Oggi sentiamo spesso nominare la parola “accoglienza”, coniugata nei vari contesti sociali. Noi abbiamo provato a risalire all’origine di questa parola, per scoprire quanto di vero e profondo c’è dentro e vedere questa bellezza nella relazione di coppia. I latini ci dicono che A + CUM + LEGERE ci riporta al “legare insieme con un strumento”.
Quando ci siamo conosciuti è stato facile accoglierci, ci siamo legati l’uno all’altra con il nostro volerci bene, tutto veniva facile, era divertente e stimolante stare insieme. Quello che ci attraeva, forse inconsapevolmente, era l’essere così diversi. Ci siamo accolti per la bellezza che vedevamo l’uno nell’altra e per quello che ci faceva stare bene. Ci siamo girati attorno come amici per parecchi anni, per poi innamorarci. Venivamo entrambi dagli oratori parrocchiali, condividevamo gli stessi ideali cristiani e il desiderio di costruire una bella famiglia numerosa. Ci sembrava di essere in paradiso, di aver trovato la fantomatica “metà della mela”. Era entusiasmante anche provare esperienze distanti da noi stessi, proprio per venirsi incontro e far piacere all’altro. Con queste premesse abbiamo deciso di sposarci, certi di essere una coppia consolidata e capace di resistere a qualsiasi cosa.
Appena sposati ci siamo accorti subito che vivere insieme non era come sognare di vivere insieme. Le nostre diversità sono affiorate e poi esplose nel giro di poco, il nostro entusiasmo iniziale era sparito, come pure la spontaneità nello stare insieme; quelle diversità che ci avevano tanto avvicinati, ora ci stavano allontanando; erano diventate intollerabili e inaccettabili con il nuovo stile di vita matrimoniale. Le cose si sono ulteriormente complicate quando abbiamo “accolto” i figli che Dio ha voluto donarci. Una famiglia numerosa, una casa tutta nostra, un gruppo di amici con figli dell’età dei nostri, un cammino spirituale condiviso, tutto come avevamo desiderato, ma allora cosa non funzionava? La metà della mela non combaciava più?!
Per tanti anni abbiamo proseguito in questa apatia, fingevamo di vivere fino in fondo il nostro matrimonio, impegnandoci nei gruppi famiglia, organizzando campi famiglie, frequentando corsi di formazione per coppie, ma tutto questo rimaneva una bella teoria che non si incarnava nella nostra relazione, rimanendo una vuota raccolta di nozioni. Fino ad arrivare a non parlarci più, a non accoglierci più, ma a respingerci; quello spazio che avevamo creato dentro di noi per l’altro, era stato riempito dal nostro egoismo e dalle nostre pretese di cambiarci. Abbiamo dovuto toccare il fondo per capire che da soli non ce l’avremmo mai fatta. Nella sera della quasi separazione, dopo l’ennesima lite, ci siamo guardati negli occhi e abbiamo deciso di partecipare al programma Retrouvaille. Già questa decisione ha aperto uno spiraglio, era il periodo di Natale e l’abbiamo visto come un dono che Gesù ci stava offrendo, come un’altra occasione di accoglierci nuovamente.
Con Retrouvaille abbiamo appreso strumenti efficaci per vivere al meglio la nostra relazione. Siamo partiti da noi stessi, dai nostri pregi e difetti, dai nostri sentimenti per imparare a guardarci dentro con occhi nuovi e a conoscere e poi ad accogliere prima di tutto noi stessi. Abbiamo capito che entrambi siamo membri attivi della nostra relazione, che non siamo chiamati ad attendere, ma ad andare incontro all’altro. Amare è un verbo di azione, come anche accogliere. L’accoglienza parte dal riconoscere noi stessi fragili e fallibili, prima di guardare l’errore nell’altro; questo ci porta a dare una nuova possibilità ogni volta che si cade. Ci siamo accorti che la metà della mela non è reale, ognuno di noi è “uno” e unico. Non dobbiamo completarci, ma aprirci l’un l’altro e metterci in gioco.
L’accoglienza ci insegna che l’altro è un dono, un dono che Dio ha voluto per me e come tale va custodito, senza pretendere di cambiarlo. In tutto questo noi sposi cristiani sappiamo che non siamo soli, che non dobbiamo contare soltanto sulle nostre forze limitate. Quello strumento che ci lega e ci fa stare insieme è il nostro sacramento, che è più prezioso dell’oro e nessuno può portarcelo via; e insieme agli strumenti di Retrouvaille, possiamo costruire, come dice Papa Francesco “la logica del noi”.
Ora possiamo accogliere con una speranza nuova altre coppie, nei gruppi di giovani sposi, negli itinerari dei fidanzati, nel servizio in Retrouvaille, mostrando le nostre cicatrici senza paura, perché sono segno delle prove superate insieme. Possiamo e desideriamo portare ad altri la nostra esperienza di dolore guarito, che ha migliorato la nostra relazione e che ci permette di non fare più finta di vivere il nostro matrimonio. Abbiamo accolto la nostra storia come un dono per noi e per gli altri.
Barbara e Alessandro – Retrouvaille Italia