico, che pregustava l’inizio di qualcosa di immenso. È come dice Mr. Darcy in Orgoglio e Pregiudizio: “Tu mi hai stregato anima e corpo, e ti amo, ti amo, ti amo”. In quel momento non capivo ancora tutta la realtà che il matrimonio avrebbe dischiuso, ma già il mio cuore gioiva per qualcosa che intuivo essere grande, troppo grande.

Antonio e Luisa

Il matrimonio cristiano: una realtà divina e umana secondo i Padri della Chiesa

Il matrimonio cristiano è una realtà divina e umana insieme, un mistero che unisce l’uomo e la donna in un vincolo indissolubile davanti a Dio. I Padri della Chiesa hanno approfondito questa verità di fede, offrendo riflessioni che ancora oggi illuminano la comprensione del sacramento del matrimonio. Attraverso le loro opere, possiamo scoprire come il matrimonio sia stato considerato non solo un’unione naturale, ma anche un segno della presenza di Dio nella vita degli sposi.

Ed è bello constatare come ognuno di loro, secondo la propria sensibilità, abbia approfondito realtà diverse del matrimonio. Solo nell’insieme si trova un’analisi completa della complessità di questa relazione fatta di cielo e di terra.

Sant’Agostino e il carattere sacramentale del matrimonio

Uno dei più grandi contributi alla teologia del matrimonio è quello di Sant’Agostino. Nel suo scritto De bono coniugali, Agostino descrive il matrimonio come un bene intrinseco, dotato di tre caratteristiche principali: la prole, la fedeltà e il sacramentum. Quest’ultimo elemento è particolarmente importante, poiché sottolinea la natura indissolubile e sacra del matrimonio cristiano. Per Agostino, il matrimonio è un segno visibile della grazia di Dio e una partecipazione al mistero dell’unione tra Cristo e la Chiesa. Egli scrive: “Nel matrimonio cristiano, il vincolo coniugale non può essere sciolto, poiché esso rappresenta l’amore eterno di Cristo per la sua Chiesa”.

San Giovanni Crisostomo: il matrimonio come via di santificazione

San Giovanni Crisostomo, noto per la sua eloquenza e profondità spirituale, ha parlato del matrimonio come un cammino di santificazione. In uno dei suoi discorsi, afferma: “Il matrimonio è una scuola di virtù, dove gli sposi imparano la pazienza, l’umiltà e il sacrificio reciproco”. Egli sottolinea che l’amore tra i coniugi deve riflettere l’amore di Cristo per la Chiesa, un amore che è disposto a dare tutto, persino la vita.

Crisostomo vede nel matrimonio un mezzo per crescere nella fede e nella santità. Gli sposi, vivendo le sfide quotidiane con spirito cristiano, possono purificare i loro cuori e avvicinarsi a Dio. Questo approccio spirituale eleva il matrimonio a una dimensione divina, dove l’amore umano diventa strumento della grazia divina.

Sant’Ambrogio: il simbolismo dell’unità

Sant’Ambrogio, vescovo di Milano, ha enfatizzato l’unità del matrimonio come riflesso dell’unità trinitaria. Egli scrive: “Come il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono uno, così l’uomo e la donna, uniti nel matrimonio, formano una sola carne”. Questo parallelo con la Trinità mostra come il matrimonio non sia solo una realtà umana, ma anche una partecipazione al mistero divino.

Ambrogio insiste anche sull’importanza della castità e della purezza all’interno del matrimonio. Per lui, l’amore coniugale è chiamato a essere un amore ordinato, in cui l’affetto umano si unisce alla volontà divina, creando un legame che trascende la mera dimensione terrena.

Tertulliano e la dimensione comunitaria del matrimonio

Tertulliano, uno dei primi autori cristiani, ha parlato del matrimonio come una comunità spirituale tra i coniugi. Nel suo scritto Ad uxorem, descrive il matrimonio cristiano come una “chiesa domestica”, dove marito e moglie pregano insieme, digiunano insieme e si sostengono a vicenda nella fede. Egli scrive: “Che cosa c’è di più bello che vedere due cristiani uniti nel matrimonio, condividere le stesse speranze, gli stessi desideri e la stessa devozione a Dio?”

Questa visione comunitaria mette in luce come il matrimonio cristiano sia anche una testimonianza per la società. Gli sposi, vivendo la loro unione secondo i valori del Vangelo, diventano un segno visibile dell’amore di Dio nel mondo.

Conclusione

I Padri della Chiesa hanno raccontato il matrimonio cristiano come una realtà divina e umana insieme, un sacramento che eleva l’amore umano a un livello soprannaturale. Attraverso le loro opere, ci insegnano che il matrimonio non è solo una scelta personale, ma una vocazione che riflette il mistero dell’amore di Dio. Come affermava Sant’Agostino, “il matrimonio è un bene”, un bene che illumina la strada verso la santità e la vita eterna.

Antonio e Luisa

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La Nudità del Cuore

Nel libro della Genesi, leggiamo: “Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna” (Genesi 2,25). Questo versetto, spesso associato alla dimensione fisica, contiene un significato più profondo: la nudità come trasparenza totale, non solo del corpo, ma soprattutto del cuore. Prima del peccato originale, Adamo ed Eva vivevano in una condizione di perfetta armonia con Dio, con se stessi e tra di loro. Questa nudità rappresentava una totale apertura, senza maschere, senza paura di essere giudicati o rifiutati. Ma cosa significa questo concetto nella vita moderna e nelle relazioni umane?

La nudità emotiva come trasparenza

Essere “nudi” nel cuore significa mostrarsi per come si è, con pregi e fragilità, senza celare le proprie emozioni o pensieri più profondi. La trasparenza emotiva richiede coraggio: implica abbattere le difese costruite per proteggerci dal dolore o dal rifiuto. Nel matrimonio o in qualsiasi relazione autentica, questa nudità è la base per costruire fiducia e intimità.

San Giovanni Paolo II, nelle sue Catechesi sull’amore umano, afferma che la nudità originaria non è semplicemente fisica, ma “è il segno di una comunione personale autentica, in cui l’uomo e la donna si donano reciprocamente nella totalità del loro essere”. Questa riflessione sottolinea che la vera intimità è spirituale ed emotiva, prima ancora che corporea.

La paura di essere visti

Dopo il peccato originale, la prima reazione di Adamo ed Eva fu coprirsi e nascondersi da Dio (Genesi 3,7-8). Questo gesto simboleggia la perdita dell’innocenza e la nascita della paura: paura di essere scoperti, giudicati, rifiutati. Questa dinamica si ripete ancora oggi nelle relazioni. Molti di noi temono di essere completamente “visibili” agli altri, preoccupati che le nostre debolezze possano allontanare chi amiamo.

Santa Teresa d’Avila scrive: “La verità sofferta con umiltà è un fuoco che purifica l’anima”. Questa affermazione ci invita a non nasconderci dietro le nostre paure, ma ad accettare la nostra fragilità come parte del nostro cammino spirituale e umano.

Gesù ci offre un esempio luminoso di questa apertura nel racconto del Vangelo di Giovanni (20,19-20): “Venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: ‘Pace a voi!’. Detto questo, mostrò loro le mani e il costato”. Gesù si presenta ai discepoli con parole di pace, nonostante il loro tradimento e abbandono. Mostra loro le ferite della passione, segni evidenti del dolore subito, ma anche della vittoria della resurrezione. Questo gesto insegna che la vera riconciliazione passa attraverso la trasparenza e l’accettazione delle proprie ferite.

deNudarsi emotivamente nella coppia

Nel matrimonio, la nudità emotiva è un elemento cruciale per costruire una relazione profonda e duratura. Come sottolinea Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi: “L’amore tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1 Corinzi 13,7). Questo tipo di amore richiede di mettere da parte l’orgoglio e la paura per aprirsi all’altro.

Papa Francesco, nell’esortazione Amoris Laetitia, invita le coppie a coltivare la fiducia e l’onestà reciproca: “L’amore autentico valorizza la trasparenza, così che l’altro possa sempre leggere nel nostro cuore, senza sotterfugi”. Questo implica un lavoro quotidiano per abbattere le barriere che ci separano.

Anche noi, come Gesù, portiamo ferite. Alcune sono aperte e sanguinanti, altre hanno lasciato cicatrici profonde. Mostrare queste ferite al coniuge significa non nascondere il dolore o le difficoltà vissute, ma condividerle come parte integrante del proprio essere. Nascondere le ferite, invece, rischia di creare incomprensioni e tensioni. Abbiamo già scritto in un altro articolo: “Quando vi accostate a vostro marito o vostra moglie fatelo come ha fatto Gesù. Portate la vostra parola di pace e il vostro sguardo d’amore, ma fatelo non nascondendo le ferite. Mostrandoci nudi nelle nostre fragilità potremo essere accolti ed amati. E’ lì che comincia per noi la vera resurrezione”.

La nudità come cammino spirituale

La trasparenza emotiva non riguarda solo le relazioni interpersonali, ma è anche un aspetto chiave della relazione con Dio. Nel Salmo 139, il salmista proclama: “Signore, tu mi scruti e mi conosci… Da ogni parte mi circondi” (Salmo 139,1-5). Dio ci conosce profondamente, ben oltre ciò che siamo disposti a mostrare. Eppure, Egli ci ama incondizionatamente.

San Francesco di Sales ci esorta: “Non temete le vostre fragilità; abbandonatevi alla misericordia di Dio, che vi accoglie così come siete”. Questo cammino di autenticità con Dio si riflette poi nelle nostre relazioni, rendendole più vere e profonde.

Conclusione

La nudità emotiva è un dono prezioso che richiede coraggio e fiducia. Tornare a quella condizione di trasparenza originaria descritta in Genesi 2,25 non significa essere perfetti, ma essere autentici. È un processo di crescita che coinvolge tanto la relazione con gli altri quanto quella con Dio.

In un mondo spesso dominato da maschere e superficialità, scegliere di vivere nella trasparenza emotiva è un atto di fede e amore. Come Adamo ed Eva prima della caduta, possiamo ritrovare una condizione di armonia e accoglienza reciproca, riconoscendo che la vera bellezza sta nel mostrarsi per come si è, senza vergogna. Seguendo l’esempio di Cristo e ispirati dagli insegnamenti dei santi e della Chiesa, possiamo imparare a vivere relazioni basate sull’autenticità, sull’amore e sulla misericordia.

Antonio e Luisa

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Innamorato del matrimonio

In questi giorni, cominciando già a preparare alcuni importanti incontri di quest’anno appena iniziato, sto riflettendo su questo: “Come mai, anche di fronte al fallimento, resto innamorato del matrimonio?”.

Effettivamente è una cosa un po’ illogica, non è normale, perché quando vieni ferito da qualcosa o qualcuno, l’istinto è quello di allontanarsi, abbandonare, lasciar perdere. Per questo in tanti gruppi, nei social, molti affermano che, se potessero tornare indietro, farebbero scelte diverse e non pronuncerebbero quel famoso “sì”, considerando così il coniuge un peso di cui si sono liberati.

Da una parte comprendo il loro modo di ragionare, ma io rifarei tutto, perché quello che sono ora, deriva da tutto ciò che è successo prima, sbagli compresi; poi, anche solo per le figlie, passerei nuovamente attraverso la tragedia della separazione.

Molto dipende da come si reagisce di fronte alle sfide della vita; a volte, solo quando perdi qualcosa, ne apprezzi la bellezza e l’importanza e capisci quante cose non siano scontate: ricordo all’inizio della separazione, quando tornavo nella nuova abitazione, la casa era silenziosa, vuota, priva del calore e della vivacità che avevano sempre caratterizzato la nostra famiglia. In quel momento, mi resi conto di quanto mi mancassero le piccole cose: il profumo della cena in preparazione, la confusione generata dalle figlie e persino le discussioni che facevano parte della vita quotidiana.

Quando avviene una separazione, è facile cadere nella tentazione di vedere il matrimonio come un fallimento irrimediabile, ma se ci si ferma a guardare con gli occhi della fede, si può scorgere in quel dolore una chiamata a vivere la fedeltà in modo nuovo.

Ritengo che la mia non sia semplicemente testardaggine, ma la risposta a una vocazione che ho sempre avuto e che mi porta a lottare per le famiglie, ad amare il Sacramento in qualsiasi condizione, a fare il tifo per le coppie in difficoltà e a stare bene con i bambini e le persone.

Spesso mi chiedono: “Ma come fai a rimanere fedele a un matrimonio che non esiste più nella pratica?”. La mia risposta è semplice: il matrimonio non è solo un progetto umano, se lo fosse, sarebbe facile abbandonarlo quando le cose vanno male.

Infatti, umanamente i conti non tornano, c’è una gioia profonda nel sapere che sto vivendo una vocazione che trascende le mie debolezze/difficoltà e ogni giorno è una nuova opportunità per affidarmi a Dio, per crescere nella fede e nell’amore.

Questo è accompagnato da miracoli nella mia vita, a cominciare da aspetti caratteriali/personali come il saper gestire la rabbia, il perdono e la castità che non so spiegarmi, per proseguire con tutte le persone che conosco, fino ad arrivare a proposte, collaborazioni e momenti di crescita che mai mi sarei aspettato.

Il matrimonio, anche se ferito, continua a essere un dono che illumina la mia vita: il Sacramento è più grande di ogni difficoltà e conduce alla pienezza dell’amore; e io, nonostante tutto, sono sempre più innamorato del matrimonio.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

I Doni dei Magi e il Matrimonio: Un’Amore Sacro

Oggi è l’Epifania del Signore. Mi permette di soffermarmi non tanto sul significato di questa festa, ma in particolare sui doni che i Magi offrono a Gesù. Non sono doni scelti a caso, ma racchiudono significati profondi. Immagino Giuseppe quando ha visto arrivare mirra e incenso: non deve essere stato facile comprendere subito il valore di quei doni. L’oro, invece, probabilmente è stato accolto con più immediatezza. Ma cosa vogliono ricordare questi doni? E cosa possono insegnare a noi sposi?

L’oro: la regalità del dono

L’oro è il dono per il re e simboleggia la preziosità e la centralità della persona amata. Quando mi sono sposato, stavo dicendo a Luisa che lei sarebbe stata per sempre la creatura più preziosa per me, seconda solo a Dio. Sant’Agostino ci ricorda: “Ama e fa’ ciò che vuoi”, perché quando amiamo veramente, tutto si ordina secondo il bene. Il matrimonio funziona solo se entrambi gli sposi riconoscono questa regalità reciproca, mettendo il coniuge prima di qualsiasi altra cosa: famiglia d’origine, lavoro, interessi o persino i figli. Come insegna Papa Francesco: “Amare significa avere cura e rispettare, costruire legami concreti che resistano anche quando la tempesta tenta di spezzarli”. Solo amando il nostro sposo o la nostra sposa come priorità, tutto il resto troverà il suo giusto ordine.

L’incenso: il sacerdozio del matrimonio

L’incenso è il dono sacerdotale, il simbolo del sacro. Il nostro matrimonio è un sacramento, e dal momento del nostro “sì”, il nostro amore non ci appartiene più solo a noi: diventa di Dio. Come sposi, diventiamo segni vivi del Suo amore. San Giovanni Paolo II, parlando del sacramento del matrimonio, afferma: “Il matrimonio cristiano è un segno dell’amore di Cristo e della Chiesa, amore che trova la sua più alta espressione nel dono totale di sé”. Ogni gesto d’amore, ogni carezza, ogni parola di incoraggiamento diventa un gesto sacro, un atto di Dio che passa attraverso di noi. Anche l’intimità fisica acquisisce un significato liturgico, perché è espressione di un amore che si dona, non che si usa. È per questo che dobbiamo viverla con purezza di cuore e rispetto reciproco.

