Un Rumore! È il mio Dôdì che Bussa

Iniziamo oggi il quarto poema del Cantico dei Cantici. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amata: Mi sono addormentata, ma veglia il mio cuore. Un rumore…! È il mio dôdì che bussa!

L’amato: Aprimi, sorella mia, amica mia, colomba mia, perfetta mia; perché il mio capo è bagnato di rugiada, i miei riccioli di brina della notte.

L’amata: Mi sono tolta la veste; come indossarla di nuovo? Mi sono lavata i piedi; come sporcarli di nuovo?

Nel Cantico dei Cantici, dopo la gioia dell’unione amorosa tra i due amati, il quarto poema ci introduce in una nuova stagione dell’amore: quella della distanza, del silenzio, dell’attesa. Non è una contraddizione, ma un’altra faccia dell’amore vero.

Chi vive un matrimonio autentico lo sa bene: ci sono stagioni di fusione profonda, in cui ci si sente una sola carne e un solo cuore; ma ci sono anche stagioni in cui ci si smarrisce, ci si perde, ci si chiude. L’amore non è una linea retta. È fatto di ritorni, di cadute, di risalite.

Quando il cuore veglia anche nel sonno

La sposa dorme, ma il suo cuore veglia. Questo versetto esprime un’esperienza profonda e misteriosa: anche quando il corpo è stanco, anche quando sembra che l’amore si sia spento, il cuore — cioè la parte più vera di noi — continua ad attendere, a sperare, a desiderare.

Nel mondo biblico, il cuore è il centro della persona: sede dell’intelligenza, della volontà, degli affetti. Dire che il cuore veglia significa riconoscere che, nonostante tutto, l’amore non è morto. È semplicemente entrato in una fase più silenziosa.

Il ritorno dell’Amato

Improvvisamente, un rumore. Un bussare nella notte. È l’amato che torna, i capelli bagnati di rugiada. È stato via, forse trattenuto dalla vita o dal tempo. Ma il suo desiderio per lei è rimasto intatto: “Aprimi, sorella mia, amica mia, colomba mia, perfetta mia…”

Parole piene di tenerezza, che mostrano un amore ancora vivo, capace di cercare, di ritornare. Eppure l’amata esita. “Mi sono tolta la veste… mi sono lavata i piedi…” Le sue parole sembrano scuse, piccoli ostacoli. Ma parlano di qualcosa di più profondo.

Quando l’amore esita

Quante volte, nella vita di coppia, ci sorprendiamo a non rispondere più con prontezza all’altro? Non perché non lo amiamo, ma perché siamo stanchi, feriti, o semplicemente svuotati. Anche il sentimento più autentico conosce la tentazione della chiusura.

Don Carlo Rocchetta ha proposto una lettura molto profonda di questo passaggio: l’esitazione della sposa è il segno di un conflitto interiore. Da un lato il desiderio di donarsi, dall’altro la paura. La paura di perdersi, di essere delusa, usata, ferita. Molte donne — e anche molti uomini — vivono questo timore: che l’amore chiesto si trasformi in dolore. E così, ci si chiude.

Le dieci vergini e il mistero dell’attesa

In questo senso, l’immagine della sposa vigilante si collega perfettamente alla parabola evangelica delle dieci vergini (Mt 25,1-13). Tutte attendono lo sposo, ma solo cinque hanno l’olio necessario per tenere accesa la lampada fino al suo arrivo. Le altre, impreparate, restano escluse dalla festa.

Non è una questione di moralismo o di efficienza. È una questione di cuore: saper attendere, saper restare desti. Avere olio significa custodire ogni giorno l’amore con gesti piccoli ma veri. Avere olio significa scegliere, anche nei momenti bui, di tenere accesa la speranza che lo sposo verrà. Che l’altro tornerà. Che la comunione è ancora possibile.

L’amore si gioca nel quotidiano

Nel matrimonio cristiano, non è l’intensità del sentimento a garantire la fedeltà, ma la profondità della vigilanza. È la volontà di riaprire la porta anche quando si è stanchi. È il coraggio di alzarsi dal letto interiore in cui ci si era adagiati. È il desiderio di ricominciare, nonostante tutto.

Ci saranno sempre momenti in cui l’amore non ci attirerà, in cui l’altro non ci sembrerà più “perfetto” ma solo distante. Eppure, proprio in quei momenti, possiamo scegliere di amare con la forza della volontà e non solo con l’entusiasmo dei sensi. Possiamo rispondere all’Amato che bussa, anche se tardi, anche se con fatica.

L’amore vero non è fatto solo di fuochi d’artificio. È fatto di perseveranza, di attesa, di piccoli “sì” detti anche quando non se ne ha voglia. È fatto di cuore che veglia, anche quando il corpo dorme. Come nella parabola, anche nella vita il nostro Amato può arrivare nella notte. La domanda è: ci troverà pronti? Troverà ancora una porta che si apre, anche se lentamente? Troverà una lampada accesa, anche se tremolante?

È questa la bellezza e la sfida dell’amore cristiano: non essere perfetti, ma vigilanti.

Antonio e Luisa

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L’Amore Nella Preghiera: Un Abbraccio Spirituale

Negli ultimi capitoli di questo libro dedicato al Cantico dei Cantici, abbiamo scelto di soffermarci sulla tenerezza tra gli sposi, un linguaggio profondo e autentico dell’amore. Ma esiste anche una tenerezza rivolta a Dio: è la preghiera. Un gesto dell’anima, un abbraccio spirituale che unisce cielo e terra, proprio come l’amore coniugale. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Il terzo poema del Cantico dei Cantici occupa una posizione centrale, non solo nell’indice del libro, ma soprattutto nella dinamica dell’amore umano e spirituale che racconta. È il momento dell’incontro, della tenerezza, dello sguardo che riconosce e accoglie l’altro come dono. È il momento della gioia che nasce dall’unione tra l’uomo e la donna, espressa nel linguaggio degli abbracci, dei baci e dell’amplesso, fino alla comunione dei corpi.

Questo modo di vivere l’amore è profondamente umano e allo stesso tempo spirituale, perché risponde a uno dei bisogni più radicati nel nostro cuore: essere amati per ciò che siamo. Amati fino in fondo. È proprio questa esperienza che ci trasforma. Luigi Maria Epicoco scrive: “L’amore vero non ti lascia com’eri, ma ti trasfigura, ti fa diventare più te stesso di quanto tu abbia mai immaginato.” E il matrimonio, quando è vissuto nella luce di Dio, è esattamente questo: un cammino di trasfigurazione a due, dove l’altro non è un limite, ma un’opportunità di pienezza.

L’unione sponsale: una benedizione a tre

Nel cuore di questa esperienza di comunione non può mancare Colui che è la fonte dell’amore: Gesù. Per noi cristiani, vivere la tenerezza non significa solo vivere la dolcezza dei gesti, ma anche condividere lo spirito della preghiera, perché siamo sposati in tre. Il matrimonio cristiano, infatti, è un’alleanza che coinvolge anche Dio. Non come spettatore, ma come protagonista invisibile e presente.

Quante volte, la sera, quando tutto si fa silenzioso e i bambini dormono, ci siamo ritrovati marito e moglie nella penombra di una stanza, non da soli, ma alla presenza del Signore. In quei momenti, iniziare un dialogo a tre è come spalancare le finestre della nostra intimità sull’eternità. Lodare Dio, ringraziarlo per la giornata, per le gioie condivise, e affidargli le fatiche… tutto questo diventa un gesto d’amore. Un amore che non finisce sulla soglia del corpo, ma che abbraccia anche l’anima.

Epicoco, parlando della preghiera nella vita matrimoniale, scrive: “La preghiera non è un dovere da compiere, ma un respiro da condividere. Pregare insieme è respirare insieme il Cielo.”

La tenerezza della preghiera

Questa preghiera, che non è mai scontata, diventa carezza per l’anima. Un abbraccio che attraversa la fatica, il non detto, persino le ferite della giornata. È bellissimo, ad esempio, chiedere perdono davanti a Dio per le mancanze avute verso il proprio sposo o la propria sposa. Non c’è gesto più umile e al tempo stesso più grande di due sposi che si guardano negli occhi davanti al Signore e si dicono: “Mi dispiace. Ti benedico.”

Anche prima dell’unione fisica, mettersi in preghiera può sembrare controcultura, ma in realtà è un gesto che amplifica la bellezza del dono reciproco. Benedire quel momento significa ricordare che il nostro corpo non è solo carne, ma tempio dello Spirito. E che l’unione sessuale, vissuta nella luce dell’amore, è sacramento vivente.

Don Carlo Rocchetta dice: “Il linguaggio delle carezze è possibile solo se gli sposi imparano a pregare insieme, a benedire Dio e a benedirsi l’un l’altro.” Una carezza, quando è benedetta, diventa sacramento. Non è solo gesto, ma vocazione.

La preghiera degli sposi: una tradizione biblica

Non siamo i primi a pregare insieme prima di unirci. La Bibbia ci offre un esempio stupendo: la preghiera di Tobia e Sara nella prima notte di nozze. Non si abbandonano alla paura, né si lasciano travolgere dal desiderio, ma si affidano a Dio. Un gesto semplice e potente, che eleva l’unione a liturgia dell’amore.

Tobia si alzò dal letto e disse a Sara: «Sorella, alzati! Preghiamo e domandiamo al Signore che ci dia grazia e salvezza»…
«Ora non per lussuria io prendo questa mia parente, ma con rettitudine d’intenzione. Degnati di aver misericordia di me e di lei e di farci giungere insieme alla vecchiaia». E dissero insieme: «Amen, amen!» (Tb 8,4-8)

Non è una preghiera moralista. È una preghiera d’amore, di quella rettitudine che vuole amare per costruire, non per consumare. Per durare, non per possedere.

La preghiera: sorgente di un amore che dura

Nel cammino matrimoniale, la preghiera è ciò che tiene insieme. È l’unico spazio in cui due persone così diverse possono trovare una lingua comune più profonda delle parole. Senza preghiera, la tenerezza rischia di ridursi a emozione. Con la preghiera, la tenerezza diventa comunione.

E allora, non smettiamo mai di pregare insieme. Anche quando non ne abbiamo voglia. Anche quando siamo stanchi. Perché lì, proprio lì, può sbocciare un amore che non finisce. Come scrive don Renzo Bonetti: “La preghiera coniugale è il letto nuziale dell’anima. È lì che si rinnova il sì, che si custodisce l’alleanza, che si rigenera la passione.”

Antonio e Luisa

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Venga il mio Diletto nel suo Giardino

Siamo al vertice. Dopo voce, sguardo e baci, e carezze, siamo pronti all’abbraccio dell’amplesso. Al gesto più profondo, bello e ricco di significato degli sposi. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Siamo giunti al momento più intenso, quello che nel Cantico dei Cantici è desiderato, invocato, cercato come culmine dell’amore: l’unione piena tra l’amato e l’amata. «Mi baci con i baci della sua bocca!» (Ct 1,2) è la scintilla iniziale che apre il poema dell’amore. Ma quel bacio non è solo passione, è desiderio di comunione, inizio di un cammino fatto di sguardi, attese, parole sussurrate, carezze, profumi, abbracci. È una pedagogia della tenerezza, che conduce progressivamente verso l’incontro profondo tra i corpi, ma passando per l’intimità delle anime.

Come ogni sposo e ogni sposa della terra, anche i protagonisti del Cantico sognano l’amplesso d’amore: un momento in cui non sono più due, ma un noi che abbraccia anche la geografia del corpo. «Il mio diletto è per me e io per lui» (Ct 2,16), dice l’amata: non è possesso, ma reciproca appartenenza. L’unione fisica diventa così la manifestazione visibile di una comunione già coltivata nella tenerezza e nella cura.

Ecco la chiave: lo stesso gesto dell’unione può essere un altare d’amore oppure una farsa dolorosa. Può essere il sacramento della reciprocità o l’ombra dell’egoismo. Tutto dipende da ciò che lo precede. Se l’amplesso è il frutto maturo di una vita intrecciata di carezze, sguardi che parlano, parole buone, piccoli gesti quotidiani di attenzione, allora ha senso, profondità, bellezza. Come scrive il poeta del Cantico: «Tu mi hai rapito il cuore con un solo tuo sguardo» (Ct 4,9). Lo sguardo è il primo abbraccio, il primo dono.

L’amplesso allora non è un premio, ma una conseguenza. Per l’uomo, i “preliminari” diventano una naturale continuazione di quell’amore già espresso durante il giorno; per la donna, non sarà difficile abbandonarsi, se si è sentita al centro dell’amore del suo sposo. Come nel Cantico, dove l’amata si descrive: «Bruna ma bella… guardate me!» (Ct 1,5-6), perché si è sentita guardata con amore, onorata, desiderata senza essere usata.

Costanza Miriano ha detto in un’intervista che «la maggior parte dei matrimoni arriva dopo pochi anni al deserto sessuale». Le statistiche lo confermano: i rapporti si diradano, si svuotano, diventano una fatica più che una gioia. Perché? Non perché non ci si ama più, ma perché è mancato il nutrimento della tenerezza. La sessualità senza tenerezza è come un fiore senza radici: si secca.

Don Carlo Rocchetta lo dice con lucidità: uomo e donna sono spesso “sfasati” nei tempi e nei bisogni. L’uomo cerca l’intimità fisica per sentirsi amato e quindi per potersi aprire alla tenerezza; la donna, al contrario, ha bisogno di sentirsi amata attraverso la tenerezza per poter desiderare l’unione sessuale. Ma quando si impara a conoscersi e ad amarsi, tutto cambia. Nasce un circolo virtuoso, in cui l’amplesso non è più solo un punto di arrivo, ma anche un punto di partenza. L’uomo, dopo l’incontro, colma di attenzione la sua sposa; la donna, amata e accolta, si sente più disposta a donarsi.

Nel Cantico, l’amata dice: «Il suo frutto è dolce al mio palato. Egli mi ha introdotto nella cella del vino e il suo vessillo su di me è amore» (Ct 2,3-4). L’amplesso è celebrato come una festa, ma una festa che viene dopo un lungo cammino d’amore, di desiderio custodito, di parole che hanno preparato il cuore.

Forse, come sposi, dovremmo rileggere insieme questo poema antico. Scopriremmo che Dio ha lasciato in quelle pagine una mappa del desiderio redento, dell’amore che si fa corpo, dell’intimità che nasce dalla tenerezza. In fondo, ogni vero amplesso è una liturgia: inizia con un “bacio della bocca” e si compie nel “vino dell’amore”, che è dono totale, reciproco, gioioso.

Antonio e Luisa

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Sì, più Inebrianti del Vino sono le tue Carezze

Dopo voce, sguardo e baci, ecco il quarto canale dell’amore tenero che si fa visibile: la carezza. Un gesto, che nella sua forma più completa diventa abbraccio, non può assolutamente mancare tra due sposi. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Le carezze sono dolci, le carezze sono lievi, ma lasciano segni indelebili a chi le riceve. Sono piccoli gesti che nutrono l’amore e rendono tangibile la presenza dell’altro nella nostra vita. Non afferrano, non sono aggressive e non violano. Le carezze esprimono il desiderio di contatto fisico con l’amato o con l’amata, ma senza prevaricazione, senza prepotenza: sono il linguaggio della tenerezza, la via privilegiata per esprimere amore nella reciprocità e nella libertà.

La Carezza: Un Linguaggio dell’Amore

La carezza ci fa sentire viva la presenza dell’altro, ci permette di dare forma e consistenza a ciò che lo sguardo ci mostra. La bellezza dell’amato diventa concreta, diventa carne. Come scrive Don Carlo Rocchetta, citando Jean-Paul Sartre:

La carezza non è un semplice contatto, perché allora verrebbe meno al suo significato. Carezzando l’altro io faccio nascere la sua carne con la mia carezza, sotto le mie dita. La carezza fa parte di quei riti che incarnano l’altro, fanno nascere l’altro come carne per me e io per lui. Come il pensiero si esprime con il linguaggio, così il desiderio si manifesta nella carezza.

Questa visione profonda ci aiuta a comprendere che la carezza non è solo un gesto istintivo, ma una comunicazione affettiva che esprime la volontà di conoscere e farsi conoscere attraverso il contatto fisico.

L’Abbraccio: L’Incontro delle Anime

Se la carezza è espressione della tenerezza, l’abbraccio ne è la forma più completa e coinvolgente. Nell’abbraccio si coglie la corporeità dell’amato in modo totale: il corpo intero è avvolto e circondato, permettendo di trasmettere fiducia, sicurezza, amore, protezione e dedizione in maniera diretta e intensa.

Un abbraccio con la persona amata offre sensazioni meravigliose: sentire il suo respiro, il calore del suo corpo, il suo abbandono fiducioso tra le nostre braccia genera un senso di pienezza e di pace. Non a caso, la nota terapeuta statunitense Virginia Satir affermava:

Ognuno di noi, piccolo o grande, ha bisogno di almeno quattro carezze al giorno per sopravvivere, otto per vivere, dodici per vivere floridamente.

Questa “terapia del contatto” è una medicina gratuita e senza controindicazioni, che nutre l’anima e rafforza l’intimità nella coppia.

