Iniziamo oggi il quarto poema del Cantico dei Cantici. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).
L’amata: Mi sono addormentata, ma veglia il mio cuore. Un rumore…! È il mio dôdì che bussa!
L’amato: Aprimi, sorella mia, amica mia, colomba mia, perfetta mia; perché il mio capo è bagnato di rugiada, i miei riccioli di brina della notte.
L’amata: Mi sono tolta la veste; come indossarla di nuovo? Mi sono lavata i piedi; come sporcarli di nuovo?
Nel Cantico dei Cantici, dopo la gioia dell’unione amorosa tra i due amati, il quarto poema ci introduce in una nuova stagione dell’amore: quella della distanza, del silenzio, dell’attesa. Non è una contraddizione, ma un’altra faccia dell’amore vero.
Chi vive un matrimonio autentico lo sa bene: ci sono stagioni di fusione profonda, in cui ci si sente una sola carne e un solo cuore; ma ci sono anche stagioni in cui ci si smarrisce, ci si perde, ci si chiude. L’amore non è una linea retta. È fatto di ritorni, di cadute, di risalite.
Quando il cuore veglia anche nel sonno
La sposa dorme, ma il suo cuore veglia. Questo versetto esprime un’esperienza profonda e misteriosa: anche quando il corpo è stanco, anche quando sembra che l’amore si sia spento, il cuore — cioè la parte più vera di noi — continua ad attendere, a sperare, a desiderare.
Nel mondo biblico, il cuore è il centro della persona: sede dell’intelligenza, della volontà, degli affetti. Dire che il cuore veglia significa riconoscere che, nonostante tutto, l’amore non è morto. È semplicemente entrato in una fase più silenziosa.
Il ritorno dell’Amato
Improvvisamente, un rumore. Un bussare nella notte. È l’amato che torna, i capelli bagnati di rugiada. È stato via, forse trattenuto dalla vita o dal tempo. Ma il suo desiderio per lei è rimasto intatto: “Aprimi, sorella mia, amica mia, colomba mia, perfetta mia…”
Parole piene di tenerezza, che mostrano un amore ancora vivo, capace di cercare, di ritornare. Eppure l’amata esita. “Mi sono tolta la veste… mi sono lavata i piedi…” Le sue parole sembrano scuse, piccoli ostacoli. Ma parlano di qualcosa di più profondo.
Quando l’amore esita
Quante volte, nella vita di coppia, ci sorprendiamo a non rispondere più con prontezza all’altro? Non perché non lo amiamo, ma perché siamo stanchi, feriti, o semplicemente svuotati. Anche il sentimento più autentico conosce la tentazione della chiusura.
Don Carlo Rocchetta ha proposto una lettura molto profonda di questo passaggio: l’esitazione della sposa è il segno di un conflitto interiore. Da un lato il desiderio di donarsi, dall’altro la paura. La paura di perdersi, di essere delusa, usata, ferita. Molte donne — e anche molti uomini — vivono questo timore: che l’amore chiesto si trasformi in dolore. E così, ci si chiude.
Le dieci vergini e il mistero dell’attesa
In questo senso, l’immagine della sposa vigilante si collega perfettamente alla parabola evangelica delle dieci vergini (Mt 25,1-13). Tutte attendono lo sposo, ma solo cinque hanno l’olio necessario per tenere accesa la lampada fino al suo arrivo. Le altre, impreparate, restano escluse dalla festa.
Non è una questione di moralismo o di efficienza. È una questione di cuore: saper attendere, saper restare desti. Avere olio significa custodire ogni giorno l’amore con gesti piccoli ma veri. Avere olio significa scegliere, anche nei momenti bui, di tenere accesa la speranza che lo sposo verrà. Che l’altro tornerà. Che la comunione è ancora possibile.
L’amore si gioca nel quotidiano
Nel matrimonio cristiano, non è l’intensità del sentimento a garantire la fedeltà, ma la profondità della vigilanza. È la volontà di riaprire la porta anche quando si è stanchi. È il coraggio di alzarsi dal letto interiore in cui ci si era adagiati. È il desiderio di ricominciare, nonostante tutto.
Ci saranno sempre momenti in cui l’amore non ci attirerà, in cui l’altro non ci sembrerà più “perfetto” ma solo distante. Eppure, proprio in quei momenti, possiamo scegliere di amare con la forza della volontà e non solo con l’entusiasmo dei sensi. Possiamo rispondere all’Amato che bussa, anche se tardi, anche se con fatica.
L’amore vero non è fatto solo di fuochi d’artificio. È fatto di perseveranza, di attesa, di piccoli “sì” detti anche quando non se ne ha voglia. È fatto di cuore che veglia, anche quando il corpo dorme. Come nella parabola, anche nella vita il nostro Amato può arrivare nella notte. La domanda è: ci troverà pronti? Troverà ancora una porta che si apre, anche se lentamente? Troverà una lampada accesa, anche se tremolante?
È questa la bellezza e la sfida dell’amore cristiano: non essere perfetti, ma vigilanti.
Antonio e Luisa
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