La mirra: il sacrificio dell’amore

La mirra, forse il dono più difficile da comprendere, simboleggia il sacrificio. Nel donarla, diciamo al nostro sposo o alla nostra sposa che siamo pronti a morire per lui o per lei. Non si tratta solo della morte fisica, ma della morte del nostro egoismo e del nostro orgoglio. La morte di una volontà incentrata su noi stessi per aprirsi al bene dell’altro. San Francesco d’Assisi ci esorta: “È dando che si riceve, è morendo che si risorge a vita eterna”. Allo stesso modo, il matrimonio ci chiama a morire al nostro egocentrismo, per fare spazio all’altro.

Morire al proprio orgoglio significa accettare di non avere sempre ragione e abbattere le barriere che dividono. Il matrimonio non è un luogo di rivendicazioni, ma una comunità d’amore dove si vive la libertà di mostrarsi fragili, sicuri di essere perdonati. Morire alla propria volontà significa accettare che l’altro non sarà mai perfetto secondo i nostri schemi. Come diceva Santa Teresa di Lisieux: “Amare è dare tutto e dare se stessi”. Ho sposato Luisa, che è meravigliosa proprio perché diversa da me, perché libera di essere se stessa. Il mio compito è amarla nella sua unicità, non cercando di cambiarla, ma accogliendola come dono prezioso di Dio.

Alla luce dei doni dei Magi, possiamo vedere che il matrimonio è una chiamata alta e sacra: è regalità, sacerdozio e sacrificio, tutto intrecciato nell’amore che riflette quello di Dio. Come Maria e Giuseppe hanno accolto i doni dei Magi, così anche noi siamo chiamati a vivere il nostro matrimonio come un dono prezioso, offerto a Dio e custodito nella grazia del sacramento.

Antonio e Luisa

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Il sesso esprime pienamente l’amore solo nel matrimonio

Il sesso è per il matrimonio: un dono di Dio da vivere pienamente

Per me e Luisa è sempre stata una certezza su cui costruire la nostra relazione, e più passa il tempo, più ci convinciamo che sia così. Il sesso non è un “istinto” incontrollabile né qualcosa di necessario allo sviluppo della persona. È invece un dono sacro, un linguaggio dell’amore che trova il suo pieno significato e la sua bellezza all’interno del matrimonio. Quanto è diventato più bello e più profondo con il crescere della nostra relazione tutta, vissuta all’interno di una promessa di fedeltà e di esclusività che è per la vita.

Troppe persone oggi vedono il matrimonio come un di più, qualcosa di vecchio che non serve più. Altri che si credono moralmente migliori vedono nel matrimonio un modo per regolare il desiderio sessuale e finalmente dare sfogo alle proprie voglie senza sensi di colpa. Ma queste visioni impoveriscono entrambe il significato profondo del sacramento matrimoniale. Come scriviamo ne L’ecologia dell’amore, “la sessualità è un’energia che può essere orientata verso un amore fecondo, non è mai una condanna né un dovere”.

Fiducia nella persona e nella vocazione matrimoniale

Considerare il matrimonio unicamente come un rimedio alle passioni è avere poca fiducia nella capacità dell’essere umano di vivere virtuosamente e sottovalutare la bellezza della vocazione matrimoniale. Chi non sperimenta il sesso prima del matrimonio non è un supereroe né un santo per definizione. La castità, vissuta con libertà e consapevolezza, è una virtù possibile per tutti, come lo è la pazienza, la generosità o l’umiltà.

San Giovanni Paolo II, nella Teologia del Corpo, affermava: “L’amore umano diventa il luogo privilegiato della rivelazione di Dio quando è vissuto nella verità del dono totale di sé.Questo significa che la sessualità non deve essere ridotta a un problema morale, ma accolta come una dimensione dell’amore che si realizza pienamente solo nel dono reciproco e totale.

La chiave per vivere bene la sessualità

Vivere la sessualità bene non è più difficile che vivere altre virtù, come quella di non giudicare o di essere pazienti. La chiave è comprendere a cosa serve il sesso: non è un fine, ma un mezzo per esprimere amore e per costruire unità nel matrimonio. Fuori dal matrimonio, il sesso perde il suo significato profondo e la sua capacità di essere un linguaggio duraturo.

San Paolo VI, nell’enciclica Humanae Vitae, ci ricorda: “L’amore coniugale è, per sua natura, totale: una forma di comunione che non è momentanea, ma continua per tutta la vita.” Questo amore totale si riflette nella sessualità vissuta come dono e impegno reciproco.

Non disprezzare il dono di Dio

Spesso si rischia di considerare il sesso come qualcosa di sporco o, al contrario, di idolatrarlo come se fosse l’unico mezzo per essere felici. Entrambe queste visioni sono sbagliate. Il sesso è un dono di Dio, pensato per unire i coniugi e aprirli alla fecondità.

Sant’Agostino affermava: “L’amore che unisce marito e moglie in una carne sola è un grande mistero, riflesso dell’amore tra Cristo e la Chiesa.” Questo mistero ci invita a vivere il sesso come un atto sacro, senza disprezzarlo né banalizzarlo.

Vocazione e discernimento

La vocazione matrimoniale non è scontata. Come per ogni vocazione, è necessario un discernimento profondo, che coinvolga il cuore, la mente e lo spirito. Sempre ne L’ecologia dell’amore scriviamo: “Il matrimonio non è un sentimento o una decisione improvvisa, ma una chiamata personale di Dio a vivere un amore che diventa fecondo.” Il discernimento aiuta a comprendere se siamo chiamati a questa vocazione e come viverla in pienezza.

Godetevi il sesso e i figli nel matrimonio

Una sessualità vissuta con amore e rispetto nel matrimonio rafforza l’unione tra i coniugi e li rende collaboratori di Dio nella generazione e nell’educazione dei figli. Papa Francesco, nell’esortazione Amoris Laetitia, sottolinea: “La sessualità non è un mezzo di sfruttamento né di possesso, ma una realtà meravigliosa data da Dio per esprimere amore.

Una coppia che vive questa dimensione con gioia e consapevolezza non solo si unisce di più, ma trasmette ai figli un modello di amore autentico, fondato sul rispetto e sulla comunione.

In conclusione, vivere il sesso nel matrimonio è un modo per glorificare Dio, coltivare l’amore coniugale e crescere insieme come famiglia. Non disprezziamo questo dono, ma accogliamolo con gratitudine e responsabilità.

Antonio e Luisa

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Lo sguardo: un dono originario per la comunione

Il Senso Profondo della Creaturalità Umana
In Genesi veniamo trasportati in un viaggio ontologico dentro al senso profondo della nostra creaturalità come figli di Dio e della differenza sessuale uomo-donna. Il senso profondo di quest’ultima è proprio la Comunione d’Amore. Partecipiamo come immagine e somiglianza di Dio non soltanto nel corpo, ma anche alla Trinità nella relazione sponsale che si genera tra ISH (il maschio nella Genesi) e ISHA (la femmina nella Genesi).

Dio Creatore e la Creazione come Dono
Dio Creatore e Padre ha creato (barà, verbo ebraico del creare di Dio che indicherebbe di per sé l’opera del taglialegna o dello scultore) attraverso la sua Paola Creatrice la Creazione come un Dono per l’essere umano (adam in Genesi) affinché lo custodisse e con il suo lavoro (che non è entrato nella vita umana come una maledizione successiva al peccato originale, ma era già presente prima, e anzi era un nobile incarico affidatogli) se ne prendesse cura, traendone nutrimento, adducendo bene a ciò che era già buono (“Dio vide che era cosa buona”).

Lo Sguardo Benedícente di Dio
Proprio quest’ultimo versetto, “Dio vide che era cosa buona”, ci mostra come Dio utilizza il senso della vista sotto la veste di SGUARDO BENEDICENTE nei confronti delle creature; sguardo che non scomparirà nemmeno dopo l’avvenimento del peccato originale.

L’Essere Umano come Immagine di Dio Trinità
Dio crea l’essere umano non in un giorno a se stante, ma al termine del sesto giorno, quando già aveva dato alla luce altre creature, appartenenti al mondo animale, ma a differenza degli altri esseri, Dio riserva all’adam una cura particolare. Infatti entra in gioco il plurale trinitario rispetto al singolare divino usato fino ad ora, insieme a parole di benedizione più esplicite, affinché l’adam, nella sua declinazione maschile e femminile, già presente, sia l’immagine e somiglianza di Dio Trinità nel mondo, allo scopo di vicariarLo nel prendersi cura della Natura (“dòmini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra” (Genesi 1,26)).

Unità nella Differenza Sessuale
Pertanto, il senso profondo legato al maschile e al femminile, creati insieme in adam ma diversi fin dall’origine, mostra come essi siano chiamati all’unità nella differenza sessuale per manifestare l’immagine di Dio nel mondo prendendosene cura.

La Promessa di Dio all’Essere Umano
Tornando alle parole esplicite che Dio riserva all’essere umano, esse sono una Promessa e non un patto di alleanza con delle condizioni, come avverrà in seguito con Noè. Promessa che non revocherà nemmeno dopo il peccato, dopo l’adulterio della coppia nei Suoi confronti: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, dominate…”.

Lo Sguardo Benedícente verso il Maschile e il Femminile
Questo SGUARDO BENEDICIENTE Dio lo elargisce anche all’essere umano in due declinazioni diverse. Il maschile riceve lo sguardo stesso, o più precisamente riceve la capacità di guardare all’altro cogliendone la Bellezza profonda. Il femminile, analogamente, riceve la sensibilità allo sguardo dell’altro per poter entrare in relazione intima con lui, ricevendone sicurezza e quindi protezione e cura. È primariamente attraverso lo sguardo, infatti, che passa il primo contatto con l’altro, specialmente in una relazione tra uomo e donna, che segna profondamente il tipo e la qualità di rapporto che si instaurerà tra i due. All’origine questa comunione era perfetta, improntata all’Amore, alla Vita Feconda e alla Custodia.

Il Significato dello Sguardo
A cosa serve all’uomo questo sguardo? Serve a riconoscere il Prodigio che Dio ha fatto nel Creato e nelle creature, che appare come Bellezza, che non ha necessariamente a che fare con quella fisica-estetica, anche se sicuramente ne partecipa, ma afferisce a qualcosa di molto più profondo. Dio ha impresso nell’essere umano la Sua Vita e lo ha chiamato all’esistenza come qualcosa di “molto buono”, perciò esso ha una dignità che nessuno ha il diritto di sottrargli o di scalfirla in qualche modo. Quindi questo sguardo sensibile alla Bellezza dell’altro e alla Bellezza del Creato porta l’uomo, in primo luogo a lodare Dio, e in secondo luogo, proprio mosso dalla commozione e dalla gratitudine per questa Bellezza, a prendersene cura, custodirla e ad arrivare a dare la sua stessa vita per proteggerLa. Questa è la chiamata dell’uomo ed è per viverla che ha ricevuto anche un altro dono da Dio: la forza. Forza che è sia fisico-muscolare ma, molto di più, interiore-spirituale. È proprio la Bellezza ad essere la forza del cuore dell’uomo, capace di muoverlo al dono totale di sé.

Il Significato dello Sguardo per la Donna
A cosa serve alla donna questo sguardo? La donna è sensibile allo sguardo dell’altro, che le serve per aprirsi alla sua accoglienza e riempirsi di vita, per sentirsi guardata da uno sguardo benedicente, che dice bene di lei, di cui si può fidare, proprio perchè guardata nella sua Bellezza originariamente impressa in lei da Dio stesso. La donna è fatta per vivere dello sguardo di qualcuno che rifletta lo sguardo che Dio le riserva. Ed è in questo sguardo, dentro ad esso, che ella può esprimere, insieme al maschio, tutta la sua fecondità generativa femminile.

La Ferita dello Sguardo dopo il Peccato
Cosa succede a questo sguardo dopo il peccato? Per quanto riguarda l’uomo, il peccato va a ferirne gli occhi, il suo stesso sguardo, rendendolo uno sguardo disordinato, che lo porta, da un lato, a diventare ipovedente di fronte alla Bellezza e, seguentemente, a volersi impadronire della Bellezza, o di ciò che gli appare erroneamente per tale, riducendola ad oggetto di consumo, a suo esclusivo vantaggio e profitto egoista.

Molte delle fatiche dell’uomo, infatti, nascono proprio dal suo sguardo, basti pensare all’esempio più eclatante costituito dalla pornografia, ma tale ferita lavora anche in modo molto più subdolo e la cultura attuale, purtroppo, invece che promuovere l’uomo nella sua originaria natura di custode, lo svantaggia amaramente, riducendolo a “surrogato animale” preda dei suoi istinti, con tutte le conseguenze che questo comporta e che popolano la cronaca odierna. La ferita, dicevamo sopra, non riguarda solo l’altro da sé, ma anche la Natura, portandolo a non adempiere al compito che Dio gli ha affidato, ossia di custodia, ma a servirsene per un guadagno immediato e personale.

La Ferita dello Sguardo nella Donna dopo il Peccato
Per quanto riguarda la donna, invece, il peccato entra in lei deformando la sua sapiente scelta su a chi rivolgere la richiesta di essere guardata, per trovare riflesso in quello sguardo, la sua amabilità, la sua essenza e la sua missione. La rende mendicante di sguardi. Questua nelle relazioni che vive l’affermazione di ciò che lei è. Ma lo fa, sia in modo sbagliato, che alle persone talvolta inadeguate. In modo sbagliato: elemosina sguardi che richiamano l’attenzione sulla sua carne invece che al suo spirito-corpo, vera sede della sua Bellezza.

Permette una facile oggettivazione attraverso comportamenti spicciolamene seduttivi e presentazioni di sé superficiali e esteticamente snaturanti (ad esempio le chirurgie plastiche correttive) od omologanti (ad esempio una moda e un trucco che non ne esaltano l’originalità soggettiva ma appiattiscono su un unico modello di apparente compiacimento estetico).

Agendo in questo modo è essa stessa a operare un pericoloso riduzionismo sulla sua natura femminile. Alle persone inadeguate: il primo errore lo commette quando rivolge la richiesta di tale sguardo, prima agli esseri viventi che a Dio, fonte da cui trarrebbe la consapevolezza della sua Bellezza originaria, e in seguito volendo essere guardata da coloro che le portano ferite e morte invece che guarigione e vita.

Come Uscire dalla Ferita?
La Redenzione avvenuta attraverso il sacrificio della Croce di Cristo ha riportato l’ordine originario e la guarigione dalle ferite, ma molto di più la possibilità di assumere la stessa natura umana-divina di Cristo. Realtà a cui è possibile accedere solo attraverso l’esercizio della nostra libertà, pronunciando lo stesso fiat di Maria. Attraverso questo “si”, non solo uomini e donne possono recuperare i loro doni originali, ma assumere su se stessi la natura di Cristo, sia in termini di sguardo, che in termini di coscienza imperturbabile della propria essenziale Bellezza. Solo questo può permettere agli uomini e alle donne del nostro tempo di entrare davvero in comunione vicendevole e mostrare l’immagine trinitaria d’Amore di Dio nel mondo, per poter collaborare con Cristo nel trasfigurarlo secondo il Suo Piano d’Amore.

Giorgia Sartori

Vuoi essere felice? Abbraccia le tue ferite

Siamo nel 2025. Il 2024 è finito. Un anno difficile ma bellissimo. Quest’anno è stato per me un viaggio profondo, un percorso che mi ha portato a guardare dentro le parti più fragili e dimenticate di me stesso. Come mai prima, mi sono preso cura della mia parte più debole. Ho affrontato i fantasmi del mio passato, quelli legati alla mia infanzia e alla mia adolescenza, che per troppo tempo ho ignorato. Ho guardato le mie ferite, le ho riconosciute, e infine le ho abbracciate. Questo gesto, così semplice e allo stesso tempo così complesso, ha cambiato il mio cuore.