L’Importanza della Tenerezza nella Vita Matrimoniale

La mancanza di carezze e abbracci tra gli sposi può generare gravi problemi nella coppia. Insoddisfazione, incomunicabilità, senso di solitudine e frustrazione sono spesso le conseguenze di una carenza di gesti affettuosi. Il contatto fisico rappresenta una delle forme più immediate e sincere di comunicazione affettiva: è il linguaggio del corpo che conferma l’amore quando le parole non bastano.

Secondo San Giovanni Paolo II, il corpo umano, nel contesto dell’amore coniugale, “diventa epifania della persona“, rivelando l’intimità profonda del cuore. Gli sposi che si abituano a privarsi di carezze e abbracci rischiano di perdere una parte essenziale della loro capacità di comunicare amore e tenerezza, impoverendo così la loro relazione.

L’Abbraccio: Segno della Sponsalità

L’abbraccio, in particolare, diventa una sorta di “liturgia nuziale quotidiana”. Attraverso l’abbraccio, gli sposi si riconoscono reciprocamente come dono, alimentando quella comunione di anime e corpi che è alla base del matrimonio cristiano.

Non esistono regole fisse per l’abbraccio: a volte è un gesto lungo e avvolgente, altre volte un breve e intenso stringersi. Può avvolgere l’intero corpo, oppure solo la testa o il ventre, ma in ogni caso rappresenta un linguaggio segreto che solo gli sposi comprendono.

Un abbraccio tra sposi è un incontro profondo, uno scambio di emozioni, un’espressione di “esserci” totale. Come affermava il cardinale Angelo Scola: “L’abbraccio è l’immagine concreta dell’essere ‘una carne sola’. Nell’abbraccio il corpo parla la lingua dell’amore.

La Geografia del Corpo: Un Amore che si Fa Carne

Nel matrimonio cristiano, l’amore non è astratto: si incarna nei gesti quotidiani, nel modo di prendersi cura l’uno dell’altro, e in particolare attraverso la tenerezza fisica. L’amore diventa carne e il corpo dell’altro diventa geografia dell’amore che doniamo e riceviamo.

Questa dimensione fisica dell’amore non è mai banale o secondaria: è uno dei modi più autentici per rafforzare il vincolo coniugale e per rinnovare la promessa di donarsi ogni giorno con generosità e fedeltà.

Conclusione: Non Dimentichiamo le Carezze

Le carezze e gli abbracci sono il respiro dell’amore. Sono piccoli gesti che custodiscono e nutrono il legame matrimoniale. In un tempo in cui la vita frenetica e le preoccupazioni quotidiane rischiano di allontanarci, è importante riscoprire la forza di una carezza e il calore di un abbraccio.

Non lasciamo che la routine ci privi di questa medicina dell’anima: regaliamoci ogni giorno quei momenti di contatto che fanno sentire l’altro amato, desiderato e riconosciuto. Così facendo, custodiremo la bellezza del nostro matrimonio e manterremo vivo il nostro amore.

Antonio e Luisa

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Fammi sentire la tua voce

Dopo lo sguardo arriviamo ora alla voce. Un altro canale che può trasmettere tenerezza e amore, ma anche freddezza e distacco. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

La voce non è solo suono, ma espressione del cuore. Basta una parola detta nel tono giusto per accendere un sorriso, sciogliere una tensione o trasmettere un abbraccio invisibile.Le parole amabili sono un favo di miele, dolcezza per l’anima e salute per le ossa” (Proverbi 16,24). Ecco perché il modo in cui parliamo al nostro coniuge è essenziale nel cammino del matrimonio.

La voce rivela il cuore

Quando ascolto mia moglie al telefono, capisco subito se è serena o preoccupata. Non servono troppe parole: il tono, il ritmo, il respiro tra le frasi parlano chiaro. La voce non trasmette solo informazioni, ma racconta il mondo interiore. Don Fabio Rosini dice: “Ci sono parole che edificano e parole che distruggono. Le prime sono le uniche che appartengono a Dio”. In un matrimonio, ogni frase può essere un mattone che costruisce o un colpo che sgretola.

Dillo, e dillo con amore

Uno degli errori più grandi che si possono commettere è amare in silenzio. Quanti mariti e mogli danno per scontato l’amore che provano, senza mai esprimerlo? “Non abbiate paura della tenerezza!” diceva Papa Francesco. E la tenerezza passa anche dalla voce: un tono dolce rassicura, un complimento sincero scalda, una parola di stima fortifica.

Quante volte sottolineiamo i difetti, le mancanze, le cose fatte male? Eppure, saremmo capaci di cogliere con la stessa prontezza anche i gesti d’amore del nostro coniuge? “Chi trova una moglie trova una cosa buona, una grazia che viene dal Signore” (Proverbi 18,22). Chi trova un marito fedele, trova una benedizione. Perché non dircelo più spesso?

Le parole che un marito ha bisogno di sentire

Uomini e donne hanno sensibilità diverse, e a volte ci si fraintende senza volerlo. Care mogli, il vostro sposo ha bisogno di sentirsi apprezzato. Ha bisogno di sapere che credete in lui. La vostra fiducia lo rende più forte. “Un uomo può scalare le montagne più alte se ha accanto una donna che lo incoraggia”, scrive padre Serafino Tognetti.

Una mia amica mi raccontava di come rimproverava sempre il marito sul suo modo di pulire casa. Col tempo, però, ha iniziato a cambiare approccio. Ora lo ringrazia per l’impegno, anziché criticarlo per i dettagli. Il risultato? Lui si sente valorizzato e fa le cose con più gioia. Un piccolo cambiamento nelle parole, un grande cambiamento nel matrimonio.

Le parole che una moglie ha bisogno di sentire

E voi, mariti, quando è stata l’ultima volta che avete detto a vostra moglie che è bella? Non solo nel giorno del matrimonio, non solo in occasioni speciali. Luigi Maria Epicoco scrive: “Una donna non smette mai di aver bisogno di sentirsi scelta, desiderata, amata”. La bellezza di una sposa non è solo esteriore, ma è quella luce che brilla quando si sente amata. Non basta amarla nel cuore, bisogna dirglielo. Con parole vere, sentite, dette con dolcezza. La voce del marito può essere per la moglie come l’acqua per una pianta: la nutre, la fa fiorire, la rende radiosa.

La voce che prepara all’amore

Il Cantico dei Cantici è una celebrazione dell’amore coniugale, e mostra come la parola sia preludio alla comunione dei corpi. “Soave è la tua voce“, dice lo sposo alla sposa. Un complimento detto con calore, una frase sussurrata con affetto, sono il linguaggio che crea intimità e fiducia.

Parlarsi con amore è il miglior modo per prepararsi all’abbraccio coniugale. Quando le parole sono tenere, anche il corpo si sente accolto. Il matrimonio non è solo unione di due persone, ma di due anime che si cercano e si riconoscono anche attraverso la voce.

La parola come dono

Ogni parola detta con amore è un dono. Un dono che non costa nulla, ma che arricchisce chi lo riceve. Un matrimonio che sa parlarsi con rispetto e tenerezza è un matrimonio che cresce. Papa Giovanni Paolo II diceva: “L’amore non è solo un sentimento. È un atto di volontà che si traduce in gesti concreti”. E le parole sono tra i gesti più concreti che possiamo donare ogni giorno.

Allora, oggi, fermati un attimo e pensa: cosa puoi dire al tuo coniuge per fargli sentire il tuo amore? Non aspettare. Dillo. E dillo con il cuore.

Antonio e Luisa

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La Pornografia Corrompe lo Sguardo

Nel capitolo precedente abbiamo approfondito uno dei modi più immediati per esprimere tenerezza attraverso il corpo: lo sguardo. In questo capitolo, invece, affronteremo il più grande ostacolo alla formazione di uno sguardo capace di amare con autenticità e tenerezza: la pornografia. A tal proposito, diamo la parola a Luca Marelli, Presidente dell’associazione PURIdiCUORE. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

O mia colomba che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso (…) incantevole” (Cantico 2,14)
Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna.” (Genesi 2,25)

Quando lo sguardo dell’uomo sulla donna e quello della donna sull’uomo possono posarsi sui corpi, così come Dio li creò, senza vergogna? Il Cantico dei Cantici descrive lo sguardo puro delle origini, ma oggi, in che circostanze può accadere? Vorrei riflettere sui momenti in cui lo sguardo sul corpo è libero dalla vergogna, analizzare come la pornografia lo corrompa e indicare possibili vie per recuperare e custodire la purezza dello sguardo e del cuore.

Lo sguardo puro tra i coniugi

Nell’intimità coniugale, si può vivere l’esperienza di uno sguardo che percepisce l’altro come dono, “come era in principio”. Questo sguardo può avvenire anche nella quotidianità, ad esempio quando ci si spoglia per andare a dormire o ci si riveste al mattino, contemplando il volto e il corpo del coniuge con gratitudine.

L’amore autentico non è un possesso, ma un dono che si rinnova nel tempo”, scrive Luigi Maria Epicoco. Questo sguardo puro è frutto della Grazia di Dio, che si inserisce nell’esperienza quotidiana grazie a un percorso di educazione del cuore, della mente, delle emozioni e del corpo.

Lo sguardo inquinato

Quali ostacoli si frappongono all’azione della Grazia? Immaginiamo un giovane che, per curiosità e ricerca di piacere, fa uso regolare di pornografia, associandola anche a pratiche autoerotiche sporadiche. Questo comportamento, seppur vissuto nel segreto, con il tempo si ripete, radicandosi nella sua vita.

Il cervello, come ci insegna la neuroscienza, è plastico: l’abitudine alla pornografia modifica il modo di percepire l’altro. Un giovane che inizia un fidanzamento con principi morali sani, ma con uno sguardo inquinato da ore di immagini sessualizzate, fatica a vivere la purezza. Nel matrimonio, atteso come “la liberazione”, può scoprire una fame insaziabile, che rende difficili persino le normali richieste di continenza periodica.

Eric Berne, padre dell’Analisi Transazionale, parlava di copioni di vita che condizionano il nostro comportamento. L’uso della pornografia può diventare un copione inconsapevole che distorce il significato della sessualità, alimentando un bisogno compulsivo invece di un desiderio autentico di donarsi.

Con il tempo, il corpo del coniuge potrebbe non bastare più: si cercano artifici e stimoli esterni per accendere un piacere che in realtà è lussuria. La lussuria, come afferma Epicoco, “nasce quando si pretende di possedere ciò che invece dovrebbe essere accolto come dono”.

Un cammino di guarigione

La mia esperienza personale conferma questo percorso. Dopo anni di dipendenza dalla pornografia, a quasi cinquant’anni ho riconosciuto la mia schiavitù e ho iniziato un cammino di recupero. Il percorso ha richiesto tempo e non è stato privo di ricadute, ma ho affrontato tre aspetti fondamentali della dipendenza: fisico, emotivo e spirituale.

Nel 2012, attraverso la psicoterapia, ho compreso come le dinamiche del passato influenzassero il presente. Nel luglio 2014, un evento inatteso mi ha portato a riscoprire l’Amore di Dio, grazie a un’effusione dello Spirito Santo. Questo risveglio spirituale è diventato parte della mia vita quotidiana nella preghiera.

Fondamentali per la mia sobrietà sono stati:

  • Il sostegno di un gruppo di recupero, con cui ho condiviso un cammino di mutuo aiuto.
  • Il rinnovamento della vita spirituale, che mi ha fatto riscoprire il mio essere figlio amato di Dio.
  • L’impegno nel custodire lo sguardo, per non alimentare immagini distorte che inquinano il cuore.

La purezza dello sguardo non è negare la bellezza, ma imparare a vederla come un segno di Dio e non come un oggetto di consumo” (Epicoco).

Recuperare la purezza dello sguardo

In cosa consiste l’uso della pornografia? Nel posare lo sguardo su corpi estranei, dissociati dalla persona, ridotti a strumenti di piacere. Questo uso spezza l’unità tra corpo, mente e anima, trasformando il piacere in una dipendenza e alterando la percezione della sessualità come dono reciproco tra coniugi.

Usare pornografia è come amputarsi le gambe: non entrambe in un colpo solo, ma un po’ alla volta. Ci si rende conto, con il tempo, che anche nella quotidianità lo sguardo è contaminato e la realtà viene filtrata da fantasie autoindulgenti.

Ma la guarigione è possibile. Anche chi si è smarrito può ritrovare il cammino, grazie alla Grazia di Dio. Questo percorso richiede tre elementi essenziali:

  1. Cura psicologica per comprendere e smantellare i meccanismi della dipendenza.
  2. Il sostegno di un gruppo per spezzare la solitudine e la vergogna.
  3. Il rinnovamento spirituale per scoprire il vero significato dell’amore.

Con la preghiera, la meditazione e la disponibilità a rialzarsi dopo ogni caduta, lo sguardo sull’amato può tornare a essere quello puro delle origini. Solo allora si può dire l’uno all’altra: “Venga l’amato mio nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti” (Cantico 5,1).

Antonio e Luisa

La Tenerezza: Linguaggio d’Amore e Via di Libertà

Come anticipato nel precedente articolo, prima di proseguire con i versetti del Cantico, ci soffermeremo qualche settimana sulla tenerezza e sui gesti che la caratterizzano. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

La tenerezza non è solo un’emozione passeggera, ma uno stile di vita, un modo autentico di amare che riflette la dolcezza di Dio. Per gli sposi cristiani, essa rappresenta la via privilegiata per donarsi reciprocamente e contrastare il desiderio di possesso. Come affermava Papa Giovanni Paolo II, “l’amore vero è dono di sé” e la tenerezza ne è l’espressione più pura e vera. In un mondo in cui l’amore viene spesso confuso con il possesso, imparare a vivere la tenerezza diventa un atto rivoluzionario.

La Tenerezza: Un Linguaggio Corporeo

La tenerezza non è solo un sentimento, ma un vero e proprio linguaggio che si esprime attraverso il corpo. Il corpo, infatti, non è un elemento estraneo all’anima, ma ne è parte integrante. Come sottolineano in tanti tra cui Luigi Maria Epicoco, “noi non abbiamo un corpo, noi siamo il nostro corpo“. La corporeità è lo strumento attraverso cui possiamo manifestare amore e accoglienza, rendendoci disponibili all’altro in un dialogo d’amore continuo.

Tuttavia, questo processo non è sempre immediato. Don Carlo Rocchetta osserva che ogni persona ha due possibilità: “fare della corporeità un segno vivo e tangibile della tenerezza oppure chiudersi a riccio, facendo di sé un recinto chiuso e impenetrabile“. Spesso, le ferite del passato, le insicurezze e le esperienze vissute rendono difficile questa apertura. Solo attraverso un percorso di fiducia, rispetto e abbandono reciproco, gli sposi possono imparare ad accogliersi pienamente, superando le barriere interiori che ostacolano l’intimità. Spesso è utile anche della terapia per fare luce.

La Castità: Scuola di Tenerezza

Un elemento fondamentale in questo cammino è la castità, intesa non solo come astinenza prima del matrimonio, ma come un continuo affinamento del rapporto fisico nella vita coniugale. Essa permette di mantenere un’unità profonda tra anima e corpo, favorendo la crescita nella tenerezza. Come spiegava Papa Giovanni Paolo II, “l’amore casto non è rinuncia, ma un modo per possedere se stessi per potersi donare completamente all’altro“.

I fidanzati che vivono un cammino di castità imparano a esprimere l’affetto attraverso la tenerezza, creando così una base solida per un matrimonio fondato sulla vera intimità. La castità nel fidanzamento insegna ad essere teneri anche quando non è previsto un rapporto intimo. Cosa che diventa importantissima anche nel matrimonio quando ci saranno giorni settimane o anche mesi che non si potranno avere rapporti per i più disparati motivi. La tenerezza diventa allora un ponte tra il rapporto con il coniuge e l’intimità con Dio. Quando gli sposi si amano con dolcezza e rispetto, rispecchiano il modo in cui Dio ama ogni creatura. Come afferma Epicoco, “la tenerezza porta all’intimità con Dio e Dio porta alla tenerezza nell’intimità con la nostra sposa o il nostro sposo“.

La Tenerezza Come Via di Libertà

L’amore autentico non è mai un vincolo, ma una liberazione. Papa Francesco, nel suo discorso del 2018, preparato per i partecipanti al convegno promosso dalla “Casa della Tenerezza” di don Carlo Rocchetta, ha detto: “Quando l’uomo si sente veramente amato, si sente portato anche ad amare. D’altronde, se Dio è infinita tenerezza, anche l’uomo, creato a sua immagine, è capace di tenerezza. La tenerezza, allora, lungi dal ridursi a sentimentalismo, è il primo passo per superare il ripiegamento su sé stessi, per uscire dall’egocentrismo che deturpa la libertà umana.”

La tenerezza ci educa a donare noi stessi, a non chiuderci nell’individualismo, ma a condividere la nostra vita con l’altro. Non è un semplice gesto affettuoso, ma un vero e proprio impegno quotidiano. Gli sposi che scelgono di vivere la tenerezza costruiscono un rapporto solido, capace di resistere alle difficoltà e di rinnovarsi nel tempo.

