Prima di proseguire con l’approfondimento delle parole del Cantico (clicca qui per leggere gli articoli già pubblicati), mi fermo un attimo su un concetto fondamentale che emerge da tutto il dialogo d’amore tra Salomone e la sua Sulamita.
Dialogo verbale e spesso anche non verbale, fatto di sguardi e di gesti colmi di tenerezza. Tra i due sposi non esiste solo una passione erotica. C’è molto di più. C’è una bellezza profonda. Uno sguardo di meraviglia che scruta e contempla attraverso il corpo, che è la parte concreta e visibile dell’altro, tutta la bellezza della persona amata. Bellezza che viene percepita e gustata attraverso il corpo, che viene accolto e scoperto con tutti i sensi. Di cosa voglio parlare quindi? Dell’amabilità.
Nel Cantico è un continuo ripetere affermazioni che esprimono l’amabilità: Come sei bello! Come sei incantevole! Che bello stare con te! Che gioia appartenerti! Come è bello sapere che mi appartieni! Abbiamo parlato sovente dell’importanza della tenerezza, che è la modalità degli sposi di esprimersi amore. La tenerezza è il linguaggio principale degli sposi. L’amabilità non è meno importante. È il modo in cui ci disponiamo ad accogliere la persona amata.
Una persona è amabile quando è bello stare vicino a lei. Una persona è amabile quando è facile amarla. La bellezza che sprigiona come persona è tale che rende bello stare con lei. Questa bellezza, che siamo chiamati a manifestare l’uno nei confronti dell’altra, sicuramente passa anche dai gesti teneri come abbracci, carezze e quant’altro, ma non basta. Dobbiamo chiederci anche quanto siamo accoglienti verso l’altro. Quanto accogliamo positivamente le manifestazioni d’amore dell’altro? Quanto percepiamo che l’altro ha stima di noi?
Devo impegnarmi a coltivare la mia bellezza interiore ed esteriore per il mio sposo o per la mia sposa. Devo impegnarmi a coltivare la mia persona, il modo di agire, di rapportarmi, di parlare, di affrontare la vita, in modo che io diventi sempre più bello o più bella per lui o per lei. Ciò non significa farci manipolare o condizionare dall’altra persona. Non c’è violenza o costrizione. Tutt’altro.
Significa arrendersi all’amore. Decidere per amore di cambiare se stessi. Io sono libero ed è l’amore che ho per quella donna che mi sta al fianco da diversi anni che mi induce a cambiare. L’amore per lei, la gratitudine e la meraviglia, che sento per il dono di sé che ogni giorno mi offre senza chiedermi nulla, mi danno quella determinazione e quel desiderio profondo di cambiare le parti buie di me che ancora possono provocarle sofferenza o che non mi permettono di accoglierla pienamente. Lei mi amerebbe sempre, mi ha dimostrato più volte di amarmi per quello che sono. Questa è la forza salvifica dell’amore che ti porta a dare il meglio. Non è lei che mi fa suo, ma sono io che mi faccio suo, liberamente e nella verità.
Non dobbiamo perdere tempo a cercare di cambiare il nostro coniuge. Non cambierà mai per le nostre insistenze. Impegniamoci invece a renderci sempre più amabili. Solo allora, forse, anche l’altro sentirà il desiderio di cambiare. La forza dell’amore è la sola che può sconfiggere le tenebre che ognuno di noi, nessuno escluso, si porta dentro. Per essere amabili c’è bisogno di saper mettere l’altro al centro.
La persona è amabile quando ama in modo autentico e non quando cerca l’altro per secondi fini o per un tornaconto personale. Per egoismo. Essere amabili significa infatti donarsi secondo la sensibilità dell’altro. Significa saper accogliere la sensibilità dell’altro. Significa essere attento al suo modo di sentire. Cerchiamo davvero di essere così? Oppure vogliamo avere sempre l’ultima parola su tutto? Siamo persone capaci di sopportare o ci risentiamo ed offendiamo subito? Siamo persone capaci di metterci nei panni dell’altro, di compatire e di condividere oppure siamo persone che tendono a sottovalutare le emozioni e le sofferenze dell’altro?