Ciò che non si guarda in faccia ci domina. Ciò che si guarda in faccia si supera”, scrive Luigi Maria Epicoco ne La forza della mitezza. Per anni ho cercato di nascondere quelle ferite in un angolo oscuro del mio cuore, credendo che riguardassero solo il passato e che non avessero potere sul presente. Ma era un’illusione. Quelle ferite non erano altro che il grido di un bambino dentro di me, un bambino che voleva essere amato, accolto, compreso, incoraggiato e sostenuto. I miei genitori non sono riusciti a farlo, non perché non mi amassero, ma perché non erano capaci di darmi ciò che non avevano mai ricevuto.

Ho iniziato un percorso terapeutico e mi sono messo in gioco per diventare counsellor. Questo mi ha permesso di fare pace con quel bambino interiore, di abbracciarlo e di dargli finalmente quell’amore che aspettava da tanto tempo. Roberto e Claudia, di Amati per amare, mi hanno guidato in questo cammino. Mi hanno fatto comprendere che quelle ferite non vanno silenziate ma ascoltate, perché abbracciando loro, riesci finalmente ad abbracciare quel bambino che è ancora dentro di te. Queste parole risuonano profondamente nel mio cuore.

Il cambiamento non è stato solo interiore. Abbracciando le mie ferite, ho aperto un canale emotivo che sembrava bloccato da anni. Questo mi ha permesso di essere un padre diverso. Prima, nella mia freddezza e nel mio distacco, credevo che i miei figli dovessero cavarsela da soli, così come io ero stato costretto a fare. Ora, invece, provo empatia per loro, li ascolto di più e sono più presente nelle loro vite. Ho imparato a trasmettere l’amore tenero e concreto che vivo ogni giorno con Luisa anche nell’ambito genitoriale. Scrivere queste parole mi commuove, perché sento che sto diventando la versione migliore di me stesso, non solo per me ma per la mia famiglia.

Uno degli aspetti più profondi di quest’anno è stato il perdono. Sono riuscito a vedere i miei genitori con occhi nuovi. Li ho perdonati per il male che, involontariamente, mi hanno fatto, e li ho ringraziati per il bene che, con tutto l’amore possibile, hanno cercato di darmi. Luigi Maria Epicoco scrive: “Il perdono non è negare il male ricevuto, ma smettere di esserne prigionieri”. Ed è proprio questo che ho vissuto. Perdonare i miei genitori ha liberato non solo loro, ma anche me. Mi sono sentito leggero, come se un macigno fosse stato tolto dal mio cuore.

Ho chiesto scusa ai miei figli più grandi per le volte in cui sono stato distante. Ringrazio Dio per avermi dato questa opportunità di guarigione e riconciliazione. Le ferite, una volta accolte, non sono più solo fonte di dolore, ma diventano un’occasione per fare esperienza di amore, misericordia e bisogno. Ho capito che non mi basto, che ho bisogno degli altri e, soprattutto, di Dio.

In questo tempo di riflessione, ho imparato a ringraziare non solo per le cose belle, come mia moglie, i miei figli, gli amici e il mio lavoro, ma anche per le difficoltà e le fragilità. “La croce non è il fallimento di Dio, ma il suo modo di stare accanto a noi nel nostro fallimento”, scrive ancora Epicoco. Ogni fallimento che ho vissuto nella mia vita è stato un passo verso una maggiore consapevolezza della mia debolezza e del mio bisogno di un Salvatore. Mi ha avvicinato a Dio più di quanto abbiano fatto i successi o i riconoscimenti.

Oggi, alla fine di questo anno, voglio augurare a chiunque legga queste parole di non vergognarsi delle proprie ferite. Non nascondetele, non cercate di dimenticarle. Prendetevene cura, abbracciatele, perché solo così potrete incamminarvi verso un amore autentico, libero, e verso relazioni profonde e vere. Dio non ci ama nonostante le nostre fragilità, ma proprio attraverso di esse. E in questo amore possiamo trovare la forza per continuare a crescere, ad amare e a sperare.

Grazie, 2024, per le lezioni che mi hai insegnato. Grazie a Dio per essere stato accanto a me in ogni passo di questo cammino.

Antonio

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Il deserto è un passaggio necessario

Iniziamo oggi il terzo poema. Il corteo nuziale sta giungendo. La sposa sta per incontrare il suo sposo. Ricordate che non c’è un ordine cronologico nel Cantico. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Il coro

Che cos’è quel che sale dal deserto

come una colonna di fumo,

esalante fragranza di mirra e d’incenso

con profumi di ogni genere?

Il Corteo della Sposa: Un Incontro Atteso

Finalmente l’attesa è finita! Il corteo della sposa sta arrivando e gli sposi possono finalmente incontrarsi. Questa scena richiama la gioia profonda dell’incontro nuziale, che non è solo un evento sociale, ma un sacramento e un simbolo dell’amore di Dio per l’umanità. Come diceva San Giovanni Crisostomo: “Il matrimonio è il mistero dell’amore di Cristo per la sua Chiesa”. L’arrivo della sposa, accompagnata dal corteo, è un’immagine che coinvolge tutti i sensi: la vista – la colonna di fumo che si alza all’orizzonte; l’olfatto – il profumo di essenze e fiori; l’udito – i canti e le risa di gioia. Questo incontro è segno di una pienezza raggiunta, di un amore che si dona totalmente.

Il Deserto: Un Luogo di Trasformazione

Il corteo sale dal deserto, un luogo che, nella tradizione biblica, rappresenta l’aridità e la prova, ma anche la trasformazione. Il deserto è dove Israele ha incontrato Dio e dove ogni anima incontra se stessa. Santa Teresa d’Avila, nel suo cammino spirituale, parlava spesso del deserto interiore: “Per arrivare alla sorgente di Dio, bisogna passare attraverso la sete”. Anche la Sulamita, nel Cantico dei Cantici, rappresenta ognuno di noi: fragile, smarrita, ma desiderosa di un incontro d’amore.

Anch’io sono dovuto passare dal deserto, dall’aridità dell’anima e del cuore. Ho dovuto fare esperienza della fame e della sete e della mia incapacità di sfamarmi e dissetarmi. Ho tradito la legge di Dio con le opere e nel mio cuore. Questo mi ha allontanato, mi ha fatto smarrire nel deserto fino quasi a perdere ogni speranza di poterne uscire.

Ogni coppia, nel matrimonio, affronta momenti di deserto: difficoltà, incomprensioni, crisi. Come ricorda Papa Francesco: “Non esiste famiglia perfetta. Non abbiamo paura della fragilità, perché la grazia di Dio è più forte delle nostre debolezze”. Il deserto, dunque, non è la fine, ma un passaggio necessario per riscoprire il senso profondo del dono reciproco.

Lasciare l’Egitto: Un Atto di Libertà

Anche io ci sono passato ed è stato un passaggio verso la liberazione. Ho abbandonato il mio Egitto, che era vita sicura, ma vita di schiavitù… Serve coraggio per lasciare ciò che è noto, ma che ci imprigiona, per intraprendere un cammino verso la libertà. San Giovanni Paolo II, nella sua “Teologia del Corpo”, spiegava: “L’amore autentico è esigente. Esso richiede sacrificio e rinuncia”. Come il popolo di Israele, ogni sposo è chiamato a lasciare l’“Egitto” dell’egoismo e dell’autosufficienza per vivere una vita di donazione e comunione.

Questa scelta comporta sfide, ma anche grandi ricompense. Santa Gianna Beretta Molla, parlando del matrimonio, diceva: “L’amore coniugale richiede una totale dedizione e il coraggio di affrontare insieme ogni prova”. Solo abbandonando le catene del passato si può costruire un futuro di autentica libertà e unità.

La Sposa Pronta: La Pienezza dell’Amore

Dopo aver attraversato il deserto, la Sulamita è pronta per il suo sposo. Ha riconosciuto la propria fragilità e si è aperta alla misericordia di Dio. Questo momento di pienezza e verità è l’essenza del matrimonio cristiano. San Tommaso d’Aquino definiva il matrimonio “una comunione di vita orientata alla perfezione dell’amore”. Il matrimonio non serve a darci ciò che non abbiamo. Serve a donare ciò che siamo.

Questo amore non è statico, ma dinamico. Papa Benedetto XVI, nella “Deus Caritas Est”, affermava: “L’amore non è mai qualcosa di già dato, ma qualcosa che matura e cresce”. Gli sposi, accogliendosi nelle loro imperfezioni, diventano segno visibile dell’amore di Dio, che è fedele e inesauribile.

Il Matrimonio: Un Sacrificio Gioioso

La festa del matrimonio, con i suoi colori, profumi e suoni, celebra non solo l’unione degli sposi, ma anche il loro sacrificio gioioso. San Francesco di Sales descriveva il matrimonio come “una danza, dove ognuno cerca il bene dell’altro”. Questa danza, però, richiede armonia, pazienza e perdono.

Dal Deserto alla Festa

Il corteo della Sulamita, che attraversa il deserto e arriva alla festa, è un invito alla speranza. San Giovanni Paolo II incoraggiava i giovani e gli sposi a “non avere paura dell’amore”, ricordando che “L’amore è la vocazione fondamentale di ogni uomo”. Anche nei momenti più difficili, l’amore è capace di rifiorire.

Il matrimonio cristiano è, dunque, un cammino di santità. Come diceva Sant’Agostino: “Ama e fa ciò che vuoi”, perché nell’amore vero – sottolineo vero – c’è sempre la presenza di Dio. Affrontare insieme il deserto e celebrare la festa è ciò che rende il matrimonio un sacramento di speranza e un segno visibile della grazia divina.

Conclusione

Il matrimonio è un viaggio che inizia con l’attesa e si compie nell’amore. Attraverso il deserto delle difficoltà e la festa della celebrazione, gli sposi sono chiamati a vivere un amore che riflette quello di Cristo per la Chiesa. Come ha detto Papa Giovanni Paolo II: “Non c’è gioia più grande che vivere per chi si ama”. Nel dono reciproco, gli sposi diventano segno della presenza di Dio nel mondo, trasformando ogni momento in un’occasione di grazia e santificazione.

Antonio e Luisa

Il mio Natale da separato? Mai da solo ma sempre per gli altri

In queste feste natalizie Antonio mi ha chiesto di scrivere un articolo su come un papà separato (fedele) passa il Natale, quindi eccomi qui a raccontare la mia esperienza.

Natale e Pasqua rappresentano i momenti più importanti dell’anno per noi cristiani e per questo richiedono un periodo di preparazione adeguato, rispettivamente l’Avvento (quattro domeniche) e la Quaresima (quaranta giorni). Il Natale è la festa della famiglia e mi piace tantissimo, ma, per me (anche se credo di poter parlare in nome di tutti i separati) è accompagnata anche da un sottile velo di tristezza, specialmente quando è l’anno in cui le figlie non sono con me (in genere, infatti, i figli passano un Natale con la mamma e uno con il papà ad anni alterni). Si prova un po’ di malinconia, anche se è passato tanto tempo dalla separazione, perché il Sacramento del matrimonio ci chiama all’unità e, quando questa non c’è, manca qualcosa, almeno sotto l’aspetto umano-terreno (anche se so che in Dio siamo una carne sola).

Naturalmente, quando ci sono le figlie, si decide insieme cosa fare e dove andare: ad esempio quest’anno, nella vigilia, siamo andati a fare un giro a San Marino, in modo da tornare in tempo per la messa notturna nella nostra parrocchia; poi di consueto, il pranzo di Natale con i parenti, lo scambio dei regali e i giochi a carte insieme.

Nell’anno in cui invece sono senza figlie, cerco di non rimanere da solo, perché in una notte così speciale anche noi separati possiamo trasmettere la bellezza del matrimonio. Bellezza che si esprime in tutte le relazioni e che ci permette così di collaborare a costruire la Chiesa, famiglia grande.

Quello che ho fatto negli ultimi anni è stato interpretare il “Babbo Natale” per la parrocchia: le famiglie con bambini comunicavano al parroco la via e l’orario indicativo (dalle 21 alle 23) e con alcune persone disponibili ci dividevamo le zone da raggiungere dopo cena.

La parrocchia metteva a disposizione gli abiti, le barbe e le parrucche e ognuno di noi aveva un autista (avremmo avuto difficoltà a guidare vestiti in quel modo) che portava anche una bottiglia di spumante a ogni famiglia raggiunta; chi ci aveva chiamato faceva quasi sempre un’offerta per i più bisognosi della zona e questo era un grande stimolo a impegnarmi.

Quanto mi sono divertito! Ho passato delle vigilie di Natale indimenticabili. Appena arrivavamo, ci aspettavano i genitori o i parenti per consegnarci i regali di nascosto, ad esempio in sacchi pieni di giocattoli. A volte trovavo anche più famiglie riunite per il tradizionale cenone, io entravo in casa con le solite frasi di Babbo Natale “Oh-Oh-Oh, Merry Christmas” o “Buon Natale” sotto gli sguardi meravigliati di tutti i bambini (anche se qualcuno si spaventava e scappava).

Poi mi davano una sedia (Babbo Natale è anziano e stanco), da seduto tiravo fuori tutti regali, uno per uno, leggendo il nome che c’era scritto sopra e così i bambini si avvicinavano, chi mi tirava la barba, chi mi abbracciava, chi mi diceva la poesia imparata a scuola, chi una lettera indirizzata a Gesù bambino, mentre ovviamente tutti scattavano foto o realizzavano video (qualcuno addirittura mi ha consegnato dei disegni che conservo con cura, in uno c’è scritto “Babbo Natale ti voglio bene”). Secondo la situazione, facevo domande ai bambini, parlavo delle renne parcheggiate con la slitta sul tetto della casa o assecondavo qualche loro curiosità.

Devo dire che in alcuni casi ho fatto fatica a non commuovermi e non è mancato di consegnare anche il regalo alla nonna novantenne, seduta vicino al camino o alla stufa. Una volta mi avevano fatto trovare una carretta stracarica di regali, in bilico uno sopra l’altro e dopo aver fatto pochi passi, tra il terreno sconnesso, il vestito e il buio, li ho fatti cadere tutti in terra!

Qualche anno sono venute con me anche le figlie vestite da elfo, anche loro si sono divertite tanto e mi hanno dato una mano importante a trasportare tutti i regali e a creare atmosfera.

I bambini hanno una capacità unica di stupirsi, di amare e di esercitare la tenerezza, tutte cose che noi adulti spesso perdiamo o facciamo fatica a mettere in pratica, forse anche per non essere giudicati o presi in giro: loro non hanno filtri, quello che provano è puro, senza doppi fini. Far sorridere un bambino e generare gioia e stupore, è qualcosa che ti scalda il cuore e alimenta la pace e la serenità.

Visitare queste case ed entrare in contatto con tutte queste famiglie prima della messa di Natale, mi ha aiutato a entrare nel modo giusto in questa festa del Bambino-Dio che nasce per noi.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Sant’Agostino: Amore e Santificazione nel Matrimonio

Sant’Agostino ha riflettuto profondamente sull’amore coniugale e sulla carità, due temi centrali nella sua visione del matrimonio come vocazione sacra e via di santificazione. Secondo Agostino, l’amore tra marito e moglie non è solo un affetto umano, ma può e deve essere elevato dalla carità, intesa come amore cristiano che ha origine in Dio. Per lui, l’amore coniugale è un modo concreto di vivere l’amore divino, attraverso la donazione reciproca e il superamento dell’egoismo, ed è proprio la carità che permette ai coniugi di vivere pienamente la loro vocazione cristiana.