Conclusione

Nel matrimonio cristiano, la tenerezza è il segno visibile dell’amore di Dio. Essa non è debolezza, ma forza; non è sentimentalismo, ma linguaggio dell’anima.

Vivere la tenerezza significa imparare a guardare l’altro con gli occhi di Dio, a rispettarne il mistero e ad accoglierlo senza riserve. Come ho sperimentato nel mio matrimonio, il cammino verso un amore maturo passa attraverso la fiducia reciproca, il dialogo sincero e la costante ricerca della bellezza nell’altro. Solo così l’unione coniugale può diventare specchio dell’amore divino, una testimonianza viva e autentica della gioia dell’amore donato e ricevuto.

Antonio e Luisa

La tenerezza nuziale nel Cantico dei Cantici

Eros e Agape: Due Volti dell’Amore

Il terzo poema del Cantico dei Cantici ci ha permesso di entrare profondamente nella tenerezza nuziale, di approfondire e imparare il linguaggio d’amore degli sposi. L’eros è una faccia dell’amore, non è tutto l’amore. Tuttavia, è fondamentale per trovare la gioia e il piacere di amare. Nel Cantico, Dio ci insegna ad amare e ci mostra che l’eros non è meno importante dell’agape:

L’eros vuole sollevarci ‘in estasi’ verso il Divino, condurci al di là di noi stessi, ma per questo stesso motivo richiede un cammino di ascesi, di rinunce, di purificazioni e di guarigioni.” (Benedetto XVI, Deus Caritas Est, 5)

Tutto il Cantico è un elogio dell’amore erotico, che non è il fratello povero dell’agape. Essendo fatti di carne e di spirito, troviamo nell’eros una manifestazione di amore autentico. Perché la passione amorosa sia autentica, deve essere incanalata e trasformata in dono. L’eros va arricchito dall’agape per divenire piena espressione dell’amore. Questo è quello che distingue il semplice istinto dall’amore. Il primo è assecondare delle passioni, che esprimono una mancanza, un bisogno. Il secondo è trasformarle in comunione e dono reciproco. Don Carlo Rocchetta esprime benissimo questa realtà: La tenerezza è il segno che l’amore ha superato la fase del bisogno e si è trasformato in gratuità.

Il Linguaggio della Tenerezza

Comprendere se stiamo vivendo un amore autentico non è difficile. Basta porsi una domanda: parliamo il linguaggio dell’amore? Parliamo la tenerezza?

La tenerezza è il desiderio di accogliere e lasciarsi accogliere. Nel matrimonio, essa diventa una via maestra per farsi dono anche nella dimensione corporea. Dio ci insegna che l’attrazione fisica, per essere vero amore e non mera concupiscenza o desiderio di possesso, deve essere arricchita di tenerezza. Papa Francesco ci ricorda: La tenerezza significa dare attenzione e trattare con rispetto, con delicatezza e con affetto le persone, specialmente quelle più deboli. (Amoris Laetitia, 28)

I Gesti della Tenerezza nel cantico

La tenerezza si esprime in gesti e atteggiamenti:

  • Sguardi: “Mi hai rapito il cuore con uno solo dei tuoi sguardi” (Ct 4,9).
  • Baci: “Mi baci con i baci della tua bocca” (Ct 1,2).
  • Abbracci: “La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi abbraccia” (Ct 2,6).
  • Parole dolci e sussurrate: “Fammi sentire la tua voce” (Ct 2,14).
  • Carezze: “Sì, più inebrianti del vino sono le tue carezze” (Ct 1,2).
  • L’unione sponsale: “Venga il mio diletto, entri nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti” (Ct 4,16).

Come afferma don Carlo Rocchetta, “la parola diventa corpo e il corpo diventa parola”, e questo linguaggio dell’amore si realizza pienamente in Cristo, che ha fatto della sua carne una Parola d’amore per noi.

L’Amore che Rinnova il Matrimonio

Leggendo il Cantico, viene spontaneo pensare al giardino dell’Eden. I due amanti sembrano proiettati in una dimensione nuova, dove, amando in modo vero e tenero, riescono a superare il peccato e a perdersi nell’abbraccio d’amore che li mette profondamente in comunione tra loro e con Dio.

San Giovanni Paolo II ci insegna: L’uomo non può vivere senza amore. Egli resta per sé un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio. (Redemptor Hominis, 10)

La tenerezza rinnova l’amore, rendendolo un’esperienza sempre nuova che non si esaurisce mai. Questo è il fine del matrimonio: ritornare alle origini, superare la concupiscenza del peccato e donarsi reciprocamente, vivendo così un’esperienza di Dio attraverso l’amore sponsale.

Nei prossimi capitoli esploreremo le più importanti manifestazioni sensibili della tenerezza nuziale, segno della bellezza dell’amore autentico.

Antonio e Luisa

Giardino chiuso tu sei, sorella mia, mia sposa

Un’immagine bellissima. Giardino chiuso tu sei, sorella mia. Cosa vuol dire? In queste parole c’è tutta la potenza di un eros casto. Due parole che sembrano un ossimoro, ma che esprimono la verità dell’amore. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amato

Giardino chiuso tu sei, sorella mia, mia sposa; giardino chiuso, fontana sigillata! I tuoi germogli sono un giardino di melagrane, con i frutti più squisiti, fiori di cipro e di nardo, nardo e zafferano, cannella e cinnamòmo, con tutte le specie di alberi da incenso, mirra e aloe, con i più preziosi balsami. Fontana che irrora i giardini, sorgente d’acqua viva, ruscelli che scendono dal Libano.

L’amata

Déstati, vento del nord; vieni vento del sud; soffia sul mio giardino, si spandano i suoi profumi. Venga il mio diletto, entri nel suo giardino, e ne mangi i frutti squisiti.

L’amato

Sono entrato nel mio giardino, sorella mia, mia sposa, e raccolgo la mia mirra e il mio balsamo; mangio il mio favo e il mio miele, bevo il mio vino e il mio latte.

Il coro

Mangiate, amici, bevete; inebriatevi d’amore.

Il Giardino dell’Amore: Un Luogo Sacro

Il Cantico si fa sempre più audace e non ci si limita più agli sguardi, ma è imminente la gioia dell’incontro sessuale con l’amata. Ormai i due sposi si sono preparati al meglio per questo momento e tutto il desiderio, che è cresciuto sempre più alimentato dallo sguardo dei due, sta per avere il suo soddisfacimento e il suo culmine nell’amplesso fisico. San Giovanni Paolo II affermava: “L’amore coniugale autentico si esprime e si realizza nella donazione totale e reciproca dei coniugi”.

Il Re e la Chiave del Giardino

Lo dico ora per non generare incomprensioni. Questo testo è tutto approfondito da un punto di vista maschile, dalla parte del re. Naturalmente quello che scrivo vale per entrambi. Se siete donne potete leggere il testo come regine. Non cambia nulla.

È bellissimo il simbolismo che il Cantico propone. Giardino chiuso e fontana sigillata. Il giardino è l’amata stessa, amata che si identifica con la relazione. La loro relazione è pura e bellissima perché loro hanno un cuore puro e aperto al dono. Giardino chiuso perché non è per tutti. È solo per il re.

Il Re e l’Amore Autentico

Un re che non conquista, ma che è conquistato dall’amore e per questo è capace di entrare in quel giardino con tutto il rispetto e la sacralità che quel dono ricevuto merita. Sarà aperto solo da un re che ne ha la chiave. La chiave non si può ottenere se non con un amore autentico che presuppone, per essere tale, la promessa del per sempre.

La Gioia Piena dell’Amore Coniugale

Un amore impegnativo, che costa fatica. Nel giardino, però, il re potrà sperimentare la gioia piena, la contemplazione del corpo, l’abbandono alle sensazioni totalizzanti dell’amplesso fisico. Vivere l’amore in questo modo rende il re pazzo di gioia. Non perché vuole possedere la sposa, ma perché vuole darsi totalmente a lei. Papa Benedetto XVI scriveva in Deus Caritas Est: “L’eros vuole sollevarci ‘in estasi’ verso il Divino, condurci al di là di noi stessi, ma proprio per questo richiede un cammino di ascesi, di rinunce, di purificazioni”.

L’Importanza della Castità

Provate a chiudere gli occhi e a immergervi in questo momento di meravigliosa pienezza. Non esistono che loro e, se guardate bene, non vedrete qualcosa di volgare e banale, ma vedrete il trionfo della bellezza, la bellezza che oltrepassa il corpo e si compie nel cuore dei due sposi. Ciò che avviene nel corpo è segno di ciò che l’anima vive e trasmette in quell’unione casta d’amore. San Giovanni Paolo II diceva: “La castità non è il rifiuto della sessualità, ma il suo fuoco autentico”.

La Cura del Giardino dell’Amore

Pensate che bello vivere la propria sessualità in questo modo. Questo è l’elogio della castità: la donna e l’uomo si preparano a quell’incontro e difendono la purezza di quel giardino, preparato per un solo uomo e per nessun altro (saper aspettare la sposa vale naturalmente anche per l’uomo).

Che bello arrivare all’amplesso fisico solo dopo che ci si è promessi per la vita e si è entrati in possesso di quella chiave che dà accesso al giardino! Che bello non entrare come un ladro che ruba ciò che è destinato ad altri, ma come un re. Che bello poter entrare al culmine del desiderio dopo che ci si è preparati con sguardi e gesti d’amore e di dolcezza!

Solo così la donna non sentirà violentato il suo giardino, ma curato e desiderato. Questa è la via casta che permetterà all’uomo di non perdere mai la chiave di quel giardino che tanto ama e che quindi gli permetterà di non violare ma di amare la propria sposa.

Nei prossimi capitoli andremo ad approfondire come prendersi cura di quel giardino. Andremo ad approfondire i diversi gesti di tenerezza e di amore che gli sposi possono e devono scambiarsi per non far seccare il giardino della loro relazione.

Antonio e Luisa

La bellezza trasfigurata non teme il tempo

Oggi affrontiamo uno dei versetti più famosi del Cantico dei Cantici. Affrontiamo la contemplazione del corpo che diventa un’esperienza di infinito. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Vieni con me dal Libano, o sposa / vieni con me dal Libano! / Avanza, discendi dalla cima dell’Amanah / dalla cima del Senir e dell’Hermon32 / dalle tane dei leoni / dalle montagne dei leopardi! / Tu mi hai rapito il cuore / sorella mia, mia sposa / mi hai rapito il cuore / con uno solo dei tuoi sguardi / con una sola perla della tua collana! / Quanto sono soavi le tue carezze / sorella mia, mia sposa / molto più deliziose del vino le tue carezze / più di ogni balsamo i tuoi profumi! / Le tue labbra stillano nettare, o sposa; / miele e latte è sotto la tua lingua; / il profumo delle tue vesti / è come quello del Libano.

Questi versetti del Cantico seguono immediatamente la descrizione dell’amata da parte dell’amato, il quale, attraverso uno sguardo casto, riesce a far sentire la propria regina profondamente desiderata. Come scriveva Antoine de Saint-Exupéry ne Il piccolo principe: «Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi». La donna, in quegli istanti, prova una gioia che colma, anche se solo per un momento, il suo desiderio innato d’amore.

Lo sguardo dell’uomo va oltre la semplice fisicità della donna, che, per quanto bella, non può saziare gli occhi di chi cerca la bellezza assoluta, di chi cerca l’infinito. In un passo che sembra echeggiare le parole di Sant’Agostino – «Ci hai fatti per Te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te» – si rivela che l’innamoramento è l’illusione di aver toccato quella bellezza infinita. Ma il corpo da solo non basta: sarebbe una risposta troppo limitata per il desiderio umano. L’uomo, infatti, anela a un’esperienza di infinito, a un legame in cui il corpo diventa la porta d’accesso allo spirito immortale della persona amata.

Questi versetti trasmettono tutta la meraviglia e la passione d’amore di Salomone per la sua amata, in un intreccio di cuore e corpo, desiderio e trascendenza. È il sentimento che Dante descrive nella Divina Commedia, quando vede Beatrice e proclama: «L’amor che move il sole e l’altre stelle». Lo sposo è rapito dalla sua sposa, in un’esperienza totalizzante che pervade ogni dimensione dell’essere, trasformando il desiderio in contemplazione.

Uno sguardo contemplativo così profondo e potente che, come San Giovanni Paolo II ricordava, può motivare l’uomo a donarsi totalmente alla donna amata. Questo amore non si esaurisce con il tempo, ma cresce e si perfeziona. Non è il sentimento fugace degli sposi novelli, travolti dall’innamoramento, ma una relazione curata giorno dopo giorno con dolcezza e dedizione. E per questo ancora più profonda e consapevole.

Se l’unione sponsale viene nutrita, quello sguardo contemplativo non sbiadisce con gli anni. Al contrario, diventa più profondo, permettendo allo sposo di vedere nella sua sposa la regina della propria vita, anche quando il tempo lascia i suoi segni: rughe, capelli bianchi, mani che tremano. Gli anni trascorsi insieme non spengono la meraviglia, ma la rendono eterna. La bellezza dell’amata si arricchisce di anni di quotidianità fatta di abbracci, carezze, ascolto, litigi, perdoni, incomprensioni, silenzi, intimità, complicità e tanto altro ancora.

Questa relazione totalizzante, nel suo crescendo di intimità e profondità, tocca il mistero stesso del divino. Come ricordava Santa Teresa d’Avila, «Dove c’è amore, lì c’è Dio». Ogni incontro d’amore, anche con le sue difficoltà e imperfezioni, diventa un’esperienza mistica, un riflesso della Trinità divina. L’amore trasfigura tutto, anche un corpo che invecchia. Per chi vive il matrimonio come un cammino verso l’eterno, quell’amore diventa lo specchio dell’Amore assoluto, in cui ogni cosa appare nuova e luminosa.

Antonio e Luisa

Lo sguardo dell’amore

Stiamo giungendo alla fine del terzo poema. Il corteo nuziale è arrivato. Finalmente gli sposi sono da soli. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amato

Quanto sei bella, amica mia quanto sei incantevole!/I tuoi occhi sono colombe, dietro il tuo velo./Le tue chiome sono come un gregge di capre, distese sulle pendici dal monte Gàlaad!/I tuoi denti come un gregge di pecore tosate, che risalgono dal bagno;/procedono tutte appaiate, e nessuna è senza compagna./Come un nastro di porpora sono le tue labbra/ e la tua bocca è soffusa di grazia;/come spicchi di melagrana le tue guance dietro il velo./Il tuo collo è come la torre di Davide,costruita a guisa di fortezza./Mille scudi vi sono appesi, tutte armature di guerrieri./I tuoi seni come due cerbiatti, gemelli di gazzella, che pascolano tra i gigli./Prima che spiri la brezza del giorno e si allunghino le ombre,/me ne andrò sul monte della mirra e sul colle dell’incenso./Tutta incantevole sei, amica mia, nessun difetto è in te.

Dopo aver meditato nel capitolo precedente sul corteo nuziale, giungiamo finalmente all’incontro tra gli sposi. Entrano nella casa nuziale, e lo sposo, colmo di trepidazione, può finalmente togliere il velo alla sua amata, disvelandone la bellezza. Come ricorda Giovanni Paolo II, “l’amore è sempre una rivelazione di bellezza; una bellezza che, per chi ama, non è mai solo esteriore, ma si radica nel mistero dell’altro” (Uomo e donna lo creò).

Questo momento richiama alla mente l’ingresso della sposa in chiesa, il primo atto del rito del matrimonio, ma ci conduce ora alla prima notte di nozze, il sigillo dell’unione, il compimento sacramentale dell’amore degli sposi. È un momento che, come descrive il Cantico dei Cantici, è segnato dallo sguardo meravigliato dello sposo davanti alla sua sposa. Giovanni Paolo II lo esprime così: Lo sguardo dell’uomo, purificato dal dono dello Spirito, scopre nella donna non un oggetto, ma una persona, una sorella in Cristo e, nel matrimonio, una compagna della vita e dell’amore.

La meraviglia dello sposo non è mai uno sguardo di concupiscenza, che riduce l’altro a mero oggetto di piacere. Al contrario, è uno sguardo che rivela la dignità e la bellezza della sposa, un “eros trasfigurato”, come lo definisce Giovanni Paolo II, capace di unire corpo e anima in un’esperienza di stupore autentico: Il corpo umano, nella sua mascolinità e femminilità, è chiamato a diventare manifestazione dello spirito e dono di sé nell’amore.

Lo sguardo dello sposo nel Cantico è uno sguardo casto, che non mortifica la corporeità, ma la esalta nella purezza. È uno sguardo che non viola, ma accoglie; non domina, ma invita; non ferisce, ma guarisce. Questo sguardo prepara l’incontro totale tra gli sposi, corpo e anima, in un’unione che è segno dell’amore di Dio per l’umanità. Un amore che non si ferma all’apparenza, ma penetra in profondità, cercando l’anima dell’altro. Solo un cuore puro sa amare in modo autentico, ci ricorda Giovanni Paolo II.