Se saremo capaci di essere amabili saremo anche belli, saremo persone con le quali è bello stare ed è bello vivere. Saremo persone ricercate e affascinanti. L’amabilità è sintesi tra interiorità ed esteriorità. L’amabilità richiede l’accettazione serena dei propri limiti, ma allo stesso tempo una ricerca umile di migliorare e di far emergere il buono di sé. Concretamente dobbiamo stare attenti a valorizzare la nostra persona come comportamento e come linguaggio. Se abbiamo dei comportamenti o dei modi di dialogare che sappiamo che all’altro danno fastidio, perché continuiamo a metterli in atto? È nostro dovere pian piano limarli e correggerli. Se quelle parole non piacciono, perché continuiamo a dirle? Se quel comportamento irrita, perché continuiamo a comportarci così? Non siamo bambini capricciosi, ma uomini e donne maturi capaci di correggere se stessi per amore.
Anche la trascuratezza nel vestire e nel curarsi è sintomo di poca amabilità. Desiderare di essere bella per il marito, desiderare di essere affascinante per la moglie non è sbagliato. Non significa fare del proprio corpo un idolo e cadere nell’eccesso, ma valorizzare ciò che siamo per amore dell’altro e, non meno importante, per amore di noi stessi. Se non ci amiamo e non ci piacciamo, non possiamo essere accoglienti e aperti verso lo sguardo dell’altro.
Seconda riflessione. È importante coltivare interessi comuni, ciò che ci rende affini. Comunione delle menti e dei cuori. Fatto salvo uno spazio – che ci deve essere – di autonomia personale, è impegno degli sposi saper interessarsi e partecipare a ciò che fa piacere all’altro, e trovare dei tempi per condividere insieme un’attività, un interesse, un divertimento. Non dobbiamo condividere tutto, è evidente, ma qualcosa è importante trovarla. Qualcosa che ci possa unire a livello intellettivo o che piace a entrambi. Può essere il teatro, il cinema, la passeggiata in montagna. Può essere anche la fede. Partecipare a pellegrinaggi e incontri. Ogni coppia trovi la sua attività preferita. Il bene superiore del noi non può crescere senza un clima di scambio, di complicità e di confidenza che ci rende amabili l’uno per l’altra.
Terzo ed ultimo punto. C’è anche un livello spirituale di amabilità. L’amabilità è frutto della nostra comunione con Dio, sorgente di ogni tenerezza, perché Lui è l’amore stesso. Siamo chiamati a condividere la nostra interiorità spirituale tra di noi, in momenti di preghiera insieme durante i quali cerchiamo di entrare in sintonia con il modo di pregare dell’altro. Pian piano anche qui diventiamo amabili l’uno all’altra. È bello pregare con te. È bello vivere insieme questo momento di spiritualità.
Papa Francesco in Amoris Laetitia dedica ben due punti all’amabilità. Il Santo Padre evidenzia come l’amabilità sia parte dell’amore e come permetta una relazione tra gli sposi fondata su uno sguardo positivo e benevolo dell’uno verso l’altra:
Amare significa anche rendersi amabili […] Vuole indicare che l’amore non opera in maniera rude, non agisce in modo scortese, non è duro nel tratto. I suoi modi, le sue parole, i suoi gesti, sono gradevoli e non aspri o rigidi. Detesta far soffrire gli altri. […] Essere amabile non è uno stile che un cristiano possa scegliere o rifiutare: è parte delle esigenze irrinunciabili dell’amore […] E l’amore, quanto più è intimo e profondo, tanto più esige il rispetto della libertà e la capacità di attendere che l’altro apra la porta del suo cuore».