Vediamo di seguito come Sant’Agostino concepisce il rapporto tra amore coniugale e carità. Alla fine di questa riflessione potrete rendervi conto da soli come Agostino sia ancora attualissimo e come la Chiesa, a differenza di ciò che si racconta, non ha mai mutato il suo modo di intendere il matrimonio.

1. La Carità come Fondamento dell’Amore Coniugale

Per Sant’Agostino, l’amore coniugale deve essere radicato nella carità cristiana. Egli distingue tra l’amore naturale, che è una componente essenziale della relazione matrimoniale, e la carità, che rappresenta un livello superiore di amore. La carità, infatti, è un dono di Dio che trasforma l’amore umano rendendolo disinteressato e orientato al bene dell’altro. Agostino sottolinea che, senza la carità, l’amore coniugale rischia di diventare egoistico o possessivo, mentre la carità consente ai coniugi di vivere il matrimonio come un atto di mutua donazione, riflettendo l’amore di Dio per l’umanità.

2. L’Amore come Donazione Reciproca

Sant’Agostino descrive l’amore coniugale come una forma di dono reciproco, in cui ciascun coniuge si offre all’altro non solo per il proprio piacere o soddisfazione, ma per il bene dell’altro. Questa visione del matrimonio è profondamente cristiana e richiama il sacrificio di Cristo per la Chiesa. Per Agostino, i coniugi sono chiamati a imitare l’amore di Cristo attraverso il dono di sé, che implica sacrificio, pazienza e comprensione. Egli vede quindi il matrimonio come una scuola di carità, in cui i coniugi imparano a superare le proprie limitazioni e a crescere nell’amore per Dio e per l’altro.

3. L’Amore Coniugale come Via di Santificazione

Agostino considera il matrimonio una via di santificazione, grazie alla carità che anima l’amore coniugale. Secondo il santo, la vita matrimoniale offre molte occasioni per esercitare le virtù cristiane come l’umiltà, la pazienza e il perdono. Le difficoltà e le sfide quotidiane del matrimonio non sono viste come ostacoli, ma come opportunità per crescere spiritualmente e diventare persone migliori. La carità consente ai coniugi di affrontare queste prove con una prospettiva cristiana, accettando i sacrifici e le sofferenze come parte del cammino verso Dio.

4. La Carità nella Cura dei Figli

La carità si manifesta anche nell’amore per i figli, che Agostino considera un aspetto fondamentale del matrimonio cristiano. La carità spinge i genitori non solo a prendersi cura dei bisogni materiali dei figli, ma anche a educarli nella fede, insegnando loro i valori cristiani e mostrando loro l’amore di Dio. Agostino considera questa responsabilità come un compito sacro, che richiede ai genitori di vivere la loro vocazione con dedizione e impegno. La carità, quindi, permea l’intera vita familiare, trasformando il matrimonio e la genitorialità in un cammino di crescita spirituale.

5. L’Amore Coniugale come Riflessione dell’Amore Divino

Per Agostino, l’amore coniugale è un riflesso dell’amore divino, che si manifesta nella vita terrena attraverso il vincolo matrimoniale. Egli vede il matrimonio come un’immagine dell’unione tra Cristo e la Chiesa, un legame di amore eterno e indissolubile. Questa visione del matrimonio come riflesso dell’amore divino implica che i coniugi siano chiamati a vivere la loro unione con un impegno profondo, consapevoli che il loro amore è un segno della presenza di Dio nel mondo. La carità permette ai coniugi di vivere questo amore come una vocazione sacra, non solo per il proprio bene, ma anche come testimonianza della fede cristiana.

Conclusione

In sintesi, per Sant’Agostino l’amore coniugale è inseparabile dalla carità, che lo eleva e lo purifica. Attraverso la carità, l’amore tra marito e moglie si trasforma in una donazione reciproca e in un cammino di santificazione, che non solo rafforza l’unione coniugale, ma permette ai coniugi di testimoniare l’amore di Dio nel mondo. L’insegnamento di Agostino sull’amore coniugale e la carità rimane un punto di riferimento fondamentale nella tradizione cristiana, offrendo una visione del matrimonio come vocazione e missione, radicata nell’amore divino e orientata alla crescita spirituale.

Antonio e Luisa

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La Verità è una spada

La Verità è una spada, si sa. E anche fra noi sposi c’è chi la brandisce con veemenza. Mi sono accorta, ultimamente, che le crociate non sono mai veramente finite. Che ancora oggi abbiamo tutti – nessuno escluso – la tendenza ad armarci di tutto punto e scendere in battaglia contro le pagliuzze negli occhi dei fratelli.

Sì, per noi cristiani la Verità è Cristo e la Chiesa custodisce i suoi insegnamenti. Ciò che dice e propone, ispirato dallo Spirito Santo, è parola che sgorga dal Vangelo, dalla ricerca di Dio e del bene maggiore nella vita di ognuno. Non è relativa, questa Verità. Tuttavia, non ha bisogno di essere difesa poiché si difende da sola.

L’esempio di Giovanni il Battista e di Cristo

Penso a Giovanni il Battista alla corte di Erode, che ammonisce severamente e per questo va incontro al martirio. Sì, perché quello era lo stile di Giovanni, lui che doveva preparare la venuta al Cristo. Giovanni non sbagliava, i mezzi termini non gli appartenevano, la sua missione era chiara.

Anche Gesù non era meno netto e duro, a volte con i suoi stessi discepoli: la pagina del Vangelo dove rovescia i tavoli dei mercanti nel Tempio fa cadere (se mai ce ne fosse bisogno) la nostra immaginetta di un Dio che tutto permette e tollera, un Dio senza Verità.

Un Dio autentico, non relativo

Molto spesso abbiamo anche inconsciamente introiettato un’immagine del Signore come di uno per cui tutto è relativo. Tutto ha valore quindi nulla ha veramente valore. Un Dio che perdona indipendentemente da noi. Per cui, in ogni cosa, tutti vanno accontentati, perché Egli accontenterebbe certamente tutti.

Gesù ci ha detto di essere Via e Vita ma ha aggiunto Verità. Poteva metterci “gioia”, “misericordia”, “diritto”, “fuoco”, “fede”, “Amore” o che so io. Ha scelto “Verità” quindi deve essere qualcosa di importante.

Come annunciare la Verità

So di amici che hanno tagliato ogni ponte con coetanei conviventi per averli ammoniti della gravità della loro azione. Se la Verità resta tale e non cambia anche se i tempi cambiano, è altresì vero che ci sono molti modi di comunicarla, come anche di comunicare la fede. Soprattutto oggi, altri tempi rispetto a quelli di Giovanni.

La migliore predica è la tua vita, la tua testimonianza: opere, fatti concreti. Vuoi testimoniare la bellezza del Matrimonio? Bene, non fare crociate, non minacciare di fuoco eterno, ma prima di tutto annuncia cosa stai vivendo e… vivilo!

La Verità si difende da sola

Cristo divide anche se non dice niente. Un crocifisso a scuola divide più che lo Spread o un referendum. Perché lo fa? Perché testimonia. Rappresenta uno morto in croce per Amore, non ha bisogno di dire nulla. Ha già detto tutto.

Puoi lasciar fare alla Verità il suo corso, puoi essere un annunciatore ma non giudice severo. Il risultato è comunque fuori dalla tua portata poiché non hai il potere di convertire nessuno.

La Verità è una spada nella roccia, si difende da sola, non necessita di crociati pronti a spargere sangue pur di vincere. Sì, la battaglia c’è, ma le nostre armi non sono quelle della violenza, anche verbale. Possiamo fare di meglio

Giada @Nesentilavoce

Il Natale è il “qui e ora” della nostra redenzione

Carissimi sposi, è Natale. Con esso giunge una straordinaria opportunità per riscoprire il senso più profondo della nostra vocazione matrimoniale. È anche un momento per riscoprire il senso della nostra salvezza. Non è solo una festa e un momento di riunioni familiari e regali. È l’evento che segna la storia. Dio si è fatto uomo per noi. Come sottolinea don Fabio Rosini nelle sue catechesi, il Natale è il “qui e ora” della nostra redenzione. È Dio che entra nella nostra storia concreta, nelle nostre case, nei nostri cuori.

Pensate al presepe, quella rappresentazione così cara alla nostra tradizione cristiana. San Francesco d’Assisi lo ha introdotto per farci comprendere la concreta realtà dell’Incarnazione. Dio è venuto tra noi in una famiglia. Non è venuto in un palazzo. Non è giunto in un tempio fastoso. È nato in una grotta, accolto da Maria e Giuseppe. Questi sposi santi hanno vissuto pienamente il loro “sì” a Dio. Maria e Giuseppe non sono stati spettatori passivi: hanno accolto il mistero e si sono lasciati trasformare da esso. Questo è un invito per voi, cari sposi. Accogliamo Cristo nelle nostre vite, nei nostri matrimoni e nei nostri piccoli e grandi gesti quotidiani.

La nascita di Gesù ci insegna una grande lezione. La salvezza non arriva attraverso un’azione spettacolare. Arriva con la mitezza e la semplicità. Nel libro La forza della mitezza di Luigi Maria Epicoco, troviamo parole che illuminano il nostro cammino: “Dio non ci salva con la potenza, ma con la vulnerabilità. L’onnipotenza di Dio si manifesta nel fragile corpo di un bambino.” Questa è una lezione potente per il matrimonio. La forza dell’amore non sta nel dominio, ma nel servizio reciproco. Sta nella capacità di donarsi e di accogliere l’altro con le sue debolezze.

Un film che può ispirarvi è La vita è meravigliosa di Frank Capra. In questa storia, George Bailey scopre, attraverso un viaggio spirituale, quanto la sua vita abbia influito positivamente su chi lo circonda. Questo ci ricorda che ogni piccolo gesto di amore e sacrificio nel matrimonio ha un peso eterno. Come sposi, siamo chiamati a costruire, giorno dopo giorno, una casa che sia immagine della casa di Betlemme: un luogo dove Cristo possa nascere e dimorare.

Il Natale ci invita anche a guardare al futuro con speranza. L’angelo dice a Giuseppe: “Non temere” (Mt 1,20). Queste parole sono rivolte a ciascuno di noi. Non temiamo le sfide del matrimonio, le difficoltà che possono sorgere. Il Dio che ha scelto di farsi piccolo per noi è il Dio che cammina con noi, che ci sostiene e ci guida. Il nostro “sì” quotidiano, il nostro impegno a rinnovare l’amore reciproco, è il segno della presenza viva di Dio nel mondo.

Lasciamo che il Natale trasformi il nostro matrimonio. Dedichiamo del tempo alla preghiera insieme, magari davanti al presepe. Leggiamo la Parola di Dio e lasciamo che illumini le nostre scelte. Facciamo dei gesti concreti di carità, perché nel donare agli altri si riscopre la gioia del dono reciproco. E, soprattutto, ricordiamo che il più grande dono che possiamo farci l’uno all’altro è la nostra presenza piena di amore e fiducia.

Concludo con un pensiero di Papa Francesco: “La famiglia è il luogo dove si impara ad amare, il centro irradiante di amore, dove l’amore di Dio si fa carne.” Il Natale ci chiama a essere questo luogo d’amore, una testimonianza vivente della gioia e della speranza che Cristo ci dona.

Buon Natale a voi e alle vostre famiglie. Che il Signore, nato per noi, rinnovi il vostro amore e vi colmi di pace.

Antonio e Luisa

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Dio nasce? Riscopritelo in voi

Tra poche ore sarà Natale. Come ci siamo preparati? Qualcuno avrà pregato di più, qualcuno avrà recitato la novena, qualcuno avrà fatto adorazione davanti al Santissimo. Ci sono tanti modi per preparare il nostro cuore alla nascita di Gesù che si rinnoverà anche quest’anno. Eppure credo non sia sufficiente. Almeno per me non lo è stato. Quest’anno ho avuto davvero poco tempo per preparare il cuore. Sentivo chestavo perdendo un’occasione. Mancava qualcosa. Mancava un po’ di tempo per me e Luisa, solo nostro.

Anche quest’anno tempo per noi ce n’è stato poco. Presi da mille impegni e con i figli sempre in giro per casa. Non c’è stato molto spazio per avere un tempo solo nostro. Grazie a Dio conosciamo l’importanza di trovarlo e un minimo lo abbiamo voluto trovare.

Il tempo è superiore allo spazio”, ci ricorda Papa Francesco in Evangelii Gaudium. Questo tempo, dedicato a noi, aveva bisogno di essere riempito di presenza, di significato, di amore.

Per questo abbiamo deciso di uscire a passeggio per il centro di Bergamo prima che arrivasse il Natale. Eravamo solo io e lei. Questo non succedeva da qualche settimana. Nulla, durante questo Avvento, è riuscito ad aprire il mio cuore come quelle tre ore trascorse insieme a Luisa. Tenersi per mano, parlare di noi, del nostro amore, di quanto fosse bello stare insieme. Passeggiare senza fretta e senza meta in mezzo a tante persone affaccendate nella ricerca dell’ultimo regalo. Guardarsi ancora e riscoprirsi ancora innamorati.L’amore non consiste nel guardarsi l’un l’altro, ma nel guardare insieme nella stessa direzione”, scriveva Antoine de Saint-Exupéry.

Credo che quei momenti passati insieme siano stati la miglior preparazione per il nostro Natale. Sono stati preghiera! Riconoscendo la bellezza di essere lì insieme, mano nella mano. Anche dopo ventidue anni di matrimonio, abbiamo preparato il cuore al Natale. Non potevamo fare di meglio.

La meraviglia di cui abbiamo fatto esperienza nello stare insieme ci ha permesso di riconoscere la meraviglia che opera nella nostra vita attraverso la Grazia.Il matrimonio cristiano è un segno che non solo indica quanto Cristo ha amato la sua Chiesa nell’Alleanza sigillata sulla croce, ma rende presente questo amore nell’unione degli sposi”, dice Papa Benedetto XVI. Abbiamo riconosciuto quanto, attraverso l’altro, Dio si faccia presente e sia amore concreto e visibile per noi. Abbiamo riconosciuto l’uno nello sguardo dell’altra quella scintilla divina che rende la nostra vita densa di significato e di senso, e per questo bella.

Dedicando quel tempo solo a noi abbiamo permesso che il nostro cuore si scrostasse da tutte quelle preoccupazioni, incombenze e impegni che caratterizzano la nostra quotidianità come quella di tutte le famiglie. La nostra passeggiata ci ha aiutato a svestire i panni di Marta e ad indossare quelli di Maria. Ricordate le due sorelle di Lazzaro? “Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è necessaria” (Lc 10, 41-42). Ecco, noi spesso siamo come Marta. Tante cose da fare. Senza alzare gli occhi per contemplare lo Sposo. Riscoprirci belli serve proprio a contemplare, attraverso il nostro amore, Lui che è l’Amore.

Cosa ci può essere di meglio di questo per prepararsi al Natale? Cari sposi, nella vostra preparazione, non dimenticate di dedicare del tempo anche alla vostra coppia, al vostro amore. Non è meno preghiera. Non è meno importante che alzare lo sguardo direttamente a Gesù. “Gesù non è solo nei Cieli ma è nel vostro amore. Gesù è presente sacramentalmente nella vostra relazione e non chiede altro di poter nuovamente nascere lì, nel vostro ‘noi’, per permettere a voi di sperimentare attraverso il vostro matrimonio e il vostro amore, limitato e imperfetto, quello che è il Suo amore infinito e perfetto”. Così scrive Luigi Maria Epicoco in uno dei suoi commenti sul Vangelo.