Il Cantico ci invita a riflettere: quale tipo di sposo vogliamo essere per nostra moglie? Il re che la fa sentire regina, bella, desiderata e amata, o il ladro che viola la sua intimità per soddisfare le proprie voglie? L’invito è a vivere l’eros non come ricerca egoistica, ma come dono reciproco. L’amore vero è un’esigenza profonda dell’anima umana; è un riflesso dell’amore di Dio, scrive Giovanni Paolo II. Solo così, purificando il nostro sguardo e il nostro cuore, potremo vivere il matrimonio come segno visibile dell’amore invisibile di Dio.

Antonio e Luisa

Il nostro matrimonio è come il cedro del Libano

Proseguiamo con il terzo poema. Il corteo nuziale sta giungendo. Lo sposo è trepidante. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Il coro

Ecco, è il suo trono, quello di Salomone! / Lo scortano sessanta prodi / tra i più valorosi d’Israele. / Tutti sono armati di spada, e addestrati alla guerra; / ciascuno porta al fianco la spada / contro i pericoli della notte. / Un padiglione nuziale s’è costruito il re Salomone / con il legno del Libano. / Le sue colonne sono d’argento, / il suo tetto è d’oro; / il suo sedile di porpora; / l’interno ricamato con amore / delle figlie di Gerusalemme. / Uscite, figlie di Sion, / guardate il re Salomone, / con la corona con cui lo incoronò sua madre / nel giorno del suo sposalizio, / nel giorno della gioia del suo cuore.

Lo sposo è impaziente. L’abbiamo visto nei versetti precedenti a questi. Dietro quell’iniziale “Che cos’è?”, si nasconde tutto il desiderio di vedere, di conoscere la sposa in tutta la sua bellezza. Ogni sposo, in fondo, ha provato questa impazienza. Lo siamo stati anche noi, il giorno del nostro matrimonio. Sapevamo che il matrimonio avrebbe rappresentato qualcosa di completamente nuovo, una relazione unica, diversa da qualsiasi altra vissuta prima. Ora, con anni di matrimonio alle spalle, posso vedere chiaramente come quel momento abbia segnato l’inizio di una meravigliosa novità, ma già allora il mio cuore lo percepiva. Lei era – e continua a essere – la mia regina.

La sposa è regina per ogni sposo. Non è una persona da possedere, ma un dono prezioso da custodire. San Giovanni Paolo II, nella Teologia del corpo, ci ricorda: “La donna è affidata all’uomo, e l’uomo è affidato alla donna, non semplicemente come oggetto di possesso o di consumo, ma come un dono incommensurabile e reciproco”. Le guardie armate che accompagnano la sposa nel Cantico dei Cantici simboleggiano questa sua preziosità, ma anche la responsabilità dello sposo: custodire questo dono come la perla più preziosa della sua vita.

Dio ci ha preparati per il matrimonio, per questo meraviglioso percorso a due. È un cammino sacro, da difendere contro le insidie del mondo, dal peccato e dalla concupiscenza. Non è sempre facile. Tuttavia, come insegna ancora Giovanni Paolo II: “L’amore vero è esigente. Non è un’attrazione passeggera, un’illusione romantica o una semplice emozione. È un impegno che chiama a crescere e a donarsi continuamente”.

Un altro significato profondo del matrimonio è la guarigione e l’apertura all’altro. Se vissuto in Cristo, il matrimonio può liberarci dalle nostre paure, dalle difese che ci tengono prigionieri e dalle ferite che ci impediscono di accogliere l’altro in pienezza. La sposa, come nel Cantico, non avrà più bisogno di guerrieri armati: con il suo sposo si sentirà al sicuro, accolta, amata. Questo è il nostro compito, la nostra vocazione matrimoniale. Anche se sbaglieremo, il nostro desiderio di volerci bene non dovrà mai venire meno.

Il baldacchino di Salomone, fatto con il profumato cedro del Libano, simboleggia una relazione duratura e immortale. Allo stesso modo, il nostro matrimonio è radicato nella Parola fatta carne, che non passerà mai. La relazione matrimoniale, come il Santo dei Santi che custodiva l’Arca dell’Alleanza, è abitata da Dio stesso. Noi, come sposi, siamo il tabernacolo dell’amore di Cristo: nella nostra limitata capacità di amare, portiamo l’infinito amore di Dio.

Ritorno al giorno del nostro matrimonio. Quando Luisa è entrata in chiesa con il suo abito bianco e si è avvicinata all’altare, verso di me, non riuscivo a contenere l’emozione. In quel momento, mi sentivo come lo sposo del Cantico, che pregustava l’inizio di qualcosa di immenso. È come dice Mr. Darcy in Orgoglio e Pregiudizio: “Tu mi hai stregato anima e corpo, e ti amo, ti amo, ti amo”. In quel momento non capivo ancora tutta la realtà che il matrimonio avrebbe dischiuso, ma già il mio cuore gioiva per qualcosa che intuivo essere grande, troppo grande.

Antonio e Luisa

Il deserto è un passaggio necessario

Iniziamo oggi il terzo poema. Il corteo nuziale sta giungendo. La sposa sta per incontrare il suo sposo. Ricordate che non c’è un ordine cronologico nel Cantico. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Il coro

Che cos’è quel che sale dal deserto

come una colonna di fumo,

esalante fragranza di mirra e d’incenso

con profumi di ogni genere?

Il Corteo della Sposa: Un Incontro Atteso

Finalmente l’attesa è finita! Il corteo della sposa sta arrivando e gli sposi possono finalmente incontrarsi. Questa scena richiama la gioia profonda dell’incontro nuziale, che non è solo un evento sociale, ma un sacramento e un simbolo dell’amore di Dio per l’umanità. Come diceva San Giovanni Crisostomo: “Il matrimonio è il mistero dell’amore di Cristo per la sua Chiesa”. L’arrivo della sposa, accompagnata dal corteo, è un’immagine che coinvolge tutti i sensi: la vista – la colonna di fumo che si alza all’orizzonte; l’olfatto – il profumo di essenze e fiori; l’udito – i canti e le risa di gioia. Questo incontro è segno di una pienezza raggiunta, di un amore che si dona totalmente.

Il Deserto: Un Luogo di Trasformazione

Il corteo sale dal deserto, un luogo che, nella tradizione biblica, rappresenta l’aridità e la prova, ma anche la trasformazione. Il deserto è dove Israele ha incontrato Dio e dove ogni anima incontra se stessa. Santa Teresa d’Avila, nel suo cammino spirituale, parlava spesso del deserto interiore: “Per arrivare alla sorgente di Dio, bisogna passare attraverso la sete”. Anche la Sulamita, nel Cantico dei Cantici, rappresenta ognuno di noi: fragile, smarrita, ma desiderosa di un incontro d’amore.

Anch’io sono dovuto passare dal deserto, dall’aridità dell’anima e del cuore. Ho dovuto fare esperienza della fame e della sete e della mia incapacità di sfamarmi e dissetarmi. Ho tradito la legge di Dio con le opere e nel mio cuore. Questo mi ha allontanato, mi ha fatto smarrire nel deserto fino quasi a perdere ogni speranza di poterne uscire.

Ogni coppia, nel matrimonio, affronta momenti di deserto: difficoltà, incomprensioni, crisi. Come ricorda Papa Francesco: “Non esiste famiglia perfetta. Non abbiamo paura della fragilità, perché la grazia di Dio è più forte delle nostre debolezze”. Il deserto, dunque, non è la fine, ma un passaggio necessario per riscoprire il senso profondo del dono reciproco.

Lasciare l’Egitto: Un Atto di Libertà

Anche io ci sono passato ed è stato un passaggio verso la liberazione. Ho abbandonato il mio Egitto, che era vita sicura, ma vita di schiavitù… Serve coraggio per lasciare ciò che è noto, ma che ci imprigiona, per intraprendere un cammino verso la libertà. San Giovanni Paolo II, nella sua “Teologia del Corpo”, spiegava: “L’amore autentico è esigente. Esso richiede sacrificio e rinuncia”. Come il popolo di Israele, ogni sposo è chiamato a lasciare l’“Egitto” dell’egoismo e dell’autosufficienza per vivere una vita di donazione e comunione.

Questa scelta comporta sfide, ma anche grandi ricompense. Santa Gianna Beretta Molla, parlando del matrimonio, diceva: “L’amore coniugale richiede una totale dedizione e il coraggio di affrontare insieme ogni prova”. Solo abbandonando le catene del passato si può costruire un futuro di autentica libertà e unità.

La Sposa Pronta: La Pienezza dell’Amore

Dopo aver attraversato il deserto, la Sulamita è pronta per il suo sposo. Ha riconosciuto la propria fragilità e si è aperta alla misericordia di Dio. Questo momento di pienezza e verità è l’essenza del matrimonio cristiano. San Tommaso d’Aquino definiva il matrimonio “una comunione di vita orientata alla perfezione dell’amore”. Il matrimonio non serve a darci ciò che non abbiamo. Serve a donare ciò che siamo.

Questo amore non è statico, ma dinamico. Papa Benedetto XVI, nella “Deus Caritas Est”, affermava: “L’amore non è mai qualcosa di già dato, ma qualcosa che matura e cresce”. Gli sposi, accogliendosi nelle loro imperfezioni, diventano segno visibile dell’amore di Dio, che è fedele e inesauribile.

Il Matrimonio: Un Sacrificio Gioioso

La festa del matrimonio, con i suoi colori, profumi e suoni, celebra non solo l’unione degli sposi, ma anche il loro sacrificio gioioso. San Francesco di Sales descriveva il matrimonio come “una danza, dove ognuno cerca il bene dell’altro”. Questa danza, però, richiede armonia, pazienza e perdono.

Dal Deserto alla Festa

Il corteo della Sulamita, che attraversa il deserto e arriva alla festa, è un invito alla speranza. San Giovanni Paolo II incoraggiava i giovani e gli sposi a “non avere paura dell’amore”, ricordando che “L’amore è la vocazione fondamentale di ogni uomo”. Anche nei momenti più difficili, l’amore è capace di rifiorire.

Il matrimonio cristiano è, dunque, un cammino di santità. Come diceva Sant’Agostino: “Ama e fa ciò che vuoi”, perché nell’amore vero – sottolineo vero – c’è sempre la presenza di Dio. Affrontare insieme il deserto e celebrare la festa è ciò che rende il matrimonio un sacramento di speranza e un segno visibile della grazia divina.

Conclusione

Il matrimonio è un viaggio che inizia con l’attesa e si compie nell’amore. Attraverso il deserto delle difficoltà e la festa della celebrazione, gli sposi sono chiamati a vivere un amore che riflette quello di Cristo per la Chiesa. Come ha detto Papa Giovanni Paolo II: “Non c’è gioia più grande che vivere per chi si ama”. Nel dono reciproco, gli sposi diventano segno della presenza di Dio nel mondo, trasformando ogni momento in un’occasione di grazia e santificazione.

Antonio e Luisa

L’amore è sempre una sorpresa

Proseguiamo con il testo del Cantico dei Cantici. Affrontiamo ora dei versetti strani. Dove è andato Salomone? Perché la Sulamita è restata sola? Lo scopriremo oggi. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amata

Sul mio letto, lungo la notte,

ho cercato l’amore dell’anima mia;

l’ho cercato, ma non l’ho trovato!

Mi alzerò e farò il giro della città,

per le strade e per le piazze;

cercherò l’amore dell’anima mia.

L’ho cercato, ma non l’ho trovato.

Mi hanno incontrata le guardie che fanno la ronda:

«Avete visto l’amore dell’anima mia?».

Le avevo appena oltrepassate,

quando ho trovato l’amore dell’anima mia.

L’ho stretto forte a me e non lo lascerò

finché non l’avrò introdotto in casa di mia madre,

nella camera di colei che mi ha concepito.

D’improvviso la scena cambia. Da una situazione rassicurante e luminosa si passa alle tenebre della notte. Vedremo che capiterà ancora nel proseguo. Un’altra volta, come a sottolineare gli alti e i bassi della relazione sponsale. La Sulamita si sveglia e si ritrova da sola. Lì nel talamo nuziale, in quel recinto sacro, lui non c’è. Il talamo, segno di un noi che si fa concretezza, diventa luogo di paura e solitudine.

Il Cantico è un continuo perdersi e ritrovarsi. Un continuo equilibrio da ricercare e ritrovare. Noi non siamo mai uguali. Ogni giorno cambiamo e di conseguenza cambia anche la nostra relazione. Lei lo cerca e non lo trova. Quando crediamo di conoscere l’altro, ecco che ci sorprende. Viviamo nelle nostre sicurezze, nel nostro pigro scivolare nell’abitudine. Ormai sappiamo ogni cosa l’uno dell’altra. Ci illudiamo di sapere ogni cosa. In realtà, l’altro (con altro intendo sia lui che lei) resta un mistero sempre.

San Giovanni Paolo II ci ricorda che “L’amore vero è un dono, e ogni dono autentico è sempre una sorpresa”. Questo mistero dell’altro ci sfida a non cadere nell’illusione di possederlo, ma a scoprirlo ogni giorno come un dono nuovo. Un’alterità che è continuamente chiamata a scegliere tra il bene e il male, tra il rassegnarsi alla sua debolezza e l’aggrapparsi alla forza che viene da Dio.

A volte non lo ritroviamo. Non lo troviamo lì dove ci aspettavamo di trovarlo. Non lo troviamo in quell’atteggiamento, in quel modo di pensare, in quella reazione. Non dobbiamo per questo rassegnarci ed aspettarlo passivamente, attendendo che si comporti come noi ci aspettiamo. Dobbiamo, al contrario, uscire da noi stessi, dalla nostra sicurezza e andarlo a cercare. Una relazione è bella quando accoglie i cambiamenti, le sorprese, le debolezze e anche gli errori.

Papa Francesco sottolinea che “L’amore è più forte di un momento di crisi; l’amore ci permette sempre di ricominciare” (Amoris Laetitia, 119). Questo implica un coraggio che supera le ferite dell’orgoglio e le barriere del pregiudizio. Salomone è felice di lasciarsi trovare, ma ancor di più è felice che la sua amata è disposta a cercarlo ovunque, qualsiasi strada lui abbia preso.

Fondamentale notare come lei lo trovi solo dopo aver oltrepassato le guardie di ronda. Le guardie rappresentano i nostri pregiudizi, la nostra rigidità, il nostro egoismo e il nostro orgoglio ferito. La Sulamita trova il suo amato solo quando riesce ad andare oltre tutto questo, quando riesce a mettere l’amore per il suo sposo sopra ogni altra cosa. San Tommaso d’Aquino afferma che “L’amore è un atto della volontà che tende al bene dell’altro come fosse il proprio bene”. L’amore vero supera ogni ostacolo per mettersi al servizio dell’altro.

Una volta essersi stretto al cuore il suo amato, fa qualcosa di meraviglioso. Un’altra immagine stupenda. Lo conduce nella casa della madre. Nella parte più intima. Dove lei è stata concepita ed ha visto la luce. L’amato è condotto nella stanza della vita: è una relazione che va sempre più in profondità, al cuore, sede delle decisioni, dei sentimenti, della volontà. La Sulamita vuole essere sempre più una cosa sola con lui, tanto da voler condividere tutta la sua storia fin dall’inizio. Lei è nata grazie a sua madre, ma con lui è rinata in una nuova creazione, in una creazione d’amore che da due creature ne ha forgiata una sola tanto i due sono stretti l’uno all’altra.

Sant’Agostino ci insegna che “Amare significa voler essere una cosa sola”. In questa unione profonda tra la Sulamita e il suo amato si riflette il mistero dell’unità sponsale: un amore che non solo accoglie, ma rinnova, ricrea e rende nuove tutte le cose.

Antonio e Luisa

Il mio diletto è mio e io sono sua

Proseguiamo con il testo del Cantico dei Cantici. Affrontiamo ora dei versetti meravigliosi. Il mio diletto è mio! C’è del possesso? In realtà no, c’è l’amore autentico. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amata

Il mio diletto è mio e io sono sua;

di lui che pascola fra i gigli.

Prima che spiri la brezza del giorno

e si allunghino le ombre,

ritorna, amore mio,

somigliante a una gazzella

o a cerbiatto,

sopra i monti dei profumi.

L’Amore del Cantico: Una Sintesi della Bibbia

Il mio diletto è mio e io sono sua. Questa affermazione della Sulamita è il centro del Cantico dei Cantici. In una frase è condensato l’intero libro della Bibbia. È condensato il significato dell’amore, quello vero, quello di Dio. Ci rimanda direttamente alla Genesi. Dopo che Adamo ed Eva mangiarono dall’albero, Dio disse alla donna: “Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà”. Nel Cantico c’è l’amore delle origini. Nel Cantico c’è l’amore riportato all’armonia e all’ecologia (verità naturale) dell’ordine posto dal Creatore.

Un Amore Integrale e Redento

Un amore che rende l’uno dell’altra. Un amore esclusivo, un amore erotico, un amore agapico, un amore d’amicizia, un amore che non tralascia nulla e per questo rende i due sposi l’uno dell’altra. Non per dominio come accade nella Genesi, ma per mutua donazione reciproca, donazione in anima e corpo.

