Chi comanda affettivamente? Noi o le nostre ferite?

Ascoltando una catechesi di don Luigi Maria Epicoco sono rimasto folgorato da una frase del sacerdote. Don Luigi, riferendosi all’amore e al matrimonio, ha affermato: il matrimonio serve a disobbedire alle nostre ferite e non a lenirle, non a soddisfarle. E’ una frase bellissima perché in una riga ha sintetizzato il lavoro che noi sposi dobbiamo fare. Questa è la fatica più grande del matrimonio ma è anche il modo per liberarci sempre di più dalle nostre zavorre che ci impediscono di essere liberi di amare e di diventare sempre più quell’uomo o quella donna che siamo.

Quell’uomo o quella donna che avete sposato non vi è piaciuto solo perchè vi ha attratto fisicamente o perchè vi è sembrato compatibile con voi. Quella persona che avete accanto, chi più chi meno, è stata scelta anche dalle vostre ferite. Mi sono imbattuto tantissime volte in coppie di sposi dentro questa situazione dove la donna, ad esempio, aveva scelto un uomo che si comportava esattamente come il padre. Altre volte uomini che avevano scelto donne che li trattassero come dei bambini, perchè immaturi e incapaci di essere coerenti. Mi ricordo di una giovane che trovava sempre fidanzati che la sminuivano e la criticavano e lei ci stava malissimo. Ma perché li sceglieva? Perché nutrivano la sua mancanza di autostima. Le dicevano continuamente: non vai bene così come sei. Esattamente quello che lei sentiva forte dentro di sé.

Il matrimonio è l’occasione più grande che abbiamo per guarire le nostre ferite. Non le guariremo mai del tutto ma almeno riusciremo a guardarle in faccia, a conoscerle e a controllarle. La nostra libertà non è fare quello che ci passa per la testa come il mondo ci insegna, non è soddisfare ogni desiderio e seguire ogni impulso. Quello serve solo a renderci sempre più schiavi delle nostre ferite perchè spesso gli impulsi e i desideri non sono frutto di un discernimemnto su ciò che ci fa bene, ma sono spinte che nascono dalla pancia, dalla nostra parte più emotiva che è controllata dalle nostre ferite.

Quando parliamo di “ferita del cuore” dobbiamo intendere questa ferita, come una lacerazione affettiva, il cui taglio non è esternamente visibile, ma non per questo meno doloroso. Io ad esempio sono cresciuto in una famiglia anaffettiva. Non perché i miei genitori non mi amassero, ma hanno sempre dimostrato il loro amore con il servizio e mai con le carezze e con gli abbracci. Io che invece sono affamato di questi gesti ne ho sempre sofferto tanto (in modo inconsapevole sulle cause fino a quando sono andato a fondo della cosa). Mi porto ancora dietro i segni, mi è rimasta una lieve balbuzie che si aggrava nei momenti di stress o quando devo parlare in pubblico. Io ho portato le mie ferite nel matrimonio e con Luisa ero guidato da questo: desideravo continuamente che lei mi desse quello che mi è sempre mancato. Solo che poi questo si scontra con il bene suo e il bene della coppia. Me ne sono accorto nel matrimonio. Ci sono stati diversi momenti in cui ho dovuto lottare contro le mie ferite, dove il cuore e la testa hanno combattuto contro la pancia. E con il tempo sono migliorato, mi sono liberato in un certo senso e ho preso il controllo di me stesso. Non facendo tutto quello che avrei voluto fare e mi sentivo spinto a fare, ma anche dicendo dei no alle mie pulsioni per il bene di Luisa e della nostra relazione. Non è facile. Per questo da soli spesso non ce la facciamo. Non arrendiamoci. Il matrimonio è la nostra occasione ma rischiamo di fallirla se afrfrontiamo da soli questa battaglia. Affidiamoci a delle guide, che possono essere sacerdoti, ma anche amici equilibrati e che ci vogliono bene. E perché no? Anche gli psicologi (se buoni) possono aiutarci.

Coraggio! La battaglia va vinta per essere liberi di diventare quell’uomo e quella donna che siamo e anche essere liberi di donarci all’altro.

Antonio e Luisa

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