Uno sguardo amabile ci permette di non soffermarci molto sui limiti dell’altro, e così possiamo tollerarlo e unirci in un progetto comune, anche se siamo differenti. L’amore amabile genera vincoli, coltiva legami, crea nuove reti d’integrazione, costruisce una solida trama sociale. […] Chi ama è capace di dire parole di incoraggiamento, che confortano, che danno forza, che consolano, che stimolano. Vediamo, per esempio, alcune parole che Gesù diceva alle persone: «Coraggio figlio!» (Mt 9,2). «Grande è la tua fede!» (Mt 15,28). «Alzati!» (Mc 5,41). «Va’ in pace» (Lc 7,50). «Non abbiate paura» (Mt 14,27). Non sono parole che umiliano, che rattristano, che irritano, che disprezzano. Nella famiglia bisogna imparare questo linguaggio amabile di Gesù.
Quali sono i frutti dell’amabilità? Essenzialmente tre.
Continua ricerca l’uno dell’altra.
Lo sposo e la sposa del Cantico sono per noi modello di amore. I due giovani continuano a cercarsi l’un l’altra. Si perdono e si ritrovano. Anelano alla presenza e alla compagnia dell’amato/a. Perché è bello stare con lui, è bello stare con lei. La Sulamita cerca il suo Salomone non per una semplice attrazione fisica. C’è molto di più. Lui è tutto bello. Lui è amabile. Lui la fa sentire amata, protetta e desiderata. Lui è rispettoso della sua sensibilità femminile e della sua persona. Lei sa come accoglierlo. Lei sa come farlo sentire uomo. Non c’è desiderio di possedersi reciprocamente, c’è invece il desiderio di essere l’uno nell’altra, perché l’amore e l’amabilità li attraggono come magneti. Esercitare l’amabilità può essere impegnativo e a volte risultarci difficile. In cambio riceviamo però tantissimo. Otteniamo che l’altro ci cerca, ci vuole, sta bene con noi, ci desidera. Non è poco. Fa la differenza tra un matrimonio che dà gioia rispetto ad uno che si trascina stancamente. Quando ci pesa mantenere un certo atteggiamento o compiere un certo gesto, pensiamo che lo stiamo facendo per lei/lui e che poi sarà più contento di amarci.
Contemplazione del bello.
Quando in una coppia si è amabili l’uno verso l’altra, è più facile vedere nell’altro/a il bello. Si esalta il bello. Non ci si sofferma sui difetti. Non ci si lamenta di ciò che l’altro/a non è, ma si impara a godere del bello dell’altro/a. Nel Cantico è un continuo esaltare la bellezza dell’altro/a: Come sei bello, Come sei incantevole, I tuoi occhi sono come colombe. Una contemplazione dell’amato/a che è frutto del sacrificio d’amore, dell’esercizio sacerdotale di questi sposi, che si amano e sono capaci di farsi dono nel modo che l’altro/a desidera. Riflettere sulla nostra relazione è fondamentale. Stiamo vivendo nella continua lamentazione verso l’altro/a o stiamo godendo della sua bellezza? È una cartina al tornasole che può farci capire su cosa è improntata la nostra relazione. Smettiamo di lamentarci e iniziamo noi per primi ad essere più amabili verso di lui/lei. Può essere l’inizio per tornare a scambiarsi parole di stupore e di meraviglia e non le solite lamentele e critiche.
L’unicità.
Esisti solo tu. Il giglio nelle valli. Il melo nel bosco. Tutte immagini per affermare che lui è l’unico. Lei è l’unica. L’amabilità rende l’altro una persona unica. Gli altri, seppur bellissimi e affascinanti, non saranno mai come il mio sposo. Le altre non saranno mai come la mia sposa. L’esercizio di questo sacrificio d’amore ci può davvero rendere felici. Non desideriamo nessun altro/nessun’altra.
Dobbiamo esercitare il nostro sacerdozio in questo modo, per rendere il nostro matrimonio un giardino fiorito. La felicità della nostra relazione dipende da come entrambi (purtroppo uno non basta) ci impegniamo a diventare sempre più amabili verso l’altro/a. Avanti tutta! Il matrimonio non è a termine, per cui, se siete rimasti indietro, potete tranquillamente recuperare.
Antonio e Luisa