Dal Sal 88 (89) Canterò in eterno l’amore del Signore, di generazione in generazione farò conoscere con la mia bocca la tua fedeltà, perché ho detto: «È un amore edificato per sempre; nel cielo rendi stabile la tua fedeltà». «Ho stretto un’alleanza con il mio eletto, ho giurato a Davide, mio servo. Stabilirò per sempre la tua discendenza, di generazione in generazione edificherò il tuo trono». «Egli mi invocherà: “Tu sei mio padre, mio Dio e roccia della mia salvezza”. Gli conserverò sempre il mio amore, la mia alleanza gli sarà fedele».
Questo Salmo ci accompagna nella Liturgia solenne dedicata al glorioso S.Giuseppe, del quale ha già splendidamente raccontato Fabrizia nell’articolo di ieri, ma noi cercheremo di meditare sulle parole di questo Salmo. Certamente esso si riferisce direttamente al re Davide, che viene definito “eletto”, ma sappiamo come egli sia stato una prefigura del Messia ma anche una prefigura del suo discendente, il nostro amato S. Giuseppe.
Vogliamo però fare un’ulteriore passo di approfondimento senza per questo voler snaturare l’intenzione del Salmo. Proviamo a chiederci: perché Davide era l’eletto? Per vari motivi cari al Signore, soprattutto perché Lui ha guardato al cuore di Davide e non al suo aspetto fisico, contrariamente a ciò che gli uomini solitamente fanno. Certamente essere “l’eletto” non lo ha esentato dai suoi doveri verso Dio, anzi, come tutti i doni divini sono immeritati sì, ma comportano anche un dovere di responsabilità.
Se il Signore ci accorda dei doni, non lo fa per esimerci dalla sua volontà, al contrario ce li dona per compiere meglio e alla perfezione i doveri che comporta la nostra vocazione e/o il nostro stato di vita. Ricordate a tal proposito la parabola dei talenti? Al servo che non ha fruttificato sono arrivate parole di fuoco: “servo malvagio e infingardo (o fannullone o indolente)”.
Dopo tute queste riflessioni introduttorie arriviamo al matrimonio, cioè arriviamo a noi: possiamo definire gli sposi cristiani come degli “eletti”? Sicuramente sì, ma a quali scopi? Diversi: la santificazione dell’altro, la comunione, la generazione e l’educazione della prole… insomma essere un’incarnazione vivente e testimoniato dell’amore di Dio Padre per l’uomo e di Cristo per la sua sposa (la Chiesa), certamente un’incarnazione sempre perfettibile ed incompleta.
Noi sposi dobbiamo essere come una goccia dell’oceano, essa infatti ci dice qualcosa dell’oceano stesso: innanzitutto che l’oceano esiste e anche quale sia la sua composizione interna; similmente gli sposi, sacramento vivente, sono posti nel mondo per essere come quella goccia dell’oceano infinito che è la Trinità.
Dunque possiamo dirci proprio “eletti”, non per i nostri meriti ma per la bontà del Signore che non ha ricusato di servirsi di noi per parlare al mondo, usando i talenti che Lui stesso ci ha fornito, alcuni dei quali sono naturali e altri teologali, ovvero doni di Grazia.
Immaginiamo, a questo punto, rivolte proprio a noi come coppia le parole del Salmo:
«Egli mi invocherà: “Tu sei mio padre, mio Dio e roccia della mia salvezza”. Gli conserverò sempre il mio amore, la mia alleanza gli sarà fedele».
Che meraviglia sentirsi dire dal Signore tali parole di conforto, di speranza e di incoraggiamento; da parte nostra dobbiamo però invocarlo come Padre e Dio, come roccia di salvezza (salvezza = Gesù).
Coraggio sposi, il Signore ci sprona come quando si mette l’additivo boost (turbo) nel serbatoio della benzina, per entrare con decisione nella seconda parte di questa Quaresima, non facciamo come il servo malvagio della parabola di cui sopra.
Giorgio e Valentina.
Auguri agli sposi, a tutti i papà e a chiunque porti il nome Giuseppe!
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