Noi possiamo amare così, possiamo tornare all’amore delle origini, raccontato nel Cantico, grazie a Gesù. Grazie al nostro amore redento dal sacrificio di Cristo. Grazie quindi al sacramento del matrimonio. Il sacramento del matrimonio, per chi lo sceglie e lo vive con fede, non è un istituto giuridico e sociale frutto del patriarcato e dove la donna viene imprigionata in un ruolo di servizio – come piace definirlo oggi – ma diventa luogo di vera liberazione.

San Giovanni Paolo II ci ricorda: “Il sacramento del matrimonio è segno dell’amore di Dio per l’umanità, un amore redento e trasformato nella grazia” (Catechesi sull’amore umano, 15 settembre 1982).

Il sacramento del matrimonio opera una vera guarigione. Prende il nostro amore umano ferito dal peccato originale, incapace di esprimere e vivere un amore ecologico e autentico, e lo riporta all’ordine delle origini, lo riporta alla bellezza che Dio aveva in mente, quando ha pensato di creare l’uomo e la donna perché diventassero una carne sola.

La Gioia dell’Appartenenza Reciproca

Io sono della mia sposa e lei è per me. È bellissimo sentire di appartenerci. È bellissimo sapere che l’altra, nella libertà dei figli di Dio, ha deciso, nella sua piena libertà, di donare tutto il suo spirito e tutto il suo corpo a me e solo a me. È bellissimo sapere come da questo amore siano nati 5 figli. Persone e figli di Dio che vivranno per l’eternità grazie al nostro amore e grazie al fatto che Dio ci ha resi partecipi della creazione.

È bellissimo ogni giorno vissuto in questo modo. Sta a noi non rovinare tutto questo. Sta a noi impegnarci ogni giorno nel combattimento spirituale contro i nostri peccati e i nostri vizi. Sta a noi attingere alla forza della Grazia. Sta a noi dare tutto per l’altro nel servizio e nei gesti di tenerezza quotidiani. San Giovanni Paolo II sottolinea: “L’amore sponsale è un cammino che conduce alla santità, perché trasfigura le relazioni umane in una comunione divina” (Familiaris Consortio, n. 13).

La Sessualità: Un Dono di Dio

Voglio terminare con le parole che Papa Francesco ha donato ad alcuni giovani francesi, il 17 settembre del 2018: “La sessualità, il sesso, è un dono di Dio. Niente tabù. È un dono di Dio, un dono che il Signore ci dà. Ha due scopi: amarsi e generare vita. È una passione, è l’amore appassionato. Il vero amore è appassionato. L’amore fra un uomo e una donna, quando è appassionato, ti porta a dare la vita per sempre. Sempre. E a darla con il corpo e l’anima. Quando Dio ha creato l’uomo e la donna, la Bibbia dice che tutt’e due sono immagine e somiglianza di Dio.”

Questa è la sessualità del Cantico. Questa è la sessualità che supera il peccato originale. Questa è la sessualità redenta dal sangue di Cristo. Non buttiamo alle ortiche un dono tanto grande e pagato a un prezzo così alto dal nostro Dio. Impegniamoci a fondo per viverla in pienezza ed essere felici.

Antonio e Luisa

Le piccole volpi: un pericolo sottovalutato

Proseguiamo con il testo del Cantico dei Cantici. Fanno la loro comparsa dei “teneri animaletti“. Sono davvero così innocui? Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amata

Catturate per noi le volpi,

le volpi piccoline

che devastano le vigne:

le nostre vigne in fiore!

Nel Cantico dei Cantici, l’immagine delle piccole volpi sembra inizialmente tenera e innocua. Tuttavia, il testo ci invita a vigilare attentamente: queste piccole volpi possono essere letali per la vigna in fiore. Ma cosa rappresentano queste “volpi” nella vita matrimoniale?

San Giovanni Paolo II, nel suo magistero sulla famiglia, sottolineava che l’amore coniugale deve essere continuamente curato, poiché anche i piccoli gesti di disattenzione possono minare la solidità del rapporto. “L’amore autentico è esigente, ma proprio per questo è fonte di vera libertà” (Familiaris Consortio, n. 14).

Una vigna rigogliosa

Il matrimonio, all’inizio, è spesso paragonabile a una vigna fiorita: piena di colori, profumi, bellezza e promesse di frutti abbondanti. È una stagione di gioia che dona sostanza e fondamento alla vita degli sposi. Tuttavia, come ogni vigna, anche la relazione matrimoniale è fragile e può essere attaccata, non necessariamente da eventi straordinari, ma da piccole minacce quotidiane.

Le piccole volpi: cosa sono?

Le piccole volpi sono le mancanze quotidiane, le abitudini dannose e le omissioni apparentemente insignificanti. Non sono i “grandi uragani” della vita, come lutti o tradimenti, a distruggere molti matrimoni, ma piuttosto queste piccole insidie trascurate. Giovanni Paolo II ci ricorda: “La grande tentazione del matrimonio è la routine, che rischia di spegnere il fuoco dell’amore. È necessario un rinnovamento continuo del dono reciproco” (Homilia sobre el Matrimonio, 1980).

Esempi di piccole volpi nella vita matrimoniale includono:

  • Non salutare il coniuge al momento di uscire o tornare a casa.
  • Evitare momenti di tenerezza o dialogo, rifugiandosi invece in distrazioni come televisione o smartphone.
  • Trascurare la preghiera e l’unione spirituale come coppia.
  • Lasciarsi sopraffare dalla stanchezza e non coltivare l’intimità fisica.

Il pericolo degli sciacalli

Secondo il cardinale Gianfranco Ravasi, l’ebraico antico utilizza lo stesso termine per indicare sia le volpi sia gli sciacalli. Gli sciacalli, che si cibano di carogne, diventano un simbolo delle “morti relazionali” che si accumulano nel tempo, se non affrontate. San Giovanni Paolo II ci esorta: “Non abbiate paura delle difficoltà della vita familiare. Esse possono essere superate con l’amore, la pazienza e la grazia di Dio” (Familiaris Consortio, n. 13).

Scacciare le piccole volpi

Per salvaguardare la bellezza della vigna matrimoniale, è necessario identificare queste piccole volpi e scacciarle con determinazione. Gli sposi sono chiamati a un rinnovamento costante, a prendersi cura del loro rapporto con impegno e creatività. Come insegna Giovanni Paolo II: “L’amore si consolida e si rinnova nel dono di sé quotidiano, nelle attenzioni piccole e grandi che rafforzano il legame e rendono il matrimonio sempre più simile al sogno di Dio per l’uomo e la donna” (Catechesi sull’Amore Umano, 1981).

Il matrimonio è una vigna preziosa, affidata alle nostre mani. Sta a noi coltivarla con cura, liberarla dalle piccole volpi e proteggerla dagli sciacalli, affinché possa continuare a fiorire e portare frutti di amore e gioia.

Antonio e Luisa

Fammi scorgere il tuo volto

Proseguiamo con il secondo poema. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amato

Alzati, amica mia, mia incantevole, e vieni via!

Mia colomba che stai nelle fenditure della roccia,

nei nascondigli dei dirupi,

fammi scorgere il tuo volto,

fammi ascoltare la tua voce,

perché la tua voce è soave, il tuo volto è leggiadro.

“Alzati e vieni! Io voglio godere della tua bellezza, sposa mia. Non nasconderti. Non mettere barriere tra me e te. Mostrati interamente.”

Queste parole del Cantico dei Cantici sono un invito a vivere un amore profondo. Uno sguardo che accoglie l’altro senza giudizi, barriere o paure.

Non temere i tuoi difetti

“Non aver paura del mio giudizio. Non aver paura dei tuoi difetti. Quello che non ti piace del tuo corpo, del tuo carattere, della tua persona è parte di un tutto che per me è meraviglia.” L’amore vero vede oltre le imperfezioni. Tutto ciò che siamo, anche le nostre fragilità, diventa bellezza per chi ci ama. Come diceva San Giovanni Paolo II: “L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per sé un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore.”

Lo sguardo che riduce

Il contrario dello sguardo d’amore è lo sguardo pornografico. Questo sguardo non vede l’interezza della persona, ma la riduce a un oggetto. Quante volte, nei discorsi comuni, le donne vengono identificate con una parte del loro corpo? Questo sguardo non permette di amare davvero. Come ammonisce Papa Francesco: “L’amore non si può comprare o vendere. È un dono gratuito.”

Lo sguardo puro dello sposo

Lo sposo del Cantico ha uno sguardo puro. Egli riesce a cogliere la bellezza totale dell’amata.“Mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce. Attraverso il tuo corpo e la tua voce traspare tutta la tua bellezza che è per me irresistibile e affascinante.” Questo sguardo non possiede, ma rispetta. Riconosce la persona come un mistero da amare. Come diceva San Francesco di Sales: “La vera bellezza, come l’amore vero, nasce dal cuore.”

Uno sguardo che libera

La Sulamita, guardata con amore puro, si sente libera di mostrarsi senza difese. Lo sposo non la usa, ma la accoglie. Questo sguardo è anche un sostegno. San Giovanni Crisostomo scriveva: “Il marito deve rispettare la moglie non come una schiava, ma come un’anima libera. Nulla la rende più felice del sentirsi amata.”

Cari uomini, purifichiamo il nostro sguardo

Davvero il nostro sguardo, cari uomini, deve essere purificato. Le nostre spose percepiscono se le guardiamo con amore autentico o con uno sguardo inquinato. Questo cambiamento richiede impegno. Costa fatica. Ma porta una grande trasformazione nella relazione.

Quando recuperiamo lo sguardo d’amore del Cantico, la relazione diventa un vero canto. Come disse San Paolo: “Amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa.”

Diventiamo protagonisti del Cantico

Dio ci ha donato il Cantico dei Cantici per viverlo nella nostra vita e nel nostro matrimonio. È una strada impegnativa, ma è la via per trasformare il nostro amore in un riflesso del Suo. Questa è la via.

Antonio e Luisa

L’inverno è passato, è cessata la pioggia

Che meraviglia questo libro della Bibbia. Io ne sono innamorato. Proseguiamo con il secondo poema. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amata

Parla il mio diletto e mi dice:

L’amato

Alzati, amica mia,

mia bella, e vieni via!

Perché, ecco, l’inverno è passato,

è cessata la pioggia, se n’è andata via;

i fiori riappaiono nei campi,

la stagione dei canti è tornata

e la voce della tortora si fa udire nella campagna.

Il fico ha maturato i suoi primi frutti

e le viti in fiore spandono la loro fragranza.

Nel prosieguo del Cantico, l’amato conferma quanto ho già scritto nel precedente capitolo. Egli desidera ardentemente la sua bella, ma, prestando sempre attenzione a non violare la sua sensibilità, attende che sia lei a farsi avanti. La chiama, cerca di essere affascinante per attirarla a sé, ma senza mai forzarla.

“Alzati, amica mia, mia bella, e vieni via!” (Ct 2,10).
Fateci caso: la traduzione riporta il verbo all’imperativo. È un ordine, allora? C’è forzatura? No, nulla di tutto questo. L’imperativo è posto per rimarcare la forza dell’amore autentico. Non una forza che obbliga, ma un amore che attira. Questa forza irresistibile, che attrae potentemente il cuore come una calamita, è spiegata nei versi successivi.

Come sempre nel Cantico, la natura che circonda i due amanti è manifestazione e segno della loro natura profonda. Essa simboleggia un’armonia perfetta tra visibile e invisibile, tra anima e corpo, tra ciò che scaturisce dal cuore dei due sposi e quanto essi manifestano attraverso il corpo. L’amore è così. L’amore autentico crea armonia e verità, cancella ogni doppiezza e distanza, rende tutto trasparente.

“Perché, ecco, l’inverno è passato, è cessata la pioggia, se n’è andata via.” (Ct 2,11)
Sta arrivando la primavera. L’amore è rinascita. È il risveglio da un letargo. Ma un inverno non arido: un inverno in cui è piovuto, un periodo della vita in cui ci siamo preparati ad accogliere la primavera. È stato un tempo per preparare il terreno, il nostro cuore e il nostro sguardo, ad accogliere e riconoscere l’amore.

Mi soffermo un attimo su questo verso. Tutti abbiamo vissuto periodi di inverno, in cui l’amore non si sentiva e non si vedeva. Periodi in cui il nostro cuore era freddo, privo di calore, passione e sentimento per il nostro coniuge. Che tipo di inverni sono stati? Inverni secchi o inverni piovosi?

Mi spiego meglio: avete comunque preparato il terreno per la primavera o avete smesso di farlo? Avete bagnato il terreno con la pioggia, o avete lasciato che l’aridità prendesse il sopravvento? È importante vivere bene anche gli inverni del nostro matrimonio. San Giovanni Paolo II ci ricorda: “L’amore non è mai qualcosa di compiuto; esso cresce e matura nel corso della vita.” (da Familiaris Consortio). Questo significa continuare a donarsi anche quando costa fatica, anche quando la routine quotidiana sembra schiacciarci, anche quando l’intimità diventa sempre più difficile.

Solo così, continuando ad amare l’altro nella tenerezza, nel servizio e nel dono totale, possiamo preparare il terreno per la primavera, per la rinascita della nostra relazione. Se non molliamo, la primavera tornerà: questo è certo. E tornerà tanto più rigogliosa, feconda, profumata e colorata quanto più avremo preparato il terreno durante l’inverno.

“Il fico ha maturato i suoi primi frutti e le viti in fiore spandono la loro fragranza.” (Ct 2,13)
Non sono due frutti a caso. Il fico è segno di fecondità, la vite è segno di gioia e pienezza. Santa Teresa di Lisieux ci ricorda: “Tutto è grazia.” Anche gli inverni, che sembrano momenti di desolazione, possono diventare tempo di preparazione per un amore più grande, più profondo.

Sta a noi fare in modo che i nostri inverni non siano portatori di morte, ma, al contrario, siano l’inizio di una vita e di una gioia ancora più grandi. San Francesco di Sales ci insegna: “La misura dell’amore è amare senza misura.” E l’amore, in tutte le stagioni, può rifiorire, se lo curiamo con fiducia e perseveranza.

Antonio e Luisa

Amore e amabilità: chiavi per un matrimonio felice

Prima di proseguire con l’approfondimento delle parole del Cantico (clicca qui per leggere gli articoli già pubblicati), mi fermo un attimo su un concetto fondamentale che emerge da tutto il dialogo d’amore tra Salomone e la sua Sulamita.

Dialogo verbale e spesso anche non verbale, fatto di sguardi e di gesti colmi di tenerezza. Tra i due sposi non esiste solo una passione erotica. C’è molto di più. C’è una bellezza profonda. Uno sguardo di meraviglia che scruta e contempla attraverso il corpo, che è la parte concreta e visibile dell’altro, tutta la bellezza della persona amata. Bellezza che viene percepita e gustata attraverso il corpo, che viene accolto e scoperto con tutti i sensi. Di cosa voglio parlare quindi? Dell’amabilità.

Nel Cantico è un continuo ripetere affermazioni che esprimono l’amabilità: Come sei bello! Come sei incantevole! Che bello stare con te! Che gioia appartenerti! Come è bello sapere che mi appartieni! Abbiamo parlato sovente dell’importanza della tenerezza, che è la modalità degli sposi di esprimersi amore. La tenerezza è il linguaggio principale degli sposi. L’amabilità non è meno importante. È il modo in cui ci disponiamo ad accogliere la persona amata.

Una persona è amabile quando è bello stare vicino a lei. Una persona è amabile quando è facile amarla. La bellezza che sprigiona come persona è tale che rende bello stare con lei. Questa bellezza, che siamo chiamati a manifestare l’uno nei confronti dell’altra, sicuramente passa anche dai gesti teneri come abbracci, carezze e quant’altro, ma non basta. Dobbiamo chiederci anche quanto siamo accoglienti verso l’altro. Quanto accogliamo positivamente le manifestazioni d’amore dell’altro? Quanto percepiamo che l’altro ha stima di noi?

Devo impegnarmi a coltivare la mia bellezza interiore ed esteriore per il mio sposo o per la mia sposa. Devo impegnarmi a coltivare la mia persona, il modo di agire, di rapportarmi, di parlare, di affrontare la vita, in modo che io diventi sempre più bello o più bella per lui o per lei. Ciò non significa farci manipolare o condizionare dall’altra persona. Non c’è violenza o costrizione. Tutt’altro.

Significa arrendersi all’amore. Decidere per amore di cambiare se stessi. Io sono libero ed è l’amore che ho per quella donna che mi sta al fianco da diversi anni che mi induce a cambiare. L’amore per lei, la gratitudine e la meraviglia, che sento per il dono di sé che ogni giorno mi offre senza chiedermi nulla, mi danno quella determinazione e quel desiderio profondo di cambiare le parti buie di me che ancora possono provocarle sofferenza o che non mi permettono di accoglierla pienamente. Lei mi amerebbe sempre, mi ha dimostrato più volte di amarmi per quello che sono. Questa è la forza salvifica dell’amore che ti porta a dare il meglio. Non è lei che mi fa suo, ma sono io che mi faccio suo, liberamente e nella verità.

Non dobbiamo perdere tempo a cercare di cambiare il nostro coniuge. Non cambierà mai per le nostre insistenze. Impegniamoci invece a renderci sempre più amabili. Solo allora, forse, anche l’altro sentirà il desiderio di cambiare. La forza dell’amore è la sola che può sconfiggere le tenebre che ognuno di noi, nessuno escluso, si porta dentro. Per essere amabili c’è bisogno di saper mettere l’altro al centro.

