Un gesto così semplice, un Vangelo così profondo
Nella sera dell’ultima cena, quando l’aria era carica di attesa e mistero, Gesù compie un gesto che ancora oggi spiazza, interroga, commuove: si alza da tavola, si cinge un asciugamano, versa dell’acqua in un catino e lava i piedi ai suoi discepoli. È il Maestro che si inginocchia davanti agli amici. È Dio che si abbassa per servire.
Nel gesto della lavanda dei piedi, il Vangelo diventa corpo. E in quel corpo piegato, inginocchiato, noi sposi possiamo vedere un’icona luminosa del nostro amore: non un amore in piedi, rivendicativo o calcolatore, ma un amore che si china, che serve, che si sporca le mani e il cuore per il bene dell’altro.
L’amore con il grembiule: la vocazione degli sposi
Il matrimonio cristiano non è un palcoscenico su cui brillare, ma un grembiule da indossare. Chi ama veramente sa mettersi in ginocchio: non per sottomettersi, ma per sollevare l’altro; non per perdere dignità, ma per restituirla all’altro quando vacilla.
Quando uno sposo lava i piedi alla propria sposa, lo fa con gesti concreti: ascoltandola quando è stanca, tenendole la mano quando ha paura, portando pazienza quando le parole diventano pungenti. E lei, allo stesso modo, lava i piedi del marito ogni volta che lo sostiene nelle sue fragilità, che crede in lui anche quando lui stesso vacilla, che lo ama senza misura anche quando non lo meriterebbe. L’amore vero è un inginocchiarsi quotidiano, è un piegarsi che non umilia ma innalza.
Gesù lo ha fatto nella libertà: il dono non è mai schiavitù
C’è però un aspetto che spesso viene taciuto o frainteso, soprattutto da chi guarda al Vangelo con l’occhio del sospetto o con le lenti distorte di certe letture religiose sbilanciate e bigotte: Gesù lava i piedi nella piena libertà. Nessuno glielo chiede. Nessuno lo obbliga. Non lo fa perché si sente inferiore. Non lo fa per manipolare. Non lo fa per essere approvato. Lo fa perché ama. E l’amore, quando è vero, è libero. Pienamente libero.
Nel matrimonio, servire l’altro non è mai diventare zerbini, non è subire umiliazioni, non è spegnersi per evitare il conflitto. Il gesto della lavanda dei piedi dice: io voglio il tuo bene, anche a costo di scomodarmi, anche a costo di piegarmi, ma non perderò mai la mia libertà interiore. Lo sposo e la sposa che si servono a vicenda non sono in catene, ma scelgono ogni giorno di donarsi. Il dono è autentico solo se nasce da un cuore libero, non da un obbligo, da un ricatto o da una paura.
Quando il gesto viene strumentalizzato: attenzione ai falsi profeti
Purtroppo, ci sono voci – anche in ambito religioso – che distorcono questo gesto meraviglioso. Alcuni lo usano per giustificare relazioni squilibrate, dinamiche tossiche, ruoli stereotipati. Altri insinuano che dietro il “servire” ci sia sempre un meccanismo di potere, una fragilità irrisolta, una strategia di controllo.
Ma Gesù non ha lavato i piedi per ottenere qualcosa. Lo ha fatto sapendo bene chi era. L’evangelista Giovanni lo sottolinea con forza: “Gesù, sapendo che era venuta la sua ora… e che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani, si alzò da tavola e lavò i piedi ai discepoli”. Lo fa sapendo chi è. Solo chi è libero e consapevole può amare davvero. Non lasciamo che il cinismo o le paure di chi guarda solo con gli occhi della ferita intacchino la bellezza del Vangelo. Chi ama non si annulla, ma si dona. Chi serve non si svende, ma si offre. E chi si inginocchia per amore, non perde dignità: la ritrova, la moltiplica.
Il matrimonio è un catino d’acqua condiviso
In ogni casa cristiana dovrebbe esserci, almeno simbolicamente, un catino e un asciugamano. Non come cimeli sacri, ma come promemoria quotidiano: hai lavato oggi i piedi a tua moglie? Hai lavato oggi i piedi a tuo marito? E se un giorno uno dei due è troppo stanco, troppo ferito, troppo chiuso per farlo… l’altro può iniziare. Può chinarsi per primo. Non perché è migliore, ma perché crede nel potere disarmante dell’amore. Il matrimonio è questo: due persone che si alternano a lavare i piedi l’uno all’altra. E ogni volta che lo fanno, il Vangelo torna a farsi carne tra le mura domestiche.
Inginocchiarsi non per essere piccoli, ma per far grande l’altro
Sposarsi non è dirsi “ti amo” una volta sola, ma rinnovare ogni giorno quel “ti servirò”. Con pazienza, con dolcezza, con umiltà. Inginocchiarsi davanti all’altro non è umiliarsi, ma esaltarlo. È dire: “la tua vita conta più del mio orgoglio”. Gesù ci ha mostrato la via. Ci ha lasciato un catino, un asciugamano e un gesto. Non per obbligarci, ma per liberarci. E allora, cari sposi, non abbiate paura di inginocchiarvi. Fatelo nella verità, nella libertà, nella tenerezza. È lì che l’amore fiorisce.
Antonio e Luisa
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