Segui ciò che senti. Va sempre bene?

Capita spesso di trovarmi in discussioni sui social dove il dialogo è molto difficile. Anche per il fatto di poter solo scrivere, non c’è un vero confronto faccia a faccia. Infatti spesso preferisco rimanere in silenzio e non commentare. Siamo ovviamente tutti diversi, con culture/formazioni diverse e soprattutto esperienze molto differenti. Tuttavia, ho notato che raramente si cerca di andare oltre alla propria visione. Raramente si cerca, almeno a grandi linee, di intercettare un punto di vista diverso.

Nessuno di noi può dire di “avere ragione” in maniera assoluta. Questo è particolarmente vero su temi così complessi come la fede. Vedo che tutta l’attenzione viene rivolta verso il “sentire” e verso la “felicità a tutti i costi”. Questo avviene qualsiasi strada si scelga di percorrere. 

Alcune frasi tipiche sono: “Se una persona si sente così, perché non dovrebbe farlo?”, oppure “Tu cosa ne sai della sofferenza che prova?” e se tento di spiegare quello che penso e ritengo giusto, ecco che arrivano le sentenze finali. “Sei del medioevo/un estremista religioso”. Oppure “Sei omofobo”. Queste sono etichette che non vogliono dire assolutamente nulla. Tuttavia, vanno di moda in questo periodo storico.

Non sono qui a scrivere per lamentarmi. Sono qui per riflettere un po’ sul “sentire” e sulle motivazioni che ci sono dietro.

Io credo che non ci sia niente di sbagliato nel comportarsi secondo quello che uno sente. Tuttavia, è necessario prima essere sicuri che questo avvenga nella piena libertà interiore. Quindi, non condizionati da ferite, confusione, narcisismo o simili. Inoltre, deve portare dei benefici. Deve portare la felicità vera (a lungo termine). Non deve danneggiare gli altri. Anzi, semmai che li possa aiutare. Da dove o da chi viene questo sentire? È qualcosa che mi avvicina all’eternità?

Parlavo poco tempo fa con un insegnante che lavora molto lontano dall’Italia. Mi raccontava di avere in classe una ragazza adolescente che crede di essere un gatto. Così le devono dare da mangiare su una ciotola in terra. Mi diceva che molte delle persone intorno a lei non ci vedevano niente di male. Se lei era contenta così e si sentiva di comportarsi in quel modo.

Anche tutte le persone che in questo momento stanno facendo la guerra nel mondo, credo che siano convinte e sentano di fare la cosa giusta. Addirittura non per beneficio o arricchimento personale, ma verso un popolo o una patria.

Se io “sento” qualcosa e devo prendere delle decisioni importanti, devo essere sicuro che questo sentire soddisfi le condizioni che ho citato sopra.

Quando ad esempio una donna sposata mi dice che vuole separarsi perché ha incontrato l’uomo della sua vita, domando: ”Sei sicura di quello che stai facendo?” Chiedo anche: ”Pensi che, a parte una passione momentanea, che potrà pure essere molto gratificante, questa scelta ti renderà felice per tutta la tua vita? Non solo per un breve tempo?” “Hai pensato alle conseguenze sulla tua famiglia (marito e figli)?”, “Dietro il tuo sentire c’è Dio o il diavolo (che vuol dire divisore) che ti tenta?”.

La società è formata da famiglie e per questo sposarsi non è un fatto privato. È un avvenimento pubblico. Tanto è vero che, sia in chiesa, sia in comune viene firmato un atto ufficiale alla presenza dei testimoni. Le separazioni, benché siano purtroppo molto diffuse, vanno a danneggiare la società. Incrinano quella che è la struttura portante e creano disagi a vari livelli. Questi disagi comprendono la povertà economica e morale (a beneficio ovviamente di altre figure/settori, che si arricchiscono su questi fallimenti).

Infatti, con la separazione avviene anche una frattura tra le famiglie di origine, i parenti e gli amici. Questi si schierano a favore dell’uno o dell’altra. Anche questo provoca sofferenza. Provoca particolare sofferenza quando avviene con quelle persone con cui si sono condivisi diversi momenti importanti della vita.

Per fare un altro esempio, tante persone sono in conflitto con il proprio corpo. Non lo apprezzano e addirittura non lo riconoscono. Pensano che per essere belli sia necessario essere tutti uguali e modelli perfetti. Non comprendono che quello che ci rende unici e irripetibili sono anche i nostri difetti. Anche quelle parti del corpo che non ci piacciono ci rendono unici.  Seguendo questo “sentire” e pensando in tal modo di superare queste insoddisfazioni, si assumono medicine. Si fanno operazioni che sono spesso irreversibili in caso di ripensamento. Così si rovina l’opera di Dio. 

Nei limiti del possibile, la cura del corpo è molto importante. Non deve essere mai trascurata (come il mangiare sano e l’attività fisica). La felicità non viene però dall’esterno in base a come siamo e a quello che possediamo. È il frutto di una relazione profonda e intima con Gesù. San Francesco ci insegna questo. Pur non avendo niente e non essendo bello, ha vissuto nella perfetta letizia.

Non ho le risposte per tante cose. Ho compreso però che quello che “sentiamo” deve essere vagliato attraverso un confronto con il nostro Signore. Cosa farebbe Gesù al mio posto? Quello che faccio aiuta davvero me stesso e gli altri? Dopo, sarò davvero più felice? Mi sono confidato con qualcuno esperto e competente? Ho pregato a lungo prima di decidere?

Dopo aver risposto a queste e ad altre domande, allora sì che possiamo decidere in tutta tranquillità!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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