Solo così sarà davvero Natale.

Antonio e Luisa

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L’amore è sempre una sorpresa

Proseguiamo con il testo del Cantico dei Cantici. Affrontiamo ora dei versetti strani. Dove è andato Salomone? Perché la Sulamita è restata sola? Lo scopriremo oggi. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amata

Sul mio letto, lungo la notte,

ho cercato l’amore dell’anima mia;

l’ho cercato, ma non l’ho trovato!

Mi alzerò e farò il giro della città,

per le strade e per le piazze;

cercherò l’amore dell’anima mia.

L’ho cercato, ma non l’ho trovato.

Mi hanno incontrata le guardie che fanno la ronda:

«Avete visto l’amore dell’anima mia?».

Le avevo appena oltrepassate,

quando ho trovato l’amore dell’anima mia.

L’ho stretto forte a me e non lo lascerò

finché non l’avrò introdotto in casa di mia madre,

nella camera di colei che mi ha concepito.

D’improvviso la scena cambia. Da una situazione rassicurante e luminosa si passa alle tenebre della notte. Vedremo che capiterà ancora nel proseguo. Un’altra volta, come a sottolineare gli alti e i bassi della relazione sponsale. La Sulamita si sveglia e si ritrova da sola. Lì nel talamo nuziale, in quel recinto sacro, lui non c’è. Il talamo, segno di un noi che si fa concretezza, diventa luogo di paura e solitudine.

Il Cantico è un continuo perdersi e ritrovarsi. Un continuo equilibrio da ricercare e ritrovare. Noi non siamo mai uguali. Ogni giorno cambiamo e di conseguenza cambia anche la nostra relazione. Lei lo cerca e non lo trova. Quando crediamo di conoscere l’altro, ecco che ci sorprende. Viviamo nelle nostre sicurezze, nel nostro pigro scivolare nell’abitudine. Ormai sappiamo ogni cosa l’uno dell’altra. Ci illudiamo di sapere ogni cosa. In realtà, l’altro (con altro intendo sia lui che lei) resta un mistero sempre.

San Giovanni Paolo II ci ricorda che “L’amore vero è un dono, e ogni dono autentico è sempre una sorpresa”. Questo mistero dell’altro ci sfida a non cadere nell’illusione di possederlo, ma a scoprirlo ogni giorno come un dono nuovo. Un’alterità che è continuamente chiamata a scegliere tra il bene e il male, tra il rassegnarsi alla sua debolezza e l’aggrapparsi alla forza che viene da Dio.

A volte non lo ritroviamo. Non lo troviamo lì dove ci aspettavamo di trovarlo. Non lo troviamo in quell’atteggiamento, in quel modo di pensare, in quella reazione. Non dobbiamo per questo rassegnarci ed aspettarlo passivamente, attendendo che si comporti come noi ci aspettiamo. Dobbiamo, al contrario, uscire da noi stessi, dalla nostra sicurezza e andarlo a cercare. Una relazione è bella quando accoglie i cambiamenti, le sorprese, le debolezze e anche gli errori.

Papa Francesco sottolinea che “L’amore è più forte di un momento di crisi; l’amore ci permette sempre di ricominciare” (Amoris Laetitia, 119). Questo implica un coraggio che supera le ferite dell’orgoglio e le barriere del pregiudizio. Salomone è felice di lasciarsi trovare, ma ancor di più è felice che la sua amata è disposta a cercarlo ovunque, qualsiasi strada lui abbia preso.

Fondamentale notare come lei lo trovi solo dopo aver oltrepassato le guardie di ronda. Le guardie rappresentano i nostri pregiudizi, la nostra rigidità, il nostro egoismo e il nostro orgoglio ferito. La Sulamita trova il suo amato solo quando riesce ad andare oltre tutto questo, quando riesce a mettere l’amore per il suo sposo sopra ogni altra cosa. San Tommaso d’Aquino afferma che “L’amore è un atto della volontà che tende al bene dell’altro come fosse il proprio bene”. L’amore vero supera ogni ostacolo per mettersi al servizio dell’altro.

Una volta essersi stretto al cuore il suo amato, fa qualcosa di meraviglioso. Un’altra immagine stupenda. Lo conduce nella casa della madre. Nella parte più intima. Dove lei è stata concepita ed ha visto la luce. L’amato è condotto nella stanza della vita: è una relazione che va sempre più in profondità, al cuore, sede delle decisioni, dei sentimenti, della volontà. La Sulamita vuole essere sempre più una cosa sola con lui, tanto da voler condividere tutta la sua storia fin dall’inizio. Lei è nata grazie a sua madre, ma con lui è rinata in una nuova creazione, in una creazione d’amore che da due creature ne ha forgiata una sola tanto i due sono stretti l’uno all’altra.

Sant’Agostino ci insegna che “Amare significa voler essere una cosa sola”. In questa unione profonda tra la Sulamita e il suo amato si riflette il mistero dell’unità sponsale: un amore che non solo accoglie, ma rinnova, ricrea e rende nuove tutte le cose.

Antonio e Luisa

È la fragilità amata e condivisa che ci rende forti

La Fragilità che Dura: Una Fiaba d’Amore e di Grazia

C’era una volta, in un regno incantato, una coppia di giovani sposi, Francesco e Chiara. Il giorno del loro matrimonio, il re del regno fece loro un dono speciale: una coppa di cristallo finemente lavorata, la cui bellezza lasciava senza fiato.

“La vostra unione,” disse il re, “è come questa coppa. Splendida e preziosa, ma fragile. Se la custodirete con attenzione, durerà per sempre. Se invece la trascurerete o la colpirete, si spezzerà.”

Francesco e Chiara presero il dono con gratitudine e lo posero al centro della loro casa, promettendo di prendersene cura con amore.

I Primi Giorni di Gioia

All’inizio, tutto sembrava perfetto. La coppa di cristallo brillava sotto la luce del sole, e Francesco e Chiara erano felici. Ogni giorno si impegnavano a dimostrarsi amore e rispetto. Quando uno di loro era stanco o scoraggiato, l’altro lo incoraggiava.

“Guarda come splende,” diceva Chiara ogni mattina. “È perché riflette la nostra gioia,” rispondeva Francesco.

Le Prime Crepe

Ma col passare del tempo, arrivarono le difficoltà. Francesco, preso dal lavoro, tornava spesso a casa tardi e stanco, dimenticandosi di ascoltare Chiara. Lei, delusa, iniziò a rispondere con parole fredde e distaccate.

Una sera, dopo un litigio particolarmente acceso, Francesco sbatté la porta e la coppa tremò sul suo piedistallo. Quando tornarono a guardarla, videro una piccola crepa lungo il bordo.

“È tutta colpa tua,” disse Francesco. “No, sei tu che non ti preoccupi più di noi,” rispose Chiara. La coppa sembrava sul punto di spezzarsi, e con essa il loro amore.

Un Aiuto Inaspettato

Disperati, decisero di chiedere consiglio a un vecchio saggio che viveva nella foresta. L’uomo li accolse con un sorriso e, ascoltata la loro storia, disse: “La coppa non si spezza solo per i colpi, ma per la mancanza di cura. Ogni crepa può essere riparata, ma solo con l’oro dell’amore e la colla del perdono.”

“L’oro dell’amore?” chiese Chiara. “E la colla del perdono?” aggiunse Francesco.

“L’oro dell’amore sono i gesti quotidiani di gentilezza e servizio, anche quando non ne avete voglia. La colla del perdono è la capacità di chiedere scusa e di accettare le scuse dell’altro, senza rancore.”

La Cura della Coppa

Francesco e Chiara tornarono a casa con un nuovo proposito. Ogni giorno, iniziarono a dedicarsi l’uno all’altra con piccoli gesti: Francesco ascoltava le storie di Chiara, e lei preparava con amore i suoi piatti preferiti. Quando litigavano, impararono a chiedersi scusa prima che il sole tramontasse, come il saggio aveva insegnato loro.

A ogni atto d’amore e perdono, la coppa sembrava ripararsi da sola. La crepa, che inizialmente appariva come una ferita, ora era riempita d’oro, rendendo la coppa ancora più preziosa e unica.

La Prova Finale

Un giorno, una grande terremoto si abbatté sul regno. La casa di Francesco e Chiara tremò, e la coppa cadde dal suo piedistallo. Francesco e Chiara corsero a raccoglierla, temendo il peggio.

Con sorpresa, scoprirono che la coppa era intatta. Le riparazioni d’oro l’avevano resa più resistente di quanto avessero immaginato. Abbracciandosi, compresero che il loro amore, pur fragile, era diventato forte grazie alla cura e alla grazia che avevano ricevuto.

Un Amore Eterno

Da quel giorno, Francesco e Chiara continuarono a custodire la coppa, non come un oggetto da proteggere, ma come un simbolo del loro amore. Compresero che la fragilità non è una debolezza, ma un invito a prendersi cura di ciò che è prezioso.

E così vissero, non perfetti ma fedeli, dimostrando che anche le crepe possono diventare ornamenti d’oro, e che l’amore vero, come la coppa di cristallo, può durare per sempre se affidato a Dio e alla dedizione quotidiana.

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Una croce condivisa è una croce alleggerita

Siamo Daniela e Claudio, sposati da 35 anni con 2 figli, dopo il primo periodo di innamoramento sono emerse le differenze caratteriali tra noi. Le nostre diverse vedute e sensibilità nel tempo ci hanno allontanato. Piano piano, come su un piano inclinato, ci hanno resi indifferenti l’uno all’altra fino a quando la presenza dell’altro ci risultava esasperante. Non ci si sopportava più. Screzi e discussioni, anche per futili motivi, erano all’ordine del giorno. La stima e il rispetto iniziarono lentamente a sgretolarsi.

Non avevamo fatto i conti con il nostro vissuto, con le nostre ferite e con il nostro carattere. Non eravamo abituati a metterci in discussione. Era sempre colpa dell’altro, mai la nostra. Entrambi, concentrati sulla nostra sofferenza, non ci sentivamo capiti. Credevamo che l’amore fosse finito.

Nessuno conosceva il nostro dramma, neanche le persone a noi vicine. Eravamo così bravi a nascondere il nostro malessere. Apparentemente sembravamo una coppia senza problemi. Al termine dell’ennesima discussione decidemmo di porre fine a questa relazione che produceva solo rabbia e frustrazione.

Una croce condivisa è una croce alleggerita.

Sul calvario del nostro matrimonio abbiamo incontrato il nostro cireneo: la comunità di Retrouvaille. Una comunità costituita da coppie rinate, coppie che come noi avevano vissuto storie di sofferenza. Ci hanno condiviso  le loro storie personali. E’ stato bello sentirsi compresi.

Grazie al metodo Retrouvaille siamo riusciti a lavorare sulla nostra relazione, abbiamo ricominciato a comunicare in maniera costruttiva. Con l’impegno abbiamo compreso che era possibile ricostruire la nostra storia. Partendo proprio dalle macerie di ciò che sembrava crollato ci siamo riscoperti.

Oggi la nostra vulnerabilità è diventata la nostra forza. Non è stato facile mettersi a nudo, mostrare le nostre imperfezioni e i nostri sbagli. Ora riusciamo a dialogare senza giudizi con accoglienza e rispetto. Retrouvaille ci ha insegnato che l’amore non è solo un sentimento, ma una decisione. Un’azione continua che fa crescere l’amore. I sentimenti di per sè non sono ne’ buoni ne’ cattivi, sono volubili, cambiano continuamente, in base agli eventi e alle situazioni che viviamo.

Abbiamo riscoperto il valore del Sacramento che ci ha unito. Con il sacramento Cristo è stato messo al centro della nostra famiglia. In Retrouvaille abbiamo visto e fatto esperienza della Chiesa in uscita, tanto citata da papa Francesco. Come Gesù mandava i discepoli a due a due in missione, anche noi ci sentiamo missionari di speranza. Possiamo essere quel segno sacro che agisce in virtù della grazia ricevuta. Ciò dà senso alle nostre ferite.

Ora possiamo toccarle con mano, guardarle e donarle, affinchè producano speranza in chi si trova in quella strada in salita. Aiutare le altre coppie sofferenti, attraverso la nostra testimonianza, è diventata un’esigenza, scaturita dalla gratitudine verso Retrouvaille e verso Dio. Retrouvaille è una comunità di salvati che salvano, un sostegno nelle difficoltà. Certo il cammino il lungo e in salita, ma con Retrouvaille non siamo soli, coinvolti come scalare una montagna in cordata, sapendo che se lasci la presa qualcun altro ti sosterrà e per questo anche la fatica fa meno paura.

Daniela e Claudio – Retrouvaille Italia

La castità è scritta in noi

L’Influenza dell’Amplesso Fisico nell’Unione Psicofisica e il Valore della Castità Cristiana

L’amplesso fisico, comunemente inteso come atto sessuale, rappresenta molto più di un mero incontro tra corpi. Esso costituisce una delle esperienze più profonde di connessione psicofisica tra due individui, con radici biologiche, emotive e spirituali. Noi cristiani crediamo nell’unità della persona umana. Tutto interagisce con tutto in un intreccio tra anima, psiche, cuore e corpo.

La castità è esattamente questo. Vivere ogni gesto nella verità integrale della persona. Nulla a che vedere con l’astinenza. La castità è una scelta morale. Cosa vuol dire? La morale cristiana non consiste prima di tutto in una serie di divieti, ma in una scelta per il bene, una scelta per la verità, una scelta per il vero amore che diventa dono di sé. (Discorso ai partecipanti al Convegno Ecclesiale della Diocesi di Roma, 5 giugno 2006).

La morale cattolica insegna che la dimensione sessuale non può essere separata dal contesto del dono totale e indissolubile tra i coniugi. È in questo orizzonte che si colloca il valore della castità, che non reprime, ma ordina la sessualità verso il bene autentico dell’amore. Quando il corpo esprime la stessa verità di tutta la persona.

Come afferma San Giovanni Paolo II: “L’amore coniugale si esprime in modo autentico quando i coniugi si donano totalmente l’uno all’altro, senza riserve né condizioni. Il linguaggio del corpo, espresso nell’unione sessuale, deve riflettere questa verità.” (Familiaris Consortio, 32)

I corpi nell’amplesso generano una comunione che poi però, se non vissuta all’interno dell’unione sponsale, non esiste – o esiste solo parzialmente – nel resto della persona. Cosa intendo dire? Facciamo parlare il nostro corpo.

L’Amplesso Fisico tra Connessione e Incompiutezza

L’amplesso fisico è un’esperienza che coinvolge profondamente il corpo e la mente. Durante questo momento di intimità, il corpo umano rilascia ormoni e neurotrasmettitori che rafforzano il legame tra i partner:

  • L’ossitocina, nota come “ormone dell’amore”, intensifica fiducia e affiliazione, rendendo il rapporto un luogo privilegiato di vicinanza e connessione.
  • La dopamina e le endorfine creano piacere, alleviano tensioni e generano un senso di benessere condiviso.

Questi processi fisiologici riflettono una piena intimità a livello corporeo, ma questa spesso non coincide con una reale pienezza a livello emotivo o spirituale. La sensazione di vuoto o tristezza che talvolta segue l’atto sessuale – descritta già dagli antichi romani con l’espressione “post coitum omne animal triste est” (“dopo il coito, ogni animale è triste”) – non è il frutto di norme morali o di sensi di colpa imposti, ma di un’incompiutezza intrinseca al gesto stesso quando non è radicato in un legame profondo e significativo.