La persona è amabile quando ama in modo autentico e non quando cerca l’altro per secondi fini o per un tornaconto personale. Per egoismo. Essere amabili significa infatti donarsi secondo la sensibilità dell’altro. Significa saper accogliere la sensibilità dell’altro. Significa essere attento al suo modo di sentire. Cerchiamo davvero di essere così? Oppure vogliamo avere sempre l’ultima parola su tutto? Siamo persone capaci di sopportare o ci risentiamo ed offendiamo subito? Siamo persone capaci di metterci nei panni dell’altro, di compatire e di condividere oppure siamo persone che tendono a sottovalutare le emozioni e le sofferenze dell’altro?

Se saremo capaci di essere amabili saremo anche belli, saremo persone con le quali è bello stare ed è bello vivere. Saremo persone ricercate e affascinanti. L’amabilità è sintesi tra interiorità ed esteriorità. L’amabilità richiede l’accettazione serena dei propri limiti, ma allo stesso tempo una ricerca umile di migliorare e di far emergere il buono di sé. Concretamente dobbiamo stare attenti a valorizzare la nostra persona come comportamento e come linguaggio. Se abbiamo dei comportamenti o dei modi di dialogare che sappiamo che all’altro danno fastidio, perché continuiamo a metterli in atto? È nostro dovere pian piano limarli e correggerli. Se quelle parole non piacciono, perché continuiamo a dirle? Se quel comportamento irrita, perché continuiamo a comportarci così? Non siamo bambini capricciosi, ma uomini e donne maturi capaci di correggere se stessi per amore.

Anche la trascuratezza nel vestire e nel curarsi è sintomo di poca amabilità. Desiderare di essere bella per il marito, desiderare di essere affascinante per la moglie non è sbagliato. Non significa fare del proprio corpo un idolo e cadere nell’eccesso, ma valorizzare ciò che siamo per amore dell’altro e, non meno importante, per amore di noi stessi. Se non ci amiamo e non ci piacciamo, non possiamo essere accoglienti e aperti verso lo sguardo dell’altro.

Seconda riflessione. È importante coltivare interessi comuni, ciò che ci rende affini. Comunione delle menti e dei cuori. Fatto salvo uno spazio – che ci deve essere – di autonomia personale, è impegno degli sposi saper interessarsi e partecipare a ciò che fa piacere all’altro, e trovare dei tempi per condividere insieme un’attività, un interesse, un divertimento. Non dobbiamo condividere tutto, è evidente, ma qualcosa è importante trovarla. Qualcosa che ci possa unire a livello intellettivo o che piace a entrambi. Può essere il teatro, il cinema, la passeggiata in montagna. Può essere anche la fede. Partecipare a pellegrinaggi e incontri. Ogni coppia trovi la sua attività preferita. Il bene superiore del noi non può crescere senza un clima di scambio, di complicità e di confidenza che ci rende amabili l’uno per l’altra.

Terzo ed ultimo punto. C’è anche un livello spirituale di amabilità. L’amabilità è frutto della nostra comunione con Dio, sorgente di ogni tenerezza, perché Lui è l’amore stesso. Siamo chiamati a condividere la nostra interiorità spirituale tra di noi, in momenti di preghiera insieme durante i quali cerchiamo di entrare in sintonia con il modo di pregare dell’altro. Pian piano anche qui diventiamo amabili l’uno all’altra. È bello pregare con te. È bello vivere insieme questo momento di spiritualità.

Papa Francesco in Amoris Laetitia dedica ben due punti all’amabilità. Il Santo Padre evidenzia come l’amabilità sia parte dell’amore e come permetta una relazione tra gli sposi fondata su uno sguardo positivo e benevolo dell’uno verso l’altra:

Amare significa anche rendersi amabili […] Vuole indicare che l’amore non opera in maniera rude, non agisce in modo scortese, non è duro nel tratto. I suoi modi, le sue parole, i suoi gesti, sono gradevoli e non aspri o rigidi. Detesta far soffrire gli altri. […] Essere amabile non è uno stile che un cristiano possa scegliere o rifiutare: è parte delle esigenze irrinunciabili dell’amore […] E l’amore, quanto più è intimo e profondo, tanto più esige il rispetto della libertà e la capacità di attendere che l’altro apra la porta del suo cuore».

Uno sguardo amabile ci permette di non soffermarci molto sui limiti dell’altro, e così possiamo tollerarlo e unirci in un progetto comune, anche se siamo differenti. L’amore amabile genera vincoli, coltiva legami, crea nuove reti d’integrazione, costruisce una solida trama sociale. […] Chi ama è capace di dire parole di incoraggiamento, che confortano, che danno forza, che consolano, che stimolano. Vediamo, per esempio, alcune parole che Gesù diceva alle persone: «Coraggio figlio!» (Mt 9,2). «Grande è la tua fede!» (Mt 15,28). «Alzati!» (Mc 5,41). «Va’ in pace» (Lc 7,50). «Non abbiate paura» (Mt 14,27). Non sono parole che umiliano, che rattristano, che irritano, che disprezzano. Nella famiglia bisogna imparare questo linguaggio amabile di Gesù.

Quali sono i frutti dell’amabilità? Essenzialmente tre.

Continua ricerca l’uno dell’altra.

Lo sposo e la sposa del Cantico sono per noi modello di amore. I due giovani continuano a cercarsi l’un l’altra. Si perdono e si ritrovano. Anelano alla presenza e alla compagnia dell’amato/a. Perché è bello stare con lui, è bello stare con lei. La Sulamita cerca il suo Salomone non per una semplice attrazione fisica. C’è molto di più. Lui è tutto bello. Lui è amabile. Lui la fa sentire amata, protetta e desiderata. Lui è rispettoso della sua sensibilità femminile e della sua persona. Lei sa come accoglierlo. Lei sa come farlo sentire uomo. Non c’è desiderio di possedersi reciprocamente, c’è invece il desiderio di essere l’uno nell’altra, perché l’amore e l’amabilità li attraggono come magneti. Esercitare l’amabilità può essere impegnativo e a volte risultarci difficile. In cambio riceviamo però tantissimo. Otteniamo che l’altro ci cerca, ci vuole, sta bene con noi, ci desidera. Non è poco. Fa la differenza tra un matrimonio che dà gioia rispetto ad uno che si trascina stancamente. Quando ci pesa mantenere un certo atteggiamento o compiere un certo gesto, pensiamo che lo stiamo facendo per lei/lui e che poi sarà più contento di amarci.

Contemplazione del bello.

Quando in una coppia si è amabili l’uno verso l’altra, è più facile vedere nell’altro/a il bello. Si esalta il bello. Non ci si sofferma sui difetti. Non ci si lamenta di ciò che l’altro/a non è, ma si impara a godere del bello dell’altro/a. Nel Cantico è un continuo esaltare la bellezza dell’altro/a: Come sei bello, Come sei incantevole, I tuoi occhi sono come colombe. Una contemplazione dell’amato/a che è frutto del sacrificio d’amore, dell’esercizio sacerdotale di questi sposi, che si amano e sono capaci di farsi dono nel modo che l’altro/a desidera. Riflettere sulla nostra relazione è fondamentale. Stiamo vivendo nella continua lamentazione verso l’altro/a o stiamo godendo della sua bellezza? È una cartina al tornasole che può farci capire su cosa è improntata la nostra relazione. Smettiamo di lamentarci e iniziamo noi per primi ad essere più amabili verso di lui/lei. Può essere l’inizio per tornare a scambiarsi parole di stupore e di meraviglia e non le solite lamentele e critiche.

L’unicità.

Esisti solo tu. Il giglio nelle valli. Il melo nel bosco. Tutte immagini per affermare che lui è l’unico. Lei è l’unica. L’amabilità rende l’altro una persona unica. Gli altri, seppur bellissimi e affascinanti, non saranno mai come il mio sposo. Le altre non saranno mai come la mia sposa. L’esercizio di questo sacrificio d’amore ci può davvero rendere felici. Non desideriamo nessun altro/nessun’altra.

Dobbiamo esercitare il nostro sacerdozio in questo modo, per rendere il nostro matrimonio un giardino fiorito. La felicità della nostra relazione dipende da come entrambi (purtroppo uno non basta) ci impegniamo a diventare sempre più amabili verso l’altro/a. Avanti tutta! Il matrimonio non è a termine, per cui, se siete rimasti indietro, potete tranquillamente recuperare.

Antonio e Luisa

La Sua Sinistra è Sotto il mio Capo e la Sua Destra mi Abbraccia

Proseguiamo la lettura del secondo capitolo del Cantico dei Cantici e i due sembrano sfiniti dall’amore. Cosa significa? La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice). Per leggere gli articoli già pubblicati clicca qui.

L’amata

Sostenetemi con focacce d’uva passa,

ristoratemi con succo d’arance,

perché io sono malata d’amore.

La sua sinistra è sotto il mio capo

e la sua destra mi abbraccia.

L’amato

Vi scongiuro, figlie di Gerusalemme,

per le gazzelle o per le cerve della campagna:

non destate, non scuotete dal sonno l’Amore,

finché non lo desideri!

Sostenetemi con focacce d’uva passa, ristoratemi con suc­co d’arance, perché io sono malata d’amore. Lei sta vivendo un momento di estasi. Sono probabilmente al culmine del loro amplesso. Un momento di fuoriuscita da sé, un momento di stordimento. Chiede di aver qualcosa da mangiare, perché si sente mancare, le mancano le forze. L’amore che sta vivendo è troppo grande e troppo bello. L’esperienza che sta vivendo è così piena, così totalizzante che si sente sfinita. Lei per essere guarita dal suo mal d’amore, da questa bellissima sensazione, chiede uva passa e succo d’arance. Due immagini che rimanda­no all’amore. L’amore non ha medicina se non l’amore stesso. Il suo è un amore che riempie e insieme consuma. Dona forza, ma al tempo stesso sfinisce. In una dinamica in cui l’unica medicina all’amore è l’amore stesso. Questo è il messaggio meraviglioso di queste poche righe.

La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi ab­braccia. L’amplesso ha raggiunto il culmine. I due si abbando­nano l’uno all’altra. Un’immagine di una bellezza straordinaria. In poche parole, dice tutto. Lei è completamente abbandonata a questo abbraccio d’amore con lui. In questo abbraccio silenzio­so possiamo davvero contemplare l’amore che si è fatto carne tra di loro. Non sono più due, ma sono una cosa sola. Sono una carne sola. Lui è felice di questo abbraccio. Tanto felice e tanto ebbro di quel momento che arriva a scongiurare le figlie di Gerusalemme di non interrompere quell’attimo di eternità. San Giovanni Paolo II commenta queste parole affermando che l’amore non è soltanto ‘fiamma ardente’, ma un amore che, per così dire, si struttura su una base indistruttibile di fedeltà e di donazione reciproca (Teologia del Corpo, Udienza del 13 giugno 1984). La mano sotto il capo è un segno tangibile di un legame duraturo. Il braccio che abbraccia dimostra che il legame va oltre la mera attrazione e si fonda sulla stabilità della relazione.

Vi scongiuro, figlie di Gerusalemme, per le gazzelle o per le cerve della campagna: non destate, non scuotete dal sonno l’Amore, finché non lo desideri! Gazzelle e cerve sono un’altra immagine importante. Gaz­zelle e cerve erano assimilate, nella cultura orientale del tempo, all’amore, in particolare, a quello erotico. Per tutta la forza che l’amore ha, che ci ha donato in quest’incontro intimo, io vi scongiu­ro, non svegliatela! Lasciate che possa assaporare per tutto il tempo possibile questa gioia concreta. Questa gioia è sensibile e scaturita dal nostro amore che si è fatto carne.

Queste nove righe del Cantico dei Cantici stanno raccontando ciò che è più bello. È l’esperienza che due sposi possono avere nell’amore erotico e sensibile. Un libro della Bibbia che racconta l’estasi del piacere e il successivo desiderio di as­similare quel piacere appena vissuto! Un piacere che dal corpo raggiunge il cuore e lo nutre. Quell’abbraccio finale tra i due amanti esprime l’unità appena sperimentata. Questa unità sta riempiendo il loro cuore di gioia. Li colma di bellezza e di pienezza. Un abbraccio che i due non vorrebbero avesse mai fine. Non è forse ciò che sperimentiamo anche noi quando viviamo l’incontro intimo in modo autentico e pieno?

La Bibbia, attraverso questo libro, ci dice che l’amplesso fisico è un gesto voluto da Dio per noi. È il modo che Dio ha scelto affinché noi potessimo dimostrarci e sperimentare il piacere dell’amore. La Bibbia è sorprendente. Non è vero?

Commentando questi ultimi versetti Giovanni Paolo II dà anche una seconda interpretazione altrettanto bella. L’immagine della pazienza emerge quando l’amato esorta a non “destare” l’amore. Questo riflette il rispetto per i tempi e il mistero dell’altro. Il papa scrive: “L’amore non è qualcosa che si impone dall’esterno. Deve nascere dal cuore… richiede la capacità di rispettare l’interiorità della persona” (Teologia del Corpo, Udienza del 6 febbraio 1980). Il richiamo a non “svegliare l’amore finché non lo desideri” sottolinea che l’amore vero è un dono libero e consapevole. Non è qualcosa che può essere forzato o affrettato. Un forte richiamo al rispetto e alla castità. Lo riprenderemo in un altro articolo.

Antonio e Luisa

Il suo Vessillo su di Me è Amore

Siamo nei primi versetti del secondo capitolo del Cantico dei Cantici e l’amore dei due amanti diventa sempre più prorompente. Una bellezza di cui vogliono fare esperienza. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice). Per leggere gli articoli già pubblicati clicca qui.

L’amata

Io sono un narciso della pianura, un giglio delle valli.

L’amato

Come un giglio fra i rovi, così l’amica mia tra le ragazze.

L’amata

Come un melo tra gli alberi del bosco, così è il mio diletto tra i giovani. Alla sua ombra desiderata mi siedo, dolci al mio palato i suoi frutti. Egli mi ha introdotto nella casa del vino, il suo vessillo su di me è amore!

Io sono un narciso della pianura, un giglio delle valli. Questo modo di rappresentarsi potrebbe sembrare quasi superbo, eccessivo. In realtà non è così. È consapevolezza di essere bella. Consapevolezza che si rinforza dallo sguardo del suo sposo, carico di desiderio e di meraviglia. Il tuo sguardo mi fa sentire bella. Il tuo sguardo mi riempie di dignità. Non mi stai guardando come preda da consumare. Mi stai guardando come un re guarda la sua regina. Come colui che non ha desiderio, se non quello di abbracciarmi ed essere uno con me.

Salomone risponde dicendo Come un giglio fra i rovi, così l’amica mia tra le ragazze. Non è un modo per squalificare le altre ragazze. Questa affermazione dello sposo manifesta una realtà fortissima che sta vivendo nell’intimo del suo cuore. Una sensazione totalizzante. Non ho occhi che per te. Desidero soltanto te. Le altre mi paiono rovi al tuo confronto. Tu sei un giglio, un fiore meraviglioso. Un’immagine ripresa successivamente da grandi poeti, tra cui Petrarca nel Canzoniere: Chiare, fresche et dolci acque, ove le belle membra pose colei che sola a me par donna.

Che solo a me par donna. Questi bellissimi versi esprimono, secoli dopo e in una cultura completamente diversa, la stessa consapevolezza degli sposi del Cantico. Tu sei la sola donna. Donna viene dal latino domina, che significa signora. Quindi, lei è la sola con la facoltà di comandare al cuore del poeta. Inoltre, è l’unica degna rappresentante di tutto il genere femminile. Petrarca esprime esattamente lo stesso concetto del Cantico. L’amore autentico è sempre lo stesso, in qualsiasi epoca e civiltà, perché la stessa è la natura del cuore umano.

Lei risponde all’amato, confermando l’unicità dell’amore che provano l’uno per l’altra: Come un melo tra gli alberi del bosco, così è il mio diletto tra i giovani.

Un melo tra tanti alberi anonimi, tutti uguali. Un melo nel bosco risalta per il colore, il sapore e il profumo dei suoi frutti. Tu mi provochi un piacere che nessun altro mi può dare. Tu sei il solo per me. Tanto che la Sulamita continua: Alla sua ombra desiderata mi siedo, dolci al mio palato i suoi frutti. Questi versi esprimono il desiderio di lei di unirsi all’amato. Di sedersi alla sua ombra. Di essere abbracciata e protetta da lui. Di poterlo gustare completamente in tutta la sua presenza e la sua persona.

Un piacere che diventa sempre più forte. Diventa sempre più forte e intimo, tanto che termina dicendo: Egli mi ha introdotto nella casa del vino. Due righe che esprimono un’intimità profonda anche sensibile e corporale che lei sta evocando o vivendo. La cella del vino è la cantina. La cantina è il luogo dove il vino fermenta. Da mosto diventa vino buono. Come a voler evidenziare che, vivendo la nostra intimità, noi sposi veniamo trasformati, non siamo più gli stessi. Da mosto che eravamo, dopo questa esperienza autentica e sensibile d’amore, diveniamo molto di più. Diveniamo vino buono.

