Santiago: l’invito a un cammino che ci rinnova

Oggi, 25 luglio, la Chiesa Cattolica festeggia San Giacomo il Maggiore. Quando si pensa a questo apostolo e si pensa quasi automaticamente al viaggio e agli spostamenti: non solo perché è il patrono dei viandanti ma in quanto, attorno alla sua figura, si è sviluppata l’essenza stessa dell’andare ossia il pellegrinaggio. Dalle fonte storiche sappiamo che Giacomo predicò nella penisola iberica, all’inizio con scarsi risultati, tant’è che, nel 40 d.C., Maria Santissima in persona lo visitò per confortarlo ed esortarlo a non abbandonare la sua missione.

A ricordo dell’evento, di quella che teologicamente parlando fu “la venuta della Madonna” – non un’apparizione perché la Vergine non era ancora stata assunta in Cielo – fu eretta la Basilica di Nostra Signora del Pilar a Saragozza, ancora oggi la seconda meta di pellegrinaggio più visitata di Spagna. Giacomo prima di morire tornò a Gerusalemme ma poi il suo corpo venne riportato in Galizia e, a partire dal Medioevo, Santiago de Compostela (nome spagnolo dell’apostolo) diventò la meta per eccellenza dei pellegrinaggi europei.

Cos’è che attira così tanti uomini e donne di tempi, culture e religioni differenti a mettersi in viaggio verso questa località? Cos’è che spingeva, allora, a mettersi in viaggio tra mille pericoli, senza alcuna certezza? E cos’è che spinge, ancora oggi, persone di qualsiasi età, estrazione sociale, cultura e provenienza a rinunciare alle comodità per affrontare un cammino a piedi, sotto l’acqua o sotto il sole, con il caldo o con il freddo, carichi di uno zaino contenente solo il minimo indispensabile?

Sicuramente la curiosità non basta, e nemmeno la voglia di fare un’esperienza alternativa. Partire è innanzitutto lasciare le certezze per raggiungere qualcosa di ancora più importante o verso il quale tendiamo ma non solo: partire significa fidarsi, di noi stessi e delle nostre capacità di farcela ma soprattutto fidarci degli altri come di Dio.

Abramo, che si sentì dire “Lascia la tua terra” (Gn 12,1), fece esattamente così. Questo atteggiamento di fondo ci aiuta a comprendere qual è la differenza tra viaggio e pellegrinaggio: mentre il primo può essere per lavoro, per svago o per piacere, il secondo presuppone fiducia in qualcosa – o meglio in qualcuno, con la Q maiuscola – più grande di noi. Ecco l’essenza, ecco il cuore del pellegrinaggio: affidare a Dio, attraverso i passi, ciò che portiamo nel cuore – sia le gioie che i dolori, sia le aspettative che le delusioni, i rimorsi e i rimpianti – perché è proprio nell’andare che si possono comprendere pienamente passato, presente e futuro e soprattutto il senso profondo dell’esistere, delle persone che fanno parte della nostra vita e degli eventi che la contraddistinguono, quelli lieti così come quelli dolorosi. I passi, dunque, non sono fini a stessi ma strumento e mezzo di comprensione, propria e altrui. Il pellegrinaggio, dunque, non è un andare qualsiasi ma un viaggio dalla duplice valenza perché compiuto attraverso il mondo ma soprattutto attraverso noi stessi. Il pellegrinaggio, in ultima analisi, è metafora della vita stessa e delle tappe che la costituiscono.

Tante storie della Bibbia sono quasi sempre contraddistinte da viaggi dalla duplice valenza terrena e celeste, veri pellegrinaggi che hanno portato l’uomo dall’Eden alla Terra di Canaan, dall’Egitto alla Terra Promessa, dall’esilio in Babilonia a Gerusalemme. Maria stessa è stata protagonista d’innumerevoli spostamenti: a casa della cugina Elisabetta, a Betlemme per il censimento, andata e ritorno dall’Egitto, lungo le strade della Palestina duranti gli anni della vita pubblica di Gesù e, infine, il viaggio più doloroso, quello che l’ha portata sul Calvario, fin sotto la croce.

Non possiamo non ricordare, poi, gli apostoli stessi che, al passaggio di Cristo, “lasciarono tutto e lo seguirono” (Lc 5, 11); così come è importante fare memoria delle parole di Gesù che profetizzò a Pietro: “In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane […] andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio […] un altro […] ti porterà dove tu non vuoi” (Gv 21, 18).

Il movimento, insomma, pervade e contraddistingue l’esistenza di coloro che, consapevolmente o meno, ne cercano il senso vero e pieno; a volte il cammino della vita è semplice e lineare mentre altre volte i passi inciampano in cammini più tortuosi e in salita. E, proprio come qualsiasi pellegrinaggio terreno, ci sono giorni più facili e giorni più difficili, momenti di slancio ed entusiasmo alternati da altri pesanti nei quali i “piedi stanchi” rendono il proseguire quasi impossibile.

San Giacomo, allora, porge a tutti noi un invito ben preciso: quello a un cammino che si e ci rinnova, spronandoci ad andare oltre il disinteresse, la delusione e la paura per incamminarci su vie nuove, inattese, autentiche. Scendere dal piedistallo delle proprie piccole e parziali sicurezze, dunque, significa accettare la sfida, antica quanto nuova, di mettersi in movimento, corpo e anima per accettare l’incontro con le persone, le situazioni e innanzitutto con noi stessi, incontro che ci condurrà a quello più bello e importante, nel tempo di questa vita e nell’eternità.

Fabrizia Perrachon

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