Numerosi esperti e anche l’insegnamento cristiano sottolineano che l’intimità fisica raggiunge la sua pienezza solo all’interno di una relazione che abbracci tutto il significato dell’amore. L’atto sessuale, in questo contesto, diventa non solo un’esperienza di piacere, ma un’espressione totale di amore, fiducia e apertura reciproca.

La castità pre-matrimoniale diventa quindi una scuola di attesa e rispetto, capace di preservare la forza creativa dell’amplesso per il momento in cui esso può esprimere pienamente il suo significato, come dono reciproco e apertura alla vita.

2. L’Unione Psichica e Relazionale nella Castità

L’esperienza sessuale, nella visione cristiana, non si limita alla dimensione fisica ma coinvolge profondamente l’anima e la relazione. Il senso di vulnerabilità e apertura che accompagna l’amplesso richiede una base solida di fiducia e amore incondizionato, che trova il suo culmine nel sacramento del matrimonio. San Giovanni Paolo II, nella Teologia del Corpo, afferma: “La castità non è una negazione, ma la piena integrazione della sessualità nella persona. Essa libera l’amore da ogni egoismo e lo apre al dono totale di sé.

  • La castità è un cammino di maturazione: educa la persona a vivere la sessualità come dono, non come possesso.
  • L’attesa, lungi dall’impoverire la relazione, la arricchisce di significati più profondi, coltivando un linguaggio d’amore che va oltre il gesto fisico.

3. Il Senso Ultimo: Un Amore Totale e Trascendente

Il cristianesimo vede nell’amplesso fisico un segno della donazione totale tra i coniugi, un gesto che riflette l’amore di Cristo per la Chiesa. Questa prospettiva eleva l’atto sessuale al di sopra della mera dimensione biologica o emozionale, inserendolo in una dinamica di trascendenza.

Come afferma Papa Benedetto XVI: “La sessualità umana non è semplicemente biologica, ma riguarda l’uomo nella totalità della sua esistenza. Nel matrimonio cristiano, essa diventa linguaggio dell’amore, un amore che è fedele, esclusivo e aperto alla vita.” (Deus Caritas Est, 11)

La castità non sminuisce, ma orienta il desiderio umano verso la verità dell’amore: un amore che è libero, totale, fedele e aperto alla vita. È in questa logica che l’amplesso diventa un linguaggio sacro, capace di celebrare il mistero dell’unione tra corpo e spirito. San Giovanni Crisostomo dice: “Quando marito e moglie sono uniti nell’amore, essi sono come una lira suonata in armonia dallo Spirito Santo.

Antonio e Luisa

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Il mio diletto è mio e io sono sua

Proseguiamo con il testo del Cantico dei Cantici. Affrontiamo ora dei versetti meravigliosi. Il mio diletto è mio! C’è del possesso? In realtà no, c’è l’amore autentico. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amata

Il mio diletto è mio e io sono sua;

di lui che pascola fra i gigli.

Prima che spiri la brezza del giorno

e si allunghino le ombre,

ritorna, amore mio,

somigliante a una gazzella

o a cerbiatto,

sopra i monti dei profumi.

L’Amore del Cantico: Una Sintesi della Bibbia

Il mio diletto è mio e io sono sua. Questa affermazione della Sulamita è il centro del Cantico dei Cantici. In una frase è condensato l’intero libro della Bibbia. È condensato il significato dell’amore, quello vero, quello di Dio. Ci rimanda direttamente alla Genesi. Dopo che Adamo ed Eva mangiarono dall’albero, Dio disse alla donna: “Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà”. Nel Cantico c’è l’amore delle origini. Nel Cantico c’è l’amore riportato all’armonia e all’ecologia (verità naturale) dell’ordine posto dal Creatore.

Un Amore Integrale e Redento

Un amore che rende l’uno dell’altra. Un amore esclusivo, un amore erotico, un amore agapico, un amore d’amicizia, un amore che non tralascia nulla e per questo rende i due sposi l’uno dell’altra. Non per dominio come accade nella Genesi, ma per mutua donazione reciproca, donazione in anima e corpo.

Noi possiamo amare così, possiamo tornare all’amore delle origini, raccontato nel Cantico, grazie a Gesù. Grazie al nostro amore redento dal sacrificio di Cristo. Grazie quindi al sacramento del matrimonio. Il sacramento del matrimonio, per chi lo sceglie e lo vive con fede, non è un istituto giuridico e sociale frutto del patriarcato e dove la donna viene imprigionata in un ruolo di servizio – come piace definirlo oggi – ma diventa luogo di vera liberazione.

San Giovanni Paolo II ci ricorda: “Il sacramento del matrimonio è segno dell’amore di Dio per l’umanità, un amore redento e trasformato nella grazia” (Catechesi sull’amore umano, 15 settembre 1982).

Il sacramento del matrimonio opera una vera guarigione. Prende il nostro amore umano ferito dal peccato originale, incapace di esprimere e vivere un amore ecologico e autentico, e lo riporta all’ordine delle origini, lo riporta alla bellezza che Dio aveva in mente, quando ha pensato di creare l’uomo e la donna perché diventassero una carne sola.

La Gioia dell’Appartenenza Reciproca

Io sono della mia sposa e lei è per me. È bellissimo sentire di appartenerci. È bellissimo sapere che l’altra, nella libertà dei figli di Dio, ha deciso, nella sua piena libertà, di donare tutto il suo spirito e tutto il suo corpo a me e solo a me. È bellissimo sapere come da questo amore siano nati 5 figli. Persone e figli di Dio che vivranno per l’eternità grazie al nostro amore e grazie al fatto che Dio ci ha resi partecipi della creazione.

È bellissimo ogni giorno vissuto in questo modo. Sta a noi non rovinare tutto questo. Sta a noi impegnarci ogni giorno nel combattimento spirituale contro i nostri peccati e i nostri vizi. Sta a noi attingere alla forza della Grazia. Sta a noi dare tutto per l’altro nel servizio e nei gesti di tenerezza quotidiani. San Giovanni Paolo II sottolinea: “L’amore sponsale è un cammino che conduce alla santità, perché trasfigura le relazioni umane in una comunione divina” (Familiaris Consortio, n. 13).

La Sessualità: Un Dono di Dio

Voglio terminare con le parole che Papa Francesco ha donato ad alcuni giovani francesi, il 17 settembre del 2018: “La sessualità, il sesso, è un dono di Dio. Niente tabù. È un dono di Dio, un dono che il Signore ci dà. Ha due scopi: amarsi e generare vita. È una passione, è l’amore appassionato. Il vero amore è appassionato. L’amore fra un uomo e una donna, quando è appassionato, ti porta a dare la vita per sempre. Sempre. E a darla con il corpo e l’anima. Quando Dio ha creato l’uomo e la donna, la Bibbia dice che tutt’e due sono immagine e somiglianza di Dio.”

Questa è la sessualità del Cantico. Questa è la sessualità che supera il peccato originale. Questa è la sessualità redenta dal sangue di Cristo. Non buttiamo alle ortiche un dono tanto grande e pagato a un prezzo così alto dal nostro Dio. Impegniamoci a fondo per viverla in pienezza ed essere felici.

Antonio e Luisa

Un matrimonio fragile sa di eterno se custodito

La Fragilità e la Relazione Matrimoniale: Una Visione Cattolica

La frase di Nassim Nicholas Taleb “Essere fragili non è la stessa cosa che essere obsoleti. Colpisci un bicchiere e non durerà un momento; basta non colpirlo e durerà per migliaia di anni” offre una profonda riflessione sul matrimonio. Anche le relazioni più belle e durature possono apparire fragili, ma questa fragilità non implica inutilità o essere destinate al fallimento. Con una chiave cattolica, possiamo vedere questa immagine attraverso la luce della fede e degli insegnamenti della Chiesa.

1. Evitare Colpi Inutili: L’Amore Come Scelta Quotidiana

San Giovanni Paolo II ha affermato: “L’amore non è una cosa che si impara, e tuttavia non c’è niente di più importante da imparare”. Come un bicchiere fragile che dura se non viene colpito, così una relazione matrimoniale richiede di evitare comportamenti distruttivi come la mancanza di rispetto, il tradimento e l’indifferenza. Ogni giorno è un’occasione per scegliere di amare e costruire. L’amore non è solo un sentimento, ma una decisione costante di donarsi all’altro.

Un matrimonio prospera quando entrambe le parti si impegnano a non infliggersi ferite emotive attraverso parole dure o gesti scortesi. “Le parole gentili sono brevi e facili da dire, ma la loro eco è eterna”, disse Santa Teresa di Calcutta. Non esiste dire sono fatto così. La nostra promessa matrimoniale non ci preclude l’errore – sarebbe impossibile – ma ci chiede di impegnarci a fondo per farne sempre meno e migliorare il nostro atteggiamento verso il rispetto della sensibilità dell’altro.

2. Manutenzione e Cura: Il Sacramento Come Fonte di Grazia

Il matrimonio cristiano è un sacramento che riceve forza dalla grazia divina. Papa Francesco, nell’esortazione Amoris Laetitia, insegna: “L’amore che ci unisce è sostenuto dalla grazia del sacramento, che è una forza interiore permanente, offerta dallo Spirito Santo”. La cura quotidiana attraverso la preghiera comune, il dialogo sincero e i piccoli gesti d’amore protegge la relazione come il vetro che dura se custodito con attenzione.

Questa cura implica anche il perdono reciproco. San Francesco di Sales – frase poi ripresa da papa Francesco – insegnava: “Non lasciate mai che il sole tramonti sulla vostra rabbia”. Prendersi cura del proprio coniuge significa anche essere attenti ai suoi bisogni e mostrare affetto attraverso atti concreti di servizio.

3. Fragilità Non Significa Debolezza: La Forza nella Debolezza

San Paolo scrive: “Quando sono debole, è allora che sono forte” (2 Cor 12,10). La fragilità non è sinonimo di inutilità, ma di una vulnerabilità che può trasformarsi in forza quando viene affidata a Dio. Le coppie sono chiamate a riconoscere i propri limiti e a crescere insieme attraverso il perdono e l’umiltà. Accettare la propria fragilità permette di costruire una relazione fondata sulla verità. La trasparenza e l’apertura generano fiducia e rafforzano il legame. Sant’Agostino affermava: “La misura dell’amore è amare senza misura”, un invito a superare l’orgoglio per abbracciare l’amore vero.

4. Costruire Resilienza: L’Antifragilità nella Fede

Una relazione non solo sopravvive alle difficoltà, ma può diventare più forte se affrontata con fede e speranza. Come disse Sant’Agostino: “Dio non ti avrebbe dato il desiderio di ciò che sembra impossibile se non ti avesse dato anche la possibilità di realizzarlo”. Affrontare insieme le crisi permette di crescere nell’amore autentico, che è sacrificio e donazione. Superare le sfide rafforza il vincolo matrimoniale, rendendolo più profondo e stabile. Papa Benedetto XVI ha detto: “L’amore vero è un cammino che implica sacrificio, pazienza e perdono”.

L’Amore Che Dura nel Tempo

La fragilità del matrimonio non è una condanna, ma un invito alla cura continua e alla fiducia nella grazia di Dio. Come il bicchiere che dura se non viene colpito, così l’amore matrimoniale può resistere e fiorire attraverso la preghiera, il rispetto reciproco e la fedeltà. San Giovanni della Croce ci ricorda: “Alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore”. È nell’amore vissuto ogni giorno che un matrimonio fragile diventa eterno, un segno visibile della presenza di Dio nel mondo.

Antonio e Luisa

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Matrimonio e celibato. Per una teologia nuziale del cristiano

Il nuovo libro del teologo p. Manuel Valenzisi, sacerdote francescano della provincia umbra, si presenta come un’originale proposta sulle vocazioni matrimoniali e celibatarie, illuminata da uno sguardo sul Mistero di Cristo, quale Mistero di Alleanza nuziale tra Dio e uomo, Cristo e la Chiesa, e fondamento di ogni comunione tra gli uomini, specialmente tra uomo e donna.

L’autore, desideroso di accompagnare chi è in cerca della propria chiamata o vuole approfondirla, afferma che la sua ricerca si nutre non solo di riflessioni personali, ma è frutto della comunione dei santi e i compagni di fede qui in terra.

Con un approccio altamente speculativo, sintetico e chiaro nel linguaggio, il volume, suddiviso in quattro capitoli, intreccia sapientemente diritto canonico, dogmatica e spiritualità.

Attraverso un’analisi critica accurata, condotta a partire dalle fonti più autorevoli, Valenzisi dimostra l’origine socio-giuridica e non teologica della nozione classica di “stati di vita”, suggerendo un nuovo vocabolario per comprendere profondamente le vocazioni cristiane.

Egli riserva particolare attenzione al matrimonio e al celibato per il Regno, considerandole “vocazioni paradigmatiche”, senza trascurare il celibato vissuto da molti laici non sposati, i cosiddetti single, soggetti spesso a umilianti pregiudizi, e aprendo, così, una pista di riflessione assai promettente per la teologia e la pastorale della Chiesa.

Nel capitolo finale, l’Eucaristia viene identificata come il culmine e la fonte di quel Mistero nuziale che le vocazioni matrimoniale e celibataria rappresentano secondo modalità opposte e reciprocamente feconde.

In definitiva, con rigore e competenza, l’opera di Valenzisi si propone di rivitalizzare il dibattito sulle vocazioni in modo inclusivo e profondo.

Pamela Salvatori

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Booktrailer:

Stupore e Matrimonio: Un Legame Speciale

Il tempo passa molto velocemente per me in questo periodo, preso dal lavoro, dalla famiglia e da tanti impegni legati ai separati e alla diocesi: mi sto accorgendo che il periodo di Avvento è più occupato dai regali da fare e dall’organizzazione delle feste, che da un tempo di qualità dedicato a contemplare Chi sta per nascere. Spesso, infatti, siamo presi dall’abitudine e ci dimentichiamo di fermarci e lasciare che la meraviglia entri nei nostri cuori.

Lo Stupore come Grazia

Lo stupore non è solo una reazione istintiva a qualcosa di sorprendente o inatteso, ma un invito a fermarci, a riflettere, a rendere grazie per ciò che ci è stato donato e questo lo aveva ben capito San Francesco che ha inventato il presepe proprio per immedesimarsi meglio in questo evento unico.

Matrimonio: Sorgente di Acqua Viva

Il Sacramento del Matrimonio è un dono che, se non vissuto con gratitudine e stupore, può diventare routine, abitudine. La realtà del matrimonio, così come quella dell’Eucaristia, non è un regalo che ci viene dato una volta per tutte, ma una sorgente di acqua viva, che ogni giorno ci chiama a immergerci in essa, a scoprire nuovi strati di verità, di amore, di relazione. Non dovremmo mai dare per scontato il nostro matrimonio, così come non dovremmo mai smettere di essere stupiti dalla presenza di Dio nella nostra vita, che è vivo e presente nel Sacramento.

La Grazia dello Stupore nelle Piccole Cose

Lo stupore è una grazia che ci spinge a non accontentarci, a non fermarci, ma a crescere. Mi viene in mente quanto le nostre figlie ci abbiano stupito, fin da piccole, con la loro curiosità insaziabile, il loro desiderio di esplorare il mondo e di scoprire cose nuove; ogni piccolo passo per loro, dal primo bagnetto alla prima pappetta, era un grande passo verso la meraviglia e noi, guardando i loro occhi, riscoprivamo anche la bellezza e la semplicità di cose che ormai davamo per scontate.

La Meraviglia nel Cammino di Coppia

Questa spinta a meravigliarci condiziona anche il cammino come coppia: quando ci abituiamo troppo all’altro, quando smettiamo di essere sorpresi dal suo sguardo, dalle sue parole, dai suoi gesti, allora la vita matrimoniale perde qualcosa e l’abitudine, come un veleno silenzioso, inizia a corrodere l’amore.