C’è un forte richiamo anche alle nozze di Cana. La Grazia di Dio trasforma la nostra umanità in qualcosa di più grande. Nell’amplesso succede proprio questo: lo Spirito Santo ci plasma e ci rende sempre più suoi. L’amplesso è un gesto sacramentale proprio degli sposi con il quale si celebra e si sigilla il matrimonio.

Il suo vessillo su di me è amore. Il vessillo è segno degli eserciti e della vittoria. Sono tua, mi hai conquistato. Non con la forza e con la prepotenza. Sono tua perché vinta dall’amore, dal tuo amore per me. Il Cantico è meraviglioso. Racconta di un amore così bello che non può farci desiderare che di replicarlo nella nostra relazione. Non è impossibile. Possiamo farlo se entrambi ci impegniamo per questo.

Antonio e Luisa

L’amore degli sposi è tabernacolo di Dio

Questo è uno dei passi più significativi del Cantico. Questi versetti mettono in evidenza la grandezza del matrimonio! Leggiamoli insieme. Ma prima se volete leggere gli articoli già pubblicati cliccate qui.

L’amata

Come sei incantevole, amore mio,

quanto sei amabile!

Erba verde è il nostro letto.

Travi della nostra casa i cedri,

nostro soffitto i cipressi.

Come sei incantevole, amore mio, quanto sei amabile! La sposa risponde all’amato. C’è chiaramente un richiamo al salmo 44: Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo. Salmo che certamente era conosciuto dalle persone del tempo. La parte più interessante è però quella successiva.

Erba verde è il nostro letto. Travi della nostra casa i cedri, nostro soffitto i cipressi. Sicuramente una descrizione molto particolare e che a noi, uomini del XXI secolo, sfugge completamente. Non ci dice nulla di particolare.

C’è, invece, un significato molto importante. La caratteristica più evidente di questi versi è un improvviso cambio di scena. Torna prepotentemente la natura. È un’immagine meravigliosa: ci viene riproposto il paradiso terrestre. I due sposi godono non solo del loro amore reciproco, ma anche di tutta la bellezza del creato. È un canto rivolto a Dio stesso, alla sua creazione. C’è un significato ancora più nascosto. Il cedro e il cipresso sono menzionati per un motivo preciso.

Il Tempio era costruito proprio con legno di cedro, in particolare lo era la parte che introduceva al Santo dei Santi. Qui c’è un parallelismo meraviglioso, così bello e grande da commuoverci. Santo dei Santi sta a Cantico dei Cantici. Significato fin troppo chiaro. Dove c’è l’amore autentico tra gli sposi, lì c’è la presenza del Signore!

Scopriamo, quindi, che esiste un altro tabernacolo. In questo tabernacolo è presente realmente Dio. È un luogo concreto ma invisibile. Deve essere custodito, protetto, amato e santificato. Esiste un luogo dove non possono accedere tutti, ma solo chi è chiamato da Dio. Quel luogo è il noi degli sposi, quel luogo è la relazione sponsale tra un uomo e una donna. L’amore tra gli sposi è tabernacolo di Dio.

Matrimonio ed Eucarestia sono molto simili proprio per questo. Entrambi hanno in sé Gesù vivo, concreto e reale, anche se con modalità diverse. Quel luogo, dove Dio ha posto la sua tenda per incontrarci, sostenerci, amarci e riempirci di Lui, è troppo spesso ignorato dagli sposi. È sporcato e dissacrato dal loro egoismo e dai loro peccati.

La loro relazione è il luogo dove dimora Dio. Dovrebbe essere curata e nutrita. Ciò richiede tutta la loro volontà e il loro impegno per renderlo un luogo degno. Padre Raimondo, il nostro padre spirituale, che ci ha accompagnato e insegnato tanto, era solito dire: Mi piacerebbe vedere il rispetto che c’è in chiesa durante l’adorazione anche nell’intimità delle famiglie.

Anche se non si dice abbastanza, uno dei peccati più gravi è l’adulterio. L’adulterio significa spezzare l’alleanza con Dio, voler scacciare Dio dal tabernacolo della nostra relazione per metterci il nostro io. L’adulterio è cercare di uccidere Dio nella nostra vita.

Tutte queste riflessioni sono tratte dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Antonio e Luisa

Il mio diletto è per me un sacchetto di mirra

Entriamo ancora di più nella bellezza di questo libro della Bibbia. Il Cantico dei Cantici è poesia ed è meraviglia. Ricordo che tutte queste riflessioni sono tratte dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice). Clicca qui per leggere gli articoli precedenti.

L’amata

Il mio diletto è per me come un sacchetto di mirra, passa la notte tra i miei seni.

L’amato mio è per me come un grappolo di cipro delle vigne di En-ghedi.

L’amato

Quanto sei bella, amata mia, quanto sei incantevole!

I tuoi occhi sono come colombe.

Abbiamo terminato il precedente capitolo con il parallelismo tra l’amore degli sposi del Cantico e il gesto di Maria, sorella di Marta. Gesto con il quale Maria ha cosparso Gesù con il nardo. Parallelismo che ci ricorda che l’amore matrimoniale ci prepara alle nozze eterne con Cristo.

Il modo in cui Maria ama Cristo deve essere bussola per noi sposi. Amando il nostro sposo o la nostra sposa ci prepariamo ed impariamo ad amare Cristo nell’eternità. Ci stupiamo della bellezza di Gesù, quando ci stupiamo della bellezza l’uno dell’altra. Contempliamo la meraviglia di Gesù, quando contempliamo la meraviglia l’uno dell’altra. Incontriamo Gesù quando lo intravediamo nell’altro. Capite ora perché i gesti d’amore tra gli sposi sono veri gesti sacerdotali?

Torniamo ora al Cantico. All’epoca le donne erano solite portare al collo un sacchettino con della mirra. Un sacchettino che quindi scendeva fino al seno. Questa immagine è molto eloquente. Un’altra essenza. Un altro profumo. Un amore che richiama la passione. Richiama il seno e quindi una parte del corpo femminile che accende l’eros dell’uomo. Profumo che inebria e incendia di passione l’uomo. Amore sensibile e carnale. Il desiderio è in crescendo.

Un desiderio casto emerge. Non è generato dalla concupiscenza e dalla spinta a possedere. Nasce dalla profonda scoperta della meraviglia dell’altro. Desiderio che nasce nel cuore e si svela nella geografia del corpo. Un’immagine che richiama la fecondità dell’amore. I seni nutrono la vita generata dalla nostra relazione. È un richiamo forte a nutrire l’amore. Ogni volta che ci si dona l’uno all’altra c’è fecondità. Non solo quando si concepisce un figlio, ma anche quando si genera nuova vita amore. Quando si cresce nella capacità di amarsi e di amare.

La traduzione della CEI propone: quanto sei bella, amata mia, quanto sei bella! Don Carlo Rocchetta preferisce: quanto sei incantevole! Questa traduzione esprime molto meglio la percezione dello sposo. Tutti noi uomini, credo, possiamo identificarci in questa traduzione. Quanto sei incantevole è un aggettivo molto più soggettivo. Non importa se non sei poi oggettivamente così bella. Se hai difetti, se hai inestetismi. Se hai qualche chilo di troppo. Sei incantevole per me. Mi fermo ad ammirarti. Mi fermo e resto rapito dalla tua persona. Sei piena di grazia e di fascino per me.

Questa è la traduzione che meglio può esprimere quanto sta accadendo tra i due sposi del Cantico. È una traduzione nella quale tutti noi possiamo riconoscerci. Guardiamo la nostra sposa con questo sguardo. Facciamola sentire la più bella di tutte!

Antonio e Luisa

Il mio nardo spande il suo profumo

Adesso arrivano dei versetti meravigliosi che vanno letti e meditati. Clicca qui per leggere gli articoli già pubblicati. Gli articoli sono tutti tratti dal testo Sposi sacerdoti dell’amore (Antonio e Luisa De Rosa – Tau Editrice). Un testo che cerca di raccontare il Cantico dei Cantici.

L’amata

Mentre il re è sul suo divano,

il mio nardo spande il suo profumo.

Lei lo ha cercato, lui l’ha contemplata. Ora i due sposi sono insieme. Inizia un duetto. È un dialogo intimo da cui si spande come un profumo tutto l’amore. Il desiderio e la meraviglia si stanno generando nel cuore dei due protagonisti. Lasciatevi avvolgere. Immedesimatevi.

Tu, donna, sei la Sulamita che arde d’amore per il suo re. Tu, uomo, sei Salomone che non desidera che stringere in un abbraccio la sua regina. Lei è andata da lui. Lo ha cercato. Anche questo è un gesto quasi di ribellione ai costumi del tempo. Ha preso lei l’iniziativa. Entra nella stanza del re e la stanza è pervasa dal profumo.

Torna il profumo. In questo caso di nardo. Come a dire che la vita del re assume una ricchezza nuova grazie a quella presenza. Il luogo è lo stesso, ma nello stesso tempo tutto è nuovo. Profumo che simboleggia l’amore stesso. Realtà invisibile ma concreta. Il profumo è quello del nardo, essenza molto preziosa. Un amore prezioso e inebriante. Il profumo avvolge la persona del re. Il re è avvolto dall’amore e dal desiderio della sua regina. Lo percepisce chiaramente. Un dialogo senza parole, ma che arriva dritto all’altro. Tutto il mio amore lo effondo per te. Mi rendo bella per te. Dirò di più.

A cosa rimanda il nardo? Chi si comporta allo stesso modo?

Gesù era a Betania, in casa di Simone il lebbroso; mentre egli era a tavola entrò una donna che aveva un vaso di alabastro pieno d’olio profumato, di nardo puro, di gran valore; rotto l’alabastro, gli versò l’olio sul capo.

Il significato è lo stesso. La Sulamita, attraverso il nardo, vuole esprimere tutto il suo amore per il suo sposo, per il suo re. Così Maria di Betania. Attraverso quel gesto vuole esprimere tutto il suo amore e il suo abbandono per Gesù, l’unico e autentico Re. Per amare Cristo, la sposa deve amare lo sposo e lo sposo deve amare la sposa. Entrambi devono farlo come la Sulamita e come Maria.

Maria ama senza riserve. Il suo amore è senza limite e oltre il necessario. Tanto che appare quasi uno spreco. Sembra che non sia necessario darsi così tanto. Invece Gesù la esalta proprio per questo. Perché l’amore deve essere così. Nel nostro matrimonio abbiamo rotto il vaso di nardo? Oppure siamo avari e diamo qualche goccia ogni tanto per non sprecarne?

Ci esprimiamo in gesti di tenerezza, di servizio, di cura, di attenzione. Oppure, limitiamo tutto al minimo indispensabile? Diamo per scontato l’amore che ci unisce? Spesso mostriamo solo una piccola parte del nostro amore. Questo è il vero spreco.

Siete riusciti a identificarvi nella Sulamita o in Salomone? Avete assaporato la bellezza di quanto scritto in questi versi ripensando alla vostra vita di coppia? Se è così, avete un matrimonio vivo e meraviglioso. In caso contrario, impegnatevi. Affidatevi a Cristo perché vi dia la capacità di recuperare questa bellezza. A questa bellezza tutti siamo chiamati.

Antonio e Luisa

Assomigli alla cavalla del cocchio del faraone

Riprendiamo la lettura del Cantico dei Cantici. Settimana scorsa (clicca qui per le puntate precedenti) siamo rimasti con l’esclamazione dell coro che si rivolge alla Sulamita con Incantevole tra le donne. Il coro lascia ora la parola allo sposo, a Salomone.

L’amato

Tu assomigli, o amica mia,

alla cavalla del cocchio del faraone

Le tue guance sono belle fra gli orecchini,

il tuo collo tra i vezzi di perle. Ti faremo trecce d’oro, con grani d’argento.

Ora la parola passa allo sposo. Passa a Salomone. Tu assomigli, o amica mia, alla cavalla del cocchio del faraone. Una donna del nostro tempo con la nostra mentalità si potrebbe offendere. Come? Mi paragoni ad un cavallo? Come ti permetti! In realtà questa esclamazione racconta la meraviglia che sta provando lo sposo.

Non è una cavalla qualsiasi. È la puledra del cocchio del faraone. Una puledra di razza, la più bella. Tanto bella da essere scelta dal faraone, il re più potente del mondo all’epoca. Può farci sorridere questo paragone, ma ricordo che si tratta di un’opera scritta in un contesto semplice. Fu scritta in una comunità di pastori seminomadi. La natura è la pietra di paragone per ciò che esiste di più bello.

Non hanno un altro modo per esprimere la bellezza di Dio e dell’uomo. Il risultato, se ci liberiamo dei nostri schemi mentali, è una poesia. Questa poesia riempie il cuore di chi l’ascolta o la legge.

Le tue guance sono belle fra gli orecchini, il tuo collo tra i vezzi di perle. Ti faremo trecce d’oro, con grani d’argento. Lo sguardo dello sposo cambia. Passa dal generale al particolare. Si posa sul viso e sul collo dell’amata. Lo sposo si sofferma sulla bellezza della sposa. Tanto bella che merita gioielli ed ornamenti per far risaltare maggiormente questa meraviglia. Faremo per te pendenti d’oro. Li faremo per te, solo per te. Tu sola sei degna di tutto questo. In te ho scoperto questa regalità che mi ha colpito. Mi ha colpito così tanto che voglio farti dono di oro e di argento.

Quanto è vera questa cosa anche oggi! La mia sposa per esempio è felicissima quando le regalo un anello, un paio di orecchini o un ciondolo. Non credo che a colpirla sia la preziosità del regalo in sé. Non è una reazione da persona venale e superficiale. Ciò che la rende felice non è il valore materiale. La fa sentire amata il messaggio che c’è dietro. Le sto dicendo: tu sei bella, sei preziosa. Anzi di più. Le sto dicendo: tu sei la più bella e la più preziosa e te lo voglio dire attraverso questo dono.

Credo che uno dei gesti che più può ferire una donna, oltre al tradimento fisico, sia scoprire che il suo sposo ha regalato un gioiello ad un’altra donna. Un gesto del genere può causare un dolore profondo. Nella nostra cultura, ma mi sembra di capire anche in quella del Cantico, il gioiello ha un significato di esclusività. Un gesto riservato alla persona amata. Se il marito regalessa un gioiello a un’altra donna, questo atteggiamento farebbe sentire l’amata messa da parte. La farebbe dubitare della relazione stessa. Creerebbe tanta sofferenza e insicurezza. Non è così? Pensateci.

Questo mette in evidenza come le nostre scelte, i nostri desideri e le nostre aspirazioni siano abbondantemente influenzati dalla società in cui viviamo. Anche il nostro modo di vivere e pensare le relazioni ne è influenzato. Ciò non toglie che è insito in noi il desiderio di un amore esclusivo. Questo vale in ogni tempo e cultura. Questo è parte della nostra natura.

Antonio e Luisa

Incantevole tra le donne. Interferenze Sociali nell’Amore: Amici e Famiglia

Ci siamo lasciati una settimana fa con una descrizione bellissima e totalizzante dell’amore della Sulamita per il suo Salomone. Clicca qui per leggere le puntate precedenti. Ora la parola passa al coro.

Il coro

Se non lo sai, o incantevole tra le donne,

segui le orme del gregge

e conduci le tue caprette a pascolare

presso gli accampamenti dei pastori.

Se non lo sai, o incantevole tra le donne.

Risponde il coro. Mi soffermo subito sull’aggettivo incantevole. La traduzione CEI riporta bellissima, don Carlo Rocchetta lo traduce con incantevole. Un aggettivo che vuole evidenziare come la Sulamita sia bella in tutta l’interezza della sua persona.

Perché chi ama in modo autentico è una persona bella. È bella perché esprime in pienezza l’umanità che la costituisce. Esprime tutte le potenzialità del suo essere donna o del suo essere uomo, della sua femminilità o della sua virilità.

Il coro, proprio per questo, vede la Sulamita bellissima, incantevole. È l’amore che dal suo profondo si irradia sul suo corpo.

Segui le orme del gregge e conduci le tue caprette a pascolare presso gli accampamenti dei pastori.

Questo intervento del coro non è posto a caso. Come vedremo anche in altre parti del Cantico, il coro ha un ruolo importante. Rappresenta la società. Rappresenta tutto l’insieme delle persone che stanno vicino alla coppia del Cantico.

Salomone e la Sulamita non sono soli. Sono oggetto di ammirazione per chi li vede. Sono contemplati e ammirati. Tutti esprimono il desiderio che questa storia d’amore vada a buon fine. Tutto il contesto sociale aiuta gli amanti a prendere coscienza di ciò che sono. Inoltre, aiuta a capire che sono chiamati ad essere. Anche noi siamo così.

Quando notiamo due persone care che si cercano e si mostrano reciproco interesse, siamo come tentati di favorire quell’incontro. Vogliamo favorire quel germe di relazione. Quante storie sono nate grazie all’intervento e all’aiuto di amici. Quando non c’è malizia e i rapporti si basano su relazioni vere e autentiche, la società non è nemica della coppia. Al contrario, desidera che quelle persone possano esprimere tutta la bellezza e l’amore che sembrano poter generare.