Sorprendersi per Amarsi

Se un partner riesce a sorprenderci con una parola gentile, un gesto di comprensione, una risposta che non ci aspettavamo, ecco che ritorna la bellezza della relazione: per questo quando ci sono relazioni un po’ spente o in crisi, consiglio sempre di fare qualcosa d’inaspettato, qualcosa che sorprenda l’altro, del tipo: “Ho organizzato tutto, stasera andiamo fuori a cena e poi a vedere quel film che desideravi guardare”.

Stupore nella Separazione

Nella separazione ho abbassato tanto le aspettative con mia moglie, in poche parole mi aspetto poco o niente, ma quanto sono contento quando pensavo che si sarebbe arrabbiata e invece riusciamo a parlare civilmente, oppure quando siamo in completa sintonia sulle scelte da prendere per le nostre figlie! Allora ringrazio Dio e mi meraviglio di quanto Lui continui ad amarci nonostante tutti i nostri difetti e i nostri errori.

L’Avvento e il Mistero della Meraviglia

Nel periodo di Avvento, siamo chiamati a riflettere sul grande Mistero che ha preso forma in Maria, una giovane donna che si è trovata davanti a qualcosa di immensamente più grande di lei, qualcosa che non riusciva a comprendere del tutto: si meraviglia esclamando “Come è possibile?”, come ogni cuore umano che si apre alla presenza divina.

Un Natale di Silenzio e Stupore

Ecco, in questo Natale, il mio desiderio è di poter rimanere in silenzio davanti al presepe, magari con le mie figlie, cercando di vedere, tra le luci, la bellezza del Bambino che nasce. Voglio fermarmi a contemplare quel dono straordinario che è la venuta di Cristo, senza aspettarmi nulla di più; forse allora sarà davvero un Natale diverso, un Natale che non ha bisogno di regali spettacolari, ma che trova la sua pienezza nel semplice stupore di essere amati da Dio, che è venuto per ciascuno di noi con tenerezza.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Maria, Madre e Figlia: Riflessioni sull’Omelia di Papa Francesco. Maria figlia.

Durante la Messa dell’otto dicembre Papa Francesco ci ha regalato una bellissima omelia su Maria. La Madonna vista come donna. Pienamente donna. Donna che è figlia, donna che è moglie e donna che è madre. Mi è piaciuta tantissimo tanto che ho deciso di farne una serie di tre riflessioni. Oggi iniziamo con Maria figlia. Il Papa ha affermato:

Prima di tutto guardiamo all’Immacolata come figlia. Della sua infanzia i Testi sacri non parlano. Il Vangelo ce la presenta invece, al suo ingresso sulla scena della storia, come una giovane ragazza ricca di fede, umile e semplice. È la “vergine” (cfr Lc 1,27), nel cui sguardo si riflette l’amore del Padre e nel cui Cuore puro la gratuità e la riconoscenza sono il colore e il profumo della santità. Qui la Madonna ci appare bella come un fiore cresciuto inosservato e finalmente pronto a sbocciare nel dono di sé. Perché la vita di Maria è un continuo dono di sé.

Maria, come figlia di Dio, ci offre numerosi insegnamenti preziosi per la nostra vita spirituale e quotidiana. Ecco alcuni spunti:

1. Fiducia totale nel Padre

Maria ci insegna a fidarci pienamente di Dio, anche quando il Suo piano non è immediatamente comprensibile. Il suo fiat (“Avvenga di me secondo la tua parola” – Lc 1,38) è l’esempio perfetto di abbandono fiducioso alla volontà divina. Come ha detto Papa Benedetto XVI: Maria ci invita a mettere Dio al primo posto e a fidarci di Lui, che ci guida come un Padre amorevole.

Come Maria si è fidata pienamente del piano di Dio, gli sposi sono chiamati a fidarsi l’uno dell’altro e del progetto che Dio ha per loro.

2. Umiltà e disponibilità

Come figlia, Maria vive nella totale consapevolezza di essere amata da Dio e risponde con umiltà e apertura. Non si vanta del privilegio ricevuto, ma lo accoglie come un dono da condividere con l’umanità. San Bernardo di Chiaravalle diceva: Maria è l’umile serva che riconosce la propria piccolezza e lascia a Dio tutto il merito.

Maria insegna a vivere l’amore con umiltà, senza cercare di mettersi al centro, ma mettendosi al servizio. Questo atteggiamento può ispirare gli sposi a donarsi l’uno all’altro con generosità.

3. Obbedienza filiale

Maria ci insegna che la vera libertà nasce dall’obbedienza. La sua sottomissione alla volontà del Padre non è passività, ma un atto di amore consapevole. San Luigi Maria Grignion de Montfort scrive: Maria è la figlia obbediente che vive ogni istante per glorificare il Padre, seguendo con prontezza ogni Suo desiderio.

Maria insegna ad accogliere con fede e pazienza le sfide, vedendole come parte del cammino verso una maggiore santità.

4. Gratitudine verso Dio

Maria è modello di riconoscenza. Il suo canto, il Magnificat (Lc 1,46-55), è un’esplosione di gratitudine verso Dio, che ha compiuto grandi cose in lei. Papa Francesco ci ricorda: Maria è la donna del sì e del grazie. Insegna che la gioia vera nasce dal riconoscere l’amore di Dio nella nostra vita. (Omelia, 15 agosto 2013)

Il Magnificat di Maria ricorda agli sposi di ringraziare Dio per il dono del loro amore e di riconoscere ogni giorno le benedizioni nella loro vita.

5. Vivere come figli amati

Maria vive la sua relazione con Dio come una figlia che sa di essere amata infinitamente. Questo amore la rende capace di affrontare con forza e serenità le difficoltà. Anche noi possiamo imparare a vivere con questa consapevolezza. San Giovanni Paolo II scriveva: In Maria vediamo cosa significa essere figli di Dio: accettare il Suo amore, corrispondere ad esso e lasciarsi trasformare. (Redemptoris Mater, 18)

La vita di Maria è un abbandono completo allo Spirito Santo. Maria la piena di Grazia. Per noi sposi significa aprire il cuore alla Grazia del sacramento del matrimonio. Che il nostro amore rifletta il Suo amore.

6. Essere strumenti di amore

Maria ci insegna, infine, che essere figli di Dio significa diventare canali del Suo amore per il mondo. La sua vita è un dono continuo per gli altri, a partire dal suo ruolo di Madre del Salvatore.

La vita di Maria è un continuo dono di sé. Per gli sposi, questo significa imparare a rinunciare all’egoismo per costruire un amore autentico e duraturo.

Antonio e Luisa

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Le piccole volpi: un pericolo sottovalutato

Proseguiamo con il testo del Cantico dei Cantici. Fanno la loro comparsa dei “teneri animaletti“. Sono davvero così innocui? Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amata

Catturate per noi le volpi,

le volpi piccoline

che devastano le vigne:

le nostre vigne in fiore!

Nel Cantico dei Cantici, l’immagine delle piccole volpi sembra inizialmente tenera e innocua. Tuttavia, il testo ci invita a vigilare attentamente: queste piccole volpi possono essere letali per la vigna in fiore. Ma cosa rappresentano queste “volpi” nella vita matrimoniale?

San Giovanni Paolo II, nel suo magistero sulla famiglia, sottolineava che l’amore coniugale deve essere continuamente curato, poiché anche i piccoli gesti di disattenzione possono minare la solidità del rapporto. “L’amore autentico è esigente, ma proprio per questo è fonte di vera libertà” (Familiaris Consortio, n. 14).

Una vigna rigogliosa

Il matrimonio, all’inizio, è spesso paragonabile a una vigna fiorita: piena di colori, profumi, bellezza e promesse di frutti abbondanti. È una stagione di gioia che dona sostanza e fondamento alla vita degli sposi. Tuttavia, come ogni vigna, anche la relazione matrimoniale è fragile e può essere attaccata, non necessariamente da eventi straordinari, ma da piccole minacce quotidiane.

Le piccole volpi: cosa sono?

Le piccole volpi sono le mancanze quotidiane, le abitudini dannose e le omissioni apparentemente insignificanti. Non sono i “grandi uragani” della vita, come lutti o tradimenti, a distruggere molti matrimoni, ma piuttosto queste piccole insidie trascurate. Giovanni Paolo II ci ricorda: “La grande tentazione del matrimonio è la routine, che rischia di spegnere il fuoco dell’amore. È necessario un rinnovamento continuo del dono reciproco” (Homilia sobre el Matrimonio, 1980).

Esempi di piccole volpi nella vita matrimoniale includono:

  • Non salutare il coniuge al momento di uscire o tornare a casa.
  • Evitare momenti di tenerezza o dialogo, rifugiandosi invece in distrazioni come televisione o smartphone.
  • Trascurare la preghiera e l’unione spirituale come coppia.
  • Lasciarsi sopraffare dalla stanchezza e non coltivare l’intimità fisica.

Il pericolo degli sciacalli

Secondo il cardinale Gianfranco Ravasi, l’ebraico antico utilizza lo stesso termine per indicare sia le volpi sia gli sciacalli. Gli sciacalli, che si cibano di carogne, diventano un simbolo delle “morti relazionali” che si accumulano nel tempo, se non affrontate. San Giovanni Paolo II ci esorta: “Non abbiate paura delle difficoltà della vita familiare. Esse possono essere superate con l’amore, la pazienza e la grazia di Dio” (Familiaris Consortio, n. 13).

Scacciare le piccole volpi

Per salvaguardare la bellezza della vigna matrimoniale, è necessario identificare queste piccole volpi e scacciarle con determinazione. Gli sposi sono chiamati a un rinnovamento costante, a prendersi cura del loro rapporto con impegno e creatività. Come insegna Giovanni Paolo II: “L’amore si consolida e si rinnova nel dono di sé quotidiano, nelle attenzioni piccole e grandi che rafforzano il legame e rendono il matrimonio sempre più simile al sogno di Dio per l’uomo e la donna” (Catechesi sull’Amore Umano, 1981).

Il matrimonio è una vigna preziosa, affidata alle nostre mani. Sta a noi coltivarla con cura, liberarla dalle piccole volpi e proteggerla dagli sciacalli, affinché possa continuare a fiorire e portare frutti di amore e gioia.

Antonio e Luisa

Il Matrimonio e le Trappole di satana

La relazione tra gli sposi e la crescita personale di ogni persona passano attraverso il perfezionamento verso il bene e la verità di ogni componente umana. Noi cristiani quindi non possiamo sottovalutare che abbiamo un’anima. La nostra parte più trascendente. Per questo non possiamo disinteressarci dell’influsso di satana nella nostra vita. So che tanti fanno fatica a crederci ma credo che siano verità che fanno parte della nostra fede e vanno conosciute.

Il matrimonio cristiano è una vocazione sacra che riflette l’amore tra Cristo e la sua Chiesa. Per questo motivo, il diavolo lo odia e tenta in ogni modo di distruggerlo. Come ha ricordato Papa Francesco: “Il demonio ha due armi potenti per distruggere la Chiesa: le divisioni e il denaro. Il matrimonio è immagine della Chiesa, e dunque il demonio lavora per seminare discordia anche tra gli sposi.”

Questa battaglia spirituale si manifesta sia con tentazioni ordinarie che straordinarie, come ossessioni, vessazioni o, nei casi più gravi, possessioni. Tuttavia, gli sposi che vivono l’amore coniugale nella gratuità e nella totale donazione non hanno nulla da temere. San Giovanni Paolo II ci ha insegnato che: “L’amore vero si realizza nel dono sincero di sé. Gli sposi che vivono questa realtà partecipano dell’amore stesso di Dio.” Ma siccome la maggior parte di noi fatica a raggiungere tali vette, è essenziale essere consapevoli delle trappole che il demonio usa per allontanarci dal piano di Dio.

1) Le sedute spiritiche, pozioni magiche, magia bianca e nera.

Papa Benedetto XVI ha sottolineato la pericolosità di queste pratiche: “Nel tentativo di dominare il futuro o influenzare eventi al di fuori della volontà divina, l’uomo si apre a forze oscure che lo portano lontano da Dio. Solo la luce di Cristo libera dal potere delle tenebre.” Queste attività, spesso mascherate da innocue curiosità, sono in realtà porte spalancate verso l’occultismo e il demonio.

2) Cartomanti, occultisti e guaritori.

A coloro che si rivolgono a maghi e cartomanti per problemi di salute, lavoro o amore, Papa Francesco ha ricordato: “Rivolgersi agli indovini o a chi promette di risolvere i problemi con mezzi magici significa negare la fiducia in Dio. Questo è peccato contro il primo comandamento.” Queste pratiche possono sembrare efficaci inizialmente, ma conducono a schiavitù spirituale, truffe e manipolazioni. Secondo l’Osservatorio Antiplagio Italiano, 12 milioni di italiani cadono in queste trappole, soprattutto tramite internet e social media.

3) La televisione come veicolo di occultismo.

In molte trasmissioni televisive si promuovono maghi, astrologi e stregoni. San Giovanni Paolo II avvertiva: “I mezzi di comunicazione sociale hanno una responsabilità speciale nel formare le coscienze. La diffusione di pratiche occulte contribuisce a una cultura della morte e della confusione spirituale.”

4) Internet e social media.

Papa Francesco ha messo in guardia contro l’uso improprio del web: “Internet è un dono di Dio, ma quando diventa un veicolo di odio, menzogna o pratiche che offendono Dio, si trasforma in uno strumento del maligno.” Contenuti legati al satanismo, al rock estremo o all’occultismo abbondano online, avvicinando le persone, soprattutto i giovani, a pericoli spirituali.

5) Tatuaggi e piercing con significati occulti.

Sebbene non sempre siano problematici, quando tatuaggi e piercing si ispirano a simboli satanici o esoterici, rappresentano una profanazione del corpo. Come ricorda San Giovanni Paolo II: “Il corpo è chiamato a glorificare Dio e non può essere strumento di idolatria o simbolo di ribellione.”

6) La pornografia: una ribellione al progetto di Dio sugli sposi.

La pornografia è una delle trappole più diffuse e devastanti. Papa Francesco ha definito questo fenomeno un “attentato alla dignità umana”, aggiungendo: “La pornografia distrugge i legami d’amore e rende schiavi del piacere egoistico, privando l’uomo della capacità di amare veramente.” L’ossessione per il piacere conduce alla perversione e, nei casi più gravi, al satanismo.

7) La massoneria.

La massoneria è stata più volte condannata dalla Chiesa per i suoi legami con pratiche esoteriche e culti contrari a Dio. Papa Leone XIII, nella sua enciclica Humanum genus, scrisse: “La massoneria cerca di sovvertire l’ordine cristiano, promuovendo un’umanità separata da Dio, sotto l’apparenza di benevolenza e progresso.” Le testimonianze confermano l’uso di riti magici e la venerazione di Lucifero in alcuni ambienti massonici.

8) La maledizione generazionale.

Papa Francesco ha più volte richiamato l’importanza di benedire, non maledire: “La benedizione è un dono che porta pace e vita. La maledizione, al contrario, nasce dal cuore chiuso a Dio e alimenta il male.” Maledire i figli o rivolgersi a maghi per potenziare tali maledizioni è un grave peccato e un pericolo spirituale.

9) La separazione coniugale.

La separazione è una ferita dolorosa, spesso sfruttata dal maligno per alimentare odio e risentimento. Papa Benedetto XVI ha detto: “Il perdono tra gli sposi è l’unica via per superare le crisi e aprirsi alla grazia di Dio, che può trasformare anche le situazioni più difficili.” Quando si cede al risentimento, si può cadere nella tentazione di vendette spirituali pericolose.

10) Halloween e l’occultismo.

Padre Francesco Bamonte, vicepresidente dell’Associazione Internazionale Esorcisti, ha dichiarato: “Halloween, pur presentato come gioco innocente, abitua i giovani a una mentalità che banalizza il male e apre alla fascinazione per l’occulto. La mia esperienza come quella di altri esorcisti, mostra come la ricorrenza di Halloween incluso il tempo che la prepara, sia di fatto per alcuni giovani, un momento privilegiato con realtà varie o comunque legate al mondo dell’occultismo, con conseguenze gravi non solo sul piano spirituale, ma anche sul piano dell’integrità psicofisica”. Papa Francesco ci ricorda che l’unica vera festa è quella della comunione con i santi: “Celebriamo la santità, non il male. Siate santi, perché Dio è santo.”

Queste sono alcune delle trappole che ci possono irretire, dobbiamo essere sempre vigilanti e radicarci, fonderci in Gesù Cristo e Maria. Bisogna avere l’umiltà di rivolgersi agli esorcisti in modo da affrontare correttamente i disturbi fisici e mentali a cui non ci sono spiegazioni mediche. Questi sono tempi di prova, ma anche di speranza, siamo in piena Apocalisse, alziamo il capo perché la nostra liberazione è vicina. Siccome Gesù è infinitamente buono, ci ha donato nuove esagerazioni d’amore tramite i Libri di Cielo vergati da Luisa Piccarreta per darci lo strumento per fonderci completamente in Lui e sconfiggere definitivamente il demonio. Nel volume 17 del 22 settembre 1924 dice: “ Figlia mia sono proprio loro ( i demoni); vorrebbero che non scrivessi sulla mia Volontà e quando ti veggono scrivere Verità importanti sul vivere nel mio Volere, soffrono un doppio inferno e tormentano di più i dannati; temono tanto che potessero uscire questi scritti sulla mia Volontà, perché si veggono perduto il loro regno sulla terra, acquistato da loro quando l’uomo, sottraendosi dalla Volontà Divina, diedero libero il passo alla sua volontà umana”.
Che meraviglia! Entriamo nella Volontà Divina leggendo i 36 volumi– Libro di Cielo-, facendo diventare ogni verità di Gesù la nostra vita ed entriamo nell’Avvento del Regno di Dio!

Riccardo Rossi e Antonio De Rosa

Fonti per questo articolo:

L’omicida sconfitto, libro,  autore Fra Benigno esorcista
La mia esperienza di esorcista, libro, autore Cataldo Migliazzo (sacerdote ora in Cielo)
Il diavolo e i suoi attacchi al Matrimonio, libro, autore Fra Benigno
Libro di Cielo, volume 17, diario della Piccola figlia della Divina Volontà Luisa Piccarreta
Testimonianza di un ex massone Maurice Caillet:  https://www.youtube.com/watch?v=Y62cFFgmYEg&t=994s
Intervista a Padre Francesco Bamonte presidente dell’Associazione internazionale esorcisti su Hallowen: https://archivio.agensir.it/2018/10/31/halloween-e-una-festa-pericolosa-parlano-gli-esorcisti-non-e-un-gioco-innocente-ma-un-progetto-contro-il-cristianesimo/
Osservatorio Antiplagio: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2024/05/17/osservatorio-antiplagio-20-degli-italiani-si-rivolge-ai-maghi_4da5ebec-aeb5-40c7-bd6e-18cd563fc582.html

Per approfondire le verità di Cielo: https://www.adveniatregnumtuum.it/

Uno specchio senza sconti che rivela chi siamo

Il matrimonio cristiano è curativo. Parlando con un’amica terapeuta abbiamo condiviso la convinzione che l’amore gratuito e l’accoglienza gratuita che il nostro coniuge ci dona, di tutta la nostra persona, anche nelle parti meno amabili, possano davvero aiutarci a guardarci con uno sguardo diverso, a vederci preziosi e a superare determinate ferite scaturite dalla paura di non essere amati o desiderati. Esattamente come accade nella relazione con Gesù. Ci guarisce dalle nostre paure.

Il romanzo La storia infinita di Michael Ende offre molteplici immagini simboliche che rimandano a temi profondi, tra cui proprio questo. Uno degli episodi più memorabili è quello dello Specchio di Atreiu, nel quale il giovane protagonista, per proseguire il suo viaggio, deve affrontare uno specchio che riflette la verità più profonda di chi vi si specchia. Atreiu, nell’istante in cui si guarda, vede non solo sé stesso, ma anche le parti nascoste e inconfessate del proprio animo. È uno specchio spietato, che non lascia spazio a inganni o apparenze: chiunque si guardi è costretto a confrontarsi con la verità del proprio essere, anche con i propri limiti e paure più intime. Questo momento riflette il tema dell’autoconoscenza e dell’accettazione delle proprie fragilità come un passo essenziale per la crescita personale.

Questo concetto dello specchio può essere metaforicamente applicato alla relazione matrimoniale, in particolare nel contesto del matrimonio cristiano. Nella visione cristiana, il coniuge diventa uno specchio attraverso il quale possiamo vedere noi stessi in modo autentico e veritiero, riflettendo sia gli aspetti luminosi sia quelli più oscuri del nostro essere. Il sacramento del matrimonio, infatti, invita i coniugi a vivere una dimensione di trasparenza e accettazione reciproca.

Gli ultimi papi hanno espresso più volte questo concetto. Lo ha fatto Giovanni Paolo II: “Nel matrimonio, l’uomo e la donna si trovano di fronte a loro stessi, a volte vedendo riflessi i propri limiti, ma imparano a crescere nell’amore e nella comunione” (Udienza Generale, 18 agosto 1982). Lo ha fatto anche Benedetto XVI: “L’amore tra marito e moglie è segnato dal confronto continuo con l’altro, che ci rimanda la nostra vera immagine, inclusi i difetti, e ci chiama a migliorare e crescere insieme” (Deus Caritas Est, 17).

Così come Atreiu vede riflesso tutto di sé nello specchio, anche nel matrimonio cristiano ci confrontiamo con l’immagine di noi stessi che l’altro ci rimanda, un’immagine che non possiamo sempre controllare o plasmare secondo i nostri desideri.

Lo sguardo del coniuge diventa allora uno specchio che rivela le parti di noi stessi che vorremmo nascondere. In una relazione autentica, l’altro ci spinge a rivelare le nostre fragilità, le paure e le insicurezze. È uno specchio che non inganna e non addolcisce la realtà, ma che ci permette di vedere chi siamo veramente, anche quando ci risulta difficile o doloroso. Nel matrimonio cristiano, questa verità ha un valore particolare: il coniuge, lungi dall’essere un semplice osservatore, è chiamato ad amare l’altro nella sua totalità, accogliendo non solo le qualità ma anche le debolezze. Questo sguardo non giudicante, ispirato dall’amore di Cristo, permette a entrambi i coniugi di accettare sé stessi e di crescere insieme nella santità.

L’analogia dello specchio, quindi, sottolinea come il matrimonio sia un percorso di trasformazione interiore. Guardarsi nello specchio di un altro significa accettare di mettere da parte l’orgoglio, riconoscere i propri errori e lavorare per diventare una versione migliore di sé, in un cammino condiviso che punta all’unità e all’amore. In questo processo, entrambi i coniugi sono continuamente chiamati a scegliere di rimanere insieme nonostante le imperfezioni reciproche, perché l’amore coniugale è innanzitutto una decisione, un impegno che viene rinnovato ogni giorno.

Infine, mentre Atreiu affronta il suo specchio come un singolo eroe, nel matrimonio cristiano l’esperienza dello specchio è condivisa. Non si tratta di un viaggio individuale, ma di un cammino che si compie insieme, sostenendosi a vicenda. La relazione matrimoniale diventa così uno spazio sacro in cui ciascuno può crescere attraverso l’altro, specchiandosi in lui o lei e trovando non solo i propri limiti ma anche la capacità di superarli. La forza di questo percorso deriva proprio dal fatto che, come nello specchio di Atreiu, la verità che vediamo riflessa non è mai fine a sé stessa, ma è sempre un invito a migliorare, a diventare più autentici, più capaci di amare.

Antonio e Luisa

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Scienza e Fede: Come Gestire le Discussioni con Amore

Un litigio può divampare in pochi istanti, ma altrettanto velocemente può essere disinnescato. Uno studio recente dell’Università di St. Andrews, pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature, ha rivelato che una pausa di soli cinque secondi è sufficiente per interrompere l’escalation emotiva durante una discussione. Analizzando 81 coppie, i ricercatori hanno scoperto che questa breve pausa aiuta a ridurre l’effetto degli ormoni dello stress che si accumulano durante un conflitto.

Nel momento in cui ci si ferma, si attiva un processo di riflessione che consente di tornare a un equilibrio emotivo, favorendo una comunicazione più chiara e pacata. Ma questo principio, che la scienza documenta, trova un’eco straordinaria nella spiritualità cattolica, dove la gestione del conflitto è spesso associata a virtù come la mitezza, la pazienza e l’umiltà.

La saggezza dei santi sulla gestione dei conflitti

San Francesco di Sales, noto per il suo temperamento pacifico e per i suoi insegnamenti sulla dolcezza, scriveva: “Nulla vince più dolcemente e saldamente della mitezza.”
Questa virtù, secondo il santo, è essenziale per affrontare le tensioni con uno spirito di riconciliazione e rispetto reciproco. Fermarsi per cinque secondi, come suggerisce lo studio, è un atto di mitezza che spezza il ciclo della reattività impulsiva.

Allo stesso modo, Santa Teresa di Lisieux, nelle sue lettere, sottolineava l’importanza di non reagire d’impulso: “Quando sento nascere in me una parola aspra, mi sforzo di sorridere e di cambiare tono. Questa è la mia piccola vittoria.”
La “pausa” scientifica diventa così un momento di grazia in cui scegliere di rispondere con amore anziché con rabbia.

Le parole dei papi: una guida per la pace familiare

Papa Francesco, nell’esortazione Amoris Laetitia, invita le coppie a coltivare la pazienza e il dialogo: “Non lasciate mai finire la giornata senza fare la pace. Mai.”
L’appello del Papa richiama l’importanza di riconciliarsi, ma anche di prevenire l’escalation dei conflitti. La pausa di cinque secondi suggerita dalla scienza potrebbe essere proprio il punto di partenza per applicare questo consiglio nella vita quotidiana.

Anche San Giovanni Paolo II, parlando del matrimonio come “via di santità”, esortava a praticare l’ascolto attivo e il perdono: “La famiglia si costruisce ogni giorno attraverso gesti d’amore e perdono reciproco.”
Una pausa breve, in cui sospendere ogni giudizio, è un gesto d’amore che apre alla comprensione e alla misericordia, pilastri fondamentali di ogni relazione cristiana.

Scienza e fede: una convergenza significativa

Lo studio dell’Università di St. Andrews ci ricorda quanto il nostro cervello sia influenzato dagli ormoni dello stress. Quando discutiamo, il cortisolo e l’adrenalina prendono il sopravvento, offuscando la capacità di pensare razionalmente. Fermarsi per cinque secondi non è solo una pausa fisica, ma un atto che consente alla mente di tornare lucida.

Nella prospettiva cristiana, questa pausa può essere trasformata in un momento di preghiera o invocazione interiore. Un’Ave Maria sussurrata o una semplice richiesta di aiuto a Dio può dare una dimensione spirituale a quel tempo di riflessione, trasformandolo in un’occasione per cercare la pace del cuore.

Un cammino di conversione quotidiana

Litigare fa parte della natura umana, ma il modo in cui affrontiamo il conflitto rivela chi siamo e quali valori ci guidano. San Paolo, nella Lettera agli Efesini, esorta: “Non tramonti il sole sopra la vostra ira” (Ef 4,26).
Questa frase ci invita a risolvere i contrasti con rapidità e a non permettere che la rabbia prenda il sopravvento.

La scienza ci offre strumenti pratici per gestire le tensioni, ma è nella luce della fede che troviamo la motivazione più profonda: amare come Cristo ci ha amati, con pazienza, perdono e mitezza. La pausa di cinque secondi, dunque, può essere non solo una tecnica psicologica, ma anche un momento di grazia che trasforma il conflitto in opportunità di crescita personale e spirituale.

In un mondo frenetico, imparare a fermarsi, respirare e riflettere è un’arte preziosa, che la scienza e la fede, insieme, ci insegnano a coltivare.

Antonio e Luisa

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Fammi scorgere il tuo volto

Proseguiamo con il secondo poema. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amato

Alzati, amica mia, mia incantevole, e vieni via!

Mia colomba che stai nelle fenditure della roccia,

nei nascondigli dei dirupi,

fammi scorgere il tuo volto,

fammi ascoltare la tua voce,

perché la tua voce è soave, il tuo volto è leggiadro.

“Alzati e vieni! Io voglio godere della tua bellezza, sposa mia. Non nasconderti. Non mettere barriere tra me e te. Mostrati interamente.”

Queste parole del Cantico dei Cantici sono un invito a vivere un amore profondo. Uno sguardo che accoglie l’altro senza giudizi, barriere o paure.

Non temere i tuoi difetti

“Non aver paura del mio giudizio. Non aver paura dei tuoi difetti. Quello che non ti piace del tuo corpo, del tuo carattere, della tua persona è parte di un tutto che per me è meraviglia.” L’amore vero vede oltre le imperfezioni. Tutto ciò che siamo, anche le nostre fragilità, diventa bellezza per chi ci ama. Come diceva San Giovanni Paolo II: “L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per sé un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore.”

Lo sguardo che riduce

Il contrario dello sguardo d’amore è lo sguardo pornografico. Questo sguardo non vede l’interezza della persona, ma la riduce a un oggetto. Quante volte, nei discorsi comuni, le donne vengono identificate con una parte del loro corpo? Questo sguardo non permette di amare davvero. Come ammonisce Papa Francesco: “L’amore non si può comprare o vendere. È un dono gratuito.”

Lo sguardo puro dello sposo

Lo sposo del Cantico ha uno sguardo puro. Egli riesce a cogliere la bellezza totale dell’amata.“Mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce. Attraverso il tuo corpo e la tua voce traspare tutta la tua bellezza che è per me irresistibile e affascinante.” Questo sguardo non possiede, ma rispetta. Riconosce la persona come un mistero da amare. Come diceva San Francesco di Sales: “La vera bellezza, come l’amore vero, nasce dal cuore.”

Uno sguardo che libera

La Sulamita, guardata con amore puro, si sente libera di mostrarsi senza difese. Lo sposo non la usa, ma la accoglie. Questo sguardo è anche un sostegno. San Giovanni Crisostomo scriveva: “Il marito deve rispettare la moglie non come una schiava, ma come un’anima libera. Nulla la rende più felice del sentirsi amata.”

Cari uomini, purifichiamo il nostro sguardo

Davvero il nostro sguardo, cari uomini, deve essere purificato. Le nostre spose percepiscono se le guardiamo con amore autentico o con uno sguardo inquinato. Questo cambiamento richiede impegno. Costa fatica. Ma porta una grande trasformazione nella relazione.

Quando recuperiamo lo sguardo d’amore del Cantico, la relazione diventa un vero canto. Come disse San Paolo: “Amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa.”

Diventiamo protagonisti del Cantico

Dio ci ha donato il Cantico dei Cantici per viverlo nella nostra vita e nel nostro matrimonio. È una strada impegnativa, ma è la via per trasformare il nostro amore in un riflesso del Suo. Questa è la via.

Antonio e Luisa