Pensiamo invece quanto male possono farci amici e parenti che non vivono un rapporto libero e autentico con noi. Quanti genitori si intromettono nelle relazioni dei figli per gelosia. Quanti amici invidiosi rovinano fidanzamenti e famiglie. Attenzione a chi ci sta attorno. Ricordiamo che una volta sposati nostro marito e nostra moglie vengono prima di tutti gli altri. Prima anche di certe mamme che faticano a mollare la presa.

Antonio e Luisa

Perché io non sia come una vagabonda

Proseguiamo con la lettura del Cantico dei Cantici. Clicca qui per le puntate precedenti.

L’amata

Dimmi, o amore dell’anima mia,

dove vai a pascolare le greggi,

dove le fai riposare al meriggio,

perché io non sia come una vagabonda

che insegue i greggi dei tuoi compagni.

Dimmi, o amore dell’anima mia. Amore erotico, ma non solo. Qualcosa di molto più profondo. Un amore che nasce nella profondità della persona e che si manifesta attraverso il corpo. Il desiderio del corpo diviene modalità di esprimere l’amore più profondo. Quanto spesso questa armonia dell’amore viene disattesa. Quante volte il corpo viene usato per cercare piacere e per soddisfare pulsioni che nulla hanno a che fare con l’amore autentico descritto nel Cantico.

Quanta povertà. Quanta mancanza di consapevolezza. Quanta incapacità di comprendere il senso e il valore del corpo e di quello che si può esprimere attraverso il corpo.

Dove vai a pascolare le greggi, dove le fai riposare al meriggio, perché io non sia come una vagabonda che insegue i greggi dei tuoi compagni. Lui non è presente nel momento in cui lei pone questa domanda. Infatti alla domanda non risponderà l’amato, ma il coro. Lei è sola. Sta vivendo un dramma d’amore. Sa che non è perfetta. L’abbiamo visto nei versetti precedenti. Sa che ha commesso errori.

Sa anche che l’amato è l’unico che lei desidera. Sente dentro di sé la certezza che lui è l’uomo della sua vita. Solo lui. Nessun altro. Dimmi dove sei. Dove pascolano le tue greggi, affinché io non debba trovare un altro uomo. Se cercassi l’amore in altri uomini, non lo troverei mai. Sarei come una vagabonda alla continua ricerca di qualcosa che posso trovare solo in te. La mia anima anela solo a te.

Naturalmente qui c’è forte il richiamo simbolico a Dio per gli ebrei e a Gesù per noi. Solo Gesù può riempire quel vuoto d’amore a cui anela la nostra anima. C’è però, forte, anche una dinamica dell’innamoramento e dell’amore. Quando ci si innamora, questa forza misteriosa ti rapisce il cuore. Nient’altro ti può distogliere. Niente può essere altrettanto avvincente. Tutto il nostro pensiero e il nostro interesse è verso quella persona che ci ha conquistato. Per noi cristiani c’è qualcosa in più.

Soltanto con Luisa ho avvertito forte dentro di me la consapevolezza che quella donna era giusta per me. Lo sentivo. Se ho iniziato un cambiamento radicale nella mia vita è perché ho avvertito nel cuore che attraverso di lei avrei dato compimento alla mia vita e avrei incontrato Cristo. Per questo sono stato tenace. Non ho mollato.

Non è stato un fidanzamento facile. Ora, dopo diversi anni di matrimonio, ne ho la certezza. Se avessi lasciato perdere con Luisa, avrei perso il dono più grande che Dio aveva pensato per me.

Antonio e Luisa

Sono bruna, ma bella (8 puntata)

L’amata

Sono bruna, ma bella,

o figlie di Gerusalemme,

come le tende di Qedar,

come i padiglioni di Salmah.

Non stupitevi della mia pelle bruna;

è il sole che mi ha abbronzata.

I figli di mia madre si sono irritati con me:

mi hanno messo a custodia delle vigne; ma la mia vigna, la mia, non l’ho custodita.

Iniziamo oggi il primo poema del Cantico dei Cantici. Clicca qui per leggere le riflessioni già pubblicate. Prima caratteristica che salta all’occhio, scorrendo questo paragrafo, è il continuo richiamo alla natura. Richiami a luoghi, animali, fiori, profumi ben noti in quella comunità rurale di pastori seminomadi. Per noi è molto più difficile comprendere immagini come le tende di Qedar. A coloro i quali leggevano questi versi all’epoca in cui furono scritti, richiamavano un determinato colore, una determinata caratteristica. Noi, quindi, dobbiamo faticare un po’ di più.

Sono bruna, ma bella. La Sulamita non è perfetta. È bruna, bruciata dal sole. Non rientra nei canoni di bellezza dell’epoca. Ciò nonostante la Sulamita afferma la sua bellezza. Lei si sente bella: non state a guardare se sono scura. È stato il sole ad abbronzarmi. I miei fratelli mi guardano con sdegno. Non sono riuscita a custodire la mia vigna. Sono bella perché sono io. Non sono perfetta, ma sono stata capace di accettarmi per come sono. Ho accettato di essere io, con tutti i miei pregi, ma anche con i miei difetti. Con tutti i miei inestetismi. Con la mia pelle bruciata dal sole. Nell’amore metterò tutta me stessa. Non quello che aspiro ad essere, non quella che vorrei essere. Non mi farò distruggere dai miti di bellezza e da ciò che vorrei nascondere. Nell’amore si mette tutto. Anche quello che non piace. Perché solo così sarà possibile abbandonarmi completamente all’amore del mio sposo. Solo così sarà possibile svelarmi completamente e lasciare che il suo sguardo possa posarsi su di me. Lasciare che lui mi desideri per quella che sono. Perché solo così, nell’abbandono completo, può manifestarsi in pienezza la mia bellezza, che va oltre i miei difetti, i miei inestetismi, le mie fissazioni e le mie insicurezze. Affinché lui possa accogliermi e assaporare tutta la mia bellezza, che lui già intravede e non desidera altro che farne esperienza completamente. Donne! È un cammino che dovete fare. A volte serviranno anni, serviranno battaglie e sofferenze, ma il risultato sarà grandioso. Rischiate un’eterna competizione con le altre. Non solo, rischiate anche un’eterna competizione con il vostro ideale di donna. Con una donna perfetta che non esiste se non nella vostra testa. Liberatevi! Lasciatevi amare senza nessun velo, senza il velo della vergogna, senza il velo dell’insicurezza, senza il velo della competizione, senza il velo della paura. Riusciteci e sarà per voi un’esperienza meravigliosa. Un’esperienza che vi riaprirà davvero la porta dell’Eden. Sentirsi accolte così, completamente, è fare esperienza di un autentico amore incondizionato e disinteressato, come nelle origini.

C’è anche una seconda riflessione che possiamo fare. La vigna cosa indica? La vigna indica il corpo della donna, in particolare, le parti intime. Lei non è riuscita a custodirle. Non sappiamo cosa sia successo. Possiamo immaginarlo. Sicuramente un dramma che la Sulamita si porta dentro. Una sofferenza forte nata da qualcosa del suo passato. Non è perfetta. Non lo è nel corpo e non lo è nelle sue esperienze. Questo non le impedisce, però, di sentirsi bella. Non le impedisce di sentirsi degna del suo re. Non importa tutto il resto. Quante donne, invece, non accettano i propri limiti, le proprie imperfezioni, il proprio passato, e per questo non riescono ad aprirsi totalmente allo sposo? Troppe. Come fare, allora, a sentirsi belle? Ciò che fa sentire una donna bella è lo sguardo dell’amato. Vale per tutte. Anche per Luisa è stato così. Ha vissuto una vita sentendosi brutta e inadeguata. Fino a quando non ha alzato lo sguardo e ha incontrato quello di Cristo. Allora si è sentita per la prima volta bella. Nonostante i suoi difetti e i suoi limiti. Nonostante le sue cadute e i suoi errori. Io ho visto quella bellezza e me ne sono innamorato. Probabilmente se non avesse incontrato Cristo prima di me, non me ne sarei accorto. Ora che siamo sposi tocca a me prestare gli occhi a Cristo. Luisa può continuare a sentirsi bella e amabile, attraverso il mio sguardo, specchiandosi nei miei occhi. Lo sguardo è immediato, arriva prima di ogni altro gesto, perché è diretto, ma non per forza ravvicinato. Uno sguardo può incoraggiare ad avvicinarsi o al contrario può allontanare e far sentire la persona amata non desiderata. Lo sguardo è la prima parte di me che interagisce con l’altro e instaura un dialogo. Come non pensare alla nostra vita di coppia? Se ci si conosce profondamente e dopo anni di matrimonio di solito è così, uno sguardo dice tutto. Uno sguardo, che viene dal profondo di me stesso e che si arricchisce di tutto il vissuto carico di amore e tenerezza, mi permetterà di far sentire la mia sposa bellissima sempre e di vedere in lei una creatura che mi meraviglia ogni giorno. Questa è la bellezza del matrimonio. Questo è il miracolo del matrimonio. Perché se la mattina quando la guardi nello stato in cui si ritrova, con i capelli che sparano, le borse sotto gli occhi e l’orrendo pigiamone di flanella e, nonostante questo, ti appare bellissima, beh allora di vero miracolo si tratta. Miracolo dell’amore. Sentite quello che scrive don Oreste Benzi a proposito dello sguardo:Sentirete, guardandovi negli occhi l’un l’altra di essere costruttori di pace, di essere misericordiosi, di essere miti e semplici, di essere affamati e assetati di giustizia. Sentirete la gioia stupenda che viene dal sentirsi chiamati: questa è la vocazione che il Signore ci dona. E allora, ripieni di Dio, tu sposa leggerai la tua bellezza negli occhi del tuo sposo, perché credo che una sposa non possa leggere la propria bellezza guardandosi allo specchio, ma guardandolo negli occhi del proprio marito sente tutta la propria preziosità e la propria bellezza.

La mia sposa ha bisogno di sentirsi bella e desiderata, e io con il mio sguardo posso darle questa certezza. Anche questo è amare.

Antonio e Luisa

Ricorderemo le tue carezze più del vino (7 puntata)

Con questa settimana terminiamo le riflessioni sul Prologo del Cantico dei Cantici. Clicca qui per leggere le precedenti puntate.

L’amata

Inebrianti, per la loro fragranza, i tuoi profumi.

Il tuo nome è un profumo che si diffonde.

Per questo le ragazze si innamorano di te.

Attirami dietro a te, corriamo! Improvvisamente, da un’immagine che può sembrare quasi statica, un affresco, quasi a voler sospendere il tempo in quel momento tanto coinvolgente, la scena prende vita. Il Cantico è così. Non è una descrizione, ma è una poesia. Se fosse diverso non avrebbe questa ricchezza di sensazioni, emozioni, immagini e colori. Lascia aperto molto all’immaginazione di ognuno, affinché tutti possano immedesimarsi.

Torniamo al testo. Quando si ama e si è amati, ci si sente come la Sulamita. Ci si sente trascinati e attirati da una forza incredibile. Si può fare qualsiasi cosa. Qualsiasi cosa, ma con te. Con te sono disposta a tutto. La traduzione dall’ebraico può essere anche più forte: rapiscimi, prendimi con te. Esprime quindi con forza questo grandissimo desiderio dell’amata di essere presa dall’amato. L’amata vuole essere trasportata in un altro mondo, fatto di meraviglia e pienezza. Vuole vivere, in tutte le sue manifestazioni, quell’amore che sente così forte dentro di lei. C’è il desiderio profondo di sentirsi completamente donna, di vivere appieno la sua femminilità. Lei sente che può esserlo solo con lui. Dopo questa scena quasi frenetica, cambia di nuovo ancora tutto.

M’introduca il re nella sua alcova. Questo desiderio profondo dell’amato necessita di intimità. Quasi a dire: voglio te, solo te, tutto ciò che mi interessa sei tu. Tutto il resto in questo momento è superfluo, quasi fastidioso. Voglio concentrarmi su di te. C’è già un primo e forte richiamo anche sessuale. La stanza del re non è accessibile a tutti, è la stanza nuziale. Badate bene. Lui è un re. Non ha importanza se lo sia davvero oppure no. Per lei lo è.

Lo stesso vale per noi sposi. Siamo re e regine l’uno per l’altra. Lo siamo ogni volta che ci comportiamo da re e da regina. Ogni volta che ci facciamo servi dell’amore e ci mettiamo al servizio dell’altro. Non siamo tiranni. I tiranni distruggono l’amore e la coppia. Il re, invece, perfeziona la relazione e custodisce la sua sposa. Lei lo ha incoronato re, donandosi totalmente a lui. L’amore regna ed è potente.

Per gioire e fare festa con te. Portami nelle tue stanze e assaporiamo insieme la gioia e il piacere della nostra intimità. Il testo è molto esplicito. Non lascia spazio a fraintendimenti. Gli sposi si amano attraverso il corpo. Ed è gioia, bellezza, esperienza di pienezza e di verità. È anche piacere. Piacere che è dono di Dio. Quando è vissuto in una relazione santa, Dio stesso lo vuole per noi[1].

Ricorderemo le tue carezze più del vino. Questa esperienza d’amore non si può dimenticare. È migliore del vino, che esprime la pienezza della gioia e della festa. Le tue carezze sono ancora più belle. Questa esperienza d’amore è un richiamo continuo a cui orientare tutta la nostra vita. Ricordare la bellezza per poterla custodire, per far sì che non muoia. A volte costa fatica donarci all’altro, donare la nostra tenerezza, donare il nostro tempo, donare il nostro ascolto, ecc. Costa fatica e saremmo tentati di lasciar perdere: tanto, cosa può cambiare? Ricordiamo invece tutto questo. Il nostro impegno avrà il risultato di non far spegnere tutta questa bellezza che c’è tra di noi.

A ragione di te ci si innamora! Forse lo dice lei. Forse lo dice una voce esterna. Non è importante. Qui l’immagine di lui si confonde con quella dell’amore stesso. Un’esperienza che suscita una gioia e un desiderio tali che nulla può essere come prima.

Antonio e Luisa

Il tuo nome è un profumo che si diffonde (6 puntata)

Proseguiamo come ogni lunedì con la pubblicazione dei capitoli del nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice). Cliccate qui per leggere le puntate già uscite.

L’amata

Inebrianti, per la loro fragranza, i tuoi profumi.

Il tuo nome è un profumo che si diffonde.

Per questo le ragazze si innamorano di te.

Inebrianti, per la loro fragranza, i tuoi profumi. Dal vino passiamo ai profumi. Dal gusto all’odorato. Vedete i sensi come entrano in gioco? Tutto il corpo è coinvolto, perché questo è un amore che chiede tutto e che dà tutto. L’immagine del profumo è molto significativa. Un’immagine che ricorrerà molto spesso in questo testo.

Il profumo sicuramente richiama la concretezza delle essenze con cui si sono cosparsi, ma c’è anche un altro significato più simbolico e molto più profondo. Il profumo ti avvolge, ma non lo vedi. Il profumo ti penetra, ti inebria e ti si appiccica addosso. Il profumo, tra i vari elementi che troviamo in natura, ha la caratteristica di essere etereo, invisibile, ma anche materiale, in quanto emanazione di qualcosa di concreto che può essere un liquido, una pianta o altro ancora.

Quando sento il profumo di un fiore l’aroma entra in me, anche se non vedo il fiore. C’è quindi questo connubio tra l’invisibile e il visibile che è molto interessante. Connubio tra spirito e corpo. Perché così è l’amore. Non lo vediamo eppure lo avvertiamo, lo sentiamo, ne facciamo esperienza. Qui la Sulamita sta cantando dell’amore del suo uomo: la tua presenza mi inebria come un profumo. Mi sei entrato dentro con il tuo amore e questo è meraviglioso. Il tuo amore mi entra dentro, mi avvolge tutta, è qualcosa che mi rimane addosso. Non solo: mi parla di te.

Il tuo nome è un profumo che si diffonde. Qui non c’è nessuna parafrasi da fare. È già chiarissimo. Aroma che si espande con te. Il nome identifica la persona. Tu, mio Salomone, sei un profumo per me.

Per questo le ragazze si innamorano di te. La Sulamita mostra orgoglio: lui è così bello che le altre donne non possono che innamorarsi di lui. È il più bello di tutti. Non sappiamo se sia vero oppure no. Per lei, però, è così. Lui è il più bello di tutti.

Qui mi rivolgo alle spose, poi ce ne sarà anche per gli uomini. Capite qual è lo sguardo che dovete cercare di mostrare, recuperare, custodire e perfezionare? Lui è tanto bello e tanto amabile che è impossibile che le altre non si innamorino di lui. Dovete avere questo sguardo per vostro marito. Siete chiamate a questo nei confronti di vostro marito. Dovete entrare in questa sensibilità, in questo percorso, per comprendere come la gioia che vi può dare il vostro sposo nessun altro ve la può dare. Nonostante i suoi difetti, le sue fragilità, il fatto che sia burbero o chissà cos’altro. Come quell’uomo non c’è nessun altro.

Antonio e Luisa